a product message image
{' '} {' '}
Limited time offer
SAVE % on your upgrade
13 minute read

Trentodoc, bollicine di montagna

Trentodoc brandnew

Quattordici metodo classico del Trentino: nuove maison e/o nuovi vini che tengono alta la produzione atesina

Il Trentodoc prosegue nella sua crescita qualitativa e quantitativa. Le due cose non vanno disgiunte e bene fa la Camera di commercio atesina a porre come obiettivo da raggiungere i 10 milioni di bottiglie per le “bollicine di montagna”. La produzione attuale è infatti attestata a 7.7 milioni di bottiglie (6.3 milioni Trento bianco; 641mila Trento riserva; 733mila Trento Rosé e 32mila circa di Rosé riserva) di cui il 20% destinato ai mercati esteri, con un valore della produzione di circa 80 milioni di euro. Superare la soglia dei 10 milioni – obiettivo non irrealistico se si considera che le uve dichiarate Trento Doc nel 2016 sono ammontate a 108mila quintali – vorrebbe dire consolidare il posizionamento delle bollicine trentine sul mercato interno ed alimentare un ciclo finanziario positivo a tutto vantaggio dei produttori, specie quelli di più piccola dimensione, al traino dei big player: Ferrari-Lunelli in testa.

Il percorso sin qui attuato conferma la visione dei primi soci fondatori, nel 1984, dell’Istituto Trentodoc il cui lavoro ha portato nel 1993 all’avvio della DOC, poi nel 2007 alla nascita del brand collettivo territoriale Trentodoc. In questi ultimi dieci anni, gli iscritti alla Doc sono passati da 27 a 48 coinvolgendo sia nomi storici del Trentino vitivinicolo sia nuove realtà, fatte da piccoli e/o giovani produttori. A rafforzare il progetto delle “bollicine di montagna” ci sono anche altri due fattori : la Fondazione Edmund Mach come oggi si chiama l’Istituto Agrario di San Michele all’Adige, fondato nel 1874 per rilanciare l’attività agricola del Sud Tirolo, diventato una delle scuole più importanti al mondo, oggi antenna di sperimentazione insostituibile; l’Enoteca Provinciale di Palazzo Roccabruna, nel cuore di Trento, luogo di incontro “fisico” fra appassionati e turisti coi produttori (non soltanto vino, ma tutto l’agroalimentare) trentino: una vera “arma di affiliazione di massa”

ai piaceri della tavola del Principe Vescovo.

Proprio a Palazzo Roccabruna, The Italian wine Journal, ha testato alcuni dei più interessanti Trentodoc della nouvelle vogue. Quattordici spumanti da provare e mettere in cantina.

1. V iti o tori in Avio Trentodoc Sarnis Rosé Brut 65% chardonnay, pinot nero La più meridionale del sistema delle cooperative vinicole trentine, posta al confine con la provincia di Verona, occupa un vasto panorama di vigneti posti sia lungo le sponde del fiume Adige, sia sui contrafforti della Lessinia verso Est e del Monte Baldo verso ovest. Terra di confine, segnata da un paio di millenni di tradizione agricola e di confronti serrati fra i “regni del nord” e la spinta “latina” da sud. Questo Rosé ci ha davvero ben impressionato: bellissima nota di colore nel bicchiere, profumi immediati e caldi all’olfatto con frutti rossi, ciliegia e una nota più balsamica. Il palato è coerente, di bella acidità dove tornano le note fruttate e quelle più morbide di brioche.

2. Cantina so ia e Roverè de a Luna Ai hho z Trentodoc bianco Vervé millesim.2014 brut 40% chardonnay, 40% pinot bianco, pinot nero Ci spostiamo nella parte più settentrionale della provincia di Trento, sul confine con Bolzano, poco sotto Salorno. A questa cooperativa, vicina ai cento anni di attività, fanno riferimento poco più di 420 ettari di vigneto su un’immensa frana calcarea che attraversano il confine provinciale. Nel blend compare il pinot bianco, una risorsa oggettivamente poco sfruttata che pure aumenterebbe il tasso di originalità delle bollicine atesine. In effetti già all’olfatto questo spumante si presenta con note assolutamente

uniche, intriganti e preziose. Il palato è coerente con note fruttate mature e agrumate col cedro e pompelmo. Lungo il finale. Buona freschezza.

3. Trentodoc Rosé Vervé millesim. 2014 brut

100% pinot nero Anche per il rosé la scelta dell’enologo è molto decisa, sin divisiva per i winelover. Tutto, dal pack al colore del rosato, dice che la personalità e l’unicità sono due caratteristiche fortemente volute. Il giudizio complessivo ne deve tener conto, e va apprezzata comunque la voglia di “stupire” per un Trentodoc: una denominazione sempre molto prudente nei suoi cambiamenti. Superato lo “scoglio” o il “successo” del colore nel bicchiere, rimane però il vino. Si registra una continuità fra il Vervé bianco e il Rosato, un filo conduttore importante. Naso di frutta rossa, ciliegia e fragola. Il palato è sapido, tornano le note fruttate e una leggera speziatura. Persistente sul finale.

4. Cantine Mon ort-Lavis LS Selezione Sforzellini brut 100% chardonnay

Negli anni scorsi, la prima annata della Selezione Sforzellini aveva impressionato per le sue caratteristiche, per la sua personalità. Questa bottiglia, invece, lascia a casa buona parte di questo retaggio per una versione più morbida, più piaciona, meno personale. Si tratta di una scelta, ovviamente, e questa non si discute. Il risultato è quindi un Trentodoc ovviamente ben fatto, ma che perde gran parte della sua identità. Molto floreale, frutta verde, lieve nota di agrumi. Il palato non esce da questo binario. Nulla da eccepire tecnicamente, resta un po’ di delusione riguardando le note della prima degustazione di questa Selezione.

5. Ce ra antina di ontagna Trentodoc Ororosso Rosé brut Chardonnay, pinot nero Valle di Cembra, ovvero la culla della verticalità dei Trentodoc, dalle caratteristiche inconfondibili frutto di un territorio unico caratterizzato dalla presenza del porfido – l’oro rosso della valle - e dell’alta quota dei vigneti. Da piccole parcelle di pinot nero, provenienti da diversi vigneti, nasce questo Rosé che sta sui lieviti oltre cinquanta mesi. Potente nei profumi al naso dove dominano le note floreali e quelle di piccoli frutti di bosco e ciliegia; coerente ed ampio nel palato dove tornano sensazioni calde di frutta sotto spirito. Di grande freschezza e finale sapido. Intrigante ed invitante alla beva.

6. Con i io Cuvée 600Uno Dosaggio zero 100% Chardonnay C’è una certa sovraesposizione per i “dosaggio zero” che se da un lato certificano della bontà dei processi produttivi di una cantina – dal vigneto alla vinificazione e a tutte le delicate fasi di un metodo classico – dall’altro rischiano di presentare ai wine

lover vini molto duri, tranchant, scontrosi. A meno che l’annata non sia particolarmente favorevole e non porti alla maturazione perfetta ogni singolo grappoli. Concilio porta al Dosaggio Zero le uve di Chardonnay provenienti dai vigneti che dominano Trento a circa 600 metri di altitudine rivolti a sudest. Olfatto molto netto, con profumi di frutta a pasta gialla matura, mela golden, brioche e una nota balsamica. Il palato ha una grande freschezza, una beva invitante; tornano le note fruttate, crema pasticcera e leggere note di tostato. Come detto, molto appagante.

7. Conti Bossi Fedrigotti-Masi Rovereto Conte Federico Riserva 2012 brut 60% chardonnay, pinot nero La cantina trentina oggi guidata dal colosso veronese dell’Amarone ha negli ultimi anni messo mano ai suoi vini, un refresh che, senza snaturare la storia pluricentenaria (la prima vendemmia è del 1697), ha però reso più moderni i suoi cavalli di battaglia, Fojaneghe in primis. Il Conte Federico è dedicato all’inventore del Fojaneghe (primo blend bordolese del Trentino della rinascita). I 40 ettari delle tenute Storiche si trovano a Rovereto, Isera e in altri due piccoli Comuni della destra-Adige. La prima impressione olfattiva è molto positiva: profumi puliti, ricchi, dove dominano le note aromatiche, di crosta di pane e crema. Il palato è coerente, tornano le note dell’olfatto, con un finale di agrumi e pesca a pasta bianca. Di grande pulizia ed ottima fattura.

8. D e Tar za Trentodoc deTarczal brut 100% chardonnay Entra nella produzione del Metodo classico trentino anche questa storica cantina che risale ad un vescovo-principe di Trento passata successivamente nei beni di un contrammiraglio dell’Impero asburgico. De Tarczal è sulla destra Adige, di fronte a Rovereto, poco più a nord di Isera e non a caso il Marzemino è uno dei suoi cavalli di battaglia. Questo Trentodoc resta sui lieviti quattro anni. Un po’ restio ad aprirsi nel bicchiere, riserva a chi ha un po’ di pazienza però ricchi sentori di frutta, di mela e pesca, crema pasticcera e spezie. Il palato è coerente, ampio, ricco, ha una bella acidità che promette longevità. Una bella novità e un fiore all’occhiello per tutto il Trentodoc.

9. E tyssa Cuvée nr 2 mill. 2013 extrabrut Ok, eravamo quattro amici al bar è una citazione vetusta. Però che Giovanni, Malcom, Stefano e Federico siano amici dai tempi dell’università con la passione delle bollicine è un dato di fatto; che siano stati capaci di trasformare un hobby – creare da soli le bollicine con cui festeggiare le proprie lauree – in un business è altrettanto valido e quindi non rimane che mettere sotto il naso questo blanc de blancs, extrabrut, che nasce a circa 500 metri d’altitudine sulle pendici del Monte Calisio, tra le localià di Mojà,

Tavernaro e Villamontagna. La zona è caratterizzata dalle forti escursioni termiche fra giorno e notte, ma anche dall’Ora del Garda che mitiga il caldo nelle giornate più torride. Il suolo è -ovviamente – dolomitico, di origine glaciale, profondo e ben drenato. Lo chardonnay si esprime in questo Trentodoc ai massimi livelli: l’olfatto è ricco di frutta matura, di sensazioni di fieno, di crema e una gradevole tostatura. Il palato è altrettanto ricco, ampio, molto fresco, dove emergono note di cedro e di mela, di pesca… molto invitante.

10. Mas de Chini Inkino Riserva 2010 brut 100% chardonnay Una nuova realtà per il Trentodoc, non per la vitivinicoltura atesina dato che la famiglia Chini da più di un secolo sale e scende dalla collina di Trento per coltivare i suoi appezzamenti anche se le radici storiche risalgono al 1645 con Eusebio Francesco. Gloriano, suo erede, nel 1906 diede inizio alla realtà imprenditoriale che oggi si propone con due Metodo classico importanti. Il primo, quello che degustiamo ora, è uno chardonnay in purezza, che nasce in vigneti al confine fra le due province di Trento e Bolzano a Nassi di Cadino, a 300 metri di altitudine. Corretto, un po’ timido all’olfatto, ha un eccezionale ingresso in bocca. Ricche note fruttate che si fondono coi profumi di lievito e crema. Finale di agrumi.

11. Mas de Chini Inkino Carlo V Riserva 2008 brut 60% chardonnay, pinot nero Nove anni sui lieviti, una presenza del Pinot nero che dà nerbo, e cambia completamente il quadro olfattivo che adesso è potente, molto ricco, quasi scolastico per la possibilità che dà di ricercare profumi, note…il palato è caldo, molto coerente anch’esso ricco dove emergono note di frutta secca e cedro candito in un finale davvero molto lungo. Carlo V, l’Asburgo sui cui impero non tramontava mai il sole, è senza dubbio una figura storica affascinante e i suoi quarant’anni di regno (ivi compreso il Concilio di Trento) segnarono la storia: un riferimento molto ambizioso (sebbene non l’unico fra i vini italiani), ma audace. Da premiare.

12. P ravis Blau Doré Mill. 2013 extrabrut 100% pinot nero New entry del Trentodoc, Pravis è alla seconda generazione in cantina e fa base nella Valle dei Laghi ed ha il merito di aver salvato alcuni vitigni autoctoni che rischiavano di venir dimenticati come Negrara e Gropello di Revò. Per il loro primo Trentodoc si sono affidati al Pinot nero. Palato più convincente dell’olfatto che ci mette un po’ a far emergere tutto il suo potenziale. Alle note fruttate e di lievito si uniscono sensazioni più silvestri e di agrumi. Molto interessante.

13. T enuta Maso Corno Giulio Larcher 2014 extrabrut 100% chardonnay Monti Lessini, sinistra Adige: su una terrazza a 500 metri d’altitudine, rivolta a nord-est, da cui si domina la valle sottostante e ci si confronta con le Piccole Dolomiti sta Maso Corno, una proprietà che Giulio Larcher ha dedicato completamente alla viticoltura sottraendo spazio al bosco ed utilizzando cloni di vecchie viti. Il Trentodoc che porta il nome del giovane proprietario è uno chardonnay in purezza di grande spessore. Un vino che ha grande potenziale e che potrebbe crescere tanto nella considerazione del mercato per la personalità che dimostra. Olfatto molto importante dominato dai fiori bianchi

e da note fruttate molto verdi. Il palato è coerente, verticale, molto fresco. Tornano le note di mela e di agrumi che sul finale virano sul candidato con nuance più dolci di crema e nocciola. Si nota l’impronta molto personale del vignaiolo che a noi è piaciuta molto.

14. T onini Marco Tonini 2014 brut nature 50% chardonnay, pinot bianco Isera, culla del Marzemino, ma anche di Trentodoc di grande eleganza come quelli prodotti dalla Cantina sociale del territorio. Un bell’esempio, ed anche una sfida, per Marco Tonini , la moglie Paola ed i loro tre figli che hanno deciso di far debuttare un “proprio” metodo classico che nasce in quattro ettari di vigneto, a diverse altitudini, sino al limite degli 800 metri. Torna il pinot bianco – finalmente! – e lo spumante che nasce in questa cantina è elegante, ricco di profumi floreali, di crosta di pane con un palato verticale, molto fresco, che si regge su una spalla acida importante. Un finale lungo, dove tornano sensazioni agrumate e floreali. Una bellissima novità.

Riserva Speciale “Italo Pedrotti” 1988 brut: la degustazione

Pedrotti – anno di fondazione 1901 - è una delle realtà più interessanti e di lunga data della spumantistica trentina. Celebrati da Veronelli, i Pedrotti sono giunti alla terza generazione di “chef de cave” e godono di una fama assai meritata sulle vecchie annate. Intanto perché sono stati fra i pochi vignaioli a mettere da parte delle cataste di bottiglie quando tutti vendevano tutto senza farsi troppi problemi; eppoi perché la “cave” di Pedrotti sta in un vecchio bunker asburgico della Prima Guerra che non ha mai funzionato per il suo scopo principale (fortunatamente), ma che si è dimostrato perfetto – per temperatura costante, umidità, religioso silenzio – a far evolvere lentamente fior di metodo classico.

E quando ancora non c’era il Trentodoc, ma solo la splendida intuizione di Giulio Ferrari, poi seguita da Leonello Letrari e dai suoi quattro partner dell’Equipe 5 e da un piccolo manipolo di audaci sperimentatori, in Pedrotti le cataste crescevano. Bene per noi, dato che l’ultima giornata di “Bollicine sulla Città” (l‘annuale festival del Trentodoc che coinvolge la città atesina) ci ha permesso – grazie alla “manica larga” dell’Enoteca di Palazzo Roccabruna– di mettere mano al millesimo 1988 della Riserva Speciale “Italo Pedrotti”, padre di Paolo e nonno della nuova generazione al lavoro: Donatella e Chiara.

Il millesimo 1988 – a ventinove anni dalla vendemmia – è un blend di chardonnay (al 90%) e pinot nero. La sboccatura di questa bottiglia è del novembre 2009, quindi non proprio recentissima, e questo faceva presagire più di una difficoltà. Anche lo stato del tappo sembrava indicare che il tempo aveva preteso il suo pedaggio.

Nel bicchiere, invece, già il colore è una piacevole sorpresa. Deluso chi si aspettava riflessi scuri e scarsa limpidezza: il colore è infatti ancora di un bel giallo brillante con una spuma ancora molto vitale e persistente. Al naso non ci sono note stonate: una gradevole sensazione ossidata, cedro candito, brioche, profumi di nocciola e frutta secca. Alla cieca sarebbe facile scambiarlo con uno champagne dalla liquer d’expedition dall’alto contento alcolico per sviluppare proprio questa nota evolutiva. Il palato è molto netto, non ci sono incoerenze col naso, torna la frutta candita, note di maturazione dello chardonnay con frutta secca e resta – incredibile – una bella spalla acida che promette ancora altri anni senza lasciar cadere il vino. Il palato resta un po’ corto. E’ invitante ancora alla beva e, perché non sia un sacrilegio, l’unica raccomandazione per chi riuscirà a mettere le mani su una bottiglia di questa annata è di far onore ai Pedrotti e di berla tutta, senza sprecarne nemmeno un mezzo bicchiere.

Chi cercava conferme sul potenziale della spumantistica trentina qui ne trova a bizzeffe. Come sempre, siamo debitori di Palazzo Roccabruna: stupendo modello di marketig territoriale operativo e non di facciata la cui cantina è degna del principe-vescovo che proprio da queste mura guidava la città del Concilio.