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Orlando Furioso_estratto

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Ludovico Ariosto

ORLANDO FURIOSO

a cura di Fabiana Sarcuno
Gruppo
Editoriale ELi

Ludovico Ariosto

ORLANDO FURIOSO

a cura di Fabiana Sarcuno
Gruppo Editoriale ELi

Nota introduttiva

Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori…

Già il primo verso del capolavoro di Ludovico Ariosto contiene tutti gli ingredienti di quest’opera: da una parte la guerra, che l’esercito dell’imperatore Carlo Magno deve affrontare contro i Saraceni, dall’altra l’amore, forza irresistibile in grado di distogliere dal conflitto i paladini più valorosi e condurre alla pazzia il campione dei Cristiani: Orlando. È l’amore, inoltre, che muove le gesta di Bradamante e Ruggiero, destinati, dopo molte difficoltà, a unirsi in matrimonio per dar vita alla dinastia estense, omaggiata dall’autore attraverso la sua opera.

Le vicende degli innumerevoli personaggi incontrati lungo il poema vengono rese con la tecnica dell’interruzione continua, che consiste nel cambiare frequentemente argomento, introducendo nuovi episodi: il risultato è una creazione unitaria e allo stesso tempo multiforme, in cui i molteplici aspetti sono sapientemente armonizzati dall’autore.

Egli, infatti, riesce a fondere l’elemento del meraviglioso, legato alla presenza di creature fantastiche, incantesimi e oggetti magici, con quello del disincanto di fronte alla rottura delle illusioni; è capace di stupire attraverso situazioni e personaggi portentosi, ma senza mai perdere l’equilibrio e l’ironia. Quest’ultima è sempre presente nelle pagine del libro, anche se velata da una sottile malinconia: Ariosto sa bene che l’epoca dei cavalieri, delle corti e dei nobili ideali guerreschi, da lui rievocata con rimpianto, si è chiusa definitivamente. Ecco perché rende onore a questo mondo ormai perduto attraverso l’Orlando furioso, che costituisce senza dubbio il traguardo più significativo della letteratura italiana rinascimentale.

1. Angelica in fuga

Questa storia narra di donne, cavalieri, combattimenti e amori, che ebbero luogo tanti anni fa, all’epoca della guerra tra Carlo Magno1 e i Musulmani2, guidati dal temibile e impetuoso re Agramante, il quale voleva a ogni costo vendicare la morte di suo padre, ucciso da uno dei più valorosi paladini dell’esercito cristiano: Orlando3. Le vicende che racconterò parlano soprattutto di lui, un eroe invincibile, dedito alla guerra e a profondi ideali religiosi, al quale però accade un fatto strano: si innamora a tal punto da diventare matto, anzi… furioso. Una vera novità per un uomo tutto d’un pezzo come il nostro coraggioso guerriero!

Ma ne parleremo più avanti, non vorrei rovinare il gusto della lettura a chi avrà tra le mani questo libro, specialmente al cardinale Ippolito d’Este4 e alla sua discendenza, alla quale l’opera è dedicata: la nobile famiglia degli Estensi

1 Carlo Magno: (742-814 d.C.), re dei Franchi e imperatore del Sacro Romano Impero. Il periodo in cui sono ambientate le vicende del poema è da collocarsi intorno al 778, anno in cui avvenne la disfatta di Roncisvalle. Riguardo alla figura del sovrano e a questo episodio, realmente accaduto, sono fiorite storie e leggende che hanno dato vita ai poemi cavallereschi, diffusi dopo l’anno Mille, quando urgeva sottolineare la contrapposizione tra il mondo cristiano e quello musulmano, poiché l’Europa era pervasa dallo spirito della guerra santa.

2 Musulmani: le popolazioni arabe di fede islamica; nel Medioevo erano chiamati anche Mori o Saraceni.

3 Orlando: chiamato anche Roland o Hruodlandus, è, secondo la tradizione cavalleresca, un eroe dell’esercito franco caduto nella battaglia di Roncisvalle. Nipote di Carlo Magno e cugino di Rinaldo, è descritto, nella Chanson de Roland a cui l’autore si ispira, come un paladino fortissimo, dotato di una spada invincibile, Durlindana. Nei poemi cavallereschi italiani del Cinquecento, prima con l’Orlando innamorato di Boiardo, poi con l’Orlando furioso di Ariosto, viene introdotto il tema amoroso accanto a quello guerresco, con il protagonista che si innamora perdutamente della bella Angelica.

4 Ippolito d’Este: (1479-1520), arcivescovo e poi cardinale cattolico, figlio di Ercole I d’Este, conte di Modena e Ferrara. Fu il mecenate di Ariosto, il quale operò al suo servizio dal 1503 al 1517.

1. Angelica in fuga

discende proprio da uno dei combattenti più indomiti che incontreremo in molti episodi della storia: Ruggiero5.

I signori di Ferrara sono stati molto generosi con me, accogliendomi presso la loro corte e offrendomi la possibilità di dedicarmi a ciò che amo di più, cioè scrivere; perciò il minimo che possa fare per contraccambiare la fiducia che mi è stata concessa è donare loro una storia appassionante, magari dalla trama un po’ intricata, ma piena di personaggi e luoghi meravigliosi, dove non mancano magie, incantesimi e creature mostruose.

Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori  le cortesie, l’audaci imprese io canto, che furo al tempo che passaro i Mori d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto, seguendo l’ire e i giovenil furori d’Agramante lor re, che si diè vanto di vendicar la morte di Troiano  sopra re Carlo imperator romano.

Dirò d’Orlando in un medesmo tratto cosa6 non detta in prosa mai, né in rima: che per amor venne in furore e matto  d’uom che sì saggio era stimato prima; se da colei7 che tal quasi m’ha fatto8

5 Ruggiero: giovane guerriero discendente dalla stirpe di Ettore, di cui porta lo stemma (un’aquila bianca in campo azzurro). Rimase orfano quando era ancora in fasce e fu cresciuto dal mago Atlante. Era intento dell’Ariosto (e, prima di lui, del Boiardo) confermare la leggenda che la casa d’Este traesse origine dal suo matrimonio con Bradamante, al fine di dare lustro alla dinastia degli Estensi.

6 cosa: si riferisce alla pazzia, provocata dall’amore non corrisposto per Angelica.

7 colei: il riferimento è ad Alessandra Benucci, sposata da Ludovico Ariosto tra il 1526 e il 1530.

8 tal quasi m’ha fatto: mi ha reso pazzo quasi come Orlando.

che ’l poco ingegno ad or ad or mi lima9, me ne sarà però tanto concesso, che mi basti a finir quanto ho promesso.

Piacciavi, generosa Erculea prole, ornamento e splendor del secol nostro, Ippolito, aggradir questo10 che vuole e darvi sol può l’umil servo vostro. Quel ch’io vi debbo, posso di parole pagare in parte e d’opera d’inchiostro; né che poco io vi dia da imputar sono; che quanto io posso dar, tutto vi dono.

Voi sentirete fra i più degni eroi, che nominar con laude m’apparecchio11, ricordar quel Ruggier, che fu di voi e de’ vostri avi illustri il ceppo vecchio12. L’alto valore e’ chiari gesti suoi vi farò udir, se voi mi date orecchio, e vostri alti pensier cedino un poco, sì che tra lor miei versi abbiano loco.

Un momento! Non mi sono ancora presentato: sono Ludovico Ariosto, poeta del Rinascimento, e questa è la mia rievocazione, leggermente nostalgica, ma sempre attraversata da un pizzico di ironia, di un mondo cavalleresco che al giorno d’oggi purtroppo non c’è più.

Tutto comincia con una fanciulla bellissima, che fila via in groppa a un cavallo. Fugge, il più velocemente e il più lon-

9 mi lima: mi consuma.

10 questo: il poema che l’Ariosto si accinge a offrire al suo signore.

11 m’apparecchio: mi appresto.

12 ceppo vecchio: capostipite.

tano possibile dall’accampamento dei Cristiani, galoppando verso un bosco.

«Ce la siamo lasciata scappare sotto agli occhi... Quella donna ne sa una più del diavolo!» commenta seccamente Carlo Magno.

Ma perché il sovrano francese è così preoccupato? Chi è la ragazza fuggitiva? Per rispondere a queste domande occorre fare un passo indietro.

Bisogna infatti sapere che qualche tempo prima una fanciulla avvenente13, di nome Angelica, era arrivata a Parigi. Alta e ben proporzionata, dallo sguardo soave e con lunghi capelli biondi simili al grano maturo, non passava certamente inosservata. La figlia del re del Catai14 (era una principessa, non una ragazza qualsiasi!) era accompagnata dal fratello Argalia. Quest’ultimo si era messo in testa di sfidare i migliori paladini di Francia con le sue armi magiche, che tuttavia non gli erano state di grande aiuto, perché alla fine era stato ucciso per mano di Ferraù15.

Angelica, intanto, non faceva altro che conquistare, a uno a uno, i cuori dei cavalieri cristiani, che cadevano tutti ai suoi piedi, dichiarandosi pronti a offrirle protezione e disposti a seguirla ovunque, anche a costo di abbandonare la guerra.

In effetti era proprio questo il motivo segreto per il quale Angelica era giunta da un regno così lontano presso l’accampamento dei Cristiani: distogliere dalla guerra i campioni di Francia, in particolare i due cugini Orlando e Rinaldo. La loro assenza alle vicende belliche avrebbe senz’altro favorito i Saraceni.

13 avvenente: bella, graziosa, attraente.

14 Catai: corrisponde all’attuale Cina.

15 Ferraù: chiamato in altri poemi cavallereschi anche Ferrauto o Ferraguto, è un cavaliere saraceno, nemico giurato di Orlando.

E in effetti i due nipoti di Carlo Magno erano innamoratissimi dell’astuta seduttrice, tanto da dimenticare i propositi cristiani che li spingevano a combattere, tanto da litigare e azzuffarsi l’uno contro l’altro… cose che capitano: d’altronde, ogni cavaliere che è senza amore, anche se sembra vivo, in realtà è vivo senza il cuore.

Insomma, l’amore è una forza talmente travolgente che non è possibile resistergli, e Carlo Magno, essendo un sovrano saggio, lo sapeva bene. Non gli restò che escogitare una soluzione: prima affidò Angelica a un vecchio consigliere, Namo, il duca di Baviera, quindi convocò Orlando e Rinaldo.

«Poiché la situazione sta diventando insostenibile, con voi che correte dietro a una fanciulla invece di servire la patria e onorare Dio con imprese belliche, ho preso questa decisione: concederò Angelica in premio al paladino più audace in battaglia, cioè a chi ucciderà più Mori. Quindi, da questo momento, vinca il migliore!»

I due campioni non se lo fecero ripetere due volte, gettandosi a capofitto nella lotta, a svantaggio dei malcapitati nemici, che finirono tutti uccisi o messi in fuga.

Peccato che Angelica fosse tutt’altro che contenta di essere assegnata a un cavaliere cristiano come premio di guerra: si sa che il giudizio umano spesso cade nell’errore!

Alla ragazza, che sapeva il fatto suo, non fu difficile eludere la sorveglianza e svignarsela, in sella a un palafreno: ecco perché all’inizio del poema la troviamo intenta a galoppare in un bosco, sempre timorosa di avere alle spalle qualcuno di quegli omaccioni che le sbavavano dietro, per esempio Rinaldo, il quale, dopo essersi dissetato alla Fontana dell’Amore, nutriva per Angelica una passione smisurata, mentre lei, guarda un po’, aveva bevuto alla Fontana dell’Odio, quindi potete immaginare quali sentimenti potesse provare verso il suo ammiratore.

Fugge tra selve spaventose e scure, per lochi inabitati, ermi16 e selvaggi. Il mover de le frondi e di verzure17, che di cerri sentia, d’olmi e di faggi, fatto le avea con subite paure trovar di qua di là strani viaggi18; ch’ad ogni ombra veduta o in monte o in valle, temea Rinaldo aver sempre alle spalle. Qual pargoletta o damma o capriuola19, che tra le fronde del natio boschetto alla madre veduta abbia la gola stringer dal pardo20, o aprirle ’l fianco o ’l petto, di selva in selva dal crudel s’invola, e di paura triema e di sospetto: ad ogni sterpo che passando tocca, esser si crede all’empia fiera in bocca.

Angelica cavalcò per un giorno e una notte, finché, al mattino, giunse presso un luogo appartato nella foresta, vicino a un ruscello e a un cespuglio di rose. Decise di coricarsi lì per riprendersi dalla cavalcata, quando degli strani rumori interruppero il suo riposo: sembravano dei lamenti, come se qualcuno stesse sospirando, al di là della fitta vegetazione che la nascondeva.

Un uomo grande, grosso e baffuto, armato fino ai denti, stava assorto, presso il ruscello, piangendo e lagnandosi a voce alta: «Angelica, amore mio! Dove sarai mai, o dolce fanciulla simile a una rosa? Preferirei morire, piuttosto che

16 ermi: solitari.

17 verzure: germogli.

18 trovar… viaggi: imboccare casualmente, andando qua e là, vie insolite.

19 Qual… capriuola: come una giovane daina o capriola.

20 pardo: gattopardo.

Vita e opere di Ludovico Ariosto

Ludovico Ariosto nacque a Reggio

Emilia l’8 settembre 1474 in una famiglia numerosa: era il primo di dieci fratelli.

Il padre, Niccolò, funzionario presso la corte del duca Ercole I d’Este, desiderava che suo figlio studiasse legge, tuttavia il giovane Ludovico mostrava una spiccata propensione verso le materie umanistiche: infatti abbandonò la facoltà di giurisprudenza per dedicarsi alla letteratura e alla filosofia, presso l’università di Ferrara. Qui divenne amico di un importante letterato dell’epoca, Pietro Bembo, e iniziò ad appassionarsi alla poesia, in particolare a quella di Francesco Petrarca, autore toscano del Trecento. Quando però, nel 1500, Niccolò morì

Ludovico Ariosto (1474-1533)

improvvisamente, Ludovico dovette farsi carico dei problemi economici che gravavano sulla sua famiglia; perciò accettò alcuni lavori che gli permettevano di mantenere i fratelli, ma lo distoglievano dalla prediletta attività letteraria.

Nel 1503 fu assunto al servizio del cardinale Ippolito d’Este, figlio di Ercole: questi gli affidò molti incarichi, soprattutto di carattere diplomatico e politico.

Ludovico, tuttavia, essendo caratterizzato da un’indole tranquilla, non gradiva questo genere di vita e iniziò a manifestare sempre più apertamente la sua aspirazione a dedicarsi alla scrittura a tempo pieno: nel 1517, quando Ippolito venne

Titolo

nominato vescovo in Ungheria, si rifiutò di seguirlo, malgrado si trattasse di un incarico prestigioso e ben retribuito.

I motivi di questa scelta sono da ricercare nella volontà, da parte del poeta, di mantenere la propria indipendenza e di non allontanarsi dal grande amore della sua vita: la vedova Alessandra dopo alcuni anni di

dell’Ariosto fu premiata quando passò al servizio del fratello di Ippolito, Alfonso : in questi anni poté intensificare la sua attività

ottenendo molti consensi anche al di fuori della corte estense; nel 1525 realizzò il suo sogno di comprare

a Ferrara una parva domus (piccola casa), che divenne il simbolo della serenità conquistata attraverso il proprio lavoro.

Una malattia allo stomaco lo portò alla morte il 6 luglio 1533.

Ariosto lavorò per molti anni al suo capolavoro, l’Orlando furioso, che lo ha reso il più grande interprete della letteratura italiana rinascimentale.

L’opera fu pubblicata prima nel 1516, poi nel 1521 e infine nel 1532, a pochi mesi dalla morte del poeta, che rielaborò più volte il poema, ampliando il numero dei canti (da 40 a 46) e adeguando la sua lingua alle indicazioni che Pietro Bembo aveva fornito nelle Prose della volgar lingua, trattato del 1525 che aveva influenzato tutti gli scrittori dell’epoca.

È possibile ricordare altre opere dell’Ariosto, il quale, essendo un raffinato conoscitore del mondo classico, scrisse diverse commedie, sia in prosa, sia in versi. Sono celebri inoltre le sette Satire, che il poeta compose seguendo l’esempio latino del poeta Quinto Orazio Flacco e nelle quali offrì un preciso ritratto di sé: quello di un uomo amante della semplicità, che disprezza le ambizioni mondane, la vanità del potere e rivendica, all’interno della società, il proprio ruolo di intellettuale.

Statua di Ariosto a Reggio Emilia.

Il ciclo carolingio e il ciclo bretone

Rappresentazione di un episodio della Chanson de Roland.

In Europa, intorno all’anno Mille, si diffusero numerosi racconti in versi di carattere epico-cavalleresco, messi per iscritto dopo essere stati tramandati, per anni, oralmente. Queste storie vengono tradizionalmente suddivise in due cicli: carolingio e bretone.

Il ciclo carolingio si sviluppò in Francia e comprende una serie di componimenti epici scritti in versi decasillabi (o lasse), chiamati chansons de geste (canzoni di gesta). Tra queste, la più celebre è senza dubbio la Chanson de Roland (canzone di Orlando), nella quale viene narrata l’eroica fine del paladino di Carlo Magno, ucciso nella battaglia di Roncisvalle, realmente avvenuta nel 778, quando i soldati dell’imperatore furono sconfitti dalle popolazioni basche.

La Chanson de Roland, tuttavia, fu scritta tre secoli dopo questo conflitto, che viene ripreso alterando alcuni particolari storici, nello spirito della guerra santa e della lotta contro i Saraceni che caratterizzava l’anno Mille, quando iniziava a prendere piede l’idea di dar vita a una crociata contro il mondo arabo.

Il tema principale, dunque, è quello della guerra. I cavalieri sono uomini tutti d’un pezzo che non hanno altro pensiero se non quello di dar prova in battaglia delle loro ineguagliabili virtù cavalleresche. Il ciclo bretone nasce invece in Bretagna e comprende una serie di leggende legate ai celti e alla storia mitologica delle origini britanniche. Viene anche definito ciclo arturiano perché il centro delle vicende è la corte di re Artù. Le storie narrate riguardano non soltanto il mitico sovrano, ma anche i cavalieri della Tavola Rotonda, la ricerca del Santo Graal, gli incantesimi del mago Merlino e l’origine della spada Excalibur.

Si tratta di romanzi cortesi destinati a un pubblico raffinato e aristocratico, nei quali domina il tema dell’amore, spesso conquistato dopo il superamento di prove difficili oppure particolarmente tormentato. Un esempio? Le vicende sentimentali di Tristano e Isotta, oppure quelle di Lancillotto e Ginevra. La prevalenza dell’argomento amoroso rispetto a quello guerresco costituisce la differenza principale rispetto al ciclo carolingio.

Tristano e Isotta in un dipinto di Leighton del 1902.
Re Artù e Lancillotto.

PERCORSI DI LETTURA

1. ANGELICA IN FUGA

COMPRENSIONE

1 In che cosa consiste la novità annunciata dall’Ariosto

all’inizio del poema?

a) Nella rievocazione di una guerra, quella tra Carlo Magno e i Saraceni, della quale nessuno aveva mai parlato prima.

b) Nell’innamoramento di Orlando, che comunque rinuncia ad Angelica per servire degnamente la patria.

c) Nel fatto che Orlando diviene folle per amore di Angelica.

d) Nella scoperta, da parte dell’autore, che la dinastia degli Estensi discende da Ruggiero e Bradamante.

LINGUA E STILE

2 Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori… Nel primo verso del poema è possibile individuare una figura retorica. Quale?

a) Chiasmo b) Iperbole c) Ossimoro d) Sinestesia

2. BRADAMANTE E L’IPPOGRIFO

COMPRENSIONE

1 Bradamante compie una mirabile impresa, sconfiggendo il temibile mago Atlante. Indica se le affermazioni riguardanti questo episodio sono vere o false:

Vero Falso

Bradamante è preparata al duello, perché la fata Melissa le ha fornito preziosi consigli su come resistere agli incantesimi del mago.

Atlante compare in sella all’ippogrifo, una creatura alata nata dall’incrocio di un cavallo e un falco.

Durante lo scontro Bradamante sviene, sopraffatta dagli incantesimi evocati dal mago.

Bradamante decide di non uccidere il mago Atlante perché lui implora la donzella di lasciarlo in vita.

Il mago Atlante vuole proteggere Ruggiero perché il suo destino è quello di essere ucciso dopo le nozze.

PERCORSI DI LETTURA

LINGUA E STILE

2 Lascia all’arcion lo scudo, che già posto avea ne la coperta, e a piè discende

All’interno di questi due versi è presente una figura retorica, evidenziata con una sottolineatura. Di quale si tratta?

a) Metafora

b) Personificazione

3. ALCINA E LOGISTILLA

COMPRENSIONE

c) Onomatopea

d) Enjambement

1 Ruggiero non esita a intervenire in difesa di Astolfo recandosi presso l’isola di Alcina. Indica se le affermazioni riguardanti l’impresa del cavaliere saraceno sono vere o false.

Vero Falso

Prima della partenza Astolfo mette in guardia Ruggiero circa il fascino pericoloso di Alcina.

Astolfo spiega a Ruggiero che ogni figura nella quale si imbatterà ha un significato morale, cioè legato al bene o al male.

Ruggiero è in seria difficoltà quando si tratta di affrontare la torma di cavalieri che lo attende sulla porta della città.

Ruggiero è affascinato da Alcina, ma non cessa di pensare all’amata Bradamante.

LINGUA E STILE

2 Nell’ottava riportata a p. 23, la voce di Astolfo, trasformato in mirto, è definita da Ariosto mesta.

Con quale sinonimo potresti sostituire questo aggettivo?

a) Triste

b) Debole

c) Perseverante

d) Tetra

PERCORSI DI LETTURA

PRODUZIONE SCRITTA

3 Svolgi una breve ricerca. Nella storia della letteratura ci sono state altre situazioni in cui un eroe ha incontrato un personaggio trasformato in una pianta? Scopri di quali vicende si tratta, poi riassumile sul quaderno.

4 In questo capitolo ogni elemento è dotato di significati simbolici. Che cosa rappresenta, secondo te, la maga Alcina, apparentemente dolce e ammaliante, ma pericolosa e, se vista nel suo aspetto reale, brutta e ripugnante? Svolgi una breve riflessione sul tuo quaderno.

4. ORLANDO E OLIMPIA

COMPRENSIONE

1 Ricostruisci alcuni passaggi fondamentali di questo capitolo rispondendo ai seguenti “perché”.

Perché Orlando non riesce ad addormentarsi come tutti gli altri paladini?

Perché qualcosa, a un certo punto della notte, lo fa svegliare di soprassalto?

Perché la sua decisione di lasciare l’accampamento è particolarmente grave?

Perché decide di combattere al fianco del re d’Irlanda?

PERCORSI DI LETTURA

LINGUA E STILE

2 Nell’ottava riportata a p. 29 la parola Amore è scritta con la lettera maiuscola. Per quale motivo?

5. L’ISOLA DI EBUDA

COMPRENSIONE

1 Dopo aver sconfitto il mostro, Orlando deve vedersela con gli abitanti di Ebuda. Indica se le affermazioni sull’episodio sono vere o false.

Gli abitanti di Ebuda temono che l’uccisione dell’orca susciti la vendetta di Proteo, dio del mare.

Orlando deve affrontare la battaglia completamente solo.

Oberto uccide tutti gli uomini, lasciando in vita le donne e i bambini.

Oberto e Orlando si erano conosciuti in Francia.

Oberto sposa Olimpia, vendicando le ingiustizie che aveva subito.

LINGUA E STILE

2 Nell’ottava riportata a p. 42 sono presenti due similitudini. Dopo averle individuate e sottolineate, prova a spiegarne il significato.

PRODUZIONE SCRITTA

3 Che cosa insegna alle donne la vicenda di Olimpia? Sei d’accordo con il poeta? Svolgi una riflessione sul quaderno, argomentando la tua posizione.

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