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RIVISTA DELLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA
IN PRIMO PIANO – PROGETTI – DAL TERRITORIO – CULTURA – RICERCA – SOCIALE – PARTECIPATE – INVESTIMENTI
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RIVISTA DELLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA
3 Editoriale 4 In primo piano 5 La Scuola IMT Alti Studi Lucca continua a crescere. E con lei, la città 11 Bright 2016, per conoscere le attività di ricerca 12 Parla il Direttore Pietro Pietrini 16 Progetti 17 … e il naufragar m’è dolce in questo mare 22 L’Oratorio degli Angeli Custodi 30 Oratorio: la casa della musica 32 Il sole non ha frontiere 35 La Fondazione UiBi per l’innovazione pedagogico-didattica 38 Nuove residenze a IMT in via Brunero Paoli 40 Interventi sul territorio 41 La ‘Patria Vincitrice’ torna a mostrarsi 45 Pineta come la strada di Swann: alla ricerca del tempo perduto 50 La Pineta di Ponente nei miei ricordi con Mario Tobino 52 L’eleganza di Porta San Donato, la razionalità di Porta San Jacopo 58 Non solo una scuola. Il recupero del Liceo classico di Viareggio 60 Cultura: ieri oggi domani 61 Il «lessico famigliare» delle Conversazioni in San Francesco 68 Terzo anniversario del San Francesco sulle note dei Beatles 70 Luci in Versilia 74 Ariosto e la Garfagnana attraverso gli occhi di Possenti 78 Possenti e Ariosto come fantasmi in uno scenario di perduti ideali
81 Amleto a Lucca, ovvero la prima raffigurazione pittorica di Shakespeare 85 ARVO: il Volto Santo e il suo archivio tra passato e futuro 91 L’eredità di Carlo Ludovico Ragghianti nelle prospettive della sua Fondazione 96 Dal mondo della ricerca 97 Il progetto Monster: il monitoraggio delle vibrazioni del campanile di San Frediano 99 Ospedale di Barga: un progetto innovativo di telemedicina con l’Università di Pisa 101 «L’utilizzo del teleconsulto potrà essere esteso a molte procedure mediche» 104 Disagio sociale: risposte concrete 105 Un fondo per combattere la povertà educativa di bambini e adolescenti 108 Dalle partecipate 109 La cultura della carta. Innovazione e sostenibilità 117 Al di là del ‘Cordonaccio’ torna fruibile l’‘Orto Boccella’ 120 Terzo anno di Scuola MADE tra nuove strategie didattiche e tante conferme 122 Il domani? In una startup 123 A11 Venture per investire nel futuro 126 Novità editoriali 126 Un libro e un film per il Volto Santo 128 Sui percorsi della Valle 130 Cesare Garboli, un intellettuale viareggino
FCRL MAGAZINE 9|2016 Marcello Bertocchini direttore Marcello Petrozziello direttore responsabile Comitato di redazione Giorgio Tori Marcello Bertocchini Marcello Petrozziello
hanno collaborato a questo numero Barbara Argentieri, Franco Bellato, Corrado Benzio, Sara Berchiolli, Arianna Bottari, Mattia Campetti, Federico Davini, Nadia Davini, Sirio Del Grande, Luigi Ficacci, Enrico Fontana, Maria Girardi, Iacopo Lazzareschi Cervelli, Pierina Magrofuoco, Alessandro Petrini, Giovanni Polidori, Paolo Razzuoli, Ilaria Sabbatini, Andrea Salani, Paola Taddeucci, Elisa Tambellini, Liban Varetti consulenza editoriale: Publied – Editore in Lucca progetto grafico e impaginazione: Marco Riccucci
© 2016, Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca
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foto Antonio Nardone
Abbiamo deciso di dedicare il servizio di apertura di questo numero di FCRL Magazine alla Scuola Imt Alti Studi Lucca allo scopo di testimoniare, attraverso la descrizione delle attività di questo Istituto Universitario a ordinamento speciale, le ragioni sulle quali la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca – unitamente al sistema-Lucca, raccolto nella Fondazione Lucchese per l’Alta Formazione e la Ricerca (Flafr) – fonda il proprio importate sostegno alla Scuola stessa, divenuta in pochi anni una delle istituzioni di punta del sistema nazionale di istruzione e ricerca. Ricerca, progettualità e innovazione valorizzano le capacità della Scuola, che in
questi undici anni dalla sua istituzione, oltre ad aver sviluppato la propria attività didattica e scientifica, ha gettato le basi per un’azione di stimolo e di crescita verso il territorio, con ricadute concrete sulla sua economia. Un processo che incrementa il potenziale di crescita della nostra provincia ed è fondamentale per lo sviluppo economico e sociale. Ma non solo: il valore di Imt va ricercato anche nella sua collocazione fisica. Il Complesso Conventuale di San Francesco si è infatti rivelato un Campus naturale che, se da un lato garantisce una destinazione ideale ai propri spazi, dall’altro, trova nella presenza della Scuola un ulteriore motivo di salvaguardia e valorizzazione dei beni culturali. E non è un caso che proprio qui, in un Complesso che già a partire dal Medioevo ha manifestato la sua vocazione allo studio e all’elaborazione del pensiero, si sviluppino oggi teorie, tesi e progetti che, in poco tempo, hanno consentito a Imt di affermarsi come vera e propria unità di misura in ambito nazionale. Una ‘eccellenza’, dunque, che oggi si presenta con risultati eccezionali, distinguendosi sempre per il taglio originale degli studi proposti e per l’interdisciplinarietà e la complementarietà di metodologie negli ambiti di settori usualmente considerati distanti: dall’economia alla fisica, dal management alla storia politica, dall’ingegneria alla storia dell’arte. Una ‘eccellenza’ attestata, ad esempio, dai dati sul job placement, che vedono il 100% degli studenti già collocati nel mondo del lavoro, spesso con impieghi di livello in aziende leader a livello mondiale. Non a caso, nel 2016 IMT ha ricevuto da tutto il mondo ben 3.745 domande di ammissione su 34 borse di studio disponibili. Ma sono numerosi anche i riconoscimenti ottenuti dalla scuola a testimonianza del rilievo dei traguardi raggiunti: secondo una valutazione dell’ANVUR (Agenzia nazionale per la valutazione di Università e Istituti di Ricerca), l’istituto si è infatti guadagnato il primato italiano nel periodo 2004-2010 nell’ambito del settore «Economia e statistiche», che comprende anche le tematiche della gestione, dell’economia politica e della storia economica. Recentemente, poi, la scuola è risultata la prima università italiana per quello che riguarda i percorsi di dottorato e ricerca secondo la classifica indipendente U-Multirank, che valuta la qualità del sistema universitario internazionale, attestandosi al 22esimo posto mondiale anche davanti a realtà come la Bocconi (29esima) e il politecnico di Milano (37esimo). IMT rappresenta soprattutto un’opportunità per Lucca e il suo territorio: non una realtà autoreferenziale, ma un’istituzione in grado di dialogare con il tessuto sociale, economico e culturale della città e della provincia, diventandone un elemento trainante, interlocutore privilegiato dotato di competenze e soluzioni. Ed è pensando a queste prospettive che mi auspico l’affermarsi di un costante processo di contaminazione con la città, il sistema economico e produttivo e il mondo della scuola, nell’obiettivo comune di una crescita di tutta la collettività. Proprio per questo, la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, con la mediazione di FLAFR, sostiene IMT fino dalla sua nascita, intravedendo le eccezionali potenzialità dei progetti realizzati e, più in generale, ritenendo l’attività della Scuola un significativo, tangibile valore aggiunto per il territorio e per l’intera collettività. Marcello Bertocchini Direttore della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca
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PIANO La Scuola IMT Alti Studi Lucca continua a crescere. E con lei, la città Barbara Argentieri e Arianna Bottari
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el cuore di Lucca, in uno dei complessi architettonici più belli della città, quello del Convento di San Francesco, ha sede la Scuola IMT Alti Studi Lucca, una delle sei scuole italiane di eccellenza dedicate all’alta formazione. Nata nel 2005 da un’idea innovativa, frutto della collaborazione fra la finanza locale, la politica e il mondo dell’istruzione superiore, la Scuola è oggi un’istituzione accademica di rilevanza internazionale che accoglie i migliori studenti e ricercatori di tutto il mondo. Qui, grazie a un programma di ricerca interdisciplinare articolato nelle quattro macro aree di economia, informatica e ingegneria dei sistemi, valorizzazione dei beni culturali e neuroscienze, si formano profili di alto livello nei campi delle discipline sociali, tecnologiche e scientifiche. Scuola a ordinamento speciale, come la Scuola Normale Superiore e la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, lo IUSS di Pavia, la SISSA a Trieste e il Gran Sasso Science Institute, IMT si occupa di formazione post laurea con un approccio innovativo, multidisciplinare e trasversale che si basa sul dialogo tra scienze e saperi anche molto differenti tra loro per fornire agli allievi gli strumenti e le conoscenze necessarie per comprendere e gestire la complessità dei sistemi economici, tecnologici e sociali che caratterizzano l’epoca contemporanea. Un approccio vincente, a quanto pare, visto che nelle classifiche redatte periodicamente dalle agenzie internazionali che valutano le università di tutto il mondo la Scuola IMT ottiene in maniera costante ottimi risultati. L’analisi più recente è quella stilata nell’aprile scorso da U-Multirank, ranking ufficiale della Commissione Europea. Qui la Scuola IMT risulta prima assoluta tra le 44 scuole di dottorato italiane, davanti all’Università Bocconi di Milano e al Politecnico di Bari. Eccellente anche il risultato ottenuto nel campo dell’internazionalizzazione, dove a livello italiano IMT
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si è aggiudicata ancora un primo posto grazie alla grande capacità di attrarre studenti stranieri. Su scala mondiale, infine, la Scuola risulta essere la terza tra le università nate dopo il 1980. Ciò che però attesta in modo indiscutibile il valore e la reputazione di IMT è l’incredibile numero di richieste di accesso che provengono da studenti di tutto il mondo. In soli dieci anni di attività, si è passati dalle 230 domande nell’anno accademico 2005-2006 alle 3.745 del bando per l’ammissione al nuovo ciclo di dottorato, iniziato nel mese di novembre. Per comprendere meglio la portata di queste cifre, basta confrontarle con quelle della vicina Università di Pisa che l’anno passato non ha raggiunto quota 900 domande per i 211 posti che aveva a disposizione. Ad oggi sono 231 gli allievi che hanno ricevuto il diploma di dottorato a IMT mentre gli studenti attualmente iscritti sono 150. Per accedere alla Scuola è prevista una severa selezione che porta a individuare gli allievi migliori a cui assegnare le borse di studio messe a disposizione dal Ministero. Tutti gli studenti della Scuola, infatti, sono borsisti e vivono nel bellissimo campus residenziale di IMT, frutto del restauro e della riqualificazione del Complesso conventuale di San Francesco voluto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e conclusosi nel 2013. Per il ciclo di dottorato in corso, tra le oltre tremilasettecento candidature pervenute, sono stati selezionati 142 studenti che hanno sostenuto i colloqui di ammissione. Tra loro sono stati individuati i 34 nuovi allievi, di cui 20 sono italiani e 14 stranieri, provenienti da Croazia, Cuba, Egitto, Germania, India, Kazakhstan, Federazione Russa, Spagna, Turchia e Stati Uniti. Grazie a questi risultati, la Scuola IMT rappresenta indiscutibilmente una delle risposte più efficaci al fenomeno della fuga dei cervelli, in quanto si dimostra capace di trattenere nel nostro Paese i migliori studenti e di attrarre quelli provenienti dall’estero. La selezione in base al merito e un accurato scouting internazionale sono alla base anche
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LA SCUOLA IMT ALTI STUDI LUCCA CONTINUA A CRESCERE. E CON LEI, LA CITTÀ
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IMT, l’eccellenza nei docenti
Il corpo docente di IMT rappresenta senza dubbio il fiore all’occhiello della Scuola di eccellenza lucchese. Reclutati attraverso severe selezioni e concorsi internazionali, con un’età media di 45 anni (una media eccezionalmente bassa nel panorama accademico del nostro Paese), tutti i docenti di IMT vantano esperienze prestigiose in università italiane ed estere e collaborazioni con importanti enti di ricerca e istituzioni mondiali. Caratteristiche che garantiscono agli allievi una formazione di respiro internazionale e permettono alla Scuola di aprire orizzonti di ricerca sempre nuovi. I professori ordinari di IMT sono nove. Tra loro Alberto Bemporad, direttore di IMT dal 2012 al 2015, specializzato in automatica e ingegneria dei sistemi di controllo; il fisico Guido Caldarelli, esperto di reti complesse, attualmente vice-presidente della Complex Systems Society e membro della SNP Division of European Physical Society; Lorenzo Casini, professore ordinario di diritto amministrativo, dall’aprile 2014 consigliere giuridico del Ministro dei beni e della attività culturali e del turismo; Maria Luisa Catoni, docente di Storia dell’arte antica e archeologia, direttore della Scuola dei beni e delle attività culturali e del turismo del Mibact; Rocco De Nicola, professore di informatica e computer science, autore del primo libro bianco sulla cyber security in Italia; Fabio Pammolli, economista che ha diretto la Scuola dalla sua
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nascita fino al 2012 e che nel novembre 2015 è stato nominato membro del Comitato investimenti del Fondo europeo per gli investimenti strategici della BEI; Pietro Pietrini, professore di Biochimica Clinica e Biologia Molecolare Clinica, specializzato nello studio delle basi cerebrali delle funzioni cognitive e del comportamento umano in condizioni fisiologiche e in presenza di disturbi mentali e direttore della Scuola IMT dal novembre 2015; Massimo Riccaboni, esperto di economia industriale e economia della scienza; Andrea Vindigni, esperto di economia politica. C’è poi l’economista Davide Ticchi, attualmente in convenzione presso l’Università Politecnico delle Marche. I professori associati sono invece cinque. Irene Crimaldi è una matematica lucchese tornata a insegnare nella sua città natale dopo importanti esperienze in altri atenei; Marco Paggi, professore di scienze delle costruzioni, membro della Young Academy of Europe; Emanuele Pellegrini, professore associato di Storia dell’arte, fondatore e membro della direzione di patrimoniosos.it, uno dei principali siti italiani di informazione sul patrimonio culturale; Emiliano Ricciardi, professore di psicobiologia e psicologia fisiologica, attivo in diverse società scientifiche internazionali tra cui l’International Organization of Psychophysiology (IOP); l’ingegnere informatico Mirco Tribastone, esperto di analisi di modelli su larga scala.
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della scelta dei docenti e dei ricercatori della Scuola IMT. Attualmente la Scuola ospita 15 professori (14 di ruolo e uno in convenzione con l’Università Politecnica delle Marche) e 35 ricercatori. A questi si aggiungono i molti visiting professor (24 solo negli ultimi dodici mesi) che ogni anno tengono a IMT seminari e conferenze. Anche per loro, come per gli allievi dei corsi di dottorato, il campus di IMT rappresenta il luogo ideale per dar vita a progetti didattici e di ricerca innovativi, per sviluppare idee e pro-
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Oltre a volersi affermare sempre più come istituzione accademica di livello internazionale, la Scuola IMT ha tra i suoi obiettivi quello di dare un contributo concreto allo sviluppo della cultura e dell’economia del Paese e del territorio lucchese che la ospita. Da qui nasce una rete di collaborazioni, in continuo sviluppo, che in ambito locale, negli anni ha coinvolto enti come il Comune di Lucca, l’Azienda USL2, la Camera di Commercio di Lucca, la Confindustria, ma anche importanti aziende come la Fabio Perini Spa e le due principali realtà locali che si occupano di trasferimento tecnologico e di ricerca industriale, Lucense e Polo Tecnologico Lucchese. L’esempio più recente di collaborazione per lo sviluppo del territorio ha visto la Scuola impegnata in una ricerca commissionata da Lucca Comics & Games e dedicata alla manifestazione rivolta al mondo dei fumetti e dei giochi. L’obiettivo dello studio era la misurazione dell’impatto su scala regionale, nazionale e internazionale di un evento che negli anni, da piccolo salone qual era, è arrivato ad attrarre l’industria dell’intrattenimento a livello mondiale e coinvolgere l’intera città e le strutture di un ampio territorio.
durre pubblicazioni di grande interesse per il mondo scientifico internazionale. Solo per fare due esempi, è a IMT che è nato il primo libro bianco sulla cyber security in Italia, redatto dal professor Rocco De Nicola insieme a Roberto Baldoni dell’Università La Sapienza di Roma, ed è da qui che partono le ricerche (che stanno avendo risonanza mondiale) dedicate al fenomeno attualissimo della diffusione delle notizie false sui social network, le cosiddette ‘bufale’, analizzate dal CSSLab guidato dal professor Walter Quattrociocchi.
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LA SCUOLA IMT ALTI STUDI LUCCA CONTINUA A CRESCERE. E CON LEI, LA CITTÀ
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«Impact! Dalla fantasia di fumetti e giochi alla realtà socio-economica», lo studio di IMT dedicato ai Comics
Cinquant’anni di Lucca e Comics and Games. Cinquant’anni segnati da un’incredibile evoluzione che ha riguardato la manifestazione (tra le più grandi al mondo nel suo genere e sicuramente la più frequentata in Italia) ma anche la città, con i suoi residenti e le attività che ospita. Ma quali sono realmente gli effetti economici e sociali di un evento come i Comics sul territorio lucchese e toscano? Qual è l’identikit del visitatore? Le domande se le sono poste gli organizzatori della manifestazione, le risposte sono arrivate dai ricercatori dell’Unità di Ricerca LYNX, il centro per l’analisi interdisciplinare delle immagini della Scuola IMT Alti Studi Lucca guidato da Maria Luisa Catoni, che per quasi un anno hanno analizzato i dati raccolti durante l’edizione del 2015. Oltre settemila i questionari compilati, una sessantina le interviste a pubblico ed espositori e un costante monitoraggio dei social network e di Facebook in particolare. I risultati dello studio denominato «Impact! Dalla fantasia di fumetti e giochi alla realtà socio-economica» hanno fotografato una situazione che fa sperare per il meglio per i prossimi 50 anni di vita della manifestazione, come hanno scherzosamente auspicato e sottolineato gli organizzatori. Il pubblico dei Comics è composto per il 60% di uomini e per il 40% di donne, ha una buona istruzione e la propensione a impiegare il proprio tempo libero in attività come la lettura, lo sport e vari tipi di eventi culturali di alto profilo. I visitatori sono assidui frequentatori del web e, ovviamente, grandi appassionati di giochi da tavolo e giochi di ruolo ma il 55% di loro, quando è a Lucca, non si limita al mondo dei fumetti e dei games e visita anche i monumenti e i musei della città, spesso facendo tappa nelle città d’arte vicine. Il visitatore tipo, inoltre, è decisamente fedele alla manifestazione: la media della partecipazione è
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di quattro edizioni e l’11% del pubblico ha partecipato all’evento più di dieci volte, anche grazie al livello di soddisfazione garantito dall’esperienza, che per il 91% dei visitatori è buona o molto buona. Lo studio di IMT ha fatto luce anche sulle modalità che regolano i soggiorni e i pernottamenti durante i Comics che fino ad oggi non era stato analizzato nel dettaglio. Grazie alla grandissima affluenza di pubblico le strutture ricettive lavorano a pieno regime e non solo quelle di Lucca, dove più della metà dei visitatori intervistati sceglie di soggiornare, ma anche quelle di una zona ben più vasta che comprende Pisa, Viareggio, Montecatini, Pistoia e Prato, con una media di tre pernottamenti a persona (anche se c’è chi si ferma a Lucca addirittura dieci giorni). Ma è passando alla quantificazione dei dati di interesse economico che si aprono gli scenari più interessanti tra quelli scaturiti da questo studio. Nel 2015, infatti, il solo pubblico pagante – non sono state considerate quindi le spese degli espositori, del pubblico non pagante e della stessa organizzazione del Lucca Comics & Games – ha generato una spesa complessiva di 27,5 milioni di euro, che si traducono in circa 230 euro a visitatore. Oltre al pubblico, che costituisce il principale attore di questo fenomeno in costante crescita, lo studio ha analizzato anche le motivazioni, le opinioni e le attività degli espositori che rappresentano un’altra fondamentale fonte di ricaduta economica e rendono possibile la sostenibilità dell’evento nel futuro. Insomma, dalla ricerca sono arrivati dati che senza dubbio hanno aiutato a celebrare con ancora maggiore entusiasmo il cinquantesimo compleanno della manifestazione e permettono di iniziare a programmare in maniera ottimale le edizioni dei prossimi anni.
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La divulgazione scientifica è un altro degli aspetti fondanti del rapporto tra la Scuola e il territorio. Negli anni IMT, così come è consuetudine soprattutto nelle Università d’oltralpe e statunitensi, ha promosso tantissimi eventi rivolti ai giovani delle scuole e alla cittadinanza per rendere fruibile e comprensibile il lavoro di studio e di ricerca portato avanti dalla Scuola. Tra questi, il più recente è stato «Bright, la notte dei ricercatori in Toscana».
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Bright 2016, per conoscere le attività di ricerca
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l 30 settembre Lucca è tornata ad accendersi di ricerca con «Bright 2016: la notte dei ricercatori». Per il secondo anno consecutivo il campus di IMT si è aperto alla città, dando a tutti la possibilità di conoscere da vicino l’importante lavoro che i ricercatori svolgono quotidianamente per lo sviluppo della società e il miglioramento della qualità della vita di ogni cittadino. Lucca, dunque, ancora una volta era tra le 300 città europee che hanno aderito alla manifestazione promossa dall’Unione Europea. In Toscana l’evento è stato organizzato da IMT insieme alle Università di Siena, Firenze e Pisa, alla Scuola Superiore Sant’Anna, alla Scuola Normale Superiore e al CNR di Pisa, all’Università per Stranieri di Siena, all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e all’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Pisa. Visto il successo della prima edizione, quest’anno la Scuola IMT ha voluto fare di più e ha organizzato una serie di eventi collaterali dedicati alla divulgazione scientifica che si sono svolti durante la settimana di «Bright». Una sorta di introduzione a «La notte dei ricercatori», quindi, che ha visto ricercatori, studenti e professori impegnati in conferenze e visite guidate, realizzate in collaborazione con molti enti e associazioni della città. Da «Bufale e porchetta: Internet e le informazioni false», appuntamento conviviale organizzato da Walter Quattrociocchi, ricercatore e coordinatore del Laboratorio di Computational Social Science della Scuola IMT alla «Conversazione su mostre e musei» curata dal professore di Storia dell’arte di IMT Emanuele Pellegrini e tenutasi al Museo nazionale di Villa Guinigi, passando per la visita guidata alla mostra permanente della Fondazione Barsanti e Matteucci, alla scoperta della storia del motore a scoppio, fino alla proiezione del capolavoro di Charlie Chaplin Tempi moderni (in collaborazione con il Cineforum Ezechiele 25,17) che ha visto la partecipazione del direttore della Scuola, Pietro Pietrini, che ha condotto un interessante dibattito sui temi dell’alienazione. Insomma, una serie di appuntamenti aperti al pubblico, tutti ovviamente gratuiti, volti ad abbattere il muro che spesso rende difficile per la gente comune comprendere il senso e il valore della ricerca. Muro crollato in maniera definitiva il 30 settembre, quando il campus di IMT, nel bellissimo complesso di San Francesco, si è riempito di gente accorsa per prendere parte a «Bright». Grazie a un linguaggio coinvolgente e divulgativo, giovani, adulti, bambini e famiglie hanno riempito i chiostri per assistere a dimostrazioni pratiche, parlare con studenti e ricercatori, partecipare a conferenze ed esperimenti scientifici e prendere parte alle visite guidate ai laboratori, al complesso di San Francesco e alla biblioteca di IMT. Una grande festa che ha coinvolto, incuriosito, meravigliato grandi e piccini e che è proseguita fino a tarda notte, con le esibizioni di danza e il concerto andati in scena sul grande palco di piazza San Francesco, dove anche chi non aveva avuto la possibilità di prendere parte alle iniziative pomeridiane di «Bright», ha potuto assaporare il bel clima creatosi ancora una volta intorno a una «Notte dei ricercatori» più stellata che mai e che, prima di spegnere le luci, per voce del direttore Pietro Pietrini, ha dato appuntamento al 2017, con la promessa di un programma ancora più ricco. B.A. A.B.
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Parla il Direttore Pietro Pietrini
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al novembre 2015 la direzione della Scuola è affidata a Pietro Pietrini, professore di Biochimica Clinica e Biologia Molecolare Clinica, psichiatra e neuroscienziato di fama mondiale. Il Direttore, come prevede lo statuto di IMT, è stato nominato dal Consiglio Direttivo «tra professori ordinari di riconosciuta qualificazione scientifica a livello internazionale e con una profonda conoscenza del sistema della ricerca in Italia e all’estero». La nomina di Pietrini ha come obiettivo principale sviluppare le linee di attività di IMT e rafforzare la sua posizione nel panorama nazionale e internazionale, facendo leva soprattutto sulla multidisciplinarietà, che rende unica l’offerta formativa della Scuola d’eccellenza lucchese. Una caratteristica, questa, che trova un importante riscontro nella carriera professionale del Direttore, che proviene da una lunga esperienza all’Università di Pisa, dove ha dato vita a un gruppo di ricerca integrato e aperto linee di ricerca innovative. I suoi studi, infatti, hanno portato a pubblicazioni congiunte in numerosi campi, come ad esempio la linguistica, la bioingegneria, l’economia e l’informatica, accolte dalle più autorevoli riviste scientifiche. A un anno dalla sua nomina, quali le conferme e quali i cambiamenti. La Scuola continua a crescere, rafforzando il suo ruolo di prim’ordine in Italia e all’estero. Le conferme ci arrivano dalle classifiche nazionali e internazionali. Sono stati ottimi i risultati ottenuti da IMT nella prima Valutazione della Qualità della RicercaVQR (2004-2010) effettuata dall’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR). I ricercatori di IMT applicano metodi all’avanguardia per generare conoscenza, applicare conoscenza nella risoluzione di problemi di natura economica, industriale, sociale e culturale, e trasmettere conoscenza attraverso i corsi di dottorato e i seminari. Partendo dal principio fondamentale dell’eccellenza scien-
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tifica, che si applica a tutti i livelli della comunità di ricerca di IMT, la Scuola mira a sviluppare ricerche innovative e acquisire una sempre maggiore visibilità internazionale. Questo approccio ha dato ottimi frutti. Nella VQR, la Scuola si è classificata prima a livello nazionale nell’area delle Scienze economiche e statistiche, ottenendo un punteggio di 2,83/3; ha inoltre ottenuto un punteggio medio per pubblicazione pari a 0,91/1 (quasi tre volte quello della media nazionale) e risultati della ricerca quattro volte superiore alla media nazionale. L’eccellenza di IMT è stata recentemente confermata anche da U-Multirank, il ranking ufficiale della Commissione Europea, che analizza le performance universitarie sulla base di una trentina di indicatori relativi a insegnamento e apprendimento, coinvolgimento dei territori, trasferimento delle conoscenze, internazionalizzazione e ricerca, e che ci pone ai primissimi posti in Italia e nel mondo. I nostri docenti, inoltre, si posizionano molto bene nelle graduatorie di merito mondiali e fanno parte di organi di consultazione nazionale e internazionale di alto profilo, quali ministeri e commissioni europee. Tutto questo ci conferma che le basi su cui si fonda la Scuola, costituite da multidisciplinarietà, meritocrazia e integrazione orizzontale tra materie differenti, sono solide e rispondono in pieno agli standard di eccellenza richiesti a un’istituzione di alti studi come la nostra. Tra le novità più recenti, c’è l’introduzione di un nuovo programma di dottorato dedicato alle neuroscienze. In dieci anni di attività IMT ha raggiunto traguardi importanti ma la Scuola guarda al futuro e continua a crescere. Con l’anno accademico appena iniziato, infatti, abbiamo aggiunto ai tre programmi di dottorato esistenti (economia, management science e sistemi complessi; informatica e ingegneria dei sistemi; beni culturali) quello dedicato alle neuroscienze cognitive e sociali, altamente multidisciplinare e che ben si integra con i curricula già presenti.
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PARLA IL DIRETTORE PIETRO PIETRINI
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Le neuroscienze hanno fortemente modificato e continuano a ridisegnare le metodologie di studio del comportamento umano in ambito economico, sociale, ingegneristico e giuridico. Allo stesso modo, i grandi sviluppi dell’informatica, dell’ingegneria e della fisica rivestono un ruolo di assoluto rilievo nel progresso delle neuroscienze e della comprensione del funzionamento del cervello umano. Come esempio basti pensare agli studi sull’intelligenza artificiale e sui sistemi di apprendimento automatico e allo sviluppo di interfacce che rendono possibile uno scambio di informazioni tra cervello umano e computer. Ne consegue che tra neuroscienze e le discipline ad oggi incardinate in IMT esiste un rapporto di reciproca influenza e di reciproco sviluppo, un’interazione piena, i cui limiti dipendono solo dalla creatività degli studiosi. Credo davvero che l’integrazione trasversale e multidisciplinare delle neuroscienze porterà la Scuola a divenire un centro di pensiero, di ricerca e di formazione unico nel contesto italiano e competitivo a livello internazionale, con iniziative che Università come Yale, Harvard, MIT stanno oggi adottando. Gli studenti sembrano apprezzare l’impostazione della Scuola. Il numero di candidati continua ad aumentare. Senza dubbio. Quest’anno abbiamo avuto un’impennata del 90 per cento delle richieste per accedere ai corsi di Dottorato di Ricerca per l’anno accademico 2016-2017, per un totale di 3745 domande. Se teniamo conto che le borse di studio a disposizione erano 34, abbiamo una media di 110 domande per ogni borsa. Una media incredibile, molto più alta di quella di altre scuole d’eccellenza. Il fatto, poi, che le richieste arrivino da tutto il mondo non fa che sottolineare la sempre più ampia visibilità che la nostra Scuola sta acquisendo nel panorama nazionale ed internazionale, ponendosi tra le istituzioni di formazione post-laurea di riferimento nel nostro Paese.
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La Scuola IMT peraltro può contare su una bellissima struttura come il campus residenziale. Il campus residenziale è un altro dei punti di forza di IMT. Non solo per la bellezza architettonica del complesso che lo ospita e che per sua natura invita allo studio e alla riflessione, ma per l’opportunità di confronto quotidiano che consente. Un confronto tra studenti, ricercatori e docenti con formazioni diverse, provenienti da tutte le parti del mondo, con un retroterra culturale e sociale variegato, che vivendo nello stesso complesso possono scambiarsi visioni e prospettive complementari da cui nascono progetti innovativi, che travalicano i confini delle singole discipline e che prendono quel ‘taglio’ al quale nessuno fino ad allora aveva pensato. Questa visione aperta e coraggiosa è la vera essenza dell’innovazione e dell’avanzamento della conoscenza. Cosa altro deve essere un’istituzione universitaria, e a maggior ragione una Scuola di Alti Studi, se non il depositario di un patrimonio di conoscenze e allo stesso tempo il luogo ove trovare strumenti e energie per sfidare quelle conoscenze acquisite nel corso di decenni, magari fino a sovvertirle completamente? La Scuola IMT è un’istituzione che rappresenta un unicum per l’Italia. La sinergia tra pubblico e privato può davvero funzionare? La Scuola IMT è la dimostrazione concreta che pubblico e privato insieme possono dar vita ad una istituzione di alta formazione di grande qualità. Da un lato abbiamo la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca che, attraverso la Fondazione Lucchese per l’Alta Formazione e la Ricerca, è stata fondamentale per far nascere la Scuola e per farla crescere mettendo a disposizione risorse e strutture. Dall’altro abbiamo il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca che sostiene la Scuola attraverso il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) riservato alle Università. Proprio grazie ai meccanismi virtuosi adottati dalla Scuola e agli obiettivi rag-
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PARLA IL DIRETTORE PIETRO PIETRINI
giunti già l’anno scorso, il Ministero ha riconosciuto significativi incrementi del FFO e delle posizioni per il corpo docente. Quali sono i progetti per il prossimo futuro? L’offerta formativa della Scuola crescerà sia attraverso l’incremento del numero degli allievi dei corsi di dottorato, sia mediante l’attivazione di corsi di master, a cominciare dall’area economica (importante anche per i rapporti con la realtà imprenditoriale del territorio), sia dando vita ad un programma di lauree specialistiche innovative in lingua inglese in compartecipazione con le altre scuole di eccellenza italiane, in particolare con la Scuola Superiore Sant’Anna e la Scuola Normale Superiore, come pure con le Università toscane. Questo processo prevede anche lo sviluppo del corpo docente della Scuola, che arriverà nei prossimi anni ad avere oltre venti professori di ruolo. Lo scopo dunque è quello di portare la Scuola IMT a diventare sempre più un nodo cruciale della rete dell’alta formazione nazionale ed internazionale. Il legame con il territorio è sempre stato fondamentale per la Scuola. Sta dando i risultati sperati? Portiamo avanti con soddisfazione un dialogo sempre più ampio con il territorio, che speriamo si possa rafforzare nel tempo. IMT si è fatta promotrice negli ultimi anni di molti progetti che hanno visto il coinvolgimento di imprese, enti e istituzioni locali e regionali. Basti pensare alla collaborazione intrapresa recentemente con Confindustria Toscana Nord, che ha portato a Lucca un centinaio di esperti del settore dell’ingegneria dei materiali, a quella con Federmanager Toscana, che ha visto dirigenti e quadri da tutta la regione ritrovarsi nel complesso di San Francesco per discutere di cyber security. E ancora il lancio di Jotto, l’Ufficio di Trasferimento Tecnologico congiunto, costituito insieme alla Scuola Normale Superiore e alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa per promuovere l’interazione con il mondo imprenditoriale.
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Un altro aspetto che curiamo con particolare attenzione sono i progetti di divulgazione scientifica rivolti ai non addetti ai lavori. Vogliamo far conoscere il significato e le ricadute delle ricerche condotte da IMT, così come in uso nel sistema anglosassone di gestione trasparente che prevede la rendicontazione di cosa si fa e di come vengono utilizzati i finanziamenti pubblici che si ricevono. Per noi è un dovere morale. Tra gli eventi importanti dell’anno accademico appena conclusosi, mi piace ricordare la «Settimana del cervello», iniziativa ricca di iniziative che ha portato Lucca nella rete mondiale della Brain Awareness Week promossa dalla Fondazione americana Dana che ha avvicinato grandi e piccini alla conoscenza di come funziona il nostro cervello. L’anno accademico si è chiuso con l’evento «Bright. La notte dei ricercatori in Europa», in realtà una vera e propria settimana densa di iniziative di divulgazione scientifica realizzata in collaborazione con le altre Università toscane e con il fondamentale sostegno della stessa Regione Toscana, che ci ha permesso di vincere anche un finanziamento della Comunità Europea per questa iniziativa. Insomma, la Scuola è in continua crescita ed è sempre più presente non solo in ambito in-
ternazionale, dove da tempo si è affermata, ma anche a livello locale dove il nostro obiettivo principale è renderla un’opportunità di sviluppo per il territorio e di crescita culturale per i cittadini. Riteniamo che l’impostazione multidisciplinare della ricerca che contraddistingue la Scuola possa offrire spunti innovativi per una sempre più efficace ed intensa collaborazione con le realtà culturali e imprenditoriali del territorio, con un’applicazione dei risultati dei nostri studi in contesti economici e produttivi. Confidiamo che questi progetti, unitamente alle iniziative di divulgazione scientifica rivolte alla cittadinanza, possano nel tempo favorire un sempre maggiore consolidamento della Scuola nella città che la ospita. In quest’ottica, merita menzionare un progetto nato in questi ultimi mesi dal confronto tra noi Direttori delle Scuole ad ordinamento speciale del nostro Paese. È nostra intenzione dar vita ad una rete di stretta collaborazione finalizzata allo sviluppo di un progetto di Alta Formazione capace di attrarre i migliori studenti da tutto il mondo. Questo progetto, che vede una oculata condivisione di risorse e di competenze, porterà anche Lucca a diventare un nodo centrale della vita scientifica e culturale di eccellenza italiana.
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IN CORSO … e il naufragar m’è dolce in questo mare Pierina Magrofuoco
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due passi dal mare della Versilia, esiste un luogo dove è possibile naufragare con il cuore e con la mente. Un luogo dove, come per magia, da giugno ad agosto, passeggiando lungo la pista Fiori di Loto, si può assistere alla magnifica fioritura di questi delicati fiori, che fanno capolino dall’acqua all’interno di una delle più grandi coltivazioni d’Italia. Un percorso straordinario, immerso in un’oasi di pace, che ogni anno porta a Massarosa un numero sempre crescente di visitatori attratti da uno spettacolo unico.
Massarosa e i fiori di loto
IL PERCORSO FIORI DI LOTO
Realizzata dal Comune di Massarosa nel 2015, la pista ciclopedonale Fiori di Loto ha una lunghezza di circa 1.500 metri e collega la stazione ferroviaria di Bozzano-Massarosa e la vicina area commerciale a Massarosa Capoluogo, al Parco dei Caduti di Nassyria e alla zona dove si trovano i campi sportivi, il polo scolastico e la piscina comunale. Progettata con criteri innovativi e rispettosi dell’ambiente, la pista è stata realizzata in parte in piano e in parte tramite una passerella sopraelevata che permette di passare agevolmente sopra alcuni tratti di padule.
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… E IL NAUFRAGAR M’È DOLCE IN QUESTO MARE
L’utilizzo di legno di larice, che si accorda perfettamente con la vegetazione dominante rappresentata dai canneti, l’uso di terra stabilizzata per disegnare e ritmare il percorso ciclabile, filari di pioppi cipressini, arbusti tipici della macchia mediterranea, gelsomini e glicini fanno da cornice a un itinerario ecologico, che scorre, in parte in parallelo con la linea ferroviaria Viareggio-Massarosa. Il tracciato, immerso nel verde, rappresenta inoltre una valida alternativa al percorso veicolare della Sarzanese e, nelle intenzioni dell’amministrazione comunale di Massarosa, è destinato ad essere integrato all’interno di un percorso di piste ciclabili più ampio che permetta di collegare Massaciuccoli a Viareggio utilizzando anche parte delle strade bianche già esistenti nella zona della Bonifica.
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GIOVANI E AGRICOLTURA: PROSPETTIVE DI SVILUPPO
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A Massarosa un focus su agricoltura e giovani L’esperienza della coltivazione dei fiori di loto, le possibilità offerte dall’agricoltura ai giovani, passando per la botanica, l’economia aziendale e le politiche agricole della regione Toscana. Questi sono stati gli argomenti trattati durante il convegno Giovani e agricoltura: prospettive di sviluppo organizzato nel luglio 2016 dal Comune di Massarosa e Anci Toscana, con il prestigioso patrocinio dell’Accademia dei Georgofili di Firenze. Premessa al convegno è stata proprio la visita, alla quale ha partecipato anche l’assessore regionale alle politiche agricole Marco Remaschi, all’azienda agricola Carla Lazzotti di Bozzano, che si occupa della coltivazione di fiori di loto da più di 50 anni. L’azienda è una delle poche realtà di coltivazione di fiori di loto esistenti in Toscana e ha un’estensione pari a circa 70.000 metriquadrati coltivati a fior di loto, 15.000 coltivati a fronde e altro e 1.500 coltivati a oliveti. Un appuntamento inserito nel quadro delle iniziative promosse da Anci Toscana e relative
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1. Franco Mungai sindaco del Comune di Massarosa e il professor Paolo Tomei 2. da sinistra verso destra: Mariano Donati, assessore all’agricoltura del Comune di Massarosa; Marco Remaschi assessore alle politiche agricole della Regione Toscana; Franco Mungai; Paolo Tomei; Franco Grossi e Riccardo Brocchini, moderatore del convegno
all’istituzione del tavolo tecnico sulla valorizzazione dei prodotti agro-alimentari, a cui l’amministrazione comunale di Massarosa ha aderito. Al convegno, che è stato moderato dal consigliere delegato ai finanziamenti comunitari Riccardo Brocchini, hanno partecipato il sindaco Franco Mungai, l’assessore all’agricoltura, Mariano Donati, il referente agricoltura e sviluppo rurale Anci Toscana, Patrizio Mungai, il docente di botanica generale e sistematica del Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Agroambientali dell’Università di Pisa, Paolo Tomei, il professore di economia agraria all’Istituto tecnico Busdraghi di Lucca, Franco Grossi, l’accademico Simone Orlandini dell’Accademia dei Georgofili. I FIORI DI LOTO (Nelumbo nucifera)
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«Con il termine ‘loto’ – ci spiega il professor Paolo Tomei, docente di botanica generale e sistematica del Dipartimento di Scienze Agrarie di Pisa – si intende una specie vegetale il cui nome scientifico è Nelumbo nucifera (della famiglia Nelumbonaceae); una pianta acquatica diffusa nelle paludi dell’Asia orientale e dell’Australia Nord-occidentale. Il loto è caratterizzato da un robusto rizoma, caratteristiche foglie peltate e grandi fiori rosa. Esiste anche un’altra specie, Nelumbo lutea, che vive nel continente americano ed è diffusa dagli Stati Uniti orientali alla Colombia: si differenzia essenzialmente da N. nucifera per avere i fiori gialli». Il loto asiatico non è da confondersi con la pianta raffigurata nei dipinti presenti nelle tombe dell’Egitto faraonico: quelle specie, infatti, appartengono alla famiglia delle Nymphaeaceae e precisamente si tratta di Nymphaea coerulea – a fiore azzurro – e N. lotus – a fiore bianco. Nelumbo nucifera fu introdotto in Egitto non prima del periodo persiano (IV secolo a.C.). In Europa il loto compare come coltivato alla fine del 1600 e, in Italia, viene introdotto in natura proprio in Toscana, dal professore Biagio Longo, che agli inizi del XX secolo lo immise nella tenuta di Coltano, a Pisa. A questo pro-
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… E IL NAUFRAGAR M’È DOLCE IN QUESTO MARE
posito egli così si esprime: «Da esso [riferendosi all’esemplare che cresceva nel laghetto dell’Orto Botanico pisano] provengono tutte le piante che ho distribuite, come pure le piante che nelle primavera del 1917 misi in due fossi a Coltano – avanti ai palazzi – ove, anche a causa del fondo naturale dei fossi stessi, hanno preso uno sviluppo straordinario, essendovisi già esteso per una lunghezza di oltre 100 metri». La specie era coltivata nell’Orto Botanico di Pisa già nel 1866, come attesta un campione ivi raccolto in quell’anno dal professore Giovanni Arcangeli il cui exsiccatum è presente nel suo erbario personale, oggi conservato nel Museo botanico dell’Università di Pisa. «Successivamente – continua Tomei – il loto passò nelle paludi di Massaciuccoli, forse per opera del conti Spada, ed oggi le ricche popolazioni di questa specie ne caratterizzano il territorio». QUALCHE CURIOSITÀ UN FIOR FIORE DI TESSUTO. Dal fiore di loto,
e per l’esattezza dai gambi, si ricava una straordinaria fibra. Loro Piana, una delle più prestigiose aziende italiane, ne ha addirittura brevettato il marchio e utilizza il pregiato tessuto per la produzione di capi d’abbigliamento, grazie ad una cooperazione con il popolo Intha, che vive da secoli sulle rive del Lago Inle nel Myanmar, da cui trae il proprio sostentamento in totale armonia con la natura. Con un diametro medio che varia da 3 a 5 micron, il fior di loto è tra le fibre tessili più fini al mondo, estremamente più sottile delle altre fibre vegetali, come il cotone o il lino. Questa incredibile finezza fa sì che siano necessari ben 13.000 metri di filo, pari a 26.000 gambi, per ogni singolo taglio da giacca. Per le sue qualità, il fior di loto può essere paragonato a una microfibra vegetale. Il tessuto che ne deriva ha un aspetto tra il lino antico e la seta grezza, a trama irregolare. I filamenti, estratti dai gambi, devono essere lavorati manualmente entro le successive 24 ore, per evitarne il deterioramento. Il filo, che si ottiene
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unendo i filamenti di 3-5 gambi, viene ‘frottato’, ovvero grossolanamente ritorto sfregando le fibre su un piano, e successivamente filato e tessuto a mano con strumenti antichi. Una produzione artigianale dalla quale si ottengono solo 120 grammi di filo al giorno e 50 metri di tessuto al mese. IL LOTO IN CUCINA E IN MEDICINA. Il loto nei
paesi d’origine ha assunto usi e significati diversi. I suoi frutti sono commestibili e in Estremo Oriente vengono largamente consumati. Di questa pianta non si butta via nulla poiché i semi essiccati possono essere mangiati come salatini, cucinati come popcorn o costituire un ingrediente per gustose zuppe; dagli stami si ottiene un tè profumato; le foglie possono essere utilizzate per avvolgere e contenere gli alimenti o essere lessate come verdure; i boccioli possono essere consumati crudi, come frutto; le radici, o meglio i rizomi, contengono una polpa bianca, di consistenza simile alla rapa, ma più delicata e meno amara che può essere usata per zuppe, croccanti chips o ridotta in farina. Sotto la denominazione generica di ‘loto’ in fitoterapia si possono intendere le seguenti piante che hanno caratteristiche e azioni piuttosto diverse. Nelumbium speciosum (sinonimi: Nelumbo nucifera, Nelumbum nelumbo) della famiglia Nymphaceae, denominato in italiano: Loto sacro, Giglio del Nilo. Utilizzi: diuretico, sedativo, refrigerante. Nymphaea edulis (sinonimi: Nymphaea esculenta) della famiglia Nymphaceae, denominato in italiano: Loto indiano. Utilizzi: diuretico, sedativo, refrigerante. Zizyphus jujuba (sinonimi: Zizyphus vulgaris, Zizyphus lotus, Rhamnus lotus) della famiglia Rhamnaceae, denominato in italiano: Giuggiolo selvatico, Loto di lotofagi, Zizzolo. Utilizzi: semi: antidepressivo; frutto: pettorale, emolliente, lassativo, mucillaginoso, depurativo; corteccia e foglie: astringente, tonico, stomachico.
TRA MITO E LEGGENDA: I LOTOFAGI, MANGIATORI DI FIORI DI LOTO (Lwtofágoi, Lotophági). Quando Ulisse al ritorno da Ilio
(Odissea, IX, versi 82-104), sta per doppiare il capo Malea, un vento che viene da nord lo respinge indietro lungo Citera. Al decimo giorno approda al paese dei Lotofagi, che ai messi inviati da Ulisse per ispezionare il luogo fanno cordiali accoglienze e dànno da mangiare il loto, il quale causa loro oblio del passato e desiderio di non partire più di là. Ulisse deve a forza trascinare sulla nave i messi. I Lotofagi vengono poi ricordati qua e là da autori greci e latini specialmente nell’uso di frasi come «mangiare il loto» o «partecipare della vita dei Lotofagi», che stanno a significare «dimenticare». Gli antichi li collocavano in generale sulle coste della Libia, nella zona della grande Sirte, o in un’isola dinnanzi alla piccola Sirte; talora invece nei pressi di Agrigento o di Camarina. Alcuni però collocavano i Lotofagi lontano, sulle sponde del mare esterno. Una via di mezzo circa la patria dei Lotofagi seguiva Artemidoro presso Strabone, considerando i Lotofagi originari del più lontano occidente e venuti più tardi sino nei pressi di Cirene. (Fonte Enciclopedia Treccani) UN FIORE SACRO. Nelumbo nucifera è considerato specie sacra dal Buddismo e dall’Induismo. Nel Buddismo in particolare il fiore di loto rappresenta il simbolo dell’illuminazione e della rigenerazione spirituale, in quanto, questa specie, pur affondando le radici e il rizoma nel fango, ne emerge linda e bellissima. A differenza di tutti gli altri fiori, infatti, quando il loto inizia a germogliare, si trova sotto l’acqua sporca di laghi o piccoli stagni, circondato da fango e melma e tormentato da pesci e insetti. Nonostante queste condizioni, il fiore di loto si fa forza e, crescendo, sale verso la superficie, emergendo lentamente dall’acqua in tutta la sua purezza, in tutto il suo splendore.
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L’Oratorio degli Angeli Custodi Iacopo Lazzareschi Cervelli foto Lucio Ghilardi
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a Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca prende sotto la sua tutela un altro importante pezzo del patrimonio monumentale architettonico urbano: l’Oratorio degli Angeli Custodi, uno scrigno del barocco lucchese, un piccolo tempio della storia musicale della città. Con un contratto di concessione in comodato d’uso della durata di venti anni, sottoscritto nel marzo e perfezionato a ottobre 2016, l’Ente Diocesano per le Opere di Culto e Religione – proprietario dell’immobile sacro per conto dell’Arcidiocesi di Lucca – affida alla Fondazione l’edificio con i suoi affascinanti arredi e i locali accessori di cui è dotato perché possa eseguirvi lavori di restauro, utilizzarlo e valorizzarlo per finalità culturali. In questo modo potranno essere affrontati i lavori più urgenti risolvendo gli annosi problemi che mettevano a serio rischio la conservazione della chiesa e dei suoi preziosi affreschi. Quindi si passerà al restauro complessivo del ricco apparato decorativo e degli arredi che lo rendono uno dei luoghi ‘nascosti’ più ammirati e speciali di Lucca.
quantità di architetture illusionistiche e figure, ma soprattutto per l’articolata presenza di grandi spazi sopraelevati pensati per ospitare gruppi corali e strumentali di una certa importanza. Sulla grande cantoria in muratura della controfacciata trova posto l’organo a canne, una più complessa cantoria con balaustre corre sul lato opposto, sopra la tribuna del presbiterio, allargandosi in tre ampi spazi coperti a volta che rendono ancora più scenografica la parte più sacra della chiesa. Un’articolazione architettonica importante pensata probabilmente già nel progetto iniziale; strutturale quanto la musica nella cultura, nella politica e nella società lucchese del Seicento e del Settecento, quando la città scandiva lo scorrere dei mesi, dei giorni del calendario e anche quello delle ore della giornata con un impressionante numero di esecuzioni musicali pubbliche, semipubbliche, religiose o profane in uno dei cuori europei dell’arte sonora. La cattedrale di San Martino fra il 1610 ed il 1615 era stata dotata di un secondo organo monumentale, quindi doppio organo e doppia cantoria, esempio seguito poi anche nelle chiese di San Romano e di Santa Maria Corteorlandini. Nelle chiese lucchesi in questo periodo ogni occasione era buona per organizzare esecuzioni e grandi liturgie sonore con gruppi corali e strumentali multipli e questo perfino nella Settimana santa, tanto da far arricciare il naso ai prelati più intransigenti. I musicisti lucchesi viaggiavano e lavoravano in importanti istituzioni musicali italiane e europee, come ad esempio Gioseffo Guami, organista e compositore a San Marco a Venezia, presso il duca di Baviera a Monaco con Orlando di Lasso e poi a Genova. Tre seminari (San Martino, San Michele in Foro e San Giovanni) offrivano un’istruzione musicale di alto livello, erano dotati di biblioteche fornite degli spartiti a stampa con le composizioni dei maggiori musicisti italiani del periodo, organizzavano intense attività vocali e strumentali. Diversi erano quindi i gruppi musicali stabili. Non è un caso che a Lucca si trovi una delle
MUSICA, TEATRO, ARTE E ISTRUZIONE NELL’ORATORIO DEGLI ANGELI CUSTODI
L’Oratorio degli Angeli Custodi è un edificio quasi invisibile nel contesto urbano. La sua presenza è ricordata chiaramente solo dal nome della via omonima ove sorge in parte nascosto da costruzioni più moderne che hanno sostituito gli orti e i giardini che fino alla metà dell’Ottocento lo circondavano. L’aspetto esteriore spartano dissimula la ricchezza dell’interno: una caratteristica che lo accomuna a molte altre architetture sacre e profane della Lucca barocca, inserite negli spazi urbanistici limitati e stratificati, spesso realizzate come ammodernamento di strutture molto più antiche. L’aula di forma allungata, coperta con una volta a botte a lunette, colpisce immediatamente non solo per le ampie superfici decorate con una multiforme e coloratissima 1
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L’ORATORIO DEGLI ANGELI CUSTODI
1. La statua lignea sull’arco della tribuna 2. La volta della tribuna 3. La cantoria occidentale con l’organo
2 foto Lucio Ghilardi
La musica rappresentava la principale e più diffusa espressione della cultura cittadina, sicuramente la massima forma di intrattenimento popolare ed aristocratico, nello stesso tempo. Immagine fastosa e più diretta del potere politico della Repubblica, era la forma artistica più trasversale e unanimemente condivisa fra una piccola Repubblica aristocratica, gelosa delle proprie indipendenza e giurisdizione, e l’invadente Chiesa postridentina che la metteva egualmente al centro della sua autorappresentazione trionfante e che se ne serviva come potente alleata a fianco della sua catechesi. Dal punto di vista religioso i fermenti culturali per il rinnovamento della Chiesa avevano prodotto anche a Lucca il manifestarsi di nuove forme di aggregazione sia laicali che religiose, mosse da istanze simili: l’esigenza della preparazione culturale del clero, l’istruzione e il coinvolgimento delle classi più umili e dei giovani, l’utilizzo delle attività ricreative, ludiche e artistiche per veicolare con più facilità la catechesi e la messa in pratica quotidiana dei suoi insegnamenti. A Lucca la figura centrale di questo fenomeno fu San Giovanni Leonardi, fondatore dei Chierici Regolari della Madre di Dio, che costituirono a Santa Maria Corteorlandini una biblioteca e il polo culturale religioso lucchese più importante del Seicento e Settecento. In questo clima culturale affine alle esperienze
foto Lucio Ghilardi
poche copie complete dell’edizione del 1610 del Vespro della Beata Vergine di Claudio Monteverdi, una ‘Divina Commedia’ della letteratura musicale italiana moderna. La Cappella musicale palatina era parte integrante della corte del Gonfaloniere e degli Anziani, i magistrati che governavano la Repubblica di Lucca. Oltre che ad accompagnare i pranzi semipubblici nel palazzo, le elezioni (le Tasche) e le cerimonie religiose a cui prendevano parte gli Anziani, il gruppo musicale, che annoverò fra i suoi musicisti Luigi Boccherini e gli antenati di Puccini, doveva esibirsi quotidianamente e, per il prestigio e la fama accumulati, fu inviata ad esibirsi a Chambery come omaggio diplomatico al Duca di Savoia.
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foto Lucio Ghilardi
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di San Filippo Neri nacquero grazie all’impegno di un laico, Bonaventura Guasparini, prima la Confraternita e poi l’Oratorio degli Angeli Custodi. Nato il 20 maggio 1579 da una famiglia non aristocratica ma benestante, Bonaventura Guasparini iniziò a lavorare come copialettere presso un banco mercantile e a diciotto anni, nel 1597, fu inviato per lavoro a Firenze dove conobbe e fu profondamente colpito dal Beato Ippolito Galantini, instancabile divulgatore della dottrina, animatore di sodalizi di laici dediti a esercizi religiosi e alla messa in pratica nella vita quotidiana dei precetti cristiani. A 24 anni Bonaventura maturò una sua vocazione e si aggregò a una delle congregazioni del Galantini. Dopo la morte della madre, nel 1608 rientrò a Lucca, e volendo proseguire gli esercizi spirituali e le altre attività che aveva frequentato a Firenze, partendo dall’Oratorio di San Paolo del Gallo, ben presto si trovò a capo di un gruppo sempre più folto di fedeli attirati dal suo entusiasmo tanto che, per trovare uno spazio adeguato, fu costretto a trasferirsi più volte in chiese più grandi. Dopo la morte del padre, restato con la sorella Maddalena a carico e con un fratello all’estero, Bonaventura si trovò in gravi ristrettezze economiche e fu perseguitato da alcuni creditori del padre e del fratello. Deciso a comprendere meglio la natura della sua vocazione valutò l’ingresso nell’ordine camaldolese, ma poi comprese di voler rimanere laico. Emulo di San Francesco nel 1612 si spogliò di ogni bene, chiamò il fratello a Lucca e gli consegnò tutti i mobili della casa paterna ad eccezione di una croce di legno notata in un angolo di una stanza; la impugnò e uscito di casa in modo del tutto estemporaneo iniziò a girare per Lucca cantando lodi e radunando una grande folla di curiosi e devoti che lo seguirono fino a piazza San Francesco per vedere cosa avesse in mente. Semplicemente dopo un discorso toccante si fece accogliere nell’ospedale del convento iniziando nei fatti
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L’ORATORIO DEGLI ANGELI CUSTODI
4. L’altare maggiore e la cantoria orientale 5. Un’opera scenica del drammaturgo lucchese Giuseppe Fivizzani rappresentata nell’Oratorio degli Angeli Custodi.
la sua pratica di povertà. Proseguendo le sue attività spirituali, senza più sostanze economiche né materiali, Bonaventura fu aiutato da alcuni benefattori fino a quando un sacerdote aristocratico, Carlo Guinigi, rettore di San Simone e Giuda, gli mise a disposizione il vitto quotidiano e una casa nella contrada che si trovava proprio nel punto dove sarebbe poi sorto l’oratorio. Qui Bonaventura iniziò la fase più attiva della sua vita, aprì una scuola per insegnare a leggere, a scrivere e a fare di conto ai figli dei poveri e degli artigiani. Ben presto, grazie all’aiuto di donazioni e volontari, arrivò a contare 90 alunni fra cui molti soldati analfabeti della Guardia del Palazzo degli Anziani. Dal 1627 gli fu affidata la chiesa dei Santi Simone e Giuda e visto il successo e il crescente numero di fedeli che si riunivano per gli esercizi spirituali in quell’edificio, grazie al sostegno ricevuto dai canonici della Cattedrale e da quelli di San Michele in Foro decise di fondare una nuova congregazione che fu posta sotto il titolo e la protezione dell’Angelo Custode, culto incentivato pochi anni prima da papa Paolo V. L’intitolazione ebbe l’entusiastica approvazione dei fedeli e Bonavenura durante una celebrazione, pochi giorni dopo, ebbe la grazia di vedere proprio il messaggero divino in forma di giovane alato, che svolazzava nella navata della chiesa. La nuova congregazione approvata dal vescovo era esclusivamente maschile, secondo i dettami del suo fondatore era divisa in due classi, maggiore e minore: la maggiore composta da duecento persone circa comprendeva tutti gli associati, mentre la minore, di solo dodici persone (in seguito portate a ventiquattro) raggruppava coloro che si erano distinti maggiormente per qualità morali e spirituali all’interno del sodalizio e che potevano essere di esempio agli altri. La novità che determinò il successo dell’iniziativa furono le attività ricreative gradite soprattutto ai più giovani: «giochi virtuosi», palla, attività di spettacolo e teatrali, organizzati nei giorni festivi in alcuni giardini della città messi a disposizione da privati. Nel 1629 il nobile Martino Bernardini affidò alla confraternita un grande pezzo di terra di più di un ettaro alla scesa del baluardo San Pietro nella contrada di San Iacopo alla Tomba. Fu trasformato in un grande giardino su progetto dell’ingegnere militare Vincenzo Paoli, membro della congregazione, attivo in quel periodo nei lavori di edificazione della parte occidentale delle mura. Il biografo di Bonaventura, Martino Manfredi ce ne lascia una descrizione che merita di essere letta per l’istantanea visione che ci dà su un luogo perduto della Lucca barocca di quattro secoli fa: «Uno dei più vaghi & ameni giardini della città. Poiché distinto in più viali spallierati di lauri e cipressi, diviso in vari quadri, laberinti e ripartimenti, circondati tutti di varie siepi di mortellini e bussi; ha per centro (a cui vanno a terminare tutte le linee d’viali e stradelli) un gran teatro di figura ottagona, al quale servono di circonferenza alte spalliere e pareti vestite di lauri. S’inalza a testa di questo un’ampia scena boscareccia, composta di vitalbe & altre verzure, sostenute con opera stabile, e permanente da ferri, & altri opportuni ordigni che formano, 5
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6. Il giardino Bernardini a San Iacopo alla Tomba (via dei Bacchettoni) Archivio di Stato di Lucca, particolare della mappa prospettica segnata B.S.E. 1660 7. Arcata e volta della tribuna
dei Guinigi, era la chiesa della parrocchia ed era stata praticamente occupata da Gasparini e dai suoi seguaci che non permettevano l’ingresso alle donne durante gli esercizi spirituali. Alla fine Don Carlo Guinigi, sobillato dai parrocchiani, perse la pazienza e sbottò «che gli erano venute a fastidio tante cantilene e che non voleva più in chiesa tante devozioni», tolse le chiavi della chiesa e preso dalla collera arrivò a intimare a Bonaventura di abbandonare la casa che utilizzava anche come scuola; poi poco tempo dopo, preso da forti rimorsi tornò convintamente a riconsegnargli entrambe.
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e vestono le pareti e il sopracielo, lasciando aperte diverse uscite sul palco o proscenio, il cui suolo e terreno è sostenuto e vien retto nella parte anteriore da un muro incrostato di marmi, mascaroni e grotteschi (opera insieme alla muraglia che circonda il giardino e l’infrascritte fontane, fatta a spese del medesimo signor Bernardini) che seguitando l’ordine e la figura ottagonale del teatro, vien a formargli la base & il piedistallo. Scaturiscono da’ mascaroni più fontane d’acqua che cadendo in un laghetto, incarcerato e ristretto da marmi, e le pietre lavorate, par che con gli articolati accenti d’un grosso mormorio voglino anch’esse concorrere alle divine lodi». Il giardino in questione con le attività spirituali, teatrali, musicali, ludiche e ricreative organizzate da Guasparini e dai suoi confratelli di-
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venne velocemente meta di molti cittadini soprattutto dei ceti più popolari, sottratti in questo modo alle osterie, alle cattive combriccole e al gioco d’azzardo. Lo spazio verde oggi scomparso ha dato il nome all’attuale via dei Bacchettoni: con questo termine a Firenze in modo generico si indicavano i seguaci di Ippolito Galantini e quanti si occupavano di raggruppare i ragazzi per insegnargli la dottrina. Il termine assunto ufficialmente dal dizionario italiano come aggettivo per definire un certo eccessivo fervore religioso, ostentazione ed intransigenza morale, fa capire come anche a Lucca la giovane Congregazione dell’Angelo Custode non fosse immune da eccessi, contraddizioni e conseguenti critiche arrivate soprattutto quando si andavano a toccare le consuetudini e costumi degli altri cittadini. La chiesa di San Simone e Giuda, giuspatronato
Era chiaro però che la vita della confraternita non era più conciliabile con quella della parrocchia, serviva un oratorio in cui Guasparini potesse riunire liberamente la sua congregazione. Il progetto fu fermato dalla terribile peste del 1631 quando si decise la chiusura della scuola per la morte di quasi tutti gli alunni e di parte degli insegnanti mentre Guasparini era impegnato in veglie e preghiere, nel lazzaretto dei sospetti istituito dal Governo al Palazzo dei Borghi (Villa Guinigi), poi in giro nel contado a distribuire vivande ed elemosine agli agricoltori affamati per conto del vescovo Guidiccioni ed infine a fare da maestro agli orfani di padre, gli Azzurrini. Passata la terribile epidemia l’idea del nuovo edificio sacro tornò in primo piano. Grazie ad alcune donazioni fu in grado di riscattare la piena proprietà su alcuni edifici e commissionare un progetto ambizioso all’architetto Vincenzo Paoli. Il 13 aprile 1638 fu posta la prima pietra. I lavori andarono avanti per tutta l’estate e il 2 ottobre 1638, giorno della festa dell’Angelo Custode, vi fu celebrata la prima messa con il concorso di una vasta folla di persone accorse da tutta la città nonostante un furioso temporale. Ulteriori lavori di completamento e abbellimento proseguirono poi nell’anno successivo fino a ottobre 1639 quando la congregazione iniziò a utilizzarlo. L’edificio costò circa tremila scudi; nella visita pastorale del 1651 l’oratorio veniva descritto già come «depictum ornatum totus in forma valde eleganti» in particolare la tri-
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buna era già decorata con le figure degli apostoli, ma nel corso degli anni le committenze artistiche proseguirono coinvolgendo importanti artisti locali, le pareti furono arricchite dalla serie di otto tele ad olio di grandi dimensioni attinenti ad iconografie angeliche che meritano in alcuni casi un approfondimento. Nel lato meridionale, Agar e l’angelo di Gerolamo Scaglia (1620-1686), Gli angeli conducono all’effigie del Volto Santo di Matteo Boselli (1593-1668), Il sogno di Giacobbe di Gerolamo Scaglia e l’Allegoria della Fede di Antonio Franchi (1638-1709). Sulla parete nord Visione di San Girolamo di un pittore ignoto, L’Angelo custode conduce un bambino davanti Sacra famiglia di Filippo Dinelli, San Michele arcangelo abbatte il demonio di Pier Filippo Mannucci (1601-1669) e Cristo servito dagli angeli di Antonio Franchi. Le tematiche affrontate in queste tele ad olio sono interessanti soprattutto perché almeno in alcuni casi affrontano soggetti trattati in modo originale su suggerimento della committenza per sottolineare riflessioni affini alle finalità della confraternita. È questo il caso del San Girolamo, dottore della Chiesa, che in una famosa visione da lui stesso descritta nella lettera XXII, viene condotto davanti al tribunale di Cristo che lo accusa di essere ciceroniano e non cristiano. Un chiaro ammonimento al-
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l’impegno nello studio e alla penitenza, ma anche al preferire le letture sacre a quelle profane. Gli angeli servono Cristo dopo che ha superato le tentazioni del demonio nel deserto come esempio per la condotta che deve avere il fedele nella vita. Sempre legate al tema dell’educazione, alla devozione e dottrina sono le tele dove fanciulli vengono accompagnati da angeli custodi a conoscere la storia dell’effigie acheropita del Volto Santo, portata da altri angeli, oppure invitati alla devozione verso la Sacra famiglia. La ‘stagione’ musicale e teatrale sacra dell’Oratorio degli Angeli Custodi iniziava il 28 ottobre di ogni anno e terminava il giovedì grasso successivo con un contributo annuale del Governo di 15 scudi. Le sacre veglie si tenevano la sera di tutte le domeniche o festività ad esclusione del Natale, dell’Epifania ed alcune altre date in cui l’organizzazione passava alla chiesa e convento di Santa Maria Corteorlandini. Si trattava di concerti musicali, intermezzi spirituali, letture, riflessioni sulle vite di santi, commedie a cui presero parte letterati, musicisti e attori lucchesi. Nei mesi estivi le attività si svolgevano dopo pranzo, sul palco del teatro di verzura del giardino di San Iacopo alla Tomba. Dobbiamo immaginarci dunque le grandi cantorie dell’oratorio spesso affollate di
musicisti e cantanti del coro, oppure utilizzate da attori per vere e proprie azioni drammatiche che nelle intenzioni del Guasparini dovevano occupare «gli animi con le moralità nascoste fra le piacevolezze sceniche e coll’essempio di quelle virtuose e sante attioni che si rappresentavano». La scomparsa di Bonaventura, morto ottuagenario nel 1659 e seppellito nella tribuna dell’edificio, non interruppe le attività della congregazione che proseguirono annualmente con grande favore popolare. All’inizio del Settecento Lucca viveva uno dei periodi più tranquilli e prosperi della sua storia. Non esistevano più nemici all’orizzonte che minacciassero la libertà della Città-Stato, le casse dell’erario erano in buona salute, il contado godeva di una certa prosperità. Entro il 1725 l’oratorio subì l’ultimo importante intervento decorativo che lo trasformò nell’aspetto attuale. Il pittore Giovan Domenico Lombardi affrescò interamente tutta la zona della tribuna con le sue volte, le cantorie e le fiancate interne dell’edificio con un intervento fortemente scenografico di grande impatto visivo. Le tele seicentesche furono incluse in potenti architetture illusionistiche barocche mistilinee ornate di cartigli e festoni. La volta della tribuna trasformata in un fastoso apparato ar-
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chitettonico dipinto, con un oculo centrale e altri sfondamenti scenografici. Nella sommità dell’arcone di raccordo con l’aula trovò posto una nicchia con una statua lignea dell’Angelo custode, forse su disegno del medesimo Lombardi, bianca a imitazione del marmo. In questa zona della chiesa l’ingegno polimaterico barocco dell’artista è sfoggiato con un risultato complessivo sorprendente: due angeli monocromi in affresco, a imitazione della scultura centrale, si affacciano dall’arcone e le loro gambe avvolte in panneggi si trasformano in scultura di stucco aggettante. Altri angeli reggono grandi cortine di taffetà di seta cangiante, oppure festoni ricchi di rarità botaniche collezionate nei giardini dell’epoca. Riempie le campiture architettoniche un pre-
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zioso fondale aureo a girali vegetali, lumeggiati sapientemente con vera foglia d’oro, un accorgimento che conferisce anche nella penombra il suo vibrante e caldo sussulto luminoso. Altra eredità del secolo XVIII è il grazioso organo a canne, quasi sicuramente opera dell’organaro Michelangelo Crudeli (17281801) poi restaurato nel secolo successivo da Evaristo Santarlasci. Il Settecento che vide il massimo trionfo delle attività musicali e teatrali a Lucca portò con sé anche importanti istanze di rinnovamento che riflettevano una società da una parte colta, estremamente permeabile alle novità e in dialogo con le grandi capitali europee della cultura – tanto da pubblicare la prima edizione
foto Lucio Ghilardi
foto Lucio Ghilardi
8. Matteo Boselli (1593-1668), Gli angeli conducono all’effigie del Volto Santo 9. Gerolamo Scaglia (1620-1686), Agar e l’angelo
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italiana dell’Encyclopédie –, ma allo stesso tempo anche molto conservatrice ed attaccata alle proprie tradizioni. In questo senso va interpretata la petizione del marzo 1754 presentata al Governo della Repubblica, da parte di un’ottantina di cittadini, fra cui 21 sacerdoti e tre nobili, per l’istituzione di una nuova «Pia Accademia» presso l’Oratorio degli Angeli Custodi. Il motivo era contenuto in una proposta di statuto presentata all’Offizio sopra la Giurisdizione nel quale si sottolineava come la parte ‘ricreativa’ delle attività della Confraternita anche per motivi economici, era andata scemando, rendendo molto meno frequentato l’oratorio. Il giardino di San Iacopo concesso dai Bernardini non esisteva più. Per questo il gruppo di cittadini proponeva attra-
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verso l’Accademia di produrre in proprio opere «sacre o morali, tragiche o tragicomiche, eroiche e eroicomiche purché si giudichino non solamente dilettevoli ma anche profittevoli». I nuovi accademici dilettanti si impegnavano ad aprire un teatro nelle vicinanze dell’oratorio, un luogo quindi dove, diversamente dalle sacre veglie nell’oratorio, avrebbe potuto accedere liberamente anche un pubblico femminile. In questa nuova struttura sarebbero stati organizzati gli spettacoli allestiti dagli stessi soci che avrebbero sostenuto le spese con le quote di iscrizione. Il regolamento indicava l’organizzazione per imparare le parti, partecipare alle prove nell’oratorio (nelle sere che non c’erano sacre veglie di preghiera) con il concorso degli accademici minori, ossia giovani sotto i 18 anni di età, esentati dal pagamento della quota sociale, ma coinvolti per finalità educativa. Nonostante l’impegno e le lunghe rassicurazioni sulle finalità religiose del sodalizio, affermando poi solennemente che giammai «frammettano femine in questa pia accademia né che possino intervenire alle rappresentazioni ne pure in abito virile» (quindi chiaramente nel ruolo di attrici), l’Offizio sopra la Giurisdizione negò l’autorizzazione e il progetto della Pia Accademia restò sepolto fra i capitoli delle compagnie non ammesse, conservati oggi nell’Archivio di Stato. Con la fine dell’antico regime, superato il periodo delle spoliazioni napoleoniche e giunti al periodo dell’unità italiana, la vocazione formativa rivolta ai giovani rifiorì intorno a questo oratorio grazie all’istituzione prima della Scuola «Matteo Civitali» trasferita nella confinante casa di mons. Giovanni Volpi nel 1886 e impegnata a dare un’istruzione gratuita agli artigiani; poi nel 1914 con il Ricovero degli Artigianelli voluto dal canonico Ferdinando Simonetti per dare accoglienza e insegnare un mestiere a bambini poveri, orfani o abbandonati. Dagli anni Novanta del secolo scorso, divenuto auditorium per l’Istituto Musicale Diocesano «Raffaello Baralli», l’oratorio è stato infine dotato di un nuovo organo meccanico di Glauco
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Ghilardi utilizzato per l’insegnamento agli allievi. Forte di una importanza monumentale e un’eredità culturale notevole, l’Oratorio degli Angeli Custodi giunge dunque a una svolta nella sua vita plurisecolare che a breve lo riporterà allo splendore originario e al centro delle molteplici manifestazioni musicali e culturali degne dell’attenzione dei cittadini e dei visitatori che scoprono o riscoprono Lucca.
di tutta la lattoneria tra la falda del tetto e la parete dell’edificio. LA SECONDA FASE: INTONACI E INFISSI.
Dopo aver ripristinato la copertura dell’oratorio ed aver eliminato le infiltrazioni provenienti dalle coperture si provvederà alla rimozione e rifacimento di tutti gli intonaci esterni, al restauro di tutti gli infissi e alla tinteggiatura di tutte le pareti esterne dell’oratorio.
IL PROGETTO DI RESTAURO
I sopralluoghi tecnici all’edificio e alle sue pertinenze hanno messo in rilievo come le strutture portanti siano complessivamente in buone condizioni. Sono invece in grave degrado gli intonaci esterni e il manto di copertura mentre notevoli e diffuse infiltrazioni di umidità in tutta la parte bassa degli interni e in particolare sulla parete meridionale hanno già danneggiato o rischiano di danneggiare irreparabilmente gli affreschi. LA PRIMA FASE D’INTERVENTO: COPERTURE E IMPERMEABILIZZAZIONI. Viste le innume-
revoli infiltrazioni di acqua piovana provenienti dalla copertura dell’oratorio e dal locale adiacente del laboratorio degli Artigianelli, che stanno deteriorando le parti decorate della volta e le pareti dell’oratorio, verrà messa in atto una manutenzione straordinaria di entrambi gli edifici provvedendo per quanto riguarda l’oratorio all’inserimento sul tetto di uno strato impermeabilizzante, un manto di isolante termico ripristinando e integrando poi l’originaria copertura in cotto. Sarà operata la totale revisione di tutti i canali di gronda, discendenti e scossaline, con la sostituzione e integrazione degli elementi mancanti. Il laboratorio degli Artigianelli necessita invece delle revisione delle capriate e degli altri parti della tessitura del tetto per la rottura di alcuni elementi strutturali importanti. Successivamente a questo sarà possibile risolvere definitivamente il problema delle infiltrazioni di acqua piovana che stanno deteriorando la fiancata sud dell’oratorio e le relative decorazioni interne, mediante la posa sulla copertura del fabbricato di uno strato impermeabilizzante e
LA TERZA E LA QUARTA FASE: SERVIZI IGIENICI, CAMERINI E IMPIANTI. Saranno realizzati
servizi igienici e camerini nei locali accessori, oltre che allo smantellamento e nuova posa di tutti gli impianti tecnologici dell’oratorio, pertanto si prevede di demolire, ove necessario, le attuali tramezzature e realizzarne di nuove. Saranno ripristinati tutti gli intonaci deteriorati, realizzati nuovi infissi interni e installati un nuovo impianto idrico ed elettrico. Saranno quindi installati arredi e quant’altro necessario ai locali accessori rinnovati. LA QUINTA FASE: AFFRESCHI, DECORAZIONI E ARREDI. L’intervento si svolgerà interamente
all’interno dell’aula dell’oratorio e riguarderà il restauro di tutte le superfici affrescate. Saranno restaurati gli stucchi, le balaustre, le cantorie e gli altri elementi architettonici lignei policromi, infine i dipinti a olio su tela, l’organo e la mobilia (panconi, inginocchiatoi e confessionali). Per saperne di più: M. MANFREDI, L’idea del religioso secolare overo la vita del servo di Dio Bonaventura Guasparini lucchese, Genova 1661 L. NERICI, Storia della musica in Lucca, Lucca 1879 A. PELLEGRINI, Spettacoli lucchesi nei secoli XVIIIXIX, Lucca 1914 Per vaghezza e utilità. Lucca orti e giardini urbani tra il XVIII e il XIX secolo, Milano 2001 P. BETTI, Affreschi a Lucca. Chiese, palazzi, ville (1670-1770), Lucca 2007 F. GUIDOTTI, Musiche annue ed avventizie in una città di antico regime. Lucca al tempo dei primi Puccini, Lucca 2012
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Oratorio: la casa della musica Mattia Campetti
foto Nicoletta Cerasomma
successivamente sono lentamente caduti in disuso. Il trascorrere degli anni e la mancanza di manutenzione hanno fatto sentire il loro peso: infiltrazioni d’acqua dal tetto hanno danneggiato gli affreschi, tutte le parti in legno (balconate, cornici, panche ed organo) sono state attaccate dai tarli, i quadri e gli affreschi inoltre sono anneriti dalla polvere accumulata durante i secoli … Nonostante tutto, però, quando le persone entrano per la prima volta in Oratorio rimangono affascinate dalla sua atmosfera. Le possibilità culturali che offre l’Oratorio per il futuro sono di grandissima importanza per la città e non solo. L’Oratorio degli Angeli Custodi fin dalle sue origini trova una vocazione speciale per la musica, la presenza di due cantorie, su una delle quali troneggia uno splendido Organo Crudeli del Settecento, le panche lignee che avvolgono la sala e le dimensioni contenute contribuiscono ad avere un’acustica perfetta, ideale per la musica da camera e i concerti solistici. Nel futuro, a lavori terminati, l’obiettivo è di continuare in questa direzione proponendo sempre più concerti di altissima qualità. L’acustica della sala permette anche di produrre registrazioni di valore e per questo
vorremmo creare una postazione fissa predisposta per le registrazioni. Attiguo all’Oratorio si trova anche un altro grande salone, ex sede della palestra degli Artigianelli: i due ambienti sono collegati da porte interne e questo spazio potrebbe coronare il sogno di creare una struttura polivalente collegata all’Oratorio, dove costruire un palco per spettacoli, conferenze, proiezioni cinematografiche con musica dal vivo, sala prove e teatro. Di fianco all’edificio, inoltre, si trovano altre stanze in cui poter ricavare i servizi necessari ad un pieno e costante utilizzo dell’ambiente: servizi igienici (per il pubblico e per gli artisti), camerini e sala prove. Il corridoio che porta alle due cantorie sarà coperto con una lastra di vetro e permetterà di recuperare anche tutto quello spazio e di renderlo agibile per gli artisti. Personalmente sono molto legato all’Oratorio, la mia prima scuola di musica è stata l’Istituto musicale Baralli (in via dell’Angelo Custode) e la mia prima esibizione da cantante è avvenuta proprio in Oratorio dove interpretai Leporello nel Don Giovanni di Mozart come saggio di classe a fine anno. Gli eventi musicali realizzati in Oratorio rientrano nella stagione I concerti degli Angeli Custodi, che da cinque anni propone eventi
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foto Nicoletta Cerasomma
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’Oratorio degli Angeli Custodi è un gioiello del Barocco lucchese rimasto in oblio dal secondo dopoguerra dietro ad un muro scalcinato ed un portone chiuso in via dell’Angelo Custode a pochi passi dalla Torre Guinigi. L’associazione culturale LuccaOPERAFestival fin dalla sua nascita si è data il triplice obiettivo di riaprire questo luogo, dall’atmosfera magica, attraverso la musica dando l’opportunità a giovani di grande talento di affiancare affermati professionisti e far apprezzare tutte queste meraviglie ad un pubblico internazionale con la speranza di riportare l’Oratorio al suo antico splendore. Questi risultati sono stati raggiunti: nel corso degli anni si sono esibiti artisti di fama internazionale, il pubblico è sempre più numeroso ed entusiasta e per finire la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca si è presa in carico il restauro di tutta la struttura per farla diventare il ‘paradiso della musica’ come abbiamo sempre sognato. L’Oratorio è stato consacrato nel 1638 ed è interamente affrescato da Gian Domenico Lombardi, inoltre trova al suo interno otto quadri, sempre di autori lucchesi, tutti dedicati al culto culto dell’Angelo Custode. Tutti gli ambienti sono stati utilizzati fino al secondo dopoguerra come sede degli ‘Artigianelli’ e
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ORATORIO: LA CASA DELLA MUSICA
foto Nicoletta Cerasomma
musicali spaziando dall’opera lirica alla musica da camera, dai concerti con orchestra a quelli per coro, dalla musica antica a quella contemporanea scritta su commissione. L’ambiente dell’Oratorio si presta alla perfezione per la messa in scena di spettacoli, favoriti da più ingressi e dai piani alti delle cantorie: il pubblico si sente coinvolto dagli artisti, la barriera del palcoscenico viene così abbattuta e lo spettatore non si trova solo ad assistere allo spettacolo ma ne diventa parte integrante. Gli strumenti entrano in risonanza con il corpo umano e tutto questo amplifica la potenza della musica offrendo agli ascoltatori un’esperienza unica. Nel corso degli anni abbiamo visto esibirsi artisti che lavorano abitualmente sui grandi palcoscenici e nelle sale da concerto di tutto il mondo: Maria Agresta, Michelle Buscemi, Jonathan Brandani, Giulia Buccarella, Carlo Colombara, Aldo Dotto, Roberto Giordano, Andrea Landi, Giovanni Mazzei, Giancarlo Monsalve, Paoletta Marrocu, Simone Mugnaini, Federico Nicoletta, Simone Nicoletta, Max Jota, Yasko Sato, Nicola Pardini, Nora Sourozian, Patrizio Serino, Stefano Teani, Dario Tondelli, Tommaso Vannucci… e molti altri a cui dobbiamo un doveroso ringraziamento per le splendide emozioni che ci hanno donato. Quello che abbiamo realizzato fino ad oggi è soltanto un piccolo assaggio di quello che potremo fare dopo il restauro. Lucca è una città della musica per vocazione: investendo in questa direzione porteremo cultura e prestigio alla nostra città e anche sviluppo economico.
Jonathan Brandani dirige Don Giovanni Giovanni Mazzei e Michelle Buscemi in Don Giovanni Michelle Buscemi concerto Aldo Dotto in concerto
3 foto Nicoletta Cerasomma
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Mattia Campetti, baritono, è presidente e direttore artistico dell’Associazione culturale LuccaOPERAFestival 4
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Il sole non ha frontiere Nadia Davini
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l mare non ha gradini. Infinito, sperduto, accessibile. A Viareggio c’è qualcuno che ha trasformato questa suggestione nella missione della propria vita, elevando una convinzione personale a fondamento di un progetto ambizioso. «Sole Senza Frontiere», il suo nome. La costruzione di un catamarano a vela senza barriere architettoniche e sostenibile al cento per cento, il suo obiettivo. A coordinarlo, la Fondazione Mare Oltre (creata dalla Onlus Handy Superabile e dall’associazione no-profit Ce.Tu.S.), con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, che sta realizzando un’imbarcazione di sessanta piedi, capace di ospitare a bordo fino a sessanta persone.
In costruzione il primo eco-catamarano sostenibile e senza barriere architettoniche
Navigare nonostante la sedia a rotelle, si può. Il primo eco-catamarano completamente accessibile lo dimostrerà. Qua i portatori di disabilità fisiche, psichiche e psicomotorie potranno godere della natura, del mare e della vela, grazie anche ai molti spazi disponibili: i passavanti laterali e nella dinette permetteranno di percorrere la lunghezza della barca, da poppa a prua, in tutta libertà. Si tratta di un’opera costruita ex novo: non sono stati aggiunti ausili che solitamente si vedono
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IL SOLE NON HA FRONTIERE
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Fondazione Mare Oltre onlus
La Fondazione Mare Oltre onlus è un ente di Viareggio fondato da CE.TU.S e Handy Superabile. Ente costituito a favore di: ricerca scientifica di particolare interesse sociale, tutela e valorizzazione di natura e ambiente, attività di istruzione e sport diretti a soggetti svantaggiati, con disabilità sensoriali, psichiche e motorie, formazione ed organizzazione di eventi di richiamo. Lo scopo principale della FMO è la costruzione del primo catamarano al mondo senza barriere architettoniche, totalmente accessibile, con motorizzazione ibrida e sistemi a energie rinnovabili. Oltre la costruzione, la FMO si occuperà di gestirne l’utilizzo e l’organizzazione di molteplici attività correlate (scuola vela per diversamente abili, attività con le scuole, competizioni e rally, pesca e subacquea per diversamente abili, ricerca e tanto altro).
Indirizzo web del progetto www.solesenzafrontiere.it Pagina FB Fondazione Mare Oltre onlus
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in luoghi «attrezzati per disabili», ma ogni cosa è concepita, studiata e realizzata seguendo le stesse linee guida: alla cucina sul ponte ai bagni, dal salone alle cabine negli scafi. Di più: il valore aggiunto della sostenibilità lo renderà un esempio concreto di come sia possibile conoscere il mare senza inquinare. L’imbarcazione, infatti, sarà in alluminio e legno riciclato con propulsione ad energie alternative: avrà il sole e il vento come carburante. Attraverso un sistema di pannelli fotovoltaici, infatti, l’eco-catamarano sarà energicamente indipendente. A livello di materiali urtilizzati, poi, l’imbarcazione può definirsi carbon free, cioè fabbricata con prodotti non derivati dal petrolio, quali resine, fibre di vetro o hi-tech: alluminio riciclabile al cento per cento per la costruzione e le strutture dello scafo; legno riciclato per gli interni, proveniente da Pannello ecologico con certificazioni FSC e PEFC; cordame in fibre di origine vegetale; cablaggio derivante da materiale plastico riciclato per l’impiantistica.
IL PROGETTO
Sole Senza Frontiere nasce con l’obiettivo di unire le esigenze sociali (esclusione sociale dovuta ad esempio alla presenza di barriere architettoniche), alla protezione ambientale, coniugando in una sola soluzione sostenibilità, ricerca e innovazione, accessibilità e impiego di fonti rinnovabili. Il Centro Ce.Tu.S. e Handy Superabile da anni svolgono attività a terra e in mare anche con l’uso di imbarcazioni. Le competenze e conoscenze tecniche di entrambi, incrementate nel tempo, hanno portato allo sviluppo del progetto Sole Senza Frontiere, al fine di integrare le esigenze di coloro che con diverse abilità motorie hanno precluse molte attività. Con il supporto di architetti e ingegneri navali, è stata ideata un’imbarcazione a vela senza barriere architettoniche, con un nuovo sistema di costruzione ecocompatibile, impiego di materiali riciclati e riciclabili e una propulsione rispettosa della natura che utilizza come energia fonti rinnovabili, quali il sole e il vento.
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progetto sole senza frontiere Con il patrocinio Regione Toscana Comune di Viareggio CIP Comitato Paralimpico Club Nautico Versilia Astrolabio Firenze
In un mondo dipendente dai combustibili fossili, Sole Senza Frontiere rappresenta dunque uno sguardo diverso e innovativo – che coinvolgerà sempre più la mobilità nautica – a favore del sociale, della ricerca e delle energie rinnovabili. O.N.D.A., Sol.E., Ma.Re.: sono questi i tre effetti generati dal progetto, che contengono nel nome l’ossatura stessa del catamarano. O.N.D.A., che sta per Operazione Natura per Diversamente Abili, vuole rispondere alla domanda se la natura sia o meno accessibile a tutti. Sole Senza Frontiere è pensato proprio per coloro che, per temporanea o cronica difficoltà di movimento, trovano continui ostacoli nello svolgimento del tempo libero. Una barca per tutti è la risposta. L’eco-catamarano, infatti, è stato disegnato con il supporto di Handy Superabile, rispettando gli spazi utili per i diversamente abili. In accordo con le associazioni che si occupano delle diverse abilità saranno svolte attività presso le sede con programmazione di uscite in mare, partecipazione ad eventi sportivi e manifestazioni. Le uscite avranno come scopo la conoscenza della navigazione a vela e la possibilità di vivere la natura in tutti i suoi aspetti, con l’obiettivo di salvaguardare l’integrazione sociale della persona con diverse abilità e l’ambiente. Il sistema Italia per i porti, sia passeggeri che diportistici, da anni si è uniformato alle normative europee sulla fruizione libera per tutti, attrezzandosi con scivoli e servizi per i portatori di handicap. L’approdo turistico La Madonnina a Viareggio ne è un esempio: servizi per disabili, accessibilità a tutti i pontili, compreso l’imbarco per il futuro eco-catamarano Sole Senza Frontiere.
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Sol.E., invece, Solare ed Eolico, si riferisce al funzionamento del catamarano, che sarà autosufficiente a livello energetico. La presenza di motori elettrici garantisce inoltre l’azzeramento delle emissioni di Co2 e dell’inquinamento acustico, responsabile della perdita di biodiversità in mare. Infine Ma.Re., Materiali Riclabili, quelli che saranno utilizzati per la sua creazione. «Se si può realizzare un catamarano senza barriere architettoniche – spiega Silvio Nuti, biologo e fondatore della Fondazione Mare Oltre, di cui è direttore – si può anche arrivare ad avere delle città senza barriere architettoniche. Spesso gli ostacoli sono solo nella testa o nella testa di chi guarda i portatori di handicap». EVENTI E ATTIVITÀ IN PROGRAMMA
Nel primo e secondo anno è previsto un tour nautico nei porti italiani e mediterranei con organizzazione di seminari al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’uso delle energie rinnovabili in barca e l’abbattimento delle barriere architettoniche. Il terzo anno è prevista la prima traversata atlantica con equipaggio di velisti con diverse abilità e partecipazione alla A.R.C. 2019. Verranno organizzati corsi di vela – anche per il conseguimento della patente nautica – per disabili. Il catamarano rappresenterà un laboratorio per lo sviluppo futuro di nuove tecnologie: sarà attrezzato anche per ricerche in mare a disposizione di università e centri di ricerca. Ogni attività sarà affiancata da una forte campagnad di promozione e comunicazione del progetto, attraversio anche la realizzazione e produzione di un documentario.
Con il contributo di Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca Fondazione Banca del Monte di Lucca Overmarine Group Sovit Glass Enecom En-eco Hb Trading Spa Partners Alredy (grafica) Aten (sistemi elettronici) Be1 sails Dinelli Francesco (refitting) Dntech (elettronica) Enecom en-eco (energie rinnovabili) Euro el (impianti elettrici navali) Genex (illuminazione) Gni (refitting) Hpi verification service (certificazione CE) Kaiteck (batterie lifepo4) Lubrac (lubrificanti e accumulatori) Marine project alloy solutions Navionics (mappe nautiche) Overmarine Group (cantiere nautico) Puntoneon (grafica) Reds engeenering Romani Nicola (yacht design) Sovit glass Studio Sgrò (certificazioni) Transfluid (motori elettrici) Ubi maior (attrezzature di coperta)
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La Fondazione UiBi per l’innovazione pedagogico-didattica
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a Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, fin dalla sua costituzione, ha riservato un impegno particolare verso il mondo della scuola e in genere della formazione. In un ventennio circa di vita della Fondazione, non vi è scuola della provincia di Lucca che non abbia potuto offrire attività curricolari e/o di ampliamento dell’offerta formativa, grazie a risorse da essa elargite. Dalla valutazione dei risultati ottenuti, pur positivi, è scaturita l’esigenza di un cambio di rotta: superare la parcellizzazione dei contributi in favore di un sostegno mirato ad obiettivi chiaramente individuati, soprattutto avendo presenti l’adeguamento dell’edilizia scolastica da un lato, e dall’altro il sostegno alle esigenze di profonda trasformazione della scuola, conseguenti al diffondersi delle nuove tecnologie e alle loro implicazioni pedagogico-didattiche. Da qui la decisione di emanare un bando espressamente dedicato all’innovazione scolastica e, fatto assolutamente rilevante, la volontà di accompagnare la dotazione strumentale per le scuole con un impegnativo progetto di formazione dei docenti e degli studenti. Scelta di assoluta lungimiranza, che ha consentito il perseguimento di due importanti obiettivi: 1. ad una significativa parte della scuola lucchese di potersi misurare con le profonde implicazioni di rinnovamento che senza timori può essere definito ‘rivoluzionario’, riconducibili ad un uso vero dell’ambiente digitale; 2. alla Fondazione Carilucca di non vedere sprecato il proprio sforzo nell’acquisto di costoso materiale sotto-utilizzato, o peggio non utilizzato e riposto in qualche polveroso magazzino. Su tali presupposti è nato nel 2012 il progetto UiBi, che nel quadriennio è cresciuto e si è affermato. Già il nome, UiBi, è fortemente significativo: rappresenta, infatti, la pronuncia dei termini inglesi ‘We’ ‘noi’ e ‘Be’ ‘essere’. Due termini
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Paolo Razzuoli
che, insieme, suggeriscono l’idea di una comunità. In linea con i tratti innovativi della scuola del futuro (più avanti ne riparlerò) UiBi si propone quale rivoluzionaria comunità socio-didattica in cui studenti e docenti dialogano scambiando contenuti, risorse, opinioni. UiBi è, nel concreto, un Portale Web dove strutturare e archiviare le lezioni, scambiarle,
accedere a risorse per la formazione professionale, creare community di interesse e molto altro ancora. In un Portale Social Learning è infatti possibile formare classi, corsi di studio e di recupero, assegnare compiti e fare verifiche, discutere su singoli argomenti con gli alunni, pubblicare dispense e libri di testo. Si arriva così a creare un vero e proprio ecosistema di comunicazione, nel quale tutti possono avere parte attiva, anche grazie all’ideazione di un’applicazione per smartphone e tablet con funzionalità social, utile a studenti ed insegnanti, che possono accedere con rapidità e semplicità ai contenuti necessari. Attorno a UiBi si è sviluppata anche una significativa esperienza di riflessione ed un intenso lavoro di offerta di eventi. Attività che nel 2016 è approdata al Festival della Didattica Digitale, edizione ‘zero’, a cui seguirà l’edizione ‘uno’, sempre a Lucca, dal 20 al 25 febbraio 2017, con la partecipazione di alunni di scuole di ogni ordine e grado, provenienti da ogni parte del Paese. Molteplici i contenuti: la robotica, il coding, la realtà virtuale e immersiva, lo storytelling, con particolare attenzione alle attualissime problematiche dell’inclusione. Ebbene, la sempre maggior complessità dei problemi sul tappeto, anche legati alla particolare fase che sta attraversando la scuola italiana con l’entrata in vigore della Legge n. 107 2015 (cosiddetta ‘Buona scuola’), unitamente alla volontà di rendere l’impegno nel settore sempre più qualificato ed incisivo, sono alla base della decisione della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca di dar vita ad una fondazione di scopo espressamente finalizzata alla gestione degli interventi in ambito formativo. Una struttura agile, affidata ad un consiglio di profili di specifica esperienza, a cui trasferire in eredità il patrimonio del progetto UiBi e, nel contempo, affidarle compiti di ricerca e innovazione in ambito pedagogico-didattico. Mission ben tratteggiata nell’art. 3 dello Statuto che così recita:
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La Fondazione non ha scopo di lucro, si prefigge finalità di istruzione, formazione e ricerca, per realizzare, sostenere e promuovere: a) la ricerca, la promozione e sperimentazione di strategie e/o progetti innovativi in ambito pedagogico-didattico; b) la ricerca, la progettazione e sperimentazione di azioni finalizzate all’inclusione scolastica ed al miglioramento del successo formativo; c) la ricerca, la promozione e sperimentazione di strategie didattico-formative volte al superamento delle varie situazioni di disagio scolastico; d) la ricerca, la promozione e sperimentazione di strumenti tecnologici e pratiche innovative volte a migliorare l’apprendimento, anche in riferimento ai disturbi specifici e aspecifici nonché alle difficoltà legate a fattori culturali e sociali; e) il sostegno allo sviluppo della scuola digitale e più in generale alla ricerca, progettazione e sperimentazione delle nuove tecnologie in ambito pedagogico-didattico; f) la formazione degli operatori, quale presupposto indispensabile per il successo delle strategie innovative. Ma come si radica tutto questo nella realtà? In un mondo in cui tutto sta cambiando ad una velocità mai sperimentata sinora, è di tutta evidenza che la scuola è chiamata a sfide straordinarie. Sfide che riguardano in primo luogo i governi nazionali ma che chiamano in causa, nell’orizzonte globalizzato in cui viviamo, con altrettanta forza gli organi di governo del contesto europeo in cui siamo primariamente inseriti. I documenti comunitari auspicano insistentemente la creazione di una società basata sulla conoscenza, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile, proporre nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale. Una scuola aggiornata e al passo coi tempi costituisce senza dubbio il fondamento irrinunciabile di questo progetto. Una crescita basata sulla conoscenza è un formidabile fattore di ricchezza. In un mondo
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in cui i prodotti e i processi si differenziano in funzione dell’innovazione, le opportunità e la coesione sociale vanno potenziate valorizzando l’istruzione, la ricerca e l’economia digitale. La storia della scuola italiana ci propone uno scenario di un passato sicuramente fulgido, ma di un presente affannoso nel sapersi attrezzare per proiettarsi nel futuro. Insomma, la scuola sta faticando a mettersi al passo con le sfide della modernità, analogamente a quasi tutti i sottosistemi della società italiana. Anzi, la scuola è forse quello in cui più forte è la resistenza al cambiamento. Decenni di autoreferenzialità lo hanno in qualche modo trasformato in una sorta di ‘fortilizio’ refrattario – per ragioni varie e complesse – ad un vero cambiamento. Ovviamente qualsiasi generalizzazione è impropria, ma le agguerrite reazioni corporative di fronte a qualsiasi tentativo di vera trasformazione (vedi valutazione e merito) sono un chiaro indicatore del pensiero dominante. Nel tempo della rivoluzione digitale, il cambiamento non è solo un’esigenza, bensì una opportunità di crescita da non sprecare. Lo è per il sistema Paese, lo è quindi anche per la sua scuola. Le nuove tecnologie possono aiutare la scuola al raggiungimento degli obiettivi che da sempre si è prefissata: appassionare i ragazzi allo studio, individualizzare per quanto possibile i percorsi di apprendimento, creare un ambiente dove i ragazzi siano attivi nella costruzione delle conoscenze e delle competenze e non passivi auditori, seduti ad un banco, di un docente che spiega un evento storico, un teorema matematico e così via. È pleonastico sottolineare che le tecnologie sono un mezzo e non un fine: il fine è lo studente, i suoi bisogni formativi, la sua dotazione del patrimonio di conoscenze, abilità e competenze per consentirgli di essere un protagonista di se stesso nella società in cui vive. La società è cambiata e la scuola deve essere cambiata di conseguenza. In un mondo in cui sono cambiati i meccanismi relazionali, i meccanismi economici, i si-
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LA FONDAZIONE UIBI PER L’INNOVAZIONE PEDAGOGICO-DIDATTICA
stemi di comunicazione e via dicendo, la scuola non può attardarsi su schemi che risalgono sostanzialmente al XIX secolo. Non potrà rimanere immutata di fronte a scenari sociali tanto diversi e al diffondersi, ad ogni livello, di tecnologie che stanno mutando radicalmente il modo di comunicare e di apprendere. Problemi di grande complessità che richiedono un grande sforzo di analisi, messa a fuoco di strategie, complessi percorsi di formazione. La Fondazione UiBi per l’innovazione pedagogico-didattica si propone di aiutare a costruire questo percorso, ovviamente partendo dalle esigenze del nostro territorio. Si propone di farlo in una logica di rete ed interazione con la molteplicità dei soggetti attivi nel settore, focalizzando i propri interventi su azioni di forte impatto formativo ed innovativo. A tal fine saranno sviluppate tutte le interazioni possibili, sia confermando tutte le intese sin qui sviluppate (Indire, direzione Scolastica Regionale per la Toscana, Miur), ma si cercherà di ampliare l’orizzonte delle collaborazioni, convinti che solo facendo sistema si potrà veramente offrire il servizio di cui la scuola del futuro ha bisogno, ottenendo i migliori parametri fra risorse investite e risultati conseguiti.
Paolo Razzuoli Presidente Fondazione UiBi
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FCRL PROGETTI IN CORSO
Nuove residenze a IMT in via Brunero Paoli Alessandro Petrini
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a via dei Bacchettoni si procede verso Villa Bottini seguendo sulla destra il muro in mattoncini rossi che delimita l’area esterna della Scuola media Carducci. Sulla destra, invece, i colori delle abitazioni, qualche fondo commerciale rimasto vuoto, e il fascino di una strada semplice di un quartiere d’altri tempi, il Bastardo, che è nato sugli orti dei conventi e della Villa Guinigi e che negli anni è sempre rimasto ai margini del centro storico pur conservando intatta la sua dignità. Si prosegue tra rastrelliere per le biciclette e una piccola edicola con l’immagine della Madonna circondata da vasi di fiore.
L’edificio, in stato di abbandono, verrà acquistato e recuperato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca Siamo nel cuore della zona est del centro storico, quella che dopo decenni di abbandono è stata rivitalizzata grazie all’intervento di recupero che la Fondazione Cassa di Risparmio ha iniziato sul complesso di San Ponziano e poi su quello ancora più importante del San Francesco. È qui, all’angolo con via degli Orti, che ci si imbatte in un muro ormai pericolante, da tempo transennato e puntellato per evitare che possa cadere mettendo a repentaglio il passaggio delle macchine e delle persone. Uno spazio abbandonato da almeno un decennio con un cortile interno che ormai è diventato una foresta i cui alberi spuntano oltre la sommità della recinzione,
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NUOVE RESIDENZE A IMT IN VIA BRUNERO PAOLI
L’edificio sorge lungo via Brunero Paoli tra le intersezioni con via degli Orti e via Santa Chiara. Si tratta di un’estremità del più ampio complesso immobiliare della Pia Casa che è vincolato e tutelato dalla Sovrintendenza e attualmente ospita anche una scuola e una residenza per anziani, oltre a un auditorium e a una sala studio. L’immobile attualmente versa in pessime condizioni di manutenzione e conservazione. Il solaio di copertura e il solaio fra il piano terra e il primo piano sono crollati e i muri perimetrali, dopo il cedimento di questi ultimi, si sono ormai slegati mettendone a repentaglio la stabilità. Per questo nel 2014 il Comune è stato costretto a eseguire un intervento di somma urgenza puntellando con strutture lignee il muro alto sei metri che rischiava di cadere e costituiva ormai un pericolo per i passanti, le macchine e il resto della struttura. A rendere bene l’idea dello stato in cui versa la struttura ci sono gli alberi che sono cresciuti al suo interno e ormai svettano ben oltre l’altezza della struttura raggiungendo i dieci metri. La superficie lorda complessiva è di circa 560 metri quadrati dalla quale è possibile ricavare cinque o sei unità abitative autonome composte da una zona soggiorno e cucina, due camere da letto e un bagno. Per il momento è difficile stabilire con esattezza quanti saranno i posti letto realizzati, perché il progetto è ancora in fase di elaborazione, ma si conta di ricavarne almeno diciotto, fino a un massimo di venti.
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Scheda tecnica
mentre la parte in muratura che insiste più su via Santa Chiara è sviluppata su due piani, ma è ormai fatiscente, senza più copertura né pavimenti. Di fatto rimane solamente uno scheletro esterno pericolante. È questo il fabbricato che la Fondazione Cassa di Risparmio ha intenzione di acquistare e ristrutturare per realizzare sei nuovi appartamenti da destinare a professori e studenti di Imt, la Scuola di Alti Studi di Lucca. Un investimento che mira all’espansione dell’istituto di istruzione superiore universitario e che contemporaneamente permette di continuare l’opera di rilancio e di recupero di questa parte della città. L’immobile è una pertinenza della Pia Casa e per questo, nonostante non abbia elementi architettonici di pregio, è stato inserito dalla Sovrintendenza tra quelli degni di tutela. Intanto la Fondazione si è già mossa approvando una delibera dell’importo di 1,9 milioni di euro per l’acquisto e la ristrutturazione dell’intera struttura che attualmente è di proprietà del Comune. È questa la stima del valore fatta
dagli uffici di Palazzo Orsetti. «La nostra intenzione – spiega Franco Mungai, responsabile dei servizi tecnici della Fondazione Cassa di Risparmio – è recuperare la costruzione e metterla a disposizione di Imt come residenza universitaria che comprenda sei appartamenti che saranno condivisi da docenti e studenti. E il Comune, che ha visto una rilevanza dal punto di vista sociale, ha deliberato di cederlo a noi con il vincolo della concessione in comodato gratuito a Imt per 25 anni. Un’operazione simile a quanto è già stato fatto per il San Francesco». Ora per il perfezionamento del contratto manca solo il rilascio del permesso a costruire e a ristrutturare, un punto che però dovrebbe essere sciolto entro la fine dell’anno. Questa, infatti, la scadenza che le parti in causa si sono date per definire un progetto in grado di mettere d’accordo sia la Sovrintendenza sia il Comune. E i tecnici sono già al lavoro ormai da ottobre. A quel punto si potrà procedere con l’atto di acquisizione definitiva da parte della Fondazione e con l’avvio dei lavori.
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foto Lucio Ghilardi
INTERVENTI
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SUL TERRITORIO La ‘Patria Vincitrice’ torna a mostrarsi Sara Berchiolli
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i sono elementi che pur avendoli ogni giorno sotto gli occhi non ci si fa quasi più caso. Come il quadro all’ingresso, l’albero fuori dalla finestra dell’ufficio. Stanno lì, li vediamo continuamente, ma nel nostro immaginario, nella nostra rappresentazione quotidiana, non diventano altro che un fondale, una scenografia. Eppure, il più delle volte, sono elementi senza i quali l’intera immagine non tornerebbe. Più o meno questa è stata la condizione in cui per tredici anni è ricaduto il monumento equestre di piazzale Risorgimento, oggi tornato a nuova vita grazie all’intervento della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca. Esatto, il monumento in questione è rimasto recintato per tredici anni. Varrebbe a dire che un’intera generazione è nata, cresciuta, ha imparato a camminare e ha concluso anche le scuole medie senza mai vedere per intero quell’opera. E magari anche chi nel 2003 aveva già una certa età, ma non abbastanza da ricordare com’era fatto, si è alla fine abituato a incontrare fuori Porta San Pietro un ciuffetto di alberi, un cavallo che spunta da una staccionata e tanti bei murales, colorati e allegri. Che poi, a pensarci bene, in quanti sapevano che quello si chiama piazzale Risorgimento? Non molti, di certo. Perché è una di quelle cose di fronte alle quali si passa senza farci caso. Un elemento del fondale, appunto. Come il quadro nell’ingresso o l’albero fuori dalla finestra. Insomma, da 86 anni Lucca possiede un monumento equestre, l’unico, che è rimasto per tredici anni oscurato alla vista dei cittadini, dei turisti, dei grandi e dei piccoli. Fino a qualche mese fa, probabilmente, quasi nessuno sapeva che quell’opera rappresenta un tributo ai soldati, ai ragazzi, ai giovani caduti della Prima Guerra Mondiale. Incarna la ‘Patria Vincitrice’, soggetto che inevitabilmente richiama alla mente anche le lotte per l’Unità del Risorgimento – da cui, per altro, il nome
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foto Lucio Ghilardi
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della piazza. Piazza che è rimasta per anni in mano al degrado, s’intende, dimenticata da tutti, amministratori e cittadini, e scenario perfetto per passaggi rapidi tra Porta San Pietro e la passerella della stazione. Proprio lì, alle porte della città, a fianco del palazzo della Questura, a pochi metri dalla Scuola superiore Sandro Pertini. Un arrivederci, per chi saluta Lucca uscendo da Porta a Vapore, che stride. Per raccontare la storia della Patria Vincitrice, bisogna fare qualche passo indietro. Fino al 1922, circa. A quattro anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale, sorge il desiderio, forse la necessità morale, di ricordare chi, per quella guerra, aveva dato davvero tutto. Un monumento ai caduti, quindi, che celebrasse l’estremo sacrificio, che infondesse nuovo coraggio ai sopravvissuti, che significasse che niente era stato vano. Furono quindi convocati due artisti: Giuseppe Baccelli, esperto in arte lapidea, e Alfredo Angeloni, bronzista, a cui fu chiesto di progettare un monumento ai caduti da far realizzare alla Fonderia Michelucci di Pistoia. Ci vollero otto lunghi anni di preparazione e poi di lavori, ma alla fine, nel 1930, l’allora piazzale Umberto I era ufficialmente pronto. La statua era imponente, con
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linee pulite e rigorose, installata al centro di uno spazio completamente nuovo, disegnato col preciso scopo di accogliere il monumento. Uno spiazzo che guardava dritto in faccia la città e che fieramente raccontava una pagina di storia, ma anche di cultura, architettura e, perché no, di design essenziale e arioso. Al centro dell’area, delimitata da sei aiuole e punteggiata da cespugli decorativi e alberi, la statua: un ampio basamento in pietra con gradoni, su cui torreggia un corpo verticale dello stesso materiale. Ai lati, due statue in alto rilievo: il Sacrificio e il Guerriero, simboli neanche troppo sibillini della volontà di mantenere vivo il ricordo e la memoria. Sopra la struttura, infine, la statua equestre in bronzo: un cavaliere dai tratti classicheggianti in sella a un cavallo regge nella mano destra l’asta di una bandiera e nella sinistra una piccola vittoria alata. L’iscrizione sul basamento, per chiarire una volta per tutta il senso ultimo di questo tributo, recita «Super omnia patria usque ad necrem et ultra», che significa «La patria sopra ogni cosa, fino alla morte e oltre». Piazzale e monumento furono inaugurati degnamente il 9 novembre 1930, alla presenza di re Vittorio Emanuele III. La presenza del re
e l’inaugurazione sono perfettamente documentate attraverso le fotografie di Ettore Cortopassi, che regalano ancora oggi tutta la maestosità e la solennità di una Lucca diversa, immaginata e sognata. Nel novembre del 1930 il sovrano, alla sua terza presenza lucchese dopo le visite del 1924 e del 1926, si concesse un rapido tour tra le bellezze cittadine, attraversando il Cortile degli Svizzeri, passando in rassegna il 22° Reggimento Fanteria e affacciandosi al balcone del Palazzo del Governo. Vittorio Emanuele III raggiunse poi piazzale Umberto I, prese posto in tribuna e assistette al rito di inaugurazione, compresa la benedizione presieduta dall’arcivescovo Antonio Torrini. Il tutto debitamente documentato anche da un filmato dell’Istituto Luce, dove, inedito fino a pochi mesi fa!, si vede la statua in tutta la sua interezza. I problemi però iniziano a sorgere circa 73 anni dopo, nel 2003, quando si comincia a parlare di possibili crolli e cedimenti della struttura. Niente di strano, se si pensa che il monumento è stato praticamente abbandonato per anni: senza una manutenzione adeguata, senza il prestigio che merita, senza la cura necessaria. Circondato, anzi, da auto e parcheggi. Gli agenti meteorologici, l’incuria,
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lo smog hanno poi fatto il resto e per la statua si comincia a temere il peggio. Da una rapida indagine, oltretutto, si scopre che le zampe del cavallo sono piene solo fino al ginocchio, prive di una qualsiasi struttura interna capace di reggere il peso del cavaliere che rischia, a questo punto, di sfiancare oltremodo l’animale. C’è il pericolo, inoltre, che l’asta che sorregge il tricolore cada sull’ignaro cittadino che si trova a passarci sotto e, per questo motivo, deve essere rimossa. Un intervento da svolgersi nel minor tempo possibile, seguendo due possibili strade: da una parte l’apertura del cantiere sul posto; dall’altra il trasloco della statua in una struttura adeguata dove eseguire il restauro. Quindi? Quindi si recinta. Si rende inagibile l’area e si cerca di capire il da farsi. Una ricerca piuttosto lunga, tant’è che fino al 2014 in pochi si pongono domande circa il destino della Patria Vincitrice. Anzi no, qualcosa si muove già nel 2013, quando, grazie a un accordo tra Comune di Lucca, Associazione degli Industriali, Assoartigiani Lucca e associazione culturale «Quelchenonè», viene deciso di lasciare alla fantasia dei writers – gli artisti della bomboletta – il compito di rendere le recinzioni grigie meno tristi. Ecco quindi che la staccionata diventa tela colorata che, mese dopo mese, accoglie lampi di tinte, disegni, scritte e firme. Eppure, lì dietro, l’animale non ha ancora finito la sua corsa. Ma occorre attendere il 2014 per sentir nuovamente parlare del monumento equestre e della necessità, del desiderio, di vederlo rinascere. In occasione del centenario della Prima Guerra Mondiale, anche a Lucca viene formata una commissione coordinata dalla Prefettura con il compito, tra i tanti, di occuparsi del recupero dei monumenti ai caduti. La spesa stimata per mettere in sicurezza l’opera di Angeloni e Baccelli e per ripulirla, all’epoca, era di 85mila euro. Il resto è storia dei giorni nostri. Negli ultimi mesi del 2015, durante una riunione con il Comitato per il Centenario della Grande Guerra, la Fondazione Cassa di Risparmio di
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LA ‘PATRIA VINCITRICE’ TORNA A MOSTRARSI
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Lucca mette a disposizione circa 250mila euro per recuperare diversi monumenti ai caduti presenti sul territorio lucchese, sfruttando anche la strada aperta dall’Art Bonus, che concede importanti sgravi fiscali. Buona parte del plafond, circa 150mila euro, viene destinato proprio alla Patria Vincitrice e alla riqualificazione di piazzale Risorgimento. La durata dei lavori viene calcolata in circa sei mesi dal primo intervento. In attesa dei permessi, l’ente di San Micheletto inizia nel marzo 2016 con la pulizia del piazzale. Rapidamente si trova la soluzione al problema delle caviglie deboli del cavallo: le zampe verranno segate, la statua resterà sospesa in aria e intanto la base sarà rinforzata dall’interno. La Fondazione, con le ditte Bruna Mariani conservazioni beni culturali, Massimo Moretti restauri lapidei e la Fonderia Artistica Battaglia di Milano, inizia ad aprire le prime «finestre di saggio» per testare la resistenza e scoprire realmente in quali condizioni versi il monumento. A giugno 2016 la sorpresa: la statua è perfettamente solida e non presenta alcun problema di stabilità. I lavori possono quindi procedere con maggiore lena. L’area viene ripulita da tutte le piante infestanti e gli alberi circostanti vengono potati. La parte in metallo della statua è poi trattata con il lavaggio e lo sgrassaggio, attraverso una pulitura meccanica controllata. Per ritardare l’azione degli agenti atmosferici e per difendere maggiormente l’opera dal passare del tempo, viene stesa una patina su tutto il monumento, composta da un principio protettivo e inibitore della corrosione. Anche le superfici lapidee subiscono una radicale ripulitura: dopo il trattamento con un particolare biocida, il basamento e il corpo verticale sono lavati, stuccati e cosparsi di una maschera protettiva. Tutta l’area è poi riqualificata: nuovi impianti di illuminazione e di irrigazione, nuovo ghiaino e arredi, come panchine e cestini. La Patria Vincitrice torna a splendere il 10 settembre 2016, 86 anni dopo la sua prima inaugurazione. Viene da dire tutto è bene quel che finisce bene, sorvolando, proprio come la vittoria alata, su quei tredici anni di buio. Resta un fatto: d’ora in avanti, chiunque passerà da viale Regina Margherita, all’altezza di Porta San Pietro, si sentirà chiamare da un lampo, colto con la coda dell’occhio, un qualcosa che prima non c’era e che adesso c’è. Non sarà più come con il quadro all’ingresso o l’albero fuori dalla finestra. Adesso è quasi impossibile non notare il monumento ai caduti, quel cavaliere e quel cavallo rimasti nascosti per così tanto, troppo, tempo.
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Pineta come la strada di Swann: alla ricerca del tempo perduto Corrado Benzio
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on c’è più il buio oltre le siepi. Soprattutto non ci sono più quelle brutte siepi che rinchiudevano la pineta. Brutte anche perché mai potate a dovere. La vecchia, cara Pineta di Ponente è tornata ad essere un luogo vivo e vissuto, bello da frequentare, ma anche da raccontare. Forse a Viareggio non incontrerete più Mina col figlio Massimiliano (lo scrisse sulla «Stampa» nel 2003 ricordando Fagiolino e Masticabrodo, i burattini di Gioves che hanno allietato generazioni di bamboretti). Ma trovate oggi i viali di nuovo tracciati, i canali di nuovo scavati e puliti, i ponti non più sul fiume Kwai. E soprattutto tanti bei prati senza l’ombra di una bottiglia o di un vecchio giornale locale. Tutto bello, una sorta di Eden come fu fino agli anni Settanta? No, certo, restano i problemi di sicurezza, anzi di insicurezza ma di questi parleremo dopo. Oggi si può raccontare di un accordo sancito nel 2014 fra Comune di Viareggio e Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca che ha riportato a nuova vita il cuore verde di una città che seppure ferita sta cercando di risollevarsi. La Passeggiata, oggi, è altra cosa. La Pineta di Ponente anche. Il mondo, certo, è cambiato. Negli anni Cinquanta e Sessanta la vacanza dei viareggini e dei turisti era così scandita: la mattina al mare, il pranzo a casa e il pomeriggio in pineta. A seguire le proprie vocazioni. Chi amava il pattinaggio (soprattutto le ragazzine) al Pino sul Tetto. Chi amava gli animali al lago dei cigni. Chi preferiva lo sport aveva la corsa, il calcio alla Fontanella e due gloriosi circoli del tennis. E poi si poteva scorrazzare col grillo o col tandem. Fino al tramonto. Per il dopocena c’era – e c’è ancora oggi – la Capannina e il Trocadero, il Pino sul Tetto e il Pirata col suo baby-golf. E ancora trovavate i cavallini e i bomboloni. Quelli di Pippo, il dirigibile del Gatto Nero. E quelli della Baracchina del Lago. I bomboloni del Gatto Nero andrebbero fregiati del Presidio di Slow Food. Oggi il fritto
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è stato sdoganato, ma ci sono stati anni in cui il bombolone (o frate) fritto e servito caldo lo trovavi solo sul viale Capponi. Chi era costui? È quello che avrebbe suonato le proprie campane, contro le trombe francesi. E l’altra metà del viale, divertente la cosa, è intitolata a Luigi Cadorna, uno dei generali più vituperati della storia d’Italia. A lui sono imputate le sanguinose battaglie (e le decimazioni) della Prima Guerra Mondiale. Lui che fu cacciato, non dimentichiamolo, dopo Caporetto (1917). I nomi, i luoghi, le facce, sono troppo importanti per la storia della pineta. Pensiamo solo alle ville che si affacciano ai due angoli. Al Marco Polo c’è villa Puccini, l’ultima dimora del Maestro. È qui che fino all’ultimo cercò di terminare Turandot. Anzi, la villa potrebbe oggi chiamarsi il giardino di Turandot, per non confonderla col mausoleo di Torre del Lago. All’angolo opposto, via Fratti angolo con via Vespucci, c’è villa Argentina, riportata agli antichi splendori grazie all’intervento della Provincia di Lucca. Sono tornate a splendere, sulla facciata, le ceramiche di Galileo Chini e i saloni ospitano belle mostre e grandi dibattiti e incontri sui libri. Uscendo dalla pineta, ci si può imbattere anche nelle Oceaniche, la scultura che Giulio Turcato dedicò e regalò a Viareggio. L’unica scultura mai realizzata dal pittore che entra nella storia dell’arte italiana per la sua polemica con Palmiro Togliatti che negava valore politico all’arte che non fosse realistica. Turcato invece – lo diciamo in soldoni – rimarcava il valore innovativo e anche rivoluzionario dell’arte astratta. Turcato è figlio di una generazione che vedeva in Viareggio un centro d’arte internazionale. Nel giardino dell’hotel Royal, con vista sulla pineta, si svolgevano le serate finali del premio letterario, quando i grandi autori si scannavano per averlo. Quando, fra l’altro, Giuseppe Ungaretti chiedeva ad un giovane giornalista, Adolfo Lippi, di portarlo alla Bussola per vedere questa cantante. Lei era Mina e il poeta che non ha avuto il Nobel solo per un errore ne rimase affascinato.
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PINETA COME LA STRADA DI SWANN: ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO
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Né lei né Ungaretti sapevano che nella pineta di Viareggio era nato il primo grande torneo internazionale di tennis (ultima edizione il 1973 con la finale Nastase-Kodes) e il primo festival della canzone italiana poi traslocato a Sanremo. Dietro la prima edizione, alla Capannina del Marco Polo, c’erano Sergio Bernardini e Aldo Valleroni (mentre Giancarlo Fusco, grande giornalista in fieri, faceva il buttadentro e il ballerino). La storia è certificata nel libro La grande evasione di Gianni Borgna, grande intellettuale del Pci, nel quale si racconta la storia del festival, sdoganandolo in qualche modo a sinistra. Quello che Borgna, recentemente scomparso, non dice, però, è che la kermesse canora traslocò perché l’allora presidente dell’Aasrv (l’allora Apt) disse che era meglio una gara di cani che un festival di canzonette. La solita lungimiranza versiliese… Fra quei pini e i lecci ci sono i primi amori dei ragazzetti viareggini e le prime epiche, partite di calcio. Magari alla Fontanella, quel grande spiazzo orfano di pini perché al suo posto, fino al 1919, c’era stato il teatro Puccini, altro spiazzo rimpianto. Alla Fontanella hanno giocato tutti, compreso Marcello Lippi e Gedeone Carmignani. Poi anche lì il mondo è cambiato ed è stato proprio Lippi, sulla «Gazzetta dello sport», a rimpiangere il tempo in cui si imparava a giocare a pallone nelle strade e sulle piazze. La pineta era per i viareggini anche una sorta di via Pal. Qui le bande di ragazzine si azzuffavano per i pinugliori, gli aghi di pino che si raccoglievano per il grande falò che celebrava, l’8 settembre, la Madonna. Altra tradizione che si sta perdendo. Non tutto, però, fu idilliaco, bello, sereno. Gli anni terribili, complicati iniziano alla fine degli anni Sessanta, quando Viareggio – se mai l’ha avuta – perde la sua innocenza. Nel 1968 fu chiuso il doppio viale alle macchine. La sera le lucciole spuntavano dai platani e la situazione era degenerata. E gli amori mercenari non erano solo etero. Umberto Bindi, grande cantautore genovese (ha firmato il Nostro concerto e Arrivederci) venne aggredito. La notizia finì sui giornali con tutto
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il pepe che poteva portare in quegli anni una storia fra «invertiti», come fu definita. E fu l’inizio della fine per il sensibile artista, così come ricordava Gino Paoli, accusando esplicitamente un giornale locale di avere fatto da killer di Bindi. E poi, poco tempo dopo ci furono gli anni terribili del caso Lavorini. «I ragazzi della pineta di Viareggio», titolava un settimanale per famiglie («Oggi», per dovere di cronaca), come vent’anni dopo avrebbe scritto «I ragazzi dello Zoo di Berlino». In Germania era un problema di droga, qui di sesso mercenario, però venduto da adolescenti. La pineta diventò una Gomorra viareggina e la storia è nota: tutta la destra pompò la vicenda, coinvolgendo grossi personaggi ‘neri’, come il principe Junio Valerio Borghese. Viareggio e la Versilia hanno sempre avuto questo primato (talvolta triste) di anticipare mode, svolte, tendenze. Anche in politica, visto che negli anni del caso Lavorini, c’era al potere cittadino una delle prime giunte di sinistra, con Psi e Pci uniti al potere. I tempi poi sono cambiati, ma il degrado complessivo del grande parco non ha aiutato a togliere una certa fama sinistra alla pineta di Ponente. Certo, come troppe aree verdi in Italia, lo spaccio regna abbastanza sovrano. Accadeva già 35 anni fa, con spacciatori locali. Oggi il mercato è in altre mani. Che non hanno paura di niente, soprattutto non hanno paura di finire in carcere. Per questo la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, dopo avere provveduto a salvare l’ambiente, ora si prepara ad investire sulla sicurezza di tutta l’area. E lo farà, questa è la premessa, con mezzi mai usati prima. Non è cosa da poco. Chissà che dalla pineta di Ponente non parta la riscossa per cacciare dalla città la mala pianta dello spaccio e della violenza spicciola che ormai alligna in tutta l’area del centro intorno a piazza Dante e alla stazione ferroviaria. Viareggio ha bisogno di positività.
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PINETA COME LA STRADA DI SWANN: ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO
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La Pineta di Ponente nei miei ricordi con Mario Tobino
È
stata il polmone verde della città per oltre un secolo e da me frequentata fin dagli anni Sessanta del Novecento quando studiavo al Liceo Classico Giosuè Carducci e in anni successivi con Tobino, ancora piena di vita e di bellezza, fino alla sua morte, avvenuta come desiderava ‘sulla breccia’ in mezzo a tanti giovani che lo applaudivano, l’11 dicembre 1991 ad Agrigento ove si era recato per ricevere il Premio Luigi Pirandello. Dopo è iniziata la decadenza, l’abbandono, l’incuria sempre maggiori e niente hanno fatto le varie amministrazioni succedutesi al governo del Comune fino ad oggi, per mancanza di sensibilità, di cultura civica e di denaro, nella generale crisi finanziaria degli ultimi anni. Durante i venti anni di lavoro e di amicizia (1971-1991) con Mario Tobino sono stati sempre presenti i due ‘amori’ del Maestro: Viareggio-il mare, e Lucca-il Manicomio di Fregionaia. Con lui ho trascorso molto tempo nell’Ospedale psichiatrico tra i pazienti, nella Biblioteca Storica a leggere e discutere sulle Riviste scientifiche nazionali ed estere. Abbiamo passeggiato molto per le vie di Lucca, particolarmente sulle mura che amava tanto, per la campagna lucchese e in Versilia, nella sua Viareggio. Amava la vecchia città attorno alla farmacia di famiglia in via Cesare Battisti, il porto e le Pinete. Da quando è nata la frequentazione medica e poi l’amicizia con Mario Tobino, mio Maestro come Adolfo Pazzagli, Direttore della Clinica Psichiatrica, Psicologo Clinico dell’Università di Firenze, già Presidente dell’Associazione Italiana di Psicoanalisi, ho potuto passeggiare per la Lucchesia, fare conoscere molti aspetti della medesima a Mario, conversare su comuni interessi letterari, storici e artistici. Periodicamente mi chiedeva di portarlo al mare della Versilia, di Viareggio, al di fuori dei mesi di luglio e agosto perché prediligeva, come me, la nostra terra natale libera dal caotico turismo estivo.
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Franco Bellato
In pratica da fine settembre a maggio quasi tutti i mesi facevamo una ‘scappata’ in Versilia. Visitavamo i paesi collinari delle Sei Miglia, di Massarosa, di Camaiore, di Pietrasanta, sempre si concludeva la passeggiata a Viareggio e nella Pineta di Ponente. Dopo la cena, da Clara sulla via Aurelia o da Angelo in via Coppino, si rientrava a Lucca per il viale dei Tigli, Torre del Lago, Migliarino fino a Filettole e Nozzano verso l’Ospedale Psichiatrico di Fregionaia, dove ha lavorato e vissuto per oltre quaranta anni. La Pineta di Ponente sorse alla metà del XVIII secolo per opera dell’ingegnere della Serenissima Repubblica di Venezia, Bernardino Zendrini. Dopo aver tagliato decine di migliaia di lecci, frassini e ontani non utili per la lotta contro la malaria e bonificato la palude, divenne polmone salutare, di svago e passeggio per Viareggio. Nei primi decenni del Novecento i confini erano quelli attuali: viale Michelangelo Buonarroti, via Antonio Fratti, via Marco Polo e, per la ridotta superficie a causa di nuovi insediamenti abitativi, il primitivo confine est si spostò da via Giuseppe Mazzini a via Amerigo Vespucci. Dopo la Prima Guerra Mondiale fu allestito un ippodromo per corse al trotto e un teatro all’aperto, grazie al grande attore Ermete Zacconi, dedicato a Giacomo Puccini, che poteva contenere migliaia di spettatori. Nel 1942 divenne teatro stabile e poi cinema che anche io ho frequentato prima di essere demolito. Nel dopoguerra apparvero il Trocadero, la Capannina, il Pirata, la Casetta delle Guardie, la pista di pattinaggio e il Pino sul tetto. Furono inoltre organizzati il noleggio di biciclette, di carrozzelle, la vendita di grilli e il Teatro dei burattini, molto amato dai bambini. Tutte queste attività ovviamente erano allestite soprattutto nella stagione estiva. Con il Maestro ho passeggiato per i viali, i sentieri, quando in autunno e inverno vi erano poche persone, anche con la pioggia. Era sempre bella la pineta che profumava di ginestra, di terebinto, di lentisco, di corbezzolo, di eucalipto, di mirto. Attraversavamo fossi e piccoli canali e ci fermavamo al Pino sul tetto quando
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LA PINETA DI PONENTE NEI MIEI RICORDI CON MARIO TOBINO
voleva sedersi e diceva: «Ecco la dolente ferita per la scheggia inglese nel deserto della Libia». Di solito prendeva un bicchiere di vino bianco e guai a offrirlo; mi urlava bonariamente: «A Viareggio, casa mia, comando io e tu solamente ubbidire Francuccio». Davanti al Kursaal, sorto dopo il Teatro Puccini, mi raccontava di spettacoli ai quali aveva assistito, di prosa e di lirica; tra le opere amava Madama Butterfly, Turandot e Tosca. Affermava che: «Puccini amore e donne conosceva assai e nessuno come lui, passione, dolore e morte ha cantato». Percorreva con me il viale Gino Capponi tra i platani, da via Vespucci a via Marco Polo; si fermava al campo di tennis che definiva: «Sport per arricchiti borghesi… pochi, in Italia il pallone domina il popolo». Ricordava le partite tra soldati della sezione di sanità della Divisione Pavia nelle oasi del deserto per dimenticare guerra, sofferenza e morte di ogni giorno. Preferiva stare in Pineta e evitare la Passeggiata perché non era più quella dei ricordi di giovinezza: il Teatro Eden, il Margherita e l’Eolo – i due Gran Caffè di Viareggio –, il bagno Tognetti, il Cirillo, il Balena, la Galleria e il bagno Nettuno dei ricchi, l’Hotel Russie, dal molo a piazza Mazzini e fino al Grand Hotel Royal e al Principe di Piemonte. Non voleva mai oltrepassare il viale Marco Polo, perché di là era stato compiuto un oltraggio, una pugnalata al cuore dei viareggini. Mi raccontava del suo dolore per la distruzione di parte della Pineta di Ponente, più folta, più misteriosa, che andava fino a Fossa dell’Abate, con i sentieri bagnati, i muschi, i pini che al vento coprivano il terreno con un tappeto di aghi che anche io ho visto e attraversato più volte. Il disastro era stato compiuto negli anni Sessanta del Novecento, gli anni della ripresa economica dell’Italia. «Amico mio, i lucchesi vollero casa al mare, i viareggini accettarono per denaro, ignavia e fecero la Città giardino, brutta». «In pineta da ragazzo andavo con la teppa del Piazzone a caccia di nidi dei calapugnoli, coleotteri color camomilla grossi mezzo dito, stavano sotto un monticello di sabbia con un foro in cima, le-
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vavo la sabbia, afferravo il calapugnolo, con un filo legavo una zampina e l’insetto volava in cielo tenuto dal filo al dito. Vinceva il calapugnolo che più degli altri resisteva volando nel cielo fino a cadere a terra per ultimo, sfinito». Con lui a passeggio portavo una macchina fotografica con la quale ho ripreso molte vedute della Versilia, come in precedenza della Lucchesia e ammirava la mia ricerca dei luoghi belli, sopravvissuti allo scempio urbanistico e paesaggistico. «Esseri umani nelle tue
foto non vedo, ma così hai scelto di operare a Lucca come in Versilia, tuoi sono sentimenti e amore per questa nostra terra». Al ritorno, varcato il colle di Quiesa, all’apparire del Manicomio esclamava: «Il mare mi ha dato vita, e Magliano con i nostri ultimi matti è casa della mia vecchiaia». E il suo volto si illuminava di un sorriso.
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FCRL DAL TERRITORIO
L’eleganza di Porta San Donato, la razionalità di Porta San Jacopo
U
n programma di lavori imponente, quello che vede impegnata dal 2013 la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca nel restauro, nel recupero, nella conservazione e nella valorizzazione delle Mura urbane. Tra gli interventi completati nel 2016, nei tempi stabiliti dall’accordo di programma firmato con il Comune di Lucca e la Regione Toscana, quelli che hanno interessato due importanti accessi alla città antica: Porta San Donato Nuova e Porta San Jacopo. Molto diverse per epoca di costruzione e per stile architettonico, le due Porte si presentavano in condizioni di carente conservazione dovute all’infiltrazione delle acque, a episodi di vandalismo e a una generale mancanza di manutenzione ordinaria. Questa riqualificazione risponde a un piano complessivo che il Comune di Lucca sta portando avanti per consolidare funzioni coerenti con le vocazioni delle due aree del centro storico. Porta San Donato Nuova, infatti, rappresenta l’accesso privilegiato per i turisti che, arrivati con il pullman al terminal Palatucci, raggiungono Porta San Donato Vecchia, dove è allestito il punto di informazioni di Itinera. Porta San Jacopo invece, collocata nella zona nord-orientale, afferisce a quel lembo di città che si sta affermando per l’offerta culturale e universitaria, con la vicina presenza del complesso di San Francesco, della ex Casa del Boia – oggi museo multimediale della via Francigena –, di Celsius e della Scuola di Alti Studi IMT, della Fondazione Ragghianti, del Lu.C.C.A museum e del Museo nazionale di Villa Guinigi. PORTA SAN DONATO NUOVA, L’ELEGANTE
Avvicinandosi a Porta San Donato Nuova si è accolti dallo sguardo austero e benevolo delle statue dei santi Paolino e Donato, che si innalzano ai due lati della facciata – indice che quando la porta venne edificata, tra il 1629 e il 1637, l’assillo di fortificare la città per il timore di attacchi nemici stava perdendo vigore lasciando spazio al gusto del bello e all’eleganza, comunque sobria, dell’ornamento.
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Elisa Tambellini
Si completano gli interventi alle Mura di Lucca
Le prime decadi del XVII secolo videro di fatto un progressivo spostarsi dell’asse delle guerre dall’Italia al centro Europa, dove si scontravano gli interessi dei governanti spagnoli, francesi e austriaci, in un crescendo di tensione anche religiosa tra cattolici e protestanti. Così, quando nel 1626 a Lucca arrivò Muzio Oddi, architetto e ingegnere della scuola urbinate dei «maestri della guerra», l’imponente struttura difensiva delle Mura – ormai in fase di completamento – poté permettersi di accogliere una nuova attenzione ai valori estetici. A lui, che proseguì il lavoro del fratello Matteo, venne affidato il compito di progettare la nuova Porta San Donato, sul lato nord-occidentale, tra i baluardi San Donato e Santa Croce. Esempio di sintesi mirabile tra tecnica militare e armonia compositiva, la porta si distingue per le modenature e le cornici in marmo del grande timpano triangolare che corona il corpo centrale della facciata dalle superfici in laterizio. L’unico fornice, accompagnato da due fianchette pedonali – di cui una, quella di destra, finta – era in origine sovrastato da un cartiglio che richiamava l’immancabile libertas, stella polare della Repubblica di Lucca. A questa pacata simmetria delle proporzioni della facciata esterna corrisponde un interno ancora oggi articolato in tutte quelle parti che ne facevano un avamposto difensivo: il corpo di guardia maggiore, con i suoi pilastri di pietra arenaria a sostegno della grandi volte di copertura, i caminetti e il pozzo, la saracinesca e il corpo di guardia minore ai cui fianchi vennero ricavate due postazioni per i fucilieri con tanto di feritoie. Due immagini religiose sono poste a presidio del corpo di guardia maggiore: un affresco che raffigura la Madonna, sulla cappa del camino che dà verso nord, e il Volto Santo in stucco sulla porta dell’ambiente riservato ai fucilieri. Uno spazio militare a tutti gli effetti quindi, capace al contempo di esprimere armonia e decoro condensando così vecchio e nuovo, il bisogno di sicurezza e il racconto di una città capitale forte dei suoi simboli e della sua compostezza – sotto lo sguardo di quei due santi che sembrano
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foto Lucio Ghilardi
L’ELEGANZA DI PORTA SAN DONATO, LA RAZIONALITÀ DI PORTA SAN JACOPO
quasi invitare chi oltrepassa la Porta a dismettere i propri timori. Ben diverso, questo edificio, dall’antica Porta San Donato che apparteneva alla cinta medievale e che ancora oggi, sebbene trasformata nelle sue funzioni, rivela il suo aspetto severo. Alla fine di aprile, una volta acquisiti i pareri competenti, sono iniziati i lavori di riqualificazione e restauro, per un importo complessivo di centomila euro. «L’attuale restauro – osserva Alessandro Tambellini, sindaco di Lucca – mette ancor meglio in evidenza l’eleganza della costruzione, in cui i mattoni della muratura sono contornati da fasce bianche di calcare, che salgono alla sommità, a scandire il timpano triangolare».
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Gli intonaci interni ed esterni, ammalorati, sono stati rifatti e imbiancati, così come sono tornati a nuova vita i cancelli, le inferriate e il rostro in ferro battuto posto sopra l’ingresso interno della porta. Importante anche l’impegno di ripulitura delle superfici lapidee della stanza di guardiania maggiore e dei locali, dei contrafforti laterali interni e del paramento murario esterno. Sono inoltre stati installati dei dissuasori per impedire ai volatili di nidificare ed è stato realizzato un nuovo sistema di illuminazione con proiettori incassati nella pavimentazione e una colonna che valorizza il profilo monumentale d’insieme anche della facciata interna. Le luci, oltre a rendere i luoghi più sicuri, conferiscono loro orientamento
e identità e sono complementari alla piena fruizione dell’architettura. «La continuazione del sistema di illuminazione ad est, guardando la porta dall’esterno – osserva ancora Tambellini – consente di apprezzarne la suggestione anche durante la notte. Il completamento dell’illuminazione sul versante nord della cortina costituisce il prossimo traguardo, reso possibile da un ulteriore finanziamento regionale di circa ottocentomila euro, che abbiamo ottenuto grazie all’ottima collaborazione tra il Comune, la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, la Regione Toscana, il Mibact. Un’intesa tra gli enti che, assistita costantemente dalla nostra Sovrintendenza, riteniamo possa costituire un modello nel
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foto Lucio Ghilardi
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L’ELEGANZA DI PORTA SAN DONATO, LA RAZIONALITÀ DI PORTA SAN JACOPO
foto Lucio Ghilardi
recupero e nella conservazione del patrimonio monumentale del nostro Paese». Infine, anche le sculture dei santi Paolino e Donato sono state oggetto di sapienti interventi di restauro conservativo. APRITE LE PORTE, L’ESERCITO BRITANNICO È PRONTO A LIBERARVI DAI DITTATORI FRANCESI!
Fu a Porta San Donato Nuova che si consumò il primo atto dell’invasione inglese di Lucca, sul finire di quel 1813 che per l’Europa significò l’inizio della disgregazione del potere napoleonico. Elisa Baciocchi, sorella dell’imperatore e principessa di Lucca e Piombino, si era recata a Firenze in cerca di aiuti militari sapendo che Lord William Bentinck, ministro britannico del governo siciliano, aveva ricevuto l’ordine di contrastare i napoleonici che controllavano la costa tirrenica, anche istigando i toscani a ribellarsi alla dittatura dei Bonaparte. In sua assenza, i lucchesi avrebbero comunque dovuto difendere la città. Ma che fare, di fronte al grido di «Aprite le porte, l’esercito britannico è pronto a liberarvi dai dittatori francesi»? Circa novecento inglesi e numerosi partigiani intenzionati a liberare Lucca dai francesi se ne stavano, con il loro cannone, schierati davanti Porta San Donato Nuova. A nutrire il numero dei volontari era stato il carisma di Carlo Catinelli, tenente colonnello di origine friulana che Lord Bentinck aveva portato con sé affidandogli il particolare ruolo di guida e di interprete. Era notte fonda, le Mura erano presidiate e i cannoni puntati, come di consuetudine, verso l’esterno. Dapprima la banda militare inglese iniziò a suonare con gran fragore, poi, ripristinato il silenzio, l’invito ad aprire la porta, gridato con forza. Niente, i lucchesi – incerti sul da farsi in assenza di Elisa – scelsero di non rispondere. Seguì uno sparo di cannone a salve, ancora senza reazioni da parte dei lucchesi che, sebbene conoscessero le difficoltà che Napoleone stava incontrando in Europa, non trovavano l’ardire di venir meno agli ordini ricevuti dalla loro governante. Il cannone sparò di nuovo – e questa volta non a salve – e di
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nuovo i lucchesi rimasero in silenzio. Per l’esercitò britannico non ci fu quindi più alternativa, e fece fuoco: la porta subì uno squarcio ed ecco che allora, dall’interno della città, si levò una voce: «Parleremo, ma dentro le Mura». Tuttavia, la saracinesca di Porta San Donato Nuova era stata danneggiata e gli inglesi dovettero avanzare fino a Porta Santa Maria, e da lì vennero fatti entrare. Lord Bentinck fu ricevuto dal Consiglio della città, mentre le truppe inglesi si mescolarono ai cittadini sventolando uno stendardo che inneggiava all’indipendenza dell’Italia: nessun ardore tuttavia contagiò i lucchesi, che accolsero l’invasione guardinghi. Era il 10 dicembre 1813 e Carlo Catinelli fu raggiunto dalla notizia che Elisa Baciocchi, forte dei rinforzi ottenuti da Firenze, stava marciando con l’esercito verso Lucca. Nel contempo, i servizi segreti britannici avevano comunicato a Lord Bentinck che un’altra milizia francese, partita da Pisa, stava raggiungendo Lucca. Dopo solo ventotto ore, nella notte dell’11 dicembre, l’occupazione inglese si ritirò dalla città. Tuttavia, il potere napoleonico era inesorabilmente incamminato verso il suo tramonto e l’esercito francese partito da Pisa non riuscì ad arrestare la ritirata degli inglesi verso Viareggio, dove erano ancorate le loro navi militari. Ci fu uno scontro, molti francesi rimasero feriti, alcuni persero la vita e i britannici si impadronirono di due cannoni nemici. Elisa Baciocchi, rientrata a Lucca il 13 dicembre, si scagliò contro il Consiglio della città, reo di aver concesso udienza agli inglesi. Subito dopo chiese rinforzi al fratello per la difesa di Lucca, ma non venne ascoltata: Napoleone era in ben più grandi faccende affaccendato. PORTA SAN JACOPO, IL «BUCO NUOVO»
Realizzata nel tempo record di soli novanta giorni, Porta San Jacopo è stata l’ultima apertura di cui la città murata ha avuto bisogno per mettere meglio in comunicazione il centro con il quartiere di San Marco e l’area di Campo di Marte, dove stava sorgendo il nuovo ospedale e dove, di lì a poco, sarebbe stato costruito lo stadio Porta Elisa – proprio
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foto Lucio Ghilardi
L’ELEGANZA DI PORTA SAN DONATO, LA RAZIONALITÀ DI PORTA SAN JACOPO
accanto ai nuovi nuclei di edilizia residenziale che stavano prendendo il posto della ex piazza d’Armi. Siamo nel 1931 e il 7 giugno, con l’altisonante nome di Porta della Vittoria, perfetta espressione dei tempi, venne inaugurata la porta che i lucchesi, noncuranti dell’ufficialità, subito ribattezzarono «buco nuovo». Più tardi, alla porta venne dato anche il nome di Porta IV Novembre, ma nemmeno quello sembrò essere abbastanza efficace per entrare nell’uso corrente. Alla fine, prevalse l’onomastica presa in prestito dall’antica chiesa di San Jacopo alla Tomba, di epoca medievale e andata distrutta, che occupava lo spazio dell’attuale piazza Varanini sulla quale la porta si apre. Situata tra i baluardi San Martino e San Pietro, la nuova entrata venne progettata dall’ufficio tecnico del Municipio di Lucca secondo i vincoli architettonici propri, già all’epoca, delle Mura urbane. In un primo momento fu prevista l’apertura di più fornici, per facilitare il passaggio separato di pedoni e veicoli; tuttavia, in corso d’opera, il progetto cambiò e venne realizzata un’unica apertura pavimentata con lastre di pietra estese fino all’esterno, in modo da coprire il fossato sottostante le Mura. Contestualmente, per consentire lo smaltimento delle acque piovane, vennero realizzati due condotti di scolo. Nel suo lato esterno, la nuova
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porta conservò il semplice paramento in mattoni intorno all’apertura, lasciando la struttura sovrastante priva di modifiche; sul corrispondente lato interno, l’arco della porta esibì invece una misurata decorazione a bozze piane, ottenute dalla lavorazione a taglio delle pietre estratte dalle cave di Guamo. Prima del giugno di quest’anno per Porta San Jacopo non erano mai stati predisposti dei lavori di restauro e l’intervento della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ha dovuto porre rimedio a una situazione decisamente compromessa, fatta di porzioni di intonaco distaccate, di fessurazioni, di muffe. «All’interno di Porta San Jacopo, alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso – ricorda il sindaco di Lucca, Alessandro Tambellini – qualcuno appose una scritta, a caratteri molto grandi, di chiara valenza politica, che fu cancellata scalpellando l’intonaco in profondità. Le tracce di quell’intervento si sono conservate fino all’attuale restauro, che ha messo in evidenza la volta a botte in mattoni, molto suggestiva, e ha disegnato la perfetta illuminazione della porta che, a differenza delle altre, si apprezza dall’interno invece che dall’esterno». Il tempo e gli agenti atmosferici avevano inoltre causato il completo dilavamento delle tinteggiature, esterne e interne, accompagnato a macchie di origine sia chi-
mica sia, purtroppo, vandalica. Alcune pietre poste a cornice della facciata interna della porta erano state rimosse, rendendone l’immagine sciatta. A questo, andavano sommati gli effetti di un fisiologico invecchiamento e di uno stato interno compromesso dalla percolazione delle acque dalla volta di copertura. Il progetto di recupero era quindi volto a ripristinare complessivamente il manufatto e a dotarlo di un nuovo impianto di illuminazione, che sostituisse quello precedente, di tipo stradale e con impianto elettrico a vista. Per iniziare, sono stati demoliti tutti gli intonaci, compresi quelli interni, ma soltanto quelli esterni sul lato della porta che si affaccia su piazzale Varanini sono stati rinnovati e successivamente imbiancati. Dopo attenta valutazione e con il placet della Sovrintendenza, la volta in mattoni e le due pareti laterali interne in pietra e mattoni, riportate alla luce dalla rimozione degli intonaci, sono state invece lasciate completamente a vista – accrescendo così la piacevolezza estetica del passaggio. Ripulito il lato della porta che si apre sui viali di circonvallazione e ripristinata, laddove danneggiata dai numerosi transiti dei mezzi, la pavimentazione in porfido: interventi completati, per un impegno totale di centomila euro, dalla realizzazione di un moderno impianto di illuminazione, interna ed esterna.
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Non solo una scuola. Il recupero del Liceo classico di Viareggio
È
tra gli ultimi dei numerosi lavori alle scuole della provincia portati a termine nel 2016 grazie al finanziamento della Fondazione Cassa di Risparmio. Ma quello al liceo classico Carducci di Viareggio è stato più che un restauro. Oltre agli interventi ordinari e straordinari di ristrutturazione, infatti, nello storico edificio di via IV Novembre – risalente al 1927 – si è attuato un vero e proprio recupero filologico di quanto era andato perso negli anni. E tra ciò che sembrava perduto per sempre è arrivata una bella sorpresa: nel sottogronda, nascosti sotto strati di vernice, sono emersi affreschi realizzati da un allievo di Galileo Chini, l’eclettico artista del Liberty italiano che in Versilia ha lasciato importanti testimonianze. L’ARTE NEL CANTIERE
L’arte, dunque, ha fatto inaspettatamente capolino in un cantiere la cui necessità era diventata impellente dallo scorso anno, dopo che si erano verificati distacchi di materiale dalle facciate e dalle grondaie, pericolosi sia per gli studenti che i passanti. Titolare dei lavori la Provincia, che ha curato il progetto definitivo del restauro avvalendosi dello stanziamento di 640mila euro da parte della Fon-
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Paola Taddeucci dazione Cassa di Risparmio e affidando la direzione dei lavori all’architetto Fabrizio Mechini con la supervisione della collega Francesca Lazzari, dirigente dell’amministrazione provinciale per l’edilizia scolastica. L’intervento – eseguito sotto la sorveglianza della Soprintendenza poiché l’immobile è vincolato per legge, avendo più di settanta anni – ha interessato inizialmente le parti a rischio, per consolidare l’intero edificio e metterlo definitivamente in sicurezza; si è poi provveduto a sostituire tutti gli infissi in alluminio delle facciate esterne con altri in legno ad alta prestazione energetica, vetri basso emissivi e in grado di garantire un forte abbassamento acustico. Rinnovato anche l’impianto di riscaldamento, con la sostituzione della centrale termica. Si è quindi proceduto a restaurare alcuni affreschi, in particolare sulla facciata principale e su una porzione dell’altra, mentre i restanti sono stati protetti in attesa di un intervento, non appena saranno reperiti i finanziamenti.
originari del fabbricato, custoditi nell’Archivio storico del Comune di Viareggio. Grazie al progetto esecutivo della struttura e ai cartonati dei fregi architettonici là conservati, è stato infatti possibile effettuare un recupero filologico che ha restituito al palazzo il suo prospetto naturale, dall’impronta neoclassica ormai con il tempo non più leggibile. Ma il ritorno a ciò che era in origine è arrivato non solo nell’architettura: per il colore dei nuovi infissi in legno, ad esempio, si è scelto il verde sabbia, che ai tempi della sua costruzione era stato usato anche nelle porte interne e negli stessi affreschi. Quanto agli affreschi, su chi li abbia materialmente eseguiti non ci sono dubbi perché hanno fornito loro stessi la firma e la data: M. Pescaglini, 1927. Pescaglini era un allievo di Chini, ma probabilmente fu solo un esecutore dei disegni, il cui progetto è da attribuire – secondo quanto rivelano i documenti – a un certo professor Lapucci. Di quest’ultimo, però, ancora non si sa niente, nonostante diverse ricerche condotte dalla Soprintendenza.
UN RESTAURO FILOLOGICO
PAPERI CON ALI D’AQUILA
Le opere di consolidamento sono andate avanti con un occhio costante ai documenti
Dunque sembra quasi certo – in base ai riscontri finora effettuati – che i disegni trovati
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NON SOLO UNA SCUOLA. IL RECUPERO DEL LICEO CLASSICO DI VIAREGGIO
nel sottogronda dell’edificio abbiano poco a che fare con il maestro del liberty, anche se fu un suo studente ad affrescarli. Vi sono rappresentati animali mitologici – paperi dal collo lunghissimo con ali di aquila e zampe di felino – oltre a stemmi che richiamano Viareggio, il mare e i simboli fascisti. Il liceo – prima scuola superiore della città versiliese – venne inaugurato nel 1927, in pieno regime. Nato espressamente per ospitare il ginnasio, il palazzo fu progettato dall’architetto Alfredo Belluomini che in quegli anni, peraltro, collaborava con Chini nella sistemazione della Passeggiata di Viareggio: le nuove costruzioni che presero il posto degli chalet di legno distrutti dal grande incendio del 1917 vennero decorate dalle ceramiche disegnate da Chini e realizzate dalla Manifattura Fornaci di Borgo San Lorenzo, la fabbrica da lui fondata insieme con i cugini nella cittadina toscana da cui proveniva il nonno. Con Belluomini il pittore, ceramista e scenografo fiorentino – sue le scene della prima di Turandot di Puccini – firmò molti edifici viareggini, tra i quali alcuni luoghi-simbolo come il caffè Margherita, villa Argentina e il bagno Balena. Ma non il liceo Carducci. Che, pur non avendo il diretto tocco chiniano nelle decorazioni, è di pregevolissima fattura. Così la
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pensa l’architetto Mechini, direttore dei lavori, che mette in evidenza anche la funzionalità ancora attuale dell’edificio, nonostante sia stato progettato quasi novant’anni fa. «Fu pensato bene – dice – e costruito ottimamente, con soluzioni sopraffine che oggi non si vedono più». LE ALTRE SCUOLE
Quello del liceo viareggino, come accennato, è soltanto uno degli interventi alle scuole provinciali finanziati quest’anno dalla Fondazione Cassa di Risparmio. Investimenti che rientrano nell’ambito del progetto strategico sull’edilizia scolastica 2013-2015 al quale la Fondazione ha destinato oltre venti milioni di euro. Tra i tanti da ricordare, ancora in Versilia, l’istituto alberghiero Marconi di Seravezza. Qui è stato messo in sicurezza il tetto e risistemati i servizi igienici, con una modifica parziale della loro distribuzione logistica e l’aggiunta di un nuovo bagno per disabili. Per l’alberghiero c’è poi in progetto il risanamento della palestra. Un importante intervento da poco concluso riguarda invece l’ex convento di Sant’Agostino a Lucca, nuova sede del liceo musicale Passaglia finora sparpagliato in vari edifici della città.
Ingresso dalla porta accanto alla chiesa di Sant’Agostino, da lì si sale al primo piano – con la scala o con l’ascensore –, dove ci sono dieci aule, i servizi e una sala per la musica d’insieme. Quest’ultima è allestita con pavimenti in legno, pannelli fonoassorbenti, un nuovo soffitto a travi e una particolare illuminazione preparata dalla storica azienda lucchese Martinelli Luce. Al piano terra, invece, si trovano la sala professori, la sala percussioni e altri servizi. Particolare attenzione è stata riservata all’aspetto acustico dei locali, curato dallo studio tedesco Muller, specialista in ingegneria sonora e tra i realizzatori dell’auditorium della musica di Roma che porta la firma di Renzo Piano. Il progetto di recupero è costato 1 milione e 500mila euro di cui 720mila stanziati dalla Fondazione, circa 700mila da fondi statali e il restante dalla Provincia, l’ente affidatario dell’immobile concesso dal Demanio dello Stato. Ad essere interessato dai lavori non è stato l’intero complesso, ma circa 1200 metri quadrati della sua superficie, che si compone ulteriormente del chiostro e di due ali, attualmente occupate da uffici e magazzini di enti pubblici.
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IERI, OGGI, DOMANI Il «lessico famigliare» delle Conversazioni in San Francesco
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Alessandro Petrini
Lessico famigliare è un romanzo di pura, nuda, scoperta e dichiarata memoria. Non so se sia il migliore dei miei libri, ma certo è il solo libro che io abbia scritto in assoluta libertà». Sono le parole con cui Natalia Ginzburg descrive il suo romanzo più noto, Lessico famigliare. Un romanzo che parla di famiglia, di memoria e di libertà, un racconto intenso, a volte doloroso, capace di farci rivivere una fase delicata della storia d’Italia attraverso il filtro di una vicenda personale e familiare. Un percorso al singolare che automaticamente diventa testimonianza storica, condivisa da una collettività più ampia, che ha conosciuto o vissuto da vicino quei frangenti, quei momenti. Questa è la precisa impronta che ha caratterizzato l’edizione 2016 delle Conversazioni in San Francesco, il cui titolo era appunto «Lessico famigliare. Storie di famiglie e di famiglia». Una rassegna basata su una particolare declinazione dell’idea di memoria: il percorso personale che diventa specchio, diretto o indiretto, di una società in evoluzione; la narrazione di membri di famiglie importanti, la testimonianza dei figli di uomini e donne che hanno lasciato un segno in differenti ambiti, dalla musica all’arte, dal cinema all’imprenditoria, fino allo sport. Anche la terza edizione delle Conversazioni in San Francesco è stata promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, organizzata dal Comitato Nuovi Eventi per Lucca e, come nelle edizioni precedenti, ha visto come sponsor la Cassa di Risparmio di Lucca Pisa Livorno – Banco Popolare, che ha rinnovato la propria fiducia nel progetto, dimostrando grande sensibilità sul piano della cultura e della divulgazione. Per trattare al meglio una tematica così ampia e variegata la rassegna si è avvalsa della competenza e della professionalità di un grande giornalista italiano. Marino Bartoletti ha infatti curato e condotto tre dei sei appuntamenti in programma, tra cui quello d’esordio con Piero Ferrari, figlio del mitico Enzo.
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FCRL CULTURA: IERI OGGI DOMANI
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Marino Bartoletti
È stato proprio l’erede del grande ‘Drake’, fondatore della casa automobilistica più famosa al mondo, ad aprire il ciclo di incontri il 23 settembre. Piero Ferrari, che è attualmente vicepresidente della Ferrari, ha presentato un bellissimo ricordo del padre, guidato dalle domande di Bartoletti e accompagnato da immagini e filmati che hanno contribuito a delineare l’affresco di una grande storia italiana, la storia del marchio, del brand più amato e conosciuto. Un incontro intenso e a tratti commovente in cui la vicenda personale di Piero ha contribuito a ricostruire passaggi fondamentali della vita del padre, regalando uno spaccato di un’Italia che non c’è più, di una grande realtà industriale, imprenditoriale e sportiva, fondata sulla determinazione di un uomo e sul lavoro di tante generazione di meccanici, ingegneri e manager. La crescita dell’azienda dunque, ma anche la grande storia della Scuderia Ferrari, i suoi mitici piloti, le tragedie e i trionfi. Racconti, aneddoti ed emozioni in cui molti in sala hanno saputo riconoscere un ricordo personale in grado di rendere universale la narrazione, una storia condivisa. Una sensazione che ha permeato anche il secondo incontro curato da Marino Bartoletti, quando Marco Morandi è salito sul palco per dare la sua privilegiata testimonianza, la sua ‘versione’, di una delle più importanti e celebri epopee musicali e artistiche del nostro Paese: quella di Gianni Morandi, il ragazzino cresciuto in un piccolo borgo dell’appennino bolognese e divenuto celebrità arrivando a vendere oltre 50 milioni di dischi nel mondo. Marco Morandi ha proposto un vero e proprio viaggio attraverso le emozioni che solo la musica, quella legata a mille ricordi, è in grado di rievocare. Marino Bartoletti ha in questo caso condotto nella sua veste di grande esperto di costume e società e competente appassionato di musica italiana. Una bella occasione anche per conoscere meglio questo figlio d’arte che ha saputo a sua volta costruire una propria carriera sul palco e davanti alla cinepresa, un percorso in
Piero Ferrari
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Flavio Caroli foto Alcide
cui la figura del padre si è rivelata sempre motivo di ispirazione e mai una pesante ombra con cui convivere. L’11 di novembre è stato invece Ricky Tognazzi a fare un emozionante percorso a ritroso nelle proprie vicende personali e familiari. Marino Bartoletti ha anche qui magistralmente orchestrato una serata “nel nome del padre”, senza mai però dimenticare la grande carriera che, sulle orme del grande Ugo, anche Ricky ha saputo intraprendere come regista e come attore. I ricordi sono stati quelli delle mille risate regalate nei suoi innumerevoli film da un interprete che seppe anche affrontare ruoli impegnati e dolorosi con la stessa capacità e una grandissima professionalità. A corredo dell’evento un’interessante esposizione di locandine, 33 giri di colonne sonore e fotobuste d’epoca riferite ai film di Tognazzi, curata e allestita dal collezionista lucchese Alessandro Orsucci, in cui è stato possibile anche ammirare alcuni esempi di una forma d’arte ormai quasi scomparsa e in generale poco conosciuta: quella dei cine-pittori, autori di memorabili locandine e illustrazioni entrate nell’immaginario collettivo dei cinefili e non solo. Proprio l’arte è stata al centro di un altro incontro di «Lessico famigliare»: protagonista Flavio Caroli, professore alla facoltà di Architettura del Politecnico di Milano e noto personaggio televisivo in quanto esperto d’arte della trasmissione Che tempo che fa condotta da Fabio Fazio. «Con gli occhi dei maestri» il titolo della serata dell’8 ottobre, in cui l’arte e la storia dell’arte sono state presentate attraverso una ‘lente’, un filtro: lo sguardo, appunto, dei maestri di Caroli, i suoi ‘padri putativi’, e cioè i più grandi storici e critici d’arte che nel XX secolo hanno contribuito alla realizzazione di scoperte determinanti, ma soprattutto hanno favorito la conoscenza e la divulgazione dell’arte e dei suoi protagonisti ad un pubblico sempre più ampio. Da Roberto Longhi a Francesco Arcangeli, da Ernst Gombrich al ‘nostro’ Carlo Ludovico Ragghianti. È attraverso i loro occhi che si è
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IL «LESSICO FAMIGLIARE» DELLE CONVERSAZIONI IN SAN FRANCESCO
Marco Morandi
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Gloria De Antoni, Michela Marzano
parlato di grandi artisti, dal medioevo al contemporaneo, raccontando in modo molto personale anche le occasioni di incontro di un allievo con i propri mentori, argomento al centro dell’ultimo libro di Caroli edito da Mondadori e anch’esso intitolato Con gli occhi dei Maestri. Famiglie dunque, ma anche la ‘famiglia’, intesa come istituzione, tematica attualissima e al centro di un aspro dibattito politico e ideologico. Questo il tema dell’incontro del 21 ottobre, «Le nuove frontiere della famiglia», durante il quale la giornalista e autrice televisiva Gloria De Antoni ha intervistato Michela Marzano, docente all’Università di Parigi V e già direttrice del Dipartimento Scienze sociali della Sorbona. Michela Marzano si è sempre occupata di filosofia morale e politica: i suoi studi riguardano la fragilità umana e un’indagine costante sulle dinamiche individuali e collettive che progressivamente indirizzano i mutamenti della società. In qualità di parlamentare – è deputata dal 2013 – si è sempre schierata in prima linea nel dibattito sulle unioni civili, sostenendo i diritti dell’uguaglianza e adottando con coerenza posizioni ben precise. Un’esperienza personale, trattata nel suo ultimo libro Mamma, Papà e gender (UTET 2015), che Marzano ha voluto condividere col pubblico del San Francesco, parlando del senso dell’amore e del vivere insieme, del rapporto tra genitori e figli, e del tema della maternità e paternità nell’epoca delle cosiddette ‘famiglie 2.0’. «Nervi scoperti» della nostra società, temi delicati che hanno trovato un’ideale interprete anche in un’interlocutrice, sensibile ed ironica, come Gloria De Antoni. Come è cambiata in questi anni la famiglia? Quali sono le sue prospettive future? Esistono ancora, al suo interno, i ruoli tradizionali? Ma soprattutto: la famiglia, oggi, può ancora considerarsi un’istituzione? Sono solo alcune delle domande cui si è cercato di dare risposta, per fare il punto della situazione, per chiarire alcuni concetti e discutere sulle possibili interpretazioni.
Edsel Gomez, Dee Dee Bridgewater, Thomas Bramarie
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Marino Bartoletti, Ricky Tognazzi foto Alcide
Infine, la musica. Dopo il grande successo di Noa nel 2015 si è rinnovata anche per quest’anno la collaborazione del Circolo Jazz Lucca col Comitato Nuovi Eventi, che ha ‘ospitato’ nel calendario delle Conversazioni, un evento prodotto e realizzato da Lucca Jazz Donna 2016. Sul palco la grandissima Dee Dee Bridgewater, protagonista di quasi mezzo secolo di storia del jazz. È stata la giornalista Rai Simona Burattini a intervistare quest’artista che nella sua quarantennale carriera ha vinto Grammy e Tony Award, facendosi apprezzare sia per i suoi brani originali che per le sue elegantissime riletture dei classici. Non potevano mancare infatti nella sua esibizione, che ha concluso la serata, alcune interpretazioni dal repertorio di Billie Holiday, per le quali è dai più considerata la ‘signora del jazz’. Ad accompagnare Dee Dee, Edsel Gomez al pianoforte e Thomas Bramarie al contrabbasso. Una serata in musica, tra approfondimento e intrattenimento, per completare un ciclo ampio di incontri che hanno per lo più consentito di parlare di storie di famiglia e di famiglie, creando, per il terzo anno consecutivo, occasioni di pura cultura, dove proporre prospettive inedite per osservare il presente e il passato della società in cui viviamo.
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IL «LESSICO FAMIGLIARE» DELLE CONVERSAZIONI IN SAN FRANCESCO
Ricky Tognazzi
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IL MITO FERRARI
CON GLI OCCHI DEI MAESTRI
C’ERA UN RAGAZZO…
Nato a Modena il 18 febbraio 1898 e scomparso il 14 agosto 1988, Enzo Ferrari ha dedicato tutta la sua vita alle corse automobilistiche. Pilota ufficiale dell’Alfa Romeo nel 1924, cinque anni dopo fondò la Scuderia Ferrari e nel 1938 diventò direttore di Alfa Corse. Nel 1947 la prima ‘creatura’, la Ferrari 125 S, 12 cilindri, 1500 cm³: nasce il mito della Rossa di Maranello che ha colto sui circuiti e sulle strade di tutto il mondo oltre 5.000 vittorie legate ai grandi nomi dell’automobilismo mondiale: dal Juan Manuel Fangio a Niki Lauda, da Jody Scheckter a Michael Schumacher. Questa la leggenda del Cavallino Rampante, un marchio oggi attestato al 35° posto per valore al mondo e oggetto di una quasi religiosa venerazione.
Caroli ha avuto importanti maestri, da Longhi a Graziani, da Briganti ad Arcangeli, da Ragghianti a Gombrich. Nel suo ultimo libro, dei suoi maestri Caroli racconta in modo molto personale, e con vena di narratore, le occasioni di incontro. Ogni ritratto restituisce l’atmosfera di quegli anni e il mondo degli storici dell’arte attraverso gli occhi di un giovane appassionato all’inizio della sua carriera di studioso. Emergono nei suoi racconti l’autorevolezza di ogni maestro e l’influenza esercitata per far conoscere il patrimonio artistico del nostro paese, valorizzando questo o quel pittore o capolavoro. Ciò che emerge è che l’arte e la sua storia sono un canone che si rinnova costantemente e l’insegnamento di questi insigni studiosi è che non esiste una Storia dell’arte, ma ne esistono tante quante sono i maestri che l’hanno studiata.
Quella di Morandi è una bellissima storia italiana che inizia a Monghidoro, nell’Appennino Bolognese, dove Gianni nasce nel 1944 e muove i primi passi nella bottega del padre, ciabattino del piccolo borgo. Una gavetta e poi l’esplosione, nel 1962, quando nel circuito dei juke-box italiani entra prepotentemente la celebre Andavo a cento all’ora, che lo porta alla ribalta nazionale e, sempre nello stesso anno, arriva la consacrazione con Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte. Un esordio nel segno della spensieratezza, che lo porta nelle case di tutti gli italiani, per una carriera in cui trovano posto anche pezzi impegnati come C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones. Tanti i successi, da Scende la pioggia a Un mondo d’amore fino al trionfo a Sanremo con Si può dare di più, assieme agli amici Enrico Ruggeri e Umberto Tozzi; ma anche un grande curriculum nel mondo della televisione dove, soprattutto a partire dagli anni Ottanta, ha portato tutta la sua energia e si è fatto apprezzare per il suo comportamento affabile e spontaneo.
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foto Mark Higashino
IL «LESSICO FAMIGLIARE» DELLE CONVERSAZIONI IN SAN FRANCESCO
MAMMA, PAPÀ E GENDER
DEE DEE… LA SIGNORA DEL JAZZ
Le discriminazioni e la violenza contro le donne e le persone omosessuali e transessuali sono oggi, almeno a parole, unanimemente condannati in Italia. Una frattura profonda divide invece il Paese quando si discute dei mezzi per combattere questi mali. Al centro del durissimo dibattito c’è la cosiddetta ‘teoria del gender’. Da un lato, i sostenitori sentono tutta l’ingiustizia di una società in cui una persona può ancora essere considerata inferiore a causa del proprio diverso orientamento sessuale, del proprio sesso, della propria identità di genere. Dall’altro, gli oppositori vedono nella teoria una pericolosa deriva morale, il tentativo di scardinare i valori fondamentali del vivere umano. È una questione sulla quale esiste, come diceva il cardinale Martini, un «conflitto di interpretazioni» perché ha a che fare con «le caverne oscure, i labirinti impenetrabili» che ci sono dentro ognuno di noi. Sulla questione, Michela Marzano spiega al lettore la genesi e le implicazioni dell’idea di gender e, senza mai rinnegare le sue radici cattoliche, decostruisce le letture che ne danno oggi molte associazioni religiose. Soprattutto non esita mai a mettersi in gioco direttamente, raccontando se stessa e identificandosi nell’esperienza di chi ha vissuto da vittima innocente il dramma dell’esclusione.
Dee Dee Bridgewater, nome d’arte di Denise Eileen Garrett, ha duettato con i più grandi, vinto tre Grammy ed è considerata una delle poche eredi delle grandi voci femminili del jazz. Nei primi anni Settanta cantò con l’orchestra di Thad Jones/Mel Lewis, e collaborò contemporaneamente con nomi come Dexter Gordon, Dizzy Gillespie, Max Roach e Sonny Rollins. Nello stesso periodo fece un’importante esperienza cantando nel musical The Wiz, per il quale meritò un Tony Award come miglior attrice protagonista in un musical. La sua notorietà presso il grande pubblico italiano ebbe inizio da quel momento, e crebbe ulteriormente con la partecipazione alle due successive edizioni del Festival di Sanremo, quella del 1990 dove interpretò fuori gara Angel of the Night, la versione in inglese del brano Uomini soli con il quale i Pooh vinsero la gara.
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UGO, OVVERO IL ‘MOSTRO’ DELLA COMMEDIA ALL’ITALIANA
«Uomo e personaggio prima, solo dopo veniva l’attore». Queste le parole del regista Marco Ferreri per ricordare Ugo Tognazzi. Nato a Cremona nel 1922, esordisce a Milano nella rivista W le Donne come imitatore e viene subito notato dai grandi Erminio Macario, Pinuccio Nava, Carlo Dapporto e Wanda Osiris. Nel 1951 il decisivo incontro con Raimondo Vianello col quale formerà una delle coppie comiche di maggior successo in Italia. E poi cinema: un gran numero di commedie e altri ruoli, come quello nel Federale di Luciano Salce, lo consacrano come mostro sacro del cinema italiano. La voglia matta, La grande abbuffata, I mostri, e la fortunata serie di Amici miei solo per citare alcune pellicole, ma soprattutto La tragedia di un uomo ridicolo di Bertolucci, col quale conquista la Palma d’Oro a Cannes come miglior attore nel 1981. Artista di profonda umanità, riuscì a portare sul grande schermo un’immagine complessa e graffiante della società, un ritratto ironico e acido dei nostri vizi e delle nostre virtù.
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Terzo anniversario del San Francesco sulle note dei Beatles
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l grande George Harrison, un’anima creativa ‘silenziosa’ nell’ambito del pensatoio del Fab Four, in una delle sue ultime interviste dichiarò: «Mi piacerebbe pensare che tutti i vecchi fans dei Beatles siano cresciuti, si siano sposati, abbiamo avuto bambini e siano tutti più responsabili, ma abbiano ancora uno spazio nei loro cuori per noi». Sui destini individuali di quei milioni di ammiratori non possiamo certo avere notizie, ma senza dubbio il ricordo di quelle straordinarie melodie, che rivoluzionarono l’idea stessa di musica, rimane indelebile nelle menti di tutti, anche dei più giovani, che non hanno vissuto in prima persona quegli anni così dirompenti e ricchi d’ispirazione. È proprio con questa consapevolezza che la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, con la collaborazione del Comitato Nuovi Eventi per Lucca e dell’associazione Animando, ha voluto celebrare con un ‘classico moderno’ il terzo anniversario della riapertura del Complesso Conventuale di San Francesco, dopo i grandi successi degli anni passati, con l’Orchestra e Coro del Teatro San Carlo di Napoli, la Filarmonica della Scala di Milano e la strepitosa esibizione del Maestro Nicola Piovani. A rendere indimenticabile la serata un arrangiamento orchestrale e sinfonico dei più celebri brani del quartetto di Liverpool curato dal maestro Renato Serio, un lucchese di nascita, ormai da anni protagonista del panorama musicale italiano. Già, perché se volessimo racchiudere in due parole l’attività di Renato Serio potremmo semplicemente definirlo un musicista poliedrico, ma probabilmente non si riuscirebbe a spiegare l’ampiezza del suo impegno nel campo della musica, ben testimoniata invece dalla sua lunga biografia. Una carriera caratterizzata dalla partecipazione, da protagonista, a grandi eventi, tra i quali spicca il celebre Concerto di Natale in Vaticano, nel duplice ruolo di orchestratore e direttore, e poi la direzione di importanti orchestre come l’Accademia di Santa Cecilia,
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foto Alcide
TERZO ANNIVERSARIO DEL SAN FRANCESCO SULLE NOTE DEI BEATLES
la Filarmonica di Torino, la Sinfonica di Montecarlo, la Sinfonica Siciliana e la Malta Philharmonic. Oltre centocinquanta gli artisti di fama mondiale con cui ha collaborato – nel panorama musicale italiano un vero record – tra cui Andrea Bocelli, Lionel Ritchie, Al Jarreau, Noa, B.B. King, Tom Jones, Patty Smith, Lucio Dalla, Laura Pausini, Dee Dee Bridgewater, Riccardo Cocciante e Raina Kabaivanska. Una personalità dal profilo internazionale apprezzatissima per le sue capacità nella scrittura musicale, frutto di una sapiente miscela tra l’orchestrazione classica e i linguaggi attuali. Ma Renato Serio è anche un rappresentante dell’eccellenza lucchese in campo musicale: infatti il Maestro non solo è nato a Lucca ma
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qui ha compiuto i suoi primi studi, costruendo le solide basi di una grande carriera. Un’ulteriore dimostrazione dunque della naturale vocazione della città verso la musica, che ancora una volta è stata protagonista in San Francesco, con una lettura originale dei brani dei Beatles interpretati dal Tuscany Art Ensemble sotto la direzione dello stesso Serio: note che hanno cambiato per sempre la storia della musica e della cultura popolare, legate indissolubilmente ai ricordi di ognuno di noi. «Viaggio nel regno dei Beatles» – così si chiamava la serata – è stato infatti un appuntamento con le emozioni, la storia e la grande musica: il Maestro Serio, da vero e proprio ‘guru’ dell’orchestrazione e dell’arrangia-
mento, ha proposto il meglio del repertorio dei Fab Four, da Hey Jude a Love me do, da Help a Lady Madonna, in una chiave assolutamente inedita, in grado di valorizzare e far riscoprire le potenzialità melodiche e sinfoniche di composizioni spesso frettolosamente etichettate come ‘canzonette’ pop. Dunque un modo particolare e brillante per festeggiare i tre anni dalla riapertura del San Francesco, cui i presenti hanno risposto positivamente, ‘costringendo’ il Maestro Serio ad almeno tre bis. Un Renato Serio tra l’altro commosso dalla risposta del pubblico e felice di tornare nella sua Lucca, ad esibirsi a pochi passi dalla casa dove ha conosciuto i natali, nella vicina via San Nicolao. A.P.
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Luci in Versilia
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e premesse c’erano tutte. E non erano delle più ottimistiche. Le premesse erano quelle di un’estate 2016 all’insegna della routine e della difficoltà. Di budget, di gestione, di attenzione da parte del pubblico. Al massimo la ‘Versiliana’ poteva offrire una stagione di transizione, in attesa delle grandi novità (le vedremo poi) del 2017. Invece è stata una stagione culturale viva, vegeta, densa di stimoli, all’altezza della fama e delle necessità. E sì. È noto, fra gli addetti ai lavori del settore, che una realtà a turismo maturo come la Versilia ha bisogno di sostenere arrivi ed interesse con grande eventi, manifestazioni, giochi e sentieri non battuti. Il clou è stato proprio il 21 agosto, nei giorni caldi dell’estate quando il Caffè della Versiliana ha ospitato Matteo Renzi. Per la prima volta, in oltre 35 anni di apertura, un primo ministro in carica si era presentato al pubblico della Versiliana. In passato c’erano stati nomi illustri della Prima Repubblica, come Andreotti e Spadolini. Ma mai quando furono presidenti del Consiglio. Renzi è stato il primo ed è stato un evento di pubblico (in tremila dentro, altrettanti fuori dal recinto del Caffè, praticamente blindato per motivi di ovvia sicurezza) e sui media. Il Tg1 delle venti si è collegato in diretta con Marina di Pietrasanta, mentre Renzi era ancora intervistato da Paolo Del Debbio, perfetto sparring partner del premier. Uno di Lucca (Del Debbio) e l’altro di Rignano sull’Arno (Renzi). Intorno a Renzi al Caffè guidato da Marco Ventura (new entry ricca di significati) ci sono state altre grandi presenze. Dal capo della polizia Franco Gabrielli al capo dell’anticorruzione Cantone. Dal ministro della Difesa Pinotti al procuratore nazionale antimafia. Senza dimenticare divertenti digressioni, come la presentazione di un libro sugli ottanta anni della Fiorentina oppure quelli sugli artigiani del gusto con il gastronauta Davide Paolini. Il Caffè ha forse riscattato qualche manchevolezza nella stagione teatrale sotto i pini. In realtà ci sono stati clamorosi sold-out, come
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Corrado Benzio
L’estate della rinascita, fra la Bufalina e la foce del Cinquale
quello per Bolle e quello per Alvaro Sollier, il re dell’estate con il tormentone Sophia, eseguito ben due volte di fronte a duemila teenager scatenate. La Versiliana ha un’esigenza sola, se confermare la sua vocazione verso il teatro più tradizionale, oppure esplorare nuove strade. Una lunga riflessione attende il direttore artistico Massimiliano Simoni e tutto il suo staff. Chi ha ormai trovato i suoi binari e viaggia come un Frecciarossa è Villa Bertelli. A Forte dei Marmi hanno immaginato un festival che va oltre la nostalgia, ma che raggruppa anche quello. Un festival che racchiude il pop, il beat e tutto il cantautorato italiano dagli anni Sessanta a oggi. Carlo Fontana, giornalista Rai e patron della manifestazione aveva azzeccato anche il colpo dell’estate con la serata di Ferragosto dedicata a Peppino di Capri e Gino Paoli. Purtroppo il mal di schiena ha frenato e poi fermato l’autore di Sapore di sale, ma le serate di Villa Bertelli sono andate benissimo. E anche da queste parti sono attese grandi novità. Tenendo presente, a esempio, che la struttura ha lavorato anche a una mostra che si svolge a Roma a Villa Torlonia ma che ha tutti i riferimenti a Forte e alla Versilia. Parliamo della mostra dedicato ad Arturo Dazzi, grande scultore apuano, da decenni quasi dimenticato non per un oblio artistico, ma perché fu uno degli araldi del regime fascista. La mostra di Roma dovrebbe toglierlo dal cono d’ombra, con la speranza che una sua grande esposizione si possa svolgere nei luoghi dove ha vissuto e operato fra la natia Carrara e Forte dei Marmi. L’altro grande polo spettacolar-culturale versiliese è naturalmente il Festival Pucciniano di Torre del Lago. Qui le incertezze sul budget erano le più forti. Qui si è svolto anche lo psicodramma del direttore Alberto Veronesi che ha lasciato la direzione dell’opera per protesta contro la decisione del Tar di annullare le elezioni a Viareggio costringendo alle dimissioni il sindaco Del Ghingaro. Alla fine però la stagione si è fatta, ha avuto successo e ha visto una discreta cornice di pubblico. Al di là dei reali risparmi effettuati e dell’aiuto che arriva
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LUCI IN VERSILIA
dalle istituzioni e dalle Regione, è necessaria una svolta, visto che alla fin fine Puccini è l’unico vero nome internazionale che in campo musicale Viareggio e Lucca possono proporre. È stata una stagione interessante anche per l’apporto dei privati, almeno sul fronte del pop. Loredana Bertè ha conquistato il pubblico della Cittadella del Carnevale con un grande concerto. La Vanoni ha ammaliato il pubblico della Capannina, i mitici Village People si sono esibiti, trent’anni dopo i loro grandi successi, al Twiga. Soprattutto ha riaperto la Bussola, ceduta da Gherardo Guidi a un imprenditore di Prato. Così la Versilia torna ad avere la parata di locali più importanti e famosi d’Italia, dalla Capannina al Twiga dalla Bussola al Seven Apples. Che ha avuto una consacrazione internazionale diventando di fatto protagonista dell’ultimo, applauditissimo film di Paolo Virzì. Il regista livornese ha ambientato la Pazza gioia fra Montecatini e la Versilia, con bellissimi scorci di Viareggio, a partire dalla sua Passeggiata. Ma tutto gira intorno a quel Seven che probabilmente il regista frequentava in anni giovanili. Ecco, il film uscito dopo Cannes ha sancito che l’estate 2016 sarebbe stata quella della Versilia. E i dati delle presenze lo hanno confermato. Per gli spettacoli, come per le mostre. È andata benissimo la mostra di Palazzo Mediceo dedicato a Primo Conti. Di successo e di impatto popolare quella di Xhixha, artista albanese, in piazza Duomo a Pietrasanta. Ma grande interesse anche per la mostra che Flora Bigai, gallerista veneta trapiantata in Versilia, ha dedicato alla Pop art, da Wharol agli italiani. Non dobbiamo mai dimenticare l’apporto che offrono i privati all’offerta culturale. Basti pensare a Cinemare, la rassegna di film proiettati sulla spiaggia con grandissimo concorso di pubblico. Un’idea di Laura Botarelli che ha intercettato quella voglia di cinema estivo che non è scemato con la chiusura di tutte le arene cinematografiche della Versilia. Che peccato e quanti ricordi per chi frequentava il Garden o il Blow Up, il cinema Tirreno o il Supercinema.
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Quando al Garden di Viareggio chiedevano le sedie alla vicina Chiesa di San Paolino perché la platea non bastava più. Magari nelle sere calde in cui si proiettava Per grazia ricevuta, film di e con Nino Manfredi del 1970, oppure C’eravamo tanto amati, con la viareggina Stefania Sandrelli (anno 1975). Perché l’estate versiliese è sempre stata un mix di arte e spettacolo, mostre e concerti. E lo stesso Premio Viareggio sta recuperando, dopo anni difficili e complicati, una sua centralità nella scena letteraria italiana. Certo sono lontani i tempi i cui presidenti si chiamavano Natalino Sapegno, Rosario Villari, oppure Cesare Garboli e Enzo Siciliano. Prima della decisione del Tar, l’assessora alla cultura Rossella Martina aveva organizzato un bell’evento. Aveva invitato Roberto Saviano a Viareggio. L’autore di Gomorra e di Zero Zero Zero era stato scoperto proprio da Siciliano e dal premio Viareggio. Il quale gli assegnò – era il 2006 – il riconoscimento per l’opera prima. Viareggio è sempre stata una fucina di talenti, magari venuti da fuori ma poi lanciati da queste parti. Pensiamo al premio Viareggio di poesia assegnato (opera prima) a Bernardo Bertolucci, poi diventato grande regista (e il premio gli fu assegnato, c’è una bellissima ripresa tv in bianco e nero della Rai, da Pier Paolo Pasolini). Oppure al premio assegnato a Padre padrone, il celebre libro di Gavino Ledda, poi diventato un film con il quale i fratelli Taviani vinsero la Palma d’oro a Cannes. E il 2017 per il quale abbiamo anticipato che sarà l’estate dei grandi progetti? Sono tantissimi. Pensate solo che a Natale sarà pronta la grande arena che farà rinascere la gloriosa insegna di Bussoladomani. Non ci sarà più il tendone ma uno spazio che potrà contenere fino a quarantamila spettatori. Si parla di grandissimi nomi per l’apertura e la trattativa con Mimmo D’Alessandro è aperta. Ma si parla anche di Comuni, come Pietrasanta, che appoggiano in toto l’operazione voluta dal sindaco di Camaiore, Alessandro Del Dotto. Un’altra grande area di spettacoli sorgerà alle ex colonie di Forte dei Marmi. Qui i posti sa-
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LUCI IN VERSILIA
foto Aldo Umicini
ranno almeno quattromila e l’organizzazione è di Villa Bertelli. Carlo Fontana punta a portare al Forte spettacoli più importanti e così fin dall’anno scorso, d’accordo col sindaco Buratti, ha puntato sull’area che finora ospitava il luna park estivo. E non è finita qui. La Versiliana ha bandito un concorso per la copertura dello spazio del Caffè. Si vuole evitare che le bizze del tempo sciupino gli incontri. Ma soprattutto si vuole allungare la stagione e anche immaginare per la Versiliana anche un futuro da spazio congressi. C’è bisogno di nuove attrattive, nuovi spazi, eventi fuori stagione. Per questo il sindaco Mallegni ha puntato sulla realizzazione di un museo dedicato allo scultore Igor Mjtorai. Le opere le fornirà la Fondazione intitolata all’artista, da Roma dovrebbe arrivare almeno un milione di euro. Pietrasanta ha bisogno come il pane che la sua colonia di artisti abbia riconoscimenti e spazi dove essere onorata. Certo non è facile onorare tutti i grandi che hanno fatto della Versilia l’unica vera alternativa alla Costa Azzurra, quando si parla di grandi artisti. Pensiamo solo al campo della musica. C’è il Festival Gaber ma ci vorrebbe anche un festival dedicato a Giampiero Bigazzi, il ‘genniaccio’ della canzone italiana che a Lido è vissuto e morto. A Bigazzi si deve anche la suggestiva Versilia, canzone che venti anni fa cantò Mia Martini e che racconta come poche altre la nostra riviera. Ecco sarebbe da riproporre una proposta lanciata da Marco Bernardini, giornalista e nipote del grande Sergio. Al di là degli spettacoli e delle serate la Bussola potrebbe essere trasformata – almeno in parte – nel museo della canzone popolare italiana. Chissà quanti artisti, o i loro eredi, potrebbero donare reliquie ed altro. Pensiamo solo alla famosa foto di Silvio Berlusconi alla Bussola. La possiede un noto paparazzo versiliese, ma dice che la tirerà fuori solo prima di morire. Insomma ci sono ancora tanti tesori da scoprire, fra la Bufalina e la foce del Cinquale.
Alvaro Soler alla Versiliana Renzo Arbore alla Versiliana Tullio Solenghi alla Versiliana Gran Teatro all’aperto di Torre del Lago Puccini 62° Festival Pucciniano, Giacomo Puccini Tosca 62° Festival Pucciniano, Giacomo Puccini Turandot
5 foto Giorgio Andreuccetti
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Ariosto e la Garfagnana attraverso gli occhi di Possenti Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese io canto Sara Berchiolli
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on serve specificare o spiegare quello che è uno degli incipit più famosi della letteratura mondiale. Un attacco, per dirla in termini giornalistici, che rimane scolpito nella mente di ogni italiano: l’Orlando Furioso, che si sia studiato a scuola, che si sia letto per piacere, colpisce, incanta e fa viaggiare in un mondo di fantasia, che poi tanto fantastico non è. Quello che forse non tutti sanno, o che spesso si dimentica e non si considera nella sua interezza, è il profondo legame che unisce Ludovico Ariosto con la Garfagnana. Pare impossibile pensare che l’Ariosto fu spedito a Castelnuovo per domare la situazione civile e politica per conto degli Este. Sembra incredibile che per tre anni il poeta ferrarese si barcamenò di fronte ai briganti che abitavano la zona, soprattutto quelli del Sillico che sfuggivano a qualsiasi controllo. Eppure la Rocca Ariostesca non si chiama così a caso, ma, si sa, quello che resta immutato e immobile di fronte agli occhi, scompare dalla vista. Come i tre anni dell’Ariosto a Castelnuovo. Come la bellezza dell’Orlando Furioso. Nel 2016, la furia di Orlando, l’amore di Bradamante per Ruggiero, la bella Angelica, hanno compiuto 500 anni: un anniversario celebrato a Ferrara, Modena e Reggio Emilia. E a Lucca, anche. Proprio a Castelnuovo, nella Fortezza di Mont’Alfonso, con la mostra Altrove e altri luoghi. Occasioni e suggestioni dall’Orlando Furioso, firmata da Antonio Possenti che non ha avuto la possibilità di vederla inaugurare. Il pittore lucchese è infatti scomparso il 28 luglio, lasciando come ideale saluto alla sua arte proprio la raccolta di disegni che ripercorrono i 46 canti dell’Orlando. Una mostra, quella curata dal Comune di Castelnuovo Garfagnana, con il contributo,
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ARIOSTO E LA GARFAGNANA ATTRAVERSO GLI OCCHI DI POSSENTI
foto Lucio Ghilardi
tra gli altri, anche della Cassa di Risparmio di Lucca Pisa Livorno - Gruppo Banco Popolare, che ha rivelato la semplicità con cui lo stile di Possenti si è unito ai temi dell’Ariosto. L’artista, che non di rado è stato paragonato a Marc Chagall per le sue atmosfere oniriche – e che proprio grazie all’incontro con il pittore naturalizzato francese, scelse di dedicarsi totalmente alla pittura –, è riuscito a rendere attraverso le matite e i colori quel mondo, creato da Ariosto, dominato da forze che sfuggono al controllo della ragione. Un mondo dove la follia, la luna, l’amore, la passione, sia essa non solo politica, sono le principali forze motrici delle azioni umane. Attraverso il flusso ininterrotto di salti tra sogno e realtà, Possenti è riuscito a tradurre in linee, macchie e tratti i personaggi dell’Orlando Furioso, trasformandoli e liberandoli dai legacci dei dogmi cavallereschi e delle trame complicate. Quello che ne deriva è quindi un’interpretazione personale, trapelata dall’intrico dell’immaginario dove i personaggi esistono per loro stessi, senza storia né contesto. Angelica, dopo aver rifiutato i prestigiosi pretendenti, non resta come sposa dell’umile fante, ma come immaginata donna-simbolo, capricciosa ma bellissima. Orlando, senza armatura e Durindana, si rivela come uomo solo di fronte allo scorrere degli eventi. Nelle trenta opere in mostra a farla da padrona è stata proprio la follia di Orlando, che diventa quindi protagonista neanche troppo muta della rappresentazione. Ad ogni disegno, realizzato con tecnica mista su cartone, si associa la sua ottava – o gruppo di ottave – di riferimento. E quando si parla di tecnica mista, ci si riferisce davvero a una tecnica dove a mischiarsi sono gli stili, i temi, gli sfondi, il passato e il presente, il credibile e l’incredibile: la traversata di Gibiliterra e l’Isola Balena sono rappresentate su carte nautiche; l’assedio di Parigi è sovrastato dalla nera bandiera dello Stato Islamico; il guardaroba della bella Bradamante è corredato da un imprescindibile paio di tacchi rossi. E ancora: la Venere del Botticelli ritorna alla mente 1
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foto Lucio Ghilardi
1. Antonio Possenti, Malinconia di Ludovico Ariosto 2. Antonio Possenti, Arcipelago di Alcina. Isola balena 3. Antonio Possenti, La pesca di Alcina 4. Antonio Possenti, Angelica e Medoro 5. Antonio Possenti, Bradamante alla rocca di Tristano 6. Antonio Possenti, Follia di Orlando
foto Lucio Ghilardi
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di fronte alla pesca di Alcina, mentre la paura e il terrore dell’ignoto si realizzano nell’infinita riproposizione dell’Ippogrifo. Possenti non rinuncia a citare l’Ariosto governatore, inserendo nella raccolta anche un omaggio al brigante Moro, acerrimo nemico dell’ordine costituito che per lungo tempo seminò il panico in Garfagnana. Nelle ultime opere, il pittore ripercorre il tragico soggiorno del poeta, travolto di nostalgia per la sua Ferrara, i suoi amori, il suo vivere quieto. La mostra, infatti, propone anche rimandi espliciti a quella che fu la vita di Ariosto nella città e alla sua residenza: la Rocca Ariostesca, tornata a nuova vita grazie all’intervento della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca che nel 2014 ha stanziato 410 mila euro per la messa in sicurezza dei solai e l’ammodernamento e riqualificazione dell’ex archivio Sala Suffredini. Il primo lotto dei lavori riguardante appunto i solai e i soffitti si è concluso proprio in agosto, con due mesi di anticipo sui tempi previsti. Una mostra, terminata lo scorso 16 ottobre, che ha voluto celebrare i 500 anni dell’Orlando Furioso, ma che rappresenta anche forse l’ultimo slancio di un artista che ha abbandonato la terra per raggiungere l’infinito incanto del sogno. Le sue opere, un inno a quella cultura ancora viva a Castelnuovo e d’intorno, fatta di maggi e ottave ripetute a memoria; un tuffo in una dimensione altra, che solo in apparenza è «sì altiera al mondo e sì orgogliosa», ma che, in realtà, è cardine di un sapere condiviso.
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ARIOSTO E LA GARFAGNANA ATTRAVERSO GLI OCCHI DI POSSENTI
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antonio possenti
Compiuti gli studi classici, aveva molto presto scoperto le qualità espressive del disegno, assecondando un’inclinazione al racconto favoloso che ha in seguito mantenuto, anche mediante l’osservazione attenta della ‘commedia umana’. Alla pittura è giunto, da autodidatta, dal disegno e dall’illustrazione. Le sue occasioni formative sono state ideali ed elettive, frutto della curiosità intellettuale e della cultura letteraria e artistica che aveva respirato sin da bambino nella famiglia, spaziando dalla classicità grecoromana all’epoca moderna e contemporanea ,e con una predilezione particolare per le esperienze di più vivace e coinvolgente taglio fantastico. Ha viaggiato molto e conosciuto vari personaggi e culture, ma ritorna sempre a Lucca, luogo magico che raccoglie, come un’immensa valigia, le testimonianze delle sue ‘escursioni’ nel mondo. Ha esposto nelle principali gallerie italiane e straniere e partecipato a numerose manifestazioni espositive internazionali. Sue mostre perso-
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nali si sono tenute al Museo degli Uffizi e nella Sala d’Armi di palazzo Vecchio, a Firenze, alla Reggia di Caserta, al Tour Fromage di Aosta, nel Palazzo Ducale di Massa e a Castel dell’Ovo di Napoli. Ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti e le sue opere sono presenti in importanti collezioni private e pubbliche italiane e straniere. Attivo sino all’ultimo, Antonio Possenti aveva accettato con entusiasmo l’invito del Comune di Castelnuovo Garfagnana di partecipare con una mostra alle celebrazioni per il Cinquecentenario della prima edizione dell’Orlando Furioso. E in pochi mesi aveva dato vita una serie di disegni fantastici dedicati ai personaggi ariosteschi. La mostra s’intitola Altrove e altri luoghi. Occasioni e suggestioni dall’Orlando Furioso, e si è inaugurata lo scorso 16 luglio alla Fortezza di Mont’Alfonso, sopra Castelnuovo. Possenti già non stava bene e non aveva potuto partecipare alla festa. Era ricoverato all’ospedale San Luca di Lucca ed è lì che si è spento il 28 luglio, all’età di 83 anni.
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Possenti e Ariosto come fantasmi in uno scenario di perduti ideali
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i sono domande che ai classici non si fanno. Domande che l’Orlando Furioso, quanto altri classici, elude, trascende e dissolve: cosa sono tutte queste immaginazioni? Queste figure, le loro fantasmagoriche avventure, i loro suoni e i loro rumori, i clangori e i fruscii, le loro rime declamate e quasi cantate: chi sono? E dove? E quando? Nessun altri che il filologo moderno pone a se stesso questo genere di questioni. Non si interrogavano così gli adepti delle corti estensi, cinquecento anni fa, se non per convenzione cortese o per il gioco intellettuale di rendere esplicite le chiavi iconologiche del Poema, magari in coda al motto del dispotico Cardinale Ippolito, con quel celebre «Messer Lodovico dove avete preso tante castronerie?» così caro alla storiografia romantica. Né si sono mai interrogati sulla precisazione storica, spaziale e temporale, le generazioni successive di popolo appenninico partecipe ai drammi agresti primaverili e estivi: Maggi e Maggianti, ibridando miti e dilagando tra rappresentazioni e estri di improvvisazione. E neppure si interrogavano sul dove e quando del classico letterario gli spettatori del 1969, travolti dall’azione furiosa dell’Orlando di Ronconi e Sanguineti, tra epifanie simultanee delle eterne ottave del Poema, agite e combattute, tra macchine fantastiche, cavalcate, come ali di sogno, da declamanti astri teatrali: Ottavia Piccolo e Mariangela Melato e Edmonda Aldini e Massimo Foschi e Duilio del Prete. Nessuno si è mai chiesto chi, cosa, dove e quando della meravigliosa macchina ariostesca del fantastico, composto ambiguo di perfezione formale e vortici di interne disarmonie e ricercate contraddizioni e sofferte irrequietezze. «Di molte fila esser bisogno parme / A condur la gran tela ch’io lavoro», dice di sé il Poeta, nel Canto XIII: una «gran tela» travolgente, perché artificiosa oltre ogni misura: furiosa e distaccata, nel suo siderale disincanto. E invece Antonio Possenti, riversando sul Furioso l’esuberanza vertiginosa della propria inventiva figurativa, con la forza prolifica del suo potere di innamoramento e impossessa-
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mento, riconduce la gran tela a un soggetto individuale, con percorsi del tutto nuovi rispetto ai modi conosciuti di interpretare il Poema. Così che, a quelle domande tanto improprie, come dicevo, egli risponde con una figura di natura poetica, inerente il suo inconfondibile stile di pittore e la sua assoluta autonomia individuale. Allora ci si accorge che la follia del Cavaliere per eccellenza, nelle tavole di Possenti, è una congèrie di fantasmi, insieme fanciulleschi e sinistri, dai colori conturbanti e rari, che accendono di bagliori complessi, in composizioni ogni volta stupefacenti, strane e allucinogene forme dell’immaginario inconscio. Ma, tra un pullulare di incubi zoomorfi, falene e insetti inquietanti, polimorfi di esorbitanti originalità fantastiche, compare una ricorrente fisionomia soggettiva: un sé furioso, che identifica l’uragano visionario e il flusso indomabile, prorompente dal profondo oscuro, dall’occulto, dall’anomalo e dal rimosso; un sé che rapporta tutto questo magma a un essere precisamente individuale. Questo tipo fisionomico, che ogni tanto emerge nel delirio della declamazione figurativa, stupefatto e diabolico, «… ch’ha nel cuor tanto fuoco / Che tutto n’arde e non ritrova loco», ci rivela proprio cosa, chi , dove e quando siano i fantasmi, o le tante castronerie, ariostesche. Senza parole esplicite, ma col potere della suggestione figurativa, le tavole di Possenti conducono l’osservatore a percepire, quasi sotto forma di messaggi ermetici quanto fiabeschi, il processo della sua arte: ‘IO, il Pittore, sono Orlando’; ‘qui, su questo foglio’; ‘ora, in quest’ora in cui dipingo e in cui tu guardi’; e infine: ‘queste sublimi follie, disperate illusioni, disincanti atroci, sono i miei, e, se voi mi date orecchio, che siano anche i vostri!’. Ma perché da un immaginario polimorfico e metamorfico come quello di Possenti, prolifico all’inverosimile, inesauribilmente biomorfico e zoomorfico, esaltato da un colorismo magico, che è in sé una figura costitutiva del suo universo favolistico, costantemente emerge una riconduzione all’autoritratto, al sé fisionomico, esasperato di spiriti febbrili, invasati e dolenti?
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POSSENTI E ARIOSTO COME FANTASMI IN UNO SCENARIO DI PERDUTI IDEALI
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Ancora qualche lustro fa, studentini devoti, al primo esame di filologia moderna in qualche facoltà magari non proprio primaria, avrebbero potuto ripetere che l’editio princeps dell’Orlando Furioso, di cui quest’anno si ricorda il quinto centenario, è opera ancora acerba e affrettata, rispetto alla bona editio del 1532; un prodotto con molte pecche: disordini, incoerenze, squilibri, irregolarità, esagerazioni. Ma oggi, che è così avanzato in contraddittorietà, disarmonie e strampalatezze il nostro crepuscolo d’età moderna, con la perdita della sua classicità e l’invadenza delle fragilità e debolezze e spasmi della post modernità, l’edizione 1516 si rivela invece meravigliosamente comprensibile e attuale, nel suo acuminato contrastare tra levigata perfezione e vorticosità dell’anomalo. Un attrito esasperato, tra armonia ideale e eccezione trasgressiva: nei suoni, nei ritmi, nella logica, nella verosimiglianza, nella misura; come se protagonista fosse il contrasto, compiaciuto fino all’incontinenza. Amorale, fu qualificata in epoca spiritualistico romantica questa contaminazione; capolavoro di distacco e disincanto iniziò a risultare al nostro presente, che si è fatto bello del gusto per le proprie patologie costitutive. Allora, è proprio su questo gusto tragico dell’irriducibilità all’equilibrio e dell’eccedente l’armonia, che si è affermato come uno dei valori caratterizzanti del nostro metabolismo di pensiero, che Possenti trova in Ariosto un complice, così meraviglioso da potersi impossessare con cupidigia delle irregolarità del Poema e perfino identificarcisi. Succede d’altronde così ai lettori dei classici e in particolare a quelli devoti all’Orlando, la cui universalità favolistica trasforma i suoi personaggi in fantasmi, mitici e tipici, tra i quali orientarsi e scegliere il proprio corrispondente esemplare. Per contro, si è presto riconosciuto che, nel profondo, la sfrenata immaginazione dell’Orlando Furioso svela uno smarrimento siderale, conseguente la percezione di una dissoluzione, nel presente, del mondo di valori antichi e classici, che erano poi gli stessi su cui le strutture
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dell’arte, si erano composte e costituite in regole di equilibri e armonie. A questi sintomi ariostei, corrisponde, nella furiosa fantasia di Possenti, una superlativa e amara indifferenza, che trasforma in sarcasmo, a tratti perfino cinico, l’ironia del Poema. Allora si scopre che l’immaginazione sfrenata di entrambi deriva dalla percezione di un vuoto abissale e vertiginoso, provocato dalla dissoluzione di quel mondo di valori andati. Nell’esuberanza delle immaginazioni di Possenti, artista del nostro tempo, il vortice di finzioni, il flusso ininterrotto dalla realtà al sogno e viceversa, compensa l’impossibilità storica di contenuti positivi, realistici e seri, quelli cioè inerenti la perduta integrità del vero. Tutt’attorno, non c’è più lo spirito romanzesco cavalleresco e amoroso, né cortesie né audaci imprese. C’è invece il dramma dell’autonomia dell’arte, la sua aspirazione a riferirsi solo a se stessa, nell’ironia della finzione: il contesto dunque più cruciale della civiltà moderna. Su Possenti pesa allora la tragedia dell’arte moderna. Il suo incontro con Ariosto rivela come entrambi muovano la propria arte in un mondo di rovine, come fantasmi in uno scenario di perduti ideali antichi, dove non c’è possibilità di archeologia. Per Possenti, la sacrale aspirazione all’autonomia artistica e l’artificialità della sua finzione divengono il rifugio del suo vertiginoso talento esecutivo e inventivo, che molte delle traversie dell’estetica parrebbero vanificare. Come Ariosto, anche lui trova nel totale impegno nella propria arte, ma disincantato e ironico, una salvezza altrimenti pregiudicata dallo spirito del proprio tempo e dalle sue deformazioni. Le sue tavole vivono sulla totale liberazione dello spazio e del tempo, che è lo stile caratteristico della sua immaginazione e necessità narrativa, che le lacerazioni dei tempi moderni parrebbero impedire. Allora, la risposta di Possenti alla condizione dell’arte del secondo novecento, progressivamente e pericolosamente sull’orlo del vuoto e del silenzio, sta nelle proprie vertiginose facoltà immaginative e tecniche, esaltando la prolificità inventiva, rasente l’inverosimile, della sua mano, nel dare forma figu-
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rativa al flusso ininterrotto tra sogno e realtà, trovandovi e esprimendo la più onirica e fanciullesca felicità. Percorre dunque in pieno quel campo di vuoto e silenzio, reagendovi nel senso opposto all’occultamento dell’espressione, della fantasia e del talento. Al contrario, immergendovisi in pieno, da demiurgo assoluto delle proprie facoltà di artista, trasformando il foglio nello spazio magico dell’immaginazione, meraviglioso tappeto volante che lo salva dalle lacerazioni delle crisi dell’estetica nell’esuberanza della rappresentazione. Anche Possenti, alla ricerca della salvezza, è venuto in furore e matto, lasciata la causa d’amore all’età dell’oro, di cui quell’inizio del Cinquecento era già il crepuscolo. Da mago inesauribile, trasforma l’indistinto, inquieto e oscuro, cioè il proprio vigile sogno interiore, in visibile pre razionale e pre narrativo. E infine, si è sempre saputo, detto, studiato e ripetuto: ai classici certe domande non si pongono, se non in termini di filologia e per ottenere risposte transitorie e criticamente relative; eppure la mitologia dei classici vive di continue e rinnovate precisazioni di quelle domande, ma vuole risposte di natura poetica. Allora, sarà da tenere a mente un’ultima circostanza: nell’occasione di questo quinto centenario, è stato un luogo, un dove, a provocare questo dialogo amoroso di Antonio Possenti verso l’Orlando Furioso. È stata la comunità della Fortezza garfagnina dove Ariosto fu governatore, che ha voluto porre se stessa come dove poetico decisivo, come luogo per scoperchiare il vaso di pandora della malinconia ariostea, e provocare che da un analogo vaso, quello attuale di Antonio Possenti, evaporassero nuvole di nuove stregonerie e magie figurative. E così Castelnuovo Garfagnana entra splendidamente nella geografia mitologica dell’Orlando Furioso. Luigi Ficacci Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Lucca e Massa Carrara
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Amleto a Lucca, ovvero la prima raffigurazione pittorica di Shakespeare
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na tesi audace e affascinante, in grado di gettare un ponte tra Lucca e l’Inghilterra e rivedere in maniera significativa la storia della fortuna critica di uno dei più grandi scrittori di tutti tempi. Può un dipinto lucchese di inizio Settecento essere interpretato come la prima rappresentazione pittorica dell’Amleto? Questa è l’ipotesi formulata dallo studioso Marco Paoli, al centro di una mattinata di studi e di una mostra allestita nella chiesa di San Franceschetto dal 12 al 20 novembre 2016. L’opera – questo «quadro impossibile», come alcuni giornalisti l’hanno definito – è un olio su tela (93x150 cm) realizzato dal pittore lucchese Domenico Brugieri (1678-1744) nel primo quarto del XVIII secolo. L’opera ha un precedente in una Follia di Antioco del veneziano Antonio Molinari (1655-1704), ma la versione del Brugieri sembrerebbe raffigurare una scena che non corrisponde a nessuna delle tradizionali iconografie dell’epoca, ma ricorda assai da vicino il tragico epilogo dell’Amleto, con Gertrude che ha appena bevuto dalla coppa avvelenata, in primo piano. La madre si rivolge affettuosamente al figlio, Amleto, intento ad affrontare lo zio Claudio per costringerlo a bere il residuo veleno della coppa, all’interno della quale è chiaramente percepibile un riflesso madreperlaceo, che può ricordare la frase di Amleto «Bevila fino in fondo questa coppa. C’è dentro la tua perla?». Una lettura complessa e rivoluzionaria, poiché, sino ad oggi, non risulta esserci alcuna testimonianza della conoscenza delle opere shakespeariane in Italia prima della fine del XVIII secolo. Il nodo della questione è infatti proprio la collocazione cronologica dell’opera, l’anno 1722, che suggerisce un ulteriore interessante parallelo. Il 10 settembre di quell’anno Giacomo III Stuart, pretendente al trono inglese in esilio a Roma, convinto dalla benevolenza manifestata nei suoi confronti dal governo della Repubblica di Lucca e da rappresentanti del patriziato locale, decide di far pubblicare da
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Andrea Salani
una tipografia della città un proclama rivolto ai sudditi di Inghilterra, Scozia e Irlanda, che verrà addirittura stampato con la dicitura «dalla nostra corte a Lucca» (Given at our court at Lucca). Dopo mesi di preparativi, le autorità lucchesi avevano deliberato di ospitare il pretendente nel palazzo di Raffaello Mansi (l’attuale sede del Museo Nazionale) per una visita che avvenne effettivamente il 21 settembre. I lucchesi coltivavano l’ambizione di ottenere enormi vantaggi commerciali una volta che lo Stuart fosse riuscito a far prevalere la propria causa e cercavano quindi di ingraziarsi quello che potenzialmente poteva affermarsi come sovrano d’Inghilterra, dunque un potentissimo interlocutore internazionale. Alla luce di questa coincidenza Marco Paoli ha ipotizzato che il ‘misterioso’ dipinto sia stato commissionato a Brugieri nell’occasione della visita di questo illustre personaggio e che esso sia stato addirittura esposto nel palazzo dei Mansi, come allegorico omaggio e ideale manifesto pittorico da associare al proclama politico stampato in quei giorni dai torchi lucchesi. Al centro dell’opera quindi un’allegoria: Amleto, come Giacomo III sovrano ingiustamente escluso dal trono, raffigurato nel momento in cui finalmente ha il sopravvento sull’usurpatore. Un’interpretazione ‘allineata’ con la retorica giacobita, che proprio nell’eroe shakespeariano individuava uno dei simboli della causa legittimista. In questa prospettiva, la figura del vecchio cinto della corona biblica in atto di sguainare la spada è il patriarca Giacobbe, il re-pastore, da cui deriva il nome dei sostenitori del Pretendente, Giacobiti appunto. La sua presenza è inoltre interpretabile come riferimento al complotto organizzato in quelle stesse settimane del 1722 ai danni di Giorgio I di Inghilterra: un richiamo al braccio armato dei Giacobiti che avrebbe costituito una spina nel fianco dei monarchi Hannover, almeno fino al 1746. Si tratta di informazioni che Brugieri e i suoi committenti lucchesi potevano aver ricevuto solo da elementi della corte del Pretendente
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e – sostiene ancora Marco Paoli – è un fatto che Francis Atterbury, principale organizzatore del complotto del 1722 e corrispondente epistolare dello Stuart, avesse familiarità con la tragedia di Shakespeare, al punto da citare una frase dell’Amleto in una lettera del luglio 1722 ad Alexander Pope, letterato che mesi prima gli aveva inviato, ancora in versione manoscritta, la sua edizione delle opere del “Bardo”. Questi ed altri ancora i temi dibattuti nella mattinata di studi che si è tenuta nell’Auditorium Cappella Guinigi del Complesso Conventuale di San Francesco sabato 12 novembre. Una giornata che, oltre a Marco Paoli, ha visto protagonisti il professor Renzo Sabbatini, docente di Storia moderna all’Università di Siena, che ha proposto un intervento dal titolo Gli Stuart a Lucca, una visita politicamente imbarazzante, e la storica dell’arte Paola Betti, che ha parlato di Temi storici e messaggi politici nell’arte lucchese tra Sei e Settecento. Al termine dell’incontro l’inaugurazione della mostra, curata proprio da Marco Paoli e incentrata sull’opera di Domenico Brugieri, cui sono stati affiancati alcuni pannelli didascalici utili a contestualizzare la realizzazione del dipinto e a spiegarne l’originale interpretazione. Un’iniziativa che il Comitato Nuovi Eventi per Lucca ha realizzato col sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca anche in concomitanza con le celebrazioni dei quattrocento anni dalla morte di William Shakespeare. Non a caso la manifestazione si è svolta con il patrocinio del British Council, l’organizzazione britannica che si occupa di diffondere la cultura d’oltremanica in Europa e negli altri continenti, attraverso il sostegno a mostre d’arte e spettacoli teatrali. IL ‘PRECEDENTE’: IL CASO DEI ‘CONIUGI ARNOLFINI’
Non più di sei anni fa lo stesso Marco Paoli suscitò un vero e proprio polverone fornendo una innovativa interpretazione della celebre opera del 1434 di Jan Van Eyck comunemente nota come Ritratto dei Coniugi Arnol-
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AMLETO A LUCCA, OVVERO LA PRIMA RAFFIGURAZIONE PITTORICA DI SHAKESPEARE
L’AMLETO DIPINTO
L’interpretazione di Marco Paoli Il dipinto risulta essere una variante di un’opera del veneziano Antonio Molinari (1655-1704), resa nota nel 2006 da Bernard Aikema con la titolazione dubitativa di Convito di Baldassare, ma che raffigura in realtà la Follia di Antioco, soggetto tratto dalla storia antica (dalla Vita di Demetrio di Plutarco), relativo all’amore tra il giovane Antioco, figlio del re di Siria Seleuco, e la giovane Stratonice, figlia di Demetrio e sposa di Seleuco. L’originalissima raffigurazione di Molinari non dipende però dalla tradizionale iconografia della storia, ma è ispirata al dramma musicale di Alessandro Stradella, La forza dell’amor paterno (Genova, 1678), in cui è la scena della follia di Antioco che spinge il personaggio a rompere ogni cosa nel palazzo paterno. Brugieri, che si trovava a Venezia nel 1783, ha visto quasi certamente in quell’occasione il dipinto di Molinari, traendone un’interpretazione che non trova però riscontro nei tradizionali soggetti con scene di convito e che ricorda invece assai da vicino il tragico epilogo dell’Amleto (Atto V, scena II).
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Gertrude, che ha appena bevuto dalla coppa il vino avvelenato (in primo piano una brocca rovesciata da cui sgorga del vino), si rivolge al figlio e pronuncia le frasi: «No, no – quella bevanda – la bevanda. – Oh, Amleto caro! – La coppa, la coppa. – Io sono avvelenata». Amleto è raffigurato nel momento in cui, avvertito da Laerte che il veleno era stato messo dallo zio Claudio, si rivolge all’usurpatore, reo di avergli ucciso il padre e ora la madre, pronunciando la frase: «Toh assassino, incestuoso, dannato re danese! Bevila fino in fondo questa coppa. C’è dentro la tua perla?». In effetti Amleto sta brandendo, come fosse un’arma, la coppa, dentro la quale Brugieri ha dipinto la formazione madreperlacea con il veleno che doveva sciogliersi del tutto nel vino; i suoi occhi, privi di luce, sono come accecati dall’ira. Claudio, con il capo coronato, è raffigurato quando, vistosi scoperto e in balia della vendetta di Amleto, invoca senza successo l’aiuto dei presenti («Aiuto, amici, soccorretemi»). Dal catalogo della mostra Amleto a Lucca. La prima raffigurazione pittorica di Amleto Maria Pacini FazzieEditore, 2016.
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fini. Nel suo volume Jan Van Eyck alla conquista della rosa. «Il matrimonio “Arnolfini”» della National Gallery di Londra. Soluzione di un enigma (Lucca, 2010), Paoli attribuisce una nuova identità ad una delle coppie più celebri mai dipinte, appunto, i presunti coniugi Arnolfini, due lucchesi emigrati nelle Fiandre, ma che altri non sarebbero se non il pittore stesso, Van Eyck, con la moglie in attesa del loro primogenito. Anche all’epoca Paoli mise in discussione l’essenza stessa di un’icona della storiografia artistica indagando su una sorta di equivoco storico che aveva indotto storici dell’arte del calibro di Crowe e Cavalcaselle a individuare i due lucchesi quali protagonisti del dipinto. Secondo Paoli, la complessa soluzione dell’enigma era da individuare in un fraintendimento del termine fiammingo per ‘Arnolfo’ o ‘Hernault’, che avrebbe, dopo vari passaggi, portato ad un complicato travisamento del titolo dell’opera. Un’ipotesi, anche questa audace, ma che proprio in tempi recenti ha incontrato sempre maggiori e autorevoli sostenitori, tra cui lo stesso Flavio Caroli, che è stato quest’anno ospite di una delle Conversazioni in San Francesco.
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ARVO: il Volto Santo e il suo archivio tra passato e futuro
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RVO è un archivio in continua espansione che persegue la raccolta e la progressiva catalogazione del materiale prodotto sul Volto Santo di Lucca in relazione alla sua dimensione storica, alla sua leggenda e al suo culto. Si tratta di uno strumento unico nel suo genere che trova un corrispettivo in un progetto dell’università di Tours, partner di ARVO, che proprio in questo periodo sta sviluppando un archivio digitale dedicato alla figura di San Martino. Prima ancora di un archivio, però, ARVO è un progetto integrale che nasce da un’idea sempre più diffusa nel campo della ricerca umanistica e che, seppur con un certo ritardo, sta prendendo piede anche in Italia: quella della condivisione dei saperi. Qualche tempo fa fece molto scalpore un articolo in cui Vinton Cerf, lo storico padre di ARPANET, lanciava un grido d’allarme sul deserto digitale che attenderebbe tutti noi. L’idea era questa: via via che i sistemi operativi e i software vengono aggiornati, i documenti e le immagini salvate con le vecchie tecnologie diventano sempre più inaccessibili. Chi è abituato a lavorare con i sistemi informatici conosce da tempo questa problematica e ha imparato ormai a farvi fronte. La questione del cosiddetto deserto digitale, in effetti, è un problema serio che richiede un continuo aggiornamento dei sistemi e dei documenti, ragion per cui un sito che smette di essere aggiornato è sostanzialmente un sito che muore. Ma oltre a questa considerazione sicuramente vera bisogna anche dire un’altra cosa: i contenuti con maggiore possibilità di sopravvivenza sono quelli che hanno una circolazione costante e capillare. Con tale affermazione non si fa più riferimento a un bagaglio concettuale di natura esclusivamente tecnica: questo infatti è un principio fondamentale della filologia testuale. Più un documento viene copiato, più aumenta il numero delle copie in circolazione, più queste copie si diffondono maggiore sarà la possibilità che una di esse sopravviva alle ingiurie del tempo e delle vicende storiche arrivando integra fino alle età successive.
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Ilaria Sabbatini Un fenomeno simile si è verificato allorquando la BBC ha visto andare distrutte le copie fisiche di intere annate della famosa serie televisiva Doctor Who. Nel 2006 l’emittente inglese aveva fatto circolare un appello per rimediare al danno: «puntate che la BBC pensava fossero andate perdute per sempre sono riemerse nei mercatini dell’usato, dalle soffitte e da altri posti strani». Dopo aver promesso un premio l’appello invitava tutti a controllare nelle soffitte, nei garage e nelle camere per gli ospiti per rintracciare le vecchie bobine di Doctor Who. Questa vicenda, di cui ha parlato il divulgatore informatico Paolo Attivissimo, ha dei risvolti inaspettati. Infatti le puntate mancanti sono state recuperate e salvate grazie alle copie abusive fatte dai te-
lespettatori usando registratori audio oppure filmando il proprio televisore. Altri classici delle serie televisive come The Avengers hanno subito la stessa sorte fino ad arrivare al caso della perdita del doppiaggio italiano di un episodio della serie culto Spazio 1999. L’audio è stato recuperato e ripubblicato in DVD grazie alla registrazione artigianale fatta da un fan dell’epoca.
Questa vicenda dimostra come sia proprio la condivisione di un contenuto a rappresentare la garanzia migliore per la sua conservazione e questo è vero per i documenti antichi esattamente come per quelli contemporanei. Qualsiasi supporto, dalla solida pergamena alle sofisticate memorie digitali, è esposto ad agenti usuranti e soggetto a incidenti che ne possono provocare la distruzione. ARVO lavora sui contenuti di tali documenti e in questo senso si pone non tanto come un archivio di pura conservazione bensì come un progetto dinamico in continua trasformazione che si sviluppa e si rinnova grazie al rapporto costante con istituti di ricerca ed enti di conservazione. Un archivio digitale come ARVO trova la sua ragione di esistere proprio nel principio della condivisione dei saperi e nell’idea dell’Open Access, un protocollo a cui aderiscono un numero crescente di realtà culturali diffuse in vari campi della conoscenza. Nel 2001 si tenne il Budapest Open Access Initiative che viene riconosciuto come il primo raduno storico di fondazione dell’Open Access. Nel 2003 la Dichiarazione di Berlino sull’accesso aperto alla letteratura scientifica, stilata durante una conferenza alla Società Max Planck, fu la prima dichiarazione internazionale scritta. In Italia la dichiarazione di Berlino fu seguita dalla Dichiarazione di Messina del 4 novembre 2004 in occasione di un workshop nazionale per l’accesso aperto alla letteratura di ricerca. L’Open Access è ormai un approccio consolidato per la diffusione della conoscenza scientifica ed è ai suoi principi che si riferisce il progetto ARVO. In altre parole ARVO costituisce un archivio di libero accesso a cui possono attingere tutti: ricercatori, studenti, studiosi, appassionati, istituzioni scolastiche, viaggiatori che seguono il filo conduttore del turismo culturale o del turismo religioso. Questi ultimi non sono un insieme da trascurare dato che sempre più persone si mettono in viaggio per raggiungere le varie mete di pellegrinaggio in quello che ormai è diventato un vero proprio movimento diffuso dei cammini d’Eu-
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ropa. Basti pensare ai cammini di Santiago, alla rete delle Vie Francigene e al più recente percorso delle Vie Martiniane. Peraltro, vista l’ampiezza del fenomeno e al di là dell’opportunità strettamente economica, si sta registrando una crescente attenzione da parte degli studiosi riguardo al pellegrinaggio in termini di indagine storica e antropologica. Questo è sicuramente un fatto positivo dato che, per usare le parole di Marc Bloch, la storia stradale dell’Europa prima del secolo XVIII resta ancora un argomento ben lungi dall’essere esaurito. In questo senso ARVO risulta essere un progetto all’avanguardia poiché si pone alla confluenza tra un forte trend turistico internazionale e un rinnovato interesse della ricerca nei confronti del pellegrinaggio. Lucca è fortemente coinvolta dal fenomeno storico del pellegrinaggio sia per la sua collocazione che per la presenza di una delle statue-reliquiario più venerate del passato. La sua posizione geograficamente privilegiata la poneva alla confluenza di importanti vie consolari romane come la Cassia e l’Aurelia. A questo si aggiungeva il particolare ruolo strategico in relazione ai valichi appenninici e la vicinanza di un porto rilevante come quello pisano. Su tali caratteristiche, che facevano di Lucca uno snodo fondamentale nella viabilità peninsulare, si innestò il culto del Volto Santo destinato a diventare l’emblema identitario della città nel corso dei secoli. La statua-reliquiario, datata dagli storici dell’arte all’XI secolo, ha una leggenda che l’ha resa famosa ben oltre i confini italiani e in un’epoca molto precoce. La chevalerie Ogier de Danemarche, un’opera epica risalente all’XI-XII secolo, parla dell’omaggio reso da Carlo Magno all’icona lucchese: «Il re dei franchi si fermò sulla riva / e ascoltò messa a San Martino il grande. / Il Volto di Lucca vi si trovava a quei tempi, / alcuni dicono che c’è ancora. / Nicodemo lo fece a Gerusalemme, / Carlo gli offrì un pallio d’oro lucente». (Raimbert de Paris, La chevalerie Ogier de Danemarche, tomo II, Parigi, 1842, vv. 9076-9082, n.d.r. traduzione dell’autrice).
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ARVO: IL VOLTO SANTO E IL SUO ARCHIVIO TRA PASSATO E FUTURO
1-2. Incipit della leggenda del Volto Santo. Archivio di Stato di Lucca, Ms.110, prima metà del XIV secolo 3. Capitoli della Compagnia del Volto Santo, Archivio Storico Diocesano di Lucca, Archivio Capitolare, Diplomatico, 1306 4. Volto Santo di Lucca e menestrello, XVII secolo. Bologna, Via Val D’Aposa 5. Volto Santo di Lucca, Basilica di Aquileia (UD), abside di San Pietro, XV secolo 6. Insegna di pellegrinaggio, XIV secolo. Provenienza: Pas-de-Calais, Francia. Iscrizione: S VV / LTI LVCEN / SIS 7. Insegna di pellegrinaggio, XIV secolo. Collocazione: Londra, Museum of London. Iscrizione: S VVLTI / [LV]CEN / SIS 8. Conferimento ad ARVO del Premio Italia Medievale - Sezione Multimediale. Milano, 28 novembre 2015 9. Servizio fotografico alla Cappella Buonvisi. Dettaglio dell’affresco di controfacciata: il Trasporto del Volto Santo a Lucca, ciclo della Cappella Buonvisi, 1580 circa. Villa Buonvisi, Monte San Quirico, Lucca
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10. Conferenza sul Volto Santo e le vie di pellegrinaggio tra Lucca e l’Emilia. Castello della Badia di Frassinoro, 29 luglio 2016. 11. Corona del Volto Santo, dettaglio del decoro frontale. Fotografia del servizio realizzato per una puntata di ARVO Tv 12. Corona del Volto Santo, dettaglio del punzone cuspidale. Fotografia del servizio realizzato per una puntata di ARVO Tv 13. Riprese per la puntata speciale di ARVO Tv Il tesoro del Volto Santo, con Antonella Capitanio (Università di Pisa)
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A questa narrazione letteraria si aggiunge la testimonianza di Gugliemo di Malmesbury che nei Gesta Regum Anglorum, del XII secolo, racconta che il re d’Inghilterra Guglielmo II il Rosso soleva giurare «per Vultum de Luca». (Gugliemo di Malmesbury, Gesta Regum Anglorum, a cura di T. D. Hardy, vol. II, Londra 1840, pp. 492, 503). Infine ne La chanson des Aliscans, un’altra opera epica della fine del secolo XII, per testare l’onestà di un giullare si raccomanda: «Potete sottoporlo alla prova del Volto di Lucca che [a un giullare n.d.r.] gettò la sua ciabatta nella chiesa». (Aliscans, a cura di E. Wienbeck, W. Hartnacke, P. Rasch, Genève, 1974, pp. 260-261, n.d.r. traduzione dell’autrice). La presenza di queste opere è importante per capire la diffusione del culto del Volto Santo e i canali attraverso cui si è propagato. Esse inoltre esemplificano in modo puntuale il tipo di operazione che si sta facendo con ARVO: finora tutti questi materiali, pur presenti nelle conoscenze degli studiosi, erano sparpagliati, senza una collocazione precisa nel loro contesto storico e letterario. Il lavoro sistematico di riordino e classificazione permette di dire, ad esempio, che le opere citate sono coeve alla stesura della leggenda leobiniana attribuita da storici come Chiara Frugoni all’ambiente canonicale lucchese del XII secolo. In sostanza si può dire con dati cronologici alla mano che lo sviluppo in forma scritta della leggenda del Volto Santo andava di pari passo con la diffusione del suo culto e della sua conoscenza nei paesi di lingua franca. Tutte queste testimonianze cronachistiche e letterarie sono state raccolte insieme alle altre fonti nell’archivio di ARVO e per capire meglio la sua organizzazione occorrerà illustrare le voci in cui è strutturato. Anzitutto il sito ARVO è consultabile all’indirizzo archiviovoltosanto.org un dominio volutamente breve e immediato per facilitarne la memorizzazione e la citazione nei vari contesti. Il sito è trilingue, organizzato con due sistemi di menù: uno superiore dedicato agli aspetti didattici del progetto e uno inferiore più strettamente legato all’archiviazione dei dati. Nel tempo gli
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stessi menù si sono trasformati per adattarsi all’ampliamento dei contenuti e ai nuovi filoni di sviluppo del progetto. Le prime sezioni ad essere realizzate sono state quelle della Bibliografia, dei Manoscritti e dell’Iconografia a cui si stanno aggiungendo i Luoghi e le Stampe antiche, ossia le produzioni librarie datate dal 1450 al 1830. La Bibliografia è stata organizzata per Fonti e per Studi con la possibilità di fare ricerca per autore, titolo, anno, livello bibliografico e parole chiave. Individuata l’opera è possibile consultare la sua scheda catalografica dove vengono riportati i dati bibliografici della pubblicazione secondo gli standard del sistema di metadati Dublin Core. La sezione Manoscritti è un’area di particolare pregio poiché raccoglie i manoscritti della leggenda del Volto Santo in parte riprodotti digitalmente a cura del progetto ARVO. Grazie agli accordi di partenariato con l’Archivio di Stato di Lucca e l’Archivio Storico Diocesano è possibile consultare le immagini digitalizzate dei manoscritti del Volto Santo ivi conservati. Così come i manoscritti, sono stati resi disponibili nella sezione Bibliografia le riproduzioni digitali delle opere a stampa libere dal diritto d’autore, con l’indicazione della fonte di provenienza. Qualsiasi testo sia fornito di una versione digitale, questa è messa a disposizione per il download libero e gratuito. La sezione Iconografia è un’altra area di particolare pregio del sito poiché contiene le varie attestazioni figurative dell’immagine del Volto Santo. Inaugurata lo scorso anno, essa ha come obiettivo la catalogazione sistematica delle testimonianze figurative del Volto Santo, a prescindere dal medium artistico impiegato o dall’epoca di realizzazione. La prima parte del lavoro ha riguardato la pubblicazione delle testimonianze italiane del crocifisso lucchese, in un arco temporale compreso tra il XIV e il XVI secolo. La seconda parte, su cui il progetto si è focalizzato quest’anno, ha riguardato invece le immagini del Volto Santo nel resto d’Europa in un periodo compreso ancora tra il secondo Trecento e la prima metà del Cinquecento.
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14. Il mistero del Volto Santo, Edizioni ComiXrevolution settembre 2014. © 2014 pedrocar / a. locatelli / d. castellucci
per lo studio del Medioevo), Università di Siena (Centro interdipartimentale per lo studio dell’ospedale di Santa Maria della Scala) e Università di Tours – Francia (Département d’Histoire et d’Archéologie). ARVO ha inoltre il patrocinio del Comune di Lucca, dell’Arcidiocesi di Lucca, della Soprintendenza Belle arti e paesaggio per le province di Lucca e Massa Carrara, del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo.
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Nel corso del 2015 il progetto ha dato vita alla televisione streaming ARVO Tv. Si tratta di una serie di lezioni tematiche per cui sono stati coinvolti i massimi specialisti nel campo della storia medievale, della storia dell’arte, degli ospedali medievali, dell’agiografia, delle numismatica, delle seterie lucchesi, e della oreficeria in relazione al tema del pellegrinaggio al Volto Santo e del suo culto storicamente attestato. Le lezioni registrate sono state pubblicate sul sito ARVO e sono liberamente consultabili. ARVO Tv costituisce uno strumento particolarmente apprezzato tramite cui studiosi e appassionati possono approfondire i temi proposti. Date le richieste pervenute il progetto ARVO sta inoltre sviluppando un podcast radio – RadioARVO – che ripropone le lezioni video in formato audio con l’integrazione di altri materiali sonori reperiti nel corso della ricerca come la registrazione dell’opera lirica Il calzare d’argento di Ildebrando Pizzetti su libretto di Riccardo Bacchelli che fu rappresentata al Teatro alla Scala di Milano nel 1961. La sezione Luoghi, che sarà presto online, consiste in una cartografia tematica basata
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su un sistema di layers georeferenziati dedicata ai luoghi culto, di accoglienza e di pellegrinaggio all’interno e all’esterno della cinta muraria della città. Essa permetterà di formulare un’ipotesi scientifica riguardo alle vie di percorrenza dei pellegrini tra la lucchesia e i territori limitrofi. La cartografia interattiva di ARVO, oltre allo studio storico, permetterà una fruizione attiva del territorio andando a individuare una rete di emergenze storiche e artistiche a disposizione del turismo culturale e religioso. Il progetto ARVO, finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e partito da una proposta dell’Associazione Mons. Gaudii, può contare sulla collaborazione formalizzata di diversi partner istituzionali di primo piano come il Complesso Museale e Archeologico della Cattedrale di Lucca, l’Archivio di Stato di Lucca, l’Archivio Storico Diocesano di Lucca, la Biblioteca Capitolare Feliniana di Lucca, l’Archivio Fotografico Lucchese «Arnaldo Fazzi», l’Istituto Storico Lucchese, SISMEL (Società Internazionale per lo Studio del Medioevo Latino), ISISME (Istituto Italiano
ARVO ha cercato di operare sempre in modo coinvolgente rendendosi disponibile a varie collaborazioni. Nell’arco di due anni ha infatti partecipato a numerosi incontri pubblici e conferenze internazionali. Questo modo di procedere ha avuto delle conseguenze inaspettate tra cui uno degli aspetti più interessanti è stata la collaborazione delle persone che da tutta Europa hanno spedito immagini, indicazioni bibliografiche e fotografie che spesso hanno concretamente contribuito alla realizzazione di schede o di pagine di approfondimento. Ma sorpresa, dato che Lucca è sede di una delle più grandi manifestazioni internazionali dedicate ai comics, è stato il gruppo di autori che ha deciso di inviare la versione illustrata della leggenda del Volto Santo: al momento l’albo in versione digitale è consultabile presso l’archivio ARVO, alla voce graphic novel.
Ilaria Sabbatini è Reseach Fellow SISMEL e responsabile scientifica del Progetto ARVO
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L’eredità di Carlo Ludovico Ragghianti nelle prospettive della sua Fondazione
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ella città di Lucca parlare di ricerca storico-artistica significa parlare di Carlo Ludovico Ragghianti. Instancabile indagatore, sperimentatore coraggioso e mai banale, Ragghianti fa parte del firmamento dei grandi storici dell’arte italiani assieme a Roberto Longhi, Giuliano Briganti e Francesco Arcangeli. Il suo spirito e il suo metodo hanno trovato un’ideale continuazione nella Fondazione Centro Studi sull’Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti, che a Lucca e nel mondo è considerata un’autorità nel campo della ricerca e della comunicazione artistica. A dirigerla, dal giugno 2016, un giovane professore bresciano dal curriculum invidiabile e dalle idee molto chiare su quale sia l’eredità di Ragghianti e sulle prospettive future dell’istituzione che porta il suo nome: Paolo Bolpagni.
La Fondazione Ragghianti, oltre a rappresentare per Lucca un punto di riferimento in ambito culturale, è la creatura di una delle menti più creative e trasversali della critica d’arte italiana. Che cosa significa dirigere una realtà di questo tipo? La Fondazione Ragghianti è un punto di riferimento per Lucca, certo, ma lo è anche per l’Italia e per il mondo intero. Una fama e una reputazione che le derivano da quello che potremmo definire «patrimonio di buon nome». Un patrimonio che è molto impegnativo gestire nella maniera più opportuna. Carlo Ludovico Ragghianti è senza dubbio un grande del Novecento, e la Fondazione cui ha dato il nome ha a sua volta un curriculum caratterizzato da importanti iniziative e felici collaborazioni, che hanno contribuito a formare un’impronta indelebile, una metodologia inconfondibile. La qualità è al centro di ogni buon risultato, e in particolare una qualità accessibile. Infatti, benché io sia uno studioso di formazione e di pratica, intendo l’indagine storico-artistica e l’esposizione dei suoi risultati come qualcosa da comunicare non solo a pochi eletti iper-competenti. La cultura è quella cosa che
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a cura di Andrea Salani diventa tale solo quando è accessibile al maggior numero possibile di persone. Anche per questo, una buona gestione della Fondazione si basa sulla salvaguardia della sua più peculiare caratteristica: la complementarità. La ‘Ragghianti’ non è solo un centro studi, non è solo una biblioteca, non è solo una sede espositiva, ma una compresenza di queste e molte altre cose, che concorrono al progetto ambizioso di coniugare alta qualità e divulgazione.
Intervista al nuovo Direttore Paolo Bolpagni
Un’ambizione che può realizzarsi solo in un rapporto di comunicazione e disponibilità partecipativa nei confronti della città di Lucca e non solo. Non bisogna mai correre il rischio di chiudersi e diventare autoriferiti; per questo non escludiamo, e anzi ricerchiamo, le occasioni di confronto e volentieri intraprenderemo progetti che prevedono cooperazioni e coproduzioni. Carlo Ludovico Ragghianti era un visionario per la sua epoca. In che cosa ha anticipato i tempi attuali? Ragghianti non era solo un critico e uno storico dell’arte ma anche un grande teorico. Uno studioso in grado di rivolgere uno
sguardo ampio al percorso della storia dell’arte nel suo vasto arco cronologico, fino alla contemporaneità. Ma soprattutto capace di offrire un’interpretazione nuova, in cui si parlava di ‘arti’ e non di ‘arte’, uscendo dal guscio accademico che limitava alla triade pittura-scultura-architettura la totalità della produzione artistica. Analizzare le arti della visualità nel loro complesso: così Ragghianti aveva intravisto il futuro degli studi artistici, e aveva contribuito a realizzarlo, questo futuro, grazie alla sua curiosità inesausta ma soprattutto in virtù del suo grande coraggio. Parlo di coraggio perché mettere in piedi una mostra come Arte moderna in Italia 19151935 nel 1967 rappresentò un vero atto di spregiudicatezza: cercare di valorizzare quegli artisti che il revisionismo postbellico aveva messo all’indice e dunque schierarsi contro il senso comune. Lui, che la Resistenza l’aveva fatta in prima linea, lottò per dare il giusto riconoscimento ad autori penalizzati dall’aver lavorato durante o addirittura prima del Ventennio. Che cosa significa continuare la sua opera, proseguire la sua strada? A tal proposito mi piace sempre citare una frase di Gustav Mahler: «La tradizione non è il culto delle ceneri, ma la custodia del fuoco». Non si tratta dunque di perpetrare una stanca celebrazione del critico e delle sue idee, ma di conservare il suo approccio multidisciplinare, la sua costante curiosità e spirito di ricerca. La Fondazione Ragghianti è ancora questo. Non si tratta necessariamente di sostenere o organizzare mostre su artisti o correnti culturali già studiate da Carlo Ludovico, ma di concepire anche l’evento espositivo stesso come occasione di ricerca. Una ricerca che coinvolga dal teorico al critico militante allo storico dell’arte: tutto finalizzato a raggiungere elementi di novità. E con questo non mi riferisco alla sola ricerca del dettaglio mai visto, del particolare sfuggito, bensì intendo per ‘novità’ un qualcosa che sia concretamente in grado di arricchire
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foto George Tatge
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la visione d’insieme o lo sguardo che gettiamo su una problematica. Questa era, secondo me, la strada di Ragghianti, che, si badi bene, non era ‘uomo contro’ a tutti costi, ma semplicemente un instancabile pioniere che non aveva paura di rompere, se necessario, gli schemi. Questo spirito si riconosce in tutte le attività della Fondazione Ragghianti, che è da anni impegnata nella preparazione di laboratori didattici. L’esperienza prosegue? Senza dubbio. Sono ormai dieci anni che la Fondazione Ragghianti propone percorsi didattici. Non un dettaglio nell’attività di un’istituzione e soprattutto un’iniziativa per niente scontata. La didattica è per noi un’attività strategica. Permettere a bambini e ragazzi di misurarsi direttamente con la prassi dell’arte è fondamentale. Il laboratorio non è solo una trasmissione statica di conoscenze, ma una diretta connessione con l’arte, un modo per scoprirla e imparare ad amarla. Di grande ispirazione in tal senso è di certo il contributo che Bruno Munari ha dato all’arte e alla sua diffusione: un’ottica di coesistenza tra teoria e pratica, fortemente orientata a favorire la manualità. Provare a realizzare un’opera nello stile di Matisse significa mettere il bambino di fronte a una problematica che non riguarda la conoscenza dell’artista, ma prima ancora il concetto di volume, il ruolo del colore, in una parola una sorta di educazione sensoriale. Un processo di apprendimento fondamentale, dunque, in cui le ore passate in ‘Ragghianti’ sono un’esperienza mai percepita come un’imposizione: per questo la Fondazione si rivolge agli studenti di scuole d’infanzia, elementari e medie, con l’auspicio di estendere sempre di più la propria già ricca offerta didattica. Parliamo dunque dei benefici di una ‘alfabetizzazione’ artistica? È ormai evidente e irrinunciabile al fine di formare generazioni che non siano disinteressate non solo all’arte ma alla conservazione della ‘bellezza’ che ci circonda. In primo luogo è necessario creare una predisposizione in
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L’EREDITÀ DI CARLO LUDOVICO RAGGHIANTI NELLE PROSPETTIVE DELLA SUA FONDAZIONE
questi ragazzi, fare di loro persone ricettive e attente, educando nel contempo al rispetto e alla cura del nostro patrimonio artistico: entra in gioco un discorso di ‘formazione’, in una parola si contribuisce a far crescere persone migliori, ma soprattutto ‘cittadini’ migliori. Dal 2011 lei ha attivato – tra i primi storici dell’arte – un canale YouTube per parlare d’arte e recentemente si è espresso sui temi del linguaggio e della divulgazione. Quali sono le chiavi per garantire ‘accessibilità’ alla fruizione dell’arte, dei siti e della cultura artistica in generale? Quella del canale YouTube è una piccola avventura che ho voluto intraprendere per dare uno sguardo veloce e incisivo su alcune tematiche dell’arte, senza che la brevità compromettesse la qualità delle informazioni veicolate. Certi ambienti accademici non hanno sempre visto di buon occhio questa iniziativa, ma in questo sta proprio il nocciolo della questione: rendere l’arte in tutte le sue espressioni sempre più accessibile. Sembrerà banale e ripetitivo, ma anche qui c’è Ragghianti all’origine: pensiamo ai Critofilm e alle sue videolezioni realizzate per la RAI. Un autentico studioso dovrebbe confrontarsi con le possibilità delle nuove tecnologie, o quantomeno considerarne l’esistenza. I medesimi argomenti possono essere trasmessi secondo differenti gradi di approfondimento con la necessaria capacità di sintesi per far passare i concetti fondamentali. La chiave di lettura è in questo caso la visione d’insieme. Utilizzare mezzi comunicativi e farlo per donare la necessaria visione d’insieme sulle vicende dell’arte. Il resto del lavoro deve farlo la curiosità soggettiva, ma l’importante è accendere la scintilla. E comunque un giorno un’illustre professoressa di storia dell’arte, grande esponente dell’‘accademia’, quasi di nascosto mi ha sussurrato all’orecchio: «Quella di YouTube… è stata una grande idea!». Nel 2017 ricorreranno i trenta anni dalla scomparsa di Carlo Ludovico Ragghianti. Come la Fondazione ha intenzione di dare risalto a questo anniversario?
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Per ricordare questa ricorrenza abbiamo in programma, tra le altre cose, una mostra di carattere prevalentemente documentario che sarà incentrata sulla figura di Ragghianti e sarà al contempo un’occasione per fare il punto sulla storia della Fondazione attraverso i personaggi, le mostre e gli allestimenti che ne hanno maggiormente caratterizzato l’evoluzione e lo sviluppo, dalla nascita del Centro Studi nel 1981 fino a oggi. Non sarà assolutamente un’operazione autocelebrativa, ma l’opportunità per riflettere sull’identità stessa della nostra istituzione, raccontandone l’evoluzione e ricordandone le radici, sempre solide e ben piantate. Non a caso questa mostra non sarà corredata da un catalogo, bensì da una monografia che sarà pubblicata successivamente e sarà impostata come sguardo d’insieme sulla Fondazione, sulla sua storia e sull’enorme eredità lasciata dal suo ideatore. Infatti alla Fondazione Ragghianti è riconosciuta una particolare sensibilità nell’orga-
nizzazione di eventi espositivi di altissima qualità, basati sulla ricerca e sulla possibilità di far emergere qualcosa di nuovo o di raccontare le tradizione da una prospettiva diversa. I prossimi appuntamenti? Oltre alla mostra di cui ho appena detto, a partire dalla tarda primavera prenderà il via una rassegna incentrata sul contemporaneo, che si porrà l’obiettivo di indagare, secondo un principio multidisciplinare, le varie declinazioni del concetto di ‘limite’ e ‘confine’ nella produzione artistica recente. Si tratta di un progetto espositivo audace che andrà a coinvolgere lo spettro più vasto delle forme espressive e delle ibridazioni interdisciplinari. Si tratterà di un’iniziativa orchestrata in modo tale da far dialogare le opere presenti in mostra con vari luoghi della città, irradiandosi dagli spazi espositivi della Fondazione Ragghianti per coinvolgere il tessuto urbano e soggetti associativi e istituzionali del territorio, sempre in un’ottica di apertura e condivisione con la città. Quindi un’occasione per fare il punto della situazione. Non un semplice appuntamento con una monografica. Infatti. Ma abbiamo in programma anche una monografica molto importante. Nell’autunno 2017 la Fondazione Ragghianti proporrà una grande mostra su Mario Nigro, un’occasione per riscoprire questo importante artista toscano scomparso nel 1992 nel centenario della sua nascita. In puro stile ‘ragghiantiano’ il progetto espositivo sarà molto articolato, presentando non soltanto la produzione pittorica di Nigro, ma anche opere del contesto artistico internazionale di riferimento. Perché, come accennavo poco fa, tutto quanto è espressione della Fondazione deve avere in qualche modo un’impronta ragghiantiana. Questo significa proseguire l’opera del grande studioso lucchese e non solo custodirne il ricordo, in una parola far sì che quel ‘fuoco’ di cui parlavo prima non sia ad eterna memoria, ma una fiamma viva in grado di alimentare la ricerca e la sete di conoscenza.
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foto Bearice Speranza
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CARLO LUDOVICO RAGGHIANTI (Lucca 1910 - Firenze 1987)
Uno spirito innovatore, formato sull’estetica di Benedetto Croce e influenzato dalle teorie della «pura visibilità». Ragghianti, che tra l’altro partecipò in prima linea alla lotta al Fascismo e fu tra i fondatori del Partito d’Azione, esordì come studioso nel 1933 con ricerche che spaziavano dalla pittura del Seicento al cinema, dimostrando da subito il suo precoce interesse per tutte le manifestazioni del linguaggio visivo. Una vita dedicata all’analisi delle «arti della visione», secondo un’idea trasversale e aperta di cultura ben testimoniata dai suoi celebri Critofilm, in cui, affrontando diversi temi della storia dell’arte, il mezzo cinematografico diventa efficace strumento di indagine critica e divulgativa. Fondatore nel 1935 della rivista «Critica d’Arte», dal 1952 al 1965, insieme con la moglie Licia Collobi, diresse il bimestrale di informazione e cultura «seleARTE», uno dei più importanti del dopoguerra. Ragghianti fu fondatore e promotore di molte istituzioni culturali, tra cui l’Istituto di Storia dell’Arte e la Raccolta nazionale di Disegni e Stampe dell’Università di Pisa e l’Università Internazionale dell’Arte di Firenze.
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La Fondazione Centro Studi sull’Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti rappresenta la realizzazione del progetto di Carlo Lodovico Ragghianti e di sua moglie Licia Collobi di creare un laboratorio permanente di studio e un centro di esperienze culturali per la città di Lucca. Nata come Centro Studi nel 1981, e divenuta Fondazione nel 1984, ha mantenuto la mission stabilita alle origini, dando vita a uno strumento di studio e di divulgazione dell’arte in tutte le sue forme. Nel 1992 la Fondazione ha acquisito per donazione la biblioteca, la fototeca e l’archivio di Pier Carlo Santini, che è stato il primo direttore scientifico della Fondazione dal 1984 al 1993. Nel corso degli anni, il patrimonio della Biblioteca si è arricchito di svariati fondi librari, che permettono oggi di contare oltre 70.000 volumi e circa ottocento testate di riviste. L’Archivio della Fondazione raccoglie, oltre a quello di Ragghianti, i fondi di Pier Carlo Santini, Silvio Coppola, Lorenzo Guerrini, Ida Cardellini e di altri illustri personalità del mondo della cultura. 180.000 immagini – tra fotografie e ritagli – arricchiscono la Fototeca. Il Centro custodisce anche una vastissima raccolta di opuscoli e cataloghini d’arte e una collezione di opere grafiche, dipinti, disegni e sculture, frutto di donazioni da parte di importanti artisti. L’attività della Fondazione è incentrata anche sull’organizzazione di mostre d’arte, attività didattiche, conferenze e convegni. Dal 2004 la Fondazione è anche editore: oltre alla pubblicazione di cataloghi e libri, edita annualmente la rivista «LUK».
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L’EREDITÀ DI CARLO LUDOVICO RAGGHIANTI NELLE PROSPETTIVE DELLA SUA FONDAZIONE
Paolo Bolpagni
TRA ARTE E GIOCO
«Se ascolto dimentico, se leggo ricordo, se faccio capisco»: questo il proverbio cinese che spesso Bruno Munari, pioniere della didattica in campo artistico, amava citare. E questo anche lo spirito con cui da ormai dieci anni la Fondazione Ragghianti organizza percorsi didattici rivolti a bambini e ragazzi di scuole d’infanzia, scuole elementari e medie, guidati alla scoperta dei grandi movimenti artistici, coniugando conoscenze, capacità d’interpretazione e stimolo della manualità. I sette laboratori previsti per il 2016-2017 rappresentano infatti una divertente sintesi «tra arte e gioco», tra apprendimento e divertimento, e sono dedicati alle correnti artistiche e alle tematiche estetiche del XX e XXI secolo. Attraverso di essi i bambini e ragazzi lavorano manualmente con materiali di vario genere, ripercorrendo concretamente il percorso creativo loro proposto. Molto rappresentativo il laboratorio Le grandi mani di Monsieur Picasso, che introduce al Cubismo, una delle più importanti avanguardie artistiche del Novecento. Dopo aver approfondito le tappe essenziali dell’avanguardia cubista, attraverso un’introduzione teorica accompagnata dalla proiezione di esempi di opere cubiste, è proposta un’attività manuale ispirata ai più celebri ritratti del grande maestro: la realizzazione di un volto-scultura dalle volumetrie insolite e dalle cromie accese sul quale ‘smontare e riassemblare’ il proprio autoritratto.
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Storico dell’arte, docente universitario e curatore, Paolo Bolpagni nasce a Brescia nel 1979. Ha conseguito il dottorato di ricerca all’Università Cattolica di Milano, svolgendo un periodo di studi presso la Ruprecht-Karls-Universität di Heidelberg. È attualmente ricercatore universitario in Storia dell’arte contemporanea. Dal 2008 al 2011 e dal 2014 al 2016 è stato direttore del Centro studi «Paolo VI» sull’arte moderna e contemporanea a Brescia. Ha all’attivo più di un centinaio di pubblicazioni scientifiche nei campi di ricerca a lui più cari: dai rapporti tra pittura e musica nel XIX e XX secolo all’astrattismo italiano ed europeo, dall’arte italiana e francese degli anni Cinquanta-Sessanta alle ‘partiture visive’ e alle ricerche verbo-visuali delle neoavanguardie; e poi ancora un forte impegno nello studio degli allestimenti espositivi. Molte infatti le sue collaborazioni in qualità di curatore: Palazzo Fortuny a Venezia, il MACRO e Villa Torlonia a Roma, la Fundación Loewe a Madrid, il Museo del Risorgimento e la Galleria San Fedele a Milano, il Museo di Santa Giulia a Brescia. Bolpagni è attualmente il più giovane vincitore del Premio Sulmona per la storia dell’arte, attribuitogli nel 2013, ed è stato uno dei primi storici dell’arte ad aver usato ampiamente i nuovi media per la divulgazione, creando nel 2011 il canale YouTube «Regola d’arte»: una raccolta di venticinque video in cui ha raccontato l’arte, i suoi protagonisti, i movimenti e le tendenze in ‘puntate’ della durata di pochi minuti (a tutt’oggi il canale ha totalizzato oltre duecentomila visualizzazioni da più di cento paesi del mondo). Dopo aver fatto parte del Comitato scientifico della Fondazione Ragghianti, Bolpagni ne diventa direttore nel giugno 2016.
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foto Lucio Ghilardi
DAL MONDO
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DELLA RICERCA Il progetto Monster: il monitoraggio delle vibrazioni del campanile di San Frediano Maria Girardi
È
stato installato sul campanile della Basilica di San Frediano un nuovo sistema per il monitoraggio delle vibrazioni di edifici storici, realizzato nell’ambito del progetto MONSTER – Monitoraggio strutturale di edifici storici con tecnologie wireless e strumenti di calcolo innovativi – e cofinanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, dai laboratori Meccanica dei materiali e delle strutture e Reti wireless dell’Istituto di Scienza e Tecnologie dell’Informazione Alessandro Faedo del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pisa (ISTI-CNR).
Realizzato dal CNR col finanziamento della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca
Il progetto, che coniuga innovazione ed economicità, ha consentito l’applicazione di tecnologie sviluppate da ISTI-CNR per il monitoraggio di costruzioni storiche. In particolare è stato realizzato un sistema di sensori a basso costo per la misura, su lunghi periodi, delle vibrazioni di questi delicati manufatti. In buona sostanza, a differenza di quanto si faceva fino a qualche anno fa sollecitando artificialmente le strutture per misurarne la risposta dinamica, in questo caso si è scelto di monitorare, nel tempo, le vibrazioni indotte dal traffico, dal vento, persino dalle persone che transitano nelle vicinanze dell’edificio.
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Questo consente, da una parte, di acquisire importanti conoscenze sul comportamento dinamico dell’edificio, dall’altra, di controllarne lo stato di salute strutturale: infatti, significative variazioni nel tempo delle sue caratteristiche dinamiche possono essere indice di danno e devono mettere in allerta chi è preposto alla sua tutela. Esistono in commercio, ormai da diversi anni, strumenti sensibilissimi, in grado di rilevare le più piccole oscillazioni delle costruzioni storiche. Nel progetto MONSTER, invece, è stata indagata la possibilità di utilizzare strumentazione a basso costo, in particolare accelerometri con tecnologia e sensibilità simili a quelli impiegati negli smartphone. Il progetto ISTICNR, lungi dal voler sviluppare sensori in grado di competere con gli strumenti esistenti dalle prestazioni molto elevate e quindi notevolmente costosi, ha puntato piuttosto sulla possibilità di avere a disposizione numerosi strumenti poco costosi in grado di controllare, su un prolungato arco temporale, i livelli di accelerazione che agiscono sulle strutture. I monitoraggi di lunga durata condotti con i nuovi strumenti hanno costi molto ridotti ri-
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spetto a quelli condotti con la strumentazione tradizionale, inoltre l’utilizzo di un numero elevato di sensori permette di raccogliere una grande quantità di informazioni sulla struttura e di mapparne in maniera più precisa i movimenti. Il sistema sviluppato da ISTI-CNR è stato installato, con il supporto del dottor Andrea Pagni, sul campanile della Basilica di San Frediano a Lucca, campanile messo gentilmente a disposizione da monsignor Michelangelo Giannotti, vicario generale dell’Arcidiocesi di Lucca. La sperimentazione è ancora in corso, tuttavia i risultati possono già definirsi soddisfacenti. I sensori si sono infatti dimostrati in grado di rilevare, giorno per giorno, le accelerazioni massime che agiscono sulla struttura, ad esempio al suonare delle campane o in giornate di particolare affollamento in Piazza San Frediano, e di rilevare eventuali anomalie nel comportamento dinamico della torre. Inoltre, possono svolgere funzione di presidio nei confronti di eventi eccezionali che dovessero interessare la struttura, come ad esempio nel caso di un sisma. Gli strumenti sono stati testati in laboratorio e
poi sul campanile per mezzo di una sofisticata strumentazione messa a disposizione dal dottor Riccardo Mario Azzara dell’Osservatorio Sismologico di Arezzo. Parallelamente all’attività sperimentale sono state implementate le procedure numeriche per l’analisi e l’interpretazione dei dati raccolti durante il monitoraggio ed è stato modellato il comportamento strutturale della torre, utilizzando il codice di calcolo NOSA-ITACA, anch’esso sviluppato dai ricercatori di ISTI-CNR, che consente di studiare il comportamento meccanico degli edifici storici. Il codice è destinato alle università, agli organismi di ricerca, ai professionisti e a quanti operano nel settore della conservazione e protezione del patrimonio monumentale nazionale ed è distribuito gratuitamente proprio con lo scopo di diffondere l’uso di modelli matematici e metodi numerici nel settore della salvaguardia del patrimonio architettonico. Istituto di Scienza e Tecnologie dell’Informazione Alessandro Faedo – Consiglio Nazionale delle Ricerche
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Ospedale di Barga: un progetto innovativo di telemedicina con l’Università di Pisa Sirio Del Grande
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viluppare e sperimentare un sistema di telemedicina adatto a fornire assistenza in zone remote per diverse tipologie di procedure clinico diagnostiche e terapeutiche. È l’obiettivo dell’innovativo progetto portato avanti – grazie a un finanziamento della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca – dal Centro EndoCAS per la Chirurgia Assistita al Calcolatore dell’Università di Pisa insieme all’ospedale di Barga. L’iniziativa è stata presentata nello scorso mese di ottobre in una conferenza stampa articolata in due fasi: prima è stato mostrato il funzionamento del sistema di teleconsulto, poi i rappresentanti dell’Università di Pisa, dell’Azienda USL Toscana nord ovest, della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e del Comune di Barga hanno evidenziato le peculiarità e l’importanza del progetto. Il territorio target individuato per questa sperimentazione è dunque il bacino di Lucca. In particolare la piattaforma per teleconsulto che viene attivata grazie a questo progetto di ricerca permette di garantire un supporto clinico a distanza e una condivisione di opinioni cliniche specialistiche anche nelle zone più remote dove esistono presidi ospedalieri generalisti (ospedali di Barga e Castelnuovo Garfagnana). Il sistema proposto fornisce una comunicazione molto efficace, visto che permette al richiedente di vedere direttamente le mani del professionista nel suo scenario clinico. Consente inoltre funzionalità di telepresenza grazie all’impiego di ‘visori per realtà aumentata’. Gli operatori degli ospedali interessati potranno quindi consultarsi con centri a più alta intensità (ospedali di Lucca e Pisa) come se si trovassero in loco. Per adattarsi al caso d’uso, la piattaforma è stata modellata per le necessità cliniche dell’applicazione. Nello specifico, insieme ai professionisti coinvolti, è stato valutato che per l’applicazione in ambulatorio ecografico fosse importante poter condividere lo
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schermo dell’ecografo e aggiungere sullo stesso schermo una funzionalità di realtà aumentata (possibilità di scrivere, annotare o indicare oggetti per condividere un esame diagnostico con un medico specialista e avere una second-opinion). La sperimentazione avverrà quindi nella pra-
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tica clinica e verranno raccolti dati utili alla valutazione critica del sistema e della sua utilità sul campo. È stato intanto stabilito di avviare il progetto nella struttura di medicina generale dell’Ospedale di Barga in ambito diagnostico ecografico.
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«L’utilizzo del teleconsulto potrà essere esteso a molte procedure mediche»
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lla presentazione del progetto di telemedicina attivato a Barga hanno partecipato rappresentanti dell’Università di Pisa, dell’Azienda USL Toscana nord ovest, della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e del Comune di Barga. «La metodica – ha evidenziato Mauro Ferrari, Chirurgo Vascolare e Direttore del Centro EndoCAS per la Chirurgia Assistita al Calcolatore dell’Università di Pisa – sarà ottimizzata e testata per casi d’uso selezionati, ma il suo utilizzo potrà essere esteso a molte procedure mediche. Adesso la sfida viene portata
Soddisfazione degli enti coinvolti per una sperimentazione che apre nuove prospettive in un’ottica di rete
a livello di sistema, perché c’è una rete virtuale da sviluppare e quindi un importante lavoro da fare anche dal punto di visto etico e giuridico». «Siamo lieti – ha aggiunto Guidantonio Rinaldi, Direttore della Struttura Complessa di Medicina Generale della Valle del Serchio – del fatto che per avviare la sperimentazione clinica sia stata scelta la struttura di medicina generale dell’ospedale di Barga. È un progetto pilota che apre nuove interessanti prospettive per la nostra sanità in un’ottica di rete». «Il settore della ricerca – ha ricordato il Vice Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca Maido Castiglioni – è uno di quelli di maggior impegno per la nostra Fon-
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dazione che lo considera un fattore di grande accrescimento sociale e culturale. È poi fondamentale, come avviene in questo caso, che la ricerca abbia delle ricadute concrete e significative sul territorio». «Esprimo soddisfazione – ha sottolineato il Sindaco di Barga Marco Bonini, accompagnato alla presentazione dal Vice Sindaco Caterina Campani – per questa iniziativa e quindi per un nuovo servizio che verrà fornito ai cittadini. È un progetto che permette di fare un salto di qualità importante al nostro sistema sanitario e rappresenta sicuramente un esempio da seguire. Grazie al professor Ferrari ed all’Università di Pisa, alla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ed all’Azienda USL Toscana nord ovest». «Questa sperimentazione – ha affermato Romana Lombardi, Responsabile del Presidio Ospedaliero della Valle del Serchio – dimostra che anche i piccoli ospedali sono in grado di garantire prestazioni valide dal punto di vista della qualità e dell’appropriatezza. Noi professionisti dobbiamo superare certi limiti per operare sempre più insieme nella pratica quotidiana, anche quando si lavora in strutture distanti tra loro». «La rete è fondamentale – chiude Michela Maielli, Referente per le Attività Sanitarie dell’ambito territoriale di Lucca – e consente di mettere al centro dell’attenzione il paziente e lo stesso professionista. Questa è la strada da seguire e sono sicura che i risultati di questo progetto pilota lo confermeranno». Presente per l’Università di Pisa anche Vincenzo Ferrari, Assistant Professor del Dipartimento ‘Information Engineering’, che ha illustrato le peculiarità tecniche del progetto. Da evidenziare anche il supporto e la presenza da Pisa, per il collegamento dimostrativo effettuato con Barga, dei medici di Chirurgia Vascolare dell’ospedale di Cisanello Daniele Adami e Michele Marconi.
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«L’UTILIZZO DEL TELECONSULTO POTRÀ ESSERE ESTESO A MOLTE PROCEDURE MEDICHE»
Il Centro EndoCAS, un’eccellenza nazionale Il Centro EndoCAS per la Chirurgia Assistita al Calcolatore, che ha sviluppato il progetto, è una struttura di eccellenza dell’Università di Pisa. Afferisce al Dipartimento di Ricerca Traslazionale e delle Nuove Tecnologie in Medicina e Chirurgia ed è diviso in EndoCAS Research ed EndoCAS Education. Il Centro è stato realizzato nel 2005 grazie ad un finanziamento del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR) e della Regione Toscana. Il team di EndoCAS è multidisciplinare ed include: ingegneri, informatici, economisti, medici, la maggior parte dei quali chirurghi e radiologi. Nel 2009 una convenzione fra l’Università di Pisa ed AOUP ha portato alla costituzione di EndoCAS per la ricerca scientifica e la formazione del personale. Le attività di ricerca sono svolte grazie anche al finanziamento di soggetti come l’Unione Europea, il Ministero della Salute e la Regione Toscana. Recentemente il centro, fondato dal professor Franco Mosca e diretto oggi dal professor Mauro Ferrari, ha ricevuto il rinnovo dell’accreditamento da parte dell’American College of Surgeons (ACS) come struttura per la formazione dei chirurghi attraverso la simulazione, dopo l’iniziale accreditamento avvenuto nel 2013. Questo accreditamento è concesso soltanto alle strutture che soddisfano determinati requisiti su qualità dei programmi di formazione offerti, disponibilità di simulatori e qualifiche del gruppo. I centri accreditato dall’ACS nel mondo sono 94, tra cui EndoCAS, unico in Italia.
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RISPOSTE CONCRETE Un fondo per combattere la povertà educativa di bambini e adolescenti
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’associazione Save the Children fornisce una definizione molto chiara del concetto di «povertà educativa»: «Privazione da parte dei bambini e degli adolescenti della possibilità di apprendere, sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni». Si tratta di una vera e propria piaga dei nostri giorni che influisce direttamente sulle dinamiche economiche e sociali: le differenze aumentano in base alla territorialità, al genere e anche alla eventuale condizione di immigrazione.
L’impegno delle Fondazioni
Gli studi compiuti anche sui comportamenti extra cognitivi hanno dimostrato come esista una diretta relazione con le condizioni di indigenza. Infatti in Italia quasi un milione di minori vive in condizioni di povertà assoluta e appare sempre più evidente che la povertà materiale è spesso causa di povertà educativa e che quest’ultima, a sua volta, può originare nuova povertà materiale, in un circolo vizioso che è necessario interrompere. Una problematica estremamente delicata, anche perché la povertà educativa può tra-
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dal sito www.conibambini.org
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UN FONDO PER COMBATTERE LA POVERTÀ EDUCATIVA DI BAMBINI E ADOLESCENTI
con i bambini dursi nella mancanza di tutti quegli elementi che consentono ad un ragazzo di sentirsi parte di una nazione, membro di una collettività. Si può, in un certo senso, compromettere il «DNA civile» dei cittadini di oggi e di domani. È in risposta a questa pericolosa deriva che le Fondazioni aderenti ad ACRI (Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio Spa) hanno predisposto una forma autenticamente innovativa di intervento, che fa perno sul coinvolgimento di una pluralità di soggetti, impegnati in maniera efficace a offrire ai giovani pari opportunità di crescita. ACRI e Governo nell’aprile 2016 hanno firmato un Protocollo d’intesa per la gestione di un fondo, cui ha aderito anche la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, per il contrasto alla povertà educativa minorile: risorse destinate «al sostegno di interventi sperimentali finalizzati a rimuovere gli ostacoli di natura economica, sociale e culturale che impediscono la piena fruizione dei processi educativi da parte dei minori». È nato così il «Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile», iniziativa che è entrata nella fase operativa con la pubblicazione dei primi due bandi rivolti a organizzazioni del terzo settore e al mondo della scuola, consultabili sul sito www.conibambini.org, dedicati alla prima infanzia (0-6 anni) e all’adolescenza (11-17 anni). A disposizione complessivamente 115 milioni di euro: con metà delle risorse assegnate su graduatoria nazionale e metà ripartita a livello regionale, in relazione ai bisogni di ciascun territorio (per la Toscana sono previsti 2.160.156 euro, di cui 1.296.094 per il bando «Infanzia» e 864.062 euro per il bando «Adolescenza»). Nel secondo anno, il Fondo promuoverà interventi rivolti anche ad altre fasce di età. Il bando dedicato all’infanzia si presenta come occasione per potenziare l’offerta di servizi di cura ed educazione dedicati ai minori tra 0 e
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6 anni, con particolare riferimento ai bambini appartenenti a famiglie in difficoltà, promuovendone la qualità, l’accessibilità, la fruibilità, l’innovazione. In quest’ottica è centrale il ruolo delle famiglie, da coinvolgere attivamente negli interventi, sia nella fase di progettazione che in quella di realizzazione delle attività. Il bando dedicato all’adolescenza è orientato a promuovere e stimolare il contrasto dei fenomeni di dispersione e abbandono scolastico, nonché situazioni di svantaggio e di rischio devianza, particolarmente rilevanti tra gli adolescenti che vivono in contesti ad alta densità criminale. Un contrasto da attuare mediante azioni congiunte «dentro e fuori la scuola», per riavvicinare i giovani che hanno abbandonato gli studi o che presentano forti rischi di dispersione; la promozione della «scuola aperta», ossia un luogo di apprendimento, confronto, socializzazione e crescita, con l’auspicata partecipazione, fin dalla fase di progettazione, degli Istituti scolastici. I bandi sono stati i ideati per privilegiare le proposte che prevedono il coinvolgimento di soggetti che, a vario titolo, si occupano di infanzia, educazione, minori (scuole, famiglie e più in generale la «comunità educante»); soggetti che devono però garantire adeguati e innovativi strumenti di valutazione d’impatto delle iniziative intraprese. La povertà educativa è ormai considerata la madre di tutte le diseguaglianze. Di qui la necessità di trovare risorse importanti da assegnare a progetti mirati e innovativi, con le Fondazioni bancarie e le associazioni del Terzo Settore che, insieme a scuole ed enti locali, saranno il motore di questa sfida. Servizi socioeducativi capaci di incidere sulla reale accessibilità alle varie opportunità educative e formative da parte di bambini e giovani appartenenti a famiglie disagiate infatti non solo riducono le disuguaglianze, ma creano i presupposti per una maggiore mobilità sociale, a vantaggio dell’intera collettività.
L’impresa sociale «Con i Bambini» è stata costituita il 15 giugno 2016 ed è interamente partecipata dalla Fondazione «Con il Sud», ente non profit privato nato dieci anni fa dall’alleanza tra le Fondazioni di origine bancaria e il mondo del Terzo settore e del volontariato per favorire lo sviluppo del Mezzogiorno attraverso la promozione di percorsi di coesione sociale. «Con il Sud» sostiene interventi per l’educazione dei ragazzi alla legalità e per il contrasto alla dispersione scolastica, per valorizzare i giovani talenti e attrarre i ‘cervelli’ al Sud, per la tutela e valorizzazione dei beni comuni (cultura, ambiente, riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie), per la qualificazione dei servizi sociosanitari, per l’integrazione degli immigrati, per favorire il welfare di comunità. Finora, la Fondazione ha sostenuto 825 iniziative, tra cui la nascita delle prime cinque Fondazioni di Comunità del Mezzogiorno, coinvolgendo 5.000 organizzazioni e centinaia di migliaia di cittadini, soprattutto giovani, ed erogando oltre 153 milioni di euro.
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PARTECIPATE La cultura della carta. Innovazione e sostenibilità Enrico Fontana
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n laboratorio di prova, sperimentazione e certificazione, riconosciuto a livello europeo, riferimento in Italia per tutta la filiera cartaria e partner strategico per le aziende del Distretto lucchese impegnate in attività di ricerca e sviluppo per l’innovazione. Molteplici i servizi offerti, supportati da una visione integrata capace di collegare il mondo istituzionale a quello delle imprese, dello sviluppo economico, della formazione e della ricerca. La dimensione europea come campo di azione e la sinergia con l’Area Ricerca e Innovazione di Lucense come ambito entro cui favorire la nascita di progetti volti a migliorare la sostenibilità ambientale delle aziende del settore cartario. Ecco il Centro Qualità Carta, venticinque anni dopo la sua nascita.
LA STORIA
Siamo nel 1990. Le cartiere del territorio si rivolgono a Lucense, organismo di ricerca noprofit, per proporre la costituzione di un laboratorio specializzato in attività di prove per il controllo qualità dei prodotti. Non esisteva ancora il Distretto come soggetto riconosciuto dalle istituzioni pubbliche, ma il sistema produttivo cartario era comunque leader nazionale, ed europeo, per la produzione e trasformazione di carta. Erano gli anni in cui la qualità si stava affermando come caratteristica distintiva dei processi e dei prodotti, imposta dall’evoluzione tecnologica più che dal mercato. Processi produttivi sempre più sofisticati e veloci richiedevano infatti il rispetto da parte del fornitore di tecniche precise, con tolleranze sempre minori, volute dal cliente: la qualità andava ‘garantita’, e quindi misurata. Lucense, nel 1989, aveva aderito al Consorzio Universitario in Ingegneria della Qualità (QUALITAL), che vedeva la partecipazione delle tre università pisane e le più importanti aziende italiane dell’industria e dei servizi. Il
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QUALITAL è stato per anni il riferimento nazionale per attività di ricerca, divulgazione e formazione sui temi della qualità, e per Lucense è stato un partner strategico che ha consentito di acquisire in quell’ambito competenze da mettere a disposizione delle imprese del territorio.
Grazie al supporto metodologico del QUALITAL, la consulenza specialistica del dottor Edoardo Grandis, massimo esperto in Italia, e tra i più noti in Europa, di controllo qualità della carta, e la stretta collaborazione delle cartiere, nel 1991 nasce il Centro Qualità Carta, come unità operativa di Lucense. Le attività prevalenti, nel primo decennio, hanno riguardato il servizio di analisi e prove per conto delle aziende cartarie, e dei loro clienti, e della formazione dei tecnici dei laboratori aziendali che venivano costituiti. L’efficienza operativa e la qualità del servizio sono sempre stati i due punti di riferimento nella conduzione del Laboratorio, e nel 1994 il Centro Qualità Carta ha ottenuto, primo in Italia nel suo settore, l’accreditamento SINAL, ente terzo che attesta l’affidabilità dei risultati di prova, con uno schema che rende il «Rapporto di Prova» del laboratorio riconosciuto a livello europeo.
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LA CULTURA DELLA CARTA. INNOVAZIONE E SOSTENIBILITÀ
L’ATTIVITÀ OGGI
Venticinque anni dopo, il Centro Qualità Carta è un riferimento in Italia per tutta la filiera cartaria e un partner strategico per le aziende del Distretto lucchese impegnate costantemente in attività di ricerca e sviluppo per l’innovazione. I servizi del Laboratorio, anticipando l’evoluzione delle tecnologie e del mercato, si sono progressivamente spostati dall’attività di prova intesa come ‘controllo qualità’, a quella di analisi, prove e sperimentazioni per fornire dati e conoscenze utili ai costruttori di macchine, ai produttori, trasformatori e utilizzatori di carta e imballaggi che fanno innovazione. La strategia di sviluppo è basata sulla forte specializzazione e l’ambito di attività si concentra su cellulosa e materiali a base di cellulosa. Naturalmente, le punte di eccellenza in termini di dotazioni strumentali e competenze sono nel comparto del tissue e degli imballaggi, per i quali il Distretto lucchese è leader in Europa: l’analizzatore di fibre Kajaani FS300 per la caratterizzazione delle cellulose e degli impasti, la strumentazione completa per i test di riciclabilità degli imballaggi (spappolatore, screening Somerville, formafogli Rapid Koethen, SW e scanner Domas PTS), lo strumento TSA per misure strumentali di sofficità, la pressa per imballaggi voluminosi (dimensioni fino a cm 160x120x160H con f.s. 5000kg) sono solo alcune delle apparecchiature che il Laboratorio può mettere al servizio delle imprese. La dotazione di apparecchiature e strumenti di misura è completa, e consente di effettuare oltre 200 tipi di prove. Ciò che caratterizza il Centro Qualità Carta è poi l’attività sperimentazione e test per l’ottimizzazione dell’uso delle materie prime e del loro riciclo: infatti, l’obiettivo della sostenibilità sta spingendo le aziende cartarie a produrre carte che, a parità di prestazioni, richiedano un minore utilizzo di materia prima. Servono conoscenze più avanzate dei materiali, dalle fibre di cellulosa al prodotto finito, e quindi più misure, più analisi e più sperimentazione. In quest’ottica rientrano anche i servizi di aggiornamento tecnico per il personale delle
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aziende che si svolgono presso la sede di Lucense, con un programma di corsi brevi, specialistici, anche personalizzati, e che prevedono sempre una parte applicativa di laboratorio con l’affiancamento degli esperti del Centro. L’attività di formazione e aggiornamento viene organizzata sia per destinatari omogenei (tecnici di cartiera, tecnici del converting, tecnici del packaging, tecnici degli uffici acquisti o del controllo qualità degli utilizzatori), che per gruppi misti. In quest’ultimo caso si ottiene un risultato importante, cioè la condivisione di conoscenze tra cliente e fornitore, utile a migliorare il rapporto commerciale. Nel corso dell’ultimo biennio sono stati organizzati 25 tra corsi e seminari, per 162 partecipanti. Numerose le collaborazioni, da quelle più strettametne accademico-universitarie a quelle istituzionali ed economiche. Fin dalla sua costituzione, il Laboratorio ha collaborato con le Università e le Scuole di Specializzazione in Italia, e con i centri di ricerca settoriali presenti in vari paesi europei. L’Università di Pisa, la Scuola Superiore Sant’Anna, il CNR di Pisa e di Firenze sono organismi di ricerca con cui il Centro Qualità Carta ha svolto e svolge attività di studio, sperimentazione e formazione, sia nell’ambito di commesse aziendali che di progetti finanziati. Inoltre, con la Scuola IMT Alti Studi Lucca – in particolare con l’unità di ricerca Musam specializzata in analisi avanzate dei materiali – sono stati individuati ambiti di ricerca che interessano le aziende meccaniche e cartarie. Il Centro Qualità Carta è poi partner del Master Carta organizzato da Celsius – l’unico master universitario nel settore cartario attivo in Italia – e collabora con gli enti e le associazioni di settore, fornendo le proprie competenze specialistiche in attività di studio, ricerche, divulgazione e normazione tecnica: Assocarta, Assografici, Gifco, Istituto italiano imballaggi, COMIECO, INNOVHUB SSI – Area Carta, Cartoni e Paste per Carta. Il Laboratorio, infine, è inserito nel «Repertorio della Regione Toscana dei laboratori di ricerca industriale ed applicata e dei dimostratori tecnologici – MAPLAB».
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I servizi erogati dal Laboratorio possono avere percentuali di contributo maggiorate su alcuni bandi regionali nell’area ricerca e innovazione. UNA DIMENSIONE EUROPEA
Il Distretto lucchese è la ‘capitale europea’ della carta, e se si prende in considerazione la filiera del tissue (costruzione macchine, produzione e converting carta) la leadership è addirittura mondiale («Lucca Tissue Valley»). La dimensione europea è l’ambito di riferimento all’interno del quale il Centro Qualità Carta ha acquisito una serie di qualificazioni e sviluppato un sistema di relazioni con strutture che svolgono attività analoghe. L’obiettivo è fornire alle imprese del Distretto un servizio con un livello di qualità riconosciuto nel loro mercato di riferimento. Ecco quindi che il CQC è «Laboratorio Qualificato» del servizio CEPI-CTS (Confederation of European Paper Industries – Comparative Testing Service), per la verifica interlaboratorio delle apparecchiature e delle metodologie di prova a livello europeo. Effettua 60 tipologie di prove diverse sui campioni inviati dal coordinatore del servizio e restituisce i risultati che concorrono a determinare i valori di riferimento per tutti i clienti del servizio (oltre 400 tra cartiere, cartotecniche e laboratori in Europa). Il Centro Qualità Carta è accreditato da ACCREDIA (Ente Unico di Accreditamento) per l’esecuzione delle principali prove su carta, cartone ondulato e imballaggi in cartone ondulato in conformità alla norma UNI CEI EN ISO/IEC 17025:2005. L’accreditamento ACCREDIA è riconosciuto anche negli stati dell’Unione Europea grazie all’accordo in ambito EA (European Cooperation for Accreditation), e più in generale in oltre 30 paesi di tutto il mondo, in virtù dell’accordo internazionale di mutuo riconoscimento multilaterale tra ACCREDIA e ILAC (International Laboratory Accreditation Cooperation) per l’utilizzo del Marchio MRA. Un fronte sul quale il Laboratorio investe molte risorse è la partecipazione alle attività delle commissioni per la normazione tecnica, sia
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LA CULTURA DELLA CARTA. INNOVAZIONE E SOSTENIBILITÀ
nazionali (UNI Carta e UNI Imballaggi), che soprattutto europee. In particolare il responsabile tecnico del Centro Qualità Carta è l’unico rappresentante italiano nella commissione CEN TC 172, che elabora le norme tecniche per il settore carte tissue. La presenza nella commissione, anche in considerazione dell’importanza del comparto tissue per il Distretto, consente sia di rappresentare le esigenze e le istanze delle aziende italiane del settore, che di tenerle costantemente aggiornate sull’evoluzione normativa. PROGETTI STRATEGICI PER LA COMPETITIVITÀ DEL DISTRETTO
Il Centro Qualità Carta, oltre a svolgere un’attività di servizi alle imprese per l’innovazione e la competitività, partecipa con le proprie risorse tecnologiche e di competenze a importanti progetti strategici promossi dall’Area Ricerca e Innovazione di Lucense a favore del Distretto. Infatti, fondamentale per la ‘competitività delle imprese’ è lo sviluppo dei ‘fattori localizzativi’, cioè quelle infrastrutture del territorio, materiali e immateriali, necessarie per svolgere al meglio i processi produttivi (logistica e mobilità, reti di telecomunicazioni, energia, gestione virtuosa dei rifiuti, centri di formazione, organismi di ricerca e laboratori). Particolare importanza ricoprono gli investimenti che consentono di migliorare la ‘sostenibilità ambientale’ delle imprese, che costituisce un vero e proprio fattore di competitività. In quest’ambito, insieme agli enti, associazioni e imprese del territorio, Lucense ha elaborato, gestito e sviluppato programmi che, nel solo periodo 2015-2016, hanno consentito di aggiudicarsi tre importanti progetti per il settore cartario: due su bandi regionali e uno su bando europeo, che prevedono investimenti per oltre 7 milioni di euro, e contributi a fondo perduto che variano dal 30 al 60%. Progetto PAPERBREF: riduzione dei consumi di acqua nella produzione cartaria Il progetto europeo, coordinato da Lucense,
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ha coinvolto 23 cartiere del Distretto e due centri di ricerca europei. Nella prima fase del progetto sono state realizzate delle verifiche sui cicli produttivi delle cartiere, che, grazie ai risultati ottenuti, hanno potuto beneficiare di informazioni utili a mettere in pratica dei miglioramenti all’interno dei loro processi produttivi esistenti, senza quindi intervenire con nuovi investimenti, con effetti positivi in termini di riduzione dei consumi di acqua superiori al 10% (12%). Nella seconda fase è stata effettuata un’analisi approfondita, su un numero più ristretto di cartiere locali selezionate per ‘rappresentatività’ rispetto al totale delle aziende del distretto. I risultati di queste analisi sono serviti per indicare puntualmente, a ciascuna di esse, quali modifiche apportare nei rispettivi processi produttivi e quali investimenti effettuare (con risorse proprie) per ottenere una riduzione dei consumi di acqua fino al 40%. Le informazioni raccolte e le procedure avviate per ottenere i miglioramenti sui consumi, sono poi state utilizzate dalla Commissione UE per definire modelli avanzati dei processi di trasformazione, adottati nel documento BREF. Progetto per la sperimentazione di una tecnologia di gassificazione per la valorizzazione energetica degli scarti delle cartiere: il progetto è stato realizzato in collaborazione con Serv-Eco, un consorzio costituito dalle cartiere del Distretto, e con enti, associazioni e istituzioni interessate al tema. La sperimentazione ha consentito di ‘validare’ la tecnologia della gassificazione al plasma come possibile soluzione per il trattamento dello scarto di pulper, e si è conclusa con la elaborazione di un progetto di impianto ‘consortile’ completo di piano economico-finanziario. Il progetto non ha avuto seguito, ma tutte le attività a monte hanno consentito di acquisire conoscenze e consolidare una rete di relazioni oggi strategiche per individuare nuove soluzioni.
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IL CENTRO QUALITÀ CARTA INSIEME ALLE AZIENDE: VERSO UN MODELLO DI ECONOMIA CIRCOLARE
«La transizione verso un’economia più circolare, in cui il valore dei prodotti, dei materiali e delle risorse è mantenuto quanto più a lungo possibile e la produzione di rifiuti è ridotta al minimo, è una componente indispensabile degli sforzi messi in campo dall’Unione europea per sviluppare un’economia che sia sostenibile, rilasci poche emissioni di biossido di carbonio, utilizzi le risorse in modo efficiente e resti competitiva. Questa transizione offre all’Europa l’occasione di trasformare l’economia e generare nuovi vantaggi competitivi sostenibili». Fonte: Comunicazione della Commissione al Parlamento Europeo, al Consiglio, al Comitato Economico e Sociale Europeo e al Comitato delle Regioni L’anello mancante - Piano d’azione dell’Unione europea per l’economia circolare (2 dicembre 2015)
FILIERA DELLA CARTA LEADER I risultati del riciclo di carta e cartone in Italia nel 2015: 89% TASSO DI RECUPERO 80% TASSO DI RICICLO degli imballaggi a base cellulosica immessi al consumo e raccolti in modo differenziato. Fonte: Rapporto Annuale COMIECO 2015
La produzione di carta sul nostro territorio, fin dalle origini nel XIV secolo, è sempre stata coerente con il modello dell’economia circolare: da uno scarto – inizialmente gli stracci, poi la paglia e quindi la carta da macero – al prodotto. Oggi, le cartiere del Distretto lucchese che producono carta per usi industriali, quasi un milione di tonnellate all’anno, pari al 40% del totale nazionale, utilizzano il 100% di carta da riciclare.
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LA CULTURA DELLA CARTA. INNOVAZIONE E SOSTENIBILITÀ
IL PROGETTO ECOPULPLAST: SIMBIOSI INDUSTRIALE ED ECONOMIA CIRCOLARE. UNA SFIDA IMPORTANTE PER IL DISTRETTO CARTARIO
Negli ultimi anni Lucense e Centro Qualità Carta hanno collaborato con le cartiere per svolgere studi di fattibilità al fine di verificare la possibilità di recuperare e riciclare alcuni materiali contenuti nello ‘scarto di pulper’, che è il residuo della lavorazione della carta da macero. Le tecnologie per il riciclo dei materiali si sono progressivamente evolute e le aziende della filiera, da sempre sensibili al tema della sostenibilità ambientale, coordinate da Lucense, hanno presentato nel 2014 un progetto di ricerca sul bando europeo LIFE. Il progetto, denominato ECOPULPLAST, è stato approvato ed è in corso di svolgimento. Sono partner: Selene (capofila), un’azienda leader nella produzione di imballaggi flessibili in polietilene per il mondo industriale; dieci cartiere del distretto lucchese; l’organismo di ricerca Lucense e la Fondazione Zero Waste Europe. Il progetto si concluderà nella primavera 2018. Obiettivo del progetto è la realizzazione di un impianto pilota che utilizzi le plastiche eterogenee contenute nello scarto di pulper per la produzione di pallet, da impiegare prioritariamente nelle aziende lucchesi. Nel mese di aprile 2017 l’impianto pilota sarà operativo per la produzione di una serie di lotti di due modelli di pallet, da testare sul campo. I risultati dei pre-test effettuati nel corso del 2016 sono molto positivi e l’azienda capofila ha già predisposto un piano industriale che prevede di arrivare progressivamente ad una capacità di trasformare 3035.000 tonnellate all’anno di plastiche eterogenee (corrispondenti a circa 75-80.000 tonnellate di scarto di pulper ‘tal quale’). Poiché il totale dello scarto è pari a circa 120.000 tonnellate annue, la nuova tecnologica sperimentata potrà contribuire in modo significativo alla soluzione del problema. Il progetto ECOPULPLAST è monitorato con attenzione a livello europeo, perché costituisce un modello virtuoso sia per i risultati eccellenti che potrebbe conseguire, sia per il partenariato innovativo, che vede collaborare le imprese di due filiere (plastica e carta), un organismo di ricerca privato e un’associazione ambientalista su scala europea.
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conoscenza + innovazione = 55100 design, esclusività e sostenibilità
La profonda conoscenza dei materiali a base di cellulosa acquisita grazie all’esperienza del Centro Qualità Carta, unita alla ‘cultura dell’innovazione’ che è alla base di tutta l’attività di Lucense, hanno portato alla costituzione di una spin-off, 55100 Srl, specializzata nella progettazione e realizzazione di elementi e sistemi di arredo in cartone da carta riciclata, destinati ad un mercato internazionale che cerca l’esclusività dei prodotti italiani.
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Al di là del ‘Cordonaccio’ torna fruibile l’‘Orto Boccella’ Sara Berchiolli
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ulle colline lucchesi, arroccato nel comune di Capannori, sorge un piccolo borgo: San Gennaro. Una manciata di case, una strada stretta e tortuosa che attraversa campi e oliveti. San Gennaro è lassù, una piazza, una pieve romanica, un affaccio mozzafiato su tutta la piana e poco altro. Forse. Perché San Gennaro, in realtà, è sede della Fondazione Palazzo Boccella, un’eccellenza del territorio nata con l’obiettivo di promuovere proprio quella terra che la ospita, attraverso
Si amplia l’offerta della Fondazione Palazzo Boccella
la divulgazione dei prodotti agroalimentari, con una particolare attenzione alla cura del settore enogastronomico. Sede ideale della scuola di Alta Formazione in Management dell’Accoglienza e delle Discipline Enogastronomiche (MADE), la Fondazione Palazzo Boccella – presieduta da Romano Citti e creata grazie alla sinergia tra Comune di Capannori, Provincia di Lucca, Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, Fondazione Banca del Monte di Lucca e Camera di Commercio di Lucca – si occupa anche di numerose attività extra scolastiche che vedono il coinvolgimento delle aziende agricole, dei consorzi del vino e di tutte le realtà associative del settore enogastronomico.
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foto Alcide
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Un piccolo tesoro, quindi, nascosto e protetto che oggi si arricchisce di un nuovo, preziosissimo elemento. Come detto, la Fondazione occupa quella che un tempo fu residenza dei Boccella e dei Fatinelli: da quest’anno, grazie al contributo finanziario della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e del Comune di Capannori, anche l’Orto Boccella fa parte delle proprietà della Fondazione. L’area si trova appena fuori dal palazzo, al di là di quella strada comunemente chiamata il ‘Cordonaccio’. Qui si apre un giardino di 1250 metri quadrati, composto da una fitta e variegata vegetazione, arricchito da una piscina di 50 metri quadrati e da una struttura composta da camere da letto, bagni, cucina, salotto e camera da pranzo. In poche parole, l’‘Orto Boccella’, così si chiama il giardino, torna a far parte dell’antica proprietà che oggi, a distanza di anni, riconquista l’antico splendore. Le potenzialità che l’Orto offre alla Fondazione sono moltissime, sempre nell’ottica di sostenere ulteriormente lo sviluppo tu-
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foto Alcide
AL DI LÀ DEL ‘CORDONACCIO’ TORNA FRUIBILE L’‘ORTO BOCCELLA’
ristico del territorio. L’accoglienza di un certo tipo di turismo, affamato e assetato di cultura enogastronomica toscana, risentirà dei benefici di questo giardino, di questa appendice verde che torna oggi pienamente fruibile. «La Fondazione Palazzo Boccella – spiega il presidente Romano Citti – basa le sue attività sulla qualità dell’offerta, rappresentata dalla tradizione del cibo e dal benessere della persona. Sono certo, quindi, che l’Orto Boccella ci permetterà una maggiore flessibilità e versatilità per garantire un ventaglio di opportunità più completo e competitivo». Ma non solo. L’Orto Boccella, infatti, indipendente rispetto al Palazzo, rappresenta un
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punto di appoggio di prestigio per l’organizzazione, da aprile a settembre, di cerimonie, convegni, eventi e corsi di formazione. Una duplice natura, quindi, che da un lato strizza l’occhio al turismo e, dall’altro, completa il ventaglio di offerte della Fondazione e del Palazzo stesso, che in questo modo si confermeranno un punto di riferimento per l’accoglienza turistica e per l’enogastronomia. «Abbiamo ritenuto – spiega Arturo Lattanzi, presidente della Fondazione Cassa di Rispamio di Lucca – di supportare questo progetto con un ingente contributo per poter implementare, da una parte, il potenziale di Scuola MADE, e, dall’altro, per attribuire maggiore lu-
stro e valore al Palazzo e alle iniziative in campo turistico che la Fondazione Palazzo Boccella sta portando avanti con impegno e serietà». Soddisfazione ed entusiasmo vengono espressi anche dal sindaco di Capannori, Luca Menesini che commenta: «L’acquisto di Orto Boccella rappresenta un’importante occasione di sviluppo turistico del nostro territorio. Con la nuova struttura sarà possibile ospitare una clientela proveniente da tutta Europa, facendo conoscere la bellezza delle nostre colline, la genuinità dei nostri prodotti e la solidarietà della nostra comunità».
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Terzo anno di Scuola MADE tra nuove strategie didattiche e tante conferme
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zione all’analisi sensoriale, senza tralasciare la qualità e la sicurezza alimentare, per poi arrivare agli insegnamenti più strettamente manageriali tra cui l’analisi del settore enogastronomico, i modelli di business per l’enogastronomia, la contabilità per il foodservice. Tanti anche i laboratori pratici che sfruttano e potenziano una delle basi dell’insegnamento: apprendere facendo. Nel laboratorio di gastronomia, gli studenti sono seguiti da uno chef nella preparazione dei pasti per la classe, per gli ospiti e per le cene MADE. Divisi in brigate e seguendo la turnazione prestabilita, i ragazzi si alternano tra sala e cucina, imparando a cucinare partendo dalle basi. Durante i mesi di laboratorio, gli studenti imparano a studiare un menù settimanale, a impostare la scelta dei cibi in base al budget, a organizzare la foto Alcide
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a vita di Palazzo Boccella, le sue stanze, i suoi spazi interni ed esterni, sono indissolubilmente legati alla Scuola MADE in Management della Accoglienza e Discipline Enogastronomiche. Una vera e propria eccellenza, un unicum realizzato grazie alla collaborazione con la Fondazione Campus di Lucca e il Corso in Scienze e Cultura della Gastronomia e della Ristorazione dell’Università di Padova. È qui, infatti, che si formano quei giovani che saranno manager e chef, pronti a lavorare in squadra e a girare il mondo con le loro capacità dirigenziali nell’ambito dell’accoglienza, della ristorazione e del settore alberghiero. Per l’anno accademico 2016-2017 sono 22 gli studenti che per il terzo anno consecutivo animeranno le sale, le aule e le cucine di Palazzo Boccella: 15 ragazze e 7 ragazzi, tutti diplomati e provenienti da ogni parte d’Italia. Un manipolo di giovani che confermano la bontà della scelta di creare MADE. «Giunti al terzo anno di attività – commenta il presidente dalla Fondazione Palazzo Boccella, Romano Citti – posso affermare che l’idea di portare avanti il progetto di Scuola Made si è rivelata vincente. I numeri ci confermano che la formazione manageriale nei settori dell’accoglienza e dell’enogastronomia asseconda una domanda in costante crescita. Ed è anche per questa ragione che, grazie al contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e del Comune di Capannori, abbiamo deciso di ampliare la struttura e di dotarla di tutti i comfort e delle tecnologie necessarie». Ricominciano, quindi, le attività di questo progetto formativo a 360° che mette a strettissimo contatto ragazzi provenienti da realtà e luoghi diversi e propone loro un piano di studi denso e molto serrato. Sei mesi di lezione, tra aule e laboratori, e 400 ore di stage per unire alla conoscenza teorica la pratica, fondamentale in un settore in continua evoluzione. Dopo il semestre di studio, infatti, gli studenti dovranno svolgere uno stage di almeno tre mesi in Italia o all’estero. Tante le materie: dal management dell’accoglienza all’analisi dei costi, business, nutrizione, contabilità, legislazione e tecnologie alimentari. Si passa, quindi, dal marketing della ristora-
dispensa, a sfruttare le scorte e a scegliere con cura i fornitori. Sala, hotel e accoglienza nel laboratorio che insegna loro l’approccio al cliente, la gestione delle lamentele e la fidelizzazione, la mise en place e le regole fondamentali per rispettare il bon ton e le usanze tradizionali. Durante il laboratorio di organizzazione di eventi, i ragazzi acquisiscono invece le metodologie fondamentali per progettare eventi di successo, analizzando tanto gli aspetti logistici, temporali, economici,
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TERZO ANNO DI SCUOLA MADE TRA NUOVE STRATEGIE DIDATTICHE E TANTE CONFERME
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di comunicazione e promozione. Imprescindibile lo studio dell’inglese e delle nuove tecnologie per la comunicazione, tra socialmedia e web reputation. Allo scadere dei primi sei mesi, la didattica in aula finisce ed ha inizio la seconda fase del corso: lo stage in azienda. In questo modo, gli studenti hanno la possibilità di dimostrare e mettere in pratica tutto quello che hanno imparato, testando sul campo ciò che prima erano soltanto nozioni. È il Career Service della Fondazione Campus che segue i ragazzi in questa fase, strutturando e personalizzando i vari percorsi in azienda, in Italia o all’estero. Gli studenti potranno incontrare esperti del settore accoglienza ed enogastronomia ed ascoltare le testimonianze di chi, questo lavoro, lo fa davvero. Potranno partecipare a workshop legati alla ricerca di stage e placement, agli strumenti necessari alla ricerca di impiego e consulenze sugli sbocchi professionali e sulle nuove tendenze dei vari settori. Durante i primi sei mesi di corso, inoltre, gli studenti potranno visitare strutture del territorio e conoscere da vicino realtà che in futuro andranno a vivere. Infine, il Career Service orienta letteralmente i ragazzi, guidandoli nel percorso di definizione del proprio personale bilancio, individuando le strade più adatte per valorizzare le singole tipicità di ognuno. Ecco quindi la ricetta perfetta, che doterà i ragazzi di tutte le competenze necessarie a sfondare in un mondo in ascesa e di grande fascino. Al termine del corso, inoltre, chi intendesse completare gli studi universitari avrebbe già maturato 12 crediti formativi per il Corso in Scienze e Cultura della Gastronomia e della Ristorazione dell’Università di Padova o per il corso in Scienze del Turismo erogato dalla Fondazione Campus di Lucca, partner di Scuola MADE voluta dalla Fondazione Palazzo Boccella. S.B.
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dal sito www.a11venture.it
IL DOMANI?
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IN UNA STARTUP A11 Venture per investire nel futuro
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’A11 è stata la seconda autostrada costruita in Italia. È stata realizzata in soli cinque anni tra il 1928 e il 1932, inaugurata il 5 agosto del 1933, in un periodo di forte crisi per l’economia internazionale e italiana. Ha rappresentato un forte cambiamento che ha permesso un sano sviluppo del territorio toscano. Un’opera fortemente innovativa ideata e realizzata dai luminari dell’epoca che ancora oggi simboleggia il perno su cui sta nascendo l’area vasta del nord della Toscana. A questo simbolo di unione di un territorio e di un sistema economico e industriale articolato si ricollega il percorso di A11 Venture che parte dall’assunto della necessità di collaborazione e di superamento delle tradizionali divisioni campanilistiche sempre più lontane e inadeguate rispetto alle logiche della competizione globale. A11 Venture è una holding di partecipazioni costituita a fine 2014 che investe nel capitale di startup innovative con focus su robotica, automazione, meccatronica, cleantech, web/IT e life science, ideata e promossa da tre professionisti lucchesi: il dottor Liban Varetti, l’ingegnere Federico Davini, il dottor Giovanni Polidori, portatori di poliedriche e pluriennali esperienze nell’ambito delle startup, del trasferimento tecnologico, delle operazioni di seed e venture capital e delle aggregazioni di impresa. L’ambito di riferimento per l’attività di A11 Venture è il mercato delle operazioni early stage (seed capital e startup) del nostro Paese, dove si realizzano investimenti di capitale supportati sia da investitori istituzionali che da Business Angels e/o altri veicoli di investimento di matrice privata a favore delle startup/spinoff universitarie. Un mercato che secondo i rilevamenti di AIFI, l’associazione italiana del Private Equity, Venture Capital e Private Debt, nel 2015 ha visto concludere 122 operazioni per un valore di 74 M€, un mercato segnalato in crescita nel primo semestre del 2016 con 53 operazioni concluse per un valore di 35 M€ di investimenti (+77% sul primo semestre 2015).
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Federico Davini, Giovanni Polidori, Liban Varetti *
* Fondatori di A11 Venture
Un mercato dove peraltro sono attivi nel nostro paese ancora pochi operatori professionali (segnatamente, fondi di Venture Capital) e sul quale si stanno progressivamente affacciando nuovi attori e nuovi strumenti promossi/partecipati anche da gruppi industriali con un significativo apporto di competenze, quanto mai necessarie per gli startupper e le loro iniziative (spesso) di frontiera. In questo contesto A11 interviene attivamente nella selezione di progetti in fase di Seed che necessitino di capitali per validare il modello di business, completare la realizzazione del prodotto/servizio dopo il primo sviluppo di un minimo prodotto vendibile, completare l’iter brevettuale e consolidare il team per il go to market. Il seed rappresenta una fase di fondamentale importanza nel ciclo di vita delle startup, e ad oggi ha costituito il momento di sviluppo più delicato nella timeline iniziale della giovane azienda la c.d. Death Valley. Investire nella fase di seed permette di relazionarsi con la maggior parte dei principali attori dell’ecosistema dell’innovazione senza sovrapposizioni di ruolo, rappresentando bensì un’opportunità per chi sta a monte (ricerca, trasferimento tecnologico, generazione di progetti di startup, incubatori) e a valle (investitori, mercati finanziari e industriali internazionali) in quanto elemento di congiunzione tra due mondi che ancora oggi manifestano difficoltà all’interazione funzionale. Tratto distintivo di A11 dunque non è solo l’apporto di capitale, quanto soprattutto affiancare gli startupper a oltrepassare la ‘valle della morte’ sino ad arrivare al round successivo con il check delle milestone principali e con le metriche giuste per proseguire nell’accelerazione del business grazie ai nuovi ulteriori capitali di rischio. Parliamo quindi di interventi del soprannominato «smart money» per la validazione del modello di business, per il team building e per la costruzione del network funzionale alla crescita. Le startup, infatti, hanno molti punti deboli su cui lavorare in poco tempo, con
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dal sito www.a11venture.it
FCRL INVESTIMENTI
poche risorse umane e finanziarie con un network di relazioni spesso poco funzionale per raggiungere gli obiettivi principali. A11 interviene in questi processi affiancando day by day i team ed i founder per contribuire proattivamente al raggiungimento di questi obiettivi per far emergere dal tessuto imprenditoriale locale dei nuovi campioni capaci di ispirare il cambiamento grazie al loro successo anche in altre persone in modo che possano diventare degli esempi per altri startupper. Solo in questo modo, grazie a questo orientamento e modello operativo, anche in Italia sarà possibile progredire verso un ecosistema dell’innovazione più florido capace di avvicinarsi a quanto succede, non tanto negli USA, quanto almeno in Germania e Francia, più capace quindi di attirare investimenti, di invertire la fuga di cervelli ma anche di contribuire, secondo logiche di open innovation, al rafforzamento della competitività del sistema delle PMI verso cui si rendono disponibili le tecnologie e le soluzioni innovative sviluppate e proposte dalle startup così oggetto di questi investimenti. I SOCI FONDATORI
A11 Venture nasce dalla visione di un gruppo di imprenditori che, sull’asse Firenze-PratoPistoia-Lucca-Pisa, hanno condiviso l’obiettivo di rilanciare l’innovazione e lo sviluppo del territorio attraverso il supporto finanziario e manageriale alle startup innovative. Un gruppo di persone che crede nel futuro, nell’innovazione, nella tecnologia, nella collaborazione, nella creatività e nel lavoro in team e che ha deciso di investire nel rinnovamento del sistema aziendale, nelle persone, nel
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cambiamento creativo, nella crescita del territorio. Per insegnare ai giovani, per migliorare se stessi, per affermare una nuova visione di impresa per il territorio. A questi imprenditori, che sono: Rosaria Cardella (Cartiere Modesto Cardella Spa), Alessandro Mennucci (Toscotec Spa), Nicola Giannecchini (Del Monte Ristorazione-Giannecchini Group), Luigi Lazzereschi (Sofidel Spa), Giorgio Bartoli (Bartoli Spa), Giovanni Gambini (CMG Gambini Spa), Marco Severini (Selene Spa) e Lorna Vatta Manager & Business Angel, si è affiancata sin dall’inizio del progetto la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, confermando anche in questa circostanza la propria attenzione e sensibilità proattiva verso il mondo dell’innovazione ma anche del consolidamento e della crescita del sistema economico locale. I VALORI DI A11
A11 ha definito e condiviso con i propri fondatori una serie di valori che sono alla base dei processi di scouting, valutazione e selezione di startup, per investire sulle persone con progetti validabili dal mercato, in collaborazione con i principali attori dell’ecosistema dell’innovazione del nostro paese: INNOVAZIONE. Si ricercano progetti che possano avere una qualificazione di tipo disruptive rispetto al mercato di riferimento, puntando sull’innovazione rivoluzionaria non solo di prodotto, servizio o di processo ma anche di modello di business. TEAM. Le persone prima di tutto. Il progetto è una condicio sine qua non, ma è il team a fare la differenza. Si investe principalmente sulle persone e sulla loro capacità di orientarsi
nello scenario competitivo e complesso che la startup incontrerà. NETWORK. Le relazioni e la capacità di connettere gli stakeholder per valorizzare le startup sono fondamentali. Partner industriali, partner finanziari, mentor, tutor, advisor ma soprattutto imprenditori in grado di indirizzare e consigliare i componenti del team. MERCATO. Validazione sul campo con confronto diretto sia sul mercato che con i clienti, in modo da poter sviluppare un prodotto e un servizio «must-have». Accelerare la fase di learning propedeutica ad una startup con l’affiancamento di imprenditori e mentor per ottenere un business model e un business plan market oriented. GLI INVESTIMENTI. IL PORTFOLIO ATTIVO
Sino ad oggi sono stati effettuati 3 investimenti ed altri in fase di definizione si aggiungeranno nel primo trimestre 2017. Il processo di selezione è ferreo e draconiano visto che dal momento della sua costituzione A11 ha valutato 250 progetti ed ha effettuato solo 7 due diligence (analisi approfondite che valutano gli aspetti brevettuali, fiscali, amministrativi, legali e di business) sui progetti ritenuti più meritevoli. Il basso tasso di progetti finanziati rispetto al deal flow analizzato, è conseguenza dell’attento processo valutativo a cui la startup viene sottoposta e da cui deve emergere il rispetto di una serie di caratteristiche indispensabili per beneficiare, come investitori, di una adeguata risk mitigation. Attualmente le tre partecipate sono: Neuron Guard Srl, Salesoar Srl e Armadio Verde come descritto nella sezione sottostante.
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A11 VENTURE PER INVESTIRE NEL FUTURO
Life-saving medical device for patients with Acute Brain Damage – www.neuronguard.com Per una terapia di successo è necessario intervenire tempestivamente. Neuron Guard nasce proprio da questa semplice considerazione: un approccio rapido e immediato di fronte a casi di danni cerebrali può salvare la vita al paziente. L’azienda emiliana nata nel 2013 si è concentrata proprio sui casi di ictus, attacco cardiaco e trauma cranico grave, applicando una tecnica poco conosciuta, ma soprattutto poco praticata: l’ipotermia terapeutica. Tale strategia, infatti, è risolutiva in casi di danno cerebrale, ma di difficile utilizzo per questioni di trasportabilità e praticità. La Neuron Guard ha ideato un collare refrigerante capace di limitare il trauma neuronale e al tempo stesso somministrare un anestetico. L’obiettivo è quello di installare tali collari in ambienti pubblici come stazioni, stadi, aeroporti, supermercati al pari dei DAE, i defibrillatori automatici esterni. La facilità d’utilizzo e l’efficacia dello strumento possono concretamente dare una chance di salvezza. Nel gennaio 2016 Neuron Guard ha ottenuto da A11 Venture e alcuni investitori privati un finanziamento 656 mila euro. Team: Enrico Giuliani CEO, Mary Franzese CFO Fase: Seed. Ottenuto brevetto italiano in attesa delle estensioni internazionali Deal: investimento in equity per 656mila euro in compartecipazione con un primario Family Office di Milano, con una investment company di un imprenditore lombardo del settore, + 2 Business Angel Sede: Modena NEURON GUARD.
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Smart Advertising Automation for eCommerce - www.salesoar.com Un altro progetto sostenuto da A11 Venture è stato quello di Saleoar Srl. Startup fiorentina, inserita nell’acceleratore d’impresa di Nana Bianca, incubatore che sviluppa startup basate su innovativi modelli di business. Come spesso accade, il concetto è semplice: potenziare al massimo le campagne promozionali online, puntando sulle giacenze di magazzino e, quindi, su ciò che è realmente vendibile. Ecco fatto, questa è Saloar. Semplice, no? Attraverso questo strumento, infatti, un qualsiasi e-commerce potrà incrementare l’efficacia delle proprie campagne pubblicitarie sui vari canali, come Google o Facebook, catalizzando l’attenzione sulla merce disponibile. Team: Mario Verì CEO, Emilio Potenza Developer, Marco Mugnai Developer, Rachele Bari Account manager +3. Team dedicato full time di 7 persone Fase: Seed. Piattaforma funzionante, installata presso importanti ecommerce internazionali Deal: finanziamento convertibile in quote della società in coinvestimento con Club Italia Investimenti II e una investment company di un importante gruppo industriale Sede: accelerata in Nana Bianca a Firenze.
SALESOAR.
Sharing market place for baby clothes with brand, high quality and in excellent condition - www.armadioverde.it Quanto spazio occupano tutti quei vestitini e tutine del piccolo che non si usano più? Magliette e pantaloncini praticamente nuovi ma che ormai sono troppo piccoli, seppur in ottimo stato. Davide Erba e Eleonora Dellera, due genitori che come tanti si sono trovati di fronte a questo problema, hanno trovato la soluzione giusta: aprire un portale di scambio di abbigliamento per i più piccoli, che mette in comunicazione famiglie da tutta Italia innescando un vero e proprio meccanismo di sharing economy. Perché innovazione, prima di tutto, è cambiare il modo di pensare e percorrere strade mai battute prima. Ecco com’è nato Armadio Verde, il primo mercato di condivisione di vestiti usati dove è possibile, appunto, scambiare o acquistare il necessario per il figlio che cresce. Risparmiando spazio e denaro. Nel primo anno di attività, Armadio Verde, cresciuto anche grazie all’intervento A11 Venture, ha registrato 500mila accessi unici e dal 2014 sono stati scambiati più di 50mila abiti, con un magazzino stabile di 10mila pezzi. Team: David Erba CEO, Eleonora Dellera Marketing e Comunicazione Fase: Startup. Espansione in Italia. Da inizio 2017 fase internazionalizzazione Deal: investimento in equity per 1,3 M Euro con Innogest Sgr, Ligur Capital, Gruppo Editoriale l’Espresso + Business Angel Sede: Genova-Milano
ARMADIO VERDE.
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FCRL NOVITÀ EDITORIALI
NOVITÀ EDITORIALI
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Un libro e un film per il Volto Santo Ha il sapore di una vera e propria scoperta il volume per Pacini Fazzi editore, con l’allegato DVD, che presenta al pubblico il film girato a Lucca nell’immediato dopoguerra e dedicato al Volto Santo. L’autore un giovane e preparato ricercatore di Storia del Cinema, Giuseppe Stefanelli che, sotto la guida di Marco Vanelli ha condotto questa affascinante ricerca Il Volto Santo storia e analisi di un film ritrovato. Il volume, corredato da numerose foto di scena, propone al lettore non solo elementi stimolanti per chi «cerca di aggiungere tasselli anche minimi all’avventurosa storia del cinema italiano, dato che la pellicola in questione porta la firma tutt’altro che sconosciuta di quell’Andrea Forzano con cui hanno lavorato Carlo Muni e una giovanissima Sofia Loren, ma non mancano dati di grande interesse per chi si occupa di storia lucchese, dei mutamenti della nostra città, della sua popolazione, dei suoi edifici, delle sue tradizioni. E proprio alla tradizione lucchese per eccellenza in ambito religioso è dedicata la pellicola che si intitola il Volto Santo e di quella misteriosa e venerata effigie racconta sia la storia che la leggenda». Ma libro e film ci parlano d’altro: c’è la storia della lavorazione di questo che potremmo definire un ‘corto’, degli artigiani lucchesi coinvolti nella ricostruzione della sacra effige e di tutti gli elementi scenici, delle comparse, degli storici, come Eugenio Lazzareschi, coinvolti nella stesura dei testi, gli attori, le comparse locali. Il volume si apre con un excursus dedicato al cinema italiano nel dopoguerra, per poi trattare la storia e la leggenda del Volto Santo e il suo legame con la tradizione lucchese. Corpo centrale è invece dedicato al diario di lavorazione del film per completarsi con le appendici che riportano sia i testi originali di Lazzareschi, che le testimonianze di lucchesi coinvolti nel montaggio del film, le censure, per completarsi con un’ampia bibliografia. Giuseppe Stefanelli, è laureato in cinema teatro e produzione multimediale all’Università di Pisa, è esperto in cinema, membro del Cinit, Cineforum italiano e contribuisce alla diffusione della cultura cinematografica nelle scuole della provincia di Lucca. Il Volto Santo, soggetto e regia di Andrea Forzano; sceneggiatura: A. Forzano, Eugenio Lazzareschi; consulenza storica: E. Lazzareschi; scenografia: Giuliano Barsotti, Giuseppe Parenti, Lando Landi. Interpreti: Italo Meschi (Nicodemo), Armando Pasquini (vecchio), Sandro Tomei (bambino), Cora Ulivieri (donna di Siena); produttore: Aldo Paladini; durata: 32 minuti. IL DVD
Giuseppe Stefanelli, Il Volto Santo. Storia e analisi di un film ritrovato, prefazione di Marco Vanelli, Maria Pacini Fazzi editore, pp. 160. Con DVD allegato.
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Sui percorsi della Valle Una valle, tante valli. Sì, perché nel bacino del fiume Serchio convergono un grande numero di corsi d’acqua che hanno a loro volta attraversato le Apuane da un lato e gli Appennini dall’altro, creando tanti piccoli ‘ecosistemi’ umani, storici e paesaggistici. È proprio considerando questa varietà che Gilberto Bedini ha impostato la sua Guida alle architetture e ai paesaggi della Media Valle del Serchio, in una prospettiva che conduce il lettore anche attraverso i torrenti Lima, Fegana, Celetra e Pedogna – per citarne alcuni – alla ricerca di testimonianze di antiche strutture edificate dall’uomo, ma anche di paesaggi nascosti e tradizioni che furono. Un percorso che vede alternare edilizia minore a interventi architettonici di maggior consistenza dimensionale e formale e una continua considerazione dei mutamenti paesaggistici, che nei secoli e negli ultimi anni hanno creato un’immagine densa e stratificata di questo affascinante e ‘duplice’ territorio. Duplice perché, come ben racconta Bedini, il selvaggio e «l’incolto» convivono con altissime testimonianze di architettura, ben rappresentate dal caso unico della Barga «fiorentineggiante», la sola vera «città», come la definì Pier Carlo Santini. Ma anche altrove, in realtà quasi ovunque, dentro e fuori il perimetro dei centri antichi – a Diecimo, come a Colognora, come a Pescaglia, a Valdottavo, a Borgo a Mozzano, a Tereglio, a Coreglia, a Limano, a Casoli, e altri ancora – le vicende storiche, religiose, politiche, civili e militari hanno lasciato grandi monumenti e una quantità di testimonianze e memorie stratificate. Una stratificazione appunto che Bedini analizza non senza una vena malinconica, rilevando la sproporzione tra queste tracce, talora imponenti, e le condizioni attuali, a dimostrazione dell’entità delle trasformazioni avvenute, in particolare negli ultimi sessant’anni. Un’opera necessaria dunque, edita da PubliEd in italiano e in inglese, per accrescere in maniera puntuale e dettagliata la conoscenza di un’area spesso considerata di mero passaggio verso la più celebre Garfagnana, ma che accoglie tra i suoi scorci importati testimonianze di arte, storia e tradizione insieme a un’impostazione territoriale tutta particolare e ben riassunta nelle parole che scrisse Giancarlo Severini nel 1985 studiando queste terre: «È costante ovunque un legame genetico dell’abitato con le preesistenze fisiche. I percorsi viari, aderenti alle caratteristiche del rilievo, costituiscono il supporto di ambiti spaziali omogenei ma non organizzati secondo una regola definita. Essi si articolano con apparente casualità mentre sono il frutto del modo organico secondo il quale la componente popolare riesce ancora a gestire o controllare il proprio ambiente rendendolo culturalmente riconoscibile». Guida alle architetture e ai paesaggi della Media Valle del Serchio, a cura di Gilberto Bedini, PubliEd editore, pp. 184. Guide to the architecture and landscape of the Middle Serchio Valley, compiled by Gilberto Bedini, PubliEd editore, pp. 184.
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Cesare Garboli, un intellettuale viareggino Camminarono a lungo per le strade di Roma. Intorno alle tre di notte si trovarono in piazza di Spagna. Garboli aveva sete e bevve alla Barcaccia. Da lì osservò Fellini. «Lui nato a Rimini, io vissuto a Viareggio. Non avevamo passeggiato per Roma. Avevamo camminato su e giù per il lungomare deserto quando tutti sono andati a dormire e la stagione è finita». Così Cesare Garboli ricorda una passeggiata notturna con il grande regista. L’articolo fa parte di una raccolta di saggi e articoli del grande critico (ma la definizione è riduttiva) viareggino pubblicata in questo autunno da Adelphi con il titolo La gioia della partita. Si va dal 1950 (lui era nato a Viareggio nel 1928, morirà nel 2004) fino al 1977. C’è veramente di tutto. Non solo i suoi amati Pascoli o Moliere, Penna e la Morante. Ma anche articoli su Mario Tobino e perfino su Gianni Brera, lo scrittore imprestato alla (grande) cronaca sportiva, soprattutto calcistica. Ma quasi tutti i critici che stanno recensendo il libro citano soprattutto l’episodio dell’incontro con Fellini. Rimini e Viareggio, i due corni della stessa questione. Due geni italici cresciuti sotto il Fascismo e passati poi di colpo alla democrazia (e anche, diciamolo alla Democrazia cristiana, nel senso di epoca) che si ritrovano come due flaneur nella tiepida notte capitolina. Ma per Garboli assomigliano di più a vitelloni narrati da Fellini nel suo primo, grande film popolare, che a due intellettuali di punta dell’Italia. E del resto, tutta la raccolta di saggi è venata da un leggero ma sempre presente autobiografismo. Da leggere, magari solo per la qualità della scrittura. Cesare Garboli, La gioia della partita, a cura di Laura Desideri e Domenico Scarpa, Saggi Adelphi, pp. 300.
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Periodico della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca Autorizzazione del Tribunale in corso
Finito di stampare nel mese di novembre 2016 da Tipografia Tommasi Referenze fotografiche: Archivio fotografico Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca; Archivio fotografico Fondazione Palazzo Boccella; Archivio fotografico Fondazione Ragghianti; Archivio fotografico Lucense; Archivio fotografico Maria Pacini Fazzi editore; Archivio fotografico Publied Editore; ARVO Archivio Digitale del Volto Santo; Associazione culturale Lucca Opera Festival; Comune di Lucca; Fondazione Mare Oltre; Ufficio stampa Comune di Massarosa; Ufficio stampa Festival Pucciniano Torre del Lago; Ufficio stampa La Versiliana; Ufficio stampa Scuola IMT Alti Studi Lucca
La Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, scusandosi anticipatamente per l’involontaria omissione di referenze fotografiche, è disponibile ad assolvere eventuali diritti.
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RIVISTA DELLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA
IN PRIMO PIANO – PROGETTI – DAL TERRITORIO – CULTURA – RICERCA – SOCIALE – PARTECIPATE – INVESTIMENTI
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