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RIVISTA DELLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA

CASA PUCCINI - LUCCA E IL RISORGIMENTO - CENTENARIO PASCOLINIANO - IL DUOMO DI LUCCA - HOUSING SOCIALE

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RIVISTA DELLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA 4 5 6 14 19

Casa Museo Giacomo Puccini Riaperta al pubblico la casa natale di Giacomo Puccini Puccini Museum: i luoghi pucciniani diventano un brand Casa Puccini: cronaca di un restauro La Fondazione Giacomo Puccini

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Lucca e il Risorgimento Ritorna sul baluardo della Libertà il busto restaurato di Benedetto Cairoli Antonio Mordini e il terzo Partito Il Museo del Risorgimento torna a nuova vita Lucca e le Mura: itinerari del Risorgimento Lucca e il Risorgimento: cinque mostre e un sito web Restaurato il piano terra della casermetta San Colombano

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Centenario pascoliano Le celebrazioni per il centenario di Giovanni Pascoli Gli interventi per il centenario I funerali di Pascoli. Il suo arrivo al cimitero di Barga Le città di Pascoli in Toscana

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Il Duomo di Lucca Proseguono i lavori nel Duomo di San Martino La cattedrale di San Martino fra il XIV e il XX secolo L’impegno della Fondazione per il Duomo di San Martino

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Housing sociale Housing sociale: assegnati gli appartamenti a canone calmierato La Fondazione Casa Lucca L’importanza dell’housing sociale

60 Flash In breve dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca

FCRL MAGAZINE 1|2012 Marcello Bertocchini direttore Marcello Petrozziello direttore responsabile Comitato di redazione Giorgio Tori Marcello Bertocchini Marcello Petrozziello

hanno collaborato a questo numero Michele Barghini, Gabriella Biagi Ravenni, Leonardo Casini, Patricia Cid, Aldo Intaschi, Aldo Rosati, Alessandro Petrini, consulenza editoriale Publied – Editore in Lucca progetto grafico ed impaginazione Marco Riccucci

© 2012, Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca

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EDITORIALE La comunicazione e il legame con il territorio sono due temi importanti. Soprattutto per la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, la cui presenza è diffusa e radicata nel tempo. La nascita di FCRL Magazine, sostenuta dal compianto amico e collega Romano Silva, si inserisce proprio in questo solco, per rendere, cioè, ancora più salda la propria presenza. Creare una nuova rivista in cui la Fondazione parla di sé e dei tanti progetti in cui crede e che ha scelto di sostenere attraverso l’erogazione dei contributi, significa promuovere un’efficace gestione dei sistemi di relazione e di comunicazione, un tema essenziale per rafforzare il ruolo che ricopre all’interno della comunità locale. Del resto, concetti come trasparenza e modelli di governance richiedono sempre più l’adozione di sistemi di monitoraggio qualitativo degli interventi, che trovano nella comunicazione la base per avviare una consultazione e un dialogo permanente con il territorio e la sua comunità di riferimento. E FCRL Magazine è proprio uno di questi strumenti.

Arturo Lattanzi Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca

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CASA MUSEO


GIACOMO PUCCINI Riaperta al pubblico la casa natale di Giacomo Puccini

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opo sei anni ha riaperto finalmente la casa natale di Giacomo Puccini con l’annesso museo che custodisce le memorie del Maestro. Era il dicembre 2010 quando Simonetta Puccini, nipote diretta e unica erede del grande compositore lucchese, ha ceduto alla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca l’appartamento di corte San Lorenzo 9, a Lucca, dove il 22 dicembre di 154 anni fa nacque quello che è considerato uno dei maggiori, se non il più grande, operista di tutti i tempi. Con l’acquisto della casa natale di Puccini si è dunque conclusa una lunga vicenda, intessuta di atti giudiziari e costellata di colpi di scena, fra la Fondazione Giacomo Puccini, che fa capo al Comune di Lucca, e Simonetta. Vicenda che aveva portato a una situazione di stallo, culminata con la chiusura della casa al pubblico. Oltre all’abitazione, la Fondazione Cassa di Risparmio ha anche acquisito tutti i mobili, gli arredi e i cimeli storici che fanno parte del museo. Un’operazione che è costata complessivamente 750.000 euro, di cui solo 300.000 per l’acquisto dell’immobile. E ora l’intero patrimonio è stato concesso in comodato per 25 anni alla Fondazione Giacomo Puccini, presieduta dal sindaco di Lucca. La signora Simonetta Puccini, da parte sua, ha voluto conservare la proprietà di alcuni cimeli: nove messaggi autografi di Giacomo Puccini negli ultimi giorni di vita; la partitura autografa della composizione Capriccio Sinfonico; uno stemma ovale di Casa Puccini; il ritratto del Maestro dipinto da Luigi Conconi; un lampadario a tre braccia e sei luci. Per consentire la riapertura al pubblico della casa-museo, la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ha realizzato un intervento di restauro conservativo e di riqualificazione dell’immobile costato complessivamente 740.000 euro. Progettista e direttore dei lavori è stato l’architetto Leonardo Casini mentre Glauco Borella è stato consulente per l’allestimento del museo.

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Puccini Museum: i luoghi pucciniani diventano un brand

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PUCCINI MUSEUM: I LUOGHI PUCCINIANI DIVENTANO UN BRAND

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uccini Museum non è solo un brand ma è un vero e proprio viaggio lungo le tracce indelebili lasciate dal grande compositore in Lucchesia, che permette di scoprire dall’interno la personalità, il genio e la passione del creatore di opere straordinarie conosciute ed apprezzate in tutto il mondo. La Fondazione Giacomo Puccini, al cui interno partecipano tutti gli enti, le istituzioni, gli istituti culturali legati al Maestro, ha voluto creare questo marchio per concretizzare il proprio concetto di museo: un percorso ampio, materiale e immateriale, che comprende i musei già realizzati (casa natale,

Lucca; villa Puccini, Torre del Lago; casa Puccini, Celle dei Puccini - Pescaglia), le altre case in cui abitò il Maestro (villa Puccini, Chiatri; villa Puccini, Viareggio) che diventeranno presto visitabili, gli enti preposti alla produzione delle opere pucciniane (Teatro del Giglio, Lucca; Festival Pucciniano, Torre del Lago), i centri per la ricerca pucciniana (Centro studi Giacomo Puccini, Lucca), tutte le iniziative legate al nome del Maestro e infine i luoghi che parlano ancora di lui. In pratica si tratta di un’esperienza, di un intero territorio che è un ricco habitat culturale che coinvolge luoghi magici e profondamente diversi: l’anima cittadina della storica e frizzante Lucca, le verdi colline di Pescaglia, l’influenza marittima di Viareggio e la magia ispiratrice del lago di Torre del Lago.

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LUCCA

Lucca è una città d’arte che nel corso del tempo ha saputo preservarsi e che vanta un patrimonio storico e artistico di straordinaria bellezza. La città romana, la città medievale, la città rinascimentale, la città ottocentesca: di tutte è possibile reperire, nel tessuto viario ed edilizio, una testimonianza. Una passeggiata nel centro storico – largamente pedonalizzato – rappresenta un viaggio senza soluzioni di continuità attraverso i secoli e la storia. Al di là delle grandi emergenze monumentali – una per tutte le splendide mura cinquecentesche che racchiudono l’intero cuore della città – quello che contraddistingue Lucca è la sua integrità e la sua vivibilità. Basta guardarla dall’alto, da una delle sue torri, o immergersi nelle strette e animatissime vie, per comprenderne la magia e rimanere conquistati dal suo fascino. Il bianco del marmo delle chiese romaniche, il rosso aranciato dei mattoni dei palazzi due-trecenteschi, il grigio della pietra dei selciati, il verde della vegetazione che dappertutto fa capolino e che esalta la poderosa massa edilizia dei baluardi e delle cortine delle mura che si ergono, quasi irreali, dagli spalti erbosi. Uno spettacolo la città, soprattutto nei pomeriggi inoltrati di primavera e d’autunno, quando la luce fa capolino e si fa più calda e più diffusa. Ricca di strade strette che si aprono, in un alternarsi di prospettive improvvise, su chiese, palazzi, torri e campanili, Lucca è una città mite, dolce e rigogliosa. Da sempre proiettata verso l’esterno e tuttavia, e forse proprio in virtù di questo, custode gelosa della sua intima identità. Un magico insieme di bellezza, eleganza e sobrietà che, nei secoli, ha incantato tanti viaggiatori illustri e che continua ancora oggi a sedurre i visitatori di tutto il mondo. Questo appeal è probabilmente frutto della sua storia. Nata come insediamento ligure e sviluppatasi come città romana dal 180 a.C., nel VI secolo, la città divenne capitale del ducato longobardo per poi svilupparsi nel XII secolo come comune e poi come repubblica. Nonostante le continue lotte tra guelfi e ghi-

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bellini e le guerre con Pisa e Firenze, conobbe una notevole fama in Europa grazie ai suoi banchieri e alla produzione e al commercio di seta. A tal proposito, si narra che i ricchi commercianti lucchesi dessero sfoggio del proprio benessere mediante una vera e propria «gara monumentale»: l’altezza del palazzo era il segno della potenza economica della famiglia che vi abitava. A parte i periodi nei quali cadde sotto il governo di potenze straniere e di tiranni, Lucca rimase una repubblica indipendente fino al 1805. Fu il 23 giugno 1805 che, per richiesta del Senato di Lucca, venne costituito il Principato di Lucca e Piombino, assegnato a Elisa, sorella di Napoleone Bonaparte, e al marito, Felice Baciocchi. Nel 1815 nacque il Ducato di Lucca, affidato al Duca Carlo Ludovico di Borbone con reggenza della madre Maria Luisa, che nel 1847 divenne parte del Granducato di Toscana e, nel 1860, fu annesso al Regno di Sardegna. Oggi la città per la sua bellezza e la sua tranquillità è stata scelta da molti come patria elettiva proprio perché è una città a misura d’uomo dove è possibile incontrarsi, passeggiare sentendo ancora il rumore dei propri passi, godere di una vitalità anche culturale, retaggio della capitale che fu. La campagna poi è verdissima e ricca di pievi, a testimonianza della partecipazione della città alla civiltà romanica, ma anche di ville splendide e ben conservate. Queste ultime, più di trecento costruite fra il XV ed il XIX secolo come alternativa estiva al palazzo di città, rappresentano in maniera quasi emblematica quella sintesi di architettura e natura così cara ai lucchesi. Lucca potrebbe essere definita «città dei tesori». Le tante chiese romaniche, come San Michele e il duomo di San Martino rappresentano la testimonianza di quel fortunato incontro tra due grandi filoni architettonico-culturali che ebbe luogo nella città tra XI e XII secolo, quando sulle facciate di queste chiese i marmi policromi, le arcate cieche e le soggette sovrapposte, caratteristiche del romanico pisano, si combinarono con gli interventi

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PUCCINI MUSEUM: I LUOGHI PUCCINIANI DIVENTANO UN BRAND

in rilievo e le tarsie, raffiguranti animali e mostri fantastici, espressione della cultura romanica padana. Un affollarsi di vita che acquista un’aura magica di notte, quando l’illuminazione fa stagliare queste grandi superfici marmoree dal buio circostante, e le esalta. All’interno del duomo, fra i tanti gioielli, la dolce eleganza del quattrocentesco monumento funebre a Ilaria del Carretto scolpito da Jacopo della Quercia. La basilica di San Frediano si richiama, invece, alla prime chiese paleocristiane romane, delle quali è citazione il grande mosaico duecentesco in facciata. Al suo interno uno splendido fonte battesimale (XII secolo, storie di Mosé) e il bellissimo ciclo di affreschi (1508) del bolognese Americo Aspertini. Doveroso percorrere almeno un tratto della passeggiata alberata delle Mura che, dodici metri d’altezza, trenta metri alla base, si sviluppano ancora totalmente integre per più di quattro chilometri e che, con le loro alberature, sono un grande parco pubblico dove i lucchesi si ricreano e fanno sport, e dal quale è possibile godere suggestivi scorci della città e delle colline circostanti. Vivamente consigliato anche un passaggio alla Torre Guinigi, uno dei simboli della città, con il notissimo albero sulla sua sommità: la vista è di quelle che non si dimenticano. E poi, di nuovo giù, per raggiungere l’animata Via Fillungo, la via che ospita molte delle più antiche e blasonate attività commerciali della città. I resti dell’antica arena romana hanno generato una delle più belle piazze d’Italia: Piazza dell’Anfiteatro. Ma non possiamo non citare via del Battistero, la via degli antiquari, il cui prestigio ha oltrepassato da un pezzo i confini nazionali. E poi ancora i musei: quelli nazionali di Palazzo Mansi e di Villa Guinigi, il Museo del fumetto, il Puccini Museum-Casa natale. Lucca, ha donato alla storia il suo patrimonio musicale per eccellenza dando i natali non solo a Giacomo Puccini ma anche a Luigi Boccherini e Alfredo Catalani. Infatti la musica a Lucca era, ed è tuttora, il cuore della vita sociale e culturale. Lucca, insomma, offre molte opportunità e per questo è meta di un

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turismo colto, attirato dal suo patrimonio artistico e dalla sua storia, ma anche da un congenito amore per il buon vivere e la cortesia. Turismo attratto da una città che sa dare molto, anche a tavola. Da non perdere: un piatto di tortelli o di farro, condito con l’ottimo olio di oliva locale, e una fetta di buccellato, il tipico dolce cittadino con uva passa e noci, magari accompagnato da un buon bicchiere di vino rosso delle colline lucchesi e, perché no, per i fumatori lasciarsi tentare dall’ottimo sigaro toscano, ancora oggi prodotto a Lucca secondo l’antica tradizione. A Lucca sono numerosi i luoghi legati alla vita e all’opera del Maestro. PESCAGLIA

Pescaglia è un paese delle verdi colline lucchesi, ai piedi della Garfagnana. Il Comune abbraccia buona parte degli abitati situati sulle zone collinari e montane comprese fra i torrenti Pedogna e Freddana. Recenti scoperte archeologiche hanno accertato che alcune aree erano sicuramente abitate nel primo millennio a.C.. Notizie certe della comunità si hanno però solo intorno al IX secolo. Qui, nell’abitato di Monsagrati, ha avuto i natali nel XIII secolo Santa Zita, ricordata da Dante nel XXI canto dell’Inferno, e in tempi più recenti la famiglia di Puccini, originaria di Celle. Ogni volta che si cerca di tratteggiare il rapporto fra Giacomo Puccini e Pescaglia è naturale ricondurlo in maniera indissolubile al paese di Celle. Da lì ebbe origine la famiglia dei grandi compositori lucchesi. Una parte della casa che fu dei Puccini racchiude oggi, trasformata in museo, numerosi e preziosi cimeli che appartennero, un tempo, alla stessa famiglia. È necessario riscoprire e valorizzare la presenza del grande compositore lucchese anche a Monsagrati. La permanenza si protrasse per circa due mesi e fu estremamente significativa e feconda dal punto di vista artistico perché, fra la pace di questa valle e nel silenzio dei boschi lussureggianti, Puccini trovò il clima, la serenità e l’ispirazione per portare a compimento il I atto di Tosca e dare inizio all’impianto complessivo dell’opera.

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PUCCINI MUSEUM: I LUOGHI PUCCINIANI DIVENTANO UN BRAND

Giacomo Puccini rimase affettivamente molto legato alla terra di Pescaglia che custodisce gelosamente il ricordo di questo grande musicista attraverso la sua storia. VIAREGGIO E TORRE DEL LAGO

Viareggio ebbe origine da un castello che Lucchesi e Genovesi, alleati contro Pisa, edificarono nel 1172 sulla riva del mare, a difesa della costa e del territorio circostante. Il forte di Viareggio e la modesta foce del Canale Burlamacca che gli scorreva accanto assunsero importanza nel 1441, quando Lucca perse il suo potere sul castello e sull’approdo marittimo di Motrone. Viareggio divenne così l’unico sbocco al mare dello Stato lucchese, cosa di cui guadagnò il territorio circostante, peraltro fino ad allora in condizioni di abbandono. Furono presi provvedimenti e misure per bonificare la palude che orlava la costa, per favorire la crescita urbana e demografica di quello che stava divenendo un piccolo borgo e per incrementare il traffico alla foce del Canale. Già nel 1480 il movimento marittimo aveva assunto una discreta importanza e Lucca decise di offrire gratuitamente terreno a chi decideva di costruire una casa a Viareggio. L’inospitalità dei luoghi e l’alto tasso di mortalità dovuto alla malaria ne ostacolarono lo sviluppo e il continuo regredire del mare rese scarsamente valido il castello di Viareggio come difesa dello scalo marittimo e delle attività commerciali che vi si svolgevano. Per questo, nel 1534, fu eretta un’altra fortificazione: la Torre Matilde, che garantiva una miglior protezione e che fece da nucleo attorno al quale si formò un piccolo centro abitato. Nel 1559 fu costruita la prima chiesa, dedicata dapprima a San Pietro e, poi, ampliata e trasformata, alla SS. Annunziata. Nel 1617 Viareggio fu destinata a sede di Vicaria per le località che fiorivano sulle colline alle sue spalle e iniziò a ingrandirsi tanto che, nel 1701, il Consiglio generale della Repubblica Lucchese la dichiarò «Comunità», dando agli abitanti il diritto di riunirsi in consiglio per decidere i propri provvedimenti. Lo sviluppo di Viareggio, però, procedeva

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con difficoltà, perché nella zona retrostante continuava a estendersi una vasta area paludosa. Lucca decise di intraprendere una radicale bonifica del territorio, incaricando l’ingegnere veneto Bernardo Zendrini di risolvere il grave problema. Dal 1741, anno in cui terminarono i lavori di bonifica, la malaria cominciò a diminuire progressivamente, fino a scomparire del tutto. Un altro grave problema sorse per il fatto che la vegetazione abbattuta non creava più la protezione per le colture dell’entroterra, violentemente spazzate e danneggiate dal vento di mare. Ecco che venne deciso di innalzare lungo la spiaggia una barriera artificiale, una striscia di bosco a pini: le future pinete di Viareggio, incomparabile oasi di verde, l’una – quella di Ponente – inserita ora nel tessuto urbano e l’altra – quella di Le-

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vante – lussureggiante di vegetazione, costituita in Parco Naturale con i territori di Massaciuccoli (Comune di Massarosa), Migliarino e San Rossore. Viareggio richiamò gente dalle località vicine e anche molte famiglie nobili lucchesi si stabilirono nella zona. Il paese si ampliò, le attività di pesca, cantieristica e marineria velica assunsero notevole importanza, tanto che nel 1819 la duchessa di Lucca, Maria Luisa di Borbone, decretò la costruzione della prima darsena e nel 1820 elevò Viareggio a rango di «città». Nel 1822 la principessa Paolina Bonaparte Borghese, sorella di Napoleone, fece costruire vicino alla riva del mare una graziosa villa, in cui soggiornò negli ultimi anni di vita. Era l’inizio di una nuova stagione per Viareggio, quella caratterizzata dall’usanza di bagni di mare: per la bellezza della spiaggia, per la felice posizione geografica, per il senso di ospitalità degli abitanti, la città si avviava a essere un centro balneare rinomato. Nel 1828 furono costruiti i primi stabilimenti: il Nereo per gli uomini, il Dori per le signore, in ossequio alla morale del tempo che proibiva il bagno promiscuo. Intorno al 1860 sorsero grandiose strutture balneari su palafitte come il bagno Nettuno, il Balena, il Felice, l’Oceano e via via tutti gli altri dal Canale alla Piazza Mazzini. Accanto alle modeste case del popolo si elevarono quelle signorili e l’espansione urbanistica si spostò dall’antico nucleo stretto attorno alla Torre Matilde verso il mare e lungo la spiaggia. All’inizio del Novecento la città era già la «Perla del Tirreno», un centro mondano, culturale e turistico apprezzato in tutta Europa e caratterizzato da una particolarissima architettura sospesa tra eclettismo e liberty. Oggi la città si è notevolmente ingrandita e la sua popolazione supera i 60.000 abitanti. Vivacissima località turistica, non solo estiva, è nota in tutto il mondo per il suo Carnevale. È attivo centro commerciale, con insediamenti industriali e artigianali, soprattutto nel campo della cantieristica navale ma riesce anche a mantenere ricchi spazi vegetativi «vergini» a testimonianza dell’origine e del pro-

fondo legame e rispetto mostrato da questa terra nei confronti della natura, di cui esempio imprescindibile è la meravigliosa quiete di Torre del Lago Puccini, perla naturale di tutta la Versilia. Importanti anche i settori della pesca, con un’attrezzata flottiglia nel caratteristico porto che ospita anche le barche dei diportisti e della floricoltura. Viareggio e Torre del Lago rappresentano la maturità pucciniana, la sua vita da compositore affermato. Sono moltissime, anche in questo caso, le orme del Maestro: come il museo di Villa Puccini a Torre del Lago, la Villa Puccini a Viareggio, che è chiusa al pubblico, e il Gran teatro all’aperto «Giacomo Puccini» a Torre del Lago dove ogni estate si realizza il rinomato Festival Pucciniano in riva al lago che ispirò il Maestro.

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Casa Puccini: cronaca di un restauro

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a Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca acquista Casa Puccini nel dicembre del 2010 con l’obiettivo di risolvere la situazione di stallo che aveva determinato la prolungata chiusura del Museo e la forzata interruzione delle opere iniziate sei anni prima. L’11 gennaio 2011 la stessa Fondazione conferisce allo studio CasiniCidArchitetti l’incarico di seguire i lavori di recupero attraverso la stesura del progetto architettonico da sottoporre agli enti per l’ottenimento dei necessari permessi autorizzativi, la definizione dei computi per la determinazione delle lavorazioni da effettuare e la direzione dei lavori per l’organizzazione e la conduzione del cantiere. Il 18 marzo viene aperto il cantiere che si protrae senza interruzioni fino alla fine di agosto e il 13 settembre viene inaugurato il museo. Tutte le fasi sono state concertate e seguite con l’ufficio tecnico della Fondazione Cassa di Risparmio (Franco Mungai e Angelo Paladini), con la Soprintendenza (Antonia d’Aniello, Glauco Borella, Francesco Cecati) e con la Fondazione Puccini (Gabriella Biagi Ravenni). Fasi preliminari – gennaio 2011

Casa Puccini a gennaio 2011 si presenta come un cantiere dove sono state sospese le lavorazioni. Le opere completate prima della forzata interruzione comprendono le descialbature delle pareti per il rinvenimento dei decori parietali, lo smontaggio delle antiche pavimentazioni, le opere strutturali di consolidamento del palazzo, la stesura dell’impianto termico e quella, parziale, dell’impianto elettrico. Mancano le opere di restauro e di completamento. Le prime operazioni per impostare il progetto e il percorso da seguire consistono nell’acquisizione delle notizie storiche e nell’esecuzione di un nuovo e più preciso rilievo dell’appartamento, per conoscere la consistenza dell’oggetto, inquadrando l’evoluzione del fabbricato, l’entità delle problematiche e la natura degli interventi da intraprendere. L’appartamento in cui nasce Giacomo Puccini è al secondo piano di un antico palazzo

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del centro storico di Lucca, all’angolo tra Via di Poggio e Corte San Lorenzo, nell’area dove la potente famiglia Di Poggio si era insediata già nel XII secolo con un insieme di case fortificate e torri che andavano dalla ormai scomparsa Chiesa di San Lorenzo in Poggio fino a Piazza San Michele. La superficie dell’appartamento è nell’ordine di 284 mq calpestabili, distribuiti in 18 ambienti eterogenei per taglio e altezze, organizzati a ferro di cavallo intorno al vano scale centrale del palazzo. La particolare articolazione planimetrica rivela che l’appartamento è frutto dell’aggregazione di distinti corpi di fabbrica, individuabili anche all’esterno per l’aggressiva stonacatura Novecentesca dei prospetti che ha permesso di riconoscere tre distinte unità, diverse per la scansione muraria e per il disegno delle polifore di gusto trecentesco. L’incrocio della scansione di questi prospetti e dell’attuale planimetria permette di isolare la antica matrice muraria della casa, in cui si riconosce un grande ambiente angolare, tra la Via di Poggio e la Corte san Lorenzo, una doppia sequenza di grandi vani rettangolari, ovvero i tre ambienti coperti dai cassettonati più l’attuale vano scale, e una stretta manica inframezzata da un arco, lungo il chiassetto a est. A questi ambienti si aggiungono quelli sul retro lungo il cortile, probabili regolarizzazioni di distinte superfetazioni. Su questo palinsesto si sedimentano nel tempo varie tramezzature aggiunte successivamente per adeguare gli ambienti alle mutate esigenze abitative. In particolare si segnala la realizzazione del «quartierino», già documentato nel catasto redatto intorno al 1820, là dove era il salone angolare, ricavato con una serie di ardite tramezzature di mezzane in foglio, appoggiate sulla più antica pavimentazione in quadruccio lucchese. L’analisi della documentazione catastale rivela come l’assetto planimetrico dell’appartamento a gennaio 2011 collimi sostanzialmente con quello di inizio Ottocento, salvo piccole differenze, come tamponature di porte, abbattimento di una parete e costruzione di nuovi tramezzi in forati nell’area dei

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CASA PUCCINI: CRONACA DI UN RESTAURO

servizi, verosimilmente maturate nel frazionamento dell’appartamento in due abitazioni intorno al 1940 e nelle successive opere di rifusione in un’unica unità. Relativamente alla percezione formale degli ambienti, risulta evidente che l’appartamento ha perso nel tempo l’aspetto dell’agiata dimora borghese ottocentesca abitata dai Puccini, a causa della sovrapposizione di interventi manutentivi anche di basso tenore che ne hanno svilito il carattere e alterato l’immagine. In particolare si osserva come la casa abbia assunto progressivamente un aspetto neomedievale, quasi rustico in alcuni ambienti, situazione accentuata dall’imbiancatura dei decori

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ottocenteschi e della rimozione delle controsoffittature in cannicciato che il catasto del 1820 indica in tutti gli ambienti a eccezione del salone di ingresso. A fianco di questo aspetto formale, si riscontrano moderate forme di degrado, come le infiltrazioni nel bagno sospeso, la mancata manutenzione degli infissi esterni oltre a quelle derivate dalla forzata sospensione dei lavori. Il progetto – febbraio 2011

A partire da febbraio 2011 viene redatto il progetto architettonico recependo l’impostazione di quello già sviluppato in precedenza dalla Soprintendenza (Glauco Borella) e dalla Fondazione Puccini (Gabriella Biagi Ravenni).

L’obiettivo è quello di recuperare la consistenza della casa dove nacque e abitò il Maestro, utilizzando come guida la descrizione catastale del 1820, che ne dà l’esatta articolazione planimetrica, completa delle destinazioni di uso dei singoli vani. La linea di intervento prevede il recupero della spazialità originaria degli ambienti, con la riproposizione filologica delle situazioni obliterate dai precedenti interventi edilizi e l’opera di adeguamento funzionale del museo, con la ridefinizione dei servizi igienici e degli spazi tecnici. Nell’anticamera e nella attigua stanza da letto dove nacque il Maestro, vengono ricostruiti i due controsoffitti prendendo a modello quelli rimasti in opera degli ambienti vicini, al fine di

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coprire e sanare l’impatto della grossolana e rustica soffittatura a travicelli e mezzane, in forte distonia con le tracce riemerse dei decori alle pareti. Nel salone di ingresso viene ripristinata la conformazione di un vano porta trasformato in arco, riproponendo su base analogica il modello delle altre aperture attigue, comprensivo di infisso, in modo da riproporre le gerarchie e la spazialità originaria di gusto neoclassico dell’ambiente. La camera sul retro, ora Salotto Ricordi, viene ricomposta con le stondature angolari, prendendo a modello l’unica superstite. Inoltre si ricostruisce la seconda porta a scomparsa in copia identica a quella rimasta, di cui si ripropone anche la tecnica costruttiva. La stanza che il catasto del 1820 descrive come «salotto da pranzo», trasformata nell’ultimo allestimento in cucina, viene riportata alla sua configurazione originaria ottocentesca in luogo dell’aspetto neo medievale che le era stato dato. In particolare si demolisce il rustico focolare con mostra in legno, evidente alterazione, per altro murata a cemento, e si introduce un nuovo caminetto di marmo, reperito sul mercato antiquario, coevo per stile, provenienza e disegno a quello che lo stesso catasto indica in questo ambiente «…e vi è posto un caminetto di marmo». In un successivo affinamento in corso d’opera, che richiederà una specifica variante di progetto, si decide di ricostruire la parete documentata nel catasto del 1820, che divideva il «salotto da pranzo» da «una stanza di passo», in modo da ripristinare la configurazione ottocentesca dell’ambiente, persa per privilegiare la lettura dell’edificio medievale. Le altre opere di restauro previste nel progetto contemplano il recupero di tutte le superfici parietali decorate già descialbate, la pulizia conservativa dei tre soffitti lignei quattrocenteschi, il ripristino di tutti gli infissi interni alterati da improprie ridipinture, la revisione di tutti gli infissi esterni, persiane, scuri e finestre, il ri-

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posizionamento di tutte le pavimentazioni precedentemente smontate e alcune integrazioni con copie identiche anticate fatte a mano, più tutte le altre opere di completamento. Alle opere di restauro propriamente intese si aggiungono quelle di riconfigurazione dell’area tecnica e di servizio, situata nella zona meno caratterizzata e più manomessa della casa, che prevedono l’allargamento del disimpegno e la messa a norma per accessibilità ai disabili del servizio igienico dei visitatori, la costruzione di un piccolo vano blindato per i depositi, l’allestimento di un vano tecnico per raccogliere gli impianti e il ripristino del vecchio bagno sospeso sul chiassetto, da destinare al personale. Sempre per garantire l’accessibilità ai disabili, per quanto il vincolo monumentale della Soprintendenza sull’edificio consenta deroghe totali, è stato adottato un sistema per agevolare il superamento delle ripide scale condominiali e permettere l’ingresso al Museo, consistente in un montascale a cingoli al posto di due impattanti piattaforme elevatrici. Nella revisione del progetto impianti (studio Bellandi e Petri), per altro già parzialmente stesi, si introducono lievi aggiustamenti all’impianto termico, mentre si decidono corpose modifiche a quello elettrico, allarme, rivelazioni incendi, tvcc e filodiffusione, per rispondere alle necessità di versatilità richieste dal progetto dell’allestimento (Glauco Borella). A fianco di queste opere la Fondazione Cassa di Risparmio decide di sostenere a proprie spese anche la riqualificazione dell’ingresso e del vano scale condominiale. Il progetto prevede di ripavimentare l’ingresso del palazzo, mettere in opera una controporta in ferro e vetro, revisionare completamente l’impianto di illuminazione e quello citofonico, ritinteggiare le pareti e costruire una parete in cartongesso con portoncino in legno, copia di un altro antico presente al piano, in modo da ricavare un piccolo vano dove alloggiare il montascale.

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CASA PUCCINI: CRONACA DI UN RESTAURO

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Cantiere e direzione lavori - marzo/agosto 2011

Il 18 marzo viene aperto il nuovo cantiere per il restauro della Casa Puccini, dopo la consegna degli elaborati progettuali, l’ottenimento delle necessarie approvazioni da parte degli enti, la stesura dei computi e la stipula dei contratti con le imprese. In parallelo vengono completate le fasi preliminari di coordinamento della sicurezza (Claudio Bulleri). Il crono programma delle lavorazioni viene impostato per terminare le opere entro fine agosto, lasciare posto alla fase esecutiva di allestimento e inaugurare il Museo Casa Natale di Giacomo Puccini il 13 settembre, secondo quanto richiesto dalla committenza, in concomitanza con la processione di Santa Croce, la più importante festa cittadina dell’anno. La tempistica a disposizione, sei mesi comprensivi dell’agosto con il relativo fermo approvvigionamento materiali per le pause estive, rappresenta un rimarcabile tratto di complessità nella gestione del cantiere. Per ottimizzare i tempi, evitare periodi di inattività e tenere sempre un margine per possibili correzioni in corso d’opera, si imposta il cantiere in modo che possano lavorare contemporaneamente gli edili, gli impiantisti e – soprattutto – i restauratori. Le rispettive lavorazioni sono portate avanti simultaneamente e non in successione. Secondo un criterio di agevolazione delle movimentazioni interne e di opportunità, si decide che l’edile e gli impiantisti completino le singole stanze una alla volta e che queste appena terminate vengano consegnate ai restauratori per il recupero pittorico, mentre i primi proseguono a preparare l’ambiente seguente. Per questa ragione il cantiere ha contato sempre un alto numero di effettivi, con punte di venti presenze simultanee giornaliere, comprendendo nel complesso, tra gruppo di progettazione e maestranze, circa 60 persone, quantità di assoluto rilievo per la ristrutturazione di un ap-

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partamento di 280 mq, anche se con destinazione museale. I turni di lavoro hanno compreso anche i sabati mentre le ferie estive sono state concentrate esclusivamente nei cinque giorni lavorativi a cavallo di Ferragosto. La conduzione della direzione dei lavori è stata agevolata dalla professionalità di tutte le imprese coinvolte e dal coordinamento dell’ufficio tecnico della Fondazione Cassa di Risparmio che ha anche garantito l’approvvigionamento dei materiali in tempi brevissimi, scongiurando insostenibili fermo cantiere. Tutti gli affinamenti necessari in corso d’opera, tipici di un lavoro di restauro, derivanti dall’acquisizione di maggiori informazioni o semplicemente perché non prevedibili in fase di progetto e redazione compiuti, sono stati riassorbiti nel crono pro-

gramma aggiornato dinamicamente secondo necessità. Nel mese di settembre, terminati i lavori in casa, si iniziano quelli del corpo scale condominiale. Le opere di maggior peso nel cantiere edile, discretizzate in termini percentuali rispetto al totale del quadro economico, comprensivo di tutte le spese relative sia all’operazione di recupero che a quelle di allestimento, sono quelle dei restauri dei decori murari (Lanciani e Martinelli) 18.2%, seguiti dalla parte edile (Limpresa) 16.5%, e da quelle dell’impianto elettrico, allarme, rivelazione antincendio, tvcc (LM impianti) 11.7%. A seguire, restauro parti lignee (Delle Monache) 6.3%, fornitura corpi illuminanti (Bonsignori e Tinti) 5.6%, falegnameria (Falegnameria Andrea) 4.7%, impianto idraulico (Cavalletti e Bonturi) 4.5% e opere in carpenteria metallica (Davini Prefabbricati) 2.1%. Il rimanente 30.4 % è suddiviso tra gli allestimenti (Acme 04 e Tappezzeria Squaletti), le cifre stanziate per il catalogo del museo, i professionisti e altre voci. Il 9 settembre 2011 viene consegnata la fine lavori della Casa Natale e del vano scale. Conclusioni

Il cantiere di casa Puccini, per quanto contenuto in termini di mera superficie, si è dimostrato molto complesso, per l’entità dell’oggetto su cui lavorare, per il clima di attesa che circondava la riapertura del museo, chiuso per varie vicende già da sei anni, e per la tempistica di otto mesi disposti dalla committenza. Il raggiungimento del risultato, nei modi e nei tempi previsti, è stato possibile grazie al proficuo clima di collaborazione e integrazione tra le imprese coinvolte, la direzione dei lavori, l’ufficio tecnico della Fondazione Cassa di Risparmio, la Soprintendenza e la Fondazione Puccini. A una settimana dall’inaugurazione, già 3.000 persone avevano visitato il Museo casa natale di Giacomo Puccini.

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La Fondazione Giacomo Puccini

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a Fondazione Giacomo Puccini di Lucca è stata istituita nel 1972 dal consiglio comunale di Lucca e riconosciuta con D.P.R. del 1976. La Fondazione ha per scopi statutari «la promozione generale di attività di ricerca, di manifestazioni culturali, divulgative e di spettacolo, legate a Giacomo Puccini e alla tradizione musicale lucchese, intervenendo in particolare negli ambiti della ricerca scientifica, della tutela, conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale pucciniano, della informazione, formazione ed educazione musicali». Nel consiglio generale della Fondazione sono rappresentate le principali istituzioni pubbliche e private della città e della provincia ed è stata membro del comitato nazionale per le celebrazioni pucciniane (20042008). La realizzazione più significativa è stata la creazione (1979) del museo Casa natale Giacomo Puccini in Corte San Lorenzo e la sua gestione fino al 2005. Dal 1974 al 1991 si segnalano inoltre: 16 edizioni del concorso di canto internazionale per voci pucciniane, allestimenti di opere a Lucca, manifestazioni pucciniane varie. Negli ultimi 10 anni la Fondazione ha partecipato alla realizzazione dell’evento L’inedito, 18 e 19 maggio 2001, al Teatro del Giglio, con la presentazione in prima assoluta del cortometraggio The Great Musician Giacomo Puccini, datato 1924; ha collaborato alle iniziative per la celebrazione del centenario di Madama Butterfly (2004); nel 2005 ha collaborato al progetto «Giacomo Puccini: dagli anni di formazione ai primi

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traguardi» nell’ambito della realizzazione della Biblioteca digitale italiana da parte del ministero per i Beni e le attività culturali; nel 2006 ha fornito consulenza per la realizzazione del documentario Nei luoghi del melodramma – Giacomo Puccini e ha realizzato, presso la propria sede, la mostra Giacomo Puccini. Immagini e suggestioni di un successo internazionale, in collaborazione con il Comune di Lucca e la consulenza del Centro studi Giacomo Puccini. Nel 2008 ha realizzato, in collaborazione con il Comune di Lucca, il progetto didattico Puccini a scuola che ha come obiettivo quello di avvicinare i bambini delle scuole primarie del territorio alla figura del grande compositore. Nell’ambito delle celebrazioni del 150° anniversario della nascita del Maestro ha progettato e realizzato la mostra Puccini e Lucca. Quando sentirò la dolce nostalgia della mia terra nativa (Palazzo Guinigi 14 giugno 2008 – 6 gennaio 2009), in collaborazione con il comitato nazionale per le celebrazioni pucciniane e gli enti rappresentati nel comitato stesso, in particolare con il Comune di Lucca. Da questa esposizione è nata una mostra itinerante dal titolo Puccini e Lucca nel mondo con lo scopo di far conoscere il legame di Puccini con la sua città natale e allo stesso tempo promuovere la città. La mostra dal novembre 2009 è stata esposta in Cina, a Panama, in Argentina (tournée di 6 mesi), Tirana, Belgrado, Berlino, Bucarest, Sofia. La mostra è attualmente negli Stati Uniti dove è già stata esposta a Boston e proseguirà con un tour toccando le città di San Francisco, Chicago, Atlanta, Pittsburgh e Toronto.

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LUCCA E IL

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RISORGIMENTO Ritorna sul baluardo della Libertà il busto restaurato di Benedetto Cairoli

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enedetto Cairoli è finalmente ritornato sulle Mura urbane. È stato infatti ufficialmente inaugurato il busto che raffigura l’eroe del Risorgimento italiano, garibaldino e presidente del consiglio dei ministri, che da tempo mancava sul Baluardo della Libertà. Il busto, in bronzo, è stato ricollocato sul basamento in marmo, dopo un restauro finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ed eseguito da Bruna Mariani, per la parte metallica, e da Massimo Moretti, per il basamento. Il restauro del busto di Benedetto Cairoli ha fatto parte di un più ampio programma di lavori promossi e messi a punto dalla Fondazione in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia su numerosi monumenti e lapidi risorgimentali presenti un po’ in tutta la provincia. Questi gli altri interventi effettuati nel comune di lucca: il busto raffigurante Giuseppe Mazzini sul baluardo di S.Regolo, il monumento ai Caduti delle patrie battaglie in piazza XX Settembre, il monumento sospeso in memoria del garibaldino Tito Strocchi sotto il loggiato di Palazzo Pretorio, in San Michele, la statua in onore di Antonio Mordini a palazzo Santini, sulla facciata che dà su via Battisti, la lapide in onore del mazziniano Adamo Lucchesi nel chiostro della Casa Pia in Via Santa Chiara, la lapide commemorativa dedicata ai volontari del 1848 e il monumento a Tito Strocchi nel cimitero urbano di Lucca.

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Antonio Mordini e il terzo Partito

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i sono storie che meritano di essere raccontate, storie piazza e poi in battaglia sui campi di Lombardia. Mordini fu fra i proche non subiscono l’usura del tempo perché ci parlano motori delle manifestazioni fiorentine per la Guardia Civica e poi nel di coraggio, di ostinazione, di responsabilità. L’anno comitato per la «Società nazionale per la fabbricazione di armi». Il suo scorso, mentre si avvicinavano le celebrazioni per il 150° maestro Montanelli, alla guida del ministero democratico toscano, lo dell’Unità Italiana, ho deciso di aggiornare quella che è richiamò a Firenze e Mordini impegnò ogni energia per una costituente stata la mia tesi di laurea e di raccontare la lunga avventura di un italiana da convocare a Roma, dopo la fuga di Pio IX a Gaeta nel nouomo, che insieme a migliaia di altri, ha fatto l’Italia. Perché come re- vembre del ’48. Alla fine anche a Firenze, abbandonata da Leopoldo citava una bella canzone di Francesco De Gregori “la storia siamo noi, II che si unì al papa sotto la protezione dei Borbone di Napoli, si formò siamo noi padri e figli, noi che partiamo”. un governo provvisorio nel quale Mordini ottenne il ministero degli È un uomo, al quale sono particolarmente legato, per almeno tre mo- esteri e l’interim di quello della guerra. L’esperienza del governo provtivi: il primo è che viene dalla mia terra, Barga, il secondo è che ha visorio toscano durò poco più di due mesi e non riuscì a conseguire sempre concepito la politica come vicinanza al territorio, ultimo ma apprezzabili risultati. Innanzi tutto perché si trovò a fare i conti con l’ostinon per importanza è che si tratta del bisnonno di mia moglie Ma- lità delle grandi potenze che non lo riconobbero come legittimo, poi rianna. C’è anche un altro motivo: questa storia che comincia ben più perché si creò una diversità di vedute tra i due triumviri Guerrazzi e di 150 anni fa, parla a noi con tratti di straordinaria attualità, descrive, Montanelli. Mordini, da parte sua, accettò le direttive più “moderate” ma lo vedremo in seguito, il coraggioso tentativo di rompere con il che venivano dal governo (ricevendo anche critiche da amici che copassato e di costruire una forza politica in noscevano le sue idee repubblicane) lavorando grado di interpretare correttamente i nuovi Nell’ambito del 150° dell’Unità d’Italia, per migliorare i rapporti con le grandi potenze e problemi dell’epoca, narra il senso di respon- la Fondazione Cassa di Risparmio di per intensificare la difesa del territorio. sabilità di chi sopporta una tassa pesante Lucca ha restaurato il monumento ad Dopo la fine dell’esperienza democratica toscana come quella sul macinato per assicurare un Antonio Mordini, che domina il Piazzale Mordini credeva di poter tornare nella sua Barga, pareggio di bilancio fondamentale per rilan- del Fosso. Su questo protagonista della ma avuta notizia dell’arresto di Guerrazzi fu colunga stagione del Risorgimento, che stretto ad intraprendere la strada di un esilio che ciare l’economia dell’Italia. L’uomo di cui stiamo parlando è Antonio Mor- fu amico e prodittatore di Garibaldi in sarebbe durato ben dieci anni. L’inizio della Sedini, le biografie mettono in fila tutti gli impor- Sicilia e successivamente Ministro del conda guerra d’indipendenza, il 26 aprile 1859, tanti incarichi che ha rivestito nel corso della Regno, il senatore Andrea Marcucci ha determinò per lui la fine dell’esilio: la sentenza di sua lunga vita: rivoluzionario, patriota con scritto il volume Antonio Mordini e il condanna venne infatti annullata dal governo Mazzini e Garibaldi, esiliato per dieci anni, terzo Partito (Maria Pacini Fazzi editore), provvisorio di Firenze, costituitosi dopo che il prodittatore in Sicilia, parlamentare di lungo dal quale abbiamo tratto alcuni passi. Granduca aveva preferito una nuova fuga dalla corso, prigioniero politico e galeotto, vicepreToscana, invece dell’intervento a fianco del Piesidente della Camera, presidente della commissione d’inchiesta sullo monte, come il popolo fiorentino chiedeva. scandalo della Banca Romana, senatore del Regno, e comunque Mordini rientrò così a Barga a fine maggio 1859, ma già il 19 giugno si sempre consigliere comunale a Barga e per lunghi tratti anche consi- diresse a Livorno e di lì si imbarcò per entrare a far parte, ai primi di lugliere provinciale a Lucca. glio, del corpo dei Cacciatori delle Alpi. Ma dopo pochi giorni, con le Proveniva da una nobile e ricca famiglia barghigiana e per lui era stato insurrezioni della Toscana e dell’Emilia Romagna in corso, Mordini riendisegnato un futuro da grande professionista. Per questo si iscrisse a trò a Firenze e prese parte al dibattito sull’elezione di una assemblea giurisprudenza a Pisa, entrando in contatto con quello che fu il suo toscana, composta da 172 deputati. Le elezioni si svolsero il 7 agosto primo e mai dimenticato maestro di vita: Giuseppe Montanelli. Così, e il patriota barghigiano risultò eletto come uno dei pochi esponenti invece di praticare l’attività forense, Mordini, trasferitosi nel 1843 a Fi- della sinistra. I primi atti dell’Assemblea furono la dichiarazione di derenze, cominciò ad essere un seguace del pensiero democratico e cadenza perpetua della dinastia degli Asburgo-Lorena e la votazione, patriottico di Giuseppe Mazzini, insieme con i fratelli Carlo e Seba- all’unanimità, dell’annessione al Piemonte (20 agosto). L’unione della stiano Fenzi, Antonio Galletti e Leopoldo Cempini. Tutti giovani, tutti Toscana al Regno Sardo avvenne il 12 marzo 1860, quando un plebibenestanti, ma idealisti e generosi, sentono la missione al quale è scito decretò con 366.571 voti l’annessione della regione alla Monarchiamata la loro generazione e l’assecondano, cambiando radical- chia Costituzionale del Re Vittorio Emanuele II. Il successivo 25 marzo mente il corso della vita. furono organizzate le prime elezioni politiche per eleggere i rappresenLa passione politica era certamente spinta anche dal vento che attra- tanti al parlamento subalpino. Mordini ricevette l’offerta da parte del Coversava l’Europa. La rivoluzione del ‘48 fu la prova del fuoco per questi mitato elettorale della sua Barga a candidarsi. Accettò affermando che ragazzi intrepidi, che scesero in prima linea nelle manifestazioni di la cacciata dello straniero oltre i confini delle Alpi, l’abolizione del potere

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ANTONIO MORDINI E IL TERZO PARTITO

temporale del Papa, la conquista dell’Italia meridionale con l’allontanamento dei Borboni dovevano essere i punti cardine da realizzare. Il 29 marzo risultava eletto al ballottaggio quale rappresentante del collegio di Borgo a Mozzano. Nella lettera di ringraziamento agli elettori affermava che il programma unità, libertà, indipendenza era l’unico degno di tal nome e che non era disponibile a votare provvedimenti di accentramento amministrativo (oggi si chiamerebbe statalismo) in quanto «se possibile è governare da lungi, bisogna sempre amministrar da vicino». Membro del nuovo parlamento subalpino Mordini si trovò subito in minoranza nell’ambito della votazione relativa alla ratifica del trattato tra Piemonte e Francia del 24 marzo, che sanciva la definitiva cessione di Nizza e della Savoia alla Francia. La sua posizione era vicina a quella di Garibaldi: la Francia avrebbe potuto anche occupare i due territori, ma il Parlamento italiano non poteva ratificare un atto che andava in direzione di uno smembramento dello Stato, la cui unità era chiamato a costruire. Nel frattempo il 29 maggio 1860, Garibaldi, alla testa della spedizione dei Mille, parte da Quarto. Il patriota barghigiano raggiunse il Generale

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il 7 giugno e venne nominato immediatamente tenente colonnello e, nel contempo, presidente del Consiglio di guerra a Palermo. Ma dopo pochi giorni Garibaldi decise di nominarlo prodittatore dell’isola, al posto di Agostino Depretis. Mordini fu così a capo di un governo, che fin da subito si prefisse l’obiettivo di applicare norme che si adattassero alla Sicilia. «Mentre Depretis – ha notato giustamente il Rosi – rimase sempre un continentale, Mordini si fece siciliano». Nella relazione, presentata il 18 novembre 1860, si davano indicazioni contrarie all’accentramento amministrativo e si chiedeva il rispetto dell’autonomia siciliana: la posizione geografica, la storia di quella terra dovevano costituire per il governo di Torino elementi tali da lasciare agli isolani la possibilità quanto meno di gestire in prima persona materie quali i lavori pubblici, la pubblica istruzione, gli istituti di credito. Il plebiscito del 21 ottobre, che vide la partecipazione dello stesso prodittatore proclamato cittadino onorario di Palermo, sancì l’annessione. Come si ricava da varie lettere scritte a Garibaldi, Mordini fu contento del risultato, ma allo stesso tempo si diceva preoccupato della possibilità che i piemontesi finissero per vanificare tutto il lavoro da lui

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svolto nell’isola: per questo auspicava che il Generale, all’atto di deporre i suoi poteri nelle mani del Re, richiedesse con decreto speciale il rispetto degli atti della sua prodittatura siciliana. In occasione delle elezioni politiche per il rinnovo della Camera dei deputati del 27 gennaio 1861, le prime dell’Italia unita, decise di candidarsi nel collegio di Palermo II, nonostante l’invito ricevuto dai propri concittadini di presentarsi nel collegio elettorale della sua terra. Il 18 febbraio così si apriva a Torino l’ottava legislatura, la prima del Regno d’Italia: la Camera uscita dalle elezioni politiche era a totale appannaggio dei moderati: su 443 deputati infatti, soltanto poco meno di cento potevano essere considerati di opposizione al governo. Mordini andò a sedersi a sinistra, nelle file garibaldine, e cercò di impegnarsi in vista del completamento dell’unità nazionale. I primi mesi da deputato non furono facili, poco propenso com’era all’arte del compromesso. Lo stesso Garibaldi, osannato sui campi di battaglia, all’interno dell’aula

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parlamentare subiva continue critiche, provocando profondo dispiacere in Mordini. Tuttavia comprendeva come fosse difficile anche per Garibaldi competere con la scaltrezza di un Cavour. «Egli – scriveva Mordini all’amico Fabrizi parlando del Generale – non è uomo da Camera e alla Camera sarà sempre battuto». Nel frattempo caduto il governo di Bettino Ricasoli, entra in carica quello di Urbano Rattazzi, che si mostrò ben più rigido nel contenere le richieste dei garibaldini, tanto da dichiarare lo stato d’assedio in tutto il sud e di sciogliere le associazioni democratiche, attribuendo pieni poteri al prefetto di Napoli La Marmora. Questo “giro di vite” coinvolse anche Mordini e i suoi colleghi, i quali il 27 agosto del 1862, mentre stavano per imbarcarsi da Napoli per Genova, vennero arrestati e condotti nelle carceri di Castel dell’Ovo. L’accusa rivolta loro, come seppero solo due giorni dopo, era di essersi recati in Sicilia per favorire la guerra civile. Ironia della sorte: Mordini era contrario al progetto di Ga-

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ANTONIO MORDINI E IL TERZO PARTITO

ribaldi di intraprendere dalla Sicilia una nuova spedizione, questa volta su Roma, per cacciare papa Pio IX. Progetto che fu comunque respinto dall’esercito regio sull’Aspromonte, provocando il ferimento e la prigionia di Garibaldi nel carcere del Varignano, a La Spezia. La detenzione di Mordini invece durò un mese, dal carcere il patriota scrisse varie lettere al presidente della Camera Tecchio, lettere che l’amico Bargoni pubblicò su “Il Diritto”, riaffermando l’assoluta incostituzionalità dell’atto commesso nei confronti dei tre deputati. La liberazione dei deputati avvenne il 6 ottobre, in virtù dell’amnistia concessa dal Re. Il contegno tenuto da Mordini in questa difficile situazione fu molto apprezzato anche dai moderati che cominciarono a impegnarsi per portarlo dalla loro parte. Il patriota barghigiano scelse però di rimanere nelle file della sinistra, anche se proprio in quella fase si evidenziarono chiare differenze all’interno dello schieramento. In occasione infatti delle discussioni sui provvedimenti fiscali del nuovo

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governo Farini, la posizione più conciliante di Mordini, ma anche di Crispi, si diversificò da quella più radicale espressa da Bertani. L’opinione di Mordini, era che non si dovesse aprioristicamente votare contro un nuovo ministero, seppur moderato, ma giudicare i fatti concreti e le sue scelte, questo atteggiamento di responsabilità sarebbe stato un gesto che avrebbe giovato alla stessa Sinistra, perché avrebbe abituato il paese e lo stesso Re a considerarla forza in grado di poter governare e a mettere in condizioni quest’ultimo di poterle affidare le redini del potere. Gli uomini della Sinistra inoltre dovevano impegnarsi per battere i moderati con gli strumenti formulati nella costituzione, altrimenti sarebbe stato giusto restare fuori del Parlamento. Mordini sosteneva che la forza rinnovatrice della Sinistra doveva consistere nell’esaltare i principi di libertà e di eguaglianza e nella tutela dei diritti dei popoli. Comincia così una frattura che con il tempo diventa insanabile. Di fronte all’impasse politico infatti il barghigiano iniziava a ma-

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turare la propria strategia politica indirizzata a condurre la Sinistra al governo del Paese. Questa posizione non significava ricerca di un nuovo ruolo nel breve periodo, ma semmai la ricerca di un diverso metodo di lotta parlamentare: «Io dico: noi dobbiamo rimanere opposizione, al presente non dobbiamo pensare, sì all’avvenire. Combattiamo il Ministero, ma non con frivolezza di ragioni e senza aver terreno sodo sotto i piedi. Aspettiamo gli atti ostili dell’interesse generale del paese, ostili all’interesse particolare del paese e le grandi occasioni». Era in sostanza un ruolo d’opposizione attiva, di stimolo critico mai preconcetto che Mordini chiedeva. Un ruolo che avrebbe permesso al partito di rendersi più credibile e autorevole per poter «rendere possibile il trionfo legale delle nostre idee» dato che «le difficoltà sono anche troppo grandi e noi dobbiamo procurare di diminuirle e superarle, non già di accrescerle». Era comunque consapevole di come questo suo atteggiamento stesse, nei fatti, dividendo la Sinistra ma decise di andare fino in fondo, come dimostra una lettera inviatagli da Civinini, direttore del foglio “Il Diritto”, che all’inizio del 1863, gli scriveva: «Senti: se non arrischiamo a costituire un partito democratico che rispetti il buon senso e la libertà, finiremo male. E codesto partito tu puoi costituirlo, e devi farlo». Da queste considerazione parte l’idea del ‘terzo partito’, concepito come tentativo di una prima radicale modifica del sistema politico del Regno. Un tema, quello lanciato da Antonio Mordini, che tornerà ciclicamente sulla scena italiana, anche con l’avvento della Repubblica. Anzi a scorrere i documenti dell’archivio del patriota barghigiano sembra di calarsi nell’attualità delle cronache parlamentari. Tanto che chi oggi cerchi di misurarsi sulla fondazione di pensieri politici nuovi, in grado di modificare il sistema politico, deve senza ombra di dubbio tornare a meditare sulla lezione di Antonio Mordini. In ogni caso Mordini rimase legato a Garibaldi e non mancò di fare dei tentativi per convincere il Generale ad accettare di tornare in Parlamento. In una lettera a lui rivolta, dopo aver espresso «il profondo rincrescimento provato nel trovarmi di avviso differente dal vostro sulla questione della dimissione dei Deputati», e aver riconosciuto comunque «la nobiltà dei sentimenti e la grandezza d’animo che v’indussero a ritirarvi dalla Camera», riconfermò come la presenza nell’aula parlamentare avrebbe significato «protesta, e non già acquiescenza ovvero complicità». Invitava quindi il Generale a ripensare alla sua decisione: «Io spero che, malgrado questo mio dissenso da voi sopra una questione di tanta importanza, voi vorrete considerarmi sempre quale uno tra i più fedeli e devoti amici vostri. Dal canto mio non vi rincresca avere la conferma della mia ammirazione, del mio affetto, della mia riconoscenza e come italiano e come Mordini, perché se il mio nome non è interamente ignoto, ciò lo debbo a voi che voleste contro ogni mio merito onorarmi della vostra fiducia. Anzi il pensiero di tante bontà vostre e la ricordanza d’essere stato rappresentante vostro e consigliere negli uffici di Stato m’incoraggia a pregarvi di accettare il mandato di Deputato che vi è stato conferito nelle ultime elezioni».

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ANTONIO MORDINI E IL TERZO PARTITO

Il problema, come purtroppo è avvenuto molte altre volte nella storia politica del nostro Paese, era rompere con il passato. Era in sostanza giunto il momento di affrontare i problemi concreti che attanagliavano il giovane Stato nazionale: non più parole ma concrete riforme: «Vi preghiamo di lasciare fra i ricordi delle nostre generose passioni giovanili le vaghe formule di un linguaggio che non ha senso in politica, le apostrofi alla libertà e le figure retoriche dei proclami rivoluzionarii» perché il tempo attuale «chiede un programma di relazioni esterne, di governo, di riforme economiche; chiede idee, non parole; chiede leggi e non discorsi ed interpellanze». Era giunto il momento che si costituisse nella Sinistra; “una scuola essenzialmente sperimentale». E l’esigenza di tagliare definitivamente con il passato era molto chiara: «Se la Sinistra torna anche questa volta alla Camera col proposito di ripetere le solite indigeste e rifritte declamazioni, di dimostrare per la centomillesima volta che la rivoluzione del sessanta fu la più bella cosa di che narrino le storie, di presentare oggi una petizione di 10 mila donne pel ritorno dell’esule, domani un’interpellanza sulle relazioni dell’Italia colla repubblica di Liberia; se la sinistra continua ad essere indisciplinata, contraddittoria, nebulosa e dogmatica; francamente la sinistra farebbe meglio di non presentarsi al Parlamento, e noi faremmo meglio a rinunciare ad ogni azione nella politica del paese». Così Mordini rivolgendosi agli elettori di Borgo a Mozzano per sostenere il proprio partito in occasione delle elezioni suppletive, volle ribadire il definitivo distacco della Sinistra costituzionale dal vecchio Partito d’Azione auspicando che questa trasformazione potesse favorire nuovi propositi anche nella Destra: «La Sinistra parlamentare riconosce, come base fondamentale del diritto pubblico nazionale, il plebiscito. Essa ha giurato lo Statuto. È dunque partito di opposizione monarchico-costituzionale. La Sinistra vuole l’impero della legge universalmente consentito, e lo spontaneo ossequio dei cittadini al principio d’autorità. È dunque partito di ordine e di libertà. La Sinistra vuole in tutte le questioni di governo e di pubblica amministrazione applicata, per via di naturali e logiche gradazioni, la gran legge che dice ai popoli: Avanti, avanti sempre. È dunque partito di riforma e di progresso». A questo indirizzo seguì una nuova lettera rivolta questa volta agli elettori del terzo collegio di Palermo, nella quale Mordini delineò il programma della Sinistra parlamentare: unità e libertà, fedeltà alla monarchia, riforma di tutti i rami dei pubblici servizi, economie nelle spese, forte impegno per il raggiungimento del pareggio di bilancio; nessuna pregiudiziale avversione, rispetto dei trattati, alleanza con Francia e Inghilterra in politica estera. Nasce così il terzo partito, che da subito , ricevette aspre critiche sia da destra che da sinistra: lo stesso Presidente del Consiglio Menabrea espresse la propria contrarietà ad una divisione della Camera diversa dal bipolarismo. Un tentativo coraggioso destinato però a non andare in porto, e a non completare quell’opera di trasformazione dei partiti che, come detto, costituiva la ragion d’essere dei ‘terzisti’. Animato dalla necessità di portare avanti una politica di riforme e di favorire il

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raggiungimento del pareggio del bilancio, il terzo partito finì per legarsi in maniera sempre più stretta al Ministero Menabrea, determinado così la fine della propria esperienza. Tassa sul macinato e Regia cointeressata dei tabacchi costituirono i due perni della politica finanziaria portata avanti dal Ministro CambrayDigny col decisivo apporto del Terzo Partito. Certamente i “terzisti” erano consapevoli, per ciò che riguardava soprattutto la tassa del macinato, dell’impopolarità della misura, ma erano altresì consapevoli che il primo impegno del governo doveva essere quello di salvare il paese dal tracollo finanziario. Le polemiche sull’odiosa tassa ridussero sensibilmente le fila del giovane raggruppamento, che si assottigliò ancor di più allorché Mordini e Bargoni decisero di assumere dirette responsabilità di governo. Essi infatti entrarono nel terzo ministero Menabrea, formatosi il 13 maggio 1869, ministero che, sebbene nato tra mille difficoltà, voleva presentarsi come governo di conciliazione. In realtà il terzo Ministero Menabrea ebbe un’esistenza molto travagliata, rimanendo in carica soltanto sei mesi. E così la sua affrettata conclusione (dicembre 1869) provocò una irreversibile crisi del Terzo Partito. Tramontata definitivamente la speranza di incidere attivamente sul quadro politico, a Mordini rimase comunque un grande prestigio che lo porto a rivestire importanti incarichi istituzionali. Dal 1872 al 1876 da prefetto di Napoli dovette affrontare i problemi posti dal banditismo e dalla malavita organizzata. Di Mordini infatti il primo allarmante resoconto al ministro dell’interno Minghetti “sul preoccupante aumento delle attività criminali della camorra, nonché l’incremento dei suoi rapporti di affari illeciti con esponenti dei più elevati strati sociali”. Fu ancora una volta uomo delle istituzioni super partes quando venne chiamato a presiedere la commissione d’inchiesta sul primo grande scandalo del Regno d’Italia, quello della Banca romana. Inutile sottolineare anche in questo caso le analogie con il presente: a causa dei crediti eccessivi concessi all’industria edile della capitale, la circolazione cartacea prodotta dalla Banca Romana superò di 65 milioni il limite legale. Buona parte della circolazione eccedente (incluse banconote false per 40 milioni emesse in serie doppia) fu utilizzata per prestiti politici a deputati e ministri. In un contesto potenzialmente esplosivo per tutta la classe politica, nel 1893 il presidente del Consiglio Giolitti si vide costretto ad costituire una commissione parlamentare, la cui presidenza venne offerta proprio al patriota barghigiano. Infine, quasi contro la sua volontà, nel 1896 Mordini viene nominato Senatore del Regno. Morì a 83 anni a Montecatini nel 1902 e tre anni dopo l’amico Giovanni Pascoli lo ricordò all’inaugurazione a Barga del monumento in suo onore. Scritta dal grande poeta anche l’epigrafe alla base della statua: “Senatore, XIV volte rappresentante del popolo, una volta di Garibaldi dittatore, nell’anno in cui combatterono i Mille, fu dei più eloquenti a suscitare l’Italia nuova dalle memorie dell’antica, uditelo o cittadini, che dal bronzo perenne pronunzia sempre “io vi dico di serrare le file”.

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Il Museo del Risorgimento torna a nuova vita

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e potessimo viaggiare istantaneamente all’indietro nel tempo, quanti di noi deciderebbero di ritrovarsi nel bel mezzo della battaglia di Curtatone e Montanara? Difficile a dirsi; eppure questa esperienza potrebbe diventare realtà, grazie alla riapertura del Museo del Risorgimento voluta dalla Provincia di Lucca e resa possibile da un finanziamento congiunto della Regione Toscana e della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca. Questa prospettiva, del resto ancora allo stadio di ipotesi, sarebbe naturalmente solo una simulazione virtuale della celebre battaglia. Di origine controllata saranno invece i numerosi cimeli che la mostra offrirà ai visitatori che si presenteranno a Palazzo Ducale, in Cortile degli Svizzeri. Rimasto chiuso e in uno stato di sostanziale abbandono negli ultimi tempi, il Museo ritorna ora a nuova vita; ma in realtà la sua storia comincia molto prima. Correva l’anno 1925 e nel fortilizio di Porta San Donato vedeva la luce il “Museo della Guerra”. La guerra era naturalmente, ma non solo, la Grande Guerra, i cui ex combattenti e reduci avevano voluto raccogliere tutto il materiale storico reperibile dal Risorgimento in avanti. Ben presto la sede aveva potuto giovarsi delle prime donazioni importanti, tra cui la famosa Bandiera dei Carbonari di cui si dirà diffusamente più avanti. Con l’accrescersi dei reperti, cresceva anche l’importanza della mostra; ragion per cui, nel 1929, Galeazzo Ciano in persona inaugurava la nuova sede di Villa Guinigi, dove il materiale poté trovare più comoda e adeguata sistemazione. A questo stadio, il museo godeva di quattro sezioni, una dedicata al Risorgimento (la più ricca), una ai cimeli più strettamente garibaldini (lettere autografe di Garibaldi, armi, uniformi e documenti dell’epoca), una alla Prima Guerra Mondiale e una ai corpi armati nazionali, mentre una quinta sezione, incentrata sulle guerre coloniali, non venne mai completata. Le fortune dell’allestimento non conobbero soste nemmeno dopo la caduta del regime, anzi, la mostra continuò la sua espansione fino al

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IL MUSEO DEL RISORGIMENTO TORNA A NUOVA VITA

1951 quando la Soprintendenza acquistò Villa Guinigi dal Comune e “sfrattò” l’esposizione – che di fatto risultò poi praticamente smantellata. Infatti fu proprio in questo periodo che il materiale, abbandonato in armadi e bauli, cominciò lentamente a degradarsi e a necessitare di quelle operazioni di restauro che più tardi avrebbero impegnato a lungo gli esperti. Quando perciò attorno al 1985 l’Associazione nazionale combattenti e reduci, sezione di Lucca, decise di riportare il museo agli antichi splendori, la prima operazione fu d’inventario

Adesso finalmente pare arrivato quel momento. I necessari interventi di restauro dei reperti, cominciati grazie ai finanziamenti del ministero per i Beni culturali e della Fondazione Banca del Monte, per volontà dell’Associazione nazionale combattenti e reduci, dell’associazione AssoArma e della Soprintendenza, sono poi proseguiti nell’intento di rendere nuovamente accessibile l’intero repertorio di cimeli al pubblico nel più breve tempo possibile. Per questo, mentre le sale vengono rimodernate e risistemate, la collezione è stata spostata altrove, in modo da

lustrerà gli eventi principali per Lucca e per l’Italia fino al 1870. La seconda si focalizzerà sulla figura di Tito Strocchi, e più in generale sul materiale garibaldino, mentre la terza costituirà un focus sulla Grande Guerra. L’assortimento garibaldino davvero variegato, nonostante la distanza che ha sempre separato Lucca dall’eroe dei due mondi, dipende dalla figura del già citato Strocchi, lucchese incaricato di mantenere i contatti tra Garibaldi e Mazzini quando ormai i rapporti tra i due si erano notevolmente raffreddati. Il ruolo del concittadino è tale che si è pensato di utiliz-

mentre si versava qualche lacrima sui cimeli irrimediabilmente compromessi o addirittura andati perduti. Tuttavia, grazie alla tenacia degli appassionati e dei sostenitori, a partire dal 1989 poteva dirsi cosa fatta la rinascita del nuovo museo del Risorgimento dalle ceneri del museo della Guerra, con i reperti storici sistemati in teche in vetro, più adeguate. E così è stato a lungo, ma neanche una denominazione nuova e più politicamente corretta ha impedito che il museo seguisse la sorte, o quasi, del suo predecessore: nonostante qualche tentativo di rivitalizzazione, fu decisiva una riduzione di spazio – e ancora una volta il contenuto delle sale finì accatastato in attesa di tempi migliori.

poter effettuare gli interventi che in prima battuta hanno riguardato soprattutto il seggio di Antonio Mordini, prodittatore di Garibaldi in Sicilia e senatore nel primo parlamento italiano, e la giubba rossa e il berretto di Tito Strocchi, giovane garibaldino lucchese, insieme ad alcune lettere dello stesso Garibaldi. La struttura del museo dunque verrà ampliata e rinnovata completamente, con spazi utilizzati anche come bookshop e per la diffusione di merchandising legato al museo. Accanto all’ingresso, una sala multimediale permetterà la proiezione di un filmato sui principali accadimenti legati alla storia dell’Unità d’Italia. Tra le sale del museo vere e proprie, una sarà dedicata a una linea del tempo che dal 1815 il-

zarne la figura come chiave di lettura del Risorgimento lucchese. Una buona parte dello stanziamento è stata dedicata al restauro. Tessuti e carta sono particolarmente soggetti a deterioramento, e particolare attenzione è stata prestata a rendere nuovamente fruibile dal pubblico la bandiera dei Carbonari e il carteggio di Garibaldi. La bandiera detta dei Carbonari, in particolare, è un reperto notevolissimo in quanto risalente agli anni Trenta dell’Ottocento; venne portata a Milano dai volontari lucchesi, e la scritta che vi compare (“Italia libera, Dio lo vuole”), compare anche sulla monetazione del governo provvisorio lombardo instauratosi dopo le Cinque Giornate. Per questo la bandiera è

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detta anche delle Cinque Giornate, termine forse più appropriato visto che i carbonari avevano come riferimento non il tricolore attuale ma una terna formata dall’azzurro, dal rosso e dal nero, con altri significati simbolici rispetto a quelli che siamo abituati a conoscere. Il carteggio di Garibaldi, invece, restaurato da Carlo Mori con gran dispendio di tempo e denaro, consiste, oltre ad una serie di cartoline, in un autografo dell’eroe risorgimentale spedito quando Garibaldi era a Caprera. Sottoposta a cure particolari anche la bandiera della Guardia civica lucchese; tutti interventi che hanno richiesto risorse non indifferenti a causa dei numerosi guasti del tempo e dell’incuria. Tra i pezzi da esposizione offerti lungo il percorso, molti appartengono all’eroe lucchese Carlo Del Prete, di cui è conservata per intero la tuta di volo. Numerosissime le armi: mo-

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schetti e fucili di varie epoche e fatture, alcuni anche di origine araba, sciabole risalenti al Seicento e al Settecento, mortai, bombe a mano, elmetti, diverse pistole, maschere antigas. A completare il tutto, per permettere anche ai diversamente abili di usufruire del materiale, un apposito piano di accesso e schede di lettura in Braille consentiranno loro la visita. TITO STROCCHI

Strano destino quello di Tito Strocchi, responsabile postumo di ben due scioglimenti forzati dell’amministrazione comunale di Lucca, ferocemente anticlericale in nome dell’indipendenza dello Stato nazionale e riabilitato oggi che la crisi degli Stati centralizzati ha sterilizzato proclami in altri tempi rivoluzionari. Nato nel 1846, dopo aver frequentato l’Istituto d’Arte, il giovane Strocchi si iscrisse a Giurisprudenza a Pisa, dove riuscì a laurearsi tra mille sforzi complicati da una propensione non comune sia per la poesia che per le feste. Costretto a un praticantato di quattro anni, se ne stancò in fretta e si buttò nei moti

insurrezionali dell’epoca. Dopo essere stato arrestato nel 1867 in seguito alla fallita spedizione per la liberazione di Roma, partecipò alla battaglia di Mentana e fu portato prigioniero in Francia. Di ritorno a Lucca, si dedicò alla letteratura e al giornalismo, avvicinandosi a Mazzini e alle posizioni repubblicane. Nel 1870, come capo dell’Unione Repubblicana Universale di Lucca, cospirò, con l’appoggio di Mazzini, per la sollevazione del territorio tra Lucca e Pescia, ma senza successo. Morì di tisi nel 1879. Venne sepolto nel camposanto lucchese, tra mille proteste, a causa della sua dichiarata adesione al cosiddetto libero pensiero, tanto che il prefetto, di fronte alla giunta di Lucca che non procedeva, sciolse l’amministrazione comunale. L’episodio si ripeté pressoché identico in seguito al tentativo di erigere una stele sul luogo della sepoltura.

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Lucca e le Mura: itinerari del Risorgimento

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uesta mostra ha inteso ripercorrere, attraverso lo studio della genesi, delle vicende e del destino di alcuni monumenti cittadini, le diverse fasi del Risorgimento italiano mettendo anche in evidenza i modi diversi con cui i lucchesi percepirono e interpretarono il messaggio unitario nel periodo compreso fra il 1861 e la fine dell’800. Al centro di questa vicenda campeggiano le mura che i Baciocchi, con il decreto n. 36 del 18 ottobre 1810, avevano affidato alla cura e alla manutenzione – negandone però il possesso – del municipio di Lucca. Quando, nel dicembre del 1863, si cominciò a parlare di una loro possibile vendita (essendo le mura confluite fra i beni appartenenti al Demanio nazionale come tutti gli altri incamerati al momento dell’annessione degli Stati dell’Italia centrale al Regno sabaudo), le autorità cittadine presero subito contatti con quelle centrali per un eventuale loro riacquisto. Continuarono poi le medesime trattative con la “Società anonima per la vendita dei beni demaniali” appositamente costituita per anticipare allo Stato, sopraffatto da un imponente debito pubblico, una cifra annua corrispondente al valore degli immobili che avrebbe dovuto immettere sul mercato. Dopo lunghe trattative, infine, fissato il prezzo d’acquisto a £. 112.350 (dopo le 107.000 previste inizialmente), le mura vennero ricomprate dal Municipio con l’atto stilato, il 26 agosto 1866, presso il notaio Cesare Gherardi. Un buon affare, quindi, valutando la loro imponenza e considerando che Firenze l’anno precedente aveva pagato le proprie mura (per poi distruggerle per dare avvio al piano Poggi) £. 200.000 e che Livorno poté riacquistare un’ampia parte delle sue fortezze nel 1889 per £. 70.0001. L’atto d’acquisto lucchese del 1866 costituì il primo passo fondamentale del lungo processo di riacquisizione della struttura difensiva cittadina terminato formalmente solo il 19 agosto del 1870 con la pubblicazione della legge n. 5703 nella Raccolta Ufficiale che approvava la vendita di beni stabili a trattativa privata e in cui erano incluse anche le mura di Lucca2. Esisteva, comunque, un notevole divario fra quanto premesso nel contratto relativamente alla vendita totale delle mura e la descrizione delle particelle inserite nell’atto che riguardavano soprattutto l’area degli spalti. Non c’era perciò corrispondenza fra la porzione di mura effettivamente comprata e quella “taciuta” all’interno dell’accordo. Questa anomalia di far rientrare nel contratto solo quelle aree che non erano state assegnate, in precedenza, in uso al Comune, non poteva – come osserva Enrico Romiti – essere accidentale ma il prodotto di un’intesa fra la “Società per la Vendita dei Beni Demaniali” e il Comune probabilmente per abbattere il prezzo di stima. L’atto di compravendita, comunque, sancì e decretò il possesso dell’intera cerchia da parte dell’amministrazione cittadina. Tre anni prima del contratto per l’acquisto delle mura, esattamente il 14 settembre, era stata inaugurata in piazza San Michele la statua di Francesco Burlamacchi a cui la storiografia dell’800 aveva assegnato il titolo di primo martire per l’Unità d’Italia essendo stato decapitato a

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Milano nel 1548 per avere sognato e operato per riunire assieme la Toscana a tutto svantaggio della dinastia medicea. Il Burlamacchi, con le spalle rivolte verso la basilica, non solo rappresentava l’emblema del contrasto cittadino e nazionale fra cultura cattolica e cultura ispirata agli ideali risorgimentali e massonici ma rifletteva anche quell’ideale sacrale del Risorgimento come sacrificio di sangue legato alla ricerca di una nuova religione civile, o meglio, delle nazione intesa come comunità sacrale3. Lo stesso ideale educativo ed edificante si trova riflesso sulla facciata di San Michele dove l’ingegnere addetto al suo restauro, Giuseppe Pardini, collocò, dopo molte discussioni con gli altri membri della commissione preposta ai restauri, fra le protomi fantastiche, i volti di Vittorio Emanuele II, Cavour, Napoleone III, Pio IX e Dante Alighieri. La scelta era dovuta sicuramente all’intento di additare alle nuove generazioni l’esempio di uomini che avevano avuto un ruolo fondamentale per la civiltà moderna ma era anche un segno di riconoscenza nei confronti dello stato che aveva contribuito con una somma ingente alla ripresa dei lavori al prospetto della basilica interrotti per mancanza di fondi4. La facciata fu inaugurata nel 1866, l’anno dell’acquisto delle mura di Lucca e del restauro della torre Guinigi sempre ad opera di Giuseppe Pardini. Ma il 1866 fu anche quello della legge sulla soppressione degli Ordini e delle Corporazioni Religiose con tutto quello che comportò nel rapporto Stato-Chiesa a livello nazionale e nelle singole realtà. Questa vicenda, a Lucca, si intrecciò anche con l’acquisto da parte della Provincia, dell’ex palazzo Ducale (1867) e con la collocazione in alcune sue sale degli oggetti d’arte pervenuti al Comune in seguito alle soppressioni delle istituzione religiose per concessione del Governo italiano. Da qui – come ricorda Gioela Massagli – la nascita della pinacoteca come luogo di conservazione dei quadri donati da Leopoldo II e delle opere acquisite in seguito alle soppressioni ecclesiastiche. La risposta iconografica – secondo Romano Silva – di coloro che a Lucca si riconoscevano nella tradizione cattolica è il cenotafio, scolpito dallo scultore lucchese Vincenzo Consani, dedicato a Matilde di Canossa nella chiesa di San Giovanni (1872). Un’opera di grande valore simbolico – Matilde donò al papato gran parte dei suoi beni – sotto l’impressione della presa di Roma da parte dell’esercito italiano nel settembre 1870. Nello stesso anno, la commissione consultiva delle Belle arti per la Provincia di Lucca faceva istanza al ministero della Pubblica istruzione per riottenere una delle facciate del sarcofago di Ilaria del Carretto che, separata dal resto del monumento fino dal 1544, non era più stato possibile recuperare anche per la mancanza di sensibilità di alcuni illustri esponenti della cultura cittadina (in particolare di Ascanio Mansi che nel 1828 quando era ministro per gli Affari Esteri e Interni aveva rifiutato l’acquisto da parte di un antiquario). Sarebbero dovuti passare altri 15 anni di trattative non sempre facili perché nel 1887 la lastra venisse trasferita nuovamente a Lucca dal museo del Bargello di Firenze.

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Frattanto nel 1876, cambiata la maggioranza di governo e salita al potere la Sinistra si affacciò sul panorama politico un ampio schieramento di uomini provenienti da esperienze mazziniane, democratiche o garibaldine. Gente che aveva giurato comunque fedeltà alle istituzioni monarchiche e grazie a cui divenne possibile recuperare le memoria del Risorgimento inserendola in una storia unitaria grazie anche al fatto che«gli oppositori protagonisti dell’epopea erano già morti e che si poteva cominciare a immaginarli tutti quanti partecipi di una comune lotta contro lo straniero per il riscatto della patria, per l’affermazione della libertà»5. In mezzo quindi a grandi polemiche fra conservatori e radicali, ci ricorda Roberto Pizzi, nel 1883 venne inaugurato nel cimitero urbano il monumento al garibaldino-mazziniano Tito Strocchi realizzato da Artemisio Mani con il contributo della loggia massonica Francesco Burlamacchi. L’anno successivo, in seguito al ritorno dei liberali a Palazzo Santini (sindaco Achille Pucci) fu possibile anche comporre la lunga diatriba per l’erezione, spese di collocamento e adattamento della località per la già da tempo preventivata statua a Vittorio Emanuele II. Sistemata la piazza antistante la scesa a Porta San Pietro con la demolizione del Caffè esistente e suo spostamento verso l’interno del baluardo, il 28 agosto 1885 fu possibile inaugurare il monumento al sovrano artefice dell’unità d’Italia. L’opera in bronzo era stata concepita e realizzata dalla scultore Augusto Passaglia grazie anche al contributo e agli sforzi della locale Società operaia. Con l’inaugurazione – il 20 settembre 1889 – della statua marmorea a Giuseppe Garibaldi in piazza del Giglio, iniziò la serie dei monumenti ai padri laici della patria concepita dallo scultore Urbano Lucchesi,

un’artista non molto conosciuto ma che ha lasciato un segno importante nella storia artistica cittadina dell’800. Del resto lo stesso Garibaldi si era molto adoperato nell’elaborazione di autentici miti anticlericali molti dei quali a svantaggio della Chiesa e del Papa6. Di riflesso anche quest’opera venne realizzata grazie all’impegno di alcune associazioni fra cui quella Politica progressista, la loggia massonica Francesco Burlamacchi e i Reduci delle patrie battaglie. L’eroe dei due mondi era rappresentato a figura intera e i due rilievi bronzei sul basamento raffiguravano rispettivamente lo sbarco dei Mille a Marsala e la battaglia di Calatafimi. Più modesto nelle proporzioni e più defilato nel contesto del tessuto cittadino (baluardo di San Regolo) appare il busto dedicato a Giuseppe Mazzini inaugurato il 16 marzo del 1690 a cui fece seguito il monumento a Benedetto Cairoli (1893: baluardo della Libertà) donato dai democratici lucchesi alla città, e il Genio alato del complesso ai Caduti delle Patrie Battaglie – sempre di Urbano Lucchesi – in piazza delle Erbe rinominata per l’occasione e in mezzo a infinite polemiche fra Prefetto e Comune (nel 1895 c’era stata a Lucca una schiacciante vittoria della lista clericale), piazza XX settembre. Il quadro complessivo offre quindi l’immagine di una città particolarmente attiva che, nello spazio di pochi anni seppe, anche a prezzo di enormi sacrifici economici, riacquistare i maggiori simboli della propria storia e identità, profondamente immersa, nonostante la netta divisione e i contrasti anche feroci fra cattolici e laici, nel nuovo clima effervescente dell’Italia post unitaria e che trovò un suo riflesso e anche un momento unitario nella grandiosa esposizione di “Arti e mestieri” del 1877.

1 Ved. Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia, anno 1889, giovedì 18 aprile, n. 93.,p. 1154. L’atto di acquisto era stato rogato in forma pubblica amministrativa presso la Prefettura di Livorno il 24 settembre 1888. 2 Nel 1874 il Comune riacquistò dallo Stato anche il torrione dell’Annunziata di Porta San Gervasio e Protasio 3 A.M. Banti, Sublime madre nostra. La nazione italiana dal Risorgimento al Fascismo, Bari, Laterza, 2011.

ASRo, Direzione generale Antichità Belle Arti, busta 474, fasc. 417.1. Cavour morì nel 1861; Mazzini nel 1872, Vittorio Emanuele II nel 1878; Garibaldi nel 1882.. Ved. A.M. Banti, Il Risorgimento italiano, Bari, Laterza, 2010, p. 128. 6 Ved. G. Pécout, Il lungo Risorgimento. La nascita dell’Italia contemporanea (17701922), Milano, Edizioni Bruno Mondatori, 1999, p. 306.

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Lucca e il Risorgimento: cinque mostre e un sito web

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na rete di cinque mostre, un sito web, un fumetto e una proposta di vari itinerari cittadini per celebrare a Lucca il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia. Il percorso Lucca e le Mura: Itinerari del Risorgimento ha unito in un unico tracciato alcuni luoghi memorabili della storia lucchese: dalla casermetta del baluardo di San Colombano all’Archivio storico Lucchese, dall’Archivio di stato alla Biblioteca statale, al Museo nazionale di Palazzo Mansi. La mostra ha ripercorso, attraverso lo studio della genesi, delle vicende e del destino di alcuni monumenti cittadini, le diverse fasi del Risorgimento italiano mettendo in evidenza i modi diversi con cui i lucchesi percepirono e interpretarono il messaggio unitario nel periodo compreso fra il 1861 e la fine dell’800. Una mappatura consistente di documenti e immagini al cui centro campeggia la vicenda delle Mura che i Baciocchi, con il decreto n. 36 del 18 ottobre 1810, avevano affidato alla cura e alla manutenzione – negandone però il possesso – del municipio di Lucca. L’evento, voluto dal Comune di Lucca, è stato realizzato con la direzione scientifica di Carla Sodini e di Romano Silva (recentemente scomparso): un modo nuovo di presentare la storia e la città, che utilizza un supporto virtuale spettacolare, con approfondimenti, schede didattiche e immagini navigabili a 360°. Sul sito, infatti, sono proposti venti tour virtuali – dalla Torre delle Ore alla Torre Guinigi, dalla sala dei Principi alla sala Savoia – per scoprire la città più segreta. La mostra ha chiuso il calendario di celebrazioni realizzate in occasione del 150° anniversario dell’unità d’Italia e ha aperto il lungo percorso di eventi e attività di restauro e recupero, per le quali la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ha già manifestato il suo diretto interesse e intervento, che accompagneranno la città al 2013, anno in cui Lucca festeggerà i 500 anni dall’edificazione moderna delle mura urbane. Proprio in questa ottica il progetto ha scelto di destinare risorse, oltre che alla realizzazione della mostra, al restauro e alla ristrutturazione di una porzione della casermetta San Colombano, sede centrale della mostra. I lavori, curati da Antonella Giannini e Silvia Biagi, rendono, così, nuovamente fruibile una porzione di mura fino ad oggi esclusa all’uso pubblico. Proprio la mostra “Lucca e le mura: itinerari del Risorgimento” andrà a inaugurare questo spazio restituito alla città e che, da oggi, potrà ospitare mostre, convegni e conferenze. Tra le molte collaborazioni che contraddistinguono questo progetto spicca, infine, quella della città di Firenze che proporrà, proprio in occasione di questa mostra, un parallelo tra il caso delle mura lucchesi e quelle delle mura e delle fortificazioni fiorentine, due esempi di diversa applicazione del federalismo demaniale ottocentesco.

La storia

La Lucca dell’800 dovette affrontare due momenti storici delicati per l’identità politica e culturale cittadina. Il 10 ottobre 1847 finiva la lunga storia d’indipendenza del Ducato di Lucca. L’unione al Granducato di Toscana significò la perdita della corte e dei privilegi di quella che per

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quasi cinque secoli anni era stata, anche se minuscola, una cittàstato, una vera e propria capitale. L’annessione pesò molto ai lucchesi ma non fu l’unico processo di trasformazione che la città dovette subire. Il secondo, importante momento per la storia del nostro Paese, fu, appunto, l’adesione del Granducato di Toscana al Regno d’Italia. Il nascente regno inglobò tutti gli stati preunitari e i loro patrimoni, le loro finanze o, per meglio dire, i loro debiti. Proprio per far fronte alla necessità di impinguare le casse del statali, si attuò un meccanismo, che oggi ascriveremmo alla sfera della finanza più creativa. Si costituirono infatti appositi enti nazionali statali (come la Società Anonima) con il preciso compito di collocare sul mercato alcuni possedimenti dello stato in modo da garantire risorse immediate. Due di questi possedimenti furono appunto le Mura, con tutto il loro impianto difensivo, e Palazzo Ducale. Lucca non volle assistere inerme a questo duro colpo così destò il suo spirito indipendente e, nella sua unicità, iniziò un moto di adesione al cammino unitario e post unitario del tutto singolare fondando le sue radici sulla cultura cittadina, sulla storia, sui valori identitari di una comunità. Come ricorda Letizia Bandoni, assessore alla cultura del Comune di Lucca, «mentre in tutta Italia si pensava a come incollare assieme territori disomogenei, a Lucca si cercava di preservare le radici culturali della comunità valorizzando e acquisendo tutti gli elementi della propria identità: Lucca riacquistò, infatti, le proprie mura (per 112.350 Lire) restaurò in chiave moderna la facciata della chiesa di San Michele, ricompose il monumento funebre a Ilaria del Carretto, revisionò la storia dell’unificazione d’Italia rendendola percorribile attraverso le vie del centro in una sorta di percorso didattico per monumenti da destinare alle future generazioni». Contemporaneamente al processo di riacquisto delle mura, che terminò nel 1866, Lucca scelse di celebrare l’indipendenza e l’unità nazionale abbellendo e decorando con nuovi monumenti il proprio centro storico. Tra questi il monumento a Francesco Burlamacchi, quello a Vittorio Emanuele II, a Giuseppe Garibaldi, a Giuseppe Mazzini, a Benedetto Cairoli. Monumenti dietro ai quali c’è non solo la storia di un Paese ma anche la storia più viva e vissuta di un’intera comunità con le sue disquisizioni politiche, sociali e culturali tipiche di una città che potremmo definire culturalmente bipolare: innovatrice e aperta ma anche socialmente estremamente conservatrice. Proprio con questo spirito Carla Sodini e Romano Silva hanno affrontato questo progetto espositivo proponendo un itinerario che inizia nel 1863 – con l’erezione della statua a Francesco Burlamacchi – e arriva al 1897 – con l’inaugurazione del monumento ai Caduti in piazza XX Settembre. Romano Silva aveva acutamente notato come l’inserimento del volto di Vittorio Emanuele II a fianco di quello di Galileo Galilei, di Cristoforo Colombo, di Gutenberg e di San Paolino nella facciata di san Michele e il cenotafio dedicato a Matilde di Canossa nella chiesa di San Giovanni siano il documento tangibile dello spirito della città: culturalmente aperta, coraggiosa, europeista, lungimirante e al tempo stesso conservatrice, cattolica, insomma profondamente “lucchese”.

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Un nuovo approccio generazionale

Con la mostra «Lucca e le mura: itinerari del Risorgimento» si è scelto di sperimentare un diverso modo di costruire occasioni culturali e cioè quello di unire esperienze più tradizionali con proposte innovatrici formulando, così, un progetto in grado di coinvolgere più generazioni. Assieme ai curatori si è formato un gruppo di lavoro nel quale sono state cooptate alcune eccellenti professionalità tutte under 40: due generazioni – con formazioni e linguaggi diversi – si sono trovate a lavorare gomito a gomito sullo stesso progetto. Un’operazione volutamente in controtendenza rispetto a chi pensa che l’anagrafe sia motivo di antagonismo ed esclusione anziché di collaborazione e proposizione. È nato, così, dalla proposta di giovani architetti come Simona

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Bartolomei, Leonardo Solari e Matteo Orsi, il sito web http://percorsirisorgimentali.comune.lucca.it che ha visto la specifica applicazione del sistema fotografico di tour virtuale della Città nonché il progetto di allestimento che mescola tradizione ed innovazione con l’uso, per i più tecnologici, di QR code che permette al visitatore di approfondire i temi storico-culturali della mostra, nonché la realizzazione di un pannello touch per navigare la mostra e visitare la Città direttamente dalla sede della Casermetta San Colombano. Ma c’è un’applicazione che, forse più di ogni altra, si sposa con il linguaggio giovanile. Si tratta del fumetto Le chiavi della Città realizzato da Francesco Giani, Jacopo Moretti e Riccardo Pieruccini su progetto di Matteo Orsi.

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Restaurato il piano terra della casermetta San Colombano

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ra i luoghi che hanno ospitato la mostra su Lucca e il Risorgimento, la casermetta San Colombano è stata oggetto di un importante progetto di restauro. La casermetta, che sorge nella parte centrale della gola del baluardo, anticamente era destinata agli alloggi del corpo di guardia. Si tratta di un edificio regolare a base rettangolare, articolato su due piani. Il primo, ristrutturato nel 2005, oggi è la sede della Fondazione Giacomo Puccini, del Centro studi Giacomo Puccini e del Centro studi Luigi Boccherini. Il piano terra invece è diviso in due porzioni: una galleria a est che porta ai sotterranei delle mura mentre l’altra a ovest è composta da una stanza di 85 metri quadrati. Uno spazio al quale si accede da via dei Fossi attraverso un grande portone in legno. Al centro della stanza si trovano due pilastri in muratura a base rettangolare che sorreggono un solaio di legno in buone condizioni. I muri perimetrali invece sono costituiti da una muratura mista con pietre di varia qualità e dimensione, frammenti di laterizi, arenarie e ciottoli legati da malta grigia a base di calce. Il progetto di restauro e ristrutturazione di questa porzione del baluardo nasce nell’ambito degli interventi preparatori alla celebrazione dei 500 anni delle mura di Lucca e punta al recupero di uno spazio che finora è stato utilizzato come magazzino e quindi è rimasto inaccessibile ai cittadini. Ora invece è una sala aperta da destinarsi ad attività culturali come mostre, installazioni e piccoli eventi. Si è trattato di un restauro puramente conservativo e non invasivo, coordinato dall’ingegnere Antonella Giannini e dall’architetto Silvia Biagi: i lavori hanno interessato lavorare principalmente le finiture interne e gli impianti tecnologici connessi con le esigenze del nuovo utilizzo, escludendo nuove opere di carattere strutturale.

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PASCOLIANO Le celebrazioni per il centenario di Pascoli

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stato il sottosegretario ai beni e le attività culturali Roberto Cecchi a dare il via il 6 aprile a Barga alle celebrazioni per il centenario della morte di Giovanni Pascoli. Una manifestazione che si è svolta nei luoghi più cari al poeta partendo dalla casa dove ha abitato dal 1895 al 1912 con la sorella Maria, per poi spostarsi al Teatro dei Differenti dove pronunciò lo storico discorso della Grande Proletaria. Poi nel corso della giornata si è esibita la fanfara dei carabinieri mentre sono stati presentati la moneta da due euro intitolata al poeta e il francobollo del centenario dal valore di 0,60 euro. Una celebrazione che non ha riguardato solo Barga perché sono molte le città toscane legate alla memoria del poeta. Come Firenze, dove Pascoli conseguì la maturità agli Scolopi, Massa e Livorno dove insegnò al liceo classico, Siena dove partecipò a commissioni d’esame, Pisa dove ottenne la cattedra di grammatica greca e latina all’Università e infine Pietrasanta che gli conferì la cittadinanza onoraria. «Pascoli è il poeta dell’Italia unita», ha detto l’assessore regionale alla cultura Cristina Scaletti, «il suo linguaggio semplice e alla portata di tutti, ma profondo e mai banale, ha contribuito a diffondere la lingua e a creare quell’identità nazionale e culturale che abbiamo tanto celebrato nella ricorrenza dei 150 anni dell’Unità. La sua continua ricerca della bellezza nel quotidiano è un messaggio quanto mai attuale da cui trarre insegnamenti utili per affrontare il presente e il futuro». E poi ancora il senatore Andrea Marcucci, segretario della commissione cultura di Palazzo Madama: «Pascoli sottolinea l’identità culturale del no-

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stro Paese, che molto deve al poeta dei Canti di Castelvecchio. Il suo rapporto con la terra, con il mondo rurale, è straordinariamente moderno». E la celebrazione del poeta non si è fermata con il ricordo per il centenario della morte perché il 10 aprile al Teatro dei Differenti è stata presentata la monografia Giovanni Pascoli vita, immagini, ritratti (step Editore), curata dal professor Umberto Sereni, ordinario di storia contemporanea all’università di Udine, e da Gianfranco Miro Gori, sindaco di San Mauro in Romagna, paese natale del poeta. Domenica 15 aprile invece si è tenuta una vera e propria festa pascoliana «nel borgo della poesia, che tutto torni com’era» con la frazione di Castelvecchio che è tornata ai tempi in cui il poeta la scoprì e decise di viverci. E un treno a vapore partito dalla Spezia si è fermato a Carrara, Massa e Lucca per poi portare i visitatori nel piccolo paese della Mediavalle. Una relazione speciale, quella tra Pascoli e la Lucchesia, sottolineata dal film documentario Pascoli a Barga, ambientato proprio nella casa del poeta, diretto da Stefano Lodovichi, prodotto dalla Flying Dutchman di Lorenzo Minoli e con la partecipazione straordinaria di Giuseppe Battiston. Nella pellicola, presentata in anteprima a Barga, Firenze e Roma,

oltre a una serie di interviste ai principali studiosi del poeta, una vera e propria ricostruzione della sua vita quotidiana e della sorella Maria. Molti gli appuntamenti che si sono tenuti anche a Lucca con quattro conferenze presso la Biblioteca statale che era una tappa tradizionale del poeta quando arrivava in città. E durante gli incontri è stato possibile anche visitare la mostra di cimeli pascoliani del Fondo della Biblioteca statale. «La nostra terra deve molto a Giovanni Pascoli e alla sua poesia – ha commentato il presidente della Provincia di Lucca Stefano Baccelli – oltre all’onore di essere stati scelti come sua terra di adozione, con i suoi versi il poeta ci ha lasciato in eredità una sorta di album fotografico della nostra campagna, una preziosissima collezione di dettagli e di particolari che oggi, a oltre cento anni di distanza, ci aiutano a ricordare cosa eravamo, come vivevamo e, in un certo senso, da dove veniamo». Un programma ricco di eventi che è stato finanziato dalla Regione Toscana, da Arcus, dal Ministero dei beni culturali, dalle Fondazione Cassa di Risparmio e Banca del Monte, dalla Provincia di Lucca. Per il presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, Arturo Lattanzi, «il sostegno alle celebrazioni del centenario risponde a una duplice volontà: da un lato rendere un tributo alla memoria e alle opere di Giovanni Pascoli e, attraverso queste, contribuire alla riscoperta dei valori identitari che appartengono alla comunità barghigiana; dall’altro, partecipare alla valorizzazione e alla promozione dei luoghi dove il poeta scelse di vivere».

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Gli interventi per il centenario Restauro della casa museo Pascoli. il restauro

e la messa in sicurezza della casa del poeta a Castelvecchio, che Cesare Garboli definì come «una meraviglia, forse l’unica casa di un poeta in Europa rimasta com’era». A Castelvecchio il poeta trascorse gli anni più tranquilli della sua esistenza, e vi compose: i Primi Poemetti (1897), Myricae (1903), i Canti di Castelvecchio (1903) e i Poemi Conviviali (1904). Il lavoro viene portato avanti grazie a un finanziamento di 700.000 euro. Il primo lotto – già completato – riguarda il consolidamento dell’altana, nuovi servizi igienici nelle stanze del custode, e il restauro dei locali di consultazione al piano secondo. L’altro lotto invece è partito dopo le celebrazioni di aprile e prevede un intervento sulle parti decorate della casa, il restauro conservativo della carta da parati, e di tutti gli infissi interni ed esterni. Particolarmente rilevante anche l’intervento sul giardino della casa, sostenuto anche dalla Camera di Commercio di Lucca, da qualche mese socia effettiva della Fondazione Pascoli. Digitalizzazione dell’archivio. Oltre centomila documenti di Giovanni Pascoli e della sorella Maria, appartenenti alla fondazione di Castelvecchio intitolata al poeta, saranno restaurati, inventariati e digitalizzati. Entro la fine del 2012 le carte potranno essere consultate via internet. Un intervento reso possibile grazie a un finanziamento di 166.000 euro raccolti con l’8 per mille richiesto dalla Soprintendenza archivistica della Toscana, più un ulteriore finanzia-

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mento di 15 mila euro della Fondazione Pascoli. Nell’Archivio sono conservati tutti gli autografi dellaproduzione poetica e letteraria di Pascoli oltre ai numerosi carteggi con intellettuali e letterati del suo tempo, con familiari e amici: Giosuè Carducci, Gabriele D’Annunzio, Gaspare Finali, Severino Ferarri, Arturo Graf, Guido Gozzano, Filippo Tommaso Marinetti, Giacomo Puccini, Ruggero Leoncavallo, Riccardo Zandonai, Leonardo Bistolfi, Vico Viganò, Tullo Golfarelli. Poi ci sono le stesure autografe di ogni suo lavoro e le bozze delle poesie, dalla Cavalla Storna a 10 agosto, a L’aquilone. Ma la parte più curiosa è quella riservata alle fotografie perché il poeta aveva una Kodak e amava immortalare immagini che poi diventavano passaggi delle sue poesie. L’archivio contiene gli scatti che ritraggono le donne al lavoro nei campi, i panorami, il lungomare di Messina, ma anche la sorella e i momenti conviviali come la visita di Giacomo Puccini nel 1908 nella sua casa a Castelvecchio. Trale carte restaurate anche un’ampia selezione di quotidiani, alcuni dei quali contenenti articoli ed editoriali firmati dallo stesso Pascoli. Il manifesto del centenario. L’artista che ha di-

segnato il manifesto promosso dalla Fondazione Pascoli per il centenario è Swietlan Kraczyna. Di origine russa, nato in Polonia, cresciuto e laureatosi negli Stati Uniti, dal 1964 Kraczyna vive e lavora a Firenze ed espone in tutto il mondo con 145 mostre personali tra Stati Uniti, Sud America, Italia, Germania, Inghilterra, Polonia e Giappone. Kraczyna è considerato un maestro dell’incisione, specialmente per lo sviluppo della sua tecnica d’incisione a colori a plurilastre, che lui insegna in vari istituti d’arte, università americane e corsi estivi a Barga. Le sue opere sono presenti in molte collezioni private e musei in tutto il mondo, compresa la raccolta nel Gabinetto dei disegni della Galleria Uffizi di Firenze.

Prodotta dalla Flying Ducthman di Lorenzo e Stefano Minoli e diretta dal giovane regista di Grosseto Stefano Lodovichi, si tratta di una delle iniziative prese per far scoprire Pascoli al grande pubblico. La pellicola,che durerà 53 minuti e sarà distribuita da un’emittente nazionale, contiene una parte di interviste con i più importanti studiosi di Pascoli (Giuseppe Nava, Umberto Sereni, Nicola Labanca, Gian Luigi Ruggio) e una di ricostruzione filmica della vita del poeta che parte dal 1895 quando Giovanni Pascoli scopre Barga, un piccolo borgo in provincia di Lucca. Vi trascorrerà gli ultimi 17 anni della sua vita, trovando ispirazione e rifugio in quella che definì la valle del bello e del buono. Il film documentario ricostruiscela quotidianità nella casa di Castelvecchio con la sorella Maria, i tormentati rapporti con la famiglia e anche l’affetto provato per la bambina Isabella, tornata nel paese di origine dei genitori per curare una grave malattia. La vicenda venne poi raccontata nel poemetto Italy.

La docufiction.

Ad aprile tutto a Barga ha parlato del rapporto con il poeta. Il centro storico infatti è stato contrassegnato da piccole mattonelle e da manifesti affissi nelle vetrine dei negozi con codici a barre bidimensionali ai quali bastava avvicinare un telefonino di ultima generazione per ascoltare componimenti tratti da i «Canti di Castelvecchio». «I Pascoli», il nome di quest’iniziativa curata dal Giornale di BargaNews.

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I funerali di Pascoli. Il suo arrivo al cimitero di Barga

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Giovanni Pascoli è il più grande e originale poeta apparso in Italia dopo il Petrarca. Questo sarà riconosciuto quando l’Italia rinnoverà anche le vecchie tavole dei valori poetici». È il telegramma che Gabriele D’Annunzio invia dal suo volontario esilio di Arcachon. È il 6 aprile del 1912, dopo un’agonia di 36 ore, Giovanni Pascoli muore nella sua casa bolognese di via dell’Osservanza. Allora come nel 2012, a cento anni di distanza, Pasqua era alle porte. I funerali solenni si svolsero il 9 aprile in San Petronio. Subito dopo il feretro del poeta, raggiunse, circondato da ali di folla, la stazione del capoluogo emiliano. La fedele sorella Maria si era infatti imposta, rifiutando le numerose offerte di tumulazione a Bologna – vicino all’antico maestro Giosuè Carducci – e a San Mauro in Romagna – accanto agli amati genitori Ruggero e Caterina –, per portarlo invece a Castelvecchio, la frazione di Barga, dove i due fratelli avevano convissuto per ben 17 anni. Sul treno funebre c’era anche il ministro della Pubblica istruzione di allora Luigi Credaro, e per tutto il percorso del feretro attraverso la Toscana, furono fiori e lacrime praticamente ad ogni stazione, fino all’ultima, quella di Fornaci di Barga. Da lì il trasferimento al cimitero della cittadina, con una sistemazione provvisoria in una galleria sotterranea. A Barga nel frattempo erano arrivati anche molti allievi bolognesi del poeta, che avevano l’intenzione di impedire la benedizione della salma. Per evitare disordini, il Prefetto di Lucca diede l’ordine di tumulare la cassa quella sera stessa. Per tutta la notte, le forze dell’ordine armate di fucili, dovettero comunque presidiare il cimitero. Sei mesi dopo, il 6 ottobre del 1912, la sistemazione definitiva nella cappellina della casa, a Castelvecchio, dove nel giardino pochi mesi prima era stato seppellito anche l’amatissimo e longevo cane Gulì che aveva preceduto il padrone, morendo a 18 anni nel novembre del 1911.

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Il vero e proprio monumento funebre in marmo bianco, a opera dello scultore liberty Leonardo Bistolfi, fu successivo e venne inaugurato il 6 aprile del 1920, ottavo anniversario della morte del poeta. L’epigrafe scritta dal Pascoli stesso, e dedicata alla sorella Maria, così recita «Quae nihil optasti nisi pacem, pace fruaris, una cum maestro candida fratre soroe» (Tu che niente altro desiderasti che la pace, di pace godrai, virginale sorella, insieme al tuo mesto fratello). Quattro anni dopo, il 12 ottobre del 1924, a Lucca fu organizzata una nuova commemorazione organizzata dal comitato nazionale per le onoranze di Giovanni Pascoli. Un avvenimento importante al quale partecipò in prima persona il re, Vittorio Emanuele III. L’anno dopo a Roma, nel giugno del 1925, un’altra attestazione importante: Pascoli fu proclamato «Vate d’Italia». E anche in quella occasione, non mancò la famiglia reale, nella persona dell’anziana regina madre Margherita, che fu molto amica di Carducci e si interessò anche al Pascoli. Nel maggio del 1930 invece fu Benito Mussolini a salire a Castelvecchio, in occasione dell’attribuzione a Barga dello status di città. «Silenzio. Ora si entra nella casa della poesia», furono le non memorabili parole del duce. L’ultima volontà testamentaria del poeta fu realizzata nel 1935, quando fu possibile inaugurare, come aveva lasciato scritto Pascoli, un asilo per i bambini di Castelvecchio. La scuola fu aperta fino al 1970 sotto la guida delle suore dell’Addolorata, poi diventò statale ed infine venne chiuso, ospitando in seguito gli uffici della Fondazione Pascoli. Particolarmente importanti le celebrazioni anche nel secondo dopoguerra, nell’aprile del 1963, a cinquanta anni dalla morte di Giovanni Pascoli, arrivarono a Barga il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, accompagnato dall’allora primo ministro Giovanni Leone.

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Le città di Pascoli in Toscana

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umerose le città toscane che furono importanti nella vita di Giovanni Pascoli. Già nella prima giovinezza il poeta, diventato orfano e dopo un lungo periodo passato al collegio degli Scolopi ad Urbino, andò a Rimini ad abitare con il fratello maggiore Giacomo. Nell’autunno del 1872, la famiglia Pascoli ricevette la visitadi Padre Cei, che era stato insegnante di latino e greco di Giovanni ad Urbino. Il professore riuscì a convincerli a trasferire il ragazzino a Firenze, e a fargli frequentare la terza liceo classico presso gli Scolopi di San Giovannino, nell’attuale sede del liceo «Galilei». Il periodo fiorentino fu determinante nella formazione del giovane Pascoli, soprattutto grazie al suo insegnante di latino padre Mauro Ricci. La Toscana ritorna nella vita del poeta, tredici anni dopo, quando trascorso un periodo a Matera, ottenne un incarico a Massa, «luogo dalle più spirabili aere», al Liceo classico «Pellegrino Rossi». Una tappa importantissima perché è nella città apuana, in una villetta di via della Zecca – oggi via Pascoli – che riuscì a ricostruire il nido con le sorelle Ida e Maria. Furono anni impegnativi perché oltre alla cattedra liceale aveva accettato anche un altro incarico all’istituto tecnico e impartiva lezioni private, ma riuscì ad apprezzare la città e le sue tradizioni gastronomiche. Pascoli si sedeva infatti spesso ai tavoli dell’osteria Milani a Borgo del Ponte. A Massa Giovanni dedicò l’omonima poesia «Siede Massa tra lucida verzura d’aranci, a specchio del Tirreno mare; vedi tagliente dietro lei spiccare come un zaffiro immenso la Tambura (…)». E in questo periodo si dilettò numerose gite nei dintorni, in modo particolare a Viareggio, con l’amico Severino Ferrari che si era sposato con una ragazza della Liguria e all’epoca insegnava al liceo classico «Costa» di La Spezia. L’autunno del 1887 portò una sorpresa, Pascoli venne infatti trasferito al liceo «Niccolini» di Livorno, dove rimase per otto anni. È nell’antico porto dei Medici che la vita del poeta cambiò completamente. Intanto esce la prima edizione di una delle sue opere più importanti, le Myricae (1891), e comincia (1892) la lunga serie di medaglie d’oro al premio

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internazionale di Amsterdam. È ancora nella città labronica che si compie la definitiva separazione con l’amatissima sorella Ida, che finirà con lo sposare il romagnolo Salvatore Berti. La sua prima casa livornese fu al quarto piano di un palazzo di via Micali, una strada tranquilla, a ridosso del centro. Come già successo a Massa, anche a Livorno, il poeta fu molto impegnato e oltre alla cattedra liceale decise di insegnare anche al collegio di San Giorgio dell’Ardenza. Sarà proprio un collega del collegio, l’amministratore Carlo Conti, di origini barghigiane, a consigliare a Pascoli la Valle del Serchio. Il poeta ci andò in visita dopo ben cinque ore di carrozza, ma quando arrivò fu amore a prima vista. Il villino a Castelvecchio fu il secondo che visitò, ma l’accordo con il proprietario Antonio Cardosi Carrara fu trovato subito e l’affitto stabilito in 400 lire all’anno. Il 15 ottobre 1895 si trasferì definitivamente con «tutta la mia famiglia, ovvero mia sorella e un cane». Il riferimento è naturalmente al fedelissimo Gulì, che entrò in casa l’anno precedente ed ebbe una vita lunghissima morendo a 18 anni, pochi mesi prima del poeta. Nel frattempo abbandonò Livorno ottenendo i primi incarichi universitari a Bologna e poi a Messina. Nel 1903 arrivò l’ennesimo trasferimento, stavolta a Pisa, dove i fratelli Pascoli andarono a vivere in un primo piano molto spazioso in via Magenta. La città doveva essere la sede definitiva del poeta perché era un centro universitario importante e molto vicino alla casa di Castelvecchio, ma l’aggravarsi delle condizione di salute di Giosuè Carducci costrinsero Pascoli a ritornare a Bologna nel 1906, nell’ambita cattedra di letteratura italiana. Carducci morì l’anno successivo. Pascoli tenne l’orazione funebre il 7 aprile 1907, nel chiostro di San Biagio, a Pietrasanta: vi arrivò il giorno prima accompagnato dall’amico lucchese Alfredo Caselli, per visitare la casa natale del Carducci a Val di Castello. «Ospiti voi siete giunti alla riviera fra il bel mare e il bel monte, la quale ha un nome, Versilia». Queste furono le prime parole della commemorazione ufficiale del poeta. Dopo pochi giorni, il Comune di Pietrasanta lo nominò cittadino onorario.

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IL DUOMO


DI LUCCA Proseguono i lavori nel Duomo di San Martino

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lavori nel duomo di San Martino fanno parte di un progetto che ha preso il via nel 2003 con la riqualificazione degli apparati decorativi e che progressivamente si è esteso all’intero complesso. Dopo il restauro degli affreschi, del paramento lapideo, delle vetrate dell’area presbiteriale e delle opere di Matteo Civitali, realizzati a cura di Maria Teresa Filieri, allora direttore dei musei nazionali di Lucca, e Antonia d’Aniello, direttore dei laboratori di restauro della Soprintendenza, i lavori sono proseguiti nel transetto nord, nella Cappella della libertà, interessando l’altare in marmo del Giambologna, le volte dipinte nell’Ottocento da Michele Marcucci e dai suoi collaboratori e quanto rimane della decorazione cinquecentesca del Ghirlanda. Contemporaneamente nel transetto sud l’intervento ha riguardato la Cappella del Santissimo Sacramento, con gli affreschi di Stefano Tofanelli, i parati in damasco e tutto l’arredo, le crociere, i paramenti lapidei e le vetrate di Giuseppe Ardinghi. Per quest’opera di recupero, la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e la Cassa di Risparmio di Lucca Pisa Livorno hanno destinato notevoli risorse con un impegno che testimonia l’interesse per la valorizzazione di un patrimonio di valore assoluto che, accanto a contenuti artistici e storici di grande rilievo, unisce contenuti di altissimo ordine morale e religioso. Una ricchezza che a Lucca è decisamente esemplare. Sia per la Cassa che per la Fondazione è importante partecipare a un progetto del genere che ha come obiettivo la restituzione alla città di alcuni suoi «brani», parti di un unico repertorio storico e culturale: un’opera intesa a conferire agli interventi un corretto e duraturo valore sociale, testimonianza non solo di una volontà di generica conservazione, ma soprattutto di valorizzazione e di restituzione al godimento pubblico dei suoi beni. Un intervento che vuol essere anche un segnale per le stesse Istituzioni cittadine. La realizzazione di programmi capaci di imprimere forza all’avvio di circoli virtuosi sull’economia e sulla cultura della città è il presupposto fondamentale per lo sviluppo complessivo del territorio.

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PROSEGUONO I LAVORI NEL DUOMO DI SAN MARTINO

LA CAPPELLA DELLA LIBERTÀ

La struttura architettonica della Cappella risale al secondo quarto del Trecento. L’altare, già dedicato ai santi Giasone e Mauro, viene intitolato anche alla Libertà, a seguito della riconquistata indipendenza di Lucca da Pisa nel 1369. Nella Visita pastorale del 1575, la pala d’altare dipinta da Paolo Lazzarini nel 1381 risulta in cattivo stato e viene poco dopo sostituita dal dossale in marmo commissionato nel 1577 dall’Opera allo scultore fiammingo Jean de Boulogne, in quel momento impegnato a Firenze alla corte di Francesco de’ Medici, e che sarà concluso nel 1579. Negli stessi anni Agostino Ghirlanda interviene nella decorazione pittorica della cappella; del suo intervento rimane solo il San Pantaleone sul pilastro fra la cappella e il presbiterio. Nel 1780 Lorenzo Castellotti dipinge le volte della Cappella di San Regolo e quelle della Libertà con pitture sostituite nel 1881 da Enrico Ridolfi con Michele Marcucci, autore delle Virtù. Il restauro Lo spesso strato di particellato depositatosi sulle superfici della Cappella della Libertà celava e appiattiva gli apparati e le opere realizzate in diversi momenti e con differenti tecniche e materiali. Agli operatori è spettato il compito di procedere a un attento restauro per rimuovere la cappa di sporco dai materiali lapidei restituendo forza ai chiaroscuri, oppure ricomporre le cromie perse o deteriorate delle pitture della volta a crociera. La volta Le continue infiltrazioni di acqua dal tetto avevano in gran parte compromesso le decorazioni pittoriche delle vele (1881), dipinte con deboli tempere di colla stese sopra un incoerente strato di intonaco. La caduta del colore aveva messo in evidenza in alcune zone la sottostante pittura eseguita alla fine del XVIII secolo e con essa un substrato di stuccature e di scialbi disomogeneo e degradato. Dopo un meticoloso preconsolidamento del colore è stata eseguita una delicata e puntuale pulitura procedendo poi, a fasi alterne, alla rimozione dei sali e al consolidamento degli

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strati. Si è quindi reintegrato lo strato pittorico intervenendo con coloriture a tono sulle lacune delle fasce decorate e sui cieli stellati e a tratteggio su quelle dei volti e nei clipei delle Virtù. La ricostruzione della parte inferiore della Prudenza è stata realizzata avvalendosi dell’immagine tratta dal cartone originale del Marcucci. San Pantaleone Realizzata in tre «giornate» a buon fresco, questa pittura era ormai quasi illeggibile a causa dello sporco, delle molte lacune e dei numerosi fori di chiodo. La pulitura, eseguita a tampone con acqua distillata sui colori tenaci e a secco su quelli più deboli, ha riportato alla luce i colori vivaci dell’affresco. Dopo una meticolosa stuccatura dei molti fori e delle abrasioni, si é proceduto alla rentegrazione differenziata dello strato pittorico. Con il tratteggio sono state ricomposte le cromie deteriorate, con velature acquerellate quelle abrase e poco consistenti. Le grandi lacune sono state trattate con una tonalità neutra. Le pareti, le lapidi e i plutei La pulitura ha riportato alla luce, rispettando le patine naturali, artificiali e del degrado della pietra, il tono bianco caldo del calcare di Santa Maria. All’opera di consolidamento delle zone disgregate e di smontaggio delle stuccature ritenute incoerenti e degradate, è seguito il trattamento delle parti abrase e sbiancate e la stuccatura dei giunti che ha reso leggibile il perimetro delle finestre medievali e rinascimentali tamponate. L’intervento ha riguardato anche la lapide funebre, posta sulla parete nord, composta con marmi bianchi e policromi (breccia rosata e verde di Prato) e arricchita con applicazioni e decori in bronzo dorato, dedicata al cardinale catalano Antonio Despuigo, e la lapide terragna di Domenico di Orbetello, vescovo della diocesi corsa di Mariana, posta davanti all’altare. La transenna di ingresso composta negli anni sessanta del XX secolo con elementi provenienti dal recinto presbiteriale, opera di Matteo Civitali, è stata anch’essa oggetto di restauro.

L’ALTARE DELLA LIBERTÀ

Nel 1577 l’Opera commissiona a Jean de Boulogne l’altare che è completato nel 1579, data che appare insieme alla firma dell’autore, incisa al di sotto della mensola sulla quale si innalza Cristo risorto. Il Redentore è accolto nella nicchia centrale, affiancato da san Pietro e san Paolino vescovo, protettori della città di Lucca la cui raffigurazione, uno dei rilievi più noti dell’ immagine urbana, è posta subito al di sopra della mensa. Il restauro Le superfici in marmo dell’altare erano interamente ricoperte da una patina di sporco superficiale e nero fumo, compatta e aderente, molto più consistente sulle tre statue, sui due angeli e in generale su tutta la zona inferiore. Erano presenti macchie e colature di cera sulle colonne, sulla predella, sulla mensa e su tutta la parte inferiore. In diversi punti della superficie lapidea vi erano delle piccole scheggiature, alcuni tasselli e frammenti in marmo incollati con colla a caldo in precedenti interventi, come nel caso delle due dita della mano destra del Cristo. Le chiavi e alcune dita della mano destra di San Pietro erano invece parzialmente distaccate lasciando intravedere le vecchie imperniature in ferro e tracce di colla a caldo. Complessivamente lo stato di conservazione del marmo bianco era buono, a eccezione di alcune zone della parte inferiore dell’altare, mentre il rivestimento delle nicchie in ardesia era in gran parte disgregato e con numerose scagliature. Dopo una spolveratura generale e l’esecuzione di test di pulitura, la rimozione dello strato di sporco è stata eseguita con impacchi di acqua deionizzata e con il successivo ausilio di tamponcini imbevuti in acqua deionizzata per eliminare i depositi solubilizzati. Le macchie di cera sono state rimosse con tamponcini imbevuti di etere di petrolio, mentre tracce di vernici argentate presenti sulla mano del san Paolino sono state eliminate utilizzando come solvente l’acetone. Le superfici in ardesia, all’interno delle nicchie, sono state consolidate mediante impregnazione con elastomero fluorurato mentre i fe-

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nomeni di disgregazione del marmo sono stati consolidati mediante impregnazione di resina acrilsiliconica. Tutte le stuccature ritenute non idonee per composizione o funzione, sono state rimosse o abbassate e ricomposte con un impasto di malta coerente per materia e colore. Lo stesso impasto è stato utilizzato per l’integrazione delle lacune, presenti maggiormente sul timpano dietro lo stemma e alla base delle statue. Microstuccature con un impasto a base di elastomero fluorurato e polveri di marmo di granulometria e colorazione appropriate sono state invece eseguite per sigillare le microfratturazioni e le scagliature presenti sull’ardesia e sulla breccia delle colonne e della pala d’altare. Le opere sono state infine protette con la stesura di uno strato di cera microcristallina. LA CAPPELLA DEL SACRAMENTO

Smontato l’altare del Sacramento, realizzato da Matteo Civitali fra il 1478 e il 1480 del quale rimangono i due Angeli oranti, intorno al 1524 si dà inizio alla costruzione di una cappella destinata ad accogliere il Santissimo, probabilmente utilizzando parte di un precedente impianto. I lavori coinvolgono anche l’attigua Cappella di San Regolo: la parete divisoria è sostituita da un doppio ordine di serliane, motivo ripetuto anche nella parte prospiciente il transetto. Nel 1539 parte del rivestimento marmoreo dell’interno è già stato messo in opera, ma tutto l’apparato plastico è in deposito, pronto per il montaggio. I lavori durano a lungo, infatti ancora nel 1612 si procedeva all’installazione della grata in ferro fatta su modello di quella che chiude il tempietto del Volto Santo, mentre non furono mai completate le due figure di geni adagiati sul coronamento della parete che si affaccia sul transetto. Nella seconda metà del Cinquecento, la Cappella è dotata del monumentale tabernacolo in marmi policromi con lo stemma Guidiccioni, che successivamente (entro il 1764,

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data che appare incisa sull’intonaco del basamento) è inserito in una nicchia decorata, posto su un gradino marmoreo tardo trecentesco raffigurante Cristo in pietà, gli apostoli e due profeti, e affiancato dai due angeli oranti del Civitali. La cappella è oggetto di una consistente trasformazione a opera di Stefano Tofanelli che nel 1812 dipinge le tre Virtù teologali e la Religione in figura di Mosè, dopo aver tamponato le aperture centrali delle serliane; nel corso di questo intervento, gli stucchi cinquecenteschi sono scialbati per armonizzare l’insieme secondo il gusto ottocentesco. Il restauro I lavori di restauro della cappella sono stati caratterizzati dalla polimatericità degli apparati decorativi, dalle superfici lapidee agli stucchi, dalle pitture murali ai decori lignei, dalle cancellate in ferro fino alle stoffe del baldacchino. Attraverso la lettura diretta dei segni e delle sovrapposizioni, delle indagini stratigrafiche e il confronto dei dati con quanto emergeva dalla ricerca di archivio, si è proceduto al restauro indirizzato a mantenere l’unità visiva del monumento e al tempo stesso rendere impercettibilmente individuabili le tracce e le superfici occultate dai precedenti restauri. L’apparato architettonico Le pareti della cappella, concepite come quinte monumentali, sono state eseguite utilizzando per il primo ordine, calcare bianco venato di Santa Maria del Giudice impiegato anche per i pilastri, per gli archi portanti e per il tamburo ottagonale della cupola; il secondo ordine, i cornicioni e i frontoni sono stati invece costruiti in muratura, poi rivestita di stucco modellato; a tempera di calce e a mezzo fresco è stata realizzata la decorazione pittorica ottocentesca dei fondali, delle tamponature e della cupola ottagonale. Con una spolveratura accurata e una localizzata spugnatura è stato rimosso lo sporco derivato dalla combustione delle candele votive. Per la pulitura dei materiali lapidei sono stati utilizzati impacchi di soluzione acquosa di carbonato di ammonio in due applicazioni successive. Le numerosissime scolature di

cera sono state assottigliate e quindi rimosse con tamponcini di cotone e essenza di petrolio o trielina. Sulle superfici in stucco sono state rimosse le ridipinture fino al raggiungimento della pellicola originale eseguita a imitazione del marmo sottostante; gli intonaci dipinti sono stati dapprima puliti a secco e, dove possibile, con tamponi imbevuti di acqua demineralizzata. Concluse le operazioni di consolidamento delle superfici lapidee, degli strati di intonaco e delle pellicole pittoriche, si è proceduto alla stuccatura dei giunti fra i vari elementi in marmo, alla ricostruzione volumetrica delle lacune degli stucchi e di quelle delle pitture. Le pellicole pittoriche sono state trattate e reintegrate con l’intento di ristabilire l’equilibrio cromatico nel rispetto delle patine e delle cromie originali. Il tabernacolo Il tabernacolo, a forma di tempietto a pianta esagonale, è stato realizzato in marmo bianco venato con colonnine in marmo nero sbrecciato; dorature grossolane e assai resistenti rifiniscono le cornici e i rilievi. La predella, opera reimpiegata, è di marmo, scolpita a rilievo e decorata in oro come il soprastante sacello. L’opera è stata sottoposta ad attenta spolveratura con pennelli ed aspiratore. Le superfici non dorate sono state pulite utilizzando impacchi di carta giapponese imbevuti di una soluzione acquosa di carbonato di ammonio, le superfici dorate sono state pulite con tamponcini di cotone imbevuti di trielina. I giunti fra i vari elementi sono stati stuccati con malta di grassello di calce stagionata e sabbia selezionata. A protezione delle superfici restaurate è stata stesa una mano di cera microcristallina. Ai lati del tabernacolo sono stati riposti i due angeli oranti, opera di Matteo Civitali, restaurati nel 2004. Le grate Il sistema di cancellate e roste che chiude gli archi di accesso alla cappella è stato magistralmente realizzato in ferro battuto e lamine di lega con le quali sono stati realizzate alcuni decori. Le analisi stratigrafiche hanno rilevato

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almeno tre stesure pittoriche sul metallo, di cui la più antica in nero brunito e le successive in verde bronzo, mentre i dettagli floreali dei cancelli e delle roste sono stati decorati con una postuma doratura a foglia. Con una pulitura differenziata e l’ausilio di strumenti di precisione sono stati rimossi lo strato incoerente di sporco, le cere protettive dei precedenti restauri e i prodotti della corrosione; si è quindi proceduto alla disidratazione del metallo e alla verifica di tutti i punti di collegamento, dei perni e delle saldature. Sulla

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superficie è stato steso un inibitore della corrosione e uno strato di cera microcristallina a protezione. Il baldacchino Sostenuto da un robusto telaio di legno, il baldacchino è composto da un «cielo» di seta damascata settecentesca prodotta a Lucca e decorato sui quattro lati da pesanti bandinelle di velluto rosso trapuntate con galloni dorati. Al di sotto, sospesi nel volo, due angeli

di legno dorato sostengono una corona fiorita. La seta del cielo, consunta e allentata, è stata sostituita con una metratura della medesima partita e del medesimo decoro. Le bandinelle di velluto, anch’esse deteriorate e sporche di nero fumo, sono state pulite, restaurate e ricucite su nuovi supporti. Gli angeli e la corona in legno dorato sono stati ripuliti, disinfestati e consolidati; con un’accurata stuccatura sono state ripristinate le mancanze e rinsaldate le fessurazioni pittoricamente reintegrate al tono della doratura.

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La cattedrale di San Martino fra il XIV e il XX secolo

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ra la seconda metà del XIV secolo e la metà del successivo si attua il lungo processo di riorganizzazione dell’assetto della cattedrale di San Martino, che conclude le complesse vicende costruttive dell’edificio iniziate fin dall’alto Medioevo. A partire dalla metà del Quattrocento, l’aspetto interno della Cattedrale muta radicalmente, arricchendosi di decorazioni e dotandosi di arredi secondo un progetto organico che vede coinvolti i maggiori artisti del momento, lucchesi e non come Matteo Civitali, il Ghirlandaio, Vincenzo Frediani, Michele Ciampanti, Domenico di Lorenzo, costruttore di uno dei due organi, Pandolfo di Ugolino cui si devono le vetrate, i cartoni delle quali sono stati riferiti a Sandro Botticelli e a Filippino Lippi, ma che più probabilmente sono opera del Frediani. Dopo questa fase, che emblematicamente si interrompe nei primi decenni del Cinquecento con la Sacra Conversazione di Fra’ Bartolomeo, bisogna aspettare la seconda metà del secolo per un nuovo intervento di rinnovamento, attuato in ottemperanza ai canoni della Controriforma, nel corso del quale sono eretti nuovi altari, tutti uguali, con pale commissionate agli artisti più in voga. È completata poi la cappella del Sacramento nel transetto destro mentre, nella testata della navata sinistra, è rinnovata la cappella della Libertà nella quale il Giambologna in collaborazione col Francavilla, esegue il dossale, e Agostino Ghirlanda affresca su uno dei pilastri il San Pantaleone. Nel 1634, in simmetria alla cappella del Sacramento è costruita la cappella del Santuario dall’architetto Muzio Oddi, cui si deve anche il vicino monumento dei vescovi Guidiccioni. Fra il 1678 e il 1681 Giovanni Coli e Filippo Gherardi affrescano nel catino absidale la Trinità fra santi in gloria e il Gherardi esegue anche la decorazione a stucco delle pareti del transetto, andata poi perduta nel corso dei restauri puristi attuati fra il 1858 e il 1860. Limitati sono gli interventi attuati nel corso del Settecento, quando si realizza l’altare per la Cappella del Volto Santo su dise-

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gno di Filippo Juvarra, e l’argentiere fiammingo Giovanni Vambrè completa l’altare maggiore con rilievi in rame dorato. A partire dalla seconda metà del secolo XIX, a nuovi interventi si sostituiscono lavori che, in linea con il diffuso gusto purista, privilegiano la conservazione dell’immagine tardo quattrocentesca della Cattedrale.

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Durante il secolo XX in Cattedrale si interviene soprattutto con lavori di restauro resi indispensabili anche a seguito dei danni bellici. Nel corso di questo secolo matura poi una filosofia che determina interventi di restauro tendenti a rispettare le stratificazioni storiche, sebbene le esigenze della liturgia hanno a

volte imposto alcune trasformazioni, quali quelle che hanno interessato in vari momenti il presbiterio. Permane inoltre il gusto per la ricostruzione imitativa, esemplificato nella decorazione ex-novo della volta della terza campata della navata sinistra crollata durante l’ultima guerra, ricostruita subito dopo e poi dipinta in stile nel 1981.

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L’impegno della Fondazione per il Duomo di San Martino Crisi globale e difficoltà congiunturali non hanno rallentato il progetto di restauro del duomo di San Martino. Grazie a un contributo pluriennale di oltre 5,5 milioni di euro, infatti, è stato possibile proseguire i lavori nel rispetto dei tempi prefissati. Il progetto di restauro denominato «Restauri in cattedrale» è stato avviato nel 2002 con la riqualificazione degli apparati decorativi, una parte forse da tempo «dimenticata» di San Martino. Poi l’attività progettuale si è orientata per la valorizzazione dell’intero complesso del duomo: un patrimonio di assoluta preziosità, che, accanto a motivi artistici e storici di grande rilievo, unisce contenuti di altissimo ordine morale e religioso. Un’operazione che risponde pienamente agli obiettivi e, più in generale, alla stessa missione della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, orientata a conferire agli interventi un corretto e duraturo valore sociale, testimonianza non solo di una volontà di generica conservazione, ma soprattutto di valorizzazione e di restituzione al godimento pubblico dei suoi beni. Un modo di procedere che nel tempo è stato anche un segnale per le stesse istituzioni cittadine, dimostrando che realizzare programmi capaci di imprimere forza all’avvio di circoli virtuosi sull’economia e sulla cultura della città costituisce il presupposto fondamentale per lo sviluppo complessivo del territorio. Procedendo secondo il programma dei lavori stilato nel 2005, parzialmente modificato nel 2009 per soddisfare alcune richieste dell’ente Chiesa cattedrale relativamente all’uso liturgico degli spazi, nel corso del 2011 si è proceduto al restauro degli affreschi della prima e seconda volta della navata centrale, parte del più importante ciclo pittorico lucchese del secolo XV. Poi ancora delle superfici lapidee, delle decorazioni architettoniche e degli elementi scultorei delle pareti della prima e seconda campata della navata centrale. Ci si è occupati degli intonaci a finto bozzato e delle superfici lapidee delle pareti e dell’affresco di Santa Croce in controfacciata nella navata laterale sinistra, si è proceduto inoltre nel restauro delle vetrate policrome dei sei rosoni e di due finestroni del lato nord della Cattedrale e alla rimozione delle incongrue stuccature della cupola della Cappella del Santuario.

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SOCIALE Housing sociale: assegnati gli appartamenti a canone calmierato

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ono stati assegnati in locazione permanente gli 80 alloggi a canone sostenibile nei comuni di Lucca, Capannori, Barga, Borgo a Mozzano, Massarosa e Porcari. Una iniziativa che ha concluso il grande progetto di «housing sociale» denominato «Per una rete dell’alloggio sociale a Lucca», promosso da Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, Provincia, Fondazione Casa e Regione Toscana. L’operazione è partita oltre un anno e mezzo fa e si è perfezionata nei mesi scorsi con lo stanziamento di circa 9 milioni di euro, da parte della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, e con l’acquisto dei primi 53 alloggi, di cui due a Dezza, nel comune di Borgo a Mozzano, tre a Mologno, nel comune di Barga, 12 a Lucca, in via Vecchia Pisana a San Donato, 8 in località «ai Fanucchi», nel comune di Porcari, 10 appartamenti in via Lombarda a Lammari, nel comune di Capannori, 8 a Tempagnano, nel comune di Lucca, e 10 nel comune di Massarosa, che saranno però disponibili entro novembre 2012. Mentre il bando per l’assegnazione degli appartamenti è stato emanato dai Comuni interessati, è stata la Fondazione Casa Lucca a stabilire le graduatorie e a fornire alla Fondazione Cassa di Risparmio i nominativi degli affittuari. La Fondazione Cassa di Risparmio, dal canto suo, si è impegnata ad affittare gli alloggi a canone calmierato per 25 anni, ovviamente non sempre agli stessi affittuari iniziali. Grazie a questo investimento e in virtù del vincolo di 25 anni rispetto al canone sostenibile, la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ha ottenuto dalla Regione Toscana un contributo pari al 48% del valore medio per metro quadrato rilevato dall’Osservatorio del mercato immobiliare dell’Agenzia del territorio per i fabbricati. Una cifra che si aggira intorno ai 4 milioni di euro e che La Fondazione Cassa di Risparmio ha girato alla Fondazione Casa Lucca, che a sua volta la utilizzerà per l’acquisto e la ristrutturazione di un’altra cinquan-

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tina di alloggi di proprietà della Diocesi e di altri enti pubblici e privati. Di questi immobili, almeno trenta saranno «alloggi di transizione», considerati una vera e propria valvola di sfogo per tutti i Comuni che, negli ultimi mesi, si sono trovati di fronte a un numero di casi di emergenza abitativa senza precedenti. Anche nella nostra provincia infatti il problema dell’emergenza abitativa rappresenta una criticità ormai strutturale che la crisi economica rischia di far esplodere in maniera preoccupante: il numero dei cosiddetti «nuovi poveri» sta crescendo a dismisura ed è anche a questa nuova categoria sociale che si rivolge il progetto. Sono tre, in particolare, gli elementi qualificanti del progetto: l’acquisto degli appartamenti consente di eliminare dal mercato numerosi immobili invenduti, dando così una boccata d’ossigeno alle imprese edili. La ristrutturazione di altri 50-60 alloggi, resa possibile dal contributo della Regione che la Fondazione Cassa di Risparmio ha deciso di girare alla Fondazione Casa Lucca, ha permesso di dare lavoro a numerose ditte, ad artigiani e fornitori di servizi, di creare nuova economia e di sostenere l’occupazione. Infine, questa operazione – che per il momento è l’unica del genere realizzata in Toscana – non prevede consumo di nuovo suolo e consente una distribuzione delle abitazioni a «macchia di leopardo», e cioè su tutto il territorio provinciale. In questo modo quindi si è evitato di creare sacche di disagio concorrendo a un’integrazione più serena all’interno della comunità delle famiglie. «Con questo progetto – afferma il presidente della Fondazione Cassa di Risparmio, Arturo Lattanzi – abbiamo voluto realizzare una vera e propria rete di sostegno sociale sul fronte abitativo per aiutare le famiglie e i singoli che, pur avendo una fonte di reddito, non guadagnano così poco da poter accedere ai bandi per l’assegnazione di una casa popolare, né abbastanza da permettersi l’affitto di un alloggio offerto dal mercato privato».

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La Fondazione Casa Lucca

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a disponibilità di una casa adeguata alle proprie esigenze è una condizione fondamentale per la piena realizzazione del benessere individuale. Ma l’emergenza abitativa rappresenta ormai una criticità strutturale nella provincia di Lucca. Il mercato immobiliare in paralisi e la politica dell’abitare sono stati in grado di fornire risposte adeguate alle reali esigenze della popolazione, compiendo una parabola che oggi sembra essere approdata a una fase di stallo. Ecco perché per elaborare una risposta più convincente e incisiva al problema si va diffondendo anche a livello nazionale la pratica di affiancare una serie di «social housing» ai consuenti interventi di edilizia residenziale pubblica. I promotori sono generalmente soggetti emergenti del terzo settore che, cooperando in sinergia tra di loro, riescono ad adoperarsi in maniera flessibile intercettando il disagio abitativo ed elaborando percorsi di riscatto il più possibile personalizzati con un approccio integrato al problema dell’alloggio. La Fondazione Casa Lucca è attiva sul modello del «social housing» già dal 2007 con lo scopo istituzionale di realizzare iniziative per fronteggiare situazioni di disagio che hanno origine dalla mancanza di un alloggio, favorendo l’inserimento dei nuclei familiari nel tessuto economico produttivo e l’integrazione sociale. Tra i soci ci sono la Provincia di Lucca; i Comuni di Lucca, Capannori, Massarosa, Porcari e Borgo a Mozzano; l’Arcidiocesi di Lucca (Caritas Diocesana); il Gruppo volontari carcere; l’Istituto nazionale bioarchitettura; Ce.I.S.; il Gruppo volontari accoglienza immigrati; la cooperativa So.& Co; le Misericordie di Lido di Camaiore, Capannori e Corsagna nonché la Croce verde di Viareggio; l’Arci Lucca; MartiniAssociati SRL; Proteo Onlus e i sindacati Cisl, Uil, Cgil e Sunia. Nello specifico, rientrano tra le attività dirette a realizzare gli scopi statutari della Fondazione Casa Lucca la realizzazione e la gestione di un patrimonio immobiliare destinato a dare ospitalità breve, medio, lungo periodo, nonché la realizzazione di iniziative finanziarie destinate a facilitare l’accesso alla casa in acquisto o in locazione, l’accompagnamento sociale all’abitare, l’attivazione di un fondo per l’emergenza abitativa per la gestione di situazioni di urgenza derivanti da sfratti, morosità e danneggiamenti.

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L’importanza dell’housing sociale

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’emergenza abitativa in provincia di Lucca è una questione di fondamentale importanza. Il fenomeno sta assumendo i contorni della «malattia cronica» a causa di politiche urbanistiche prive di una reale programmazione pubblica, relegate a un ruolo meramente strumentale alle scelte di un mercato immobiliare che si è dimostrato del tutto inadeguato a dare risposte alle reali esigenze della popolazione. A testimonianza di questa situazione ci sono l’aumento significativo sia dei pignoramenti, sia degli sfratti di famiglie che non sono più in grado di sostenere i costi dell’abitazione, a fronte di un contemporaneo incremento dei nuovi immobili costruiti, molti dei quali rimangono invenduti e vengono gradualmente svalutati. In questo scenario sono orgoglioso dell’attività svolta dalla Fondazione Casa Lucca, operante dal 2007, che oggi è entrata nel vivo della propria attività e si è dimostrata essere uno strumento flessibile e idoneo a dare risposte effettive e adeguate all’emergenza abitativa, perseguendo l’obiettivo di restituire alla casa il valore di bene primario essenziale per la vita delle famiglie. Per tre motivi in particolare. È un’iniziativa «ad hoc»: si tratta, infatti, del primo vero progetto di Housing sociale in Toscana ed è ormai portato a esempio nelle altre province. Un progetto «cucito» sulle esigenze della nostra comunità e sulle caratteristiche del nostro territorio per il quale abbiamo trovato due partner fondamentali come la Regione Toscana e la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca. Parallelamente, è particolare e innovativa la governance della Fondazione Casa: Provincia, Comuni, ma soprattutto le associazioni del terzo settore, laiche e cattoliche. Sono peculiari gli obiettivi: fornire la possibilità di affitti a prezzo calmierato per giovani coppie, per garantire loro una chance di futuro e dare una risposta alla domanda sino a oggi inevasa di chi non rientra nei criteri delle graduatorie dell’edilizia popolare, che può permettersi di pagare una locazione, ma non agli attuali prezzi di mercato. È peculiare il metodo: senza un ulteriore consumo di suolo ma con l’acquisto o la ristrutturazione di immobili già esistenti, possibilmente di proprietà di associazioni e parrocchie. Un’operazione, questa, che oltre a svolgere la più immediata e visibile funzione di rete di sostegno sociale, offre un approccio multidimensionale alla questione dell’abitare attraverso uno sguardo innovativo e attento alle esigenze di un territorio e della comunità in tempo di forte mutamento socio-economico. Stefano Baccelli Presidente della Fondazione Casa Lucca

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in breve dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca

Da Lucca alla Cina, una viaggio nella storia lungo la via della seta. Un lucente filo di seta lungo 8.000 chilometri unisce da mille anni le città di Lucca e di Hangzhou, in Cina, capitali storiche della produzione e della diffusione serica. Nell’ambito delle celebrazioni per l’Anno culturale cinese in Italia, la grande storia degli itinerari descritti da Marco Polo è stata raccontata dalla mostra lucchese La Via della Seta. Il legame commerciale ma soprattutto culturale tra Oriente e Occidente, nel momento del suo massimo splendore, si è espressa in trenta capolavori dell’arte serica cinese e lucchese, con rarissimi pezzi che hanno coperto più di mille anni di storia – dalla dinastia Sin alla dinastia Ming – e un accurato apparato documentale e bibliografico. La Via della Seta è riconosciuta dagli storici culturali come elemento fondamentale per l’evoluzione della civiltà umana in generale, e nel Medioevo Lucca ne è stata una delle capitali europee. Qui le sete più pregiate, provenienti da ogni parte d’Oriente venivano lavorate in tessuti di una finezza senza pari esportati in ogni parte d’Europa. In questo periodo storico la città ha creato una sintesi mirabile tra ricerca, produzione e commercio: è la nascita della moderna industria, che accoglie le culture, coglie i bisogni e offre risposte con la produzione di beni, motori del mercato e della ricchezza. La mostra di Palazzo Guinigi ha permesso a Lucca di onorare la Via tra Oriente e Occidente – asse lungo il quale la Cina oggi realizza nuove città e infrastrutture territoriali protagoniste di nuovi mercati – legandosi culturalmente alla città di Hangzhou, co-realizzatrice dell’evento e antica capitale della dinastia Song Meridionale.

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Principale centro di produzione serica in Cina nel passato e nel presente, Hangzhou è citata da Marco Polo nel Milione ed è entrata a far parte del Patrimonio storico dell’umanità, così come Lucca è attualmente candidata a entrare nella lista dell’Unesco come uno dei terminali occidentali della Via della Seta. L’esposizione si è articolata in tre sezioni: la prima, dedicata a Lucca e al suo ruolo di nodo internazionale della manifattura serica, con oggetti provenienti da collezioni pubbliche e private lucchesi; la seconda, dedicata alla produzione e al commercio della seta tra Cina, Asia centrale e Mediterraneo, con oggetti provenienti dalle collezioni del Museo nazionale della seta di Hangzhou e da altre istituzioni pubbliche e private italiane; la terza incentrata sulle tecniche di fabbricazione tipiche del mondo islamico e bizantino e alla loro diffusione in Europa, con oggetti provenienti da collezioni private italiane. Tra i pezzi più significativi una serie di vestiti e tessuti (sciamiti, broccati, garze, ricami) di epoca Liao, Jin, Song e Ming, un gruppo di figure in terracotta rappresentanti cammelli battriani e mercanti centro-asiatici di epoca Tang, una serie di dipinti su seta di epoca Song e Yuan rappresentanti Gengis Khan e le tecniche di produzione e lavorazione della seta, due grandi rotoli dipinti su seta di epoca Ming che rappresentavano i viaggi dell’imperatore, una serie di testi ufficiali che descrivevano le tecniche di produzione e lavorazione della seta, e alcuni modelli di telai provenienti dal museo di Hangzhou. Non sono mancati sontuosi abiti festivi da alti dignitari, quattro insegne di rango di funzionari imperiali e un magnifico pannello in raso ricamato, tutti di epoca Qing. Per quanto riguarda l’Asia cen-

trale, spiccavano 12 vestiti da cerimonia in tessuto ikat prodotti in Uzbekistan nel XIX secolo, caratterizzati da colori e disegni straordinari. Meraviglie che erano affiancate da una decina di preziosi volumi e atlanti provenienti dalla Biblioteca statale di Lucca, che rappresentavano l’evoluzione della cartografia occidentale della Cina e dell’Estremo Oriente prima (Tolomeo) e dopo Marco Polo (Ortelio, Mercatore, Blaeu, Jansson, Martini, d’Anville), considerando il grande viaggiatore veneziano lo spartiacque tra due grandi ere nei rapporti culturali tra Europa e Cina. Prima di lui, infatti, le notizie che giungevano in Occidente erano di seconda mano, filtrate ad arte dai vari popoli stanziati lungo la Via della Seta per impedire che i due estremi del continente eurasiatico entrassero in contatto minacciando la tradizionale gerarchia degli intermediari. Infine la parte lucchese della mostra offriva alcuni documenti di straordinaria importanza provenienti dall’Archivio di stato di Lucca, tra i quali il manoscritto di Georg Christoph Martini Viaggio in Toscana del 1745, contenente le descrizioni e i disegni dei principali macchinari utilizzati da filatori, tintori e tessitori lucchesi per realizzare preziose stoffe di seta, orgoglio e vanto della città e per questo coperte dal più rigoroso segreto industriale. E poi campionari di stoffe, gli statuti della Corte dei mercanti con il famoso torsello (balla) di seta come simbolo della città di Lucca. Poi ancora i registri delle imprese del settore serico con simboli e marche delle aziende principali e la donazione da parte del vescovo di Lucca al convento di San Romano di una serie di paramenti sacri in sete provenienti quasi tutte dall’Asia.

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Recuperata un’abbazia lungo la via Francigena. Nella campagna tra Porcari e Altopascio, lungo la via Francigena, si trova l’abbazia camaldolese di San Pietro. Questa presenza nei secoli ha costituito il nucleo attorno al quale si è creato il paese di Badia Pozzeveri che si è sviluppato come tappa per i pellegrini che si recavano a Roma. Ora della chiesa di San Pietro, databile al tredicesimo secolo, si è conservata la parte absidale e sono rimaste le strutture utilizzate da canonica. Il Comune di Altopascio ha portato «Pozzeveri: una badia», un progetto di sviluppo turistico-culturale che prevede il recupero e la valorizzazione dell’antica chiesa abbaziale che ancora oggi è un luogo strategico lungo la via Francigena ed è metà di numerosi pellegrini. E la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ha scelto di appoggiare l’amministrazione con un finanziamento di 280.000 euro complessivi in tre anni. Il progetto prevede la ristrutturazione della chiesa abbaziale, sulla quale il Comune vanta un diritto di superficie, e una campagna di scavi archeologici nell’area circostante realizzata dalla divisione di paleopatologia dell’Università di Pisa che da anni è impegnata in indagini archeologiche nella provincia di Lucca in accordo con la Soprintendenza per i beni archeologici della Toscana. Il cantiere di scavo sarà utilizzato anche come scuola estiva per gli studenti del master in bioarcheologia, paleopatologia e antropologia forense delle Università di Pisa, Bologna e Milano. Un progetto talmente interessante che ha attirato l’attenzione anche del professor Clark Spencer Larsen, antropologo di fama mondiale dell’Ohio State University che si è offerta di effettuare alcuni rilevamenti.

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Ristrutturata la casa di Puccini a Torre del Lago. Giacomo Puccini è il biglietto da visita di Lucca e dell’intera provincia nel mondo. Oltre all’acquisto della casa natale del Maestro al numero 9 di Corte San Lorenzo, in pieno centro storico, la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca segue con attenzione anche gli altri luoghi dove il musicista ha vissuto e ha composto la propria musica. È il caso dell’abitazione di Torre del Lago, la villa Museo fatta costruire da Puccini proprio sulle rive del lago di Massaciuccoli. Nell’attuale Villa Museo sono in corsa i lavori di restauro grazie

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ai 400.000 euro destinati alla Fondazione Amici delle case di Giacomo Puccini di Viareggio. Il finanziamento sarà utilizzato per rifare interamente il tetto, le facciate e le inferriate metalliche esterne della casa del musicista. In più saranno eseguiti i lavori di restauro delle stanze al primo piano della villa. In particolare della camera da letto, del mosaico che si trova nello studio al piano terra, delle porte esterne e di alcuni mobili. E l’impegno della Fondazione Cassa di Risparmio raddoppia con altri 400.000 euro in due anni messi a disposizione della Fondazione Simonetta Puccini di Viareggio per il recupero di un ex albergo che si trova a fianco della villa del Maestro e da tempo versa in

stato di abbandono. Qui si sta lavorando per recuperare una struttura che diventerà un museo didattico dedicato alla memoria e alle opere di Giacomo Puccini. Sarà dotato di una biblioteca con sale di lettura, poi ancora sale espositive e un salone per conferenze e concerti. A questo si aggiungono i 250.000 euro destinati alla Fondazione Festival Pucciniano di Torre del Lago per il 57° Festival Puccini 2011 che in 15 serate ha portato circa 27.000 spettatori paganti provenienti da tutto il mondo.

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Via al recupero delle fortezze della Garfagnana. Le rocche, i borghi murati, le torri difensive e i ponti medievali. Questo è forse il lato meno conosciuto ma più affascinante della Mediavalle e della Garfagnana, un territorio che nel Medioevo è stato al centro dell’interesse politico e militare per la propria posizione strategica. Le fortificazioni sono l’altro grande tesoro di questa terra e senza dubbio quella di Mont’Alfonso è la più imponente. Si tratta dell’ultima roccaforte difensiva del Ducato di Ferrara, realizzata tra il 1579 e il 1586 a guardia del confine con la Repubblica di Lucca. Nel 1980 la Provincia di Lucca acquistò l’intero complesso avviando nel tempo un progetto di recupero al quale partecipa anche la Fondazione Cassa di Risparmio come sponsor privato riconoscendo la fortezza come uno dei beni culturali più im-

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portanti della Garfagnana. Tra gli interventi a bando sono infatti stati stanziati 70.000 euro all’amministrazione provinciale per le attività di valorizzazione. Lo stesso vale per la Fortezza delle Verrucole, nel Comune di San Romano in Garfagnana, che grazie alla sua posizione su una collina di circa 600 metri domina gran parte del fondovalle incastonata tra le Alpi Apuane e l’Appennino. Qui è in corso un intervento di restauro triennale per 180.000 euro per il recupero dell’ex polveriera, che sarà adibita a spazio espositivo per l’architettura e l’arte militare, e dell’ex magazzino che diventerà il punto di ristoro e di accoglienza per i visitatori. L’attenzione della Fondazione alla salvaguardia di questo patrimonio storico prosegue con un progetto di recupero delle fortezze della Garfagnana. In tutto un milione di euro

in quattro anni con 20 interventi diretti distribuiti su 17 comuni. Si va dai ponti medievali di Fabbriche di Vallico, alla rocca di Camporgiano; dai borghi murati di Giuncugnano, alla torre di Ghivizzano; dalla torre dell’orologio di Castiglione Garfagnana alla fortezza di Vergemoli e al forte di Coreglia Antelminelli. In questo modo si punta a rendere fruibili percorsi artistici e culturali minori rispetto ai principali poli turistici toscani andando a creare un suggestivo itinerario lungo la valle del Serchio che può innescare un processo di sviluppo dell’area grazie alla valorizzazione delle risorse locali. Il progetto generale, elaborato dall’Unione dei Comuni della Mediavalle e della Garfagnana, è finanziato oltre che dalla Fondazione, anche da Arcus e dalla Fondazione Monte dei Paschi di Siena.

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Restaurato il gioiello liberty nel centro di Lucca. In via dei Bacchettoni, nella parte più recente del centro storico di Lucca, con la sua veranda coperta al quale si accede con una doppia scalinata è uno dei capolavori liberty della città. Fu realizzata prima del 1913 dall’industriale Giovanni Niemack in un terreno che libero all’interno delle Mura. La sua pianta regolare e compatta rappresenta un caso unico rispetto agli altri villini di fine ‘800 che generalmente si posizionano al centro del giardino e con la facciata principale rivolta verso la strada. Negli ultimi anni la villa si trovava in uno stato di completo abbandono e l’azienda pubblica dei servizi alla persona Centro Carlo del Prete, proprietaria della struttura, era intenzionata a venderla per ricavare finanziamenti per svolgere la propria attività. Così nel marzo 2009 si è costituito il Comitato per il recupero di Villa Niemack composto dall’azienda pubblica dei servizi alla persona Carlo del Prete, dal Comune di Lucca e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, che ha provveduto alla ristrutturazione. La Fondazione si è impegnata in un intervento diretto fino al 2019 per un totale di 1.050.638,70 euro che consiste nel pagamento delle rate del mutuo Il restauro, giù completato, ha permesso il recupero di tutte le piastrelle originali in ceramica della facciata e la cancellata esterna, che era stata divelta durante il fascismo per recuperare i metalli, è stata realizzata secondo il disegno originale. All’interno sono stati recuperati tutti i pavimenti originali, diversi in ogni stanza, ed è stata riaperta la terrazza del primo piano caratterizzata dalle decorazioni in facciata con piastrelle raffiguranti le conchiglie San Giacomo. Ora Villa Niemack è stata destinata in parte alla Croce Rossa Italiana con un contratto di comodato gratuito, il secondo piano invece è stato affittato per consentire alla «Carlo del Prete» di ottenere un reddito da questa proprietà.

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Carnevale di Viareggio. Divertimento, cultura e tradizione. Il Carnevale di Viareggio con i suoi oltre 130 anni di storia è fra i più famosi d’Europa e a ogni edizione richiama migliaia di persone dall’Italia e dall’estero. Per questo la Fondazione Carnevale è impegnata da tempo in un progetto pluriennale che punta al miglioramento costante della qualità dello spettacolo offerto e a rendere fruibile il ricco patrimonio culturale legato a questa manifestazione. Fin dal 1925, con l’introduzione della cartapesta e della carta a calco, il carnevale ha fatto propria la filosofia del recupero e del riciclaggio dei materiali. Il carattere artigianale del carnevale affonda le sue radici nelle darsene dove maestri d’ascia e falegnami costruivano i bastimenti. E l’esperienza acquisita nella cantieristica col tempo si sono trasferiti nella realizzazione dei grandi carri di cartapesta. La Cittadella del Carnevale è un insieme di sedici capannoni e di altri edifici che costituiscono una piazza che è un ambiente ideale per feste e concerti. Da. 2003 all’interno della Cittadella c’è il Museo del carnevale dov’è possibile osservare tutte le fasi costruttive dei carri. In più al piano terra sono allestiti i laboratori didattici dove le scolaresche hanno la possibilità di provare le tecniche di manipolazione della carta a calco. Nell’edizione del 2011 – finanziata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca tramite un bando da 200.000 euro – sono state trentasei le grandi opere di cartapesta che hanno sfilato lungo i viali a mare: undici i carri allegorici, di prima categoria alti fino a venti metri, sei i carri di seconda categoria, undici le maschere di gruppo e otto le maschere isolate, un numero imponente di costruzioni che hanno catalizzato l’attenzione del coloratissimo pubblico nelle cinque sfilate.

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Complesso conventuale di San Francesco Il progetto. La Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ha acquistato il Complesso Conventuale di San Francesco, di proprietà del Comune di Lucca. Il Complesso è destinato a diventare sede del Campus universitario di IMT Alti Studi Lucca, grazie ad un progetto di restauro e di adeguamento funzionale che richiederà un investimento complessivo di circa 20 milioni di euro, interamente a carico della Fondazione. Il progetto prevede tutte le opere e le dotazioni impiantistiche necessarie per il restauro e l’adeguamento funzionale del Complesso Conventuale di San Francesco al fine di destinarlo a nuova sede del Campus universitario dell’Istituto Alti Studi IMT. Questa destinazione prevede spazi residenziali, a completamento dell’intervento già realizzato nella porzione del complesso denominata «la Stecca», spazi per la didattica, spazi di rappresentanza, per l’amministrazione oltre a spazi tecnici e di servizio. Per quanto riguarda la chiesa di San Francesco non è previsto alcun adeguamento funzionale né cambio di destinazione d’uso; gli interventi, esclusivamente di restauro e risanamento conservativo, si attueranno in due fasi: nella prima, si provvederà al consolidamento strutturale complessivo, con particolare riferimento alla copertura ed al fianco sud, successivamente si procederà al restauro e alla ricollocazione di tutte le opere d’arte e arredi. Negli ambienti annessi all’abside della chiesa di S. Francesco, in corrispondenza dell’accesso al Giardino degli Osservanti, sarà allestito un piccolo museo archeologico dove saranno esposti gli esiti della campagna di scavo. Gli spazi del Campus IMT. Il progetto prevede una macrozonizzazione planimetrica: la residenza, con camere e appartamenti a completamento degli spazi già realizzati nella Stecca, sarà realizzata nelòla parte che si af-

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faccia al grande giardino a nord del complesso, mentre gli spazi per la didattica saranno organizzati attorno al primo e secondo chiostro e nel cortile. Una seconda organizzazione per livelli prevede la sistemazione a piano terra di tutti gli spazi «collettivi» (aula magna, sale conferenze-seminari, laboratori e aule), al piano primo degli uffici e di parte della residenza, e infine al piano secondo solo residenza. A febbraio sono stati consegnati a Imt i primi 4 monolocali più altri 3 bilocali completi di cucina e 4 camere singole, per un totale di 18 posti letto. Per fine marzo è prevista la consegna della Cappella Guinigi, che sarà adibita ad auditorium da 120 posti. La fine dei lavori è prevista per la prima metà del 2013: a Imt saranno consegnati 62 posti

letto che, sommati a quelli già realizzati alla Stecca, portano la ricettività a complessivi 125 posti letto. Cenni storici. L’inizio della costruzione del complesso di S. Francesco risale al 1230 con la costruzione di una chiesa, ove sorge l’attuale, dedicata alla Maddalena, chiesa che venne ampliata nella parte tergale e rialzata alla fine del tredicesimo secolo nel periodo dei Guinigi, che finanziarono la costruzione delle tre cappelle absidali. Rilevante è la cappella in laterizio intitolata a Santa Lucia (che riceve accesso dai loggiati e dal Giardino degli Osservanti) fatta costruire da Francesco Bartolomeo Guinigi nel 1354 che servì come cappella di famiglia. Alla fine del 1600 il convento era stato via via ampliato fino a comprendere tre dormitori con un numero di circa cento stanze, una foresteria di dieci stanze riservata ai Superiori dell’Ordine, una infermeria, il refettorio, la cucina, l’archivio e la libreria.

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Grandi eventi culturali a Pietrasanta. Sono ormai un centinaio di anni che il binomio cultura e turismo sono la carta vincente della Versilia. Una strada che si vuole continuare a percorrere con il progetto «Pietrasanta Grandi Eventi» che vuole avvicinare un numero sempre maggiore di cittadini e turisti, ma soprattutto di giovani, alla cultura e alle varie espressioni dell’arte. Un’idea in linea con i principi della Fondazione che ha finanziato l’iniziativa con un bando di 70.000 euro destinati all’amministrazione comunale. Tra gli eventi in calendario, la seconda edizione del festival letterario «Anteprime», che ha visto sessanta scrittori provenienti da tutto il mondo presentare la loro nuova opera. Un appuntamento che ha animato le serate del centro storico di Pietrasanta, tra piazza Duomo e il complesso di Sant’Agostino, e si è protratto fino a tarda notte mentre autori celebri e esordienti molto promettenti si sono incontrati con il pubblico per leggere pagine inedite del loro ultimo libro. Tra gli ospiti internazionali più attesi, l’israeliano Abraham Yehoshua e Ken Follett, mentre tra gli italiani si sono visti giovani affermati come Christian Frascella, Valeria Parrella, Alessandro D’Avenia, e ancora il giallista Giorgio Faletti, Concita De Gregorio, Melania Mazzucco, Silvio Muccino insieme a Carla Vangelista, Roberto Vecchioni – romanziere, oltre che cantautore – e il vignettista Vauro Senesi. E non sono mancate le iniziative collaterali orientate prevalentemente all’arte contemporanea. Ha iniziato Helaine Blumenfeld con le sue opere monumentali. Poi ancora una personale di Luca Alinari, mentre per il secondo anno consecutivo la Versiliana ha ospitato «La festa de Il Fatto Quotidiano», con un ricco cartellone d’incontri con illustri giornalisti del panorama italiano, scrittori, comici e personaggi del mondo televisivo, che hanno dato vita ad una tre giorni di cultura e attualità.

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Cultura e spettacolo nel Polo mediceo di Seravezza. Fotografia, pittura, teatro e musica. Tutto questo è la Fondazione Terre Medicee di Seravezza, nata nel 2010 per iniziativa del Comune della cittadina versiliese in partecipazione con l’amministrazione provinciale di Lucca e due importanti aziende del territorio come Henraux e Campolonghi. Lo scenario è quello del Polo culturale dell’area medicea appena ristrutturata, la splendida villa edificata tra il 1561 e il 1565 per volontà di Cosimo I de’ Medici, che già dal 1982 accoglie importanti esposizioni di arte moderna e contemporanea. E la Fondazione Cassa di Risparmio ha scelto di finanziare parte della stagione 2011 con un bando da 80.000 euro. Un cartellone con numerose iniziative culturali

che hanno portato al palazzo Mediceo circa 15.000 visitatori con un notevole richiamo da parte dei media nazionali. In particolare la mostra «Guttuso e gli amici di Corrente», un evento che grazie alla Rai è entrato nel circuito delle grandi televisioni nazionali europee. Poi ancora la rassegna «Palco della memoria», una serie di quattro spettacoli che hanno visto la partecipazione di Alessandro Baricco, Paolo Rossi, Ascanio Celestini e don Andrea Gallo. Ottimi riscontri hanno suscitato anche la mostra del fotografo Roger Ballen, la stagione teatrale invernale presso le scuderie granducali, organizzata in collaborazione con la Fondazione Toscana Spettacolo, e la seconda rassegna «Versilia in Jazz», quattro artisti internazionali che hanno raccontato le tendenze del «New Jazz».

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Un centro polifunzionale per migliorare la qualità della vita. La continua evoluzione della nostra società e l’aumento dell’età media porta con sé un cambiamento del tipo e della qualità dell’assistenza di cui le persone hanno bisogno. Parte da qui l’analisi dell’Arciconfraternita della Misericordia di Montecarlo che ha effettuato un’attenta analisi del territorio rilevando nella Piana di Lucca l’aumento costante di soggetti affetti da disabilità. Un fenomeno in crescita che ha evidenziato la necessità di differenziare e ampliare l’offerta dei servizi con la realizzazione di un centro polivalente. Lo sport infatti è uno strumento efficace per favorire l’integrazione e può rappresentare lo strumento ideale anche per prevenire il disagio giovanile. Per questo la Fondazione Cassa di Risparmio si è impegnata con un intervento pluriennale in sei anni per una quota complessiva di 1.200.000 euro. L’area individuata per la realizzazione del centro sia trova in località Fornace in una zona collinare e il cantiere è stato aperto su un terreno incolto di circa 1.850 metri quadrati ai piedi di un pendio. Il progetto prevede un complesso su due piani ai quali si aggiungono giardini giardini, aree a verde, parcheggi e infrastrutture. Qui troveranno posto quattro camere per l’accoglienza, uffici, un refettorio, ambulatori e una palestra per la riabilitazione. In un secondo lotto saranno realizzati anche studi medici e una sala conferenze mentre all’esterno è stato realizzato un impianto polivalente che può adattarsi alle varie discipline sportive. Anche per la scelta dei materiali ci si è ispirati alla salvaguardia del paesaggio e dell’ambiente, con la riscoperta e il recupero di pietre e mattoni tipici del posto e altri prodotti ecosostenibili. In più verrà utilizzata illuminazione a basso consumo, si procederà al recupero delle acque piovane e sarà impiegato un cogeneratore a oli vegetali per la produzione di energia elettrica.

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Oltre 600mila euro destinati alle aziende sanitarie locali. L’attenzione al settore della salute pubblica è sempre stato uno dei più importanti per la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca che da tempo svolge un ruolo di supporto agli investimenti fatti dal servizio pubblico nazionale e cerca di evitare erogazioni frammentarie e dispersive. Negli anni ha sempre sostenuto l’acquisto e l’allestimento di nuove attrezzature che possano migliorare la qualità della prevenzione e della cura presso le strutture sanitarie del nostro territorio sostenendo soprattutto le due aziende sanitarie locali presenti nella provincia di Lucca. Sempre ricorrendo al sistema dei bandi, nel 2011 la Fondazione ha stanziato 170.000 euro per acquistare un sistema informazione per la gestione completa della cartella clinica per il reparto di radioterapia dell’ospedale di Lucca. Sempre per il Campo di Marte ha stanziato 102.000 euro per l’acquisto di un ecografo per Urologia, altri 102.000 euro per un laser chirurgico per il reparto di oculistica e 80.000 euro per un sistema a gas plasma per la centrale di sterilizzazione dell’ospedale. Finanziamenti importanti sono stati erogati anche in favore dell’azienda Usl 12 di Viareggio, dove con 135.854 euro è stato finanziato un progetto di personalizzazione dell’assistenza nel paziente anziano che consenta di mettere in rete non soltanto i dati ma anche le competenze professionali degli operatori. Altri 60.000 euro hanno finanziato il progetto «Information Technology del paziente cardiologico», un innovativo strumento assistenziale che consente l’integrazione delle informazioni cliniche provenienti dalle diverse tecniche diagnostiche cardiologiche. Infine 60.000 sono serviti per il progetto «... e io avrò cura di te», che consiste in uno studio relativo alla somministrazione di un farmaco contro la sindrome di Rett.

Piccoli prestiti per chi si trova in difficoltà economica. Un prestito per far fronte a situazioni di emergenza: è l’obiettivo di un progetto messo a punto dall’Arcidiocesi di Lucca, dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e dalla Banca di Pescia – Credito Cooperativo, grazie al quale chi si trova in condizioni di particolare vulnerabilità economica o sociale – le persone, insomma, che appartengono alla sempre più folta fascia di popolazione povera – potranno ottenere un finanziamento fino a 10.000 euro e migliorare così la loro qualità di vita. «Il disagio che si va diffondendo a causa della crisi economica – spiega il presidente della Fondazione Cassa di Risparmio, Arturo Lattanzi – l’aumento della precarietà e della disoccupazione e la diminuzione delle risorse assistenziali, impongono la necessità di fornire nuovi strumenti di sostegno a chi rischia l’emarginazione e l’esclusione sociale. Più che una forma di assistenzialismo il nostro è un modo per dare fiducia alle persone, stimolarne le potenzialità e le capacità di crescita, e aiutarle ad essere parte attiva e responsabile per il superamento delle loro momentanee difficoltà». Di qui il programma di microcredito ispirato a un progetto della Caritas diocesana denominato «Un anticipo di fiducia» e gestito da un tavolo di partenariato di cui fanno parte alcune associazioni del territorio: Gruppo volontari accoglienza immigrati, Comunità di Sant’Egidio, Confraternita San Vincenzo, Volontariato femminile vincenziano e Ce.I.S. gruppo giovani e comunità di Lucca. Di questo programma possono beneficiare gli utenti dei centri di ascolto Caritas e quanti vengono individuati dalle associazioni che fanno parte del tavolo di partenariato come persone per le quali l’accesso al credito convenzionale è particolarmente difficile e oneroso. Per esempio chi non è in grado di offrire garanzie sufficienti o che presentano posizioni debitorie con altre banche e società finanziarie, oppure ulteriori elementi pregiudizievoli, come piccoli protesti, un numero contenuto di rate scadute di credito al consumo e pa-

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gamenti arretrati. Grazie a un fondo di garanzia iniziale di 100.000 euro messo a disposizione dalla Fondazione Cassa di Risparmio, la filiale di piazza Santa Maria della Banca di Pescia erogherà i microcrediti a un tasso particolarmente agevolato e senza nessuna commissione bancaria. I prestiti, che la Banca di Pescia si impegna ad erogare entro sette giorni lavorativi, dovranno essere rimborsati a rate mensili per un massimo di 60 mesi. Con questa iniziativa, la Caritas diocesana continua ed amplia il suo programma avviato due anni fa, selezionando le richieste di finanziamento che le pervengono dai centri di ascolto di vari enti e associazioni. Richieste per le quali la Caritas, grazie alla collaborazione dei volontari, efficacemente guidati da Donatella Turri e Lorella Sestini, assicura ogni opportuna assistenza, sia per la predisposizione delle pratiche che per la rapida procedura di erogazione dei prestiti. Intanto anche in Versilia si studia un’iniziativa analoga tramite l’associazione «Fondo vivere» di Lido di Camaiore.

Riscaldare un piccolo borgo di montagna con una centrale a biomasse. È sempre difficile e soprattutto costoso riuscire a portare la rete del metano nei piccoli paesi di montagna. È il caso di Pariana, nel comune di Villa Basilica, dove da sempre si utilizzano soluzioni alternative come il gasolio e il gpl. Per ovviare a questo problema – e abbattere gli agenti inquinanti – l’amministrazione comunale sta portando avanti un progetto di impianto di teleriscaldamento a biomasse a servizio del piccolo borgo dove vivono attualmente circa trecento persone. Una soluzione in due fasi che è già in uno stato avanzato di realizzazione. Infatti è già stato costituito un consorzio agro-forestale al quale aderiscono anche i Comuni della Piana che si impegna per lo sfruttamento dei residui della lavora-

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zione della legna. La seconda fase invece prevede la realizzazione di una centrale termica a biomasse per la produzione di acqua calda da utilizzare a uso riscaldamento e a uso sanitario nelle case di Pariana attraverso un impianto di teleriscaldamento realizzato dal Comune di Villa Basilica che la Fondazione Cassa di Risparmio ha finanziato con 180.000 euro inseriti in un bando triennale. Il progetto, finanziato dal Fondo europeo di sviluppo regionale e promosso dalla Provincia di Lucca, si chiama «Biomass» e intende promuovere un utilizzo sostenibile delle biomasse forestali e agricole come fonti energetiche rinnovabili e come opportunità per diminuire i costi energetici, l’utilizzo di combustibili fossili e l’inquinamento atmosferico.

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Un nuovo centro civico nel cuore di Borgo a Mozzano. La ristrutturazione dell’ex Convento delle Oblate di Santa Francesca Romana è la storia di una comunità che si riappropria del proprio patrimonio e torna a viverlo. In questa struttura del Cinquecento, nel pieno centro di Borgo a Mozzano, l’amministrazione comunale ha avviato da tempo un percorso di recupero e valorizzazione per realizzare un grande centro polifunzionale e la Fondazione Cassa di Risparmio ha contribuito con un intervento diretto da 400.000 euro in cinque anni che si è completato lo scorso anno. Qui, grazie al recupero dell’intero immobile, è stato realizzato il Salone delle feste che è diventato il vero cuore del complesso. Uno spazio che può essere adibito a sala convegni e ospita congressi, seminari, mostre, attività sociali, culturali e ricreative. Con la novità del grande schermo e dei sei titoli messi in cartellone durante l’inverno per il primo ciclo di proiezioni del cineforum. In più quest’area ha anche due sale adibite all’attività formativa e a un punto Paas – accesso assistito ai servizi: internet, Centro per l’impiego, Informagiovani – nonché una sala adibita a centro di documentazione sull’azalea, la più importante tra le produzioni vivaistiche della zona, che contiene oltre 5000 volumi. Anche lo spazio esterno del convento è particolarmente pregiato con ampi spazi verdi e giardini d’eccellenza. E questo progetto è stato integrato con la realizzazione dei «Bagni alla Verzura» in un’area vicina alla quale si accede direttamente dal nuovo centro polifunzionale. In pratica una piscina a disposizione dei ragazzi delle scuole e dei giovani dotata di spogliatoi, servizi igienici e infermeria oltre che di impianti sportivi attrezzati all’aperto. Un intervento che si inserisce in un progetto più ampio che prevede la riqualificazione dell’intera zona limitrofa con la costruzione di un nuovo edificio per la scuola secondaria di primo grado e del nuovo Palazzetto dello sport.

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Un nuovo Palazzetto dello sport a Borgo a Mozzano. Educazione fisica e pratica sportiva vanno di pari passo con uno stile di vita sano. Ma è difficile riuscire a praticare attività sportiva laddove mancano gli impianti. È il caso di Borgo a Mozzano dove le strutture esistenti sono poco adatte a ospitare gli sport di squadra che creano aggregazione e integrazione, specialmente tra i giovani. Così la realizzazione di un nuovo polo scolastico nell’area della Concia, un punto centrale che si trova sul retro della stazione, è stata colta dal Comune come l’occasione per colmare questa carenza. Il progetto complessivo prevede un completo ripensamento di quella zona del paese che diventerà un’area destinata alla formazione giovanile, al tempo libero e allo sport. In pratica da una parte saranno costruite le nuove scuole medie – le attuali non sono state dichiarate idonee in seguito a una valutazione sismica – mentre nell’area della ex fabbrica Record sarà realizzata la nuova sede dell’Istituto tecnico industriale «Enzo Ferrari». Infine sul lato di via Salvemini invece si prevede la realizzazione di un’area interamente destinata alla formazione giovanile, al tempo libero e allo sport. Per questo si realizzerà un impianto polifunzionale, un palazzetto, destinato a ospitare le scuole ma anche l’intera cittadinanza con particolare riferimento alle squadre di pallacanestro e di pallavolo. La Fondazione Cassa di Risparmio tramite un bando ha destinato 80.000 euro all’amministrazione comunale di Borgo a Mozzano mentre il resto della struttura sarà finanziato dalla Fondazione Monte dei Paschi di Siena.

Un nuovo spazio per i giovani nel centro di Porcari. Nel giro di pochi anni un piccolo centro come Porcari ha visto aumentare notevolmente la propria popolazione. Un fenomeno che ha creato nuove esigenze e al quale la parrocchia di San Giusto ha scelto di dare una risposta decidendo di comprare l’immobile dell’ex tipografia Matteoni che ormai da parecchi anni si trova in uno stato di degrado. Si tratta di un edificio che si trova in una posizione strategica nella parte alta del paese. In pratica è una sorta di cerniera tra la zona monumentale, rappresentata dalla chiesa parrocchiale e dalla Villa Mennoni, il vecchio borgo storico e il Parco della Torretta. Una scelta coraggiosa che per la parrocchia comporta un impegno economico importante del quale però si è fatto carico la Fondazione Cassa di Risparmio pagando le rate del mutuo quinquennale per un totale di 435.000 euro. Dopo i necessari lavori di ristrutturazione per recuperare l’edificio e adeguarlo alla nuova destinazione, l’ex tipografia diventerà così la Casa della Pace di Porcari che consentirà di dare una risposta concreta alle nuove esigenze sociali del comune. Questo sarà uno spazio pubblico a disposizione di tutti e soprattutto dovrà dare supporto alle attività dei gruppi organizzati del paese, soprattutto per le attività dei giovani. In questo modo la parrocchia potrà ampliare la propria gamma di servizi a disposizione della comunità in un nuovo ambiente protetto e sicuro.

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Regalare le vacanze estive a oltre 400 bambini. Era il 1822 quando l’ospedale di Lucca organizzò a Viareggio una colonia per i bambini di strada. Quello fu il primo caso in tutta Italia e da quel momento le colonie estive furono intensificate a livello nazionale e rivolte a bambini e ragazzi per sostenere le famiglie meno agiate. Nel secondo Dopoguerra fu poi riconosciuto il carattere formativo ed emancipante delle colonie che allora non furono più rivolte esclusivamente alle fasce più svantaggiate. Una tradizione lunga 190 anni che continua grazie all’impegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca che con un spesa complessiva di 296.829,94 euro ha predisposto un programma di soggiorni estivi gratuiti al mare e in montagna, riservato a bambini, ragazzi e ragazze tra i 6 e i 17 anni che appartengono a famiglie a basso reddito. L’attività è organizzata assieme alla Provincia di Lucca che coordina gli uffici dei servizi sociali dei Comuni. Una collaborazione dalla quale è nato un programma articolato e un ventaglio di opportunità talmente ampio da trasformare la tradizionale colonia estiva in una vera e propria vacanza con soggiorni al mare a Marina di Massa, Marina di Frigole (Lecce), Antignano (Livorno) o in barca da Viareggio. Poi ancora i tipici soggiorni in montagna al Parco dell’Orecchiella, a Castelvecchio Pascoli o a Bosentino, in provincia di Trento. Un’iniziativa che nel tempo continua a riscuotere un grande successo alla quale hanno partecipato 435 ragazzi, di cui 236 maschi e 199 femmine, il 20% dei quali di nazionalità straniera.

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Finanziata la realizzazione di un «condominio sociale» a Capannori. Un condominio sociale nel comune di Capannori dove creare un punto di approdo per diverse associazioni di volontariato attive nella Piana di Lucca. È uno dei principali interventi che la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ha scelto di finanziare nel 2012. Un progetto che richiede un investimento complessivo di oltre 2,8 milioni di euro, di cui 900.000 mila messi direttamente a disposizione dalla Fondazione. L’idea è promossa dalla Misericordia di Capannori, capofila, in questa operazione, rispetto ad altre associazioni che, nel tempo, potranno aderirvi. «È uno sforzo notevole – afferma il governatore della Misericordia, Maria Pia Bertolucci – che la confraternita compie grazie alla sensibilità dimostrata dalla Fondazione Cassa di Risparmio e dal suo presidente, Arturo Lattanzi, ma anche grazie alla generosità dei nostri confratelli. Abbiamo deciso, con senso di responsabilità, di farci carico dell’esigenza di coagulare le forze di tutte le associazioni di volontariato per rispondere in modo innovativo e flessibile alle sempre crescenti necessità della popolazione. Lo stesso sindaco di Capannori, Del Ghingaro, durante un primo incontro di presentazione, si è detto molto interessato al progetto». La pietra d’angolo Lo hanno denominato «La pietra d’angolo» e vuole essere il luogo operativo e d’incontro per varie associazioni di volontariato della Piana. «D’altra parte – prosegue Maria Pia Bertolucci – i servizi sociali e sanitari offerti dal pubblico, anche in convenzione con il privato e in parte con il privato sociale, non sono sufficienti rispetto alle urgenze e alle reali necessità della popolazione e delle famiglie, alle prese con l’aumento di patologie in parte dovute anche all’allungamento della vita media, allo stress, ai cambiamenti climatici, all’inquinamento e a ritmi di vita sedentari. Il volontariato risponde con impegno alle sollecitazioni della gente, e le sedi delle associazioni, assieme a quelle delle istituzioni locali, sono diventate sempre più punti di riferimento per le esigenze della popolazione, che si tratti del semplice bisogno di compagnia, di piccoli servizi, o di in-

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terventi di riabilitazione. Ecco perché la Misericordia di Capannori ha deciso di farsi carico di raccogliere le adesioni su un progetto, una sorta di ‘condominio sociale’, provvisoriamente denominato ‘La pietra d’angolo’, in cui le associazioni di volontariato attive sulla Piana di Lucca possano trovare una struttura di riferimento». Il progetto Il progetto prevede l’acquisto di un immobile che fino a pochi anni fa è stato sede del consorzio agrario e che ora è in completo abbandono. Una struttura che gode di una posizione strategica, di fianco alla chiesa parrocchiale, al centro del Comune, confinante con il parco pubblico, libero su quattro lati da costruzioni e adiacente a un parcheggio pubblico. Piano terra Qui troveranno posto un centro diurno per disabili adulti e persone sole; un circolo con mensa, cucina attrezzata e ampia area pranzo riservata sia ai disabili del centro, sia agli altri ospiti del condominio sociale: un’area disponibile anche per iniziative di promozione e di animazione del parco pubblico. Sempre a piano terra, saranno realizzate alcune stanze attrezzate dove ospitare associazioni di piccole dimensioni, che non hanno una propria sede, e che hanno bisogno di un punto di riferimento in cui poter operare. Primo piano Al primo piano avrà sede l’associazione Amici del cuore, che disporrà anche di palestra e ambulatori: l’associazione Grimaldi, anche questa con palestra e ambulatori, nonché alcuni ambulatori da affittare a medici esterni. Secondo piano Qui sarà realizzata una foresteria sociale in cui alloggiare per brevi periodi i disabili accolti nel centro diurno e altri disabili esterni alla struttura su richiesta delle famiglie, per ricoveri di sollievo per la famiglie stesse. «Questo – come spiega Maria Pia Bertolucci – servirà anche a porre le basi per un ‘dopo di noi’, questione che tutte le famiglie, prima o poi, si pongono». Sempre al secondo piano, verranno ricavati quattro piccoli appartamenti per anziani che, per motivi di paura o per limitate capacità di autonomia, non possono più stare in casa propria e che qui potranno trovare

riservatezza e privacy, ma anche servizi comuni e soprattutto l’assistenza continua di persone impegnate nelle diverse attività del condominio. Un altro appartamento sarà destinato al custode dell’edificio, una figura indispensabile. Inoltre, nel condominio sociale è prevista anche la sede della costituenda Fondazione delle Misericordie della Piana di Lucca, che dovrebbe essere costituita nei prossimi mesi per gestire i servizi comuni. Infine, una porzione dell’edificio al piano terra, sarà destinata a uffici direzionali e spazi commerciali da affittare a privati, così da ricavare risorse utili al pagamento del mutuo che la Misericordia dovrà contrarre con gli istituti di credito per realizzare la struttura. Nei locali che si libereranno nella sede istituzionale, la Misericordia intende realizzare un salone per le riunioni, un garage per i propri mezzi e alcune «cappelle del commiato», dove poter vegliare i morti fino al momento dei funerali, senza limitazioni di orario, come accade invece all’obitorio intercomunale di Lucca. La Misericordia di Capannori È stata costituita nel 1980 e opera sulla Piana di Lucca con servizi di carattere sanitario, trasporto ambulanze per emergenza ed ordinari, nonché di disabili ed anziani; attività di educazione sanitaria della popolazione attraverso corsi, incontri e iniziative varie di informazione e sensibilizzazione; servizi di carattere sociale: attività di centro di aggregazione sociale per persone sole e casa famiglia per anziani, animazione sociale con persone fragili e a rischio emarginazione, assistenza a famiglie con problemi e disagi profondi, attività di animazione con le scuole, parrocchie e altre associazioni del territorio; interventi di protezione civile sia di emergenza, sia di prevenzione. I volontari sono circa 120, mentre i dipendenti e collaboratori – diretti e indiretti attraverso una cooperativa che la Misericordia ha fondato – sono dodici. Dopo aver acquistato la propria sede sociale, la Misericordia ha acquistato un compendio immobiliare contiguo alla sede dove ha realizzato una casa famiglia, due piccoli appartamenti per le emergenze abitative affittati al Comune di Capannori e un centro di aggregazione diurno.

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Far crescere le imprese che faranno crescere il nostro futuro. Per anni l’area ex Bertolli di Sorbano del Giudice ha ospitato l’oleificio che ha rappresentato uno dei simboli di Lucca nel mondo. Ora si è recuperato quel complesso industriale di oltre 11.000 metri quadrati e si punta decisamente sulla valorizzazione di quell’area dove la Camera di Commercio ha realizzato il Polo tecnologico lucchese. La struttura, portata avanti con il contributo della Regione Toscana e della Fondazione si compone di due lotti. Nel primo edificio c’è la sede di Lucense con i suoi laboratori di ricerca sul cartario e sull’Ict, l’acronimo inglese che sta per tecnologia dell’informazione e della comunicazione. Qui si trova anche un primo nucleo di incubatore di nuove imprese che si sono già insediate nel corso del 2011. Già terminati anche i lavori di costruzione del secondo edificio con nuovi spazi destinati all’incubatore d’imprese e un acceleratore per le imprese già avviate. Il polo tecnologico ha una posizione strategica all’interno del nuovo «parco urbano dell’innovazione», un modello d’attrazione ideato per integrare l’attività fieristica con il trasferimento tecnologico. Entrambe gli edifici che compongono il Polo Tecnologico Lucchese rappresentano un modello di riferimento per l’applicazione di principi di edilizia sostenibile, attraverso l’uso di materiali e tecnologie innovative, e per il consistente ricorso a fonti energetiche rinnovabili. A conferma di una progettazione tutta orientata al green building, il Polo, nell’ambito dell’attività di Lucense, accoglie il Centro di Divulgazione e Formazione «Abitare Mediterraneo»: un allestimento permanente che ospita oltre 100 aziende produttrici e in cui sono esposti componenti edilizi selezionati sulla base della qualità e della coerenza con i temi legati all’innovazione tecnologica e all’architettonica finalizzata al contenimento dei consumi energetici per un’edilizia sostenibile. I temi, appunto di «Abitare Mediterraneo», un progetto di ricerca finanziato dalla Regione Toscana e coordinato dal Dipartimento di Tecnologie dell’Architettura e Design della Facoltà di Architettura di Firenze.

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La banda larga per le imprese dei distretti industriali. Il «digital divide» è il divario esistente tra chi ha accesso effettivo alle tecnologie dell’informazione e chi ne è escluso in modo parziale o totale. Un limite che rischia di essere un freno allo sviluppo delle imprese e alle opportunità a disposizione dei cittadini. Per questo la Provincia ha sostenuto il progetto promosso dalla Regione per consentire l’accesso ai internet nei territori rurali e montani e ha scelto di compiere un passo successivo realizzando una rete evoluta in fibra ottica che consente di raggiungere oltre un migliaio di aziende nei distretti industriali. Un’infrastruttura strategica per la competitività delle imprese e per lo sviluppo del territorio lucchese. La visione era già stata tracciata con il Piano locale di sviluppo e oggi è stata resa possibile grazie al supporto tecnico di Lucense, della stessa Provincia e del gruppo di reti dell’Università di Pisa. Un intervento portato avanti con il sostegno finanziario dell’Unione Europea che porta la provincia di Lucca all’avanguardia a livello nazionale. La Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ha previsto un intervento diretto di 1,5 milioni in quattro anni su un quadro economico complessivo di 16 milioni di euro. Il progetto è attuato con un partenariato pubblico-privato tra la Provincia di Lucca e Telecom Italia spa. È la provincia a realizzare i cavidotti su un percorso che riguarda undici comuni che si dirama fino ai cosiddetti «punti di consegna» distanti al massimo 500 metri dalle imprese. A quel punto spetta a Telecom Italia la posa delle fibra ottica nei cavidotti, l’adeguamento delle proprie centrali e l’installazione degli apparati per attivare la rete a larga banda. La nuova rete consentirà lo scambio di informazioni ad altissima velocità e l’accesso a nuovi servizi telematici. Così le aziende potranno ottenere in modo semplice e utilizzare applicativi software specifici e risorse di elaborazione solo al bisogno e a richiesta, senza la necessità di realizzare al proprio interno i centri di calcolo o di acquistare costose licenze software.

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Nasce la cittadella per sostenere lo sviluppo del calzaturiero. Nel dopoguerra la realizzazione degli zoccoli chiusi da contadino ha fatto la fortuna di Segromigno in Monte. Ora da qua partono sandali e decolleté per le grandi firme del made in Italy e per le griffes francesi, con prototipi di scarpe prodotti in una nottata, pronti per arrivare il giorno successivo sulle passerelle dell’alta moda milanese e parigina. L’esigenza della Cittadella della calzatura parte proprio da qui. Un progetto da 5 milioni di euro con il Comune di Capannori capofila affiancato dalla Provincia di Lucca e dalla Camera di Commercio e con il sostegno della Regione e della Fondazione Cassa di Risparmio che ha stanziato 700.000 euro in tre anni come intervento diretto. Un centro di sviluppo realizzato a Segromigno in Monte nel cuore del distretto calzaturiero che riveste un’importanza fondamentale per lo sviluppo del sistema economico locale. L’edificio si sviluppa su due piani da 800 metri quadrati e sarà dotato di laboratori e di altre risorse per condurre ricerche applicate, favorire il trasferimento tecnologico ed effettuare prove e test sperimentali. In più ci sono previsti spazi per sviluppare incubatori tecnologici e centri di competenza per il settore della moda e per fornire servizi avanzati alle imprese del territorio. In particolare all’interno del Polo saranno presenti laboratori sulla tracciabilità della calzatura – uno dei progetti di eccellenza portato avanti in questi anni dal Ceseca – e ancora laboratori per lo sviluppo di sistemi di riduzione della produzione dei rifiuti in collaborazione con la Regione, l’Università di Pisa e la Normale. L’edificio è concepito per avere la massima flessibilità, sia nella modifica degli ambienti che degli impianti, ed è improntato alla massima efficienza energetica con sistemi di protezione solare per ridurre la climatizzazione interna del fabbricato. In più all’esterno sono installati pannelli solari fotovoltaici che garantiscono l’autosufficienza dal punto di vista energetico.

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Un polo tecnologico a sostegno delle aziende del distretto lapideo. Le aziende toscane hanno sempre rappresentato un punto di riferimento a livello mondiale per l’applicazione di metodologie e tecnologie innovative nell’estrazione, nella trasformazione e lavorazione delle pietre ornamentali. Questa leadership però è sempre più minacciata da una forte concorrenza che proviene dall’estero. Per questo è necessario sviluppare nuove soluzioni che consentano di collocare sul mercato prodotti di qualità e prezzi competitivi sfruttando al meglio tutte le possibilità offerte dalle nuove tecnologie. Sono queste le premesse che hanno portato nel luglio del 2011 all’apertura del cosiddetto «polo delle pietre» a Gramolazzo, realizzato con un investimento di circa 5 milioni di euro, parte dei quali messi a disposizione dalla Regione. La struttura ha l’obiettivo primario di favorire il trasferimento di conoscenze e competenze tecnologiche e scientifiche per recepire, ma anche stimolare, la domanda di innovazione delle aziende aderenti. Ma più in generale si rivolge a tutte le piccole e medie imprese del settore lapideo, che spesso non hanno modo di accedere a progetti nuovi e concorrenziali, specialmente in ambiti quali architettura, design, urbanistica e beni culturali. Il polo dispone di un centro servizi con uffici, segreteria e laboratorio tecnologico, di quattro incubatori per la nascita di nuove imprese e di due laboratori per servizi alle imprese e per la produzione. In particolare gli incubatori offrono spazi di lavoro e servizi in comune: un modo per accelerare il processo di creazione di nuove imprese fornendo loro agevolazioni, a partire dalla condivisione dei costi e dalla realizzazione di economie di scala. Tramite un bando, la Fondazione Cassa di Risparmio ha previsto un intervento pluriennale in tre anni per 200.000 euro totali a favore del Comune di Minucciano per la ristrutturazione e l’acquisto di attrezzature e arredi per il centro servizi.

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Gli investimenti nel patrimonio scolastico. Immobili vecchi, presenza di barriere architettoniche e mancato rispetto degli standard architettonici sono alcuni dei problemi più ricorrenti degli immobili scolastici del nostro territorio. Per questo la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca si è impegnata in un intervento in undici anni, per un totale di 3.790.000 euro, con un finanziamento «ponte» seguito dal pagamento delle rate di un mutuo decennale contratto dalla Provincia di Lucca. Si tratta di un’azione decisa sulle scuole superiori del territorio realizzate tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta in cui si punterà soprattutto al miglioramento dell’efficienza energetica e all’adeguamento dei fabbricati alle nuove normative sia dal punto di vista statico e antisismico della struttura, sia a livello di impiantistica. Gli istituti coinvolti sono il liceo scientifico «Vallisneri» di Lucca, l’istituto professionale per i servizi alberghieri «F.lli Pieroni» di Barga, l’istituto «Piaggia» di Viareggio e il liceo scientifico «Galilei»-Itcg «Campedelli di Castelnuovo Garfagnana. Un altro intervento importante riguarderà il restauro e l’adeguamento alle normative attuali anche della scuola media «Carducci» nel centro storico di Lucca. Un impegno pluriennale che in 28 anni porterà a un investimento complessivo di 1.599.399,31 euro per questa scuola ospitata nell’antico monastero di San Ponziano, fondato nel 790, in un complesso che oltre al convento comprende due chiostri, un cortiletto interno, gli orti adibiti a cortile e a campi sportivi e la chiesa di San Ponziano che è la sede della biblioteca di IMT Alti Studi di Lucca. In questo modo si andrà a pagare la metà delle rate di un mutuo di 2,2 milioni contratto dalla Fondazione Istituto San Ponziano per opere di straordinaria manutenzione e consolidamento della struttura con la creazione di una nuova aula di scienze e di un’aula multimediale nell’area dell’ex palestra al piano terra.

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IN BREVE DALLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA

Imt: un centro di eccellenza per lo sviluppo del territorio. Se per stare al passo con il futuro bisogna investire in innovazione e ricerca, Lucca questa sfida l’ha raccolta puntando sulla nascita di Imt Alti Studi. In pratica un istituto di studi avanzati inserito all’interno del sistema di istruzione universitaria di terzo livello. Una scuola nata nel 2005 da un partenariato tra quattro università – Politecnico di Milano, Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, Università di Pisa, Luiss di Roma – e la Fondazione lucchese per l’alta formazione e la ricerca (Flafr) che raggruppa al suo interno il Comune di Lucca, la Provincia di Lucca, la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, la Fondazione banca del Monte di Lucca, la Camera di commercio e l’Associazione Industriali di Lucca, nonché altri undici enti lucchesi pubblici e privati.

Si tratta di un centro di eccellenza dove l’integrazione tra ricerca e insegnamento si realizza all’interno di due macro aree multidisciplinari di ricerca da cui si sviluppano quattro programmi di dottorato. In pratica è un istituto che contribuisce all’avanzamento della fron-

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tiera della ricerca poiché sia i ricercatori che i docenti sono selezionati con procedure competitive internazionali e sono valutati sulla base della loro capacità di pubblicare sulle riviste specializzate più importanti. Inoltre per sostenere un principio di meritocrazia e di apertura internazionale delle selezioni, in un primo momento gli studenti sono esentati dal pagamento delle tasse di iscrizione e tre su quattro beneficiano di un alloggio a titolo gratuito. Per sostenere l’attività di Imt, Flafr mette a disposizione le aule e le strutture residenziali, oltre ai finanziamenti necessari per attrarre giovani ricercatori di livello internazionale e al pagamento delle utenze della scuola. A sua volta la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca nel 2011 ha onorato il suo ruolo di fondatore istituzionale di IMT versando a Flafr 605.000 euro di quota straordinaria e 40.000 euro di quota ordinaria. E a partire dal 2013 si aggiungerà anche la disponibilità gli ambienti del complesso di San Francesco che ospiteranno ulteriori spazi riservati alla didattica, all’amministrazione e agli studenti. Infine la Fondazione ha stanziato un importo complessivo di 1.604.171 euro per un intervento pluriennale che si esaurisce nel 2015 per la costituzione dell’IMTLAB nell’immobile della Stecca. Un laboratorio dedicato all’attività di ricerca in senso stretto nei settori del risparmio energetico, dello sviluppo di piattaforme tecnologiche per la valorizzazione del patrimonio culturale locale, della realizzazione di modelli analitici per la gestione delle imprese.

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IN BREVE DALLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA

Computer e lavagne multimediali nelle scuole. Le lavagne interattive multimediali sono superfici su cui è possibile scrivere, disegnare, allegare immagini, visualizzare testi e riprodurre video o animazioni. E i contenuti visualizzati ed elaborati sulla lavagna possono anche essere digitalizzati. In pratica uno strumento ideale e innovativo per l’insegnamento nelle aule perché coniuga la forza della visualizzazione e della presentazione tipica della lavagna tradizionale con le opportunità date dalla multimedialità. Una risorsa sul quale la Fondazione Cassa di Risparmio ha scelto di aprire un bando da 370.000 euro aperto a tutto il sistema scolastico provinciale e al quale hanno risposto praticamente tutte le scuole. Dalle materne alle medie, dalle elementari fino ai licei e agli istituti superiori, compresi i circoli e le direzioni didattiche. Con questi soldi si sono potute acquistare direttamente oltre 100 lavagne interattive multimediali e 280 computer con il monitor. Oltre a stampanti, apparati di rete, accessori vari e altri apparati audio e video. Un materiale completamente nuovo rispetto a quello che è tradizionalmente in dotazione nelle scuole per cui è stata organizzata una serie di corsi di formazione sulle nuove tecnologie didattiche che si sono tenuti in San Micheletto nel febbraio 2012 e alla quale hanno partecipato oltre 300 docenti scolastici. La Fondazione quindi ha scelto di aiutare la scuola a crescere e a svilupparsi raggiungendo il livello dei Paesi europei più evoluti. Tutto questo per consentire un cambiamento innovativo nell’approccio didattico e nei metodi di apprendimento che troppo spesso ricalcano ancora schemi di tipo tradizionale che sono poco adatti alle esigenze della nostra società.

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Finito di stampare nel mese di luglio 2012 da Tipografia Tommasi Referenze fotografiche: Archivio fotografico Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca; Archivio fotografico Maria Pacini Fazzi editore; Archivio fotografico Pubied Editore in Lucca; Gabinetto fotografico Soprintendenza BAPSAE di Lucca e Massa Carrara; Carlo Cantini, Lucio Ghilardi, Luca Lupi, Nicolò Orsi Battaglini, Vincenzo Suffredini

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RIVISTA DELLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA

CASA PUCCINI - LUCCA E IL RISORGIMENTO - CENTENARIO PASCOLINIANO - IL DUOMO DI LUCCA - HOUSING SOCIALE

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