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piega costola
RIVISTA DELLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA
IN PRIMO PIANO – EVENTI 2015 – DAL TERRITORIO – SOCIALE – CULTURA – FONDAZIONE PERA – MONDO CARTA
piega costola
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RIVISTA DELLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA
3 Editoriale 4 In primo piano 5 #MassaciuccoliRomana: dove si fondono archeologia, natura e tecnologia 11 Il grande cinema è di scena a Lucca e Versilia 15 Lungometraggi da tutto il mondo per Lucca Film Festival 18 Il Cinema dalla carta allo schermo e ritorno 25 La scuola al centro 28 Eventi 2015: tra sacro e profano 29 Le Conversazioni in San Francesco 34 Un piccolo grande miracolo chiamato Photolux Festival 38 Interventi sul territorio 39 Il mondo sotterraneo delle Mura di Lucca 47 Cronistoria dei restauri 2015-2016 51 La rinascita del Duomo di Lucca 54 Mille di questi anni per la Chiesa di Marlia 56 Pascoli e Castelvecchio, un amore a prima vista 60 Disagio sociale: risposte concrete 61 Dopo di noi: nasce la Fondazione per la coesione sociale 64 Housing sociale: un tetto sicuro
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Cultura: ieri oggi domani Appunti su un dipinto del Trecento restaurato Piccola storia di un restauro Funder35: la spinta che serve Destinazione Viareggio Un grande antico in mostra a villa Argentina Gli ‘sguardi paralleli’ di Mario Ballocco e François Morellet alla Fondazione Ragghianti Maria Pacini Fazzi editore: 1966-2016 50 anni di libri Lucca su tavola, ecco le «Tabulae Lucenses» a cura di Publied Editore Fondazione Giuseppe Pera La Fondazione Giuseppe Pera per il diritto del lavoro Mondo carta Sulle tracce di un passato presente con la Via della carta Novità editoriali «Italiane»: la collana al femminile di Pacini Fazzi Lucca XX: ovvero 100 anni di lucca e del suo territorio
FCRL MAGAZINE 8|2016 Marcello Bertocchini direttore Marcello Petrozziello direttore responsabile Comitato di redazione Giorgio Tori Marcello Bertocchini Marcello Petrozziello
hanno collaborato a questo numero Gilberto Bedini, Corrado Benzio, Sara Berchiolli, Massimo Emilio Armando Bonino, Paolo Bolpagni, Nadia Davini, Iacopo Lazzareschi Cervelli, Pierina Magrofuoco, Alessandro Petrini, Marcello Petrozziello, Alessandro Romanini, Andrea Salani, Federico Salvetti, Maria Matilde Simari, Paola Taddeucci, Elisa Tambellini consulenza editoriale: Publied – Editore in Lucca progetto grafico e impaginazione: Marco Riccucci
© 2016, Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca
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La forza dell’attrazione. È quella che si è creata grazie all’azione dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca che, negli ultimi cinque anni, ha stanziato complessivamente, a beneficio del territorio, 188 milioni di euro, fra erogazioni (142 milioni), investimenti in housing sociale (10 milioni) e nel Complesso di San Francesco (36 milioni). Risorse che hanno attratto ben 38,5 milioni di euro da Stato, Regione ed enti locali. Grazie ad una gestione condivisa e basata sul confronto con gli enti sul tema dei progetti strategici, la Regione ha infatti accettato di finanziare con 15 milioni di euro il ponte sul fiume Serchio; la stessa Regione che con 4,5 milioni ha affiancato la Fondazione nel programma di housing sociale e che ha finanziato progetti sulle Mura di Lucca per oltre 3,4 milioni di euro, fortemente motivata dal grande intervento di recupero e valorizzazione messo in piedi a partire dal 2013. Intervento cui anche il Mibact ha contribuito con 800 mila euro per il restauro di parte del paramento esterno. 14,8 milioni sono giunti dalla Provincia e dai comuni a titolo di cofinanziamento degli interventi nell’edilizia scolastica, a completare un quadro complessivo che ha consentito al territorio di beneficiare nel quinquennio di una massa finanziaria pari a 226,5 milioni di euro. Al di là delle cifre è evidente che il benessere del territorio passa attraverso un’azione congiunta che veda la Fondazione e le istituzioni dialogare in maniera costruttiva, in una parola attraverso una ‘catena’ ben valutata delle scelte strategiche. E infatti, questo risultato è stato raggiunto solo perché tutti gli interlocutori hanno deciso di ‘fare sistema’, secondo un modello virtuoso che fa delle risorse messe a disposizione dalla Fondazione Crl un vero e proprio ‘catalizzatore’ di ulteriori finanziamenti, resi disponibili da altri soggetti pubblici e privati, in modo da produrre effetti moltiplicativi sullo sviluppo economico e sociale del territorio. Quello della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, ovviamente, non è un ruolo di supplenza a compiti propri degli enti locali, ma rappresenta una forma di collaborazione per fornire risposte adeguate alle attese della comunità. Marcello Bertocchini Direttore della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca
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foto Luca Rossi
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PIANO #MassaciuccoliRomana: dove si fondono archeologia, natura e tecnologia
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Pierina Magrofuoco foto Riccardo Pieraccini
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stata l’area archeologica più twittata al mondo durante la settimana del #Museumweek2016. È Massaciuccoli Romana, uno straordinario sito dove archeologia, natura e tecnologia si fondono in un unicum raro. Per il secondo anno consecutivo ha vinto la sfida contro colossi mondiali e nazionali del calibro del British Museum di Londra, del Louvre di Parigi, del Prado di Madrid o del MAXXI di Roma. Erano oltre 3500 le aree archeologiche e i musei partecipanti, disseminati in settanta Paesi del mondo: Massaciuccoli Romana è riuscita a svettare su tutti, facendosi conoscere ovunque con una straordinaria azione di promozione. Il suo direttore scientifico Francesco Ghizzani e i cittadini del Gruppo Archeologico Massarosese (G.A.M.), a cui il Comune di Massarosa ha affidato la gestione dell’area, hanno compiuto il miracolo, con tenacia e passione uniche. Ma la tecnologia è solo una delle componenti che in pochi anni ha portato l’area archeologica Massaciuccoli Romana a divenire una delle maggiori attrazioni culturali e turistiche del comune di Massarosa. L’opera certosina intrapresa dal G.A.M, volta a fare di Massaciuccoli Romana un museo aperto attraverso iniziative ed eventi diversificati, il coinvolgimento dei visitatori da 3 a 100 anni, appuntamenti culturali per tutti i gusti e anche per tutti gli olfatti – perché a Massaciuccoli ci sono anche laboratori dedicati alla produzione dei profumi dell’antica Roma – hanno fatto sì che questa piccola realtà museale divenisse in poco tempo simbolo di come anche un’area archeologica possa diventare un grande strumento di partecipazione pubblica e di promozione del territorio. La bellezza dei luoghi e l’intensa opera di potenziamento e riqualificazione del sito avvenuta in questi anni hanno poi fatto il resto. «Il patrimonio archeologico e il patrimonio storico saranno l’avvenire di queste terre, non saranno dei lussi, non costituirà un lusso la
conservazione di queste cose, bensì faranno il bene e chi avrà contribuito a lavorare in questo senso, rimarrà un benemerito di fronte agli occhi di coloro che verranno» (Guglielmo Lera). Profetiche e significative le parole del professor Gugliemo Lera, il celebre studioso che negli anni Settanta si fece promotore della realizzazione di un locale a Massaciuccoli dove raccogliere ed esporre tutti i reperti rinvenuti in quella zona e si adoperò per far restaurare, a Firenze, il celeberrimo mosaico romano, a cui è dedicato il primo padiglione espositivo dell’area Massaciuccoli Romana. Massaciuccoli Romana rappresenta oggi una delle più importanti e dinamiche realtà culturali del territorio versiliese, un sito archeologico di indubbia bellezza, dove si concentrano due padiglioni espositivi, uno dei quali inaugurato qualche mese fa grazie anche ad un cospicuo finanziamento della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, uno straordinario mosaico e resti archeologici monumentali e d’impatto come la Villa dei Venulei. IL MOSAICO
«Era il 1931 quando il piccone degli archeologi affondò per la prima volta nella terra di Massaciuccoli, dando il via ad una storia che continua ancora oggi», ci racconta Francesco Ghizzani, direttore scientifico dell’area. «All’epoca – continua Ghizzani – il paese di Massaciuccoli era molto diverso da come lo vediamo oggi: campi, oliveti, vigne e capanni di falasco. Ad essere onesti, l’interesse dei primi scavatori lungo quella che oggi si chiama via Pietra a Padule aveva poco a che fare con la storia o la passione per l’antico, ma piuttosto con l’intenzione di costruire nel piccolo paese una Casa del Fascio. Ma come spesso succede quando si va a mettere mano nel sottosuolo, i lavori presero una piega inaspettata e, invece di pietre e terra, gli operai si trovarono a portare in luce due eccezionali pavimenti a mosaico, uno dei quali, perfettamente conservato, è stato restaurato e riposizionato nel suo luogo originario in occasione della musealizzazione dell’area».
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foto Archivio Sprintendenza per i Beni Acheologici della Toscana
foto Stefano Cerri
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Il mosaico è in tessere bianche e nere e raffigura delfini con le code intrecciate e animali marini fantastici: due cavalli dalle movenze scioltissime e due fiere dal muso schiacciato e dalle zampe più tozze, capricorni o pantere sveltite dalla coda a volute. Come le ricerche hanno permesso di scoprire, il mosaico era il prezioso pavimento di una stanza provvista di una profonda vasca rivestita in marmo bianco, sicuramente da interpretare come frigidarium di un piccolo impianto termale, realizzato distruggendo una serie di vani preesistenti, nel momento della generale ristrutturazione dell’edificio, intorno al terzo quarto del I secolo d.C. Il frigidarium (ossia la stanza in cui gli antichi romani di Massaciuccoli potevano temprare il corpo immergendosi nell’acqua fredda) si collegava ad altri ambienti termali, il tepidarium, il calidarium, il forno e altri vani di servizio, scavati solo in parte. Le terme facevano parte di un edificio rustico, sorto già agli inizi del I secolo d.C., di cui oggi conosciamo molto di più grazie agli scavi condotti dal 2006 al 2012 sul lato opposto della via Pietra a Padule, su cui sorge il padiglione inaugurato nel marzo 2016. LA VILLA DEI VENULEI, IMMAGINE SIMBOLO DELL’AREA ARCHEOLOGICA
Conosciuta tra la popolazione di Massaciuccoli come ‘Le Terme’ e raffigurata da pittori e viaggiatori settecenteschi, la villa romana è oggi l’immagine simbolo dell’intera area archeologica, per il forte valore identitario e in virtù dell’eredità storica che la accompagna. Salendo alla Pieve di San Lorenzo, lungo il nuovo sentiero lastricato e illuminato, i suoi resti monumentali colpiscono il visitatore per l’eccezionale livello di conservazione. Fu fatta costruire dalla famiglia pisana dei Venulei, di origine aristocratica. A rivelarci la loro identità è una conduttura in piombo sulla quale, come spesso accadeva, è impresso il loro nome. Costruita agli inizi del I secolo d.C., tra il I e il II secolo d.C. la villa subì importanti restauri e lavori di ampliamento che accentuarono il ca-
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foto Luca Rossi
#MASSACIUCCOLIROMANA: DOVE SI FONDONO ARCHEOLOGIA, NATURA E TECNOLOGIA
rattere scenografico del complesso monumentale, disposto su più terrazzi affacciati sullo splendido paesaggio lacustre. Sul terrazzo superiore, che successivamente sarà occupato dalla Pieve di San Lorenzo, si sviluppavano gli ambienti residenziali, mentre su quello inferiore gli ambienti termali, per il banchetto e il riposo. Lo sviluppo della villa e il lussuoso apparato ornamentale riflettono le fortune economiche e politiche dei suoi ricchi proprietari, che da Pisa o da Roma, dove svolgevano le loro attività, qui venivano a trascorre i periodi di otium, lontano dagli affanni della vita politica cittadina. IL PADIGLIONE ESPOSITIVO «GUGLIELMO LERA»
Protetti dalla leggera mole in vetro, legno e acciaio del padiglione espositivo Guglielmo Lera, i resti dell’edificio lungo via Pietra a Pa-
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dule si mostrano in condizioni di perfetta visibilità, quale non hanno mai avuto in seguito alla scoperta, nel 1931. Pannelli didattici accompagnano il visitatore lungo un percorso che racconta i momenti essenziali della storia dell’edificio. Una piccola selezione di reperti allestita all’interno offre una testimonianza diretta di ciò che è stato portato in luce durante gli scavi a valle di via Pietra a Padule. I pochi ma significativi reperti ceramici databili a partire dalla fine del VII-VI secolo a.C. (bucchero nero, ceramica a pasta grigia e a vernice nera) testimoniano che l’area era frequentata anche prima che l’edificio fosse costruito. La vita quotidiana all’interno è documentata, invece, dal I fino almeno al VI secolo d.C., dal vasellame utilizzato in dispensa, in cucina e a tavola (ceramiche a pareti sottili, sigillate italiche, sud-galliche e africane, ceramiche co-
muni) e dalle lucerne, mentre i reperti architettonici (mattoni e mattonelle, tegole e coppi, chiodi in ferro e vetri) ci offrono elementi per immaginare anche ciò che della struttura non è più conservato: porticati sostenuti da colonne in laterizi, pavimenti a esagoni e a spina di pesce, tetti e solai in legno, finestre vetrate. L’ULTIMO ARRIVATO IN ORDINE DI TEMPO: IL NUOVO PADIGLIONE
Lo scavo archeologico condotto tra il 2006 e il 2012 nell’area denominata ‘Il Cantiere’, ha portato in luce nuovi settori del grande edificio di epoca romana, tagliato in due dalla via Pietra a Padule, a cui appartengono anche le strutture sul lato a valle della stessa via, scavate nel 1931 e attualmente protette dal padiglione Guglielmo Lera. Sorto durante il I a.C. come modesto impianto agricolo, l’edificio fu successivamente ampliato durante il regno dell’imperatore Ti-
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foto Luca Rossi
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berio, nel primo quarto del I d.C., e trasformato in un unico grande complesso dalla vocazione prettamente rurale, con stanze affacciate su portici e cortili. Il cortile centrale era occupato da un giardino (lo scavo ha permesso di riconoscere persino le buche lasciate da piante e arbusti), sui lati del quale correvano due lunghi canali e un portico sorretto da colonne di mattoni; vi si affacciavano un’ampia cucina attrezzata con forni e, subito accanto, una stanza pavimentata con un semplice battuto di laterizi, provvista di mobili e forse di un modesto giaciglio, dove sono state scoperte alcune coppette in ceramica di produzione pisana, che conservavano resti di colore per dipingere. Un lungo muro continuo manteneva separati il cortile centrale, su cui gravitavano gli spazi più residenziali, da quello settentrionale dove si aprivano gli ambienti di servizio e di lavoro in cui si svolgevano le attività tipiche degli edifici rustici: granai, magazzini, rimesse per gli attrezzi, vani per il ricovero di animali e lavoranti. Sul lato verso monte le murature esterne dell’edificio erano protette dall’umidità grazie
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foto Riccardo Pieraccini
#MASSACIUCCOLIROMANA: DOVE SI FONDONO ARCHEOLOGIA, NATURA E TECNOLOGIA
Ricostruzione del sito archeologico, disegno di Silvia Landi
ad uno scannafosso, realizzato con un profondo taglio nel terreno e parziali rinforzi in muratura. Nella seconda metà del I d.C. furono costruiti una grande cisterna per la raccolta dell’acqua e il piccolo impianto termale, attualmente protetto dal Padiglione «Guglielmo Lera». Entro la prima metà del II secolo d.C. l’edificio fu colpito da un momentaneo dissesto che danneggiò le strutture e rese necessari ripetuti restauri. Le evidenze lasciano intuire una netta separazione degli spazi residenziali da quelli di lavoro, isolati mediante un muro continuo e privo di accessi che delimitava il grande cortile centrale. Rimasero concentrati a nord i vani adibiti alle attività produttive legate all’allevamento e all’agricoltura, connesse con l’utilizzo del fuoco e dell’acqua, attestate dalla presenza, in tutti gli ambienti, di piani di cottura e di preparazione per l’approvvigionamento e lo scarico delle acque. Intorno al cortile centrale, invece, sembrano concentrarsi gli spazi destinati ad usi residenziali e non solo. Sul lato nord del portico, infatti, fu ricavato un ambiente sacro, di cui
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rimangono l’altare per le offerte, in ottime condizioni, e la base della statua di culto, sulla cui identità non vi sono indizi. Questa nuova organizzazione degli spazi sembra corrispondere a una trasformazione nella vocazione dell’edificio che, oltre ad una destinazione rurale, potrebbe avere svolto anche la funzione di struttura di accoglienza, soggiorno e ristoro, al servizio dei viaggiatori che percorrevano questo tratto della Versilia romana. Sembra verosimile, infatti, che l’edificio, coevo alla villa, sia nato come grande complesso agricolo e nel tempo sia stato in parte trasformato in una stazione di sosta ad uso dei viaggiatori. Potrebbe trattarsi di un’iniziativa voluta dagli stessi Venulei, al fine di rendere preferibile il tracciato pedecollinare rispetto alla viabilità costiera e celebrare così contemporaneamente il prestigio della ricca famiglia.
ciuccoli Romana», una piccola perla con duemila anni di storia, nascosta tra gli olivi della Versilia, adagiata sulle sponde del lago caro al Maestro Giacomo Puccini e a due passi da un’oasi naturalistica LIPU. Dopo un periodo di abbandono, l’area archeologica è oggi una delle realtà culturali più vive del comune di Massarosa. Qui archeologi e cittadini appassionati si prendono cura delle vestigia romane, ma si occupano anche di accogliere i visitatori e di coinvolgerli in un fitto calendario di iniziative pensate per raccontare la storia in modo diretto e divertente. «Massaciuccoli Romana» è oggi un angolo di Versilia immerso nella natura, dove la storia è più viva che mai, lontano dalle solite mete, ma proprio per questo ancora più ricca di fascino.
L’AREA ARCHEOLOGICA OGGI
I risultati delle ricerche che si sono succedute nella piccola frazione di Massaciuccoli dal 1931 al 2012 sono oggi sotto gli occhi di tutti e compongono l’area archeologica «Massa-
Si ringrazia per la consulenza il direttore scientifico di «Massaciuccoli Romana» Francesco Ghizzani.
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foto Riccardo Pieraccini
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foto Riccardo Pieraccini
il nuovo padiglione
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Una mole leggera, quella del nuovo padiglione di Massaciuccoli, realizzato al di sopra dei resti dell’edificio romano portati alla luce dagli archeologi, tra il 2006 e il 2012, in piena continuità con il Padiglione «Guglielmo Lera», inaugurato nel 2007 sul lato opposto della via Pietra a Padule. La struttura, progettata dall’architetto Riccardo Pieraccini, si presenta come una teca in tavole di legno quasi sospesa a contatto con il terreno, resa ancora più leggera dalla presenza di ampie superfici in vetro che lasciano intravedere dall’esterno i resti archeologici e rendono luminoso lo spazio interno. Il percorso di visita si svolge in parte alla quota di calpestio dell’antico edificio romano: il visitatore può infatti percorrere i due bracci del portico colonnato camminando su una superficie in terra battuta di poco più alta rispetto al piano originale e trovarsi così immerso all’interno dell’edificio e osservare da vicino i muri ben conservati. Alla fine di questo percorso una scala permette di raggiungere una pedana sopraelevata da cui si gode di una prima vista panoramica d’insieme su tutte le strutture antiche; da qui una passerella sospesa rende perfettamente visibili, da una posizione dominante, gli ambienti di lavoro e i loro pavimenti in mattoni disposti a spina di pesce.
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Il grande cinema è di scena a Lucca e Versilia
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e c’è un pizzico di verità nelle parole di Marco Melani, secondo cui fare un festival è un po’ come realizzare un film, si può tranquillamente sostenere che l’opera messa in piedi da Nicola Borrelli ha molto a che vedere con il capolavoro. Dove, per capolavoro, si intende la capacità di aver utilizzato il supporto organizzativo, logistico ed economico della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, per condurre Lucca Film Festival al di fuori della dimensione di nicchia, grazie alla presenza di personaggi che hanno fatto grande il cinema e che oggi sono famosi in tutto il mondo, senza, però, dimenticare la missione, le radici potremmo dire, da cui tutto ha avuto origine. E cioè, il bisogno di conoscenza, che si rinnova di anno in anno, indagando, analizzando e proponendo un lavoro di critica meticolosa nei generi, periodi e personaggi che compongono quel mondo variegato, affascinante e insostituibile chiamato cinema. Il festival lucchese, infatti, che nel 2015 si è unito anche il vicino Europa Cinema, manifestazione più storica e di base a Viareggio, costruisce per ogni edizione – quest’anno siamo alla 12esima – un percorso apposito, dove gli ospiti internazionali si confrontano con quelli italiani, alternando prime serate a masterclass, incontri con i grandi autori a quelli con le nuove proposte, retrospettive a mostre disseminate su tutto il territorio della provincia di Lucca. E ogni volta è come se un fil rouge dominante accompagnasse gli spettatori in un viaggio fatto di emozioni, incontri inaspettati, spunti di crescita e atmosfere da red carpet. C’è poi un’altra caratteristica che differenzia Lucca Film Festival fin dalla sua nascita, quando piccolo e instancabile si affacciava sulla scena lucchese portando in città personaggi come Abel Ferrara e Philippe Garrel, riuscendo, nonostante quel senso di precarietà che caratterizzava i mesi precedenti l’inaugurazione, a districarsi tra le mille aspettative e le centinaia di incertezze economiche. Una caratteristica, si diceva, che può essere sintetizzata con la ferma volontà degli orga-
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Nadia Davini
nizzatori di perseguire la qualità più alta possibile. Sempre e comunque. L’edizione 2016 non ha di certo deluso le aspettative degli appassionati: dopo il colpo grosso con David Cronenberg e Terry Gilliam e Jeremy Irons del 2015, La dodicesima edizione del LFF/Europa Cinema è stata dedicata a due mostri sacri dell’horror, George Romero e William Friedkin. E ancora Marco Bellocchio, Paolo Sorrentino, e due autentici cult, Jacopetti e Deodato, fra eros e horror. Quello vintage in bianco e nero di Gualtiero Jacopetti, toscano di Barga, dove è stato omaggiato con film e interventi critici, oltre che da una mostra di foto, testi e altri materiali dei suoi mondo movies poi ribattezzati shockumentary, e quella eccessiva, a tratti splatter, di Ruggero Deodato, il più stravagante regista di horror di sempre, cui si deve il celebre Cannibal Holocaust. Incontri a tu per tu, retrospettive, proiezioni e mostre che hanno scandagliato e sondato il mondo terrificante del cinema thriller e ‘di paura’. Dietro un’aria quasi giocosa e con un paio di occhialoni da vista calati sul naso, George Romero è stato protagonista indiscusso del Festival: mitizzato, venerato e idolatrato, Romero è il padre putativo degli zombie e dell’apocalisse Z. Un precursore, che è riuscito a incanalare le paure umane dando vita ai personaggi, e ai film, più spaventosi di sempre: avete presente La notte dei morti viventi? Ecco, quello è nientepopodimeno che il capostipite di una lunga e fortunata serie di zombie-movies, datato 1968 e firmato, chiaramente, Romero. A Lucca, il regista ha ricevuto il premio alla carriera, ha lasciato la sua impronta nel cemento per la walk of fame di Lucca Comics & Games ed è stato presente alle proiezioni di numerosi suoi figli di celluloide: Zombi, Wampyr, La città verrà distrutta all’alba, solo per citarne alcuni. Il regista americano ha poi incontrato il pubblico in una masterclass dove sono stati affrontati i temi più disparati: la produzione, la promozione, i segreti per un buon film e quello che tutti gli appassionati di zombie si chiedono, ovvero «ma gli zombie pos-
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sono correre?». La risposta di Romero è secca e precisa: «No». Per chi non ne avesse ancora avuto abbastanza di emozioni forti, battiti accelerati, sudori freddi e sussulti sulla poltroncina, il team di Nicola Borrelli ha accolto e ospitato anche William Friedkin. Se il nome non fa suonare nessun campanello d’allarme, ci penserà la sua creazione più famosa a suscitare un brivido: Friedkin, nel 1973, diventò noto al grande pubblico come ‘il regista del male’ per quella che è considerata ancora oggi come la seconda pellicola più terrificante di sempre, L’esorcista (la prima, tanto per chiarire, è Shining di Stanley Kubrick). Friedkin si è guadagnato, a ragione, il riconoscimento di innovatore del poliziesco e dell’horror utilizzando con sapienza e una punta di crudeltà gli effetti speciali, la suspance e le paure più inconfessabili. Con realismo e piglio documentaristico,
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il regista classe 1935 si fece conoscere prima ancora dell’Esorcista con Il braccio violento della legge, film che gli ha garantito ben cinque premi Oscar. Anche lui, proprio come Romero, nel corso di Lucca Film Festival ha ricevuto il premio alla carriera e si è concesso due bagni di folla, presentando proprio Il braccio violento della legge al Cinema Moderno e tenendo, questa volta al Centrale, una vera e propria lezione di cinema rivelando i dieci segreti per un film di successo. Come scegliere il giusto sonoro, gli effetti speciali più stupefacenti (il rumore delle ossa del collo di Linda Blair, per esempio, è stato reso con un portafoglio che si apre vicino a un microfono) e non fermarsi davanti a niente pur di ottenere la scena perfetta. Semplice, no? Sempre Friedkin, poi, è diventato l’artefice di un nuovo progetto del festival, ideato e prodotto insieme alla Fondazione Giacomo
Puccini, con l’intento di realizzare un documentario per ogni edizione, un poetico e suggestivo racconto del rapporto di un grande autore del cinema con Giacomo Puccini. Nasce così Puccini by William Friedkin, per il quale il regista americano non ha tardato a manifestare tutto il proprio entusiasmo, spiegando come l’emozione più grande della sua vita sia stato dirigere il Trittico di Puccini. Un interesse, quello di Lucca Film Festival per la musica (soprattutto musica nel cinema), che è iniziato diversi anni fa ed è culminato nel 2016 con l’avvio del Master in Musica Applicata all’Immagine (M.A.I.), organizzato dal Conservatorio Luigi Boccherini. Alcuni degli studenti del Master son stati coinvolti per lavorare sulla colonna sonora di Puccini by William Friedkin, dimostrando così che la manifestazione è ormai diventata un incubatore fertile per vecchie conferme e nuove promesse.
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IL GRANDE CINEMA È DI SCENA A LUCCA E VERSILIA
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George Romero William Friedkin Marco Bellocchio Paolo Sorrentino
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La dodicesima edizione del festival è stata attraversata anche dai grandi protagonisti del cinema italiano: Marco Bellocchio e Paolo Sorrentino hanno portato alto il tricolore, raccontandosi a tutto tondo di fronte a un pubblico appassionato. Bellocchio, che qualche anno fa ha messo la firma su Vincere, la dura storia d’amore e follia tra Mussolini e Ida Dalser, ha sorpreso gli spettatori partecipando alle retrospettive a lui dedicate a Viareggio e intervenendo alla speciale serata organizzata al Gran Teatro Giacomo Puccini di Torre del Lago, dove il regista ha ritirato il premio alla carriera. Divertente, spigliato, rilassato come la notte degli Oscar durante la quale è stata premiata La grande bellezza, Paolo Sorrentino è stato uno degli ospiti d’onore più attesi dell’intera edizione. Il regista di Youth e de Le conseguenze dell’amore ha incantato il pubblico
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con simpatia e affabilità: doti che difficilmente era riuscito a nascondere anche durante la notte delle statuette d’oro. Tante certezze, tanta serenità nell’aver sfornato un successo internazionale dopo l’altro, il sodalizio con Toni Servillo e un desiderio: dedicarsi al noir. Anche Sorrentino ha ricevuto il premio alla carriera e ha presentato al pubblico Il divo, uno dei suoi film più famosi che mette al centro della scena la vita intima e pubblica di Giulio Andreotti. Monografiche, premi e masterclass coi maestri. Come sempre denso, ma non soffocante, il programma ha garantito un notevole successo al Festival anche per l’edizione 2016. Che, come atteso, ha saputo coniugare la visibilità mainstream con l’attenzione per le produzioni più recenti e per i registi all’inizio di carriera. Si inseriscono in questa volontà, i concorsi per corto e lungometraggi, nel
segno di uno scouting di talenti tanto caro agli ideatori del Festival. Ventisette corti in scaletta tra i 1000 pervenuti, una giuria internazionale e tante speranze. Il 6 e il 7 aprile si sono tenute al Cinema Centrale le proiezioni: in scena, opere di animazioni e documentari, realizzati da registi italiani, cinesi, greci, statunitensi e anche tahilandesi. Ad aggiudicarsi il primo posto è stato Louis Henderson con il suo Black Code/Code Noir, un corto che racconta di una realtà distopica negli Stati Uniti in cui gli afro-americani subiscono ancora un trattamento di semi-schiavitù, registrati e identificati attraverso un codice: il black code, appunto. La giuria ha inoltre assegnato una menzione speciale a French Blood di Diastème, «per la capacità di adottare uno sguardo contemporaneo su problematiche complesse che fanno parte non solo della realtà francese, ma della nostra quotidianità so-
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ciale». Infine, una menzione al merito per opera prima attribuita dalla direzione del festival al film Rosso dal vetro (dovunque tu vada) di Alberto Tempi (Italia, 2015), presentato nella sezione ‘anteprime italiane fuori concorso’. Un altro aspetto innovativo, che ha caratterizzato l’ultima edizione del festival, è stato l’avvio della nuova sezione dedicata ai prodotti audiovisivi realizzati con la tecnologia a 360°. L’attenzione del festival per questa nuova frontiera tecnologica e linguistica è iniziata grazie alla collaborazione con il Festival della Didattica Digitale, finalizzata alla produzione congiunta del primo cortometraggio documentario su Lucca girato a 360°. Il video, intitolato Visioni cognitive: apprendimento immersivo per nuovi significati dello spazio e della storia (di Massimilliano Minissale, Italia, 2016, 20’, colore), è una esperienza inedita, in grado di farci capire le grandi
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potenzialità di questo mezzo, dove, per esempio, il fuori campo diventa terreno di sperimentazione e gioco per i più visionari registi contemporanei. Lucca Film Festival e Europa Cinema si conferma così un appuntamento di punta del calendario lucchese e nazionale, che proietta la città nel firmamento del cinema: un punto di riferimento che si sta affermando sempre di più e che, secondo le parole del suo patron Nicola Borrelli, «si è imposto come la manifestazione più importante nel panorama cinematografico europeo a cavallo fra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera, sfiorando quest’anno il muro delle 60.0000 presenze». «Un festival – conclude Borrelli – che unisce Lucca, Viareggio e Barga con il grande cinema internazionale. Una manifestazione che coniuga un festival giovane, creato da gio-
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vani, con uno della grande storia e tradizione italiana ed europea, come Europa Cinema di Federico Fellini. Il mare di Viareggio, i monumenti di Lucca e le montagne di Barga non sono più solamente gli scenari delle location di rinomati film, ma rappresentano ora anche il set naturale, con elevate potenzialità di crescita sul lungo periodo, del più dinamico, interessante e crescente evento sulla cultura audiovisiva emerso negli ultimi anni in Europa. Le mostre e la settimana di proiezioni, omaggi, concorsi, incontri e masterclass, con le feste di apertura e chiusura, sono una formula festivaliera unica, che riesce ad offrire al contempo approfondimento culturale, formazione del pubblico, ricerca sulle nuove tecnologie e intrattenimento performativo, diventando un vero motore economico dell’industria e del turismo culturale di tutta la Regione».
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Lungometraggi da tutto il mondo per Lucca Film Festival
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’edizione numero dodici di Lucca Film Festival ed Europa Cinema ha visto l’importante introduzione del concorso di lungometraggi, un passo più che fondamentale per un festival che vuole crescere sempre di più. Per il primo anno di concorso i selezionatori Federico Salvetti e Nicolas Condemi sono riusciti a portare a Lucca dei lungometraggi decisamente interessanti e di qualità; diverse le opere prime e seconde, tuttavia non sono mancati anche film di autori giovani ma già affermati a livello internazionale. Le tematiche che hanno attraversato le opere di quest’anno sono diverse ed eterogenee: lo sguardo sulla crescita di giovani adolescenti in ambienti ostili accomuna film come Sparrows di Runar Runarsson e Bridgend di Jeppe Rønde, che in maniera diversa l’uno dall’altro ci descrivono, con momenti di cinema molto potenti, il difficile processo di crescita dei protagonisti. Il primo si è aggiudicato il premio al miglior film al festival di San Sebastian, mentre il secondo si sta facendo spazio in moltissimi festival internazionali. Anche il viaggio è protagonista, aiuta a crescere e mette in moto il cambiamento: in Camino a La Paz di Francisco Varone, un uomo che non trova senso alla sua vita, riceve una strana proposta di lavoro: accompagnare in
Federico Salvetti macchina un anziano signore musulmano da Buenos Aires a La Paz. In questo viaggio di 3000 chilometri, il protagonista scoprirà molto sul mondo e su se stesso. In Les Premiers, Les Derniers del noto attore e regista Bouli Lanners, vincitore di diverse sezioni all’ultimo festival di Berlino, una giovane coppia in fuga incontrerà molte persone, che vedranno la loro vita cambiare dopo quest’incontro. La crescita dell’individuo è caratteristica fondamentale di film come El Apostata di Federico Veiroj, storia dalle tinte surreali sulla difficile rinuncia alla fede cattolica di un giovane studente universitario. Il film ha un tocco lieve ma convincente che ha incantato critica e pubblico internazionali. Si parla di crescita anche per Aloys, protagonista dell’omonimo film diretto da Tobias Nölle, che si ritrova solo e isolato dal mondo dopo la morte di suo padre. Grazie all’incontro con una donna particolare, riuscirà a sbloccarsi dalla sua condizione. Un film sorprendente, anche nei colori, che dopo aver vinto nella sezione Panorama al festival di Berlino ed essere passato da Lucca, continuerà a crescere in termini di consenso e premi.
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Il percorso di vita del protagonista naziskin di French Blood di Diastéme, che ha ottenuto la menzione speciale della giuria, è altrettanto intenso. Un film asciutto, dai toni forti, capace di affrontare una tematica più che mai attuale, che ci prende fino in fondo e ci lascia con l’amaro in bocca. I due fratelli protagonisti di Belgica si confrontano e crescono grazie al locale che aprono assieme, che porterà grandi cambiamenti nella vita di entrambi. Eva Nova di Marko Skop, invece, è la storia di un’anziana attrice che cerca di riconciliarsi con il proprio figlio dopo una vita spesa dietro alle cose sbagliate. Nell’anno di George Romero ospite al Festival, non poteva certo mancare la tinta horror. Si sono potute apprezzare nella selezione anche due pellicole molto inquietanti e ben costruite: Shelley di Ali Abbasi, nella quale una vicenda di maternità assistita assume toni inquietanti e What we become, interessante rielaborazione danese del filone zombie: il regista Bo Mikkelsen ci fa immergere nella quotidianità dei protagonisti prima di catapultarci nel caos di una quarantena forzata di una cittadina della Danimarca. Arriviamo poi al film vincitore del concorso, Paradise di Sina Ataeian Dena, definito dai giurati «un punto di vista asciutto e sobrio ma
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El Apostata di Federico Veiroj French Blood di Diastéme Paradise di Sina Ataeian Dena Shelley di Ali Abbasi Bridgend di Jeppe Rønde Sparrows di Runar Runarsson
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anche libero e fantasioso. Un ritratto della situazione femminile in Iran che, con coraggio, da individuale diventa universale». La storia che vede protagonista Hanieh, giovane maestra elementare iraniana, ci mostra la lotta di una donna per trovare la propria individualità in una realtà che la soffoca. Questa prima edizione del concorso è stata una novità, ha saputo intrattenere il pubblico e ha permesso al festival di proporre non solo retrospettive di grandi autori, ma anche sguardi sulle nuove tendenze cinematografiche internazionali. La speranza e l’obiettivo è che attraverso lo spazio dato dal concorso di Lucca Film Fe-
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stival, film nuovi e interessanti come quelli di quest’anno possano trovare una distribuzione anche in Italia. LA SEZIONE CORTOMETRAGGI
Questa dodicesima edizione di Lucca Film Festival ed Europa Cinema ha portato avanti la spinta propulsiva che si è innescata a partire dall’annata Lynchiana del 2014. Una certezza radicata ma allo stesso tempo in continuo movimento è stato il concorso dei cortometraggi sperimentali, sin dagli inizi orientato a grattare la superficie del cinema per scoprire cosa si nasconda dietro di essa. I curatori di questa sezione, Rachele Pollastrini e Alfredo Ferrua, hanno raccolto
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LUNGOMETRAGGI DA TUTTO IL MONDO PER LUCCA FILM FESTIVAL
7. Don’t Tell Mom di Sawako Kabuki 8. Landscape with Interferences di Stefano Giannotti 9. Cane Caro di Luca Ferri
questa sfida con grande entusiasmo e partecipazione. Ancora una volta sono giunti contributi da tutto il mondo, fatto che sorprende e onora costantemente, nonostante siano passati svariati anni dalla prima edizione. Variabili e costanti caratterizzano anche il filo rosso che ha percorso l’amalgama di corti in concorso, tra le quali è da menzionare la forte presenza di registi italiani, come la giovane Giulia Perelli, una promessa del teatro e del cinema, qui con Un bel niente, N., Gianluca Abbate il cui Panorama è vincitore di numerosi riconoscimenti o Luca Ferri che con i suoi Cane Caro e Tottori esplora il modellamento di corpi e luoghi con un’estetica ben definita. Una riconferma è Pim Zwier, anche quest’anno in concorso con Three Dimensions Of Time, gioco combinatorio di immagini ed elementi, ispirato alla fotografia di Sergey Prokudin-Gorskii e girato in Siberia. Ampio spazio è stato dedicato anche all’animazione. Presenti diversi giovani registi giapponesi, come Sawako Kabuki con Don’t Tell Mom e Master Blaster, nei quali l’erotismo è letto in chiave fortemente ironica. Oppure Kazue Monno & Takeshi Nagata in arte TOCHKA, inventori di un nuovo metodo di fare animazione chiamato PiKA PiKA, combinazione di stop motion e lunga esposizione, in concorso con Saigo. Infine, molti dei lavori rientrano nel puro astrattismo, declinato in modi che vanno a toccare temi come la lontananza (Orbit di Giuseppe Boccassini e Refugees di Olga Guse), la spazialità (Cane Caro di Luca Ferri, Quantum del collettivo Flatform e Landscape with Interferences di Stefano Giannotti) e la percezione dell’altro (Sleepy Steve di Meghann Artes, Ephemeral di Elio Tayeh, Black Code/Code Noir di Louis Henderson).
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Il Cinema dalla carta allo schermo e ritorno Alessandro Romanini
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ome già detto, un altro scopo prioritario del festival, è quello di allargare il territorio coinvolto dalle attività, sia delle proiezioni che delle iniziative espositive. Proprio quest’ultime ricoprono un ruolo centrale all’interno della manifestazione che, grazie al Comitato Nuovi Eventi per Lucca, riesce ogni anno a proporre interessanti percorsi espositivi sugli ospiti in programma. Si parte dal centro storico di Lucca, con le sale monumentali di Palazzo Ducale che hanno ospitato la mostra George Romero e il New Horror Americano, curata da Paolo Zelati e Stefano Giorgi. Che ha proposto per la prima volta in Italia quaranta oggetti tra locandine, foto buste e manifesti originali italiani del cinema di Romero, in un percorso cronologico ben definito. La prima sezione era dedicata al regista americano e vedeva l’esposizione di alcuni fra i manifesti italiani più riusciti e rappresentativi del suo cinema, come La notte dei morti viventi, Zombi, Creepshow e La città verrà distrutta. La seconda sezione, invece, ha voluto tracciare una breve cronistoria del New Horror americano, attraverso i poster dei film più significativi dagli inizi del genere (Spider Baby, Blood Feast, Night of the Living Dead) fino agli ultimi fuochi di metà anni Ottanta (Re-Animator, Nightmare on Elm Street). Si comincia proprio con la trilogia degli zombi, della quale, nella prima sala espositiva, si trovavano i manifesti e le foto buste. La notte dei morti viventi, realizzato con un costo irrisorio e girato in totale indipendenza, ha una trama che è l’archetipo stesso dell’orrore: un’orda di morti viventi assedia una casa di campagna dove si sono asserragliate sette persone. Invece di rivelare coraggio e coesione di fronte al pericolo, il gruppo (campione della società americana e forse dell’umanità) viene sterminato in una sola notte, non tanto a causa degli zombi quanto per la propria stoltezza. Girato in un bianco e nero sgranato, con movimenti di macchina a spalla e inter-
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IL CINEMA DALLA CARTA ALLO SCHERMO E RITORNO
1-4. Manifesti originali di film di George Romero
pretato da attori non professionisti, il film illude lo spettatore di assistere a un macabro documentario, mentre semplice ma geniale risulta l’invenzione dello zombi, il morto vivente, ultimo grande mito del cinema dell’orrore di cui risultano fissate regole e convenzioni: dal comportamento alla pandemia per contaminazione virale, sino al modo di disfarsene definitivamente. Al secondo film della trilogia, in cui il morbo ha ormai assunto dimensioni epidemiche e gli zombi errano in un grande magazzino, collaborò anche Dario Argento, scrivendone la sceneggiatura e la produzione. L’attacco al consumismo colpisce per la violenta radicalità, e il tono satirico è esaltato da contrappunti visivi e sonori che uniscono il truculento all’ironico. Nella sala successiva sono stati allestiti i manifesti, grandi due metri per 140, dei film Creepshow del 1982, La città verrà distrutta all’alba del 1973 e di tanti altri di quegli anni. Mentre ha chiuso il percorso espositivo un omaggio al New Horror americano, filone cinematografico di cui Romero è da considerarsi il padre fondatore, con una serie di manifesti originali americani autografati dai più importanti attori e autori del periodo (19681985), tra i quali ricordiamo Wes Craven, Herschell Gordon Lewis e Brian Yuzna. I pezzi, provenienti dalla collezione privata del critico cinematografico Paolo Zelati, sono vere e proprie illustrazioni curate dai più importanti disegnatori dell’epoca. Nel centro storico di Barga, alla Galleria Comunale e alla Galleria Bel Canto, a cura di Paolo Zelati è stata allestita (dal 1° aprile al 1° maggio) la mostra, dedicata a Gualtiero Jacopetti, Lo Sguardo Selvaggio – I Mondo Movies in Italia. Jacopetti nativo della cittadina toscana è stato giornalista, sceneggiatore e regista e assieme a Franco Prosperi e Paolo Cavara diresse il film documentario Mondo Cane nel 1962, vero capostipite del genere shockumentary. Il film valse al compositore della colonna sonora, Riz Ortolani, la candidatura all’Oscar per il brano More.
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5-7. Manifesti originali dalla mostra dedicata a Gualtiero Jacopetti
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Jacopetti, cresciuto professionalmente come giornalista sotto l’ala di Indro Montanelli, è stato anche fondatore e direttore nel 1953 del controverso settimanale d’informazione Cronache, che infranse abitudini giornalistiche immutate da decenni. I Mondo Movie, con il loro collage di immagini scioccanti (violenze su animali, riti crudeli, fucilazioni e molto altro) hanno riempito le sale italiane e nel mondo e hanno alimentato un’iconografia che, a partire dagli anni Sessanta ha dato vita a una ricca serie di sottogeneri. Jacopetti ha anche firmato nel 1959 la sceneggiatura del lungometraggio Europa di notte del regista Alessandro Blasetti, considerato l’antesignano dei Mondo Movie. Nella mostra sono stati allestiti materiali diversi, che hanno messo in evidenza esaustivamente l’impatto visivo ed emotivo esercitato dalla filmografia di Jacopetti, manifesti, locandine e foto buste originali non solo del film che lo ha reso famoso in tutto il mondo, ma anche di altri lungometraggi come La donna nel mondo (1963), Africa Addio (1965-66), che gli valse ingiustificate accuse di razzismo e con il quale vinse il prestigioso riconoscimento del David di Donatello nel 1966, Addio zio Tom (1971) e Mondo Candido (1975). La fama di Jacopetti ha ampiamente varcato i confini italiani, influenzando numerosi registi, sceneggiatori e musicisti. Gli U2 nel trionfale ZOO TV Tour del 1992-1993, trasmisero numerosi spezzoni dei film di Jacopetti e ne fecero ampio uso anche nel videoclip del brano Numb. Mike Patton nel 2010 fa uscire un album di cover italiane degli anni Sessanta, dal titolo Mondo cane, come omaggio al regista nato barghigiano. Le attività espositive si sono estese anche alla Versilia, con ben due mostre allestite in altrettanti spazi a Viareggio, dal 1989 città-culla dello storico e prestigioso Europa Cinema, concepito da Felice Laudadio in collaborazione con il compianto Federico Fellini, unito dallo scorso anno con Lucca Film Festival. La fusione è avvenuta nell’ottica di mantenere
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IL CINEMA DALLA CARTA ALLO SCHERMO E RITORNO
8. Marco Bellocchio a Viareggio
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intatta la missione istituzionale del festival versiliese, nato per valorizzare il cinema europeo – e quello italiano in particolare – mettendone in evidenza peculiarità espressive e aspetti meno noti. Molti aspetti inediti dell’eclettica attività del regista Marco Bellocchio sono stati così messi in evidenza nella mostra ospitata a Villa Argentina a Viareggio. Tra le ceramiche liberty di Galileo Chini e i dipinti dell’artista sardo Giuseppe Biasi, sono state esposte oltre cento opere di pittura e grafica realizzate dal regista nato a Bobbio, divenuto celebre sin dal suo primo film, il controverso e iconoclasta I pugni in tasca (1965). La mostra – che ha portato fortuna al regista, facendogli guadagnare la selezione per la prestigiosa Quinzaine des Realisateurs al Festival di Cannes, edizione 2016 – dal titolo Marco Bellocchio. La pittura dietro l’obiettivo ha proposto un vero e proprio percorso cronologico, che illustra in maniera esaustiva, secondo una dinamica diacronica, l’intenso rapporto dell’autore con le arti visive, in particolare con la pittura e il disegno. Al piano terra
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della villa ad accogliere lo spettatore, un gruppo di circa 15 dipinti ad olio, realizzati nella fase giovanile. Bellocchio ha dipinto la maggior parte di queste opere durante il percorso di studio in cinema, svoltosi al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma dal 1959 al 1962, anno in cui si diplomò in regia sotto la guida di Andrea Camilleri. Tra i 20 e i 23 anni l’artista, nato nel 1939, attento osservatore del panorama culturale italiano ed internazionale, realizza i dipinti esposti, mettendo in evidenza influenze artistiche e letterarie composite. Come ha avuto modo di sottolineare lui stesso nel corso dell’affollata conferenza stampa e in seguito al vernissage della mostra, sono diversi gli artisti e i movimenti da cui ha tratto ispirazione nella fase giovanile. Fase in cui pensava già in maniera cinematografica, per immagini, ma le trasferiva su tela prima di impressionare la pellicola. I dipinti di piccolo formato denunciano una profonda influenza dell’espressionismo tedesco, in particolare Otto Dix e George Grosz,
ma anche Max Beckmann risalendo fino a Edward Munch ed Ensor, con le loro atmosfere inquietanti, le anatomie dei personaggi alterate e distorte, i tagli di luce obliqui e il contesto narrativo spesso alienante. I dipinti denotano l’intensa ricerca di soggettività e di approfondimento psicologico che caratterizzano le sequenze dei suoi film, personalità alienate e isolate, spazi dalla temporalità sospesa e inquietante che echeggiano ancora le nefaste conseguenze del secondo conflitto mondiale. Dall’Espressionismo tedesco (che si evidenzia anche nel film Vincere del 2009, in cui i personaggi letteralmente scaturiscono dal buio, dal nero) riprende nei suoi dipinti anche la gamma cromatica acida e il segno incisivo, la rinuncia all’impostazione prospettica e alla definizione anatomica a beneficio di dinamiche antinaturalistiche. Solo alcuni dipinti denotano un’apertura a una visione leggermente più ottimistica, lasciando spazio a un afflato poetico garantito dall’influenza dei personaggi e delle atmosfere liriche di Marc Chagall.
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IL CINEMA DALLA CARTA ALLO SCHERMO E RITORNO
9-12. Disegni e dipinti di Marco Bellocchio
Ai dipinti si aggiungono poi oltre 100 opere disegnative: complesso di documenti iconografici, disegni, schizzi, tecniche miste, bozzetti, acquerelli che traducono l’urgenza di fermare su carta idee, visioni, atmosfere che si evolveranno in progress e saranno tradotte su pellicola. Se i dipinti rappresentano la componente puramente ‘espressiva’, cioè prodotti della creatività e dell’immaginazione dell’autore in una fase giovanile, che non avevano altro scopo se non quello di dare libero sfogo ai voli pindarici della fantasia, il complesso delle opere su carta, rappresenta una produzione ‘funzionale’ alla realizzazione cinematografica. La grafica spesso connotata dalla rapidità di esecuzione (per bloccare l’idea, la visione…), ‘pre-visualizza’ i valori compositivi dell’inquadratura, schizza i tratti salienti della fisiognomica di un personaggio e i suoi tic distintivi, delinea i costumi e le atmosfere narrative, segnala i movimenti compiuti dagli attori e dalla macchina da presa, imposta le dinamiche illuminotecniche e cromatiche. Molti di queste opere riportano anche dettagliati appunti scritti, in parte destinati a fermare in termini tecnici la ‘visione’ del regista e, in parte, suggerimenti per il complesso dei suoi collaboratori, dagli scenografi ai direttori della fotografia, dai tecnici del montaggio ai costumisti. Da un punto di vista espositivo le opere sono state riunite ed esposte per nuclei filmici, cioè accompagnate dalla sinossi del film a cui fanno riferimento. Questo complesso di schizzi, disegni, bozzetti possiedono anche un valore storico-archivistico elevato, che permette di tracciare in maniera esaustiva il percorso creativo del regista. Bellocchio infatti ha utilizzato questo metodo di pre-visualizzazione durante tutta la sua lunga carriera cinematografica, sin dal primo film, il controverso I pugni in tasca del 1965, che fu selezionato per il Festival di Locarno, per arrivare all’ultimo pluripremiato Sangue del mio sangue (2015), che ha idealmente concluso il percorso espositivo, con oltre trenta disegni dedicati. Ma oltre a questi due film hanno trovato spazio disegni e schizzi dedicati a tutti gli altri suoi lungometraggi, da La Cina è vicina del 1967, che gli valse il Premio Speciale della giuria al Festival del Cinema di Venezia, all’Enrico IV (1984), in cui diresse Marcello Mastroianni e a cui il regista dedica numerosi bozzetti, passando per La condanna (1991) tratto da Pirandello come la balia del 1999, L’ora di religione (1999), che vince il Nastro d’Argento, Buongiorno notte (2003), ispirato alle vicende di Aldo Moro, Vincere (2009), che vince il David di Donatello come miglior regista. Non poteva essere che Viareggio, infine, la casa naturale dove allestire la mostra dedicata a uno dei suoi figli più grandi, Mario Monicelli. Proprio nella Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, infatti, si è tenuta MARIO. Chiara Rapaccini e Andrea Vierucci per Monicelli. Per questo progetto, Chiara Rapaccini, in arte RAP, compagna di una vita di Mo-
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nicelli, si è ispirata alle fotografie del suo archivio privato, scattate dai più famosi fotografi di scena tra gli anni Sessanta e Novanta sui set di molti dei capolavori del regista. Queste foto erano state gettate via, insieme ad altri documenti preziosi, dallo stesso Monicelli, come «documenti del passato senza nessun valore». Chiara li ha recuperati e negli anni li ha catalogati, ordinati e archiviati, lasciandosi ispirare dai forti contrasti del bianco e nero della pellicola, dalla loro straordinaria forza espressiva (sono immagini di Secchiaroli, Strizzi, Doisneau), dai ritratti dei grandi attori della commedia cinematografica italiana. RAP ha lavorato con acrilico e punta secca sulle immagini, le ha stampate su grandi lenzuoli di lino, per poi intervenire nuovamente con pennello e ricamo. Con la tecnica del fumetto e della scrittura libera ha ‘dialogato’ con i protagonisti del grande cinema italiano, Sordi, Totò, la Magnani, Mastroianni dando vita così a dei ‘fantasmi’ fluttuanti che poi Andrea Vierucci ha fotografato all’interno di un’architettura post industriale dall’atmosfera spettrale e monumentale. MARIO è nata dall’incontro tra l’artista Chiara Rapaccini, in arte RAP, e il fotografo Andrea Vierucci. L’incontro, avvenuto sul set di un servizio fotografico per la rivista «Ville Giardini», ha segnato l’inizio di un’amicizia e un sodalizio artistico che li ha portati nel corso del 2015, anno dedicato al centenario della nascita del cineasta Mario Monicelli, a collaborare con entusiasmo a diversi progetti. Le opere di Chiara Rapaccini sono diventate, tra le altre cose, protagoniste di un’installazione surreale, ambientata all’interno di una fabbrica abbandonata nella laguna di Orbetello, che Vierucci ha poi fotografato. Alla GAMC di Viareggio i due artisti hanno scelto di raccontare il cinema italiano attraverso le arti. Le foto di scena dei set di Monicelli si trasformano in teli dipinti, graffiati, ricamati, fotografati in contesto di archeologia industriale, per tornare, come in un gioco dell’oca, al filmato proiettato sul muro del museo. Dai tessuti di cotone, un giovane Mario Monicelli sorride, giocando con i suoi cappelli. Intorno, leggeri, fluttuanti, i volti di Totò, Anna Magnani, Gassman e Mastroianni. L’unione tra architettura, cinema, pittura e fotografia sembrano magicamente ritrovare un unico filo conduttore nelle immagini di Andrea Vierucci che ha raccolto con grande coinvolgimento emotivo oltre che professionale il lavoro di Chiara Rapaccini. L’insieme delle opere di Chiara Rapaccini e il racconto fotografico di Andrea Vierucci sono una testimonianza d’amore verso un glorioso cinema italiano ancora vivo e presente nella memoria di ognuno di noi. Dalle immagini dell’installazione di Chiara Rapaccini è nato anche un video, girato e montato da Anna Maria Eustachi che ha raccolto con delicatezza l’essenza dello spazio e la sinergia tra cinema e fotografia in una storia d’amore pubblica e privata.
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13-19. MARIO. Chiara Rapaccini e Andrea Vierucci per Monicelli
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La scuola al centro
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lavori procedono spediti, i cantieri volgono al termine e nuovi ambienti prendono vita. Spazi fino a quel momento dimenticati che rinascono, luoghi inutilizzati che ora acquistano una funzionalità inaspettata, trasformando, con poco, i volti degli edifici scolastici. Le scuole della provincia si rifanno il look, grazie soprattutto alla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca. Proseguono, e sempre più velocemente si concludono, gli interventi all’edilizia scolastica provinciale, finanziati attraverso il bando triennale emanato nel 2013 dell’Ente di San Micheletto. Ed ecco allora che le scuole è come se improvvisamente assumessero un aspetto diverso, più fresco, più armonioso: diventano accoglienti, ordinate, stimolanti perché finalmente adeguate alle esigenze degli studenti, composte da tutti quegli ambienti che rendono l’apprendimento più fluido, come i laboratori e gli spazi comuni.
Sono state soprattutto le precarie condizioni in cui versavano numerosi plessi scolastici a spingere la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca a finanziare i lavori di ristrutturazione, promuovendo un bando triennale da 20 milioni di euro, necessari per costruire nuovi edifici, riqualificare quelli esistenti e adeguarli alle normative vigenti. Un’idea ambiziosa, rivolta all’amministrazione provinciale e ai comuni del territorio, che, attraverso i propri uffici, hanno presentato centinaia di progetti per le scuole di ogni ordine e grado. Un intervento strategico, che non ha tardato a raccogliere l’entusiasmo della Regione Toscana e del Ministero dell’Istruzione, confermando così, ancora una volta, il ruolo di catalizzatore della Fondazione, capace di attrarre ulteriori finanziamenti, pubblici e privati, in un virtuoso effetto domino che ha molto a che vedere con la ripresa economica e sociale di una comunità. La programmazione è stata diluita nel corso dei tre anni e ha riguardato 58 scuole, a fronte di 127 richieste di intervento presentate dalla Provincia e dai comuni. La scelta è stata de-
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Continuano gli interventi di recupero e ristrutturazione nelle scuole della provincia di Lucca, finanziati in larga parte dalla Fondazione Crl
terminata sulla base degli importi a disposizione e sulla coerenza dei progetti ad alcuni criteri previsti dal bando stesso: dal cofinanziamento delle amministrazioni richiedenti alla cantierabilità del progetto, ovvero la reale eseguibilità dell’intervento. Inoltre, nell’ottica di razionalizzare e sfruttare al massimo le potenzialità del territorio, anche l’accorpamento di più plessi scolastici rientrava tra i criteri di selezione: così a Porcari, con gli interventi alla scuola e alla palestra comunale, a Pietra-
santa, con i lavori nella palestra, utilizzata anche dalle associazioni del territorio, e al «Passaglia» di Lucca, dove le opere in cantiere consentiranno di liberare un immobile di proprietà comunale. Hanno inoltre avuto la precedenza i progetti che prevedevano l’adeguamento delle strutture alle normative più recenti e quelli che rispondevano ai canoni di edilizia sostenibile, con l’utilizzo di fonti di energia rinnovabili, come gli impianti fotovoltaici e il solare termico. È proprio il risparmio energetico, inoltre, uno dei pilastri del progetto strategico, che guarda all’efficienza energetica grazie ad un’altra iniziativa, rivolta alle amministrazioni locali, e avviata in collaborazione con la Sinloc SpA, società partecipata della Fondazione. Con questo accordo si cerca infatti di strutturare una progettazione di più ampio respiro, capace di attirare fondi BEI (Banca Europea degli Investimenti) per l’attività di assistenza tecnica, per poi progettare e realizzare gli interventi mediante società specializzate nel campo del risparmio energetico (Energy Service Company), senza oneri a carico delle amministrazioni. Attualmente sono 13 i cantieri ancora aperti, contro i 37 già conclusi per un totale di 16 milioni e 500 mila euro: nel 2013 sono stati stanziati poco meno di 6 milioni e 500mila euro, saliti a più di 7 nel 2014. Il 2015 si è chiuso con un investimento di 6 milioni e 510mila euro. Complessivamente sono stati destinati 9 milioni e 300mila euro alle scuole della Piana di Lucca, 3,9 a quelle della Mediavalle, 1,2 alla Garfagnana e 5,7 milioni alla Versilia. In prevalenza, si tratta di interventi di manutenzione straordinaria (9,9 milioni), a cui seguono la costruzione di nuove scuole e gli ampliamenti di quelle esistenti (5,4 milioni) e l’adeguamento normativo (4,7 milioni). LA PIANA DI LUCCA
Un lavoro a tappeto quello svolto sul territorio della Piana, interessato da 15 progetti sul solo comune di Lucca, uno su Altopascio, tre per Capannori, uno per Porcari e uno per Villa Basilica.
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Sempre di efficientamento energetico si parla quando ci si sofferma sull’intervento concluso all’Istituto professionale «M. Civitali» e al liceo socio-psico-pedagogico «L.A. Paladini» di via San Nicolao, nel centro storico lucchese: con una spesa totale di 200mila euro, i due istituti sono stati dotati di un nuovo impianto termico a risparmio energetico. Nonostante la difficoltà ad intervenire su un edificio di grande valore storico e monumentale, le due vecchie caldaie sono state sostituite con una a condensazione e i fan coil presenti nelle aule hanno lasciato il posto a radiatori in alluminio con valvole termostatiche per ridurre i consumi e migliorare il comfort. Grazie anche al-
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1 foto Lucio Ghilardi
Di vitale importanza per i suoi iscritti sono gli interventi che riguardano l’Istituto artistico «A. Passaglia»: per la scuola, dopo la ristrutturazione della succursale in via del Cantiere, è infatti in atto una piccola grande rivoluzione: il liceo musicale (uno degli indirizzi di cui si compone il «Passaglia») potrà finalmente godere di una sede tutta sua, all’interno dell’ex convento di Sant’Agostino. I lavori per lo storico edificio sono infatti ai blocchi di partenza: una parte del finanziamento destinata alla sede di via Fillungo (720mila euro) è stata dirottata sul restauro di una porzione del complesso conventuale. Qui sorgerà una sala per la musica d’insieme di 100 metri quadrati, una sala riunioni per i professori, un’aula per le tecnologie sonore, cinque locali destinati alla didattica e nove per lo studio degli strumenti. I lavori sono stati inaugurati a febbraio e per la loro realizzazione occorre all’incirca 1milione e 500mila euro, finanziati per la maggior parte dalla Fondazione Crl e da contributi statali. Un’attenzione particolare verrà riservata alla cura dell’acustica, affidata a uno studio di ingegneria sonora tedesco, perché l’intento è dotare Lucca di un liceo musicale di grande livello. Il resto dello stanziamento destinato al «Passaglia» servirà per riqualificare la storica sede di via Fillungo, dotandola anche di una nuova centrale elettrica che sostituirà quella attuale.
foto Lucio Ghilardi
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l’installazione di una centralina per la telegestione del riscaldamento si stima una riduzione del 20 per cento dei consumi. Spostandoci fuori dalle mura, poi, è la volta
dell’Itc «F. Carrara», interessato da un corposo intervento di miglioramento sismico: il progetto, per il quale la Fondazione ha stanziato 2,2 milioni a parziale copertura dei complessivi 4,7 milioni, prevede l’inserimento di setti in calcestruzzo armato, con il conseguente rifacimento della facciata, e varie ristrutturazioni interne. Un cantiere importante che proseguirà nei prossimi mesi con il rifacimento delle facciate, l’adeguamento dei servizi igienici e delle vie di esodo per l’emergenza antincendio. Miglioramento sismico e riqualificazione della palestra e della piscina riguardano invece l’Iti «E. Fermi»: l’istituto è stato reso più sicuro ed è stato ammodernato con opere di coibentazione e impermeabilizzazione. Le opere necessarie per ottenere il certificato di agibilità del complesso piscina-palestra si sono concluse, mentre sono ancora in corso gli interventi per abbattere le barriere architettoniche. Per questo intervento sono stati stanziati complessivamente più di 320 mila euro. Numerosi anche i lavori nel comune di Capannori: grazie ai 170mila euro stanziati dalla Fondazione, il liceo scientifico «E. Majorana» ha potuto mettere la parola ‘fine’ sugli annosi problemi delle infiltrazioni d’acqua, oggi risolti grazie alla sostituzione della guaina di copertura. Le economie derivanti dall’appalto saranno reinvestite per effettuare interventi di riqualificazione all’interno della scuola, dall’ingresso ai corridoi, spazi comuni compresi. Proseguendo per Lunata, impossibile non parlare della scuola dell’infanzia (500mila euro): sono state realizzate quattro sezioni, l’aula computer, una biblioteca, uno spazio polivalente, la mensa, la cucina, lo spogliatoio e una zona riservata agli insegnanti. La progettazione si è basata sul rispetto dei criteri di edilizia sostenibile, prevedendo l’uso di tecnologie legate al risparmio energetico. La struttura, inoltre, è dotata dell’isolamento termico delle murature e delle coperture, di riscaldamento a pavimento e dell’utilizzo di domotica per gli impianti elettrici. Importante è stato anche il contributo dato per conclu-
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LA SCUOLA AL CENTRO
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Liceo artistico Augusto Passaglia, via Fillungo, Lucca Istituto Tecnico Commerciale Arrigo Benedetti, Porcari Istituto superiore Francesco Vecchiacchi e Ipsia Simoni, Castelnuovo Garfagnana Istituto d’arte Stagio Stagi, Pietrasanta foto Lucio Ghilardi
dere la scuola media di San Leonardo in Treponzio: bella, sicura, sana e ristrutturata, l’istituto può godere adesso anche di un nuovo edificio in bioedilizia contenente otto locali, tra aule, servizi igienici e la biblioteca comunale. MEDIAVALLE E GARFAGNANA
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VERSILIA
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Solo apparentemente possono sembrare interventi di poco conto, niente in confronto ai milioni stanziati per progetti ben più grandi. In realtà, si tratta di stanziamenti che hanno il merito di compiere piccoli grandi miracoli in quei paesi che faticano a ottenere l’attenzione degli enti e per i quali l’edilizia scolastica è una voce di bilancio fondamentale. Molazzana, per esempio, ha di nuovo una scuola dell’infanzia, completamente ristrutturata (93 mila euro); Pieve Fosciana, invece, ha visto prima l’abbattimento e poi la costruzione di una palestra in regola con le nuove normative antisismiche e omologata per la disputa di partite di pallacanestro (150 mila euro); mentre la scuola dell’infanzia di Sillano può risparmiare sulle spese di riscaldamento grazie all’installazione di pannelli isolanti termici (25 mila euro). A seguito della classificazione in zona sismica di classe 2 del territorio di Coreglia Antelminelli, anche lo stabile che accoglie la scuola dell’infanzia e la scuola primaria era stato oggetto di un intervento di adeguamento, che avrebbe però richiesto una spesa eccessiva. Così, l’idea è stata quella di presentare un nuovo progetto, pari a 1.412.610 euro, dei quali 939.279 erogati dalla Fondazione, necessari per costruire un fabbricato sviluppato su due piani, corredato dal giardino e da un’area esterna comune. Realizzato nel pieno rispetto delle normative sismiche e del contenimento dei consumi energetici, l’edificio è dotato di un impianto fotovoltaico e di una caldaia a pellet. È stato inoltre realizzato il cappotto esterno per l’isolamento termico, fondamentale anche per la raccolta e il riuso delle acque piovane. A Castelnuovo di Garfagnana, invece, oggetto di lavori sono state le scuole superiori «Vecchiacchi» e «Simoni»: uno stanziamento
Grande soddisfazione anche per la nuova sede dell’Itis «E. Ferrari» di Borgo a Mozzano: un milione e 197mila euro per il completamento del corpo principale dell’edificio e la ristrutturazione di una seconda ala, destinata ai laboratori. Una scuola nuova di zecca che va a sostituire quella vecchia, inadeguata dal punto di vista delle normative antisismiche.
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di 540 mila euro che ha permesso l’adeguamento sismico, la realizzazione di un impianto di termo riscaldamento e la messa in sicurezza degli impianti elettrici.
Impegno, attenzione e cura anche al di là del Quiesa. Con un milione di euro, diviso in tre tranche, la Fondazione ha messo la firma sulla riqualificazione dell’immobile della scuola media «L. Viani» di Viareggio. Una ristrutturazione completa per una scuola che aveva bisogno di lavori straordinari: è ancora aperto il cantiere per il recupero della struttura in cemento armato a vista, sostituzione degli infissi interni ed esterni, revisione dell’impianto elettrico, esecuzione di interventi puntuali di riparazione della copertura ed altre opere minori di riqualificazione dell’edificio. Per il liceo scientifico «Barsanti e Matteucci» e l’Itc «Carlo Piaggia», invece, sono stati stanziati rispettivamente 330 e 320mila euro: lavori di straordinaria manutenzione in tutti e due gli istituti, che hanno riguardato anche la messa in sicurezza degli edifici e il rifacimento dei rivestimenti esterni erosi dal salmastro e soggetti a frequenti infiltrazioni. Interventi strutturali, poi, per l’istituto d’arte «Stagio Stagi» di Pietrasanta: i 600mila della Fondazione, erogati in tre anni, stanno permettendo di risolvere i problemi delle infiltrazioni, che impedivano l’utilizzo della struttura sportiva. Al momento è stato concluso il primo lotto, riguardante l’impermeabilizzazione e l’isolamento termico della copertura stessa. Lavori che disegnano la mappa ideale di un lungo viaggio attraverso le diverse necessità, le situazioni d’emergenza e quelle di ordinaria amministrazione che gradualmente cancellano la brutta immagine di un’edilizia scolastica vecchia, superata e soprattutto pericolosa. Un viaggio che lentamente si conclude, portando innovazione, sicurezza, pulizia e fruibilità nel mondo della scuola.
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SACRO E PROFANO Le Conversazioni in San Francesco
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acro e Profano. Il tema reso celebre da uno dei più intensi ed enigmatici dipinti di Tiziano ha costituito il filo conduttore delle principali manifestazioni svolte a Lucca nell’autunno del 2015. Un tema, appunto, scelto dalla direzione artistica della biennale d’arte fotografica Photolux e adottato anche dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e dal Comitato Nuovi Eventi per le Conversazioni in San Francesco 2015. La rassegna, capace di replicare il grande successo del suo esordio, ha proposto un percorso affascinante tra arte, letteratura, musica e teatro, che per il secondo anno consecutivo ha trovato anche il supporto della Cassa di Risparmio di Lucca Pisa Livorno/ Gruppo Banco Popolare, sponsor delle serate. Quattro gli eventi che, tra ottobre e novembre, hanno animato la Chiesa di San Francesco, ormai collaudata cornice di queste iniziative, ma soprattutto ambiente ‘denso’ in cui la cultura – in tutte le sue forme – trova spazio per esprimersi e per essere divulgata. È stato Paolo Crepet ad aprire questa seconda edizione con una serata dedicata ai sentimenti, dal titolo Felicità e egoismo. Il celebre psichiatra ha affrontato un accorato monologo, cercando le risposte più articolate ed esaustive ad alcuni dei più banali, ma fondamentali, quesiti che molti di noi si pongono ogni giorno. Di cosa è fatto lo stare insieme di una coppia, di una famiglia? E come l’amore che dovrebbe consacrare una relazione la interrompe? Cosa permette di rompere la sacralità di un amore e precipitare nella profanazione? E come impedirlo? Come prevenirlo? Nel suo intervento Crepet ha dato una sua interpretazione dell’idea moderna di sacroprofano, assegnando agli elementi della quotidianità valori assoluti, piccole e grandi cose, appunto ‘sacre’, che rischiano continuamente di essere violate. Un rischio che viviamo giorno dopo giorno, quando le preoccupazioni e le distrazioni
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Andrea Salani
Confronti su arte, letteratura, teatro e musica nell’autunno culturale di Lucca
fanno sì che vengano dimenticate le priorità, confusi gli obiettivi imposti dalla società con le conquiste individuali e personali a cui aspiriamo. Questione di prospettive. E lo stesso Crepet lo ha ripetuto più volte: «la felicità è spesso una meta e non una stazione di partenza, la felicità è un lavoro e non un dono, qualcosa da fare insieme o da soli, ma che può dare una svolta alla propria vita». Una vera ‘arringa’ quella dello psichiatra torinese, che per un’ora ha cavalcato il palco sostenendo con forza le proprie posizioni, invitando con passione il pubblico alla riflessione e quindi proponendo sempre l’opportunità di mettersi in discussione.
Per il secondo appuntamento, grazie alla collaborazione col Festival Lucca Jazz Donna, è stata proposta una grande serata con una star internazionale. La cantante israeliana Noa si è esibita in una straordinaria cornice di pubblico, all’interno di un evento che prima del concerto l’ha vista conversare con il direttore de La Nazione, Pier Francesco De Robertis, in un dialogo a tutto tondo su musica, cultura e attualità. «La mia storia d’amore con l’Italia – ha raccontato la stessa Noa – è cominciata 24 anni fa, con il mio primo concerto a Catania. Adoro tutto di questo Paese, la bellezza, la cultura, persino il suo caos, la lingua, la natura, questa sensazione di libertà che si respira e l’amicizia che vi circonda e dentro cui mi tuffo». Noa si è poi soffermata sul suo legame con Napoli: «un luogo dell’anima», una città la cui cultura ben si lega, ha spiegato la cantante, con il retaggio musicale ebraico. «Mi sono avvicinata alla canzone napoletana per il quartetto di archi con cui ho lavorato per dieci anni. Grazie a loro ho scoperto la musica napoletana, sono entrata negli angoli e negli anfratti della cultura napoletana». Nel dialogo con De Robertis ovviamente ampia la parentesi sulla delicata situazione israeliana, che, tra dolore e speranza, è sempre presente nei testi di Noa. «Il mio Paese sta vivendo una terza Intifada – ha continuato l’artista – Eppure credo che la situazione sia destinata a peggiorare ancora. Interrompere questo ciclo sarà assai complesso, perché per farlo serve coraggio. Un coraggio, però, che in questo momento storico non vedo. Sono ottimista perché nei giovani israeliani vedo una nuova classe politica e intellettuale che sta crescendo con determinazione e credo che questo porterà al cambiamento. Non so quando questo avverrà. Io ora temo per il futuro mio e della mia famiglia, ma l’unica cosa da fare è andare avanti e sperare». Non affermazioni banali, nessun commento di circostanza, Noa parla della sua terra dilaniata con la stessa intensità e passione che mette nel canto, nel suo essere artista.
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Carica emotiva unita al talento, che tutto il pubblico ha potuto apprezzare nella sua fantastica esibizione. Una voce che viene da lontano, in cui il sound moderno si fonde con una melodia che arriva dalla notte dei tempi, retaggio di una cultura antichissima che Noa riesce ad esprimere proponendo splendide trame in cui gioia, dolore e spiritualità si fondono magicamente. Al fianco della cantante l’inseparabile chitarrista ed autore Gil Dor, partner artistico di una vita, e il trio di Giovanni Tommaso che ha proposto uno straordinario concerto, di fatto l’evento conclusivo di Lucca Jazz Donna, in cui Noa ha esaltato oltre 600 persone con la sua voce cristallina e potente, usata come un vero e proprio strumento. Con padronanza e grazia. A solo una settimana di distanza la Chiesa di San Francesco ha ospitato un altro appuntamento, tutto nel segno della spiritualità. Il 24 ottobre è infatti andato in scena lo spettacolo teatrale Come gli scambi del treno, scritto, diretto e interpretato da Elisabetta Salvatori.
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Una storia toccante, ambientata nella Parigi di inizio Novecento, incentrata sulla figura di Madeleine Delbrêl, una donna del secolo scorso di straordinaria attualità. A diciassette anni questa giovane, originaria di Mussidan, professava un ateismo radicale e profondo, al punto da scrivere: «Dio è morto… viva la morte». Ma la frequentazione con alcuni convinti cattolici e una forte delusione amorosa, con l’ingresso nell’ordine dei domenicani del ragazzo che amava, fanno prendere alla sua esistenza una piega del tutto inaspettata. Madeleine reagisce alla sorte, ponendo la propria vita in una dimensione spirituale, ritrovando la fede, ma restando sempre perfettamente ancorata alla realtà aspra e difficile nella quale viveva. Sì perché Madeleine era una attivissima assistente sociale nella periferia operaia di Parigi, a Ivry-su-Seine, dove condivideva con alcune compagne una vita semplice a continuo contatto con il durissimo mondo che affrontava quotidianamente. La miseria, i con-
trasti tra comunisti e cattolici, la fragilità: tutti elementi che comparvero a poco a poco nelle sue poesie. Già perché Madeleine, la mistica senza visioni appassionata di parole e profondamente calata nel reale, divenne una grande poetessa, grazie a quell’animo sensibile, unico, che Elisabetta Salvatori ha saputo portare in scena, prima ideando e poi interpretando personalmente questa figura, delicata ma forte. Sul palco, insieme al violino e alla chitarra di Matteo Ceramelli, l’attrice-autrice ha ripercorso questa esistenza intensa e drammatica vissuta all’insegna del misticismo, ‘respirando’ tutte le contraddizioni del secolo scorso. Un secolo che, per quel che riguarda la cultura italiana, è stato fortemente segnato dalla figura di Pier Paolo Pasolini. Nel novembre del 2015 ricorrevano i quarant’anni dalla morte di questo genio controverso, e proprio in novembre, PPP è stato ricordato in un grande evento con lo scrittore e giornalista Carlo Lucarelli, ovvero il miglior narratore possibile quando si parla di mistero. «La luce corsara di Pier Paolo Pasolini a quarant’anni dalla morte», questo il titolo della serata, ha così chiuso gli appuntamenti della seconda edizione delle Conversazioni in San Francesco, con un ritratto inedito di un intellettuale corsaro che in ogni suo scritto e in ogni sua opera – dal film Il Vangelo secondo Matteo al romanzo Ragazzi di vita – ha condotto una riflessione profonda sul senso del sacro e del profano, imponendosi come «un grande interprete – ha sostenuto Lucarelli – di quella realtà con cui noi autori di genere facciamo i conti: quella della metà oscura delle cose, degli uomini». Il giallista si è confermato un insuperabile maestro del racconto, un detective particolare, che attraverso il potere della letteratura e la costanza nella ricerca è in grado di realizzare avvincenti ricostruzioni, raccontando la vita, la morte e il ricordo. Un procedimento perfettamente riuscito anche con la vicenda di Pasolini: la storia della sua vita e della sua morte attraverso dettagli e nuove piste, in un affresco comples-
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sivo che ha combinato il rigore del documentario alla poesia del ritratto. Un omaggio speciale, dunque, a uno dei personaggi più significativi del secolo scorso, un intellettuale scomodo, raccontato, attraverso un tessuto di impressioni intime, analisi politiche e ricostruzioni storiche, da un Lucarelli emozionato e particolarmente ispirato, che, tornando a quella notte del 1975, inquadra il delitto in un preciso contesto politico. Ricomporre il puzzle di questo intricato dilemma: un atto dovuto e una nuova occasione per parlare di Pasolini «della sua morte, del suo impegno corsaro e della sua eredità». Grande serata, cui il Comitato Nuovi Eventi ha fatto seguire altri due eventi collaterali in collaborazione con il Circolo del Cinema di Lucca, proponendo la proiezione di uno dei film pasoliniani visivamente più folgoranti, Edipo re, e una serata dedicata alla poesia di Pasolini. Nell’auditorium del Suffragio i suoi versi più intensi hanno preso nuova vita grazie alla magistrale interpretazione di Eros Pagni, uno degli interpreti più intensi e raffinati del teatro italiano, premiato recentemente come migliore attore protagonista nel Sindaco di Rione Sanità, che si è alternato sul palco alle analisi critiche di Gianni Quilici e agli interventi musicali del pianista Fabrizio Datteri e dei Elisa Baciocchi Baroque Ensemble. Un altro autunno dunque nel segno della cultura, declinata in più modi nelle serate del San Francesco che si confermano sempre più appuntamento imprescindibile nel panorama degli eventi di Lucca e del suo territorio.
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LE CONVERSAZIONI IN SAN FRANCESCO
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Paolo Crepet Noa intervistata dal direttore de «La Nazione», Pier Francesco De Robertis Noa Elisabetta Salvatori Carlo Lucarelli foto Alcide
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SACRO E PROFANO
Il tema del Sacro e Profano è uno dei ‘contrasti’ letterari ed artistici più discussi e indagati. Uno dei precedenti più importanti, sicuramente il più celebre, è il dipinto di Tiziano, Amor sacro, amor profano, conservato alla Galleria Borghese di Roma, che ritrae due fanciulle in un contesto campestre, sedute sul bordo di una vasca decorata all’antica. Ancora oggi è forte il dibattito su quale delle due figure rappresenti il sacro e quale il profano, quella riccamente abbigliata o quella seminuda; una testimonianza evidente della difficile interpretazione che, ai nostri tempi come nei secoli passati, si debba dare al significato e alla possibile raffigurazione di questi due poli della spiritualità. PAOLO CREPET
Nato a Torino nel 1951, Paolo Crepet è ormai diventato un opinion leader nell’ambito della psichiatria italiana anche grazie alle sue frequenti ‘incursioni’ in varie trasmissioni televisive e dal 2004 è direttore scientifico della Scuola per Genitori (www.impresafamiglia.it). Scrittore prolifico, ha pubblicato con Feltrinelli e Einaudi, spaziando dalle tematiche della delinquenza giovanile alla disamina delle emozioni umane, dalle questioni legate all’educazione dei figli alle mille maniere in cui l’uomo trova – o crede di trovare – la felicità. NOA
Nasce a Tel Aviv nel 1969, Achinoam Nini, che ha scelto come nome d’arte Noa, «portatrice di pace». Di origini yemenite, si trasferisce con la famiglia a New York, per tornare adolescente in Israele dove termina le scuole e assolve gli obblighi del servizio militare in qualità di ‘sergente cantante’. Si iscrive dun-
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LE CONVERSAZIONI IN SAN FRANCESCO
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que a una scuola di canto in cui incontra Gil Dor, partner musicale di una vita, col quale nel 1994, anche grazie al supporto di Pat Metheny, debutta a livello internazionale con l’album NOA, inizio del suo successo mondiale. Ambasciatrice della FAO e attivista per la pace in Medio Oriente, vanta anche una collaborazione col Solis per interpretare brani della tradizione napoletana nell’album Noapolis. ELISABETTA SALVATORI
Attrice autrice e regista, Elisabetta Salvatori nasce in Versilia e scopre il teatro per poter comunicare, iniziando dalle favole e quindi avvicinandosi alla narrazione per adulti. Arrivano dunque racconti, quelli dedicati alla sua terra: storie vere, raccolte incontrando anime, luoghi e tradizioni con la curiosità di chi sa scoprire episodi rimasti nascosti, ne documenta l’origine con cuore e precisione, per poi riportarle alla luce e riconsegnarle al pubblico con la cura e la passione di una restauratrice. CARLO LUCARELLI
Nato a Parma nel 1960, Carlo Lucarelli è scrittore, sceneggiatore, autore e conduttore televisivo. Dal 1990 ad oggi ha pubblicato oltre 20 romanzi, diversi saggi e raccolte di racconti. Tra i suoi libri più celebri, merita citare Misteri d’Italia – I casi di Blu Notte, Nuovi misteri d’Italia, La mattanza, Piazza Fontana, G8 Cronaca di una battaglia, Storie di bande criminali, di mafie e di persone oneste. Per la RAI è stato autore e conduttore del programma Mistero in Blu (1998), Blu Notte, in seguito Blu Notte misteri italiani e Lucarelli racconta in cui ricostruiva la storia del nostro paese attraverso i suoi misteri insoluti. Nel 2015 ha pubblicato per Rizzoli il suo ultimo libro, PPP. Pasolini, un segreto italiano.
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Un piccolo grande miracolo chiamato Photolux Festival
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uando una città cambia volto e aspetto, si sa, è stato compiuto un piccolo miracolo. Quando a far cambiare il volto di una città è una manifestazione, il miracolo è ancora più grande: lo sforzo di decine di persone, l’idea giusta, la realizzazione puntuale ed efficace, il pubblico che invade le strade e il gioco è fatto. Sembra facile, un pensiero da poco, ma non è così. Lo sanno bene gli organizzatori di Photolux Festival, la biennale internazionale di fotografia, che a Lucca, tra novembre e dicembre, hanno compiuto un piccolo miracolo culturale: per oltre un mese, infatti, la città ha ospitato decine e decine di fotografie sul tema «Sacro e Profano». L’evento, pensato e realizzato da Enrico Stefanelli, e allestito per larghissima parte grazie al contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, che ha inserito il festival negli eventi di punta della programmazione culturale cittadina, proietta la città in una dimensione più alta rispetto ai classici appuntamenti che scandiscono il ritmo delle stagioni lucchesi. Una città che, solo apparentemente, sembra dormire un placido sonno dei giusti, ma che in realtà ribolle e brulica di idee, di creatività e di voglia di guadagnarsi il proprio posto sulla scena nazionale. Una città, dicevamo, che è stata teatro di incontri, mostre, eventi collaterali, workshop e presentazioni di livello altissimo: un vortice che, per un mese almeno, ha regalato a Lucca quel profumo di internazionalità, quell’essere al passo con centri ben più grandi e più abituati alla mondanità, insomma, quell’appeal che meriterebbe sempre. Per raccontare la storia di Photolux è necessario però fare un passo indietro. Almeno a due anni fa, quando venne scelto il tema e quindi il titolo della biennale internazionale che si sarebbe tenuta a Lucca dal 20 novembre al 13 dicembre 2015: «Sacro e Profano». Quasi una vaticinazione del clima di perplessità, diffidenza e paura generato con gli attentati di Parigi; quasi una risposta a quel bisogno di capire, approfondire e indagare,
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Sara Berchiolli
Record di numeri per l’edizione 2015 della manifestazione: 29 mostre, 100 ospiti, 12 sedi espositive, 40 incontri, tra workshop, letture portfolio e talk, per un totale di 7.800 biglietti staccati e più di 12mila presenze complessive
fornita attraverso un percorso a ritroso fino all’origine di ciò che siamo, di ciò che culturalmente da sempre ci appartiene. Un tema che si presta ottimamente ad essere interpretato con le immagini: contrasti, contraddizioni, scene di una vita quotidiana così radicalmente diversa da quella a cui siamo abituati, che lasciano solo l’imbarazzo della scelta sulle mostre da seguire e adottare per tutto il tempo della loro permanenza in città. Due anni, quindi, di lavoro attento, di cooperazione e di collaborazioni che lentamente si stringono intorno ad unico obiettivo: portare a Lucca il meglio della fotografia internazionale, per farne capitale e punto di riferimento. Photolux è molto più di un festival: si presenta come progetto culturale in divenire, laboratorio di produzione di mostre inedite, nuove sia nell’allestimento che nel contenuto, centro di ricerca e proposta per giovani talenti, luogo nevralgico in cui unire e sviluppare rapporti di grande prestigio. In questo contesto si inserisce la partnership con Leica, storico produttore di macchine fotografiche, e la nascita del Leica Oskar Barnack Award, l’importante premio, rivolto a fotografi professionisti, che annualmente fa tappa a Lucca. Non meno importante è l’alleanza con la Manuel Rivera Ortiz Foundation, associazione internazionale che chiama a raccolta fotografi emergenti impegnati a documentare il mondo che cambia, le sue divergenze e diversità e la necessità di un pianeta migliore. Anche in questo caso l’appuntamento si ripete ogni anno, portando in città i progetti premiati. Ultimo, ma non certo per importanza, è l’impegno contratto con il World Press Photo, il più grande concorso di fotogiornalismo mondiale. Nel 2015, anno della biennale, sono state 29 le mostre installate nei principali palazzi e luoghi espositivi della città. Ventinove modi diversi di intendere il sacro e profano, tra passato e presente, tra diversità e reinterpretazioni, che a volte hanno fatto molto discutere. Bettina Rheims, per esempio: fotografa di moda, eclettica artista che è riuscita con la sua potenza a domare Ma-
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foto Massimo Tordini
UN PICCOLO GRANDE MIRACOLO CHIAMATO PHOTOLUX FESTIVAL
1. Visita guidata alla mostra di Witkin a Villa Bottini 2. Le mostre in esposizione nell'ex Cavallerizza 3. Un inquadratura del World Press Photo, allestito nella Chiesa dei Servi foto Pietro Viti
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2 foto Niccolò Bacchini
donna, ha riletto le tappe della vita di Cristo. Un progetto unico, limpido e d’impatto che proietta lo spettatore in un set cinematografico: apostoli che sembrano modelli, un’ultima cena che richiama alla mente le atmosfere di Jesus Christ Superstar e un Ecce Domina, la crocefissione di una donna, vicino a una croce vuota e a un Gesù morente tradizionale, come a dire che su quella croce non c’era solo l’uomo, ma l’umanità intera. O Andrés Serrano, controverso e discusso che propone con dissacrante sincerità la sua personale visione della religione. L’edizione 2015 di Photolux ha visto protagonista anche l’ex-Cavallerizza, illuminata dai colori della bandiera francese: qui, tra le altre mostre, hanno trovato spazio anche le storie e le vite dei musulmani francesi, come sono cambiate, come si sono adattati e hanno ricercato un’integrazione che sembrava perduta dopo la strage di Charlie Ebdo. Ma ancora, il tema della creazione e di come il sacro e il divino possano essere presenti in ogni angolo della natura, negli scatti delicati e sognanti di Ernst Haas, presente a Palazzo Ducale; o la dirompente morbosità di Joel Peter Witkin, ospite d’onore del festival, che tra cadaveri, mostri e freaks ridona dignità agli scherzi del Cielo. Moltissimi anche gli incontri aperti al pubblico, dove tra Oliviero Toscani, Gianni Berengo Gardin e Aurelio Amendola, in mostra al Photolux Festival 2015 con una commovente mostra sulla Basilica di San Pietro in Vaticano – solo per citarne alcuni – la fotografia è stata studiata, analizzata, raccontata e vivisezionata in ogni inquadratura. Quella del 2015 è stata l’edizione dei record, che ha consacrato il Photolux Festival tra le più importanti manifestazioni di fotografia del panorama nazionale e internazionale e, sicuramente, nell’olimpo degli appuntamenti più rilevanti di Lucca. Con i suoi 7mila 800 biglietti staccati, infatti, la Biennale internazionale di fotografia ha superato tutte le aspettative, segnando una svolta nel futuro della manifestazione, ormai diventata un vero e proprio punto di riferimento per la città sotto vari punti di
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foto Marco Cagnacci
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foto Naima Savioli
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vista: culturale, turistico ed economico. Difficile, invece, contare con esattezza il numero complessivo dei visitatori, che hanno potuto godere di alcune delle mostre a ingresso libero e partecipare a incontri, approfondimenti, workshop, letture portfolio ed eventi collaterali, sfiorando il tetto delle 12mila presenze: lucchesi, sì, ma anche e soprattutto professionisti e appassionati che hanno scelto di fermarsi a Lucca proprio nei giorni del Festival, arrivando principalmente dal Nord e Centro Italia e anche dall’estero. «Rispetto al 2013 – ha spiegato Enrico Stefanelli – il Festival ha registrato un aumento vertiginoso dei visitatori e di questo possiamo solo essere contenti. Devo dire che l’edizione del 2015 ha segnato una svolta reale, concreta: sia per quanto riguarda il livello espositivo proposto, ancora più articolato e curato delle edizioni precedenti, sia per i rapporti con le istituzioni della città. Soprattutto quest’ultimo aspetto mi fa ben sperare per il futuro: per offrire manifestazioni di qualità è necessario creare sinergie fra enti, il loro sostegno è fondamentale, ingrediente indispensabile per fare bene, programmare e gettare le basi per fare ancora meglio nei prossimi anni». LE ANTICIPAZIONI A grandi linee, è già definito il programma di Photolux 2016, anno in cui il festival ospita i tre prestigiosi premi internazionali. Primo su tutti il già citato World Press Photo al quale hanno partecipato 5.775 fotografi: in mostra anche lo scatto vincitore di Warren Richardson, l’immagine toccante, realizzata a Röske, in Ungheria, al confine con la Serbia, il 28 agosto del 2015. S’intitola Hope for new life, mostra un uomo che fa passare un bimbo attraverso il filo spinato, ed è stata scelta per illustrare la situazione drammatica dei migranti che nel 2015 si è imposta sull’attualità.
«A Lucca avremo anche altre due mostre importanti – commenta il direttore artistico: tornano i vincitori del Leica Oskar Barnack Award, che ogni anno premia un fotografo 5
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UN PICCOLO GRANDE MIRACOLO CHIAMATO PHOTOLUX FESTIVAL
La mostra di Serrano nei locali dell’ex Cavallerizza Esposizioni a Palazzo Guinigi Premiazione del concorso Sunday Photographers, curato dal quotidiano «La Stampa» La mostra I.N.R.I. di Bettina Rheims al Palazzo delle Esposizioni Le mostre di Palazzo Ducale
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foto Naima Savioli
foto Marco Cagnacci
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professionista e un fotografo emergente per i migliori progetti che indagano il rapporto tra l’uomo e l’ambiente. Con soddisfazione, prosegue anche la collaborazione con la Manuel Rivera-Ortiz Foundation, che presenterà la mostra del progetto vincitore del 2016, dedicato ai fotografi documentari che indagano temi come la guerra, la povertà, la malattia, lo sfruttamento incontrollato di persone e risorse. Oltre alle mostre, sono previsti nei fine settimana talk di approfondimento e presentazioni di libri, workshop e letture portfolio».
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Segretissima, invece, l’edizione della biennale del 2017. Per ora, infatti, è stato rivelato solo il tema: il Mediterraneo. Il Mare Nostrum sarà raccontato attraverso le storie, le tradizioni, le vicende più attuali e i lavori degli autori contemporanei che vivono e lavorano sul Grande Mare.
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foto Lucio Ghilardi
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SUL TERRITORIO Il mondo sotterraneo delle Mura di Lucca
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restauri delle Mura di Lucca procedono speditamente rispettando la serrata tabella di marcia pianificata, frutto del protocollo d’intesa fra Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, Regione Toscana, Comune di Lucca e Ministero dei Beni culturali. Il più grande, veloce e inedito sistema di cantieri edili di restauro coordinati che Lucca abbia mai visto in azione, con l’avvio dei nuovi lotti nel primo trimestre del 2016, supera abbondantemente la metà degli interventi previsti e volge il progetto pluriennale verso la fase conclusiva. Quasi completato il restauro al paramento esterno delle Mura su un perimetro che supera i 7,5 chilometri lineari di lunghezza. Conclusi e inaugurati i lavori ai sotterranei dei baluardi San Martino, Santa Croce e San Paolino. Avviati i cantieri di riduzione dell’asfalto e rifacimento impianti illuminanti fra Porta San Donato nuova e Porta Santa Maria, quelli per il restauro di Porta San Donato nuova e della casermetta San Regolo, in programma anche la partenza del cantiere di riqualificazione di Porta San Iacopo. La Fondazione ha infine stanziato un ulteriore finanziamento di 1 milione e 530mila euro per consentire il completamento dell’impresa con la riduzione asfalto nel quarto e ultimo lotto (fra Porta San Donato nuova e Porta San Pietro) e per l’integrazione degli impianti della casermetta San Regolo. L’impegno finanziario pluriennale della Fondazione per le Mura sale così a 12,680 milioni di euro complessivi, una cifra che assieme ai fondi di Regione Toscana e Mibact porterà a breve a compimento l’ambizioso progetto.
A SPASSO NEL TEMPO FRA GALLERIE E SOTTERRANEI DELLE MURA DI LUCCA
I sotterranei delle Mura hanno carpito l’immaginazione di intere generazioni di bambini e ragazzi lucchesi che hanno fantasticato sui misteri e sulle avventure vissute da quelle antiche strutture inaccessibili, spiate più volte dalle rugginose cancellate sprangate, oppure osservate dall’alto dei parapetti delle Mura, infilando lo sguardo dentro l’oscurità sempre più fitta dei pozzi di areazione e delle volte
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Iacopo Lazzareschi Cervelli
Il monumento simbolo della città, quasi del tutto restaurato grazie al protocollo d’intesa fra Fondazione Crl, Regione Toscana, Comune di Lucca e Mibact, svela un sistema complesso invisibile ai più, fatto di collegamenti nascosti, sottopassaggi, cripte e terrapieni
delle piazze d’armi con l’intento di riuscire a intravedere qualcosa. Quanto erano grandi ed estese? Dove conducevano, cosa collegavano. Aperte solo molto di rado, utilizzate come magazzini o semplicemente inagibili, il mistero delle gallerie ha alimentato, fra combriccole di amici e compagni di classe delle scuole elementari, discussioni, supposizioni e illazioni incontrollabili. Alla fine, per quasi tutti è stata inevitabile una spedizione esplorativa, intrufolandosi attraverso il cancello divelto di una sortita abbandonata, muniti di una debole torcia utile a illuminare i passi incerti. Ma quasi sempre un rumore inaspettato, un pipistrello o il gracchiare di una grossa cornacchia metteva fine all’avventura con una precipitosa fuga. Il proposito di rendere fruibili i sotterranei è stato raccolto da molti amministratori, a partire da Giovanni Martinelli, il sindaco di Lucca che già dagli anni Sessanta del secolo scorso riaprì gli ambienti monumentali per ospitarvi nel periodo estivo, concerti e manifestazioni culturali. Difficoltà tecniche, dovute all’umidità, all’illuminazione, alla presenza di zone allagate o interrate hanno rallentato o interrotto questo processo che è stato importante, non solo per la visibilità di architetture suggestive, ma anche per creare un nuovo reticolo secondario pedonale e ciclabile di accesso al centro storico attraverso gli spalti e le sortite; un’operazione che ha contribuito a reinventare e rivitalizzare molte zone del monumento e della città. I sotterranei delle Mura costituiscono il cuore dei baluardi delle cortine difensive rinascimentali. Le grandi gallerie articolate all’interno dei terrapieni collegavano il piano stradale interno alla città con varie piazze d’armi e relative cannoniere, permettevano ai soldati di passare velocemente da una parte all’altra del fortilizio, scendere o salire ai parapetti della fortificazione, trovare un riparo nel clima avverso dell’inverno. Le strette e alte gallerie delle sortite, in caso di assedio, se il nemico si fosse avvicinato troppo alle cortine, per-
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mettevano a fanterie e cavalleria di uscire dalle parti più protette dai tiri dell’artiglieria nemica, sotto gli orecchioni dei baluardi, per affrontare l’esercito avversario direttamente sugli spalti. Nei grandi ambienti a volta, quando non erano collocate nelle cannoniere, trovavano posto le artiglierie e le munizioni con le pesanti palle da bombarda e da cannone. Inoltre c’erano i cavalli e i muli che venivano utilizzati per muovere i pesanti affusti e si abbeveravano in apposite vasche collegate ai pozzi. Nelle parti più interne si trovava la polveriera dove erano custodite le riserve di polvere da sparo con tutte le questioni connesse alla sua conservazione, dovendo far attenzione a non inumidirla o bagnarla ma anche a non farla esplodere accidentalmente, in un mondo dove la fiamma viva di torce, lucerne e candele era l’unico modo per illuminare l’oscurità. L’attività sui baluardi si intensificava con l’arrivo del buio: tutti i giorni a una certa ora della notte i soldati dovevano essere già al proprio
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posto sul parapetto dei baluardi, gli undici commissari dei baluardi in quel momento erano già rientrati dal Palazzo degli Anziani dove avevano ritirato la nuova parola d’ordine valida per quella notte e organizzavano i turni di guardia che sarebbero stati comunicati ai soldati solo all’ultimo momento. Il commissario non poteva più abbandonare il baluardo fino alla riapertura delle porte la mattina successiva, pena l’esilio per cinque anni. Se durante la notte avesse permesso l’ingresso di un cittadino estraneo, la pena sarebbe stata la tortura con due ‘tratti di corda’, appeso cioè per i polsi legati dietro la schiena e, dopo essere stato issato con un argano su uno degli anelli che si vedono pendere dalle volte, lasciato cadere più volte in modo da slogare e provocare gravi strappi alla muscolatura. L’esclusione perpetua da tutti gli uffici pubblici, dopo un trattamento del genere, certamente passava in secondo piano. Se l’estraneo fatto entrare sul baluardo fosse stato forestiero, il commissario pagava con la vita. Questo ufficiale doveva controllare inoltre che nessuno seminasse o coltivasse piante sul terreno del fortilizio, possibilità non così remota all’epoca. Ai soldati invece spettava anche l’incombenza di vigilare che nessuno portasse animali al pascolo sugli spalti o sui terrapieni. I connestabili e i bombardieri si trovavano in grado gerarchico subito sotto il commissario del baluardo: ai primi era demandato il controllo dell’efficienza dei soldati e la regolarità dei turni di cui dovevano garantire personalmente lo svolgimento e la qualità del servizio; i secondi (tre per ogni baluardo) erano i responsabili della cura e della manutenzione dei cannoni, delle bombarde e delle munizioni che dovevano essere sempre pronte all’uso: per questo motivo, ogni corpo di guardia doveva custodire gelosamente almeno una lampada accesa da cui trarre il fuoco da appiccare alle micce in caso di necessità di sparo dei cannoni. I baluardi durante la notte dovevano rispondere alla ‘chiama’ fatta con rintocchi di campana ogni quarto d’ora dalla torre di Palazzo e dall’antica Porta San Ger-
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1. 2. 3. 4.
Baluardo San Martino, sala centrale ASLu, Differenze di confini, 576, n. 51 ASLu, Fortificazioni della citta e dello stato, 42, n. 69. Baluardo San Paolino ASLu, Fortificazioni della citta e dello stato, 42, n. 69. Baluardo Santa Croce
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vasio. Questo continuo scampanio notturno non infastidiva i cittadini, anzi era il messaggio conclamato che tutto andava bene e che la città poteva dormire tranquilla. Inoltre, la truppa del baluardo doveva scambiare la parola d’ordine e farsi ispezionare a richiesta dalle due ronde, l’una militare l’altra civile, o dalle cosiddette ‘mostre’, un gruppo armato che si alternava nella notte per controllare che tutto si svolgesse regolarmente. Le ronde potevano in qualsiasi momento chiedere di entrare sui baluardi, controllare la disposizione dei soldati e scendere nelle piazze d’armi e nei sotterranei per verificare tutto ciò che ritenevano necessario. Se la ronda militare ci sembra un aspetto scontato, non altrettanto era quella civile. Ogni sera il Gonfaloniere provvedeva a estrarre a sorte tre nomi di altrettanti cittadini maschi fra i 20 e i 55 anni che avrebbero dovuto svolgere l’ufficio per la notte. Nessuno si poteva sottrarre a questo impegno se estratto, neppure coloro che erano esentati dal servizio militare. Il cittadino di ronda poteva farsi accompagnare da due
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persone ed era autorizzato a uscire di casa armato. Nel suo percorso doveva dimostrare di aver ispezionato almeno un baluardo. A questa serie di prescrizioni e compiti precisi sappiamo da molte testimonianze che non corrispondeva un altrettanto solerte vigilanza effettiva. Lunghe stagioni passate a svolgere le stesse mansioni senza il materializzarsi di un pericolo effettivo, le paghe scarse dei soldati che svolgevano spesso quel compito come seconda occupazione, avevano limitato notevolmente l’efficienza della macchina militare anche se, nell’opinione generale, tutti pensavano che l’arrivo di un esercito nemico sarebbe stato annunciato dall’allarme degli abitanti del contado e ci sarebbe stato il tempo sufficiente per organizzare la difesa. Sebbene le porte e le saracinesche venissero diligentemente e solertemente serrate con tutte le procedure al tramonto, i soldati di sentinella a sera si presentavano spesso stanchi e mal equipaggiati, le ronde cercavano di terminare il loro itinerario nel modo più veloce
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possibile, per non parlare dell’inverno, quando la guardia della controscarpa non svolgeva servizio e i punti più scomodi da vigilare erano disertati soprattutto quando imperversava il maltempo. Molte relazioni negative sulla vigilanza e l’organizzazione militare delle Mura furono redatte e consegnate in più epoche al Governo, senza che mai si giungesse a dei provvedimenti risolutivi per migliorare la situazione. Le Mura svolsero comunque nei secoli il loro compito iniziale, essere un grande elemento dissuasivo per i possibili nemici della Repubblica. I sotterranei fortunatamente non videro mai la concitazione frenetica della difesa da un assedio di un vero e grande esercito in battaglia: le Mura, d’altronde, erano un monumentale complesso da far vedere ai forestieri perché ne narrassero possanza in giro per l’Italia e per l’Europa. Le artiglierie manutenute e conservate in massima efficienza furono utilizzate soprattutto per le gazzarre, spari a salve, in occasione delle festività più impor-
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5. ASLu, Fortificazioni della citta e dello stato, 42, n. 20. Baluardo San Martino 6. ASLu, Fortificazioni della citta e dello stato, 42, n. 75. Le mura medievali con la porta San Donato e i torrioni Santa Croce e San Paolino 7. Giovanni Domenico Lombardi, Miracolo di San Paolino, 1730-1740 ca (P. Betti, 2003) 8-10. Chiesa dei Santi Paolino e Donato, Filippo Gherardi Il miracolo di San Paolino, particolari
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tanti della Repubblica, quando i boati esplosi dalle bocche del centinaio di cannoni dei baluardi erano uditi in tutto il piccolo Stato. Fu proprio in una di queste occasioni, il 12 luglio del 1664, giorno di San Paolino, che uno dei cannoni della piazza d’armi settentrionale del baluardo San Donato rimasto caricato per sbaglio a pallettoni, invece che a salve, fu fatto sparare sulla folla di fedeli che entrava da Porta San Donato nuova. I malcapitati investiti dalla sventagliata di proiettili se la cavarono con qualche bruciatura sui vestiti, ma incredibilmente non ci furono né morti né feriti e l’accaduto fu considerato un miracolo del Santo patrono. Così una lapide commemorativa fu affissa a spese del Governo sopra il portale maggiore della chiesa dei Santi Paolino e Donato in ricordo dell’evento singolare.
rono alla furia delle acque di devastare il centro storico, anche se i punti più bassi si allagarono ugualmente. Nei giorni successivi Elisa Baciocchi per accedere alla città fu costretta a farsi issare sulla sommità della cortina dalla barca che l’aveva trasportata fin lì. Per alcune settimane Lucca rimase un’isola nel mezzo di un lago. Il secondo assedio avvenne poco più di un anno dopo, nell’ambito delle iniziative ordite da Lord William Bentinck per far sollevare l’Italia centro-settentrionale contro i francesi utilizzando tre battaglioni di italiani (Italian Levy) appositamente creati. Nel novembre del 1813 Carlo Catinelli progettò e ottenne il comando per compiere un’incursione in Toscana e tentare di far sollevare Lucca e Pontremoli. Il 29 novembre mille uomini si
lucchese e gettò l’ancora ad appena due miglia da Viareggio. La mattina successiva i mille al comando di Catinelli sbarcarono con trenta scialuppe. Il Principato era sguarnito di truppe, nessuno cercò di contrastare lo sbarco, mentre il forte di Viareggio si arrese nel pomeriggio. Ottocento uomini si misero così in marcia per Lucca che fu raggiunta a sera. La principessa Elisa era a Firenze, il Consiglio di Stato dispose la chiusura delle porte, i 150 soldati restati in città erano in armi e i pochi pezzi d’artiglieria presenti, raggruppati in difesa della Porta San Donato assediata. Tuttavia non c’era una profonda convinzione di opporre resistenza a quella truppa ben preparata e audace, si temevano maggiormente gli effetti di una rappresaglia se si fosse giunti allo scontro armato. Gli
imbarcarono a Palermo e nei giorni seguenti si formò la squadra navale diretta in Toscana formata da tre vascelli da 74 cannoni ciascuno, America, Edinbourg, Armada, e dalla fregata da 38 cannoni Imperieuse, da quelle da 32 Furieruse, Mermaid e dal ‘brig’ Termagant da 18 cannoni. La rispettabile squadra di sette navi nel pomeriggio del 9 dicembre si manifestò minacciosa al largo della costa
anglo-italiani fecero da prima squillare una tromba davanti alla porta. Alla mancanza di una risposta dagli assedianti spararono un colpo di cannone a salve con uno dei due pezzi da sei libbre di cui disponevano. Poi, come terzo e forse ultimo avviso, spararono un colpo con proiettile che forò la porta. A questo punto dalla città fu fatto intendere che si poteva parlamentare. Fu stabilito di acco-
I lunghi anni di ordinaria e ripetitiva routine furono rotti solo dalle guerre napoleoniche in Italia. Dopo aver posto fine all’antica Repubblica lucchese nel luglio 1799 – dopo la battaglia della Trebbia – i francesi si ritirarono e Lucca fu occupata dagli Austriaci. Il generale Johann von Klenau ordinò la requisizione di tutte le artiglierie delle Mura con la scusa di impegnarle contro i «comuni nemici». Nel mese di agosto i cannoni furono tolti dalle piazze d’armi e dai sotterranei del monumento e spediti in un lungo convoglio a Mantova, assieme a tutta l’armeria storica del Palazzo degli Anziani; con grande rammarico dei Lucchesi, non furono mai più restituiti. L’inventario dettagliato delle artiglierie sottratte contava 58 cannoni grossi, 47 più piccoli, 13 mortai a bombe per un totale di 116 pezzi. Negli ultimi anni dell’Impero napoleonico le Mura rinascimentali ormai completamente sguarnite di munizioni affrontarono gli unici singolari assedi di tutta la loro secolare storia. Il primo avvenne il 18 novembre del 1812 quando, dopo 36 ore ininterrotte di pioggia, il Serchio ruppe gli argini al ponte di Monte San Quirico rovesciando un devastante flusso di piena verso la città. Tamponate le porte e i canali con sacchi di sabbia, le Mura impedi-
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gliere in città la truppa a patto che non sarebbe stata attaccata la sovranità né i beni dei principi. Gli uomini di Catinelli furono fatti entrare da Porta Santa Maria e secondo i resoconti, si acquartierarono su tre baluardi prendendo il controllo delle porte. Ben presto Catinelli si rese conto però che la bandiera con la scritta «Indipendenza d’Italia» non scaldava i cuori dei Lucchesi; nessuno intendeva organizzare sommosse contro i francesi né accettare le armi offerte per questo fine. Così, dopo appena 28 ore, avuta notizia che le truppe francesi si stavano radunando a Pisa, temendo di essere tagliato fuori dal collegamento con le navi, il contingente abbandonò Lucca per rientrare a Viareggio dove ebbe tempo per prepararsi ad affrontare i nemici: ebbe la meglio, tanto da riuscire a imbarcarsi praticamente intatto sulle navi e compiere un secondo sbarco il 13 dicembre a Livorno, mentre Elisa Baciocchi ritornava a Lucca. La principessa furiosa con i propri consiglieri che avevano permesso l’ingresso dei nemici, era particolarmente inferocita con i soldati, passati in rassegna in piazza Napoleone e accusati apertamente di viltà per non aver combattuto. Elisa trovò infine un capro espiatorio nel comandante della piazza di Viareggio, Ippolito Zibibbi e dispose che fosse imprigionato, processato proponendone la fucilazione. Pena poi commutata in carcere a vita a Piombino. Questo fu l’unico ed estremo evento militare affrontato dalle Mura di Lucca. Nel febbraio del 1814 l’ingresso delle truppe napoletane in Toscana segnò il tramonto del governo napoleonico, Elisa si ritirò a Lucca sperando di poter conservare almeno il principato, ma il 14 marzo accolse velocemente il brusco suggerimento che Lord Bentinck, sbarcato di nuovo a Livorno, le rivolse attraverso il diplomatico Girolamo Lucchesini: «dite a quella signora che se non se ne va entro ventiquattro ore la catturo».
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11. Baluardo San Martino, sortita est 12-13. Baluardo Santa Croce 14-16. Baluardo San Paolino
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SOTTERRANEI LUMINOSI: IL RECUPERO DEGLI SPAZI MONUMENTALI INTERNI ALLE MURA DI LUCCA
I tre sotterranei restaurati e riaperti grazie al protocollo fra Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, Regione Toscana e Soprintendenza sono quelli più antichi e maestosi del sistema difensivo lucchese, perché parte interna dei torrioni a pianta semicircolare, eretti fra il 1516 ed il 1525, nella prima fase della ricostruzione dell’ultima cinta muraria e pensati per rafforzare le mura medievali che circondavano all’epoca la città. Queste imponenti strutture furono poi inglobate nei baluardi più moderni ma i loro spazi interni furono riutilizzati. Entrare in queste vaste architetture significa vedere e comprendere le successive ricostruzioni e ammodernamenti delle Mura, da quelle duecentesche e trecentesche fino alle fortificazioni che resero Lucca una delle città meglio difese d’Europa. IL BASTARDO Il torrione semicircolare del Ba-
stardo, chiamato così proprio perché mezzo torrione, non un torrione completo (maschio), è la struttura meglio conservata della fase 1516-1525. Fu addossato alle mura trecentesche in mattoni che correvano con andamento molto irregolare, circondando i quartieri dell’ingrandimento urbanistico orientale della città. A differenza di quelle duecentesche in arenaria con torrette semicircolari, le mura trecentesche dei borghi erano rafforzate da torrette a base rettangolare. Il Bastardo racchiude una vasta sala con pilastro centrale, coperta con quattro volte a crociera provviste di grandi oculi. Sui lati sono ancora visibili le quattro piccole cannoniere cinquecentesche inferiori, tappate in seguito alla realizzazione del terrapieno delle nuove Mura fra il 1590 e il 1612. Mentre la casermetta edificata sopra la grande galleria di accesso fu riutilizzata come alloggio per il boia in periodo borbonico, il sotterraneo nella seconda metà del XIX secolo divenne una grande stalla per i cavalli malati dei reggimenti militari presenti a Lucca, riuniti qui in una sorta di ‘ospedale’ per evitare epidemie e recuperare quelli in grado di guarire.
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Questi sotterranei sono tornati a svolgere funzione di collegamento fra via Buiamonti, piazza Santa Maria e viale Marti (viali della Circonvallazione) attraverso la sortita est del baluardo. L’accesso sotto il loggiato della casermetta immette nell’antica sala centrale del torrione cinquecentesco, la cui struttura è ben visibile anche nella parte superiore del baluardo, dove si conservano sette cannoniere disposte a raggiera. Nel raccordo fra la galleria d’ingresso e la sala del torrione cinquecentesco, sostenuta da due potenti pilastri, sono riconoscibili i resti delle mura trecentesche dei borghi e le fondamenta di una torretta esagonale che raccordava due tratti di mura. Quando il fortilizio semicircolare fu inglobato nell’attuale baluardo (1592-1595), la sala centrale fu collegata alle nuove piazze d’armi inferiori tramite l’allargamento di due delle quattro cannoniere inferiori del torrione.
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Questo baluardo ha subito negli ultimi due secoli le maggiori alterazioni rispetto alla struttura originaria. Per fare spazio al viale ellittico ornato originariamente da platani, negli anni Quaranta dell’Ottocento si demolirono e interrarono le piazze d’armi di cui si intravedono i resti solo esternamente. In mezzo all’aiuola centrale fu posta nel 1843 la sfortunata statua del ‘Carlaccio’, ossia di Carlo III di Borbone re di Spagna, nonno della duchessa di Lucca Maria Luisa. La statua il cui soprannome dichiarava tutto il poco favore suscitato nei Lucchesi, ebbe una storia assai tormentata. Pensata originariamente come statua ciclopica di Napoleone da porsi nella piazza omonima, davanti al palazzo dei principi, era stata commissionata nel 1812, in dimensioni molto più modeste, allo scultore Leopoldo Vannelli. Dopo la caduta dell’Impero, lo sfortunato ‘Napoleone marmoreo’ rimase incompiuto nello studio dell’artista a Carrara e visto che nessuno lo reclamava, nessuno era interessato a comprarne e riutilizzarne il marmo semilavorato e soprattutto nessuno pagava il lavoro fatto, lo scultore pensò di trasformarla in Carlo IL BALUARDO SAN PAOLINO
III, con la benevola approvazione della duchessa. La nuova statua rilavorata fu inaugurata davanti a Palazzo Ducale il 24 agosto del 1822, ma già a ottobre il Gonfaloniere si era premurato di approvare una delibera in cui si stabiliva, dopo appena sei anni di regno, di celebrare le benemerenze straordinarie della duchessa Maria Luisa con un nuovo monumento marmoreo. Il Carlaccio restò al suo posto fino al 1843, quando fu sostituito con la nuova e più riuscita opera di Lorenzo Bartolini, quindi, dopo un osteggiatissimo tentativo di collocarlo davanti al Palazzo Bernardini fu relegato sul periferico baluardo San Paolino. Nel 1934 nel centro del baluardo fu innalzato un altare circondato da un colonnato neodorico, opera dello scultore Francesco Petroni. Si trattava del monumento ai martiri della rivoluzione fascista. Il Carlaccio fu di nuovo spostato trovando pace definitiva nel cortile del nuovo museo civico di Villa Guinigi. Con l’avvento della Repubblica Italiana l’aspetto del baluardo mutò di nuovo, il cimelio del ventennio fu prontamente smontato, i marmi accatastati fuori dal cimitero comunale furono poi venduti. Nel 1954 lo spazio vuoto fu riempito con una nuova impegnativa committenza pubblica affidata ancora allo scultore Petroni: il monumento bronzeo al musicista Alfredo Catalani realizzato in occasione del centenario dalla nascita. Il modello di gesso a grandezza naturale del medesimo monumento è ancora conservato nel castello di Porta San Donato nuova che fu in quegli anni lo studio e laboratorio dello scultore lucchese. Mentre l’esterno del baluardo San Paolino ha subito tutti questi cambiamenti, i sotterranei dopo i restauri, svolgono la funzione di collegamento fra via del Pallone e il viale Carducci (circonvallazione) tramite un nuovo ponticello che supera il fossato degli spalti. Anche in questo caso la galleria che si apre sotto la casermetta conduce nel salone a volte dell’antico torrione circolare cinquecentesco inglobato fra il 1594 ed il 1642 nel nuovo fortilizio. Una galleria ricavata allargando una delle vecchie cannoniere del torrione immette in quello che resta degli ambienti della piazza
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foto Lucio Ghilardi
17. Baluardo San Paolino, galleria di accesso
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d’armi inferiore sud dove si osserva un funzionale pozzo incassato nelle murature e dotato di una vasca per abbeverare i cavalli. IL BALUARDO SANTA CROCE L’ultimo sotter-
raneo riaperto è quello senza dubbio più spettacolare dal punto di vista storico e architettonico: le gallerie interne mostrano infatti in modo molto chiaro l’angolo nord ovest delle fortificazioni di Lucca nella sua evoluzione attraverso più di quattro secoli. La lunga galleria di accesso che si apre sotto il loggiato della casermetta su via delle Conce conduce nel centro del torrione della fase 1516-1525 dove il visitatore passeggia sulle fondamenta semicircolari della torretta cilindrica medievale; ai lati, due grandi elevati delle mura duecentesche della città che in questo punto si incontravano ad angolo retto e che sono ben riconoscibili per l’ordinata muratura di grosse pietre squadrate su filari regolari. Il percorso prosegue a destra, nella galleria ricoperta di
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concrezione calcaree e con acqua stillante quasi tutto l’anno, come ci trovassimo in una caverna naturale sotto una montagna. La piazza d’armi inferiore orientale si apre con due ampie volte a botte sovrastate dal camminamento di ronda del livello superiore. Anche in questa zona si osservano le possenti fondamenta del muro duecentesco che corre verso est puntando diritto oltre la piattaforma San Frediano. Sotto il piano del suolo da uno stretto pozzetto, quasi invisibile ai passanti, si apre uno dei vani più misteriosi del fortilizio: una profonda galleria sotterranea semiallagata lunga una decina di metri e ostruita nella parte verso la città. La singolare costruzione è caratterizzata da una volta rafforzata da pilastri e da robuste arcate ogivali. La sua funzione non è ancora stata chiarita anche se qualcuno avanza l’ipotesi che possa essere stata connessa alle canalizzazioni utilizzate dai laboratori dei conciatori di pelle che nel basso medioevo si erano raccolti in questo angolo
della città. Anche l’altra sortita, quella meridionale, accessibile direttamente da via delle Conce appare come un deposito di materiali lapidei vari e cela un cimelio ingombrante, non solo per la grossa cubatura dei suoi elementi. Si tratta della fontana monumentale commissionata a Francesco Petroni, edificata sul piazzale esterno di Porta Elisa, inaugurata il 7 giugno 1931, e dedicata al ricordo della visita di Benito Mussolini alla città poco più di un anno prima. Anche questo imponente manufatto razionalista, già nella primavera del 1945 fu velocemente disfatto e i materiali superstiti immagazzinati e poi dimenticati. I sotterranei del baluardo Santa Croce, attraverso la sortita della piazza d’armi settentrionale, saranno presto collegati con un nuovo ponte sopra il fosso della cunetta agli spalti e alla zona di viale Carlo Del Prete, aprendo per la prima volta anche questo passaggio in funzione di collegamento pedonale fra esterno e quartiere di Pelleria.
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Cronistoria dei restauri 2015-2016 I sotterranei dei baluardi I lavori, iniziati nella primavera del 2015, hanno riguardato la ripulitura del paramento, la realizzazione di pavimentazioni in terra armata, la canalizzazione delle acque, l’installazione di nuovi impianti elettrici con dispositivi illuminanti a led policromi e impianti di videosorveglianza collegati direttamente con le forze dell’ordine. L’intervento di restauro è avvenuto nel rispetto delle strutture del monumento, cercando di esaltarne le caratteristiche architettoniche nelle varie stratificazioni storiche. In particolare, nel sotterraneo Santa Croce è stata riportata a vista la pavimentazione cinquecentesca in acciottolato di fiume e lastricato in pietra, la canaletta in pietra e cotto lungo il perimetro di vari locali e quattro pozzi di drenaggio dell’acqua. Nel sotterraneo San Paolino sono state realizzate tre strutture a vista in acciaio Corten a rinforzo delle strutture murarie; in corrispondenza degli ingressi, invece, è stato sostituito il ponticello sul canale degli spalti, realizzato l’asfalto natura sulla viabilità esterna e realizzata l’illuminazione a terra. Nel sotterraneo di San Martino è stata riportata alla luce la torre esagonale trecentesca e alcune parti delle pavimentazioni del Cinquecento. Estensione dell’illuminazione esterna delle Mura e nuova sortita Il 13 settembre 2015 è stata accesa per la prima volta la nuova illuminazione del paramento esterno delle Mura: 93 corpi illuminanti allineati sugli spalti nel tratto compreso fra Porta Elisa e Porta San Iacopo. Con le economie ottenute, 235mila euro circa, verranno realizzati a breve altri due interventi: un ulteriore lotto di illuminazione del paramento tra Porta San Donato e il Baluardo Santa Croce, mentre in corrispondenza del sotterraneo Santa Croce sarà realizzato un percorso pedonale collegato direttamente agli spalti delle Mura.
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foto Andrea di Grazia
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Restauro della passeggiata delle Mura, casermetta San Regolo e nuova pista ciclabile I lavori di riduzione e sostituzione dell’asfalto sulla passeggiata delle Mura e rifacimento degli impianti di illuminazione iniziati nel 2013 con il lotto fra il baluardo San Salvatore e Porta San Pietro sono proseguiti completando fra aprile e settembre 2015 il secondo lotto corrispondente al tratto fra baluardo San Salvatore e Porta Santa Maria. In particolare su questa tratta è stato realizzato un intervento di consolidamento e impermeabilizzazione della volta a botte di Porta San Iacopo, lavoro propedeutico al restauro della stessa. Sempre fra giugno e settembre 2015 è stata costruita una nuova pista ciclabile fra spalti delle Mura e circonvallazione che ha collegato piazzale Ricasoli con Porta Elisa. Tornando alla passeggiata alberata i lavori al terzo lotto fra porta San Donato nuova e porta Santa Maria hanno preso il via nel mese di aprile 2016 a partire dalla zona del baluardo Santa Croce e si concluderanno nell’agosto prossimo. Al via a marzo 2016 anche il restauro della casermetta San Regolo, il cui tetto era stato gravemente danneggiato dalla caduta di un cipresso durante un nubifragio nel giugno 2014. Paramento esterno delle Mura Il restauro del paramento esterno delle Mura si è dimostrato un lavoro delicato e importantissimo: oltre alla pulitura da arbusti ed erbe infestanti, per la prima volta si è messa mano a un intervento risolutivo che ha permesso il fissaggio del materiale edilizio ormai slegato e degradato che si trovava soprattutto sulla parte alta del monumento. Le dimensioni dell’intervento completo sono impressionanti: un perimetro (compresi i baluardi) di sette chilometri e mezzo di muratura alta dodici metri, circa nove ettari di superfici da controllare. Le lacune più grandi e pregiudizievoli per la stabilità degli elementi vicini sono state integrate, e ricucite. In concomitanza all’ultima fase dei lavori al ‘lotto sperimentale’ fra il baluardo Santa Maria e quello San Paolino, realizzati
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CRONISTORIA DEI RESTAURI 2015-2016
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con successo fra luglio 2014 e luglio 2015, sono partiti i restauri al paramento fra porta Elisa e porta Santa Maria che hanno riguardato i baluardi San Salvatore, San Pietro, San Martino e le cortine di collegamento fra gli stessi. Questi lavori sono finiti nel settembre 2015. A novembre 2015 sono partiti i cantieri al paramento del baluardo La Libertà, passando poi attraverso la cortina al San Regolo e infine al San Colombano fino a includere il tratto di Mura che lo collega con porta San Pietro. In questa tratta i lavori si sono conclusi con la fine del mese di aprile 2016. Già partito nel gennaio 2016 il restauro della tratta fra baluardo Santa Croce e baluardo San Paolino. IL PIANO FINANZIARIO PER IL RESTAURO ALLE MURA DI LUCCA
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foto Andrea di Grazia
Il percorso di restauro e riqualificazione delle Mura urbane è nato con l’approvazione del Documento programmatico pluriennale 2012-2015 in cui venivano individuati tre progetti strategici: il restauro delle Mura, la realizzazione di un ponte sul fiume Serchio e una serie di interventi nel settore dell’edilizia scolastica. Il 7 gennaio 2013, in vista del 500esimo anniversario della cerchia rinascimentale, è stato dunque sottoscritto un protocollo d’intesa tra la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e il Comune di Lucca per definire tempi e modalità degli interventi. A questo atto ha fatto seguito il 3 marzo 2013 un altro protocollo d’intesa tra Regione Toscana, Provincia di Lucca, Comune di Lucca e Fondazione Cassa di Risparmio, attraverso il quale gli enti firmatari riconoscevano una priorità ai tre progetti strategici, impegnandosi a garantire un sostanziale equilibrio tra risorse rese disponibili dalla Fondazione e risorse pubbliche. Iniziano così, il 27 maggio 2013, i lavori di restauro della Casa del Boia a cura della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, cui hanno fatto seguito gli altri interventi. Successivamente il ruolo e i compiti dei diversi attori istituzionali sono stati così definiti: la Regione Toscana si sarebbe accollata interamente il costo per la realizzazione del
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ponte sul fiume Serchio, stanziando contemporaneamente 2 milioni e 450mila euro per il restauro delle Mura a favore del Comune ed erogando un ulteriore contributo di 900 mila euro per la valorizzazione della Casa del Boia e della Casermetta San Salvatore. Significativo anche l’apporto del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, che decideva di stanziare un importo di 800mila euro per il restauro di un tratto del paramento delle Mura, con direzione dei lavori affidata alla Soprintendenza di Lucca e Massa Carrara. Per l’intervento sulle Mura la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ha stanziato complessivamente 11,15 milioni di euro con la seguente progressione: anno 2012 anno 2013 anno 2014 anno 2015 anno 2016 Totale
€ € € € € €
1.000.000 2.000.000 3.900.000 2.450.000 1.800.000 11.150.000
Per il completamento dei lavori è previsto uno stanziamento aggiuntivo, necessario per la realizzazione del quarto ed ultimo lotto (fra porta San Donato e Porta San Pietro) con la riduzione dell’asfalto, la sostituzione dell’illuminazione sulla passeggiata e il completamento
del restauro con l’integrazione degli impianti nella casermetta San Regolo per un totale di 1,530 milioni di euro così da portare lo stanziamento complessivo a € 12.680.000. Gli interventi realizzati hanno consentito il recupero e la valorizzazione del monumentosimbolo della città, ma soprattutto l’avvio di un percorso di collaborazioni istituzionali in grado di attrarre contributi aggiuntivi a quelli messi a disposizione dalla Fondazione, di cui Lucca e il suo territorio non avrebbero potuto altrimenti beneficiare. Tali contributi aggiuntivi sono così riassumibili: Regione Toscana costruzione del ponte sul Serchio Regione Toscana valorizzazione Casa del Boia ecc. Regione Toscana restauro sortite e illuminazione esterna MIBACT restauro di un lotto del paramento Totale
€ 15.000.000 €
900.000
€ 2.450.000 € 800.000 € 19.150.000
che, sommati alle risorse stanziate dalla Fondazione, porta ad un totale di: € 31.830.000 Un meccanismo virtuoso che si è esteso anche ad altre attività di sostegno che la Fondazione svolge in settori importanti come quello dell’istruzione, dell’educazione e del sociale. I.L.C.
Per saperne di più: A. Mazzarosa, Storia di Lucca dalla sua origine fino al 1814, Giusti, Lucca 1833 R. Martinelli, G. Puccinelli, Lucca. Le mura del Cinquecento, vicende costruttive dal 1500 al 1650, Matteoni, Lucca 1983 P. Betti, Giovan Domenico Lombardi nei Musei nazionali di Lucca, Pacini Fazzi, Lucca 2003. M. Seidel, R. Silva, Potere delle immagini – immagini del potere Lucca città imperale: iconografia politica, Marsilio, Venezia 2007 V. Ilari, P. Crociani, L’Armata italiana di Lord Bentinck (1812-1816), 2010 R. Martinelli, Lucca e le sue Mura, Publied, Lucca 2013 Archivio Storico del Comune di Lucca Archivio di Stato di Lucca
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APRILE 2016: il dettaglio degli interventi Lavori già conclusi per un importo di € 9.860.000 Restauro della Casa del Boia Restauro casermetta San Salvatore Riduzione dell’asfalto e sostituzione corpi illuminanti 1° e 2° lotto Restauro di Porta Elisa Restauro casermetta San Pietro Restauro del paramento esterno lotti vari Realizzazione pista ciclabile lato Viale Giusti Altri lavori particolari Lavori in corso per un importo di € 1.290.000 Restauro della Porta San Iacopo Restauro della Porta San Donato nuova Restauro della casermetta San Regolo Riduzione dell’asfalto e sostituzione corpi illuminanti 3° lotto Lavori previsti per un importo di € 1.530.000 Riduzione dell’asfalto e sostituzione corpi illuminanti 4° lotto Restauro della casermetta San Regolo
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La rinascita del Duomo di Lucca
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’abbiamo vista per una ventina di anni sempre aggrappata a giganteschi ponteggi, sia all’esterno che all’interno. Sottoposta a uno dei restauri più difficili e sofferti mai vissuti da un monumento, tanto che nel corso di quattro lustri più volte si è temuto di non riuscire a porre fine al complesso intervento di recupero. Invece, per la Cattedrale romanicogotica di Lucca quel momento sembra essere arrivato, anche se ancora mancano alcune parti da sistemare. Pur trattandosi di restauri importanti – due campate e la cappella del santuario, pronti nel 2017, e il campanile, la cui apertura è prevista nell’estate 2016 –, sono tuttavia poca cosa in confronto a quello che è stato fatto. E che ora è finalmente visibile in tutta la sua completezza.
Paola Taddeucci
UN RESTAURO DIFFICILE
GLI ULTIMI LAVORI
A marzo 2016 si è concluso, infatti, il penultimo atto del lungo percorso di recupero che ha interessato il transetto nord e altre zone della chiesa, intitolata a San Martino. Al contrario dei precedenti, questi lavori si sono distinti in celerità, terminando in appena sei mesi. Nello specifico sono state sistemate le decorazioni pittoriche sulle volte e le membrature lapidee di pilastri, capitelli, pareti, trifore e sculture. Ripristinato, poi, il lato esterno del portale di accesso al transetto e restaurate le porte lignee della facciata, queste ultime testimonianza dell’arte rinascimentale, essendo state eseguite tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento. Il recupero ha riguardato anche la vetrata e due altari tardo cinquecenteschi che si trovano nelle navate laterali.
figurante San Martino che era praticamente nascosta sui pilastri del secondo ordine del transetto, tra due archi. L’opera in marmo, databile al secondo decennio del XIV secolo, è nella cattedrale da secoli e ha vegliato, in silenzio e quasi invisibile, su tante sue vicende, compresa la progressiva rinascita. Che in qualche modo ha coinciso con la sua, visto che grazie al sospirato restauro è tornata visibile.
La Cattedrale è al centro di una lunga opera di restauro che si concluderà nel 2017
Definire sospirato il restauro del transetto, forse, è un eufemismo. È la parte della cattedrale che ha fatto dannare a lungo architetti, tecnici, amministratori e religiosi. Gli enormi ponteggi che per anni hanno occupato la chiesa anche all’esterno sono stati necessari innanzitutto come sostegno, perché quest’ala dell’edificio era pericolante. Tanto da essere completamente chiusa al pubblico – fin dal 1995 – sia all’interno che fuori, dove il passaggio da piazza Antelminelli a piazzale Arrigoni è rimasto ostruito fino a tempi recenti. Fu difficilissimo, già in partenza, individuare un sistema di ponteggi in grado di sopportare l’enorme peso, poi fu altrettanto complicato capire il tipo di restauro da fare. Che, infine, si rivelò molto più complesso di quanto gli esperti immaginassero: in pratica si è dovuto procedere allo smontaggio e al rimontaggio delle lastre di marmo una per una. Una volta issato, comunque, il gigantesco sostegno ha svolto più che egregiamente il suo lavoro, consentendo di lavorare su zone della chiesa, come le volte, altrimenti impossibili da raggiungere. E il risultato, anche se sospirato, ha ripagato ampiamente la lunga attesa.
IL CIELO BLU E SAN MARTINO
I CONTRIBUTI DELLA FONDAZIONE
Con questi interventi la maggior parte degli arredi interni della chiesa è tornata a nuova vita, mostrandosi nel suo originario splendore. Tra tutti brillano il cielo blu delle volte, punteggiato di stelle d’oro, e il bianco abbagliante dei marmi, per tanto tempo rimasti oscurati dalla polvere e dalla patina. Nel corso dei lavori, inoltre, è stata riscoperta una statua raf-
Fin da subito la Fondazione Cassa di Risparmio ha garantito cospicui finanziamenti per garantire i lavori: gli stanziamenti nel triennio 2005-2008 sono stati un milione e ottocentomila euro, nei tre anni successivi oltre un milione, mentre nel 2015-2016 siamo a oltre un milione e mezzo. E altri contributi sono già stati previsti, come quelli per la ristrutturazione
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foto Carlo Cantini
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del campanile, iniziata a novembre 2015 e la cui conclusione è programmata per l’estate 2016. In tempo, cioè, per entrare nel pieno della stagione turistica e per prepararsi al Settembre Lucchese, il mese di festa della città e il momento più solenne per la Cattedrale. Che così riavrà il totale possesso del suo campanile, dal quale torneranno a suonare anche le campane, grazie al restauro. Una volta conclusi i lavori, la torre sarà accessibile al pubblico entrando a far parte del visitatissimo circuito turistico che, oltre al Duomo, comprende la chiesa dei Santi Giovanni e Reparata, con relativa area archeologica e campanile, e il Museo della Cattedrale, dove si può ammirare il monumento funebre di Ilaria del Carretto. IL MONUMENTO PIÙ VISITATO
Del resto la Cattedrale, secondo i dati forniti dal rettore don Mauro Lucchesi, è il monumento più visitato di Lucca. I numeri partono da
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marzo 2014, cioè dall’entrata in vigore del biglietto d’ingresso: in quell’anno i visitatori sono stati 255mila, saliti a circa 280mila nel 2015 con i picchi di presenze tra maggio e settembre e una media, sempre nel 2015, di 1203 visitatori al giorno. Agosto il mese con più accessi: quasi 45mila e una media giornaliera di 1447 persone. E nei primi sessanta giorni del 2016 il pubblico è in aumento: a gennaio 8756 ingressi contro i 7898 dell’anno scorso, a febbraio 6857 contro i 5844 del 2015. STORIA E CURIOSITÀ
Duomo o cattedrale? Per la chiesa di San Martino i due termini coincidono perché è il luogo di culto più importante della città (duomo) ed è sede episcopale (il Vescovo vi ha la sua cattedra, da cui cattedrale). San Martino lo diventò nell’VIII secolo, prendendo il posto di San Giovanni e Reparata, prima cattedrale cittadina. Fondato nel VI secolo,
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foto Lucio Ghilardi
LA RINASCITA DEL DUOMO DI LUCCA
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nel decennio 1060-1070 il Duomo ebbe una prima ricostruzione voluta da Anselmo di Baggio, vescovo di Lucca e poi papa con il nome di Alessandro II. Su questo edificio Guidetto da Como, nel 1204, eseguì la facciata in stile romanico con il grande portico a tre arcate, la cui decorazione è formata da bellissimi bassorilievi, realizzati tra il 1233 e il 1257 dai collaboratori di Guidetto, i famosi maestri comacini. Nel 1260 la decorazione fu completata con la Deposizione di Nicola Pisano. I successivi lavori di edificazione, tra cui l’abside, vennero effettuati nel corso del XIV secolo e si conclusero nel 1390. L’interno dalle forme gotiche, invece, venne rifatto dal 1373 alla fine del XV secolo. Vi si trovano molti dipinti, tra i quali la Madonna col Bambino e i santi di Domenico Ghirlandaio, e innumerevoli opere di Matteo Civitali, il maggiore scultore lucchese. Di Civitali è anche la cappella ottagonale che custodisce il Volto Santo, il celebre crocifisso di legno oggetto di un culto millenario.
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Mille di questi anni per la Chiesa di Marlia
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ra già stata danneggiata, seppure non in modo grave, nel terremoto del 1920 che colpì duramente la Garfagnana. Il colpo fatale gliel’ha dato la scossa del 25 gennaio 2013, procurandole lesioni tanto serie da non poter più rimandare una drastica cura. Ora per la chiesa ultramillenaria dei santi Maria Assunta e Giovanni Evangelista a Marlia è cominciato il cammino verso la rinascita.
In seguito ai gravi danni strutturali, per la chiesa dei santi Maria Assunta e Giovanni Evangelista è cominciato il lungo e delicato cammino di restauro che porterà nel 2017 a una completa rinascita Sarà una terapia lunga, al termine della quale tutte le ferite resteranno solo un brutto ricordo e l’edificio tornerà forte e sano, grazie a un generale consolidamento delle sue strutture. I lavori sono partiti nell’estate 2015, ma ci vorranno altri due anni prima di arrivare alla loro conclusione: l’intervento è complesso, c’è da smantellare il tetto, raggiungere le volte, fissarle con speciali preparati e risistemare di nuovo la copertura, oltre al ripristino delle lesioni e a una revisione generale dell’intero complesso, compreso l’isolamento termico. Un lavoro che il parroco don Agostino Banducci ha paragonato all’ultimo rifacimento della chiesa, avvenuto poco prima della metà
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foto Carlo Cantini
MILLE DI QUESTI ANNI PER LA CHIESA DI MARLIA
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foto Carlo Cantini
del 1800, quando l’edificio ha assunto l’aspetto oggi conosciuto. Nei mesi seguenti al sisma, dopo la prima ricognizione dei danni, fu effettuato un intervento di protezione con ponteggi e impalcature che ha consentito, nell’aprile 2014, di rendere agibile la chiesa e di riaprirla al culto. Da quel momento è partita la ricerca dei fondi per i lavori, alla quale la Fondazione Cassa di Risparmio ha risposto garantendo un finanziamento di 450mila euro, suddiviso in tre anni. La risposta è arrivata anche dalla Conferenza Episcopale Italiana che ne ha stanziati 300mila, mentre altri 80mila sono giunti da aziende e privati. Don Banducci ha poi lanciato una raccolta ‘porta a porta’ per reperire ulteriori finanziamenti, anche tra la stessa popolazione, in nome dell’affetto che da sempre la lega a questo luogo di culto. La storia della chiesa di SS. Maria Assunta e Giovanni Evangelista, del resto, affonda nella notte dei tempi. Fu fondata intorno al 918 con l’istituzione di una pievania, comprendente le tre antiche chiese del paese – San Terenzio, San Martino in Ducentola e San Donato – e quella di San Pancrazio. Quest’ultima le restò sottoposta per quasi un secolo: solo nel 1032, infatti, riacquistò le prerogative e il titolo di pieve. Come accennato, l’aspetto odierno dell’edificio sacro deriva dal rifacimento ottocentesco, il terzo e ultimo della sua storia, portato a termine dal 1832 al 1844. Ad allora risale la facciata in stile neoclassico, con il frontale sostenuto da quattro colonne e sormontato da un attico e da tre statue di marmo che rappresentano le Virtù teologali (fede, speranza, carità). A ricordo delle costruzioni più antiche resta il campanile, risalente al XII secolo, tutto in pietra tranne la parte terminale: fu restaurato nel 1500, mentre le scale sono state rifatte nel 1921 in pietra di Matraia. Nell’interno è presente una pala realizzata ai primi del 1500 da Michelangelo di Pietro Membrini e proveniente dalla chiesa di San Donnino, dov’era collocata in origine, mentre il pulpito è datato 1878. P.T.
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foto Massimo Pia
Elisa Tambellini
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n luogo silenzioso e verde al riparo dalla movimentata vita cittadina. Era questo che cercava Giovanni Pascoli quando gli tornò in mente la descrizione di un borgo che aveva ascoltato un anno prima per bocca di Giulio Giuliani, figlio del professor Enrico che insegnava Storia Antica all’Università di Pisa. Da tempo il poeta vagheggiava la volontà di ricreare, in un ambiente agreste, quel ‘nido’ familiare che dalla prematura e tragica morte del padre era andato via via disgregandosi. E così, con l’approssimarsi del matrimonio della sorella Ida – evento che gli costò dispiacere e inquietudine – Giovanni si convinse a visitare questo paese montano ai piedi dei contrafforti appenninici, chiamato Barga. Era il settembre del 1895 quando salì sul treno a Livorno, dove insegnava al liceo Guerrazzi e Niccolini, scese alla stazione di Lucca e, dopo ben cinque ore di carrozza, raggiunse la sua destinazione. Era venuto a sapere della disponibilità di alcune villette da prendere in affitto, come la casa settecentesca Cardosi Carrara di Castelvecchio. Benché malridotto, il rustico gli fece subito un’ottima impressione: appartato e circondato da un ampio terreno coltivabile, stava a guardia di un colle detto ai Caproni di poco sopraelevato rispetto alla strada e che Pascoli rinominerà Caprona, in omaggio alla località che Dante ricorda nel XXI Canto dell’Inferno: «così vid’io già temer li fanti / ch’uscivan patteggiati di Caprona, / veggendo se’ tra nemici cotanti». Prima di ripartire per Livorno, Pascoli, entusiasta, firmò il contratto di affitto con la clausola che il proprietario avrebbe provveduto ai lavori di restauro. Scelse il 15 ottobre, anniversario della nascita di Virgilio, per trasferirvici insieme alla sorella Maria e al cane Gulì. Si racconta che dalla foga di raggiungere la ‘bicocca’ quel giorno Pascoli si inerpicò per una scorciatoia piuttosto ripida e insidiosa, tanto che a un certo punto inciampò su una pietra e cadde lungo disteso;
foto Massimo Pia
foto Massimo Pia
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Pascoli e Castelvecchio, un amore a prima vista
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PASCOLI E CASTELVECCHIO, UN AMORE A PRIMA VISTA
rialzandosi, tranquillizzò la sorella con queste parole: «Non ti preoccupare, Mariù, amo talmente questa terra che – come vedi – ho voluto baciarla!». Alla casa, allora, si accedeva attraverso un vialetto ghiaioso stretto tra gli alti muri che recintavano le proprietà delle famiglie contadine Caproni e Arrighi. L’ingresso principale dava sul prospetto della villa e, superato un cancello piuttosto stretto, si apriva un viale fiancheggiato da alberi da frutto e filari di viti che conduceva all’entrata dell’abitazione. Intorno il rigoglioso orto della chiusa – così detto perché delimitato interamente da un muro. Tre i piani dell’abitazione: il piano terra ospitava la cucina, la sala da pranzo e lo studiolo di Mariù; al primo piano vi erano le camere da letto dei due fratelli, la camera
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degli ospiti, due stanze più piccole e un salottino dal quale si accedeva all’altana che, con le sue eleganti bifore, consentiva la vista delle Alpi Apuane da un lato e del campanile di Barga dall’altro; il secondo piano, dai soffitti più bassi, ricalcava gli ambienti del primo. Infine, c’era lo scantinato: non mancava davvero niente per convincere Giovanni a non volersene più separare. E così, qualche anno dopo, il poeta acquistò la proprietà vendendo cinque medaglie d’oro vinte al concorso di poesia latina di Amsterdam. Fino al 1912, anno della sua scomparsa, Pascoli si allontanò da Castelvecchio solo per onorare i suoi impegni accademici. Ancora oggi, qui, nella cappella domestica, per ferma volontà di Mariù, riposano le sue spoglie.
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foto Massimo Pia
IL PROGETTO DEL BORGO E DEL PARCO DELLA POESIA
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foto Massimo Pia
Trattengono storie, i luoghi, e lasciare che continuino a raccontarle nel tempo, intrecciandosi con nuovi vissuti, è un impegno che conoscono bene il Comune di Barga e la Fondazione Pascoli, da anni dediti al progetto di recupero dell’intero sistema pascoliano. Sì, perché per comprendere pienamente i valori, le emozioni e le relazioni che costituirono l’humus delle più importanti pagine della letteratura del Novecento è necessario ampliare lo sguardo oltre l’orto della chiusa e fare esperienza dei colori e delle atmosfere dell’intero borgo di Caprona. E ancora, affacciarsi sul Rio dell’Orso, passeggiare nel verde tra colture e alberi per poi attraversare l’abitato di Castelvecchio. Un percorso, quello avviato, che passo dopo passo ha potuto contare sul sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, da sempre attenta alla valorizzazione dell’offerta del territorio. «È un progetto ambizioso – osserva Andrea Marcucci, Presidente della Commissione Cultura del Senato – e la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ne è un partner insostituibile fin dall’inizio. Prima, in vista del centenario, è stata restaurata e messa in sicurezza la casa museo di Giovanni Pascoli, e il giardino. Con la Sovrintendenza Archivistica della Toscana è stato inoltre digitalizzato il grande patrimonio cartaceo che il poeta ci ha lasciato. Ora con l’intervento fondamentale della Fondazione, l’obiettivo è di trasformare la casa di Pascoli in un moderno centro di visita e di produzione culturale, con foresteria, bookshop e caffetteria, a disposizione di turisti e studiosi di tutto il mondo». La prima a comprendere l’esigenza di restituire alla comunità il patrimonio pascoliano fu Maria, che sopravvisse al fratello per quarantuno anni. Tutto cambiò in quegli anni, attraversati da due guerre e tenuti insieme dall’accelerazione della modernità; tutto cambiò, ma non a casa Pascoli: preoccupata di conservare fedelmente l’ambiente che aveva vissuto il fratello, Maria si rifiutò persino di dotare l’abitazione di energia elettrica.
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PASCOLI E CASTELVECCHIO, UN AMORE A PRIMA VISTA
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Alla sua morte, sopraggiunta nel 1953, il Comune di Barga ereditò interamente la proprietà con l’impegno di valorizzarne la memoria. Da allora la casa ha visto due interventi di restauro per consentirne la visita, ma è in questi ultimi anni che ha preso il via un progetto a 360 gradi intorno ai luoghi cari al poeta del fanciullino. Si sono resi necessari un recupero filologico degli immobili e una sistemazione congrua del patrimonio culturale qui raccolto – fatto di libri rari, manoscritti, lettere, fotografie scattate dallo stesso poeta con la sua Kodak. «Grazie anche alla sensibilità e al sostegno economico della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca – spiegano Marco Bonini, Sindaco di Barga, e Alessandro Adami, Presidente della Fondazione Pascoli – sono stati eseguiti lavori di consolidamento strutturale che, insieme all’attivazione di impianti tecnici, hanno interessato le parti più importanti della villa oltre ad altri locali come la foresteria e la limonaia. I decori murari e la carta da parati che arredano gli ambienti, danneggiati dal tempo e dalle infiltrazioni, sono tornati a nuova vita attraverso uno scrupoloso lavoro di restauro». L’obiettivo di creare un vero sistema che accompagni il visitatore e lo studioso nella conoscenza del mondo del poeta è a buon punto ed è viva la consapevolezza che il moderno centro studi rappresenti un polo attrattore per la valorizzazione di tutto il complesso. Per ridurre i tempi di attesa e diversificare l’offerta saranno inaugurate nuove sezioni museali e proposti diversi percorsi che guarderanno anche delle esigenze di utenti con difficoltà motorie e visive. La Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca si è impegnata a sostenere il progetto annualmente, fino al suo completamento previsto nel 2018. «Vogliamo incentivare la visita e la permanenza nei luoghi che Pascoli tanto amò – conclude Adami – accogliendo i visitatori con adeguati livelli di ospitalità e potendo offrire loro tutti quei servizi che oggi un centro culturale di importanza nazionale come Casa Pascoli deve essere in grado di proporre».
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RISPOSTE CONCRETE Dopo di noi: nasce la Fondazione per la coesione sociale a cura di Andrea Salani
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a congiuntura storica che stiamo vivendo ha progressivamente modificato la struttura della società, cambiando molti parametri, mutando i bisogni e ridefinendo in maniera sensibile i confini delle cosiddette categorie deboli. Nuove forme di povertà, nuove frontiere dell’assistenza, ma anche tematiche annose per le quali diventa sempre più urgente cercare soluzioni innovative ed efficaci. Tutto questo è il mondo del ‘sociale’: un mondo per il quale la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ha dedicato negli anni impegno e risorse e verso il quale oggi si rivolge attraverso un nuovo soggetto. Una ‘fondazione di scopo’, un ente strumentale creato appositamente nell’autunno del 2015 come ‘braccio operativo’ nell’ambito delle problematiche sociali – vecchie e nuove – e denominato Fondazione per la Coesione Sociale. Ne parliamo con il presidente di questo nuova realtà, il professor Maido Castiglioni, già primario di Medicina interna presso l’Ospedale di Cisanello a Pisa.
Intervista a Maido Castiglioni Vicepresidente della Fondazione Crl
Qual è ad oggi, secondo lei, la definizione più corretta dell’espressione ‘politiche sociali’? Tutto ciò che contribuisce al benessere comune. In particolare le strategie di ricerca e organizzazione delle risorse orientate alla riduzione delle diseguaglianze sociali. Più concretamente un piano di programmi dove le istituzioni pubbliche si impegnano a fornire tutela e protezione e quindi benessere ai propri cittadini, risolvendo problemi di rilevanza collettiva con una più equa distribuzione di risorse, limitando i disagi originariamente presenti o causati da politiche differenti. Intervento sanitario o sostegno dal punto di vista sociale. Esiste un netto confine per individuare i due possibili approcci? Quando e come far interagire questi due aspetti dell’assistenza?
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il «dopo di noi»
Maido Castiglioni, Vicepresidente della Fondazione Crl
Tutte le volte che si svolge un intervento sanitario si determina comunque un sostegno da un punto di vista sociale. Questo vale in particolar modo quando siamo di fronte a persone svantaggiate, ovvero quando il compito sociale non può esaurirsi nella prestazione sanitaria ma prosegue ben oltre, tenendo conto della specifica fragilità del soggetto. Cosa si vuol intendere parlando nello specifico di ‘coesione sociale’? In un mondo dove sempre più prevalgono egoismi e particolarismi, dove perfino il concetto di famiglia è profondamente cambiato e disaggregato, per coesione sociale si intende il recupero dei valori di solidarietà e di attenzione verso i più deboli, i sofferenti, gli emarginati, costituendo reti e modelli che rafforzino i legami interpersonali di fiducia e sviluppino i valori della comprensione e della tolleranza. La Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca si dedica al sostegno del ‘sociale’ sin dalla sua nascita. Perché, quindi, l’idea di creare un ente strumentale orientato allo studio e risoluzione di queste tematiche? C’è un effettivo beneficio in termini di operatività e funzionalità? L’Ente strumentale permette di interagire in maniera più efficace con i bisogni, conoscendoli più a fondo e valutando quindi da vicino le priorità. Consente di colloquiare in modo diretto con gli interessati, mettendoli in interconnessione tra loro, potenziando le qualità e l’efficienza degli addetti ai vari settori del sociale. La Fondazione di scopo nasce in definitiva per favorire un miglioramento dell’efficienza e dell’efficacia anche delle strutture già esistenti. Le grandi sfide di questa congiuntura storica sono rappresentate dall’integrazione, dalla lotta alle nuove forme di povertà, dalla necessità di coniugare una ricerca scientifica sempre più efficace con
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La risposta più confortante alla domanda più inquietante. Questo è il concetto alla base del cosiddetto Dopo di Noi: poter dire con serenità ai genitori di una persona affetta da disabilità che i loro figli avranno un futuro. Che la cura e il sostegno a un figlio, un nipote, si protrarranno anche oltre le oggettive possibilità di una famiglia di garantire supporto, cure, amore. Un’esigenza che la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca aveva già intercettato da anni e che adesso è percepita come una necessaria forma di welfare, tanto da diventare tema fondamentale anche in ambito legislativo. Una legge sul Dopo di Noi sta infatti attraversando un iter parlamentare per dare regolamenti e parametri universali alle varie forme di sostegno che si sono negli anni diffuse in Italia sotto questa e altre denominazioni. Da un articolo de ilPost.it del 5 febbraio 2016 risulta che nel nostro paese le persone colpite da disabilità grave, e per questo non autosufficienti, sono 2 milioni e 600 mila, ovvero il 4,8 % della popolazione e recenti stime del Censis parlano di un totale di 4,8 milioni di invalidi – tra gravi e meno gravi – entro il 2020. Di qui l’urgenza di dare certezze, anche normative, su una tematica che coinvolge un numero sempre crescente di famiglie e di comunità. Tra le priorità c’è sempre quella di garantire i diritti del disabile con politiche che, a partire dagli anni Novanta, hanno visto sempre più l’adozione di modelli alternativi al ricovero in residenze sanitarie, incentivando l’assistenza indiretta, la domiciliarità e percorsi di autonomia personale. Iniziative che però mancavano sempre di un riferimento concreto – e soluzioni adottabili – per la tutela delle persone con disabilità non autosufficienti e che non possono più contare sul supporto dei genitori. Una risposta, dicevamo, che in questo caso vuol essere di carattere sociale non meramente sanitario, anteponendo la persona alla sua disabilità, nella prospettiva di garantire la certezza nel futuro e la serenità nel presente.
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DOPO DI NOI: NASCE LA FONDAZIONE PER LA COESIONE SOCIALE
cosa è un «trustee» Il Trust è uno strumento giuridico attraverso il quale un soggetto (disponente) pone beni o diritti nella disponibilità di un altro soggetto, detto trustee, dal cui patrimonio personale questi beni rimangono però separati. Il trustee persegue la finalità del Trust, definita dal Disponente nell’atto istitutivo, nell’esclusivo interesse di terzi beneficiari o per il raggiungimento di un determinato scopo. Nel caso specifico, la Fondazione per la Coesione Sociale si propone come trustee, ottenendo la gestione di beni vincolati allo specifico fine indicato nell’atto che regola il Trust. Il caso esemplare è quello di genitori di un soggetto disabile che come disponenti individuano la Fondazione come trustee, vincolando l’utilizzo delle risorse oggetto del trust alla gestione del ‘dopo di noi’ per il figlio.
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le reali esigenze delle persone. Quali sono i settori in cui questa Fondazione ha intenzione di muoversi? La Fondazione non può certo da sola risolvere le problematiche dell’attuale congiuntura: l’integrazione, le nuove forme di povertà, le diseguaglianze sociali sono solo alcune delle tematiche più attuali e urgenti. La risoluzione di queste problematiche è utopisticamente realizzabile in una società perfetta, non certo nella nostra. La Fondazione opera attraverso persone che in maniera disinteressata e convinta si avvicinano a queste realtà, disponendo delle risorse umane, intellettive ed economiche necessarie, e cercherà di ridurre queste ‘sofferenze’ fissando di volta in volta obiettivi raggiungibili. Gli attori nell’ambito delle politiche sociali sono molti e di vario genere. Si va dalle istituzioni alle associazioni, passando per le più variegate forme del volontariato. La vera sfida forse non è mettere a sistema tutte queste anime verso un obiettivo comune? Gli attori in questo ambito sono tutti nobili, ma umani e anche questi settori non sono esenti da particolarismi ed egoismi. Una delle sfide più importanti per la Fondazione è proprio quella di far capire a tutte le anime impegnate nel sociale che, come diceva Montesquieu, «l’interesse del singolo è sempre compreso nell’interesse di tutti» e promuovere l’idea che attraverso la collaborazione e una strategica interazione sarà possibile per tutti raggiungere più facilmente i propri obiettivi. Il Dopo di Noi sarà centrale da subito nell’attività della Fondazione. Perché intervenire in questo specifico settore? La problematica del ‘dopo di noi’ è presente nella Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca da molto tempo e già vecchie direttive dell’Organo di Indirizzo indicavano chiaramente questo ambito specifico come una tematica delicata da affrontare con urgenza. Si tratta di un tema molto sentito da ogni individuo, ma in particolare da persone che hanno un familiare con disabilità.
Persone che dopo una vita di sofferenza e dedizione, vivono nella paura di lasciarlo solo nel momento in cui non saranno più in grado di accudirlo: questo è senza dubbio un motivo di grande preoccupazione e amarezza. Sapere che esiste una Fondazione che si occuperà del ‘dopo’ e si prenderà carico di lui, proponendo una soluzione sociale, appunto, e non solo sanitaria, rappresenta un forte sollievo e, nei limiti delle possibilità un incentivo, a donare i propri beni a chi è in grado di garantire un futuro dignitoso al proprio congiunto. Quali sono le strategie operative che la Fondazione intende adottare su questo tema così delicato? Come prima cosa sarà necessario farsi conoscere sul territorio, proponendosi come interlocutori credibili e affidabili, dei veri e propri garanti. Solo attraverso questa credibilità, supportata anche da quanto fatto negli anni dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, si arriverà ad attrarre risorse sotto forma di lasciti, donazioni e altro fungendo anche da trustee. Risorse e forme di collaborazione che si aggiungeranno al sostegno garantito proprio dalla Fondazione Cassa di Risparmio o intercettate attraverso bandi nazionali e internazionali. Nello statuto della Fondazione è prevista anche la promozione ed eventuale gestione di attività laboratoriali in grado di sviluppare o riabilitare capacità manuali e competenze mediante terapie legate alla musica, all’arte, al contatto con gli animali. Qual è il valore aggiunto di queste pratiche? È ormai chiaro che spesso la disabilità non è mai totale. Poter sviluppare certe caratteristiche individuali significa valorizzare la persona rendendola più viva e partecipe e in definitiva farla sentire parte integrante di ciò che la circonda facilitando il suo inserimento sociale. Questo proprio perché, come si è già detto, non esiste alcun tipo di intervento sanitario che non si traduca automaticamente anche in un intervento sociale.
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Housing sociale: un tetto sicuro Alessandro Petrini
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a via Santa Giustina si entra nel portone di palazzo Parensi dove al piano terra, proprio in fondo al loggiato sulla sinistra, si trova l’ufficio casa del Comune di Lucca. È qui, come in tutti gli altri comuni della provincia, che i cittadini possono rivolgersi per affrontare assieme alle istituzioni i problemi legati al disagio abitativo e alle difficoltà, sempre più diffuse, di sostenere l’affitto mensile.
Dal 2007, per rispondere alle situazioni di difficoltà legate al mantenimento di un’abitazione, opera sul territorio della provincia di Lucca la Fondazione Casa, che propone varie tipologie di intervento a sostegno delle fasce deboli e precarie Indubbiamente, quella dell’abitazione è una questione di fondamentale importanza. Per questo nel 2007 la Provincia di Lucca si fece promotrice di un’iniziativa sul territorio da portare avanti insieme ad alcuni Comuni e a soggetti privati che operano nel sociale e nel volontariato, che avessero interesse a occuparsi di politiche abitative. La Fondazione Casa Lucca nasce da lì, in anni in cui la crisi iniziava a farsi sentire ma non aveva ancora scatenato tutta la sua forza, com’è successo
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fondazione casa CDA
Carlo Lazzarini, presidente; Mario Regoli, vice presidente; Comune di Lucca; Comune di Capannori; Comune di Massarosa; Comune di Porcari; Misericordia di Lido di Camaiore; Consorzio So.&Co; Istituto nazionale di bioarchitettura; Cisl; Ce.I.S.; Arcidiocesi di Lucca-Ufficio Pastorale Caritas. SOCI
L’assemblea dei soci è formata da: Provincia di Lucca; Comune di Lucca; Comune di Capannori; Comune di Castelnuovo di Garfagnana; Comune di Barga; Comune di Borgo a Mozzano; Comune di Massarosa; Comune di Porcari; Arcidiocesi di Lucca-Ufficio Pastorale Caritas; Ce.I.S.; Cisl, Uil; Cgil; Gruppo volontari carcereLucca; Istituto nazionale di bioarchitettura; Misericordia di Lido di Camaiore; Misericordia di Lucca; Misericordia di Capannori; Misericordia di Corsagna; Donne in campo; Arci-Lucca; Consorzio So.&Co; Gruppo volontari accoglienza immigrati; Sunia; Martini associati srl; Altri Valori; Croce Verde di Lucca; Cna.
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subito dopo il 2010. E a Lucca per certi versi si è stati dei precursori, seguendo una strada che ancora non era stata battuta a livello nazionale, se non in Veneto, con una fondazione promossa dalla Regione, successivamente in Lombardia, dietro la spinta della Fondazione Cariplo. Fin dall’inizio la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ha ricoperto un ruolo da protagonista condividendo gli obiettivi strategici e finanziando la nascente Fondazione Casa con 150mila euro all’anno per i primi tre anni. Un contributo che poi veniva affiancato da tutte le altre quote sociali permettendo al soggetto neonato di cominciare a operare. «La vera svolta – spiega il direttore Aldo Intaschi – è arrivata nel 2010, quando si è verificata una congiuntura favorevole per intercettare i finanziamenti della Regione e intervenire in maniera sistematica sul tema dell’emergenza abitativa. Un progetto senza precedenti in Italia, tanto banale quanto efficace nella sua semplicità: acquisire sul mercato abitazioni ancora invendute nei vari Comuni soci della fondazione». L’operazione si è concretizzata con l’acquisto di 54 appartamenti da parte della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e di altri 12 da parte della Fondazione Casa. Una strategia che, abbinata a un protocollo siglato con la Regione Toscana, ha permesso di ottenere un ulteriore contributo da parte della stessa che ha coperto il 48% degli investimenti. Così gli 8 milioni di euro sborsati direttamente dall’ente di San Micheletto hanno fruttato altri 3,8 milioni di euro che la Fondazione Cassa di Risparmio ha deciso di non intascare ma di reinvestire direttamente sul territorio per ristrutturare un’altra cinquantina di alloggi di proprietà della diocesi e di enti pubblici e privati. Di questi, almeno 30 sono stati utilizzati come ‘alloggi di transizione’, ossia una valvola di sfogo per tutti i Comuni che si trovano all’improvviso di fronte a un numero di casi di emergenza abitativa senza precedenti. L’esempio più emblematico è quello di via Ponchielli a Viareggio, in seguito alla tragedia ferroviaria del 29 giugno 2009. Un’altra situazione che è stata affrontata grazie a que-
ste risorse è stato lo sgombero del Collegio Colombo, sempre a Viareggio, una vecchia scuola che era stata occupata abusivamente da alcune famiglie per le quali la Fondazione Casa si è fatta carico di trovare soluzioni sul mercato. Duplice anche l’effetto positivo dell’operazione che, andando ad acquistare immobili invenduti, ha dato una boccata di ossigeno ad aziende dell’edilizia e dell’immobiliare, con i cantieri attivi e la salvezza di alcuni posti di lavoro. Senza tralasciare la qualità delle finiture delle abitazioni, tutte di fascia medio-alta. «Noi in particolare ci rivolgiamo a due fasce di persone – prosegue il direttore Intaschi –. A coloro che vivono in emergenza abitativa o che sono troppo poveri anche per permettersi il canone agevolato (50-100 euro) delle case popolari, e poi a coloro che invece si trovano in quella zona grigia di chi ha un reddito superiore a quello minimo richiesto per rivolgersi all’Erp, ma contemporaneamente non riesce a sostenere il pagamento di un affitto mensile a prezzi di mercato. Per costoro abbiamo soluzioni con affitti calmierati tra i 250 e i 350 euro. Non possiamo dire di aver risolto il problema, ma grazie a una forte sinergia tra gli enti locali, l’Erp e altri soggetti privati, abbiamo messo a sistema le risposte e non mi risulta che tra Lucca, Piana, Mediavalle e Garfagnana ci siano persone che dormono sotto un ponte. Purtroppo l’unica nicchia che ancora sposta il ragionamento è rappresentata dal Comune di Viareggio, che tra l’altro per il momento non è socio della Fondazione Casa». Gli esempi di persone che hanno beneficiato di questi progetti non mancano, dalle coppie giovani che hanno ancora situazioni lavorative precarie e faticano a permettersi una casa dove andare a vivere, fino agli anziani che una volta andati in pensione vedono diminuire la loro capacità di spesa mensile. Tra loro, rientrano Francesco Providenti e Giovanna Puccini, una coppia di settantenni che si è rivolta alla Fondazione Casa proprio per cercare un affitto più basso rispetto a quello che pagavano, così da non vedersi costretti a versare
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HOUSING SOCIALE: UN TETTO SICURO
l'intero budget mensile nel canone di locazione. «Mia moglie ha saputo dell’esistenza di questo bando per avere un’abitazione a prezzo più basso e così si è rivolta agli uffici di via Santa Giustina – spiega Francesco –. Prima stavamo in centro storico, all’angolo tra via della Stufa e via San Giorgio, dal giugno del 2013 invece abitiamo a Ponte San Pietro in un appartamento della diocesi che è stato ristrutturato dalla Fondazione Cassa di Risparmio. Lo spazio è giusto per noi due, abbiamo circa 50 metri quadrati a disposizione e un piccolo spazio all’esterno che è a uso comune. Ci troviamo bene qui, l’ambiente è buono e abbiamo fatto amicizia con tutti i vicini». IL PROGETTO
Tutto parte dal protocollo di intesa siglato il 14 dicembre 2010 tra la Regione Toscana, la Provincia di Lucca, la Fondazione Casa e la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca. Nel corso del triennio 2013-2015 è arrivato a compimento il progetto sperimentale di housing sociale, strutturato in tre fasi, che prevedeva la realizzazione di alloggi da destinare alla locazione a canone sostenibile, di alloggi di transizione e di alloggi in co-housing per rispondere all’esigenza abitativa dei Comuni. La prima fase si è conclusa nel 2012 con l’assegnazione di 35 appartamenti di proprietà della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca: 2 a Borgo a Mozzano, 3 a Barga, 12 a Lucca, nella frazione di San Donato, 8 a Porcari e 10 a Capannori. A questi si aggiungono altri 6 appartamenti di proprietà della Fondazione Casa Lucca: 3 a Lucca, a San Pietro a Vico e a San Concordio, 5 a Capannori, a Camigliano. Tutti destinati alla locazione a canone sostenibile con un vincolo venticinquennale. Con la conclusione della seconda fase sono stati introdotti altri 22 alloggi a canone sostenibile – 18 di proprietà della Fondazione Cassa di Risparmio, 4 della Fondazione Casa – dislocati nei Comuni di Lucca, Capannori, Viareggio e Massarosa. Gli alloggi sono stati concessi in locazione dopo aver individuato
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degli inquilini tramite un apposito avviso al pubblico gestito dalla Fondazione Casa, in collaborazione con i Comuni su cui insistono gli immobili. La terza fase ha previsto un’ulteriore implementazione degli alloggi da destinare alla locazione sostenibile e si è caratterizzata per la creazione di una rete di alloggi transitori e per l’apertura di tre progetti sperimentali e innovativi relativi al co-housing. Progetti che prevedono la collaborazione della fondazione con altre realtà del territorio. Su tutte la diocesi di Lucca, che ha contribuito a realizzare il progetto «A braccia aperte» e si è impegnata a individuare ulteriori siti di interesse per effettuare ristrutturazioni sul modello già sperimentato con le parrocchie di Ponte San Pietro e Carraia, dove sono stati realizzati rispettivamente 5 e 6 alloggi a canone sostenibile. ALLOGGI DI TRANSIZIONE
Già nel corso del 2012 si è attivato l’iter per la realizzazione di 4 alloggi transitori all’interno della parrocchia di Sant’Angelo in Campo e per la ristrutturazione di un immobile di proprietà della diocesi a San Concordio, nel quale realizzare un condominio solidale di 6 unità immobiliari. Dall’inizio del 2013 si è assistito a una concretizzazione del progetto grazie alla disponibilità manifestata dai Comuni di Lucca, Borgo a Mozzano, Castelnuovo Garfagnana e Massarosa, tramite i quali allestire complessivamente 14 moduli transitori. In particolare il Comune di Borgo a Mozzano, dopo aver individuato le aree disponibili, ha messo a punto le varianti urbanistiche necessarie alla realizzazione dell’intervento con la creazione di un asilo e della nuova sede della Misericordia locale.
PROGETTI FUTURI
I dati parlano di un aumento del 30% delle domande di contributo in conto affitto e per le case popolari. In poche parole l’emergenza abitativa non accenna a calare e i Comuni devono affrontare la situazione con sempre meno fondi a disposizione per il sociale. Per questo l’attenzione della Fondazione Cassa di Risparmio si sta rivelando fondamentale per portare avanti il nuovo progetto che dovrebbe prendere il via nel 2016. Stavolta saranno affrontate due nuove tematiche: il ripopolamento di borghi e paesi delle colline, andando a intervenire su unità immobiliari inutilizzate per rivitalizzare quei piccoli centri che sono la linfa vitale del territorio, e il recupero delle periferie urbane introducendo anche spazi per la socialità, come sale per feste e centri di aggregazione. Inoltre, prosegue l’attività di mediazione sociale con la creazione di un’équipe eterogenea e multidisciplinare a disposizione della Provincia di Lucca che fosse votata a questo servizio.
VITA CONDIVISA
Il progetto consiste nel destinare 14 ambienti residenziali nel centro storico di Lucca e di proprietà della Misericordia di Lucca, offrendoli a canoni adeguati ad anziani single, coppie e gruppi di anziani che vogliano sperimentare un’esperienza di co-housing e condivisione di servizi.
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foto Lucio Ghilardi
CULTURA: IERI
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OGGI DOMANI Appunti su un dipinto del Trecento restaurato
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iovanni del Biondo non è uno dei pittori più famosi del Trecento fiorentino e toscano, sebbene le sue opere siano presenti in tante raccolte museali italiane e straniere (Uffizi a Firenze, musei Vaticani, Berlino, Detroit), eppure uno dei più eminenti trecentisti italiani, Miklòs Boskovits, ha ricordato che egli è probabilmente stato l’artista più ricercato e amato a Firenze nei decenni centrali della seconda metà del Trecento. Un gran numero di sue opere ci è pervenuto e molte di esse furono eseguite per luoghi insigni del territorio, ciò ci conferma quanto sia stata vasta la sua attività come del resto è emerso in modo organico nel 1967 grazie alla pubblicazione di due monumentali volumi da parte di un altro famoso storico dell’arte, Richard Offner, che ricostruì analiticamente il percorso artistico di Giovanni del Biondo. Di questo artista proveniente dalla zona del Casentino non si conoscono con esattezza le date di nascita e morte, ma i documenti testimoniano che nel 1356 divenne cittadino fiorentino e in città rimase attivo sino al 1399 circa. La scena storica in cui si mosse il maestro casentinese ‘inurbato’ fu quella della Firenze della seconda metà del secolo tesa a risollevarsi dalla terribile peste nera del 1348 (che aveva più che dimezzato la popolazione) ed era scossa da crisi economiche e sociali tra il desiderio di affermazione della piccola borghesia di commercianti e imprenditori e i malesseri di una vasta e povera classe popolare (chiamata popolo ‘minuto’) che portarono nel 1378 alla rivolta dei Ciompi. Giovanni lavorò e si formò nelle grandi botteghe artistiche della metà del secolo, quella degli Orcagna e quella di Taddeo Gaddi, per poi mettersi in proprio e organizzare una produttiva bottega che riuscì appunto a conquistare il gusto di una composita committenza. La Madonna dell’Umiltà di cui si parla in queste pagine – appartenente alla raccolta del Museo Diocesano di Firenze e restaurata grazie al generoso finanziamento del Comitato Nuovi Eventi per Lucca – va collocata
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Maria Matilde Simari
Una Madonna dell’Umiltà di Giovanni del Biondo
Maria Matilde Simari è funzionario Storico dell’Arte presso la Galleria degli Uffizi. È incaricata per la Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio per la tutela del complesso di Santa Maria del Fiore, dei musei del Bigallo e di Santo Stefano a Ponte della città di Firenze; ricopre l’incarico del coordinamento dei depositi d’arte di provenienza territoriale.
cronologicamente nel periodo maturo dell’attività del nostro Giovanni del Biondo, negli anni Settanta del secolo, quand’egli ormai affermato riceveva incarichi di prestigio, come ad esempio quello del polittico Rinuccini per la basilica di Santa Croce, una delle sue opere più note, che reca la data 1379. Proprio la tavola centrale con la Madonna col Bambino del monumentale e articolato polittico è considerata dagli studiosi il punto di riferimento stilistico per proporre una datazione per la nostra Madonna del Museo Diocesano caratterizzata dai toni teneri e familiari e raffigurata mentre sostiene sulle ginocchia un Bambino sorridente che gioca con un cardellino tenuto legato ad una zampetta con una cordicella. Si tratta di un’immagine colloquiale che si pone dinanzi al devoto senza la freddezza ieratica e dogmatica delle imponenti Madonne in trono di epoche precedenti. È appunto una Madonna che umilmente sta seduta a terra su di un cuscino e che tiene abbracciato un Bambino che sembra assorto nel gioco. Ecco dunque una Madonna umanizzata divenuta immagine consueta nel corso del Trecento in sintonia con lo spirito e i sentimenti del tempo, che tendevano ad una ricerca di naturalezza e di espressione sentimentale cosicché «di fronte a queste immagini della Madonna col Bambino lo spettatore poteva avere l’impressione di essere davanti un gruppo di famiglia tipicamente borghese o almeno casalingo» (Frederick Antal). Eppure, in questo proporsi in modo così apparentemente semplice, la Madonna e il Bambino mostrano la loro superiore dignità nello splendore dell’oro che li circonda, nella ricchezza dei tessuti preziosi e ancora negli abiti finemente decorati con bordure di ermellino ed eleganti ricami in oro. Il prezioso colore a base di lapislazzulo, l’abbondanza di foglia d’oro e la pittura che rinvia ai più pregiati broccati lavorati sono gli accenti sfolgoranti e simbolici di un’immagine divina e luminosa. Anche il Bambino dal tono giocoso e quotidiano contiene un simbolo evidente agli occhi dei devoti medioevali: il cardellino è infatti – secondo una antica leg-
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genda – allusione simbolica alla Passione di Cristo. Si narra infatti che un cardellino – ritenuto volatile consueto ai rovi – si sarebbe volto ad estrarre le spine della corona che trafiggeva il Cristo crocifisso e così si sarebbe trafitto a sua volta macchiandosi con il sangue di Gesù. Per tale ragione l’uccellino sarebbe rimasto segnato dalla macchia rossa sul capo che caratterizza la sua specie. Il Bambino dipinto da Giovanni del Biondo guarda, dunque, serenamente il cardellino che sta ad indicare la futura sofferenza della Crocifissione predestinata e voluta per la Redenzione umana. L’affascinante dipinto su tavola di Giovanni del Biondo dietro la sua apparente semplicità condensa significati artistici, sociali e religiosi ed esprime la visione del mondo di alcune lontane generazioni, e ancora altro si può accennare, notando ad esempio come l’elegante abito della Madonna rispecchi pienamente la moda femminile degli anni Settanta del Trecento, il cui stile prevedeva scolli diritti poco profondi e maniche strette che fuoriuscivano dalla sopravveste dai bordi decorati. Infine, almeno una breve nota va dedicata all’originaria provenienza di questo dipinto che è entrato nelle collezioni del Museo Diocesano di Firenze soltanto nel 1983, ma che apparteneva, si può pensare sin dalla sua esecuzione, alla chiesa di San Pietro a Sollicciano, località attualmente posta nel comune di Scandicci presso Firenze. Questa chiesa, ora defilata e ben poco nota, è di antica fondazione e nel Trecento era posta sotto il patronato delle monache benedettine di Santa Maria a Montignano, all’epoca importante e ricco luogo monastico benedettino esistente sin dal X secolo. Quella che ora si presenta a
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noi come una periferia cittadina attraversata da strade e superstrade, urbanizzata da grandi condomini, multisale cinematografiche, insediamenti industriali e commerciali e soprattutto legata nella conoscenza collettiva al nome del carcere circondariale che vi sorge, molti secoli fa era luogo di fertili campagne, intensamente coltivate e attraversate da corsi d’acqua, di proprietà di grandi famiglie aristocratiche e potenti ordini monastici. Si può supporre che la Madonna di Giovanni del Biondo occupasse nella chiesa di San Pietro un posto di rilievo, forse la posizione di eccellenza sull’altare maggiore, e probabilmente anche che fosse contornata da dipinti raffiguranti santi, tra i quali il santo titolare Pietro, a comporre un articolato polittico. Ma queste sono ipotesi, di certo c’è invece che il dipinto nel 1889 era stato relegato in sagrestia (come ricordato da Guido Carocci e Richard Offner) e già si presentava pesantemente modificato da invasive e improprie ridipinture che nascondevano l’originale trecentesco, nonché accompagnato da una predella in stile che – con ingenua buonafede – voleva completarlo secondo il gusto dell’epoca. La riscoperta della pittura antica e il primo integrale restauro venne condotto da Giuseppe Rosi e Alfio Del Serra con la direzione di Umberto Baldini che la presentò poi alla ‘Mostra di opere restaurate’ del 1953. Con questa data si entra nella storia recente del dipinto trecentesco, storia che viene esaminata dall’abile e appassionato restauratore Massimo Bonino che ha operato tra il 2015 e il 2016 l’intervento felice di restituzione alla visibilità delle finezze cromatiche e decorative della Madonna dell’Umiltà, in sintonia e afflato con lo spirito del maestro casentinese Giovanni, che la eseguì oltre sei secoli or sono.
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Piccola storia di un restauro Massimo Emilio Armando Bonino
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el dicembre 2014 il Comitato Nuovi Eventi per Lucca, nato su iniziativa della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e della Fondazione Ragghianti, aveva ottenuto, con il determinante interessamento del diacono Alessandro Bicchi, vice direttore del Museo Diocesano di Santo Stefano al Ponte di Firenze, e della dottoressa Maria Matilde Simari, funzionario della competente Soprintendenza alle Belle Arti e Paesaggio, il prestito, per circa tre mesi, della meravigliosa tavola di Giotto raffigurante la Madonna con Bambino di San Giorgio alla Costa per l’esposizione nella piccola e affascinante chiesa di San Franceschetto, a fianco della imponente Chiesa di San Francesco, a Lucca. Per la prima volta i lucchesi potevano ammirare, all’interno delle proprie Mura, un’opera dell’allora ‘devastante’ maestro trecentesco. Un’operazione dal valore culturale innegabile rivelatasi un successo tangibile (circa 8.000 visitatori, di cui oltre 1.000 studenti appartenenti a ogni ordine e grado delle scuole del territorio). In segno di riconoscenza per la disponibilità del Museo Diocesano, il Comitato ha voluto donare il restauro di un’opera all’interno della raccolta d’arte fiorentina e mi ha incaricato di scegliere, con il nulla-osta del diacono Bicchi, un dipinto tra i tanti, considerando le diverse priorità che le opere presentavano. La cosa mi scatenava, oltre a un naturale entusiasmo, una specie di euforia, data dalla scelta che dovevo operare tra una quantità notevole di opere di un livello eccelso: Masolino da Panicale, Giovanni del Biondo, Paolo Uccello, Maestro del Trittico Horne. Potevo essere paragonato a un bambino con un pass illimitato all’interno di Gardaland … gli occhi e la mente erano preda di un turbinio a cui era difficile dare una regola. Avrei voluto prendere tutto! Ma non potevo. Toccavo, ispezionavo, accarezzavo, annusavo ogni oggetto per capire quale potesse
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essere quello ‘papabile’, ma non riuscivo. In determinate situazioni la ‘sindrome di Stendhal’ colpisce anche gli addetti ai lavori, e così fu. Dovetti sedermi e calmare un po’ la tachicardia riconoscendo, negli occhi di Lucio Ghilardi, il fotografo che mi accompagnava, un po’ di preoccupazione. Come richiamato da un flusso, direi magnetico, lo sguardo si avventurò nella penombra delle strette scale sino ad arrivare al pianerottolo dove, alla parete, era esposto, in maniera molto pudica, una Madonna con Bambino. Una tavola cuspidata a ‘fondo oro’, sicuramente parte di un polittico, nominata Madonna dell’Umiltà di Giovanni del Biondo. Il titolo era sicuramente un’indicazione su ciò che doveva essere necessariamente impiegato se si voleva operare su un oggetto simile: l’Umiltà, (fig. 1). Quella, decisi, doveva essere il nostro ringraziamento per il generoso prestito della tavola di Giotto. Proposta, preventivo, autorizzazioni e quant’altro fluirono lisce e regolari come non
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spesso accade e la dottoressa Simari, incaricata dalla Soprintendenza di Firenze per la Direzione dei lavori, si era resa subito disponibile a seguire il restauro con entusiasmo. Perfetto. La mattina del 18 settembre del 2015, di buonora e con tutti i permessi in tasca, inforcai il mio fedele scooter (sotto i 100 km, se possibile, divorzio volentieri dall’auto) per recarmi a Firenze e seguire le operazioni di trasporto fino al mio laboratorio di Lucca. Un sorriso di soddisfazione, da orecchio a orecchio, mi accompagnò per tutta l’autostrada, tanto da farmi guardare con sospetto anche dal casellante di Sesto Fiorentino. Il diacono Bicchi ci aprì il portone del silenzioso museo e quattro braccia di due nerboruti operai della ditta incaricata del delicato trasporto staccarono la tavola, resa particolarmente leggera sia dall’antichità che dai possenti attacchi di tarli distribuiti nei secoli nel buio pianerottolo. La cassa realizzata per il trasporto, imbottita come il sedile di una Jaguar, accolse l’opera del pittore fiorentino sino
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a farla diventare un tutt’uno con se stessa. Con l’autorevolezza di un severo agente della polizia stradale scortai, precedendolo, il furgone. Il cavalletto, una luce da chirurgo, una lente e un po’ di musica di Scarlatti mi fecero entrare subito in sintonia con il maestro del Trecento toscano. Come spesso capita a noi restauratori (a chi più e a chi meno in verità) le opere si confidano. Silenziosamente. Ci raccontano, con molta calma, tutte le vicissitudini della loro esistenza. Da quando sono nate fino al momento che si mostrano a noi. Buchi, fenditure, chiodi ritorti, tasselli, patinature, ritocchi, aggiunte, abrasioni … il loro linguaggio è variegato ma chiarissimo. Ho avuto l’onore di conoscere vecchi restauratori come i fiorentini Masini e Taiti (di cui, lasciatemi vantare, sono stato allievo), eroici reduci della battaglia con l’alluvione del 1966, che avevano la capacità, con un solo sguardo o di un semplice contatto delle loro mani, di svelare ogni segreto di un’opera.
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PICCOLA STORIA DI UN RESTAURO
1. Il dipinto al momento del prelievo dal Museo di Santo Stefano al Ponte di Firenze 2. La tavola prima del restauro del 1953 3. Particolare della foto 2
Per aiutarmi nell’indagine ricognitiva sulle vicissitudini della tavola chiesi volentieri aiuto alla dottoressa Mieli, gentile custode degli archivi dell’Opificio delle Pietre Dure di via degli Alfani, luogo dove, nel lontano 1980, mi diplomai. Comparve una scheda del 1953 firmata dal compianto professor Umberto Baldini, fondatore della scuola di restauro. Prendere in mano un suo testo non da studente ma da restauratore, oramai navigato, m’impose di mettere da parte quella deferenza che sempre ho dovuto a personaggi di quello spessore, per valutare operazioni messe in atto più di sessanta anni or sono. Anche se luminari, nonostante tutto, erano figli del loro tempo e legati operativamente ai materiali che la chimica e la fisica mettevano allora a disposizione per il restauro. Una metodologia filologicamente corretta, in quegli anni, era ancora sopita in attesa della distruttiva onda dell’Arno che avrebbe scosso il mondo del restauro immettendolo in binari operativi più severi e razionali. La scheda, datata, come ho detto, 1953, parlava di un’opera che si presentava, agli antichi artigiani, con una ridipintura delle figure particolarmente trasfigurante. In effetti, negli anni assai precedenti al 1950, uno sconosciuto ‘ridipintore’ (perché di tale personaggio si trattava) aveva modernizzato le figure, ritenute ‘primitive’, cambiando atteggiamento ai volti, alle vesti e soprattutto alle capigliature, applicando anche al Bambinello un disinvolto parrucchino, che avrebbe fatto invidia, più avanti nel tempo, all’acconciatura lanciata dal quartetto di Liverpool. Le foto conservate all’Opificio e al Gabinetto fotografico mostrano una Madonna con Bambino completamente trasfigurati. Agli esperti occhi di Baldini non poteva sfuggire una discrepanza così evidente, e dette ordine ai suoi restauratori di asportare lo spesso strato di ridipintura e rivelare la cromia della ‘tempera a uovo’ originale, (figg. 2 e 3). Quest’operazione fu eseguita, come riportato nella scheda, mediante «… compressione di vapori caldi di piridina sulla superficie dipinta». Inquietante! Sia per i materiali sia per la me-
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todologia applicativa. Sebbene la piridina in se stessa sia un solvente particolarmente selettivo, anche se puzzolente e soprattutto molto cancerogeno, l’operazione deve aver presentato molti e imprevedibili rischi. Così hanno fatto e, tutto sommato, hanno dimostrato quanto sia resistente una semplice tempera antica di soli 600 anni! Tant’è. In seguito alla trasformante pulitura, la tavola di Giovanni del Biondo, dopo essere stata privata di un’impropria predella ottocentesca, fu stuccata, ritoccata e, soprattutto, patinata con una serie di vernici e cere imbitumate sino a rendere il soggetto completamente omogeneo e, tutto sommato, accettabile. Comunque le figure erano tornate a fare parte della classica iconografia trecentesca della Madonna con Bambino e, dall’aprile all’agosto 1953, con l’aggiunta di due colonnette tortili ai fianchi, fu esposta alla VII Mostra delle opere restaurate presso la Galleria degli Uffizi.
Dopo più di sessanta anni tutti i materiali applicati nel restauro del 1953 erano completamente andati. Le vernici opacizzate e imbrunite, i ritocchi virati di tono e, pertanto, visibili e l’occultante patinatura non più omogenea ma chiazzata. Il retro era stato incuneato su tre linee verticali, integrato nella parte alta con inserti di legno nuovo e nella parte bassa era stato applicato un quadrello sempre in legno. I tarli avevano banchettato per più di sei secoli su quelle povere tavole di pioppo sino a ridurle in uno stato inguardabile senza inorridire. Comunque sembrava che il degrado del supporto ligneo si fosse arrestato e quelle rudimentali operazioni di sverzatura potessero ancora andare bene. Dovevo soprattutto operare sul visibile. Asportare cioè tutto il materiale aggiunto sulla superficie cromatica. Con il rispetto che si deve a un’opera di questo genere e di quest’epoca dovevo sicuramente accertarmi delle sostanze ancora
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PICCOLA STORIA DI UN RESTAURO
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La ripresa a luce ultravioletta mette in evidenza vecchi ritocchi e patinature Un particolare dell’indagine condotta con l’ausilio di raggi X La micro-sezione del campione prelevato rivela le stratificazioni del prezioso blu di lapislazzuli. I saggi effettuati per determinare la miscela di solventi più adeguata da impiegare nella pulitura della superficie cromatica 8. Il particolare delle tracce del piccolo anello alla mano della Vergine 9. Il disegno a ‘fiore a cinque petali’ del punzone usato per la bulinatura della veste del Bambino e di una parte di quella della Vergine
presenti, di eventuali ridipinture mantenute dagli operatori di Baldini, di perni, viti e quant’altro poteva essere stato applicato in precedenza. La visione della superficie pittorica con l’ausilio di raggi ultravioletti è sempre divertente; come da ragazzi quando ci guardavamo i denti bianchissimi e sfolgoranti a contrasto della pelle viola scuro del viso, mentre ballavamo in discoteca sotto la luce di quei sorprendenti e dannosi bulbi luminosi. Anche nel caso di un esame su un antico dipinto, alcune parti s’incupiscono e altre riflettono specchiando. Gli ultravioletti hanno la caratteristica di penetrare nelle superfici pittoriche antiche secondo la loro vetustà. Quanto più un colore si è ‘indurito’ o, per meglio dire, ‘polimerizzato’ nel tempo, quanto più riesce difficile ai raggi di penetrarlo pertanto rimbalzano sino a dare l’effetto di una specchiatura. Al contrario un materiale di recente applicazione, assorbendoli, s’incupisce di viola sino quasi a rendersi nero. In questa maniera è possibile determinare, sommariamente, quanto messo attualmente e quanto, invece, più antico. Sulla nostra tavola si rivelarono una grossa quantità di veli pigmentati e di ritocchi pittorici di recente soprammissione (per ‘recente’ intendo almeno 50/70 anni fa), (fig. 4). Dopo un’ispezione preventiva della dottoressa Simari, convenimmo che anche un’accurata serie di radiografie e una stratigrafia di un campione di colore, scelto nel punto dove ritenevamo che i vecchi restauratori avessero infierito meno, fossero indispensabili. Nel suo grande studio verso sera, quando cioè le visite sono concluse, distogliersi da visioni di fegati ingrossati e ossa fratturate per esaminare un antico dipinto, per il mio amico radiografo, è sempre un avvenimento entusiasmante. E io, approfittando dello stato di eccitamento che si impossessa di lui, lo trattengo più del dovuto facendo lastre su lastre per meglio accertarmi dello stato dell’opera. E così è stato anche per la Madonna dell’Umiltà. In questo caso però, a parte la visione di cunei lignei e viti di dimensioni esagerate ficcate nel corpo di pioppo della tavola, non ci sono state sorprese, (fig. 5). Eseguite le necessarie ispezioni l’opera è tornata nel mio laboratorio e adagiata su un tavolo operatorio allestito adeguatamente. La completa osservazione con un buon microscopio aiuta sempre nel decidere su quali parti del colore bisogna prestare maggiore attenzione. L’individuazione delle stratificazioni dei colori permette di creare una ‘scaletta’ operativa. Intanto anche il chimico, dottor Marcello Spampinato, aveva prelevato un piccolo campione di colore, a fianco di una piccola e vecchia caduta, per farne delle sottilissime fettine e analizzare i componenti chimici sia dei pigmenti che dei leganti. Anche queste analisi risultarono nella norma e ci svelarono quello che ci aspettavamo. Solo l’individuazione del costoso blu di lapislazzuli, impiegato da Giovanni del Biondo per la veste della Vergine, ci convinse, se mai ce ne fosse stato bisogno, che l’opera era di pregevole fattura e commissionata da qualche trecentesco personaggio fiorentino che non badava a spese, (fig. 6). Dopo aver trasmesso tutto alla Direzione dei lavori e aver ottenuto il necessario nulla osta, cominciai a fare delle timide piccole ‘finestre’ di
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pulitura che svelarono subito una cromia sottostante incredibile. La patinatura e le varie velature ‘omogeneizzanti’ di colore avevano, anche grazie a una potente ossidazione causata dal tempo, occultato gli squillanti colori di Giovanni del Biondo rendendo sordo tutto il soggetto. La prima settimana era stata impiegata tutta a stabilire e testare le più adeguate miscele di solventi per asportare lo scuro strato soprammesso. I piccoli punti toccati con varie combinazioni di reagenti chimici, dosati come per un Negroni, mostrarono dei colori di un fulgore inimmaginabile. Il rosso della veste della Madonna, il rosa del panneggio del Bambino e l’incarnato della Vergine si mostrarono in tutto il loro prepotente splendore, (fig. 7).
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Come sempre accade quando mi applico con passione a una determinata operazione, la fine delle giornate lavorative arrivano con una velocità inaspettata e tornare a casa soddisfatto per un lavoro compiuto nel migliore dei modi, e soprattutto con dei risultati oltre le aspettative, è uno di quei motivi che mi convincono sempre più che l’artigiano è il mestiere più affascinante che potessi decidere di intraprendere. I giorni seguenti trascorsero a eliminare tutto quello che nel 1953 avevano, con professionalità adeguata al concetto di restauro del tempo, applicato sulla luminosa tavolozza del maestro fiorentino. La cosa che, a un attento osservatore, risulterà curiosa è che i piccoli arabeschi realizzati sulla veste del Bambino originariamente ‘a missione’, e cioè creando un disegno lineare con una leggera colletta e applicando il sottilissimo foglio d’oro eliminando, a essiccazione avvenuta, l’eccesso del prezioso metallo, risultavano, all’arrivo dell’opera nello studio, di colore chiaro sul fondo del panneggio più scuro. A restauro
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10. L’opera prima del nostro intervento pittorico, foto Lucio Ghilardi 11. Il dipinto a restauro concluso, foto Lucio Ghilardi
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concluso si sono invertiti i toni; la veste risultava più chiara mentre i disegni più scuri. Tale avvenimento nasceva dal fatto che a conclusione del restauro del 1953, come già detto, gli operatori considerarono di applicare una patina (diciamo ‘d’invecchiamento’) su tutta l’opera. Ma nel punto dove era stata applicata la colletta di missione, il velo bitumoso non penetrò e quindi, non scurendosi come il resto, i fregi si resero chiari sul panneggio diventato di un color tabacco. Eliminando però la sporcizia, la veste del Bambinello tornò a essere un chiaro giallo canarino e i disegni leggermente e naturalmente più scuri a causa dell’assorbimento della colletta. Cose che succedono. Comunque a leggeri strati e a piccole zone tutto l’occultante strato bruno è stato asportato rivelando colori spettacolari ma anche una serie di mancanze e di svelature. Anche la scorniciatura decorata a motivi vegetali non la raccontava giusta e, durante una visita ricognitiva, la dottoressa Simari volle ispezionare anche il colore che la copriva pesantemente. Le piccole prove rivelarono, infatti, che anche questa parte accessoria era stata coperta di un nuovo colore a tempera che nascondeva anche dei piccoli ‘baffi’ dorati, parte integrante del decoro originale. Si decise di rivedere anche quella parte dell’opera. Non mi metto a descrivere tecnicamente lo svolgimento del lavoro perché sarebbe noioso per il lettore. Dico solo che il tempo, lavorando su quell’opera, andava via senza accorgersene tanta era la soddisfazione che sia io che, spero, anche Giovanni del Biondo (che mi avrà guardato severamente dal paradiso degli artisti), stavamo provando. Alla fine della lunga pulitura guardai con orgoglio la tavola cercando di trovare, nella confusione di varie mancanze e antiche svelature, qualcosa ancora da nettàre. Trovai che sul dito anulare della mano destra della Madonna permaneva un piccolo e fastidioso puntino scuro che controllai bene prima di asportare. Con il microscopio mi avvicinai gradualmente ‘zummando’ da pochi a più ingrandimenti. Il puntino prese colore sino a diventare di colore rosso rubino; due piccole e quasi invisibili linee dorate circondavano il dito della Vergine: un anello, (fig. 8). In effetti nelle foto ritrovate negli archivi l’immagine dell’opera prima del 1953 metteva bene in mostra tale piccolo monile ma dopo il restauro questo diventò invisibile. Il timido gioiello era stato quasi completamente cancellato, occultato dal bitume e reso poco più che un fantasma. In tutte le rappresentazioni dello Sposalizio della Vergine, Giuseppe inanella, secondo le usanze ebraiche, il dito indice della mano destra; in questo caso la presenza del gioiello al dito anulare, sempre della destra, potrebbe far pensare che quello non sia un sigillo matrimoniale ma semplicemente un discreto e semplice ornamento. Ma l’osservazione al microscopio rivelò anche un’altra curiosità: tutta la veste del Bambino, realizzata mediante una finissima ‘bulinatura’, fu messa in atto con un minuto strumento, chiamato appunto bulino, riportante, inciso su un’estremità, un piccolissimo fiore a cinque petali che, punzonato serratamente sulla foglia d’oro, determinò un risultato
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finale a ‘cotta di maglia’: esattamente come una di quelle vesti metalliche che gli antichi cavalieri portavano sotto l’armatura per evitare i tagli delle lame affilate durante gli scontri di guerra, (fig. 9). Le curiose ed eccitanti scoperte fecero immediatamente il giro, tramite il web, della ristretta equipe degli addetti ai lavori e dei responsabili riscuotendo da tutti una meritata e soddisfatta approvazione. A volte sono dei semplici dettagli, come questi piccoli ritrovamenti, che attualizzano e fanno sentire straordinariamente proprie le opere di antichi maestri artigiani. Anche la cornice aveva ricevuto, nell’intervento degli anni Cinquanta, come già detto, un colore che abbassava molto l’elettrizzante blu ceruleo originale reputato troppo ‘spiacevole’. La squillante cromia, alternata con foglie dorate a oro zecchino, tornò di nuovo a incorniciare le sacre figure. Con la Direzione dei lavori organizzammo, dopo la necessaria stuccatura delle numerose parti mancanti, le modalità di ritocco, decidendo una chiusura delle minime lacune mentre per le parti più importanti una attenta ‘selezione cromatica’, (fig. 10). La tavola cominciò quindi piano piano a riprendersi l’umile regalità che le spettava. I panneggi e gli incarnati, in alcuni casi resi illeggibili da mancanze e svelature, tornarono a presentare un’unità cromatica che rendeva il tutto un deciso concerto di colori.
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È palese che questi non siano sicuramente, come spesso erroneamente si dichiara a seguito di un restauro, i «ritrovati colori dell’artista». Già dal primo giorno che Giovanni del Biondo ultimò la tavola cominciarono a cambiare, entrando inevitabilmente in rapporto con luce e atmosfera ossidante, e ad alterarsi sino ai giorni nostri. Certo è che tutte le operazioni, chiamiamole di ‘manutenzione’, hanno determinato una variazione cromatica più accelerata ma possiamo affermare che sicuramente quelli che sono i valori e gli accostamenti tonali della tavolozza del pittore sono ancora bene apprezzabili. Anche il piccolo anello ha ricevuto un microscopico e necessario aiuto pittorico per poter essere di nuovo ammirato in tutto il suo sottile fascino. Il progetto per l’intensità della brillantezza della verniciatura finale mi ricordava che il restauro era sulla via della conclusione e che di lì a poco la tavola di Giovanni del Biondo sarebbe tornata nella sua sede di Santo Stefano al Ponte, (fig. 11). Vederlo inserire nella cassa dai due trasportatori per essere trasportato di nuovo a Firenze mi ha infastidito …: un lungo lavoro di ripristino, in questo caso circa sei mesi, sviluppa in chi lo esegue un distorto senso di ‘diritto alla ritenzione’. Certe opere non si vorrebbero più riconsegnare …. quasi come una spettanza all’adozione invocato da una madre putativa a cui strappano il figlioletto che anche lei sa perfettamente non essere suo.
Un sincero ringraziamento va alla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e al Comitato Nuovi Eventi per Lucca che hanno fortemente voluto che l’opera, in segno di gratitudine verso il museo fiorentino, fosse da me ripristinata nel migliore dei modi. Al direttore del Museo Monsignor Timothy Verdon e al diacono Alessandro Bicchi che ha accompagnato durante tutto il ripristino, con la premura di un ‘padre’, la pregevole opera di Giovanni del Biondo. Per ultima, e decisamente non ultima, la dottoressa Maria Matilde Simari che, con la passione e la simpatia che contraddistinguono chi ama il proprio lavoro, ha seguito e diretto con preziosi consigli e osservazioni, dal vivo e tramite web, ogni operazione eseguita. Come ebbe a dire in un’intervista il professore Antonio Paolucci, mio insegnante all’Opificio e persona da me particolarmente stimata e ammirata: «Sono un uomo fortunato, che vive in mezzo al bello!». Posso sommessamente dire di esserlo anch’io. Massimo Emilio Armando Bonino si è diplomato nel 1980 all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, specializzandosi nel restauro dei dipinti su tela e tavola, con Umberto Baldini e Antonio Paolucci. Opera da più di trentacinque anni nel suo laboratorio di Lucca per Soprintendenze, Fondazioni, Gallerie di antiquariato e collezionisti privati.
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Funder35: la spinta che serve
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hi ha detto che la cultura non paga, sbaglia. O almeno, sbagliava fino al 2012. È in questo anno, infatti, che nell’ambito della Commissione per i Beni e le Attività Culturali dell’Associazione di Fondazioni e Casse di Risparmio Spa (ACRI), nasce Funder35, il progetto rivolto alle giovani aziende e imprese che operano in campo culturale. Uno strumento potentissimo ed efficace che inizialmente ha riunito dieci Fondazioni associate – tra le quali anche la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca –, arrivate a diciassette nel 2015, connesse per dare respiro e speranza a quelle imprese che, altrimenti, faticherebbero a crescere. Sì, perché spesso il binomio giovani e cultura si nutre proprio di questo: sogni e speranze, che troppe volte restano tali. Grandi progetti, iniziative che funzionano, ma che non trovano il giusto canale per andare avanti. Un accompagnatore, un sostegno reale, fatto non solo di contributi economici. Spesso quello che serve è un mentore che indichi la strada, che fornisca i suggerimenti per dare vita a una struttura aziendale capace di camminare con le proprie gambe, creando un circolo virtuoso economico destinato a durare nel tempo. Tutto questo, in sintesi, è Funder35. «Ciò che è innovativo del progetto Funder35 – commenta Giorgio Tori, membro del consiglio di amministrazione della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e rappresentante per Lucca nella commissione Funder35 – è proprio la continuità che viene data al sostegno. Non si tratta di lasciare nelle mani dei giovani la cifra richiesta e abbandonarli a loro stessi: l’idea è proprio quella di accompagnarli nel loro percorso di crescita, fornendo tutti gli strumenti per ottenere successo».
Funder35, come detto, si rivolge alle imprese culturali non profit, sostenute da giovani che abbiano meno di 35 anni. Molte le iniziative di questo tipo presenti sul territorio italiano, oltre 30mila, che però non hanno sempre le possibilità che meritano. Il progetto studiato da Acri si propone proprio IL PROGETTO
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Sara Berchiolli
questo: insegnare alle giovani imprese culturali modelli gestionali e di produzione propri delle aziende più solide, garantire loro una posizione nel mercato del lavoro migliorandone l’appetibilità, l’efficienza e la sostenibilità. L’iniziativa è su base triennale e, nella sua seconda edizione, ha raccolto l’interesse di 18 fondazioni: Fondazione Cariplo – in qualità di capofila – Compagnia di San Paolo, Ente Cassa di Risparmio di Firenze, Fondazione Banco di Sardegna, Fondazione Cariparma, Fondazione Cariverona, Fondazione Cassa di Risparmio della Spezia, Fondazione Cassa di Risparmio di Ascoli Piceno, Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo, Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, Fondazione con il Sud, Fondazione Cassa di Risparmio di Udine e Pordenone, Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, Fondazione Livorno, Fondazione Sicilia. Ogni Fondazione bancaria partecipa con un budget, proporzionale al capitale dell’ente stesso: nella prima edizione, che ha riguardato il triennio 2012-2014, la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ha stanziato circa 50mila euro, raddoppiati nel triennio 2015-2017. La motivazione che spinge i 18 enti è molto semplice: andare a riempire quel vuoto finanziario che aleggia intorno alla cultura, troppo spesso abbandonata dai bilanci pubblici perché impegnati altrove, non sempre capace di catturare l’attenzione degli sponsor privati. «Se ci pensiamo – prosegue Tori – del famoso “settore cultura” se ne parla tanto, ma gli interventi pratici sono sempre meno. Comuni e province non hanno fondi da destinare ai settori speciali e particolari del teatro, della musica, delle iniziative folkloristiche. Il nostro, quello di Funder35, è un segnale chiaro: dobbiamo sostenere chi se lo merita. Questa è un’iniziativa eccellente, sia per l’offerta culturale che garantisce, sia per l’impegno economico: si innesca, infatti, un meccanismo per cui fondi chiamano fondi,
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1-4. Alcune immagini delle scorse edizioni del Lucca Teatro Festival
imponendosi come un volano per la situazione finanziaria dell’intero Paese». COME FUNZIONA Ogni
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triennio viene pubblicato un bando rivolto a imprese senza scopo di lucro di natura privata, con un organo gestionale a maggioranza under35. Il candidato deve avere una sede ed essere operante sul territorio di riferimento delle Fondazioni da almeno due anni. A Funder35 possono partecipare imprese di natura differente: dalla danza al teatro, dalla musica alla fotografia, passando per il cinema, l’arte, il fumetto, l’enogastronomia e il turismo. Il processo di valutazione del progetto viene poi affidato a tre esperti che analizzano la qualità e la chiarezza dell’esposizione, la coerenza e la rilevanza degli obiettivi, l’adeguatezza delle strategie, la significatività dei risultati attesa e la congruità dell’organizzazione rispetto alla tipologia di idea presentata. I tre esprimono una valutazione anche sulla sostenibilità economico-finanziaria dei singoli progetti. In seguito, sarà poi il comitato di gestione, composto da un rappresentante per ogni Fondazione, che sulla base delle analisi effettuate dai referenti individuerà i progetti da proporre al contributo. Ad ogni progetto vincitore sarà assegnato un contributo a fondo perduto pari al 70 per cento della cifra totale richiesta: sarà poi compiti dei giovani premiati reperire il restante 30 per cento. A tale proposito, nel gennaio 2016 è stato siglato tra Funder35, Acri e Abi, l’Associazione Bancaria Italiana, il protocollo «Banche per la cultura. Missione: imprese culturali under 35». Questo importante strumento va ad ulteriore aiuto sia dei progetti vincitori, che di quelli che hanno ricevuto una menzione speciale: servizi dedicati e accesso facilitato al credito che contribuiscono al completamento del percorso. Il protocollo, infatti, ha come missione l’educazione finanziaria dei giovani che si affacciano su questo mondo a tratti ostico: attraverso il rafforzamento delle competenze bancarie e corsi di formazione su tematiche di gestione finanziaria, le imprese saranno accompagnate in un tutorag-
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gio che le consoliderà, favorendone la resa futura. Tra i primi istituti a partecipare ci sono la Cassa di Risparmio di Ravenna, la Banca Popolare dell’Emilia Romagna, la Banca Prossima (Intesa Sanpaolo), il Banco Popolare e l’Unicredit. Servizi particolari, quindi, calibrati sulle singole e diverse esigenze di ogni nucleo, che saranno monitorati con attenzione dai tre firmatari del protocollo per verificarne la validità e, eventualmente, modificare il protocollo stesso sulla base delle varie esigenze. I NUMERI Come detto, sono 18 le Fondazioni
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attualmente coinvolte, contro quasi raddoppiate rispetto alle 10 iniziali. In totale, dall’anno della sua nascita, il Funder35 ha erogato oltre 4 milioni e 800mila euro. Il primo anno, il 2012, sono stati 16 i progetti finanziati, per una cifra complessiva di 900 mila euro. Cifra cresciuta a 1 milione e 350mila euro, per 18 progetti, nel 2013. Nel 2014 21 progetti sono stati finanziati con un milione di euro, mentre il boom è stato registrato nel 2015, con 50 progetti selezionati fra 170 candidati per un totale di 2 milioni e 500mila euro stanziati. I PROGETTI VINCITORI A LUCCA Un teatro diffuso, un cartellone nuovo, un linguaggio diverso che parli davvero a tutti, dai piccolissimi ai nuovi adulti. Spettacoli ai quattro angoli della città, per far a Lucca l’atmosfera, le risate, i sospiri e le emozioni di chi al teatro crede davvero. Questo, a grandi linee, il progetto del «Lucca Teatro Festival – Che cosa sono le nuvole» presentato nel 2013 dalla Cattiva Compagnia al bando Funder35. Eclettica e versatile, la Cattiva Compagnia è attiva sulle scene dal lontano 1996: in questi vent’anni di esperienza il gruppo ha affrontato con coraggio ogni genere teatrale, senza dimenticarne neanche uno. Ha allestito spettacoli di strada, elaborato e digerito testi di Ionesco, Vian, Queneau, Sartre, ha fatto ridere, piangere, si è mantenuto fedele alla sua linea absurdista che scaglia senza pietà le contraddizioni umane sulle assi del palcoscenico. Insomma, i 35 mila euro ottenuti con il Funder 35, la Cattiva Compagnia se li è guadagnati sul campo.
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5-11. Cartasia, i giganti di carta invadono la città
Ma come? Nel 2013, i componeneti della compagnia hanno ideato il «Lucca Teatro Festival», un catalogo di rappresentazioni rivolto ai giovani dai 6 ai 18 anni, della durata di almeno una settimana e realizzato in collaborazione con Teatro del Giglio, Comune di Lucca e Provincia di Lucca e il sostegno di Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e Fondazione Banca del Monte di Lucca. Ma non solo, per ogni appuntamento che si tiene al Teatro del Giglio, Teatro San Girolamo o in Palazzo Ducale, i ragazzi sono invitati a incontrare gli attori e i registi per avere un’esperienza diretta e senza filtri della vita dietro e davanti le quinte. Durante i giorni di festival, scorrono fiumi di parole e di esperienze: i giovani spettatori possono partecipare a workshop teatrali, differenziati per età, e viene messa a disposizione la possibilità di diventare spettatori consapevoli, grazie al forum creato appositamente per confrontarsi, criticare e discutere gli spettacoli a cui si è assistito. «Il ruolo del teatro è cruciale per gli adolescenti – commenta Giovanni Fedeli, regista, interprete e capocomico della compagnia –. In una società che tende ad allontanare chi è diverso, più timido, più chiuso, più sensibile, il teatro rappresenta una chiave d’accesso ad una realtà che può spaventare. Fornisce strumenti potenti per creare una nuova dimensione formativa dove i giovani imparano il rispetto, lo stare insieme e la cooperazione. Un esempio concreto di vita reale, concretizzato dietro la maschera di un personaggio più vero che mai. Attraverso gli spettacoli, spinti a discutere e a confrontarsi, i giovani imparano a conoscersi e a conoscere gli altri: oltre all’inevitabile bagaglio culturale che si porteranno dietro, i ragazzi potranno costruirsi un’opinione, un’autonomia critica che li aiuterà a restare saldi sui loro piedi anche fuori dal palcoscenico». La prima edizione del «Lucca Teatro Festival» si è tenuta dal 24 al 29 marzo 2015, ha coinvolto oltre 2000 ragazzi che hanno assistito agli undici spettacoli di cui quattro in anteprima nazionale, almeno 200 si sono cimentati in un concorso sul tema «Che cosa sono
le nuvole?» e altrettanti hanno animato gli incontri con gli autori. Sono stati organizzati sei workshop, di cui uno rivolto ai diversamente abili e cinque appuntamenti hanno portato in città ospiti d’eccezione come Stefano Benni, Mariano Dolci e Giacomo Verde. «Essere tra i progetti vincitori del Funder35 – spiega ancora Fedeli – ha rappresentato per noi un vero salto di qualità, un ingresso nell’età adulta, per così dire. Il sostegno fornito durante gli incontri è stato fondamentale: abbiamo imparato a gestire strumenti finanziari, a redigere una rendicontazione, a coordinarci anche dal punto di vista economico. Senza contare che dopo la prima edizione del 2015, il Lucca Teatro Festival è diventato un appuntamento fisso del calendario culturale lucchese con, all’attivo, già due edizioni realizzate e concluse». Lucca è tornata ad essere tappa del Funder35 nel 2015: lo scorso dicembre, infatti, sono stati assegnati 65mila euro alla casa di produzione culturale Metropolis, nata a Lucca nel 2001. Da allora, Metropolis si è mossa sul territorio nazionale e internazionale, portando avanti la sua missione di arricchimento, economico, intellettuale, individuale e collettivo della società dove opera. Concentrata sulle arti performative e le arti visive, Metropolis ha scelto come linguaggio d’elezione quello cinematografico e teatrale, puntando molto anche sull’arte contemporanea e sulla realizzazione commerciale di prodotti video. Il progetto con cui la casa editrice si è proposta a Funder35 riguarda l’ottava edizione di Cartasia, festival biennale internazionale della carta, quest’anno dedicato a «Confini e prospettive». Non è un caso che sia proprio Lucca la sede di questo appuntamento tanto particolare: la città, infatti, è tra i primi posti in Europa per la produzione cartaria. Cartasia diventa quindi un modo affascinante di legare arte e cultura a una delle vocazioni economiche e imprenditoriali più tradizionali,e consolidate, del territorio. Grazie ai 65mila euro del fondo, la casa produttrice Metropolis è in grado di realizzare
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un’edizione speciale dell’evento, che si terrà a Lucca dal 31 luglio al 10 settembre 2016. Il cuore pulsante della manifestazione è il concorso internazionale a cui prendono parte centinaia di artisti provenienti da tutto il mondo. Tra questi, solo 8 vengono selezionati per entrare a fare parte dell’esposizione diffusa che invaderà la città di monumentali opere d’arte, realizzate in carta. Le opere, gigantesche e spettacolari, vengono posizionate nei punti più strategici di Lucca: qui il visitatore può non soltanto stupirsi e ammirarle, ma anche interagire con esse. Un’arte viva, quindi, che cambia e si trasforma, inserendosi nel tessuto urbano della città. Contemporaneamente a Palazzo Ducale si terrà una mostra più tradizionale, indoor, che riunisce i principali artisti e designer mondiali, specialisti della paper art. A completamento della manifestazione, anche i talk e i laboratori creativi. I primi hanno introdotto un nuovo modo di fare informazione, affrontando i temi più svariati: durante i MeFI, infatti, Meeting for Ideas, tre relatori vengono messi a confronto tra loro e il pubblico, creando così un’occasione informale, più snella della classica conferenza, con interventi di massimo 20 minuti, capaci comunque di approfondire con consapevolezza i temi e i problemi della società moderna. L’obiettivo dei laboratori creativi rivolti ai più piccoli, invece, è quello di far passare il concetto che l’arte è alla portata di tutti e rappresenta una voce indispensabile per comunicare la propria creatività. Tra visite guidate, spiegazioni, scoperte, i ragazzi verranno accompagni in un percorso che li porterà poi a realizzare con le proprie mani un’opera d’arte. Nell’edizione 2016 anche una novità: si terranno a Lucca dei workshop dedicati allo stato dell’arte della produzione cartaria. Corsi di formazione veri e propri che puntano a rispondere alle esigenze degli esperti del settore. Per un mese, Lucca si trasforma nel centro nevralgico dove arte, cultura, economia, innovazione e design si fondono, legate a doppio filo dal comune denominatore, chiamato carta.
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Destinazione Viareggio
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ono pietre e uomini, suggestioni e fantasie. Sono i sogni di chi vedeva l’Eldorado in quei pochi metri di spiaggia affacciata sul Tirreno. Era la prima Passeggiata di Viareggio, quella di legno e vernice che fu distrutta dal grande rogo del 1917. È la Passeggiata fatta di stilemi liberty, ma di solo legno, una sorta di moderni saloon tipo West. Del resto la pianta di Viareggio, composta di isolati regolari, voluta dalla Repubblica di Lucca nel Settecento, ricordava – come spiegato e rilevato da molti urbanisti – gli insediamenti coloniali di spagnoli e francesi nelle Americhe. Quei primi locali, torniamo alla Viareggio di inizio secolo, sapevano di positivismo e Ballo Excelsior. Come il bar Automatico o il teatro Eden, il caffè la Fiorentina e il primo Margherita. Il Liberty a Viareggio sarà molto di più di uno stile architettonico e decorativo. Sarà il tentativo, forte, di far continuare la Belle Epoque e il secolo d’oro della Borghesia oltre la sua fine ufficiale, ovvero il 1914, quando l’Europa tutta entrerà nella prima guerra mondiale. Viareggio ribadirà la sua fiducia nell’arte, anche quando questa vedrà la cesura, più che epocale, con il post-impressionismo. La fortuna turistica della città inizia con l’arrivo dei Piemontesi a Firenze. Nel 1865 la capitale del Regno è trasferita da Torino a Firenze. I funzionari del nuovo stato e anche i suoi ministri scoprono Viareggio e i bagni di mare. Un nome fra tanti, quello di Michele Coppino. Torinese, anticlericale dichiarato, massone, quando fu ministro della Pubblica Istruzione varò la legge che istituì la scuola elementare pubblica, strappando alla Chiesa il monopolio dell’istruzione per le classi meno abbienti. La legge Coppino fu una rivoluzione. Il ministro aveva una sua casetta nella zona della Darsena viareggina, per questo la strada principale del quartiere porta il suo nome. Nel 1869, un anno prima di Porta Pia, si costruisce il teatro Alhambra, dalle cui ceneri sorgerà il Politeama. Poco lontano sul fronte opposto verrà innalzata la locanda di Russia, poi trasformata in hotel Plaza e de Russie.
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Corrado Benzio
Il giornalista e scrittore Corrado Benzio delinea un ritratto affascinante della Viareggio che fu e di ciò che, in parte, è ancora oggi
Siamo nel 1871, sarà il primo albergo aperto in città. Dalle sue finestre si vede il lungomare ma anche la villa di Paolina Bonaparte e il luogo dove fu cremato il corpo del poeta romantico inglese Percy B. Shelley. C’è un aspetto che colpisce nello sviluppo del lungomare: Viareggio si riempie di cinematografi, come una novella Parigi. Del resto Arold Hauser nella sua celebre e fortunata storia sociale dell’arte ricorda che l’arte del Novecento per eccellenza è il cinema. La città è un grande set, teatrale e cinematografico, fino almeno al 1966, quasi 100 anni da protagonista. Un set dove si sviluppano varie rappresentazioni, anche politiche. Come quando il poeta Giuseppe Ungaretti esalta l’intervento in guerra (poi al Margherita, in seguito, verrà spiato dai tirapiedi dell’Ovra). Oppure – siamo nel primo dopoguerra – quando Gian Carlo Fusco arringa la folla in nome del Partito Comunista Italiano. Un set fatto fin dall’inizio del secolo di demimonde, cocotte, mantenute e pescecani, arrampicatori sociali, avventurieri: un grande palcoscenico sociale. Il primo cinema apre nel 1910, si chiama Nereo. Poi tocca alla Fiorentina, al cinema Eolo (chiuso giusto pochi anni fa e a breve riaperto ma come grande magazzino di vestiti per ragazzini). Nel 1928 il grande attore Ermete Zacconi (celebri le sue interpretazioni del Cardinale Lambertini e della Morte Civile) sbarca a Viareggio in tournèe con la sua compagnia. Si innamora della città e decide di vivere qui. Ma non si ferma all’acquisto di una casa: compra l’Eden per trasformarlo in un grande teatro. Siamo in piena crisi mondiale, quella del 1929, ma Viareggio non sembra risentirne più di tanto. La stessa cosa accade per il Liberty, se tale si può chiamare lo stile fiorito a Viareggio. Mentre il Liberty, o Art Nouveau o Secession, è già tramontato in tutta Europa, architetti e capimastri locali ne perpetrano eleganza e leggerezza. Viareggio è il regno della libertà, per questo applaude convinta Fregoli e Petrolini. Dell’attore romano scriverà con tono accorato Mario Tobino nel suo romanzo
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1. Totò a Viareggio nell’agosto del 1935 2. Il Kursaal in una esotica ricostruzione
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di Viareggio, Sulla spiaggia e di là dal molo: «Petrolini – scrive – espresse il patetico della morte, il surrealismo, l’intimismo: ricorda l’esistenza della satira in piena fascistica ignoranza». Solo negli anni Trenta Viareggio cederà alla retorica fascistica. Intanto i suoi modelli sono Nizza, Cannes, Biarritz, San Sebastian. Nel 1917, in pieno conflitto mondiale, anzi nei giorni tragici di Caporetto, un incendio esploso nella notte fra il 17 e il 18 ottobre distrugge buona parte degli edifici liberty o tardo liberty della Passeggiata. Anzi, diciamo che si salva solo lo Chalet Martini (peraltro arrivato fino a noi). Tutto il resto, costruito in legno e coppale, va distrutto. Ci si mobilita presto per la ricostruzione, l’Italia – intanto – vede modificare a suo favore le sorti della guerra che sembravano tragicamente spostate verso gli Imperi centrali. Viareggio ha voglia di ripartire e prende anche decisioni coraggiose. La più importante è il trasloco delle sfilate dei corsi mascherati: nel 1921 il Carnevale lascia la via Regia per sbarcare in Passeggiata. Che diventa il palcoscenico ideale per carri mascherati più grandi e maestosi. Decisione storica, perché la via Regia perde definitivamente la centralità di strada principe del vecchio borgo all’ombra della Torre Matilde. Riapre, diciamo così, la Passeggiata, ma riprendendo gli stili affermatisi nelle città turistiche di mezza Europa, soprattutto quella mediterranea. Il nuovo volto di Viareggio, la sua immagine più scintillante, la si deve soprattutto a due artisti. Uno è Alfredo Belluomini, ingegnere viareggino laureato al Politecnico di Milano. Arriva in città dopo avere lavorato in Brasile al locale Balneario. L’altro personaggio è Galileo Chini. Celebre nel Mugello è la manifattura di ceramiche Chini. Galileo è pittore e decoratore, ma anche scenografo (suoi i bozzetti per la prima della incompiuta Turandot di Puccini). Chini arriva a Viareggio dal Siam dove ha collaborato alla costruzione della grande reggia di Bangkok. Fra i suoi lavori più celebri le terme Berzieri a Salsomaggiore, provincia di Parma. Belluomini, di fatto, firma la nuova Viareggio. Suo il Margherita (1929), suo l’hotel Royal (1925), la facciata del bagno Balena, l’hotel Marchionni (1923), il Mediterraneè poi Palace (1922), l’Excelsior (1925), l’Imperiale Gentili. Chini lavora al Margherita, all’Excelsior, soprattutto sono sue le decorazioni di villa Argentina, ai margini della pineta di Ponente. La struttura, recentemente riaperta al pubblico dopo decenni di abbandono, fu ampliata da Belluomini su una struttura di inizio secolo. Nei libri che raccontano della sua opera non c’è mai una foto di questo progettista. Eppure la sua attività a Viareggio è instancabile e non solo sul lungomare. Ad Alfredo Belluomini si devono anche il liceo Classico (1921), il palazzo della Misericordia di via Cavallotti (1926, con ceramiche del Chini), il Supercinema e il mercato di piazza Cavour (1922), oggi orfano della splendida pescheria. Belluomini e Chini facevano parte della commissione governativa che venne istituita per ricostruire la Passeggiata. L’Italia non ha superato lo choc della guerra finita il 4 novembre del 1918, seppure vinta (ricordiamo: 660mila morti ed un milione di mu-
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tilati e invalidi). Ma si riparte. Il maestro Puccini si fa costruire una villa a Viareggio sul limitare della pineta di Ponente. La firma l’ingegner Pilotti, professionista pisano, in stile neogotico. È il 1919, Puccini lascia Torre del Lago stufo di rumori e odori della Torbiera. Pilotti lavora anche a villa Selene, per molti Iacomelli oppure anche villa Ciano, visti i soggiorni del ministro degli Esteri e della moglie, Edda Mussolini, figlia del Duce. Le ville, al di là dei grandi alberghi, sono le vere protagoniste della storia turistica di Via-
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reggio e della Versilia tutta. Ville che poi diventeranno più banali villette e seconde case, figlie della speculazione edilizia ma anche di un’idea di vacanza borghese e non sempre massificata. La vacanza in villa, più che in hotel, avrà conseguenze anche non previste. Come lo sviluppo, soprattutto a Viareggio, di una grande ristorazione. Dovuta alla materia prima (il pesce), ma anche alle buone disponibilità dei villeggianti. I quali – qui sta l’arcano – non avendo obblighi da mezze pensioni, indul-
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gono volentieri nell’uscire fuori a cena. E così fin dagli anni Trenta nasceranno a Viareggio celebri locali, aperti ancora oggi. Due nomi per tutti: Tito del Molo e il Buonamico , raccontato anche da Susanna Agnelli nel suo memoire Vestivamo alla Marinara (1975). A Rimini si andava al mare con i treni popolari voluti da Mussolini. A Viareggio si arrivava ormai in automobile, grazie anche alla Firenze-Mare aperta nel 1933, anno di svolta per la Versilia tutta. A Viareggio si arrivava anche in treno, e lo facevano gli attori e gli aristocratici. Belle e famose le foto di Totò, immortalato con la giovane moglie al bagno Amore. E che dire di Peppino De Filippo che a Viareggio, quartiere Marco Polo, si fece costruire una villa con giardino. Quando veniva in vacanza alloggiava l’amante al Principe di Piemonte. «Quando la incrociava in Passeggiata – ricorda il figlio Luigi – papà faceva finta d nulla, ma noi sapevamo tutto». In Passeggiata si incrociavano anche gli sguardi di Luigi Pirandello e l’attrice milanese Marta Abba e in seguito – siamo agli anni del boom – quelli di Mina e Walter Chiari. Come ha scritto Adolfo Lippi, Viareggio profumava di pini e Chanel. Il pittore della Viareggio liberty e balneare fu Moses Levy, nato a Tunisi da famiglia ebrea poi emigrata a Viareggio. A lui toccò il compito di descrivere, immortalare, esaltare la Viareggio balneare, spensierata, diremmo la città del liberty, se il termine fosse il più appropriato. Levy era stato allievo di Lorenzo Viani, ma il pittore espressionista rimase il contraltare di Levy. Viani continuò a dipingere la città dei diseredati, del porto, dei contadini della Tenuta. Passeggiava in città, Viani, ma non la riconosceva come sua. Almeno quella del Kursaal, dei magazzini Duilio 48, del teatro Eden e del complesso dei bagni Martinelli-Bertuccelli, costruiti nel 1931 con le caratteristiche cupolette bianche e rosse a chiudere il tratto storico della Passeggiata in piazza Mazzini. Viareggio si estende oltre piazza Mazzini, nasce la città vetrina del Regime, anche se notoriamente Mussolini non ama la Versilia, a
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Lungomare, in primo piano il Caffè Margherita Grand Hotel Royal Bagni Balena, elemento decorativo Teatro Eden Villa Argentina
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cui preferisce la più popolare Riccione. Il Duce farà solo brevi apparizioni a Viareggio, mentre gli arrivano lettere anonime sui lussi che si concede Italo Balbo, suo rivale in popolarità presso l’Italia fascista, quando sbarca a Forte dei Marmi, con tanto di tende sul mare con tappeti e altri lussi, come un moderno Sardanapalo. Dopo il 1930 nasce la Viareggio razionalista e decò. Nel 1936 si inaugura la nuova stazione ferroviaria, il 1938 è l’anno dello stabilimento balneare Principe di Piemonte, il più moderno e lussuoso d’Italia. Nello stesso anno si completa la terrazza intitolata a Costanzo Ciano (padre di Galeazzo, eroe di guerra e poi uomo del Fascismo), oggi della Repubblica. Di fronte, è in via di compimento il quartiere Littorio con grandi dimore patrizie come villa Blanc, costruita nel 1929 dall’architetto Quaroni per una delle famiglie nobili più importanti della Capitale. La città è fatta di pietre, ma anche di riti e mode. Nel 1919 nei bar si beve l’Aperol, nel 1922 vi trovate i primi Baci Perugina, nel 1926 escono in commercio le caramelle Doufour. Da Tito esiste già l’acquario per aragoste e crostacei, ma Filippo Tommaso Marinetti, frequentatore di Viareggio, si scaglia contro la Pastasciutta: assurda reliquia gastronomica italiana. Altri in città, contesteranno invece le mode arrivate dall’America, in primis la depilazione. Ma ci si scaglierà, prima Viani e poi Leonida Repaci, contro l’eccessiva cementificazione della città, fin dagli anni Trenta. Non piacerà il nuovo bagno Principe, fin troppo littorio, ma soprattutto non si capiranno i principali strumenti, sono due, della speculazione. Il primo è la litoranea aperta fra Viareggio e Forte dei Marmi. Il secondo è la Firenze-mare. Entrambe porteranno quel turismo delle auto e delle seconde case di cui Viareggio sarà pioniera in Italia. Ricordava Manlio Cancogni che prima che si aprisse il lungomare a ridosso della spiaggia di Tonfano c’erano ancora le vigne e le case dei contadini. Il tutto con capitali che non saranno mai locali. Firenze, Prato, Lucca, Milano, Roma, Ge-
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8. Chalet Martini, particolare dell’insegna 9. Le cupole del Caffè Margherita 10. Villino Chizzolini, elemento decorativo 11. Villino Sofia, maioliche di Galileo Chini, particolare 12. Duilio 48 13. Villa Selene 14. Villa Fregoli
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nova, saranno le città da cui partiranno imprenditori e speculatori per costruire la Viareggio e la Versilia del futuro. Un nome per tutti, quello del conte Giuseppe De Micheli. Incaricato del progetto Goffredo Fantini, De Micheli fece edificare il Select palace hotel, poi diventato Principe di Piemonte per il divieto imposto dal regime sui nomi stranieri. L’imponente facciata cuneiforme venne costruita in 240 giorni da un cantiere dove lavoravano contemporaneamente 400 operai. I primi due piani, questo il progetto originale, vennero inaugurati il primo luglio del 1922. Il Principe è ancora lì, come il Royal e il Palace. Sono invece spariti il Kursaal e il primo Astor, come la famosa villa Liberty di via Carrara. Per fare posto ad un brutto condominio, venne promesso che sarebbe stata smontata e poi ricostruita in altra sede. Una bufala: i resti della villa, i suoi marmi, sono sepolti in un angolo di pineta. Ma ai viareggini poco ne cala. La teoria, del professor Marco Lenci, storico emerito dell’Università di Pisa, è suggestiva: i viareggini non amavano il liberty, le ville, i grandi hotel perché simbolo di ricchezza, lontana da loro. Quindi non lo hanno difeso nel periodo della grande speculazione fra gli anni Cinquanta e Sessanta. Se l’ipotesi è esatta, potremmo aggiungere – allora – che è perfino troppo quello che ci resta della Viareggio della Belle Epoque.
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Un grande antico in mostra a villa Argentina
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n grande antico. Lui che riesce a racchiudere nelle forme che scolpisce e nei paesaggi che dipinge tutta la classicità di cui si nutre, dove miti e modelli rivivono e prendono esistenze sempre sorprendenti. Artefice di questa inaspettata magia è Ivan Theimer, artista contemporaneo di origine ceca, tra i più apprezzati e quotati in Europa, che, grazie alla delegazione lucchese del FAI, ha fatto tappa a villa Argentina a Viareggio con la mostra Luoghi altrove. L’esposizione (19 novembre – 3 aprile 2016), organizzata in collaborazione con la Provincia di Lucca e la Soprintendenza BAPSAE di Lucca e MassaCarrara, con il patrocinio del Comune di Viareggio e del Mibact e realizzata grazie al sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, Fondazione Banca del Monte di Lucca e della Fondazione Pomara Scibetta, si è sviluppata all’interno delle sale del gioiello liberty viareggino come un lungo percorso che ha permesso di esaltare la collezione di acquerelli dell’artista, dove Theimer racconta la dimensione del viaggio, testimonianza diretta della sua visione, lui che si definisce interessato più alle frontiere che ai territori, e degli intrecci culturali che danno forma al suo stile. Dipinti a tratti mitologici, vedute di paesaggi, di rovine e marine che ripercorrono i viaggi in Cina, India, Bhutan, Giordania, Uzbekistan, Nepal e Mongolia, e l’esilio dalla città natale di Olomouc in Moravia, la stessa di Mahler e Kundera, lasciata nel Sessantotto per incontrare il Maggio di Parigi. E poi i pellegrinaggi d’arte in Italia, fino ad arrivare sulle Apuane, subire le suggestioni dei marmi di Michelangelo e sperimentare le fonderie della Versilia. Proprio nella capitale francese si trova una delle sue creazioni più celebri: il Monumento alla dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, collocato a Champ de Mars e che oggi più che mai richiama l’attenzione di tutti per la sua straordinaria attualità. Alla scultura e al suo tema, particolarmente caro a Theimer, era dedicata una parte della mostra. Sempre a Parigi, poi, trova casa l’Obelisco
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Nadia Davini
L’artista Ivan Theimer fa tappa a villa Argentina grazie alla delegazione lucchese del FAI
mistico, nel Palazzo dell’Eliseo. Ad Amburgo c’è il Monumento a Heinrich Heine. E ancora: la Fontana d’Arione a Olomouc, mentre un grande obelisco di quaranta metri è stato innalzato nel centro della Place de la Victoire a Bordeaux. L’artista è stato attivissimo anche in Toscana. Risale al 2007 la cattedra vescovile della cattedrale di Massa Marittima: è scolpita nel cristallo di rocca. Di bronzo, invece, è l’Allegoria del mare, il monumento che sovrasta piazza del Popolo a Follonica e commissionato nel 1998. Nel 2008 Theimer creò una temporanea Foresta di obelischi per il Giardino di Boboli a Firenze, mentre più recente è un suo progetto per i duecento anni della Scuola Normale di Pisa. Ivan Theimer ha molti doni, ma uno che risalta agli occhi osservando le sue sculture monumentali è l’innata capacità di calare le opere che crea nel contesto circostante. Riportando alla luce temi cari al classicismo, l’artista riesce ad inserirsi con naturalezza nell’assetto urbanistico di città stratificate dal tempo e dalla storia, come se lì, le sue creazioni, fossero sempre state. Realizza opere monumentali prediligendo fusioni in bronzo dal solido impianto classico, nelle quali traspaiono le sue fonti di ispirazione: dai corpi ai miti della grande scultura antica greca e romana, alle forme dei manieristi toscani, alle strutture piramidali che richiamano le simbologie dell’antico Egitto. Dal vortice del racconto figurativo, che si dipana tra obelischi, sculture e pitture, emergono gli aspetti ‘antimoderni’ dell’attività artistica di Theimer. Ogni sua opera è un unicum che, ispirandosi alla maestria dell’antico, si cesella sulle rovine del passato. Un mescolarsi di luoghi, significati, culti, allegorie e memorie si diramano nel contesto odierno, fondendo insieme scultura, architettura e acquerello, in una materia viva e pulsante. Grovigli di serpenti cingono gli strati del bronzo, chiome di fiori, alberi e frutta chiudono i vertici delle piramidi, obelischi sul carapace delle tartarughe divengono metafore di immortalità, numerose immagini e figure, leggendarie e
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UN GRANDE ANTICO IN MOSTRA A VILLA ARGENTINA
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Bambino con cappello Bozzetto di scultura monumentale Bozzetto di scultura monumentale Ivan Theimer illustra le sue opere nel giorno dell’inaugurazione della mostra La presidente del FAI Lucca, Maria Talarico, insieme a Theimer
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non, dimorano su steli e basamenti in traboccanti composizioni. Una girandola di personaggi, animali, miti, paesaggi, citazioni, rimandi filologici a geroglifici, tempi, archi di trionfo, mausolei, meda-
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glie, in una impalcatura messa in scena con ammaliante eloquenza, cattura lo sguardo di chi osserva. Energia, dinamismo e forza espressiva si sprigionano fra storie, simboli e alchemiche peripezie.
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La purezza dei materiali, la raffinatezza dei dettagli e la bellezza delle patine evidenziano la padronanza di un erudito artigiano in un confronto tra il sentimento del tempo e la sensibilitĂ del nostro presente.
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progetto ‘giovani ciceroni’ a cura del FAI nasce nel 1944 a Olomouc, in Moravia, storica regione dell’attuale Repubblica Ceca. A ventiquattro anni, in seguito all’invasione sovietica del 1968 lascia il suo paese per stabilirsi a Parigi dove, all’École des Beaux-Arts, riprende gli studi di arte già conclusi in patria.
IVAN THEIMER
Negli anni Settanta partecipa a numerose mostre in Francia e comincia a distinguersi nel vivace ambiente artistico della Capitale tanto che dieci anni dopo il suo arrivo è invitato a partecipare alla Biennale di Venezia nel Padiglione francese; vi tornerà nel 1982 con una personale e nel 1995, a Palazzo Grassi, per il centenario della Biennale. In quegli anni si dedica molto anche alla grafica e nel 1975 illustra per Olivetti Le passeggiate solitarie di Jean-Jacques Rousseau. Questa attività culmina nel 1982 con la realizzazione delle illustrazioni per due libri, Le roi Cophetua di Julien Gracq per le edizioni Le livre contemporain et les bibliophiles francosuisses e La nuit de Gheel di Jean Mistler per l’editore Nouveau cercle parisien du livre. Nello stesso periodo, i viaggi di studio e poi di lavoro lo portano sempre più in Italia dove approfondisce le sue conoscenze tecniche in ambito scultoreo prima nelle fonderie di Verona e poi in quelle di Pietrasanta, città in cui trova una cerchia di artigiani di grande livello che lo assecondano, lo stimolano e con cui sceglie sovente di lavorare. Da allora, mostre personali e collettive si susseguono in tutta Europa, soprattutto in Fran-
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cia, Italia, Svizzera e Germania. Nel 1989, in seguito alla ‘Rivoluzione di velluto’ e all’elezione di Vaclav Havel alla Presidenza della Cecoslovacchia, Theimer riprende i contatti con il suo paese d’origine e partecipa con entusiasmo al clima di rinnovamento culturale, realizzando nel 1992 per la città di Uherky Brod un monumento alla memoria del celebre pedagogista Comenius. A celebrare il suo ritorno e la sua partecipazione alla vita artistica del paese è lo stesso Havel, che decide di dedicargli una grande mostra antologica al Belvedere del Castello di Praga, che inaugura egli stesso nel 1996. Molte città italiane gli hanno dedicato delle mostre nei centri storici, in considerazione della qualità di suggestione scenografica della sua scultura monumentale, e nei musei. Ivan Theimer si esprime con pari naturalezza nella pittura, nella grafica e nella scultura ma si è particolarmente dedicato a grandi progetti di committenze pubbliche e private e ha realizzato sculture monumentali in Francia, in Germania, in Italia e in Repubblica Ceca. Si possono ammirare le sue realizzazioni sia nell’ambito di uno spazio sacro, come nel duomo di Massa Marittima, che nei grandi spazi aperti, come lungo l’autostrada fra Nantes e Niort, o nel centro di grandi città come Parigi, Bordeaux e Amiens o anche negli spazi verdi. In questi progetti di ampio respiro e grandi dimensioni, Theimer si rivela sempre capace di inserirsi con rispetto nel contesto storico, culturale e geografico preesistente alla sua opera. Negli ultimi anni si è anche dedicato molto alla creazione di scene e di costumi per l’opera lirica, ambito in cui è felice di poter coniugare l’amore per la musica con i suoi numerosi talenti. Vive fra Parigi e Pietrasanta dove operano i laboratori con i quali costantemente lavora, ma viaggia spesso in luoghi lontani dove va a cercare i paesaggi di natura e di cultura che gli piace fissare nei suoi acquerelli. In Italia Theimer passa molti mesi l’anno nella sua casa nello splendido borgo di Monteggiori sui monti dominanti Camaiore, in Lucchesia
Uno dei principali obiettivi della mostra Luoghi altrove è stato anche quello di rivolgere una particolare attenzione al pubblico giovanile e a tale proposito è stato previsto il coinvolgimento delle scuole superiori della Versilia che già in occasione della riapertura di villa Argentina hanno collaborato con la Provincia di Lucca contribuendo al successo delle varie iniziative che sono state ospitate nello storico edificio liberty di Viareggio. L’iniziativa, compresa anche nel progetto ‘Giovani Ciceroni’ con cui il FAI si propone di offrire un nuovo modello di accoglienza personalizzata e intelligente al pubblico, ha già ottenuto il più entusiastico apprezzamento dei visitatori. Dunque anche per la mostra di Ivan Theimer è stata riproposta questa esperienza, che nasce dalla volontà di mettere a confronto il mondo della scuola con i percorsi artistici, culturali, storici e sociali che il territorio versiliese è in grado di offrire. Ai ragazzi è stato riconosciuto un ruolo da protagonisti, e non da semplici spettatori, innescando un processo di riappropriazione del territorio nelle sue varie forme espressive: eventi, edifici, cultura, arte, geografia umana e urbana… i giovani tornano attori sul palcoscenico della bellezza. In altre parole, si tratta di ‘giovani che si rivolgono ad altri giovani’, che parlano la loro lingua, che si propongono con emozioni e attraverso modalità condivise. Infine, è utile evidenziare che tra le finalità principali del FAI vi è quella di diffondere tra gli studenti delle scuole di ogni ordine e grado l’amore, il rispetto e la tutela del nostro patrimonio culturale, paesaggistico ed ambientale declinato nelle sue varie forme e componenti. Questo è possibile grazie al progetto ‘Apprendisti ciceroni’, che ha già permesso di instaurare collaborazioni stabili con l’Isi S. Pertini e il liceo scientifico A. Vallisneri di Lucca.
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Gli ‘sguardi paralleli’ di Mario Ballocco e François Morellet alla Fondazione Ragghianti
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a mostra «Sguardi paralleli. Mario Ballocco / François Morellet», allestita alla Fondazione Ragghianti dal 24 marzo al 26 giugno, è nata da una concezione innovativa e forse ardita: indagare le origini di un fenomeno artistico ora particolarmente in auge e di attualità negli studi – quello del Cinetismo – nell’opera di due suoi iniziatori, se non precursori. Tutto ciò, però, non soltanto con la volontà di rivolgersi a un pubblico di specialisti e appassionati, ma anche di incuriosire e – perché no? – divertire i visitatori con i suoi giochi ottici, le installazioni luminose a intermittenza. È una visione trasversale, che parte dalla pittura per arrivare all’installazione e al design, e anche al cinema, secondo una visione ‘intercodice’ che, del resto, è tipicamente ragghiantiana. Non è perciò casuale che, in occasione di questa mostra, sia stata stipulata una convenzione di collaborazione con il Lucca Film Festival, e che alcune delle iniziative collaterali, organizzate a latere di «Sguardi paralleli», siano proiezioni di pellicole legate al tema del cinetismo e della sperimentazione visiva, realizzate in sinergia con il Circolo del Cinema di Lucca e con il Cineforum Ezechiele.
DUE PERCORSI SORPRENDENTEMENTE VICINI
La mostra ha due protagonisti: il francese François Morellet, uno dei più grandi e celebrati artisti della contemporaneità, venuto a mancare il 10 maggio all’età di novant’anni, e Mario Ballocco (Milano, 1913-2008), pittore e teorico di enorme talento e genio pionieristico, di cui è in atto da alcuni anni la riscoperta. Dedicare una doppia personale a Morellet e a Ballocco costituisce il primo tentativo, mai compiuto finora, di accostare i percorsi di due artisti che, paradossalmente, non si conobbero, ma che, soprattutto in alcune fasi delle rispettive carriere, imboccarono ‘parallelamente’ strade analoghe e molto anticipatrici. I due furono, uno in Francia e l’altro in Italia, precursori, già all’inizio degli anni Cinquanta, di molti aspetti dell’Arte Cinetica e Programmata (e in certa misura anche della Optical
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Paolo Bolpagni
«Vogliamo sconfiggere la monotonia che ci fa nascere con il bianco, vivere con il grigio e morire con il nero» (Mario Ballocco) «La pretesa degli artisti moderni, tanto di trasmettere messaggi, quanto di assumersi la paternità dei deliri provocati dalle loro opere, è ingiustificata e irritante. Essa inoltre confonde le carte e impedisce di capire e di studiare il comportamento e le motivazioni degli spettatori» (François Morellet) Paolo Bolpagni è il curatore della mostra nonché presidente del Comitato scientifico della Fondazione Ragghianti.
Art), che sarebbe esplosa come tendenza generale nel decennio successivo. L’attenzione alle questioni percettive, alla visione e al movimento, al problema della forma e del colore, all’interdisciplinarietà e al rapporto con il design e l’industria sono elementi che ritroviamo precocemente sia in Ballocco, sia in Morellet. Persino alcuni fattori costitutivi del loro lessico artistico mostrano somiglianze insospettabili: basti confrontare le trame del francese con i reticoli dell’italiano. I parallelismi, insomma, sono numerosi e calzanti, a tratti sorprendenti, soprattutto fino ai primi anni Sessanta, quando Morellet, allora esponente del G.R.A.V. (il parigino Group de Recherche d’Art Visuel), comincerà a sperimentare l’utilizzo del neon e della multimedialità, mentre Ballocco – fermo restando il suo lavoro pittorico – approfondirà lo studio teorico dei problemi cromatologici, anche in ambito applicativo. DALL’ASTRATTISMO AL CINETISMO
Seguire gli sviluppi dei due artisti a partire dalla metà degli anni Quaranta consente di misurare il loro progressivo approdo all’astrattismo. Il 1950-1951 è un momento di svolta per entrambi: Ballocco fonda il Gruppo Origine insieme con Alberto Burri, Giuseppe Capogrossi ed Ettore Colla, mentre Morellet ‘conquista’ la geometria, iniziando a realizzare dipinti articolati secondo precisi ritmi visivi. Nel 1952 si affaccia in ambedue gli artisti la questione della modularità: le grate e i reticoli di Ballocco si trasformano in griglie e sequenze di rettangoli; Morellet, da parte sua, costruisce le proprie opere su un lessico modulare costituito di volta in volta da linee orizzontali o verticali parallele, da scansioni ortogonali, da quadrati o triangoli rettangoli, esagoni, motivi a scacchiera o a spina di pesce. Già nella seconda metà degli anni Cinquanta la loro produzione è ormai improntata a una ricerca intorno alla forma e al colore: al centro dell’attenzione è lo studio dei meccanismi della visione e dei fenomeni ottici. Il linguaggio impiegato da entrambi è astrattista, ma si
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pone al di là degli stili delle precedenti avanguardie: l’intento è di superare la nozione tradizionale di arte come ‘espressione’ per puntare al coinvolgimento dello spettatore non sul piano emozionale, bensì percettivo e psicologico, eliminando ogni traccia di arbitrarietà. Dopo una fase di maggiore distanza (soprattutto fra il 1963 e il 1968), è interessante notare che, verso la fine degli anni Settanta, i percorsi di Ballocco e di Morellet si incontreranno di nuovo – sempre ‘a distanza’ – nel privilegiare l’utilizzo del bianco e nero, e quindi un progressivo abbandono del colore. LA MOSTRA: INEDITI E OPERE RARE
Sono presenti in mostra – e riprodotte nel catalogo con schede scientifiche – sessantasei opere (provenienti in buona misura dagli archivi privati dei due artisti, ma anche da importanti musei e collezioni italiane e straniere), molte delle quali totalmente inedite o mai esposte in Italia: documentano la carriera di Mario Ballocco e di François Morellet dal 1945 agli anni Ottanta. Le cinque sezioni
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della mostra evidenziano il parallelo sviluppo delle loro ricerche, correndo su un duplice binario che si pone l’obiettivo di istituire confronti e di misurare somiglianze e differenze. Ci sono anche rari dipinti, risalenti al periodo compreso fra il 1949 e il 1951, di Alberto Burri, Giuseppe Capogrossi ed Ettore Colla (‘compagni di strada’ di Ballocco nell’avventura del Gruppo Origine), e inoltre documenti originali, fotografie, cataloghi e riviste d’epoca, più un video esplicativo e didattico appositamente realizzato per la mostra. Va segnalata, poi, la presenza delle prime opere luminose (costruite con lampadine e neon) di François Morellet, del 1963, 1964 e 1968, straordinariamente concesse in prestito per l’occasione nonostante la loro rarità e fragilità (ormai, d’abitudine, circolano le riedizioni degli anni Duemila). L’allestimento, sobrio ma spettacolare, volto a evidenziare la formidabile forza visiva dei pezzi esposti, è stato progettato dagli architetti Marco e Fabrizio Arrigoni, mentre il catalogo, pubblicato dalle Edizioni Fondazione Ragghianti Studi sull’Arte e impaginato da
foto Beatrice Speranza
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Marco Riccucci, è così strutturato: dopo le prefazioni e i testi introduttivi, troviamo un ampio e approfondito saggio del curatore intitolato Percezione, forma, luce, colore: Morellet e Ballocco nell’utopia del Moderno. Seguono le riproduzioni a colori, con relative schede scientifiche, di tutte le opere esposte, suddivise secondo le scansioni cronologiche della mostra. A conclusione, un importante e ironico testo di poetica scritto da François Morellet nel 1971, qui per la prima volta tradotto in italiano (Dallo spettatore allo spettatore ovvero L’arte di tirar fuori il proprio picnic) e un saggio del celebre filosofo e musicista Massimo Donà (Ridisegnare il mondo. Ballocco e Morellet: due itinerari, un’unica meta), più le biografie degli artisti e la bibliografia delle pubblicazioni citate. La mostra e il catalogo sono stati realizzati in collaborazione con l’Associazione Archivio Mario Ballocco di Milano e lo Studio Morellet di Cholet, con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e il patrocinio della Città di Lucca.
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GLI ‘SGUARDI PARALLELI’ DI MARIO BALLOCCO E FRANÇOIS MORELLET ALLA FONDAZIONE RAGGHIANTI
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Maria Pacini Fazzi editore: 1966-2016 50 anni di libri
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a Fazzi editore (già con l’attuale logo – oggi accompagnato dalla dicitura «Maria Pacini Fazzi editore») inaugura la propria attività il 15 gennaio 1966 con l’edizione del volume di Italo Pizzi, Un Viandante con Prefazione di Guglielmo Petroni e illustrazioni di Antonio Possenti. Il fitto programma editoriale, decisamente orientato verso la narrativa, si articola in una corposa serie di volumi e di autori di punta nel panorama letterario di quegli anni. Da un lato la prima traduzione italiana di romanzi di autori belgi in lingua francese in collaborazione con il Ministero della Cultura e dell’Educazione Nazionale del governo belga (Constant Beaurniaux, Marcel Thiry, Marianne Piérson Pierard, autrice che vede la stessa Maria Pacini in qualità di traduttrice dal francese), dall’altro scrittori e critici italiani di alto valore (Mario La Cava, Leònida Repaci, Rosso di San Secondo, Marcello Venturoli, Aldo Capasso, Leone Sbrana) e volumi di critica letteraria (D’Annunzio verso l’ombra; Personaggi e opere della Letteratura). Nella prima metà degli anni Settanta all’edizione di saggi e romanzi, strettamente legati all’allora emergente «Premio Viareggio» e alla figura del suo fondatore Leònida Repaci, si affianca l’ampia valorizzazione e rivalutazione del patrimonio culturale, storico e artistico locale: con il marchio «Maria Pacini Fazzi editore in Lucca» questo campo di interessi viene strutturato in collane affidate a studiosi di alto valore; il criterio valorizza sempre la qualità sia nella scelta degli autori che nella cura grafica ed editoriale dei volumi con la chiara consapevolezza del grande valore culturale che il territorio sa esprimere. Nasce una prima Collana di ristampe anastatiche, accompagnate da brevi note introduttive curate da studiosi del settore, dei lavori di Augusto Mancini (Storia di Lucca), Girolamo Tommasi (Storia di Lucca con presentazione di Domenico Corsi in collaborazione con L’Accademia Lucchese di Lettere, Scienze e Arti), Idelfonso Nieri (Vocabolario lucchese; Cento racconti popolari lucchesi; Parole e modi del parlare lucchese), Cesare Sardi
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a cura di Marcello Petrozziello
(Lucca e il suo Ducato; Vita lucchese del Settecento), e numerosi altri (il Tomo IV di Memorie e Documenti a cura di Silvio Ferri; Lucca nella Storia nell’Arte e nell’Industria di Lazzareschi e Pardi; Domenico Massagli, Introduzione alla Storia della Zecca e delle monete lucchesi con premessa di Franco Panvini Rosati; Statutum Lucani Communis con premessa di Vito Tirelli; Torello del Carlo, Compendio di Storia popolare di Lucca). Via via il campo di indagine si allarga all’edizione di nuovi volumi dedicati all’approfondimento storico, artistico e culturale.
Tra il 1975 e il 1985 il catalogo Maria Pacini Fazzi editore si apre alle firme di studiosi oggi affermati e allora emergenti, pubblicando i primi volumi di Rita Mazzei, La società lucchese nel Seicento; Umberto Sereni, Gli anarchici nella resistenza apuana; Renzo Sabbatini, L’industria cartaria a Lucca; Romano Silva, La Basilica di San Frediano a Lucca; La Chiesa di Sant’Alessandro Maggiore; Marco Paoli, Arte e Committenza privata a Lucca nel ’300 e nel ’400; Roberta Martinelli, Le Mura Rinascimentali; Il Miracolo
di San Paolino; Paolo Mencacci e Michelangelo Zecchini, Lucca romana; Carla Sodini, In quel strano e fondo Verno…; Maria Luisa Trebiliani, Studi Storici Lucchesi; Gilberto Bedini, Giovanni Fanelli, Lucca. Spazio e tempo dall’800 ad oggi. Fondamentale l’incontro professionale e umano con Isa Belli Barsali, che nel 1980 edita con Maria Pacini Fazzi editore il monumentale Ville e Committenti dello Stato di Lucca, studio fondante dedicato al patrimonio delle ville e dei giardini della Lucchesia (completo di una grande campagna fotografica realizzata dal professore Arnaldo Fazzi), poi più volte ristampato; della stessa studiosa la cura anche del Catalogo della Mostra organizzata in occasione del Cinquecentenario della Toscana Medicea, I palazzi dei Mercanti nella libera Lucca del ’500. Immagine di una città stato al tempo dei Medici. Ricordiamo inoltre la prima edizione della fondamentale Lucca. Guida alla città con prefazione di Giulio Carlo Argan; il volume monografico che ha accompagnato la Mostra dedicata a Pompeo Batoni, e il volume di Atti che accompagnò l’importante convegno Il Palazzo Pubblico di Lucca: urbanistica, architettura, arredo. Francesca Fazzi, comproprietaria con la madre Maria della casa editrice, inizia la propria attività subito dopo la Laurea in Lettere conseguita nel 1987. Nascono in questi primi anni per sua iniziativa prestigiose collaborazioni con Università ed Istituzioni Culturali (Università di Pisa; Scuola Normale Superiore; Dams di Torino; Università di Trento; Fondazione Primo Conti) con le quali sono nati volumi e Collane ancora attive, fra le quali ricordiamo: «L’Unicorno. Collana di Storia e critica letteraria», diretta da Luigi Blasucci; «Voci di repertorio. Piccola collana di testi teatrali italiani», diretta da Angela Guidotti; «Morgana. Collana di studi rinascimentali», diretta da Lina Bolzoni; «Maschere dell’Immaginario. Studi sullo spettacolo», diretta da Roberto Tessari; che si affiancano nel catalogo alla Collana di filosofia «La Ruota», diretta da Silvestro Marcucci.
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MARIA PACINI FAZZI EDITORE: 1966-2016 50 ANNI DI LIBRI
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foto Alcide
1. La consegna della targa a Maria Pacini Fazzi da parte del Prefetto, Giovanna Cagliostro, del senatore Andrea Marcucci e del sottosegretario del Ministero dell’Interno, Domenico Manzione
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Porta la firma della grande scrittrice Lalla Romano il commento alle immagini di Max Nobile nel volume Terre di Lucchesia, edito nel 1991. Grazie a questo volume la Provincia di Lucca ha conferito all’editore una medaglia d’oro in riconoscimento dell’attività svolta, in occasione del 25° anno di Fondazione. Nasce nel 1996 la Rivista «Rara Volumina». Semestrale dedicato all’editoria di pregio e al libro illustrato che, diretto da Marco Paoli, coadiuvato da un prestigioso comitato scientifico, si impone come una delle testate più autorevoli nel settore della bibliofilia. Nel 1997 Maria Pacini Fazzi è nominata Commendatore della Repubblica Italiana. A fianco dei tradizionali settori di arte e storia (il catalogo ‘lucchese’ dell’editore Pacini Fazzi si struttura oggi in oltre dieci collane fra le quali ricordiamo «Cultura e storia lucchese»; «La città e la memoria»; «Tradizioni popolari»; «L’Albero di Ruskin»; «Biblioteca lucchese», che continuano ad alimentarsi con sempre nuove uscite), la casa editrice continua ad editare prestigiose monografie dedicate agli aspetti più significativi della storia e dell’arte
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(Enrico Colle, Il Mobile Lucchese; Paola Betti, Affreschi a Lucca. Chiese, palazzi e ville; La Lucca di Mario Tobino; Daniele Rubboli, Le strade di Giacomo Puccini – anche in edizione inglese; Franco Anichini e Bianca Maria Sciré, Francesco Bianchi. L’immaginifico pittore a muro; Marco Paoli, Jan van Eyck alla conquista della Rosa; La tempesta sevelata; Dosso Dossi; C. Koning, S. Pawel, Lucca verde / Green Lucca; Gabriele Caproni. C. Feliciano Ravera, Garfagnana. Una terra dalle origini lontane dove il tempo scorre piano; Luigi Casentini, Jacopo Lazzareschi Cervelli, Vestitio regis. La vestizione del volto Santo). È attiva inoltre la storica collaborazione editoriale con la prestigiosa Accademia Lucchese di Lettere, Scienze e Arti. La sezione dedicata alla gastronomia ha nel catalogo Pacini Fazzi un’importanza via via crescente. A fianco della popolare collana «I mangiari» che conquista con gli oltre ottanta titoli e le numerose uscite annuali, importanti spazi distributivi, sia in libreria che nella grande distribuzione, numerose sono le monografie fra le quali ricordiamo il volume di
Carla Camporesi e Barbara Golini, Dall’arte dei Medici alla tavola quotidiana che, uscito in due edizioni una in italiano l’altra in inglese ha ottenuto il «The 2000 World Cookbook Award» e il prezioso volume Ricette del Principe Paolo Borghese che intende inaugurare una specifica collana che indaga i rapporti fra cultura gastronomica e gusto del bel vivere. Nasce in occasione del 50° anniversario di fondazione, «Italiane», collana di biografie diretta da Nadia Verdile per scoprire le tante donne che hanno fatto grande l’Italia. La presentazione in anteprima si è svolta martedì 1 marzo alla Camera dei Deputati, Sala Aldo Moro, con il saluto della vice presidente della Camera, onorevole Marina Sereni e gli interventi di Massimo Bray (direttore Enciclopedia Treccani) e della giornalista Ritanna Armeni, alla presenza delle autrici, di Maria Pacini Fazzi, Presidente e fondatrice della omonima casa editrice e di Francesca Fazzi, contitolare dell’azienda. Presenti in sala, in rappresentanza del Comune di Lucca, il presidente del consiglio comunale, Matteo Garzella e l’assessore Francesca Pierotti, il sottosegretario agli interni Domenico Manzione e l’onorevole Raffaella Mariani. In occasione del 50esimo di Fondazione, nella ricorrenza del 70° anniversario del voto alle donne, il Prefetto di Lucca Giovanna Cagliostro, insieme al sottosegretario di Stato al Ministero dell’interno Domenico Manzione e al senatore Andrea Marcucci, presidente della Commissione Permanente Istruzione Pubblica e Beni Culturali, ha consegnato all’editrice Maria Pacini Fazzi una targa «a titolo di riconoscimento per l’impegno a favore della cultura e per l’affermazione del ruolo delle donne nella costruzione della democrazia nel nostro Paese». L’editore ha oggi un catalogo di oltre 500 volumi in commercio; un catalogo generale di 1895 titoli e pubblica circa 50 novità all’anno, anche in e-book. Partecipa alle più importanti rassegne nazionali ed internazionali (Torino, Roma, Pisa, Francoforte) del settore librario.
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Lucca su tavola, ecco le «Tabulae Lucenses» a cura di Publied Editore
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on la pubblicazione di Tabulae Lucenses, un’opera fresca di stampa a cura della PubliEd, si aggiunge un fondamentale elemento al processo di conoscenza dell’immagine ottocentesca della città, consentendo l’analisi attenta di una fase cruciale per le mutazioni dell’impostazione urbanistica di Lucca e del suo territorio. L’aspetto e la struttura odierna della città sono infatti il frutto di una stratificazione, una sovrapposizione di idee, stili, espressioni artistiche, che costituiscono probabilmente la sua ricchezza più inestimabile e un patrimonio ormai divenuto di carattere identitario. Le Tabulae sono le «Mappe Catastali della città di Lucca» di Antonio Pelosi, del 183738, e la «Carta topografica del ducato di Lucca» di Celeste Mirandoli, datata 1846: raffinate elaborazioni grafiche, esemplari unici entrati a pieno diritto nella storia della cartografia, unanimemente considerate prototipi di grande valore tecnico e culturale, oltre che prezioso materiale da utilizzare anche a scopo didattico e divulgativo. Le restituzioni sono il frutto di operazioni manuali di rilevamento, eseguite da professionisti della misurazione e della rappresentazione del territorio, di cui, nell’Ottocento, il Pelosi e il Mirandoli furono importanti esponenti. Testimonianze in cui arte e scienza si fondono dando vita ad un prodotto che ha per risultato una migliore conoscenza dei luoghi, grazie a questi specialisti che interpretarono con intelligenza i segreti di una disciplina artigianale che è oggi di grande attualità e fa ampio uso delle più avanzate tecnologie informatiche e satellitari. Ma è proprio dal confronto tra le attuali possibilità e la sapienza artigiana dei ‘misuratori’ ottocenteschi che si evidenza ancora di più il grande valore del loro lavoro e l’importanza di questi documenti anche in una prospettiva fortemente attuale. Le mappe catastali realizzano tra 1837 e 1838 la prima rappresentazione geometrica dettagliata, in pianta, della città: un’immagine di determinante importanza per ogni studio
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Gilberto Bedini
relativo alla configurazione urbana di Lucca, un’imprescindibile premessa ad ogni analisi e valutazione dello sviluppo avvenuto nel passaggio tra Ottocento e Novecento. Il montaggio delle sei tavole originali in una sola rappresentazione permette poi di apprezzare l’assetto complessivo della città entro le Mura e non solo. I rilievi e la loro restituzione grafica, realizzati dal geometra Antonio Pelosi in circa un anno di lavoro (tra la primavera del 1837 e quella dell’anno successivo), costituiscono una sintesi di eccezionale valore documentale; un’istantanea alla conclusione di una serie di rilevanti episodi urbanistici e architettonici voluti da Elisa Baciocchi e sostanzialmente proseguiti con i Borboni Maria Luisa e Carlo Ludovico; una sistemazione antecedente ai piani di ampliamento della città connessi all’arrivo della ferrovia, che intaccarono il sistema difensivo dei bastioni esterni cinque-seicenteschi. Grande novità di questa rappresentazione è la rinuncia a informazioni tecniche, come i limiti particellari, in favore di dettagliate e precise descrizioni grafico-cromatiche dei vari elementi costituenti l’assetto urbano: le strade e le piazze, gli isolati urbani con spessore di segno diverso e le superfici interne dove velature ad acquarello in verde caratterizzano gli orti e i giardini. E ancora viali e vialetti, siepi, aiuole e zone lastricate o sterrate, pozzi, fontane e una accurata individuazione degli edifici religiosi con le rispettive pertinenze. Nelle immediate adiacenze delle Mura si apprezza la dimensione ancora intatta del sistema dei terrapieni e delle lunette, l’articolato sistema di accesso alla città e fuori dalla porta Elisa è evidente il tracciato della nuova via per Firenze. Notevole anche il particolare della piazza del Giglio, dove il teatro è rappresentato in pianta secondo quanto realizzato da Giovanni Lazzarini nel 1817: sono individuabili infatti il palcoscenico, la platea, i palchetti e il foyer. Vistose poi alcune differenze con la situazione attuale: tra la piazza Antelminelli e il fianco nord del Duomo si nota
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– ad esempio – il convento delle Gesuate con i chiostri e i cortili, demoliti nel 1927-28 per la realizzazione dell’edificio delle Poste Centrali e dell’Ufficio d’Igiene. La Carta Topografica del Ducato di Lucca e Paesi Limitrofi, realizzata a Modena da Celeste Mirandoli nel 1846, è un altro documento cruciale, che la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ha acquistato nel 2006 da un collezionista privato, quando ancora era nota solo a qualche studioso e specialista. Celeste Mirandoli, tenente del Corpo del Genio al Servizio del Duca di Modena, aveva condotto una precedente importante esperienza cartografica relativa al territorio di Lucca, realizzando, tra il 1836 e il 1837, una mappa in scala 1:20.000, la Carta del Ducato di Lucca, in quattro fogli, oggi conservata nell’Archivio di Stato di Lucca nel
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fondo Catasto (Nuovo) 467; altro capolavoro tecnico che, assieme alla Carta del 1846, sono valse al Mirandoli la guida dell’Ufficio Topografico del Granducato di Toscana dove, nel 1850, avrebbe realizzato anche la Carta Topografica del Compartimento Lucchese. L’elevata qualità formale e la grande rilevanza tecnica hanno reso la Carta uno strumento di notevole utilità per lo studio della città e del territorio di Lucca, trattandosi inoltre della prima rappresentazione moderna del Ducato realizzata sulla base di rilievi topografici. L’importanza storica, culturale e scientifica di questa mappa risiede nella sua particolare natura di autonomo ‘monumento’ nel significato antico di questa parola: un illustre esempio da mostrare con uno specifico contenuto e una propria forza espressiva, che invitano al perseguimento di ulteriori obiettivi e risultati.
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LUCCA SU TAVOLA, ECCO LE «TABULAE LUCENSES» A CURA DI PUBLIED EDITORE
Le elaborazioni grafiche operate da Mirandoli sul territorio di Lucca costituirono il prototipo e il modello per la redazione della cartografia della Toscana realizzata negli anni successivi all’Unità d’Italia. Grazie ai criteri seguiti, alle importanti e raffinate sperimentazioni condotte, vennero raggiunti notevoli risultati in termini di tecnica esecutiva, considerando anche le difficoltà connesse alla resa del rapporto di scala: qui maturarono di certo esperienze utili anche per la restituzione cartografica del territorio nazionale, eseguita dall’Istituto Geografico Militare di Firenze. Il disegno della carta topografica è realizzato con inchiostri colorati: l’orografia è riprodotta con sfumature di verde e marrone; l’idrografia è disegnata in azzurro; i centri abitati in rosso; strade, vegetazione e colture in vari colori. Una legenda, inserita nella porzione sud-occidentale (in basso a sinistra della carta), aiuta nella ‘lettura’ individuando elementi come le «Strade Postali e di principale comunicazione ben mantenute», «Strade rotabili ben mantenute», «Terreni coltivati senza Vigne», «Paduli», «Boschi di Pini», «Oliveti» e altro ancora, oltre ai confini, con il limite tra lo Stato Lucchese, e i vicini stati Modenese, Toscano e Pontificio. Anche una lettura frettolosa della mappa consente di rilevare una serie di elementi e temi che caratterizzavano il territorio intorno alla metà dell’Ottocento. Si possono distinguere i vari ambiti territoriali e i quadri ambientali più significativi, tanto rilevanti nella loro rappresentazione, quanto talvolta profondamente mutati. Tra questi risulta evidente, nel paesaggio della costa tirrenica, la relazione tra i pochi e ben definiti centri abitati con il contesto agricolo, con le risaie, con le estese aree umide e con i boschi litoranei; Pisa è ancora connotata come città marinara, con il suo hinterland esteso verso la costa con i meandri dell’Arno, che si snodano alle sue spalle nella pianura ancora non occupata da insediamenti produttivi. La piana di Lucca è disseminata di ‘corti’, in mezzo alle quali emerge la città murata e la
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sua corona di terrapieni verdi esterni ancora intatti, mentre la Valle del Serchio è ritratta nella sua articolata morfologia, quando più aperta e dilatata e quando, invece, contenuta e stretta tra il massiccio apuano e la catena appenninica. A Nord i centri fortificati dell’alta Garfagnana, variamente diffusi sui due versanti vallivi del Serchio. Lo studio della carta del Mirandoli ci aiuta a gettare uno sguardo complessivo e a fare le dovute valutazioni: appare evidente la persistenza nel tempo degli elementi strutturali fondamentali di questo territorio, che dunque si è dimostrato sufficientemente tenace nell’evitare degenerate forme di snaturamento. Una valutazione che una volta di più testimonia l’importanza di questi due documenti, anche in vista di una loro sempre maggiore divulgazione e diffusione, strumenti fondamentali per alimentare la conoscenza dei luoghi e quindi a sviluppare la coscienza dei cittadini e degli operatori in rapporto agli interventi contemporanei. Il Comune di Lucca e la Provincia, infatti, stanno completando gli studi e la redazione di importanti documenti di pianificazione e la stessa Regione Toscana ha da pochi mesi approvato una nuova legge per il governo del territorio, nonché il Piano di Indirizzo Territoriale, con valenza di Piano Paesaggistico Regionale. Merita una particolare menzione il preziosissimo formato editoriale proposto con le Tabulae: due riproduzioni ad alta risoluzione su carta pregiata, suddivise in sezioni applicate su supporto di tela grezza, piegate e inserite in una scatola rivestita con carta pergamenata con impressioni a oro. Una ‘confezione’ di grande pregio dunque, che ben identifica anche la cruciale importanza delle rappresentazioni proposte, non più elitari strumenti di conoscenza, ma materiali ampiamente fruibili, secondo un’idea di cultura e ricerca che tenda alla condivisone e alla divulgazione. L’opera è stata realizzata con la collaborazione di Editalia Spa – Gruppo Poligrafico e Zecca dello Stato.
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FONDAZIONE
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GIUSEPPE PERA La Fondazione Giuseppe Pera per il diritto del lavoro Ilaria Milianti e Marco Cattani
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La chiarezza è l’onestà dello studioso». Scriveva così Giuseppe Pera e più che un pensiero si può dire che questo sia stato il caposaldo di tutta la sua riflessione, l’ossatura della sua infaticabile attività. Il metodo diventato pratica quotidiana, l’approccio libero che l’ha portato a discutere, analizzare e proporre all’attenzione del grande pubblico una disciplina tanto complessa quanto parte integrante della vita di ogni cittadino: il diritto del lavoro, di cui poi è diventato uno dei padri fondatori dell’epoca repubblicana. Con quella sua tendenza innata ad andare direttamente al cuore del problema, Pera riusciva a semplificare le questioni senza mai banalizzarle, sfrondandole dalle complicazioni inutili e quindi rendendole immediatamente comprensibili a tutti. Diversi i luoghi nei quali ha esercitato queste sue virtù, che prendono il nome di concretezza, semplicità, chiarezza e buon senso pratico: dalle cinque grandi monografie (sul diritto costituzionale del lavoro, le assunzioni obbligatorie, lo sciopero, i licenziamenti, le rinunce e transazioni), ai commentari delle leggi sul lavoro, alle molte edizioni del manuale Cedam, che hanno fatto di Pera un protagonista di primo piano non solo dell’elaborazione dottrinale del diritto del lavoro, ma anche nel concreto svolgimento delle relazioni industriali. Basti pensare alla sua partecipazione alla stesura del nuovo testo del contratto collettivo per le imprese metalmeccaniche negli anni Settanta. Ecco allora che già in questo ritratto delineato appena si trovano tutti gli elementi che oggi compongono la Fondazione Giuseppe Pera, nata in seguito alla morte del giuslavorista lucchese su volontà della figlia Pia e del gruppo di studenti più affezionato al professore, per ricordare la sua intensa opera e attualizzarne il pensiero nell’era contemporanea. Restando fedeli al criterio metodologico attuato da Pera, occorre muoversi con ordine
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nel ripercorrere le tappe originarie che hanno portato all’istituzione della Fondazione, nel 2010. Intanto, occorre partire dall’argomento principale cui è rivolta tutta la sua attenzione, la materia lavoristica, che Pera aveva scelto perché, come scrive, «non mi interessava nulla del diritto vecchio, mi interessava solo il diritto migliore che in quegli anni si accarezzava. […] Il diritto del lavoro è latamente e oggettivamente di sinistra, anche al di là della collocazione del singolo, perché promuove diritti che due secoli prima non esistevano». Della necessità di studiare il diritto del lavoro partendo dal contesto sociale e storico che l’ha generato, si capisce anche leggendo l’Introduzione al diritto del lavoro italiano, scritto da Pera nel 2002. Cento pagine suddivise in 29 paragrafi, dove viene sintetizzata, in modo straordinario, tutta la branca dell’ordinamento giuslavoristico. «Non si può intendere il diritto del lavoro – scrive il professore – questo diritto relativamente nuovo dell’età contemporanea, se non si sa del movimento sociale sottostante e delle grandi ed opposte concezioni ideologiche che lo hanno ispirato. Non basta certo leggere quanto è dettato nel codice civile e in tante leggi per il rapporto di lavoro». Segue poi la spiegazione su cosa sia il diritto del lavoro con la dovuta e consueta tripartizione tra diritto del lavoro in senso stretto, e cioè la regolamentazione del rapporto di lavoro tra due parti contrapposte, datore di lavoro e lavoratore; il diritto sindacale e il diritto della previdenza sociale o della sicurezza sociale. Questioni attualissime e in continua evoluzione, che la Fondazione Pera, fin dai suoi esordi, affronta con lucida attenzione, fornendo un patrimonio inestimabile di documenti e organizzando appuntamenti e momenti di approfondimento di calibro internazionale. Una presenza dovuta, potremmo dire, che ha da subito ottenuto il sostegno di importanti enti del territorio: dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca alla Fondazione Banca del Monte, dalle amministrazioni comunale e provinciale alla Camera di Commercio di Lucca, passando anche per gli ordini
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LA FONDAZIONE GIUSEPPE PERA PER IL DIRITTO DEL LAVORO
giuseppe pera professionali di avvocati e consulenti del lavoro, fino alla Cassa di Risparmio di Lucca/ Gruppo Banco Popolare e Confindustria Toscana Nord. La Fondazione è nata con lo scopo di proseguire l’opera di promozione di Pera della cultura giuslavoristica moderna, coltivandone l’insegnamento e continuando a discutere la ragion d’essere del diritto del lavoro stesso. L’eredità raccolta, infatti, si esplicita nell’impegno dell’Ente a supportare l’apertura liberale e laica a tutte le esperienze e le idee; la chiarezza e semplicità di linguaggio come garanzia di verificabilità di ogni discorso; il pragmatismo nell’affrontare ogni questione aperta nel vasto campo delle politiche del lavoro; l’interesse sempre vivo per la comparazione internazionale e la curiosità intellettuale verso ogni possibile soluzione, quale che sia il Paese che la sperimenta o la collocazione politica di chi la propone. GLI EVENTI
La centralità della Fondazione Giuseppe Pera nell’attività di studio e promozione del diritto del lavoro non è un riconoscimento semplicemente nominale, ma un’affermazione concreta, sorretta dal raggiungimento di traguardi di estrema rilevanza. Nel 2011, dopo solo un anno dalla sua nascita, la Fondazione ha organizzato il primo International Meeting: economisti da tutto il mondo hanno discusso il metodo e i risultati dei primi studi sugli effetti delle norme inerenti al mercato e al rapporto di lavoro, mentre giuslavoristi hanno affrontato i limiti giuridici ed etici della sperimentazione. Da questa discussione è nata la «Dichiarazione di Lucca», documento attraverso il quale gli studiosi si sono impegnati nella ricerca di un linguaggio comune, nell’ottica di dare vita a una cooperazione internazionale multidisciplinare per incrementare il pragmatismo del diritto del lavoro. I ricercatori si sono inoltre trovati concordi nell’affermare la necessità della sperimentazione scientifica anche per quanto riguarda il giuslavorismo e il bisogno di una cooperazione più stretta tra aspetti giuridici e socio-economici.
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È da questo preciso momento, dal 25 e 26 marzo 2011, che Lucca è diventata la capitale del diritto del lavoro, imponendosi come snodo di quel dialogo permanente e internazionale che coinvolge esperti, studiosi, politici e protagonisti della vita industriale. Ruolo che è stato riconosciuto alla Fondazione Pera anche in occasione del secondo convegno internazionale, tenutosi nella Chiesa di San Francesco l’11 e 12 marzo scorsi. L’appuntamento, dal titolo I sindacati e la legge, ha posto sotto i riflettori due argomenti principali: da una parte il rapporto tra i mutamenti, negli ordinamenti nazionali, della disciplina dei rapporti individuali e collettivi di lavoro e, dall’altra, il fenomeno diffuso del declino delle organizzazioni sindacali. L’iniziativa, realizzata con il sostegno della Cassa di Risparmio di Pistoia e della Lucchesia, ha ottenuto il prestigioso patrocinio della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e del Comparative Labor Law & Policy Journal, rivista statunitense che dal 1976 rappresenta il punto di riferimento per il diritto comparato del lavoro. La due-giorni ha affrontato con precisione e completezza un tema oggi molto dibattuto: il ruolo dei sindacati nel loro rapporto con i lavoratori alla luce delle attuali relazioni ed esigenze industriali, attraverso una comparazione attenta degli ordinamenti nazionali. Le relazioni portanti di due giuristi, Matthew W. Finkin, dell’Università dell’Illinois, e Sandford M. Jacoby, dell’UCLA Anderson School of Management di Los Angeles, si sono alternate a quelle di ricercatori e professori dell’ambito economico e giuridico-legale provenienti da ogni parte del mondo. Sono seguite poi comunicazioni di altri importanti relatori, per un totale di 13 interventi, che hanno cercato di fare il punto sulle contrattazioni sindacali e il mercato del lavoro. Al centro del dibattito, tra i tanti argomenti trattati, anche le nuove sfide delle unioni sindacali in Australia, uno studio comparato tra Norvegia, Irlanda e Regno Unito, le strategie del movimento sindacale in Spagna, lo sviluppo dei sindacati in Cina. Due, invece, le tavole rotonde. La prima, che ha visto i più alti rappre-
Studioso infaticabile, libero pensatore che ha rivendicato l’autonomia di pensiero e un bene essenziale della vita, uomo semplice e riservato, osservatore attento e critico su tutto ciò che lo circondava, Giuseppe Pera è stato uno dei padri fondatori del diritto del lavoro insieme ad altri grandi protagonisti del periodo post-costituzionale. Nato a Lucca il 9 dicembre 1928, Pera era accanito lettore e un uomo profondamente attaccato alla sua terra d’origine. Gli studi classici prima (maturità classica al Liceo Machiavelli nel 1947) e la facoltà di Giurisprudenza poi (si laurea nel 1952 con una tesi sul diritto sindacale nelle più importanti esperienze nazionali, relatrice la professoressa Luisa Riva Sanseverino) hanno formato il carattere autonomo, libero e battagliero dello studioso. Entrò in magistratura nel luglio 1955 dove vi restò fino al 15 gennaio 1964, quando passò all’università come assistente ordinario di diritto del lavoro. Accanto all’attività di studioso, quella politica: la partecipazione da giovanissimo al Partito d’Azione, la collaborazione con il Comitato di Liberazione Nazionale e poi l’avvicinamento al Partito Socialista. E ancora, la difesa della Fiat durante gli anni Settanta, con la minaccia del terrorismo e la vicinanza con la CGIL. È durante gli anni in cui occupa la cattedra di diritto del lavoro all’Università di Pisa che dà vita al suo corpus di documenti che hanno riformato il giuslavorismo italiano.
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sentanti delle organizzazioni sindacali italiane, Camusso, Furlan e Barbagallo, dibattere con il professore Pietro Ichino, coordinatore del comitato scientifico della Fondazione Pera e senatore della Repubblica. La seconda, invece, dal titolo Prospettive dalle ‘global unions’, ha visto protagoniste, appunto, le organizzazioni sindacali sovranazionali. Oltre all’attività di ricerca, studio e confronto, la Fondazione Giuseppe Pera svolge un’azione di primo piano nella divulgazione della cultura stessa del diritto del lavoro. È per questo che più volte durante l’anno vengono organizzati convegni e appuntamenti che approfondiscono il tema complesso delle relazioni lavorative e la loro giurisdizione, senza dimenticare l’opera di diffusione e comunicazione delle nuove normative. Ecco quindi che negli anni la Fondazione ha organizzato tre diversi corsi di alta formazione, dedicati ad avvocati, consulenti del lavoro, commercialisti, lavoratori del settore pubblico e privato, rivolti alla formazione e all’aggiornamento di centinaia di professionisti. L’ultimo, concluso il 6 maggio scorso, formato da sei giornate per un totale di dodici moduli, ognuno dei quali presieduti da un docente universitario, da un magistrato del lavoro e da un avvocato giuslavorista, provenienti dai principali Atenei, dalla Corte di Cassazione, dalle Corti d’Appello e da alcuni Tribunali italiani, ha riguardato i numerosi temi che ruotano attorno al diritto del lavoro e alle sue dinamiche (e, talora, problematiche) processuali: dalle controversie del lavoro a quelle previdenziali, dai riti speciali, tra cui quello sui licenziamenti e il giudizio anti-discriminatorio, alle procedure esecutive e concorsuali. Particolare attenzione è stata dedicata agli strumenti negoziali, utili, nel caso di conflitti, per arrivare a soluzioni condivise tra le parti e ottenere, così, risultati migliori e più soddisfacenti. Grande successo anche per i convegni, organizzati sul territorio lucchese che hanno coinvolto e attirato l’attenzione di esperti e studiosi da tutta Italia. L’ultimo, ma solo in ordine cronologico, è quello che si è tenuto il 26 giugno 2015 dal titolo Gli effetti giuridici
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LA FONDAZIONE GIUSEPPE PERA PER IL DIRITTO DEL LAVORO
la dichiarazione di lucca
ed economici della riforma del lavoro: una giornata di studio e discussione, affrontata con un approccio pragmatico basato sui dati reali e sulla comparazione dei cambiamenti in azienda, per i lavoratori e nelle aule di giustizia. IL PROGETTO THEMIS
Il problema della giustizia italiana, si sa, sta in buona parte nell’assenza di tempi certi: processi infiniti, udienze che vengono rimandate a data da destinarsi e dilatate in archi temporali lunghissimi. Insomma, lungaggini che non danno né certezza della conclusione dell’istanza, né certezza della pena. Può esistere una soluzione? Forse. La Fondazione Giuseppe Pera potrebbe averla trovata. Si chiama Progetto Themis, finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, e si promette di ridurre la durata media dei processi, smaltirne il pregresso e dare tempi certi. Il progetto parte da un’idea di base molto semplice: se un giudice lavora i giorni pari su un dato processo e i giorni dispari su un altro, i tempi di conclusione di entrambe le procedure raddoppiano. La soluzione è proprio dietro l’angolo: ovvero affrontare il lavoro in modo sequenziale e non in parallelo. Se il giudice, infatti, si concentra su un solo processo per volta, portandolo via via alla sua conclusione e concentrandone le udienze, si
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allunga il periodo di inattività dei casi, ma si riduce la durata totale del completamento di ognuno, consentendo, quindi, la riduzione della durata totale media dei processi. Per far questo, è stata progettata la piattaforma A-Lex che consente la pianificazione automatica dell’agenda in pochi click. A-Lex è complementare al gestionale che già i magistrati utilizzano per il processo telematico e consente un controllo semplice e immediato del lavoro. In pratica, si garantisce ai magistrati un software che consente loro di riorganizzare le proprie agende in modo più razionale, permettendo di affrontare – come detto – i processi in modo sequenziale, senza una contemporaneità o sovrapposizione, con un notevole miglioramento della tempistica. I risultati ottenuti nel Tribunale di Bologna e nel Tribunale e Corte di Appello di Roma, sono assolutamente confortanti, tanto da aver ricevuto direttamente dal Ministero di Grazia e Giustizia prima l’avallo alla sua prosecuzione, quindi l’espressa volontà di acquisire il prodotto una volta utilizzabile a pieno regime. A breve si vuole iniziare la sperimentazione anche nei Tribunali di Lucca e di Milano.
Gli economisti e i giuristi che hanno dato vita al convegno svoltosi a Lucca il 25 e 26 marzo 2011 offrono alla comunità scientifica, ai responsabili politici e all’opinione pubblica dei rispettivi Paesi il risultato essenziale del dibattito e della ricerca comune condotta in questi due giorni: – la sperimentazione scientifica, anche preventiva, degli effetti delle norme e delle altre misure di politica del lavoro oggi può fornire un contributo decisivo per il progresso del diritto e delle politiche attive in questo campo; – a questo scopo è indispensabile una cooperazione più stretta e continua tra gli studiosi del dover essere giuridico e quelli dell’essere socio-economico, nel rispetto dell’autonomia e della specificità delle rispettive competenze; – è possibile una sperimentazione che non violi dettami costituzionali, ma i suoi obiettivi e i protocolli che la definiscono devono essere definiti in modo chiaro e i dati raccolti e i risultati devono essere resi totalmente accessibili a chiunque vi abbia interesse; – la credibilità scientifica di chi conduce la sperimentazione deve essere garantita secondo il metodo della peer review, oltre che dalla pubblicità dei dati e tecniche utilizzati. I giuristi e gli economisti che si sono riuniti a Lucca in queste giornate di lavoro comune si impegnano a proseguire il cammino avviato, attivando una rete permanente di dialogo e comunicazione sul tema della sperimentazione in materia di lavoro, aperta a tutti gli studiosi, i politici e i protagonisti delle relazioni industriali.
Ilaria Milianti – Presidente della Fondazione Giuseppe Pera Marco Cattani – Direttore della Fondazione Giuseppe Pera
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CARTA Sulle tracce di un passato presente con la Via della carta
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l recupero di una cultura del lavoro ancora presente. La riscoperta di un’identità storica, tradizionale e, per certi versi, di una ritualità scolpita nel tempo e nel passato, che rappresenta le fondamenta da cui tutto ha avuto origine. La valorizzazione in chiave contemporanea di un patrimonio inestimabile, fatto di sentieri, natura, archeologia industriale, memoria diffusa e condivisa e reperti museali, siano essi carte o macchinari. E ancora l’esaltazione di una realtà produttiva ricca e in crescita – quella del distretto cartario lucchese, che oggi è ai massimi livelli nel mondo –, attraverso un progetto di sistema basato sulla conoscenza di saperi antichi, eppure così ben rappresentati dall’attualità, e sulla fruizione fisica, concreta, materiale del territorio che li ha saputi accogliere. Voci, immagini, linee guida e suggestioni che vanno a comporre il progetto La via della carta in Toscana, un esperimento riuscito di marketing territoriale e turismo culturale, che unisce le province di Pistoia e Lucca, coordinato da Lucense, società pubblico-privata lucchese che opera nei settori della ricerca industriale, dello sviluppo sperimentale e del trasferimento tecnologico, e capace di mettere in rete energie locali, partner di livello, come le Fondazioni bancarie locali, la Regione Toscana e, ancora più rilevante, Arcus Spa, e numerosi stakeholder pubblici e privati del territorio lucchese e pesciatino. Un progetto di sistema, che mira a recuperare architetture e memorie legate alla produzione della carta e a creare percorsi finalizzati alla vivibilità del territorio, in un viaggio dove le tracce del passato – composto da vecchie cartiere, vie di collegamento, mulini per l’approvvigionamento dell’acqua, archivi antichissimi – si fondono con le prove più tangibili di un presente molto attivo, caratterizzato da centinaia di industrie cartarie in piena produzione nella Piana di Lucca e lungo la Valle del Serchio. Una terra ricca di acqua e vento e una creatività che affonda le sue radici nell’antichità, ma che si è mantenuta intatta negli anni, capace di coniugare innovazione e lavoro. E poi la storia, che dal duecento arriva fino ai giorni
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Enrico Fontana
nostri, legando a doppio filo lo sviluppo culturale e tecnologico con quello delle cartiere e di ogni fase del loro complesso ciclo produttivo. Sono stati questi gli elementi che hanno spinto Lucense a dare vita a un progetto tanto ambizioso. La consapevolezza, poi, di un numero così significativo di testimonianze culturali, naturalistiche, architettoniche incentrate sul tema della carta, ha fatto il resto. Restano in questi luoghi, a testimonianza di un successo che affonda le sue radici nel tempo, in una sorta di scenografico museo manifatturiero all’aperto, straordinari esempi di archeologia industriale dell’antica produzione cartaria, antiche vie di comunicazione e una ricca cultura immateriale che dall’entroterra si spinge fino al mare, dove trovano casa da circa un secolo i maestri della cartapesta del Carnevale di Viareggio. Ecco perché si parla della ‘via della carta’: un’articolata rete di itinerari storici, culturali e ricreativi fondata sulla carta pregiata di Pescia, usata per la carta intestata per i papi e per la carta per le monete, la carta paglia di Villa Basilica, inventata dal farmacista Stefano Franchi, il design in carta e cartone e la cartapesta di Viareggio. Il progetto si presenta così come un sistema interprovinciale di offerta culturale, avente una duplice finalità: da una parte il recupero della memoria storica di queste zone e dall’altra la definizione di un’offerta turistica e culturale che dovrà essere collegata agli altri sistemi turistici già esistenti: dal Parco di Pinocchio a Collodi alle Terme di Montecatini, dal turismo culturale di Lucca e Pistoia al turismo balneare della Versilia, dalle strade dell’olio e del vino alla ciclopedalata Giacomo Puccini, passando per il Carnevale e per le escursioni in montagna, fino ai percorsi lungo la Via Francigena. Ciò che rende questo progetto unico nel suo genere è la capacità di calarsi perfettamente nel contesto in cui è stato creato. Una realtà simile non esiste altrove: ci sono zone dove in passato era attiva una struttura imprenditoriale ed economica diffusa, di cui però oggi non se ne trovano tracce. Qua, invece, è esattamente il contrario: quel passato
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SULLE TRACCE DI UN PASSATO PRESENTE CON LA VIA DELLA CARTA
fasi del progetto Progetto ideato e coordinato da Lucense, promosso da Comitato Distretto Cartario di Capannori e Comieco. FASE 1 - Studio di prefattibilità, progetto di fattibilità e masterplan, con la collaborazione e il sostegno di: APT di Lucca, Versilia, Montecatini, Assindustria Lucca, CCIAA di Lucca e Pistoia, COMIECO, Comuni di: Bagni di Lucca, Capannori, Lucca, Pescia, Porcari, Viareggio, Villa Basilica, Province di Lucca e Pistoia, Fondazione Carnevale di Viareggio, Museo della Carta di Pescia. Contributo speciale della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca. FASE 2 - Progetto esecutivo e attuazione dei primi interventi con il sostegno finanziario di ARCUS S.p.A. e il cofinanziamento di Regione Toscana, Museo della Carta, Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia, Comune di Pescia. FASE 3 - Completamento degli interventi: da finanziare.
rivive, ha saputo evolversi, trasformarsi, ingrandirsi. E i grandi di oggi sono gli eredi dei grandi di ieri, coraggiosi e lungimiranti nel lanciare linee produttive e assecondare le inclinazioni naturali del territorio in cui sono nati. Ecco allora che l’identità personale fuoriesce dalla dimensione intima e familiare e diventa strategia di comunicazione, possibilità di mostrarsi all’esterno facendo leva proprio sulla storia che ha caratterizzato ognuno di questi testimoni, la base da cui guardare al futuro. IL PROGETTO
Il progetto prevede tre rami principali di intervento. Il primo, in parte concluso, riguarda il recupero funzionale e la riapertura dell’Opificio Le Carte. Il primo lotto è stato portato a termine con il restauro dell’archivio delle antiche cartiere Magnani di Pescia: 600 metri lineari di carte, documenti, reperti e testimonianze. Il direttore del Museo della carta, Massimiliano
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Bini, ha curato la raccolta del materiale, mentre l’architetto Pietro Carlo Pellegrini si è occupato della ristrutturazione dell’ala dell’edificio che accoglie il materiale archivistico e del suo allestimento interno, realizzato in legno e cartone grazie alla collaborazione con l’azienda 55100. L’archivio è aperto al pubblico il sabato mattina per visite guidate. Il secondo ramo di intervento (che sarà completato entro la fine dell’anno) riguarda, invece, la progettazione e il recupero di una porzione delle antiche vie di collegamento tra le contigue valli di Pescia e Villa Basilica, per un totale di venti chilometri, utilizzate fino a metà del Novecento dalle lavoratrici e dai lavoratori delle cartiere: sono stati battuti i sentieri, segnalati gli itinerari, recuperate le strade lastricate, posizionati cartelli che ripercorrono la storia dei mastri cartai, valorizzate le tracce che ancora oggi evidenziano la presenza e il passaggio di queste persone del secolo scorso (immaginette votive, punti di riferimento naturali, zone appoggio e di ristoro), consentendo all’escursionista di calarsi in un’atmosfera a metà tra montagna e tradizione. Nel centro di Villa Basilica, poi, verrà posizionato un info point dedicato alla Via della carta, così da guidare il visitatore e fornire quante più informazioni possibili sul progetto. La terza fase, infine, riguarda il recupero della Cartiera Nardi, una delle più significative testimonianze di archeologia industriale presente nel comune di Villa Basilica. Non si può parlare di questo edificio senza raccontare la storia del prodotto che l’ha reso celebre nel mondo: la carta paglia. Nel 1834, un farmacista di Villa Basilica, Stefano Franchi, inventò la carta paglia, la cosiddetta carta gialla per impacchettare o imballare, fatta con paglia, calce e acqua. La scoperta dette una spinta eccezionale all’industria, tanto che nel 1911 le cartiere in provincia di Lucca erano già 106 e diventarono 211 nel 1971. Il recupero della Cartiera Nardi prevede una ristrutturazione in chiave ricettiva, con l’obiettivo di affidarla in gestione per un B&B. L’idea, infatti, è di sviluppare e promuovere un turismo di qualità, secondo il quale il visitatore si
troverà ad alloggiare in una struttura particolare, del tutto coerente ai percorsi e agli itinerari appena intrapresi. I macchinari ancora esistenti saranno recuperati e lasciati in mostra perenne al piano terra dell’edificio, dove potranno essere accolte esposizioni e organizzati momenti ricreativi e aggregativi, dedicando una zona anche a un piccolo punto ristoro. La riapertura al pubblico è ancora lontana, ma intanto sono stati attivati i passaggi necessari per partecipare a bandi utili per i lavori di restauro. Tra questi rientra il finanziamento che la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ha riconosciuto al Comune di Villa Basilica, per procedere con la stesura di un progetto definitivo attraverso cui richiedere contributi. La prossima fase di attuazione del progetto, poi, interessa il completamento del restauro e dell’adeguamento funzionale dell’intero fabbricato dell’antica Cartiera Le Carte di Pietrabuona. A LUCCA IL PIÙ IMPORTANTE DISTRETTO CARTARIO D’EUROPA
Quella della carta nell’area lucchese e pesciatina, d’altronde, è una storia che viene da lontano e non è un caso che il progetto coinvolga entrambe le province. Lucca e Pistoia, infatti, vantano una tradizione secolare nella lavorazione della carta che si perpetua dal Quattrocento e che oggi è confermata da un’industria solida e riconosciuta a livello internazionale, come conferma la creazione del più importante Distretto Cartario in Europa. Di questa industria a parlare sono i numeri: ben 130 imprese di produzione e trasformazione della carta tissue e cartone ondulato, che nello sviluppo sostenibile e nella ricerca hanno trovato prima la crescita e poi un riparo dalla recessione, portando oggi Lucca a essere la capitale mondiale del tissue ed europea per la carta ad uso industriale.
Enrico Fontana è il direttore di Lucense
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breve storia della carta a lucca L’incontro di Lucca con la carta avviene già nel corso del Duecento, poi con le poche tracce trecentesche, passando per i tentativi del 1401 e 1409 di aprire un edificio per far carta alle confluenze della Lima con il Serchio, fino ad arrivare, metà Cinquecento, con la costruzione della prima vera cartiera a Villa Basilica, ad opera dello stampatore Busdraghi, con il sostegno della potente famiglia Buonvisi. Una prima importante traccia è datata 1307, anno in cui viene creata la Corporazione dei Cartolai a Lucca. I Cartolai si dedicavano alla produzione di carta pergamena per scrivere (prodotta con il vello degli animali – ovini e caprini – anche chiamata ‘cartapecora’) e producevano soprattutto carta e libri, tra i quali spiccavano i cosiddetti ‘libri di ragione’, utilizzati dai mercanti per segnarvi l’amministrazione. La prima vera cartiera a Lucca nasce nella metà del Cinquecento, ad opera di Vincenzo Busdraghi. La sede è un vecchio mulino, attrezzato e restaurato, grazie anche all’aiuto economico della famiglia nobile lucchese Buonvisi. Per circa un secolo questa rimane l’unica cartiera nel territorio lucchese. Intorno alla metà del Seicento alcune importanti famiglie nobili lucchesi, e in particolare la famiglia Biagi, cominciano a dedicarsi al business della carta e, alla fine del secolo, nello Stato di Lucca si contano ben otto cartiere: la cartiera Buonvisi, la cartiera Montecatini a Piegaio, la cartiera Biscotti a Villa Basilica, la cartiera Tegrimi a Vorno, la cartiera del capitano Francesco Pacini a Villa Basilica, la cartiera Grassi, la cartiera di Anchiano e la cartiera di Collodi.
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Le otto cartiere di questo periodo raggiungono una produzione annuale di 16.000/20.000 risme di carta. Tuttavia proprio questa fioritura di cartiere e la conseguente prosperità portano, verso la fine del Seicento, alla ‘guerra degli stracci’: una contesa tra alcuni mercanti che, salpando dal porto di Viareggio, volevano esportare gli stracci, e gli imprenditori delle cartiere, che desideravano conservare in patria la materia prima. Ad ottenere la meglio sono i ‘fabbrichieri della carta’, così che l’esportazione degli stracci venne limitata e regolamentata. Il Settecento si caratterizza come teatro di forti sviluppi nel settore e la carta continua ad essere fonte di un’intensa attività a Lucca. La cartiera di Villa Basilica segue intanto la linea ereditaria dei Buonvisi, fino all’ottobre del 1800, quando la potente famiglia lucchese si estingue e il suo patrimonio si congiunge a quello dei Montecatini. La cartiera dei Buonvisi passa in mano ora ai Giusti, che la prendono in affitto. Si arriva così alle soglie del XIX secolo, che porta con sé la rivoluzione della carta paglia. Il panorama delle cartiere a Lucca, e soprattutto nella zona di Villa Basilica, lungo gli argini della Pescia minore, cambia profondamente: siamo ormai di fronte alla moderna industria cartaria. Il 1834 viene identificato come un momento di svolta molto importante per il settore cartario lucchese: in quell’anno, infatti, un farmacista di Villa Basilica, Stefano Franchi, inventa per caso la carta-paglia, ossia la carta gialla usata per imballare. Si tratta di un composto di paglia, calcina e acqua. Grazie a questa ‘invenzione’ può essere creato un
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SULLE TRACCE DI UN PASSATO PRESENTE CON LA VIA DELLA CARTA
prodotto di facile rifornimento e a basso costo. Il successo ottenuto è davvero notevole: basti pensare che nel 1911 la provincia di Lucca vanta 106 cartiere artigianali e a conduzione familiare, con circa 1.400 addetti in totale. Un contesto nel quale proprio la carta-paglia continua ad essere il prodotto principale con 65.000 quintali di produzione l’anno. Tanta è l’importanza della carta-paglia che, proprio nel quartiere lucchese di Borgo Giannotti, viene stabilito il prezzo della materia prima (la paglia) e definito il costo di riferimento per tutta Europa. Già agli inizi del Novecento comincia a mutare la geografia degli stabilimenti, con la nascita del polo di Marlia; più tardi sarà la volta di Capannori, Porcari e Altopascio. Si diffonde la meccanizzazione e cambia la natura dei prodotti, dilaga la carta da imballaggio, il settore carto-tecnico e infine il tissue, la carta per usi domestici e igienici. E cambia, in modo più accentuato dagli anni Ottanta, il volto della struttura produttiva, con l’esaurirsi di gran parte dell’imprenditoria familiare e l’arrivo delle grandi aziende multinazionali. Nel 1971 le cartiere di Lucca sono 211 e proprio negli anni Settanta la carta-paglia viene sostituita dalla produzione del tissue e cartone ondulato. Finisce l’era della tanto amata ‘carta gialla’: nel 1976 una legge, rivolta a proteggere l’acqua come bene ambientale, ne rende, infatti, troppo onerosa la produzione. Fortunatamente le aziende locali hanno la capacità di trasformarsi e dedicarsi ai nuovi prodotti, creando a Lucca un polo cartario d’importanza mondiale.
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«Italiane»: la collana al femminile di Pacini Fazzi Una collana dedicata alle donne che hanno contribuito, a diverso titolo, alla costruzione del nostro paese e della nostra identità nazionale. Maria Pacini Fazzi editore, per i 50 anni di attività, ha pensato di proporre un percorso tutto al femminile per raccontare la storia attraverso le storie, ovvero biografie di personaggi che in epoche diverse hanno fornito alla causa comune una o più tessere di quel grande mosaico che è il nostro retaggio, la nostra coscienza collettiva. La casa editrice propone così la collana «Italiane», curata dalla giornalista Nadia Verdile, e dedicata per le prime tre pubblicazioni a Cristina Trivulzio, Nilde Iotti e Grazia Deledda. Donne che, mettendo insieme passioni e competenze tipicamente ‘italiane’, si sono ritagliate un ruolo nella costruzione del paese, alcune note e acclamate, altre semi sconosciute e ingiustamente dimenticate. Personalità ‘eterne’ ma anche personaggi meno conosciuti come Cristina Trivulzio, patriota, giornalista e scrittrice, che partecipò attivamente al Risorgimento italiano. Una meravigliosa biografia di una donna che inventò l’assistenza infermieristica femminile nella Repubblica Romana del 1849, promosse l’istruzione delle bambine e dei bambini nelle campagne milanesi, visitò e descrisse con vivida crudezza gli harem, dedicando tutta la sua vita alla difesa della libertà. Un profilo ben delineato da Nadia Verdile, storica collaboratrice de Il Mattino che da anni dedica le sue ricerche alla riscrittura della storia delle donne, collaborando, tra gli altri, con la Fondazione Valerio per la Storia delle Donne e la Colorado State University. Si passa poi a Nilde Iotti, eletta all’Assemblea Costituente nel 1946 e prima donna a ricoprire la carica di Presidente della Camera dei deputati, certamente una delle figure più autorevoli della nostra storia repubblicana, accuratamente dipinta dalla penna di Luisa Cavaliere, già autrice per Liguori di Anticorpi insieme a Emma Dante e Rosella Postorino. Infine Grazia Deledda, la prima donna italiana a vincere il Premio Nobel, che nel 1926 si recò a Stoccolma a ritirare il prestigioso riconoscimento proponendosi come ambasciatrice della cultura italiana, ma anche di una certa Italia al femminile. Un ritratto affidato a Neria De Giovanni, presidente dell’Associazione Internazionale dei Critici Letterari e tra le maggiori esperte della vita e delle opere della scrittrice, sulla quale ha pubblicato ben tredici volumi. Quindi storie misconosciute o dimenticate, ma anche note e amate, per celebrare l’intelligenza femminile, la creatività, il pensiero, le passioni e i sentimenti attraverso libri di piccolo formato, agili e godibili, in grado di dare un grande contributo alla divulgazione di biografie cruciali per la storia personale e collettiva di tutti noi. Italiane. Donne che hanno lasciato impronte, AA.VV., Maria Pacini Fazzi editore, 2016
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LUCCA XX: ovvero 100 anni di lucca e del suo territorio Dall’inaugurazione della Passeggiata di Viareggio (1901) alla visita a Lucca di Giovanni Paolo II (1989), dall’apertura del Mercato del Carmine (1935) alla tragica alluvione di Cardoso e Fornovolasco (1996), una lunga storia di parole e immagini per raccontare il Novecento di Lucca e del suo territorio. Lucca XX. La storia del Novecento in provincia è il titolo dell’ultima fatica letteraria di Paolo Bottari, giornalista e scrittore che dagli anni Novanta ad oggi ha regalato scorci particolari ed emozionanti della storia locale. Emozionanti perché, anche tra le righe e le immagini di questo volume, a molti scenderà forse una lacrima, ricordando eventi della storia lucchese inevitabilmente intrecciati o semplicemente contemporanei alla proprie vicende personali. Eventi che forniscono una prospettiva locale di avvenimenti di più ampio respiro, come la storica nevicata del 1985, che vide tutta la provincia coperta da una soffice coltre bianca. Ma la pubblicazione rappresenta prima di tutto un’attenta e sorvegliata ricostruzione storica, che attraverso una catena cronologica di approfondimenti, fa una selezione dei fatti principali: anno per anno, la progressione presentata dall’autore passa per i due conflitti mondiali, attraversa le vicende dell’imprenditoria locale e i fatti di colore più significativi, andando a delineare un vivace affresco della nostra storia, dall’inizio del secolo fino all’ingresso nel nuovo millennio. Non c’è in effetti realtà, categoria, professione che non possa riconoscersi in queste pagine, dove si ricorda la nascita dell’Unione Industriali lucchese (1921) o dell’Associazione Lucchesi nel mondo (1968), ma
anche l’inaugurazione delle più importanti infrastrutture del territorio, come l’autostrada ‘Bretella’ (1973) o il Palazzetto dello Sport di Lucca (1983). E ancora la nascita di locali cult come la Capannina, la Bussola e Bussoladomani, per arrivare alle pagine meno liete e più tragiche della storia recente della provincia, dal declino di storiche eccellenze imprenditoriali della zona ai fatti di cronaca, fino al racconto delle sfortunate circostanze in cui la natura, troppo spesso nel nostro territorio, si è ribellata all’uomo con drammatiche conseguenze. Un libro che intreccia la storia della Piana di Lucca con quella della Garfagnana e della Versilia, offrendo dati, curiosità e aneddoti per una comprensione storica dell’intero periodo più vicino a noi. Un secolo raccontato in maniera trasversale, registrando la progressiva mutazione dei costumi in parallelo con i grandi progressi della scienza e della tecnologia che, di fatto, sono entrati a poco a poco nelle case degli italiani e hanno anche modificato il modo di vivere la socialità, il bene comune e la vita cittadina. È soprattutto quest’ultimo punto che sembra ben sviluppato e mostrato in maniera nitida e coinvolgente da Paolo Bottari, che in un certo senso ci propone la storia di un cambiamento, attraverso un cammino quasi biografico in cui le conquiste si succedono alle battute d’arresto, le novità si mescolano con inossidabili tradizioni. Storia e storie, patrimonio della memoria di una grande comunità che oggi conta quasi quattrocentomila componenti e che, come suggerisce proprio la lettura di questa pubblicazione, da sempre guarda al futuro sfogliando le pagine del passato. Lucca XX. La storia del Novecento in provincia, di Paolo Bottari, Lucca 2015
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Periodico della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca Autorizzazione del Tribunale in corso
Finito di stampare nel mese di giugno 2016 da Tipografia Tommasi Referenze fotografiche: Archivio fotografico Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca; Cartasia; Fondazione Casa Pascoli; Fondazione Pera; Fondazione Ragghianti, Lucca; Lucca Film Festival; Lucca Teatro Festival; Lucense; Maria Pacini Fazzi Editore, Lucca; Photolux Festival; Publied Editore in Lucca; Ufficio stampa Comune di Massarosa. Le immagini alle pp. 40, 41 e 42, conservate presso l’Archivio di Stato di Lucca, sono pubblicate con autorizzazione n. 1410 del 14 giugno 2016 su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. È fatto divieto di ulteriore pubblicazione o riproduzione con qualsiasi mezzo.
La Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, scusandosi anticipatamente per l’involontaria omissione di referenze fotografiche, è disponibile ad assolvere eventuali diritti.
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RIVISTA DELLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA
IN PRIMO PIANO – EVENTI 2015 – DAL TERRITORIO – SOCIALE – CULTURA – FONDAZIONE PERA – MONDO CARTA
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