A 20 anni dalla morte di monsignor Carboni Foto Archivio Emmaus / Gruppo Facebook «Amici Tarcisio Carboni»
Francesco Tarcisio Carboni nacque a Ortezzano (Fermo), il 9 settembre 1923. Venne ordinato sacerdote nel 1947, divenendo poi parroco di Porto Sant’Elpidio e, successivamente, direttore spirituale del seminario arcivescovile di Fermo. Dal 1970 al 1974, come presbitero Fidei donum si reca, con altri sacerdoti missionari, in Brasile, nella diocesi di Mogi das Cruzes, tra i lebbrosi di Gopouva (Guarulhos), dove venne fondato il Pensionato di San Francesco. L’11 febbraio 1976 fu papa Paolo VI a nominarlo vescovo delle diocesi maceratesi di Macerata, Tolentino, Recanati, Cingoli, Treia: diocesi che vennero unificate il 30 settembre 1986, con il decreto della Congregazione dei Vescovi. Tra i tanti carismi “donati” alla Chiesa maceratese, noto è l’impegno appassionato di mons. Carboni nel far riscoprire alla Diocesi e alla città di Macerata la figura del gesuita missionario padre Matteo Ricci. Fu il vescovo Tarcisio, infatti, ad avviarne il processo di Beatificazione il 19 aprile 1984. Proprio in memoria di padre Ricci, il Vescovo chiese e ottenne che venisse costruito a Macerata un Seminario missionario diocesano «Redemptoris Mater», principalmente finalizzato all’evangelizzazione della Cina e dell’Asia in generale: la prima pietra della struttura venne benedetta il 19 giugno 1993 da papa Giovanni Paolo II, durante la visita del Santo Padre in Diocesi. Il vescovo Carboni, indimenticato Pastore nel cuore di molti, amatissimo dai fedeli e rispettato da ogni Istituzione, tra la commozione generale, morì improvvisamente in un incidente stradale il 20 novembre 1995: si stava recando al Convegno Ecclesiale Nazionale di Palermo. A vent’anni dalla sua scomparsa, la Diocesi di Macerata-Tolentino-Recanati-CingoliTreia intende ricordarlo venerdì 20 novembre, alle ore 21 nella Cattedrale di San Giuliano, con una Solenne Concelebrazione Eucaristica in memoria dei Vescovi e dei sacerdoti defunti. A presiedere la Santa Messa sarà il Vescovo mons. Nazzareno Marconi: sarà presente anche mons. Domenico Cancian, Vescovo di Città di Castello e già superiore generale dei Figli dell’Amore Misericordioso.
Tarcisio, il vescovo emmaus 42 | 14 novembre 2015
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A 20 anni dalla morte di monsignor Carboni
Nel suo testamento il grande desiderio di «morire con gioia»
27 marzo 1977: benedizione e posa della prima pietra del Santuario Beata Vergine di Lourdes, a Grottaccia di Cingoli
Gabriele Garbuglia Ho due foto appese in casa di monsignor Carboni. Nella prima, in chiesa, dopo una Cresima, con Silvia in braccio e Francesco ancora nel grembo di Lucia. Il Vescovo ci avvolge con il suo buon sorriso: da pochi giorni, mi aveva nominato presidente diocesano di Azione cattolica. E l’altra, ricordo della sua morte, con dietro il suo testamento, grondante di umiltà, fede e amore per la povertà («Intendo morire con gioia... non desidero spese eccessive... se non do incomodo»). Ma di foto ne ho molte altre nel cuore. Io che suono il flauto sulle scale della casa parrocchiale e monsignor Tarcisio che si ferma e mi saluta con grande cordialità: era una visita pastorale tutta incentrata sulla «dinamica cristiana», una metodologia d’incontro attiva, simpatica e fresca per riannunciare il Vangelo. Era un dono che si era portato in Diocesi, dopo gli anni di missione in Brasile. Un’altra foto mi ritrae seduto nel suo studio: ero appena laureato e chiedevo di poter fare il Servizio civile in Caritas. Il Vescovo mi propone di collaborare per iniziare una comunità terapeutica per tossicodipendenti. Un po’ a malincuore accetto: in realtà, mi aspettavo un servizio in qualche oratorio. Sono due anni di grandi sconvolgimenti per la mia vita, di fatiche e di gioie inattese. E monsignor Carboni era sempre disponibile; avevamo bisogno di un’auto (vivevamo al Colle di Tolentino, in campagna) e ci ha regalato la sua 124 blu. E che delusione quando gli ho riferito che uno dei ragazzi l’aveva distrutta!! Ancora una foto: siamo in tanti, in seminario. Sono gli anni del Sinodo diocesano: studio, confronto, discussioni accese, documenti, una formidabile esperienza di Chiesa viva che ancora porta i suoi frutti. Altra foto: rientro in casa dopo un’intensa giornata di lavoro. Accendo la segreteria e sento: «Sono il Vescovo, Gabriele; ho sentito che a Macerata cercano un pediatra... informati!». Il concorso era stato fatto mesi prima, io già lavoravo a Camerano: ancora un gesto d’amore, umile e vero. E poi l‘ultima foto, la più nitida. Di notte, in auto, verso Loreto. Felici, stavamo andando all’aeroporto alla volta del Convegno Ecclesiale di Palermo. Pregavamo insieme. Guidava don Rino Ramaccioni, accanto era seduto il nostro Vescovo. Dietro, io e monsignor Giuseppe Orlandoni. Due luci, dopo una curva, ci vengono contro, sulla nostra corsia. «È pazzo? Non ci vede??!!», gridiamo impauriti. Non ci aveva visto. Un rumore di lamiere schiacciate, pezzi di vetri sul volto, una fitta allo sterno. È silenzio. Ci chiamiamo l’un l’altro: «Come state?». Tutti rispondono, eccetto il vescovo Carboni. Scendiamo dalla macchina, mi avvicino, chiamo affannato: «Monsignore… monsignore!». Non respira, provo con la respirazione artificiale e il massaggio cardiaco. Sento sotto le mani rumore di ossa rotte. Ci riprovo con l’ansia di fare bene e la paura che tutto sia inutile. Non c’è alcuna risposta, il nostro Vescovo è passato dall’Ave Maria alla casa del Padre in pochi secondi: è morto con gioia, così come aveva sempre desiderato. Era il 20 novembre 1995. A lato, la copertina del numero speciale di Emmaus per la morte del vescovo Tarcisio
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Stemma e foto ufficiale dell’episcopato di monsignor Francesco Tarcisio Carboni
Tarcisio, il vescovo
Il ritratto di un uomo capace di lasciare il segno Lucia Dionisi Per meglio tracciare un profilo personale del vescovo Carboni, Emmaus ha intervistato monsignor Giuseppe Orlandoni (a destra). Papa Francesco, il 17 ottobre scorso, ha accettato le sue dimissioni per raggiunti limiti di età, nominando come suo successore alla guida della Diocesi di Senigallia il vescovo Francesco Manenti. In attesa dell’insediamento del nuovo Pastore, monsignor Orlandoni continuerà a svolgere la funzione di Amministratore della Diocesi, per poi diventarne Vescovo emerito. Nel 1995 era vicario generale della Diocesi di Macerata. Monsignor Orlandoni, chi era il vescovo Tarcisio? Ho avuto la grazia di collaborare con il vescovo Carboni per un decennio. Il suo ricordo rimane in me molto vivo. È stato per me un vero pastore, un uomo pieno di
zelo pastorale e dotato di quello spirito missionario, sperimentato nella missione in Brasile come sacerdote Fidei donum, che lo ha accompagnato per tutta la sua esistenza. Tutto quello che faceva era contrassegnato dal desiderio di annunciare il Vangelo, di far conoscere la persona di Gesù e di far amare la Chiesa. Sono stati degli anni importanti per la mia formazione personale quelli trascorsi a fianco di monsignor Carboni. È stata una lezione di vita continua e quotidiana, unica. Lo ricordo con grande affetto. Quale era, all’epoca, lo stile che animava il Sinodo diocesano? Il Sinodo diocesano è stata una sua idea: io, accanto a lui, sono stato impegnato nell’attuazione di questa idea. Il Sinodo, come si sa, si è protratto per ben sette anni. Si è partiti da un progetto centrale, quello di affrontare i grandi temi pastorali: l’evangelizzazione, la liturgia e la carità. Poi, tutto il per-
corso si è costruito, pian piano, con la collaborazione di molti. Si era creata una commissione centrale che riceveva gli input dalla base e, a sua volta, la stessa commissione forniva dei materiali e delle spinte per andare avanti. Il Sinodo è stato una grande esperienza di Chiesa, di cammino condiviso. Il dialogo e il confronto erano continui: a volte anche accesi, ma sempre costruttivi. Si era letteralmente immersi in una Chiesa sinodale, in una Chiesa che voleva confrontarsi e mettersi in gioco senza riserve. Come descriverebbe monsignor Carboni a chi non l’ha conosciuto? Francesco Tarcisio aveva uno spirito francescano. Era un terziario francescano e, a mio parere, eccelleva nell’incarnare lo spirito di San Francesco: uno spirito di semplicità, di umiltà e di povertà. Era un tratto, questo, che lo rendeva molto vicino alla gente. Aveva il dono della parola calda e suadente.
Una parola che incarnava il suo motto episcopale: «Predica Verbum». Il Vescovo, infatti, predicava la Parola di Dio con la testimonianza della sua vita, all’insegna della povertà. Monsignor Carboni non amava la pompa, non cercava gli onori. Una persona vicina a tutti e disponibile all’ascolto dei bisogni dei tutti. Coltivava i rapporti in modo speciale con i giovani, le famiglie gli anziani e i bisognosi. Il rapporto con gli amministratori locali è sempre stato cordiale, ma senza invadenza di campo, sapendo che tutti si è chiamati a contribuire al bene comune, ciascuno secondo la propria missione, nel rispetto delle competenze. C’è un’espressione o un pensiero
Nell’ottobre 1989, l’inaugurazione, a Macerata, delle sale al primo piano del «Centro di Ascolto e Prima accoglienza» della Caritas diocesana
di questo Pastore che ricorda in modo particolare? Non saprei riassumere in una frase la vita di monsignor Tarcisio Carboni. La prima cosa che ricordo di lui, ripeto, è lo zelo del Pastore. Papa Bergoglio dice che il vero Pastore deve avere l’odore delle pecore: ecco, il Vescovo non ha mai usato questa espressione, ma lo incarnava praticamente in tutto quello che faceva. Direi che è l’insieme della sua persona che ha lasciato il segno. Basterebbe rileggere il suo testamento per capire chi era Carboni: un uomo di fede, una persona semplice, un uomo che amava la Chiesa e che amava i sacerdoti, un Vescovo vicino ai poveri. È, senza dubbio, la ricchezza della sua personalità che rimane indelebile. Insieme a papa Giovanni Paolo I
Con la mamma del Servo di Dio Luigi Rocchi
Da San Giovanni Paolo II la lettera su padre Matteo Ricci Pubblichiamo alcuni brevi passaggi della lettera – datata 13 settembre 1982 – indirizzata dall’allora Pontefice Giovanni Paolo II al vescovo di Macerata-Tolentino-RecanatiCingoli-Treia, monsignor Tarcisio Carboni, in occasione, come scrisse il Santo Padre, dell’anniversario di «un avvenimento di grande rilievo nella storia della evangelizzazione cristiana e negli annali delle relazioni culturali tra i popoli: il IV Centenario dell’inizio della missione in Cina del padre Matteo Ricci». Parole di vivo apprezzamento per questa straordinaria figura e di incoraggiamento per la Diocesi, che al gesuita missionario diede i natali e che, tuttora, non smette di approfondirne e promuoverne l’eredità spirituale e culturale.
intende ricordare il grande concittadino con manifestazioni solenni di carattere religioso e culturale, alle quali sono lieto anch’io di partecipare con animo sollecito e vivo fervore, indirizzandomi con lo scritto a lei, esimio Pastore di codesta Comunità diocesana, ed a tutti i fedeli affidati alle sue cure spirituali. […] E poiché la Cina è tanto cara al mio cuore e la sollecitudine per quella Chiesa «è divenuta particolare e costante assillo del mio pontificato» formo vivissimo auspicio che la figura di quest’uomo di Dio sia sempre meglio conosciuta ed apprezzata, per i meriti acquisiti nei suoi 57 anni di vita, di cui ben 28 spesi in quella vasta regione. L’opera letteraria di Matteo Ricci, indubbiamente eccezionale, è ancora poco conosciuta; A giusto e speciale titolo, quindi, codesta tuttavia non mancano studiosi ed esperti, città (Macerata, ndr), rendendosi anch’es- cinesi ed occidentali, impegnati nell’apsa interprete di un’ammirazione universale profondirne gli aspetti più rilevanti. Il sottolineata autorevolmente da tante parti, numero straordinario di scritti, spesso
di singolare valore, che egli ha lasciato, in cinese, in portoghese ed in italiano, è tale, da richiedere uno studio diffuso e qualificato. […] Lo scopo del padre Ricci in questa mirabile attività – come è ben noto – era di far conoscere l’affascinante mondo cinese ai popoli occidentali e l’Occidente alla Cina, in vista di un proficuo scambio culturale, che favorisse una corrente di reciproca comprensione. […] Le intuizioni del padre Ricci non furono sempre valutate, in seguito, nel loro giusto significato. Di esse dobbiamo dire, con l’immagine del Vangelo, che sono state un seme, soggetto sì alla morte sotto terra, ma solo per svilupparsi in albero rigoglioso carico di frutti. Nutro viva speranza che dalle celebrazioni in suo onore possano derivare copiosi vantaggi non solo all’azione missionaria della Chiesa, ma anche a tutto il diletto popolo cinese, al quale la Sede Apostolica «guarda con particolare simpatia ed affetto».
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A 20 anni dalla morte di monsignor Carboni
«Un Pastore con l’odore delle pecore» Filippo Dàvoli Di ricordi di Tarcisio Carboni ne ho tantissimi come ogni maceratese, credente e non, che abbia avuto la grazia di conoscerlo. Dovendo sintetizzare qui una sua memoria, non ne trovo una migliore di quella che papa Francesco traccia quando dice come dovrebbe essere un Vescovo. «L’essenza della nostra identità – sottolinea il Pontefice - va cercata nell’assiduo pregare, nel predicare e nel pascere. (…) Non una predicazione di complesse dottrine, ma l’annuncio gioioso di Cristo, morto e risorto per noi. (…) Non pascere sé stessi ma saper arretrare, abbassarsi, decentrarsi, per nutrire di Cristo la famiglia di Dio. Vegliare senza sosta, ergendosi alti per raggiungere con lo sguardo di Dio il gregge che solo a Lui appartiene. Elevarsi all’altezza della Croce del Suo Figlio, il solo punto di vista che apre al Pastore il cuore del suo gregge»: siamo in molti a veder materializzarsi il volto di Tarcisio Francesco Carboni. Ovviamente, il Santo Padre non lo conobbe personalmente, ma ciò che risulta evidente è che monsignor Tarcisio incarnò fino in fondo la propria vocazione di cristiano e di Pastore, in una santità di vita che, a vent’anni dalla morte, continua a spargere intorno a sé il
Tarcisio, il vescovo 20 giugno 1992: Il momento della firma del decreto per erigere il Seminario Diocesano Missionario «Redemptoris Mater»
profumo di Cristo e la Sua seduttività, grazie ad un cammino su questa terra che ha avuto tratti di limpida esemplarità. Potremmo dire che il vescovo Carboni annunciò la Parola di Dio anzitutto con la vita: l’appoggiò sulla propria testimonianza, attraverso un’attenzione premurosa e capillare nei riguardi dei lontani dalla fede e degli ultimi nella società. Uomo ricco di umiltà e semplicità, almeno quanto potente nella predicazione. E, poi, quel sorriso indimenticabile, anche nei momenti di maggiore difficoltà e di prova. Un uomo e un cristiano, prima che un presbitero e un vescovo, in cui la fede nel Signore e nella Vergine Maria hanno segnato la particolarità del tragitto esistenziale, rendendolo uomo di fede e di misericordia, apostolo instancabile, uomo di Dio e, in tal senso, anche profeta: l’indizione in tempi non sospetti del processo di beatificazione di padre Matteo Ricci e l’apertura, nel suo nome, del Seminario missionario «Redemptoris Mater» per l’evangelizzazione della Cina, sono alla base dei numerosi frutti che stiamo raccogliendo oggi, non fosse che per la nuova fioritura di vocazioni presbiterali in Diocesi. Ho avuto sempre la certezza interiore che fosse Santo. E spero di vederlo un giorno elevato agli onori degli altari. Un ricordo della visita di mons Tarcisio in Patagonia, nel 1995: la gente di Gobernador Costa ancora lo ricorda. Insieme a lui, tra gli altri, don Alberico Capitani e don Sergio Salvucci
Insieme a don Luigi Giussani, per il decennale del pellegrinaggio Macerata-Loreto
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