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FRANCO CORDELLI

VACANZE RO M A N E

set•protagonisti•film

EDIZIONI

FALSOPIANO


VIAGGIO

IN ITALIA

una collana diretta da Fabio Francione


“Nel cinema il cielo è cielo e non ricade in drappeggi sul fondale”

Alessandro Blasetti

“Leggo anche dei libri, molti libri: ma ci imparo meno che dalla vita. Un solo libro mi ha molto insegnato: il vocabolario. Oh, il vocabolario, lo adoro. Ma adoro anche la strada, ben più meraviglioso vocabolario” Ettore Petrolini


EDIZIONI

FALSOPIANO

Franco Cordelli

VACANZE ROMANE SET Protagonisti film


Le informazioni e i dati relativi alla Capitale sono tratti dallo stradario edito dalla Casa Editrice Lozzi, che Falsopiano ringrazia per la cortese collaborazione. Le fotografie originali della città di Roma sono di Sonia Braga.

In copertina: Eur, il Palazzo della Civiltà Italiana

In quarta di copertina: la statua di Giordano Bruno a Campo de’ fiori

© Edizioni Falsopiano - 2008 via Baggiolini, 3 15100 - ALESSANDRIA http://www.falsopiano.com Progetto grafico e impaginazione: Daniele Allegri, Roberto Dagostini Stampa: Impressioni Grafiche S.C.S. a r.l. - Acqui Terme Prima edizione - Dicembre 2008


INDICE Roma. Marasma e sentimento

p. 9

I. Dagli anni Trenta agli anni Quaranta

p. 15

II. Gli anni Cinquanta

p. 53

III. Dagli anni Sessanta agli anni Ottanta

p. 101

IV. Gli anni Novanta e oltre

p. 181

Indice dei nomi

p. 225

Indice dei film

p. 234

Le strade di Roma: indice dei luoghi

p. 239

Le strade di Roma: inserto fotografico

p. 271


Roma. Marasma e sentimento

Roma. Marasma e sentimento

Varie possibilità di titolo si sono affacciate per questo libro, tutto romano: Roma immaginaria; Nel labirinto di Roma; Pulsante, mitica, eretica; Roma d’argento; Roma antica e lucente; Il punto di vista di Roma; Una morale topografica; Una morale dei luoghi; Le rovine di Roma; Il melodramma di Roma. Mi accorgo che in questa lista le costanti sono numerose. Ricorre sempre o quasi sempre il nome della città. Vi è sempre o quasi sempre un aggettivo o una sequenza di aggettivi. Vi è l’idea, la concettuale idea, di Roma come luogo, ovvero del luogo come evento dominante. Sia la parola “nitrato” che la parola “rovine” rinviano a qualcosa che non c’è più, quindi al tempo. Infine, che li congiunge, luogo e tempo, la parola “melodramma”. Ma la parola “melodramma” è prossima, in quella lista, alla parola “morale”, come a dire che la morale che se ne ricava, a leggere di seguito testi che sono stati scritti nell’arco di quattro anni, è una morale melodrammatica. Dove è Roma? Che cosa è Roma, quale si appalesa nel nostro cinema? Roma, andavo rispondendomi, a mia insaputa, almeno un poco, è una città melodrammatica, in cui tutti i conti tornano – anche quelli diminutivi, in perdita. È tutto ciò che posso dire, in senso oggettivo, di quanto segue. In senso soggettivo, la faccenda è diversa. È meno inconsapevole.

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Realizzo con questo libro un desiderio, spuntato in anni remoti. Mi sono guadagnato la vita scrivendo di teatro. Poco a poco, anche il teatro è andato scavandosi un posto nel mio immaginario e, forse, nel mio cuore: come in quei matrimoni combinati, nei quali il partner, ci si accorge a un certo punto, è diventato indispensabile. Ma il teatro resta, appunto, un amore intellettuale, di quelli che ci si costruisce giorno dopo giorno. Tutto diverso il rapporto con il cinema, infantile, sorgivo, irruente, irrefrenabile. Quando scrivevo per “Paese sera”, mi spedivano ai festival minori, molto spesso a Locarno, meno spesso a Verona, dove vi erano rassegne dedicate a cinematografie minori emergenti, raramente a Torino o altrove. Tutti i giorni andavo, negli anni Sessanta, al cinema Rialto. Ci andavo in bicicletta. Negli anni Settanta si cambiò postazione, si andava al Filmstudio, il cinema mitico dell’underground. Erano gli anni in cui avevo cominciato a scrivere di cinema, perfino in riviste specialistiche, come “Filmcritica” di Edoardo Bruno. Scrivevo su film bellissimi e impossibili, su Andy Warhol, su Paul Morissey, sul canadese Snow o sugli esperimenti di Mario Schifano e Alberto Grifi. La cinematografia maggiore, l’orrenda-meravigliosa cinematografia commerciale, era puro diletto; pura, incontrovertibile, irrelata ricompensa. Andavamo di sera, all’ultimo spettacolo. O andavamo di pomeriggio, quando i film cambiavano ogni due ore. Con Alberto Abruzzese, con Maurizio Grande, con Enzo Ungari le discussioni erano interminabili. La mia bestia nera di allora era Elemire Zolla, il suo saggio inti-

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tolato Sprofondare orizzontalmente, una condanna del cinema del tutto apocalittica. Pure, quella sua idea, lo sprofondare, m’è rimasta incollata addosso. Di sprofondare, orizzontalmente, come credeva Zolla, che fu anche mio professore di letteratura americana, o verticalmente, come io mi figuro, ero supremamente avido. Ancora oggi, se entro in uno dei cinema di quegli anni - il Fiamma, il Metropolitan, il Mignon, l’Empire o l’Embassy (sono, naturalmente, cinema di Roma, cinema della mia città) - e sempre mi siedo nella mia poltrona, che è sempre libera, ho autentici moti di gioia. La gioia mi sopraffà, le immagini del film mi esaltano. Entrando nell’altro mondo dico addio alla dimensione critica, chiamiamola così, per consuetudine, per inveterata abitudine. Tutto ciò cambiò in modo radicale dal 1988, quando cominciai a registrare. Non solo mi sono costruito una videoteca, che è andata ad affiancarsi alla biblioteca, ma è successo l’inaspettato, quasi un miracolo. Quel crudele privilegio, d’essere e non esser più, che accomunava artificio e natura, cinema e teatro, nulla che fosse visto poteva essere rivisto (se non a prezzo di grandi sacrifici), era di colpo decaduto. Prima di tutto, ho recuperato film che mai avrei creduto tornassero a noi. Al riapparire dei fotogrammi de La passeggera di Munk ricordo d’aver pensato che questa era la resurrezione riservata a noi moderni. Ben diversamente che una fotografia del nostro privato patrimonio per caso spuntataci sotto gli occhi, un film che torna a scorrere, a mostrare il suo dinamismo, è un’assoluta, integra, integerrima immagine di resurrezione, l’imperituro che si materializza davanti ai nostri

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occhi, alla nostra coscienza, alla nostra intimità, al nostro sogno – del mondo e di noi stessi. Dopo anni di lavoro, o nel corso di essi, dopo anni di ricerche e studia, ho poi cominciato a progettare delle “personali” per me stesso. Non avevo mai visto, nel loro sviluppo temporale, i film di Lubitsch, di Sternberg, di Fritz Lang, di Max Ophüls. Dal cinema al teatro, ma poi dal teatro al cinema, o meglio al cinema in formato ridotto! Ora, dopo l’esperienza dei film su Roma, tutto è di nuovo mutato, i vhs o i dvd mi sembrano deludenti. All’entusiasmo per la riscoperta è subentrata la delusione per l’esiguità. Il cinema è davvero un’altra cosa. Assistere a un film in televisione, ovviamente, è come guardare la foto di un quadro, non già il quadro stesso. Ora, dopo Roma, per quanto esso stesso sia nel frattempo mutato, ho ricominciato ad andare al cinema con rinnovato vigore. In quanto a Roma e ai suoi luoghi, e in quanto alle mie scelte, se così le vogliamo chiamare, avevo un solo limite, il limite del presente: se è di luoghi che dobbiamo parlare, di spirito dei luoghi, a noi interessano quelli filmati nel momento presente, come quei luoghi erano quando venivano fissati sulla pellicola. Dunque, niente film storici. (Vi sono due eccezioni, Cronaca familiare di Valerio Zurlini, che filma un eterno presente; e Buongiorno notte di Marco Bellocchio, che filma l’ignoto, l’ignota Roma dei terroristi). Tuttavia in questa scelta della contemporaneità dei luoghi e delle loro immagini, l’idea non è, come nel teatro, quella della presenza. Non può darsene una simile. Essendo una macchina, il cinema è, per definizione, storia, cioè passato.

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La Roma del cinema, poiché il cinema invecchia di colpo, è sempre l’antica Roma. “L’antichità” annotò Michelet nel suo diario, “contiene le idee allo stato concentrato, allo stato di elisir”. Roma storica, ricostruita in studio, o Roma nel suo eterno presente, come l’ho qui inseguita, per amore di paradosso, nel cinema altro non è, altro non può essere che elisir di Roma. La mia idea di rivedere certi film “romani” piuttosto che altri è stata dunque, come ho detto, paradossale. Ma il mito della nostra generazione fu, accanto a quello del cinema, là dove ci siamo tutti educati, proprio quello della presenza. Quella scelta era il modo che avevo di restare ad esso, al cinema, fedele, in una piega quasi superstiziosa, vorrei dire pagana. Pagana e romana. Ma anche teatrale o, alla fine, operistica, appunto melodrammatica. L’unico modo di congiungere il cinema al teatro; o il teatro al cinema, captandovi l’intrinseca, sfacciata, o nascosta, qualità suprema del tempo e dei luoghi, quella, dopo tanto marasma e sentimento, dei conti che si pareggiano.

P.S. Nelle mie non troppo ferree regole c’è un’altra eccezione. Mi è stata suggerita dall’amico editor Fabio Francione, sua è la cura del libro, l’ordine dei capitoli, l’idea del continuum. In origine, nella rubrica del “Corriere della sera” che si chiamava “Set romani”, c’era qualche film straniero, tutti fuori quota, presi al volo, per divertimento (Eva di Losey, Lo sciacallo di Zinnemann…). Ma c’era anche Vacanze romane, di cui, con Ennio Flaiano fu sceneggiatrice la romanissima Suso Cecchi d’Amico.

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E poi: il libro si conclude con Buongiorno notte!, una nota che scrissi, come si vede dalla lunghezza, non per la rubrica ma che, pur essendo anch’esso un film storico (al pari del coevo La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana), mi sembrava giusto come capitolo conclusivo. Quello di Bellocchio è un film del 2003. Da allora sono passati cinque anni. Cosa è frattanto successo nel cinema italiano/romano? Purtroppo, non molto. Infuriano le polemiche, ma il fatto cruciale è che ora si gira un decimo dei film che si giravano trenta o quaranta anni fa. Provo a ricordare, o suggerire, qualche titolo su cui mi sarebbe piaciuto scrivere. Per il 2004 Saimir di Francesco Munzi, A luci spente di Maurizio Ponzi, L’amore è eterno finché dura di Carlo Verdone, Movimenti di Claudio Fausti e Serafino Murri e Ovunque sei di Michele Placido. Per il 2005 Romanzo criminale dello stesso Placido, Fatti della banda della Magliana di Daniele Costantini e Viva Zapatero! di Sabina Guzzanti. Per il 2006 Anche libero va bene di Kim Rossi Stuart, Il caimano di Nanni Moretti, Commediasexi di Alessandro D’Alatri, L’aria salata di Alessandro Angelini e L’orchestra di piazza Vittorio di Agostino Ferrente. Per il 2007 Notturno bus di Davide Marengo. Per il 2008 Caos calmo di Antonello Grimaldi e Parole sante di Ascanio Celestini. Sono sedici film. In fondo, neppure pochi! Roma, maggio-ottobre 2008

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Epilogo Sere fa ho assistito impotente al furioso litigio tra i miei due amici: Enzo Di Mauro e Enzo Sallustro. Più tardi mi hanno detto che io stesso ho partecipato alla discussione con un certo accanimento. Ma non me ne ero accorto. È evidente che l’impeto e la passione di Sallustro e Di Mauro erano superiori al mio impeto e alla mia passione. Di che cosa discutevano i due Enzo? Discutevano del film di Marco Bellocchio intitolato Buongiorno notte: del quale tutti discutono, intorno al quale continua a crescere una discussione. Il primo rilevante dato è che di un film si può discutere. Non potrebbe accadere per un libro, almeno non a questo livello. Tanto meno per una mostra; né per un concerto. Perché, se non per un fatto da tempo ovvio, vale a dire perché il cinema è sempre meno un’arte e sempre più un’industria? Il cinema è l’arte di massa del nostro tempo. È l’unica arte-non arte. Sallustro, fedele alla propria professione-vocazione, mostrava la corda del sentimento nell’invocare, senza mai nominarlo, lo specifico filmico. In verità, lo specifico filmico non esiste più, anzi non è mai esistito. Il cinema è appunto quell’arte di cui tutti possono discutere. Enzo Di Mauro ne parlava con me, ma ne parlava da cittadino, da spettatore comune, come avremmo potuto parlare di una trasmissione televisiva, o come avremmo potuto commentare una frase qualunquista di Bossi su Roma. A proposito di Roma, la più anonima, cioè la più oscura, la più invisibile, la più segreta, è la

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Roma di quel film storico che è Buongiorno notte. In esso si racconta il rapimento di Aldo Moro. Nel 1978, e forse anche dopo, della Roma dei terroristi, a parte via Fani e via Gradoli, nulla sapevamo, poco abbiamo saputo. È giusto così, che non la si veda neppure, più di un quarto di secolo dopo. Ma non per questo insisterò sul fatto che non ne ricorderò un’immagine. Né insisterò sul carattere specificamente, o subdolamente, o suo malgrado politico del film. Tanto meno voglio dimostrare come ciò che irrita chi ne viene irritato è l’ambiguo nodo che si istituisce tra dimensione psicologica, o intima, o estetica (poiché, si sa, lo psicologico, l’intimo, è meno sospetto del politico; è, del politico, più prossimo all’estetico). Voglio però dire due cose che a me sembrano cruciali, nell’ordine morale, e quindi politico, o quindi estetico del film. La prima riguarda il personaggio interpretato da Roberto Hertlitzka. Costui, ci viene detto, rappresenta niente di meno che Aldo Moro. Ma è, nello stesso tempo, un personaggio di fantasia. Benissimo, niente da eccepire. Che cosa però induce all’assoluzione, al perdono, alla commozione, alla partecipazione, alla complicità, all’intendimento, alla lode? Il fatto che Aldo Moro non c’entra niente. Ovvero, il fatto che Hertlitzka in realtà rappresenterebbe il Padre. Che è, ovviamente, un tema nobile e importante. Ma la domanda che allora pongo è la seguente: Herlitzka è Moro o non è Moro? E se lo è, o in parte lo è, di chi sarebbe il Padre? O meglio: è giusto utilizzare la figura di Moro per parlare del Padre come entità maiuscola? Ed è giusto parlarne non solo in relazione all’autore, o allo spettato-

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re che con lui si identifichi, ma in relazione, come di fatto accade nel film, con uno dei suoi assassini, o con tutti i suoi assassini? Seconda questione. I terroristi. Gli assassini, nel film di Bellocchio, che cosa sono: assassini o terroristi? E se sono terroristi, che cosa sono i terroristi? Sono rivoluzionari o sono terroristi? Di ciò non si parla. Questo non viene affatto chiarito. Ma, si dirà, è proprio ciò che meno interessa all’autore. Che cosa allora interessa? Gli interessa, appunto, l’intimità, la psicologia, il dramma da camera. Pure, io dico, i terroristi sono assassini, è difficile sottovalutare questa circostanza, proprio in sede di giudizio politico. Non è possibile limitare l’umano al pre-politico! Ma non è per me l’essenziale. L’essenziale è il punto di vista del regista, da lui rivendicato in articoli e interviste e da lui espresso nella stessa sua opera. Di fatto, questo punto di vista riduce l’umano al prepolitico, supponendo che sia possibile scorporare l’uno dall’altro. Allora, anche così fosse, che cosa ci resta? Qual è l’essenziale, dal punto di vista del regista veicolato? Non vedo negli assassini di Hertlitzka, o di Aldo Moro, nessun demonismo dostoevskiano, questo va da sé e forse è un merito del film. Pure, le lacrime di Maya Sansa-Anna Laura Braghetti a me paiono pornografiche. Non per ragioni politiche, perché era una terrorista (abbiamo visto che ciò al regista interessa fino a un certo punto, e pure a me interessa fino a un certo punto); ma per ragioni che chiamerò morali. Perché a me sembra che la sostanza morale del film di Bellocchio sia identica alla morale dominante nel nostro tempo: che essa sia una morale, incantatoria, fondata sul

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Buongiorno, notte (2003)

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niente altro che sul fascino. Di che si preoccupa Bellocchio? Si preoccupa, naturalmente, come tutti i servizi di telegiornale, degli assassini, non già delle loro vittime. È di fronte agli assassini che egli dimostra la delicatezza della sua anima, la sua profondità, la sua capacità di attenzione. Per un assassino idiota e “mostro” (Luigi Lo Cascio-Mario Moretti), che decide di liquidare il rapito in ubbidienza ad un codice iperumanitario che neppure Stalin avrebbe avuto il coraggio di così iperbolicamente declamare, abbiamo una sognatrice, una pentita, una ragazza che all’improvviso vede svanire il suo sogno di rivoluzione o di conciliazione con il Padre. Ma costei, ai miei occhi, non è né una terrorista né un’assassina. È un personaggio televisivo. O meglio: della “sacrafamiglia” televisiva, è, come si vede accostando il libro di Moro all’immagine dei quattro rapitori stravaccati su un divano che assistono agli effetti televisivi delle loro gesta, un’altra povera creatura, del tutto simile alla triste e desolata Erika, fidanzata di Omar, l’assassina di sua madre e di suo fratello.

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Tavola 1

Tavola 2


Le strade di Roma

Indicazioni per la consultazione: la suddivisione territoriale del Comune di Roma

Il comune di Roma risulta ripartito in 22 rioni; 35 quartieri; 6 suburbi; l’Agro Romano (suddiviso in 53 zone più le 7 amministrate dal comune di Fiumicino).

I rioni (Tavola 1) costituiscono la parte più centrale e storica della città. Sono compresi tutti entro la cinta delle vecchie mura (ad eccezione di Borgo e Prati), e ciascuno ha un proprio gonfalone e stemma. In ordine crescente, da I a XXII, questi i loro nomi: Monti, Trevi, Colonna, Campo Marzio, Ponte, Parione, Regola, Sant’Eustachio, Pigna, Campitelli, Sant’Angelo, Ripa, Trastevere, Borgo, Esquilino, Ludovisi, Sallustiano, Castro Pretorio, Celio, Testaccio, San Saba, Prati.

I quartieri (Tavola 2), una volta 18 e oggi 35, costituiscono il territorio urbano fuori le mura (sempre più sviluppato). In ordine alfabetico: Alessandrino (XXIII), Appio Claudio (XXV), Appio Latino (IX), Appio Pignatelli (XXVI), Ardeatino (XX), Aurelio (XIII), Collatino (XXII), Della Vittoria (XV), Don Bosco (XXIV), Europa (XXXII), Flaminio (I), Gianicolense (XII), Giuliano Dalmata (XXXI), Lido di Castel Fusano (XXXV), Lido di Ostia Levante (XXXIV), Lido di Ostia Ponente (XXXIII), Monte Sacro (XVI), Monte Sacro Alto (XXVIII), Nomentano (V), Ostiense (X), Parioli (II), Pinciano (III), Pietralata (XXI), Ponte Mammolo (XXIX), Portuense (XI), Prenestino-Centocelle (XIX), Prenestino-Labicano (VII), Primavalle (XXVII), Salario (IV), San Basilio (XXX), Tiburtino (VI), Tor di Quinto (XVIII), Trieste (XVII), Trionfale (XIV), Tuscolano (VIII).

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I suburbi sono stati ridotti a 6 dopo il riordinamento del territorio (avvenuto a più riprese, fino al Piano Regolatore Generale del 2002). Sono: S.I Tor di Quinto, S.VII Portuense, S.VIII Gianicolense, S.IX Aurelio, S.X Trionfale, S.XI Della Vittoria.

L’Agro Romano è attualmente diviso in 60 zone. Queste ultime prendono generalmente il nome dalla borgata principale, località che spesso assume le caratteristiche di una vera e propria cittadina: Z.I Val Melaina, Z.II Castel Giubileo, Z.III Marcigliana, Z.IV Casal Boccone, Z.V Tor San Giovanni, Z.VI Settecamini, Z.VII Tor Cervara, Z.VIII Tor Sapienza, Z.IX Acqua Vergine, Z.X Lunghezza, Z.XI San Vittorino, Z.XII Torre Spaccata, Z.XIII Torre Angela, Z.XIV Borghesiana, Z.XV Torre Maura, Z.XVI Torrenova, Z.XVII Torre Gaia, Z.XVIII Capannelle, Z.XIX Casal Morena, Z.XX Aeroporto di Ciampino, Z.XXI Torricola, Z.XXII Cecchignola, Z.XXIII Castel di Leva, Z.XXIV Fonte Ostiense, Z.XXV Vallerano, Z.XXVI Castel di Decima, Z.XXVII Torrino, Z.XXVIII Tor de’ Cenci, Z.XXIX Castel Porziano, Z.XXX Castel Fusano, Z.XXXI Mezzocammino, Z.XXXII Acilia Nord, Z.XXXIII Acilia Sud, Z.XXXIV Casal Palocco, Z.XXXV Ostia Antica, Z.XXXVI Isola Sacra (Fiumicino), Z.XXXVII Fiumicino, Z.XXXVIII Fregene (Fiumicino), Z.XXXIX Tor di Valle, Z.XL Magliana Vecchia, Z.XLI Ponte Galeria, Z.XLII Maccarese Sud (Fiumicino), Z.XLIII Maccarese Nord (Fiumicino), Z.XLIV La Pisana, Z.XLV Castel di Guido, Z.XLVI Torrimpietra (Fiumicino), Z.XLVII Palidoro (Fiumicino), Z.XLVIII Casalotti, Z.XLIX Santa Maria di Galeria, Z.L Ottavia, Z.LI La Storta, Z.LII Cesano, Z.LIII Tomba di Nerone, Z.LIV La Giustiniana, Z.LV Isola Farnese, Z.LVI Grottarossa, Z.LVII Labaro, Z.LVII Prima Porta, Z.LIX Polline Martignano.

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Da Acqua Acetosa a Piazza Vittorio Indice dei luoghi citati nel testo

Acqua Acetosa: zona pianeggiante posta nel quartiere Parioli che deve il suo nome all’omonima fontana. In questo punto il fiume Tevere forma una profonda ansa prima di dirigersi a nord. La fontana si trova più in basso rispetto al livello stradale. L’accesso è possibile grazie a una scalinata. Il nome deriva dalla fonte di acqua ferruginosa che qui sgorgava. (Guardie e ladri, Amici per la pelle) Acquedotto Felice: iniziato da Gregorio XIII nel 1583 e terminato nel 1585 da papa Sisto V (Felice Peretti), dal nome di battesimo del quale prende il nome. Il condotto, proveniente da sorgenti situate tra Zagarolo e Palestrina, aveva il compito di rifornire le zone dell’Esquilino, Viminale e Quirinale ma soprattutto la bellissima Villa Montalto, di proprietà dello stesso Sisto V. (Il bidone)

Appia, via: La Strada Statale 7 Via Appia (SS 7) è una strada statale costruita parallelamente all’antica via consolare Via Appia Antica nel 1784; collega Roma a Brindisi. (Sotto il sole di Roma, Adua e le compagne, Toby Dammit) Aracoeli, Santa Maria (chiesa): Il nome Ara Coeli significa altare del cielo e nasce da una leggenda. È situata alle pendici del Campidoglio, nel Rione X Campitelli. (Giacomo l’idealista) Arco di Tito: arco trionfale con una sola arcata, posto sulle pendici settentrionali del Palatino, nella parte occidentale del Foro Romano. (Guardie e ladri)

Augusto Imperatore, piazza: (rione Campo Marzio). Si raggiunge da via di Ripetta (lasciando a destra l’Accademia di Belle Arti) e si presenta come un vasto spazio delimitato da grandi edifici e dominato al centro dal Mausoleo di Augusto. La

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Le strade di Roma


Eur: il Palazzo della CiviltĂ Italiana

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Stazione Termini

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Stazione Termini

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Via della Lungara

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Via della Pilotta

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Piazza Barberini

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Realizzo con questo libro un desiderio, spuntato in anni remoti. Mi sono guadagnato la vita scrivendo di teatro. Poco a poco, anche il teatro è andato scavandosi un posto nel mio immaginario e, forse, nel mio cuore: come in quei matrimoni combinati, nei quali il partner, ci si accorge a un certo punto, è diventato indispensabile. Ma il teatro resta, appunto, un amore intellettuale, di quelli che ci si costruisce giorno dopo giorno. Tutto diverso il rapporto con il cinema, infantile, sorgivo, irruente, irrefrenabile […] Ancora oggi, se entro in uno dei cinema di quegli anni - il Fiamma, il Metropolitan, il Mignon, l’Empire o l’Embassy (sono, naturalmente, cinema di Roma, cinema della mia città) - e sempre mi siedo nella mia poltrona, che è sempre libera, ho autentici moti di gioia...

Franco Cordelli (Roma, 1943) scrittore, saggista e critico teatrale del “Corriere della Sera”. Ha curato, nel 1975, con Alfonso Berardinelli l’antologia Il pubblico della poesia (n.e. Il pubblico della poesia. Trent’anni dopo, Castelvecchi, 2004). Tre le sue opere: Procida (Garzanti, 1973; n.e. Rizzoli 2006), Il poeta postumo (Lerici, 1978; n.e. Le Lettere, 2008), Le forze in campo (Garzanti, 1979), Pinkerton (Mondadori, 1986), Guerre lontane (Einaudi, 1990), Democrazia magica (Einaudi, 1997), Un inchino a terra (1999) e Il duca di Mantova (Rizzoli, 2004). Per Falsopiano ha curato, con il regista Emidio Greco, Il mondo di Francesco Savio. Tutte le recensioni 1973-1976 (2002).

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vacanze romane  

Il grande cinema a Roma: set, film e protagonisti raccontati da Franco Cordelli

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