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Fcrlu magazine 2013 03 04

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RIVISTA DELLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA

SAN FRANCESCO – IMT – EDILIZIA SCOLASTICA – MURA DI LUCCA – PALAZZO BOCCELLA – SANITÀ IN VERSILIA

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RIVISTA DELLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA

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Editoriale San Francesco. 6 luglio 2013: una data storica 10 luglio: Una memorabile Messa da Requiem incanta la città 19 luglio: San Francesco o del puro amore 14 settembre: La Divina Commedia in concerto 21 settembre: Con The Towers/Lucca Hubris va di scena l’onorevole arroganza 4 ottobre: Un grido, e una preghiera, per salvare l’Italia 18 ottobre: … e Ilaria, solo Ilaria… Il gioiello ritrovato. Il complesso di San Francesco diventa una risorsa per tutta la città A spasso nel San Francesco. Viaggio virtuale tra le opere e l’architettura del complesso conventuale Nel Seicento San Francesco fu anche teatro di una spy story Dentro IMT Interviste, storie, racconti da una delle scuole di dottorato più meritevoli d’Italia Imt secondo Alberto Bemporad Un passepartout per il futuro IMT è sistemi complessi. Intervista a Guido Caldarelli

70 IMT e territorio: l’imperativo è fare rete. Intervista a Massimo Riccaboni 72 Edilizia scolastica 73 Venti milioni per mettere al centro la scuola e far ripartire la provincia di Lucca 82 Le mura di Lucca 83 I 500 anni delle mura di Lucca 89 Nove progetti per festeggiare i 500 anni 96 Fondazione Palazzo Boccella 97 MADE: a San Gennaro una scuola di alta formazione nel campo dell’enogastronomia 102 Sanità in Versilia 103 Tre anni di interventi per un totale di cinque progetti 104 Residenza sanitaria assistenziale Giuseppe Tabarracci 108 Leggeri e tecnologici: ecco i nuovi ferri dell’ospedale «Versilia» 109 L’eccellenza oculistica passa dal nuovo microscopio operatorio 111 Cuore, nuovi farmaci sperimentali e pazienti anziani 112 Flash In breve dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca

FCRL MAGAZINE 3 4|2013 | NUMERO DOPPIO Marcello Bertocchini direttore Marcello Petrozziello direttore responsabile Comitato di redazione Giorgio Tori Marcello Bertocchini Marcello Petrozziello

hanno collaborato a questo numero Marcello Bertocchini, Nadia Davini, Valentina Ferrante, Umberto Guidi, Iacopo Lazzareschi Cervelli, Marco Paoli, Alessandro Petrini, Andrea Salani consulenza editoriale: Publied – Editore in Lucca progetto grafico ed impaginazione: Marco Riccucci

© 2013, Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca

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EDITORIALE Il territorio, i beni culturali e la scuola: ecco gli ambiti strategici verso cui la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ha prevalentemente indirizzato nel 2013 le proprie risorse. In primo luogo Lucca, la tutela dei suoi monumenti e l’affermazione delle sue eccellenze culturali e scientifiche. L’inaugurazione del ritrovato Complesso di San Francesco, la destinazione dei suoi ambienti ad IMT ed il corollario di eventi e manifestazioni durante i mesi di luglio, settembre ed ottobre, hanno di fatto riconsegnato alla zona Est della città un ruolo come polo culturale e centro di aggregazione sociale all’interno delle Mura urbane. Quello del sostegno al sistema scolastico provinciale è l’altro fronte che ha visto la Fondazione moltiplicare i propri sforzi sul piano delle risorse e delle iniziative intraprese. Un impegno che ha investito il mondo della scuola secondo diverse prospettive: mettendo a punto un progetto strategico per l’edilizia scolastica finalizzato alla ristrutturazione delle scuole esistenti ed al loro adeguamento alle norme vigenti; ma anche contribuendo concretamente alla fornitura di attrezzature utili ad una didattica aggiornata e proponendo corsi e seminari legati alle nuove tecnologie. L’obiettivo è dunque contribuire alla creazione di una scuola di qualità, attraverso azioni concrete e tangibili, sostenendo senza esitazioni un’idea: la convinzione che solo una società basata sulla conoscenza, intesa in maniera ampia e non elitaria, sarà in grado di proporre soluzioni sostenibili per il rilancio del paese, attraverso la coesione sociale e la formazione di una classe dirigente preparata alle sfide del presente e del futuro.

Arturo Lattanzi Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca

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6 LUGLIO 2013:

I servizi fotografici sono stati curati da Foto Alcide, Lucca

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UNA DATA STORICA Dopo tre anni di restauri e trent’anni di oblio, il 6 luglio 2013 torna a nuova vita il complesso conventuale di San Francesco

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a lunga attesa è finita alle ore 10 di sabato 6 luglio, quando la senatrice Stefania Giannini ha proceduto al taglio di un nastro tricolore sostenuto in maniera più che simbolica dal presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca Arturo Lattanzi e dal presidente della Regione Toscana Enrico Rossi. Il complesso conventuale di San Francesco, dopo una magistrale opera di recupero e riqualificazione ultimata a tempo di record, viene idealmente riconsegnato alla città e a una funzione di promozione delle eccellenze lucchesi nel mondo attraverso l’apertura del campus Imt. Le oltre mille persone presenti hanno letteralmente assiepato ogni spazio disponibile, occupando tutti gli ordini di posti della chiesa, l’auditorium della Cappella Guinigi e le sedute messe a disposizione nella piazza, dove è stato istallato un maxischermo. Molti e significativi gli interventi che si sono susseguiti sul palco, che senza indugiare in congratulazioni di circostanza hanno approfondito, ognuno secondo una personale prospettiva istituzionale, le tematiche della riqualificazione urbana, della valorizzazione dei beni culturali e della promozione delle eccellenze scientifiche e intellettuali. Tematiche di ordine generale ma quantomai appropriate per descrivere tutto quello che la città di Lucca ha concretamente acquisito grazie agli sforzi della Fondazione Cassa di Risparmio. «Il recupero è un valore in sé indipendentemente dall’uso che se ne farà. Averlo è importante per la funzione di comunità» sostiene il sindaco Alessandro Tambellini riassumendo con parole semplici un’idea condivisa e ampliata dall’intervento del Presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, che ha tenuto a precisare come «dal punto di vista urbanistico, il recupero dentro la città è una delle linee guida su cui vogliamo lavorare in tutta la Toscana». Col restauro del San Francesco si concretizza una vera e propria ridefinizione di una zona della città, quella orientale, che di certo non versava in condizioni di degrado o abbandono, ma sicuramente da quest’anno è stata protagonista di un netto salto di qualità, destinato a consolidarsi con altri interventi come quello in atto presso l’adiacente Casa del Boia, uno dei molti cantieri che rinnoveranno le Mura nel loro cinquecentesimo compleanno. Particolarmente significative le parole del Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Maria Chiara Carrozza, che ha sottolineato l’importanza dell’esperienza di Imt come «simbolo di ricerca e alta formazione, un esempio in cui il governo Letta crede», e ribadendo che «l’azione del Governo sarà sempre intrecciata con Lucca e Imt, dobbiamo lavorare insieme per far crescere questa comunità accademica che forma grandi menti. Solo con un sistema di istruzione superiore il paese può crescere».

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6 LUGLIO 2013: UNA DATA STORICA

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Divina l’esecuzione di Nicola Luisotti e dei cantanti solisti

10 luglio

È con Giuseppe Verdi e con l’Orchestra del San Carlo di Napoli che si apre il primo evento per il restauro dell’ex convento

Iacopo Cervelli Lazzareschi

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Le potenti note della Messa da Requiem di Giuseppe Verdi eseguita dall’Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo di Napoli diretti da Nicola Luisotti hanno riempito la grande aula della chiesa di San Francesco a Lucca nella serata di mercoledì 10 luglio 2013. Con questo evento, destinato a rimanere negli annali musicali lucchesi, la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ha inteso solennizzare la riapertura dopo i restauri del grande complesso di San Francesco, uno dei templi della storia di Lucca. La città ha risposto in massa all’evento che ha visto andare esauriti in poche ore i biglietti gratuiti, con quasi seicento persone che affollavano la navata della chiesa assieme alle autorità cittadine ed altre centinaia accalcate fuori per seguire il concerto trasmesso su un maxischermo sul sagrato della chiesa. Quando la Messa da Requiem di Verdi fu eseguita trionfalmente la prima volta a Milano il 22 maggio 1874, in occasione del primo anniversario dalla morte di Alessandro Manzoni, fu scelta la chiesa di San Marco, la più grande a disposizione

Una memorabile Messa da Requiem incanta la città dopo il Duomo di Milano. Ma l’acustica dell’edificio che è conosciuta oggi per essere pessima, forse consigliò dopo il debutto di spostarsi direttamente al Teatro alla Scala, dove per soddisfare le richieste furono eseguite altre tre repliche. Per la chiesa di San Francesco a Lucca poteva esistere un problema simile. I vasti spazi e le ampie superfici murarie riflettenti potevano far sorgere echi e rimbombi. Il dubbio è stato immediatamente fugato: la resa acustica dell’edificio è stata perfetta e ha risposto come una grande cassa armonica all’intensa gamma cromatica di voci e strumenti, con un alone sonoro dello spazio che si è spento in modo uniforme e chiaro a ogni movimento vocale e orchestrale. Eccellente l’esecuzione da parte dell’Orchestra e del Coro del Teatro di San Carlo di Napoli che ha celebrato il bicentenario dalla nascita di Verdi presentando a febbraio dell’anno scorso a Napoli il suo capolavoro sacro. La Messa da Requiem nacque inizialmente su proposta di Verdi come opera a più mani a cui avrebbero dovuto contribuire tredici fra i maggiori musicisti italiani per celebrare a Bologna Gioachino Rossini nel novembre del 1869, primo anniversario della morte. A Verdi toccò in sorte la composizione del Libera me. Il lavoro, però, una volta raccolti tutti i contributi, risultò essere un ‘patchwork’ qualitativamente discontinuo e frammentario, mentre si palesarono difficoltà finanziarie. Il Teatro di Bologna si ritirò infatti dalla produzione. Giulio Ricordi, segretario del comitato organizzatore, propose un trasferimento a Milano, ma a questo punto fu lo stesso Verdi a dissuadere l’editore, relegando negli archivi gli spartiti dell’ambizioso evento fallito. Il progetto mutò strada e già nel 1871 Verdi accarezzava l’idea di comporre interamente da solo la Messa da Requiem utilizzando il Libera me già scritto per Rossini e forse iniziò subito il lavoro. Alla morte di Alessandro Manzoni, il 28 maggio 1873, Verdi ne propose l’esecuzione nel primo anniversario della morte del grande scrittore italiano. La Messa da Requiem ebbe immediato successo. Dopo Milano, già a giugno 1874, Verdi era a Parigi dove diresse personalmente ben sette esecuzioni per poi portarla a Londra e a Vienna. Anche per chi conosce bene questa composizione, riascoltarne dal vivo i ritmi, i brani concatenati e costruiti con ponderate simmetrie provoca ancora stupore; un’alternanza di movimenti corali di massa impressionanti e in alcuni punti violenti, vorticosi, alternati a momenti meditativi e riflessivi, dove le voci soliste e le parti strumentali sembrano descrivere l’anima che riflette sul suo viaggio terreno in un’atmosfera metafisica e incerta. Nicola Luisotti ha governato un’ottima esecuzione misurata e attenta ai particolari, molto serrata fra un brano e l’altro, mantenendo alta e costante dall’inizio alla fine la tensione esercitata sul pubblico. Ai solisti Maria Agresta (soprano), Margaret Mezzacappa (mezzosoprano), Francesco Demuro (tenore), Andrea Mastroni (basso), il non facile compito di competere ed emergere contemporaneamente con agilità e chiarezza d’esecuzione all’interno delle masse corali e orchestrali, un ruolo decisamente riuscito senza sbavature.

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10 LUGLIO 2013: MESSA DA REQUIEM

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Francesco il Santo, Francesco l’uomo, Francesco il poeta: due ore nella chiesa a lui dedicata per comprendere a pieno, attraverso le parole dello storico Franco Cardini e l’inimitabile voce di Giancarlo Giannini, una figura storica lontana nel tempo, ma che ha lasciato un’eredità sempre attualissima. La poetessa lucchese Alba Donati ha fatto gli onori di casa in una San Francesco gremita, introducendo l’intervento di Franco Cardini: lo storico, che ha al suo attivo numerose pubblicazioni inerenti al santo assisiate, ha tracciato un profilo preciso, spogliato dagli elementi fantasiosi e semi-leggendari, che nei

19 luglio

La conoscenza di Franco Cardini e la voce di Giancarlo Giannini raccontano il santo di Assisi

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San Francesco o del puro amore secoli hanno condizionato non solo la devozione ma anche certa storiografia. Superando le interpretazioni che individuavano in Francesco «l’araldo di un cristianesimo dolciastro, melenso, ecologico-pacifista», Cardini ha tracciato l’immagine di un uomo volitivo, determinato nelle sue convinzioni e sempre caratterizzato da una straordinaria coerenza. Una ricostruzione fondata sulla documentazione storica, in primis la biografia del santo di Tommaso da Celano, e sugli scritti di Francesco stesso, che sono stati magistralmente interpretati da Giancarlo Giannini. Noto come attore, regista e stimatissimo doppiatore – presta la sua voce ad Al Pacino da anni –, Giannini ha dato voce alle parole di Francesco, selezionate tra gli Ammonimenti, i Fioretti e il Cantico delle Creature per illustrare la poetica dell’amore, chiave di lettura universale dell’insegnamento del santo. Il flauto traverso di Mario Ancillotti e l’arpa di Alessia Luise hanno accompagnato l’attore in un percorso tra fede e poesia, affrontando le tematiche dell’umiltà, della gioia e della fusione tra uomo e creato. Particolarmente coinvolgenti e attuali il passo dedicato alla «perfetta letizia», tratto dai Fioretti, e il sempre toccante Cantico delle Creature, manifesto indiscusso della visione del mondo di Francesco. La chiesa, che come tutte le basiliche francescane è una suggestiva combinazione di austerità ed eleganza, si è ricongiunta pienamente con lo spirito che ne animò la costruzione molti secoli or sono, proponendo una serata che tramite riflessione, ascetismo e poesia ha fornito l’occasione per raccontare concretamente, senza svilirne la dimensione spirituale, l’eredità di un uomo che ha fatto della sua stessa vita un testamento che è messaggio etico universale e non solo religioso.

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19 LUGLIO 2013: SAN FRANCESCO O DEL PURO AMORE

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I piacevoli tepori di una serata di tarda estate hanno accolto un folto pubblico nella chiesa di San Francesco, dove ancora una volta poesia e pentagramma sono stati protagonisti. Va in scena la Divina Commedia, riadattamento in forma di concerto del fortunato musical che il maestro Monsignor Marco Frisina ha portato in giro per l’Europa, riscuotendo unanimi consensi. Frisina, presidente della Commissione Diocesana Vaticana per l’Arte Sacra ed i Beni Culturali, è autore conosciuto per i suoi canti liturgici e ha fondato il Coro della Diocesi di Roma, che proprio a Lucca ha interpretato per la prima volta la Divina Commedia, con l’accompagnamento musicale della Filarmonica Gaetano Luporini di San Gennaro, diretta dal maestro Giampaolo Lazzeri,

14 settembre La Divina Commedia in concerto

La creatività di Marco Frisina, il Coro della Diocesi di Roma e le eccellenze musicali lucchesi per una serata nel segno di Dante

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e degli Archi dell’Istituto Luigi Boccherini di Lucca. L’evento ha segnato l’ennesima tappa dei festeggiamenti per la riapertura del Complesso di San Francesco; in luglio il Requiem verdiano interpretato dal San Carlo di Napoli e il reading di Giancarlo Giannini avevano suscitato grande interesse tra gli appassionati di musica, arte e letteratura. Elementi che hanno trovato nella Divina Commedia una sintesi studiata, proprio perché l’opera monumentale della letteratura italiana non viene trasposta in forma operistica senza un’accurata analisi testuale, ma, al contrario, traccia una sensibilità capace di accordare, in maniera adeguata e sempre brillante, i versi danteschi con i generi musicali, le tonalità e i timbri. Monsignor Frisina, che ha realizzato anche questo riadattamento in forma di concerto, si è misurato con le difficoltà di tradurre emozioni, stati d’animo e concetti presenti in un’opera densa e stratificata come il capolavoro dantesco. Non a caso lo stesso maestro è intervenuto prima di entrambi gli atti per dare una specifica chiave di lettura del suo riadattamento, improntato sulle tematiche dell’amore. «Dante scrive in un momento difficile. – racconta Frisina – Aveva appena perso l’amata Beatrice e non riusciva più a dare un senso alla sua vita. Scoprirà poi, nel suo lungo viaggio, che l’Amore, con la A maiuscola, è ciò che ci rende vivi e che ci avvicina a Dio, che è egli stesso amore. Un concetto filosofico e teologico che diventa poesia e musica». Dalla toccante vicenda di Paolo e Francesca alla terribile storia di Ugolino, dal drammatico Pier delle Vigne al suggestivo discorso di Ulisse, fino al paradisiaco incontro con Beatrice. Le storie interpretate sono le più celebri e la fedeltà al poema è sensibile, col pregio di coniugare sacralità e solennità con le capacità dello straordinario gruppo di solisti, rimasti decisamente colpiti dalla straordinaria affluenza e dalla splendida cornice della chiesa. «Potersi esibire in un simile contesto e con un’orchestra d’eccellenza come stasera, è sempre una grande emozione» confessa Lalo Cibelli, interprete di Virgilio, confermando la diffusa impressione di una serata ben riuscita, durante la quale il San Francesco si è riappropriato della sua dimensione più poetica e spirituale.

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14 SETTEMBRE 2013: LA DIVINA COMMEDIA IN CONCERTO

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La facciata della chiesa di San Francesco diventa per due sera lo schermo di un cinema

Non è un film, non è un documentario, ma neppure una video-istallazione. «The Towers/Lucca Hubris», opera firmata dal regista britannico Peter Greenaway, è un esempio di cinema architettonico, che ha avuto nella facciata della chiesa di San Francesco un insolito ‘grande schermo’. Il progetto, promosso e finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, è stato realizzato in collaborazione con il Lucca Film Festival e con Aldes, associazione diretta dal danzatore e coreografo Roberto Castello. Per due serate la piazza e la chiesa sono state il teatro en plein air di un’iniziativa di grande avanguardia: Greenaway, storicamente sedotto dall’Italia e presente per illustrare la sua opera, ha

21 settembre Con The Towers/Lucca Hubris va di scena l’onorevole arroganza

Il cinema architettonico di Peter Greenaway racconta la Lucca del Duecento

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trasformato uno spazio non convenzionale in un dinamico e inusuale telo cinematografico fatto di marmo. La proiezione, che è stata letteralmente ‘sagomata’ per essere riprodotta sul San Francesco, racconta in maniera teatrale e originale storie della Lucca del Duecento, che, oltre ad essere la città delle cento chiese, contava al suo interno circa centotrenta torri. Proprio queste torri, che i nobili lucchesi pretendevano sempre più alte per sottomettere simbolicamente i propri pari, hanno catturato l’attenzione del regista in quanto simboli di superbia: vizio capitale che Greenaway ha qui voluto interpretare con la parola greca «hubris», traducibile con termini come «tracotanza», «eccesso» o «prevaricazione», e peccato ricorrente di uomini ed eroi all’interno delle tragedie greche. Gli episodi in cui è diviso il film raccontano di personaggi estremi, come la Contessa Verrachi murata nella Torre Nera del fratello per paura dell’amore che provava per lui, o il diabolico Leone Morgantini, che costruì la torre di famiglia con materiali scadenti sperando che potesse crollare sulla sua ambiziosa moglie. Ma anche vita quotidiana, eventi tragici e storie curiose tradotte in un montaggio suggestivo e mai banale, nello stile più conosciuto di un regista da sempre anticonvenzionale e votato a ribaltare le tradizionali modalità di visione. Proprio in tal senso è nata l’idea di utilizzare la chiesa e la piazza antistante per proporre un’esperienza visiva e percettiva senza precedenti in ambito lucchese. L’imponente e maestosa facciata, che il restauro ha restituito a un candore ideale per questa funzione, ha ispirato il montaggio finale del film, ridefinendo gli spazi dell’area e coinvolgendo direttamente i numerosi spettatori: non solo appassionati, ma anche passanti e casuali avventori, coinvolti in un evento che ha celebrato l’arte e festeggiato il complesso di San Francesco anche nella sua dimensione esterna di spazio restituito alla quotidianità della città.

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21 SETTEMBRE 2013: THE TOWERS/LUCCA HUBRIS

Marcello Bertocchini*

Peter Greenaway Peter Greenaway vede il complesso di San Francesco a Lucca per la prima volta ad aprile del 2013. È ancora un cantiere. Gira silenzioso, fa poche domande, ascolta alcune spiegazioni, più per garbo che per vero interesse (così pare). Quel giorno vedrà anche altri luoghi della città. È probabile che il tema di quanto sia effimera un’affermazione di potere umano basato sull’imposizione visiva e fisica di costruzioni sempre più alte, Greenaway l’avesse in mente da tempo. Una città chiusa dentro un cerchio possente di mura non può che espandersi in altezza. E quando le Mura erano veri confini invalicabili, le torri erano evidenti segnali di potere affermato da chi le possedeva. Tante torri in una città chiusa da mura sicure esplicitano meglio di qualunque altro segnale il carattere dominante nella maggioranza dei cittadini. In un tale contesto l’alterigia non è più un elemento di un carattere che definiremmo pessimo, ma un vezzo comune e come tutti i vezzi è sempre in bilico tra l’autoironico ed il tragico. Lucca, proprio per come è fatta dentro il suo cerchio di mura intatte, ha dato concretezza e capacità espressiva al tema. La stupenda facciata della chiesa di San Francesco ha poi fatto il resto, ha reso unico ed irripetibile l’evento. Il cinema – quando è avanguardia, sperimentazione, ricerca – consente forme espressive che nessun’altra manifestazione artistica è in grado di assicurare. Quanto avvenuto in piazza San Francesco il 21 e 22 settembre scorso ne è, nel suo piccolo, evidente testimonianza. Lucca e Greenaway si sono incontrati per caso, ma tutto quello che è avvenuto da aprile in poi non è stato il caso a guidarlo, bensì un atto non scritto di fiducia che Lucca (nella fattispecie, la Fondazione Cassa di Risparmio) ha dato, senza porre condizioni, al talento del maestro gallese. Ne è stata ripagata con moneta mai vista. Thank you Mr. Greenaway, Thank you so much! *Direttore della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca

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Con Save Italy! Amen il San Francesco diventa luogo di alta cultura e critica artistica

4 ottobre

Philippe Daverio parla di patrimonio artistico, possibilità di recupero e valorizzazione dei beni culturali

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Philippe Daverio non avrebbe probabilmente potuto trovare un luogo più azzeccato per lanciare il suo grido Save Italy!, qui arricchito di un Amen che allude alla sacralità del luogo. La rinnovata San Francesco, protagonista di una delle operazioni di recupero architettonico più imponenti degli ultimi anni, è parsa infatti la sede più adeguata per parlare di salvaguardia del patrimonio artistico e per immaginare i possibili scenari futuri. Ancora una volta grande successo di pubblico: appassionati, addetti al settore dell’arte e tutte le maggiori istituzioni lucchesi hanno ascoltato il critico d’arte intervistato da Maria Luisa Catoni, esperta di archeologia ed arte antica e coordinatrice del

Un grido, e una preghiera, per salvare l’Italia dottorato in Gestione e Sviluppo del patrimonio culturale presso l’Imt Alti Studi Lucca. Le doti dialettiche di Daverio hanno come sempre incantato, supportate da quella sua innata capacità di trovare termini mai banali, utilizzati anche fuori contesto, ma capaci di spiegare in un attimo un concetto o una sensazione che le parole normalmente non esprimono con efficacia. Definendo l’Italia un «paese di pazzi di buona volontà», Daverio ha esordito esponendo le sue idee sulle condizioni difficili in cui versano i beni culturali italiani. «L’Italia – ha spiegato – ha uno dei più grandi patrimoni al mondo, eppure sembra quasi infastidita…». In una congiuntura storica che vede il soffocamento delle radici culturali locali, in nome della vituperata, quanto mai perseguita globalizzazione, è proprio la valorizzazione dei piccoli centri la via alternativa per la rinascita, con programmi di recupero e tutela del nostro patrimonio artistico. Daverio suggerisce, anche citando Kennedy, l’adesione ad una prospettiva più ampia di benessere, dove il prodotto interno lordo continui ad avere il suo peso, ma si confronti con altri indicatori. Dal localismo, dice Daverio, nasce l’identità: le realtà locali sono gli unici contesti dove sarà possibile tornare a fare architettura e non più solo edilizia, anche grazie al contributo delle fondazioni che suppliscono le oramai congenite carenze delle istituzioni. Lucca ha avuto la lungimiranza nell’Ottocento di non abbattere parte delle Mura per favorire l’espansione della città, e tutt’oggi, grazie ad una fondazione appunto, investe nella loro manutenzione comprendendone il ruolo di custodi dell’integrità architettonica e urbanistica. Sono queste le realtà dove è possibile fare pianificazione e programmazione. «Se parlo di Lucca – ha concluso – l’esperimento si può davvero fare. Qua la città del futuro è possibile». E la platea non poteva che idealmente rispondere con un semplice Amen!

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4 OTTOBRE 2013: SAVE ITALY! AMEN

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4 OTTOBRE 2013: SAVE ITALY! AMEN

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… e Ilaria, solo Ilaria… è un passo della poesia l’«Appennino» di Pier Paolo Pasolini che qualifica perfettamente l’evento organizzato in San Francesco dalla Fondazione: la celebrazione di Ilaria del Carretto. Un appuntamento veramente speciale tra teatro, storia, arte e scienza, che ha unito in maniera equilibrata la divulgazione e l’intrattenimento. L’istallazione di scanner art «Ilaria», ispirata dal cenotafio di Jacopo della Quercia e realizzata dall’artista lucchese Roberto Baronti, ha fatto da sfondo alla serata, che si è aperta col monologo «Ilaria, la bellezza che vive»: una rivisitazione della breve vita della moglie prediletta di Paolo Guinigi, scritto e interpretato (lei direbbe narrato) da Elisabetta Salvatori, attrice e autrice versiliese che da anni porta in scena appassionate ricostruzioni di vicende legate alla sua terra natale e toccanti

18 ottobre

Una serata per Ilaria del Carretto, tra teatro, divulgazione e ricerca storica

Andrea Salani

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… e Ilaria, solo Ilaria… esempi di teatro civile. Il violino di Matteo Ceramelli ha accompagnato la Salvatori in un percorso di racconto e immedesimazione: l’infanzia, l’abbandono di Zuccarello, paese natale di Ilaria, il matrimonio con Paolo e l’estremo momento della morte, sino all’incontro postumo con Jacopo della Quercia, l’artista che, per dirla sempre con Pasolini, «con Ilaria scolpì l’Italia». Alla fine del monologo ha fatto letteralmente irruzione sul palco Silvano Vinceti, un personaggio discusso ma preparato, noto per le sue ricerche relative all’individuazione dei resti mortali di Caravaggio e della modella che posò per la Gioconda di Leonardo. Vinceti, che è stato definito anche art detective, ha illustrato le proprie esperienze concrete, portando sostanzialmente una testimonianza. Una prassi di studio e investigazione pensata per avvicinare la sensibilità degli italiani al proprio passato attraverso una metodologia di ricerca avvincente e un po’ avventurosa, che lui stesso ha ben focalizzato in una recente intervista. «Noi scegliamo di dedicare i nostri studi a grandi uomini del passato – dice – perché crediamo che questo tipo di ricerche abbiano un risvolto educativo sui giovani, intendiamo stimolarli nello studio della storia, concentrandoci in particolare sui personaggi straordinari che hanno contribuito, per un verso o per l’altro, a dar lustro al nostro paese». Il pubblico ha ascoltato con interesse l’originale proposta divulgativa di Vinceti, per poi tuffarsi nella Lucca del Quattrocento col documentario «Il sonno di Ilaria», realizzato da Cristina e Maurizio Bernardi e prodotto da Infinity Blue. Una ricostruzione panoramica della vita di Ilaria del Carretto, dalle origini liguri sino alle circostanze della scomparsa, indagate anche attraverso le analisi sui resti mortali a lei attribuiti, recentemente rinvenuti nella Cappella Guinigi proprio in San Francesco. Ogni aspetto è stato curato col piglio della ricerca scientifica rigorosa, coinvolgendo studiosi ed esperti di ambito lucchese e non, ognuno dei quali ha portato il proprio tassello al mosaico che ha restituito il profilo di Ilaria. Archivisti, storici, storici dell’arte e paleopatologi hanno contribuito a marcare i contorni della storia terrena di un amatissimo personaggio, senza però limare l’aura di mistero e suggestione che da sempre avvolge le vicende della famiglia Guinigi e in particolare di questa fanciulla resa eterna dal marmo e dal genio artistico di Jacopo.

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18 OTTOBRE 2013: E ILARIA, SOLO ILARIA

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18 OTTOBRE 2013: E ILARIA, SOLO ILARIA

Marco Paoli*

Il monumento di Jacopo della Quercia Il monumento di Ilaria del Carretto è stato oggetto di numerosi studi che hanno affrontato le principali questioni connesse alla storia e alla forma del sepolcro e cenotafio. L’interesse degli storici dell’arte e degli eruditi è stato alimentato principalmente da due fattori: da una parte la singolare bellezza dell’insieme che ne fa, per la mirabile fusione degli elementi tardogotici e protorinascimentali, uno degli episodi più alti della scultura quattrocentesca, e dall’altra l’aura di indeterminatezza documentaria che impedisce una esauriente storicizzazione dell’opera e che quindi incoraggia la formulazione di ipotesi e congetture. Il monumento fu voluto da Paolo Guinigi nell’attuale forma isolata, ispirata a modelli del classicismo greco in età romana, e la figura di Ilaria è dipendente da analoghe sculture sepolcrali italiane e francesi; da modelli oltremontani discende la considerevole altezza del rilievo, la perfetta centralità della posa e l’elemento iconografico del cagnolino. In maniera bizzarra ad una vita interrotta seguiva, con il mezzo dell’arte di Jacopo, l’immortalità. Per questa ragione in poche altre opere si assiste come in questa alla stessa intima fusione tra forma e contenuto, tra vicenda artistica e vicenda umana. In Il monumento di Ilaria del Carretto di Jacopo Della Quercia, Maria Pacini Fazzi, Lucca 1999 *Direttore della Biblioteca statale di Lucca

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Ilaria di Roberto Baronti, scanner art. Stampa digitale su carta fotografica e plexiglas. Retroilluminata

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Il gioiello ritrovato. Il complesso di San Francesco diventa una risorsa per tutta la città

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on solo una chiesa che rappresenta la storia della città e un convento riadattato a scuola di perfezionamento post universitario di primissimo livello. Il recupero e la valorizzazione del complesso di San Francesco rappresenta una fetta importante di città che torna a essere in vita. Fruibile e alla portata di tutti come lo è stato per secoli e come poi aveva smesso di esserlo negli ultimi anni a causa del progressivo degrado. Durante il lavoro di restauro invece le persone arrivavano in piazza in bicicletta, più spesso a piedi, e piazzandosi vicino alle transenne cercavano con la sguardo di rubare qualcosa in anteprima, si fermavano a scambiare due parole con gli operai e i professionisti del cantiere per carpire un particolare. Questo rappresenta una sorta di piccolo miracolo compiuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio che ha riavvicinato i lucchesi a questa parte del centro storico, quasi 12mila metri quadrati, che per anni è rimasta chiusa come una sorta di scrigno. E ora che l’intero complesso è tornato ad aprirsi verso l’esterno, le persone hanno iniziato a poco a poco a riprendere confidenza con quel luogo e quella chiesa che nei secoli era stata scelta come una sorta di Pantheon della Repubblica. Per questo il San Francesco non è e non sarà un edificio chiuso, riservato esclusivamente a Imt. Buona parte dei quattro chiostri che compongono l’ex convento sono infatti aperti al pubblico con un camminamento di circa 300 metri che connette direttamente piazza San Francesco con il giardino degli Osservanti e quindi anche con il parcheggio sotterraneo della caserma Mazzini. Un bellissimo percorso attraverso la storia, circondati dal verde dei chiostri francescani e dalle lapidi e i marmi, interamente recuperati, delle centinaia di tombe che erano state seppellite da colate di cemento. In questo modo si è creata un’alternativa pedonale al percorso di via della Quarquonia e a quel passaggio a piedi sotto un portone che è stato tolto durante i lavori seguendo sempre la filosofia di voler aprire una parte della città.

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Alessandro Petrini

Perfetta integrazione tra storia e tecnologia per Imt

Ma anche la chiesa è tornata a essere fruibile. Chiusa ormai da anni, dietro la cui abside è stato allestito un piccolo museo archeologico, dove sono esposti i risultati delle campagne di scavo effettuati durante i lavori per i quali la Fondazione ha speso circa 50 milioni di euro. Il corpo centrale, ancora consacrato, ora diventa un centro congressi, un luogo per organizzare eventi e convegni. Tutto a disposizione della città. E infatti, secondo quanto disposto dal contratto di vendita tra il Comune e la Fondazione Cassa di Risparmio, sia l’Amministrazione che la Soprintendenza avranno diritto a utilizzare la struttura a titolo gratuito per 50 giorni all’anno. L’intero immobile è stato completamente ristrutturato a partire dal tetto, che è stato messo in sicurezza, e ora può ospitare 550 persone ed è omologato con le uscite di sicurezza. A questo si aggiunge un lavoro di restauro meticoloso e l’altare che nasconde sul suo retro una cabina di regia altamente tecnologica dalla quale è possibile regolare luci, telecamere e microfoni. Nella porzione nord della Stecca c’è poi la mensa di Imt, che ha una regolare licenza di ristorazione e in seguito all’aggiudicazione del bando di gara da parte della ditta Del Monte rimane aperta tutti i giorni, sia a pranzo che a cena. Un’attività che attualmente è sfruttata soprattutto dagli studenti – è normalissimo sedersi e sentire parlare inglese agli altri tavoli – e dai dipendenti della Fondazione Cassa di Risparmio ma che è destinata a diventare un punto d’attrattiva importante, anche in virtù dello spazio all’aperto nel giardino degli Osservanti che potrebbe consentire alla mensa di allestire tendoni e tavoli da sfruttare in primavera e durante l’estate. Infine c’è lo spazio del San Franceschetto, la chiesa che una volta ospitava il cinema Eden e che poi nel tempo è diventata il punto di accesso alla comunità di recupero degli ex carcerati. Si tratta di un’altra struttura funzionale, completamente ristrutturata e dotata di servizi igienici, che nei piani della Fondazione è destinata a essere utilizzata dal quartiere e dagli abitanti del centro storico. Una stanza a disposizione di tutti

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IL GIOIELLO RITROVATO. IL COMPLESSO DI SAN FRANCESCO DIVENTA UNA RISORSA PER TUTTA LA CITTÀ

che può essere utilizzata attraverso una richiesta diretta alla Fondazione Cassa di Risparmio, proprio come già succede con il San Micheletto. Una riapertura nei confronti della città che ha rianimato l’intera zona est del centro storico, quella che negli ultimi anni era rimasta decentrata rispetto alle vie tradizionali del commercio, rendendo il quartiere più sicuro, frequentato e sicuramente più vivibile. In poche parole si è passati da una zona periferica e quasi dimenticata, a una in grado di attrarre i turisti che, grazie al fascino dei Fossi, della Madonna dello Stellario e della vicinissima Villa Guinigi, è in grado di attirare i turisti e di diventare la zona più nobile della città. Per questo un gruppo di negozianti della piazza ha voluto incontrare Arturo Lattanzi, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, per ringraziarlo per l’impegno messo dall’ente per il restauro del complesso conventuale. Non solo città. Una parte rilevante del San Francesco, infatti, sarà destinata a Imt, l’istituto di Alti Studi, in un ambiente di primissimo livello internazionale che è in grado di far spiccare il volo alla scuola verso l’eccellenza. Arrivati in piazza è davvero difficile sbagliare, perché guardando il portone della chiesa, l’ingresso di Imt si trova sul lato sinistro, subito dopo San Franceschetto. A farla riconoscere ci sono due bandiere, quella italiana affiancata da quella dell’Unione Europea, e poi la scritta in

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inglese «Institute for advanced studies Lucca», sullo stipite sinistro, in netto contrasto con la fessura in marmo bianco che si trova a destra, con su scritto «buca per le lettere». La fusione tra passato e presente, tra tecnologia e rispetto per la storia, si vede fin dall’esterno di una struttura che potrà contare su 7mila metri quadrati di spazi coperti e poco più di altri 5mila sistemati a verde. Un campus universitario a tutti gli effetti, e forse la definizione potrebbe anche risultare riduttiva se si pensa al patrimonio storico e artistico dell’ex convento immerso nel verde e incastonato nel cuore della città. Dopo l’ingresso sulla destra si trova il bancone dell’accoglienza con un addetto che smista le persone a seconda delle loro necessità. Da lì poi si accede alle zone chiuse dei loggiati che disimpegnano le varie funzioni della struttura. I loggiati che si affacciano sui chiostri sono protetti da vetrate che hanno il duplice compito di salvaguardare la tranquillità della scuola e di evitare che persone esterne e turisti possano intrufolarsi nelle aule disturbando le attività didattiche e lo studio. In più questo sistema di chiusura consente di mantenere la temperatura gradevole anche durante i mesi invernali perché sotto il pavimento in cotto è stato installato un impianto di riscaldamento. Per l’estate invece è previsto un sistema di areazione e ventilazione, con il compito di refrigerare gli ambienti evitando che si trasformino in serre. In poche parole qui gli studenti e i professori hanno trovato uno spazio estremamente funzionale ma anche dotato di ogni comfort e del tutto autosufficiente rispetto all’esterno. Al piano terra ci sono due aule didattiche con 25 posti per gli allievi e la postazione per il docente, poi andando avanti nel secondo chiostro sul lato nord si trovano gli ambienti per i ricercatori, gli uffici singoli per il personale docente di ruolo e due dei cinque bilocali previsti per i soggiorni dei visiting professors. Al primo piano si trovano le antiche celle completamente affrescate, che sono state trasformate in uffici doppi per i ricercatori; gli allievi pos-

sono contare su 100 postazioni singole, ognuna personalizzata, poste al primo piano e con vista sui chiostri. E poi ancora ci sono 12 uffici singoli destinati al personale docente di ruolo, un ufficio di rappresentanza, 3 per il personale amministrativo e poi uno spazio per i ricercatori suddiviso tra 13 uffici singoli e 4 doppi. Inoltre altri 7 uffici sono a disposizione dei visiting professors assieme agli altri 3 bilocali che si trovano al secondo piano e ai 4 monolocali al primo piano. Il convento di San Francesco ha infatti anche una foresteria con 52 camere doppie per gli allievi di dottorato e altre 7 singole per allievi o ospiti di Imt. E così sono stati raddoppiati i posti letto già previsti all’interno della Stecca. La parte riservata alla scuola di Alti studi si completa poi con la Cappella Guinigi, una grande aula magna con oltre 120 posti a sedere. E poi la mensa, il ristorante e gli spazi ricreativi nella ‘Ca’ Nova’, antico deposito del grano, un’area già ristrutturata e consegnata a Imt nel 2009. Tutto con rifiniture di alto livello, nel segno della efficienza e della funzionalità, ma nel completo rispetto della storia. Niente è stato buttato via. Anzi, quello che nel corso dei secoli era stato progressivamente nascosto, è stato riportato alla luce attraverso la ristrutturazione. Solo per fare alcuni esempi, sono riemersi gli affreschi che, al secondo piano, decoravano l’esterno e l’interno delle vecchie celle dei frati e sono state recuperate le decorazioni geometriche, a effetto mosaico, della sagrestia.

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A spasso nel San Francesco. Viaggio virtuale tra le opere e l’architettura del complesso conventuale

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a lontano piazza San Francesco sembra quasi in discesa. Il sole squarcia a metà il portone verde della chiesa, chiuso. E da fuori è impossibile anche solo immaginare cosa ci sia custodito all’interno. Trent’anni. Poco più, poco meno: tanti sono passati da quando l’ultimo frate viveva dentro il convento. Tanti sono passati da quando i lucchesi, credenti e non, sono entrati per l’ultima volta dentro la chiesa. Accanto al portone verde ce n’è un altro, più piccolo, di un marrone intenso: è aperto. Da lì inizia il viaggio nel San Francesco, da un percorso fatto di chiostri, giardini, volte, lapidi, tombe, iscrizioni, affreschi, celle, quadri, musei inaspettati e visuali mozzafiato. Si entra da San Franceschetto, fondato nel 1309 con l’obiettivo di aiutare i bisognosi di cure e i malati, il cui ingresso, adiacente a quello della Chiesa, affaccia su piazza San Francesco. Ad accoglierci c’è il primo chiostro. Il più antico del complesso conventuale. Subito il cuore resta colpito dalla vastità degli ambienti, che rievocano un senso diffuso di intimità e di scambio. Di silenzio e di studio. Molti neppure se li ricordavano, i chiostri, le volte, gli affreschi e la grandezza degli spazi. Molti neppure potevano sospettarlo che dentro le Mura, nella zona più popolare della città, ci fosse un gioiello di questa portata. A volte riemergono. Nei luoghi più impensati, nelle maniere più rocambolesche, nelle forme più inattese, pagine, monumenti e protagonisti smarriti della storia e delle vicende di una città tornano a galla, a smentire chi era ormai rassegnato a considerare “perduti” interi capitoli del suo sviluppo. Ma questa volta la scoperta ha dell’incredibile: non si è trattato solo di recuperare un libro, un affresco o una sepoltura. Dal buio dell’oblio è tornato alla luce un intero complesso conventuale, un’intera cittadella dimenticata e sconosciuta ai più. Qui c’è la storia che traccia parte dell’ossatura della città, riconducendo ogni cittadino a un passato collettivo più o meno remoto. Otto secoli: tanti quanti quelli che legano l’ex convento alla storia della città. Il monastero,

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Nadia Davini

Ottocento anni di storia lucchese incastonati nel cuore della città

infatti, ha sempre avuto una visione privilegiata dal basso di quella che è stata la società lucchese negli ultimi ottocento anni. È con il Basso Medioevo che Tracchiassi – come si chiamava questa contrada – ritrova vita, con edifici rurali e le connesse aree a orto o vigna e, grazie a una politica di donazioni e con acquisti mirati, dal secondo quarto del Duecento i Francescani porranno qui la loro sede lucchese. L’area è coerente con le scelte urbanistiche delle fondazioni francescane: periferica rispetto al tessuto urbano, già coperto da una consolidata rete di edifici ecclesiastici con cui evitare sovrapposizioni conflittuali (a Lucca, oltre ai francescani, c’erano altri tre ordini monastici: i domenicani in San Romano, gli agostiniani in Sant’Agostino e, soprattutto, in San Frediano e i servi di Maria nella Chiesa dei Servi), ma in stretta relazione con la città e con il suo territorio. San Francesco si trovava nella zona suburbana, fuori dalle Mura, in aperta campagna e dove ora c’è il parcheggio Mazzini all’epoca c’era un bosco. I frati, così, organizzavano la propria giornata di meditazione, preghiera e lavoro. Accoglievano i viandanti e i malati, parlavano con il popolo, quello più semplice e laborioso, tagliavano la legna nel bosco adiacente alla struttura e la disponevano in cassette regolari una sopra l’altra, pronta per l’uso. I chiostri, invece, erano organizzati secondo le varie esigenze e ogni spazio rispondeva a una reale necessità: c’era quello dedicato alle piante aromatiche, quello affidato al garzone per la biada per i muli e quello pieno di ortaggi da offrire ai più poveri. Riscoprire l’importanza storica di un cortile o di un chiostro significa ascoltare ciò che ha da raccontare l’intero edificio che li custodisce. Essi ricordano e parlano di usanze, di costumi, di abitudini e viaggi, di stratificazione storica e di cambiamenti religiosi e politici. I tre del San Francesco proteggono tombe e lapidi dei più significativi esponenti della nobiltà e della politica lucchese, all’ombra dell’abside e del campanile. In origine c’era un unico grande chiostro, il primo che incontriamo entrando da San Franceschetto, uti-

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lizzato per gli ortaggi. Tutt’intorno, al primo piano, il dormitorio. Che poi fu ampliato nel corso dei secoli e le celle dei frati furono dislocate su tutti i piani superiori, affacciate sugli altri chiostri che compongono il complesso. Erano ambienti spartani, spogli, con pochi accessori e scarsissima mobilia. Le grate in ferro battuto, gli spioncini alle porte, spesse, di legno massiccio. Era una vita dignitosa e dedita allo studio: i francescani si dilettavano in attività pedagogiche, impegnavano molto del loro tempo alla scrittura e ai saperi, tant’è che nel giro di pochi decenni il

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complesso di San Francesco a Lucca divenne un importante polo culturale, oggi potremmo dire universitario, raggiunto anche dai frati degli altri conventi. E così pezzo dopo pezzo, anno dopo anno, i francescani che operavano a Lucca dettero vita al complesso conventuale nella sua interezza. Per costruirlo non arrivarono mai soldi dallo Stato, ma sui mattoni e nelle venature delle pietre che lo compongono porta le donazioni, infinite, della città che, una per una, consentirono la creazione di un patrimonio così grande e così bello. E ancora i soldi de-

rivanti dalle confische, dall’usura (il Papa dette la possibilità agli usurai di continuare la propria attività con l’obbligo, però, di cedere una parte del ricavato ai francescani) e dalle sepolture. In particolare da quest’ultime e, per averne un’idea, basta guardarsi intorno mentre si passeggia dal primo al secondo chiostro. Più ne commissionavano e meglio era per la vita del convento. E più chi le richiedeva era ricco, nobile, prestigioso e più i francescani potevano garantirsi l’esistenza. Ci sono le tombe ad arco (arcosoli), le più antiche risalgono al 1249 e sono delle famiglie Vettori

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e Ricciardi; c’è il sepolcro di Bonagiunta Tignosini, un arcosolio decorato da un affresco di Deodato Orlandi e datato 1274. Un affresco unico che raffigura la Madonna al centro, a sinistra San Francesco, povero e pulito e a destra il mercante con pelliccia. È una testimonianza importante che ci dice che nel tredicesimo secolo la Madonna veniva raffigurata in posizione centrale, ma ancora di tre quarti (e non frontale), che guarda verso il defunto. Anche l’immagine di San Francesco contiene un’informazione non di poco conto: Orlando, infatti, ha disegnato l’assisiate con i tratti molto simili a quelli dell’affresco presente a Pescia, considerata la rappresentazione del santo più vicina alla realtà. Questo significa che Francesco era conosciuto, anche se non venne mai a Lucca; che qualche frate lucchese, o forse pittore, o forse mercante, o forse cittadino, l’aveva probabilmente incontrato e si era poi adoperato per descriverlo e per narrarne le gesta, gli aneddoti e i momenti salienti di quell’incontro che deve essere stato un avvenimento sensazionale, di grande impatto emotivo e spirituale. Sempre nel secondo chiostro riaffiora alla luce la tomba di Bettega Cordoni, figlia di Castruccio Castracani (e questo la dice lunga su come anche i francescani prendessero parte alle vicende politiche della città), mentre nell’angolo settentrionale emerge imponente la tomba di uno dei Della Scala. Nobile famiglia veronese che tenne Lucca per sei anni: dopo la caduta di Castracani, infatti, la città fu acquisita da Mastino Della Scala che estese il suo dominio in subappenino, utilizzando Lucca come base strategica per avvicinarsi a Firenze. Non c’è mai stata testimonianza della morte (con annessa sepoltura) a Lucca di un membro della famiglia Della Scala, ma ciò che è venuto fuori durante l’imponente campagna di scavi riporta a una storia diversa. La lastra di marmo bianco con al centro lo stemma di famiglia, raffigurante, per l’appunto, una scala, spicca tra le mattonelle di cotto che compongono i corridoi dei chiostri. Una data: 1334. E un nome: forse Arrigo, forse Ubaldo, forse Uberto. Difficile decifrare, perché i secoli, ac-

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A SPASSO NEL SAN FRANCESCO. VIAGGIO VIRTUALE TRA LE OPERE E L’ARCHITETTURA DEL COMPLESSO CONVENTUALE

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compagnati da una buona dose di incuria e di colate di cemento di età napoleonica, si sono inghiottiti una parte della tomba. Proseguendo nel silenzio generale entriamo nel terzo chiostro, l’arometo, con al centro la cisterna. Pare che in origine ci fosse un fico, ma che poi fu abbattuto per portare l’acqua proprio dentro il complesso. E pare che i frati di allora non l’avessero presa molto bene questa decisione: a dirlo è un manoscritto, recuperato durante il restauro, gli «Annali del Convento di San Francesco cominciando dall’anno 1228 fino al 1699», ovvero la cronaca di quanto è avvenuto nell’ambito del complesso conventuale nel corso della sua quasi millenaria vicenda. Fatti, aneddoti, racconti, ricordi, leggi: a redigerlo, sul finire del Seicento, il frate francescano Giovanni Francesco Biagi di Limano. È lui a raccontare di come si sia sviluppato il complesso nel corso dei secoli, è lui a farci sorridere con storie quotidiane (come l’ordinanza emessa dalla Repubblica di Lucca per porre delle catene sulle strade cittadine, per obbligare i giovani che si spostavano a cavallo ad andare più piano) e a farci riflettere con vicende lontane, ma dal-

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l’alto significato politico e storico, come la spystory consumatasi all’interno del convento ai danni di un mercante francese, nelle stanze che affacciano sul terzo chiostro, proprio sopra la distilleria (vedi a lato). Distilleria, infermeria, spezieria: sono gli ambienti che si incontrano camminando tra la lavanda, il rosmarino e la salvia piantate, non a caso, nel terzo chiostro. Poi c’è il refettorio e, a seguire, le scale per i dormitori che conservano un affresco di Nicodemo Ferrucci; quindi le vecchie celle dei francescani. Dopo aver toccato i temi principali della tradizione storico artistica che rendono il San Francesco unico e originale, averlo svuotato sotto e sopra, salito e disceso, ammirato e odorato, sognato da lontano o contemplato nella sua plurisecolare stratificazione, si arriva alla Chiesa. È come un climax ascendente: passo dopo passo lungo i portici, costeggiando i chiostri, passeggiando nel refettorio e in quella che fu la distilleria per la grappa. E infine una porta, un tendone e, d’un tratto... la navata unica. Maestosa e imponente: il tempio della vita lucchese, dove trovano casa gli esponenti di spicco della musica, della politica e dell’indu-

stria della città. Ai lati brillano le lapidi di Giacomo Puccini e Luigi Boccherini, la tomba di Castruccio Castracani, sepolto con tutti gli onori e vestito col saio francescano, il monumento funebre di Giovanni Guidiccioni; l’altare della Compagnia dei Testori con un’iscrizione dorata su sfondo nero, posizionata dopo la rivolta degli Straccioni. «A San Francesco, perché abbia cura del suo popolo», si legge. E ancora vere e proprie opere d’arte, capaci di far sorridere e commuovere: come il quadro raffigurante la Madonna del Soccorso, Madonna a cui i lucchesi erano più devoti, o le tre opere del caravaggista Pietro Ricchi, che con la Controriforma scappò da Lucca, disseminando il nord Italia con i suoi dipinti, o il ciclo di affreschi della Cappella Pagnini, il più importante del XV secolo conservato a Lucca, che rappresenta la storia della vita della Vergine, realizzato da Baldassarre di Biagio. Terminata la visita un brivido corre lungo la schiena. Resta la sensazione di aver passato un’ora, o forse più, immersi in un’epoca lontana: un po’ come se il San Francesco fosse la macchina del tempo dell’anima dell’uomo e del suo modo di pensare.

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Nel Seicento San Francesco fu anche teatro di una spy story

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l libro degli avvenimenti e della memoria lucchese. Potrebbe essere definito così il preziosissimo documento conservato all’interno del complesso conventuale di San Francesco, redatto alla fine del Seicento dal frate francescano Giovanni Francesco Biagi di Limano ed emerso dalla polvere durante gli scavi che hanno accompagnato l’opera di restauro del complesso di San Francesco. Gli «Annali del Convento di San Francesco cominciando dall’anno 1228 fino al 1699», ovvero la cronaca di quanto è avvenuto nell’ambito del complesso conventuale nel corso della sua quasi millenaria vicenda. Trovato per caso, riconosciuto non senza qualche perplessità, il manoscritto rischia di diventare un reperto storico di grandissimo valore. Una sorta di archivio di tutti i fatti che hanno percorso la città per secoli. Il frate francescano, infatti, era stato incaricato di trascrivere gli avvenimenti che avevano segnato la Repubblica di Lucca dalla nascita della chiesa di San Francesco (1228) fino ai suoi giorni. Così fra’ Giovanni inizia a riportare fatti, notizie ed eventi con uno stile puntuale e asciutto, mai ridondante. Rintraccia documenti, si confronta con i più anziani, cerca di trovare un nesso storico tra i luoghi comuni, le dicerie e gli episodi realmente accaduti, elaborando con dovizia di particolari una commistione tra la tradizione popolare e orale

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Un omicidio commesso da due frati predicatori a danno di un ricco mercante francese

e il giornalismo ante litteram. Tra gli episodi incuriosisce una spy-story, legata all’omicidio compiuto all’interno del convento da due frati francescani predicatori, uno còrso, l’altro milanese, giunti a Lucca da Livorno per accompagnare un ricco mercante francese. Ed è proprio per rapinare il mercante che i due frati si macchiano del delitto. In realtà, pare che dietro il movente della rapina si celasse una storia di spionaggio. Da non sottovalutare, infatti, il fatto che si fosse ai tempi del Cardinale Mazzarino, dei moschettieri e di un’Europa attraversata dagli intrighi. Irremovibile, però, fu la posizione dello Stato di Lucca che, di fronte alle continue pressioni della Chiesa e del Papato, che chiedevano l’estradizione dei due predicatori in forza di un preteso diritto di territorialità, volle invece processare e condannare a morte i due assassini. Una condanna esemplare, secondo il codice della Repubblica. Condotti in catene e portando una croce come simbolo di penitenza, giunsero dalle carceri in piazza San Michele, dove furono decapitati ed esposti per molti giorni. Lì furono sepolti. Ancora oggi le loro spoglie si trovano sotto i gradini della chiesa. Un messaggio chiaro a tutto il mondo: Lucca, la piccola Repubblica di Lucca, non è terra di scorrerie, ma una città pacifica, industriosa e libera da qualsiasi condizionamento esterno.

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IMT Interviste, storie, racconti da una delle scuole di dottorato più meritevoli d’Italia Nadia Davini

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tu per tu con Imt, l’istituto di Alti Studi di Lucca, la scuola statale, pubblica, di istruzione universitaria ad ordinamento speciale che ha appena completato il trasferimento nel restaurato complesso di San Francesco. Quattro aree principali, scienze informatiche, decisionali e dei sistemi, economia, storia politica, gestione e sviluppo del patrimonio culturale, nove professori di ruolo, ventinove ricercatori con contratto a termine, ventitré docenti esterni (visiting professor) e centotrenta allievi di dottorato. E collaboratori, assistenti, responsabili amministrativi, di segreteria e di comunicazione che lavorano ogni giorno in uno degli istituti più quotati, ambiti e prestigiosi d’Italia. Imt nasce nel 2004 grazie alla convergenza e alla cooperazione di tre sog-

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getti: il Consorzio Interuniversitario di Studi Avanzati (Cisa), formato dall’Università Luiss di Roma, la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e il Politecnico di Milano, l’Università di Pisa e la Fondazione Lucchese per l’Alta Formazione e la Ricerca (Flafr). Quest’ultima sostenuta da: Comune di Lucca, Provincia di Lucca, Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, Fondazione Banca del Monte di Lucca, Camera di Commercio di Lucca e Associazione degli Industriali della provincia di Lucca. Una parte importante dei contributi è costituita dai fondi del Miur: 5,2 milioni di euro l’anno. Un’altra fetta, che ammonta a circa 3,6 milioni di euro, è quella dei progetti di ricerca dei docenti: in sostanza, finanziamenti che i professori ricevono per i propri studi. Fondi soprattutto pubblici, europei o ministe-

riali. Gli enti e le istituzioni locali non finanziano direttamente Imt. Il loro supporto, infatti, avviene attraverso la Flafr. In totale, nel 2013, da questo canale sono arrivati a Imt 2.107.000 euro, mentre 530mila andranno a Campus e altre 619mila ad altre attività. Elogi sulla stampa internazionale e italiana, rapporti ottimi con tutti e un investimento che la Flafr e, in particolare, la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, fa ogni anno all’Istituto, a partire dalla cessione in comodato gratuito della sede. Tanto che il complesso conventuale di San Francesco, appena restaurato, è diventato il Campus universitario più bello al mondo, capace di coniugare modernità e valore artistico e storico, in grado di ospitare la sede di Imt, pur lasciando ampi spazi fruibili ai cittadini, che potranno attraversarlo in lungo e in largo tutti i giorni dell’anno.

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IMT secondo Alberto Bemporad

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’Institute Markets Technologies, che in inglese non ha solo il nome, ma anche i moduli di accesso, le lezioni e i documenti contabili, è come se fosse rinato alla sua seconda vita. Partito in sordina, nel giro di pochi anni ha scalato tutte le classifiche e oggi è una delle scuole di dottorato più importante al mondo, come spiega il direttore Alberto Bemporad, professore di ingegneria dell’automazione, che, a 43 anni, è uno dei più giovani rettori italiani. Eppure sembra che ci sia una parte della città, anche quella istituzionale, che non capisce il concreto contributo che Imt porta al territorio. E un’altra parte, meno istituzionale e più vicina agli studenti, che continua a definire Imt «istituto privato», dove, per accedere, «oltre al merito, occorre mettere mano al portafogli». Come mai? Credo ci sia stato un problema di comunicazione e di informazione alla base, fin da quando Imt è nata. A volte, forse, basterebbe accedere al sito internet di Imt e leggere le modalità di selezione, i contributi, i finanziamenti, i progetti. E forse sarebbe tutto più chiaro, tutto più consapevole. Quindi è un istituto pubblico a tutti gli effetti? Certo: fa parte del sistema pubblico italiano. È una scuola di dottorato di alta formazione ad ordinamento speciale. Gran parte dei finanziamenti di Imt derivano dal Miur, poi ci sono una serie di contributi provenienti dalla Flafr, soprattutto per quanto riguarda l’assunzione di giovani ricercatori, italiani e non solo. Mentre la sede dell’istituto ci è stata data, in comodato gratuito, dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca. Imt ha ottenuto il punteggio assoluto più alto nella graduatoria statale dell’Anvur, pubblicata a luglio scorso. Non solo nell’area di ricerca delle scienze economiche e giuridiche, l’unica in cui è stato valutato, dove, con la votazione di 2,83, ha distaccato di diversi punti la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Nelle altre 14 aree valutate dall’Agenzia, però, nessuna scuola o Ateneo ha raggiunto un punteggio così alto. Siete rimasti soddisfatti?

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Intervista al direttore della scuola di Alti Studi

Molto. È un successo straordinario, dato che risultati simili non sono stati raggiunti da nessun altro ateneo in nessuna delle 14 aree valutate. Il nostro punteggio è doppio rispetto alla media nazionale dell’area e ha una percentuale di prodotti eccellenti quattro volte superiore alla media nazionale. Tuttavia, sarei stato più contento se fossero stati valutati anche gli altri settori di eccellenza presenti a Imt: siamo risultati primi nell’unico campo in cui siamo stati giudicati, in quanto è l’unico che aveva la numerosità sufficiente di docenti stabilita dal Ministero per valutare la ricerca. Pensa che potevate eccellere anche nelle altre aree? Considerato il risultato ottenuto nell’area di scienze economiche, penso proprio di sì. Siamo la scuola più eccellente anche per quanto riguarda l’ingegneria, l’informatica e la fisica: tre settori nei quali abbiamo investito e stiamo investendo molto. Purtroppo queste aree, che sono il fiore all’occhiello della scuola, non sono neppure state prese in considerazione, perché al di sotto dei quattro docenti. Resta comunque un fatto inequivocabile: i dati che ci riguardano parlano molto chiaramente e testimoniano la qualità del nostro lavoro. Mi auguro che il Ministero utilizzi questi indicatori come strumenti di attribuzione del finanziamento in base al merito. A livello locale gli investimenti hanno riconosciuto il lavoro e l’impegno di Imt. È ora che

anche a livello nazionale il nostro istituto venga premiato. Come si accede a Imt? Unicamente attraverso il merito. È l’unico, e il più importante, indicatore d’accesso. Noi vogliamo i più bravi, siamo alla ricerca degli elementi migliori. Diversi mesi prima dell’apertura del bando avviamo una massiccia campagna pubblicitaria attraverso siti specializzati, database, mailing list, fiere di settore sparse per tutto il mondo, articoli e inserzioni sulla stampa nazionale e internazionale. Dopo una prima valutazione dei titoli, i candidati selezionati vengono convocati per i colloqui orali, che solitamente si tengono nel mese di settembre. Entro ottobre viene pubblicata la graduatoria degli ammessi. Non ci sono tasse da pagare: gli studenti di dottorato ricevono la borsa, mentre il vitto e l’alloggio fanno parte del benefit che viene riconosciuto ai vincitori una volta che sono entrati nella scuola. Devo dire che questo sistema negli anni sta funzionando: arrivano sempre più domande e noi abbiamo la possibilità di scegliere i più meritevoli. Un altro successo, dunque. Può suonare strano, ma è proprio così: qua funziona tutto per il meglio e negli ultimi quattro anni siamo cresciuti anche come numeri. Basti pensare che, in soli quattro mesi dalla pubblicazione della call internazionale per i dottorandi, sono state ricevute ben 7893 manifestazioni d’interesse, di cui 2496 sono le domande ad essere state valutate. In totale le borse di studio offerte dall’istituto per il triennio 2013-2016 erano 36, alle quali se ne sono aggiunte altre sei, messe a disposizione grazie ad un accordo con il CNR. Possiamo dire che rispetto alla scorsa edizione c’è stato un incremento del 25 per cento e questo ci conferma che stiamo andando nella direzione giusta. Mi spieghi come funziona Imt: perché un istituto con sede in Italia, i cui professori sono tutti italiani, ha scelto l’inglese come unica lingua? Abbiamo una vocazione internazionale che vogliamo confermare. L’inglese è la lingua più parlata al mondo, soprattutto negli ambienti scientifici.

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Questo non rischia di farvi diventare un istituto ad alta vocazione straniera, ma poco italiana? In Italia c’è un problema con le lingue straniere che va risolto. In ogni caso è vero che le domande che ci arrivano sono soprattutto straniere. Ancora una volta parlano i dati: delle 2496 domande, 2055 provenivano da cittadini stranieri, mentre 441 da italiani. 296 i laureati di cittadinanza europea, mentre dal Nord America sono arrivate 47 domande. Potremmo definirla un’inversione di tendenza: mentre dall’Italia molti studenti vanno a seguire il dottorato all’estero, Imt importa tanti cervelli dall’estero e offre loro una preparazione eccellente. Vale anche per docenti e ricercatori? Per quanto riguarda i ricercatori a tempo determinato manteniamo un equilibrio di cinquanta e cinquanta: metà stranieri e metà italiani. Provengono da tutto il mondo, sono venticinque e insegnano nella scuola con contratti annuali, a volte biennali o triennali, rinnovabili per altri tre anni. I docenti, invece, sono nove e vengono selezionati in base a campagne di scouting. E qua il dato va in una direzione totalmente opposta alle osservazioni precedenti. I nove professori di Imt sono tutti italiani. È vero, i docenti di ruolo sono tutti italiani, a causa di una stortura nella legislazione italiana. Per essere assunto come docente bisogna avere un’idoneità scientifica particolare ed è necessario seguire una procedura difficile. E poi ci sono le gabbie salariali: in Italia il salario non è negoziabile e tenere nel nostro paese docenti stranieri, che all’estero guadagnano come minimo il doppio, è molto complicato. Gli italiani, invece, restano perché hanno anche una componente affettiva che li tiene legati. Uno dei nostri obiettivi è quello di reclutare nuovi docenti: contiamo di incrementare di tre, quattro unità il numero dei professori. Cerchiamo tuttavia di compensare la mancanza di docenti stranieri dentro l’istituto con i visiting professor: ne arrivano in continuazione, ognuno con la propria specificità e disciplina e questo crea un circolo costante di popola-

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zione internazionale che vive, anima e lavora nella scuola. Una peculiarità, quest’ultima, che possiamo apprezzare ancora di più ora che siamo nel San Francesco. A proposito di San Francesco, avete un intero complesso conventuale a vostra disposizione. Un bel traguardo? Si tratta di un’opportunità unica, un intervento grandioso, una lungimiranza non comune. La struttura cambierà le attività dell’istituto: oltre alla bellezza, «e un po’ il mondo l’ho girato e di opere del genere non ne ho viste da altre parti» – ammette - abbiamo la possibilità di utilizzare ampi spazi per fare ricerca, seguire le lezioni e i corsi, per ospitare i visiting professor e per tenere conferenze e convegni. Il tutto integrato con gli alloggi degli studenti, la mensa e la foresteria per un risultato importante: la creazione di una struttura unica, integrata col passato, rispettosa della storia e capace di essere moderna e tecnologica, complementare con la qualità scientifica di Imt. La scuola diventerà un fantastico polo di attrazione della ricerca. A livello locale, invece, il fatto di parlare inglese e di essere popolato da tanti stranieri che conoscono poco le dinamiche e le peculiarità lucchesi, non rischia di tagliarvi fuori dalla vita cittadina? Non credo. Come Imt promuoviamo convegni, incontri pubblici, presentazioni di libri su tematiche attuali per la vita del paese e giornate di approfondimento su temi cruciali per la città. Tutto in italiano, ovviamente. Il complesso di San Francesco, inoltre, ci offre la possibilità di integrarci meglio con la città: i camminamenti all’interno dell’ex convento, parte dei chiostri, il giardino degli Osservanti e la Chiesa resteranno aperti ai cittadini, ci sarà uno scambio positivo tra studenti, professori, ricercatori e residenti, visitatori e turisti. Lei, oltre ad essere il direttore, a Imt lavora anche come professore di ingegneria dell’automazione. Nel concreto cosa significa? Ci occupiamo di varie applicazioni dall’energia all’industria automobilistica a quella aerospaziale fino al processo chimico nella produzione di manufatti. Ho seguito molti progetti di ri-

cerca a livello europeo e americano e a Lucca ho importanti collaborazioni. La prima che le viene in mente? Ad esempio il progetto molto grosso con Milltek e la Fabio Perini per l’ottimizzazione delle gabbie d’aspirazione per la carta tissue. In poche parole si tratta di aumentare l’efficienza energetica della produzione della carta. La maggior parte delle applicazioni che studiamo come ingegneri dell’automazione riguardano proprio il risparmio energetico. Tra queste rientra anche quella che stiamo analizzando per la Smart grid: è l’insieme di una rete di informazione e di una rete di distribuzione elettrica in modo tale da consentire di gestire la rete elettrica in maniera ‘intelligente’ sotto vari aspetti. L’obiettivo è quello di prevedere una maggiore automazione delle energie rinnovabili sulla rete e di mantenere pulite le energie pulite. Altri progetti che interessano o che hanno le caratteristiche per interessare la città? In generale l’attività di studio e di ricerca di Imt è interessante anche per chi lavora nell’ambito dell’industria, dei controlli gestionali, dell’efficienza energetica, della progettazione. Sia per enti pubblici sia per aziende private. Nello specifico penso al progetto realizzato insieme alla Usl di Lucca che vedrà piena attuazione con l’entrata nel nuovo ospedale: si tratta dell’ottimizzazione dell’uso delle sale, rispettando i turni del personale e migliorando i tempi di attesa. Il progetto porterà alla creazione di un software che aiuta a gestire le sale, rendendo più efficiente la prestazione dell’ospedale e la fruizione del servizio da parte dei cittadini. Un altro progetto riguarda il tavolo di lavoro per la progettazione europea realizzato insieme al Comune, alla Provincia, alla Camera di Commercio e, in particolare, a Lucca Promos. L’obiettivo è quello di aumentare la capacità progettuale della città: per vincere un bando europeo ci vuole l’idea e bisogna saperla scrivere bene in inglese. Infine ci sono tante altre collaborazioni potenziali nel campo della gestione e dell’utilizzo delle energie rinnovabili: le cosiddette smart cities. Infine penso all’automazione di punta su meccanica ed elettro-

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meccanica, spendibile nel settore cartario e nautico. Cos’è Odys? È l’azienda spin-off, con sede nel Polo Tecnologico Lucchese, dell’unità di ricerca Dynamical Systems, Control and Optimization (DYSCO) di Imt Alti Studi. Il nome Odys racchiude il nucleo tecnologico dell’azienda: ottimizzazione di sistemi dinamici (Optimization of Dynamical Systems). È nata nel 2011 ed è specializzata nello sviluppo di modelli matematici, algoritmi e strumenti software per la progettazione di sistemi di controllo e supporto alle decisioni basati su controllo predittivo e ottimizzazione numerica, per molteplici aree di applicazione. Dal controllo di autoveicoli all’aerospazio, dalla Smart grid e mercato elettrico al controllo di processo. Facciamo ricerca, ma seguiamo soprattutto l’ingegnerizzazione del processo per arrivare al prodotto che poi viene dato all’azienda. Nasce per avviare collaborazioni a livello locale e per dare anche uno sbocco occupazionale a chi ha studiato a Imt, cercando così di trattenere sul territorio le professionalità che si formano a Lucca. Come è possibile far diventare questo istituto un centro propositivo e di crescita per la città? Credo che l’utilità di Imt si veda nel lungo periodo. In ogni caso mi viene da lanciare un appello: usateci. Saremo lieti di mettere a frutto e a disposizione le nostre conoscenze e capacità.

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Un passepartout per il futuro

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osa hanno in comune un’inglese appassionata di storia dell’arte con il pallino per la gestione dei musei, un tedesco economista avventuriero, una matematica italiana nata a Macerata e un fiorentino ingegnere dell’automazione? Potrebbe sembrare l’inizio di una novella o di una barzelletta, ma la realtà è che non c’è niente di più vero. In comune hanno molto e cioè il dottorato di ricerca a Imt Alti Studi Lucca. Si chiamano Alice Kate Lambert, Roberta Lanciani, Alberto Guiggiani e Michael Rochlitz, provengono da diverse culture europee, hanno seguito percorsi di studio importanti e molto differenti eppure si sono ritrovati tutti e quattro a Imt. Si sono conosciuti a lezione nei locali di San Micheletto, hanno parlato la prima volta mentre studiavano nella biblioteca di piazza San Ponziano o mentre chiedevano un libro in prestito e sono entrati in profondità delle rispettive vite mangiando insieme in San Francesco. Hanno meno di trent’anni, tre di loro (Alice Kate, Roberta e Alberto) stanno frequentando il primo e secondo anno della scuola, mentre il quarto, Michael, ha finito la borsa di dottorato a luglio e da settembre si trova a Mosca come ricercatore post-doc. Hanno scelto Imt perché ne hanno sentito parlare molto bene, hanno letto articoli prestigiosi e sono stati consigliati dai loro professori universitari a continuare la formazione nel campo della ricerca nell’istituto lucchese. In più, cosa importante, «la possibilità di entrare solo grazie al merito è un parametro molto poco diffuso in giro per il mondo», raccontano. «Quando ho visto – spiega Alice Kate – che le trentasei borse previste da Imt erano totalmente coperte sono rimasta colpita. È un’opportunità rara nell’ambito dei beni culturali». Gestione e sviluppo del patrimonio cultuale, economia e scienze informatiche, decisionali e dei sistemi: tre aree di interesse e quattro dottorandi con le idee molto chiare, che hanno deciso di raccontarsi per la prima volta. Alice Kate Lambert viene dall’Inghilterra e ha vinto il dottorato di ricerca per l’area di Management and Development of Cultural Heri-

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tage, sotto la guida della professoressa Maria Luisa Catoni. Laureata con lode in storia dell’arte all’University of London, ha vinto una borsa di studio per finanziare i suoi studi e successivamente ha conseguito il titolo, sempre con lode, nel Master in Art Gallery and Museum Studies presso l’Università di Leeds (membro del Gruppo Russel). «Ho lavorato per il patrimonio inglese e il National Trust – spiega – nel settore del turismo, della conservazione, della marcatura di inventario, la catalogazione, la manipolazione degli oggetti e tutte le attività di ricerca connesse. Ho anche partecipato alla creazione del primo archivio di Opera North, la seconda compagnia operistica più grande del Regno Unito e ho co-curato la mostra sulle ceramiche del XVIII secolo alla Stanley e Audrey Burton Gallery di Leeds». Il suo sogno è quello di lavorare nei musei come consulente, molto probabilmente tornerà in Gran Bretagna o nei paesi emergenti che hanno uno stretto collegamento con il Regno Unito: uno su tutti, l’India. «Lavorare in un museo nel Regno Unito – continua – è molto difficile: ci sono poche posizioni aperte ed è un mondo molto competitivo. Chiedono una formazione altamente specializzata, conseguita anche attraverso Master e importanti

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dottorati di ricerca. Ecco perché ho scelto Imt: ho scoperto questa scuola durante una fiera di orientamento organizzata dalla mia università a Londra. Trovare un corso nel mio settore e la possibilità di accedervi solo per merito mi hanno resa molto felice e così ho provato». Ed è andata bene. Alice Kate è arrivata a Lucca che neanche conosceva l’esistenza di questa città e subito si è immersa nello studio. Come vengono gestite ed esposte le collezioni nei musei? Cosa se ne fa un museo di oggetti che non servono più? Vengono esposti, donati, catalogati o venduti? «A me interessa soprattutto l’aspetto della vendita – racconta – In particolare sto effettuando una ricerca per mettere a confronto il Regno Unito con alcuni paesi emergenti, come l’India. In Italia la vendita non è consentita per legge e quindi è difficile poter fare un raffronto. È difficile anche poter studiare la legislazione italiana, anche per un fatto meramente linguistico». Di Imt le piace la forte interdisciplinarità. Allo stesso modo, la pensa anche Roberta Lanciani, la matematica di Macerata che è entrata nella scuola di dottorato a febbraio scorso ed è membro dell’unità di ricerca Sysma. «C’è un’interdisciplinarità che ti consente di avere una conoscenza trasversale sulle varie materie – racconta – rispetto alla maggior parte dei dottorati italiani, Imt offre molti più vantaggi e opportunità. Nel mio caso, ad esempio, mi ha permesso di portare avanti il progetto che stavo già seguendo a Edimburgo». Roberta, infatti, si è laureata in matematica teorica all’Università di Camerino e si è poi specializzata nella Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (Sissa) di Trieste. Da qui ha proseguito gli studi alla Scuola di Informatica di Edimburgo sotto la supervisione del professore Luca Bortolussi e ora a Imt si concentra su metodi formali applicati alla progettazione e all’analisi di sistemi complessi adattivi insieme al prof. Rocco De Nicola. «Faccio parte del gruppo di ricerca computer science – dice – studiamo tecniche matematiche applicate al model checking. Analizziamo i sistemi e utilizziamo queste tecniche per controllare che i codici dei software siano corretti e funzionino

correttamente. Controlliamo l’affidabilità del software: questi sistemi li abbiamo già applicati per il trasporto urbano di Edimburgo e per il bike sharing a Parigi. Imt è un microcosmo bellissimo: viviamo in un ambiente internazionale, ci confrontiamo con persone che hanno viaggiato e che provengono da ogni parte del mondo e alla fine è come se fossimo una grande famiglia. E poi non è da tutti studiare con professori di così grande livello: quello che posso dire senza dubbio è che più sei indipendente, più apprezzi questa scuola di ricerca. I professori sono in grado di accompagnarti nel percorso di ricerca non solo indicandoti la strada, ma coinvolgendoti e lasciandoti libero. Io mi sono presentata alle selezioni di Imt con un progetto di ricerca già avviato, che sapevo che qua avrebbe trovato una buona risposta. Il fatto di seguire lezioni complementari al tuo campo è un’esperienza unica, perché oltre ad allargarti la visuale ti consente di vedere applicato quello che studi. Nel mio caso, ad esempio, gli strumenti che studio sono gli stessi che usano nella finanza». «Sono perfettamente d’accordo su questa valutazione di Imt – incalza Alice Kate – Per la mia ricerca, ad esempio, l’interdisciplinarità è fondamentale. Il primo anno e mezzo segui lezioni in aula, nel Regno Unito, invece, sono tre anni di dottorato solo di pura ricerca. Tuttavia nella mia aerea, quella dei beni culturali, sarebbe opportuno che la ricerca venisse inglobata fin da subito con la parte teorica, come avviene anche per gli altri settori. Una volta che finisco qua, mi piacerebbe trovare lavoro in un museo come consulente su come gestire le collezioni a livello economico e finanziario: se ci riuscirò, dovrò ringraziare Imt. Perché ti apre molteplici strade, non solo quelle accademiche». Il mondo accademico, invece, è quello preferito da Roberta Lanciani, che nel futuro si augura di continuare a fare ricerca in modo adeguatamente retribuito. Italia o estero non importa. «Non mi sono fatta troppi programmi – conclude – tuttavia mi piacerebbe continuare la carriera accademica, cosa che, considerata la situazione in Italia, mi porterà all’estero. Valuterò le varie opportunità

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UN PASSEPARTOUT PER IL FUTURO

che mi verranno offerte: chi studia nel mio campo trova con facilità un lavoro nell’ambiente bancario e assicurativo. Il motivo per cui non ho ancora del tutto scartato l’ipotesi di interrompere con la ricerca è che fuori dal mondo accademico pagano il doppio rispetto a quanto prenderei restando all’università. Ma gli stimoli che ti vengono offerti operando nei gruppi di ricerca non hanno paragoni». «Sogno di restare in Italia, ma in questo settore un’esperienza all’estero è obbligatoria. Però mi piacerebbe investire le conoscenze e le capacità acquisite nel mio paese». A dirlo è un ingegnere dell’automazione al secondo anno di Imt. Lui si chiama Alberto Guiggiani, ha 28 anni, fiorentino di nascita e formazione ed è inserito nel gruppo di ricerca del prof. Bemporad. «Mi sono laureato a Firenze nel 2008 in ingegneria elettronica, nel 2011 ho seguito il Master in ingegneria dell’automazione sempre a Firenze e in quel periodo mi sono trasferito per alcuni mesi nel Regno Unito all’Università di Lancaster e a Genova, nell’Istituto Italiano di Tecnologia. Sono arrivato a Imt dopo un periodo come collaboratore nel Consiglio Nazionale delle Ricerche di Italia. È stato il mio professore a consigliarmi di provare le selezioni per Imt. Mi occupo del settore di controllo di veicoli, dalle auto agli aerei fino ai satelliti, mi occupo del cervello. Da gennaio sono negli Stati Uniti per portare avanti un progetto con la Ford sullo studio delle apparecchiature di sicurezza delle auto, sia da corsa sia quelle normali». Attraverso il professore di riferimento passano i progetti di ricerca che riguardano anche la permanenza di periodi più o meno lunghi all’estero: Imt pensa a tutto, al trasferimento, ai contatti, alla rete di studio e di ricerca. «L’area in cui opero trova applicazione in moltissimi settori. A livello locale, per esempio, è partito un progetto con l’Asl di Lucca per l’ottimizzazione dei turni di lavoro dell’ospedale. Ma un sistema simile possiamo usarlo per la rete di distribuzione dell’acqua, attraverso il controllo e l’ottimizzazione di tutti i sistemi idrici. In generale seguiamo la parte di ottimizzazione ed estrapolazione, analisi ed elaborazione di dati. Affrontiamo i problemi dal

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punto di vista matematico e proponiamo la soluzione». Lavorare con strumenti informatici che permettono di analizzare tutte le informazioni presenti in un sistema (da quello idrico a quello virtuale, come Twitter), estrapolare i dati più interessanti e più utili alla ricerca, fornire un servizio e vederne l’applicazione: ecco di cosa si occupa Alberto, che non ha ancora perso le speranze di veder trasformato tutto questo sapere in lavoro. «Le strade che posso intraprendere sono due – conclude – o la ricerca in ambito accademico o entrare in un’azienda privata. Lo sbocco accademico è quello più duro, ma è anche quello che dà più soddisfazione: mi piacerebbe continuare a fare ricerca col mio professore di Imt, andare all’estero per alcuni periodi per completare la mia formazione e poi tornare in Italia». Muoversi, spostarsi, conoscere, parlare con le persone, annotare avvenimenti, date, passaggi, viaggiare. E fare ricerca. È la vita di Michael Rochlitz, tedesco di Stoccarda, appassionato di politica economica. In particolare la sua ricerca si concentra sui rapporti tra Stato e business in Russia e in Cina. Ha completato il dottorato di ricerca a Imt a luglio e ora si trova a Mosca nella Scuola Superiore di Economia. «La prima volta che sono venuto a Lucca – confessa – era dieci anni fa. Quando poi ho trovato su internet l’annuncio di dottorato in Italia, a Lucca, ho pensato: “devo tornare”. La Russia mi affascina, mi intriga: il mio progetto di ricerca, portato avanti col prof. Fabio Pammolli, si occupava proprio di questo paese. Delle istituzioni politiche russe, i legami tra scienza politica ed economia, tra governo centrale e governatori locali, soprattutto per quanto riguarda le questioni economiche. A partire dal petrolio e dalle compagnie petrolifere. Mi sono interessato ai casi che via via ho letto e raccolto e sono andato indietro nel tempo fino al 1999 per arrivare poi ai giorni nostri: in particolare il mio studio si concentra su quelle aziende di petrolio che sono state espropriate dal governo russo e su come il potere centrale col passare degli anni sia subentrato sempre più nell’economia privata. Più i governi locali riuscivano a portare i voti al governo di Putin e

più il governo riusciva a subentrare in queste aziende fino a prendere pieno controllo». Un argomento particolare, sul quale, anche cercando su Google, si trova molto poco a livello scientifico. «Ho deciso – conclude Michael – di continuare su questo filone e studiare direttamente sul campo, a Mosca, mi consentirà di approfondire ulteriormente la ricerca. Il sistema politico russo presenta un problema complesso: il più grande è l’esistenza di un sistema di leggi, contratti, regole e forme di comportamento di tipo informale, cioè non scritto. E questo ha un impatto negativo sull’economia: in Russia si sta sacrificando la crescita del paese per mantenere e arricchire il sistema politico esistente. Il mio obiettivo è quello di affrontare questa situazione dall’interno per arrivare a soluzioni concrete, proponendo un percorso metodologico». Il tutto continuando a muoversi, soprattutto tra Russia e Cina, e a viaggiare per diventare un vero e proprio «economista avventuriero». Vite diverse, passioni diverse, capacità diverse. Che dentro Imt hanno trovato un’unica casa, un comune filo conduttore e una condivisa speranza di dare forma al sogno di ognuno.

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IMT è sistemi complessi

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lle sue spalle, nella penombra della sala conferenze di piazza San Ponziano (sede, ancora per poco, della direzione e amministrazione di Imt), migliaia di pallini rossi si legano tra loro attraverso lunghi fili luminosi. Che si tratti dei tweet sulle ultime elezioni italiane, dei flussi epidemiologici, delle reti elettriche e delle interazioni tra sistemi finanziari ed economici, l’immagine cambia poco: connessioni e interconnessioni che seguono uno schema, che gravitano intorno a poli ben precisi. Guido Caldarelli è abituato a leggere ciò che lo circonda attraverso questi schemi. Sa, infatti, analizzare, scorporare, descrivere e confrontare i sistemi complessi, che, per sintetizzare, sono tutte quelle situazioni che hanno a che fare con interazioni tra di loro. Anche questi, proprio come i grandi aggregati umani, seguono delle ricorsività che possono essere previste, se si sa cosa nascondono quei puntini che sembrano tutti uguali, tutti apparentemente indecifrabili. Gli studiosi come Caldarelli e come quelli che compongono il suo gruppo di ricerca a Imt fanno questo e hanno imparato a farlo bene, tanto che Lucca il prossimo anno, a settembre, ospiterà la conferenza europea per i sistemi complessi. Studi alla Sapienza di Roma, come fisico statistico, ricercatore alla Sissa di Trieste, poi a Manchester e infine a Cambridge. Tornato in Italia ha lavorato presso l’Istituto Nazionale per la Materia Condensata (INFM) e poi come primo ricercatore presso l’Isituto dei Sistemi Complessi del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Esperto di reti complesse e delle loro applicazioni nel campo della finanza e dell’economia, Caldarelli è professore ordinario di fisica teorica a Imt. Ciascuno di noi ogni giorno produce dati. Dati che, ad esempio, possono essere utilizzati per capire e conoscere le preferenze (durante le elezioni, di un determinato prodotto o di un evento) o in quale periodo dell’anno c’è più alta concentrazione di influenze. Ma cosa ci rivelano tutti questi dati? Ci dicono un sacco di cose. Centinaia di migliaia o milioni di essere umani possono es-

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Intervista a Guido Caldarelli

sere studiati grazie ai dati che producono: ricerche su Google, hashtag su Twitter, interessi su Facebook, segnali GPS e così via. Enormi masse di dati che ci rivelano quali sono le tendenze future, quando e come si diffonderà l’influenza, qual è il candidato più seguito e favorito, quanto sono stabili e connessi i sistemi finanziari. Avete avuto a che fare anche voi con questi dati? Certamente. Ad esempio abbiamo collaborato con La Stampa per le ultime elezioni politiche e abbiamo monitorato le opinioni e i candidati favoriti tramite Twitter. I social network sono un indicatore molto più attendibile dei sondaggi, perché quando noi ci mettiamo

di fronte al pc e scriviamo un commento a qualcosa che è accaduto o che sta accadendo quasi mai diciamo una bugia. Pensiamo di essere soli, ma non è così. Basti pensare che Google analizzando quante volte la parola ‘influenza’ era stata digitata sulla barra di ricerca è riuscito a dire in quali mesi dell’anno c’è stata, negli Stati Uniti, la concentrazione più alta di malanni. Il risultato è stato perfettamente identico a quello stabilito dal Sistema sanitario americano, solo che gli analisti di Google sono usciti con i dati trenta giorni in anticipo rispetto a quelli governativi. E questa è la conferma che l’analisi di Twitter è molto veritiera. Cosa sono i sistemi complessi e perché sono importanti? Sono quei sistemi in cui l’insieme delle parti, una volta interconnesse, porta all’emergere di una struttura organizzata. Ecco perché, quando si parla di sistemi complessi, si analizzano dati e le relazioni che vengono generate per creare questi sistemi. Collegando due cavi è nato internet: questo esempio è il più immediato per capire come da una semplice azione microscopica possa generarsi un sistema che ha delle complessità. Analizzando internet, poi, si vede come questo sistema sia molto simile a quello delle amicizie, delle interazioni, delle relazioni tra crediti e debiti. Studiare la rete che compone un sistema è fondamentale anche per capire come poter prevenire eventuali crolli e per rendere più solido il sistema stesso. A questo proposito sto coordinando un progetto europeo, FOC, che terminerà a marzo dell’anno prossimo. Di cosa si tratta? È un progetto scientifico europeo che si propone di comprendere e possibilmente prevedere il rischio sistemico e di instabilità finanziaria globale. Il nostro obiettivo è quello di offrire, da un lato, un quadro teorico per misurare il rischio sistemico nel mercato finanziario e nelle reti finanziarie globali. E dall’altro vogliamo consegnare una piattaforma ICT di collaborazione per il monitoraggio della fragilità sistemica e della propagazione della crisi finanziaria tra le istituzioni e i mercati di tutto il

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mondo. Per questo progetto stiamo collaborando con la Bce e la Banca centrale d’Inghilterra. E qual è l’andamento? Che non c’è tutta questa stabilità nei sistemi finanziari. Le crisi sono un po’ come i terremoti, non si possono prevedere. Però si possono costruire delle case solide: ecco, la nostra analisi e il nostro lavoro va in questa direzione. Ad esempio una banca può essere esposta verso molte altre banche, essendo però una banca medio-piccola farà minor danni di una grossa. Per la stabilità dei sistemi è opportuno concentrarsi sulle banche più connesse. Sentendola parlare, viene da pensare che queste analisi si possano applicare a qualsiasi sistema, a qualsiasi rete, grande o piccola che sia. È giusto? Esattamente. L’attenzione all’analisi dei sistemi complessi è relativamente nuova: sono dieci, dodici anni che vengono studiati. Nelle aziende, così come nella politica non tutti applicano questi sistemi, anche se è tutto calcolabile. Noi diamo strumenti quantitativi per poter avere qualche grandezza quantitativa. Se sei un politico, per esempio, conviene avere spazio su moltissimi blog che però sono seguiti da poche persone o su pochi blog che hanno tantissimi utenti e condivisioni? L’analisi ci dice che la seconda strategia è sempre vincente. Inoltre si può utilizzare lo strumento della rete partendo da una politica dal basso: prendere piccoli circoli, associazioni, comitati e metterli in rete e capire da queste relazioni e connessioni gli andamenti sociali, economici e politici. A livello territoriale e locale questi progetti come possono trovare applicazione? C’è tutta la partita dell’ottimizzazione della filiera alimentare e dei trasporti. Collaboro anche con Crisis Lab e mi occupo dell’ottimizzazione della rete elettrica, di quella dei trasporti e delle energie rinnovabili, che hanno un’efficienza discontinua. Sa che le tematiche del trasporto pubblico e del pendolarismo sono due questioni aperte: prima parlava di studiare i sistemi

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complessi dal basso, partendo proprio dai movimenti, dai comitati, dalle reti cittadine. Perché è così interessante? Basti pensare che con i dati dei pendolari si può vedere quali siano le zone con maggior traffico e quindi, ad esempio, intervenire solo su quelle dal punto di vista urbanistico. A Cagliari studiando il pendolarismo si sono accorti che la città veniva divisa in quattro zone di traffico principali, riproponendo e rispecchiando la divisione amministrativa. Questo quindi è un indicatore importante che ci dice che la provincia è stata suddivisa in modo corretto e funzionale. I movimenti dei pendolari ti suggeriscono cosa sia meglio per i cittadini e quali siano le soluzioni migliori. Una bella sfida. Una gran bella sfida, sì: per Imt, per la città, per la politica, per il futuro del nostro paese. Sono coordinatore di un progetto europeo che coinvolge ventidue istituzioni di tutta Europa: si chiama Multiplex ed è un progetto teorico, che durerà fino al 2016, nato per definire la matematica di questi sistemi complessi. L’idea è quella di creare dentro Imt un laboratorio nazionale ed europeo per l’analisi del rischio in questi sistemi complessi e per l’ottimizzazione degli stessi. Un laboratorio dove si raccolgono dati e si forniscono soluzioni su tutti i livelli; dove vengono creati dei software in cui si simula cosa capita, ad esempio, se cade un traliccio o se per la neve si blocca un tratto di strada. Creare dentro Imt un laboratorio di questo tipo significherebbe portare Lucca e questa scuola nel mondo della ricerca. Intanto per l’anno prossimo siete riusciti a far diventare Lucca sede della conferenza europea del progetto Multiplex. Soddisfatto? Molto. Si tratta dell’appuntamento europeo più importante per quanto riguarda i sistemi complessi: in quell’occasione presenteremo Lucca come luogo dove si fa ricerca nel campo dei sistemi complessi. E questo potrebbe posizionare la città nel mirino di tutti quelli che vogliono fare ricerca in questo campo. Teniamo presente che il progetto Multiplex è il migliore a livello mondiale.

Migliore anche di quelli che si vedono negli Stati Uniti? Il migliore in assoluto. Solo che se lo fanno ad Harward o a Cambridge suona tutto diverso. Perché? Parlo di Cambridge, che è una realtà che conosco da vicino: si tratta di un posto in cui si investe continuamente, dove non ci si accontenta. È questo il fattore che ne determina il successo. Ora Lucca può puntare a tanto: Imt, infatti, ha il campus più bello del mondo, nel quale si accede solo grazie al merito e questo garantisce un alto livello qualitativo già in ingresso. Per quanto riguarda il progetto Multiplex, Imt sta partendo alla pari di Cambridge. Cosa fare, dunque, per affermare questo primato? Creare ricette nuove e studiare cose nuove. Arrivare prima degli altri e sapersi confrontare con chi opera nel tuo stesso settore di ricerca. Queste sono le carte vincenti. Questo è il modo migliore per attrarre le persone a Lucca e fare in modo che ci restino.

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IMT e territorio: l’imperativo è fare rete

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Imt inverte le tendenze. Mentre dall’Italia si fugge, con Imt o si resta o si torna o si importa”. A sostenerlo è Massimo Riccaboni, vicedirettore di Imt Alti Studi di Lucca, professore di economia manageriale e dell’innovazione e direttore dell’unità di ricerca LIME presso la scuola di alta formazione. Organizzazione industriale, analisi di rete, economia della scienza, con particolare riferimento alle scienze della vita, tra biotecnologia europea, farmaceutica e competitività della spesa sanitaria pubblica. Crisi e innovazione: a che punto siamo in Italia dopo cinque anni di disoccupazione, tagli, mancanza di crescita e di grande difficoltà? Tipicamente la crisi fa aguzzare l’ingegno: quando c’è crisi c’è maggiore attenzione alle novità. Anche a livello locale, come in molte altre parti d’Italia, nonostante la profonda crisi, c’è voglia di aprirsi alle novità e anche l’attenzione all’innovazione è maggiore rispetto agli anni passati. Si ritrova il desiderio, e il bisogno, di confrontarsi con gli altri. Questo lo vediamo anche dentro la scuola: le aziende ci chiamano per studiare progetti e sistemi per migliorare i macchinari e renderli più efficienti. E questo è un buon segno. Per quanto riguarda l’organizzazione industriale come siamo messi nel Paese? Da molto tempo si investe, anche in Toscana, nel modello del cluster innovativo. Si tratta di innovatori che si relazionano tra di loro e sviluppano in forma innovativa la propria attività produttiva. Ma è un modello che non ha funzionato: il mito della Silicon Valley è un disastro in Italia. Trapiantare un’esperienza ottima in contesti totalmente diversi, come possono essere gli Stati Uniti, è sempre molto difficile. Nel nostro paese si è cercato di saltare dai distretti industriali ai cluster e il risultato è che siamo rimasti sospesi a metà. Quale potrebbe essere una buona soluzione per uscire dall’impasse? Una delle soluzioni potrebbe essere quella di ripartire dai distretti: fanno parte della nostra tradizione, sono coerenti col nostro sviluppo industriale ed è quello che sappiamo fare me-

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Intervista a Massimo Riccaboni

glio. Ripartire dai distretti puntando su sperimentazione e innovazione, concentrandosi su diversi settori specifici. Ne cito due: rinnovabili e smart cities. In generale, poi, sarebbe importante fare ricerca attraverso programmi che coinvolgano più paesi europei. L’Italia sa fare rete? Ho pubblicato da poco un articolo sull’attività dell’Ue per favorire i programmi di ricerca, i cosiddetti programmi quadro. Ho studiato una serie di attività e di programmi per capire se, quando si fanno i progetti di ricerca, vengono coinvolti i partner europei, se c’è mobilità degli scienziati tra i vari paesi e se c’è interazione tra le aziende europee. E il risultato è che dalla metà degli anni Ottanta ad oggi l’integrazione

e l’innovazione ci sono state solo nei paesi del Nord Europa, ma per il resto si va molto a rilento. In questo senso Imt è un’eccezione del sistema italiano, perché riesce a fare sistema tra professori, ricercatori e studenti di ogni parte d’Europa e del mondo. Cercate di trasmettere questa capacità di fare rete anche al di fuori di Imt? Personalmente mi occupo di creare relazioni con l’imprenditoria locale. Stiamo sviluppando una serie di attività con i giovani di Assindustria, in particolare sul management economico. Innanzitutto spingiamo i nostri studenti, soprattutto quelli che studiano management, a prendere parte alle iniziative promosse dall’Associazione degli Industriali. Nel lungo periodo, invece, vorremmo organizzare una serie di incontri aperti alla città su questioni scientifiche, economiche e ingegneristiche. A Trento hanno già promosso l’idea dei caffè scientifici, rivolti a chiunque, e stanno ottenendo molto successo. Gli ambiti di interesse sono quelli attuali: come stimolare la crescita, come interpretare gli effetti della crisi, come cambiare l’attività manageriale dell’azienda per renderla più competitiva. In generale come vede la situazione in Italia? Non è delle migliori: le nostre risorse sono molto scarse. Fare economia e occuparsi di economia significa vedere cosa si può fare avendo a disposizione pochi mezzi. Non abbiamo un sistema molto efficiente e in questo contesto è impossibile fare finta di nulla: bisognerebbe rendere più eque le spese e spalmarle su tutta la collettività. Se non si fanno delle riforme i costi resteranno alti e non ci sarà crescita. Quando ti accorgi che le giovani generazioni ci mettono sette anni in più delle generazioni passate a fare progetti, a trovare un lavoro e a dare una stabilità alla propria vita, capisci che parlare di crisi non è solo una questione economica, ma culturale, sociale, di relazione. Lei è anche il vicedirettore di Imt. Come risponde alle critiche che vengono mosse all’Istituto? Mi sembra necessario conoscersi meglio: Imt non è mai stata una scuola privata. Rispetto

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alle richieste di diminuire, se non azzerare, il contributo del comune di Lucca a Flafr e, quindi, anche a Imt mi viene da fare questa riflessione: il comune ha un proprio budget e deve spenderlo come meglio crede. È una scelta che compete all’amministrazione come investire i propri soldi ed è a tutti gli effetti una scelta politica. Quello che posso dire è che, proprio perché Imt è un istituto pubblico, la maggior parte dei finanziamenti arrivano da un fondo ministeriale. La scuola non è un sistema chiuso, noi vogliamo relazionarci con tutti e siamo aperti per ricevere spunti e adottare iniziative, dibattiti, momenti di confronto. Ma gli studenti di Imt cosa dicono della città? La apprezzano perché essendo piccola permette loro di concentrarsi sullo studio, però hanno difficoltà a relazionarsi col territorio, soprattutto quelli stranieri. Non vogliono vivere come turisti, si sentono studenti e abitanti di Lucca a tutti gli effetti. Cosa risponde a chi dice che Imt si mangia pezzi di città? Che sta dicendo una cosa sbagliata: noi siamo ospiti di una struttura che fino a qualche mese fa era chiusa, abbandonata, degradata. Il recupero ha portato e porterà benefici a tutta la città, che potrà usufruire di nuovi spazi. In generale comunque vorrei concludere dicendo che è sbagliato leggere e rapportarsi a questa scuola per contrarietà e sempre in contrapposizione. Fra un po’ faremo il bilancio di quello che porta e che ha portato Imt in questi anni: siamo una risorsa per il territorio, ma se ci chiudessimo solo su Lucca non saremmo produttivi neppure per la città.

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EDILIZIA

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SCOLASTICA Venti milioni per mettere al centro la scuola e far ripartire la provincia di Lucca «Investire nell’edilizia scolastica per far ripartire l’Italia». Le parole sono quelle del Presidente del Consiglio Enrico Letta quando ha presentato il cosiddetto «decreto del fare» che prevedeva 100 milioni di euro per la manutenzione e la messa a norma degli edifici. Una media di circa un milioni di euro per ogni provincia che sicuramente dà una mano ma non riesce a risolvere i tanti problemi strutturali e logistici della scuola italiana. Ma laddove non arriva il governo centrale è la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca a provvedere presentando un progetto scuola ambizioso per il quale ha messo a disposizione 20 milioni di euro per i prossimi tre anni per la costruzione di nuovi edifici scolastici, la ristrutturazione delle scuole esistenti e il loro adeguamento alle norme vigenti e alle moderne esigenze. Un’iniziativa strategica già indicata anche nel documento programmatico pluriennale 2012-2015 e che ha trovato un’importante conferma nel protocollo d’intesa promosso dalla stessa Fondazione e sottoscritto in San Micheletto da Regione, Comune e Provincia. Tutto con l’obiettivo di contribuire a realizzare nella nostra provincia una scuola di qualità, che sia sicura, energeticamente efficiente, aperta al territorio e anche esteticamente gradevole. L’obiettivo è permettere ai bambini e ai giovani di poter studiare immersi in un ambiente confortevole e stimolante. Come spiega il presidente della Fondazione, Arturo Lattanzi, «sia il progetto strategico dell’edilizia scolastica, sia gli altri contenuti nell’accordo di San Micheletto nascono dalla volontà della Fondazione di assumere sempre più un ruolo attivo nella progettazione e

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Alessandro Petrini

Un bando da venti milioni di euro interamente dedicato all’edilizia scolastica

nella realizzazione di interventi rispondenti alle istanze del territorio e trainanti per il suo sviluppo economico e sociale. In questo modo intendiamo fare sistema, secondo un modello virtuoso che fa delle risorse messe a disposizione dalla Fondazione Cassa di Risparmio un vero e proprio catalizzatore di ulteriori finanziamenti resi disponibili da altri soggetti pubblici e privati». Dei 127 progetti presentati dalla Provincia e dai Comuni, 55 sono stati accolti e sono già stati avviati circa venti cantieri su quelle che sono individuate come priorità. Nel 2013 sono stati spesi i primi sei milioni e mezzo, altrettanti per il 2014 e 7 milioni andranno per i cantieri del 2015. Uno sforzo immane nel mare sconfinato delle esigenze della scuola. Dei 20 milioni, 9,3 saranno destinati alle scuole di ogni ordine e grado della Piana lucchese, 3,9 a quelle della Mediavalle del Serchio, 1,1 alla

Garfagnana e il rimanente alla Versilia. Si tratta soprattutto di interventi di manutenzione straordinaria (9,9 milioni), in seconda battuta di nuove scuole o di ampliamenti di quelle esistenti per 5,4 milioni, e stanziamenti destinati all’adeguamento normativo (4,7 milioni). Il tutto sarà supportato dalle amministrazioni che complessivamente contribuiranno per 8 milioni che si andranno ad aggiungere ai 20 della Fondazione. Tra i criteri di scelta, fondamentale è stata la cantierabilità del progetto, circa la metà degli interventi infatti ha un livello di progettazione esecutivo o definitivo, la presenza di elementi di criticità e, quindi, di urgenza, e la possibilità di catalizzare, e quindi di smobilitare, le risorse delle amministrazioni. Questo progetto strategico finalizzato al miglioramento dell’edilizia scolastica si integra inoltre con un progetto di efficienza energetica, avviato in collaborazione con Sinloc Spa e rivolto alle amministrazioni locali. Lo scopo è quello di strutturare un progetto di area vasta che possa concorrere all’acquisizione di fondi della Banca europea per gli investimenti per l’attività di assistenza tecnica, per poi progettare e realizzare gli interventi senza oneri a carico degli enti. Il valore dei lavori, che sarebbero aggiuntivi rispetto a quelli che saranno deliberati dalla Fondazione, è di circa 2 milioni di euro, limitatamente agli edifici scolastici di competenza provinciale. Infine si propone di realizzare un monitoraggio degli interventi oggetto di contributo. Un controllo che sarà affidato a un gruppo ristretto composto da due rappresentanti della commissione sviluppo del territorio affiancati da un tecnico della Fondazione.

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Scuola primaria, Badia Pozzeveri (Altopascio) [1] Il Comune di Altopascio ha presentato un progetto per l’ampliamento della scuola elementare di Badia Pozzeveri, diventata ormai insufficiente per accogliere l’aumento delle iscrizioni degli ultimi anni. Per questo ha previsto la realizzazione di nuove aule didattiche forniti di servizi igienici a corredo. Vista la limitata possibilità di sfruttamento degli spazi esterni, e soprattutto vista la disomogeneità morfologica del complesso edilizio già esistente, l’ampliamento presenta diverse problematiche che hanno portato alla decisione finale di procedere con la demolizione dei due fabbricati a un piano dove ora si trovano la mensa e la palestra, che saranno ricollocate al piano terra di un nuovo fabbricato. Qua al primo piano ci saranno cinque nuove aule per lo svolgimento delle attività didattiche. Sarà realizzato anche un nuovo vano scala completo di ascensore in modo da alleggerire il flusso di persone sull’attuale scala interna. Infine si provvederà all’adeguamento sismico dell’edificio esistente e alla creazione di nuovi servizi igienici. Un progetto complessivo da 1 milione di euro, 700mila dei quali erogati dalla Fondazione. Scuola per l’infanzia, Lunata (Capannori) [2] Il Comune di Capannori ha presentato un progetto da 900mila euro, 500mila dei quali erogati dalla Fondazione, per il completamento del terzo lotto della nuova scuola per l’infanzia di Lunata. Si tratta della nuova struttura che andrà a ospitare i bambini da 3 a 6 anni, un’esigenza dovuta alla razionalizzazione del patrimonio scolastico comunale e al notevole aumento delle iscrizioni in questa fascia di età. La progettazione è stata basata su criteri di edilizia sostenibile. Vengono previste quattro sezioni, un’aula per computer, una biblioteca, uno spazio polivalente, la mensa, la cucina, lo spogliatoio e uno spazio insegnanti. La progettazione è stata basata su criteri di edilizia sostenibile, prevedendo l’uso di tecnologie legate al risparmio energetico nel rispetto delle normative vigenti. Per questo viene prevista un’adeguata esposizione dell’immobile privilegiando quella a sud per le attività più importanti. La struttura poi prevede l’isolamento termico delle murature e delle coperture, il riscaldamento a pavimento, l’utilizzo di domotica per gli impianti elettrici e il riscaldamento per una regolazione delle temperature interne. Istituto Tecnico Commerciale Francesco Carrara, Lucca [3] L’amministrazione provinciale ha presentato un progetto da 3,4 milioni di euro, dei quali 2,2 messi a disposizione dalla Fondazione, per la manutenzione degli elementi non strutturali e il miglioramento statico dell’immobile che ospita l’Itc. Si tratta di una serie di interventi che riguardano la ripresa del calcestruzzo armato a vista delle facciate esterne attraverso il trattamento dell’acciaio con prodotti fosfatanti e la ricostruzione delle parti mancanti. Si procederà poi con il rifacimento delle coperture con il posizionamento di pannello isolante e guaina e la realizzazione di linee vita per la sicurezza dei futuri interventi manutentivi. Questa copertura sarà adeguata alla normativa nazionale ga-

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rantendo una riduzione dei consumi per il riscaldamento di circa il 20%. Infine si procederà con la manutenzione straordinaria dell’impianto fotovoltaico per consentirne la rimessa in funzione che garantirà la copertura di almeno il 50% del fabbisogno di energia elettrica dell’edificio. Istituto artistico Augusto Passaglia, Piazza Napoleone, Lucca [4] È un progetto da 1.025.000 euro, dei quali la Fondazione ne finanzia 400mila, per la manutenzione straordinaria delle coperture e delle facciate dell’istituto artistico in piazza Napoleone a Lucca. Si prevede infatti il restauro delle facciate che presentano segni di degrado a causa dell’azione dell’acqua nel tempo. Si procederà con la demolizione delle superfici intonacate che si stanno distaccando e poi con la ricostruzione delle modanature e delle superfici a intonaco avendo cura della pulizia e della protezione delle parti lapidee e riportando le tinteggiature alla lucentezza originale. Poiché si tratta di un immobile sottoposto a vincolo si dovrà procedere al suo recupero e alla sostituzione dei vetri con altri di tipo antinfortunistico. Per la copertura si prevede la rimozione del manto e delle mezzane, la posa di uno stato isolante e impermeabilizzante con funzione di tetto ventilato e la posa del manto rimosso con sostituzione degli elementi rotti o deteriorati. Liceo artistico Augusto Passaglia, succursale via del Cantiere, Lucca Si tratta di un intervento su un immobile di antica costruzione che ospita laboratori specialistici delle discipline d’arte praticate nella scuola. Le condizioni dell’immobile sono peggiorate a causa delle infiltrazioni di acqua dalla copertura. L’amministrazione provinciale ha presentato un intervento da 370 mila euro – dei quali 330 mila sono messi a disposizione dalla Fondazione – per la manutenzione straordinaria delle coperture a falde inclinate, con smontaggio del manto esistente, rimozione dello scempiato di cotto, sostituzione parziale dell’orditura lignea primaria e secondaria, posa in opera di tavolato in sostituzione delle mezzane, realizzazione di massetto con interposta rete elettrosaldata, sovrastante pacchetto isolante di adeguato spessore, posa di guaina impermeabilizzante e nuovo manto di copertura in coppi ed embrici. La copertura sarà adeguata alla normativa nazionale garantendo una riduzione dei consumi per il riscaldamento di circa il 20%.

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Liceo artistico Augusto Passaglia, via Fillungo, Lucca [5] L’amministrazione provinciale ha presentato un piano di intervento per il restauro conservativo dell’immobile dell’istituto artistico Augusto Passaglia che si trova in via Fillungo e si presenta in cattivo stato di conservazione. Un progetto da 1.705.000 euro, 900 mila dei quali erogati dalla Fondazione, che prevede il rifacimento della copertura e il restauro delle facciate. In particolare: la rimozione del manto di copertura esistente e il suo recupero con integrazione parziale degli elementi deteriorati, la posa di uno strato isolante impermeabilizzante che consenta anche di realizzare un tetto ventilato, la posa finale del manto prece5 FCRLMAGAZINE 3 4|2013

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dentemente rimosso di coppi ed embrici. Lo stato di degrado di alcune cornici delle facciate dovuto alla corrosione degli agenti atmosferici sulla pietra arenaria rende necessario un intervento complessivo di restauro e l’applicazione di una vernice protettiva su tutte le cornici che ne garantistica la conservazione nel tempo. Gli infissi necessitano di un intervento di conservazione integrale per adeguarli alla normativa di sicurezza e ripristinarne la funzionalità.

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Liceo classico Nicolò Machiavelli, Lucca [6] L’amministrazione provinciale ha presentato un progetto di manutenzione straordinaria della copertura e di restauro consecutivo delle facciate per palazzo Lucchesini, dove attualmente si trova il liceo classico Nicolò Machiavelli. Un intervento da 1.420.000 euro che la Fondazione finanzia con un contributo di 600 mila euro. Si prevede il risanamento della copertura mediante la rimozione del manto esistente e il suo recupero con integrazione degli elementi deteriorati, la rimozione dello strato di pianelle in cotto, la rimozione e la sostituzione degli elementi lignei deteriorati, la posa di uno strato isolante e impermeabilizzante che consenta anche di realizzare un tetto ventilato. L’intervento sulle coperture prevede anche il consolidamento del perimetro murario e interventi volti al miglioramento sismico come cerchiature, controventature e tiranti da porre in opera nei locali sottotetto. Le facciate presentano cornici in pietra serena in stato di degrado a causa della corrosione degli agenti atmosferici, per questo è necessario un intervento complessivo di restauro che preveda il ripristino di alcuni tratti delle modanature mancanti. Scuola primaria Fornaciari a Lucca, San Filippo [7] Per l’ampliamento della scuola primaria Fornaciari di San Filippo, il Comune di Lucca ha presentato un progetto da 800 mila euro al quale la Fondazione ha contribuito con un finanziamento da 600 mila euro. In questo caso il piano degli interventi prevede la realizzazione di una nuova ala su due livelli da costruirsi all’interno della resede della scuola. Una struttura su due livelli in cui il piano terra sarà interamente destinato alla mensa con i relativi servizi mentre il piano superiore sarà interamente dedicato ai laboratori e alle attività ludico-motorie, con annessi servizi. In questo modo, una volta terminati ai lavori, si potrà procedere con la riconversione in aule scolastiche dei due locali che attualmente vengono utilizzati come refettorio. Così si potrà finalmente dare una risposta definitiva alle richieste di nuovi spazi necessari per l’attività didattica. Istituto Tecnico Commerciale Arrigo Benedetti, Porcari [8] L’amministrazione provinciale ha presentato un progetto da 600 mila euro – 446.667 erogati dalla Fondazione – per una serie di opere per l’adeguamento normativo e la manutenzione straordinaria dell’Itc Benedetti di Porcari. Su questo edificio si prevede una serie di opere per ottenere il certificato prevenzione incendi approvato dai vigili del fuoco

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e per le quali era già stato ammesso a finanziamento da parte della Regione. Si procederà con la realizzazione della vasca di accumulo per il sistema antincendio e la stazione di pompaggio e relativa rete distributiva. Poi la creazione di una scala a prova di fumo e la modifica di una scala interna per la corretta evacuazione in caso di emergenza. Si prevede inoltre un intervento sulla copertura con sostituzione di parte del manto in cotto con l’apposizione di pacchetto termoisolante e revisione della struttura portante con la messa in sicurezza di una parte di orditura primaria e secondaria. La copertura così realizzata sarà adeguata alla normativa nazionale garantendo una riduzione dei consumi per il riscaldamento di circa il 20%. Scuola primaria, Fornaci di Barga (Barga) [9] Il Comune di Barga si è trovato a dover adeguare le proprie scuole alle normative antisismiche in vigore e ha scelto di abbandonare la sede attuale della scuola elementare di Fornaci di Barga per costruire un nuovo edificio, più moderno ed efficiente, in un’altra zona. Il nuovo complesso prevede la palestra, dotata di spogliatoi, il corpo aule, l’aula magna e i locali della mensa. Nel primo lotto di interventi la nuova palestra è già stata realizzata, così come nel secondo lotto si è già proceduto con la costruzione delle aule, e degli spogliatoi. Ora con il terzo lotto di completamento si andranno a eseguire i lavori di impiantistica e rifinitura in genere per consentire l’utilizzo del nuovo edificio in modo poi da poter definitivamente trasferire le classi e tutte le attività didattiche. Un progetto da 1.385.637 euro che la Fondazione finanzia per oltre la metà dell’importo erogando 700.000 euro.

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Istituto Tecnico Industriale E. Ferrari, Borgo a Mozzano – progetto [10] Il Comune di Borgo a Mozzano ha elaborato un progetto di ristrutturazione di un fabbricato di suo proprietà che si trova in via Roma, che nei piani deve diventare la nuova sede dell’ITIS E. Ferrari. Questo immobile è già stato oggetto di due interventi importanti: il primo per l’adeguamento delle parti strutturali del corpo principale alle vigenti normative antisismiche, il secondo alla realizzazione di impianti al piano terra. Il progetto attuale invece riguarda il completamento del corpo principale e la ristrutturazione di un secondo corpo che nei piani sarà destinato ai laboratori. Un progetto complessivo da 1.357.624 euro, dei quali la Fondazione ne eroga 1.197.624. Grazie a queste opere, l’ITIS potrà essere spostato dalla sede attuale che non può essere adeguata alle normative antisismiche in vigore. La richiesta di finanziamento è stata presentata dal Comune di Borgo a Mozzano in qualità di ente proprietario dell’immobile anche se la competenza in materia di scuole superiori spetta all’amministrazione provinciale.

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Istituto superiore Francesco Vecchiacchi e Ipsia Simoni, Castelnuovo Garfagnana [11] Il progetto presentato dal Comune di Castelnuovo Garfagnana prevede il completamento dell’adeguamento antisismico dei due blocchi del complesso scolastico. Un’operazione da 1.130.000 euro dei quali la Fondazione Cassa di Risparmio ne ha messi a disposizione 540.187. Si prevede la costruzione di giunti con la realizzazione di setti in cemento armato e il rinforzo dei pilastri che si trovano tra le fondamenta e il piano terra. A questo si aggiunge il recupero dei pilastri esterni e il rinforzo delle travi. Per gli interventi strutturali sono indispensabili opere accessorie di scavo e demolizione mentre è previsto anche l’adeguamento igienico e sanitario con la realizzazione di un bagno per portatori di handicap. In più si procederà con l’adeguamento e la messa e norma degli impianti elettrici, con la sostituzione di porte e vetrate interne e degli infissi esistenti. Un’altra novità sarà l’impianto di teleriscaldamento con un sistema di produzione centralizzata del calore. Infine saranno rifatti alcuni tratti della pavimentazione, sarà posato un cappotto termico di 8 centimetri mentre l’isolamento del tetto sarà garantito da un solaio di copertura di 10 centimetri.

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Scuola dell’infanzia e primaria, Coreglia Antelminelli progetto [12] A seguito della classificazione in zona sismica di classe 2 del territorio di Coreglia Antelminelli, sono state effettuate alcune verifiche agli edifici scolastici che hanno certificato l’inadeguatezza della costruzione che attualmente accoglie la scuola dell’infanzia e la scuola primaria a Coreglia. Un intervento di adeguamento è risultato eccessivamente oneroso e quindi non conveniente, anche a causa dell’altezza interna insufficiente del piano terra che ospita la scuola per l’infanzia, già dichiarata inagibile per le cattive condizioni igienico-sanitarie. Il nuovo progetto costa 1.412.610 euro, dei quali 939.279 erogati dalla Fondazione, e prevede la costruzione di un fabbricato su due piani che conterrà le due scuole, completo di giardini esclusivi e con un’area esterna comune. Sarà realizzato nel pieno rispetto delle normative sismiche e del contenimento di consumi energetici. Per questo è prevista la produzione di energia da fonti rinnovabili, tramite l’impianto fotovoltaico, sia per quanto riguarda il riscaldamento, mediante una caldaia a pellet. È previsto inoltre il cappotto esterno per l’isolamento termico e il riuso delle acque piovane che saranno raccolte, clorate e utilizzate per gli scarichi dei bagni. Palestra del polo scolastico, Pieve Fosciana La Fondazione si è interessata del progetto presentato dal Comune di Pieve Fosciana per l’adeguamento alla normativa antisismica della palestra a servizio del polo scolastico del paese. Un progetto di adeguamento che, redatto secondo le direttive emanate dal Servizio sismico regionale della Toscana, avrebbe comportato un impegno economico che, rapportato al metro quadrato di superficie, risultava superiore alla

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soglia di 600 euro al metro quadrato che viene fissata nel regolamento. Senza considerare che il vecchio impianto non raggiungeva nemmeno le dimensioni regolamentari. Per questo motivo si è ritenuto più conveniente procedere alla demolizione della struttura esistente, per costruirne una completamente nuova, realizzata secondo le nuove normative antisismiche, con dimensioni regolamentari che consentano anche l’eventuale disputa di partite di pallacanestro. Un lavoro da 800mila euro dei quali 150mila finanziati dalla Fondazione. Scuola primaria Giosuè Carducci, Lido di Camaiore (Camaiore) Il Comune di Camaiore ha presentato un progetto per la riqualificazione della scuola primaria Carducci a Lido di Camaiore. Un intervento complessivo da 240 mila euro quasi interamente finanziato dalla Fondazione, che ne ha messi a disposizione 228 mila. L’elenco degli interventi riguarda la riqualificazione degli elementi non strutturali e la rivisitazione delle superfici interne delle aule, del refettorio e degli spazi a disposizione degli insegnati. Tutto questo per rendere più efficienti e fruibili gli spazi interni dell’istituto e per migliorare il tenore di vita scolastica degli anni del comprensorio. Grazie a questa iniziativa tutto l’istituto sarà in regola per aderire al progetto «Senza zaino», promosso dalla Regione. Grazie agli ambienti ben organizzati, i ragazzi potranno utilizzare una semplice valigetta per i compiti a casa mentre nelle classi troveranno schedari, computer, giochi, enciclopedie e materiale per scrivere, ascoltare, disegnare e dipingere. Scuola primaria, Stiava (Massarosa) [13] La struttura della scuola è attualmente occupata dalla scuola primaria che utilizza il piano terra e il primo piano del fabbricato. Il secondo piano attualmente è inutilizzato a causa dei danni alla copertura. Il Comune di Massarosa ha presentato un progetto da 550 mila euro – dei quali 440 mila messi a disposizione dalla Fondazione – che prevede l’adeguamento della copertura in base alle normative vigenti in materia sismica in modo da consentire l’utilizzazione anche dei locali al secondo piano. L’intervento prevede l’abbattimento delle barriere architettoniche con l’installazione di una rampa a norma e di un ascensore all’interno della scuola. Sarà inoltre prevista la sostituzione dell’attuale scala antincendio con una nuova che permetta di adeguare tutto il fabbricato alla normativa antincendio attualmente vigente. L’intervento rientra in un piano di razionalizzazione dei plessi scolastici voluta dall’amministrazione che andrà ad accorpare nella stessa struttura anche la scuola materna da collocarsi a piano terra.

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Istituto d’arte Stagio Stagi, Pietrasanta [14] L’istituto necessita di un intervento di riqualificazione edilizia ed energetica della palestra che presenta criticità legate a infiltrazioni d’acqua dalla copertura che stanno pregiudicando la fruibilità della struttura sportiva utilizzata dagli studenti e anche dalle associazioni sportive in orario extrascolastico. Per questo l’amministrazione provinciale ha presentato un progetto da 1.250.000 euro per il quale la Fondazione ne eroga 600 mila. Si prevede l’impermeabilizzazione e l’isolamento termico della copertura attraverso l’apposizione di un pacchetto isolante che permetta alla struttura di essere adeguata alla normativa nazionale garantendo una riduzione dei consumi per il riscaldamento di circa il 20%. In più si procederà con la ripresa del calcestruzzo armato della facciata attraverso il trattamento dell’acciaio e la ricostruzione delle parti cementizie distaccate. L’impianto fotovoltaico sarà smontato e rimontato con la sostituzione delle componenti non funzionanti, sarà realizzato un impianto solare termico per l’acqua calda sanitaria, si procederà con la riqualificazione dei servizi igienici e degli spogliatoi.

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Istituto comprensivo Martiri di Sant’Anna, Pontestazzemese (Stazzema) [15] Il Comune di Stazzema ha presentato un progetto per l’ampliamento e l’adeguamento alle normative nazionali del complesso scolastico Martiri di Sant’Anna di Pontestazzemese. Un progetto complessivo da 750 mila euro quasi interamente finanziato dalla Fondazione che ha messo a disposizione 630 mila euro. L’intervento prevede la demolizione di una parte dell’attuale struttura dell’istituto che sarà ricostruito seguendo le normative nazionali e soprattutto sarà alzato di un piano che sarà completamente dedicato all’accoglienza degli alunni provenienti dalle due scuole materne del territorio che sono destinate alla chiusura. Un intervento che quindi s’inserisce in un’ottica di razionalizzazione del servizio scolastico e conferma alla struttura il ruolo di polo scolastico principale del territorio comunale con la sezione delle scuole elementari, delle medie e, dallo scorso anno, dell’asilo nido.

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VENTI MILIONI PER METTERE AL CENTRO LA SCUOLA E FAR RIPARTIRE LA PROVINCIA DI LUCCA

Liceo classico Giosuè Carducci, Viareggio [16] Si prevede il restauro conservativo delle facciate e la manutenzione straordinaria di coperture e gronde del liceo classico Carducci. L’amministrazione provinciale ha presentato un progetto da 1.365.000 euro dei quali 400 mila vengono messi a disposizione dalla Fondazione Cassa di Risparmio. Si interviene per realizzare un ponteggio perimetrale per il restauro delle facciate e alcune opere per il miglioramento dell’efficienza energetica del fabbricato. L’obiettivo è ridurre fenomeni di surriscaldamento estivo degli ambienti interni. Le facciate presentano cornici e modanature in stile neo-rinascimentale realizzate in intonaco che in alcuni punti, specialmente nel sottogronda, si sono distaccati. Il restauro prevede la ricostruzione integrale delle modanature deteriorate e non più leggibili e la totale tinteggiatura con colori a calce delle facciate intonacate. Per l’impianto di riscaldamento si prevede la sostituzione di parti dell’impianto di produzione calore e messa in opera di valvole termostatiche sui corpi radianti al fine di ottimizzare i consumi. Scuola secondaria Lorenzo Viani, Viareggio [17] La messa a norma della scuola secondaria Lorenzo Viani è un progetto da 2,3 milioni di euro presentato dal Comune di Viareggio e al quale la Fondazione partecipa con un contributo di un milione. Si punta alla riqualificazione complessiva dell’immobile in relazione alle mutate e nuove esigenze della popolazione scolastica e all’adeguamento di tutta la parte edile e impiantistica alle normative vigenti. Si provvederà alla rimozione e alla sostituzione di tutti quei manufatti fortemente deteriorati e alla ristrutturazione completa dell’edificio che presenta problematiche importanti a causa della sua vetustà e della scarsa manutenzione dovuta all’indisponibilità di fondi. Gli interventi consistono nel ripristino della copertura, nel recupero della struttura in cemento armato a vista, nella sostituzione degli infissi interni ed esterni. Poi si procederà al rifacimento di intonaci, rivestimenti e tinteggiature per arrivare a un’eventuale riorganizzazione degli spazi interni.

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DI LUCCA I 500 anni delle mura di Lucca

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ucca si identifica con le sue mura, la prima cosa che il viaggiatore incontra. Un grande anello verde, un grande parco, ma anche una scissione netta fra ciò che è città e ciò che sta fuori, ciò che antico e ciò che è moderno. Una divisione urbanistica forte che appartiene a pochi centri storici dell’Occidente. Le mura, la cui costruzione iniziò nel 1513, sono la storia e il presente di Lucca, il giardino di ogni cittadino; una memoria personale e una collettiva nello stesso tempo, tanto intense da aver in qualche modo forgiato il carattere e gli affetti dei Lucchesi che non hanno mai pensato di potersene privare, nemmeno quando il Governo del Regno d’Italia se ne impossessò costringendo il Comune di Lucca a ricomprarsele fra 1863 e il 1870.

IL CINQUECENTO: UN SECOLO INQUIETO

Gli eserciti stranieri che iniziarono sempre più spesso ad attraversare l’Italia della fine del Quattrocento impensierirono i governanti lucchesi. Lucca era ormai una città Stato con un territorio molto ridotto. Nel 1429 i Fiorentini l’avevano cinta d’assedio e Filippo Brunelleschi, il famoso architetto della cupola di Santa Maria del Fiore, aveva perfino deviato le acque del Serchio con una diga e un grande canale per abbattere le mura medievali della città. Ma l’assedio fallì. Lucca uscì molto indebolita da quegli eventi e negli anni successivi perse la Garfagnana invasa dagli Estensi e le costa di Pietrasanta e Motrone furono invase dai Genovesi e poi dai Fiorentini. L’assedio e la caduta di Pisa nel 1509 convinsero i Lucchesi che i lavori di ammodernamento delle mura urbane non erano più rimandabili. Lucca era ancora difesa dalle mura medievali, una mirabile opera di fortificazione possente e scenografica, con le sue torri semicircolari e i suoi merli, con tutto un tratto di mattoni che aveva inglobato i borghi della parte est, ma del tutto obsoleta e incapace di difendere la città dall’attacco di armi da fuoco dal calibro sempre più grande e potente. Inoltre intorno alle porte principali erano cresciuti quartieri popo-

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Iacopo Lazzareschi Cervelli

losi indifendibili in caso di assedio, nei quali le truppe e le artiglierie di un nemico avrebbero potuto asserragliarsi senza rimedio. Per questo dall’estate 1513 iniziarono i primi urgentissimi lavori di costruzione della nuova cinta difensiva ed ebbero un impatto ‘devastante’ sull’urbanistica della città. Fu realizzata la cosiddetta ‘tagliata’: un anello profondo circa 800 metri assolutamente libero da alberi, edifici e arbusti. Furono divelte perfino le viti e gli alberi da frutto. Furono abbattuti molti edifici e due grandi borghi fuori dalle porte sud e a ovest della città con due chiese antichissime e monumentali. Il 29 agosto 1513 «abbiamo gittato a terra la chiesa di San Donato fuori dalla Porta e chosì si è ordinato delle case del ditto borgo. Et al primo settembre anchora si mandò in terra Sanpiero e questo si fa per paura dei signori fiorentini, li quali ci hanno rotto la lega e vogliono per forsa Pietrasanta e Motrone» scriveva Paolo di Poggio nel suo diario. Ed effettivamente i Fiorentini ottennero ciò che volevano pochi giorni dopo con il lodo arbitrale del potente alleato, papa Leone X de’ Medici, che affidò per sempre Pietrasanta e Motrone al Governo dei suoi concittadini. Lucca si sentiva assediata, nel 1515 si iniziarono a alzare terrapieni dietro le mura medievali per cercare di renderle atte a sopportare un attacco con artiglieria. Agli angoli principali della cinta furono progettati e realizzati i primi nuclei degli attuali baluardi: sette torrioni semicircolari dotati di cannoniere moderne corrispondenti agli attuali baluardi Santa Croce, San Paolino, San Colombano, La Libertà, il Bastardo, San Pietro, San Martino eretti fra il 1516 e il 1522. In quegli anni la Repubblica era agitata anche da problemi interni mentre i primi segni della crisi economica minavano alla base i rapporti

sociali del piccolo Stato. Nel 1522 ci fu l’assassinio del Gonfaloniere in carica in un tentativo di colpo di Stato da parte del consortato dei Di Poggio; nel 1531 la Rivolta degli Straccioni, ossia dei tessitori colpiti dalla ristrutturazione dell’industria serica, che chiedevano riforme istituzionali. Infine la Riforma protestante e il desiderio di moralizzazione del clero che arrivano a Lucca attraverso i mercanti e i banchieri che operavano nel nord Europa attecchirono nel cuore di molti cittadini. La prima fase dei lavori urgenti alle mura si era comunque conclusa e l’imperatore Carlo V, in visita nel maggio del 1536, dopo aver cavalcato sugli spalti lodava la nuova fortificazione «tanto forte che essendo ben munita di gente, munitione e vettovaglie si peneria molto tempo ad espugnarla». Le parole lusinghiere e cortesi dell’imperatore non mutavano una cruda realtà, le mura erano ancora deboli e la città vulnerabile, i nuovi torrioni coprivano con la traiettoria delle artiglierie solo una piccola parte della cortina, lunghi tratti della fortificazione erano deboli, vi erano rientranze nel tracciato indifendibili, inoltre le mura medievali riadattate non erano fatte per sostenere il peso dei terrapieni e in pochi anni avrebbero mostrato dissesti statici. La Repubblica di Lucca iniziò quindi la ricerca di architetti militari a cui affidare un progetto generale al passo con la veloce evoluzione delle armi da fuoco e delle tecniche di assedio. Attraverso i suoi ambasciatori ed emissari selezionò i migliori professionisti del settore consultandosi poi con esperti lontani e disinteressati come ad esempio Alessandro Farnese, governatore generale delle Fiandre che esaminò e consigliò gli ambasciatori lucchesi sui progetti di sistemazione del lato ovest delle mura. Lucca città imperiale doveva barcamenarsi nei cruenti conflitti fra Francesco I di Francia e Carlo V d’Asburgo senza rischiare di essere coinvolta direttamente nelle guerre e nelle ripicche dei due giganti europei. I Medici erano tornati al potere a Firenze prima con Alessandro e poi con Cosimo I il quale, rinnovando una politica aggressiva e espansionistica, non

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mancava di cogliere ogni occasione per mettere in cattiva luce i Lucchesi con l’Imperatore e preparare un buon motivo per giustificare l’invasione della piccola repubblica vicina. Il pretesto sembrò presentarsi nel 1545 quando il Gonfaloniere lucchese in carica, Francesco Burlamacchi, organizzò una congiura col proposito di abbattere il governo dei Medici attraverso la rivolta di Pisa e l’appoggio di fuoriusciti fiorentini. Ma fu scoperto. Per evitare una guerra col duca di Firenze, Burlamacchi fu consegnato con molte scuse all’Imperatore che lo fece giustiziare nel 1548. Un secondo buon pretesto per il duca di Firenze poteva essere costituito dal cospicuo numero di protestanti che avevano reso Lucca una «città infetta» dall’eresia. Comprendendo i rischi di una ‘crociata’ contro la città che non avrebbe potuto proteggerli, nel giro di due decenni gli ‘eretici’ scelsero volontariamente la via dell’esilio verso la Ginevra di Calvino portandosi dietro ingenti capitali finanziari ed umani, mentre il Governo lucchese si irrigidiva e si trasformava in un’oligarchia riservata solo alle più antiche famiglie cittadine. Il culmine della tensione coincise con l’assedio e la conquista di Siena da parte di Cosimo I nel 1555. In quest’atmosfera di timori e di anteprima della fine, nel 1559, perfino il pittore Giorgio Vasari, impegnato ad affrescare gli appartamenti di Palazzo Vecchio con le glorie e le imprese medicee, si sentì autorizzato a farsi beffa di un esterrefatto ambasciatore Lucchesini a cui raccontò che aveva «lasciato certo quadro bianco» in una parete di una sala, in attesa di raffigurarvi Lucca. Grazie all’intervento dell’architetto Iacopo Seghizzi, il Governo lucchese dal 1544 mise in atto il progetto generale per il rinnovamento totale delle mura. Entro il 1550 fu realizzata la nuova cortina fra i baluardi San Colombano e La Libertà. Entro il 1575 Balbassare Lanci costruì a nord la piattaforma San Frediano e a sud, Alessandro Resta la nuova Porta San Pietro con il Baluardo Santa Maria e le due cortine limitrofe. Entro la fine del secolo Ginese Bresciani chiuse la rientranza del circuito fortificato a nord con la nuova Porta Santa Maria

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e il baluardo San Martino, a est fu eretto il baluardo San Salvatore, a ovest il baluardo San Donato vecchio e i baluardi Santa Croce e San Paolino. Una nuova sciagura sembrò quasi indicare un castigo divino sulla città: nella notte fra 28 e il 29 agosto 1576 un fulmine colpì una polveriera del Palazzo degli Anziani, provocando una forte esplosione che squarciò l’edificio con morti e feriti. Fu l’occasione per avviare la ricostruzione del Palazzo sotto la guida dell’architetto fiorentino Bartolomeo Ammannati e di rinnovare l’altare della Libertà in San Martino, un vero e proprio altare di Stato, ricostruito in forme monumentali e moderne dallo scultore Giambologna, prestato dal nuovo Granduca di Toscana Francesco I. Nella predella si volle rappresentata una veduta della città con le nuove fortificazioni appena erette. Alla fine del secolo il rifacimento del Palazzo degli Anziani fu interrotto per concentrare le risorse finanziarie sul completamento delle nuove mura. Mentre Lucca era impegnata nell’ultima azione bellica della sua storia, la guerra in Garfagnana per difendere i confini dagli Estensi che volevano annettersi parti del territorio lucchese, l’architetto Pietro Vignarelli realizzava i baluardi, San Regolo, San Pietro, e completava il San Colombano e La Libertà. Infine l’urbinate Muzio Oddi completava la cerchia che vediamo ancora oggi, ricostruendo sul lato ovest in posizione più avanzata il baluardo San Donato con la porta omonima, adattando e raccordandovi i due baluardi vicini. Il tutto entro il 1650. IL FUNZIONAMENTO DI UNA MACCHINA DIFENSIVA COMPLESSA

La difesa in periodo di pace era particolarmente concentrata sulla notte, il momento più propizio per cogliere di sorpresa la città. Al tramonto le porte venivano serrate e se non si faceva attenzione poteva succedere di rimanere chiusi irrimediabilmente fuori o dentro la città fino al giorno dopo. Le chiavi delle tre porte, affidate a un targetto, rientravano velocemente a Palazzo degli Anziani dove erano costodite direttamente dal capo di Stato: il

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gonfaloniere. Contemporaneamente tutta la macchina difensiva delle mura era già attivata: i commissari dei baluardi sorteggiavano gli avvicendamenti dei soldati a guardia delle cannoniere e dei parapetti. Due gruppi di ronda percorrevano la cinta muraria in sensi opposti, sorvegliando e verificando tutta l’organizzazione e chiedendo la parola d’ordine a ogni soldato incontrato. Dalla torre del Palazzo si tenevano d’occhio con traguardi fissi le torri e i punti di segnalazione di tutto lo Stato e ogni quanto d’ora con un tocco di campana venivano ‘chiamati’ i baluardi San Colombano, Santa Maria, San Paolino, San Donato, Santa Croce e San Frediano. Analoga chiamata era fatta per i restanti baluardi della parte est dalla vecchia Porta San Gervasio. Questo scambio sonoro continuo per tutta la notte rassicurava i cittadini che potevano dormire sonni tranquilli. All’alba, dai baluardi Santa Maria e San Pietro un rullo di tamburi prolungato annunciava l’arrivo del giorno e la prossima riapertura delle porte: la fase più delicata e complessa di tutto. I commissari accompagnati da una numerosa squadra di soldati armati si accertavano con il castellano della porta del buon esito del rapporto fatto dai soldati che avevano trascorso la notte nella casetta esterna alle mura. Se tutto era tranquillo, dopo un appello dei soldati di guardia, si passava alle operazioni di apertura vera e propria, condotta con estrema circospezione. I targetti arrivati dal Palazzo con le chiavi, permettevano l’apertura dei piccolo portello, ricavato nei grandi portoni che consentiva l’ingresso dentro l’edificio di una persona alla volta. I commissari, il maziero, il targetto e i soldati penetrati all’interno della porta, richiudevano il portello alle proprie spalle, aprivano l’altro verso l’esterno delle mura mentre veniva abbassato il ponte levatoio. A questo punto, dopo un’ispezione del gruppo armato fino alle casette esterne alle porte, in mancanza di pericoli veniva dato l’ordine di apertura dei grandi portoni, il targetto riprendeva le chiavi e le riportava al gonfaloniere, la campana della torre suonava, mentre il traffico cominciava a entrare e a uscire dalla città.

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Fulcro del sistema era la torre del Palazzo degli Anziani che sorgeva in piazza Napoleone a Lucca ed era collegata al palazzo da un caratteristico cavalcavia. Alla sommità dell’edificio (abbattuto nel 1806 da Elisa Baciocchi per aprire la piazza) i torrigiani oltre a mandare segnali sonori con le campane, attraverso traguardi fissi e cannocchiali tenevano d’occhio undici altre torri e punti di segnalazione principali dello Stato: Collodi, San Martino in Colle, Porcari, Catello di Compito (San Ginese), San Pietro a Forcore, Vaccoli, Nozzano, Vecoli, Fiano, Bargiglio e Brancoli. Fra questi particolare importanza avevano la torre di Vecoli, che attraverso una seconda torre a Pedona comunicava con la Torre Matilde di Viareggio e il Bargiglio, detto l’occhio della Repubblica di Lucca, perché oltre a mettere in comunicazione Lucca con Coreglia, Castiglione Garfagnana e Treppignana, era visibile direttamente da molti punti della piana e osservava direttamente altre tre torri al centro del sistema difensivo: Brancoli, Vecoli e Fiano. Il sistema funzionava grazie a grossi fanali e bracieri di ferro battuto che al bisogno venivano accesi. Ma i segnali soprattutto di giorno potevano essere anche sonori con campane o con lo sparo di piccole artiglierie e archibugi. L’allarme serviva in particolare per far confluire in città le truppe provenienti dalle vicarie della Repubblica per fare fronte a nemici esterni o sedare eventuali rivolte interne. In città la milizia urbana era composta da circa 1500 cittadini fra i 18 e i 50 anni che entravano in gioco in caso di massima allerta. Normalmente le mura disponevano di un contingente di circa 300 soldati, ogni baluardo aveva un commissario, tre bombardieri (addetti alla cura e al perfetto funzionamento delle artiglierie) e un numero di soldati che oscillava da 17 a 26 per baluardo. Ad ogni porta erano assegnati 30 soldati e un castellano che controllava il ponte levatoio e le saracinesche. LA PROVA GENERALE D’ATTACCO

Il dispositivo bellico della Repubblica non servì mai, ma la massima allerta scattò una volta nella notte fra il 4 ed il 5 novembre 1642.

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Dopo le segnalazioni di rito, le truppe della montagna si misero in marcia per la città. Verso le 10 di sera un migliaio di ‘dragoni’ del duca di Parma che erano transitati in territorio fiorentino, allarmarono gli abitanti di Altopascio che chiamarono in difesa truppe da Pescia. Passato il pericolo le truppe pesciatine tornarono a casa sparando per «allegrezza» una decina di archibugiate che però in territorio lucchese furono interpretate dagli abitanti di San Martino in Colle e di San Gennaro come segno di uno scontro fra i locali e i soldati in transito; temendo che i dragoni potessero essere costretti a passare il confine lucchese fu dato l’allarme alle frazioni vicine con le campane a martello. L’allarme arrivò a Lucca, il Bargiglio, ricevuto il segnale dalla città iniziò ad allertare le vicarie più lontane. Solo Pedona (e quindi Camaiore e Viareggio) non videro il segnale lanciato da Vecoli, ma nel resto dello stato le truppe si riunirono nei punti stabiliti come a Borgo a Mozzano, dove ben tredici compagnie si fermarono in attesa di istruzioni per quattro ore. Cessato il pericolo, chiarito l’equivoco, tutti furono rimandati a casa.

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I LUCCHESI E LE MURA: UN PARCO PUBBLICO ANTE LITTERAM

Le mura di Lucca non furono mai coinvolte in eventi bellici proprio perché incarnarono bene una forte funzione deterrente: un assedio alla città sarebbe stato molto lungo e costoso. Superate le ultime difficoltà di politica internazionale all’inizio del Seicento, Lucca visse fino alle soglie dell’era contemporanea con tranquillità mostrando con orgoglio quest’opera mirabile ai viaggiatori e utilizzando da subito il circuito sopraelevato, come un parco pubblico nel quale passeggiare ammirando il panorama sotto l’ombra degli alberi. Francesco Bendinelli racconta come già nel 1546 il primo tratto completato, dove erano stati piantati filari di alberi, divenne meta di passeggio per i Lucchesi: «la prima tagliata fece in breve una grandissima impressione a segno che il popolo tutto ne restò soddisfatto, per la comodità dello spasso che ne prendeva per passeggiarla come se fosse sua propria villa. Questa prima piantata fu fatta nel terrapieno alla cortina principiata al torrione San Colombano».

Nella prima metà del Settecento Georg Christoph Martini scriveva: «La scarpa interna come pure i bastioni sono coperti di alberi belli e di grandi proporzioni che producono all’erario una considerevole entrata, e al tempo stesso, ombra per chi vuol passeggiare rendendo più solido il terrapieno. La via sulle mura è così larga che tre carrozze affiancate possono percorrerla con comodità». Gli alberi delle mura in quell’epoca erano soprattutto pioppi e olmi che fornivano legna da ardere e fascine per il Palazzo degli Anziani, oppure periodicamente venivano venduti all’asta per poi essere ripiantati da capo. Ma le mura erano teatro anche di attività popolari abusive, che in alcuni casi erano tollerate, come gli orti improvvisati, in altri dovevano essere limitate e punite come l’impianto di alberi da frutto sugli spalti o il pascolo abusivo di animali domestici e cavalli. La funzione militare delle mura cessò definitivamente nel luglio 1799 dopo la battaglia della Trebbia quando i francesi si ritirarono da Lucca che fu occupata dagli austriaci. Il generale Johann von Klenau ordinò la requisizione di tutte

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le artiglierie delle mura per impegnarle contro i «comuni nemici». Nel mese di agosto i 124 cannoni di grosso calibro furono tolti dalle mura e spediti a Mantova assieme a tutta l’armeria storica di Palazzo degli Anziani e non furono mai più restituiti con grande rammarico dei lucchesi. Elisa Baciocchi iniziò i lavori di trasformazione della cinta muraria in un vero parco per il passeggio, ma chi aveva visto gli splendori del passato militare, come l’abate Iacopo Chelini, non riusciva a mandare giù il nuovo stato: «Le mura di Lucca – scriveva – una volta tanto celebri per la loro fortificazione e con undici baluardi fatti benissimo armati con bellissimi cannoni di bronzo che erano la meraviglia d’ogni forestiere ed unica fortezza che fosse in tutta la Toscana, presentemente sono ridotte un nulla che fanno vergogna e rossore non essendovi più un cannone né una sen-

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tinella che le guardi potendoci ciascuno andare liberamente ancora di notte. Ed in conseguenza aperte a qualunque iniquità specialmente la notte. Ridotte così affatto inutili per la fortificazione, ha procurato il Governo di renderle almeno più piacevoli al passeggio con l’ingrandire tre cortine cioè quella che dal baluardo dirimpetto a San Martino viene a Porta San Pietro, quei due che da Porta San Pietro vanno a Porta San Donato collo sbassare il parapetto esteriore per godere la campagna avendoci fatto due sedili di sosta per comodo delle persone che passeggiano; e giacché non era più una fortificazione ridurle almeno in parte a qualche grado di delizia per il passeggio della stagione estiva. Ma chi l’ha vedute tutte armate come l’ho vedute io, è veramente un piangere a vederle adesso, dirò così, alla miseria». L’adattamento del grande complesso

militare a parco e passeggiata soprelevata, ornamento paesistico della città, proseguito con convinzione anche sotto Maria Luisa di Borbone, fu la salvezza delle mura che mantennero l’antica popolarità e sopravvissero, caso quasi unico in Italia, alle demolizioni e all’aggressione dell’urbanistica dell’Ottocento e nel Novecento. Per saperne di più: S. Bongi, a cura di, Inventario del R. Archivio di Stato in Lucca, voll. IIV, Lucca 1872-1888; C. Sardi, Esecuzioni capitali a Lucca nel secolo XIX, Lucca 1911; M. Berengo, Nobili e mercanti nella Lucca del Cinquecento, Torino 1965; R. Martinelli, G. Puccinelli, Lucca. Le mura del Cinquecento, Lucca 1986; R. Silva, C. Sodini, a cura di, 1863-1897. Lucca e le mura. Itinerari del Risorgimento, Lucca 2011; R. Martinelli, Lucca e le sue Mura, Lucca 2013.

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Nove progetti per festeggiare i 500 anni

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el corso del 2013 ha preso il via il programma di lavori finanziati dalla Fondazione Cassa di Risparmio per riqualificare il principale monumento della città di Lucca. L’intervento fa seguito ad un protocollo d’intesa sottoscritto dal Comune di Lucca e dalla Fondazione che, in vista delle celebrazioni del 500esimo anniversario dall’inizio della costruzione delle mura, hanno deciso di dare vita ad un imponente programma di interventi di restauro e di recupero, di conservazione e di valorizzazione della cinta muraria. L’accordo tra i due enti ha reso operativo il protocollo d’intesa firmato nel marzo 2012 con la Regione Toscana. Per i lavori, partiti a più riprese nel corso del 2013 e che proseguiranno fino al 2015, sono stati stanziati 9,5 milioni di euro, di cui 7 stanziati dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e 2,5 dalla Regione Toscana. Il Comune di Lucca ha indicato alcune priorità in cui i cantieri hanno preso inderogabilmente avvio già nel corso del 2013: la Casa del Boia (1,5 milioni di euro stanziati), casermetta del baluardo San Salvatore (450 mila euro), le piste ciclabili (250 mila euro), la Casermetta Porta San Pietro (150 mila euro), la Sortita San Paolino (200 mila euro), la riduzione dell’asfalto (180 mila euro), la sostituzione dei corpi illuminanti (200 mila euro), il restauro paramento (200 mila euro) e il restauro di Porta Elisa (60 mila euro).

Il primo ad essere completato, e già pronto da mesi, è stato il restauro di Porta Elisa, mentre sono di fatto terminati i lavori di ristrutturazione della casermetta del baluardo San Salvatore (ex canile).

Le opere di restauro, conservazione e valorizzazione delle mura di Lucca FCRLMAGAZINE 3 4|2013

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La Casa del Boia Il complesso della Casa del Boia e del ‘Bastardo’ con i suoi sotterranei nel suo aspetto attuale è frutto di una serie di stratificazioni edilizie che si sono sommate nei secoli e lo rendono una piccola ‘enciclopedia’ della storia delle mura di Lucca. Le porzioni più antiche sono quelle delle mura in mattoni erette nel corso del Trecento a difesa dei Borghi con i resti di una torretta intorno alla quale fu edificato entro il 1524 un torrione semicircolare detto ‘il Bastardo’. Il nome deriva dal fatto di non essere un torrione completo, ma un mezzo torrione. Nel 1570, su progetto di Alessandro Resta, vennero aperte quattro cannoniere lungo il parapetto. Tuttavia il torrione giudicato insufficiente, come gli altri consimili, per la difesa dei lunghi tratti di cortina, tra il 1590 e il 1592 fu sostituito dal nuovo baluardo San Salvatore e nel 1612 inglobato nella nuova cortina di collegamento con il baluardo San Pietro. La struttura con i suoi sotterranei non fu abbattuta ma sopra la galleria di accesso ai sotterranei fu realizzata una costruzione le cui prime chiare attestazioni risalgono al XVII secolo, anche se allo stato attuale delle ricerche non sono emerse testimonianze sull’epoca di costruzione dei due piani superiori. Documentata nella mappa di Antonio Pelosi (1837-1838), la prima descrizione completa degli ambienti si deve al catasto del 1860: due stanze al piano terra con accesso dalla pubblica via, una delle quali adibita a legnaia, l’altra direttamente collegata al sotterraneo del torrione; tre stanze al piano superiore con scala che fa capo a un porticato coperto a palco, una saletta, una camera e una cucina per luogo di comodo; tre stanze al piano secondo adibite a usi diversi, una delle quali accessibile dal camminamento sulle mura. La casa deve il suo nome all’essere stata assegnata intorno al 1825 al boia Tommaso Jona. Cesare Sardi narra come nella tranquilla Lucca repubblicana tra il 1629 e il 1783 si erano contate in tutto ottantadue esecuzioni capitali eseguite secondo vecchi sistemi dell’impiccagione o con la decapitazione con una mannaia. Con il Principato di Elisa Ba-

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NOVE PROGETTI PER FESTEGGIARE I 500 ANNI

ciocchi fu introdotto il Codice penale napoleonico particolarmente severo nel definire le pene capitali, ma per le esecuzioni fu adottata la più moderna ghigliottina che nei casi di necessità veniva affittata con l’esecutore dalla vicina Pisa. Con il Ducato Borbonico, restato in vigore il codice napoleonico nella sua forma più severa, si decise di far costruire una ghigliottina lucchese, copiando il modello utilizzato a Firenze chiesto in prestito proprio per questo scopo. Fu inoltre assunto come esecutore di giustizia fisso, il romano Tommaso Jona, che non trovando ospitalità da nessuno, fu sistemato in questo edificio isolato in origine adibito a magazzino e caserma dei bombardieri. Jona ebbe fortunatamente poche occasioni di impiego: nel 1831, e nel 1834. Ma nel 1845 quando fu pronunciata la condanna a morte di ben cinque imputati rei di furti violenti e sacrileghi, il settantaduenne Jona, vista l’età, fu dispensato dal lavoro, si offese e consegnò le sue dimissioni. A eseguire le cinque decapitazioni con la ghigliottina sistemata sul prato di Porta San Donato, fu il boia di Parma aiutato da tre figli. Jona nell’autunno 1846 fu poi sostituito da Benedetto Paltoni ma l’annessione di Lucca alla Toscana e l’abolizione della pena di morte, provocarono l’assalto popolare al Carcere di San Giorgio, dove la ghigliottina era conservata. Portata sugli spalti di Porta San Donato, la lugubre macchina fu data alle fiamme e la lama, secondo alcune testimonianze fu portata a Viareggio, caricata su una barca e gettata al largo, nel mare. Fino all’avvio del cantiere la Casa del Boia versava in condizioni fatiscenti, dovute allo stato di abbandono prolungato e alla mancanza di manutenzione. Una parte consistente del tetto era crollata insieme alle relative murature perimetrali. Gli impalcati lignei dei solai erano gravemente compromessi e, in alcune sezioni, pericolanti per la continua esposizione agli agenti atmosferici; alcuni tratti di muratura erano sciolti e prossimi al crollo, parte delle partizioni interne collassate, la scala interna pericolante, lo stato

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La casermetta del baluardo San Salvatore degli infissi e degli intonaci era pesantemente compromesso. Il progetto di ristrutturazione e restauro prevede il pieno recupero materiale e storico dell’immobile valorizzando le sue caratteristiche e introducendo alcuni adeguamenti per renderlo fruibile ad un’utenza allargata, con una possibilità di destinazione di utilizzo più ampia. I primi interventi hanno necessariamente riguardato la messa in sicurezza e il ripristino statico dell’edificio. Una delle caratteristiche più interessanti del complesso è costituita dall’architettura monumentale e suggestiva dalla sala a volte all’interno del torrione cinquecentesco che sarà riportata allo stato originario di collegamento con la galleria d’accesso. È previsto anche il ripristino del loggiato aperto così come indicato nel catasto del 1860. Per quanto riguarda gli interni si prevede la demolizione di tutte le tramezzature individuabili come recenti, così da ripristinare gli ambienti nella loro spazialità. La configurazione distributiva dell’edificio verrà riorganizzata, in modo da permettere un collegamento più funzionale tra tutte le parti del complesso. In particolare è previsto lo smantellamento dell’attuale corpo scale, con l’inserimento di uno nuovo nella sezione più recente dell’edificio (frutto di un successivo ampliamento, datato dopo il 1879). All’esterno, nella zona del cortile, è previsto l’inserimento di un ascensore che migliori la distribuzione verticale e che permetta la fruizione dell’immobile anche ai disabili. Sempre con questa prospettiva l’installazione dell’ascensore permetterà, tramite una rampa di disegno estremamente leggero e non impattante, l’accesso diretto alla passeggiata delle mura per i disabili, in maniera molto più agile rispetto alle condizioni attuali. La Casa del Boia diventerà luogo d’incontro e di aggregazione culturale centrato sulla via Francigena e il territorio di Lucca.

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Il baluardo San Salvatore costituisce l’estremità orientale delle attuali mura urbane e fu edificato in sostituzione del torrione detto ‘il Bastardo’ nell’ambito del rifacimento di tutta la tratta est della fortificazione fra il 1590 ed il 1592 su progetto di Ginese Bresciani. La casermetta al centro del baluardo riferibile a questo periodo, ospitava il commissario, i bombardieri e i soldati addetti alla sorveglianza e funzionamento della baluardo. La struttura documentata nelle mappe del XVII secolo anche se in forma più piccola, è rimasta sostanzialmente immutata rispetto alla prima mappa catastale del 1873, redatta dall’ingegnere Massimiliano Puccini. Da allora la casermetta è stata utilizzata come magazzino, ricovero e nel secolo scorso come canile municipale. L’edificio si presenta attualmente chiuso e inagibile privo di intonaci, essendo stato utilizzato prevalentemente come magazzino e cantiere didattico per gli allievi della scuola edile. Fortunatamente le murature e il tetto sono in buono stato grazie a un restauro avvenuto pochi anni fa. Il progetto destinato a successivi approfondimenti prevede il recupero funzionale e l’installazione di bagni e locali di servizio per il pubblico e, in particolare, per gli amanti dello sport all’aria aperta nel pieno rispetto della struttura storica. Al piano terra sono presenti una grande sala centrale con pavimentazione in terra battuta, in continuità con il terrapieno del baluardo, e due spazi laterali nei quali è presente un livello interrato. Nel progetto si prevede lo scavo del locale centrale (da eseguirsi essenzialmente a mano, sotto la supervisione della Soprintendenza Archeologica) in modo da ottenere una superficie di analoga consistenza per entrambi i piani. A piano terra saranno ricavati un ampio ingresso attrezzato per l’accoglienza, un punto di ristoro da definire meglio in fase successiva.

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NOVE PROGETTI PER FESTEGGIARE I 500 ANNI

La casermetta del baluardo San Pietro Il baluardo San Pietro fu costruito su progetto di Ginese Bresciani fra il 1618 ed il 1612 chiudendo gli interventi di costruzione delle mura nella zona orientale della città. La casermetta fu costruita sopra la galleria d’accesso ai sotterranei che collegano le due cannoniere inferiori e vi si accede direttamente dalla passeggiata delle mura. Nel lato verso la città sopra un cartiglio con la data 1612 si vede uno stemma trecentesco recuperato dalla demolizione delle mura medievali con la balzana lucchese e San Pietro, simbolo del popolo di Lucca.

L’intervento di restauro consiste nell’esecuzione di alcune opere per la messa in sicurezza del solaio di copertura con rinforzo in acciaio sulle capriate lignee attualmente puntellate e deteriorate. La copertura necessita di una revisione del tetto: smontaggio, pulitura, posa di guaina impermeabilizzante. Inoltre, sarà realizzato un bagno con accesso esterno alla casermetta, quindi lungo la passeggiata delle mura urbane, accessibile ai disabili. La stanza individuata è quella attualmente destinata a centrale termica: uno spazio che presenta un accesso indipendente. La centrale termica sarà spostata all’interno della casermetta.

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FCRL LE MURA

Porta Elisa Porta Elisa con la via omonima fa parte della risistemazione urbanistica voluta da Elisa Baciocchi, principessa di Lucca e Piombino, per dare nuovo decoro alla parte est della città e per ricostituire un collegamento diretto e monumentale con la via per Firenze. Nella ricostruzione delle mura rinascimentali il Governo lucchese aveva infatti rinunciato a realizzare una nuova porta verso est, limitando, per questioni di difesa, il numero degli accessi a tre: Porta San Pietro, Porta Santa Maria e Porta San Donato. Il progetto ideato dall’architetto Giovanni Lazzarini fu approvato nel 1809 quando iniziarono i lavori. Per l’edificazione del nuovo ingresso dalle linee neoclassiche furono utilizzati marmi e colonne provenienti dalla chiesa di San Pietro Maggiore, abbattuta pochi anni prima per fare spazio alla nuova piazza Napoleone. La porta fu inaugurata l’8 giugno 1811 ma non ebbe una buona accoglienza, sia per le notevoli variazioni di spesa dovute a errori nella perizia iniziale, sia per i difetti della costruzione soggetta a infiltrazioni d’acqua che resero inservibili i locali laterali adibiti a dazio. Anche la

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NOVE PROGETTI PER FESTEGGIARE I 500 ANNI

semplicità dell’architettura venne criticata dagli architetti Berthault e Antolini tanto che già nel 1812 erano stati redatti dei progetti di miglioramento che prevedevano la costruzione di una galleria coperta nel piano superiore, per limitare le infiltrazioni d’acqua e interventi di abbellimento mai realizzati. Nel 1937 furono aperti due passaggi laterali pedonali. L’intervento di restauro urgente si è reso necessario per i segni di cedimento che hanno interessato sul lato verso la città, il muro meridionale di contenimento del terrapieno delle mura interessato da una profonda fenditura in corrispondenza di uno spigolo. Le strutture sono state interessate da importanti lavori di consolidamento e impermeabilizzazione, rifacimento di intonaci, imbiancature e pulizia delle superfici lapidee. L’epigrafe dedicatoria sul fastigio esterno è inoltre di nuovo leggibile. La pavimentazione dei passaggi pedonali laterali è stata rinnovata ed è stato interamente rifatto l’impianto di illuminazione. Infine l’impianto semaforico è stato allontanato dalla parte esterna del fornice centrale per lasciare libera la visuale sull’edificio.

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FONDAZIONE

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PALAZZO BOCCELLA MADE: a San Gennaro una scuola di alta formazione nel campo dell’enogastronomia

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l 2014 per il Comune di Capannori e in particolare per San Gennaro non sarà un anno qualsiasi. Tra le altre cose che bollono in pentola, infatti, verrà celebrato e reso fattivo l’imponente restauro di Palazzo Boccella, iniziato dieci anni fa e ora giunto a conclusione. «E per onorare un avvenimento tanto importante – spiega Romano Citti, presidente della Fondazione Palazzo Boccella – non abbiamo pensato a una mostra o a una visita guidata, ma alla creazione di una scuola di alta formazione nel campo dell’enogastronomia e di uno spazio che, per cento giorni l’anno, potrà diventare anche luogo di arte, incontri e produzione culturale sempre nell’ambito di manifestazioni che valorizzino i prodotti della nostra terra: cibo, olio e vino». Gli scorci, la visita, i pavimenti e le parole di chi ti racconta cosa ci verrà fatto dentro quelle stanze che profumano ancora di nuovo, davvero mozzano il fiato. L’affaccio è direttamente sulle colline pizzicate dal sole e, più in là, in fondo, sulla piana di Lucca (a destra) e su Collodi e le sue case abbarbicate sul monte (a sinistra). Qua si respira un’aria rinascimentale che sembra intatta, una voglia trasognata di arricchire il territorio, diventando centro di promozione, valorizzazione e studio «di quello che si ha» e di ricerca per giovani talenti. Una storia moderna che intreccia le proprie maglie con i racconti passati, a metà tra mito, verità storica e fantasia, che riporta gli appassionati di viste panoramiche, buona cucina, buon vino e buon olio, quest’ultimi prodotti, in parte, con metodi artigianali e di antichissima ricetta, alle origini di San Gennaro. Comunità nata a seguito dell’eruzione del Vesuvio che avrebbe obbligato dopo un lungo viaggio gli scampati dalla furia del vulcano a cercare nuovi territori tra le colline lucchesi dove ricostruire i tratti della propria religione – San Gennaro – e della propria economia – la vite e l’olivo. Quello che oggi si può apprezzare è quindi il frutto del lavoro umano stratificato nei tempi, svolto in forza della continuità di generazioni che si sono susseguite, che hanno assecondato la morfologia dei luoghi, che ne hanno rimodellato l’assetto fisico superficiale, rendendolo più adatto alle coltivazioni nel rispetto dei caratteri suoi, strutturali e originari. È così che le distese di vigneti assecondano con lunghi filari rettilinei l’andamento dei versanti, ne tratteggiano il profilo, creando disegni diversi a seconda del loro orientamento con una trama geometrica e flessibile e basta percorrere alcune strade delle colline ai piedi delle Pizzorne, o delle vallate del Compitese, o delle pendici di Montecarlo, per apprezzarne il valore. Mentre la strada panoramica da Tofori a Petrognano fino a San Gennaro consente un’osservazione completa, un’introduzione lenta e graduale nella campagna e nel tempo che scorre piano.

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FCRL PALAZZO BOCCELLA

IL PALAZZO

Sarà una gioia, dunque, per chi ama l’architettura vedere questo ‘nuovo’ Palazzo Boccella, che si presenta come luogo della rinascita, ma anche del rinnovamento e delle sfide, inaugurato ufficialmente a metà dicembre alla presenza del Sindaco di Capannori, Giorgio Del Ghingaro, del Presidente della Provincia, Stefano Baccelli, di Claudio Guerrieri, presidente della Camera di Commercio di Lucca, di Arturo Lattanzi, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, del presidente della Fondazione Banca del Monte di Lucca, Alberto Del Carlo, del direttore della Fondazione Campus, Paola Pardini e di Romano Citti, presidente della Fondazione Palazzo Boccella. Ed è proprio grazie all’omonima Fondazione (ente che vede il coinvolgimento del Comune di Capannori come socio di maggioranza, la Provincia di Lucca, la Camera di Commercio di Lucca, la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e la Fondazione Banca del Monte di Lucca) che il palazzo settecentesco è tornato all’antico splendore. Sorge a due passi dalla Pieve di San Gennaro, splendida, bellissima, unica, baciata dal sole e dalla luna, con uno specifico ruolo, perno dell’organizzazione urbanistica del paese, punto di arrivo, luogo verso il quale si sale (dal Borgo) o si scende (dal Castello), e forse già questo gli dona un valore aggiuntivo, difficile da eguagliare. Fu realizzato da Enrico Boccella nei primi anni del XVI secolo, di fronte ad esso, oltre la strada che sale verso il Castello, detta il ‘Cordonaccio’, si apre il giardino (l’Orto dei Boccella) che era probabilmente connesso con il palazzo, prima della realizzazione del Cordonaccio. Del primo periodo della storia del palazzo non si hanno notizie certe fino a quando Cesare Boccella, nato nel 1810, dopo aver studiato tra Parma e Montpellier, tornò a Lucca dove fu nominato ministro della pubblica istruzione da Granduca di Toscana Leopoldo II. Durante il suo incarico durato dal 1849 al 1854 maturò l’idea di unificare le Università di Pisa e di Siena. Il Granduca, riluttante, non glielo permise. Si narra, allora, che il rifiuto e l’impossibilità di por-

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MADE: A SAN GENNARO UNA SCUOLA DI ALTA FORMAZIONE NEL CAMPO DELL’ENOGASTRONOMIA

tare a termine il suo progetto, gettarono Boccella in uno stato di prostrazione tale da ritirarsi a vita privata nel palazzo di San Gennaro. Morì a Lucca nel 1877. Dopo quella data la proprietà fu acquistata dai Fatinelli, già proprietari di estesi beni nel paese e nel territorio circostante, che trasformarono le scuderie del palazzo in cantine, all’interno delle quali erano custodite le grandi botte in legno, allineate lungo un percorso centrale di servizio lastricato in pietra. Il primo piano dell’edificio fu usato come scuola elementare e le stanze del sottotetto, una volta abitate dalla servitù del palazzo, furono usate per la collocazione dei cannicci per appassire l’uva necessaria al governo del vino e alla produzione del vin santo. C’era anche un piccolo appartamento per l’amata maestra Belli che, con la sua finezza, era riuscita ad insegnare non solo ai ragazzi, ma anche a tutti gli abitanti del borgo. Negli anni a venire la proprietà fu oggetto di varie speculazioni edilizie fino all’intervento del Comune di Capannori nel 1998. Dopo averlo acquistato, salvandolo dall’inesorabile declino, il

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Comune ha conferito Palazzo Boccella all’omonima Fondazione, nata con il preciso scopo di farlo restaurare a regola d’arte e di renderlo di nuovo vivo e attivo con attività legate alla promozione dei prodotti del territorio. Articolato su tre piani, il Palazzo ricopre una superficie complessiva di millecento metri quadrati: il salone ampio è giocato sui bianchi e sugli ori di affreschi con un’eleganza ed essenzialità che inducono lo sguardo ad ammirarne il risultato scenografico di aumento della spazialità. Così le aule dalle cui finestre si gode un paesaggio mozzafiato, che esalta lo spirito e libera la mente dagli affanni quotidiani: non a caso, dunque, troverà qui casa la scuola di Alta Formazione in Management dell’Accoglienza e delle Discipline Enogastronomiche (MADE), dalla quale usciranno operatori qualificati nei settori della ristorazione e dell’accoglienza turistica. Sempre qui, inoltre, i cittadini potranno usufruire di un variegato programma che si articolerà, nei cento giorni di chiusura della scuola, per corsi di specializzazione e incontri su temi della cucina del vino e di pro-

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MADE: A SAN GENNARO UNA SCUOLA DI ALTA FORMAZIONE NEL CAMPO DELL’ENOGASTRONOMIA

dotti tipici. Al secondo piano, invece, si trovano le nove camere con arredo funzionale e il tutto giocato sulla spazialità e funzionalità, mentre al piano terra la cucina modernissima, il salone ristorazione, il punto espositivo (vino e olio) e quello multimediale. MADE

Scuola di Alta Formazione in Management dell’Accoglienza e delle Discipline Enogastronomiche Formazione post diploma professionalizzante per il turismo e promozione del territorio: è questo l’obiettivo di MADE, che offre un percorso formativo annuale per giovani lucchesi e toscani che vogliono perfezionarsi dopo le scuole superiori. La scuola, che prevede la residenzialità per 25 studenti all’interno della bellissima struttura di San Gennaro, intende completare la formazione dei diplomati con un percorso a carattere professionalizzante, rivolgendosi principalmente a giovani provenienti da istituti alberghieri e istituti tecnici per il turismo. L’impostazione della Scuola tiene assieme le caratteristiche tipiche dell’insegnamento accademico e di approfondimento teorico sui temi dell’accoglienza e della cultura del cibo, del vino e dell’olio con esperienze formative a carattere pratico e spiccatamente legate al mondo delle professioni. I partecipanti seguiranno infatti sia lezioni d’aula sia laboratori esperienziali collegati al trattamento e al buon utilizzo del cibo. Il progetto formativo intende anche rafforzare il legame fra il territorio capannorese, lucchese e toscano, con le aziende impegnate nella filiera produttiva dell’accoglienza, dell’enogastronomia e del turismo, con gli Istituti scolastici superiori e i corsi di laurea collegati alle discipline oggetto della scuola. MADE aprirà i battenti con l’anno scolastico 2014-2015: dopo la fase di progettazione, organizzazione e promozione, che si svolgerà nel primo semestre del prossimo anno, i primi

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studenti iscritti inizieranno a seguire le lezioni il primo ottobre 2014. Il progetto formativo è articolato in tre trimestri. I primi due trimestri prevedono attività formative d’aula con l’erogazione di quattro corsi per trimestre. Oltre agli insegnamenti curricolari, gli studenti frequenteranno almeno due ‘laboratori’ collegati. Le attività di laboratorio vedranno anche l’attivo coinvolgimento di aziende del territorio. Il percorso curricolare sarà integrato da attività extra curricolari finalizzate a stimolare gli studenti in attività formative a contenuto professionalizzante e curate da formatori provenienti dal mondo dell’impresa e delle professioni del territorio. Nel terzo trimestre è previsto lo svolgimento di uno stage conclusivo, in Italia o all’estero, coerente con il percorso formativo della scuola. Al termine del terzo trimestre, gli studenti potranno decidere se continuare la propria attività di studio, iscrivendosi all’Università, o se entrare nel mondo del lavoro. Nel primo caso, gli studenti potranno chiedere il riconoscimento di Crediti Formativi Universitari (CFU) presso il corso di laurea triennale in Scienze del turismo di Lucca e presso corsi di studio triennali a tema enogastronomico erogati da altri Atenei italiani con cui la Scuola avrà stabilito accordi in questo senso. Nel secondo caso, gli studenti che vorranno entrare nel mondo del lavoro saranno supportati dal servizio Career Service della Fondazione Campus. Un’energia nuova, dunque, scorre tra le stanze di questo Palazzo, per portare nel mondo la bontà dei prodotti della terra uniti a consapevolezza culturale e paesaggistica, rispetto della natura e dell’ambiente, innovazione e straordinaria bellezza, dove passato e presente si abbracciano e si rincorrono, facendo da cornice alle eccellenze. Enogastronomiche e artigianali che vorrebbero fare di Palazzo Boccella un simbolo.

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OBIETTIVO

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QUALITÀ IN VERSILIA Tre anni di interventi per un totale di cinque progetti

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ontinuo, consistente e mirato. Non esistono aggettivi più appropriati per descrivere il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca a favore dei progetti dell’Asl 12 di Viareggio. Una collaborazione che lo stesso presidente, Arturo Lattanzi, ha definito come «doverosa in un settore così importante per tutti». A Viareggio, è stata inaugurata la residenza sanitaria assistenziale «G. Tabarracci», risultato della ristrutturazione di alcuni ambienti dell’ex ospedale. Una residenza pensata per gli anziani non autosufficienti. Ma la presenza della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca si è fatta sentire con una serie di progetti orientati a portare l’innovazione tecnologica dentro l’ospedale versiliese: alcuni già avviati, altri in via di definizione, per un totale di cinque interventi. Una presenza molto apprezzata anche dallo stesso direttore generale dell’Asl 12, Brunero Baldacchini. Si chiama «Information Technology del paziente cardiologico – DICOM Cardiologico» ed è il progetto presentato nel 2011 dal dr. Giancarlo Casolo. Dello stesso anno fanno parte «…e io avrò cura di te», curato dal dr. Giorgio Pini. Intervento mirato alla sperimentazione di un nuovo farmaco per la Sindrome di Rett, la grave patologia neurologica che colpisce nella maggior parte dei casi soggetti

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Ecco come la Fondazione sta investendo sulla sanità pubblica della Versilia

di sesso femminile, creando ritardi nell’acquisizione del linguaggio e della coordinazione motoria. Notevole attenzione, poi, è stata dedicata nel corso di questi anni agli anziani: ed è proprio all’interno di questa sensibilità che si inserisce il progetto «Personalizzazione dell’assistenza nel paziente anziano: dall’intensità di cura al territorio», coordinato dalla dr.ssa Paola Lambelet. L’eccellenza oculistica in sala operatoria, invece, è stato l’obiettivo perseguito e raggiunto grazie all’acquisto di un microscopio operatorio e di un biometro IOL master per quasi 200mila euro di intervento. È stato questo il progetto più importante del 2012, curato dal dr. Andrea Vento, dal titolo: «L’eccellenza delle cure oculistiche in Versilia: il microscopio operatorio per interventi sul segmento anteriore e posteriore dell’occhio». Infine il 2013: durante l’anno appena passato gli sforzi economici si sono incentrati sulla dotazione dell’Ospedale Versilia di ferri chirurgici nuovi di zecca. «In sala operatoria con qualità e sicurezza»: il titolo dell’intervento, seguito dal dr. Massimo Cecchi, non lascia dubbi. La Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca si è impegnata a firmare una convenzione con l’Asl 12 per un importo di 200mila euro, fondi che saranno utilizzati, per l’appunto, per il totale rinnovo dei ferri chirurgici utilizzati in sala operatoria, nell’ambito di un investimento, diluito nel tempo, di un milione di euro.

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Residenza sanitaria assistenziale Giuseppe Tabarracci Umberto Guidi

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collocata in una zona ideale, di fronte alla pineta, a due passi dal mare. La nuova Residenza sanitaria assistenziale Giuseppe Tabarracci, inaugurata nel settembre 2012, è una risposta moderna ed efficiente che il settore pubblico ha saputo dare ai crescenti bisogni degli anziani. Una struttura accogliente, con la capienza di sessanta posti letto, frutto della ristrutturazione di ambienti dell’ex Ospedale Tabarracci che a suo tempo ospitavano i reparti di otorino, ginecologia e medicina. L’intervento è stato progettato dall’architetto e ingegnere Francesco Tomassi. La costruzione e la gestione della Residenza sono stati affidati all’Asp, l’Azienda Speciale Pluriservizi, ente strumentale del Comune di Viareggio, che gestisce farmacie comunali, servizi sociali, refezione scolastica e cimiteri. La Residenza, progettata per gli anziani non autosufficienti, si articola su tre livelli e ha una capienza di dodici letti al piano terreno, ventiquattro al primo piano e altri ventiquattro al secondo. Al piano terreno e al primo piano trovano posto pazienti convenzionati. Nel secondo piano ci sono spazi a disposizione dei pazienti privati. La Rsa viareggina dispone di camere arredate in maniera funzionale e confortevole, con uno o due posti letto, con servizi privati e letti di ultima generazione. Un computer registra le chiamate dei degenti e i tempi di intervento attraverso un sofisticato sistema di microchip, così che si possa certificare la tempistica e la qualità dell’assistenza. Vi sono spazi comuni, palestra, soggiorni, terrazza solarium. Gli ambienti sono tutti condizionati e particolarmente moderne sono le attrezzature per le pulizie e l’igiene personale dei ricoverati. Personale specializzato, in grado di garantire una qualificata assistenza, è presente nell’arco delle 24 ore.

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La nascita di questa struttura, una delle più moderne dell’intero comprensorio, si inquadra nella riconversione ‘virtuosa’ dell’ex Ospedale Tabarracci. Il vecchio nosocomio viareggino venne inaugurato nel 1920 ed è stato dismesso nel 2002, in seguito all’apertura del nuovo Ospedale Versilia di Lido di Camaiore. Il progetto di riconversione, già previsto in un piano di recupero urbanistico approvato dal Comune di Viareggio d’intesa con l’Asl Versilia nel 2005, ha preso il via il 15 novembre del 2006, quando il Comune ha dato mandato all’Azienda speciale pluriservizi, un proprio ente operativo, di realizzare l’intera operazione, che a conti fatti è costata circa undici milioni di euro. L’Asp è stata incaricata, oltre che della costruzione, della gestione della Residenza sanitaria assistenziale.

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L’obiettivo era quello di dotare la città di una struttura in grado di accogliere anziani non autosufficienti. La previsione iniziale era di 38 posti, ma nel corso della ristrutturazione sono intervenute modifiche e ampliamenti, inclusa la costruzione della nuova sede di Asp. I posti letto sono stati così portati a 60. Il finanziamento – comprensivo dell’acquisto del fabbricato di proprietà dell’Azienda sanitaria – è stato garantito da un mutuo contratto con la Cassa di Risparmio di Lucca Pisa Livorno di 6 milioni di euro, da contributi del Piuss regionale (Piano integrato di sviluppo urbano sostenibile) per un milione e 800mila euro, da un secondo mutuo da 2 milioni e 250mila per l’acquisto dell’edificio e da un milione e 350mila euro provenienti dalla dismissione della vecchia sede dell’Asp in zona Bicchio.

Il contributo della Fondazione Crl – che si è fatta carico degli interessi sul mutuo da 6 milioni di euro, lungo l’arco di 13 anni - è molto importante, perché esso consente di non gravare oneri finanziari sul bilancio d’esercizio della gestione. «Il sostegno a questa iniziativa – ha commentato in proposito il presidente della Fondazione Arturo Lattanzi – è il frutto di un ascolto attento dei bisogni del territorio e conferma il forte impegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca in ambito sociale e, in particolare, nel settore dell’assistenza agli anziani. Il progetto dell’Asp ha contribuito a migliorare un servizio che è diventato negli ultimi anni sempre più prezioso, dato che sta aumentando il numero di persone anziane bisognose di essere seguite da personale qualificato in strutture spe-

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cializzate. Ma l’intervento si arricchisce di significati anche alla luce dell’importante opera di restauro che ha consentito di restituire all’uso pubblico un bene che da sempre appartiene alla comunità viareggina. E anche in questo si compie pienamente la missione della Fondazione». Il 4 aprile del 2008 è iniziata dunque la fase di progettazione, che si è conclusa nel giugno del 2009 con l’approvazione del progetto esecutivo, opera dell’architetto e ingegnere Francesco Tomassi. Nel settembre dello stesso anno i lavori di costruzione sono stati appaltati al Consorzio stabile Impromed, che ha incaricato dell’esecuzione la ditta Cinquegrana srl. Il 26 settembre del 2012 la struttura è stata così inaugurata ufficialmente. «Si tratta – spiega il direttore di Asp Marco Franciosi – di una data simbolica: il 26 settembre del 1920 venne infatti inaugurato il vecchio ospedale cittadino, voluto con forza dalla collettività viareggina. L’Asp e il Comune hanno voluto così sottolineare la continuità tra la vicenda dell’ospedale civico e la nuova struttura sanitaria nata dal recupero di una parte importante del vecchio ‘Tabarracci’. Con questa operazione infatti si sono colti due risultati: si è data risposta a una crescente domanda di assistenza specialistica per gli anziani non autosufficienti ed è stata recuperata un’area di pregio della città e una struttura storica come il ‘Tabarracci’, percepita da sempre come un patrimonio della collettività viareggina». Ma ai gestori di Asp non basta aver tirato su le mura e arredato stanze e spazi comuni. Si tratta adesso di far funzionare al meglio la Residenza, perché essa non sia soltanto – ci si perdoni la brutalità dell’espressione – un luogo di ‘parcheggio’ per anziani dei quali la società non ha più bisogno. Ecco dunque la promozione immediata di iniziative di animazione e di cultura in grado di favorire quell’invecchiamento attivo teorizzato dalla scienza e perseguito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità a vantaggio della terza e quarta età. La Rsa Tabarracci di Viareggio ha così stretto subito i legami con il territorio. Nella primaveraestate del 2013 sono state stipulate conven-

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RESIDENZA SANITARIA ASSISTENZIALE GIUSEPPE TABARRACCI

zioni con Avo (Associazione volontari ospedalieri) e Auser (Autogestione servizi) per iniziative di animazione e assistenza all’interno della struttura. È stato inoltre varato un ciclo di incontri culturali estivi dedicati agli ospiti della Rsa, alle loro famiglie e alla cittadinanza. La stipula delle convenzioni con Avo e Auser ha consentito di aumentare la qualità della vita degli ospiti della casa di riposo. Per incrementare ulteriormente i rapporti con la città, Asp ha messo in cantiere una serie di incontri culturali che si sono svolti tra luglio e settembre 2013 all’interno della Residenza sanitaria, su temi legati a Viareggio. Si tratta di appuntamenti dedicati al teatro dialettale, al rapporto tra Viareggio e il cinema, alla musica lirica. Il 26 settembre è stato presentato inoltre un volume di ricerca storica che ripercorre le vicende

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dell’Ospedale Tabarracci, finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca. Nei progetti di Asp il ciclo proseguirà anche nel periodo invernale e primaverile, fino a diventare un appuntamento fisso – almeno mensile – per coinvolgere sempre di più gli anziani ricoverati e anche gli abitanti di Viareggio, mentre saranno potenziate le iniziative di intrattenimento rivolte agli ospiti. Tutto questo, sempre in nome del principio dell’invecchiamento attivo, che rimane una meta fondamentale per i gestori della Rsa, insieme alla prestazioni di assistenza e di cura. L’obiettivo di Asp, spiega ancora il direttore Marco Franciosi, è adesso quello di incrementare le presenze ‘a convenzione’, garantendo sia un ricovero confortevole in una zona pregiata della città ad anziani viareggini, sia una

gestione economica della struttura, dove oggi lavorano una ventina di addetti della Cooperativa Di Vittorio, sotto il diretto controllo di gestione dell’Asp. La struttura, compatibilmente con le esigenze di buon funzionamento dei servizi, è aperta all’esterno: parenti, volontari, e più in generale alla città. Il modello organizzativo e gestionale realizzato è in sintonia con quello, ‘unico’, già sperimentato per il settore della refezione scolastica, cioè una gestione dove alcuni segmenti di attività vengono gestiti in forma diretta, attuando sinergie con gli altri settori aziendali. Quelli specialistici, invece, sono dati in appalto. L’Asp con il suo settore dei servizi sociali, coordinato dalla dottoressa Michela Cordoni, ha il contatto diretto con gli utenti e dirige la struttura.

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FCRL SANITÀ IN VERSILIA

Leggeri e tecnologici: ecco i nuovi ferri dell’ospedale «Versilia»

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erri nuovi in sala operatoria. La Asl 12, infatti, prima in Toscana, provvederà al graduale rinnovo della dotazione chirurgica. Una scelta che si rende necessaria, visti gli oltre 15mila interventi l’anno con una crescita delle operazioni nel 2013 rispetto all’anno precedente. Attrezzi che, in alcuni casi, risalgono a oltre dieci anni fa, vecchi per usura e tecnologia. E così, grazie al contributo di 200mila euro erogato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, che si aggiunge ai 70mila stanziati dall’Asl 12, l’azienda sanitaria ha cominciato a rinnovarli: già terminato l’inventario, prima della fine dell’anno 2013 sono arrivati i primi attrezzi e nel corso dei prossimi mesi continuerà l’operazione, tanto delicata quanto fondamentale. «In sala operatoria con qualità e sicurezza»: ecco il nome del progetto, per il quale è stata sottoscritta una convenzione apposita. È il dottor Massimo Cecchi, diret-

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tore dell’area chirurgica del «Versilia», a coordinare la sostituzione: lo staff versiliese, infatti, ha compiuto una prima spedizione in Germania, vagliando 133 marchi di ferri chirurgici. Un primo step per una sostituzione che sarà progressiva, dando priorità agli strumenti più usurati. «Si tratta di una piccola rivoluzione anche dal punto di vista metodologico – racconta il dottor Cecchi – Questo perché la ditta tedesca realizza set di peso più ridotto e di tipologia standard per tutte le specialità: avremo quindi attrezzi più leggeri e apparecchiature che modificheranno la gestione della sala operatoria. Per questo è necessario un periodo di formazione per gli operatori sanitari

interessati». Molto soddisfatto dell’intervento anche il direttore generale dell’azienda sanitaria, Asl 12, Brunero Baldacchini che spiega come la convenzione con i fornitori «si prolungherà negli anni includendo anche manutenzione e assistenza sul materiale: il costo totale di tutta questa operazione sfiora un milione di euro». Un passaggio necessario, che conferma il ruolo della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca nella sanità pubblica versiliese. «Dal 2007 ad oggi – sottolinea il presidente Lattanzi – abbiamo erogato quasi 9 milioni di euro per la sanità, una parte consistente è stata destinata alla Versilia: per l’ex Tabarracci, per la Croce Bianca di Querceta, per la Fondazione Tiamo e per molti altri progetti. Purtroppo le esigenze sono aumentate anche a fronte delle maggiori difficoltà degli enti pubblici, ma noi continueremo a garantire la nostra collaborazione».

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L’eccellenza oculistica passa dal nuovo microscopio operatorio

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icroscopio operatorio di ultima generazione per l’oculistica dell’ospedale «Versilia». Un investimento di circa 190mila euro, possibile grazie al supporto della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, per migliorare ulteriormente le prestazioni del reparto diretto dal dottor Andrea Vento, fiore all’occhiello tra i tanti dell’Asl 12. Il microscopio è stato montato al soffitto, riducendo così il numero di fili elettrici stesi a terra e rendendo più agibile il passaggio nella zona dei macchinari e del personale durante le varie fasi operatorie. Un microscopio di ultima generazione, si diceva. Dotato di ottiche Zeiss che rendono la visione dei particolari dell’occhio (organo di piccole dimensioni) molto nitida e di ottima qualità. Gli accessori inseriti all’interno dello strumento e la pedaliera wireless permettono di ridurre i tempi chirurgici, soprattutto per gli interventi che prevedono il passaggio dal segmento anteriore (ad esempio cataratta o cornea) a quello posteriore (retina). È in dotazione anche un software (Callisto) che prevede, con un semplice tasto, l’inserimento nell’oculare dell’operatore di un’immagine, grazie alla quale possono essere impiantate lenti intraoculari che permettono di vedere da lontano e da vicino senza occhiale e di correggere astigmatismi elevati. Con l’utilizzo dello Iol master, infine, è possibile calcolare con precisione il potere delle lenti che vengono impiantate durante l’intervento di cataratta: i dati ottenuti con questo strumento, infatti, possono essere inseriti nel software del microscopio. Per migliorare i risultati, viste le numerose possibilità di impiego dello strumento, è stato coinvolto anche il personale, con un corso di formazione a cui hanno partecipato cinque medici e dieci infermieri, fra reparto e sala operatoria. I risultati, d’altronde, sono già sotto gli occhi di tutti. I primi interventi effettuati hanno permesso di abbreviare, in sicurezza, i tempi chirurgici e quindi di aumentarne il numero, con conseguente beneficio (e riduzione) per la lista d’attesa.

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Cuore, nuovi farmaci sperimentali e pazienti anziani

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oftware modernissimo capace di individuare ogni minima situazione anomala, comparando anche esami vecchi e nuovi. Si chiama Dicom cardiologico ed è lo strumento che l’Asl 12 ha potuto acquistare anche grazie al contributo, da 60mila euro, della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca (i restanti 73mila euro saranno messi a disposizione dalla Asl). L’impegno dell’Ente di San Micheletto, poi, si è incentrato nei mesi scorsi anche sul progetto «E io avrò cura di te»: per la sperimentazione in Italia di un farmaco rivoluzionario che garantisce risultati positivi nei soggetti affetti da sindrome di Rett. A dicembre 2013, ha spiegato il neuropsichiatra infantile, Giorgio Pini, è stato somministrato il ciclo di trattamenti all’ultima delle bambine coinvolte nel progetto. Bambina, non a caso: perché questa malattia

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genetica è solo femminile e colpisce un caso su 10mila. «Contrariamente a quanto la medicina riteneva in passato – ha raccontato il dottor Pini – abbiamo scoperto che è una sindrome reversibile: i dieci pazienti provenienti da tutta Italia che hanno iniziato il trattamento hanno riscontrato risultati positivi. In alcuni casi solo sull’attenzione, in altri addirittura sull’apprendimento». Geriatria più tecnologica: un nuovo programma informatico consente la gestione dei

pazienti anziani dell’ospedale «Versilia». Lo hanno annunciato prima della fine dell’anno, il direttore della medicina generale, Paola Lambelet e il responsabile di geriatria, Stefano Fascelti. Grazie a un cofinanziamento di 135mila euro della Fondazione Carilucca, infatti, è stato acquistato un programma che cataloga e rende disponibili in ogni momento le informazioni cliniche di centinaia di pazienti anziani. Informazioni che saranno consultabili dall’ospedale e dai distretti sanitari, permettendo così a medici e a infermieri di avere il quadro clinico sempre sotto controllo e disponibile in tempi rapidi, senza dover telefonare o aspettare i fogli via fax. «Lo chiedevamo da anni», ha sospirato la dottoressa Lambelet, rendendo così chiaro a tutti come l’intervento fosse atteso dalla comunità e come sarà risolutivo dell’organizzazione funzionale dell’ospedale stesso.

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in breve dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca

La Fondazione CRL premiata per il restauro del San Francesco La Fondazione

Cassa di Risparmio di Lucca ha ricevuto il primo premio del concorso «La Fabbrica nel Paesaggio», indetto dal Club UNESCO di Foligno e della Valle del Clitunno, per il restauro del Complesso di San Francesco. La Fondazione, la cui candidatura è stata proposta dal Club UNESCO Lucca, si è confrontata nell’ambito di una selezione rivolta a imprenditori, amministrazioni e istituzioni che hanno attivato iniziative e progetti dimostrando una particolare sensibilità nei confronti del Paesaggio. Un importante riconoscimento per il lavoro svolto dalla Fondazione, che ha ottenuto una menzione speciale per «aver rinnovato una storia lunga nove secoli con il restauro attento e qualificato di un complesso conventuale, che rappresenta la concreta realizzazione di educazione al paesaggio e al rispetto dell’ambiente urbano».

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La Fondazione CRL finanzierà i progetti per la scuola 2.0 Sarà la Fondazione Cassa

di Risparmio di Lucca a sostenere i progetti che l’Ufficio Scolastico Regionale realizzerà in Toscana per promuovere l’utilizzo delle nuove tecnologie informatiche applicate ai più aggiornati strumenti didattici e di apprendimento e supportare così il processo di innovazione all’interno del sistema scolastico. Oltre a sostenere i progetti concordati sotto gli aspetti logistici, economici e professionali, la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca potrà anche proporre specifiche iniziative corrispondenti alle finalità indicate nel Piano Nazionale Scuole Digitali. È questo, in buona sostanza, il contenuto del protocollo sottoscritto dal rappresentante dell’Ufficio scolastico regionale, Claudio Bacaloni, e dal presidente della Fondazione Cr Lucca, Arturo Lattanzi. Teatro non casuale dell’accordo è stata la chiesa di San Francesco, nella giornata di apertura di futurText, il primo festival internazionale dedicato appunto ai nuovi stili, alle nuove metodologie educative e alle nuove prospettive di apprendimento e insegnamento.

Nuovi finanziamenti per l’abbazia di Badia Pozzeveri Dopo il finanziamento della Fonda-

zione Cassa di Risparmio di Lucca, il Comune di Altopascio riceverà 420 mila euro dalla Regione, destinati al recupero dell’abbazia di Badia Pozzeveri, che il Comune di Altopascio ha ottenuto dalla Curia in diritto di superficie per 50 anni. Il contributo della Regione dunque si aggiunge a quello già stanziato dalla Fondazione, che ammonta a 280.000 euro. Obiettivi sono la creazione di una foresteria e di un centro di documentazione della via Francigena in questo sito di grande interesse che è inoltre interessato da una campagna di scavi eseguita dall’equipe di paleopatologia dell’Università di Pisa coordinati dal professor Gino Fornaciari. Il restyling della struttura, che era ormai in uno stato di abbandono, ha incontrato un consenso generale anche grazie ai risultati della campagna di scavi che ha attratto l’interesse delle tv nordamericane e trovato visibilità con l’articolo pubblicato dalla prestigiosa rivista Science. Gli scavi, resi possibili proprio grazie al sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e del Comune di Altopascio, hanno permesso di portare alla luce i resti dell’antico chiostro abbaziale, risalente alla fine dell’XI secolo, e la facciata della originaria chiesa romanica di San Pietro, oltre a reperti di varia natura. In particolare le analisi sui resti umani hanno permesso al professor Fornaciari di effettuare studi sulle patologie che hanno afflitto questi altopascesi dei secoli passati e quindi realizzare un excursus su oltre mille anni di malattie.

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IN BREVE DALLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA

Entro il 2014 riaprirà la Pieve di San Martino alla Cappella Potrebbe essere riaperta

entro la fine dell’anno la Pieve di San Martino alla Cappella, famosa per il rosone attribuito a Michelangelo. All’importante contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca infatti si aggiunge quello della Fondazione Mite Giannetti D’Angiolo di Azzano. Da due anni i comitati per la «Salvaguardia della Pieve» e «Salviamo la chiesa di Michelangelo» hanno iniziato a collaborare col parroco don Hermes Luppi per evitare che l’edificio crolli e manca di fatto poco al raggiungimento della cifra di 520mila euro necessari per i lavori di recupero, 150mila dei quali già stanziati dalla Fondazione Cassa Risparmio di Lucca. Si tratta di un significativo progetto di riqualificazione e restauro che beneficia anche del sostegno della Conferenza Episcopale Italiana e dell’Arcidiocesi di Pisa. Questi nuovi fondi consentiranno di proseguire i lavori che entro la fine dell’anno dovrebbero concludersi, in modo da raggiungere il consolidamento della struttura e la sua progressiva riapertura alla comunità Napolitano consegna la targa all’Associazione Musicale Lucchese Prestigioso riconosci-

mento conferito dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano all’Associazione Musicale Lucchese. L’associazione, che è sostenuta con impegno e convinzione dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, celebra al meglio il suo cinquantesimo anniversario con una targa che certifica l’importanza del prezioso servizio culturale reso alla città e al territorio. Riconoscimento che va ad aggiungersi al patrocinio del Ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo e alla collaborazione con Rai Radio Tre, il canale della cultura e della musica classica per eccellenza in Italia, che ha concesso all’AML la media partnership per la grande qualità espressa nei suoi progetti. Il presidente dell’Associazione, Marcello Parducci, ha accolto con emozione ed entusiasmo la notizia dell’attribuzione della targa, dicendosi molto «onorato»: un ottimo auspicio per il 2014 «che ci vedrà impegnati in una stagione cameristica invernale di prestigio». L’AML, nata nel 1964 e da sempre impegnata nella promozione delle eccellenze musicali lucchesi, prosegue dunque con un nuovo slancio la propria linea culturale che ha portato a 50 anni di attività ininterrotta, caratterizzata da più di 1400 concerti e manifestazioni e dalla progettazione di stagioni musicali di livello internazionale.

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Al via il primo seminario UiBi su scuola e nuove tecnologie Col seminario «La scuola

Una nuova scuola d’infanzia per San Romano Lavori completati per la scuola ma-

dopo le nuove tecnologie» si è aperto il ciclo di incontri per docenti promossi in San Micheletto da UiBi, il ‘contenitore’ nato per volere della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca con l’obiettivo di formare gli insegnanti alle teorie e agli strumenti utili ad una didattica aggiornata ed efficace. Dando seguito al protocollo d’intesa firmato nel dicembre 2013 con l’Ufficio scolastico regionale toscano, UiBi ha dunque avviato un piano di formazione dei docenti che, attraverso corsi della durata di un giorno, potranno aggiornare le proprie metodologie didattiche e comunicative, affrontando un percorso di perfezionamento e crescita professionale. Il seminario del 21 gennaio, tenuto dal professor Pier Cesare Rivoltella, docente di Tecnologie dell’istruzione e dell’apprendimento presso l’Università Cattolica di Milano, rappresenta l’ideale punto di partenza di un nutrito programma di incontri che vedranno lo staff di UiBi collaborare, tra gli altri, con l’Università di Firenze e con la Apple Italia.

terna di San Romano in Garfagnana. La nuova struttura, costruita con tecniche innovative e secondo le più moderne norme antisismiche, ha beneficiato di contributi statali e regionali ed è stata realizzata anche grazie allo stanziamento di 180.000 euro da parte della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca. Il contributo della Fondazione rientra nel più ampio piano di interventi che interessano molti istituti della Garfagnana, e più in generale di tutta la provincia di Lucca, per i quali sono stati stanziati 20 milioni di euro nei prossimi tre anni. Oltre alla costruzione ex novo di edifici scolastici all’avanguardia sono previste ristrutturazioni ed adeguamenti delle strutture esistenti alle normative vigenti in fatto di sicurezza e agibilità. «I ragazzi avranno a disposizione un ambiente ben attrezzato, colorato, e antisismico» ha dichiarato il sindaco di San Romano, Pier Romano Mariani, che ha espresso tutta la sua soddisfazione sottolineando come sia fondamentale «specialmente in una terra sismica come la Garfagnana, garantire la sicurezza degli edifici, a maggiore ragione se si tratta delle scuole».

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Premio Rotary Giacomo Puccini Il Rotary

Club di Lucca e la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, d’intesa con il Centro studi GIACOMO PUCCINI, bandiscono il «Premio Rotary Giacomo Puccini Ricerca», di 10.000 euro, da assegnarsi ad uno studioso che intenda svolgere ricerche di argomento pucciniano. Le ricerche dovranno concludersi con la presentazione di uno studio monografico, che potrà essere pubblicato dal Centro studi GIACOMO PUCCINI.

Le domande devono pervenire alla sede del Centro studi GIACOMO PUCCINI entro il 31 maggio 2014.

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IN BREVE DALLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA

Dalla Fondazione Crl 50.000 euro ai «poveri vecchi» di Viareggio È di 50.000 euro

Alla Casa del boia un centro multimediale sulla Via Francigena Nuova vita per l’ex Casa

del Boia. Al termine degli interventi di restauro e riqualificazione, in fase di realizzazione grazie alla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, diventerà un centro multimediale dedicato alla Via Francigena. Questa nuova destinazione sarà possibile grazie al finanziamento concesso dalla Regione Toscana, pari a 900 mila euro, nell’ambito del Piano Operativo della Via Francigena 2012-2014. Si inserisce in questo percorso la volontà di dedicare alla Via Francigena un luogo strategico di Lucca e in particolare delle Mura Urbane: un ambiente deputato all’accoglienza turistica e alla divulgazione culturale, che incontri le esigenze del turista/pellegrino in linea con le politiche della Regione Toscana per la valorizzazione di questo storico asse viario. Le Mura sono dunque l’elemento centrale di un programma integrato per lo sviluppo e la promozione della filiera turistico-culturale su tutto il territorio, che vede nel cammino della Francigena il fulcro di un percorso di valorizzazione e troverà nella Casa del Boia una stazione di sosta polifunzionale. Proseguono i lavori anche all’ex canile del Baluardo San Salvatore, sempre nell’ambito del progetto di riqualificazione previsto dal Comune di Lucca e dalla Fondazione Cassa di Risparmio. Questa struttura, in stretto rapporto con il Museo che sorgerà nella Casa del Boia, ospiterà un centro di informazione sull’ospitalità lucchese e la Francigena tutta, dotato sia di personale, sia di supporti che permetteranno al visitatore di costruirsi il suo viaggio in libertà. L’ex Canile inoltre potrà rappresentare, con le opportune dotazioni, punto di appoggio per le attività sportive da praticare sulle Mura.

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il contributo elargito dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca per superare l’emergenza finanziaria della Casa di Riposo «Sacro Cuore di Gesù» di Viareggio. Nato nel 1920 sul terreno del vecchio cimitero cittadino, questo centro, noto anche come «Poveri Vecchi», fu fondato per accogliere gli anziani in difficoltà. L’istituto, che fin dall’inizio ha sostenuto le proprie attività grazie alle offerte dei viareggini, è adesso gestito da un’associazione di volontariato ONLUS, che ha per scopo statutario l’assistenza materiale e morale di persone anziane che si trovano in stato di indigenza. L’erogazione di questo contributo fa seguito ad un preciso impegno che la Fondazione, attraverso il suo presidente Arturo Lattanzi, aveva assunto già nel settembre 2013. Impegno che conferma, nel quadro dell’attuale congiuntura sociale ed economica, l’attenzione della Fondazione nei confronti delle categorie più deboli, che la crisi ha colpito in maniera più significativa. È dunque considerato strategico indirizzare le iniziative di sostegno verso istituti, come quello del Sacro Cuore, che, per tradizione, impegno e dedizione, vengono riconosciuti in tutto il territorio come punti di rifermento per l’accoglienza, la solidarietà e il valore sociale. I «Poveri Vecchi» sono una delle realtà più care ai viareggini proprio per aver consolidato il proprio ruolo nell’ambito dell’assistenza agli anziani: una missione che negli ultimi anni ha più volte rischiato di essere messa in predicato dalle sempre maggiori spese di gestione e dalle crescenti necessità di adeguamento delle strutture.

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Un libro per ricordare Tommaso Fanfani È

stato presentato nella Sala dei Convegni del Complesso di San Micheletto il volume Studi in ricordo di Tommaso Fanfani alla presenza dei curatori dell’opera: Marcello Berti, Alberto Bianchi, Giuseppe Conti, Daniela Manetti, Michèle Merger e Valeria Pinchera. Tommaso Fanfani, scomparso nel 2011, è stato Presidente della Fondazione Piaggio di Pontedera, creatore dell’Archivio Storico e del Museo Piaggio, docente universitario, autore di numerose monografie e di saggi storici ed economici, per alcuni anni coordinatore dei Master in Finanza promossi dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, di cui era socio, in collaborazione con l’Università di Pisa. L’opera raccoglie i saggi che i professori di storia economica di tutte le università italiane, gli allievi e gli amici hanno voluto dedicare a Tommaso Fanfani. Un modo per ricordare, evitando che vada perduta, la sua lezione, fondamentale per il territorio su cui operava e, per l’Italia intera, una risorsa straordinaria nel campo dell’economia e del sociale.

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Lavoro, inclusione e sviluppo locale: un percorso per la lotta alla disoccupazione

Casermetta San Pietro, approvato il progetto di recupero Approvato dal Comune di

Si chiama «Lavoro, inclusione, sviluppo locale» il nuovo progetto per contrastare la disoccupazione realizzato da Comune, Provincia e Caritas diocesana. Il percorso, mirato all’inserimento lavorativo dei giovani e degli adulti che vivono situazioni di disagio, si attuerà grazie allo stanziamento di 160mila euro da parte della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e prevede stage, tirocini formativi retribuiti per giovani e adulti oltre a concrete azioni di supporto per persone over 40 inoccupate. La capacità di includere le istituzioni e le realtà più rappresentative del territorio costituisce il vero valore aggiunto di questa iniziativa che si basa sul coinvolgimento e la condivisione degli obbiettivi. Solo attraverso la nascita di tavoli territoriali sarà possibile innovare le politiche e sperimentare nuovi metodi di intervento per affrontare il drammatico problema della disoccupazione con le sue dinamiche di impoverimento sempre più profonde e diffuse. Nel futuro si prevedono incontri con i rappresentanti delle istituzioni, delle realtà imprenditoriali, associative, del mondo della cooperazione e della Camera di Commercio, nella concreta speranza di attuare un circuito virtuoso in grado non solo di dare concreto supporto ma pure di proporre adeguate soluzioni per arginare una delle ferite più profonde della nostra società.

Lucca il piano per la ristrutturazione e il consolidamento della casermetta San Pietro, nell’ambito del processo di riqualificazione delle Mura Urbane sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca. È proprio la Fondazione, con un contributo complessivo di 350 mila euro, a finanziare questo progetto, che, oltre al rifacimento completo del tetto e al consolidamento della struttura, prevede la realizzazione della pavimentazione al primo piano, dell’impianto elettrico e un complessivo miglioramento dal punto di vista sismico. Come ha sottolineato il Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, Arturo Lattanzi, si tratta dell’ennesima tappa di un percorso, «una grande operazione che vede enti pubblici e privati ‘fare sistema’, secondo un modello virtuoso in grado di fornire risposte adeguate alle attese della comunità e imprimere una spinta al rilancio dell’economia e del lavoro. Oltre, naturalmente, a proteggere e valorizzare un bene-simbolo per la città e per il mondo».

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Un archivio storico dedicato a Mario Seghieri Sorgerà all’interno

Nuovi interventi per l’area archeologica di Massaciuccoli Riguar-

dei locali della ex Fondazione Pellegrini Carmignani, il nuovo archivio intitolato alla memoria di Mario Seghieri. L’intervento, finanziato dal Comune di Montecarlo con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, ha consentito la creazione di un ambiente chiamato ad ospitare i documenti e i testi fondanti la storia del territorio e della comunità montecarlese, consultabili da oggi grazie a moderne postazioni per gli utenti. Fu proprio lo stesso Seghieri, studioso della storia di Montecarlo, a inventariare analiticamente, tra 1967 e 1981, documenti e testi fino al 1970 per un totale di 1641 pezzi, ponendo le basi per l’impegnativo lavoro di allestimento che ha recentemente coinvolto concittadini esperti di archivistica affinché lo spazio sia perfettamente aderente alle necessità ed ai materiali conservati. Garantiti tutti gli standard di sicurezza come il sistema antincendio e un deumidificatore a soffitto in grado di mantenere gli adeguati livelli di umidità indispensabili alla buona conservazione del materiale catalogato. «Il nuovo archivio storico rappresenta il luogo sacro della nostra memoria» ha sottolineato il sindaco di Montecarlo Vittorio Fantozzi, che ha salutato con soddisfazione i risultati di un percorso orientato a favorire la fruizione e la conoscenza senza trascurare le regole della tutela e della corretta conservazione del patrimonio storico di un’intera comunità.

derà principalmente la sostituzione della tensostruttura posta a protezione degli scavi l’intervento previsto nell’area archeologica di Massaciuccoli, che verrà realizzato grazie ai fondi provenienti dalla Regione Toscana e dalla Soprintendenza per i beni archeologici della Toscana, cui si è aggiunto un decisivo contributo di 280.000 euro da parte della Fondazione CRL. L’area circostante il lago di Massaciuccoli accoglie oggi una delle più importanti realtà archeologiche della Provincia, con le sue evidenze risalenti al periodo etrusco e romano, tra le quali spiccano il sito della cosiddetta Villa dei Venulei e una bellissima area termale. Un patrimonio inestimabile della Versilia interessato dunque da un significativo intervento che, oltre alla costruzione di una nuova struttura protettiva, prevede anche il restauro delle murature antiche, la creazione di percorsi di visita e camminamenti all’interno delle strutture romane oltre ad una generale sistemazione per un sensibile miglioramento degli accessi agli scavi.

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Periodico della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca Autorizzazione del Tribunale in corso

Finito di stampare nel mese di febbraio 2014 da Tipografia Tommasi Referenze fotografiche: Archivio fotografico Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, Archivio fotografico Publied Editore in Lucca, Sarah Binotto, Carlo Cantini, Croce Verde di Lucca, Foto Alcide, Lucio Ghilardi, Luca Lupi

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piega costola

RIVISTA DELLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA

SAN FRANCESCO – IMT – EDILIZIA SCOLASTICA – MURA DI LUCCA – PALAZZO BOCCELLA – SANITÀ IN VERSILIA

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