Herman Melville
Moby Dick
LeggerMENTE è la collana di narrativa per la scuola secondaria. Il suo obiettivo principale è offrire ai ragazzi libri classici o inediti, storie di attualità o di fantasia, per riscoprire pagina dopo pagina il piacere della lettura.
raccontato da Alberto Cristofori
Invito alla lettura
• La storia di Ismaele e della nave “Pequod” raccontata rispettando tutti gli snodi narrativi dell’originale. • Approfondimenti sulle balene e sulle tematiche ambientali ad esse collegate. • La vita e le opere di Herman Melville e di Cesare Pavese. • Il significato di Moby Dick e le opere che a questo libro si sono ispirate.
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€ 7,70
Moby Dick
Moby Dick
Herman Melville
La storia del capitano Achab e della sua folle caccia al capodoglio bianco chiamato Moby Dick è uno dei grandi miti della letteratura moderna. Il romanzo di Melville – avventura e riflessione filosofica, horror e allegoria religiosa, tragedia e commedia – ci invita a una riflessione sul destino umano e sul nostro rapporto con la natura. La vicenda è raccontata utilizzando ove possibile la storica traduzione di Cesare Pavese, lo scrittore che per primo rese leggibile al pubblico italiano questo capolavoro.
Gruppo Editoriale ELi
Herman Melville
MOBY DICK raccontato da Alberto Cristofori
Gruppo Editoriale ELi
AGENDA 2030 Il romanzo di Melville tratta temi molto attuali, come il rispetto per l’ambiente e la tutela della vita sott’acqua (obiettivo 14 dell’Agenda 2030). Abbiamo segnalato con un bollino gli argomenti e le attività didattiche che rientrano nell’educazione civica e sono collegati all’Agenda 2030.
Herman Melville
Moby Dick
raccontato da Alberto Cristofori Responsabile editoriale: Beatrice Loreti Art director: Marco Mercatali Responsabile di produzione: Francesco Capitano Impaginazione: Diletta Brutti Illustrazioni: Daniele Fabbri Foto: Shutterstock, Archivio La Spiga © 2022 La Spiga Edizioni Via Brecce, 100 – Loreto tel. 071 750 701 info@elilaspigaedizioni.it www.gruppoeli.it Stampato in Italia presso Tecnostampa - Pigini Group Printing Division - Loreto - Trevi 22.83.104.0 ISBN 978-88-468-4290-9 Le fotocopie non autorizzate sono illegali. Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione totale o parziale così come la sua trasmissione sotto qualsiasi forma o con qualunque mezzo senza previa autorizzazione scritta da parte dell’editore.
INDICE Prologo Chiamatemi Ismaele Capitolo 1 La Locanda del Baleniere Attività Capitolo 2 Partenza Attività Capitolo 3 A bordo del “Pequod” Attività Capitolo 4 La sfida di Achab Attività Capitolo 5 La Balena Bianca Attività Capitolo 6 Incontri Attività Capitolo 7 Verso l’Oceano Pacifico Attività Capitolo 8 E finalmente... Moby Dick! Attività Capitolo 9 La caccia continua Attività Capitolo 10 La fine Epilogo E io solo sono scampato a raccontartela Attività FOCUS Il lessico marinaresco I cetacei La vita del capodoglio Le baleniere ieri e oggi La balena nel mito e nella letteratura Giona Il “whale whatching” DOSSIER Herman Melville Moby Dick o La balena Cesare Pavese
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IL PROGETTO DEL LIBRO Questo libro racconta la storia di Moby Dick, uno dei più grandi romanzi di ogni tempo, pubblicato nel 1851 dallo scrittore statunitense Herman Melville. Il testo, che nell’originale comprende ben 135 capitoli, è stato ridotto a 10, suddivisi al loro interno in paragrafi più brevi. Il testo si presenta con parti in carattere tondo e parti in carattere corsivo. Nelle parti in tondo il curatore, restando fedele alla vicenda originale, ha riscritto la storia di Moby Dick. Nelle parti in corsivo si trovano invece le pagine più belle della prima traduzione italiana del testo inglese, opera dello scrittore Cesare Pavese. Rispetto alla traduzione integrale sono state eliminate alcune parole e alcune frasi, ma tutte le parole in corsivo sono quelle usate da Pavese nella sua traduzione. Il testo è accompagnato da: • note per la comprensione letterale; • parole al microscopio, brevi box di approfondimento lessicale sui termini evidenziati in rosso nel testo. Alla fine di ciascun capitolo si trovano delle proposte di attività, con esercizi di • comprensione del significato letterale del testo; • approfondimento e interpretazione; • lingua e stile; • scrittura creativa. Alla fine del libro si trovano Focus dedicati ad argomenti importanti che meritano un approfondimento particolare corredati da domande di attivazione che servono a fissare i concetti fondamentali. Seguono pagine di Dossier per uno studio più approfondito: • informazioni essenziali sulla vita e le opere di Melville; • una guida alla lettura di Moby Dick e alla comprensione del romanzo; • informazioni essenziali sulla vita e sulle opere di Pavese; • suggerimenti per altri libri, film, opere d’arte, graphic novel ispirati a Moby Dick. 4
In segno della mia ammirazione per il suo genio questo libro è dedicato a Nathaniel Hawthorne E Dio creò grandi balene. Genesi
Prologo
Chiamatemi Ismaele
Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione. È il modo che ho io di cacciare la malinconia. Ogni volta che nell’aParole al microscopio nima mi scende come un novembre Ismaele: umido e piovigginoso, ogni volta nome di origine biblica, come molti altri del romanzo; secondo il racconto che mi accorgo di fermarmi invodella Genesi (il primo libro della Biblontariamente dinanzi alle agenzie bia), Ismaele è figlio di Abramo e della di pompe funebri, allora decido schiava Agar, e viene ripudiato dal pache è tempo di mettermi in mare. dre quando gli nasce il figlio legittimo Non c’è niente di strano, in Isacco. questo. Non ci pensiamo, ma prima o poi, nella vita, capita a tutti di sentirsi attirati dal mare. L’acqua ha un fascino inspiegabile, ma universale. Immaginate per esempio la folla di un sabato pomeriggio a Manhattan, la città dove abitavo. Dove va tutta quella gente? Dove portano tutte le strade della città, se le percorriamo fino in fondo? Alla riva del mare. Provate a fare una passeggiata in campagna, o in montagna, e abbandonatevi alle vostre fantasticherie, lasciando che vi portino le gambe. Novanta volte su cento vi troverete in riva a un fiume, a un torrente, a un lago. Prendete Manhattan: l’isola che costituisce la parte più famosa della città di New York.
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Prologo
un artista, un pittore, che voglia dipingere un paesaggio sereno, tranquillo, incantevole come un paradiso. Che cosa metterà nel suo quadro? Alberi, senza dubbio, magari un prato con un gregge di pecore, una casetta col camino fumante. In lontananza, dei monti azzurrini. Ma senza un corso d’acqua, senza una riva, al suo paesaggio mancherà l’elemento essenziale. Ora, quando dico che ho l’abitudine di mettermi in mare ogni volta che comincio a vedere tutto nero, non voglio dire che salgo a bordo di una nave come passeggero. Per acquistare un biglietto bisogna avere dei soldi, e io non ne avevo. E non mi imbarco nemmeno come cuoco o come ufficiale, anche se me la cavo piuttosto bene in cucina e non sono certo inesperto di navi. Ma il cuoco e gli ufficiali hanno grandi responsabilità, e io cerco tutto il contrario. No, quando prendo il mare, lo faccio da marinaio. Non è come dirlo, sapete? Io faccio il maestro in una scuola fuori città, dove tutti pendono dalle mie labbra, e tutt’a un tratto vado a lavare il ponte e a fare la guardia di notte e a manovrare le vele sotto il sole e sotto la pioggia, e a farmi comandare come l’ultimo degli schiavi, rischiando la vita... Ma d’altro canto, ditemi un po’: che male c’è in questo? Non siamo tutti, in qualche modo, al servizio degli altri? Credete davvero che un direttore di banca o un ministro non ricevano ogni giorno degli ordini? Pensate che Dio mi ami di meno perché mi lascio comandare da un capitano o da un nostromo? Così, una mattina di dicembre, decisi di imbarcarmi. Non su una nave qualsiasi, badate bene, ma su una baleniera. Perché? Potrei dire che era destino, ma la verità è che sognavo mari selvaggi e remoti, le meraviglie e i pericoli della caccia, mostri grandi come isole... Nel mio spirito fluttuavano infinite processioni di balene e, in mezzo a tutte, un grande fantasma incappucciato, simile a una collina di neve nell’aria.
nostromo: il capo dell’equipaggio di una nave.
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Capitolo 1
La Locanda del Baleniere New Bedford Ficcai un paio di camicie nella mia sacca da viaggio, dissi addio a Manhattan e partii per l’Oceano Pacifico. O meglio, partii per Nantucket, l’isola da cui salpava la maggior parte delle navi baleniere. Arrivai a tarda sera nella città di New Bedford, sulla costa del Massachusetts, e scoprii con disappunto che il postale per Nantucket era partito proprio quel pomeriggio e che avrei dovuto aspettare due giorni per il successivo. Potevo cercare una baleniera a New Bedford, è vero; ma avevo deciso che sarei partito da Nantucket: c’era qualcosa nel suo nome e nella sua storia che mi attirava in maniera straordinaria. Dovevo quindi trovare una locanda per procurarmi da mangiare e un letto degno di Parole al microscopio questo nome. locanda: Era una sera fredda e tetra. ristorante modesto, con alcune camere A New Bedford non conoscevo dove è possibile trascorrere la notte. Oggi la nessuno. Avevo in tasca poche parola non è più molto usata, ma ha lasciamonete. Ismaele, mi dissi, into nella lingua il diminutivo “locandina”, camminandomi alla ricerca di che in origine era l’avviso con cui si comunicava che c’erano camere in affitto. un’insegna, non dimenticarti di chiedere innanzitutto il prezzo. Alberghi o locande, a New Bedford non ne mancavano. Ma le prime che vidi avevano l’aria troppo allegra, troppo luminosa. Di sicuro non me le potevo permettere. Quando arrivai in vie meno eleganti, più vicine al porto, quasi prive di case e di illuminaziopostale: nave che compie regolarmente un certo tragitto per assicurare il servizio postale; traghetto.
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Capitolo 1
ne – ci siamo! pensai. Vidi una luce fumosa, mi avvicinai e sentii un disperato cigolio. Guardando in su vidi un’insegna oscillante sulla porta, con sopra dipinta, in bianco, una balena con il getto di vapore che le usciva dalla testa e, sotto, la scritta, pure bianca:
locanda del baleniere peter coffin Non era proprio un messaggio invitante: coffin, in inglese, vuol dire “bara”. D’altro canto, è un cognome piuttosto comune, a Nantucket. E il cigolio dell’insegna e la porta tutta rovinata e la luce fioca comunicavano un senso di povertà, o addirittura di estrema miseria: esattamente quello di cui avevo bisogno. Questa è la locanda a buon prezzo che fa per te, mi dissi. Ed entrai. Mi trovai in un atrio abbastanza ampio, ma irregolare, con le pareti rivestite di legno come quelle di una nave. Da un lato c’era un grande quadro a olio che rappresentava, o tentava di rappresentare, una tempesta di mare. Ma per capirlo impiegai parecchi minuti, talmente confuse apparivano le masse di colore e di ombre e di luci che l’artista aveva tracciato. Alla fine, però, riuscii a intravedere che quel vortice di acque era provocato dall’enorme balena che si trovava al centro del quadro, nell’atto di scagliarsi contro una nave. Sulla parete di fronte erano appesi ramponi, lance, mazze. Alcuni sembravano provenire da chissà quali mondi selvaggi. Altri erano accompagnati da spiegazioni che raccontavano la loro storia. Per esempio c’era una lancia lunghissima, ma tutta storta, con cui cinquant’anni prima un certo Nathan Swain aveva ucciso quindici balene in un giorno solo. C’era un rampone che aveva colpito una balena a Giava, ma la balena era riuscita a fuggire ed era stata catturata dieci anni dopo dall’altra parte del mondo, con quel rampone ancora piantato nella schiena. Da quell’atrio, attraverso un arco, si entrava nella sala principale della locanda. Faceva un freddo islandese. Nessun fuoco da 9
Moby Dick
nessuna parte, solo due candele tristi. Fra i grandi tavoli si aggirava l’oste, riempiendo i bicchieri degli avventori, una decina di marinai giovani, con un suo veleno che chiamava gin.
Quiqueg Andai dal padrone e, avendogli detto che desideravo una camera, ricevetti in risposta che la casa era piena: non un letto libero. “Ma no”, aggiunse toccandosi la fronte, “non avete nulla in contrario a condividere la coperta con un ramponiere, vero? M’immagino che salpiate a balene, e così fareste meglio ad abituarParole al microscopio vi a queste cose”. ramponiere: Io gli dissi che non mi era sulle navi baleniere, il marinaio addetto al mai piaciuto dormire in due lancio del rampone, una lunga lancia con la punta a uncino, che impedisce all’arma in un letto; che, se dovessi mai di staccarsi, una volta che abbia colpito il far questo, dipenderebbe da chi bersaglio. Il rampone è detto anche fiocina, fosse il ramponiere; e che se lui da cui fiociniere (sinonimo di ramponiere). (il padrone) non aveva davvero altro posto per me e il ramponiere non era del tutto repellente, be’, piuttosto che andare ancora in giro per una città sconosciuta in una notte simile, mi sarei accomodato a sopportare metà della coperta di una persona decente. “Sapevo bene. Allora sedetevi. Volete cenare? La cena è pronta subito”. La portata fu delle più sostanziose: non soltanto carne con patate, ma gnocchi. Un giovanotto dal pastrano verde diede a questi gnocchi un assalto spaventoso. “Padrone”, bisbigliai io, “quello non è mica il ramponiere?” “Oh, no, il ramponiere è un tipo scuro di pelle. Non mangia mai gnocchi lui, non mangia altro che bistecche. Non starà molto a venire”. avventori: clienti. gin: un liquore molto forte, popolare tra i
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marinai all’epoca del romanzo. pastrano: cappotto.
Capitolo 1
Io cominciai a sentirmi sospettoso di questo ramponiere “scuro di pelle”. A nessun uomo piace dormire con un altro in un letto. Di fatto, voi preferireste non dormire nemmeno con vostro fratello. Non so come sia, ma la gente, quando dorme, ama la segretezza. E quando si tratti di dormire con uno sconosciuto, in una locanda sconosciuta, in una città sconosciuta, e questo sconosciuto sia un ramponiere, allora le obiezioni si moltiplicano all’infinito. È vero che, sulla nave, i marinai dormono tutti insieme in un locale, ma ognuno ha la sua branda. Più ci pensavo, a questo ramponiere, e più aborrivo dall’idea di dormirgli insieme. “Padrone, ho cambiato idea. Proverò a dormire su questa panca”, dissi. L’oste accettò di buon grado la mia decisione. Andò addirittura a prendere una pialla per eliminare qualche nodo del legno che poteva darmi fastidio. Intanto io prendevo le misure e scoprivo che alla panca mancavano giusto quei trenta centimetri di lunghezza e altrettanti di larghezza. Provai ad avvicinare una sedia, un’altra panca, ma erano di altezze diverse. “Che il diavolo si porti quel maledetto ramponiere!” esclamai. Non potevo approfittare della sua assenza per chiuderlo fuori? L’avrei lasciato bussare anche tutta la notte, se fosse tornato... Però, però: e se la mattina dopo mi avesse aspettato col rampone in mano, pronto a vendicarsi? Pessima idea! Mi decisi ad aspettare. “Ma si può sapere dov’è andato?” chiesi al padrone quando era ormai quasi mezzanotte. “A vendere teste”, rispose lui con un sogghigno. “Teste? Che teste?” “Vedete, questo ramponiere è appena arrivato dalla Nuova Zelanda e ha portato con sé una ricca collezione di teste imbalsamate. Teste umane, capite? Sembra che siano molto apprezzate: ogni giorno ne vende tre o quattro. Ma oggi è uscito con le ultime, forse per questo tarda più del solito...” Rimasi senza parole. Dovevo dormire con un venditore di teste umane? Non sarebbe stato un tipo pericoloso? 11
Moby Dick
“Per me è a posto”, disse l’oste: “paga regolarmente!” Che Dio mi salvi, pensai. E mi feci accompagnare nella stanza. Sperando che il mio ramponiere ormai non tornasse più, mi spogliai e mi infilai nel letto, dove rimasi un bel pezzo a rigirarmi. Ero appena scivolato nel dormiveglia quando sentii un passo pesante che si avvicinava alla porta. Rimasi del tutto immobile mentre la porta si apriva e lo sconosciuto, altissimo e massiccio, entrava. Alla luce della sua candela, riuscii a scorgergli la faccia. E che faccia! Era di colore rossiccio e giallastro, con grandi macchie nere sulle guance, sulla fronte, sul mento. Benissimo! pensai. Questo gigante spaventoso ha preso parte a una rissa, è rimasto ferito ed è pieno di punti e di cerotti. Ma subito dopo capii che quelle macchie scure non erano affatto lividi o bende, erano tatuaggi. Man mano che si spogliava (non si era ancora accorto della mia presenza), vidi che non solo la faccia, ma tutto il corpo era pieno di quei disegni scuri. Insomma, era un selvaggio, forse addirittura un cannibale, e forse le teste che vendeva le aveva tagliate lui, forse avrebbe tagliato anche la mia alla prima occasione... Se fossi stato più vicino alla porta, sarei fuggito di corsa. Ma non ebbi il tempo di farlo, perché il gigante prese da una tasca del suo cappotto una specie di pupazzo di legno, lo posò in mezzo agli alari del caminetto spento e gli si inginocchiò davanti, mettendosi a pregare. Mi sentivo molto in imbarazzo e stavo per rivelare la mia presenza con un movimento o con un suono, quando il selvaggio concluse la sua cerimonia: afferrò senza tanti complimenti la sua statuetta e la rimise nella tasca del cappotto, poi spense la luce e si infilò sotto la coperta. Lanciai un urlo, a cui rispose il suo grido di stupore. La candela venne subito riaccesa e ci trovammo tutti e due in piedi, ai lati opposti del letto. “Chi sei?” gridò il cannibale. “Se non parli ti uccido, hai capito?” “Aiuto! Padrone!” gridai io. “Dimmi chi sei o ti uccido!” ripeté il selvaggio. alari: sostegni di metallo su cui si appoggiano i ceppi di legna.
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