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RIVISTA DELLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA
SAN FRANCESCO – IMITATIO ROMÆ – LA BOHÈME RITROVATA – LA VIA DELLA CARTA – SOLIDARIETÀ piega costola
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Editoriale Intervista ad Arturo Lattanzi La Fondazione, la memoria e 1668 scudi Il Complesso di San Francesco Il progetto del restauro: un’esperienza esemplare Da Elisa Baciocchi alla Fondazione Cr Lucca. Il processo di riqualificazione del settore orientale della città Una storia lunga nove secoli La storia nella terra Scoperta la tomba di Ilaria del Carretto Le sepolture dei Guinigi Nella Cappella Santa Lucia il sepolcreto dei Guinigi Romano Silva Un volume per ricordare lo studioso lucchese Una professione di interdisciplinarietà Una vita segnata da generosa passione e rigore scientifico La bohème ritrovata Un autografo inedito riscrive la storia dell’opera di Giacomo Puccini La via della carta in Toscana Un progetto di turismo culturale La carta a Lucca: una storia che viene da lontano Resistere alla povertà «Credito di solidarietà» per chi si trova in difficoltà economica Farsi prossimi: resistere alla povertà in tempi di crisi Innovazione scolastica Nasce UiBi il social network per le scuole della provincia di Lucca Fortezza di Verrucole L’intervento di restauro e recupero di un bene storico-architettonico Verrucole: storia di una fortezza Flash In breve dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca
FCRL MAGAZINE 2|2012 Marcello Bertocchini direttore Marcello Petrozziello direttore responsabile Comitato di redazione Giorgio Tori Marcello Bertocchini Marcello Petrozziello
hanno collaborato a questo numero Gilberto Bedini, Giulio Ciampoltrini, Nadia Davini, Stefano Dini, Gabriele Donati, Giacomo Fedi, Gino Fornaciari, Iacopo Lazzareschi Cervelli, Franco Mungai, Marco Paoli, Gianclaudio Papasogli Tacca, Alessandro Petrini, Flavia Piccinni, Donatella Turri consulenza editoriale: Publied – Editore in Lucca progetto grafico ed impaginazione: Marco Riccucci
© 2012, Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca
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EDITORIALE Abbiamo voluto dedicare questo numero di FCRL Magazine alla chiesa di San Francesco, o meglio, alle opere che la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca sta realizzando per restituire all’utilizzo pubblico questo imponente complesso conventuale. L’impegno della Fondazione è stato notevole, e non solo in termini economici. Un impegno ampiamente giustificato dagli obiettivi dell’intervento: da un lato, contribuire alla riqualificazione della zona est della città, troppo a lungo dimenticata e degradata; dall’altro, consegnare a Imt Alti Studi Lucca il suo Campus, la sua residenza. Imt, mi piace ricordarlo, riassume in sé tutta una serie di elementi sui quali si fonda la ricchezza del nostro territorio e, per estensione, del nostro Paese: in particolare, il sapere e la capacità di progettare e realizzare attraverso il sapere. Imt alimenta questa ricchezza e rappresenta il luogo in cui il sapere e l’abilità di produrre soluzioni tecniche permettono di risolvere i problemi e di promuovere progetti innovativi, consentendo al nostro sistema socio-economico di essere competitivo.
Marcello Bertocchini Direttore FCRLMAGAZINE
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I N T E R V I S TA A D
a cura di Flavia Piccinni
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ARTURO LATTANZI La Fondazione, la memoria e 1668 scudi
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el 1960, quando i suoi genitori avevano il tipico negozio di paese – un negozio dove si vendeva di tutto: dalla scopa al baccalà –, Arturo Lattanzi accompagnava a Lucca sua madre con la ‘Seicento’. Andavano a Borgo Giannotti, per la crusca e gli articoli per la casa, e dopo in Piazza Anfiteatro per comprare il vimini da Agostino Manni. Andavano in quella Lucca che adesso non c’è più, ma di cui a volte Lattanzi ritrova qualche traccia fra i vicoli e le piazze: «C’è un odore tipico. È un odore che ti ricorda qualcosa, ma allo stesso tempo è sempre attuale. Un odore che c’era e che c’è ancora, e che a volte ritrovo davanti alla bottega di Prospero in Via Santa Lucia». Mentre dice così, sorride appena.
Ormai sono passati più di cinquant’anni da quando Arturo Lattanzi si lasciava alle spalle Nazzano – frazione con poche case a una manciata di chilometri da Carrara, dove è nato e cresciuto insieme a un fratello e due sorelle – e costeggiava il mare, attraversava la Versilia e arrivava finalmente a Lucca. Sono passati cinquant’anni, ma nei suoi ricordi tutto deve essere preciso e nitido come me lo racconta, incominciando dall’esame a ragioneria e dall’assunzione al Credito Italiano. «Mi diplomai il 17 luglio 1955 e il primo agosto ero già in banca. Dovetti rinunciare a un viaggio negli Stati Uniti di un mese, anche se era tutto pagato, perché in casa avevano bisogno di quattrini» spiega, con la voce che si fa orgogliosa e ha un accento indecifrabile, un miscuglio di carrarino e di lucchese addomesticato. Inizia proprio così la sua carriera: la promozione a funzionario del 1968, la laurea in economia e commercio a Pisa, il trasferimento a Viareggio e il ruolo di vicedirettore, e poi Roma, dove nel 1974 diventa condirettore di filiale del Credito Italiano in Via del Corso, a Largo Chigi. Nel 1976 Lattanzi viene promosso direttore a Cuneo, ma alla fine del 1977 arriva la svolta. «Ero in attesa di un trasferimento – racconta –. Sarei potuto diventare direttore di filiale a Bolzano o vicedirettore a Torino. La
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professione stava andando bene. Tramite degli amici di Viareggio seppi che a Lucca stavano cercando un vicedirettore addetto agli affari, per lo sviluppo e la clientela. La banca era la Cassa di Risparmio di Lucca e in una splendida giornata di sole del settembre 1977 partii da Cuneo per incontrare il presidente, l’Ingegnere Sodini». L’incontro gli cambia la vita: Lattanzi nel 1978 torna a Lucca, nella città dove andava a comprare la crusca e il vimini nemmeno vent’anni prima, come vicedirettore alla Cassa di Risparmio e dopo pochi anni, nel 1983, viene nominato direttore generale. «Lo rimasi fino al 1997, quando decisi di lasciare: ero amministratore delegato di Casse del Tirreno e direttore generale della Cassa di Risparmio di Lucca, e non mi sembrava opportuno ricoprire entrambi i ruoli» commenta. Inizia così l’avventura della privatizzazione della Cassa di Risparmio, che lo porta prima a diventare amministratore delegato della Banca Federale Europea Spa, e poi di Reti Bancarie Spa. Il legame con Lucca però non si spezza, e nel 2009 Lattanzi – dopo aver prestato la sua consulenza nello studio del figlio – viene nominato vicepresidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, di cui diventa presidente dopo la morte di Giovanni Cattani nell’aprile 2011. Quando gli chiedo come sono i cambiati i suoi ritmi con la presidenza, solleva un po’ le spalle; poi, scandendo bene le parole, esordisce con un gentile «Mi sembra che lavoro di più. Ancora di più». Non è una sorpresa, visto il fermento all’interno della Fondazione. «All’inizio non credevo che fosse così impegnativo, ma sbagliavo. Lavoro tanto, e mi auguro di farlo bene. Le difficoltà sono numerose: dobbiamo infatti amministrare un patrimonio fortunatamente consistente, che a oggi sfiora 1miliardo e 200milioni di euro. Il nostro problema è farlo fruttare perché soltanto in questo modo possiamo erogare fondi a favore del territorio» spiega. Guardo la sua lunga scrivania sulla quale, oltre il computer e un telefono, ci sono diverse
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cartelline e alcuni fogli. Dalla finestra filtra una luce pallida, invernale, che restituisce una patina d’attesa alle parole. «La Fondazione è nata nel 1991, quando la legge Amato ha scisso la Cassa di Risparmio – che era un’associazione – in proprietà e proprietario. La Fondazione si è così trovata proprietaria di una banca, che poi, per legge, è stata obbligata a vendere: il ricavato è diventato il patrimonio di cui ci occupiamo. Fino a poco tempo fa questo era investito, anche se in varie forme come obbligazioni, titoli di Stato e azioni, quasi esclusivamente nella finanza. Attualmente puntiamo ad una diversificazione ancora più completa, cercando di distribuire l’impiego del patrimonio in più settori ed in misura tale da non compromettere la gestione e l’andamento complessivo, non dimenticando mai quanto affermato dal nostro statuto ed esplicitato nella legge Amato: le fondazioni devono amministrare il loro patrimonio per preservarne il valore economico al fine di poter erogare contributi. Se impegnassimo tutti i nostri beni in immobili di pregio senza adeguata redditività non assolveremmo al nostro scopo. Allo scopo per cui siamo stati creati. E non riusciremmo, in un anno difficile come questo, a distribuire sul territorio, proprio come abbiamo fatto nel 2012, ben 26 milioni di euro senza intaccare le riserve» spiega. Mi sembra di avere davanti una bilancia con due bracci che cerca l’equilibrio: un rebus economico di vitale importanza per Lucca e la sua provincia. «Amministrare tutto – continua Lattanzi – è molto complesso, e non è un caso che perfino il mondo delle fondazioni in questo momento stia attraversando un periodo difficile. Il nostro problema è evidente: dobbiamo gestire al meglio il patrimonio per essere in grado di effettuare programmi triennali e quadriennali, e poi rispettarli». Rispettare programmi che comprendono i 28 milioni di euro per tre progetti strategici, come è accaduto per il quadriennio 2012-2015, non deve essere facile. Anche se l’obiettivo finale riguarda progetti importanti come il restauro e la valorizzazione delle Mura di Lucca, un nuovo ponte sul
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Serchio e un programma di ammodernamento degli edifici scolastici. Anche se si lavora per il bene comune: nel 2011, i 24 milioni di euro erogati hanno infatti dato vita a 776 progetti per oltre 470 beneficiari, restituendo ossigeno puro a Lucca e al suo territorio. La domanda, pur nella sua ingenuità, diventa allora una e soltanto una: ma è più difficile amministrare tutto o scegliere i progetti da finanziare? Lattanzi mi guarda bonario, forse cerca le parole giuste per spiegare questo concetto complesso che porta alla moltiplicazione dei pani e a dare linfa vitale alla provincia. Osservandolo, mentre si ferma un attimo a riflettere, mi viene in mente Joseph Joubert quando affermava che «cercando le parole si trovano i pensieri». È così anche per chi ascolta, e appena Lattanzi ricomincia a parlare qualcosa cambia: è come se anche dentro di me si aprisse una Fondazione fatta di mille stanze, e dentro ogni stanza ci fosse un progetto o un’iniziativa che aspetta, che spera, di venire finanziata. «Certamente, se non avessimo fondi non potremmo mai ottenere i risultati che ci siamo prefissi. Ma anche l’erogazione è una fase delicata e complessa. C’è sempre il rischio di sbagliare ritenendo più meritevole un progetto anziché un altro. Il ruolo della Fondazione non è quello di funzionare da bancomat, ma di comportarsi in modo proattivo sul territorio andando a individuare, con l’aiuto di specifiche reti territoriali, come e cosa finanziare seguendo e anticipando i bisogni più sentiti». Negli anni sono stati numerosissimi i progetti portati avanti dalla Fondazione, e non basterebbero dieci mani per contarli. Fra i più recenti c’è l’housing sociale che, a fronte di un finanziamento di 9 milioni di euro della Cassa di Risparmio, ha dato la possibilità a più di 80 famiglie disagiate di prendere in affitto degli alloggi con tutti i comfort a canone calmierato. C’è anche il microcredito per far fronte a situazioni di emergenza con finanziamenti che possono arrivare fino a dieci mila euro ciascuno, ed è impossibile non ricordare l’instancabile lavoro di restauro e messa in
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sicurezza delle Chiese di Lucca e della provincia. «Negli anni – sottolinea Lattanzi – abbiamo restituito alla città lo splendido volto di San Romano, della Chiesa di San Frediano e del Duomo. Lucca ha ben 132 chiese, una ricchezza inestinguibile di cui anche la Fondazione si prende cura». Non posso fare a meno di pensare che tutto sia cominciato con un capitale di 1668 scudi lucchesi, corrispondenti al valore di 139 azioni di 12 scudi ciascuna, versati a fondo perduto dai 119 Soci Fondatori. Non riesco a pensare che tutto sia cominciato nel 1835 – esattamente 178 anni fa – con Carlo Lodovico di Borbone Duca di Lucca che approvò con motu-proprio la Cassa di Risparmio, nata con fini di beneficienza grazie a dei cittadini privati, e il suo statuto. Non posso credere che quello che quasi duecento anni fa è stato fatto per il territorio sia ancora qui, preservato e utilissimo, a fare da polmone alla città e che adesso – quasi un’ideale linea del tempo sfiorasse tutto ciò che riguarda Lucca – si prenderà cura delle Mura, di cui a ottobre ricorrerà il cinquecentenario, con un finanziamento di 7 milioni di euro. «Il nostro compito è quello di accelerare la ristrutturazione, partendo da quegli elementi come la casa del boia o il paramento esterno che necessitano di interventi tempestivi» commenta Lattanzi, e d’improvviso mi viene in mente Alice nel paese delle meraviglie, scritto esattamente trent’anni dopo la fondazione della Cassa di Risparmio. Lewis Carrol diceva «badate al senso, e le parole andranno a posto per conto proprio». Non so perché ci ripenso proprio adesso, mentre Lattanzi si muove svelto e meticoloso nel dizionario della Fondazione, dove ogni lemma corrisponde a un finanziamento: lo splendido restauro di Casa Puccini a Lucca, gli interventi relativi al centenario di Pascoli, e poi numerosissimi, infiniti dettagli che punteggiano il nostro territorio e ne ricordano la memoria. Impossibile non ricordare allora il Complesso di San Francesco, che sarà la sede dell’Istituto Alti Studi IMT, supportato fin dalla nascita
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servizio fotografico foto alcide lucca
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dalla Fondazione. Con i suoi meravigliosi portici, San Francesco ha visto la Fondazione coinvolta in prima persona tanto nell’acquisizione degli spazi comunali che versavano in pessime condizioni, quanto nel processo di restauro. «L’intervento complessivo supererà i 25 milioni di euro mettendo in moto un circolo virtuoso che restituirà alla città uno splendido spazio, ma anche offrendo lavoro alle imprese locali» chiarisce Lattanzi. Così, Lattanzi inanella una serie di parole chiave che mi guidano nel cuore della Fondazione. Perché se «cercando le parole si trovano i pensieri» è anche vero che ogni parola custodisce una suggestione. E allora ecco i bisogni del territorio, la necessità di portare sviluppo, il ruolo sussidiario ma non sostitutivo che tante volte ho incontrato consultando il bilancio della Fondazione ed esaminandone la storia. All’inizio ero titubante, mi domandavo come potesse un ente con un patrimonio così immenso riuscire a dare senza subire alcun contrappasso. «È la collaborazione» mi ha spiegato Lattanzi. «Ci preoccupiamo di dare continuità a tutto ciò che facciamo». Mentre lo guardo, in questo studio elegante e di basso profilo, con questa enorme
scrivania di noce che ci divide, Arturo Lattanzi – che ama scherzare dicendo «sono a Lucca soltanto da trentacinque anni» e afferma sicuro che «se l’Italia assomigliasse un po’ più a Lucca sarebbe migliore» – mi sembra il più lucchese di tutti i lucchesi che ho conosciuto: rigoroso e sobrio come ama descrivere la Fondazione di cui è presidente, schivo e riservato come la città in cui ha scelto di vivere, con il pallino per rispettare la parola data e un’idea, quella del fare sistema, che attraversa tutto ciò che dice e che si declina nel cercare di affrontare qualsiasi cosa immaginando e valutando tutti i possibili risvolti: quelli culturali, ambientali, sociali e ovviamente economici. «Quando si fa il mio lavoro, non si può dimenticare niente» conclude, allungandomi la mano. Non si possono dimenticare i numeri – che equivalgono a scuole rimesse a norma, a meravigliosi conventi restituiti alla città, a luoghi e memorie recuperati – proprio come non si possono scordare le parole, e la storia. E allora sembra proprio che quel sogno di 119 Soci Fondatori, che quasi duecento anni fa misero insieme 1668 scudi immaginando di fare beneficienza, non si sia ancora esaurito. Sia anzi più saldo e rigoglioso che mai.
Flavia Piccinni, nata a Taranto ventisei anni fa, ha trascorso l’adolescenza a Lucca. Nel 2005 ha vinto il Premio Campiello Giovani. Ha curato due antologie, e pubblicato i romanzi Adesso tienimi (Fazi, 2007) e Lo sbaglio (Rizzoli, 2011). Collabora con numerosi giornali e Radio3 Rai. Il suo ultimo libro è il saggio di ’ndrangheta La mala vita (Sperling&Kupfer, 2012).
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IL COMPLESSO DI
SAN FRANCESCO Il progetto del restauro: un’esperienza esemplare
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l recupero degli spazi urbani inutilizzati e dei monumenti abbandonati dalle originarie funzioni è una delle sfide più interessanti e complesse di fronte alle quali si trovano oggi le nostre città. A Lucca gli interventi per l’insediamento dell’istituzione universitaria IMT Alti studi possono ragionevolmente essere considerati come esperienza esemplare di inserimento di nuove funzioni culturali compatibili nel tessuto storico cittadino; un’occasione ‘colta’, frutto della proficua sinergia tra Comune, Fondazione Cassa di Risparmio e Soprintendenza per i Beni Architettonici. Il restauro del Convento di San Francesco andrà a completare il campus ‘urbano’ di IMT, aggiungendosi a Biblioteca, e uffici amministrativi già realizzati nel vicino complesso di San Ponziano. Il percorso progettuale ha avuto inizio nel 2005, con un primo studio di fattibilità che ha verificato la compatibilità tra le funzioni richieste dal campus universitario, le caratteristiche tipologiche degli spazi conventuali e le necessità di conservazione delle strutture architettoniche e dell’apparato decorativo. Il convento, che si estende su di una superficie di circa 12.000 mq di cui più della metà costituita da spazi a verde, ha una organizzazione compatta, basata sulla successione di tre chiostri e di un cortile, che con la chiara geometria su base quadrata organizzano su due livelli tutto il complesso e diventano il filo conduttore anche dello sviluppo progettuale. A piano terra i porticati, in parte chiusi con diaframmi in cristallo, distribuiranno attorno ai giardini i percorsi pubblici che attraversano il convento e quelli che collegano gli spazi dell’istituto universitario; al piano primo gli ampi deambulatori, con interventi di allestimento, sono trasformati in spazi studio, di diverso taglio per le diverse esigenze dei ricercatori e connettono le celle trasformate in uffici per docenti e studiosi; che, compresa la struttura all’interno della biblioteca di San Ponziano, potranno accogliere fino a 180 tra docenti e ricercatori di vario livello. L’impianto architettonico connette gli spazi del convento con varie destinazioni, tutti restaurati
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Stefano Dini e Franco Mungai
La Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca sta completando un imponente progetto di restauro e di adeguamento funzionale del Complesso Conventuale di San Francesco, acquistato dal Comune di Lucca per 4,7 milioni di euro e destinato a diventare sede del Campus universitario di IMT Alti studi Lucca. L’investimento complessivo, interamente a carico della Fondazione, è di circa 30 milioni.
e restituiti alle nuove funzioni: nella Cappella Guinigi è stata allestita l’aula magna per 120 posti a sedere, con dotazioni impiantistiche estremamente complete e possibilità, nel caso di particolari eventi, di riportarla ad un assetto museale, rimettendo in vista le lapidi della famiglia Guinigi. L’ex biblioteca, il refettorio, la chiesa di San Franceschetto, e la Sagrestia vecchia sono state allestite a sale studio e spazi meeting variamente attrezzate per le diverse esigenze di ricerca. La ‘Ca nova’, antico deposito di grano e prodotti alimentari, è stata destinata a mensa ristorante e spazi di aggregazione. Nella porzione nord del complesso, sul cortile e sul giardino interno, unici spazi aperti di esclusiva fruizione per la scuola, si concentrano gli spazi per la residenza, poco più di cento posti letto, suddivisi in camere doppie e singole e mini appartamenti per i docenti, con relativi servizi e spazi di incontro. L’intervento assumerà valenze anche dal punto di vista del recupero urbano in quanto parte dei percorsi dei chiostri saranno aperti al pubblico e connetteranno direttamente piazza San Francesco con il Giardino degli Osservanti e il parcheggio Mazzini. La fase di intervento è iniziata con il rilievo architettonico e una accurata analisi delle condizioni di degrado, della consistenza e dell’epoca di tutte le parti del convento. Sulla base delle conoscenze acquisite sono state tracciate le linee guida per l’intervento di restauro e di riuso dei diversi spazi per le nuove funzioni previste. In questa fase è risultata particolarmente complessa la messa a punto dello schema distributivo generale: l’impianto conventuale è stato riletto in modo da proporre una soluzione progettuale rispondente alle necessità di IMT, ma compatibile con l’architettura storica. In particolare si è ricercato il recupero delle spazialità e delle percorrenze del convento e l’originaria organizzazione interna degli edifici. Definita questa prima fase il complesso è stato convenzionalmente suddiviso in quattordici unità minime di intervento, che hanno avuto approfondimenti progettuali paralleli ma cronologicamente diversi, in modo da procedere contemporaneamente e senza soluzione di continuità
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con approfondimenti analitici, definizione degli obiettivi, dei progetti e dei lavori, con notevole riduzione dei tempi di realizzazione. Il cantiere di restauro ha preso avvio con una estesa campagna di scavi archeologici e saggi stratigrafici; ne sono stati eseguiti oltre 5.000 sulle strutture murarie e soffitti che hanno riportato alla luce frammenti di apparati decorativi di grande pregio che si sono succeduti nei secoli. Con le nuove conoscenze attraverso un continuo processo dialettico con la competente Soprintendenza per i Beni Architettonici sono stati messi a punto i progetti e definite le scelte di intervento che hanno portato al restauro delle varie porzioni del convento. La valorizzazione dei frammenti recuperabili ha permesso di caratterizzare gli spazi interni che si sviluppano come variazioni sul tema, rendendo il percorso all’interno del monumento un viaggio attraverso la sua stessa storia. Attualmente si sta procedendo al completamento del complesso intervento di miglioramento sismico e al restauro delle coperture della chiesa di San Francesco. È in fase avanzata il restauro degli apparati decorativi, del coro e di tutti gli arredi. È ancora da definire, invece, la dotazione impiantistica, che permetterà di utilizzare lo spazio della chiesa per grandi eventi culturali. Alla fine dell’intervento il recupero dei due accessi originari del complesso, adiacenti alle chiese di San Francesco e di San Franceschetto si ricollocheranno sulla scena urbana della piazza come ingressi del percorso monumentale e della nuova istituzione per gli Alti studi, e questa doppia valenza sarà l’esplicitazione fisica del valore aggiunto che l’intervento ha prodotto per la ferma volontà dell’istituzione di far crescere la scuola ‘dentro’ il centro storico, quale occasione di recupero di spazi monumentali nel cuore della comunità lucchese.
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Da Elisa Baciocchi alla Fondazione Cr Lucca. Il processo di riqualificazione del settore orientale della città
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a porzione orientale di Lucca, che va dalla cintura dei fossi fino alle Mura è caratterizzata da una dimensione e una spazialità diversa rispetto ad altre parti della città. Qui l’assetto urbano è principalmente contrassegnato dalla presenza dei grandi complessi monasteriali e conventuali e dalle loro estese aree a corredo, originariamente a giardino e ad orto, connesse visivamente alle aree verdi e alle alberature delle Mura. È una zona che, fino ai primi anni dell’Ottocento, era rimasta sostanzialmente appartata, periferica rispetto alla città di formazione più antica, serrata e compatta nel suo tessuto edilizio stratificatosi sulla maglia stradale di matrice romana, qualificato da una forma diversa nella quale la presenza delle numerose e diversificate attività quotidiane rendeva la scena urbana più viva e frequentata. I cambiamenti avvenuti in quest’area e l’avvio del processo di riqualificazione si possono far risalire agli inizi dell’Ottocento quando gli interventi voluti da Elisa Baciocchi «offriranno l’occasione per pensare in maniera radicalmente nuova un intero settore della città e porre le basi per un vasto progetto completamente libero dai condizionamenti imposti dall’antico tessuto edilizio e soprattutto dai vincoli dovuti alla proprietà dei privati» (Mario Ferretti). Fu aperta una nuova porta nella cerchia cinque-seicentesca delle Mura (che nella cintura orientale non aveva aperture); fu avviato – ma non fu concluso – il nuovo disegno dell’ingresso in città all’interno della Porta Elisa, in forma di emiciclo con portici e arcate tuttora visibili sul lato meridionale della strada che prese, come la nuova Porta, il nome di via Elisa. Gli interventi comportarono la demolizione del Convento dei Cappuccini, che si trovava tra il monastero di San Ponziano e il complesso di San Micheletto, e avviarono una ingente opera di ristrutturazione urbanistica che si può sinteticamente riassumere rinviando all’esame di uno dei progetti che furono allestiti in quegli anni (vedi fig. 11). Quel processo di trasformazione avviato dalla prin2
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1. Vista della città dalla parte di levante. 2. Porzione orientale della città nella veduta assonometrica del 1669 (copia fedele dell’originale, realizzata da Renata Martini nel 1949 ed esposta nella «Sala della Seta» della CCIAA di Lucca). 3. Ricostruzione assonometrica del settore orientale della città con il Monastero di San Ponziano, il Convento dei Cappuccini e il Monastero di San Micheletto, prima degli interventi voluti da Elisa Baciocchi, realizzati nei primi anni dell’Ottocento. 4. Ricostruzione prospettica del paesaggio stradale con la chiesetta del convento dei Cappuccini; a destra il muro del monastero di San Micheletto.
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5. Il fianco settentrionale del monastero di San Micheletto (anni Settanta del secolo scorso) che delimitava l’antica via rappresentata nel disegno precedente. Si noti, nella fotografia, la configurazione del complesso monasteriale e della piazzetta prima dei recenti interventi di riqualificazione. 6. Il settore orientale della città nelle planimetrie catastali elaborate dal geometra Antonio Pelosi nel 1837-1838. Si noti la presenza delle estese aree a giardino e ad orto in continuità con la vegetazione delle Mura, ASLu, Catasto (Nuovo).
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DA ELISA BACIOCCHI ALLA FONDAZIONE CR LUCCA. IL PROCESSO DI RIQUALIFICAZIONE DEL SETTORE ORIENTALE DELLA CITTÀ
cipessa si interruppe per le note vicende connesse alla caduta dell’impero napoleonico, ma alcune sostanziali modifiche dell’area sono avvenute anche in epoche successive. Se ne citano alcune. Fra il 1881 e il 1892 fu realizzata la tramvia a vapore che dalla stazione ferroviaria di Lucca raggiungeva Ponte a Moriano, aggirando la città sul lato orientale interno alle Mura (l’opera comportò l’esecuzione di un nuovo «buco» nella cerchia murata nei pressi del laghetto dell’Orto Botanico) e suggerì il tracciato della via dei Bacchettoni che dopo la disattivazione del servizio di trasporto su ferro prese forma sul quel percorso. Nel 1925, lungo la nuova via servita dalla nuova porta San Jacopo, fu costruito, su progetto dell’ingegnere Virginio Paolinelli, il villino per l’industriale Giovanni Niemack (che nel 1878 aveva introdotto a Lucca la lavorazione del cotone greggio) e, nel 1930, poco più a sud del nuovo edificio, fu realizzato il maneggio coperto, poi utilizzato come palestra comunale, nota come «la Bacchettoni». Intorno alla metà degli anni Cinquanta, sempre nei pressi della porta San Iacopo, fu anche approvata una vera e propria lottizzazione edilizia all’interno delle Mura. Tutto il settore urbano orientale aveva lentamente assunto i caratteri di una periferia di città. Il convento di Santa Chiara (che sorgeva sull’angolo della piazza San Francesco, dov’è attualmente l’Ufficio del Genio Civile), nel 1892 fu ceduto da parte del Comune di Lucca alla Pia Casa di Beneficenza in cambio della prestigiosa villa dei Guinigi, che solo nel 1960 fu ceduta allo Stato per essere restaurata e destinata a Museo Nazionale. Il complesso conventuale di San Francesco venne adibito a caserma militare e negli antichi orti dei francescani stazionarono per tanti anni i carri armati. Dall’altra parte della via della Quarquonia si era localizzata la caserma dei Vigili del Fuoco. Se si fanno salvi gli interventi ottocenteschi voluti dalla principessa Elisa, che corrispondevano ad un preciso disegno di riorganizzazione funzionale della città e alla realizzazione di una nuova scenografia urbana, gli interventi che seguirono, come si è visto, non ebbero una analoga matrice culturale. Non perseguirono un obiettivo strategico generale che tenesse conto del delicato equilibrio tra la parti interne della città chiusa dalle Mura e delle relazioni con il contesto territoriale esterno, che nel contempo andava sviluppandosi. Si trattò di una serie di interventi tra loro non correlati, né funzionalmente né formalmente, che non tennero conto della qualità delle aree preesistenti, connotate dalla presenza delle estese zone verdi degli orti. Nel 1992, nel corso dei lavori per l’elaborazione del nuovo piano regolatore del centro storico di Lucca, venne posta all’attenzione degli amministratori, delle componenti economiche e produttive, delle forze sociali e sindacali una ipotesi di intervento fondato sull’assunto che il centro storico di Lucca dovesse considerasi come un’isola – in ragione dei suoi caratteri storici, urbanistici e architettonici sostanzial6
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mente diversi dal resto del territorio – e che all’isola fosse necessario approdare per assicurare i necessari parcheggi per gli abitanti e per chi dovesse usufruire dei servizi che la città antica offriva – e che continua ad offrire –, nonché per gli esercizi commerciali e per ogni altra attività economica ed amministrativa. I principali punti di approdo all’isola (che si caratterizzava altresì per la sua dimensione pedonale) furono individuati nelle porzioni orientali e occidentali della città (nell’area compresa tra la via del Fosso e le Mura e nell’area del piazzale Verdi e San Donato, dalla Manifattura alle vecchie Stanze Mortuarie). Due aree con grandi complessi architettonici, con le strutture conventuali e le loro ampie aree verdi, nonché opifici e magazzini che occupavano le aree periferiche della città antica, rimaste racchiuse nell’ultima cerchia muraria. In queste zone si sarebbero dovuti concentrare una serie di interventi e di funzioni direzionali, culturali, di servizio tali da potere consentire di attivare interventi nelle parti più interne del tessuto urbano che ha connotazione più spiccatamente residenziale e commerciale. Tale piano non fu mai approvato, ma di fatto, oggi possiamo riscontrare che una serie di interventi, sostanzialmente ispirati a quelle ipotesi, sono stati attuati o sono in corso di
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realizzazione. Non è il caso di riproporre i temi del PIUSS che riguardano l’area occidentale. L’oggetto di queste note e riflessioni riguarda il settore orientale della città dove una serie coordinata di interventi, in gran parte dovuti alle intelligenti scelte e ai proficui e ingenti finanziamenti della Fondazione Cassa di Risparmio, ha dato nuovo impulso alla ristrutturazione dei grandi complessi architettonici esistenti e alle azioni di recupero di grandi contenitori urbani, di estese superfici e di notevoli volumetrie, che erano sostanzialmente abbandonate, suggerendo, al contempo, contenuti nuovi per l’uso della città e per la sua crescita economica e culturale. Tali interventi ripropongono di fatto un concetto e una visione di città sostenuta da studiosi di chiara fama: «la vera città moderna è ancora la città antica, intelligentemente usata, attrezzata, recuperata» (Francesco Guerrieri). I PROGRAMMI E NUOVI INTERVENTI PER LA CITTÀ REALIZZATI DALLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA
I programmi e nuovi interventi per la città realizzati dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca hanno una matrice iniziale comune; non sono da vedere a sé stanti, ma come elementi che compongono un quadro complessivo di ampio valore, anche se realizzati in vari periodi, in rapporto all’impiego delle risorse finanziarie disponibili e accuratamente programmati. Sono componenti di un progetto organico, fedele ad una valida idea originaria. Sono interventi che hanno ricadute positive sulla città in vari settori economici e
incidenti nello sviluppo complessivo della comunità lucchese. I grandi complessi conventuali dell’area orientale quali il San Micheletto, parte del complesso immobiliare e la chiesa di San Ponziano, il convento di San Francesco e le loro aree di pertinenza sono stati tutti recuperati (o sono in corso i lavori) per il loro nuovo uso prevalentemente orientato e destinato a funzioni culturali, di ricerca e di studio. Si vedano il Centro studi-Fondazione Licia e Carlo Ludovico Ragghianti (con ampie sale riservate a conferenze, eventi espositivi, aule e biblioteche) e l’IMT Istituto di Alti studi di Lucca (un istituto a ordinamento speciale inserito nel sistema universitario italiano) che si struttura al tempo stesso come Graduate School, come Institute of Technology e come Institute for Advanced Studies. Per ampliarne le dotazioni e le superfici necessarie alle varie attività suddette sono in corso ulteriori interventi per il riuso del convento di San Francesco. Opere tutte finanziate dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca che si sommano e si integrano ad altre come quelle che hanno portato alla realizzazione di un grande parcheggio interrato di servizio alla città, nelle aree degli antichi orti del convento e al possibile recupero della vecchia palestra vicina alla passeggiata delle Mura, della ‘Casa del boia’ e dell’ex canile sul baluardo ‘il Salvatore’.
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7. Planimetria delle principali trasformazioni avvenute nel settore orientale della città dall’Ottocento ad oggi (in colore più intenso gli interventi realizzati dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca). 1 Percorso della tramvia a vapore Lucca – Ponte a Moriano (fine del XIX secolo). 2 Area dell’Orto Botanico (1820) realizzato nella zona denominata «Piaggia Romana», dove si faceva «il Gioco del Calcio». 3 Il complesso monumentale della chiesa e del monastero di San Micheletto. Nel 1972 la Cassa di Risparmio di Lucca acquistò il complesso, già convento clausura, in parte occupato da aule della succursale dell’Istituto Tecnico Industriale «Enrico Fermi». L’immobile venne successivamente destinato, in parte, a sede della Fondazione Ragghianti (1979 e segg.) e poi anche a sede della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca (1998 e segg.) 4 Apertura della Porta Elisa (inaugurata nel 1811) che comportò anche la realizzazione della via Elisa (1812 e segg.) e delle altre sistemazioni connesse: palazzo Froussard, oggi Sodini; casa Matteucci; ecc. 5 Adeguamento funzionale della chiesa di San Ponziano ad uso biblioteca dell’IMT e restauro di una parte del complesso monumentale, precedentemente occupato dall’Istituto Musicale Luigi Boccherini, destinato a sede amministrativa dell’IMT (2004-2005). 6 Aree del monastero di San Ponziano che nell’Ottocento erano destinate all’educandato femminile voluto da Elisa Baciocchi. Nel 1941-1942 il complesso architettonico venne destinato a scuola media Giosuè Carducci e, in parte a sede dell’Istituto Musicale Luigi Boccherini. 7 Area dell’antico convento di Santa Chiara poi demolito per la costruzione dell’Ufficio del Genio Civile (1960 e segg.). 8 Area della villa Guinigi, ceduta dal Comune allo Stato, per la realizzazione del Museo Nazionale (1960). 9 Area degli orti del convento di San Francesco (ex Caserma Mazzini) oggetto di recupero e riqualificazione ad uso parco pubblico e parcheggio interrato (2006 e segg.). 10 Porzione del convento di San Francesco (denominato «La Stecca») oggetto di recupero e riqualificazione per essere destinato a residenza universitaria e altre attività connesse, compresa la ristorazione (2006-2008). 11 Complesso monumentale della chiesa e del convento di San Francesco oggetto di restauro e di risanamento edilizio (intervento in corso, con conclusione prevista nel 2013). 12 Maneggio Coperto (realizzato nel 1930), poi palestra comunale, in attesa di recupero per nuove destinazioni d’uso. 13 Villino Niemack (costruito all’inzio del XX secolo per l’industriale Giovanni Niemack) destinato a nuova sede della Croce Rossa Italiana (lavori completati nell’anno 2009). 14 Area di lottizzazione edilizia degli anni Cinquanta del secolo scorso.
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Il restauro del monastero di San Micheletto Il restauro del monastero di San Micheletto è il primo degli interventi di riqualificazione condotti nel settore orientale della città e nota ai cittadini di Lucca e agli ospiti italiani e stranieri. Il complesso architettonico fu acquistato dalla Cassa di Risparmio di Lucca nel 1972. La frequentazione del complesso, in ragione degli eventi e delle manifestazioni culturali che qui hanno luogo, ma anche per le attività quotidiane della Fondazione Cassa di Risparmio e della Fondazione Ragghianti – che qui hanno la loro sede –, oltre alla presenza delle aule di lezione dell’IMT e le sale della biblioteca Ragghianti, hanno fatto si che il grande complesso architettonico, da convento di clausura sorto in un’area appartata della città, sia diventato parte organica e vitale della città stessa. La biblioteca nella chiesa di San Ponziano La realizzazione dell’intervento nella chiesa di San Ponziano ha creato un nuovo spazio: «uno spazio inatteso» – come è stato appropriatamente definito da Saverio Pisaniello – che si rivela come «una cristallinea casa della cultura» intessendo un nuovo rapporto tra il linguaggio tecnologico contemporaneo e lo spazio interno della chiesa. L’intervento, non ha mutato l’assetto esteriore dell’edificio e non interferisce con i segni della scena urbana di questa parte della città, già rivisitata nell’Ottocento. Fa eccezione l’addizione funzionale del «giardino d’inverno», realizzato con una struttura in acciaio e vetro che copre, ma lascia in vista, il cortiletto sul fianco meridionale del complesso monumentale, che peraltro, come detto, non si intromette nella prospettiva di via Elisa.
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8. Gli orti del monastero di San Micheletto, prima degli interventi di restauro del complesso monumentale (fotografia degli anni Settanta del secolo scorso). 9. Vedute assonometriche del complesso monumentale di San Micheletto con vista da ponente (9a) e da levante (9b). 10. Planimetria della città allegata alla Guida di Lucca di Enrico Ridolfi del 1899. Si noti il tracciato della tramvia a vapore Lucca-Ponte a Moriano che, una volta disattivata, permise la realizzazione della via dei Bacchettoni. 11. Planimetria di progetto relativa alla sistemazione del comparto urbano di via Elisa, 1812. 12. Veduta dell’orto del complesso di San Ponziano quando, nell’Ottocento, era utilizzato come educandato femminile.
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Un intervento coraggioso ed efficace, destinato allo sviluppo e all’attenzione della cultura in merito alle problematiche relative al recupero architettonico e alla riqualificazione formale e funzionale delle città antiche. Il restauro della «Stecca» e la ristrutturazione del complesso conventuale di San Francesco Il complesso conventuale di San Francesco ha avuto più fasi di intervento. Le prime realizzazioni sono state quelle relative alla ristrutturazione e riqualificazione del corpo di fabbrica definito «La Stecca» che ha restituito alla sua antica identità una parte del complesso monumentale, diventato uno spazio per lo studio, per la residenza universitaria e per i servizi di mensa a disposizione di IMT Alti studi Lucca. Un luogo deputato al rafforzamento delle relazioni tra IMT e la città di Lucca. Successivamente, nel 2011, la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ha acquistato l’intero complesso conventuale, già di proprietà del Comune di Lucca. Il progetto di restauro e di adeguamento funzionale ha richiesto un investimento di circa 20 milioni di euro, interamente a carico della Fondazione. L’intervento prevede tutte le opere e le dotazioni impiantistiche necessarie per il restauro e l’adeguamento funzionale del complesso conventuale per destinarlo a nuova sede del Campus universitario dell’Istituto Alti studi IMT. Una destinazione che prevede spazi residenziali, a completamento dell’intervento già realizzato nella porzione del complesso denominata «la Stecca», spazi per la didattica, zone di rappresentanza e per l’amministrazione oltre a superfici destinate ai vani tecnici e di servizio. Per quanto riguarda la chiesa di San Francesco gli interventi sono esclusivamente improntati al restauro e al risanamento conservativo e si attueranno in due fasi. Nella prima si provvederà al consolidamento strutturale complessivo, con particolare riferimento alla copertura ed al fianco sud; successivamente saranno eseguiti interventi di restauro e ricollocate tutte le opere d’arte e gli arredi
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13. Sezione longitudinale della chiesa di San Ponziano adibita a biblioteca dell’IMT. 14-15. Interno della chiesa di San Ponziano prima e al termine dei lavori. 16. Il «Giardino d’inverno» nel complesso monasteriale di San Ponziano 17-20. Gli interventi di restauro e di adeguamento al corpo di fabbrica denominato «La Stecca».
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21. Veduta della villa Niemack, dopo gli interventi di restauro eseguiti nel 2009 per la sua destinazione a sede della Croce Rossa Italiana.
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originali. Negli ambienti annessi all’abside della chiesa di San Francesco, in corrispondenza dell’accesso al Giardino degli Osservanti, sarà allestito un piccolo museo archeologico dove saranno esposti gli esiti della campagna di scavo. Gli spazi del Campus IMT Il progetto prevede una macrozonizzazione planimetrica: la residenza, con camere e appartamenti a completamento degli spazi già realizzati nella Stecca, sarà realizzata nella parte che si affaccia sul grande giardino a nord del complesso, mentre gli spazi per la didattica saranno organizzati attorno al primo
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e secondo chiostro e nel cortile. Una seconda organizzazione per livelli prevede la sistemazione a piano terra di tutti gli spazi di uso collettivo, quali l’aula magna, le sale per conferenze e seminari di studio, laboratori e aule; al piano primo troveranno posto gli uffici e parte della residenza, ed infine al piano secondo solo residenza. Si può affermare, in sintesi, che nell’arco di tempo di circa vent’anni, in questo settore della città, grazie agli investimenti della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, sono state attivate iniziative di rinnovo e di riqualificazione che hanno introdotto nuove funzioni e forme
architettoniche, recuperando i complessi conventuali che giacevano abbandonati e che meglio di altri complessi immobiliari si prestavano all’uso di attività tipiche della società d’oggi, connotando coerentemente alle forme della città antica, quella contemporanea. Possiamo solo augurarci che sia dato seguito ad ulteriori interventi che completino la revisione formale e funzionale di questo settore urbano. Si attendono soluzioni, ad esempio, per una configurazione diversa della piazza San Francesco e per la riqualificazione della via dei Bacchettoni e di tutte le aree che costituiscono il tessuto connettivo della porzione orientale della città murata.
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Gabriele Donati
Una storia lunga nove secoli
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econdo una tradizione seicentesca, san Francesco d’Assisi sarebbe appartenuto ad un ramo della famiglia lucchese dei Moriconi trapiantatosi anticamente in Umbria. Non stupisce, dunque, che nel suo testamento del 4 giugno 1700 il canonico Libertà Moriconi lasciasse ben centocinquanta scudi affinché venisse realizzata, per l’altare maggiore della chiesa lucchese di San Francesco, una lampada d’argento con le armi familiari e iscrizione di dedica a «divo Francisco de Moriconis». Si trattava, in ultima analisi, d’un tentativo di risarcire in qualche modo Lucca della mancata visita da parte del santo. Il medesimo Libertà, da buon erudito qual era, sapeva d’altronde che l’esistenza d’un insediamento dei francescani in Lucca risaliva al 10 aprile 1228, giorno in cui il cittadino Perfetto di Graziano aveva offerto a Goffredo da Castiglione, cardinale prete di San Marco, un pezzo di terra adibito ad orto con annessa capanna, affinché vi venissero erette una chiesa ed una casa ad uso dei frati minori. Tre mesi dopo, secondo quanto ci assicura una lettera dello stesso Goffredo al vescovo di Lucca (31 luglio 1228), i lavori di costruzione erano già iniziati, e la chiesa veniva detta dedicata a Santa Maria Maddalena – titolo che soltanto nel corso del Trecento venne progressivamente sostituito da quello in onore dell’Assisiate. L’area prescelta – nota con il toponimo di Fratta – era estesa all’esterno della cinta muraria duecentesca, ed era caratterizzata dalla presenza di rade costruzioni abitative e di servizio, frammezzate ad orti con vigneti e alberi da frutto. Grazie all’importante nucleo di pergamene conservate oggi presso l’Archivio di Stato di Lucca possiamo seguire nel dettaglio il susseguirsi delle donazioni ai francescani, così come anche gli acquisti da loro promossi. Il primitivo cantiere della chiesa di Santa Maria Maddalena era forse già concluso l’8 agosto 1232, quando Jacopo e Albertino del fu Rustico Guinigi concessero ai frati quattro braccia di terra «accanto alla casa della suddetta chiesa», verso oriente, evidentemente allo scopo di facilitare un ingrandi-
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mento delle strutture conventuali. Nel 1253 si ha la prima testimonianza di un operaio – cioè di un responsabile della fabbrica – della chiesa di Santa Maria Maddalena, nella persona di Anterminello di Rustichello Cornadore, ed è quindi verosimile che fossero in corso lavori di ampliamento e/o di ricostruzione del complesso, chiesa compresa. Nondimeno, l’unica indiscutibile prova documentaria che si stesse procedendo all’ingrandimento dell’edificio sacro risale al testamento di Ugolino Cardellini, in data 15 gennaio 1269, il quale lasciava quaranta lire «pro elevando ecclesiam fratrum minorum». Non ci rimangono, purtroppo, dati archivistici più precisi relativi alla costruzione dell’attuale chiesa: un sicuro termine ante quem è senz’altro quello del 10 giugno 1351, in cui il legnaiolo lucchese Buto del fu Buto prometteva di eseguire per la chiesa di Santa Maria della Rosa volte in legno a somiglianza di quelle già
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esistenti nelle cappelle absidali di San Francesco. L’esame di ulteriori indizi, epigrafici e materiali, induce comunque a credere che l’edificio sacro avesse già assunto le forme attuali allo scadere del XIII ovvero al principio del XIV secolo. La chiesa di San Francesco in Lucca, con la sua aula unica senza transetto e terminazione in tre cappelle absidali, corrisponde ad una tipologia da lungo tempo riconosciuta come peculiare dell’architettura mendicante – e soprattutto francescana – toscana del XIII e XIV secolo. Del tutto singolare è, però, la scelta per cui le due cappelle laterali non si aprono in una consueta parete piatta, bensì su pareti inclinate trasversalmente rispetto a quelle delle navate. Tradizionalmente, ma in maniera errata, l’erezione dell’intera parte absidale viene ritenuta risalente ad un intervento di Paolo Guinigi, signore della città dal 1400 al 1430. L’attuale conformazione della cappella
mediana, di pianta rettangolare, risale peraltro ad un ingrandimento del 1602-1603, allorché si decise di trasferirvi il coro ligneo che occupava lo spazio antistante all’altare maggiore (il coro oggi ivi presente non è tuttavia quello quattrocentesco originale, andato smarrito, bensì un manufatto proveniente dalla chiesa di Sant’Agostino). Ciò premesso, un ante quem alquanto stringente per la conclusione dei lavori è rappresentato dall’anno 1314 in cui l’arcighibellino Castruccio Castracani s’impadronì di Lucca, sconfiggendo e cacciando gli esponenti della parte guelfa che avevano sino ad allora governato la città: è infatti inverosimile che possa essere stato eretto dopo tale data il sepolcro pensile del cuore di Nino Visconti, il «Nino gentil» con cui Dante conversa in Purgatorio (VIII, 47-48), uno dei capi del guelfismo toscano scomparso l’11 gennaio 1298. Tale sepolcro, oggi gravemente frammentario, è innestato in alto nella parete
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UNA STORIA LUNGA NOVE SECOLI
destra della navata, presso l’apertura della relativa cappella absidale. Ulteriore conferma della datazione duecentesca della parte absidale dell’edificio è data dai bacini ceramici che ne ornano l’esterno, entro una croce sagomata nella muratura in laterizio. Se poi ci rivolgiamo all’analisi della facciata, prescindendo ovviamente dalla porzione superiore realizzata in epoca fascista, ci accorgiamo che i due avelli ai lati del portale maggiore sono pure duecenteschi: quello a sinistra, anzi, reca la data del 1249, e fu eretto in onore di Ricciardo Ricciardi; quello a destra, della famiglia Bettori, non riporta più una data leggibile, ma non sembra comunque di troppo posteriore al precedente. Sul fianco sinistro della chiesa, all’interno dell’attuale secondo chiostro, sta infine il sepolcro di Bonagiunta Tignosini, un arcosolio decorato da un affresco di Deodato Orlandi e datato 1274 – anche se il Tignosini scomparve soltanto nel 1286. Alla metà del Trecento risale l’erezione della cappella di Santa Lucia, voluta da Francesco di Bartolomeo Guinigi come luogo di sepoltura di tutti i membri della propria casata – due lastre terragne, una per gli esponenti maschili e l’altra per quelli femminili della famiglia, decorano a tutt’oggi l’interno dell’ambiente. Il legame dei Guinigi con il convento di San Francesco si era d’altronde consolidato fin dal XIII secolo. Purtroppo, il piccolo edificio sacro in laterizio ha avuto una storia alquanto travagliata, soprattutto a causa della soppressione ottocentesca del convento, allorché il suo orientamento venne invertito rispetto all’originale, mediante la tamponatura dell’ingresso verso il secondo chiostro e la realizzazione di una nuova facciatina tramite l’abbattimento della scarsella absidale (1869). Soltanto i recenti scavi e restauri hanno consentito di fare chiarezza su tale trasformazione, altrimenti caduta nel dimenticatoio. La cappella dei Guinigi non ebbe dunque mai una diretta connessione con il «palazzo dei Borghi», cioè con l’attuale Museo Nazionale di Villa Guinigi, eretto da Paolo Guinigi a partire dal 1413. Né si può credere, come talvolta sostenuto, che nella cappella trovasse mai alloggio il se-
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polcro di Ilaria del Carretto, capolavoro di Jacopo della Quercia, pensato per la Cattedrale – anche se sappiamo con certezza che i corpi della terza e quarta moglie di Paolo Guinigi vennero riposti proprio in Santa Lucia. Nell’anno 1454 il convento di San Francesco passò all’Osservanza francescana. L’evento, fortemente desiderato dalla cittadinanza, portò ad una rifioritura del complesso: sembra che l’erezione dell’attuale terzo chiostro spettasse alla volontà del primo guardiano osservante, il lucchese Paolo Iova, morto poi in odore di santità. Il legame del convento con le classi popolari lucchesi ci è reso evidente dal fatto che fu presso la chiesa che si radunò nel 1531 l’assembramento di artigiani del settore tessile destinato a dare vita al cosiddetto Tumulto degli Straccioni. D’altro canto in San Francesco non mancavano neppure sepolture di personalità di spicco, come il bel sepolcro del letterato Giovanni Guidiccioni, vescovo di
Fossombrone, scomparso a Lucca nel 1541. Gli altari della chiesa furono progressivamente rifatti nel corso del XVII secolo, e conservano ancora oggi l’assetto conferito loro in tale periodo. Un restauro del 1844 riportò invece le finestre della chiesa al loro verosimile aspetto primitivo, a foggia di bifore. Rispetto alla breve soppressione avvenuta durante il periodo napoleonico, ben più grave e dannosa fu quella avvenuta per opera del neoistituito Regno d’Italia a partire dal 1862: il convento fu trasformato in caserma e la chiesa in magazzino. A questo deplorevole stato delle cose si riuscì a porre rimedio soltanto al principio del Novecento, quando la chiesa fu riaperta al culto e i francescani si riappropriarono degli edifici conventuali (salvo la porzione denominata la ‘Stecca’, adibita a caserma fino al 1989). La definitiva partenza dei religiosi è fatto recente (2003).
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a sette anni un interminabile, affascinante piano sequenza ci sta portando, nel San Francesco, a vivere otto secoli di storia lucchese, nei segni lasciati nella terra. Come il percorso nell’Ermitage di San Pietroburgo diviene, nella straordinaria impresa cinematografica di Sokurov (Arca russa), un viaggio nella storia della Russia, così le immagini proposte in sequenza, con i tempi inevitabilmente lenti dello scavo, dalle stagioni trascorse dal 2005 al 2008 ad esplorare gli ‘Orti’ e poi – dal 2009 ai giorni nostri – a seguire con una minuziosa documentazione archeologica il recupero delle strutture conventuali – dapprima la ‘Stecca’, poi l’intero complesso – sono un itinerario fra muri sepolti, tombe, discariche che da ‘segni nella terra’ dell’istituzione francescana, dei suoi precedenti, della sua trasformazione ottocentesca, si trasformano in pagine della storia di Lucca. La sequenza prende avvio nel 2005, entrando nei ‘giardini sepolti’ del convento francescano del Seicento e del Settecento, disegnati dai lembi superstiti delle aiole ritrovate sotto le orme lasciate dalla caserma ottocentesca e dal parcheggio dei nostri anni e ricomposte grazie ai catasti e alle vedute contemporanee. La storia degli ‘Orti’ si intreccia con quella del sepolcreto esterno alla struttura conventuale, con le tombe individuali e con gli ossari disposti dal Cinquecento fino al Settecento nella fascia meridionale dello spazio verde del San Francesco, all’ombra dell’abside e del campanile. Dopo aver raggiunto i segni della recinzione medievale e degli ‘Orti degli Osservanti’, con la riorganizzazione degli spazi coltivabili voluta sul finire del Quattrocento con il rinnovamento della presenza francescana in Lucca, si arriva all’età romana, con l’inaspettato ritrovamento di una via di ghiaia del quadrettato di strade (kardines e decumani) tracciato in età augustea anche come base catastale per distribuire la piana di Lucca ai veterani di due legioni congedate dopo le guerre civili del 41-27 a.C. È da qui che si prosegue nei paesaggi di una vivace area del suburbio della Lucca romana
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perennemente in bilico fra sfruttamento agricolo, impianti metallurgici che trovano in quest’area un luogo compatibile con il pericolo del fuoco, e avversità ambientali: il regolare ordito augusteo è compromesso già nei primi anni del I secolo d.C. da catastrofiche alluvioni, alle quali si fa fronte con il rinnovamento dei fossi e del manto stradale. Ma è con il Basso Medioevo che Tracchiassi – come ora si chiama questa contrada – ritrova vita, con edifici rurali e le connesse aree a orto o vigna di cui lo scavo ci propone qualche immagine, e con il boom dell’edilizia dei primi del Duecento che fa di questo suburbio luogo per eccellenza di fornaci per laterizi; presto dismesse, tuttavia, perché grazie a una politica di donazioni e con acquisti mirati, dal secondo quarto del Duecento, i Francescani qui porranno la loro sede lucchese. L’area è coerente con le scelte urbanistiche delle fondazioni francescane: periferica
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rispetto al tessuto urbano, coperto da una consolidata rete di edifici ecclesiastici con cui evitare sovrapposizioni conflittuali – anche se presto i Francescani di Lucca dovranno fare questa esperienza per controversie legate ai diritti di sepoltura – ma in comoda relazione con la città e con il suo territorio. A Tracchiassi, infatti, si arriva dalla porta ‘minore’ che era stata prevista sul settore nord-orientale delle mura erette dal Comune pochi anni prima, fra 1200 e 1210 circa, alla Fratta; luogo già cruciale nella vita cittadina, se qui si era svolta la zuffa tra fazioni cittadine che aveva infine imposto la costruzione della nuova, mirabile cerchia di mura, indispensabile ad assicurare l’autonomia del comune e l’equilibrio tra le consorterie popolari (il populus) e le antiche aristocrazie, i milites. L’indagine condotta nella Stecca e poi – con ritmi e successione di immagini sempre più incalzanti – nei chiostri, a ridosso e infine
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nella stessa chiesa, tra 2010 e 2012, ha offerto nuove prospettive, riflesse nelle strutture sepolte e nelle stratificazioni che segnano la loro fine e la costruzione di nuove, dei volumi del complesso francescano delle origini, e della tumultuosa attività edilizia che in poco meno di un secolo portò – in particolare nella chiesa e nell’ala orientale, con la chiesa di Santa Lucia (‘cappella Guinigi’) ad un assetto assai simile all’attuale. Infine, ancora intrecciando le vicende delle strutture edilizie e degli spazi a verde, la ristrutturazione con gli Osservanti e il ruolo incisivo che il San Francesco svolge fra Quattrocento e Cinquecento nella società lucchese e nelle sue lotte intestine; il continuo adeguamento degli spazi dei chiostri imposto dalla vita del convento, fino al Settecento, e dai nuovi impieghi laici, dell’Ottocento e del Novecento: storie condensate – per dare qualche cifra – in più di 25.000 metri quadrati esplorati;
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1. Prospetto (parziale) del paramento esterno dell’area absidale della chiesa di San Francesco, dopo i saggi di scavo. 2. Tomba femminile quattrocentesca nella chiesa di Santa Lucia (cappella Guinigi): particolare con l’anello con diamante in situ, al dito della defunta. 3. Le casse sepolcrali dei Guinigi, nella chiesa di Santa Lucia (‘cappella Guinigi’); planimetria di una fase dello scavo degli ossari. 4. ‘Santacroce da 15’ con Volto Santo (post 1564), riutilizzato come medaglia devozionale, dagli ossari dei Guinigi. 5. La tomba ottocentesca di un sacerdote, nel chiostro della chiesa: veduta delle fasi di scavo (a-b) e particolare con i ‘segni della devozione’ (crocifisso, rosario) in situ (c). 6. I servizi da tavola del San Francesco fra Cinquecento e Settecento: le maioliche.
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30 gigabyte di dati di documentazione, fra relazioni, schede, planimetrie, fotografie; un migliaio di cassette colme di reperti. Non sono solo storie di terre e di muri: con le tombe che vanno dal Trecento all’Ottocento, con le sepolture della famiglia Guinigi in Santa Lucia, con la massa di ceramiche da mensa – in particolare dei servizi conventuali impiegati dal Quattrocento al Settecento – il piano sequenza dello scavo si affolla di Lucchesi di otto secoli, con i loro riti funebri e con i segni della devozione, con la quotidianità delle vesti e degli oggetti di ornamento personale, con le suppellettili della tavola e della cucina. L’impegno dello scavo, con la conclusione di un restauro che sta dando di nuovo un ruolo nodale nella vita cittadina al complesso eretto dai Francescani nel cuore del Duecento, si sta esaurendo: i migliori archeologi attivi a Lucca vi hanno trovato un’eccellente palestra per dar prova della loro professionalità.
Seppure una parte non marginale dei dati di scavo sia stata già presentata al pubblico, in mostre o con volumi, rimangono le fatiche – meno gratificanti di quello dello scavo – di trasformare i dati accumulati in elaborati pubblicamente disponibili, ai vari livelli di comunicazione, da quello prettamente scientifico alla presentazione museale. Un impegno che, come quello dello scavo, si è certi troverà il conforto della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, per aggiungere alle storie lucchesi affidate ai documenti, alle architetture, agli affreschi, quelle conservate dalla terra.
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Giulio Ciampoltrini è responsabile per la Soprintendenza Archeologica della campagna di scavi FCRLMAGAZINE 2|2012
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Scoperta la tomba di Ilaria del Carretto
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ono di Ilaria del Carretto i resti rinvenuti durante i lavori di ristrutturazione del complesso di San Francesco. A rivelarlo sono i primi risultati dello studio antropologico e paleopatologico delle sepolture ritrovate nella Cappella di S. Lucia - annessa al complesso di S. Francesco e utilizzata come cappella privata e funeraria dalla famiglia Guinigi studio che la Divisione di Paleopatologia dell’Università di Pisa sta conducendo, con il finanziamento della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e in accordo con la Soprintendenza Archeologica per la Toscana. La ricerca ha già permesso di ottenere informazioni nuove sull’aspetto fisico, sullo stile di vita e sulle malattie degli esponenti della famiglia Guinigi. Ma gli ultimi risultati potrebbero essere davvero sorprendenti. Secondo gli studiosi, infatti, le tre tombe femminili scoperte nell’ambito degli scavi archeologici potrebbero contenere i resti di altrettante mogli di Paolo Guinigi, che nel Quattrocento fu Capitano e Difensore del Popolo e Signore di Lucca: la prima moglie, l’adolescente Maria Caterina degli Antelminelli che, in base ai documenti, morì attorno ai 12 anni di età, forse di peste; la terza, Jacopa Trinci, dei signori di Foligno, che sposò Paolo Guinigi nel 1420 e morì nel 1422, dopo la seconda gravidanza. Ma, soprattutto, la seconda moglie, la più famosa: Ilaria del Carretto, morta dopo aver partorito la seconda figlia e per la quale il marito fece realizzare il celebre sarcofago, capolavoro di Jacopo della Quercia.
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Gino Fornaciari
Le sepolture dei Guinigi
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a Divisione di Paleopatologia dell’Università di Pisa sta conducendo, con il finanziamento della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e in accordo con la Soprintendenza Archeologica per la Toscana, lo studio antropologico e paleopatologico completo delle sepolture ritrovate nella Cappella di Santa Lucia, annessa al complesso di San Francesco, utilizzata come cappella privata e funeraria dalla famiglia Guinigi. Il progetto di studio, che segue il modello ormai collaudato per le serie dei Granduchi dei Medici di Firenze, dei della Rovere di Urbino e dei sovrani aragonesi di Napoli, ha già permesso di ottenere informazioni nuove sull’aspetto fisico, sullo stile di vita e sulle malattie degli esponenti di questa importante famiglia lucchese. Al momento attuale delle ricerche, sono state studiate tre sepolture in connessione, archeologicamente riferibili alla fase della prima metà del Quattrocento, e i resti scheletrici di una tomba plurima a cassone in muratura, utilizzata dai Guinigi come sepoltura di famiglia dal XIV secolo alla prima metà del XVII secolo. Nella tomba a cassone sono stati rinvenuti i resti scheletrici, non in connessione, di almeno 48 individui: 17 di sesso femminile, 11 di sesso maschile e 20 di sesso non determinabile. Sono presenti anche 5 bambini di età inferiore ai 13 anni e 4 adolescenti tra i 13 ei 19 anni, mentre 14 individui risultano deceduti tra i 20 e i 29 anni, 3 tra i 30 e i 39, 8 tra i 40 e i 49 ed un solo individuo ha superato i 50 anni. Si tratta di un profilo demografico con un’elevata mortalità giovanile, da ritenere comunque in armonia con un campione di popolazione pre-industriale. L’analisi paleonutrizionale isotopica degli individui della tomba a cassone, effettuata dal Centro di Ricerche Isotopiche per i Beni Culturali e Ambientali della seconda università
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LE SEPOLTURE DEI GUINIGI
di Napoli, ha rivelato un’alimentazione particolarmente ricca di proteine di origine animale, molto simile a quella dei Medici di Firenze e degli Aragonesi di Napoli. L’altissima incidenza di carie dentaria (64,3% dei denti), superiore a tutte le serie coeve di confronto, depone fortemente non solo per una dieta ricca di zuccheri cariogeni raffinati, ma anche per una predisposizione familiare alla malattia. Particolarmente interessanti sono risultate le tre tombe femminili. Tomba 2 Si tratta di una donna adulta di corporatura massiccia, ma con inserzioni muscolari poco sviluppate, di un’età antropologica compresa tra i 22 ed i 30 anni ed una statura di circa 167 cm, il cui bacino rivela pochi parti. Il profilo isotopico paleonutrizionale (15N e 13C) indica un tipo di alimentazione molto diversa da quella dei Guinigi del Cassone Nord, mentre l’isotopo 18O dei denti suggerisce un’origine non lucchese. Poiché a corredo della sepoltura è stata rinvenuta una bolla papale di Martino V, che regnò tra il 1417 ed il 1431, i resti scheletrici dovrebbero essere quelli di Jacopa Trinci, dei signori di Foligno, che sposò Paolo Guinigi nel 1420 e morì nel 1422, dopo la seconda gravidanza, dopo aver partorito una bambina. Tomba 3 Si tratta di un’adolescente di un’età antropologica compresa tra i 12 ed i 16 anni ed una statura di circa 160 cm. Il profilo isotopico paleonutrizionale (15N e 13C) indica un tipo di alimentazione uguale a quella dei Guinigi del Cassone Nord, mentre l’isotopo 18 O dei denti ne suggerisce l’origine lucchese. I dati ottenuti indicano una possibile identificazione con la prima moglie di Paolo Guinigi, Maria Caterina degli Antelminelli (+1400) che, in base ai documenti, morì
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proprio attorno ai 12 anni di età, forse di peste, la cui eventuale diagnosi sarà possibile con tecniche paleo-immunologiche e molecolari. Tomba 1 Si tratta di una donna adulta di corporatura piuttosto gracile, di un’età antropologica compresa tra i 20 ed i 27 anni ed una statura di circa 158 cm, con alcune alterazioni scheletriche (probabile sublussazione della testa del femore destro, asimmetria vertebrale da possibile scoliosi, esiti di frattura della clavicola destra). Il profilo isotopico paleonutrizionale (15N e 13C) indica un tipo di alimentazione molto diversa da quella dei Guinigi del Cassone Nord, mentre l’isotopo 18 O dei denti suggerisce un’origine non lucchese. Quindi, potrebbe trattarsi sia di Piagentina dei Varano (+1416), dei signori di Camerino, che di Ilaria del Carretto (13791405), proveniente dal castello di Zuccarello (Savona). Però, mentre Piagentina visse a Lucca per circa 9 anni e il suo profilo isotopico alimentare, in base al turnover osseo, doveva essersi uniformato a quello dei Guinigi, Ilaria morì a meno di 2 anni dal matrimonio, mantenendo il profilo isotopico originale, diverso da quello dei Guinigi, come nell’individuo in studio. È quindi molto
probabile che i resti della Tomba 1 siano da attribuire ad Ilaria del Carretto, benché ulteriori accertamenti siano indispensabili per avere la sicurezza dell’attribuzione. Infatti la certezza potrebbe essere ottenuta attraverso ulteriori approfondimenti isotopici e molecolari. Per quanto riguarda gli isotopi dell’ossigeno è necessario conoscere la concentrazione del 18O nelle acque di Zuccarello (dove è nata e vissuta Ilaria, prima del matrimonio con Paolo Guinigi) all’epoca di Ilaria. Ciò potrebbe essere effettuato analizzando campioni ossei umani o animali coevi provenienti da Zuccarello. Un’altra indagine potrebbe essere quella del DNA mitocondriale in qualche discendente di Ilaria della linea materna, alcuni dei quali già individuati ma di difficoltoso reperimento. Restano ancora da sottoporre ad analisi antropologica e paleopatologica i resti scheletrici provenienti dal Cassone Sud e parte di quelli provenienti da un ossario.
Gino Fornaciari è ordinario di Storia della Medicina e Direttore della Divisione di Paleopatologia Dipartimento di Ricerca Traslazionale e delle Nuove Tecnologie in Medicina e Chirurgia Università di Pisa.
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Nella Cappella Santa Lucia il sepolcreto dei Guinigi
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l restauro e il recupero funzionale del complesso di San Francesco in Lucca, condotto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, ha compreso un’intensa attività archeologica, diagnostica e contestuale ai lavori, che ha condotto all’esplorazione stratigrafica pressoché integrale dell’intera area e all’acquisizione di un’imponente massa di informazioni sulle vicende architettoniche del monumento e sulla vita quotidiana nell’istituzione francescana, dagli anni della fondazione, intorno al 1225-1240, sino alle vicende della caserma ottocentesca. Lo scavo è stato diretto dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, nella figura del responsabile del procedimento dott. Giulio Ciampoltrini, e ha visto l’impegno, fra 2010 e 2012, di Elisabetta Abela, Serena Cenni, Maila Franceschini, Elena Genovesi, Alessandro Giannoni, Irene Monacci, Silvia Nutini, Kizzy Rovella, con le maestranze dell’impresa Giunta Sauro. La disponibilità della Fondazione – anche nella persona del tecnico Franco Mungai – è stata preziosa per consentire all’indagine di scavo di assumere le dimensioni e lo sviluppo imposte da esigenze scientifiche. Proprie queste hanno portato allo scavo integrale della chiesa di Santa Lucia, nota come ‘cappella Guinigi’, fondata – stando ai documenti scritti ed epigrafici – da Francesco Guinigi nel 1354, e del sepolcreto della famiglia. Lo scavo ha rivelato una complessa storia due- e trecentesca dell’area, chiusa infine dalla costruzione della chiesa e dalla realizzazione di un pavimento che organicamente accoglieva le lastre di copertura, con stemma Guinigi e iscrizione, della tombe collettive destinate al ramo maschile e a quello femminile della famiglia. È questa un tipico esempio di ‘avello’ tardomedievale, più volte rimaneggiato, come ripetutamente rimaneggiati erano i resti dei defunti, sepolti secondo un rituale che lo scavo ha
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permesso di cogleiere anche nelle realizzazioni architettoniche. All’esterno della tomba gentilizia, lo scavo ha portato in luce tre deposizioni, femminili, parallele alla struttura: due a nord (tombe 1 e 3), la terza a sud (tomba 2). Non sono state rilevate tracce di altre tombe, né di esumazioni. La defunta collocata nella tomba meridionale (tomba 2) aveva ancora al dito della sinistra un anello d’oro con decorazione floreale e diamante ottaedro riferibile ai tipi in voga nel corso del Quattrocento, e la datazione era confermata dal sigillo in piombo appeso alla pergamena collocata in corrispondenza della stessa mano sinistra: un piombo papale, al nome di Martino V (14171431). Giacché i documenti sulla cappella, recentemente passati in rassegna dal Donati nel volume edito per le cure della Fondazione (Il complesso conventuale di San Francesco in Lucca, a cura di M.T. Filieri e G. Ciampoltrini, Lucca 2009) confermano che la chiesa accolse le salme delle mogli di Paolo Guinigi, nei primi decenni del Quattrocento, e giacché la costruzione del monumento funebre per la seconda, Ilaria del Carretto, nel San Martino, invitava a sospettare che le esigenze di celebrazione di Paolo prevedessero una collocazione non strettamente gentilizia, ma ‘pubblica’, delle tombe delle consorti, e quindi dissuadessero dal collocare le coniugi nel sepolcreto familiare, ‘collettivo’, e a preferire tombe individuarli, in fossa terragna, per rendere più agevole la riesumazione, si affacciò immediatamente la possibilità che le tre donne fossero da identificare con altrettante coniugi di Paolo Guinigi. A questo punto occorreva mettere in atto gli strumenti della moderna ‘antropologia forense’, con le raffinate metodiche di ricerca che possono portare a identificare – seppur sempre con il necessario margine di probabilità – le tre defunte.
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FCRL ROMANO SILVA
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ROMANO SILVA Un volume per ricordare lo studioso lucchese
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mitatio Romæ è il titolo del prezioso volume realizzato dall’Accademia Lucchese di Scienze Lettere ed Arti per onorare la memoria del professor Romano Silva a poco più di un anno dalla sua prematura scomparsa. Edita su iniziativa dell’Accademia Lucchese di Lettere Scienze ed Arti, della quale era socio ordinario, e della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca per i tipi di Maria Pacini Fazzi Editore, l’opera curata da Jacopo Lazzareschi Cervelli raccoglie gli articoli e gli scritti più importanti che testimoniano la qualità e l’impegno di ricerca a cui Silva si è dedicato per tutta la vita: non soltanto un libro destinato a costituire un punto di riferimento per gli studiosi che intendono approfondire alcune tematiche rilevanti di storia e di arte, con particolare riguardo al territorio di Lucca, ma anche una raccolta di testi accessibili e godibili anche per i non specialisti, grazie al modo di spiegare la storia dell’arte e allo stile estremamente chiaro ed efficace che ha sempre contraddistinto il professore. Silva era consigliere d’amministrazione della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e presidente della Fondazione Centro Studi sull’arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti. Imitatio Romæ è un volume importante, destinato a occupare un posto di rilievo nella produzione libraria di Maria Pacini Fazzi Editore, che, con graziosa cortesia, ci ha concesso di pubblicare la presentazione di Marco Paoli, un altro grande studioso lucchese, che di Romano Silva era amico ed estimatore.
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FCRL ROMANO SILVA
Marco Paoli
Una professione di interdisciplinarietà
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a raccolta, promossa dall’Accademia Lucchese di Scienze, Lettere e Arti, illustra validamente la militanza condotta da Romano Silva nel campo della storia dell’arte. Vi sono riuniti articoli e interventi pubblicati dallo studioso e amico, prematuramente scomparso, su riviste del settore o in significative sedi miscellanee, dal 1971 al 2008. Inaugura la serie un articolato studio sull’arredo urbano e sulle sovrastrutture degli edifici lucchesi due-trecenteschi, teso a ricostruire, si può dire per la prima volta con abbondanza di materiali, tale aspetto morfologico della città medievale. Già da questo iniziale approccio ad una problematica di urbanistica minore, Silva mostra di possedere tutti gli strumenti critici che avrebbe sapientemente messo a frutto nella successiva produzione: l’attenta e puntuale valutazione dei reperti, l’organica sistematizzazione dei dati raccolti, l’utilizzo di fonti letterarie e documentarie a supporto della ricerca storico-artistica. Tale sensibilità nei confronti delle risorse archivistiche lo avrebbe spinto ad organizzare nel 2001, insieme a Max Seidel, il volume Lucca città d’arte e i suoi archivi, partecipandovi con un intervento sulle fonti scritte di interesse architettonico, che compare in questa silloge. Ma ciò che distintamente emerge nel giovane Silva è il progressivo affinamento di un metodo di indagine pluridisciplinare. Ne costituisce una prima testimonianza lo studio sul fonte battesimale di San Frediano, chiesa a cui, come è noto, avrebbe dedicato tanta parte delle sue energie di ricercatore (1985, 2010). È del 1973 l’analisi del monumento scultoreo, decisamente impostata sull’individuazione del programma iconografico, ispirato alla Bibbia e al Liber Divinorum Operum di Ildergarda di Bingen. La strada inaugurata sarebbe stata di lì a poco percorsa rivisitando l’architettura greco-ellenistica e poi tardo-antica e proto-
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cristiana alla luce dei canoni musicali e armonici di derivazione pitagorica e neo-pitagorica, per evidenziarne il sostrato mistico e simbolico, oltreché il rispetto di una metrica proporzionale. Preceduta da un articolo sulle proporzioni armoniche nell’architettura medievale lucchese (1972), è infatti una terna di saggi apparsi su «Critica d’Arte» (1974, 1975, 1977) in cui l’autore si cimenta nel compito tutt’altro che lieve di individuare nessi diretti tra singoli edifici dell’antichità e combinazioni aritmetico-armoniche, esibendo una profonda conoscenza delle opere teoriche di base, matematiche e musicali (Pitagora, Nicomaco di Gerasa, Boezio, Cassiodoro), e formulando acute osservazioni sulla relazione tra pitagorismo e architettura. Da tale filone di studi, individuato da un raggio di azione geograficamente e cronologicamente vasto e da una cospicua componente teorica, Silva si sarebbe tuttavia distaccato, orientando i suoi interessi verso l’argomento che più finirà per caratterizzarlo all’interno della comunità scientifica, vale a dire lo studio dell’architettura romanica toscana, e in particolare di quella lucchese. Si trattò in effetti di una contestualizzazione della precedente problematica armonica e matematica, ancorandola ad un pur nutrito corpus di edifici localizzati nell’area toscana, e ricorrendo a strumenti critici tra i più raffinati, come l’epigrafia, le relazioni di scavo, i dati liturgici e agiografici, la storia ecclesiastica. Quale evento culturale complesso, la civiltà del romanico, per usare il titolo di uno di questi interventi (1981), diviene per Silva essenzialmente cultura d’ambiente, che esige per ricorrere a sue parole «un’analisi storiografica globale», da realizzarsi «mediante la stretta collaborazione delle ricerche particolari», e che soprattutto richiede il «recupero dei canoni d’interdipendenza tra le branche della conoscenza». Una professione di interdisciplinarietà che,
già a questa altezza della sua vicenda storico-critica, è chiaramente avvertita dallo studioso come radicalmente diversa dal tradizionale metodo accademico, «basato sull’autonomia dell’attività artistica». Muoversi nella composita sfera della cultura d’ambiente avrebbe significato, quindi, indagare non solo i monumenti e i documenti, ma anche le dottrine politicoreligiose, ovverosia le idee circolanti a vari livelli nella città medievale, e l’insieme di quei segni simbolici di matrice pitagorica provenienti dalla tarda antichità che il Cristianesimo aveva trasformato in allegoria. Forte di questo solido impianto metodologico, Silva affronta problematiche legate ora ad una specifica tipologia architettonico-funzionale come le chiese e cappelle palatine, ora allo stretto rapporto tra rinascita architettonica dell’undicesimo secolo ed azione di vescovi ed abati sensibili alla riforma pregregoriana. E proprio il registro della storia ecclesiastica gli consentirà di riconoscere nella dipendenza e nell’attrazione della Chiesa lucchese nei confronti della Curia romana, prima in età carolingia e poi nell’undicesimo e dodicesimo secolo, precise scelte linguistiche in direzione dei modelli architettonici dell’Urbe, che si tradurranno nel parallelo tra la pianta del duomo anselmiano e le basiliche costantiniane di Roma, e in quello tra l’orientamento del San Frediano e le basiliche patriarcali come San Giovanni in Laterano e San Pietro in Vaticano. L’individuazione nelle scelte costruttive lucchesi di una vera e propria imitazione di Roma, che si è nutrita della linfa della riforma gregoriana, rappresenta in effetti un’importante acquisizione scientifica che Silva avrebbe ampiamente articolato, al pari dell’altra della Lucca civile che guarda all’Impero e si esprime nell’arte secondo un’iconografia politica sempre più criptica e dissimulata. La raccolta testimonia l’interesse di Romano Silva per svariati generi figurativi. Così il lettore
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UNA PROFESSIONE DI INTERDISCIPLINARIETÀ
potrà apprezzare l’indagine su episodi di arte minore, ora una cintura trecentesca di argento dorato di manifattura lucchese, ora una vetrata figurata cinquecentesca in San Michele di Pescia, ora graffiti medievali incisi sulle colonne di San Michele in Foro; oppure, ancora, risulterà inserita nel predetto colloquio a distanza tra Lucca e Roma la vicenda artistica del Volto Santo e quella delle antiche croci dipinte lucchesi. Evidentemente il progetto di ricerca attuato dall’autore nell’arco della sua produzione è stato rivolto al fenomeno artistico nel suo complesso, e in tale diramato approccio non potevano mancare i riferimenti alle tecniche, vuoi la chimica dei colori – studiata in un ricettario trecentesco conservato nella Biblioteca Statale di Lucca o elemento di coagulo per l’organizzazione di fortunati convegni (1995, 1999, 2007) – vuoi il restauro architettonico che ha portato all’attuale fisionomia della facciata di San Michele in Foro. Ma è pure un merito di Silva l’aver profuso nella storia dell’arte le sue raffinate conoscenze musicali, seguendo in questo, come egli stesso amava dire, l’aureo esempio di Schlosser. Di qui, non solo l’interesse, prima ricordato, per la musica pitagorica, ma anche una messa a fuoco sugli strumenti musicali del Rinascimento ispirati nostalgicamente all’antico; e una lettura dell’Allegoria della Musica di Dosso Dossi del Museo Horne, finalmente restituita alla sua corretta chiave interpretativa. Tale indagine iconologica applicata ad un testo pittorico, che nello stesso torno di tempo, permetterà a Silva di chiarire i significati reconditi degli affreschi di Aspertini in San Frediano (2007), è alla base dell’ultima fatica dello studioso, il volume sulle pitture del Castello della Manta, presso Saluzzo (2011). Il nuovo indirizzo, nelle intenzioni confidate agli amici, avrebbe dovuto continuare, con ulteriori, mirati approfondimenti: ma sappiamo che il destino non lo ha permesso.
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Iacopo Lazzareschi Cervelli
Una vita segnata da generosa passione e rigore scientifico
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omano Silva nacque a Lucca il 20 luglio del 1945, all’ultimo piano della palazzina Gentili in piazza Sant’Andrea, figlio unico di Doro Silva e di Elena Ramacciotti. La famiglia paterna era originaria dell’Andalusia: il nonno Ramon da Silva (questo il cognome originario) facoltoso cittadino di Siviglia, conobbe durante uno dei suoi frequenti soggiorni alle terme di Montecatini la futura consorte e dopo il matrimonio si trasferì a Lucca. Il giovane Romano dimostrò precocemente una notevole predisposizione per lo studio con capacità mnemoniche e facilità di apprendimento in tutte le materie ma soprattutto nel campo delle discipline linguistiche, umanistiche e musicali, per questo dopo la scuola media fu iscritto al liceo classico, dove la carriera scolastica proseguì con risultati eccellenti. La passione per la musica, innescata dalla zia paterna in ambito domestico, fu coltivata con lo studio del pianoforte e poi approdò alla tastiera degli strumenti antichi, primi fra tutti gli organi a canne delle chiese di Lucca, in accompagnamento alla liturgia, ma anche su spinette e clavicembali che dalla fine degli anni Sessanta iniziarono a diffondersi di nuovo, dopo secoli di declino, negli studi dei musicisti che si interessavano della letteratura e delle prassi musicali dal Rinascimento al Barocco. Silva ebbe modo di avvicinarsi fino dall’adolescenza agli oggetti e alle materie che avrebbero contraddistinto la sua formazione universitaria e la sua carriera di studioso. Negli ultimi anni di permanenza dei frati domenicani a Lucca, le porte della chiesa e del convento lucchese di San Romano si aprirono a un gruppo di ragazzi che ebbero modo di entrare in contatto diretto con la storia, documenti ed opere d’arte da riscoprire: l’architettura della chiesa poteva essere facilmente letta come un’enciclopedia di archeologia degli elevati e nascondeva sotto i rifacimenti barocchi dell’interno affreschi ed altari scomparsi; il materiale lapideo erratico, romano, altomedievale e medievale e la raccolta delle lapidi terragne rimosse dal pavimento della chiesa nel 1924 e accatastate nel chiostro parlavano di insigni personaggi del passato, della storia dei regimi che avevano governato Lucca. Infine i due organi a canne contrapposti erano già al centro di una tradizione storiografica musicale rilevante. Fra il 1963 ed il 1966 troviamo Romano Silva in un gruppo di una decina di studenti e neodiplomati che misero a disposizione le loro forze nel tempo libero e nelle vacanze estive per indagini archeologiche e storiche nella chiesa e negli edifici del convento sotto la supervisione di Padre Domenico Abbrescia e con l’aiuto di Guglielmo Lera. Il passo successivo fu l’iscrizione al corso di laurea in lettere all’Università di Pisa e la frequenza dell’Istituto di storia dell’arte diretto da Carlo Lodovico Ragghianti a cui seguì la laurea nel 1970. I rapporti con l’istituto proseguirono per alcuni anni in cui Silva fu impegnato in progetti di ricerca e collaborò all’attività didattica universitaria. Al periodo fra il 1970 e 1974 risale la schedatura e la redazione di uno
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dei primi cataloghi italiani di organi antichi, quelli del territorio lucchese, contribuendo alla salvaguardia di uno dei patrimoni europei di questo tipo più vasti e articolati, mentre contemporaneamente gli interessi di studio si allargavano alla teoria proporzioni armoniche, all’architettura medievale, allo sviluppo dell’arte musicale nel Rinascimento, a problemi di iconografia. Dal 1974 si dedicò all’insegnamento nelle scuole pubbliche, prima alla scuola media di Lammari, poi al Liceo Classico ed infine al Liceo Artistico di Lucca. Attivo inizialmente nella sezione lucchese dell’Istituto di Studi Liguri, Silva fu fra i fondatori e principali sostenitori dell’Istituto Storico Lucchese come membro del comitato scientifico e della redazione del principale periodico dell’Istituto «Actum Luce» fino ad assumere la carica di vicepresidente. Del 1985 è la prima edizione della monografia dedicata alla Basilica di San Frediano (edita da Maria Pacini Fazzi, pubbilcata nuovamente nel 1995 e ampliata nel 2010) a cui seguì la rilevante scoperta, nel 1988, della cintura di Santa Zita, esempio unico in Europa di questa tipologia di gioielleria profana del XIV secolo. Nell’aprile del 1989 entrò a far parte anche dell’Accademia Lucchese di Lettere Scienze ed Arti come socio ordinario nella classe di Lettere per la quale già nel 1986 aveva pubblicato la prima monografia dedicata al Sant’Alessandro di Lucca. Fra il 1996 ed il 2007 nell’ambito dell’Istituto Storico Lucchese assieme ad Enrico Castelnuovo e in collaborazione con la Scuola Normale Superiore di Pisa e poi con l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, fu organizzatore di una serie di convegni internazionali dedicati allo studio della tecnologia e della simbologia del colore nel medioevo, riunendo e facendo confrontare a Lucca ricercatori, storici, archeologi e restauratori provenienti dalle principali istituzioni museali e dagli istituti di ricerca di tutta Europa. L’eccellente conoscenza di ben quattro lingue straniere (tedesco, inglese, francese e spagnolo) fu il mezzo con cui Romano Silva ebbe accesso diretto alla letteratura e alla saggistica scientifica straniera e coltivò con facilità rapporti internazionali molto significativi. Proprio nella qualità di traduttore dal tedesco, alla metà degli anni Ottanta attraverso Wilhelm Kurze iniziò la collaborare con il Deutsches Historisches Institut in Rom occupandosi di traduzioni di saggi. Coinvolto sempre più strettamente nelle attività del Kunsthistorisches Institut in Florenz Max-Planck-Institut, in coincidenza con la fine dell’impegno di insegnante di scuola secondaria, dalla fine degli anni Novanta in stretta collaborazione con Max Seidel, ebbe modo di dedicarsi a tempo pieno alla ricerca realizzando importanti progetti scientifici ed editoriali dedicati alla storia dell’arte documentaria e all’iconografia fra cui il volume miscellaneo Lucca città d’arte e i suoi archivi, Marsilio 2001, e Potere delle immagini – immagini del potere. Lucca città imperiale: iconografia politica, Marsilio 2007, tradotto anche in inglese. L’ultimo impegno affrontato fu la traduzione in italiano della monografia in due volumi di Max Seidel dedicata a Nicola e Giovanni Pisano, edita nel 2012 sempre da Marsilio.
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UNA VITA SEGNATA DA GENEROSA PASSIONE E RIGORE SCIENTIFICO
Lucca. Dall’aprile 2011 assunse la carica di presidente della Fondazione Licia e Carlo Lodovico Ragghianti impegno bruscamente interrotto dall’improvvisa, inattesa e prematura morte avvenuta nella sua abitazione di Lucca, nella sera del 20 ottobre 2011. Ripercorrendo la bibliografia di Romano Silva si resta colpiti dall’originale percorso di studi caratterizzato da uno spiccato interesse nell’ambito della ricerca multidisciplinare e di confine fra materie differenti in settori spesso poco battuti o addirittura trascurati. L’approccio e i metodi utilizzati hanno mantenuto costantemente, fino dai primi scritti, una linea rigorosa, basata saldamente sulle discipline storiche e affinata nel corso degli anni, valorizzando in modo proficuo tutte le fonti esistenti senza discriminazioni, con un’indagine sempre articolata su più livelli, scelti a seconda della possibilità di inquadrare di volta in volta in modo più stringente un insieme di domande pertinenti e un altrettanto ristretto ambito di soluzioni possibili. Questo metodo trova una sua enunciazione articolata nel secondo contributo, edito nel 2001, sul Sant’Alessandro. A questa impostazione generale si aggiunge un impegno costante nel contestualizzare gli oggetti e le tematiche di studio in un panorama sempre molto ampio, spesso di respiro europeo, riuscendo nel compito non semplice di proporre una storia dell’arte dove realtà spesso frammentarie e remote, dove i rapporti effimeri fra oggetti, artisti, committenti, letteratura e ambienti culturali difficilmente leggibili o obliterati dal tempo, tornano a svelarsi con una forza di relazioni ‘strutturali’ notevole.
L’autorevolezza, le doti morali ed umane, la generosità e l’apertura intellettuale condussero Romano Silva ad essere un punto di riferimento per studenti, colleghi, amici e per le istituzioni della sua città. Nell’aprile del 2009 entrò a far parte del consiglio di amministrazione della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, nel marzo 2010 fu chiamato a presiedere l’Opera delle Mura di Lucca, incarico ricoperto solo per alcuni mesi, proseguendo comunque poi per il Comune di Lucca la direzione scientifica delle manifestazioni preparatorie in vista del cinquecentesimo anniversario dall’inizio dell’edificazione delle mura di
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Scontato opporre questo metodo di studio a quello di Carlo Lodovico Ragghianti. Bisogna tuttavia considerare che maestro e allievo si erano prefissati obiettivi molto differenti. Ragghianti, studioso di ascendenza neoidealista e crociana, era impegnato nello sviluppo di una teoria generale che partendo dal purovisibilismo riuscisse ad abbracciare e rintracciare gli ‘universali’ delle «arti visive» di ogni epoca. Silva era interessato a un lavoro di verifica ‘dal basso’ e si poneva nel solco della tradizione delle scienze storiche positive. Detto questo non si può negare l’influenza che Ragghianti esercitò per la scelta di alcune tematiche che furono poi sviluppate dall’allievo. Grazie a un formidabile intuito e una altrettanto grande capacità di sintesi e di visione complessiva Ragghianti aveva focalizzato in numerosi contesti storico artistici i problemi più rilevanti, segnalandoli all’attenzione della comunità scientifica e consegnando in molti casi in eredità ai propri allievi il compito di approfondimento e verifica di interi settori di ricerca. Da qui l’interesse di Silva nell’ambito della storia dell’architettura medievale, primo fra tutti il Sant’Alessandro di Lucca, ma soprattutto nel campo della studio delle teorie armoniche antiche, tardo antiche e medievali sviluppato poi in modo originale per approfondire il rapporto della teoria armonica anche nella prassi musicale del Rinascimento e del Barocco, e anche per sciogliere rilevanti problemi di iconografia del Rinascimento.
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LA BOHÈME
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R I T R O VATA Un autografo inedito riscrive la storia dell’opera di Giacomo Puccini
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datato 19 giugno 1893 l’autografo di Giacomo Puccini rinvenuto a Lucca, che riscrive la storia di uno dei successi più grandi del compositore lucchese, ancora oggi tra i più eseguiti nel mondo: La bohème. Il foglio, scritto sul fronte e sul retro, presenta gli schizzi del maestro per il primo quadro dell’opera e alcuni che verranno invece utilizzati nel terzo quadro, in cui si parla della malattia mortale di Mimì. Schizzi in cui, a fianco di brani che verranno poi scartati, si trovano già tantissime idee di quella che diventerà La bohème che conosciamo oggi e che datano la prima stesura dell’opera un anno prima di quanto si era pensato sino ad ora. L’autografo è stato dato in comodato gratuito per dieci anni alla Fondazione Giacomo Puccini e oggi si trova esposto nella Casa natale del Maestro, finalmente riaperta al pubblico nel settembre 2011 dopo essere stata acquistata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e affidata in gestione alla stessa Fondazione Puccini, sotto la direzione di Gabriella Biagi Ravenni. Il manoscritto è stato presentato al pubblico nel corso di un incontro al quale hanno partecipato Virgilio Bernardoni, presidente dell’edizione nazionale delle opere di Giacomo Puccini e Dieter Schickling, autore di Giacomo Puccini. Catalogue of the Works, entrambi membri del Comitato scientifico della Fondazione Puccini, Bruno Bartoletti, direttore d’orchestra, e Nicola Luisotti, direttore musicale dell’Opera di San Francisco e del Teatro San Carlo di Napoli, entrambi membri dell’Albo d’oro del Museo Casa natale. La storia del documento è lunga e nota solo in parte. Di sicuro sappiamo che Puccini aveva l’abitudine di donare i suoi autografi. Almeno dall’inizio del Novecento, sapeva anche che si trattava di doni preziosi economicamente, e li dava in occasioni che gli stavano particolarmente a cuore. Nel 1905, per esempio, in Argentina si prestò a firmare tantissimi autografi, proprio come i divi di oggi, perché fossero messi all’asta per benefi-
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UN AUTOGRAFO INEDITO RISCRIVE LA STORIA DELL’OPERA DI GIACOMO PUCCINI
cienza. Il documento ritrovato adesso, invece, fu donato a qualcuno, tanti anni dopo la sua stesura, con un biglietto di ringraziamenti firmato da Puccini, che è rimasto attaccato all’autografo per anni con una graffetta che ha lasciato su entrambi – lo spartito e il biglietto – un segno di ruggine. Finché, di recente, i due documenti sono stati separati ed oggi appartengono a due collezionisti diversi. L’autografo è di proprietà di Antonio Giuseppe Naccarato, professore di Anatomia Patologica presso il Dipartimento di Ricerca Traslazionale e delle Nuove Tecnologie in Medicina e Chirurgia all’Università di Pisa, da sempre grande cultore di tutto quanto è storico, mentre il biglietto è stato donato da Naccarato all’amico Angelo Rinaldi, direttore territoriale del Monte dei Paschi per la provincia di Lucca. Adesso, dopo tanti anni, il foglio e il biglietto tornano insieme, in mostra presso la Casa natale di Puccini, a Lucca. «Della Bohème, sino ad oggi – spiega Gabriella Biagi Ravenni – si conoscevano pochissimi abbozzi. Del primo quadro c’è un altro documento – una bozza del libretto oggi conservato al museo Illica di Castell’Arquato – su cui Puccini aveva tracciato qualche idea, ma sicuramente è posteriore al testo ritrovato. Così come due schizzi del quarto quadro, datati con sicurezza 1895. Sappiamo inoltre che in quello stesso periodo, Puccini, portava
avanti in contemporanea un altro progetto La lupa di Giovanni Verga, che poi abbandonò nell’estate del 1894, dopo un viaggio in Sicilia. E per questo si era sempre creduto che solo allora si fosse messo a comporre La bohème. L’autografo offerto al Museo, invece, anticipa tutto di un anno. Nel giugno del 1893, dopo aver ricevuto da sole due settimane, da Illica e Giacosa, la stesura del primo quadro dell’opera, Puccini si era messo a scrivere subito per fissare le idee che gli venivano. E non solo aveva già in mente la melodia, ma anche l’armonia e, in certi casi, addirittura la strumentazione». Nonostante la Manon Lescaut, rappresentata per la prima volta nel febbraio del 1893 al Teatro Regio di Torino, gli avesse portato un discreto successo, Puccini continuava a sentirsi profondamente bohémienne. Dunque i personaggi che andava a rappresentare gli piacevano particolarmente. Il primo quadro si apre alla vigilia di Natale, quando il pittore Marcello, che sta dipingendo il Mar Rosso, e il poeta Rodolfo cercano di scaldarsi con la
fiamma di un caminetto che mantengono acceso bruciando le proprie sedie e, addirittura, il poema scritto da Rodolfo. «I temi bohémien – suggerisce la Biagi Ravenni – ci sono già tutti: sul fronte del foglio, sotto ad una sequenza di note, si legge “leitmotif di Rodolfo. Oppure di Mimì. Buono ma credo vecchio”. Ed è interessante che quel brano, nella partitura definitiva, non l’abbia utilizzato. La prima intuizione, insomma, era stata quella giusta». I brani passati nell’opera e quelli abbandonati vanno ancora studiati ed è quindi presto per trarne valutazioni definitive. Nella presentazione avvenuta al Teatro del Giglio, Bernardoni e Schickling hanno fatto una prima descrizione del manoscritto, mettendolo a confronto con gli altri pochi abbozzi conosciuti sino ad oggi e alla partitura definitiva. Un buon esempio è l’ultimo schizzo, tempo di valzer. Sicuramente Puccini pensò a usare un tempo di danza nel primo quadro (sia per i bohémiens, sia per l’accenno a Benoît che va al Mabille), ma poi non lo userà. Ci sarà poi un valzer nel secondo quadro. E l’abbozzo Tempo di valse sembra la base del brano del terzo quadro dove si parla della malattia mortale di Mimì. Il valzer (simbolo sonoro massimo dell’età borghese) con Bohème entra nell’immaginario pucciniano come fatto compositivo di prima importanza. Questa è una delle grandi novità della Bohème ritrovata.
La bohème ritrovata Un autografo inedito riscrive la storia dell’opera di Giacomo Puccini Casa natale di Giacomo Puccini Corte San Lorenzo 9, 55100 Lucca Tel. +39 0583 584028 da novembre a marzo, ore 11-17 da aprile a ottobre ore 10-18 chiuso il martedì, eccetto i festivi, e il 25 dicembre Ingresso 7 euro, ridotto 5 www.puccinimuseum.org
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LA VIA DELLA
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CARTA IN TOSCANA Un progetto di turismo culturale
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na terra ricca di acqua e vento e una creatività che affonda le sue radici nell’antichità, ma che si è mantenuta intatta negli anni, capace di coniugare innovazione e lavoro. E poi la storia, che dal Duecento arriva fino ai giorni nostri, legando a doppio filo lo sviluppo culturale e tecnologico con quello delle cartiere e di ogni fase del loro complesso ciclo produttivo. Sono questi gli elementi che hanno portato Lucense a ideare e coordinare un progetto di turismo culturale nelle province di Lucca e Pistoia incentrato sul tema della carta. Si chiama «La via della carta della Toscana»: un’idea pensata dieci anni fa, che oggi, finalmente, ha ottenuto i finanziamenti necessari per partire con le prime opere. Tre milioni di euro (2 milioni e 500mila euro provenienti da Arcus e 500mila euro dalla Regione Toscana), infatti, sono stati stanziati per avviare i primi due interventi, con l’obiettivo di recuperare architetture e memorie e di creare percorsi finalizzati alla fruizione del territorio con il coinvolgimento di energie locali. Finanziamenti ottenuti grazie ad un progetto di fattibilità sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca. Il primo cantiere è stato aperto al Museo della Carta di Pietrabuona di Pescia, «L’Opificio Le Carte», e prevede l’avviamento e il completamento dei primi due lotti di lavori per il restauro del fabbricato. Il secondo riguarda la progettazione e il recupero di una porzione delle antiche vie di collegamento tra le contigue valli di Pescia e Villa Basilica, utilizzate fino a metà del Novecento dalle lavoratrici e dai lavoratori delle cartiere. Verranno battuti i sentieri, segnalati gli itinerari, posizionati cartelli che ripercorrono la storia dei mastri cartai, così da calare l’escursionista in un’atmosfera a metà tra montagna e tradizione. «La consapevolezza di un numero così significativo di testimonianze culturali, naturalistiche e architettoniche incentrate sul tema della carta – spiega Arturo Lattanzi, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca – ci ha spinto a sostenere questo progetto di sistema interprovinciale di offerta culturale,
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Nadia Davini
Quando storia, industria e attualità si intrecciano in un unico scenario
incentrato sul tema della tradizione industriale cartaria, promosso e sostenuto proprio dal Distretto Cartario di Capannori. Il nostro contributo ha consentito l’attivazione di un piano di prefattibilità e la successiva sottoscrizione di un protocollo di intesa con numerosi soggetti istituzionali, finalizzato al sostegno e all’avvio del progetto». Si tratta di un’offerta turistica e culturale che dovrà essere collegato agli altri sistemi turistici già esistenti: dal Parco di Pinocchio a Collodi alle Terme di Montecatini, dal turismo culturale di Lucca e Pistoia al turismo balneare della Versilia, dalle strade dell’olio e del vino alla ciclopedalata Giacomo Puccini, passando per il Carnevale e per le escursioni in montagna. «Siamo partiti – sottolinea Claudio Romiti, presidente di Lucense – da 75mila euro, di cui 50mila euro stanziati appunto dalla Fondazione Crl, necessari per effettuare la verifica di prefattibilità e siamo arrivati a 3 milioni di euro di progetto finanziato, a testimonianza della validità dell’idea». A LUCCA IL PIÙ IMPORTANTE DISTRETTO CARTARIO D’EUROPA
Quella della carta nell’area lucchese e pesciatina è una storia che viene da lontano e non è un caso che il progetto coinvolga entrambe le province. Lucca e Pistoia, infatti, vantano una tradizione secolare nella lavorazione della carta che si perpetua dal Quattrocento e che oggi è confermata da un’industria solida e riconosciuta a livello internazionale, come conferma la creazione del più importante Distretto Cartario in Europa. Di questa industria a parlare sono i numeri: ben 130 imprese di produzione e trasformazione della carta tissue e cartone ondulato, che nello sviluppo sostenibile e nella ricerca hanno trovato prima la crescita e poi un riparo dalla recessione; realizzazione di produzioni pari al 70 per cento della produzione nazionale per il tissue e al 40 per cento per il cartone ondulato. Restano in questi luoghi, a testimonianza di un successo che affonda le sue radici nel tempo, in una sorta di scenografico museo manifatturiero all’aperto, straordinari esempi
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di archeologia industriale, antiche vie di comunicazione e una ricca cultura immateriale che dall’entroterra si spinge fino al mare, dove trovano casa da circa un secolo i maestri della cartapesta del Carnevale di Viareggio. Ecco perché si parla di «via della carta»: un’articolata rete di itinerari storici, culturali e ricreativi fondata sulla carta pregiata di Pescia, usata per la carta intestata per i papi e per la carta per le monete, la carta paglia di Villa Basilica, inventata dal farmacista Stefano Franchi, il design in carta e cartone e la cartapesta di Viareggio. «La prossima fase – conclude Romiti – prevede, tra l’altro, anche il recupero della Cartiera Nardi, una delle più significative testimonianze di archeologia industriale presente nel comune di Villa Basilica. Qui i “mulini da carta” sono famosi per la produzione della carta paglia. Ciò che rende questo progetto, “La via della carta della Toscana”, unico nel suo genere è la capacità di calarsi perfettamente nel contesto in cui è stato creato. In Italia non esiste un altro percorso sulla carta realizzato in un luogo dove la produzione di carta è ancora così centrale, diffusa e attuale».
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La carta a Lucca: una storia che viene da lontano
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a fabbricazione della carta a Lucca ha origini molto lontane nel tempo ed è strettamente legata alla ricchezza di acqua presente nel territorio. Una prima importante traccia è datata 1307, anno in cui viene creata la Corporazione dei Cartolai a Lucca. I Cartolai si dedicavano alla produzione di carta pergamena per scrivere (prodotta con il vello degli animali – ovini e caprini – anche chiamata «cartapecora») e producevano soprattutto carta e libri, tra i quali spiccavano i cosiddetti «libri di ragione», utilizzati dai mercanti per segnarvi l’amministrazione. Nel 1400 l’attività dei Cartolai cessa e, nel contempo, a Bagni di Lucca comincia a diffondersi la carta ottenuta con gli stracci. La prima vera cartiera a Lucca nasce nella metà del Cinquecento opera di Vincenzo Busdraghi. La sede è un vecchio mulino, attrezzato e restaurato, grazie anche all’aiuto economico della famiglia nobile lucchese Buonvisi. Per circa un secolo questa rimane l’unica cartiera nel territorio lucchese. Intorno alla metà del Seicento alcune importanti famiglie nobili lucchesi, ed in particolare la famiglia Biagi, cominciano a dedicarsi al business della carta e, alla fine del secolo, nello Stato di Lucca si contano ben otto cartiere: la cartiera Buonvisi, la cartiera Montecatini a Piegaio, la cartiera Biscotti a Villa Basilica, la cartiera Tegrimi a Vorno, la cartiera del capitano Francesco Pacini a Villa Basilica, la cartiera Grassi, la cartiera di Anchiano e la cartiera di Collodi. Tra queste, un ruolo preminente l’acquista, nel tempo, la cartiera di Tegrimi di Vorno, che, oltre a essere la più grande a produrre carta di migliore qualità, grazie forse all’ottima acqua della zona, è quella che più di ogni altra lavora per l’esportazione, e che proprio per questo acquista maggior prestigio: un primato che ingenera malesseri e invidie nei cartai di Villa.
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In questo periodo le cartiere dell’area lucchese sono generalmente su tre piani, che corrispondono alle fasi di lavorazione della carta: • al pianterreno ci sono il tino (la vasca dove vengono lavati gli stracci) e le pile (sorta di magli di legno mossi ad intervalli regolari da mulini ad acqua per la triturazione degli stracci); • al primo piano vengono preparati gli stracci, ultimati i lavori di rifinitura della carta ed eseguito il confezionamento in risme e in balle; • all’ultimo piano trova posto lo stenditoio per l’asciugatura. Le otto cartiere di questo periodo raggiungono una produzione annuale di 16.000/20.000 risme di carta. Tuttavia proprio questa fioritura di cartiere e la conseguente prosperità portano, verso la fine del Seicento, alla «guerra degli stracci»: una contesa tra alcuni mercanti che, salpando dal porto di Viareggio vogliono esportare gli stracci, e gli imprenditori delle cartiere, che desiderano conservare in patria la materia prima. Ad ottenere la meglio sono i «fabbrichieri della carta», così che l’esportazione degli stracci venne limitata e regolamentata. Il Settecento si caratterizza come teatro di forti sviluppi nel settore e la carta continua ad essere fonte di un’intensa attività a Lucca. La cartiera di Villa Basilica segue intanto la linea ereditaria dei Buonvisi, fino all’ottobre del 1800, quando la potente famiglia lucchese si estingue e il suo patrimonio si congiunge a quello dei Montecatini. La cartiera dei Buonvisi passa in mano ora ai Giusti, che la prendono in affitto. In questo periodo si procede a un censimento delle fabbriche operanti negli ultimi trenta anni, valutando le capacità produttive delle singole cartiere, in modo di avere un quadro dell’andamento complessivo della produzione della carta. Le cartiere operanti quindi nello stato di Lucca sono dodici, di cui cinque insediate nel comune di Villa Basilica: sono quelle di Bestini, Bertolozzi, Biscotti, Buonvisi
e Pacini. Le altre sono la cartiera Buonaccorsi a Colognora Valleriana, Garzoni a Collodi, Micheli a Lucignana, Pollera a Piegaio, Santini a Chifenti, Sardi ad Anchiano e la cartiera Tegrimi a Vorno. Tra queste, un numero ridotto sono quelle che funzionano con continuità e ad un buon livello. Si arriva così alle soglie del XIX secolo, che porta con sé la rivoluzione della carta paglia. Il panorama delle cartiere a Lucca e soprattutto nella zona di Villa, lungo gli argini della Pescia minore, cambia profondamente: siamo ormai alla moderna industria cartaria. Il 1834 viene identificato come un momento di svolta molto importante per il settore cartario a Lucca: in quell’anno, infatti, un farmacista di Villa Basilica, Stefano Franchi, inventa per caso la carta-paglia, ossia la carta gialla usata per imballare. Si tratta di un composto di paglia, calcina e acqua. Grazie a questa «invenzione» può essere creato un prodotto di facile rifornimento e a basso costo. Il successo ottenuto è davvero notevole: basti pensare che nel 1911 la provincia di Lucca «vanta» 106 cartiere artigianali e a conduzione familiare, con circa 1.400 addetti in totale. Un contesto nel quale proprio la carta-paglia continua ad essere il prodotto principale con 65.000 quintali di produzione l’anno. Tanta è l’importanza della carta-paglia, che proprio nel quartiere lucchese di Borgo Giannotti viene stabilito il prezzo della materia prima (la paglia) e definito il costo di riferimento per tutta Europa. Nel 1971 le cartiere di Lucca sono 211 e proprio negli anni Settanta la carta-paglia viene sostituita dalla produzione di tissue e cartone ondulato. Finisce l’era della tanto amata «carta gialla»: nel 1976 una legge, rivolta a proteggere l’acqua come bene ambientale, ne rende, infatti, troppo onerosa la produzione. Fortunatamente le aziende locali hanno la capacità di trasformarsi e dedicarsi ai nuovi prodotti, creando a Lucca un polo cartario d’importanza mondiale.
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FCRL NUOVE POVERTÀ
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ALLA POVERTÀ «Credito di solidarietà» per chi si trova in difficoltà economica
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n prestito per far fronte a situazioni di emergenza: è l’obiettivo del progetto «Credito di solidarietà», messo a punto dall’associazione Fondo Vivere di Lido di Camaiore, dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e dalla Banca del Monte di Lucca, grazie al quale chi si trova in condizioni di particolare vulnerabilità economica o sociale – le persone, insomma, che appartengono alla sempre più folta fascia di popolazione povera – potranno ottenere un finanziamento fino a 10 mila euro col quale risolvere un problema impellente e, in tutti i casi, migliorare la propria qualità di vita. «Il disagio che si va diffondendo a causa della crisi economica – spiega il presidente della Fondazione Cr Lucca, Arturo Lattanzi – l’aumento della precarietà e della disoccupazione e la diminuzione delle risorse assistenziali, impongono la necessità di fornire nuovi strumenti di sostegno a chi rischia l’emarginazione e l’esclusione sociale». «Più che di assistenzialismo – precisa Lattanzi – occorre dare fiducia alle persone, stimolarne le potenzialità e le capacità di crescita, e aiutarle ad essere parte attiva e responsabile per il superamento delle loro momentanee difficoltà». «Ogni giorno – conferma il presidente di Fondo Vivere, Aldo Intaschi – decine di famiglie chiedono di essere sostenute perché non… arrivano più. Fino ad oggi il Fondo Vivere, anche grazie alla collaborazione della sua rete associativa composta da 28 realtà, ne
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ha seguite ben 406. Con questa nuova e importante iniziativa siamo convinti di poter operare meglio e con strumenti più adeguati per dare sollievo a chi è più fragile in questi tempi di grave crisi». Di qui il progetto «Credito di solidarietà», che ha preso il via attraverso un’apposita convenzione sottoscritta nella sede della Misericordia di Lido di Camaiore dal presidente di Fondo Vivere, Aldo Intaschi, dal presidente della Fondazione Cassa, Arturo Lattanzi, e dal direttore generale della Banca del Monte di Lucca, Umberto Sebastiano. Progetto che si ispira all’azione avviata proprio dall’Associazione Fondo Vivere, nata nel 2008 all’interno del Tavolo Inclusione Sociale della Conferenza dei Sindaci della Versilia per dare risposta ai bisogni di persone in condizione di disagio socio-economico e con problemi di emarginazione, malattia o handicap, alla quale hanno aderito numerose organizzazioni di volontariato e di promozione sociale operanti in Versilia. Di questo programma, dunque, possono beneficiare gli utenti dei centri di ascolto Fondo Vivere, selezionati tra coloro ai quali l’accesso al credito convenzionale è particolarmente difficile e oneroso. Grazie ad un fondo di garanzia iniziale di 100 mila euro messo a disposizione dalla Fondazione Cassa di Risparmio, la Banca del Monte, presso i propri sportelli, erogherà i microcrediti ad un tasso particolarmente agevolato (al momento, tra l’1,5 e il 2 per cento, a seconda della durata) e senza nessuna commissione bancaria. I prestiti dovranno essere rimborsati a rate mensili per un massimo di 60 mesi. Il progetto «Credito di solidarietà» nasce nel solco di un’iniziativa analoga realizzata dalla Caritas diocesana di Lucca, sempre grazie ad un fondo di garanzia messo a disposizione dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, che ha consentito, a tutt’oggi, di erogare
circa 60 piccoli prestiti per un totale di oltre 240 mila euro, destinati già dal prossimo mese di novembre, a superare quota 300 mila. Trascurabile, al momento, la percentuale di insolvenza registrata. Caritas e Microcredito Il credito di solidarietà segue le orme di un progetto di microcredito già avviato dalla Fondazione Cassa di Risparmio e dalla Caritas di Lucca. Anche in questo caso, l’obiettivo è di un prestito per far fronte a situazioni di emergenza: è l’obiettivo di un progetto messo a punto dall’Arcidiocesi di Lucca, dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e dalla Banca di Pescia – Credito Cooperativo, grazie al quale chi si trova in condizioni di particolare vulnerabilità economica o sociale – le persone, insomma, che appartengono alla sempre più folta fascia di popolazione povera – possono ottenere un finanziamento fino a 10 mila euro e migliorare così la loro qualità di vita. Con questa iniziativa, la Caritas diocesana continua ed amplia il suo programma «Un anticipo di fiducia» avviato due anni fa, selezionando le richieste di finanziamento che le pervengono dai centri di ascolto di vari enti e associazioni. Richieste per le quali la Caritas, grazie alla collaborazione dei volontari, efficacemente guidati da Donatella Turri e Lorella Sestini, assicura ogni opportuna assistenza, sia per la predisposizione delle pratiche che per la rapida procedura di erogazione dei prestiti.
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Donatella Turri
Farsi prossimi: resistere alla povertà in tempi di crisi
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a Caritas a Lucca svolge nella città un servizio tanto concreto, quanto semplice. Cerca di rimanere accanto agli impoveriti, a leggerne la deprivazione, a stabilire con loro una relazione che interroghi non solo l’umanità dei singoli, ma anche la città, le sue istituzioni, i soggetti che la animano rispetto a che tipo di comunità sta costruendo. Caritas cerca di stare dove sono gli ultimi e da lì leggere il contesto e la storia, nel tentativo di seminarla di nuove possibilità di resistenza, di passione per l’umano in tutte le sue forme. Perché noi, alla Povertà, non ci crediamo. Non ci crediamo perché l’abbiamo vista in faccia. E sappiamo, che la Povertà con la P maiuscola, questa misteriosa e magica entità che bisogna subire come l’undicesima piaga d’Egitto, non esiste. Esistono tante storie di deprivazione, di violenza, di solitudine, di prevaricazione, di subdolo potere esercitato dagli uni sugli altri. Così, crediamo che le condizioni di povertà potrebbero, anzi, potranno essere cancellate se a contrastarle si ergerà una politica, un’economia, un vivere insieme diverso e più degno di chi siamo. «Farsi prossimi»: un’immagine della povertà a Lucca Proprio nell’intento di cominciare a costruire reali cammini di giustizia, da ormai oltre dieci anni, la Caritas diocesana di Lucca concorre anche nei fatti a restituire alla città un’immagine oggettiva delle marginalità e le fragilità che coglie sul territorio, attraverso la pubblicazione dei dati relativi agli utenti che si sono rivolti alla rete dei centri di ascolto attivi in tutta la Diocesi, (oltre 25). Si tratta di luoghi nei quali si può andare a chiedere aiuto. Sono animati da volontari e sono in rete con i Servizi Sociali Territoriali, con i molti altri soggetti che praticano accoglienza rispetto alle marginalità nella nostra Provincia. Pur nella consapevolezza che i dati raccolti non rappresentano un campione statistico che possa essere considerato significativo riguardo al complesso della
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Il punto di vista della Caritas Lucca
popolazione residente nella Provincia di Lucca, la convinzione è che descrivere i fatti e le storie che incontriamo possa funzionare da rilevatore di fenomeni anche più diffusi, se si è in grado di leggere il tutto come la punta di un iceberg che si manifesta nei suoi caratteri più drammatici ai servizi che la Caritas offre. Inoltre, proprio l’ormai ampissimo arco temporale durante il quale i dati sono stati raccolti, utilizzando strumenti di rilevazione comuni alle altre diocesi toscane e uguali nel tempo, ci consente di avere a disposizione una banca dati di rara ricchezza e di poterla interrogare con uno sguardo attento ai mutamenti che si registrano nel tempo che possono dirci qualcosa rispetto alle tendenze e ai cambiamenti in corso. C’è infine da aggiungere che i dati che i volontari raccolgono nei centri sono estremamente approfonditi. Non si tratta di avere un insieme di numeri, ma di aver cercato di sistematizzare storie complesse e di averle incontrate più volte, nel tempo, in un quadro relazionale che ci consente guardare nel profondo i punti di difficoltà che le storie indicano e di provare a ricostruirne la genesi. Anche per il 2011, dunque, l’analisi dei dati raccolti e organizzati nel dossier «Farsi Prossimi», realizzato in collaborazione con la Fondazione Volontariato e Partecipazione e in particolar modo con il contributo della dott.ssa Elisa Matutini, conferma una tendenza già consolidata negli anni passati. Il dato è il numero crescente di persone, rispetto agli anni antecedenti al periodo della «crisi economica» (indicativamente a partire dal 2008-2009), che decidono di rivolgersi ad un CdA in cerca di aiuto concreto per fronteggiare la condizione di deprivazione materiale propria e dei membri della famiglia di appartenenza. Il quadro complessivo che emerge sembra caratterizzato da ampi margini di stabilità rispetto allo scenario delineato lo scorso anno. In altri termini la situazione di elevata sofferenza economica delle famiglie registrata nel 2010 si è protratta
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FARSI PROSSIMI: RESISTERE ALLA POVERTÀ IN TEMPI DI CRISI
in maniera inalterata durante tutto il 2011. In tale anno le persone che si sono rivolte ai CdA sono state 1268, con un dato che è più o meno identico a quello dell’anno precedente e che aveva visto un incremento quasi del 50 per cento rispetto al 2009. I volti di chi chiede aiuto Sono cambiati anche i volti di coloro che si presentano, in quella che appare essere una tendenza ormai a livello nazionale. Tra coloro che si presentano, ci sono molti stranieri, ma anche molti, moltissimi italiani e gli uni e gli altri raccontano storie che, seppur nella loro individualità, sempre di più si assomigliano. Gli stranieri, inoltre, non sono più soggetti di recente immigrazione, che chiedono un aiuto per strutturare un primo percorso di integrazione. Molto più spesso, ai centri di ascolto si vedono tornare soggetti che già da dieci o quindici anni risiedevano sul nostro territorio, con le famiglie e con bambini, magari nati nelle nostre città e che, in seguito alla perdita di occupazione, si trovano a dover ricominciare sostanzialmente tutto da capo. In altre parole le derive verso l’impoverimento sembrano essersi moltiplicate con riferimento alle tipologie di manifestazione ma sono invece rimaste inalterate nella manifestazione dei loro effetti. Per tale ragione esse riescono a colpire una gamma di soggetti molto diversificata rispetto al passato. Un elemento particolarmente significativo che si evince dalla lettura integrata dei dati raccolti con le testimonianze degli operatori, che ai Centri di Ascolto prestano la loro attività per lo più volontaria, è rappresentato dalla crescente condizione di impellenza del disagio emergente. Le domande delle persone che si rivolgono ai CdA sembrano essere rappresentate sempre più spesso da elementi di criticità tali da richiedere interventi in urgenza, al fine di ristabilire una condizione di benessere minimamente accettabile. Non è più strano chiedere aiuti in termini di alimenti, addirittura. Ci troviamo di fronte ad una povertà sempre più feroce
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nei suoi effetti, che colpisce in maniera inesorabile e rapida i percorsi di vita delle persone, le quali sempre più spesso si trovano completamente spiazzate una volta entrate nella spirale dell’impoverimento. Le famiglie di fronte alla crisi Anche nel 2011 ad avere maggiormente sopportato il peso della crisi economica e l’aumento del costo della vita sembrano essere state le famiglie che continuano a registrare una elevata affluenza ai CdA. Parallelamente alla costante presenza di richieste di aiuto formulate da donne (46,86 per cento, più 0,16 per cento), rimane infatti molto elevata la presenza di uomini. Si tratta spesso di padri di famiglia che non riescono più a soddisfare autonomamente le esigenze del proprio nucleo familiare (60,38 per cento). Altro aspetto che emerge è il numero crescente di difficoltà incontrate dalle persone che vivono una frattura all’interno del nucleo familiare a seguito di una separazione o divorzio. Tale fenomeno sembra esistere non solo per le donne, tradizionalmente più esposte al rischio di peggioramento del tenore di vita in seguito alla separazione (più 4,51 per cento), ma interessa in maniera crescente anche gli uomini (più 3,23 per cento). A soffrire di più sono le famiglie con al loro interno figli minori, oppure ancora inseriti nei percorsi di formazione scolastica. Ad aggravare il quadro di questi nuclei c’è anche la condizione di crescente difficoltà di inserimento lavorativo dei giovani una volta terminati gli studi, che comporta un ulteriore allungamento della condizione di dipendenza economica degli stessi dal nucleo familiare di origine. Per tutte queste ragioni, il fatto di avere figli comporta sempre più un peso in termini di capacità di resistere alle dinamiche che caratterizzano i processi di impoverimento. Solo il 28 per cento delle persone accolte non ha figli. Le difficoltà maggiori sono avvertite dalla popolazione straniera (74,02 per cento) che in alcuni casi ha figli residenti
nel paese d’origine e deve quindi provvedere al loro mantenimento, oltre che al reperimento delle risorse necessarie per vivere in Italia (circa il 30 per cento). Non meno grave risulta la situazione delle famiglie italiane dove le difficoltà economiche crescono in maniera esponenziale all’aumentare del numero dei figli, soprattutto se minori. Casa e lavoro: le emergenze La casa continua a rimanere una variabile molto rilevante nella definizione del bilancio economico del famiglie. Nel caso di riduzione delle entrate economiche legate alla perdita del lavoro, tali costi si trasformano in una delle principali ragioni di avvio dei processi di indebitamento e di precarietà alloggiativa. Il mantenimento delle spese legate all’abitazione sono però una spinta importante verso la deprivazione anche nel caso in cui le entrate economiche continuino a rimanere presenti, vale a dire i membri adulti della famiglia si trovino nella condizione di occupato (14,43 per cento). Tali entrate si possono rivelare insufficienti a causa dei bassi livelli delle retribuzioni rispetto ai costi dell’abitazione, oppure per la precarietà delle condizioni contrattuali, che in taluni casi prevedono periodi di inattività non retribuita o temporanee riduzioni dello stipendio. Con la casa, l’altro dato emergenziale mostrato dalla rilevazione, continua ed essere il lavoro. I dati sulla condizione occupazionale delle persone accolte ai CdA, come negli ultimi anni, si conferma molto preoccupante. Quasi il 70 per cento delle persone è in condizione di disoccupazione; nella popolazione maschile, tradizionalmente meno esposta al fenomeno, i valori, pur registrando una diminuzione di circa due punti percentuali rispetto allo scorso anno, continuano a rimanere superiori al 60 per cento. Aumenta anche il numero di donne che si rivolgono ai CdA svolgendo attività lavorativa come casalinghe (più 2,65 per cento). La ricerca del lavoro sembra costituire un elemento di forte criticità sia per coloro che si apprestano ad entrare nel mercato del lavoro
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per la prima volta, sia per coloro che invece ne sono stati espulsi in un passato più o meno recente. Le persone in cerca di prima occupazione sono il 39,38 per cento dei maschi disoccupati e il 4,82 per cento delle femmine disoccupate. Tale dato evidenzia con chiarezza le difficoltà incontrate nel reperimento di una nuova occupazione in seguito alla perdita del lavoro da parte degli ultra trentacinquenni e della elevata richiesta di reinserimento lavorativo da parte delle donne che, in larghissima parte, continua a rimanere non accolta (68,17 per cento delle richieste). Facendo riferimento alla distinzione tra cittadini italiani e stranieri si osserva che questi ultimi presentano difficoltà elevatissime nella ricerca del lavoro e spesso sono maggiormente esposti, rispetto agli italiani, nella perdita dell’occupazione (77,05 per cento) a causa della frequente debolezza delle posizioni contrattuali precedentemente stipulate. Le difficoltà nel settore lavorativo si ripercuotono rapidamente sull’intero assetto economico della famiglia dando vita ad una spirale di deprivazione che con facilità e rapidità conduce alla morosità nel pagamento dei costi legati all’abitazione e al progressivo logoramento delle residuali risorse utili per un reinserimento socio-economico della persona. Tale circolo vizioso frequentemente è molto violento, anche a causa della progressiva erosione dei eventuali risparmi accumulati in passato, predisponendo le condizioni per la permanenza nella condizione di deprivazione per intervalli di tempo molto lunghi. Le possibilità di reinserimento nel mercato del lavoro da parte di soggetti con alle spalle esperienze lavorative costituisce uno degli elementi di maggiore criticità: l’82,06 per cento degli italiani e l’84,29 degli stranieri è disoccupato avendo esperienze di lavoro pregresse. Resistere alla crisi: proposte alla città L’immagine della città e dei suoi luoghi feriti che il dossier quest’anno ci restituisce è dolorosa da leggere. Ci parla di una povertà
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FARSI PROSSIMI: RESISTERE ALLA POVERTÀ IN TEMPI DI CRISI
sempre più diffusa, che raggiunge una larga fetta di popolazione, persone, famiglie, storie che fino a questo momento non erano state lambite dalla difficoltà. Sulla linea di quanto già l’anno scorso si intravedeva, ci parla anche di una stagnazione. Di una situazione che perdura e della stanchezza di rimanerci dentro senza scorgere delle concrete possibilità di risolvere, di rispondere con chiarezza al disagio registrato. Insieme alla povertà in crescita e ai fenomeni di disagio ancora più profondi, il Rapporto racconta quanto siano state insufficienti le misure che la città ha saputo immaginare per contrastare la povertà crescente e concorrere ad arginarla se non a decretarne una fine. Non siamo stati capaci di una reazione sufficientemente profonda. Non ce l’abbiamo fatta come comunità cristiane, ma neppure come istituzioni. L’intero sistema socioeconomico è messo in discussione e con lui, ancora più profondamente, le regole attraverso le quali avevamo organizzato il sistema di welfare e il nostro vivere in modo solidale gli spazi che abitiamo. Sono tempi duri per la speranza. Sono tempi che inducono a non crederci quasi più. È forse per questo che per chi, come noi si riconosce in una comunità cristiana, è così bello rileggere di questi tempi la Parola del Capitolo 10 di Luca, che ci racconta di un samaritano e del suo concretissimo viaggio che ad un tratto, senza che si fosse previsto, inciampa in un uomo quasi ucciso dai briganti e ignorato dal potere politico e religioso della città, che passa oltre, pur avendo visto. E ci racconta invece il gesto profondamente umano di questo viaggiatore della lontana e pagana Samaria, il decidere che il suo viaggio per quel giorno è finito lì, davanti a quelle ferite straniere che pure lo riguardano. Il racconto del samaritano è affascinante perché contiene la misura esatta del discorso sulla ‘carità’ nel suo senso più vero, autentico all’interno di un contesto comunitario. In questa luce, è necessario nel tempo dell’oggi tentare di declinare l’atteggiamento
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del samaritano in scelte coraggiose e intelligenti, che ripropongano il suo sguardo partecipe e responsabile sull’attorno (passandogli accanto lo vide), la sua passione per l’umanità (ne ebbe compassione), la sua disponibilità all’incontro (gli si fece vicino), la sua capacità di fare qualcosa in prima persona, di assumersi l’impegno (gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino), la sua intelligenza nell’accudire (caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui) e la sua accortezza nel coinvolgere altri che possano meglio provvedere al fine di dare sollievo all’uomo derubato e percosso (Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: «Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno»). Considerando quanto il rapporto sulle povertà ci racconta oggi, ci sono alcune attenzioni che sentiamo di proporre di nuovo alla città in maniera cogente. La giustizia innanzi tutto In tempi di crisi dello stato sociale e di mancanza di visione da parte della politica, dobbiamo tornare a parlare con convinzione di giustizia e di diritto. L’immagine delle povertà oggi censite sui nostri territori ricorda come la pressoché assoluta mancanza di tutele e di diritti per i lavoratori, soprattutto i più giovani, il generale arretramento dei diritti di cittadinanza e di inclusione espone una enorme parte di popolazione al rischio della povertà. Il prepotente giungere dei profughi in seguito alla cosiddetta Primavera Araba, il crescente clima di «guerra tra poveri» che si respira nella città provata dalla crisi, rende di nuovo urgente parlare di diritti con forza, affermarne la non negoziabilità oggi per ogni essere umano e in qualunque condizione esso si trovi. Su questo, ogni cittadino deve interpellare la politica e farsi portavoce anche delle istanze degli ultimi, alzare per loro una voce, contribuire a ricordare il loro punto di vista nei consessi dove rischia di non venir consi-
derato e nell’esercitare gli strumenti legislativi che possono altrimenti diventare esosi e discriminanti. Fare la propria parte Il tempo di crisi diventa la feritoia attraverso la quale provare a riorganizzare la città, in modo da renderla più giusta e più solidale. In questo contesto, diventa imprescindibile ripensare il proprio contributo al bene comune, non esercitare più la delega come facile strumento di deresponsabilizzazione, sentirsi partecipi del mondo che si costruisce nel nostro feriale abitare i luoghi e condividerli con altri. Essere creativi nell’accompagnare I dati sulle povertà, il perdurare delle condizioni di difficoltà per molti ci dicono che il modo tradizionale di organizzare i servizi di sostegno alla persona è fallito. È ora il momento di immaginare strade nuove di partecipazione e di reciproco, mutuo aiuto. Tornare a pensare la città in termini di reciprocità. Avere il coraggio di tentare anche nel concreto percorsi nuovi, in un’ottica sperimentale, ma che sia liberata dall’immobilismo della burocrazia, dal monolitico e ortodosso «si è sempre fatto così», che diventa l’alibi per non assumersi la responsabilità di nuovi percorsi, meno garantiti, ma magari più proficui. Una rete reale Tentare nuovi cammini chiede l’umiltà del confronto, la disponibilità a sedersi ai tavoli con altri, a sviluppare le discussioni, a non avere l’ansia del tutto e subito. Chiede intelligenza di modulare i percorsi di soluzione, di cedere parte di poteri piccoli, identità singole negli anni consolidati intorno all’associazionismo e al localismo. Chiede l’intelligenza dell’apertura verso esperienze nuove, l’allargamento degli sguardi, la difficile arte della mediazione e del compromesso, la curiosità di conoscere come altri hanno fatto e tentare altrettanto, dopo aver saputo declinare nel contesto nel quale si vive
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l’opportunità di modelli che hanno funzionato. Oggi più che mai non si può fare da soli. Sacrificare la bontà delle soluzioni, all’ansia di ritagliarsi ruoli e visibilità, diventa una imperdonabile complicità. Il denaro come attivatore di servizi «Di soldi non ce ne sono più» ci dicono le istituzioni, ci ripete la politica, ricordano i giornali. Senza che questo significhi arretrare dalle proprie responsabilità, da qui bisogna partire per immaginare percorsi di sostegno alle fragilità che tornino a puntare su dinamiche di relazione, sulla vicinanza tra gli uomini, sulla gratuità del darsi. Il denaro può attivare soluzioni, ma non essere soluzione. Tutta la riflessione sul proprio stile di vita, sui beni non monetari, sul tempo del vivere, sul significato primo e non meramente economico di ‘lavoro’ diventa oggi essenziale nel progettare un nuovo modo di vivere la comunità. Non si tratta di considerazioni da lasciare al dibattito culturale, ma di principi attorno ai quali costruire una nuova etica dell’abitare la città come la casa di tutti. Che nessuno resti solo I poveri sono i soli. Sono quelli che non hanno incontrato nessun samaritano. Sviluppare dinamiche di amicizia, tornare a una diffusa relazione, intrecciare legami, tessere dialogo tra gli esseri umani garantisce contro la povertà, toglie terreno sotto i piedi alla disperazione. Perché questo possa essere, bisogna educare di nuovo alla convivialità, al ‘comune’ come risorsa.
Dare del tu I percorsi di povertà che si sono incontrati ci raccontano come le fragilità non sono più standardizzabili, non hanno le stesse caratteristiche, non si descrivono per categorie e non si comprendono fissandoli in definizioni. Davanti alla complessità dei fenomeni, continuare a immaginare servizi fortemente strutturati, rigidi, specifici, rischia di non essere sufficiente. Soprattutto le nuove forme di disagio, chiedono di «dare del tu« ai bisogni intravisti e di pensare soluzioni agili, flessibili, che raggiungano in modo individuale quanti sono nel bisogno, pensando con loro percorsi capaci di incidere sulle situazioni singole. Una città solidale In tempi così difficili è necessario seminare la città di gesti di speranza. Rendere visibile la solidarietà, la prossimità che si vuole diventare. È dunque necessario non arretrare rispetto all’identità dei luoghi che anche storicamente hanno rappresentato concreti segni di solidarietà. La destinazione degli spazi al bene comune, a progetti che abbiano attenzione per i più deboli, per i giovani, l’animazione dei luoghi che già esistono con questa fisionomia diventa un alfabeto leggibile della storia dei luoghi che vogliamo insieme riscrivere. L’educazione al prossimo In questo ripensare la città diventa necessario tornare ad educare i più giovani al servizio, al prossimo come misura delle azioni, alla
dignità di ogni individuo come principio assoluto. Nei percorsi di catechesi, di formazione sarebbe bello tornare a proporre esperienze di servizio in modo diffuso. I ragazzi hanno bisogno di tornare competenti al bene comune, capaci di relazione di aiuto, solleciti al destino di ogni donna e di ogni uomo sulla terra. Un altro tipo di servizio e volontariato Anche il nostro modo di organizzare il volontariato chiede di essere profondamente ripensato. Molte delle nostre organizzazioni si sono strutturate rispondendo ai bisogni che erano letti sul territorio venti, trenta anni fa. Nel frattempo il mondo è cambiato, sono cambiate le dinamiche del bisogno e le modalità con cui questo emerge. La sfida che oggi la società civile deve saper cogliere è quella di ripensarsi alla luce del momento presente e cercare di animare altre forme di servizio, in grado di agire in modo complementare e incisivo sul ‘qui’ e sull’‘ora’ che ci toccano. Un’altra informazione La crisi è anche ciò che si racconta. È il come si racconta il mondo. Dire il mondo, ri-predicarlo con altre parole, restituire dignità a quelle che esistono, tornare a dare loro un profondo significato è il primo passo per costruire speranza, alternativa, possibilità. Essere esigenti verso quello che si legge e non rimanere passivi davanti alla spazzatura di una informazione poco lucida, unilaterale e strumentale diventa una competenza necessaria al cittadino libero.
Donatella Turri è direttore della Caritas di Lucca
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Quest’anno Fratel Arturo Paoli compie i suoi cento anni di vita nel mondo. Nel libro che ha voluto dedicare ai giovani di questa città dice: «Penso Gesù come un personaggio unico, il vero e solo maestro degli uomini che insegna loro come vivere. E a chi gli domanda come, risponde: “Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia”. I due capitoli del Vangelo di Matteo che seguono le beatitudini ci danno tutti i dettagli della giustizia che dobbiamo realizzare qui sulla terra fra noi, andando incontro a rischi e difficoltà senza indietreggiare. Nella cultura dell’essere questo programma è come svanito tra elucubrazioni teologiche sul mistero della sua esistenza, della sua vita e della sua morte. I più audaci capitalisti, quelli che sbilanciano gli equilibri economici che amplificano l’area della fame nel mondo, sono convinti di avere già assicurato la salvezza dell’anima, e in generale, sono amici dei sacerdoti. Il messaggio di Gesù, il suo vissuto non è mai entrato nella strategia politica. Lo abbiamo sempre identificato come il Dio misericordioso che ha pietà delle nostre sofferenze, che ci dà buoni consigli affinché facciamo delle scelte coerenti. E così la società è entrata senza scosse nell’idolatria del mercato e della tecnica che ammette di vivere secondo al legge del ‘fai da te’ e quindi produce come logica conseguenza la ‘morte del prossimo’»1.
1 Arturo Paoli, La rinascita dell’Italia, messaggio ai giovani, Maria Pacini Fazzi Editore, Lucca 2011
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FCRL INNOVAZIONE SCOLASTICA
INNOVAZIONE
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SCOLASTICA Nasce UiBi il social network per le scuole della Provincia di Lucca Approfondire una lezione attraverso Smartphone o Tablet; fare i compiti consultando il materiale didattico messo in «rete» dagli insegnanti; tenersi in contatto e dialogare con i propri compagni come su Facebook o un qualsiasi social network: sono solo alcune delle infinite opportunità offerte da UiBi, un progetto che ha come punto di riferimento il valore della formazione scolastica con al centro l’alunno e che, nella realizzazione di un Ambiente di Apprendimento Sociale (Social Learning Environment), fornisce strumenti e contenuti agli studenti per la creazione di un Ambiente di Apprendimento Personale (Personal Learning Environment).
Giacomo Fedi
Già il nome, UiBi, è fortemente evocativo: rappresenta, infatti, la pronuncia in italiano dei termini inglesi «We» e «Be». Quindi, «Noi» e «Essere». Due termini che, insieme, suggeriscono l’idea di una comunità. Ed è proprio una comunità socio-didattica quella che la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca sta costruendo insieme alle scuole della provincia, con l’obiettivo di cambiare decisamente l’approccio didattico e di apprendimento. Approccio che ancora ricalca schemi tradizionali, poco adatti all’evoluzione del sapere e delle esigenze della società moderna. Ecco, quindi, il progetto UiBi, che si sviluppa come un Portale Web, nel quale è possibile creare e depositare le lezioni, scambiarle, accedere a risorse per la formazione professionale, creare community di interesse e molto altro ancora. Un Portale Social Learning dove creare classi, corsi di studio e di recupero, assegnare compiti e fare verifiche, discutere su singoli argomenti con gli alunni, pubblicare dispense e libri di testo. E poi un’App per Smartphone o Tablet con funzionalità Social, per consultare ed utilizzare per fare i compiti il materiale didattico pubblicato dal docente: test, esercizi, letture, tenendosi in contatto in modo social con compagni e insegnanti. Insomma: un vero e proprio ecosistema di comunicazione, nel quale tutti possono avere
La rivoluzionaria comunità socio-didattica realizzata con il finanziamento dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca
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parte attiva, studenti e insegnanti, per favorire un ambiente di incontro orientato alla condivisione di contenuti e opinioni, al dialogo e all’impegno. «Il progetto UiBi – come spiega il presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, Arturo Lattanzi – è la risposta della Fondazione ai bisogni tecnologici del sistema scolastico provinciale. Risposta che si è già tradotta nella fornitura a tutte le scuole della provincia, dalle elementari alle medie fino ai licei e agli istituti superiori, di lavagne interattive multimediali, videoproiettori, notebook di ultima generazione, monitor, computer, stampanti, fotocopiatrici digitali multifunzione e postazioni informatiche avanzate per laboratori didattici. Attrezzature fornite anche a circoli e direzioni didattiche, che hanno potuto così arricchire – in taluni casi avviare – le rispettive dotazioni in termini di supporto tecnico e di information
technology da utilizzare per migliorare modalità della didattica, dell’apprendimento e di gestione della conoscenza nell’universo scolastico provinciale». Al momento, il progetto UiBi vede coinvolti oltre 50 istituti scolastici e circa 380 tra insegnanti e personale tecnico amministrativo, per i quali la Fondazione Cr Lucca ha programmato una serie di incontri di formazione, propedeutici alla gestione della nuova rete di comunicazione scolastica. A UiBi hanno aderito anche istituti appartenenti a organismi sovra provinciali come «Scuola senza zaino» e R.I.S.C.A.T. (associazione scuole serali statali). Prima ancora di vedere la luce, tra l’altro, UiBi è già stato adottato dall’Ufficio Scolastico Regionale, che ha concesso il suo patrocinio all’iniziativa, e da INDIRE, l’Agenzia Nazionale per lo Sviluppo dell’Autonomia Scolastica presso il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, che vede il progetto della Fondazione Cr Lucca come possibile progetto sperimentale per tutto il sistema scolastico nazionale. «Si conferma, dunque – conclude il presidente Lattanzi – la scelta della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca di aiutare il sistema scolastico locale a crescere e svilupparsi utilizzando le tecnologie informatiche, in modo da portarsi al livello dei paesi europei più evoluti. «L’obiettivo dell’Unione Europea di perseguire una società basata sulla conoscenza, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale, non può che partire dalla scuola, alla quale, però, è necessario dare tutti gli strumenti utili: la scuola occupa un posto fondamentale nella realizzazione di questo obiettivo, in quanto si configura come il ‘contenitore’ delle conoscenze e della cultura nel nostro Paese; contenitore che deve poter disporre delle nuove tecnologie per diffondere il sapere e, al tempo stesso, raccogliere i preziosi stimoli e le continue innovazioni che provengono dal mondo».
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FCRL CASTELLI IN GARFAGNANA
FORTEZZA
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DI VERRUCOLE L’intervento di restauro e recupero di un bene storico-architettonico
L
a Fortezza di Verrucole ubicata entro i confini Comunali del centro urbano di San Romano in Garfagnana costituisce un polo emergente del sistema di fortificazioni presente nel territorio della Garfagnana, sia per il suo indiscusso valore architettonico sia per la sua importanza nel contesto storico. La fortezza di Verrucole, fondata dalla famiglia Gherardinghi, risale ad un periodo compreso tra il X e il XIII secolo. I Gherardinghi costruirono una prima rocca e un palazzo pubblico per tenere sotto controllo il territorio. Nel 1272 fu approvato lo Statuto delle comunità della curia di Verrucole. In seguito, nel 1296, la fortezza passò nelle mani dei Lucchesi che la affidarono alla consorteria dei Guidiccioni. Nel 1328 Spinetta Malaspina, marchese ghibellino e condottiero di ventura, se ne impadronì e la tenne fino al 1345. La fortezza di Verrucole fu quindi abbandonata fino all’arrivo della dinastia estense. Nel 1429 una parte della Garfagnana passò sotto il dominio della famiglia Este di Ferrara. La Fortezza di Verrucole venne restaurata e trasformata in una ‘cittadella’ costituita da due rocche, una quadrata e una circolare (Rocca Quadra e Rocca Tonda), governate da due distinti castellani. Leonello d’Este restaurò la rocca quadrata e costruì una rocca tonda, in seguito inglobata nella struttura cinquecentesca. Tra il 1522 e il 1525 il poeta Ludovico Ariosto ebbe la carica di commissario in Garfagnana e si occupò di riorganizzare i presidi militari, tra cui Verrucole. Nella seconda metà del XVI secolo il duca Alfonso I d’Este inviò l’architetto Marc’Antonio Pasi ad adeguare la fortezza alle nuove esigenze belliche: venne così costruita l’attuale rocca poligonale. Alla metà del Settecento la fortezza perse la sua originaria funzione strategico-militare. Le sue strutture vennero comunque mantenute in efficienza e restaurate in diverse occasioni dagli ingegneri ducali. Tra la fine del Settecento e i primi dell’Ottocento, sotto la dominazione francese, il presidio di Verrucole fu messo
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Gianclaudio Papasogli Tacca
Dopo un’importante opera di restauro e di recupero, è stata inaugurata, a San Romano di Garfagnana, la Fortezza delle Verrucole. A partire dal 2006 grazie ai finanziamenti della Comunità Europea, della Regione Toscana, del Ministero dei Beni Culturali, di Arcus, del Gal e della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, è stato possibile procedere al recupero della struttura dotandola di una precisa finalità museale. Con il recupero integrale della Rocca Tonda e del percorso espositivo realizzato al suo interno, oggi la Fortezza di Verrucole torna a vivere.
all’asta, ma rimase invenduto. I prati, le vigne e gli orti interni al recinto del forte vennero da allora affittati e usati come terreni per la coltivazione. L’intero complesso fu venduto a privati nel 1866. La Fortezza ha conservato comunque in modo perfettamente integro il suo impianto planimetrico, consentendo una lettura com-
pleta della sua pianta (secondo il progetto dell’Arch. Pasi risalente al sec. XVI). Nel 1986 l’Amministrazione Comunale di San Romano in Garfagnana entra in possesso della Fortezza di Verrucole, acquistandola dalla famiglia Angeloni-Bresciani. Tale bene, a quell’epoca risultava fortemente degradato, a causa dello stato di abbandono in cui era stato lasciato nell’ultimo secolo ed addirittura diversi settori della Fortezza erano completamente distrutti perdendo così ogni connotazione. Fin dai primi anni Novanta, sebbene con scarse risorse ma con grande coraggio e volontà, nell’intenzione di evitare ulteriori crolli e il protrarsi nel tempo dello stato di avanzato degrado, l’Amministrazione ha dato avvio ai lavori di restauro e recupero sotto la guida dell’arch. Gianclaudio Papasogli Tacca di Firenze esperto di restauro a cui fin dall’inizio fu affidato l’incarico di restauro e recupero generale, che con costante attenzione ha seguito tutte le fasi dei lavori sino ad oggi, di concerto con la Soprintendenza per i Beni Architettonici di Lucca, cercando di coinvolgere altri enti e diverse risorse finanziarie, per dar vita ai diversi cantieri. I primi lavori hanno avuto l’obiettivo di far riemergere attraverso una prima ripulitura della vegetazione, una campagna di scavi archeologici e attente ricerche delle fonti storiche i caratteri complessi e diversi della genesi della Fortezza, consentendo non solo di evidenziare il suo valore di ‘monumento’, ma anche di porre le basi per i successivi interventi di restauro e di recupero. L’intervento di recupero a fini museali per fare della Fortezza un vero e proprio «centro di interpretazione» sulla evoluzione del suo impianto strutturale, sulla sua funzione di presidio militare, sul suo rapporto con il paesaggio circostante e sul suo ruolo rispetto al sistema dei castelli della Garfagnana, è stato realizzato da un team di esperti del settore, che con il loro lavoro hanno permesso al Comune di San Romano di accedere ai finanziamenti per la realizzazione di questo ambizioso progetto.
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FCRL CASTELLI IN GARFAGNANA
Verrucole: storia di una fortezza
A
due chilometri dal Centro Urbano di San Romano in Garfagnana si trova la frazione delle Verrucole così denominata per il carattere fortemente inaccessibile del sito. Il termine ‘Verrucole’ indica, infatti, un luogo scosceso e franoso. Sulla sommità di questo colle, dominante tutta la valle circostante, da cui si può godere di una bellissima vista su tutte le cime delle Apuane, la Pania di Corfino e su alcune vette dell’Appennino Tosco-Emiliano, si trova il Castello, detto anche Fortezza, che costituisce la più importante vestigia medioevale della zona. L’origine medioevale della Fortezza è ben leggibile nell’impianto planimetrico originario in cui emergono i due nuclei situati alle estremità del colle, costituito da rocce vulcaniche scoscese che sovrasta di circa 600 metri il fondovalle. Questi due nuclei sono dei fortilizi: la rocca Tonda e la rocca Quadra. La rocca Tonda, che è il nucleo più antico risalente probabilmente all’XI secolo, occupa il lato Sud della Fortezza; la rocca Quadra, oggi totalmente scomparsa e sostituita da due fortilizi fatti erigere dagli Estensi, occupava il lato Nord. La rocca Tonda è costituita da un mastio ottagonale, cui si accede attraverso una ripida scala in pietra, ove trovano posto le stanze del signore collocate su due piani. Si notano ancora i resti delle cucine e altri locali. Ai piedi della scalinata sorgeva la cappella arricchita da due colonne con capitelli scolpiti. Il mastio è dotato a Sud di un recinto merlato che racchiude il cortile interno. Altre due cortine merlate partono verso Nord e raggiungono l’estremità opposta seguendo perfettamente il margine dello strapiombo che circonda il rilievo. La rocca Quadra era il nucleo più specificatamente militare, dove gli Estensi, fino al 1600, mantenevano un castellano con una guarnigione dotata di pezzi di artiglieria leggera. Questa parte del castello è dotata anche di gallerie sotterranee, usate anche come polveriere. I due nuclei sono uniti da due cortine murarie merlate, dotate al centro di due torri a semicerchio, feritoie e camminamento di ronda. L’area così racchiusa fra le due rocche costituisce la piazza d’armi dove trovavano posto anche altri edifici. Nella cortina Ovest si apre l’unica porta di accesso al complesso, sormontata da un apparato sporgente. Le prime notizie riguardanti la Fortezza risalgono al Medioevo. In questo periodo la Fortezza risulta contesa fra i conti Gherardenghi ed i conti di Bacciano. Sono proprio i conti Gherardinghi che vi dimorano fino al 1285. La Fortezza fu per loro un sicuro rifugio oltre che una postazione inespugnabile da cui controllare il territorio circostante e mantenere a distanza il nemico. In questo periodo la Garfagnana mirava a mantenere l’indipendenza da Lucca e fu per questo motivo che i nobili garfagnini, fra cui i conti Gherardinghi, dettero vita con i Pisani ad una lega che, però, fu sconfitta nel 1170. In seguito a quella sconfitta, i conti Gherardinghi furono costretti a dare in accomandigia ai Lucchesi i loro castelli fra cui quello di Verrucole. Nel 1185 Federico I Barbarossa restituisce
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VERRUCOLE: STORIA DI UNA FORTEZZA
l’autonomia alla Garfagnana, per cui anche i conti Gherardinghi ottengono nuovamente i loro possedimenti, compreso il castello di Verrucole, che manterranno fino al 1285, anno in cui la Fortezza viene venduta definitivamente al Comune di Lucca. Successivamente, da una bolla dell’imperatore Carlo, del 1376, si apprende che la Fortezza è di proprietà del marchese Spineta Malaspina , dal quale poi, nel 1430, passa ai Fiorentini. Successivamente ritorna proprietà del Comune di Lucca fino al 1446, anno in cui diviene proprietà degli Estensi. Nell’archivio di Stato di Lucca si trova un codice cartaceo, datato 1467, nel quale sono riportate le rocche che costituivano il coevo sistema difensivo della provincia. Fra queste vengono nominate anche le due rocche delle Verrucole il cui ruolo importante, nel sistema difensivo, è dimostrato dalla quantità di armi ed arredi che vi erano contenuti.
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La rocca Quadra, più piccola dell’altra, manteneva un modesto arsenale con cinque balestre di legno, otto ’schiopiti’ di ferro e cinque di bronzo ed altrettante corazze. Il limitato numero degli arredi e delle suppellettili induce a ritenere che questa rocca fosse semplicemente una torre di guardia comandata, in quell’anno 1487, dal capitano Johannes de Castelanis accompagnato da cinque famiglie. La rocca Tonda, invece, era dotata di diversi ambienti su due piani, la camera «de verso Castelnuovo», la camera «donde si lava le scodelle», la camera «de sopra», la cantina, una loggia e la stalla, il tutto arredato con mobili. Il presidio, inoltre, disponeva di molte armi. Tra il 1522 e il 1525 fu Commissario della Garfagnana Ludovico Ariosto il quale, più volte, fece presente alla corte Estense che i luoghi fortificati della provincia Lucchese versavano in condizioni di incuria ed abbandono. Presso l’Archivio di Stato di Massa è conservata una corrispondenza epistolare fra Alfonso, duca di Ferrara e Ludovico
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Ariosto, suo commissario in Garfagnana, da cui si apprende di un sopraluogo di tale Cristoforo Casanova, messo ducale, allo scopo di individuare gli interventi necessari per risanare la rocca. Nel 1525, l’Ariosto si dimette dal suo incarico e gli succede Carlo Cattaneo. Esiste ricca corrispondenza epistolare fra il duca ed i suoi commissari da cui si evince la necessità non solo di restaurare la rocca ma anche di inviare balestrieri e vettovaglie, dato l’insorgere di disordini e la presenza di banditi in Garfagnana. Per cui in questo periodo, anche per la rocca delle Verrucole, comincia un periodo di decadenza che si accompagna all’elaborazione di un nuovo modo di fare la guerra basato sulla concentrazione di uomini ed armi in pochi luoghi ben fortificati. Così le due rocche delle Verrucole si rivelarono inadatte per le nuove esigenze belliche. Data però la loro posizione strategica, nel 1564, la corte Estense inviò l’architetto Pasi alle Verrucole per iniziare i lavori di ampliamento del sistema fortilizio. Gli Estensi, nell’intento di migliorare e rafforzare le difese del castello sostituirono la rocca Quadra con due bastioni ed ingrandirono con il materiale di risulta la rocca Tonda, dotandola di un sistema di baluardi.
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Lo schema progettuale del Pasi risultò assai valido in quanto riusciva a riutilizzare una struttura medioevale adattandola alle esigenze difensive del suo tempo. Purtroppo le ristrettezze finanziarie della corte Estense non consentirono la completa realizzazione del progetto, così la struttura stellare, che doveva inglobare parzialmente il torrione, non fu mai ultimata. Dopo la ristrutturazione la Fortezza accrebbe la quantità di armi e di munizioni in sua dotazione ed il torrione fungeva da deposito per la polvere da sparo. Lo storico Paolucci riferisce che nell’anno 1565 la Fortezza di Verrucole era ridotta ad un recinto di dimensioni più piccole di quelle originarie con un solo castellano e poca milizia. Lo storico riferisce anche di violenti temporali abbattutisi sul colle delle Verrucole e parla di uno, in particolare, nel 1683, in cui un fulmine colpì il torrione della polvere provocando un’esplosione che danneggiò sia le mura che gli edifici. Nello stesso anno furono eseguiti i lavori di restauro. Il XVII secolo fu per la Garfagnana un periodo relativamente pacifico e tranquillo, ma sul finire del secolo ripresero i contrasti fra Lucchesi ed Estensi fino a quando, nel 1704, la Garfagnana viene ceduta ai Francesi. Tre anni dopo ritorna agli Estensi e segue le vicissitudini della famiglia. Nel
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VERRUCOLE: STORIA DI UNA FORTEZZA
1796 la Repubblica Francese torna ad impossessarsi dello stato Estense e con esso della Garfagnana. Sarà solo con Napoleone I che la Garfagnana estense verrà restituita a Lucca. L’unica fonte successiva che ci fornisce una dettagliata descrizione della Fortezza delle Verrucole è quella dell’ingegner Ferrari che, su richiesta di Elisa Baciocchi, principessa di Lucca, vi fece un sopralluogo nel 1807. Così l’ingegner Ferrari descriveva la Fortezza: «La figura di essa è quasi parallelogramma, rappresentante una nave, la cui poppa è volta verso il Sud-Ovest e la prora verso il Nord-Est. La sua media larghezza è di braccia 30, e la lunghezza di braccia 300, le mura si innalzano internamente, ossia dal suolo, braccia 6, e braccia 16 dal di fuori. Il terreno compreso da queste muraglie, quantunque poco fruttifero, è ridotto a coltivazione dell’attuale affittuario, che fruisce anche pel medesimo titolo delle adiacenze esteriori di pochi campi e prati. Dalla parte di Nord-Est vi sono il casino della polvere e quello del corpo di Guardia; il quartiere del custode del magazzino, a due piani e ad una sola camera per piano; ed il magazzino stesso a pianterreno e ad un solo camerone. Frapposta a questi due fabbricati vi è la casamatta sotterranea, a volte reale, di braccia 4 e mezzo di diametro e dalla lunghezza di braccia 40. Nel centro della Fortezza ossia nel punto più basso, vi sono due mezze lune nelle due opposte muraglie, di raggio di braccia 4 e mezzo, continuando sempre al Sud-Ovest, succede in poca distanza un piccolo fabbricato, che servirà ad uso di capanna, quindi la porta di ingresso, e finalmente la cappella, a cui, nell’opposta parte di Sud-Est , sta in faccia un loggiato con una perenne cisterna. Col terminare della mentovata cappella s’incontra una scala di 48 gradini, che conduce nel pian terreno del casone, fabbricato sul macigno sopra una figura di 12 lati, della lunghezza di braccia 5 per ciascuno. Questo piano, diviso in tre camerini, serviva per lo passato di quartiere alla truppa ed il superiore, diviso in cinque camere, di abitazione all’uffizialità. Uscendo dalla cucina di questo descritto piano, si passa in un terrazzo coperto, situato nel più bell’orizzonte della Garfagnana, da cui mediante una scala di 27 gradini, si scende nell’orto del Comandante, situato nell’ultima parte della Fortezza verso il Sud-Ovest. Quest’orto è di figura quadrata, e contiene un pozzo o cisterna, che nella calda stagione resta il più delle volte all’asciutto. Tanto il casone quanto gli altri fabbricati, con una generale restaurazione ai tetti, potrebbero anche attualmente servire agli usi pei quali furono fabbricati». Nel 1866 il Demanio del Regno d’Italia vende la Fortezza a Domenico e Giuseppe Tannini per 2545,40 lire, i quali la cedono poi, nel 1895, all’avvocato G. Poli. Si sa che l’ultimo acquirente della Fortezza di Verrucole è il Comune di San Romano, che l’acquistò dalla Ditta Eredi Bresciani per la cifra di 15 milioni. Il resto è storia di oggi.
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in breve dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca
Nel 2013 contributi per 24 milioni di euro. È di quasi 24 milioni di
euro la somma che la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ha stanziato per gli interventi istituzionali 2013. Una somma pressoché invariata rispetto al 2012, che si traduce in un impegno di grande rilievo, soprattutto alla luce della grave crisi economica in atto, e che conferma il ruolo importante svolto dalla Fondazione – tra le prime Fondazioni bancarie italiane per patrimonio e per erogazioni deliberate – a favore della crescita sociale, culturale ed economica del territorio della provincia di Lucca. Uno stanziamento che, proprio alla luce delle difficoltà presenti sui mercati finanziari, è il risultato evidente di una gestione attenta e di investimenti opportunamente diversificati. Numerose le novità contenute sia nel documento previsionale-programmatico 2013, sia nell’aggiornamento del documento pluriennale 2012-2015, entrambi licenziati favorevolmente dall’assemblea dei soci – chiamata come da statuto ad esprimere un parere consultivo – e definitivamente approvati dall’Organo di indirizzo. Documenti dai quali emerge la volontà della Fondazione Cr Lucca di assumere sempre più un ruolo attivo nella progettazione e nella realizzazione di interventi che rispondano alle istanze del territorio e che siano trainanti per il suo sviluppo economico e sociale. Importante, a questo proposito, l’effetto anticiclico che questi interventi producono a favore dell’economia locale. «L’azione della Fondazione – spiega il presidente della Fondazione, Arturo Lattanzi – è infatti orientata a promuovere un’importante progettualità utile allo sviluppo economico-culturale e turistico della città e, più in generale, della provincia, ma vuole anche innescare un processo virtuoso in grado di
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produrre lavoro per le imprese locali e per il rilancio dell’occupazione. Obiettivi fondamentali soprattutto in tempi di crisi come l’attuale». Di qui l’impegno per 7 milioni di euro, quale seconda tranche dell’investimento previsto nell’ambito dei tre progetti strategici definiti nel protocollo d’intesa sottoscritto con Regione Toscana, Comune e Provincia di Lucca: 2 milioni per il restauro e la valorizzazione delle Mura urbane di Lucca; 2 milioni per la realizzazione di un nuovo ponte sul fiume Serchio; 3 milioni per l’edilizia scolastica. Un piano, quest’ultimo che prevede la costruzione di nuovi edifici scolastici e la ristrutturazione di quelle esistenti che versano in condizioni critiche o che, comunque, non sono adeguate rispetto alle norme di sicurezza e alle più moderne esigenze scolastiche. Naturalmente, secondo le linee-guida fissate dall’Organo di indirizzo, le somme stanziate dalla Fondazione, in particolare, per i tre progetti strategici, servono sempre da ‘catalizzatore’ di risorse messe a disposizione anche da altri soggetti pubblici e privati, in modo da produrre benefici effetti moltiplicativi sullo sviluppo economico e sociale del territorio di riferimento, in un orizzonte certamente pluriennale ma comunque da circoscrivere entro i limiti del mandato in corso (2015). «Secondo gli impegni contenuti nel protocollo, infatti – ha sottolineato il presidente Lattanzi – il finanziamento della Fondazione dovrebbe sommarsi a significative risorse che gli altri enti pubblici dovranno mettere a disposizione: il nostro, infatti, non è un ruolo di supplenza a compiti propri degli enti locali, ma rappresenta una forma di collaborazione ad alto livello, per fornire risposte adeguate alle attese di una società sempre più esigente ed attenta».
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La Fondazione Crl entra nel capitale della Banca del Monte di Lucca. Sono stati i
presidenti della Banca Carige, Giovanni Berneschi, della Fondazione Banca del Monte di Lucca, Alberto Del Carlo, e della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, Arturo Lattanzi, a sottoscrivere gli accordi per l’ingresso della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca nel capitale della Banca del Monte di Lucca, una consolidata realtà bancaria dal territorio. Un’operazione nella quale la Fondazione Cassa di Risparmio è stata assistita da Banca Imi. Gli accordi hanno previsto l’acquisto da parte della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca di una quota del 20% del capitale della BML dalla Fondazione Banca del Monte di Lucca che è rimasta socia, anch’essa socia con il 20% della banca lucchese. Il controllo del restante 60% è sempre nelle mani della Banca Carige. Gli accordi poi hanno contemplato l’impegno a un rafforzamento patrimoniale della Banca del Monte di Lucca a sostegno di un nuovo piano strategico finalizzato a un suo significativo sviluppo, nell’ambito della propria vocazione di banca del territorio, con particolare riferimento alla provincia di Lucca, strategie che con il parere favorevole della capogruppo, sono state sottoposte al consiglio della Banca del Monte di Lucca, guidato dal presidente Fabrizio Cerbioni. «Banca Carige, insieme alle Fondazioni CR Lucca e BML, ha deciso questa operazione per rafforzare l’economia lucchese, sostenendo le famiglie e le attività produttive, in questo momento di crisi – ha sottolineato il presidente di Banca Carige, Giovanni Berneschi –. In provincia di Lucca si erano create le condizioni per avere una banca che, essendo gestita da lucchesi, sappia meglio affrontare e soddisfare le esigenze del territorio». «Trovo estremamente utile e significativo – ha afferma il presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, Arturo Lattanzi – che le due Fondazioni di origine bancaria locali abbiano unito i loro sforzi per contribuire alla crescita di una banca come la Banca del Monte di Lucca che, pur facendo parte del Gruppo Banca Carige, ha sempre mantenuto caratteristiche e radici tipicamente lucchesi. Sono certo che sotto la guida della capogruppo, tutti insieme possiamo riuscire a far crescere la Banca del Monte di Lucca ed a farne una banca sempre più importante per il nostro territorio, anche in un momento particolarmente delicato come quello attuale». «Quando una banca si sviluppa, sono necessarie risorse per sostenerla», sono state le parole del Presidente della Fondazione Banca del Monte di Lucca, Alberto Del Carlo. «È una fortuna che sia intervenuta la consorella, Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca: così si è conservato e si è rafforzato il radicamento territoriale che la Fondazione Banca del Monte di Lucca ha sempre garantito alla banca. La territorialità è elemento di distinzione, consistendo soprattutto nella circostanza che gli utili della Banca (almeno il 40% di essi, ma non solo) tornano al territorio, a soddisfare i bisogni delle comunità locali». «L’ampliamento della compagine societaria è un evento estremamente importante per Banca del Monte di Lucca perché consente all’istituto di consolidare il proprio radicamento sul territorio – ha commentato il presidente di BML, Fabrizio Cerbioni –. L’aumento di capitale sociale previsto ci permette di accelerare il processo di crescita già in atto e rappresenta un rafforzamento delle basi patrimoniali, peraltro già molto solide. L’ingresso della Fondazione CR Lucca come nuovo e importante azionista ha confermato il nostro dna di banca del territorio, con il cuore decisionale attivo e presente qui a Lucca e inseriti in un gruppo di dimensioni nazionali, solido ed efficiente come Carige, grazie al quale assicuriamo alla nostra clientela una gamma completa di servizi bancari, finanziari, previdenziali e assicurativi».
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IN BREVE DALLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA
Fondazione Giuseppe Pera: un progetto sperimentale per dimezzare i tempi della Giustizia. Addio al multitasking, meglio fare
una cosa per volta: ecco il metodo per dimezzare i tempi della giustizia italiana. È questo il principio che l’economista Andrea Ichino, con il sostegno della Fondazione Giuseppe Pera di Lucca, sperimenterà nei tribunali, sezione civile, di Lucca e Bologna, dopo il successo ottenuto, in via preliminare, alla Corte d’Appello, sezione Lavoro, di Roma. Rispondere al telefono mentre si sta scrivendo un’email. Poi, tra un cenno al collega, un sms sul cellulare e la ricerca affannosa di un documento andato perso tra le pile di fogli sulla scrivania, pensare a quella pratica da chiudere, a quell’altra lasciata a metà e a quella che bisogna ancora iniziare. Mutuata dalla terminologia informatica, dove indica la capacità dei processori di eseguire più programmi in contemporanea, multitasking è quella parolina sempre più presente tra i colleghi, nei suggerimenti dei consulenti del lavoro e pure nei curriculum vitae. Il saper gestire più cose alla volta, infatti, sembra essere diventato il requisito fondamentale per fare bene e velocemente il proprio lavoro. Ma è davvero così? A quanto pare no: fare troppe cose insieme non è produttivo. Anche per i giudici, che si trovano spesso ad affrontare contemporaneamente centinaia di
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cause. Una sperimentazione condotta presso la Corte di Appello sezione lavoro di Roma, infatti, dimostra che se il magistrato si concentra su un numero molto minore di controversie si ottengono netti miglioramenti, con circa il 20 per cento in più di casi esauriti al mese. Si tratta di un risultato importante: per le aziende e i lavoratori significa una più veloce definizione dei procedimenti e per lo Stato un risparmio sui risarcimenti. Ci si può chiedere perché saltare da un’attività all’altra riduca la produttività. In parte perché crea confusione e fa perdere la concentrazione, ma c’è anche una ragione completamente meccanica. «Supponiamo che per finire il progetto A – spiega Andrea Ichino – ci vogliano due giorni e altri due giorni per finire il progetto B. Se io lavoro i primi due giorni sul progetto A e poi dopo mi dedico interamente al progetto B finirò A al secondo giorno e B al quarto. Questo è il modo efficiente di procedere. Supponiamo invece che io lavori un giorno su A, poi un giorno su B, poi ritorni ad A e lo finisca, e poi il quarto giorno finisca B. Quanto sono durati i due progetti? Adesso B ha impiegato quattro giorni come prima, ma A è arrivato a conclusione in tre. Quindi il multitasking ha rallentato A senza, di contro, accelerare B». Il principio del fare una cosa per volta verrà dunque sperimentato anche nella giustizia ita-
liana, introducendo questo nuovo metodo nel lavoro dei giudici. Le cause pendenti per ogni giudice sono quasi mille e mediamente un giudice lavora contemporaneamente a 400 cause, ciascuna delle quali richiede svariate udienze per concludersi. «Tornando all’esempio – continua Ichino – è come se il giudice facesse un’udienza per la causa A, poi passasse alla causa B, poi alla causa C. La nostra raccomandazione, invece, è che il giudice si concentri su un numero molto minore di cause: certamente più di una alla volta, perché ci sono i tempi morti dovuti ai rinvii necessari alle parti. Tenere aperti 100 casi, ma non i 400 attuali. Così facendo si dovrebbe ottenere una più rapida definizione dei procedimenti: dopo l’inizio della sperimentazione avvenuta a Roma, quando il collegio ‘sperimentale’ di giudici del Lavoro si è concentrato su pochi casi alla volta, la sua produttività è aumentata rispetto ai collegi non sperimentali. Questo incremento, che noi calcoliamo separatamente a parità di impegno del giudice, è pari al 20 per cento dei casi esauriti al mese. E questo miglioramento ha luogo nonostante la presenza di un arretrato significativo». È lecito chiedersi cosa accada ai restanti 300 casi: secondo il metodo ‘una cosa per volta’ andranno lasciati chiusi fino a quando il giudice non ha definito i casi aperti in precedenza. Così facendo non verranno danneggiati questi 300 casi ‘rinviati’: l’esempio ha dimostrato che se il progetto B viene aperto solo a terzo giorno, esso viene definito comunque al quarto giorno. In altri termini, posticipare la data di apertura del progetto B non pospone la sua data di completamento. Il progetto è stato presentato da professor Ichino nella sede del Tribunale di Lucca. La Fondazione Giuseppe Pera di Lucca, nata nel 2010 per occuparsi di diritto del lavoro e per attualizzare il pensiero di Giuseppe Pera, sostiene questo progetto, lanciato dall’Università di Bologna, per la valutazione dei tempi della giustizia. «L’esperimento già realizzato a Roma
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– sottolinea l’avvocato Marco Cattani, membro del direttivo della Fondazione Pera – ha dimostrato come sia possibile ridurre i tempi della giustizia. Se i prossimi esperimenti confermeranno questi risultati ci sembra che questo metodo di lavoro possa trovare ampia applicazione negli uffici giudiziari italiani. Ridurre i tempi della giustizia italiana, infatti, è importante: in uno stato di diritto la giustizia deve essere rapida o almeno non secolare». Giuseppe Pera (Lucca 1928-2007) Ordinario di Diritto del Lavoro all’Università di Pisa, è ricordato per l’importante contributo scientifico e politico-culturale nel campo del diritto del lavoro e delle relazioni industriali, concretatosi in numerosissimi libri, saggi e articoli, nel magistero e nel dialogo con gli allievi. Collaboratore fin da giovanissimo a «Critica Sociale», «Risorgimento Socialista», «Il Ponte» ed «Il Mulino», nel 1952 fu espulso dal PSI per avere assunto posizioni antistaliniste. In seguito continuerà in totale indipendenza e libertà di pensiero a scrivere di politica e problematiche sociali. Dal 1985 al 2003 ha diretto la «Rivista Italiana di Diritto del Lavoro». Ha poi voluto lasciarne la direzione a Pietro Ichino, pur continuando per alcuni anni a collaborarvi con le sue Noterelle, delle quali un’antologia è stata raccolta in volume. Allievo di Luisa Riva Sanseverino, ha avuto cari anche Pietro Calamandrei, Manlio Rossi Doria, il Mahatma Gandhi, Benedetto Croce, e Lev Nikolaevi Tolstoj.
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Finanziamenti alle imprese artigiane. Cinque
milioni di euro per sostenere gli investimenti e l’equilibrio finanziario delle imprese artigiane lucchesi. Questo il plafond di partenza stanziato dalla Banca del Monte di Lucca grazie alla convenzione stipulata con la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e Confartigianato. Siglata dal presidente Arturo Lattanzi per la Fondazione, dal direttore generale di BML, Umberto Sebastiano, e dal presidente di Confartigianato Lucca, Costante Martinucci, l’intesa nasce dalla collaborazione tra istituzioni e realtà associative fortemente radicate sul territorio. Il costante dialogo dell’istituto di credito e della fondazione con le categorie economiche e la stretta cooperazione tra BML e Fondazione CR Lucca, consolidatasi di recente con gli accordi per l’ingresso della stessa nella compagine azionaria della Banca, hanno condotto a questa iniziativa creditizia che contiene importanti elementi innovativi. La convenzione prevede infatti che la Fondazione CR Lucca partecipi per almeno la metà al reperimento dei fondi da destinare al finanziamento delle imprese artigiane. Ciò avverrà tramite la costituzione presso BML di un deposito di durata e importo correlati a quanto erogato complessivamente dalla banca. Di durata compresa tra 18 e i 60 mesi, a tassi contenuti nella fascia bassa delle condizioni di mercato, i finanziamenti, sono destinati a sostenere investimenti o – fattore importantis-
simo in questo momento di crisi – al ripristino della liquidità aziendale. Confartigianato invece fornisce l’opportuna assistenza e le informazioni sui programmi finanziabili alle imprese artigiane richiedenti, indirizzandole alla banca per l’avvio della relativa istruttoria. «Si tratta di un’iniziativa importante – ha sottolineato il presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, Arturo Lattanzi – che è di grande supporto alle politiche e alle strategie delle imprese del comparto artigiano. Alle imprese, soprattutto in un momento così difficile, serve fiducia, e l’accesso al credito, naturalmente a condizioni favorevoli, diventa un vantaggio reale oltre che un elemento in grado di imprimere una forte scossa benefica all’intero sistema economico e produttivo e di favorire, quindi, la ripresa». «La forte sinergia sviluppata con Fondazione CR Lucca ha prodotto un risultato importante di cui beneficia tutto il tessuto economico lucchese – ha commentato il direttore generale di BML Umberto Sebastiano –. Un’operazione fondamentale anche sotto il profilo della tecnica finanziaria sottostante. Grazie alla disponibilità della Fondazione abbiamo dato vita a un meccanismo semplice e trasparente che consente alla Banca di fare affidamento su una provvista costante per tutto il periodo dei finanziamenti e praticare così tassi di favore alla clientela. È un’esperienza che fa da apripista a ulteriori nuove iniziative di sostegno creditizio al territorio».
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IN BREVE DALLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA
Consegnata la nuova casa di accoglienza per il Gruppo volontari carcere. È stata
consegnata alla parrocchia di San Pietro a Vico la nuova casa di accoglienza destinata all’attività del Gruppo volontari carcere. Un’abitazione completamente ristrutturata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca che si è fatta carico di trovare una nuova sede all’associazione che prima occupava alcuni locali all’interno del complesso di San Francesco. Un intervento che si è reso necessario per liberare quegli spazi poiché nel complesso si
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stanno ultimando importanti opere di restauro e di recupero funzionale finalizzate, in parte, alla realizzazione del campus universitario di Imt Alti Studi Lucca. Dopo un’apposita ricognizione assieme alla curia di Lucca, la Fondazione aveva infatti individuato un cascinale colonico di tre piani in via del Ponte a San Pietro a Vico, la sede idonea ad accogliere la comunità del Gruppo volontari carcere. Un fabbricato acquisito in proprietà dalla locale Parrocchia a seguito di lascito testamentario.
Il progetto di ristrutturazione del fabbricato, elaborato dall’architetto Stefano Dini, è stato affidato alla ditta Limpresa che ha completato i lavori in poco meno di un anno. Il 7 dicembre scorso quindi la nuova casa di accoglienza per i carcerati è stata consegnata all’associazione di volontariato che ne gestisce l’attività. Tutte le opere di ristrutturazione sono state realizzate grazie a un contributo di 950 mila euro (475 mila a valere sul 2012 e 475 mila sul 2013) concesso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca.
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A Camporgiano tre milioni di euro per la ristrutturazione e messa a norma delle scuole. La vice presidente della Regione To-
scana, Stella Targetti, non ha dubbi: «A Camporgiano si opera come si fa in una buona famiglia, dove le risorse più preziose si danno ai piccoli». Ed è stato proprio questo che ha ispirato la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca nella scelta di destinare un contributo ai lavori di ristrutturazione e ampliamento della scuola primaria e dell’infanzia di Camporgiano. Un edificio che adesso risponde a criteri di massima sicurezza, con un progetto firmato dall’architetto Federico Fiorani. Perché è fondamentale avere spazi adeguati dove apprendere; e per le comunità di montagna la scuola è una priorità assoluta. La cerimonia inaugurale ha preso il via con il saluto del primo cittadino Francesco Pifferi, il quale ha citato Calamandrei e Pavese, sottolineando come il Comune abbia voluto investire in sicurezza e prevenzione. Ha parlato del terremoto del 1920 che in Garfagnana uccise 171 persone, 11 vittime a Camporgiano e due di queste erano bambine. «Non bisogna dimenticare» ha detto il primo cittadino, che poi ha snocciolato le cifre per la messa in sicurezza delle scuole a Camporgiano: «tre milioni e 57mila euro totali, di cui un milione e 42mila euro per questa scuola. E il primo grazie va alla Regione che ha finanziato i progetti e poi alla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca con il suo prezioso contributo». Per il presidente della Provincia, Stefano Baccelli, questo è un esempio di buona amministrazione e buona politica. Hanno partecipato ai saluti anche Mario Puppa, presidente dell’unione Comuni della Garfagnana, il dirigente scolastico Umberto Bertolini e Carlo Popaiz, preside fino allo scorso anno. Renzo Pia della conferenza dei sindaci ha definito Camporgiano capitale della scuola e ha ribadito quanto sia forte l’impegno che la Regione profonde nei confronti della Garfagnana. Soddisfatto anche il presidente della Fondazione, Arturo Lattanzi: «grazie al contributo della Fondazione Crl si è dato vita a un modello di esempio».
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IN BREVE DALLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA
Dalla Fondazione 20 milioni di euro per l’edilizia scolastica. Sono l’amministrazione
provinciale, tutti i 37 comuni della provincia e le associazioni tra comuni della provincia di Lucca i destinatari del bando con cui la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca finanzierà, per complessivi 20 milioni di euro, la costruzione di nuovi edifici scolastici, la ristrutturazione delle scuole esistenti e il loro adeguamento alle norme vigenti e alle moderne esigenze del sistema scolastico. Un progetto strategico indicato nel Documento Programmatico Pluriennale 2012-2015, che ha trovato un’importante conferma nel protocollo d’intesa promosso dalla stessa Fondazione e sottoscritto nel marzo dello scorso anno nella sede di San Micheletto da Regione, Comune e Provincia di Lucca. Un progetto che nasce quindi con l’obiettivo di contribuire a realizzare nella nostra provincia una scuola di qualità. Una scuola sicura, energicamente efficiente, aperta al territorio e – perché no? – esteticamente gradevole, nella quale i bambini ed i giovani possano studiare immersi in un ambiente confortevole e stimolante. Come spiega il presidente della Fondazione, Arturo Lattanzi, «sia il progetto strategico dell’edilizia scolastica, sia gli altri contenuti nell’accordo di San Micheletto nascono dalla volontà della Fondazione di assumere sempre più un ruolo attivo nella progettazione e nella realizzazione di interventi rispondenti alle istanze del territorio e trainanti per il suo sviluppo economico e sociale». «In questo modo – prosegue Lattanzi – intendiamo ‘fare sistema’, secondo un modello virtuoso che fa delle risorse messe a disposizione dalla Fondazione Cassa di Risparmio un vero e proprio ‘catalizzatore’ di ulteriori finanziamenti resi disponibili da altri soggetti pubblici e privati». Il bando per l’edilizia scolastica riguarda tutte le scuole di ogni ordine e grado, da quelle per l’infanzia alle medie superiori. Fondamentale, per una programmazione degli interventi mirata e adeguata alle reali esigenze del sistema scolastico provinciale, è la collaborazione con gli enti beneficiari.
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La Fondazione porta la musica nelle scuole.
Tredici scuole primarie e quattordici scuole dell’infanzia sono interessate dal Progetto «La Fondazione CRL per la Musica nelle Scuole», che per il quinto anno consecutivo ha portato l’insegnamento della musica in maniera sistematica in 135 classi appartenenti a cinque Istituti Comprensivi del comune di Lucca. Il progetto, ideato e gestito dalla scuola di musica Sinfonia di Lucca e interamente finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca (e quindi totalmente gratuito per gli Istituti Comprensivi e per le famiglie), ha coinvolto oltre 2.600 bambini di età compresa tra
i 5 e gli 11 anni. Per tutto l’anno scolastico 23 docenti esperti nell’insegnamento della musica hanno affiancato le maestre titolari per un’ora settimanale per un totale di circa 3.500 ore di insegnamento. Grazie a questo progetto i bambini delle scuole hanno realizzato un percorso articolato e continuativo di educazione musicale, che costituisce la base di una piramide formata negli strati superiori dalle scuole medie a indirizzo musicale, dal liceo musicale e dal conservatorio. Elemento qualificante della quinta edizione è stato il corso di formazione per operatori mu-
sicali nelle scuole dell’infanzia e primarie finalizzato alla formazione e all’aggiornamento del personale docente esterno. Un corso che aveva già avuto una prima sessione costituita da 6 incontri curati da Sonia Maccioni e da Caterina Mancini. Nella seconda parte invece ci sono stati 5 seminari di 2 giorni ciascuno tenuti dai massimi esponenti della didattica musicale del nostro Paese: Carlo Delfrati, Franca Ferrari, Maurizio Spaccazocchi, Maria Grazia Bellia, Simonetta del Nero, Manuela Mazzieri. Il progetto, che va ad arricchire straordinariamente l’offerta formativa di queste scuole, nasce dalla considerazione dell’importanza dell’educazione musicale nella formazione dei bambini fin dall’età prescolare come dimostra il curriculum scolastico di qualsiasi Paese europeo dove la musica è un elemento insostituibile. «Un progetto come questo è una rarità a livello nazionale – sottolinea Giorgio Fazzi, direttore della scuola di musica Sinfonia –. Per il quinto anno consecutivo abbiamo realizzato un intervento importante che va nel senso di considerare la musica non come un accessorio ludico della nostra esistenza ma come componente fondamentale per la crescita dei nostri figli; conoscere e capire la musica significa conoscere e capire un linguaggio universale visto come strumento di conoscenza, di espressione e di autodeterminazione che valorizza la creatività, attiva processi di cooperazione e socializzazione sviluppando il senso di appartenenza a una comunità e l’interazione tra culture diverse. È fondamentale investire nella formazione musicale e non solo nei grandi eventi musicali. E di questo desidero dare grandissimo merito al presidente Lattanzi e a tutto il consiglio d’amministrazione della Fondazione per la sensibilità e il coraggio dimostrati e per la volontà di dare continuità a questo importante progetto».
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Boccherini, Verdi e Wagner nella stagione concertistica dell’Associazione Musicale Lucchese. Come d’abitudine un cartellone molto ricco e vario che spazia dai grandi repertori
del Barocco e del Romanticismo fino ai classici del Novecento con assaggi di musica contemporanea fino ai cantautori italiani. È l’offerta per il 2013 dell’Associazione Musicale Lucchese che presenta dodici concerti per «Stagione cameristica invernale», più di dieci appuntamenti per i piccoli con «Musica ragazzi», la suggestione del «Festival di Musica da Camera della Versilia» in estate e i grandi ospiti di «Lucca in musica». Non solo concerti, ma anche film a tema e conferenze con i più importanti esponenti della cultura musicale italiana. Alla presentazione della stagione nel complesso di San Micheletto c’erano Marcello Parducci e Fabrizio Giovannelli, rispettivamente presidente e direttore artistico dell’AML, insieme al presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, Arturo Lattanzi, al sindaco di Lucca, Alessandro Tambellini e a Paolo Benedetti, dirigente alla cultura della Provincia di Lucca. «La tradizione culturale e musicale di cui l’AML è portatrice da così lungo tempo – ha affermato Lattanzi nel suo saluto di benvenuto – fa sì che l’attenzione della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca nei suoi confronti sia dovuta e doverosa. Il legame tra le due realtà cittadine è antico e mi sento di assicurare l’appoggio della Fondazione anche per il futuro, con la speranza di valorizzare sempre di più la risorsa rappresentata dalla musica a Lucca». «Da 49 anni, ormai, l’AML rappresenta la musica classica e la ricerca musicale nella nostra città – ha detto Parducci – e questo è per noi il tempo della maturità, durante il quale vogliamo continuare a impegnarci a costruire una parte della cultura di Lucca con l’aiuto e la collaborazione degli enti e delle realtà che da anni ci sostengono». «La stagione 2013 dell’Associazione Musicale Lucchese – ha affermato Tambellini – si presenta particolarmente ricca grazie a un programma articolato che vede anche un calendario dedicato ai giovani. Tutto questo contribuisce a incrementare la cultura nella nostra città e quindi alla formazione di ciascun individuo. La cultura musicale sul nostro territorio è purtroppo ancora poco diffusa ma è un aspetto fondamentale da incentivare: non dimentichiamo che Lucca si è candidata a diventare città creativa della musica per Unesco». «In accordo con quanto affermato dal sindaco – ha detto Benedetti – mi sento di ringraziare l’AML per l’attenzione alla formazione e alla divulgazione della cultura musicale e riconosco nell’attività dell’Associazione anche uno stimolo per l’intera città e per gli enti che hanno a cuore la cultura. Manifestazioni come quelle appena concluse in onore del compositore lucchese Francesco Geminiani, ad esempio, devono molto al lavoro di ricerca svolto nel passato dal maestro Handt, fondatore dell’AML, e anche alla possibilità offertaci anno dopo
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IN BREVE DALLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA
anno dalla programmazione, che non dimentica le tradizioni e le radici culturali su cui si fonda Lucca». A illustrare il cartellone della stagione cameristica è stato il maestro Fabrizio Giovannelli che ha sottolineato che non mancheranno gli omaggi a Giuseppe Verdi e Richard Wagner nel bicentenario della nascita dei due grandi autori europei; poi tanta attenzione alla musica di Luigi Boccherini eseguita anche con strumenti originali; numerose le incursioni nel Novecento con pagine di autori contemporanei come Wolfgang Rihm, Nicola Campogrande ed Ennio Morricone ma anche George Gershwin, Dmitrij Šostakovi ed Erich Wolfgang Korngold fino a Frank Zappa e addirittura un fuori programma con una panoramica dei più importanti cantautori della scuola genovese come Fabrizio De Andrè, Bruno Lauzi, Luigi Tenco e Ivano Fossati. E ancora la musica barocca e i grandi classici dell’Ottocento. Una stagione ricca che è stata organizzata grazie al contributo e alla collaborazione di Provincia e Comune di Lucca, Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, Fondazione Banca del Monte di Lucca, Cassa di Risparmio di Lucca Pisa Livorno, Lucar BMW, Hotel Ilaria & Residenza dell’Alba. Musica ragazzi
Ricca anche l’offerta dedicata ai più giovani con «Musica Ragazzi», una stagione di concerti dedicata alle giovani generazioni, per introdurre bambini e ragazzi all’ascolto e alla comprensione della musica e in particolare della musica colta. La manifestazione è curata da Carla Nolledi ed è realizzata in collaborazione con l’assessorato alla cultura e alla pubblica istruzione del Comune di Lucca, il Teatro del Giglio, il Centro studi «Luigi Boccherini», l’Istituto superiore di studi musicali «Luigi Boccherini» e il Liceo musicale «A. Passaglia» di Lucca, tutte realtà che a vario titolo si occupano di educazione e divulgazione musicale. Dedicata a Giuseppe Verdi, «Musica ragazzi» dialoga con la stagione cameristica grazie ad alcuni concerti che fanno parte di entrambe le stagioni (come quello di Anna Maria Castelli dedicato ai cantautori genovesi) e di altri appuntamenti che verranno declinati a misura dei più giovani, come l’incontro con Franco Maggio Ormezowsky che racconterà il suo rapporto con il compositore lucchese Boccherini e l’esperienza di ascolto del claviorgano di Claudio Brizi. Fanno parte dell’attività dell’Associazione Musicale Lucchese anche il festival «Lucca in musica», realizzato in collaborazione con il Teatro del Giglio, e la stagione dei «Concerti di Pieve a Elici», Festival di musica da camera della Versilia.
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Stanze con vista sull’umanità. Completato il percorso museale all’ex manicomio di Maggiano. «Identità perdute: la stanza
dell’uomo». Si inaugurato a Maggiano il nuovo spazio espositivo che la Fondazione Mario Tobino dedica alle donne e agli uomini che hanno vissuto nell’ex manicomio. Storie di cammini umani che trovano spazio nel primo dei quattro ambienti dell’itinerario emotivo «Stanze con vista sull’umanità» che, partendo dalla profonda disperazione, giunge all’umanizzazione del malato psichiatrico. In quello che è l’ampliamento e il completamento del percorso museale, realizzato grazie al contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, i moltissimi visitatori che arrivano a Maggiano soprattutto nelle aperture straordinarie dell’ultimo fine settimana di ogni mese possono trovare una parete della memoria con un mosaico composto dalle fototessere di alcuni delle migliaia di volti che hanno percorso queste stanze, da osservare nella penombra, dietro ad una rete metallica. In alto sono riportate alcune frasi di Mario Tobino, guida narrante dell’intero percorso. Gli elementi e gli arredi della stanza, valorizzati con un gioco di luci, raccontano l’atmosfera della vita al manicomio e ciò che i pazienti vedevano dentro e fuori le loro finestre. Al centro dello spazio sedie, una lettiga, una poltrona odontoiatrica. E, in sottofondo, la riproduzione audiofonica dei racconti di chi ha vissuto il manicomio. Il resto del percorso è formato dalla seconda sala, con una selezione di strumenti scientifici dell’ospedale psichiatrico di Maggiano (elettroshock, camicie di contenzione, guanto volumetrico di Patrizi e strumenti chirurgici); dalla terza sala, dove si possono osservare oggetti della quotidianità, lavori ed opere artistiche realizzati dai malati, e, salendo le scale, dall’ultima: il luogo della poesia dove la malattia mentale si trasfigura nello spazio magico della letteratura di Mario Tobino e i sensi del visitatore, provati dalla visione dell’abisso dell’esistenza, si liberano nella contemplazione della bellezza della natura di Maggiano, nell’ascolto e lettura dei messaggi poetici di Tobino, nel piacere della conversazione in un luminoso spazio senza tempo tra i profumi e i suoni del bosco.
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FCRLMAGAZINE 2|2012
IN BREVE DALLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA
Restaurato lo stendardo del Volto Santo che guida la solenne processione della Santa Croce. Su richiesta della Chiesa Cattedrale,
la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ha finanziato il restauro del gigantesco vessillo raffigurante il Volto Santo (4 metri di altezza per 2 e 40 di larghezza), che, in questa sua ultima versione, del pittore lucchese Michele Marcucci, dal 1890 apre il corteo che va a rendere omaggio al Crocifisso ligneo custodito all’interno della Cappella realizzata in San Martino da Matteo Civitali. Proprio perché soggetto all’usura del tempo, lo stendardo del Volto Santo viene periodicamente, probabilmente già dal 1700, rinnovato. L’ultimo, appunto, è stato realizzato da Michele Marcucci (Pieve a Elici 1841– Lucca 1926), docente presso l’Istituto d’Arte e pittore molto attivo presso le chiese della Città, della Piana e della Mediavalle. Lo stendardo è formato da una parte centrale dipinta a olio, specularmente sia davanti che dietro, raffigurante il Volto Santo attorniato da angeli adoranti e cherubini e perimetralmente corredata di un’ampia cornice in taffetà di seta decorata in oro. La delicata operazione è stata affidata al Laboratorio di Restauro Massimo Bonino che, con la collaborazione di Elena Salotti (per il dipinto) ed Elisa Zonta (per la parte serica) e sotto la supervisione di Antonia d’Aniello, direttore dei Musei nazionali di Lucca, ha provveduto alla pulitura della superficie cromatica, al consolidamento dello strato preparatorio, all’impegnativo ritocco pittorico ed alla ricomposizione del dipinto con la cornice in seta. È stato anche realizzato, per evitare inadeguati movimenti dell’opera al momento della processione, un nuovo impianto in tubolari in fibra di carbonio che consentirà il trasporto dello stendardo non più da uno ma da due portantini. Ma l’operazione forse più difficile è stata la ‘distensione’ del vessillo che, ogni anno, da oltre un secolo, al termine della Processione, viene regolarmente riposto e arrotolato su un piccolo cilindro ligneo. Un supporto di diametro assolutamente inadatto, che, in oltre cento anni di esposizioni e successivi arrotolamenti, aveva provocato un ‘accartocciamento’ della tela con gravissimi danni soprattutto per la parte dipinta a olio.
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Periodico della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca Autorizzazione del Tribunale in corso
Finito di stampare nel mese di dicembre 2012 da Tipografia Tommasi Referenze fotografiche: Archivio fotografico Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, Archivio fotografico Maria Pacini Fazzi editore, Archivio fotografico Pubied Editore in Lucca, Giorgio Andreuccetti, Gilberto Bedini, Carlo Cantini, Giulio Ciampoltrini, Comune di San Romano in Garfagnana, Foto Alcide, Lucio Ghilardi, Lucense, Luca Lupi, CreativeCommons (Francesco Giordano, Roberto Gimmi, eropelad, Lorca56)
FCRLMAGAZINE 2|2012
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piega costola
RIVISTA DELLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA
SAN FRANCESCO – IMITATIO ROMÆ – LA BOHÈME RITROVATA – LA VIA DELLA CARTA – SOLIDARIETÀ piega costola