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EtCetera

Il giornalino degli studenti

Guida al Referendum Intervista al SĂŹ e al No EtCetera | Liceo Majorana Desio


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Indice

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3 - Legittimati a fare la storia (e a lamentarci) 5 - Guida al Referendum 9 - Intervista al sen. Perilli per il SÏ 13 - Intervista al sen. Nencini per il No 16 - La sciura Pina impara cos’è un

Referendum


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L’editoriale 3

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Giacomo Longoni, 5bb

Legittimati a fare la storia (e a lamentarci) Tra pochi giorni i cittadini maggiorenni di questo paese saranno chiamati a dire la loro su una proposta di riforma della Costituzione. La redazione ha deciso di dedicare un’edizione speciale a questo voto. Tra queste pagine troverete un unico grande articolo che può aiutare chiunque desideri informarsi e vivere da cittadino degno di tale nome, a conoscere più da vicino cosa c’è in palio con questo referendum. EtCetera ha anche deciso di ospitare in questo numero i pareri di due parlamentari, uno per il Sì e l’altro per il No. Perché andare a votare? Ne vale la pena? Dal lontano giugno 1946 le italiane e gli italiani aventi diritto al voto (gli uomini in realtà da molto prima) si pongono queste due domande ogniqualvolta si avvicini una tornata elettorale. Ciascuno in cuor suo risponde in modo diverso, è ovvio. Manfredi, 18enne di Monreale, nella bella Sicilia, scalpita dall’entusiasmo di andare a votare per la prima volta tanto che alle 7, quando il seggio apre i battenti, lui è il primo ad entrare. Poi c’è Erminia, 90 anni, pensionata

domiciliata a Forlì, ma originaria di Trento. Lei è indecisa. Anzi, è dubbiosa. Ci pensa da molto tempo ma nulla ha ancora risolto: da una parte c’è la delusione di chi, dall’alto della sua età, nota il mondo cambiare e si ritrova straniera in casa sua, dall’altra c’è il ricordo vivido degli anni della sua gioventù. Allora non solo non poteva votare, in quanto donna, ma non poteva neppure esprimere la propria opinione per via della dittatura fascista. Infine c’è Paola, 49enne di Milano. A differenza di Manfredi e di nonna Erminia lei non ha proprio pensato al voto. La sua tessera elettorale conta soltanto quattro timbri. Non si ricorda neppure dove si trovi il suo seggio elettorale dato che non ci va più da molti anni, da quando, appena ventenne, sentiva di poter cambiare il mondo. Aveva molti sogni e sapeva che vivere da cittadina degna di tal nome era l’unica via per realizzarli (e per essere in pace con sè stessa). Poi ha vissuto l’era di Tangentopoli, un crescendo di scandali, corruzione, arresti e anche suicidi, che ha visto interamente coinvolta la sua città e da lì è iniziata un’incon-


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L’editoriale

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trovertibile caduta verso l’amnesia. Ha dimenticato tutti i sogni e le passioni che aveva. Con Tangentopoli lei ha perso totalmente la fiducia nelle istituzioni, nei principi democratici, nella società e - forse - persino in sè stessa. “È una follia odiare tutte le rose perché una spina ti ha punto, abbandonare tutti i sogni perché uno di loro non si è realizzato, rinunciare a tutti i tentativi perché uno è fallito.” Sono le parole del Piccolo Principe e, augurandomi che la signora Paola le trovi da qualche parte prima di domenica mattina, credo siano il motto migliore in vista di questo referendum. Sono le parole che dobbiamo ripetere a chi è riluttante, a chi vede che tutto è uguale perché nulla fa la differenza, a chi pensa che in fondo un voto in più o in meno non sia nulla. Peraltro non c’è neppure un quorum di partecipazione… A chi è deluso dalle attuali forze politiche. A chi pensa che la politica sia il godimento di un privilegio e non l’esercizio del nobile compito di rappresentare i cittadini, ascoltare le loro esigenze e cercare di risolvere i problemi. A chi non interessa più nulla della cosa pubblica, a chi crede che un politico ladro non sia un’eccezione, ma la normalità ripeterò questa semplice frase. A Manfredi, a Erminia e a Paola.

Il cittadino va a votare perché fa la differenza. Il cittadino deve votare perché deve mantenere un ruolo: anche il singolo scrive la Storia e deve continuare a farlo. Se non lo facesse rischierebbe di diventare, senza neppure accorgersene, la penna, strumento attraverso cui altri espleterebbero la funzione che gli spetta di diritto. Infine, il cittadino deve andare a votare per avere un alibi nel momento in cui si lamenterà di come andranno le cose. Buona lettura e beata scuola ritrovata! Ad majo(ra)!


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Guida al Referendum “Approvate il testo della legge costituzionale concernente «Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari», approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana n. 240 del 12 ottobre 2019?”. Il Parlamento italiano oggi di Francesco Vaccaro Ad oggi il Parlamento italiano è costituito da due assemblee: la Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica. Il numero attuale complessivo dei parlamentari ammonta a 945: 630 deputati e 315 senatori, oltre ai 6 a vita. Nello specifico, dei senatori a vita 5 sono di nomina presidenziale e uno lo è di diritto, salvo rinuncia, in quanto Presidente emerito della Repubblica. La durata della legislatura è di 5 anni. Per i parlamentari non è previsto il vincolo di mandato: questo vuol dire, per fare un esempio, che un deputato del PD, se non si riconosce più nel suo partito, può cambiare gruppo parlamentare ed entrare a far parte dei deputati del M5S. Il vincolo di mandato riguarda anche il rapporto tra elettori ed eletti: i cittadini non possono “destituire” il parlamentare da loro eletto nel corso della legislatura; semplicemente, se il senatore Tizio ha deluso il cittadino

Caio, quest’ultimo non lo voterà più. Il sistema che regola le funzioni delle due camere è definito “bicameralismo perfetto”: le due camere hanno le stesse funzioni e perché una proposta di legge diventi definitiva, sia la Camera che il Senato devono approvare lo stesso e identico testo. Questo vuol dire, ad esempio, che se un testo di legge viene approvato alla Camera e prima di essere approvato al Senato viene modificato anche di una virgola, la Camera dovrà approvare nuovamente il testo modificato. Per quanto riguarda l’elezione di deputati e senatori, la Costituzione prevede due modalità diverse: per poter votare alla Camera e per poter diventare deputati bisogna avere rispettivamente 18 e 25 anni; nel caso del Senato invece bisogna avere 25 anni per eleggere e 40 per essere eletti. Nell’attività legislativa del Parlamento un ruolo fondamentale è ricoperto dalle commissioni. Esse sono dei collegi costituiti da un numero di parla-


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mentari proporzionale alla grandezza dei vari gruppi parlamentari e fungono in un certo senso da guida nel processo legislativo: esse infatti discutono le proposte di legge di loro competenza e approvano o respingono gli emendamenti, le modifiche, proposte da qualsiasi parlamentare. Solo dopo che la proposta di legge passa il vaglio della commissione competente, essa viene discussa e approvata/respinta in sessione plenaria dalla relativa assemblea. Chiarisco questo aspetto con un esempio: la Commissione Giustizia del Senato approva la riforma X, che a questo punto viene sottoposta alla votazione di tutti i senatori; a quel punto si avrà lo stesso e identico procedimento alla Camera (bicameralismo perfetto). In realtà ci sono diverse tipologie di commissioni, come quelle bicamerali o d’inchiesta, ma indubbiamente quelle più importanti (quelle che ho descritto finora) sono le commissioni permanenti, che sono 28 (14 per ciascuna assemblea): esse hanno specifiche competenze e riguardano tutti gli aspetti fondamentali dello Stato e della società; ad esempio, esistono la Commissione Trasporti, Istruzione, Bilancio e Affari costituzionali, quella che ha approvato la riforma sottoposta al referendum.

La riforma. Il quesito: non è solo questione di numeri! di Giovanni Colombo Il quesito referendario chiederà all’elettore di approvare o rifiutare le modifiche proposte agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione. Il cambiamento porterebbe sostanzialmente il numero dei deputati da 630 a 400 e quello dei senatori da 315 a 200. A questo si aggiunge un chiarimento in merito al numero dei Senatori a vita. Dal 1948 fino ad oggi, secondo alcune interpretazioni, ciascun Presidente della Repubblica durante il suo settennato aveva il diritto di nominare fino a cinque Senatori a vita; altre interpretazioni indicavano in 5 il numero massimo di incaricati contemporaneamente in carica (eccezion fatta per i Presidenti emeriti della Repubblica). Chi sostiene il referendum intende formalizzare questa seconda ipotesi. A prescindere da come la si pensi circa il numero dei componenti delle due Camere va evidenziato che la riduzione del numero degli stessi, in assenza di modifiche dell’attuale legge elettorale avrà impatti ulteriori rispetto alla consistenza numerica dei membri del Parlamento.


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L’attuale legge elettorale è stata infatti elaborata con riferimento all’attuale numero dei parlamentari e prevede, in particolare, che per ciascuna delle due Camere l’assegnazione dei seggi sia così ripartita: - il 37% dei componenti è eletto tramite sistema maggioritario in collegi uninominali che portano il candidato che ottiene più voti a ottenere il seggio; - il 61% tramite proporzionale e perciò tra tutti i partiti e le coalizioni che ottengono in collegi plurinominali più del 3% delle preferenze (soglia di sbarramento); la percentuale dei seggi disponibili viene ripartita proporzionalmente; - il restante 2% dei parlamentari sono eletti dai cittadini italiani all’estero. Questo sistema, combinato all’approvazione dell’odierna riforma costituzionale, creerebbe degli squilibri: alcune regioni vedranno, in particolare per il Senato, fortemente ridotto il numero dei Senatori eletti, con l’ulteriore conseguenza di lasciare senza rappresentatività i partiti di media o piccola consistenza. Ciò assegnerebbe un ruolo ancor più preponderante ai partiti o alle coalizioni più votate indebolendo il ruolo degli schieramenti minori. Da ciò l’esigenza di accompagnare l’eventuale modifica costituzionale ad

una nuova legge elettorale. I partiti hanno iniziato una trattativa che potrebbe portare all’approvazione di un proporzionale completo, molto simile a quello usato in quasi tutto il Novecento repubblicano italiano. Se la riforma elettorale fosse completata in questo senso, gli squilibri nati sarebbero sanati sul nascere; e se così non fosse? Se la legislatura terminasse improvvisamente senza la possibilità di un nuovo sistema elettorale? Come sarebbe gestita la situazione di impasse? Tutto questo non è chiaro. Facciamo due conti… di Giulia Burigotto e Giacomo Longoni La maggior parte dei politici italiani a favore del taglio parlamentare ha fatto leva sul risparmio di denaro che la diminuzione di deputati e senatori comporterebbe. Ma è davvero così? L’Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani, presieduto dall’economista Carlo Cottarelli, ente preposto allo studio dei costi della spesa pubblica italiana, ha calcolato che il risparmio netto derivato dal taglio dei parlamentari corrisponderebbe a 57 milioni l’anno e 285 milioni a legislatura, ovvero lo 0,007 % della spesa pubblica, pari a un euro all’anno per ciascun italiano.


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Al contrario di quanto si pensi, lo stipendio dei parlamentari e le spese legate al loro mantenimento non è così influente, a dispetto di spese gravose come il rimborso dei titoli del debito statale (228 miliardi di euro), la tutela dei livelli essenziali di assistenza (73.2 miliardi di euro), gli oneri finanziari su titoli del debito statale (67 miliardi), il sostegno alle gestioni previdenziali (62. 7 miliardi), per poi arrivare a spese minori riguardanti soprattutto ai costi per il personale degli istituti scolastici e universitari, le spese per il personale delle forze marittime, aeree e terrestri e per il personale delle forze dell’ordine. Infine pochi miliardi vengono investiti nell’amministrazione penitenziaria e nel finanziamento delle università statali. La rappresentanza parlamentare di Elisa Basilico Generalmente, un parlamento è considerato tanto più rappresentativo quanto è più basso il rapporto numerico tra elettori ed eletti - un maggior numero di parlamentari in relazione alla popolazione dà, insomma, vita ad un parlamento più rappresentativo. In Italia al momento i membri del Parlamento sono 945, divisi in 630 deputati e 315 senatori (non contan-

do quelli “a vita”). Considerando una popolazione di circa 60 milioni di abitanti, si ha all’incirca un parlamentare ogni 63 mila abitanti. In seguito al taglio, così come proposto dalla riforma, il rapporto aumenterebbe a un parlamentare ogni 101 mila abitanti. La rappresentanza quindi diminuirebbe: un minor numero di parlamentari eletti dal popolo, infatti, significherebbe che il voto dei cittadini avrebbe minor peso.


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Carola Nava, 4bb Rebecca Marasco, 4bb

Intervista al sen. Gianluca Perilli per il Sì Perché votare sì? Lo abbiamo chiesto a Gianluca Perilli, senatore grillino, romano, classe 1973. Dopo aver conseguito la laurea in Giurisprudenza, dal 2005 esercita presso lo Studio Legale Perilli la professione di avvocato specializzato in diritto cinematografico ed editoriale, diritto d’autore e copyright internazionale. Il suo ingresso nel mondo della politica avviene nel 2013, quando si candida alle elezioni regionali del Lazio nel Movimento 5 Stelle ottenendo il seggio di consigliere regionale. Successivamente, alle politiche del 2018 viene eletto Senatore della Repubblica sempre nella lista del M5S. Dal 2019 è capogruppo del Movimento al Senato. Perché ha deciso di schierarsi convintamente dalla parte del Sì? “La riduzione del numero dei Parlamentari e la riduzione dei costi della politica sono sempre state delle battaglie storiche del Movimento 5 Stelle. A mio parere l’approvazione del disegno di legge costituzionale sulla ridu-

zione del numero dei parlamentari è stata una prova di maturità e libertà oltre che un segnale di cambiamento per il Paese. Era nel nostro programma, e siamo stati eletti anche per raggiungere questo obiettivo tante volte mancato nelle legislature precedenti. É il momento di superare un’immagine avvilente di un Parlamento che ignora le nuove esigenze dei cittadini e rimane immobile, fuori dalla realtà. Inoltre vorrei ricordare che con questa riduzione non viene stravolto l’attuale impianto costituzionale e adeguiamo l’Italia alla media dei principali paesi europei. E infine c’è un risparmio di circa 300 mila euro al giorno, che rappresentano risorse preziose che preferirei fossero destinate a favore dei cittadini invece che a mantenere interessi personali e poltrone.” Perché tagliare in modo arbitrario i parlamentari renderebbe il Parlamento più efficiente? “Ricordo che nella formulazione approvata dall’Assemblea Costituente il numero dei parlamentari era mobile,


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restando fisso il loro rapporto con la popolazione. Con legge costituzionale n. 2 del 1963 è stato introdotto un numero fisso di deputati e senatori rispettivamente pari a 630 e 315 (cui vanno naturalmente aggiunti i senatori a vita e di diritto, di cui all’articolo 59 Cost.). Fatta questa doverosa premessa, a dimostrazione che non esiste un numero perfetto ma che è necessario individuare una soluzione coerente con l’epoca in cui viviamo, con il passaggio da 945 a 600 parlamentari ridisegniamo un Parlamento più snello ed efficiente in termini di produzione normativa e di dibattito parlamentare. Come rilevato anche da molti costituzionalisti, oggi le Camere non funzionano come dovrebbero poiché spesso si dà spazio a polemiche strumentali per rallentare i lavori e non entrare nel merito delle proposte. Un esempio utile è rappresentato dalla composizione delle commissioni alla Camera dei Deputati, che contano circa 50 deputati. Ogni deputato può presentare proposte di legge, emendamenti (anche ostruzionistici) e i lavori parlamentari risentono inevitabilmente anche della numerosità dei componenti. Un numero minore di parlamentari può facilitare il dialogo, può rendere i presenti più attivi e responsabili, per

poi giungere a decisioni condivise in modo più costruttivo. Sinceramente non comprendo il motivo per cui un Parlamento meno numeroso, ma con gli stessi poteri, dovrebbe essere meno influente. Con la riduzione del numero dei parlamentari, il Parlamento rimarrà sempre l’organo costituzionale del confronto fra le forze politiche, titolare del potere legislativo e l’organo di controllo politico del Governo.” Modificare la Costituzione in questo modo obbliga a ripensare ad una nuova legge elettorale. Quali squilibri nella democrazia si prospetterebbero se la nuova legge non fosse approvata entro la fine della legislatura? “Nessuno squilibrio e nessun pericolo per la democrazia. Sulla materia in questione è stata approvata la L. 51/2019 che ha l’obiettivo di “rendere neutra”, rispetto al numero dei parlamentari fissato in Costituzione, la normativa elettorale per le Camere. La legge approvata, anche in assenza di una specifica normativa di adeguamento, garantisce che il sistema elettorale sia sempre funzionante e che il Parlamento sia rinnovabile in ogni momento, senza “paralizzare” il potere del Presidente della Repubblica di sciogliere le Camere. Ovviamente questa norma verrà su-


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perata da una nuova legge elettorale, la cui discussione è iniziata nei giorni scorsi alla Camera, in Commissione Affari costituzionali. In diverse occasioni abbiamo chiesto il ritorno alle preferenze poiché pensiamo sia fondamentale che la nuova legge elettorale sia fatta nell’interesse dei cittadini e non dei partiti. Inoltre si interverrà sui regolamenti della Camera e del Senato proprio per rafforzare il ruolo del Parlamento.” Si stima che il risparmio derivante dal taglio dei parlamentari corrisponde a meno di un caffè l’anno per ogni cittadino. Ha davvero senso cambiare la Costituzione per così poco? “Mi piace ricordare che le istituzioni sono al servizio dei cittadini e quando quest’ultime diventano costose e poco funzionali è doveroso fare una riflessione anche sulla loro organizzazione e sulle risorse che vengono impiegate, visto che sono gli stessi cittadini a contribuire al loro mantenimento. In questo caso, non penso sia poco risparmiare circa 100 milioni di euro l’anno (ovvero 500 milioni a legislatura), specialmente in un periodo così delicato come quello che stiamo vivendo a causa della pandemia, in cui molti cittadini hanno perso il lavoro e stanno affrontando un momento diffi-

cile, soprattutto economicamente. Il risparmio che dovrebbe derivare dalla riduzione del numero dei parlamentari, si inserisce in una visione più ampia del taglio ai costi della politica. Noi come Movimento 5 stelle ci siamo attivati fin da subito per abolire i vitalizi, ci riduciamo lo stipendio e abbiamo rinunciato alle indennità di carica previste e, a questo, aggiungiamo anche il taglio delle poltrone su cui siamo seduti. Tra l’altro la riforma è stata approvata praticamente all’unanimità dalle forze parlamentari. É una questione di volontà politica e di cambiamento, non si può ridurre il tutto a una questione di risparmio.” Cosa si sente di consigliare ai giovani che si ritroveranno a votare per la prima volta in occasione di questo referendum? “Votare è importante, corrisponde ad esprimere una propria idea, una propria scelta in modo libero e personale. É un diritto fondamentale garantito dall’articolo 48 della nostra Costituzione ma che va ben oltre il dovere civico. La partecipazione dei cittadini alla vita politica è necessaria per far presente le proprie istanze, i propri bisogni e questo Paese, che purtroppo negli ultimi anni ha penalizzato le nuove generazioni, ha bisogno dei giovani e de-


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gli studenti per poter ripartire. Servono nuove idee e la politica necessita di un nuovo impulso e di nuove persone che sappiano mettersi in gioco. Colgo l’occasione per informare i cittadini ma in particolare i più giovani, che nei giorni scorsi la Camera e il Senato hanno approvato in prima deliberazione, il disegno di legge costituzionale che modifica all’articolo 58 della Costituzione, in materia di elettorato attivo per l’elezione del Senato della Repubblica. Come saprete solo gli elettori che hanno superato il venticinquesimo anno di età possono votare e far eleggere i senatori ma, riteniamo sia opportuno modificare questo requisito anagrafico per far sì che i senatori siano eletti a suffragio universale e diretto a partire dal diciottesimo anno di età, come per la Camera dei Deputati. Estendere il diritto di voto è un altro elemento di rinnovamento. Nel caso del referendum, qualsiasi sia il loro orientamento, è importante che i ragazzi votino, facciano sentire la propria voce e che partecipino attivamente a questa giornata di democrazia.”

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Carola Nava, 4bb Rebecca Marasco, 4bb Giacomo Longoni, 5bb

Intervista al sen. Riccardo Nencini per il No Perché votare No? Lo abbiamo chiesto a Riccardo Nencini, senatore di Italia Viva – PSI, nipote di Gastone Nencini, celebre ciclista negli anni ‘50. Nencini nasce a Barberino di Mugello, in Toscana, nel 1959. Egli si laurea in Storia alla facoltà di Scienze Politiche; inoltre, ottiene dall’Università di Leicester nel 2004 la laurea “honoris causa” in Lettere. La sua carriera politica è caratterizzata da una lunga militanza nel Partito Socialista Italiano, di cui attualmente fa ancora parte: i primi incarichi ricoperti sono Consigliere comunale e capogruppo del PSI a Firenze dal 1990 al 1995. Da lì in poi la sua ascesa politica è rapida, arrivando a ricoprire ruoli di spicco sia nella sua regione che nei Parlamenti italiano ed europeo. Nencini ha incentrato il suo attivismo politico sul federalismo regionale, tanto da ottenere nel 2003 dal Capo dello Stato l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce. Dal 2008 al 2019 ricopre la carica di Segretario Nazionale del Partito Socialista Italiano.

Dal 2014 fino al 2018 riveste il ruolo di Viceministro delle infrastrutture e dei trasporti sotto i governi Renzi prima e Gentiloni poi. Alle politiche del 2018 viene eletto Senatore presso il gruppo Misto. Perché ha deciso di schierarsi per il No? “Voto No per tre motivi: il primo è che tutti i ragionamenti sul risparmio sono infondati. Non è vero quello che dice Di Maio che si risparmia mezzo miliardo di euro l’anno. Il risparmio effettivo è meno di un caffè l’anno per ogni cittadino italiano. Il secondo motivo richiede un ragionamento più “largo”: avrete notato anche voi che durante il lockdown i poteri dello Stato si sono riposizionati. Da una parte il Parlamento è sceso in maniera importante nell’esercizio delle sue funzioni, dall’altra il governo e i presidenti delle regioni hanno assunto maggior potere, stravolgendo l’equilibrio previsto dalla Costituzione. Se fossi stato io a decidere il da farsi


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avrei immaginato una cosa diversa: utilizzare una fase così particolare, come quella che stiamo vivendo con la pandemia, per ripensare all’organizzazione dei poteri dello Stato attraverso una “costituente”. Soltanto dopo questo lavoro avrei portato il tema del numero dei parlamentari.” Una costituente? Addirittura, senatore? “Attenzione, non ho detto “Assemblea Costituente”, ma “costituente”! Una costituente può essere fatta in vari modi: o formata dall’unione delle commissioni degli Affari Costituzionali delle due camere o formata da un numero limitato di parlamentari in rappresentanza dei vari partiti, o in altro modo… Infine, il terzo motivo: l’Italia ha alcune regioni molto piccole (la Valle d’Aosta, il Molise…). Bene, queste regioni verranno fortemente penalizzate perché avranno meno parlamentari e, di conseguenza, meno peso là dove si assumono le decisioni. Vi è poi una quarta ragione - così le diciamo tutte! (ride ndr). Di fronte ad un numero più basso di parlamentari da eleggere aumenta il potere delle segreterie dei partiti.” Molti politici sostengono il taglio dei parlamentari perché si tratta di un

tema portato avanti da svariati esponenti sia di destra, sia di sinistra nel corso del tempo. In ogni caso si tratta di un primo passo per una riforma più ampia delle istituzioni. Cosa ne pensa? “Penso che si parta dalla parte sbagliata. Prima avrei fatto – ribadisco – un lavoro più ampio, come l’istituzione di una costituente per ridisegnare i poteri dello Stato, e soltanto dopo avrei tagliato i parlamentari. Non il contrario! È vero che il taglio dei parlamentari non è stata una proposta avanzata solo dal M5S ma che ha oscillato anche tra partiti di centrosinistra e centrodestra ma è vero anche che una cosa è il taglio lineare del numero, un’altra cosa è il taglio all’interno di una più ampia riforma costituzionale. Sembra la stessa cosa ma non lo è!” Forse sarebbe più propenso ad un taglio diretto degli stipendi o ad un altro tipo di provvedimento piuttosto che alla riduzione del numero di senatori e deputati? “Se il problema fosse legato al risparmio direi di sì, qui però il risparmio effettivo reale è molto molto basso. Per quanto riguarda il taglio degli stipendi, io, nel 1992, ero giovane, sono stato il primo ed unico parlamentare che rinunciò al doppio stipendio. Quindi


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il taglio dell’indennità non mi fa assolutamente paura! Il tema è diverso però.” Qual è allora il tema? “Il tema è molto più preoccupante! Il referendum l’hanno proposto i grillini con la motivazione del “Vaffa” di Grillo, ovvero questa: la politica fa schifo, tagliamo i parlamentari! Purtroppo però più la politica cade, più emergono i poteri sostitutivi, alcuni sono nascosti, non li vediamo noi, altri sono quelli che ben conosciamo e che guidano la globalizzazione: penso all’alta finanza o alle grandi multinazionali. Più la politica cade in disuso più si fanno favori a soggetti che lavorano per interessi non pubblici, ma privati.” Pensa che il periodo di crisi economica, sanitaria e sociale in cui ci troviamo possa influire sulla decisione di chi andrà a votare? Ad esempio, pensiamo ai lavoratori o alle imprese che sperano in un aiuto dal governo e che pensano che questo genere di aiuti possano arrivare anche da questi tagli… “Magari vivessimo una stagione dove fossero sufficienti 50 milioni (di euro ndr) per sistemare tutto! Ne sarei felice! No, non c’entra proprio niente. Gli aiuti richiedono cifre più onerose! In

ogni caso tra bilancio italiano, scostamento di bilancio e fondi europei possiamo dire che i fondi non mancano per quest’emergenza.” Cosa consiglia ai giovani che si ritroveranno a votare per la prima volta? “Di non fidarsi di chi dà risposte semplici, ad esempio di chi dice: “Risparmiamo un sacco di soldi!”. È falso. Consiglio di indagare sotto la superficie e di scegliere in maniera responsabile. Poi, una volta istituita la pratica, di scegliere liberamente tra sì e no. Attenti alla rete, diffidate dagli slogan. Quello che non si può fare, e che molti vostri coetanei fanno, è inneggiare ad un impegno politico più diffuso, cito le Sardine ad esempio, e poi fidarsi soltanto di motivazioni banali e meschine. Questo no, non si può fare!” Un invito alla coerenza, possiamo dire? “Un invito alla conoscenza, e poi alla coerenza. Non si può esaltare la Costituzione, applaudire al Capo dello Stato e poi in maniera esageratamente leggera prendere decisioni come questa, salvo che si sostenga che i costituenti abbiano fatto un pessimo lavoro.”


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Attualità 16

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Andrea Scuratti, 5cc

La sciura Pina impara cos’è un referendum “Sa l’è cus’è il referendum?” disse la sciura Pina, domiciliata a Milano nel 1946, anno del referendum con cui i cittadini italiani furono chiamati a scegliere tra repubblica e monarchia. Alura, sciura Pina, ‘scultem: un referendum è un istituto giuridico, ovvero un insieme di norme e leggi, della Costituzione della Repubblica Italiana, con cui si chiede all’elettorato, dunque a noi cittadini che siamo in grado di votare, di esprimersi con un voto su particolari proposte; questo, però, non è la stessa cosa di un plebiscito, anche se in alcuni paesi i due termini sono dei sinonimi: il plebiscito implica un voto inerente a questioni politiche importanti, come la modifica della Carta costituzionale, il referendum, invece, riguarda la convalida di decisioni già assunte da un organo legislativo. Nel ‘46 questa era una novità, ma oggi non deve più esserlo: la Repubblica italiana ha alle spalle ben 72 referendum nazionali (anche se l’animo di ogni latinista sussulta al vedere un neutro singolare accostato a un aggettivo plurale), che a settembre, precisamente tra il 20 e il 21, diventeranno 73: di questi

67 sono abrogativi, indetti - per capirsi - al fine di abrogare una norma o una legge, uno istituzionale, quello della scelta tra repubblica e monarchia, uno consultivo, con cui si chiedeva se i cittadini avessero voluto un’Unione europea con un proprio Parlamento, e 3 costituzionali, circa la revisione di una parte della Costituzione o di una o più leggi. Quando si parla di referendum, si parla, inevitabilmente, di quorum (e qua i latinisti possono dire che non hanno studiato per nulla): dal latino qui, quae, quod, significa “dei quali”, a cui bisogna aggiungere la frase suffissale (che termini complessi) “è necessaria la presenza o il voto”, indica il numero minimo di partecipanti o elettori necessario affinché una votazione sia valida. Ebbene non in tutti gli stati esiste il famoso quorum e in altri ne esistono ben due, in certi casi, come in Italia, in cui abbiamo sia un quorum di partecipazione (ad esempio, “deve presentarsi alle urne l’8’% degli aventi diritto al voto) sia uno di “approvazione” - serve dunque una certa percentuale per far passare o meno una decisione


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(ad esempio, passerà la scelta che ha almeno il 60% dei voti, altrimenti sarà considerato nullo). Assieme al nostro bel Paese ci sono altri quindici stati facenti parte dell’UE che li condividono con noi, come, ad esempio, Olanda, Danimarca, Lituania, Portogallo e altri. Grande patria dei referendum senza alcun tipo di quorum è invece la Svizzera, che li propone a gogo. Passiamo allora in rassegna - tutti insieme allegramente - alcuni dei referendum più famosi della nostra Repubblica. Correva l’anno 1974, quando fu proposto un referendum per l’abrogazione della legge Fortuna-Baslini, che introdusse il divorzio in Italia: con un quorum raggiunto di circa il 90% vinse il “No”, con il 59,3% dei voti. Gabrio Lombardi, giurista cattolico che aveva promosso il referendum, assieme ad Azione Cattolica con l’appoggio della CEI, della DC e del MSI, persero. Nel 1981 prima i Radicali e poi il Movimento per la vita, proposero un referendum per l’abrogazione della legge sull’aborto: con l’88,4% dei voti nel primo caso e con il 68% del secondo, vinse il “No”. Oggi si parla molto di “legalizzazione” soprattutto per quanto riguarda la cannabis; ebbene, cari amici, nel referendum del 1993 contro l’abrogazione delle pene per la detenzione ad uso personale di droghe leggere

fu il “Sì” a vincere, con uno scarto di circa il 10% dei voti. Nel 1997 i Radicali proposero un referendum per abolire i limiti per essere ammessi al servizio civile in luogo del servizio militare: non vinsero né il “Sì” né il “No”, perché non si raggiunse il quorum. I tre referendum costituzionali si svolsero nel 2001, nel 2006 e nel 2016: i primi due promuovevano rispettivamente la modifica del titolo V della Costituzione - e vinse il “Sì” - e la modifica sulla parte II della Costituzione - e vinse il “No”. Nel 2016 abbiamo invece il referendum sulla riforma Renzi-Boschi, con cui si voleva superare il bicameralismo paritario, ridurre il numero dei parlamentari, contenere i costi delle istituzioni e molte altre proposte; vinse il “No” con circa il 60% dei voti, e per questo referendum non era previsto un quorum minimo. T’è capì, sciura?


Vignette e meme

La redazione Caporedattore: Giacomo Longoni, 5bb Impaginatore: Marco Cesana, 5aa Hanno collaborato: Rebecca Marasco, 4bb Elisa Basilico, 4bb Carola Nava, 4bb Francesco Vaccaro, 5aa Giulia Burigotto, 5bb Andrea Scuratti, 5cc Giovanni Colombo, 4D Matteo Bontempo, 3H Sara Santambrogio, 5bb Sofia Castiglioni, 5bb

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