EtCetera n° 1 | ottobre 2017
il giornalino degli studenti
L’editoriale del Caporedattore di Filippo Vergani 4cc Democrazia è libertà Al Majorana è tempo di votare, espressione più alta della democrazia. Domani eleggeremo i nostri rappresentanti al Consiglio d’istituto, attraverso un esercizio democratico. Non sottovalutiamo l’importanza di questo gesto e gioiamo della libertà che abbiamo; pensiamo alle immagini di violenza e di repressione che giungono da Barcellona. Ricordiamo tutte le persone che domenica in Catalogna e in mille altre occasioni hanno versato sangue per votare, per non rinunciare alla libertà. Democrazia è eleggere i propri rappresentanti e poter essere eletti, ma soprattutto libertà di parola. Per questo inauguro il primo editoriale di EtCetera con un appello a tutti voi studenti affinché sfruttiate il giornalino per esprimere le vostre idee e opinioni, per far capire a tutti che siete liberi!
Interviste ai candidati
Cultura dello stupro Quando le vittime vengono colpevolizzate
Spagna e Italia a confronto la lunga battaglia per la democrazia
Dunkirk
l’articolo di Alessandro De Marchi, a pagina 22
EtCetera | Liceo Majorana Desio
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Indice
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Interviste ai candidati.......................3 Terra di tutti e di nessuno...........11 Cultura dello stupro........................12 Spagna e Italia a confronto.......15 Dunkirk....................................................17 Le ultime parole famose..............22 Festa del peperoncino..................24 Giochi.......................................................27 Vuoi partecipare anche tu? Ci vediamo alla prossima riunione venerdĂŹ 27 ottobre, non mancare! Manda il tuo articolo a etceteramajorana@gmail.com
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Alessandro Bruzzano, 4aa
Interviste ai candidati Anche quest’anno siamo giunti agli ultimi giorni di campagna elettorale. Ormai le idee dovrebbero essere chiare per tutti, ognuno dovrebbe già sapere chi votare. Magari tu no, tu che sei uno studente di prima e che dopo neanche un mese per ambientarti al meglio e capire bene come funzionano i vari meccanismi del Majo sei già chiamato ad esprimere il tuo voto per decidere chi ti rappresenterà quest’anno. Nel disperato tentativo di trovare il candidato che ti rispecchia segui attentamente la campagna di tutte le liste e non manchi all’imperdibile dibattito. Dopo aver trascorso ore ed ore ad esaminare ogni singola proposta non sai ancora chi scegliere, e giorno dopo giorno il tuo umore cala, quando ti accorgi che manca un solo giorno alla votazione. Oppure tu potresti essere uno studente di quinta, triste, rassegnato, perché anche quest’anno i candidati non somigliano minimamente ai rappresentanti che c’erano durante i tuoi primi anni al liceo. Loro sì che erano veri rappresentanti, fieri, onesti, leali. Fermamente convinto che la politica sia ormai ridotta alla mera propaganda, che i politici di oggi tutto promettano e nulla mantengano, ti avvii così, svogliato, non-
curante di ciò che avviene all’interno della scuola, alla tua ultima votazione al Majo. Il giorno prima della votazione ti ricordi che questo sarà il tuo ultimo anno in questa scuola, tra queste mura, e vuoi che questo anno sia indimenticabile, perfetto, sotto ogni punto di vista. Improvvisamente vuoi il bene della scuola, perché sai che questo coincide con il tuo bene. Per un attimo pensi di candidarti a rappresentante d’istituto, per rendere la scuola un posto migliore, per lasciare un segno della tua presenza, ma ti accorgi che ormai è troppo tardi. Ormai l’unica cosa che puoi fare è votare il candidato giusto. Tu però non hai seguito affatto la campagna elettorale, non sai quali siano le proposte di ogni lista, quindi, consapevole di non poter più fare alcunché, inizi a contare le ore che mancano alla votazione, rimpiangendo tutte le occasioni che hai avuto, ma che hai sprecato, per aiutare la scuola. Che tu sia uno degli studenti che ho descritto, o che tu non lo sia, se sei indeciso su chi votare, ma anche se non lo sei – considerala un’occasione per comprendere se il candidato che stai per votare sia effettivamente quello più giusto – ti propongo le interviste alle tre liste di quest’an-
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no, le cui proposte, diverse tra loro, hanno come base una migliore comunicazione con gli studenti. UOVOLISTA Questa è l’intervista a Uovolista, il cui motto è “ci sbattiamo per voi”, e i cui componenti sono Davide Ferloni (5A), Stefano Perdicchia (4I), Tommaso Pirola (5I), Andrea Galimberti (4I). In che modo vorreste stimolare la collaborazione tra studenti per l’alternanza? Noi vogliamo stimolare la collaborazione tra studenti perché non tutte le nuove terze sanno esattamente cosa sia l’alternanza scuola-lavoro, cosa debbano fare negli anni che verranno. Vorremmo quindi organizzare degli incontri con i ragazzi delle quinte perché è già da tre anni che fanno alternanza scuola-lavoro e saranno i primi ad uscire dal liceo avendo fatto l’alternanza scuola-lavoro. A questi incontri potrebbero partecipare ragazzi che hanno avuto grandi esperienze di alternanza scuola-lavoro e i ragazzi di terza, o anche di quarta, se ne hanno bisogno, in cui si discuta e si aiutino i ragazzi a rispondere a domande come cosa sia l’alternanza scuola-lavoro, cosa si debba fare, come si registrino le ore, a quali progetti aderire e come. Una cosa importante che vogliamo fare
è un sondaggio per capire se organizzare un evento pomeridiano, un’assemblea di due ore con una presentazione in aula magna per le terze, se fare un’intera giornata dedicata a tutti, in cui prime e seconde si possano informare sull’alternanza scuola-lavoro, mentre terze, quarte e quinte vengono indirizzate verso i percorsi cui più sono adatti. Ci spiegate meglio la questione del bar a scuola, che in molti non hanno sentito perché è stata discussa alla fine dell’assemblea quando molti se n’erano già andati? Il bar è un progetto a cui gli alunni sono molto interessati, e noi ci impegneremo a portarlo avanti se ci sarà la possibilità. Momentaneamente (questa dichiarazione è stata fatta in data 29 Settembre) non c’è. Hanno detto che questa sera se ne parlerà? Bene, se stasera ci sarà la proposta di fare questo bar, noi ci impegneremo ad aiutare nella realizzazione di questo progetto. Se ne occuperanno quelli che vinceranno il bando, quindi noi non avremo più diritto sulla casa del custode. I rappresentanti non possono fare molto in materia se non aiutare una volta che ci sarà il bando. La comunicazione tra rappresentanti e studenti è uno dei punti fondamentali della vostra campagna,
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e sfocia nella tanto attesa MajoApp, proposta da molti anni ma mai realizzata prima. Voi finalmente ce l’avete fatta. Spiegateci in cosa consiste. Per il momento, come è stato detto nella presentazione, è un progetto scolastico che si svilupperà insieme agli studenti stessi, con le loro opinioni, e magari qualcuno tra gli studenti, se ne è in grado, potrebbe collaborare alla creazione, nella scrittura del codice dell’applicazione. È un progetto che per ora funziona, come è stato dimostrato durante la presentazione, ma certamente sorgeranno dei problemi, perché è una prima versione. È però un passo importante rispetto agli anni scorsi, perché non viene soltanto messa tra le proposte per prendere dei voti, ma è stata presentata. Vedremo come distribuirla, come funziona, ma che sia chiaro: non si possono muovere critiche su come non funzioni bene perché è un progetto in sviluppo, e si svilupperà negli anni. Però la MajoApp c’è. Il problema della rotazione delle classi affligge il nostro liceo da ormai 2 anni. Cosa proponete di fare per risolvere questo problema? Noi ci impegniamo ad avere un dialogo con le classi che ruotano, ma anche con tutte le altre, perché in fin dei conti una buona percentuale della scuola, a prescindere
che sia la classe stessa a ruotare o chi va in laboratorio di scienze, in realtà ruota, perché deve liberare la propria aula. Anche qui inizialmente ci sarà un dialogo in cui emergeranno gli eventuali problemi e aspetti positivi e si porterà in consiglio la voce degli studenti; magari anche le proposte, perché non è detto che gli studenti non abbiano delle buone idee. In consiglio poi si valuteranno tutti gli aspetti e le questioni materiali ed economiche. Riuscirete a restaurare Majosuona? Noi non proponiamo la soluzione per il Majosuona, ma innanzitutto, come per altre iniziative, un dialogo con chi di dovere, con gli studenti in primis, per valutare quali siano le difficoltà legate al Majosuona e quali le migliorie che si possono apportare. Questo permetterà di far sorgere i problemi e noi, insieme agli studenti, potremo proporre delle soluzioni. Ci é stato scritto nei commenti su Instagram che la difficoltà principale è il fatto che abbiamo un impianto nuovo in aula magna, un impianto delicato che i professori non vogliono che gli studenti del Majosuona utilizzino, perché c’è il rischio di rovinarlo. Eventualmente saremmo anche disposti a fornire parte del fondo studenti per acquistare il materiale necessario, come strumenti o un amplifi-
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catore. Ci sono tantissimi studenti in questa scuola che suonano strumenti ma che non hanno un gruppo; sarebbe carino magari a fine anno fare qualcosa creato insieme. Cos’ha la vostra lista in più delle altre? Convincete gli studenti a votarvi. Innanzitutto i baffi. Un altro aspetto importante è il fatto che durante l’assemblea le altre liste non hanno mosso critiche verso le nostre proposte che sono le più realizzabili. Sono punti concreti, numerosi, e che gli studenti apprezzano. Nelle altre liste ogni singolo punto è stato messo a critica. Una cosa interessante della nostra lista è costituita dai sondaggi, perché rivoluzionano quello che è il rapporto tra gli studenti e i loro rappresentanti. Spesso, negli anni passati, una volta eletti, i rappresentanti procedevano indipendentemente dagli studenti che li avevano votati. Noi, grazie ai sondaggi, saremo perennemente in contatto con gli studenti stessi. EVERLIST Ecco l’intervista a Everlist, la lista che resta, composta da Francesca Riva (4c), Beatrice Corti (4c), Silvia Pigazzi (4c) e Giorgia Cassano (4c). In merito al rinnovamento del campo da basket, troverete i fondi necessari per la realizzazio-
ne di un progetto da tanto tempo proposto ma mai realizzato? Per quanto riguarda il campo da basket abbiamo già parlato col comitato genitori e ci siamo informate sui costi. Noi ci eravamo interessate soprattutto al rinnovamento della pavimentazione, però non è molto fattibile. Quindi ci siamo informate sul rinnovamento delle linee e dei canestri, che con delle cifre contenute si può realizzare. Se vogliamo che sia una ditta a farlo costerà al massimo 500 euro, oppure possiamo farlo direttamente noi grazie ai Majutanti. Ci impegneremo per cambiare anche la pavimentazione, ma è necessaria l’approvazione della provincia, quindi dobbiamo prima sviluppare un progetto che sia ben fatto e per farlo ci serve l’autorizzazione della scuola a fornire i dati. In genere se il progetto è ben fatto e si trovano anche i fondi la provincia approva. L’imbiancatura delle aule ha già ottenuto il consenso della preside. Voi promettete dieci ore di alternanza scuola-lavoro per gli studenti del triennio. Riuscirete adesso a coinvolgere gli studenti del biennio? È un progetto che è più improntato ad essere svolto dagli studenti del triennio perché fornisce anche dieci ore di alternanza scuola-lavoro. Se gli studenti del biennio facessero
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richiesta sarebbe possibile farli partecipare. È un progetto che non riguarda solo quest’anno ma è continuo, quindi interesserà i ragazzi di prima e seconda negli anni prossimi, di modo che si possa avere un rinnovo continuo delle aule che possa giovare all’alternanza scuola-lavoro di chi verrà nei prossimi anni. La cogestione non è frequentatissima, e questo è già noto. L’anno scorso è stata incitata la presenza offrendo un braccialetto del Majo agli studenti presenti. Cosa farete quest’anno per stimolare la presenza alla cogestione? Anche quest’anno potremmo offrire dei gadget ai ragazzi presenti e in più potremmo fare dei sondaggi rivolti a tutti gli studenti affinché possano scegliere delle attività più interessanti, più coinvolgenti. Potremmo eliminare alcune attività un po’ ripetitive e che sembrano uguali tra loro, indirizzandoci su campi completamente diversi tra loro, facendo anche scegliere agli studenti alcune attività. Verranno utilizzate le assemblee di istituto al meglio per affrontare temi culturali e attuali importanti, capaci di stimolare l’interesse degli studenti? Abbiamo pensato come argomenti di base il femminicidio e l’immigrazione, perché sono di grande
attualità. Abbiamo già fatto in passato un’assemblea sull’Isis e sul terrorismo, che si potrebbe riproporre. Possiamo ancora fare dei sondaggi per far scegliere agli studenti quali temi trattare. Possiamo anche usare la mail per raccogliere proposte. Durante queste assemblee inviteremmo ospiti esterni alla scuola a parlare, ma saranno soprattutto gli studenti ad essere i protagonisti; lo spazio agli esperti sarà più limitato. Migliorare la comunicazione tra rappresentanti e studenti è una proposta comune a tutte le liste di quest’anno e anche a quelle degli anni precedenti. L’anno scorso si è pensato ad una scatola in cui inserire le proprie proposte scritte su un foglio. Voi avete pensato ad una mail interna a tutti i rappresentanti. Personalmente lo ritengo un passo avanti. Sussiste comunque un problema che gli studenti si potrebbero porre: sarà questa comunicazione tra rappresentanti e studenti così vivace e diretta come proponete? Pensiamo che sia una cosa molto fattibile, anche più efficace delle caselle della posta, in quanto i bigliettini messi nelle caselle erano anonimi; le mail invece, a meno che uno crei un indirizzo falso, non sono anonime. Si potrebbe scrivere sulla mail ma comunque i rappresentanti sono sempre presenti e
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non sarebbe un problema parlare con loro, anche dal vivo, in qualsiasi momento della giornata. Noi non crediamo che sia opportuno, senza criticare alcun punto, avere un orario, come dei docenti, in cui discutere. Con noi si può parlare anche nei corridoi e scrivere una mail se non si ha il numero del rappresentante. Ci impegneremo a leggere tutte le mail e a rispondere ad esse. Cos’ha la vostra lista in più delle altre? Convincete gli studenti a votarvi. Sicuramente il nostro nome, Everlist, parla da sé perché è “la lista che resta”, nel senso che tra noi collaboriamo benissimo, quindi, se una di noi dovesse essere eletta, nel caso in cui incontri difficoltà, avrà sempre l’appoggio delle altre. In questo modo offriremo un servizio efficace e continuo cosa che è mancata negli anni scorsi, perché i rappresentanti tra di loro non collaboravano al meglio, mentre, nel nostro caso, si avrebbe una sorta di appoggio da dietro le quinte. LISTABENE Ultima, ma non per importanza, c’è ListaBene, che promette di riscrivere bene il nostro futuro, e che è formata da Paolo Rossini (5I), Mattia Gazzetta (5I), Davide Mercandalli (5I), Lorenzo Romano (5I) e Davide Pozzi (5I). Il ballo di fine anno è un’iniziativa
che attrae moltissimi studenti. Finora è stata limitata solo al triennio; voi volete estenderla a tutti gli studenti della scuola. Riuscirete a trovare un luogo in cui farla, poiché siamo più di mille studenti, e sarete in grado di coinvolgerli tutti? Trovare un luogo in cui farla sicuramente non sarà il problema principale perché è una questione che abbiamo già affrontato, altrimenti non avremmo proposto questo punto. Non ci sarà alcun costo di noleggio e il luogo in cui si svolgerà il ballo verrà messo a disposizione del Majorana. Per quanto riguarda il fatto di coinvolgere tutti gli studenti, l’anno scorso ci siamo mossi un po’ in ritardo perché è stata una cosa che ci hanno proposto i rappresentanti d’istituto. Quest’anno per prima cosa vogliamo riuscire ad avere il consenso della preside, così da poter pubblicizzarlo in tutte le classi, cosa che l’anno scorso non è stata fatta, e appendere dei volantini. Già facendo queste cose gli studenti verranno a conoscenza dell’evento e saranno portati a partecipare. Gli eventi sportivi ormai consistono praticamente nel solo torneo di calcetto. Voi volete che quest’anno l’affluenza ai tornei di basket e pallavolo sia maggiore di quella dell’anno scorso. In che modo porterete gli studenti a partecipare a questi eventi sportivi?
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L’anno scorso il torneo di basket non è stato organizzato da noi, e noi vorremmo cambiare organizzatore. Vorremmo pubblicizzarlo meglio, perché, a differenza del calcetto, per cui giravano per le classi, per basket e pallavolo non è avvenuto ciò. Vogliamo invogliare le persone a partecipare e a non abbandonare il torneo come è accaduto lo scorso anno. Per farlo vorremmo istituire dei premi. Sorge quindi la domanda: questi premi chi li mette? All’assemblea tiravano in ballo il comitato genitori. Per mettere dei premi in palio si spenderebbe una piccolissima somma. In che modo avverrà il colloquio tra rappresentanti e studenti? Stavamo pensando ad un colloquio semplicissimo: chi vuole viene, faccia a faccia, senza problemi, per spiegare e chiedere al rappresentante quello che desidera, anche perché il tempo che stiamo mettendo a disposizione è il nostro. Siamo volenterosi di ascoltarvi, senza che ci sia un divario tra voi e noi. Dare i consigli di persona è più efficace che via mail. Questa proposta è una sorta di risposta a tutto ciò che è successo l’anno scorso sul giornalino? Sì, serve per evitare che si formi un’altra cupola o che le persone pensino che se ne sia formata un’altra.
Voi volete introdurre il libero passaggio tra le sedi... No, questo punto l’abbiamo rimosso in stile “pizzaula” da parte di Uovolista. L’avevamo proposto, ma poi ci siamo accorti che era al di fuori della nostra portata. Poi magari si riuscirà davvero a realizzarlo. Ci hanno detto che è illegale, ma non è nemmeno tanto complicato perché basterebbe mettere qualcuno che sorvegli il vialetto. L’imbiancatura delle aule da parte degli studenti è una proposta allettante perché garantirebbe ore di alternanza scuola-lavoro. Riuscirete a coinvolgere anche gli studenti del biennio, non coinvolti dall’alternanza? Noi lo proponiamo comunque agli studenti del biennio, anche se non è possibile dargli ore di alternanza scuola-lavoro. È un progetto a lungo termine. È una cosa che proponiamo, ma non è detto che tutte le classi vogliano imbiancare la propria aula. Gli studenti di terza possono imbiancare le classi per incrementare le ore di alternanza scuola-lavoro, ma anche gli alunni del biennio avranno la possibilità di prendere parte a questa attività. Cos’ha la vostra lista in più delle altre? Convincete gli studenti a votarvi. La caratteristica che risalta della
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nostra lista è il fatto che abbiamo poche proposte, cioè quelle che ci siamo prefissati quando ci siamo trovati per concordare i punti della nostra lista. Abbiamo pensato che tutti gli anni ci vengono proposte molte cose e la maggior parte non vengono realizzate. Noi abbiamo presentato pochi punti, ma tutti realizzabili. Non sono obiettivi a noi nuovi, l’imbiancatura l’abbiamo già fatta, ad esempio, il ballo l’abbiamo già abbozzato. Al dibattito ci è stato criticato l’annuario perché con l’azienda con cui abbiamo il contratto costerebbe troppo. Secondo noi otto euro non è un prezzo esagerato, inoltre ciascuno può scegliere se acquistarlo o meno. Anche la cancelleria non costerebbe poco. Comunque ci sembrano tutte proposte abbastanza realizzabili e questo è quello su cui abbiamo puntato. Per questo il nome ListaBene, pochi punti ma fatti bene. Non proponiamo cose che non sono di nostra competenza, come il campo da basket, che coinvolgerebbe la provincia. Noi non possiamo gestire i soldi del Majorana. La rotazione delle classi o la questione delle gite sono qualcosa in cui noi non abbiamo molto potere esecutivo. Ci abbiamo pensato, ma non abbiamo voluto inserirle tra le proposte per poi non realizzarle. La rotazione delle classi non ha nemmeno senso abolirla perché se il
Majorana ha tanti studenti non è colpa dei rappresentanti. È meglio tenerli qua che mandarli all’Itis. O magari il comitato genitori ci presta i soldi per un altro edificio, un gazebo abusivo in cui mettere le prime.
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Attualità 11
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Niccolò Barberio, 5C
Terra di tutti e di nessuno Lunedì 25 settembre si è indetto nella città di Ebril il referendum per l’indipendenza della regione curda dell’Iraq dal governo di Baghdad. Il risultato è stato netto: vittoria schiacciante del sì per oltre il 92%. Tuttavia, la strada che il popolo curdo deve percorrere per ottenere la possibilità di autogovernarsi ed avere dei veri e propri confini territoriali, sembra oggi più che mai lunga ed in salita. In seguito ai risultati della consultazione, Iran, Iraq e Turchia, fortemente contrari al voto, hanno intensificato le azioni di rappresaglia. L’Iraq stesso ha bloccato gli aeroporti internazionali di Erbil e di Sulaimaniyah, l’Iran ha chiuso i confini terrestri e bloccato gli scambi commerciali, e la Turchia di Erdogan, temendo un effetto domino con la conseguente richiesta di indipendenza da parte dei curdi turchi, si appresta a seguirne l’esempio. Intanto dagli U.S.A. il segretario di Stato Tillerson fa sapere che gli Americani non riconoscono l’esito del referendum, in quanto “Il voto e i risultati mancano di legittimità”, mentre Macron, presidente della Francia, dicendo tutto e allo stesso tempo nulla, sottolinea come sia “importante preservare l’unità e l’integrità dell’Iraq, e allo stesso tempo riconoscere i diritti del popolo curdo”. Questo perché
i Peshmerga (i soldati curdi) sono, e sono stati, di fondamentale importanza per la lotta contro lo Stato Islamico. Ancora una volta, come ormai da quasi cent’anni con il trattato di Losanna (1923), la comunità internazionale pare disinteressarsi completamente al fato del popolo curdo, al futuro di quel lembo di terra appartenente a Siria, Iraq, Iran e Turchia, ma mai abitato da siriani, iracheni, iraniani e turchi. La verità è che gli interessi economici sono troppo grandi e i rischi troppo alti nell’appoggiare il mai-nato-Kurdistan. Una guerra tra curdi e turchi e iracheni deve essere evitata per preservare quella contro l’Isis; senza contare il fatto che un tale scontro manderebbe in crisi le innumerevoli compagnie petrolifere che lavorano in territorio curdo, una delle zone più ricche di idrocarburi del Medioriente. Tale ricchezza, che ad un primo sguardo può sembrare una benedizione, altro non è che una maledizione. Inoltre, se il presidente del Kurdistan Iracheno Barzami non saprà muoversi bene per aprire dei negoziati con i governi vicini (in special modo con quello di Baghdad), allora quella terra rischierà a breve di trasformarsi in una polveriera: diventerà la terra di tutti (Iraq, Turchia, Siria, Iran e, perché no, anche U.S.A.) e di nessuno.
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Attualità 12
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Beatrice Corti , 4cc
Cultura dello stupro:
Quando le vittime vengono colpevolizzate All’inizio di Settembre una notizia particolare ci ha scosso dal torpore estivo in cui ancora ci crogiolavamo. Su diversi quotidiani è infatti apparsa la notizia riguardante una ragazza che è stata condotta con l’inganno all’interno di un edificio abbandonato alla periferia di Desio, dove poi è stata stuprata. Mia intenzione non è quella di commentare questa vicenda, ma di utilizzarla come punto di partenza per parlare di un argomento controverso e poco discusso, la cultura dello stupro, che mi è venuto in mente ascoltando come molti miei coetanei parlassero dell’accaduto. Con questa espressione si indica l’insieme di credenze, comportamenti e atteggiamenti ottusi e antiquati che tentano di giustificare lo stupro e il trattamento inferiore di cui sono spesso oggetto le donne. La cultura dello stupro accetta come “normale” il terrorismo fisico e psicologico contro le don-
ne, adducendo come scusa una “naturale” maggiore aggressività sessuale negli uomini, che li porterebbe a non saper controllare i propri istinti e che li riduce, di fatto, a degli animali senza cervello. Crescere in un ambiente in cui la cultura dello stupro è ampiamente diffusa porta gli uomini a sentirsi superiori alle donne e a considerarle come dei meri oggetti sessuali, con cui poter fare qualsiasi cosa vogliono, mentre le donne sono portate ad accettare questi atteggiamenti e a sottomettersi, senza che venga data loro la possibilità di ribellarsi e di essere poste sullo stesso livello. Esistono molti tipi di atteggiamenti sbagliati che si possono ricondurre alla cultura dello stupro (rape culture in inglese), ma ho deciso di parlarne di due in particolare, che sono i più comuni e che (e dover scrivere questa cosa mi fa arrabbiare tantissimo) praticamente tutte le
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donne dai quattordici anni in su hanno subito: sto parlando del catcalling e dello slut-shaming. La definizione di catcalling è la seguente: letteralmente, è l’azione di fischiare o apostrofare per strada con commenti a sfondo sessuale donne, la maggior parte delle volte sconosciute. Di solito gli uomini hanno questo tipo di atteggiamento quando sono in gruppo con gli amici, perché devono dimostrare di essere il maschio “alpha” della situazione e quindi in grado di conquistare qualsiasi femmina nei paraggi, magari utilizzando solo la loro “prestante” presenza e la loro “straordinaria” oratoria. Purtroppo, e so di dare una notizia sconvolgente a chi è solito usare questa tecnica il sabato sera in discoteca, non succederà mai che una donna accetti volontariamente di seguire o anche solo di prestare attenzione a un qualsiasi ragazzo che le ha urlato dietro commenti volgari, ma anzi queste parole sortiranno l’effetto opposto; le reazioni potrebbero variare dal semplice ignorare i commenti all’insulto pesante. Inoltre, e ho avuto occasione di
parlarne con diverse altre donne, mentre per l’uomo la questione potrebbe finire nel momento esatto in cui smette di parlare, le vittime di catcalling tendono a conservarne il ricordo per molto tempo, provando spesso vergogna o sentendosi in colpa o “sporche” per ciò che in realtà hanno solo subito, e di cui non hanno alcuna colpa, rendendo questa pratica quasi al pari dello stupro vero e proprio. Lo slut-shaming è invece la tendenza a incolpare le vittime delle molestie sessuali, fisiche o psicologiche, che hanno subito. Frasi tipiche di questo atteggiamento, e che sono purtroppo molto comuni, sono per esempio “Un po’ se l’è andata a cercare” o il famosissimo “E ma era vestita in modo succinto”. Ora, è mai possibile che una donna si vesta o si atteggi volontariamente in un certo modo con l’unico scopo di essere molestata e insultata? Sembra veramente qualcosa di plausibile? Io non credo proprio, ma spesso non solo chi compie la violenza sembra pensarla in questo modo, ma anche chi la commenta.
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Potrebbe sembra che questo tipo di comportamento sia distante dal nostro vivere quotidiano, ma in realtà è molto comune e diffuso, e non avviene solo da parte degli uomini verso le donne, ma (e questa è l’assurdità più grande) dalle stesse donne verso altre donne. Quante volte abbiamo sentito che una ragazza venisse chiamata una “facile” per il modo in cui si vestiva o per il fatto che fosse stata con tanti ragazzi? E come mai nessuno ha mai rivolto gli stessi commenti a un ragazzo? Tutto questo è un chiaro segnale dei doppi standard che sono tuttora presenti e che fanno anch’essi parte della cultura dello stupro. Per concludere, vorrei fornire alcuni dati. In Italia, in media, vengono denunciati undici stupri al giorno, per un totale di più di quattromila l’anno. Come se non bastasse, questi, secondo dati Istat, sono solo il 7% degli stupri che vengono commessi realmente. Le donne hanno paura di denunciare perché si vergognano di dover rispondere a domande imbarazzanti e che minano la loro privacy e la loro intimità, perché hanno
paura di non essere credute, perché spesso la violenza avviene in famiglia, dai loro stessi partner, e non sanno che uno stupro avviene ogni volta che non c’è il consenso, anche se a imporlo è la persona che dice di amarle. È importante che la cultura dello stupro venga sabotata, disprezzata, additata come vecchia, retrograda e ignorante e che venga combattuta con l’informazione e l’insegnamento del rispetto verso ogni essere umano, in quanto persona e non oggetto. È importate affinché in un futuro una ragazza possa tornare a casa da sola di sera e non si debba preoccupare di tenere le chiavi in mano per precauzione o possa indossare una gonna senza temere di essere seguita. È importante affinché gli uomini non vengano considerati bestie, ma esseri dotati di una ragione e di un autocontrollo. È importante, e qui concludo, affinché episodi come quello avvenuto a Desio, come quelli che avvengono ogni giorno, anche tra le mura di casa, non succedano mai più.
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15 Spagna e Italia a confronto:
Filippo Vergani , 4cc
La lunga battaglia per la democrazia
Domenica 1° ottobre un popolo intero è uscito di casa per dimostrare la sua voglia di libertà e democrazia. Sto parlando dei catalani, abitanti della Catalogna, la regione più ricca della Spagna, che hanno una propria lingua e un forte spirito identitario. Da anni la Catalogna chiedeva alla Spagna più autonomia. Il governo di Madrid ha eretto un muro, escludendo ogni possibilità di trattare una maggiore autonomia per una delle sue regioni più importanti dal punto di vista economico e culturale. Così la Catalogna ha indetto un referendum, secondo la legge spagnola anticostituzionale. Tuttavia se a chiedere l’indipendenza è una maggioranza schiacciante, non ci sono Carte costituzionali o leggi che tengano. Madrid rifiutando di intavolare una discussione diplomatica e non ascoltando le ragioni di un intero popolo si è opposta al referendum con la repressione. Oltre 800 persone sono state ferite dalla Guardia Civil, la polizia spagnola. Molte
schede elettorali sono state sequestrate e alcuni seggi chiusi. Il popolo catalano non si è fermato e oltre 2,2 milioni di persone hanno votato lo stesso. Giovani e anziani uniti nel nome della libertà e della democrazia hanno fatto resistenza passiva contro la repressione violenta della polizia. Il sentimento di orrore che provocano le immagini dei poliziotti che tirano le donne per i capelli e prendono a calci gli anziani si contrappone all’ammirazione verso un intero popolo che difende pacificamente, senza armi e violenza il proprio diritto di autodeterminarsi. Il 90% dei 2,6 milioni di votanti hanno scelto l’indipendenza e a questi dovrebbero aggiungersi i sì delle schede elettorali sequestrate e di quelli che non sono usciti di casa per paura. L’Europa non ha dato risposte concrete, ma come fare a tollerare una tale violenza e repressione nei confronti di un popolo stanco di produrre ricchezza per la sprecona “monarchia” spagnola. Sì, gli spagnoli sono
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sudditi, parola che deriva da “sottomettere”, i catalani invece vogliono diventare cittadini di una Repubblica democratica. L’unità nazionale è da sempre fonte di potenza e aspirazione di tutti gli Stati, si combatte ferocemente per piccoli fazzoletti di terra, tuttavia la ricerca di un eccessivo centralismo appare anacronistica. Già gli antichi romani sapevano che per tenere unito un impero dovevano rispettare le diversità culturali dei vari popoli conquistati. Allo stesso modo la Spagna avrebbe dovuto offrire maggiore autonomia alla Catalogna per evitare la secessione. Per esempio lo Stato italiano attribuendo le prerogative di Provincia Autonoma a Bolzano e all’Alto Adige è riuscita a tenere con sé il Sudtirolo abitato in gran parte da un popolo diverso da quello italiano (in Alto Adige si parla tedesco). Domenica sono stati violati quegli ideali di pace, dialogo e rispetto dei diritti umani in cui l’Europa crede e che hanno portato dal dopoguerra fino al trattato di Maastricht del 1992 alla proclamazione dell’Unione Europea. Questo ci fa riflettere sul fatto che il pericolo che qualcuno
violi la nostra libertà e la volontà di ogni popolo di autodeterminarsi sia sempre in agguato. Il 22 ottobre ci sarà il referendum consultivo per l’autonomia di Lombardia e Veneto, che a differenza di quello spagnolo sarà legale. Le differenze fra le due regioni italiane e la Catalogna sono tante: la Lombardia e il Veneto non hanno inni, non hanno una lingua propria e soprattutto non costituiscono un popolo. Moltissimi lombardi hanno origini meridionali e nessun lombardo direbbe di essere diverso, per esempio, di un piemontese. Tuttavia ogni cittadino lombardo (neonati e ultracentenari compresi) dà in solidarietà al resto del Paese oltre 5.500 euro all’anno, mentre i cittadini Siciliani ricevono 1.782 euro in più dallo Stato di quanto danno. Quindi è normale che chi lavora e fatica (tutti i lombardi, anche chi di origine meridionale) pretenda più autonomia, che si traduce in servizi pubblici migliori. L’augurio è che il dialogo e il rispetto della libertà altrui portino l’Italia a non dividersi come sta facendo la Spagna, ma a restare unita e forte nel rispetto delle differenze culturali e anche economiche.
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Alessandro De Marchi , 4aa
Dunkirk La potenza visiva di Dunkirk, ultima opera del cineasta britannico Christopher Nolan, emerge fin dalla scena d’apertura, che rappresenta uno degli incipit più elettrizzanti visti al cinema in tempi recenti. Un manipolo di soldati britannici, fra i quali il giovanissimo Tommy (interpretato dall’esordiente Fionn Whitehead), stanno cercando riparo fra le vie di Dunkerque, mostrata come una cittadina così silenziosa e desolata da sembrare un luogo fantasma. All’improvviso un nugolo di proiettili si abbatte sui soldati in fuga, mentre Tommy, che scavalca un cancello, getta via il suo fucile e riprende a correre, rimanendo l’unico superstite. Già da questi minuti iniziali, con il primo dei tanti assalti ai nervi del pubblico, viene stabilita la traiettoria del film, dramma bellico che assume la forma di survival movie serratissimo e senza respiro, in cui persino la colonna sonora di Hans Zimmer (all’ennesima collaborazione con Nolan) abbandona le classiche strutture melodiche per abbracciare
l’incalzante ticchettio di un conto alla rovescia che non lascia scampo. E Tommy, che tenterà di sottrarsi a quel ticchettio, diventa il nostro punto di focalizzazione: gli occhi e le orecchie attraverso i quali lo spettatore sarà costretto a condividere la sua angosciante esperienza sulla spiaggia e fra le acque della manica. La pellicola racconta l’evacuazione, realmente avvenuta, della spiaggia di Dunkerque, quando una flottiglia di centinaia di barche (comprese piccole imbarcazioni a vela), per lo più manovrate da civili, sotto massiccio bombardamento dell’aeronautica tedesca, riuscì a portare in salvo attraverso la Manica le truppe degli alleati: 338 mila soldati inglesi, belgi e francesi intrappolati sulla spiaggia. Alla visione del film, i critici hanno gridato al capolavoro con un giudizio unanime. Eppure cosa definisce un capolavoro? Cosa fa di un regista un nome da tramandare ai posteri, un cineasta da ricordare a distanza di decen-
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Cinema
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ni? Su argomenti del genere si discute e si continuerà a farlo, perché se è vero che “L’unico vero giudice della verità è il tempo”, è anche vero che fare paragoni scomodi è parte integrante della nostra natura, così come cercare a tutti i costi quell’oggettività impossibile da trovare. Parte del critico è anche però (a detta loro e non mia, che critico non sono) rischiare, lasciarsi andare ad iperboli e giocare continuamente al rialzo, andando costantemente alla ricerca del “film dell’anno” o del “capolavoro del decennio”. Se Dunkirk ha raccolto finora un plauso così unanime, se è stato in grado di far gridare al miracolo anche i critici che non amano il cinema del Nolan, è dovuto al fatto che questa pellicola rappresenta un’esperienza tanto intensa quanto inedita per la cosiddetta “settima arte”. E non perché manchino film di guerra o perché sul grande schermo non ci siano già state storie vere di coraggio e sacrificio. Eppure Dunkirk riesce ad essere comunque un’opera e un’esperienza unica nel suo riuscire a coniugare il cinema comples-
so e stratificato del regista di Inception e Interstellar a quello più classico del war movie, tipicamente antimilitarista e di stampo kubrickiano (qualcuno ha detto “Full Metal Jacket”?) senza per questo rinunciare alla spettacolarità di opere più recenti come “Salvate il soldato Ryan” (che rimane almeno di una spanna inferiore al film di Nolan). E se è vero che cedere alla tentazione di fare paragoni è forse l’errore peggiore che si possa fare in questi casi, bisognerebbe far notare che Nolan (accusato spesso per questo di boria o arroganza) non fa nulla per allontanarsi da questa condizione “scomoda”: non solo infatti alza continuamente l’asticella confezionando opere sempre più ambiziose, ma affronta di petto i suoi detrattori che lo vorrebbero definire/maledire come “il nuovo Kubrick”. Probabile che un regista come Kubrick non nasca mai più, ma di certo per personalità e coraggio, strafottenza e capacità di rileggere i generi cinematografici, pochi fin ora possono dire di essersi avvicinati così tanto al sole senza bruciarsi.
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Se la critica ha amato alla follia Dunkirk, tanto da averlo definito “il miglior war movie di sempre”, il cinefilo medio, il pubblico e il “popolino del web” è risultato spaccato in due, dividendosi tra chi lo ha adorato e chi lo ha ritenuto la peggiore delle opere del regista britannico. A mio parere (penso si sia capito che faccio parte del gruppo di quelli che hanno adorato il film) questa spaccatura si spiega con la difficoltà della chiave di volta e dell’intento dell’operazione di Nolan, che probabilmente non è arrivata a tutti, è stata travisata o semplicemente non apprezzata. Perché Dunkirk è sì un film, ma non un’unica storia: è un avvenimento storico rivisitato attraverso tre punti di vista, ha un’unica ambientazione (quella del titolo), ma trascende il tempo e lo spazio trasformando un viaggio-non viaggio in un’intensa avventura. Nolan ha infatti deciso di raccontare la storia appunto attraverso tre punti di vista, tre diversi elementi e tre diverse durate: il primo punto di vista è quello dei soldati sulla spiaggia che attendono di essere evacuati, evento caratterizzato dall’elemento del-
la terra e della durata di una settimana. Il secondo, quello di un civile britannico che insieme al figlio e ad un amico parte in nave per prestare soccorso ai soldati, è caratterizzato dall’elemento dell’acqua e dura un giorno. Infine, il terzo è quello di un pilota dell’aeronautica britannica che porta soccorso ai soldati, dura un’ora e rappresenta l’elemento dell’aria. Alla fine, queste tre diverse linee temporali si intrecceranno con maestria dimostrando ancora una volta come per Nolan il tempo sia l’elemento fondamentale della realtà. Dunkirk ha anche la caratteristica di essere un film corale, dal cast ricco e perfetto, eppure con un solo e indiscusso protagonista. E quel protagonista è lo spettatore, noi. Indiscutibilmente noi. Noi che cominciamo il nostro viaggio accerchiati da un nemico invisibile ma letale (ci accorgiamo infatti soltanto alla fine che non si vede un solo tedesco per tutto il film) e ci ritroviamo abbandonati su una spiaggia in attesa di essere uccisi da un momento all’altro. Da un bombardamento aereo, da un colpo di fucile da dietro la vegetazione, da un siluro di un
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sommergibile. Per poco meno di due ore siamo letteralmente confinati in un limbo, aggrappati alla speranza ma incapaci di vedere una reale via di uscita. Siamo in balia degli elementi e del nemico. Siamo alla mercé della solidarietà e del coraggio altrui. Siamo pronti ad ingegnarci e a nasconderci. Siamo un soldato, un capitano, un pilota. Siamo un giovane entusiasta, un codardo che vorrebbe allontanarsi il più possibile dalla battaglia e siamo uno straniero che fatica a capire quel che succede intorno a lui e a noi. Siamo “terra, acqua e aria”. Ma soprattutto siamo a Dunkirk, in una battaglia che non abbiamo mai combattuto ma di cui stiamo vivendo in prima persona le conseguenze. È questa l’incredibile potenza del film, che, con una regia strepitosa, a tratti addirittura esagerata, e una fotografia incantevole con i suoi toni freddi, regala emozioni difficilmente riscontrabili in altre recenti opere cinematografiche. Come ha detto lo stesso Nolan, intervistato ai microfoni di Rolling Stone “non è un film di guerra, racconto una situazione paradossale, in cui non c’è
via d’uscita per creare il massimo della suspense. Cercavo l’apprensione di Hitchcock” E vedendo Dunkirk, emerge con forza l’intento del regista. Non c’è infatti un solo attimo del film in cui si possa riprendere fiato, non c’è una sequenza in cui ci si possa sentire al sicuro. Siamo in guerra. Anzi, stiamo scappando da una guerra e non abbiamo nulla per combattere, nessun nemico da uccidere, ma solo il desiderio di sopravvivere e lasciare il prima possibile l’inferno. Non per il Paradiso, ma verso quel Purgatorio che è rappresentato da un ritorno a casa sani e salvi, ma comunque sconfitti. L’unico eroismo in Dunkirk è dato dal sacrificio e dal coraggio. Ma non ci sono vere missioni da compiere, non c’è da ribaltare il senso di una guerra che ormai sembra già persa, non c’è la speranza che il nemico possa essere sconfitto. Per questo motivo Dunkirk è un capolavoro ed un film che segna in modo distinto un solco importante nella storia del cinema. Perché racconta il lato meno sensazionalistico della guerra, il più duro e difficile da digerire, quello dell’inutilità e del sacrificio, uti-
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lizzando però gli stessi strumenti che Hollywood ha utilizzato per fare in passato l’esatto opposto. E se anche da un punto di vista meramente spettacolare il film di Nolan rappresenta forse il meglio di quanto visto da molto tempo a questa parte sul grande schermo (solo le sequenze aeree o le esplosioni in mare valgono il prezzo del biglietto), questa ricerca del realismo non va mai a discapito delle emozioni così come, a differenza di altre opere precedenti del regista, anche il complesso e magistrale montaggio incrociato di più linee temporali e narrative. Non siamo, per capirci, in Inception. Non siamo dentro un sogno. Siamo sul campo di battaglia e ci siamo più e più volte, da più prospettive ed angolazioni. E ogni volta, pur sapendo magari già cosa succederà, non possiamo che vivere il tutto con la stessa angoscia e con la stessa sensazione di pericolo. Come Nolan sia riuscito a far questo è il vero mistero. Ed il vero motivo per cui questo film è davvero un capolavoro e non solo un grandissimo film. Poi nei prossimi mesi si potrà discutere
dei singoli elementi, del merito e dell’importanza della musica di Hans Zimmer, se le poche strepitose scene di Kenneth Branagh meritino un Oscar o meno, di quanto peso potrà avere questo film tra 5/10/20 anni. Ma non avrebbe senso farlo ora, mentre siamo ancora tentati di trattenere il respiro. Mentre siamo ancora su quella spiaggia, in quel mare e in quei cieli. Mentre siamo ancora in un’esperienza cinematografica più unica che rara, ma di cui tutti noi dovremmo essere fieri di prendere parte: perché cinema più puro di così, di questi tempi, non è proprio possibile desiderare.
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Curiosità 22
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Clara Casssandro, 2aa
Le ultime parole famose Moltissime volte nella mente abbiamo un’idea, un concetto ricco di dettagli che ci pare semplice da immaginare, ma impossibile da illustrare agli altri perché non sappiamo come spiegarlo. In troppi momenti ci siamo tormentati perché nessuno riusciva a capire “dove volessimo andare a parare”, mentre nella nostra testa apparivamo oratori degni di standing ovation. Alcuni di questi momenti li viviamo quando tentiamo di far capire a qualcuno come ci sentiamo e spesso, per raggiungere il nostro scopo, siamo costretti a fare immensi giri di parole, destinati a non concludere nulla. In particolare ci sono alcune tipologie di emozioni e sensazioni che in altre lingue si possono descrivere con un solo termine, di cui in italiano non esiste un equivalente. Accade frequentemente di provare emozioni inspiegabili che la nostra mente è in grado di rendere uniche tra tutte le altre. Un esempio? Ci sono svariate sfaccettature di gioia che noi siamo perfettamente in grado di distinguere, ma non siamo al-
trettanto bravi ad illustrare. Ecco come trovare le parole giuste. Liget: qualsiasi sportivo ha provato almeno una volta quell’energia rabbiosa, quell’adrenalina che fa perdere il controllo, ma che sprona a lavorare di più. Una sorta di rabbia associata alla grinta e alla positività. Nelle giungle filippine della Nueva Vizcaya, gli Ilongot, tribù di cacciatori di teste, la chiamano liget. Questo termine fu portato nel mondo della conoscenza occidentale per la prima volta negli anni Ottanta dall’antropologa americana Michelle Rosaldo, che lo utilizzò per descrivere la voglia di fare che tutti dovremmo avere nei confronti del lavoro e della vita. Schadenfreude: è facile intuire l’origine di questa parola, frutto dell’unione dei due vocaboli tedeschi schaden (danno) e freude (gioia). In pratica indica il piacere inatteso che si prova quando ci giunge all’orecchio la notizia di una sciagura che ha colpito qualcun altro. Questo sentimento può essere la conseguenza di mol-
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Curiosità
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tissime cose: la ragazza più bella lasciata dal fidanzato, il compagno brillante che prende un voto straordinariamente basso… A dire il vero già i Greci, noti come uomini colti non senza una buona ragione, ammisero l’esistenza di questa sensazione, che chiamavano epichairekakia (gioia per il male altrui), mentre per i Romani esisteva la malevolentia. Una frase del poeta Lucrezio rende alla perfezione questo concetto: “È dolce vedere da quali affanni sei immune”. Ovvero: le disgrazie degli altri ci fanno sentire sollevati perché non ci riguardano. Ijirashi: è la parola che si usa in Giappone per descrivere la gioia e la soddisfazione avvertite quando vediamo vincere qualcuno che inizialmente era destinato a perdere. Il tutto viene coronato da una nota di ammirazione nei confronti di colui che è riuscito a superare le difficoltà. Mepak: questo è un vocabolo di origine serba in cui è racchiusa tutta la gioia derivante dall’apprezzare le piccole cose. Quest’emozione si sente d’inverno, sotto le coperte, sul divano con una tazza di tè bollente, oppure quando un amico inaspettatamente viene a trovarci, così come in tutti quei momenti di placida felicità.
Desenrascanço: termine portoghese per indicare l’abilità di cavarsela da ogni impiccio con stile utilizzando una soluzione improvvisata. Questa parola dovrebbe tappezzare i corridoi della nostra scuola, per tutte le volte che ci siamo salvati da un’interrogazione o abbiamo recuperato i compiti non fatti copiandoli dal vicino di banco, nella speranza che fossero corretti. Anche al di fuori dell’ambito scolastico però, questa parola può essere applicata in tutte quelle situazioni di “disagio sociale” in cui, per una svista, abbiamo detto qualcosa che avremmo fatto meglio a tenere per noi ma che, grazie alle nostre doti di persone viscide, non è stata fraintesa in alcun modo dall’ascoltatore. Le parole sono lo strumento fondamentale per comunicare, tuttavia dobbiamo fare molta attenzione all’uso che ne facciamo perché, come diceva Sigmund Freud, “Uno è padrone di ciò che tace e schiavo di ciò di cui parla.”
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Curiosità 24
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Viola Bonfanti 2bb
Festa del peperoncino C’è chi lo ama e chi lo odia, chi lo tratta al pari di un demone e altri che pensano che la vita senza non avrebbe sapore; se andrete in Calabria non potrete sfuggirgli (anche se la Toscana non è che proprio non possa patirlo). Avete capito di chi stiamo parlando? Ma del peperoncino, ovvio! A Diamante se cercate pietre rare resterete delusi, troverete solo peperoncini rosso rubino, più di 500 varietà a dire la verità. La festa si svolge in cinque giorni a settembre, quest’anno è stata dal 6 al 10, e i cibi ispidi non sono chiaramente ammessi. La cittadina in provincia di Cosenza vanta solamente 5000 abitanti, praticamente 10 abitanti per ogni tipologia di piccati delizie degustate. Non sottovalutate questa festa solo per i numeri, non è una semplice festicciola di paese ma un vero e proprio evento internazionale con campioni di abbuffata di peperoncino provenienti da tutti i continenti
(eccetto Antartide, non credo che lì ci viva qualcuno oltre i pinguini). In Calabria mangiare piccante significa essere forte. C’era fra i contadini un vero e proprio rito di iniziazione, al quale si poteva essere ammessi solo dopo i quattordici anni … quando ormai si era uomini sul serio. Uomini e donne partecipano insieme con le stesse regole. Gare di trenta minuti con partecipanti seduti ad un tavolo che mangiano peperoncino crudo e tagliuzzato, servito in “portate” di 50 gr con la possibilità di abbinare solo pane ed olio. Divieto assoluto, pena la squalifica, di allontanarsi dai propri posti durante la gara. Classifica finale stilata mezz’ora dopo la fine della manifestazione, conteggiando la quantità di peperoncino consumato. Giuria composta da cinque componenti: il presidente, il giudice di tavola, due giudici di peso e un medico. Altro che Ilio, i veri eroi si sfidano qui! Per gli appassionati di teatro
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Curiosità
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sono da segnalare due eventi. Il primo il “Peperoncino in palcoscenico” offre cinque serate di puro teatro al Teatro dei Ruderi di Cirella, sito archeologico con oltre duemila posti a disposizione e un panorama mozzafiato, dove vanno in scena cinque spettacoli rigorosamente a tema piccante. La seconda è l’iniziativa “Stradateatro”: nelle cinque giornate del Festival il borgo marinaro, il Lungomare e il Lungofiume sono letteralmente invasi da gruppi folk, trampolieri, equilibristi e artisti di strada di ogni genere a cui da dieci anni si è aggiunto il raduno delle statue viventi, iniziativa unica in Italia. Gli artisti sfilano per le strade e coinvolgono visitatori e turisti, facendoli ballare e facendoli partecipare a gag divertenti ed improvvisate. Così tutti diventano protagonisti della festa. Il folclore e le tradizioni della Calabria e del Sud trovano grande spazio al Peperoncino Festival. Gruppi folk, provenienti dalle regioni meridionali, sfilano per le strade assieme agli artisti di strada. I suonatori di organetti e zampogne diven-
tano padroni della strada con la tarantella e la pizzica. Non solo musica però. Sui palchi e nelle piazzette si esibiscono piccole compagnie meridionali: con canti e farse raccontano le tradizioni di Calabria. I visitatori e i turisti restano a stretto contatto con gli Artisti, vivono la festa cantando e ballando assieme a loro. Pittura e fotografie non mancano di certo, sono infatti presenti “mostre spettacolari e che destano meraviglia” a detta di chi le ha visitate. Tra di loro c’è anche la mostra che accoglie gran parte dei peperoncini esistenti nel mondo, sono circa 1500 varietà esposte, ma tutte rigorosamente sotto vetro, venerate come reliquie dai molti peperoncinari presenti. Niente è più piccante della satira. Perciò è sempre protagonista al “Peperoncino Festival”. Mostre e poi “Vignette sul ring” evento unico e straordinario riservato a caricaturisti e disegnatori satirici di tutta Italia. La gara coniuga in modo brillante il fascino della com-
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Curiosità
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petizione con il riso, il sorriso, la maestria dei contendenti e la partecipazione del pubblico. Si svolge su un ring seguendo il rituale di un incontro di boxe. Nei due angoli i disegnatori che si sfidano “armati” di due lavagne luminose. Al centro il giudice-arbitro che comunica il “tema” su cui verte la sfida e dichiara aperte le ostilità. Hanno tre minuti di tempo per completare la loro vignetta, mentre il pubblico segue in diretta, sulle lavagne luminose, tutti i momenti della “creazione”. Alla fine, con gli applausi si determina il vincitore. Non mi pare manchi nulla, eccetto il re, il supremo e unico capo della festa, che spadroneggerà per un po’ di tempo sul suo popolo e ovviamente sarà portato in corteo sul suo magico trono rosso. Non mi resta che lasciarvi con qualche piccola curiosità su questo tema, che non molti gradiranno. La Cayenna è una particolare varietà che viene usata come insetticida e come rimedio contro alcune malattie delle pian-
te: è il body-guard dell’orto. La città di Diamante è gemellata con una città Argentina creata tempo fa dagli abitanti del posto, che siano emigrati per cercare terre pungenti?
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Stefano Perdicchia 4I
Vignette e meme Scelte da Stefano Perdicchia 4I
La redazione
Caporedattore: Filippo Vergani 4cc Impaginatore: Davide Ferloni 5A A cura di: Beatrice Corti 4cc, Beatrice Seregni 5A, Cecilia Terraneo 5A Redattori: Alessandro Bruzzano 4aa, Niccolò Barberio 5C, Beatrice Corti 4cc, Filippo Vergani 4cc, Alessandro De Marchi 4aa, Clara Cassandro 2aa, Viola Bonfanti 2bb Giochi e vignette: Stefano Perdicchia 4I, Davide Ferloni 5A
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