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Dicembre 2018

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n° 4 | Dicembre 2018

EtCetera il giornalino degli studenti

L’Editoriale

Natale (quasi) per tutti

Francesco Vaccaro 3aa IL GIALLO VA DI MODA Come già accennato nello scorso editoriale dal Caporedattore, la Francia sta sperimentando sulla propria pelle il clima di incertezza economica che sta variamente attraversando l’intera Europa. Da settimane ormai le principali città francesi, e Parigi sopra tutte, sono devastate, vandalizzate e a volte anche incendiate fisicamente dalle proteste dei “gilet gialli”, una rivolta popolare che vede come causa occasionale l’aumento dei prezzi sulla benzina e come cause profonde i numerosi provvedimenti del presidente Macron che invece di far fronte alla povertà galoppante favorivano i ceti privilegiati e le lobby. Queste rivolte, contenute attraverso un annuncio da parte del presidente francese di un provvedimento sociale straordinario, creano un clima di incertezza politica che si aggiunge al recentissimo attentato di Strasburgo. Ma a preoccupare è l’effetto propagatore: infatti già Lussemburgo ha sperimentato una rivolta dei gilet gialli così come Milano, con scopi diversi ma che hanno come fattore comune il malcontento sociale. E l’Italia è una miccia pronta a esplodere, soprattutto al Sud: infatti al Sud abbiamo le stesse premesse socio-economiche che hanno portato allo scoppio di questa rivolta in Francia. Il malcontento si era già manifestato nelle elezioni del 4 marzo ma adesso rischia di implodere.

“Inseguo le mie passioni: il giornalismo e l’Europa” Una manovra da funamboli

Da un paio di settimane ormai la situazione economica italiana è appesa a un filo, e il futuro della nostra economia dipende da un documento tanto atteso quanto osteggiato

Babbo Natale non esiste

La fine dell’infanzia e l’entrata nel grigio mondo degli adulti. Il grande sogno dell’uomo barbuto dalla pancia lievitata va in frantumi.

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Indice 2

Inseguo le mie passioni: il giornalismo e l’Europa..............................................3 Una manovra da funamboli..............5 Babbo Natale non esiste....................8 Dove la musica trionfa......................10 Siamo spiati... ce lo dice la CIA.......12 Alcune riflessioni in periodo di festa.........................................................14 Tragedia in discoteca ad Ancona.........................................................17 Il primo SMS: cosa ci ha fatto...........18


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Attualità 3

Giacomo Longoni, 3bb

“Inseguo le mie passioni: il giornalismo e l’ Europa” Serenità. Ansia. Spari. Luci. Sangue. Mercatini. Odio. Gente che corre. Ristoranti. Proiettili. Martedì 12 dicembre l’ Europa è stata nuovamente colpita al cuore. Non è per niente un’ esagerazione se si pensa che Strasburgo, la città teatro di questa triste vicenda, fu scelta nel lontano 1949 per ospitare il Parlamento Europeo, una delle istituzioni più importanti dell’ Unione Europea. Lo sapeva bene il giovane giornalista trentino Antonio Megalizzi, morto dopo un’ agonia durata tre giorni in seguito alle ferite riportate nel corso del terribile attacco in questione. Costui era un giovane radiofonico che da diverso tempo impiegava quasi tutte le sue giornate per cercare di realizzare quello che era il suo sogno: far conoscere la bella faccia dell’ Europa attraverso il network “Europhonica”. Chi meglio di lui, giovane giornalista, poteva farlo? Chi meglio di uno studioso universitario dal viso sorridente e forte di svariati viaggi Erasmus in giro per il Vecchio Continente pote-

va sognare che un giorno le continue tensioni tra i Paesi membri dell’ UE avrebbero lasciato spazio a degli “Stati Uniti d’ Europa”? Antonio non era un rivoluzionario, ma un visionario. Uno che non si poneva limiti, un ragazzo che investiva il suo tempo per un grande progetto comune, per il bene comune. Egli infatti martedì sera si trovava a Strasburgo proprio perché doveva assistere alla seduta plenaria dell’ Europarlamento. Non ce l’ ha fatta. È stato ucciso da un suo coetaneo che al posto del desiderio di bene e di pace di Antonio nutriva nell’ animo un desiderio di vendetta: voleva vendicarsi delle morti dei suoi fratelli uccisi in Siria. In queste circostanze per rispetto delle vittime è sempre difficile trovare le parole giuste ma di questo sono certo: se solo Chérif Chekatt, l’ attentatore di Strasburgo, avesse avuto modo di conoscere Antonio tutto questo non sarebbe accaduto. Molto probabilmente in quella malaugurata sera, oltre al nostro con-


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Attualità

nazionale, non sarebbe morto neppure la seconda vittima dell’ attentato, un pensionato francese colpevole di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato. Forse Kamal non avrebbe abbandonato per sempre i suoi tre figli e la moglie che aveva portato quella sera ai mercatini di Natale per vivere con loro un momento di quella serenità che solo l’ atmosfera natalizia può offrire. Allo stesso modo non sarebbe morto neppure un turista thailandese, la quarta vittima dell’ attentato. Chissà allora se in quell’ Europa che Antonio immaginava e in cui, forse, si illudeva di vivere, queste cose accadranno ancora... Chissà se in quei tanto auspicati Stati Uniti d’ Europa ci sarà ancora spazio per gente che diffonde odio e spargimenti di sangue... Chissà se un domani in questo nostro Vecchio Continente ci saranno generazioni che, a differenza di quanto fatto dai nostri avi che si facevano la guerra tra loro, collaboreranno per il progresso sociale indispensabile per una civiltà stabile e sana...

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Economia 5

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Francesco Vaccaro, 3aa

Una manovra da funamboli Da un paio di settimane ormai la situazione economica italiana è appesa a un filo, e il futuro della nostra economia dipende da un documento tanto atteso quanto osteggiato: la legge di bilancio, o, come la vuole propagandare il governo, la manovra del popolo. Vediamo di fare un breve riassunto delle “puntate precedenti”. Verso la fine di ottobre il governo italiano, come è prassi all’interno dell’Unione europea, mandò alla Commissione europea, preposta all’approvazione o bocciatura delle varie manovre in base alle norme europee e alla situazione economica dei singoli Paesi, la propria manovra, che consiste in un documento in cui vengono inserite le riforme che il governo vuole attuare in un piano triennale (2019-2021 l’attuale manovra), così come gli altri governi europei; ma a destare l’attenzione della Commissione europea e dei mercati fu la dichiarazione del Ministero dell’economia di una previsione del deficit al 2,4%. Dov’è il problema? A dir la verità non c’è un

problema effettivo: la previsione del Ministero rientrava nel 3% concordato dai paesi europei. Il problema vero è che la commissione europea auspica da tempo che i governi italiani facciano un deficit il minore possibile e che quel deficit sia destinato a un rientro del debito pubblico (che è al 130%, di gran lunga al di sopra del 70% concordato a livello europeo). E la commissione si aspettava, e si aspetta tuttora, che il governo facesse ciò dopo anni di flessibilità concessa al governo Renzi: infatti il precedente governo Gentiloni aveva previsto un deficit per gli anni 20192021 allo 0,8%. Davvero irrealistico per un paese che ha bisogno di un notevole impulso economico, per cause di forze maggiori in deficit, ma il governo era stato costretto a fare questa promessa irrealizzabile proprio per evitare una procedura di infrazione per deficit eccessivo che invece, l’attuale governo rischia. È toccato all’attuale Ministro dell’Economia Giovanni Tria fare un bilancio tra sogno e realtà: al


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Economia

termine dell’Eurogruppo tenutosi lo scorso luglio il governo gialloverde si era impegnato a portare un deficit dell’1,8%. Ma come si è arrivati al 2,4%? Semplice, per poter attuare le due riforme-cardine del governo, quota 100 e reddito di cittadinanza, molto costose, il deficit raggiungeva quella soglia. Ed è a questo punto che si crea un braccio di ferro tra Commissione europea, che pretende tuttora che l’Italia rispetti gli impegni presi, e i due partiti di maggioranza, che non vogliono in alcun modo fare marcia indietro sugli impegni presi con il popolo. Il risultato di questo braccio di ferro è stato uno spread che ha toccato i 320 punti e un’estrema incertezza politica che pesa ulteriormente sullo spread. Non mi soffermo a spiegare le meccaniche dello spread, anche perché non sono un economista, basti sapere che più lo spread è alto più lo Stato perde soldi. E questo ha convinto il governo ad aprire una trattativa in corso tuttora per limare il deficit. Fino a martedì 11 dicembre si brancolava nell’incertezza: i due vicepremier non erano disposti a scendere oltre il 2,2%, il premier Conte voleva il 2%, una sorta di compromesso, mentre il ministro Tria lo voleva

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all’1,9%, il parametro più vicino alle richieste europee. È vero che si discute di decimali, ma a ogni decimale sul piano teorico corrispondono miliardi di euro nella realtà, quindi la differenza c’è, eccome; ma il mercoledì successivo, dopo giorni di intense trattative interne ed esterne al governo, Conte ha consegnato alla Commissione una proposta di deficit allo 2,04%, e ora il presidente Junker e il commissario agli Affari Economici Pierre Moscovici la valuteranno. Dopo tutto questo colabrodo, è giunto il momento che esprima la mia opinione. Il punto è che a mio parere la manovra così com’è non funziona. Voglio quindi rivolgere una critica al governo ma al contempo spezzare una lancia in suo favore. Le intenzioni del governo gialloverde sono lodevoli, in quanto il loro obiettivo è quello di creare un ricettacolo che risolva la situazione economica in cui versa l’Italia attualmente (siamo molto vicini al rischio di una seconda recessione secondo numerose stime), anche se questo vuol dire fare una manovra in deficit, ma reddito di cittadinanza e quota 100 non sono la soluzione, e il motivo è presto detto. Quota 100 si propone in linea di massi-


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ma di sostituire la legge Fornero e mandare in pensione le persone prima degli attuali 65 anni, ma il punto è che con questa riforma una persona può andare sì in pensione a 62 anni, ma solo se ha 32 anni di contributi alle spalle, ovvero deve aver lavorato ininterrottamente a partire dall’età di 24 anni, quindi forse non è così diverso dalla legge Fornero. Il reddito di cittadinanza si mostra fallimentare già da come si presenta: in pratica io governo ti do tot. soldi per un periodo mentre sei disoccupato e al tempo stesso mi adopero per trovarti un lavoro, e non il contrario come sarebbe moralmente giusto. Si tratta quindi di una misura assistenzialista che ora come ora invoglierebbe le persone a rimanere disoccupati. E poi, in Italia sono milioni le persone che dichiarano un reddito falso per poter usufruire di queste misure, soprattutto al Sud, quindi si parla di prendere miliardi tanto sudati e gettarli via. E poi la maggioranza gialloverde non tiene abbastanza conto del contesto in cui l’Italia è inserita, ovvero l’Unione Europea e il libero mercato, che, diciamocelo, è lui a controllare l’indirizzo economico-politico di un governo. Personalmente, da umile stu-

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dente classicista che sa ben poco di queste questioni, io opterei per una manovra con un deficit minore, giusto per tenere a bada il cane che ringhia, ma incentrato quasi totalmente sugli investimenti, in modo da favorire la crescita e rendere l’Italia più appetibile agli occhi degli investitori stranieri. Ad esempio, investirei nelle grandi opere, come la Tav in Piemonte, la Tap in Puglia e la Gronda in Liguria, che favorendo gli scambi commerciali fruttano allo Stato milioni di euro. Basti pensare che il crollo del ponte Morandi e l’inesistenza della Gronda a Genova ha interrotto le comunicazioni tra est e ovest Liguria e ha reso più difficile l’accesso al porto di Genova. Risultato: numerosi tir preferiscono recarsi nei porti spagnoli e francesi creando milioni e milioni di euro persi non solo alla Liguria, che ora è abbandonata a se stessa, ma a tutta l’Italia. C’è da dire però che l’Unione Europea non aiuta per niente: essa dichiara costantemente di agire per il benessere economico dell’Italia, ma quando l’Italia si azzarda a sgarrare dalle regole europee per la crescita viene subito bastonata. Forse quindi è l’Europa in contraddizione, non il nostro governo.


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Natale 8

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Clara Cassandro, 3aa

Babbo Natale non esiste La fine dell’infanzia e l’entrata nel grigio mondo degli adulti. Il grande sogno dell’uomo barbuto dalla pancia lievitata va in frantumi. Le certezze e le speranze volano nell’umido insieme alle bucce d’arancia. Per ogni bambino “Natale” significa “Babbo Natale”, è ragionevole, ma scoprire che è solamente frutto della mente umana, e dunque che è inesistente, segna un repentino cambiamento, non sempre facile. Tutto falso. Numerosi psicologi infantili hanno condotto studi sulla reazione alla scoperta della non-esistenza di Babbo Natale e l’approccio dei bambini alla questione. Fino ai cinque anni di età, il bambino è portato a credere incondizionatamente a Babbo Natale, a sette si nutrono dei dubbi, mentre a nove quasi nessun bambino vi crede più. Raramente sono stati riconosciuti dei traumi in seguito alla scoperta: ad una bambina, ad esempio, il padre aveva detto che Babbo Natale non c’era più perché aveva avuto un infarto ed era morto.

Al contrario di quanto si tende a pensare, la rivelazione non arriva in modo improvviso: anche quel che ha l’apparenza di un drammatico incidente, per esempio papà o mamma colti nottetempo in flagranza di reato a piazzare i regali sotto l’albero, di solito è solo la conferma di un sospetto precedente. Se il bambino non è ancora arrivato all’età giusta, è possibile che neppure un’evidenza del genere faccia crollare la sua fede. Nella maggior parte dei casi studiati, la rivelazione non è stata tale, ma è stata piuttosto frutto di un’intuizione man mano confermata, senza causare shock. In caso fosse avvenuto un “piccolo dramma”, sarebbe stato di breve durata. Le bugie su Babbo Natale sono dunque lecite? Ci sono pareri contrastanti: lo psicoterapeuta americano D. K. Johnson sostiene ad esempio che “andrebbero evitate”, per tre motivi: prima di tutto perché è una menzogna senza giustificazioni, in secondo luogo rischia di danneggiare il rapporto di fiducia tra i figli e i genitori, e infine perché “inco-


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Natale

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raggia la credulità”. Per altri invece, credere a Babbo Natale rappresenterebbe una normale fase dello sviluppo cognitivo: la psicologa Jacqueline Wooleey sostiene infatti che “in fin dei conti, quella su Babbo Natale non è una bugia vera e propria, ma una sorta di esortazione a partecipare a una storia di fantasia”, traducibile con una richiesta di complicità da parte dell’adulto. Tutto ciò può essere visto come un’entrata nel mondo dei grandi, un mondo carente della splendida dimensione immaginaria e colorita dell’infanzia. Il genitore a questo punto entra in crisi: andato avanti per anni con la minaccia “comportati bene, altrimenti Babbo Natale non ti porterà niente”, si trova di fronte ad un ostacolo. Questo “metodo”, fino ad un certo punto, può funzionare, poiché il bambino è portato a cercare la ricompensa e ad evitare la punizione. Tuttavia, questo sistema li renderà dipendenti dalle conferme, dato che l’educazione ricevuta si è basata su un sistema “premio/punizione”. Tralasciata questa parentesi di gusto moralista, riavvolgiamo il nastro e torniamo a Babbo Natale: cosa

conviene fare, lasciare che il bambino scopra da solo la verità o parlarne con lui? Secondo gli psicologi, è meglio non fare rivelazioni, a meno di non dover rispondere ad una domanda diretta, ma lasciare che la verità venga gradualmente a galla. Anche da grandi il Natale rimane magico, ma, come dice Fiorello, “la gente, vuole solo i regali”.


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Musica 10

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Emma Borgonovo 2^bb

Dove la musica trionfa Dove la musica trionfa Musica, amore, costanza, passione e battiti frenetici di cuori invadono il luogo più incantato di Milano il 7 dicembre, uno dei teatri più straordinari: La Scala. Un sogno, una volta l’anno, un evento mondiale. La serata più importante dell’opera lirica al mondo, come ha affermato il sovrintendente della scala Alexander Pereira. Quest’anno l’Attila di Verdi ha conquistato tutti, nell’ applausometro ha superato con i suoi quindici minuti gli undici dell’Andrea Chénier, di Umberto Giordano, dell’anno scorso. I tre atti di conflitti politici, superbia e tradimenti, diretti mirabilmente dal direttore d’orchestra Riccardo Chailly, stupiscono lo spettatore, ma l’esperto viene sopraffatto dalla potenza musicale dell’arcitaliano che ci conosce come nessuno: Giuseppe Verdi, come lo descrive il critico musicale Alberto Mattioli. Le sue non sono solo semplici note che si intrecciano, sono di più, sono rami fioriti di alberi che si ergono verso nuvole rosate e il bambino che cerca di respirare quell’a-

ria così soave, senza accorgersene, tocca i confini del cielo. Il 7 dicembre è la serata in cui la musica trionfa, è quel giorno in cui l’opera lirica entra a far parte della nostra vita, diventa attuale, moderna. L’Attila è la nona delle ventisette opere di Verdi, messa in scena per la prima volta il 17 marzo 1846 a Venezia, al teatro La Fenice. La sua rappresentazione dovette essere molto diversa da quella di quest’anno: in quella prima metà dell’Ottocento, il pubblico era abituato a mode e stili di vita differenti rispetto ai nostri, del 2018. Quest’anno, infatti, abbiamo assistito all’uso di superfici Led Wall, grazie al regista Davide Livermore, che hanno mostrato immagini ad alta qualità. Un’innovazione che ha suscitato stupore e meraviglia a tutti gli spettatori, un’occasione per impiegare le risorse tecnologicamente più avanzate del teatro di oggi, così come Verdi cercava le soluzioni più avanzate del teatro del suo tempo. Verdi è riuscito a dare prova della sua attualità, grazie ad Attila, un uomo inaspettatamente autorevole, un barbaro elegante,


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Musica

d’onore e romantico, con ideali di giustizia, ribaltando l’idea impressa nelle nostre menti dello straniero che è flagello di Dio. Attila è stato reso nella sua completezza di carattere dal basso di fama mondiale Ildar Abdrazakov; una voce profonda, aspra e forte, perfetta per l’Unno invasore che sembra l’unico personaggio positivo di quest’opera. Egli, infatti, è vittima degli intrighi dei due fidanzati Foresto, rappresentato dal tenore Fabio Sartori e Oldabella, il soprano Saioa Hernández, figlia del signore di Aquileia e del corrotto generale romano Ezio, il baritono George Petean. Attila innamoratosi di Oldabella, la chiederà in sposa e lei accetterà solo per vendicare la morte di suo padre. La coraggiosa ragazza, amata dall’Unno invasore, sarà il Bruto di Cesare. Le ultime parole di Attila faranno eco alla tragica morte del dittatore romano: e tu pure Oldabella? Tu quoque bruto fili mihi? Ma i tre romani tramarono la morte di Attila per liberare Roma dagli Unni invasori, per difendere la propria patria, la Nazione più potente. Infatti l’eroina Oldabella alla fine dell’opera sventolerà la bandiera italiana, come segno di vittoria contro il nemico, cantando il quartetto finale “Tu, rea donna”.

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Giuseppe Verdi, con la sua Attila, ha donato a noi italiani note straordinarie che se ascoltate con il cuore permettono all’anima di danzare nel nostro corpo e avvolgono lo spettatore nel senso patriottico che risiede in ognuno di noi. Così l’Inno di Mameli è stato segno di questa coesione, cantato prima a bassa voce dai presenti e infine gloriosamente da tutto il teatro, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.


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Attualità 12

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Tommaso Pirola

Siamo spiati… e ce lo dice la CIA La CIA, la più famosa agenzia di servizi segreti al mondo, più volte accusata di spionaggio, afferma che siamo tutti spiati. O quasi. In un report di oltre 60 pagine risalente a fine agosto 2018, l’agenzia afferma che gli apparati di rete dei due colossi tech cinesi Huawei e ZTE, sono sospettati di spionaggio. Considerando i recenti “chip spia” cinesi inseriti in alcuni server prodotti in Cina da aziende Americane, il Presidente Trump ha reagito a questo comunicato firmando il Defense Authorization Ban, decretando la messa al bando degli apparati di rete delle due aziende asiatiche. Almeno per ora non si parla di dispositivi come smartphone e computer (che sono comunque vietati a tutte le forze armate), ma delle base stations, ossia quelle infrastrutture di rete che consento ai cellulari di collegarsi ad internet e alla rete telefonica. Le due aziende cinesi infatti, sono leader nella ricerca, sviluppo e produzione delle base stations per la rete mobile e hanno inve-

stito grandi capitali per lo sviluppo della nuova connessione 5G. Felici della scelta della Casa Bianca sono sicuramente aziende come Ericcson, Sony, American Tower e Samsung, principali concorrenti che si trovano la strada spianata per il cablaggio in 5G delle città nel mondo. Il Presidente Trump non si è fermato al territorio americano: ha infatti invitato tutti i paesi alleati a procedere con il ban, in quanto lo spionaggio costituisce un pericolo per la sicurezza nazionale di tutti. Per ora l’invito è stato accolto accolto da Australia, Nuova Zelanda e Giappone che hanno prontamente richiesto alle compagnie telefoniche di sostituire tutti gli apparati di rete. Anche il Canada e il Regno Unito stanno valutando una possibile presa di posizione anche se British Telecom, l’unica compagnia telefonica inglese a far uso della tecnologia Huawei ha dichiarato che sostituirà le apparecchiatu-


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Attualità

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re, indipendentemente dalla decisione che arriverà dal Governo. Per ora manca una risposta ufficiale dall’unione europea, che si spera decida di mettere al riparo i suoi cittadini, seguendo le linee guida di Washington. Questa mossa preventiva operata dal Presidente potrebbe quindi aver scongiurato un problema molto più grande: un tentativo di spionaggio nazionale di tutti i cittadini americani e del mondo operato dal governo Cinese.

Il 2018 è stato l’anno all’insegna


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Natale e attualità 14

Viola Bonfanti, 3aa

Riflessioni sul Natale della globalizzazione (non diverso da quelli passati) ed a Natale ora più che mai si sollevano polemiche di tutti i generi: dalle scuole che non accettano più i presepi perché troppo cristiani (ma questa ormai è una storia vecchia) ai romani tornati alla ribalta con un nuovo abete interamente targato Netflix dopo il disastroso malcontento per quello che tutti avevamo imparato a chiamare amorevolmente Spelacchio. Niente di nuovo sul fronte occidentale insomma. Tutti gli anni qui sull’Etcetera si leggono articoli di strane e particolari tradizioni per il mondo, ma ammettiamolo non ci siamo mai interrogati su come nascono le nostre. Chi non ama ad esempio il panettone? Evitando ora di aprire la disputa senza fine se sia più o meno buono del pandoro, pochi sanno che la casa del più famoso dolce italiano natalizio è proprio dietro l’angolo. Era una vigilia di natale del XV secolo e al palazzo di Ludovico il Moro, signore di Milano, si stava tenendo un grande e suntuoso banchet-

to. Per l’occasione stava imbandendo la tavola un famosissimo cuoco del tempo (talmente tanto famoso che non ne sappiamo il nome) che aveva preparato la ricetta segreta di un dolce passata di padre in figlio per generazioni. Indovinate un po’? nemmeno farlo apposta e quel delizia andò bruciata e la serata fu salvata solo grazie all’astuta dote di arrangiarsi del servo Toni, che mescolò in fretta gli ingredienti trovati sul fondo della dispensa per creare il famoso “pan de Toni”, il panettone insomma. Per ritrovare “Tu scendi dalle stelle” invece dovete mettervi in cammino verso sud, nelle terre in cui brilla un sole perpetuo (se siete a Palermo avete sbagliato strada, tornate indietro). Napoli nel XVII doveva essere una fervida cittadina costellata di musiche e canti, così piena di contraddizioni, di cultura e di miseria, di fede e di superstizione, di processioni e di bestemmie e sacrilegi … un impasto in cui l’umanità dà il meglio e il peggio di sé. Tra i vari signori e signorotti del tempo, si


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stagliava la figura di un ragazzo, brillante nella musica così come nel diritto, dedito ad aiutare gli altri, Alfonso Maria de Liguori. Quando la carriera sembra inarrestabile, che proprio mentre si piega su un malato degli Incurabili, egli sente come una voce che lo chiama: “Lascia il mondo e datti a me”. Ed in quattro e quattr’otto eccolo prete a comporre con le note (forse unico linguaggio che la gente più povera capiva) questa nota canzone che in originale suona inizia così: “Quanno nascette Ninno…”. Gli zampognari sono quasi tutti molisani (alla faccia di chi dice che non esiste). La loro è una figura antichissima, legata indissolubilmente a quella dei pastori e della transumanza. Quando essi portavano al pascolo gli animali, spingendosi anche molto lontano dalle loro case; era consuetudine infatti che ognuno di loro portasse con sé uno strumento. La letteratura romantica ha costruito l’immagine dello zampognaro vagabondo, musico di piazza, metà pastore, metà mendicante. La zampogna è entrata a far parte anche di leggende come quella delle Zampogne di Giulio Cesare: Britannia 55 a.C. ,

giovane sannita, Turno, smontato di sentinella, non resistette alla voglia di suonare la zampogna , ma poiché tutti dormivano, si appartò vicino ad un recinto di cavalli, che appena iniziò a suonare si imbizzarrirono. Cesare ebbe così un’idea per sconfiggere il nemico: durante la carica dei barbari, i soldati suonarono le zampogne, i cavalli nemici così disarcionarono i propri fanti lasciando la vittoria in mano romana. Quando i britanni capirono la causa della sconfitta, immediatamente ritennero la zampogna uno strumento di natura divina, dalle chiare capacità magiche. Come non nominare poi la fiera degli Oh Bej Oh Bej? La tradizione popolare vuole che la Fiera risalga al lontano 1288 e che il suo nome rimandi allo stupore e la meraviglia della gente nell’ammirare gli oggetti di antiquariato ed artigianato messi in mostra sulle bancarelle, a buon prezzo, dai venditori. Le vere origini della festa datano, invece, al 1510 e coincidono con l’arrivo in città di Giannetto Castiglione, incaricato da Papa Pio IV di recarsi a Milano per tentare di riaccendere, nei cittadini ambrosiani, la devozione e la fede. Arrivato


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Natale e attualità

nei pressi della Città, Giannetto inizia a temere di non venire accolto con favore dalla popolazione milanese che non ha mai dimostrato molta simpatia nei confronti del Papa. È il 7 dicembre, il giorno nel quale la Città festeggia il patrono Ambrogio, così Giannetto decide di riempire grandi pacchi con dei regali e dei dolci e va a distribuirli ai bambini milanesi che si sono intorno al corteo insieme ad una grande folla di cittadini. Uno dei prodotti che storicamente si possono tra le bancarelle degli Oh Bej Oh Bej sono i firòn: castagne affumicate al forno, bagnate di vino bianco e infilate in lunghi spaghi. Quando tutti criticano il Natale perché “Non è più quello di una volta” o “Ci stiamo troppo americanizzando” ogni tanto è bello riscoprire l’origine di tante tradizioni che, se per noi sono diventate un po’ come una routine che preannuncia l’arrivo delle feste, per i nostri nonni sono state il momento di Festa, con la F maiuscola. Anche se quest’anno si mangerà il pandoro, a Tu scendi dalle stelle preferiremo Jingle Bells, gli zampognari non sono ancora arrivati e alla fiera degli Oh Bej Oh Bej anche quest’anno ci andremo l’anno

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prossimo, buone feste a tutti.


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Benedetta Formentini, 1cc

Tragedia in discoteca ad Ancona Ormai è diventata una moda per certe persone quella dello spray al peperoncino tenuto in tasca, ma certe volte questa moda può diventare anche fatale. Come è successo l’8 dicembre dove sono morte 6 persone e ci sono stati circa 100 feriti di cui 12 gravi. La causa principale riguarderebbe un ragazzino che ha utilizzato lo spray, ma un’altra causa è stato il sovraffollamento di persone nella discoteca di Ancona durante il concerto di Sfera Ebbasta. Secondo le prime indagini, all’interno della discoteca c’era più gente del numero consentito dalle norme di sicurezza, infatti sono stati venduti circa il triplo dei biglietti del previsto. Dopo l’avvenuto i carabinieri hanno sequestrato la discoteca per l’inchiesta. L’evento ha sconvolto tutti e, in particolare, il cantante che ha deciso di portare sulle spalle un ricordo di chi ha perso la vita. Sopra la tempia si è fatto

tatuare sei stelle, lo stesso numero delle sei vittime di quella tragedia del tutto casuale. Non solo qua hanno spruzzato lo spray tra la gente, ma anche negli anni passati durante i concerti di Guè Pequeno, Ghali e sempre Sfera sono riavvenuti questi episodi.


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Veronica Gallo e Chiara Ferrari, 1cc

Il primo SMS: cosa ci ha fatto? Il primo SMS: cosa ci ha fatto? “Merry Christmas”. Ecco cosa diceva il primo SMS della storia dell’uomo, scritto da Neil Papworth, dipendente della Vodafone, il 3 dicembre 1992. Nessuno si sarebbe mai aspettato tutto il successo che invece ebbero i messaggi a partire dagli anni ‘90 e che, in pochi decenni, hanno completamente rivoluzionato la comunicazione. Oggi, grazie in particolare alle app di messaggistica e ai social, il cellulare è una parte integrante della nostra vita. Gli studi registrano che più della metà della popolazione mondiale è online e mediamente trascorre più di 6 ore su internet, di cui due su piattaforme come Instagram e Facebook. In Italia circa 34 milioni di persone utilizzano i social. Il nostro paese è terzo, dopo Cina e Corea del Sud, per numero di dispositivi mobili. Da questo eccessivo uso degli smartphone nasce una vera e propria dipendenza, tant’è che non riusciamo più a vivere senza. Secondo uno studio condotto dalla University of San Diego, l’81% degli utenti interrompe

conversazioni o pasti per controllare il proprio dispositivo. Altri scienziati ci dicono che lo stato di ansia che proviamo quando riceviamo e leggiamo una notifica è pari a quella che abbiamo quando siamo aggrediti da un borseggiatore e ciò non è benefico al nostro organismo. Ma cosa pensano gli studenti del Majorana di ciò? Come utilizzano i propri cellulari? Siamo andate a chiederlo in giro per la scuola e abbiamo riscontrato che i ragazzi hanno delle idee comuni sull’utilizzo di dispositivi digitali, soprattutto il cellulare. I ragazzi della prima intervista affermavano che questo apparecchio non li tiene sullo schermo per più di tre ore al giorno. Nella quotidianità usano le tecnologie anche in modo produttivo: per tenersi in contatto con amici e nei compiti e attività scolastiche. Certamente l’uso dei social network è importante nel loro rapporto con lo smartphone e quelli più diffusi e utilizzati nel gruppo sono Instagram e Whatsapp. Abbiamo chiesto loro se l’utilizzo delle nuove tecnologie abbia avuto un impatto positivo o negativo sulle nostre vite. Su


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questo punto erano piuttosto insicuri: è ormai risaputo che attraverso social e applicazioni possiamo chattare con chiunque nel mondo e addirittura poter parlare “faccia a faccia” grazie alle videochiamate; dall’altro lato però secondo i primi intervistati in qualche modo chiunque possegga un cellulare, con differenze fra ogni individuo, ne è dipendente. Il secondo gruppo ha dichiarato di spendere tempo inutilmente sullo schermo, in primo luogo sui social network dove spesso ci si perde a osservare e commentare foto dimenticandosi dello scorrere del tempo. Ci hanno anche riferito che in realtà riescono a gestire in modo abbastanza responsabile il periodo occupato a navigare sul web e chattare. Spesso, secondo loro, come nel primo gruppo, tali attività possono diventare produttive e utili nelle relazioni: del resto chi ormai non utilizza il cellulare per scrivere ai propri amici? Inoltre oltre alle applicazioni come i social ne troviamo infinite altre che possono aiutarci sia nell’ambito scolastico e lavorativo sia nei nostri hobby. I ragazzi pensano che questi dispositivi ci abbiano migliorato e semplificato la vita, ma tutta questa utilità si riduce a foto e commenti che talvolta si rivelano le cause di

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incidenti e fenomeni di bullismo. I ragazzi dell’ultimo gruppo hanno ammesso di essere dipendenti dal proprio cellulare sia per giochi, sia per i social. Per loro è difficile svolgere i compiti scolastici con il cellulare, anche spento, accanto e ancora più complicato rimanere concentrati quando esso è acceso. Non sono gli unici: i ricercatori di psicologia della Florida State University hanno effettivamente dimostrato che l’arrivo di una qualsiasi notifica sul cellulare possa influire sull’esito di un’attività lavorativa o scolastica . La loro ricerca si è svolta mettendo alla prova due gruppi, cui veniva chiesto di svolgere un lavoro al computer. Un gruppo veniva poi interrotto nel compito dallo squillo di aggiornamenti sul cellulare, un altro gruppo dall’arrivo di un sms e l’ultimo da una chiamata vocale. I risultati sulla performance nel compito assegnato, cambiavano molto tra il periodo in cui non venivano ricevute notifiche e quello in cui il lavoro al computer veniva interrotto. Ma non è tutto da buttare: gli studenti ci hanno riferito che si servono dei propri dispositivi oltre che per lo svago, anche per svolgere compiti, come realizzare presentazioni power point e svol-


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gere esercizi online. Secondo il loro parere, l’impiego dello smartphone ha modificato la vita in modo positivo, ma l’uomo in negativo. Oggi gli apparecchi digitali come il cellulare convivono con noi, come se fossero diventati parte del nostro corpo. Affidarci alla tecnologia può essere più veloce, divertente e pratico, ma come saremmo senza di essa? Dobbiamo ricordare che questa non potrà mai sostituire la nostra mente, che bisogna sempre tenere allenata. Chattare con un amico non sarà mai come incontrarlo e passaff

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Impaginatore: Giuseppe Merante 5I Redattori: Giacomo Longoni 3bb, Francesco Vaccaro 3aa, Clara Cassandro 3aa, Emma Borgonovo 2bb, Tommaso Pirola, Viola Bonfanti 3aa, Benedetta Formenti 1cc, Veronica Gallo e Chiara Ferrari, 1cc. Giochi: Giuseppe Merante 5I

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