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II - Ottobre 2020

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Il giornalino degli studenti

Un pensiero di GBC, interno IL SENSO DI UN RITORNO TORMENTATO Siamo a scuola da poche settimane eppure siamo già affaticati. Siamo ricoperti da spessi strati di compiti, ruoli da svolgere e tanti altri buoni e validi obiettivi. Ma che senso ha tutto questo? Gli ultimi mesi ci avevano resi improduttivi ma non per questo totalmente inefficienti. Abbiamo sviluppato autonomia e indipendenza dal punto di vista scolastico così come da quello culturale e relazionale. Nel ritornare siamo stati risucchiati dal turbine da cui tenteremo di uscire o al cui ritmo ci adegueremo entusiasticamente o nostro malgrado. Tante cose cambiano e uno dei nostri punti fissi, la scuola, vacilla ma non cade. Accettiamo e apprezziamo il nostro nuovo tormentoso travaglio. In fondo: si impara sempre qualcosa, e poi, tutto, davvero tutto, ma non una nuova quarantena. Cerchiamo di non dimenticarci chi siamo e ciò che intorno a noi; alla fine di ogni temporale, dopo tutto, ritorna il sereno. Buon proseguimento!

Il futuro è nelle nostre mani, la mascherina sulla nostra faccia (e deve restarci)

I candidati al Consiglio d’Istituto si presentano Azerbaijan-Armenia, un conflitto mai sopito Un diritto che sembra non esserci

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Indice

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3 - Caro complottista, ti scrivo... 6 - Intervista agli studenti candidati al

Consiglio d’Istituto

11 - Come un presidente USA è eletto 14 - Scontro Azerbaijan - Armenia 17 - Alla ricerca di un diritto che sembra

non esserci

19 - Storia della politica degli insulti 22 - Un rientro a scuola particolare 23 - Originali inside


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Giacomo Longoni, 5bb

Caro complottista, ti scrivo… Caro complottista, da quando questo virus maledetto è entrato prepotentemente nelle nostre vite, cambiandole, anzi, stravolgendole, molto spesso ho sentito parlare di te. Beninteso: non che prima non ti conoscessi! Tuttavia, ad essere sinceri, nel mondo “normale” di te parlavano raramente. Una, due, tre volte l’anno, forse. Sì, sapevamo della tua esistenza ma in fin dei conti nessuno ti dava un volto, nessuno associava a te una voce, degli occhi, un naso… per non parlare di un cervello! Potrei dire, credendo di interpretare un sentire comune, che fino al febbraio scorso eri il nostro Grinch. Lo conosci? È quella creatura pelosa, verde, tanto disgustosa quanto simpatica che odia il Natale. No, non vive a Desio o nella “velenosa Brianza”, vive sul Monte Briciolaio, in un mondo a noi parallelo ma forse meno lontano di quanto possa sembrare. Ebbene, come Grinch anche tu, così almeno credevo, vivevi in disparte; disprezzavi con tutto te stesso la città dei Chi, la comunità, l’entusiasmo, finto o autentico che fosse, di un evento caratterizzante per tutti. Usavi i mezzi più disparati per collegarti col mondo, servendoti non del

fedele cane Max o di una slitta volante come nel caso del Grinch, ma della tecnologia, dei social, soprattutto Facebook, o, nel caso dei tuoi colleghi più tradizionalisti, del Codice Morse. Di te tutti parlavano con voce sommessa come quando si parla del povero zio scorbutico a cui la vita ha destinato molte sofferenze, insomma di qualcuno verso cui provare compassione, non astio se non odio. Poi è arrivato il Coronavirus e, come fosse la Vigilia di Natale della città dei Chi, anche tu come Grinch sei uscito dalla tana e hai intasato di commenti e di post le home di Facebook e Twitter di molti utenti; hai dato spazio alla fantasia e alla creatività che ti contraddistinguono per dare risposte a domande, dilemmi su cui la comunità scientifica ancora ci stava/ci sta sbattendo la testa. Ti chiederai con quale titolo io ti stia scrivendo o, molto più verosimilmente, perché mai lo stia facendo su un giornalino scolastico e non per esempio utilizzando una di quelle piattaforme digitali che tanto ami. Non lo so a dir la verità. Sono un po’ da compatire anch’io… Forse è questo che ci lega, che ci uni-


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sce: entrambi siamo da compatire. Io perché perdo tempo a scriverti e tu perché perdi tempo a scrivere stupidaggini. Tuttavia vorrei che tu leggessi cosa io ho da dirti, dopo questa lunga e noiosa premessa: ti conosco. So chi sei. So che faccia hai. E non fai paura. Come Cindy, la temeraria bambina che salì da Grinch per convincerlo a festeggiare la “Giubilanza”, anche io non riesco più a guardarti con disprezzo. Ecco tutto. Tanti ti additano come un pazzo furioso – molto normale non lo sei, in effetti – alcuni ti danno dell’analfabeta – come biasimarli? Eppure non sei un mostro, non hai fatto del male a nessuno e non vivi, né lavori nel fantomatico “Governo delle Tenebre” di contiana memoria. Non abiti in disparte, ma cammini nelle nostre strade, sei parte integrante – ahimè – della nostra comunità. Anzi, ne sei una parte importantissima. Voglio dirti anche, correndo il rischio di risultare pazzo io stesso, che ti capisco. E non è colpa tua. Il mondo non va a rotoli per una tua mancanza e neppure la nostra democrazia è minata, come qualcuno sostiene, da te e dai tuoi compari che, pur non avendo agli occhi dei più alcuna capacità cognitiva, esprimono un voto che pesa quanto quello di un docente universitario. No, non è neppure da im-

putare a te o ai tuoi “colleghi” la diffidenza verso ciò che viene dalla scienza, dall’informazione. Non per colpa tua assistiamo ad un declino della nostra civiltà, come molti fanno notare. Tu, caro mio complottista, sei il prodotto della confusione in cui ci è dato vivere. Un esempio? “Picco di contagi”, “Allarme lockdown”, “Dimezzati i nuovi positivi”. Ecco, questi sono alcuni dei titoli dei tg da quattro mesi a questa parte. Inutili. Basterebbe un numero, una percentuale: il rapporto tra casi positivi e tamponi effettuati. Punto. Allora perché non si fa? Perché si sparano numeri senza collocarli nel contesto in cui essi si trovano? Perché non specificare, ad esempio, con lo stesso rigore con cui il giornalista, la Pizia dei giorni nostri, dà il responso: “Balzo dei contagi” anche che si sono eseguiti il triplo dei tamponi del numero precedente? Perché non spiegare in modo chiaro, senza schierarsi, ma informando che cosa vuol dire “proroga dello stato di emergenza”? Perché un virologo può permettersi di catapultare nel terrore con una sola battuta milioni di lavoratori o, al contrario, di dare false speranze, per non dire altro, di essere vicini alla fine della “Covid Age”? Ma, soprattutto, perché tutto questo viene permesso in uno Stato come il


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nostro? Sino a che punto è tollerabile l’ignoranza? Fino a che punto è tollerabile la falsa, incompleta, scorretta informazione? Qual è il confine tra fare informazione e show televisivo? Non lo so. Vedi, tu non puoi essere attaccato, amico. Perché per attaccarti occorrerebbe non darti alcun alibi. E di “alibi” ce ne hai. Tuttavia bisogna avere anche il coraggio di dire che chi non mette la mascherina o la mette male non è un complottista o un negazionista, quasi giustificando il suo comportamento, ma un essere indefinibile che ha scelto di essere un mostro. Forse, ecco, ciascuno di noi è complottista a modo suo. E va compreso. Aiutato. Mai, mai odiato… Molti parlano allora dell’importanza dell’istruzione, come se tu non avessi avuto l’opportunità di studiare a tempo debito; permettimi allora di salutarti parafrasando uno dei docenti più famosi d’Italia, il prof. Martinelli di “Notte prima degli esami”: “Speranze di redenzione per questo Paese all’orizzonte!”. Forse, un auspicio e una speranza. Un caro saluto, Giacomo Longoni

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Valentina Nieddu, 5aa Elisa Basilico, 4bb

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Sheeza Habib, 3F Rebecca Marasco, 4bb

Intervista agli studenti canditati al Consiglio d’Istituto In questo articolo abbiamo intervistato i candidati a rappresentanti d’Istituto concentrandoci sulla loro presentazione, poiché quest’anno, essendoci una lista unica, i punti sono stati scelti in comune e sono i seguenti: -rinnovare la pagina Instagram del Majorana, oggi gestita dall’ex studente del liceo che l’ha creata, e darla in gestione ai rappresentanti d’Istituto: i candidati ritengono che attualmente sia gestita in modo un po’ superficiale e troppo “istituzionale”. Vorrebbero da una parte farne un uso più pragmatico, diffondendo circolari del registro o altre notizie utili, e dall’altra includere elementi più “trasgressivi”; - riproporre il merchandising classico per ravvivare il sentimento che gli studenti hanno verso il Majo, per esempio riproponendo le borracce; - unificare tutte le iniziative scolastiche e amministrarle in modo che tutti gli studenti ne siano al corrente; - provare ad instaurare un rapporto e un confronto più chiaro con la dirigenza, che vada di pari passo con la maggiore chiarezza per i progetti PCTO - dare agli studenti la possibilità di sce-

gliere la track-list di eventuali concerti, compreso quello di Natale. Emanuele Russo, 4D Questo è il secondo anno in cui sono in lizza per la carica, il primo seriamente, perché l’anno scorso ho contribuito alla causa con una lista satirica, lista che quest’anno non ci sarà. Purtroppo costretti dalla situazione non possiamo fare la classica campagna elettorale e i progetti che di questi tempi sarebbero irrealizzabili e utili solo al fine di prendere voti. Quest’anno siamo in dieci, ma dieci facce della stessa medaglia perché i punti che portiamo sono uguali per tutti: una scelta che per me ha senso e di cui sono molto contento. Perché votare me? Perché ho voglia di fare, so in cosa consiste il compito di un rappresentante di istituto, essendo giá stato rappresentante di classe e responsabile del Majoteatro, conosco la scuola e mi sono già rapportato con la dirigenza. Mi sento di dire che essendo io di quarta e dovendo stare in questa scuola un altro anno sono più motivato a portare dei miglioramenti, per


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quanto possano essere marginali, per migliorare il wellfare della scuola. Ah, e poi sono anche bellissimo. Gaia Nasto, 5bb Mi sono ricandidata innanzitutto perché mi sono resa conto che è stato veramente comodo per me l’anno scorso avere già un ex rappresentante nel gruppo: infatti appena eletta non sapevo come muovermi nell’ambiente, ma fortunatamente mi sono potuta appoggiare a Luigi Amatore, che era stato rappresentante l’anno precedente. Inoltre mi piacerebbe portare a termine tutte le iniziative che avremmo voluto fare l’anno scorso o che sono rimaste in sospeso per via del lockdown, senza contare che mi sono divertita tantissimo a realizzare ogni progetto e a vedere quanto fosse utile per molti studenti il ruolo che ricoprivamo, specialmente per i primini e i nuovi arrivati. Se venissi rieletta il problema a cui dedicherei maggiore attenzione è quello di migliorare la comunicazione tra gli studenti e la dirigenza: l’anno scorso mi sono arrabbiata più volte in consiglio di istituto perché venivamo attaccati e tenuti all’oscuro delle situazioni. Giovanni Colombo, 4D Sono abbastanza determinato, la deci-

sione di partecipare a questa candidatura viene dal fatto che l’interesse per la scuola si è trasformato nel tempo a qualcosa di sempre più attivo: infatti sono passato dal rappresentante di classe a diventare un membro del giornalino partecipando più attivamente alla vita della scuola. Non posso assicurare di avere proposte eccezionali, ma l’impegno del rappresentante è di porre una mediazione di un certo livello tra la componente studentesca, la presidenza, i docenti e tutte le parti della scuola, e questo è ció che io mi pongo di fare. Inoltre un punto a cui tengo molto è un serio piano di trasparenza sul giornalino: mi metterei a disposizione per stilare un piccolo articolo in modo da sottoporre la nostra attività alla lettura di tutti gli studenti e non tenerli all’oscuro delle nostre attività. Meriem Benali, 4F Quest’anno ho deciso di mettermi in gioco prima come rappresentante di classe e in seguito anche come rappresentante di istituto. Sono una persona molto diretta e sincera: mi sono candidata in primis per una sfida personale, per uscire dalla mia comfort-zone ed aprirmi a nuove esperienze, inoltre mi piacerebbe molto partecipare e contribuire alla vita della scuola. Da rap-


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presentante mi imporrei gli obiettivi di una maggior trasparenza delle iniziative e dei progetti dei rappresentanti, un dialogo maggiore con la dirigenza per far ascoltare il parere degli studenti ai “piani alti”. In particolare due punti che mi stanno molto a cuore: l’estensione dell’orientamento universitario anche per le terze e nuovi progetti PCTO proposti da aziende vicino al liceo. Federico Potertì, 5H È il quinto anno che mi trovo al Majorana. Non ho mai preso parte a nessuna attività scolastica ma sono sempre stato un po’ attratto dalla rappresentanza e quest’anno voglio cimentarmi in quella di istituto. Ho iniziato a entrare nella vita del Majo quando in terza ho conosciuto Chiusi, allora rappresentante di Istituto, insieme al quale ho organizzato un po’ di serate per la scuola. Trovare un motivo per cui essere votato è difficile, ma ritengo di conoscere bene l’istituto e avere contatti utili per collaborazioni, novità organizzative di eventi e brand o qualunque cosa si sceglierà di fare. È un periodo un po’ particolare e questa candidatura è un po’ una sfida per me: voglio far percepire il valore degli studenti. Da quando è iniziato quest’anno, con tutte le norme e le restrizioni apportate, ho notato che gli studenti

non sono stati molto presi in considerazione ed è importante per me non passare in secondo piano ma tenere vivi tutti i diritti che ci siamo guadagnati nel tempo. Carlotta Couchond, 4B Sono una persona molto determinata ed estroversa. Ho sempre preso parte ai progetti proposti dalla scuola, come l’Erasmus o la simulazione ONU a New York, e questi mi hanno fatto percepire fin da subito il Majo come una “seconda casa”. Ho deciso di candidarmi per dare un’unica voce agli studenti, nonostante la lontananza a cui sono obbligati in questo periodo. La mia scelta è dettata dal fatto che volessi ricambiare l’affetto che il Majo mi ha dato in questi anni, riaccendendo lo spirito di appartenenza dei Majorani. Inoltre, mi candido perché l’anno scorso ho notato che viene data poca importanza all’orientamento universitario per le terze, precludendo ad alcuni varie possibilità di scelta per via del numero chiuso delle facoltà: propongo, quindi, che un docente affianchi gli studenti nell’orientamento. Riccardo Cellini, 4aa Mi sono affezionato alla gente del Majo, che mi ha fatto sentire come a casa, e fin da subito mi sono accorto


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del modo di pensare aperto soprattuto degli insegnati, mentre prima in altri posti mi sentivo inadatto. I miei punti di forza sono l’empatia e la capacità di ascoltare e di comunicare. Mi sto impegnando a diventare più responsabile, quindi questa particolare esperienza mi potrà aiutare sotto questo aspetto, ma non pensate che ciò voglia dire che sono sprovveduto! Sembro una persona che scherza sempre ma so essere serio all’occorrenza. Penso che il senso di appartenenza si stia un po’ perdendo e vorrei promuovere e motivare gli studenti a partecipare agli eventi, così da creare un attaccamento maggiore alla scuola. Francesco Redaelli, 5B In una situazione normale non mi sarei candidato, perché essendo in quinta sarei stato già proiettato verso progetti futuri e non mi sarei potuto concentrare al massimo sulla promozione delle attività extra scolastiche, ma quest’anno con la pandemia credo che il vero compito dei rappresentanti non sia proporre nuove attività ma piuttosto migliorare la situazione didattica. Mi ero già candidato due anni fa con la lista di Chiusi al solo scopo di fare numero, senza reale intenzione. Ho partecipato ad alcune attività proposte dalla scuola e mi distinguo

principalmente per le mie doti diplomatiche. Marica Procopio, 4A Fin dalla prima ho avuto in mente di candidarmi ma ho aspettato la quarta, poiché credo sia l’anno migliore per farlo, e sono cosciente del fatto che se anche non dovessi essere eletta,rimarrebbe un’esperienza fatta a scuola. Il Majorana è diventato per me come una seconda famiglia e questo è il motivo per cui non mi sono arresa quando in passato ho pensato di cambiare scuola. Sono determinata, empatica e creativa: mi considero propositiva, curiosa e aperta ai suggerimenti. Non mi faccio intimorire all’idea di conoscere nuove persone o di farmi avanti nel caso ci siano problemi da segnalare. Giacomo Galbiati, 5B Sono sempre stato partecipe alla vita del Majorana: sono responsabile della MajoTV, sono stato uno degli organizzatori della MajoRun e mi sono candidato in terza con la lista di Tommaso Chiusi. L’anno scorso ho potuto vedere di persona il lavoro che essere rappresentante comporta tramite mio fratello Emanuele. Mi posso definire pratico nel risolvere i problemi, o meglio, “pragmatico”, come suggerisce un mio compagno di lista. Il punto a cui tengo


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di più è il rinnovamento della pagina di Instagram o, in generale, della parte più tecnologica della scuola, che quest’anno ha assunto un livello d’importanza molto alti. Pensiamo di doverci rinnovare, non potendo proporre gli eventi classici come la MajoRun o il concerto di Natale, tuttavia mi piacerebbe comunque poter organizzare un’assemblea d’Istituto, magari in diretta sfruttando il canale della MajoTV.

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Attualità 11

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Luca Saracho, 3F

Come un presidente USA viene eletto Se dovessimo descrivere in modo conciso il sistema elettorale che regola ogni ciclo di presidenziali negli Stati Uniti, una sola parola sarebbe necessaria: “granitico”. Si dà infatti il caso che ogni primo martedì dopo il 1° di novembre, con cadenza periodicamente quadriennale, il popolo americano è chiamato alle urne per esprimere la propria preferenza su chi debba, nella loro opinione, assumere il più alto incarico della nazione (e nel mondo intero). E altresì graniticamente la Costituzione stabilisce che il 20 gennaio, con un solenne giuramento davanti al pubblico, il Presidente eletto inizi il proprio mandato, prendendo in mano da quel giorno le redini del paese. Tuttavia, le modalità con cui viene effettivamente eletto un presidente potrebbero far sorgere qualche dubbio fra noi spettatori italiani, in particolare se prendessimo in considerazione l’ultima elezione avvenuta nel 2016. Dunque, lo scopo di quest’articolo è spiegare passo per passo come viene selezionato l’inquilino di 1600 Pennsylvania Avenue.

I meccanismi che guidano ogni ciclo presidenziale sono tutti stabiliti dalla Costituzione, e sono precisamente elencati nell’Articolo Due, Sezione 1. Innanzitutto, non tutti gli aventi diritto di voto possono candidarsi alla più importante carica del paese. Infatti un possibile contendente per la Casa Bianca deve soddisfare tre requisiti fondamentali: essere un cittadino statunitense dalla nascita; aver vissuto permanentemente su suolo americano per quattordici anni; e aver già raggiunto l’età di 35 anni. Al fine di condurre una campagna elettorale di successo, il candidato deve tuttavia ottenere la nomination dal proprio partito di appartenenza, la quale viene ufficializzata, in base ai delegati ottenuti dai caucus e dalle primarie, durante una delle due Convention (Repubblicana e Democratica), tenute entrambe verso la fine di agosto. Sebbene esista la possibilità di fondarne uno da sé e contendersi l’elezione, negli Stati Uniti vige quello che è comunemente noto come “Sistema a due partiti”.


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La politica americana è infatti segnata da una polarizzante dicotomia che prevede la contrapposizione tra le due principali fazioni dei conservatori Repubblicani da un lato e dei progressisti Democratici dall’altro. Queste due entità politiche si sono da sempre divise i seggi congressuali e presidenziali, nonostante siano attualmente presenti altri partiti ad essi non aderenti, notoriamente i Verdi e i Liberali. Tuttavia, la miglior performance di un terzo partito registrata in tempi recenti risale ormai al 1992, quando l’imprenditore Ross Perot totalizzò un 19% del voto popolare, non ricevendo però alcun voto elettorale (come andremo a vedere in seguito). Considerata dunque la situazione da quest’ottica, non desta particolare stupore che l’indipendente Bernie Sanders, senatore dal Vermont, in tutte le sue corse presidenziali abbia sempre aspirato ad ottenere la nomination Democratica. Quindi, le campagne elettorali si protraggono fino ai primi giorni di novembre, sino al fatidico Election day. Ed è proprio qui che entra in gioco il famoso “Collegio Elettorale”. Infatti ciò che è necessario comprendere è che il Presidente degli Stati Uniti non viene eletto da quanti voti in totale riceve a livello nazionale, ma da quanti voti elettorali

ottiene dai singoli stati. La costituzione federale degli USA implica difatti che ad ogni singolo stato venga riconosciuta una pari importanza: è questo il motivo per cui il Senato è costituito da cento membri, due provenienti da ciascuno di essi. Ciò nonostante, affinché questo federalismo puro e crudo non porti stati poco abitati come la Dakota del Sud, in cui risiedono meno di 900.000 individui, ad avere pari influenza sull’esito finale dell’elezione rispetto a stati popolosi come il Texas, i cui abitanti si aggirano intorno ai 29 milioni, i Padri Fondatori istituirono il Collegio Elettorale. Esso è l’insieme degli elettori che, il primo lunedì successivo al secondo martedì del mese di dicembre elettorale, hanno il compito di tradurre la preferenza dello stato di appartenenza in un formale voto per uno dei due candidati. Pertanto questo implica che a novembre, a urne aperte, il cittadino americano non voti direttamente per il candidato di sua scelta, bensì decida per quale dei due i suoi grandi elettori dovranno votare a dicembre. Il candidato che abbia ricevuto la maggioranza assoluta in uno stato, riceve tutti i voti elettorali a esso corrispondenti. Sempre l’Articolo Due, sezione 1 della Costituzione stabilisce che a ogni stato debba essere garantito un numero di voti elettorali pari alla


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somma dei suoi rappresentanti al Congresso e dei suoi due senatori. Pertanto la Florida, divisa in ventisette distretti congressuali dal censimento del 2010, ha diritto a ben ventinove voti elettorali. Al giorno d’oggi, la totalità di questi ultimi è fissata a 538: tutti i voti dei cinquanta stati più tre delegati del Distretto di Columbia. Il candidato che ottenga la maggioranza assoluta di questi, ovvero 270, ottiene la presidenza. Ne consegue che, come nel caso di Ros Perot, nonostante quanti voti popolari un candidato guadagni a livello nazionale, egli potrà non ricevere nessun voto elettorale ad urne chiuse, non avendo totalizzato la maggioranza assoluta in uno stato richiesta per riceverne il sostegno a dicembre. Questo particolare sistema è stato però negli ultimi tempi al centro di un fervente dibattito politico riguardo alla sua capacità di rappresentare il volere della popolazione: in tutta la storia degli Stati Uniti ci sono stati cinque casi in cui il presidente ha ottenuto il numero sufficiente di voti elettorali per conseguire la vittoria, nonostante avesse perso il voto popolare rispetto al suo sfidante. Famosa da questo punto di vista è stata l’elezione del 2000, ma

più recentemente nel 2016 Donald Trump ha ottenuto l’accesso allo Studio Ovale, con in totale 304 voti elettorali, tuttavia con circa 3 milioni di voti popolari di svantaggio. Ma si ritrova proprio qui il valore del Collegio Elettorale: esso permette agli stati minori di non essere ogni volta ignorati dai candidati e surclassati dai loro più popolosi vicini, riconoscendo al contempo a questi ultimi maggiore rilevanza proprio per la loro più numerosa popolazione residente. Mancano tre settimane all’Election day 2020: tre settimane ci separano dal vedere in azione la mitica democrazia statunitense.


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Jacopo Palazzolo, 2C Francesco Vaccaro, 5aa

Azerbaijan – Armenia: uno scontro mai sopito Nelle ultime settimane il Caucaso meridionale è ripiombato nel caos con uno scontro che si fa sempre più violento tra Armenia e Azerbaijan per il controllo della regione del Nagorno-Karabakh e il rischio è che l’intera area geografica, che si regge su equilibri fragilissimi, si destabilizzi. Ma cosa sta accadendo esattamente? Il 27 settembre, all’alba, nel Nagorno-Karabakh si verifica una serie di bombardamenti che colpisce numerosi insediamenti civili e aree di Stepanakert, capitale dell’autoproclamata Repubblica dell’Artsakh. Immediata è la reazione dei governi armeno e azero che si accusano reciprocamente di aver iniziato per primi l’offensiva, con il Presidente dell’Artsakh, Harutyunyan, che individua nell’Azerbaijan l’iniziatore del conflitto armato. Sta di fatto che nel giro di pochi giorni la regione è caduta in un nuovo scontro violento tra armeni e azeri dopo anni di stallo che avevano sancito una sorta di protettorato armeno sul Nagorno-Karabakh (di conseguenza è più probabile che lo

“status quo” sia stato infranto dall’Azerbaijan). Sabato 10 ottobre, dopo ben 10 ore di trattative mediate dal ministro degli Esteri russo Lavrov, sembra che i due paesi abbiano concordato un cessate il fuoco per scambiarsi prigionieri e feriti. Tuttavia già nelle ore successive armeni e azeri si accusano reciprocamente di aver violato la tregua e gli scontri armati riprendono quasi ininterrotti. Questa è la prova di una situazione ormai ingestibile che necessita di essere affrontata dalla comunità internazionale. Perché così tanto astio? La principale causa del conflitto è il fattore etnico. Questi due popoli infatti sono etnicamente molto diversi: gli azeri sono di origine turca e di religione musulmana, gli armeni, di fede cristiana, sono un popolo presente nell’area caucasica e anatolica fin dai tempi antichi e discendono dal popolo ittita che occupava la zona migliaia di anni fa.


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Questi popoli sono in guerra da almeno cinquecento anni ma nei periodi della sottomissione all’Impero russo prima e all’Unione Sovietica poi le loro rivalità sono state tenute sotto controllo. Il Nagorno-Karabakh è una regione ufficialmente sotto il controllo azero ma “de facto” autogovernata con influenza armena sotto il nome di Repubblica dell’Artsakh, un soggetto politico riconosciuto solo da altri tre paesi a loro volta riconosciuti solo parzialmente, come la Transnistria o l’Ossezia del Sud. La regione è popolata quasi esclusivamente da armeni, e durante il controllo sovietico era riconosciuta come “oblast” (l’equivalente delle regioni italiane nell’URSS) autonoma della allora Repubblica Socialista Sovietica Transcaucasica, ma dopo il collasso dell’URSS è stata assegnata all’Azerbaijan. Subito dopo l’indipendenza sono riesplose le rivalità tra i due stati anche per la regione del Nakhchivan, una regione azera ma non collegata con il resto del paese poiché era una regione a maggioranza turca a causa del terribile e ormai quasi dimenticato genocidio degli armeni ad opera degli ottomani nel 1915, che causò più di un milione e mezzo di morti ed eliminò dalla regione la quasi totalità degli abi-

tanti armeni. La prima guerra aperta si è avuta dal 1992 al 1994 con l’invasione del Nagorno-Karabakh da parte dell’Azerbaijan, dopo che la regione nel 1991 aveva dichiarato l’indipendenza tramite referendum. Nel 2012 le tensioni si sono riaccese e sono culminate in una guerra di 4 giorni nell’aprile 2016. Al momento la paura più grande è quella di un intervento straniero, in particolare turco in favore dello storico alleato azero. Infatti l’Armenia è un territorio strategico per la Turchia “ottomanista” di Erdogan perché consente il collegamento all’Azerbaijan e quindi al Mar Caspio e ai suoi alleati in Asia centrale. È tanta infatti la paura della popolazione armena di un eventuale ingresso in guerra della Turchia per paura di nuove operazioni di pulizia etnica. La partecipazione turca potrebbe essere un nuovo campo di battaglia tra potenze mondiali, poiché l’Armenia può contare sul suo più grande alleato: la Federazione Russa. La regione quindi potrebbe diventare una nuova zona di scontri tra la Russia di Putin e la Turchia di Erdogan.


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Le due potenze si stanno già scontrando in altre due aree geopolitiche: la Libia e la Siria. In Libia la Russia sostiene l’esercito del generale Haftar, mentre la Turchia sostiene il governo di al-Sarraj. In Siria invece la Russia si trova dalla parte del governo di Bashar al-Assad, mentre la Turchia è dalla parte dell’Esercito Siriano Libero. Tuttavia c’è anche un’altra ragione alla base di questa guerra, come nel caso

della Libia: la questione economica, poiché l’Azerbaijan è un paese ricchissimo di gas naturale e petrolio e questo elemento spinge anche molti altri paesi ad interessarsi alla situazione nell’area, tra cui l’Italia, che ha proprio il paese azero come maggiore fornitore di oro nero dopo l’Iraq. Al momento però il nostro Paese sembra non esserne consapevole, visto che l’opinione pubblica italiana è molto poco informata (e interessata) sui fatti.


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Giulia Burigotto, 5bb

Alla ricerca di un diritto che sembra non esserci In queste ultime settimane ha destato stupore tra l’opinione pubblica un episodio alquanto singolare: nel cimitero Flaminio, a Roma, è stato rinvenuto un piccolo campo comune contenente tombe di feti abortiti recanti una croce di ferro e il nome delle madri, all’oscuro di tutto ciò. Le donne non avevano assolutamente espresso la volontà di rendere sepoltura ai piccoli cadaveri, tuttavia non solo questi sono stati seppelliti, ma anche rispettando la legge. La legislazione italiana, nella sua ambiguità, stabilisce infatti che fino alle venti settimane di gestazione non si tratti di un vero e proprio feto ma di un “corpo non riconoscibile”, destinato quindi a essere smaltito attraverso l’incenerimento (a meno che i genitori o i parenti non ne richiedano il recupero), mentre dalle venti settimane in poi il piccolo feto acquisisce personalità giuridica ed ergo il pieno diritto di ricevere degna sepoltura, a prescindere dal desiderio della madre. Lo stesso sacerdote don Maurizio Gagliardini, fondatore dell’Associazione “Difendere la vita con Maria”, ribadisce l’importanza di considerare i feti come esseri umani e non spazzatura,

tanto da impegnarsi in prima persona della loro sepoltura, ma sottolinea anche che l’ente benefico di cui fa parte non indaga sulle ragioni di un aborto (spontaneo o volontario), preserva la privacy delle persone che si rivolgono a esso e non aggiungono simboli religiosi alle lapidi mortuarie. Il prete ritiene il sepolcro un segno di civiltà ancor prima di fede, non riscontrando la necessità di apporre una valenza religiosa. Come è possibile allora che si sia verificata una situazione del genere? Le ragioni vanno ricercate nelle radici culturali e sociali che caratterizzano il popolo italiano. Seppur nel nostro paese l’aborto, in determinate circostanze, sia permesso grazie alla legge 194, approvata nel 1978 e riconfermata dai referendum del 1981, l’opinione generale resta ancora molto divisa a riguardo, tanto da dar vita a manifestazioni in favore dell’abolizione di tale normativa. E’ innegabile l’influenza della dottrina cattolica, per sua stessa natura ancora molto arretrata e bigotta, (basti ricordare il giudizio operato in questi giorni dalla Chiesa riguardo l’eutanasia) che in decenni in decenni ha


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contribuito a creare un clima di forte oscurantismo culturale diffuso in tutto il territorio e affrontato con fatica dalla campagna dei Radicali durante gli anni ’70 e ’80 e nei giorni nostri con piccole battaglie che hanno portato, ad esempio, alla concessione della pillola dei cinque giorni anche alle minorenni, senza bisogno di prescrizione medica. La tesi su cui si fonda il movimento contrario a questo tipo di pratica consiste nel considerare l’embrione dei primi mesi di gestazione già come un individuo, pur essendo privo di una coscienza e della possibilità di sopravvivere all’infuori dall’utero materno, e conseguentemente, l’aborto come l’assassinio di un essere vivente, perseguibile dalla legge. Risulta allora comprensibile la nomina delle madri sulle tombe dei feti abortiti, al fine di rendere conoscibili i nomi e mettere alla gogna le colpevoli di tale uccisione. A questo punto mi permetto di esprimere le mie considerazioni riguardo alla questione. Innanzitutto bisogna compiere un’attenta analisi della media di aborti in Europa e in Unione Europea, più alta di quella italiana. Difatti il nostro paese è superato da stati come Francia, Inghilterra, Spagna, Portogallo e Svezia, a testimoniare la bassa tendenza ad abortire nella nostra penisola. Una volta accertati che

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non ci sono poi così tante assassine, la nostra attenzione può spostarsi sulla soggettività delle donne che decidono di intraprendere questa strada. L’ aborto non è un intervento meccanico, ma una scelta sofferta, talvolta obbligata e nemmeno desiderata. Come prevede la legge, in molti casi intervengono complicazioni di carattere fisico, che rendono la gravidanza stessa pericolosa per l’organismo che ospita il bambino, talvolta complicazioni economiche e sociali, come la mancanza di un lavoro stabile o la giovane età, talvolta complicazioni psicologiche. Come ribadiscono medici e sostenitori, l’aborto non è mai la scelta preferibile, non a caso si insiste notevolmente sui metodi contraccettivi e sul supporto economico e psicologico per futuri genitori, tuttavia è spesso l’unica possibilità, ma, finchè non si vivono certe situazioni, probabilmente non è permesso esprimere un giudizio. Il mio articolo si conclude proprio così, con una domanda: è comprensibile, anche se con grande sforzo, che qualcuno ritenga sbagliata questa pratica, tuttavia, con che diritto questo può imporre la propria posizione su un’altra persona? Io non lo so.


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Cultura 19

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Andrea Scuratti, 5cc

Storia della politica degli insulti “Sappiamo tutti che il qui presente Trump è un bugiardo e un clown!”, esclamò Biden durante lo scontro sul palco con Trump, il quale prontamente rispose: “Non hai un briciolo di intelligenza, ti sei diplomato come ultimo della classe!”: con questa dissacrante ironia i due candidati alle presidenziali si rivolgevano l’uno all’altro circa un mese fa. A noi sembrano gli screzi tra due ragazzini del tipo “Sei cattivo!” e l’altro di tutta risposta “E allora non ti invito al mio compleanno!”, il tutto accompagnato da una linguaccia, ma in realtà è sempre stato così: Seneca il giovane, famosissimo filosofo stoico e precettore dell’imperatore Nerone, scrisse nell’Apokolokyntosis (opera dal titolo illeggibile, ma molto divertente, che narra della “divinizzazione di uno zuccone”) della morte dell’imperatore Claudio, testardo e sciocco di prima categoria, e dei suoi ultimi istanti durante un bacchetto; queste le parole dell’imperatore: “Povero me, me la sono fatta sotto.” E poi Seneca continua con: “Se lo abbia fatto, non lo so: sicuramente ha scagazzato dappertut-

to”. Seneca non solo rende assai comica la morte dell’ex imperatore, ma col verbo concacavit sottolinea la quantità di stronz... di stupidate (altrimenti non mi pubblicano l’articolo, capitemi) che ha fatto durante la sua carriera. Ma voi, attentissimi lettori di EtCetera potreste dirmi: “Ma Andrea, questa è satira, non era un suo diretto rivale, e in più Claudio era già morto.” e io ve ne potrei dare ragione; ecco che allora vi ripropongo un caro e vecchio amico, Cicerone, che nella Filippica XIII si riferisce in questi termini a Marco Antonio: “Che ti venga un colpo secco e tutte le malattie possibili e immaginabili, brutto bastardo!”; sicuramente non è uno con i peli sulla lingua il nostro avvocato. Nella Pro Caelio, una delle sue orazioni più famose, invece, accusa Clodia, sorella del tribuno della plebe Clodio, di essere una “donna dai facili costumi”... dubito che pubblicheranno questo articolo... Celio era un aristocratico ro-


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Cultura

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mano, accusato di tentato omicidio nei confronti di Clodia: la signorina, conosciuta in tutta Roma per la sua schiera di amanti, non avrebbe mai potuto immaginare la difesa di Cicerone per il suo assistito: “Supponiamo che una donna senza marito abbia spalancato la sua casa alle voglie di tutti, che si sia messa a condurre una vita da prostituta (lui non usa proprio questo termine, ma ci siamo capiti) [...] Proprio perché gli accusatori sostengono che da te (n.d.a. Clodia) viene l’accusa, [...] ammettiamo che una donna di questo genere esista - sicuramente che non ha per nulla a che fare con te (Cicerone e l’ironia, che canaglia) - una donna che vive e si comporta come una prostituta. Ora, se quella donna non sei tu, come io preferisco pensare, che hanno da rinfacciare a Celio? Se invece pretendono che quella donna sei tu, che abbiamo noi da temere da una simile accusa, quando tu per prima la spregi?” E se credete ancora, cari lettori, che Cicerone sia quello che tutti voi continuate a tradurre ogni giorno, vi porterò un’ultima prova della capacità che quest’uomo aveva di insultare: “E sarebbe possibile trovare, in tutta quanta l’Italia, un avvelenatore, un parricida, un falsificatore di testamenti, un

bandito, un crapulone, un libertino, un adultero, una donnaccia, un corruttore di giovani, un depravato, un disperato che non ammetta di aver vissuto in stretta intimità con Catilina?”. Ed elencando tutta la gente che era a contatto con il nemico della repubblica romana, lui non fa altro che descriverlo, sotto ogni suo aspetto. C’era anche, però, chi non poteva insultare a destra e a manca, quando desiderava: Orazio, che vive durante il secondo triumvirato e il principato augusteo non poteva di certo insultare il regime vigente, a meno che non volesse morire, questo è chiaro. Ecco che egli allora all’interno delle sue Satire se la prendeva con personaggi politici fittizi o di poco conto, per evitare, in poche parole, di finire come un maiale al macello. Gli insulti nell’antica Roma viaggiavano più veloci del vento, tra politici, avvocati, poeti, letterati e senatori forse ancor più che tra il “popolino”: vi consiglio la lettura degli Epigrammi di Marziale o del Liber di Catullo, le sue non sono solo poesie d’amore, io sono rimasto sconvolto da certa cattiveria. Ma quindi, in definitiva, cosa possiamo imparare da questo? Che l’insulto è connaturato in noi, ma dobbiamo stare attenti: insultare gratuitamente


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non serve a nulla. Ci siamo evoluti (più o meno... chi più chi meno) e dobbiamo imparare a rispettare l’altro, anche e soprattutto se ha un’opinione diversa dalla nostra. Gli Italiani in questo sanno sempre farsi distinguere, ecco, forse questo è uno dei segnali della nostra discendenza dai Romani (anche se poi dovremmo parlare di tutte le migrazioni, delle conquiste dei Longobardi, dell’arrivo dei barbari, di Carlo Magno... ma noi non ne parleremo). Come ultima cosa: se qualcuno dice che la parola “gratis” è inglese, che gli venga un colpo e tutte le malattie possibili ed immaginabili!

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Scuola 22

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Daniele Riso, 4FF

Un rientro a scuola particolare È passato ormai un mese da quando siamo tornati a scuola. Fin dal primo giorno abbiamo portato con noi lo zaino, il diario nuovo, gli auricolari, la nostra maglietta preferita, i compiti fatti, tanta voglia di studiare... Ma no, che dico, un terzo dei compiti (se va bene) e tanta voglia di dormire, semmai. A parte gli scherzi, purtroppo, insieme alle solite cose, quest’anno abbiamo dovuto aggiungere al nostro “equipaggiamento di sopravvivenza” altri “gadgets”: gel disinfettante e mascherina. La new entry “gel disinfettante”, almeno per me, non è poi così male dato che dona una sensazione di freschezza che non dispiace, a parte quando si hanno dei tagli sulle mani (ahia, in quel caso sì che brucia!). Per quanto riguarda la mascherina, invece, penso che tutti siamo d’accordo sul fatto che non sia piacevole indossarla per quattro/cinque/sei ore consecutive con il rischio di morire soffocati o fucilati dai professori perché, magari, mentre stiamo mangiando la merenda, rivolgiamo per un secondo la parola al vicino di banco con la bocca scoperta. Ecco, ho toccato un tasto dolente, la mancanza di un compagno di banco.

Come sopravviveremo senza quella persona con cui si scambiano le risate durante le lezioni ed i suggerimenti durante le interrogazioni? Nessuno lo può sapere. Eppure, sono sicuro che ce la faremo. Anche se ci mancheranno alla follia gli intervalli a navigare tra le masse di gente per i corridoi, le merendine delle macchinette e il caffè (purtroppo quest’anno non potremo contare nemmeno su di lui per stare svegli durante le lezioni), le conferenze in aula magna, il rischio di essere travolti mentre si sale sull’autobus...(no ok, forse questo no), la mascherina non nasconderà le nostre risate alle battute dei prof, i nostri pianti per le interrogazioni imminenti, i nostri occhi a cuoricino per la/il tipa/o che ci piace (ma almeno i brufoli sì!). Non cancellerà le nostre esperienze, le nostre passioni, le nostre vittorie, le nostre sconfitte, i nostri sogni e la nostra voglia di apprendere, non per forza le declinazioni o i teoremi, la filosofia di Platone o le scoperte di Newton, ma sicuramente l’importanza di essere parte di un gruppo, di una famiglia, di una comunità, di un mondo fantastico, che è il Majo.


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Attualità 23

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Emma Borgonovo, 4bb

Originali inside “Tutti nascono come originali, ma molti muoiono come fotocopie”. Questo aveva capito Carlo, beato millennial: il rischio dei giovani, ma non solo, di rinunciare alla propria unicità e ai propri talenti per omologarsi e perdere la bellezza dell’anima, caratteristica di ognuno di noi. Per chi si sente solo, per chi si sente perso, per chi vive in una società in cui tutti sono connessi con tutti e possono raggiungere chiunque in pochi secondi con un messaggio, eppure si sentono sempre più isolati e privi dell’amore e dell’amicizia genuine, Carlo Acutis è un’àncora. Non un esempio da invidiare, assolutamente no, ma da accogliere e imitare con entusiasmo. Solitamente, nell’immaginario collettivo, la Beatitudine viene attribuita a persone dalla barba bianca, anziane, mature e forse, diciamo la verità, noiose. Sì, perché per diventare beato bisogna condurre una vita casta, priva di ogni piacere, pregare mattino, mezzogiorno e sera... Una vita completamente fuori moda rispetto agli ideali del XXI secolo. Eppure, c’è un ragazzo giovane, Carlo, intelligente, appassionato di informatica, che ha frequentato il liceo classico all’Istituto Leone XIII di Milano, ma colpito a soli

15 anni da una leucemia fulminante. Ecco, Carlo, che potremmo definire uno “smart guy”, ha dimostrato il contrario: la beatitudine non è assolutamente privazione ma pienezza di Dio. Egli ha vissuto la sua vita coltivando un’amicizia profonda con il Signore, è rimasto innamorato dell’Eucarestia e grazie alla sua passione per l’informatica ha allestito sul web una mostra dedicata ai miracoli eucaristici. Papa Franceso, chiamando Carlo “Beato millennial”, ha affermato: “Egli non si è adagiato in un comodo immobilismo, ma ha colto i bisogni del suo tempo, perché nei più deboli vedeva il volto di Cristo”. Quante volte ci sentiamo impotenti di fronte alle difficoltà, senza speranza, abbiamo paura del vuoto e ci chiudiamo in noi stessi, creando barriere che ci separano dagli altri, pensando che ci proteggano. E invece Carlo ha capito che bisogna sconfiggere quella cella claustrofobica in cui ci siamo rinchiusi. Possiamo aprirci a Dio, lasciare che il Suo Amore invada il nostro cuore e non avere paura di amare, come dice S. Giovanni: “Nell’amore non c’è paura; anzi, l’amore perfetto caccia via la paura, perché chi ha paura teme un


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Attualità 24

castigo. Quindi chi ha paura non è perfetto nell’amore”. Carlo Acutis è stato proclamato beato sabato 10 ottobre, nella Basilica di San Francesco ad Assisi e sarà celebrato ogni anno il 12 ottobre.

Vignette e meme

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La redazione Caporedattore: Giacomo Longoni, 5bb Impaginatore: Marco Cesana, 5aa Hanno collaborato: Sheeza Habib, 3F Valentina Nieddu, 5aa Elisa Basilico, 4bb Rebecca Marasco, 4bb Emma Borgonovo, 4bb Giulia Burigotto, 5bb Andrea Scuratti, 5cc Francesco Vaccaro, 5aa Jacopo Palazzolo, 2C Daniele Riso, 4FF Luca Saracho, 3F Matteo Bontempo, 3H Carolina Molteni, 5aa Sofia Castiglioni, 5bb GBC, interno

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