V | Dicembre 2020
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Il giornalino degli studenti Babbo Natale si è fermato a Eboli
EtCetera | Liceo Majorana Desio
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Indice
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3 - AAA Cercasi Sandro 6 - Il vuoto sarà colmato 7 - Cronaca di un paese allo sbando 11 - Razzismo: “The hate u give” 13 - La fortuna di non nascere in Egitto 15 - La DAD non è scuola! 17 - Felix dies natalis Solis Invicti! 19 - Le luci di Natale 21 - Camminare
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L’editoriale 3
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Giacomo Longoni, 5bb
AAA Cercasi Sandro Poco più di quarant’anni fa, il 23 novembre 1980, un violentissimo terremoto scosse l’Irpinia, una zona montuoso-collinare della Campania sudorientale, a cavallo con la Basilicata. Secondo la fonte ritenuta più affidabile le vittime furono 2.914, più di 8000 furono invece i feriti e poi i danni, inquantificabili. L’intera regione dell’Irpinia venne distrutta. Sette province furono toccate dal sisma e quasi 300 000 furono gli sfollati. In nessun vocabolario al mondo esistono parole adatte per descrivere il dolore, la sofferenza che piombò nel giro di pochi minuti in quella terra tanto bella quanto funesta. Nel giro di poche ore dal sisma l’allora Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, si recò sul posto, per portare il sostegno della comunità nazionale e per unirsi al dolore della popolazione irpina, nonostante la visita non fosse stata auspicata dal governo in carica. Pertini se ne fregò e partì. Fu la prima carica istituzionale a giungere in quei territori e, una volta tornato al Quirinale, decise di rivolgersi alla Nazione per parlare a chiare lettere su quanto aveva visto il giorno stesso coi suoi occhi. In quel discorso, con
l’inseparabile pipa tra le mani, Pertini raccontò quanto aveva visto e udito: i gemiti che ancora si sprigionavano dalle macerie, il pianto di una donna, lo sconforto di un padre. Tuttavia non si fermò qui. Di certo non era lì per fare da reportage, gente più qualificata avrebbe svolto quella mansione! Dalla sua bocca uscirono anche parole di speranza circa la ricostruzione ma, non dimentichiamocelo, anche parole aspre contro una classe dirigente impreparata a provvedere ad una siffatta emergenza. Lamentò i ritardi ingiustificabili dei soccorsi e le inadempienze di un intero sistema che, se sommate, fecero forse non meno morti di quanti ne fece il sisma. Da quel giorno nacque la Protezione Civile, sotto la guida lungimirante dell’on. Zamberletti e tragedie di una tale portata non si ripeterono più. “A true leader in a crisis”. Chi ha visto la serie “The Crown” coglierà il riferimento… Churchill, Pertini e pochi altri. Hegel non esiterebbe a definirli incarnazioni dello Spirito nel lungo processo della storia dell’uomo. A quattro decenni di distanza dal sisma la ricostruzione, seppur lenta, pare es-
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sere terminata. Ora i drammi di quei territori sono due: il Covid e lo spopolamento. La gente da qualche anno va via, non trovando una prospettiva valida per restare. In quelle valli una nota azienda italiana, la Ferrero, ha deciso di investire, collocando un suo grande stabilimento a Balvano, uno dei centri più colpiti dal sisma dell’80. Eppure nessuna azienda o multinazionale ha seguito il suo esempio e il lavoro in quelle terre è diventato un tesoro introvabile. E poi il Covid, dicevamo. Un mostro che attanaglia, intimorisce e toglie certezze a molti. Chi muore, chi perde l’occupazione, chi non trova più un senso alle sue giornate. Un dramma, un’immane tragedia, ancora più cruenta, se guardiamo ai numeri, della catastrofe di cui scrivevo sopra. Ora c’è un piano valido di soccorsi, grazie al cielo c’è chi ci salva la vita o cerca con tutte le sue forze di farlo…manca un leader! Senza nulla togliere al nostro amato Presidente Mattarella o al Presidente del Consiglio o a chiunque altro, io non vedo nessun Pertini oggi. Governare è un’abilità. Essere leader una rara unicità, direi. Eppure di discorsi alla Nazione se ne sono fatti molti da parte della prima e della quarta carica dello Stato. Eppure non mancano parole di speranza e con-
forto… se ne sentono tutti i giorni! Prima erano “Andrà tutto bene!”, un’idiozia perbenista e infantile nella quale anche noi di EtCetera siamo inciampati mesi addietro e per il qual errore chiedo scusa a nome di tutti. Tutto sommato non manca uno sguardo al futuro nelle – poche, forse troppo poche - parole del Presidente della Repubblica e nei – tanti, forse troppi – discorsi del Presidente del Consiglio. E allora cosa manca? Manca la pipa. Quell’aggeggio che teneva tra le mani il grande Sandro in ogni occasione e che dava un tono famigliare ai suoi discorsi, anche a quelli più dolorosi. Manca l’uomo, un uomo, che sappia parlare col cuore e non con la bocca, senza leggere da un foglio o da un gobbo posto dietro la telecamera, scandendo parole e pause già prefissate. Manca lui. Non è un mero sfogo nostalgico – se per questo mai conobbi Pertini e nacqui ben otto anni dopo la sua morte – ma una triste constatazione. Vi invito ad andare a cercare qualche suo vecchio discorso su YouTube! Come sapete non sono avvezzo a parlare di politica italiana o simili in questo spazio concessomi, eppure qualcuno mi ha fatto notare che dovrei farlo ogni tanto. Lo faccio così, dando sfogo ai miei pensieri e offrendo pareri che nessuno mi ha chiesto. Ad ogni modo,
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sia chiaro, vedo nei nostri politici bravi rappresentanti e persone perbene, tuttavia non ci vedo nessun leader. Quanto ne avremmo bisogno! Eppure, dopo tutto e nonostante tutto, se ci guardiamo intorno non esitiamo a ritenerci fortunati. Caro Babbo Natale, quest’anno sotto l’albero chiedo solo tre cose: un San-
dro, una pipa e, se possibile, una sufficienza in greco. Anyway, God save our Presidents! And give us a true leader! (not another crisis, please) Comunque, a tutti loro i miei più servili auguri per un distinto Natale e uno spettabile anno nuovo. Ad majora! Il vostro caporedattore
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L’editoriale 6
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Giovanni Colombo, 4D
Il vuoto sarà colmato La vacca morta e il vuoto che sarà colmato Spesso capita, negli anni della vacca grassa, quelli dei cenoni, delle feste con parenti e amici di sentire un vuoto. Un vuoto legato alla consapevolezza che tutto ci sia ma che qualcosa manchi, una sensazione non ben definita di non appagamento o di desiderio che qualcosa cambi. Quest’anno, è proprio il caso di dire che la vacca è morta di fame, e tra le nostre feste e i nostri cenoni di superstiti non ce ne sono. Ma tra lamentele, disperazione e rabbia c’è voglia di andare avanti; le fondamenta della società sono scosse e di caduti ce ne sono. Chi rimane però sta cambiando. Qualcuno dice che ciò che non uccide fortifica. Beh, che dire, sono pienamente d’accordo. Ma farei un passo in più. Chi sopravvive sviluppa la tanto rinominata resilienza dei nostri nonni, della loro guerra e dei loro anni d’oro. Le condizioni non sono le stesse e di ottimismo, credo legittimamente, ancora non se ne trova. Ma l’ardente desiderio di lasciarsi alle spalle le immagini e i concitati ricordi di questo tormentato anno sarà una
forte spinta al futuro che credo avrà grande impatto sul nostro modo di vivere. La situazione ha ribadito che la nostra effimera vita va vissuta fino in fondo e quel vuoto che avevamo giovani e ingnari dei pericoli della vita non lo sentiremo più, impegnati nell’apprezzare il bello e il buono di cui potremo approfittare.
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Attualità 7
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Francesco Vaccaro, 5aa
Cronaca di un paese allo sbando “Se ha bisogno di qualche poltrona, ci sono le nostre a disposizione”. Questo è quello che il 9 dicembre è stato detto da Renzi, senatore e leader di Italia Viva, in occasione delle comunicazioni del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte al Senato in vista del Consiglio Europeo del 10 dicembre che ha approvato la riforma del MES. Parole di fiamme, che in uno scenario ordinario, senza la minaccia persistente del Covid-19, avrebbero portato ad una crisi di governo. Italia Viva è sempre stata, all’interno della maggioranza che sostiene il governo Conte II, la voce più critica alle varie decisioni assunte dal governo; spesso sembra piuttosto far parte dell’opposizione. Non a caso infatti, dopo questo intervento molto duro, l’opposizione ha applaudito, quando generalmente protesta in maniera palese con urla e parole di profondo disprezzo. Ma, come ho appena detto, non siamo in una situazione di normalità, e tutta la politica, destra e sinistra, maggioranza e opposizione, è in subbuglio a tal punto che a fatica si capisce quale
sia l’esatta posizione dei vari partiti. Questa volta il pomo della discordia che ha generato il caos nella politica italiana è stato il Meccanismo Europeo di Stabilità, che ha sempre visto emergere posizioni contrastanti sia nella maggioranza che nell’opposizione: a favore di questo strumento abbiamo PD, Italia Viva, Leu e Forza Italia, mentre M5S, Lega e Fratelli d’Italia sono contrari. Come si vede, quando si parla del MES, sia maggioranza che opposizione sono divisi al loro interno, e questa divisione rispecchia il rapporto che questi partiti hanno nei confronti dell’Europa: europeisti i primi ed euroscettici i secondi. Il vero problema in Italia è che, dinnanzi a una grave emergenza sanitaria, sociale ed economica, maggioranza e opposizione non sono in grado di mettere da parte il loro orgoglio e il loro interesse personale per collaborare e sostenere il Paese in questa grave situazione. Quello che preoccupa in particolare è il grave stato in cui versa la maggioranza: essa infatti è al suo interno fortemente divisa e non sostiene in maniera compatta il suo governo.
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Anzi: nell’ultimo periodo perfino nel partito più “governista” di tutti, il PD, sono emerse con forza voci critiche e accuse nei confronti del premier Conte, reo, secondo loro, di agire in totale autonomia senza coinvolgere neanche la sua stessa maggioranza e di stimare il Parlamento come un semplice “passacarte” dei suoi Dpcm. Questo però è paradossale: come è possibile che i partiti di maggioranza siano esclusi dal sistema decisionale di un governo i cui ministri sono esponenti dei partiti stessi? Quello che sembra piuttosto è che i partiti di maggioranza siano stanchi del loro Presidente del Consiglio, e che allora, dal momento che aprire una crisi di governo in una simile situazione sarebbe irresponsabile e irrispettoso nei confronti degli italiani, abbiano deciso di dare vita a questo teatrino di critiche e reciproche accuse semplicemente per smarcarsi dalle azioni del loro governo e non assumersene la responsabilità politica. C’è inoltre un grande problema per la maggioranza, che spesso la mette a repentaglio al momento delle votazioni in Parlamento, ovvero il Movimento 5 Stelle. Il Movimento, dopo il trionfo alle politiche del 2018 con ben il 32,7% dei consensi, oggi è stimato da quasi tutti i sondaggi politici italiani come quarto partito in ordine di consenso,
dopo Lega, PD e Fratelli d’Italia, ed è fortemente dilaniato al proprio interno tra le varie correnti, e in particolar modo tra quelli che rivendicano un ritorno alle origini del partito e ai grandi temi anti-casta (e rimpiangono l’alleanza passata con la Lega), e quelli che invece ritengono che il partito debba evolvere e assumere un connotato più governista per contare davvero nella vicende politiche italiane (e difendono l’attuale alleanza con il PD). I “puristi” accusano i governisti di aver tradito le radici del Movimento, e i governisti accusano i puristi di voler minare l’attuale maggioranza semplicemente per tornaconto politico. Si può quindi dedurre che, anche se formalmente c’è una maggioranza, a livello pratico invece l’attuale governo non gode del pieno sostegno del Parlamento ed è solo “grazie” al Covid che riesce ancora a mantenere la propria posizione. La situazione non è certo migliore dalla parte dell’opposizione, costituita da Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia. L’opposizione, a differenza della maggioranza, ha sempre vantato una certa stabilità e compattezza interna, che le ha permesso di porsi come vera voce critica rispetto alle azioni del governo. In quest’ultimo periodo tuttavia anche questa compagine politica è stata at-
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traversata da “distinguo” più o meno espliciti. Forza Italia in particolare ha assunto nell’ultimo periodo un atteggiamento conciliante nei confronti della maggioranza e si è detta più volta disponibile a concedere i propri voti in Parlamento per le misure che contano, soprattutto per quanto riguarda l’attivazione del Pandemic Crisis Support del MES: Forza Italia infatti condivide con PD e IV una forte vocazione europeista e nel Parlamento europeo tutti e tre fanno parte della maggioranza che sostiene la Commissione di Ursula Von der Leyen. Il 9 dicembre tuttavia è successo qualcosa di particolare: Forza Italia ha votato contro le comunicazioni del premier Conte in merito alla riforma del MES. Questo ha portato a una divisione interna al partito, che da alcuni è accusato di tradire la propria vocazione europeista per evitare fratture con gli altri due partiti di coalizione, marcatamente sovranisti ed euroscettici. La Lega poi soffre di una cronica incoerenza proprio nei confronti dell’Unione Europea. Da quando è scoppiata l’emergenza sanitaria, questo partito, da sempre sovranista e anti-Europa, ha elogiato l’operato della BCE per aver abbassato i tassi di interesse per l’emissione di debito pubblico e aver comprato in maniera massiccia il de-
bito prodotto dai Paesi europei per far fronte all’emergenza. Ma si rende conto che sta elogiando una delle istituzioni più importanti di quella stessa Europa che in più occasioni ha affermato esplicitamente di voler distruggere? Non si può sostenere l’Europa quando fa comodo e spararle a zero quando invece ci chiede una certa serietà. L’unico partito nello scenario politico italiano che è rimasto coerente a sé stesso dall’inizio alla fine è stato Fratelli d’Italia; peccato però che la sua coerenza consista nell’accusare il governo di cose dell’altro mondo ed essere impermeabile a qualsiasi forma di collaborazione. Veniamo proprio a questo termine, con cui politici e politicanti ci bombardano ininterrottamente. Maggioranza e opposizione hanno una concezione del tutto particolare della collaborazione istituzionale, che è stata invocata dal Presidente della Repubblica come indispensabile per aiutare il Paese a uscire dall’emergenza sanitaria senza le ossa rotte: entrambi infatti la concepiscono in un’ottica di vantaggio personale e non mostrano una reale volontà di venire a compromessi e ascoltarsi reciprocamente. La maggioranza non ha capito che collaborare non vuol dire avere i voti dell’opposizione per fare
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quello che le pare, e l’opposizione non si rende conto che collaborazione non vuol dire costringere la maggioranza a far passare le proprie proposte a prescindere dal contenuto. Collaborazione istituzionale vuol dire mettere da parte le divergenze politiche e cercare di elaborare insieme quelle misure indispensabili per aiutare il Paese, trovare dei punti di convergenza su misure basilari, o almeno appoggiarsi reciprocamente in Parlamento: oggi votiamo la misura dell’opposizione e domani quella della maggioranza. Inoltre non si può pretendere questa collaborazione da parte del premier, che è letteralmente paralizzato: come può tendere la mano all’opposizione
se deve continuamente barcamenarsi tra le richieste di una maggioranza in frantumi? Detto ciò, il mio non è affatto un invito al pessimismo più cupo e all’astensione dalla politica, anzi, proprio a partire dalla misera condizione politica cui il nostro Belpaese è condannato noi dobbiamo impegnarci perché lo scempio di oggi non si ripeta, perché domani saremo noi la classe dirigente del nostro Paese. E allora, attiviamoci già da oggi nella vita politica anche dei piccoli paesi in cui viviamo e mostriamo ai nostri politicanti cosa sia la vera Politica, quella della competenza, della responsabilità e del dialogo salutare tra ideologie e posizioni diverse.
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Veronica Guarisco, 1D Emma Laura Longoni, 3aa
Razzismo: “The hate u give” e il piano di Joe Biden L’America, da molti vista come la Nazione democratica ed egualitaria per eccellenza, negli ultimi mesi si è rivelata un Paese sempre più fragile e frammentato. Nel libro “The hate u give”, scritto da Angie Thomas, ci viene mostrato un lato degli USA poco noto in Europa, una difficile realtà in cui ogni giorno milioni di persone sono costrette a vivere. La storia, narrata attraverso gli occhi di una sedicenne di colore, conduce i lettori ad immedesimarsi in uno dei tanti abitanti di un ghetto popolato da afroamericani, dove le guerriglie tra differenti bande di spacciatori sono all’ordine del giorno e la violenza della polizia si riversa su sui cittadini innocenti. Il romanzo tuttavia non si limita solamente a rendere note, in chiave critica, alcune vicende che caratterizzano gli Stati Uniti, ma si concentra soprattutto sull’esplicitare la necessità di cambiare le tristi tendenze che analizza. E chi potrebbe rendere questo cambiamento concreto meglio del Presidente degli States, massima istituzione nel Paese? Si dà il caso che il neoeletto Presiden-
te Biden abbia programmato contro il razzismo anche e soprattutto riforme socio-economiche, i cui principali punti riguardano la sanità, il sistema carcerario e la segregazione abitativa. Egli, schieratosi con il movimento Black Lives Matter, ha intenzione di mediare tra la totale privatizzazione della sanità voluta dai Repubblicani e le cure gratuite per tutti, come qui in Europa, proposte dall’ala più progressista del Partito Democratico. Negli Stati Uniti infatti la possibilità di curarsi non è considerato un diritto, bensì una possibilità dipendente dalle proprie risorse economiche; e molti americani pensano debba restare tale. Tornando però alle proposte di Biden, vediamo di analizzare che cosa il nuovo Presidente vorrebbe fare: egli desidera abbassare l’età di coloro che possono usufruire dell’assistenza pubblica, denominata “Medicare”, che garantisce un’assicurazione medica per le persone anziane o con determinate disabilitá, da 60 a 65 anni, nonché offrire sussidi pubblici a chi rischia di rimanere senza assicurazione. Ciò contribuirebbe a diminuire le disparità sociali, poiché sono soprat-
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tutto i neri a non potersi permettere un’assicurazione sanitaria e ad aver perso il lavoro durante la pandemia, in un Paese in cui chi perde il lavoro perde anche ogni tutela sanitaria. I principali oppositori di questa riforma non sono i democratici, generalmente contrari all’espansione dei programmi di autorizzazione del governo, ma i medici degli ospedali, perché ci sono imponenti interessi nell’assistere pazienti con piani assicurativi commerciali o sponsorizzati dal datore di lavoro. Per quanto riguarda la situazione carceraria, invece, i dati esprimono più efficacemente delle parole la drammaticità della situazione: infatti il 25% delle persone in carcere nel mondo si trova negli Stati Uniti, nonostante meno del 5% della popolazione mondiale sia cittadina statunitense. In più, tra i detenuti americani, il 58.2% sono bianchi, mentre il 38.1% sono afroamericani. Quest’ultima informazione non sembra allarmante, ma, se confrontata con la composizione della popolazione, ci appare chiaro che la percentuale di detenuti di colore è fortemente sproporzionata, poiché soltanto il 12.9% dei cittadini è nero; questo dato non è dunque altro che una chiara prova del particolare accanimento delle forze dell’ordine contro gli afroamericani. Concretamente le intenzioni di Biden
sono di offrire fondi ai governatori che riformeranno il sistema carcerario e tagliarli a chi non lo farà, per incentivarli a modernizzare e rendere più equo il sistema penale americano. Allo stesso modo vorrebbe obbligare i governatori federali alla creazione di nuove riforme per porre fine alla segregazione abitativa. Infatti, nonostante la segregazione razziale sia stata abolita nel 1964 con la Legge sui Diritti Civili, ancora oggi esistono quartieri a prevalenza “bianca” o “nera”, con consistenti differenze nei servizi offerti: poiché mediamente gli afroamericani hanno redditi più bassi, spesso possono permettersi solo appartamenti con un basso canone di affitto nelle periferie delle città dove ci sono scuole, autobus e ambienti frequentati solo da persone con le stesse possibilità economiche, all’interno dei quali non sono garantite le stesse opportunità scolastiche e lavorative dei più abbienti. Non ci resta che aspettare ed osservare, sperando che l’America diventi sempre più simile all’utopia della “Nazione democratica ed egualitaria”, attributi che spesso la accompagnano. E, soprattutto, che in questo tentativo riesca a trascinare con sé il resto del mondo.
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Attualità 13
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Emma Laura Longoni, 3aa
La fortuna di non nascere in Egitto Quando il 7 febbraio 2020 scese da quell’aereo, Patrick Zaky non pensava sarebbe finita così. Stava solo tornando a casa sua, in Egitto, in seguito ad un periodo trascorso all’Università di Bologna per terminare i suoi studi universitari. Ma quello studente appena sceso dall’aereo per il Governo egiziano non era un normale studente: Patrick per coloro che nel suo Paese comandano è un anarchico, un incitatore alla rivolta, un folle con il solo obiettivo di rovesciare l’ordine sociale vigente nel suo Paese. Il motivo? La sua collaborazione con l’EIPR (Egyptian Inizitive for Human Rights), un’organizzazione non governativa che si batte perché in Egitto si arrivi ad un totale rispetto dell’essere umano, obiettivo che, secondo gli attivisti della suddetta ONG al momento è molto lontano da una realizzazione concreta. Ebbene, dopo essere sceso da quell’aereo Patrick non è più tornato a casa: non ha infatti nemmeno fatto in tempo a posare un piede sul suolo del suo Paese d’origine che già aveva le manette intorno alle mani.
Il capo d’accusa era, e purtroppo è tuttora, di aver pubblicato dieci post sul suo account Facebook, che paiono “sovversivi”, anche se ancora oggi non è stato fornito alcun chiarimento rispetto alle effettive dichiarazioni illegali presenti nei contenuti di cui si accusa l’attivista, tanto che ormai si inizia persino a dubitare dell’esistenza stessa dei post che di fatto hanno causato l’arresto del giovane studente. Patrick ad oggi si trova in carcere da 10 mesi, grazie ad una sottigliezza formale che permette al Governo di non processarlo formalmente – fatto che aggraverebbe le posizioni della comunità internazionale rispetto alla questione – ma di far semplicemente rinnovare, ogni 15 giorni, lo stato di detenzione del ragazzo. In più, mentre ai piani alti escogitavano questo stratagemma, Patrick veniva trasferito dal penitenziario di Mansoura (sua città natale, dove era stato inizialmente rinchiuso) a Tora, o “il buco, la tomba”: la prigione di massima sicurezza in cui tutti i prigionieri politici del Paese sono rinchiusi secondo Amnesty International, che di Egitto si occupa ormai da anni.
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Tuttavia, questo cambio di collocazione dell’attivista, che era avvenuto il 6 marzo, aveva suscitato non poche preoccupazioni; la sezione Scorpion 2 di Tora - zona in cui si ritiene siano chiusi tutti i dissidenti e, dunque, lo stesso Patrick - non è per nulla allineata agli standard delineati dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e, di conseguenza, a quelle condizioni minime che garantiscano un trattamento “umano” del detenuto. Infatti, Scorpion 2 è piuttosto nota tra gli osservatori internazionali che si occupano di Diritti Umani per alcuni trattamenti particolarmente degradanti che si riservano ai reclusi. Tra questi, il sovraffollamento delle celle (si stipano 20 persone per cella, in stanze alte 3 metri e larghe 2), la totale disattenzione al cibo che si offre ai detenuti (che è spesso infestato da insetti di ogni tipo) e, soprattutto, le violenze che il personale carcerario perpetra continuamente, secondo tutti coloro che da Scorpion 2 sono fortunatamente usciti (da bastonate sulla schiena a stupri di gruppo, in caso di ribellione). Ebbene, è qui che sta Patrick da quasi un anno ed è qui che potrebbe trascorrere fino a 25 anni della sua vita, secondo le ONG che stanno prestando attenzione alla questione. Perché sì, alcuni attivisti egiziani sono rimasti a
Scorpion 2 per ben 25 anni. Questa è la prospettiva dunque, se si va avanti così: un giovane innocente – perché dopo 10 mesi quei post sono da considerare come una scusa creata solo per poterlo rinchiudere, e questo pare oggettivo - tenuto in carcere in condizioni disumane da un Paese che, più che una nazione libera e democratica, sembra un regime autoritario, il cui leader, Abdel Fattah Al-Sisi, ama nascondersi sotto la maschera di semplice “Presidente”, ma che, in realtà, è molto più di questo. E non fingiamo per favore che la questione non sia di particolare rilievo, perché, se lo facciamo, evitiamo di considerare un elemento importante: a noi è permesso considerarla come tale poiché il nostro pensiero e, soprattutto, il nostro dissenso li possiamo esprimere. Noi qui in Italia possiamo dire “non sono d’accordo”, “questa decisione non è giusta”, “questa cosa che senso ha?”. Ecco, se fossimo in Egitto no. Se fossimo in Egitto e dicessimo “non sono d’accordo” finiremmo anche noi a Scorpion 2, quarta sezione di Tora, la tomba/il buco. Perché alla fine siamo tutti dei “Patrick Zaky”. Solo che noi abbiamo avuto la fortuna di non nascere in Egitto.
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Elisa Zaccagni, 1bb
La DAD non è scuola! La scuola in questo ultimo periodo è stata argomento di polemiche e dibattiti, in particolare per la decisione del Governo di chiudere le scuole preferendo la didattica a distanza, considerata più sicura in un grave momento di emergenza pandemica. Dopo questo annuncio del professor Conte, molti ragazzi da Nord a Sud Italia, hanno voluto mostrare il loro disappunto di fronte a questa scelta, andando nelle piazze a manifestare contro questa restrizione riguardante l’apprendimento. In particolar modo, mi ha colpito il racconto di due ragazze dell’istituto Italo Calvino di Torino, Lisa e Anita, di dodici anni, che si sono fermate con il proprio banco nella piazza centrale per mettere in evidenza pacificamente il loro punto di vista. Munite di tablet, quaderni e astucci, seguono tutt’ora le lezioni in questo modo. Le parole delle due ragazze piemontesi, che pare vogliano rivolgere al Presidente della loro regione, sono state: “Si impara di più guardando i professori negli occhi, che in uno schermo del computer. I professori sanno che siamo qua e ci appoggiano, anche perché ci hanno insegnato a credere nei
nostri sogni.” Non si sono fermate e hanno continuato a credere nel loro progetto, rimanendo sotto il freddo e la pioggia nella piazza della città cercando di essere ascoltate. Da questo loro moderata “ribellione”, hanno preso spunto altri ragazzi, soprattutto delle scuole superiori, capita che gli studenti seguano le lezioni con il pc e tavolini nelle immediate vicinanze del loro istituto. Tra questi c’è Maya, una ragazza del terzo anno, che afferma: “La DAD non è scuola. Molti non hanno neanche gli strumenti per apprendere a casa e ci mancano le relazioni sociali.” Questo modo di manifestare dei giovani è portato avanti anche con l’hashtag #lascuolanonsichiude. La scuola non è fatta solo di verifiche, interrogazioni e tempo impiegato nell’apprendere nozioni, scuola è amicizia, scherzare insieme e aiutarsi, è il luogo in cui nascono le relazioni sociali più sincere e gli amori più profondi, in cui si prendono in giro i professori, in cui si scappa in bagno per balzare un’interrogazione. Forse chi governa non se ne rende conto, ma secondo me ci stanno im-
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ponendo di rinunciare a una parte della nostra vita, forse, alcuni dicono, la migliore. E’ come se portassero via le parole a un poeta e i colori a un pittore. Sotto un certo aspetto, l’apprendimento a casa ci ha permesso di studiare e imparare, anche se con fatica. Ma a lungo andare, come sottolineano
studenti, psicologi e medici, la scuola a distanza e quindi le tante ore davanti a uno schermo possono essere causa di disagi alla vista e cefalee ma possono anche essere causa di disturbi dell’attenzione. Speriamo di varcare quanto prima la soglia delle nostre vecchie e vuote ma adorate classi.
Cosa ne pensi della DAD? Sarebbe meglio tornare a scuola o fare lezione a distanza? Invia su etceteramajorana@gmail.com una tua riflesione su questo argomento e la vedrai pubblicata nel numero del mese successivo.
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Andrea Scuratti, 5cc
Felix dies natalis Solis Invicti! Cari lettori di EtCetera oramai siamo entrati in pieno clima natalizio: luminarie, lucine, alberi di Natale e presepi, ma anche i più che attesi regali, che ci scambiamo ogni anno con amici, genitori, zii, cugini, nipoti, nonni e chi più ne ha più ne metta. Se un Romano dei tempi che furono tornasse in vita oggi sarebbe un po’ confuso, ma nemmeno troppo... Natale viene festeggiato ogni anno da tempi immemori il 25 dicembre, perché secondo la tradizione cristiana egli nacque in quella famosa mangiatoia proprio in quella data, ma in realtà il Nuovo Testamento non riporta in alcun punto questo dato. I cristiani hanno “preso in prestito” due festività romane: i Saturnalia e il Dies natalis Solis Invicti. I Saturnalia erano il periodo più atteso dell’anno a Roma e si festeggiavano dal 17 al 23 o 25 dicembre, “ante diem XVI Kalendas Ianuarias”: in questo periodo ci si incontrava coi parenti, ci si scambiavano doni e i ritmi della vita si allentavano e secondo il poeta Catullo questi erano i giorni più belli dell’anno. Queste festività prendono il nome da Saturno, padre di Giove e mitico dio dell’”età dell’oro”, un tempo
felice in cui dèi e uomini vivevano in completa armonia. Saturno era, anticamente, il dio della semina (dal verbo latino “sero”, “coltivare”, che in alcune delle sue forme fa “situm” e possiamo notare il tema simile “sit-/sat-”) accolto dopo che era stato scaraventato giù dalle sedi degli dèi - se vi ricordate Giove si era arrabbiato perché il padre aveva mangiato i suoi fratelli, normale amministrazione sull’Olimpo - fu accolto da dei contadini laziali che gli permisero di vivere insieme a loro durante la stagione invernale. Al termine di questa Saturno diede loro un dono unico: la conoscenza della semina e dell’agricoltura. Durante i Saturnalia si pregava, in quanto vi erano veri e propri riti religiosi, per la fine dell’inverno e il ritorno di Saturno e la primavera, per poter tornare a seminare e affinché le messi crescessero. Dopo alcuni giorni di riti religiosi iniziava una sorta di carnevale, e addirittura agli schiavi veniva concessa una sorta si “ora d’aria” e i padroni più gentili scherzavano con questi e addirittura concedevano loro di sedersi a tavola con loro stessi. L’”Editto di Costantino” nel 313 d.C., che sanciva la tolleranza tra le religio-
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ni presenti nel territorio dell’impero romano, e l’”Editto di Tessalonica” nel 380 d.C., che dichiarava il Cristianesimo religione ufficiale dell’impero, misero la parola fine alla celebrazione pagana. I Saturnalia terminavano il 25 dicembre, il “Dies natalis Solis Invicti”, il “giorno della nascita del Sol Invictus”, con cui si celebrava il solstizio di inverno, giorno in cui le giornate iniziano ad allungarsi e il sole, metaforicamente parlando, vince sulle tenebre. Il termine “Natale”, non significa altro che “nascita”; lo si può desumere dal tema “nat-”: in latino il perfetto (il passato remoto italiano) del verbo “nascor”, “nascere”, è, infatti, “natus sum”, “(io) nacqui”. In italiano la traduzione di “dies natalis” si è persa un po’ col termine “compleanno”, ma è ottimamente traducibile in inglese “birthday”, letteralmente “giorno di nascita”. Il culto del Sol Invictus acquisì importanza a Roma dall’imperatore Eliogabalo nel 218 d.C. e nel 274 d.C. fu decretata dall’imperatore Aureliano come celebrazione del Solstizio Invernale, e qualche tempo dopo fu cristianizzata. Sembra che Cristo, però non nacque alla fine di Dicembre, ma in un imprecisato periodo autunnale; fu a causa dello stato d’illegalità in cui operavano (non piacevano molto agli imperatori
questi “seguaci di Cristo”) che i primi Cristiani spostarono il Natale al tempo dei Saturnali per attirare meno attenzione possibile su se stessi mentre celebravano le proprie festività. Ora però state attenti e non dite che un Romano del I secolo a.C. festeggiava il Dies natalis Solis Invicti! Questo è un culto che giunse a Roma dall’Oriente nel tardo impero romano. In un tempo precedente però esisteva una divinità simile, il Sol Indiges, che fu introdotto da Tito Tazio, che governò per cinque anni insieme a Romolo, poco dopo la fondazione di Roma. Spesso si dice che il Natale è una festa rovinata, dedita al consumismo e che ha perso il suo vero valore con quello scambio di regali e le grandi cene coi parenti in cui si mangia ogni tipo di leccornia esistente, ma in realtà non sta accadendo nient’altro di diverso da ciò che accadeva migliaia di anni fa, prima ancora che arrivasse il Cristianesimo. Pure CIcerone e Cesare facevano regali ai loro figli e figlie e cenavano coi parenti!
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Viola Sauta, 1bb
Le luci di Natale Le luci di Natale illuminano il buio del 2020 Lo scorso Capodanno abbiamo accolto con estrema gioia questo 2020, carichi di aspettative e non consapevoli di quello che sarebbe successo da lì a poco. In realtà ci siamo ritrovati catapultati in un tunnel buio da cui, in certi momenti, è sembrato impossibile uscirne. É stato un susseguirsi di eventi negativi e prove da superare per ognuno di noi. La nostra quotidianità e le abitudini che avevamo si sono dovute misurare con un mostro: il Covid-19. Per nostra fortuna però, si avvicina il tanto atteso Natale. Le decorazioni luminose iniziano a comparire sulle strade e sui muri delle case, gli appartamenti sono già stati inondati da ogni genere di addobbi; come sempre, primo fra tutti, l’albero scintillante che speriamo ci possa far vivere la magia di questo giorno così speciale.Per molti è l’unica occasione per riunire la famiglia, per fare regali o per un cenone attorno ad una tavola imbandita di cibi prelibati, ritrovandosi nel calore degli affetti. Purtroppo per molti non sarà così. La malattia, l’abbandono e l’emarginazione sono cifre chiave per capire la vera
emergenza e i veri risultati di questa crisi che nasce sanitaria, ma che in realtà ha un forte impatto economico e sociale. Basti pensare a ogni persona che, a causa del coronavirus, si ritroverà sola e abbandonata in una stanza di ospedale, a combattere fra la vita e la morte senza poter avere nessun tipo di contatto con i propri cari. Inoltre la maggior parte delle nostre famiglie si sono ristrette, molte persone sono venute a mancare e non festeggeranno con noi, non mangeranno alla nostra tavola. Loro quest’anno non ci saranno, ma hanno lasciato una profonda cicatrice nel nostro cuore. Il virus non ha ucciso solo gli anziani, ma anche persone di giovane età. Ci avete mai pensato che questa mala sorte potrebbe toccare anche a uno di noi? Anche per i medici c’è un cambiamento, questi “eroi”non passeranno la notte del 25 Dicembre a scartare i regali meritati, ma probabilmente si troveranno in una sala operatoria o in terapia intensiva, rischiando la loro stessa vita per gli altri. Questo non sarà il Natale degli abbracci e delle grandi tavolate, ma del rispetto delle regole e della vita. Probabilmente nessuno immaginava
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Natale
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che qualcosa di simile potesse mai accadere e di questo non ne siamo certo contenti, ma forse questa brutta situazione ci insegnerà ad apprezzare maggiormente quello che abbiamo. Ci sta ricordando che la vita è breve e
che dobbiamo fare ciò che è più importante, cioè aiutarci a vicenda riscoprendo l’essenziale. Perché la felicità non la troverete mai in un pacchetto regalo, bensì nell’affetto delle persone che vi circondano.
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Racconti 21
Camminare Elia camminava. Camminava da così tanto tempo ormai da avere dimenticato dove dovesse andare o cosa stesse cercando. Sapeva solo camminare e camminare e camminare. Non ricordava più nemmeno che giorno fosse o da dove fosse arrivato. Camminava e basta. Elia era un viaggiatore ma non sapeva perché. Durante il viaggio aveva visto ogni genere di paesaggio: nella sua mente ritornavano le immagini di foreste di alti alberi dove non smette mai di piovere e d i deserti dove il sole batte sempre e il caldo ti toglie il respiro. Aveva odiato quei giorni: il cibo scarseggiava, l’acqua ancor di più, un colpo di vento bastava a farlo cadere a terra senza che avesse abbastanza forze per rialzarsi. Se avesse potuto scegliere avrebbe passato tutta la sua vita sulle montagne: il clima era fresco e in inverno si poteva raggiungere facilmente la valle in cerca di un riparo al caldo, la quiete e la calma regnavano incontrastate sia nei lavori più faticosi, come la ricerca delle risorse per il sostentamento, sia nei momenti di riposo, in cui il dolce oziare era accompagnato dal canto di alcuni uccellini, amici fedeli nelle lunghe notti solitarie senza fine. A parte le terre in cui si tro-
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Viola Bonfanti, 5aa
vava di volta in volta, nulla cambiava nella sua quotidianità: ogni giorno si svegliava, cercava da mangiare, camminava, mangiava, camminava, cercava riparo, dormiva, si svegliava e così via. Il tutto sempre da solo. Un giorno, mentre percorreva i sentieri di una foresta bruciata dove qua e là spuntavano deboli germogli, vide qualcuno come lui. Era una ragazza, era vestita di abiti semplici e aveva la pelle ustionata dal sole, proprio come la sua. Ella, impegnata a raccogliere dell’acqua in recipienti di terra cotta, non si accorse di lui. Elia rimase ad osservarla mentre con gesti ampi agitava le acque del ruscello le arrivavano quasi all’orlo dei pantaloni. Si fece avanti, tentennò, pensò che forse era meglio lasciare stare, poi si convinse che quella potesse essere la sua unica occasione di incontrare qualcuno simile a lui. Fece un altro passo avanti. La ragazza lo vide, portò le mani alla bocca e lasciò cadere in acqua la bisaccia che usava per riempire i vasi. Piegò la testa di lato, parlò ma Elia non capì la sua lingua sconosciuta. La ragazza continuò a parlare per un po’poi, dopo aver notato i cenni di negazione del giovane straniero, gli fece cenno di seguirlo. Lo
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Racconti
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condusse fino ad un villaggio di poche capanne, riunite in un semicerchio, dove i bambini giravano nudi e le donne erano troppo occupate a cucire o a cucinare per fare a caso a lui. Lo portò in una tenda, lo presentò a sua madre che gli offrì pane e tè, e tutti insieme attesero l’arrivo del padre. Una volta tornato dalla caccia, l’uomo concordò a Elia il permesso di restare nell’abitazione. Lo lavarono, gli diedero abiti puliti (da quanto indossava gli stessi abiti e dove li aveva trovati?), medicarono le sue ferite e gli tagliarono in maniera convenevole la barba e i capelli. Lo accolsero come se fosse un figlio scomparso tornato dopo un lungo viaggio. La comunità in cui era capitato lo aveva accolto con gioia e ospitalità e nel giro di pochi mesi aveva già appreso la lingua e conosciuto le tradizioni locali, aveva imparato ad annodare le vesti alla maniera dei guerrieri mentre cacciavano bisonti e cervi, a ballare nel centro del paese durante le sere di festa, a corteggiare le ragazze dietro ai loro sorrisi timidi. Alla gente piaceva ascoltare le sue storie e i suoi viaggi e lui si stava dimostrando insolitamente bravo a intrattenerli con descrizioni lunghe e cariche di sentimento. Tuttavia non riusciva a sentire il villaggio come casa sua, non era nemmeno sicuro di capire fino in fondo cosa signi-
ficasse il termine, semplicemente avvertiva dentro di sé di non essere nel posto a lui destinato. Vi erano giorni in cui il senso di solitudine lo affliggeva anche in mezzo alle altre, anche più di quando viaggiava e si trovava isolato per davvero. Una notte si svegliò improvvisamente: il vento soffiava violentemente fuori dalla tenda tanto da far tremare la tela di cui era composta. Nonostante la bassa temperatura, Elia era madido di sudore. Decise di uscire per prendere un po’ d’ aria e vide che la luna fissarlo dall’alto come se fosse l’occhio stesso del firmamento e una voce mai udita, una sorta di eco misterioso dentro di sé, lo intimò ad andare. Non sapeva la direzione, sentiva solo di dover camminare. Inizialmente cercò di ignorare quella strana sensazione e continuò a svolgere le sue mansioni al villaggio come era solito, ma man mano che il tempo passava si sentiva sempre più un estraneo. Finalmente, dopo un paio di settimane, ne parlò con il padre (ormai era un genitore per lui). Spiegò all’uomo di sentire quell’impulso fin nelle ossa, che sapeva di doverlo accontentare ma che aveva paura di dimenticarli e di tornare alla sua condizione originaria. “Ragazzo mio - gli rispose- non avere paura di te stesso. Il destino ci spinge su vie che non conosciamo ma che sono sempre
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te stesso. Il destino ci spinge su vie che non conosciamo ma che sono sempre giuste per noi. Noi non ti dimenticheremo, anche se non dovessimo più vederci, e sono sicuro che nemmeno tu lo farai: sei cresciuto, figlio, sei diventato più vicino a ciò che sei destinato ad essere. Vai e non guardarti indietro finché non avrai trovato il tuo posto”. Elia se ne andò davvero. L’autunno faceva la sua comparsa nella prateria e tingeva i pochi alberi dei suoi colori caldi. Elia raccolse tutti i suoi beni. Venne sorpreso da una grande festa, che sarebbe durata tre giorni (il giovane partì nel secondo) organizzata dalla comunità in occasione della sua partenza. Salutò tutti, commosso dal do-
lore che provava nel lasciarli, si congedò dalla sorella dandole un bacio sulla fronte, ricevette una pacca sulla spalla dal padre e tra le lacrime della madre, riprese il suo viaggio. Elia camminava, camminava anche se ancora non sapeva dove stesse andando né cosa lo avrebbe aspettato, ma questa volta era consapevole che qualsiasi cosa avesse trovato sarebbe stata una nuova elettrizzante sfida. Camminava, perché sapeva che era l’unica cosa che poteva fare e che non era ancora arrivato il momento di fermarsi. Elia era un viaggiatore, come lo siamo un po’ tutti, ma questa volta, mirava a una meta sconosciuta e non era solo.
La Posta del Cuore Non ci siamo dimenticati di voi! Le risposte alle vostre domande non le troverete però su questa edizione del giornalino, bensÏ sulla diretta di Twitch del 22 Dicembre dalle 14 alle 15. Non mancate!
Trovate il programma completo della Corrida sulla pagina instagram di @etceteramajorana
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La redazione Caporedattore: Giacomo Longoni, 5bb Impaginatore: Marco Cesana, 5aa Hanno collaborato: Giovanni Colombo, 4D Francesco Vaccaro, 5aa Veronica Guarisco, 1D Emma Laura Longoni, 3aa Andrea Scuratti, 5cc Elisa Zaccagni, 1bb Viola Sauta, 1bb Viola Bonfanti, 5aa Sofia Castiglioni, 5bb Sara Santambrogio, 5bb Giulia Burigotto, 5bb Carolina Molteni, 5aa Matteo Bontempo, 3H
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