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Le metamorfosi

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Ovidio Le Metamorfosi A cura di Marco Giuliani Responsabile editoriale: Beatrice Loreti Art director: Marco Mercatali Responsabile di produzione: Francesco Capitano Redazione: Carla Quattrini Impaginazione: Camilla Ninivaggi Illustrazioni: Simona Trozzi, Sandra Marziali Foto: Shutterstock, Archivio La Spiga Edizioni

© 2020 ELI – La Spiga Edizioni Via Brecce, 100 – Loreto info@elilaspigaedizioni.it www.elilaspigaedizioni.it Stampato in Italia presso Tecnostampa - Pigini Group Printing Division Loreto - Trevi 20.83.014.0 ISBN 978-88-468-4040-0

Nota del curatore Quello delle Metamorfosi di Ovidio è un mondo multiforme e cangiante, dove nulla sembra costretto ad assumere una forma definitiva che delimiti le infinite potenzialità dell'Essere. In questo primo scorcio del terzo millennio, spesso affannati da un presente contraddittorio e un futuro incerto, la prospettiva delle Metamorfosi può esserci d'aiuto a interpretare sotto una luce positiva gli incessanti cambiamenti del mondo che ci circonda, che spesso ci spaventano invece che sorprenderci. È solo una delle prospettive offerte da questa breve proposta di passi tratti dall'immenso poema di Ovidio, troppo spesso confinato entro i limiti degli studi classici. A fronte della rielaborazione in prosa, viene offerta ai giovani la possibilità di accostarsi ai versi che hanno suggestionato generazioni di lettori, da Dante a Montale, rendendo il poeta di Sulmona contemporaneo all'uomo di sempre. Marco Giuliani

In ogni brano il testo originale in versi è preceduto da un racconto in prosa.

Le fotocopie non autorizzate sono illegali. Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione totale o parziale così come la sua trasmissione sotto qualsiasi forma o con qualunque mezzo senza previa autorizzazione scritta da parte dell’editore.

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Le Metamorfosi

Indice Nota del curatore.................................................................. 3

Dossier Incontro immaginario con Ovidio..................................... 83 Focus

Introduzione.......................................................................... 6

L’età augustea......................................................................... 86

1. Libro primo Invocazione agli dèi........................................................ 10

A proposito di ninfe e fauni................................................ 89

Apollo e Dafne: la potenza dell’amore........................ 15

2. Libro secondo Un rapimento. Europa................................................... 23

I Titani..................................................................................... 88 Gian Lorenzo Bernini........................................................... 91 Percorsi di lettura.................................................................. 93

3. Libro terzo Narciso ed Eco................................................................ 29 4. Libro quarto Piramo e Tisbe................................................................. 39 5. Libro quinto Un rapimento destinato a cambiare il corso delle stagioni (Gara delle Muse e delle Pieridi).................................. 48 6. Libro sesto Il rischio di vantarsi. Aracne........................................ 54 7. Libro ottavo Due ospiti speciali: Filemone e Bauci......................... 60 Una sfida alle leggi di natura. Dedalo e Icaro............ 65 8. Libro decimo Ti amerò per sempre. Orfeo e Euridice...................... 72 8. Libro undicesimo La punizione di un avido incurabile. Bacco e Mida... 76

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Le Metamorfosi

Introduzione Il titolo in lingua greca dell’opera scritta da Ovidio, in lingua latina, è 15 libri di Metamorfosi e richiama l’architettura in 15 parti, in cui si strutturava la raccolta dei miti che il poeta latino rielaborò da originali della tradizione greca. Nei primi due libri delle Metamorfosi sono narrati i miti relativi alla trasformazione del Caos nei vari elementi della natura, la creazione dell’uomo, il diluvio universale, l’incendio della terra causato da Fetonte, infine la rinascita degli uomini ad opera di Deucalione e Pirra. Se facciamo attenzione, scopriamo che in quasi tutti i popoli della terra è presente il ricordo di un diluvio universale che in tempi remotissimi si abbatté sul genere umano provocando morte e distruzione. I miti del diluvio sono fra loro molto simili, anche se i popoli che li hanno elaborati appartengono a epoche e a luoghi diversi. La trama è analoga in tutte le versioni: gli uomini col passare del tempo divennero malvagi, abbandonarono la via del bene entrando in conflitto con la divinità che, in preda all’ira, punì l’umanità mandando sulla terra una terrificante inondazione. Si salvarono solo pochi uomini, quelli buoni, giusti, scelti dalla divinità per dare origine a un nuovo genere umano. La più antica testimonianza sull’argomento ci viene da un poema, l’Epopea di Gilgamesh, che rappresenta l’esempio più alto della produzione letteraria di ambiente mesopotamico ed è frutto della fusione di molteplici racconti indipendenti, a lungo trasmessi in forma orale. Un altro racconto del diluvio universale è presente nella Bibbia e ha per protagonista il patriarca Noè.

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Introduzione

A lungo si è ritenuto che l’Epopea di Gilgamesh sia stata fonte per la narrazione biblica. Oggi questa relazione di dipendenza è messa in discussione ed è più diffusa l’opinione che il racconto biblico derivi da una tradizione indipendente molto antica. Anche il mito greco di Deucalione e Pirra è un racconto del diluvio e presenta notevoli analogie con l’Epopea di Gilgamesh, che sembra avere radice in un effettivo incontro e scambio culturale verificatosi, nell’VIII-VII secolo a.C., nell’Asia Minore frequentata dai Greci. Ovidio, narrando i miti che sono all’origine del cosmo, parte proprio da questo episodio dove si racconta che l’ira di Zeus fosse stata scatenata dagli atti di empietà commessi dai figli di Licaone, re degli Arcadi, il più grave dei quali era stato l’uccisione di un loro fratello, Nittimo, per offrirlo in sacrificio allo stesso padre degli dèi. Quando Zeus seppe del delitto, si fece ricevere da loro sotto mentite spoglie. I figli di Licaone gli imbandirono un banchetto con le interiora di Nittimo. Proprio nel momento in cui stavano per cominciare a mangiare, Zeus si rivelò e concepì una punizione che fosse esemplare per le generazioni future: scatenò una terribile tempesta sulla terra. Solo Deucalione si salvò perché avvertito dal padre Prometeo, il titano che plasmò gli uomini e donò loro il fuoco. Deucalione aveva sposato Pirra, figlia di Epimeteo e di Pandora, la prima donna che gli dèi avevano plasmato. Quando Zeus decise di annientare la stirpe dell’età del bronzo, Deucalione per suggerimento di Prometeo costruì un’arca, la equipaggiò con il necessario e vi salì insieme a Pirra. E Zeus, riversando una gran pioggia dal cielo, sommerse la maggior parte della Grecia tanto che tutti gli uomini morirono a eccezione di quei pochi che si erano rifugiati sulle cime dei monti vicini. Fu a quel tempo che le 7


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montagne della Tessaglia si separarono e tutto il mondo al di là dell’Istmo e del Peloponneso fu inondato. Deucalione, trasportato nell’arca sul mare per nove giorni e nove notti, s’incagliò infine sul Parnaso e in quel luogo, cessata ormai la pioggia, uscì e sacrificò a Zeus Salvatore. Zeus allora gli inviò Ermes e gli concesse di scegliere ciò che voleva: egli scelse di essere il progenitore dell’umanità. Zeus allora gli ordinò di scagliare pietre dietro il capo e le pietre che gettava Deucalione divennero uomini, quelle che gettava Pirra donne. A partire dal libro III, si entra nell’età dei semidei e degli dèi, e delle loro passioni per gli esseri umani. Si trovano qui racconti che hanno come protagonisti divinità dell’Olimpo che, secondo la tradizione greca, sono dotate di sentimenti e di aspetto antropomorfico e quindi spesso si innamorano o provano ostilità per gli esseri umani. Ci sono poi episodi che hanno al centro divinità minori, come le ninfe, i fauni, creature immortali che vivono però sulla terra, in natura, animandola. Un mondo, questo dei semidei, con cui i Greci spiegavano le forze che si sprigionano dalla natura e che l’evoluzione della scienza ha spiegato in modo razionale. Sono narrati quindi i miti di uomini tramutati in animali, in piante e in esseri inanimati come la pietra. Si giunge così al libro XII, in cui si narra del sacrificio di Ifigenia, della guerra di Troia fino alla morte di Achille. Con il libro XIII si passa dalla mitologia greca a quella romana: Ulisse e Aiace si contendono le armi di Achille. Poi viene narrata la fuga di Enea con il padre Anchise e il figlioletto Ascanio. Il libro XIV contiene l’ultima parte del viaggio di Enea, l’approdo in Italia e i racconti mitici sull’ origine di Roma. Nel libro XV, l’ultimo, ha particolare rilievo il discorso del filosofo Pitagora sulla metempsicosi, la trasformazione di ogni forma di vita come legge che regola l’universo. Pitagora, nel corso del 8

Introduzione

libro XV, afferma di esporre quanto gli ha dettato lo stesso Apollo: l’anima non muore ma, lasciata la sede precedente, vaga da un corpo all’altro, migra da noi nelle bestie e dai corpi ferini nei nostri. Nessuna cosa è stabile e ferma, ma tutto varia e si rinnova. L’opera di Ovidio si chiude con la divinizzazione di Giulio Cesare che viene accolto in cielo sotto forma di astro, e con la celebrazione di Augusto.

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Dal Caos primordiale alla nascita dell’uomo

Libro primo - Invocazione agli dèi

Dal Caos primordiale alla nascita dell’uomo Secondo la tradizione greca, il poeta esordisce rivolgendosi agli dèi, affinché ascoltino i suoi versi, quindi riassume l’argomento del poema che tratterà dell’origine dell’universo dove tutto si trasforma incessantemente. Scoprirai che la descrizione dell’origine del cosmo dal caos assomiglia molto alla teoria dell’evoluzione dell’universo avvalorata dalla scienza moderna. Ascoltate, o dèi, il mio canto. E anche voi, con me, alzate gli occhi al cielo, alla galassia in cui tutti siamo immersi, e ascoltatene i suoni… Su in alto, nel cielo, c’è un’immensa via di stelle, candida e splendente, che si vede dalla terra nelle notti serene: si chiama Lattea ed è famosa per la sua lucentezza. Si racconta che sia nata dal latte di una dea: la dea Era, sposa di Giove. Un bambino, un mortale di nome Eracle destinato a diventare un eroe, fu posto da Giove sulle ginocchia della moglie addormentata, perché succhiasse il latte che lo avrebbe reso immortale. Ma Era si svegliò di soprassalto e, spaventata, spostò il bambino, si alzò, si agitò e alcune gocce del suo latte schizzarono per il firmamento… Latte divino si sparse nel cielo, dove il buio lo accolse e lo trasformò in una galassia di stelle. La nostra galassia, parola che in greco significa proprio lattea. Questa Via di stelle è diventata la strada di luce che percorrono gli dèi per raggiungere la reggia

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di Giove, il re, il dio supremo, che si manifesta col fulmine e il tuono. La sua dimora è davvero meravigliosa: bellissimi e ricchissimi saloni in cui abitano tutte le divinità. In realtà non proprio tutte: gli dèi più importanti e più potenti hanno la loro casa qui, in questo luogo magico, mentre gli dèi inferiori abitano sparsi altrove. Ma ancor prima del tempo, prima della creazione di ciò che conosciamo… prima del mare, della terra e del cielo, che tutto copre, il volto della natura in tutto l’universo era uno solo, ed era detto Caos: una quantità enorme di materia immobile, senza forma e confusa; un’accozzaglia di germi differenti di cose mal combinate fra loro. Non c’era Titano - il Sole - che donava al mondo la luce; né Febe - la Luna - che, crescendo nel cielo, unisce le sue corna fino a diventare luna piena; la Terra non si manteneva sospesa nell’aria grazie alla forza di gravità; e Anfitrìte - dea dei mari e degli oceani - non abbracciava ancora con l’acqua i margini dei continenti. Certo, c’era già qualcosa di simile ai nostri terra, mare e aria, ma la terra era traballante (una massa scossa da terremoti e vulcani); il mare non era navigabile (le onde erano di una violenza impressionante) e l’aria era priva di luce (un buio spaventoso avvolgeva tutte le cose e i loro movimenti). Niente aveva forma stabile. Ogni cosa si opponeva alle altre in uno scontro continuo: il freddo lottava con il caldo, l’umido con il secco, il molle con il duro, il peso con l’assenza di peso. Un giorno, un dio potente e misterioso, con l’approvazione della natura, provò a correggere questi contrasti: separò la terra dal cielo, il mare dalla terra e distinse il cielo limpido dall’aria densa. E dopo aver liberato i diversi elementi da quell’ammasso informe, riunì quelli dispersi nello spazio e li combinò in armonia. Primo fra tutti il fuoco, energia misteriosa, guizzò velocemente e si sistemò, con la sua fiamma, negli strati più alti; poco più sotto, per la

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sua leggerezza, si mise l’aria; la terra, resa pesante dai massicci elementi che aveva assorbito, rimase in basso oppressa dal peso; e le correnti del mare andarono, pian piano, a riempire gli ultimi spazi lasciati liberi dalla terra. Quando ebbe sistemato ordinatamente il Caos, quel dio, chiunque fosse, prima diede alla terra la forma sferica di un enorme globo; poi ordinò alle grandi onde del mare, gonfiate dai venti, di abbracciare con precisione le coste della terraferma. E aggiunse fonti, stagni immensi e laghi; poi incanalò le correnti dei fiumi, che, a volte, arrivavano fino al mare e, lì, si infrangevano con le onde sulle scogliere. Al suo comando si stesero campi e valli; i boschi si coprirono di foglie e si innalzarono alte montagne rocciose. Fatto questo, si occupò del caldo e del freddo, e li sistemò sulla terra in modo non uniforme. C’erano zone che gli uomini non potevano abitare a causa del caldo soffocante e, all’opposto, zone gelide, imbiancate da enormi strati di neve e ghiaccio; e poi c’erano zone dal clima mite, temperato, in cui fuoco e gelo si mescolano. Su tutto incombeva l’aria in cui il dio ordinò che si raccogliessero nebbie e nuvole, e i tuoni che ci spaventano, e i fulmini e i venti che soffiano forte, sono come fratelli che litigano, e ciascuno vuole la ragione dalla sua parte: Euro, il vento dell’aurora, accarezzava le cime delle montagne esposte ai raggi del mattino, cioè a oriente, dove nasce il sole; Zefiro, il vento della sera, soffiava a occidente, sulle coste scaldate dal sole al tramonto; l’agghiacciante Borea, vento freddo e tempestoso, infuriava al nord; all’opposto, al sud, il caldo Austro portava piogge abbondanti e le terre ne erano sempre bagnate. Il dio aveva appena sistemato così ogni cosa del mondo. Le stelle, dalle tenebre profonde, cominciarono a scintillare in tutto il cielo, gli astri invasero le distese celesti e poi ogni altro luogo, in terra e in aria, si riempì di forme vive: le onde

Dal Caos primordiale alla nascita dell’uomo

furono la casa dei pesci guizzanti, l’aria ospitò gli uccelli e la terraferma accolse tutti gli altri animali. Ma mancava ancora qualcosa: l’essere più nobile e più intelligente, che sapesse gestire gli altri. Nacque allora l’uomo, fatto con materia divina e inizio di un mondo migliore. Impastato con acqua piovana e terra, l’uomo conservò in sé qualcosa di celeste che lo rendeva simile agli dèi; e mentre gli altri animali erano soliti stare curvi e guardare verso terra, il dio fece l’uomo in modo che il suo viso fosse rivolto al vento, e ordinò che guardasse il cielo e che ammirasse, dritto sulle gambe, il firmamento. Così la terra cominciò a trasformarsi grazie alla presenza dell’uomo, che da sempre prova a sfidare gli dèi e il destino. Le metamorfosi, cioè le trasformazioni, furono continue, e ancora oggi accadono ogni giorno, lente o veloci: sono parte della vita e fonte della vita stessa di ciascuno, perché permettono che la vita, cambiando, continui.

La fantasia mi spinge a narrare il mutare delle forme in corpi nuovi. O dèi, se queste metamorfosi sono opera vostra, ispirate il mio disegno, così che il canto dalle origini del mondo si snodi ininterrotto sino ad oggi. Prima del mare, della terra e del cielo, che tutto copre, il volto della natura era unico in tutto l’universo, quello che è detto Caos, mole informe e confusa, materia inerte, una massa di germi differenti di cose mal combinate fra loro. Non c’era Titano1 che donasse al mondo la luce, né Febe2 che nuova crescendo unisse le sue corna; in mezzo all’aria, retta dalla gravità, 1 2

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Vedi la scheda su titani e ninfe. La luna.

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non gravitava la terra, né lungo i margini dei continenti stendeva Anfitrite3 le sue braccia. E per quanto lì ci fossero terra, mare ed aria, la prima era instabile, non navigabile l’onda, l’aria priva di luce: niente aveva forma stabile, ogni cosa s’opponeva all’altra, perché in un corpo solo il freddo lottava col caldo, l’umido col secco, il molle col duro, il peso con l’assenza di peso. Un dio, col favore di natura, sanò questi contrasti: dal cielo separò la terra, dalla terra il mare e dall’aria densa distinse il cielo limpido. E districati gli elementi fuori dall’ammasso informe, riunì quelli dispersi nello spazio in stabile armonia. Quando così ebbe spartito in ordine quella massa informe, quel dio, chiunque fosse, prima agglomerò la terra in un grande globo, perché fosse uniforme in ogni parte; poi ordinò ai flutti, gonfiati dall’impeto dei venti, di espandersi a cingere le coste lungo la terra. E aggiunse fonti, stagni immensi e laghi; strinse tra le rive tortuose le correnti dei fiumi, che secondo il percorso scompaiono sottoterra o arrivano al mare e, raccolti in quella più ampia distesa, invece che sugli argini, s’infrangono sulle scogliere. E al suo comando si stesero campi e valli, fronde coprirono i boschi, sorsero montagne rocciose. Ovidio, Le Metamorfosi, vv. 1-44

Apollo e Dafne: la potenza dell’amore Dopo aver ucciso il serpente Pitone, Apollo si vanta della sua impresa con Cupido, dio dell’Amore, sorridendo del fatto che anche lui portasse arco e frecce, ed affermando che quelle non sembravano armi adatte a lui. Cupido indignato, decide allora di vendicarsi: colpisce il dio con la freccia d’oro che ha il potere di far innamorare e Dafne, la ninfa di cui sapeva che Apollo si sarebbe invaghito, con la freccia di piombo che fa rifuggire l’amore. Apollo, non appena vede la ninfa, figlia del dio fiume Peneo, se ne innamora perdutamente, ma… Il primo amore di Apollo fu Dafne figlia di Peneo, un amore non prodotto dal caso, bensì dall’ira tremenda di Cupido. Il dio di Delfi1, superbo per la vittoria con il serpente Pitone, aveva appena visto Amore piegare l’arco, tirando la corda, e gli disse: «Che fai, ragazzino smorfioso, con le armi, che stanno bene sulle mie spalle – io che so infliggere colpi infallibili a una belva o a un nemico, che ho appena piegato con innumerevoli frecce il gonfio Pitone, che tanto spazio occupava col ventre pestifero. Tu accontentati di attizzare con la tua fiaccola non so quali amori, e non ambire alla mia gloria». Gli rispose il figlio di Venere: «Se il tuo arco trafigge tutti gli altri, il mio trafigge te, e quanto sono inferiori al dio gli animali, altrettanto è minore della mia la tua gloria». La città di Delfi era sacra ad Apollo, qui il dio aveva un santuario con un oracolo.

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Vedi la scheda su titani e ninfe.

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Così disse, e solcò l’aria muovendo le penne velocemente, e si fermò sulla vetta ombrosa del Parnaso, prese dalla faretra due frecce di opposto potere: una ispira e l’altra allontana l’amore; quella che lo ispira è dorata e ha una punta aguzza e rilucente, quella che lo allontana è ottusa e ha piombo dentro la canna. Questa il dio la conficcò in corpo a Dafne la figlia di Peneo, con l’altra colpì Apollo in profondo, trapassandogli le ossa. Subito l’uno ama e l’altra fugge anche il nome dell’amore: gode le ombre dei boschi e le spoglie delle fiere cacciate. Come Diana cacciatrice, la bella ninfa raccoglieva con una benda i capelli scomposti. Molti la chiedono in moglie ma lei, sdegnosa, respinge i pretendenti e percorre senza marito il folto dei boschi, incurante dell’amore e delle nozze. Spesso il padre le dice: «Figlia, mi sei debitrice di un genero, per darmi finalmente dei nipoti». Ma lei, detestando come un delitto le fiaccole nuziali, col bel volto arrossisce, si aggrappa affettuosamente al collo del padre, e gli dice: «Concedimi, papà carissimo, che io goda della mia libertà, quella stessa libertà che è stata concessa da Giove a Diana». Suo malgrado, il padre Peneo dà alla giovane Dafne il suo consenso, ma è la sua stessa bellezza a impedirle di essere libera. Apollo al vederla aggirarsi nei boschi se ne è innamorato: desidera le sue nozze, e spera ciò che desidera, lo inganna il suo stesso oracolo; come prendono fuoco le stoppie leggere, una volta colte le spighe; come s’incendiano spesso le siepi, per le fiaccole che il viandante avvicina troppo o abbandona sul fare dell’alba, così il dio s’infiamma, e in tutto il suo petto brucia e nutre di speranze un amore sterile. Guarda i capelli pendere disadorni sul collo, e dice:

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«Che sarebbe mai, se li pettinasse!» Vede fiammeggiare i suoi occhi come le stelle, e la bocca che non gli basta guardare, loda le dita e le mani, gli avambracci e le braccia nude e sottili; e migliore ancora gli sembra ciò che è nascosto. Lei fugge più leggera del vento, e non si ferma al richiamo di lui che le dice: «Ti prego, fermati, figlia di Peneo: io non t’inseguo come nemico. Aspetta: così l’agnella fugge il lupo, o la cerva il leone o, con ali tremanti, le colombe l’aquila; ognuna il suo nemico, ma è per amore che io t’inseguo. Povero me, non vorrei che cadessi in avanti e i rovi graffiassero le gambe che non meritano ferite, e io fossi causa del tuo dolore! Sono ben aspri i luoghi che tu percorri a precipizio; corri più piano, rallenta la fuga; ti inseguirò anch’io più piano. Tu pensa però a chi piaci: non sono un montanaro, né un rozzo pastore, che fa qui la guardia agli armenti e alle greggi. Non sai, sventata, non sai chi è quello che fuggi, e proprio per questo mi fuggi. A me obbedisce Delfi, Claro, Tenedo e la regale Patara; Giove è mio padre: io rivelo il futuro, il passato, il presente, e accordo il canto alla cetra. La mia freccia è sicura, ma più sicura della mia ce n’è un’altra, quella che mi ha ferito il cuore sgombro. È mia invenzione la medicina, mi chiamano in tutto il mondo Guaritore, a me è soggetto il potere delle erbe; ma, ahimè, l’amore non è curabile con nessuna erba, l’arte che giova a tutti non giova al suo padrone!» Avrebbe detto di più, ma la figlia di Peneo fuggiva spaventata, lasciandogli il discorso a metà. Anche in quel momento era bella: il vento le scopriva il corpo, incontrava la veste facendola palpitare; la brezza leggera mandava indietro i capelli e la fuga aumentava la sua bellezza. Ma il giovane dio non tollera più di perdere tempo in lusinghe, e come gli suggerisce l’amore, segue con passo serrato le tracce di lei.

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Apollo e Dafne : la potenza dell’amore

Come quando un cane gallico ha scorto una lepre in campo aperto, e correndo insegue la preda, che cerca di salvarsi – le sta addosso e spera di afferrarla da un momento all’altro, col muso proteso è sulle sue tracce; l’altra non sa se è presa e all’ultimo istante si sottrae ai morsi e lascia la bocca che già la sfiora; così il dio e la vergine: l’uno è veloce per la speranza, e l’altra per il terrore. Ma chi insegue, aiutato dalle ali d’amore, è più veloce, non dà tregua, è alle spalle della fuggitiva e le ansima sui capelli sparsi per il collo. Allo stremo delle forze impallidì, e sopraffatta dalla fatica della fuga, guardando le acque del fiume Peneo disse: «Aiutami, padre: se in voi fiumi è un potere divino, distruggi, trasformandola, questa mia figura che è troppo piaciuta». Appena finita la preghiera, un pesante torpore le invade le membra, il petto si fascia di una fibra sottile, i capelli si allungano in fronde, le braccia in rami; i piedi già così veloci aderiscono a radici immobili, il volto è invaso da una cima, rimane soltanto lo splendore di un tempo. Anche così Apollo l’ama e, poggiata la destra sul tronco, sente ancora trepidare il petto sotto la nuova corteccia, e abbraccia i rami come fossero membra; bacia il legno, e il legno rifiuta i baci. Le disse: «Dal momento che non puoi essere mia moglie, sarai almeno il mio albero; ti avrò sempre, alloro, sui capelli, sulla cetra, sulla mia faretra. Sarai coi generali del Lazio, quando una voce lieta intonerà il trionfo, e il Campidoglio vedrà i lunghi cortei. Fedelissima custode, starai sui battenti delle porte di Augusto, sorvegliando la quercia al centro e, come il mio capo è eternamente giovane, coi capelli intonsi, anche tu avrai l’ornamento delle fronde perpetuo». Così concluse Apollo. Coi rami appena formati, l’alloro annuì e parve muovere la cima, come muovesse il capo.

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Apollo e Dafne : la potenza dell’amore

Non sai, impudente, non sai chi fuggi, e per questo fuggi. Io regno sulla terra di Delfi5, Giove è mio padre. Io sono colui che rivela futuro, passato e presente6, colui che accorda il canto 7 al suono della cetra. Infallibile è la mia freccia, ma più infallibile della mia è stata quella che m’ha ferito il cuore indifeso. La medicina l’ho inventata io8, e in tutto il mondo guaritore mi chiamano, perché in mano mia è il potere delle erbe. Ma, ahimè, non c’è erba che guarisca l’amore, e l’arte che giova a tutti non giova al suo signore!» Di più avrebbe detto, ma lei continuò a fuggire impaurita, lasciandolo a metà del discorso. E sempre bella era: il vento le scopriva il corpo, spirandole contro gonfiava intorno la sua veste e con la sua brezza sottile le scompigliava i capelli rendendola in fuga più leggiadra. Ma il giovane divino non ha più pazienza di perdersi in lusinghe e, come amore lo sprona, l’incalza inseguendola di passo in passo. Come quando un cane di Gallia scorge in campo aperto una lepre, e scattano l’uno per ghermire, l’altra per salvarsi; questo, sul punto d’afferrarla e ormai convinto d’averla presa, che la stringe col muso proteso, quella che, nell’incertezza d’essere presa, sfugge ai morsi evitando la bocca che la sfiora: così il dio e la fanciulla, un fulmine lui per la voglia, lei per il timore. Ma lui che l’insegue, con le ali d’amore in aiuto, corre di più, non dà tregua e incombe alle spalle della fuggitiva, ansimandole sul collo fra i capelli al vento.

E Febo2 si è innamorato di lei; ha visto Dafne e vuole unirsi a lei, e in ciò che vuole spera, ma i suoi desideri l’ingannano. Come, mietute le spighe, bruciano in un soffio le stoppie, come s’incendiano le siepi se per caso un viandante accosta troppo una torcia o la getta quando si fa luce, così il dio prende fuoco, così in tutto il petto divampa, e con la speranza nutre un impossibile amore. Contempla i capelli che le3 scendono scomposti sul collo, pensa: ‘Se poi li pettinasse?’; guarda gli occhi che sfavillano come stelle; guarda le labbra e mai si stanca di guardarle; ammira le dita, le mani, le braccia e la loro pelle in gran parte nuda; e ciò che è nascosto, l’immagina migliore. Ma lei fugge più rapida d’un alito di vento e non s’arresta al suo richiamo: «Ninfa penea4, férmati, ti prego: non t’insegue un nemico; férmati! Così davanti al lupo l’agnella, al leone la cerva, all’aquila le colombe fuggono in un turbinio d’ali, così tutte davanti al nemico; ma io t’inseguo per amore! Ahimè, che tu non cada distesa, che i rovi non ti graffino le gambe indifese, ch’io non sia causa del tuo male! i luoghi dove voli sono insidiosi: corri più piano, ti prego, rallenta la tua fuga e anch’io t’inseguirò più piano. Ma sappi a chi piaci. Non sono un montanaro, non sono un pastore, io; non faccio la guardia a mandrie e greggi come uno zotico. 7 8 5

Apollo è chiamato anche Febo. 3 A Dafne. 4 Dafne viene detta "penea" perché è una ninfa figlia di Peneo. 2

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Apollo aveva il suo tempio a Delfi. Apollo ispirava l’oracolo che prevedeva il futuro. Apollo ispirava i poeti. Apollo veniva invocato per la guarigione dalle malattie.

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Senza più forze, vinta dalla fatica di quella corsa allo spasimo, si rivolge alle correnti del Peneo e: «Aiutami, padre», dice. «Se voi fiumi avete qualche potere, dissolvi, mutandole, queste mie fattezze per cui troppo piacqui». Ancora prega, che un torpore profondo pervade le sue membra, il petto morbido si fascia di fibre sottili, i capelli si allungano in fronde, le braccia in rami; i piedi, così veloci un tempo, s’inchiodano in pigre radici, il volto svanisce in una chioma: solo il suo splendore conserva. Anche così Febo l’ama e, poggiata la mano sul tronco, sente ancora trepidare il petto sotto quella nuova corteccia e, stringendo fra le braccia i suoi rami come un corpo, ne bacia il legno, ma quello ai suoi baci ancora si sottrae. E allora il dio: «Se non puoi essere la sposa mia, sarai almeno la mia pianta. E di te sempre si orneranno, o alloro, i miei capelli, la mia cetra, la faretra; e il capo dei condottieri latini, quando una voce esultante intonerà il trionfo e il Campidoglio vedrà fluire i cortei. Fedelissimo custode della porta d’Augusto, starai appeso ai suoi battenti per difendere la quercia in mezzo. E come il mio capo si mantiene giovane con la chioma intonsa, anche tu porterai il vanto perpetuo delle fronde!». Qui Febo tacque; e l’alloro annuì con i suoi rami appena spuntati e agitò la cima, quasi assentisse col capo. Ovidio, Le Metamorfosi, I, vv. 450-467

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Libro secondo

Un rapimento. Europa Il mito racconta una delle numerose avventure extraconiugali di Giove. Il re degli dèi si invaghisce di Europa, figlia di Agénore, re di Tiro, città della Fenicia. Per sedurla ricorre a una delle sue trasformazioni: assume le sembianze di uno splendido toro bianco. La fanciulla, ignara, si avvicina a giocare con l’animale, attratta dalla sua bellezza; incautamente si siede sul dorso del toro e… C’era una volta, in un’epoca assai remota, una bellissima principessa di nome Europa; Europa era figlia di re Agénore e della sua sposa Telefassa, e aveva tre fratelli: Cadmo, Cilice e Fenice. La principessa e la sua famiglia abitavano in Fenicia, un territorio del vicino oriente di cui il padre era re, che si trovava dove oggi c’è il Libano e che confina con la Siria. La Fenicia aveva una lunga costa affacciata sul Mar Mediterraneo; in questo mare la principessa Europa amava nuotare e si dilettava a cogliere fiori su una spiaggia non lontana dal suo palazzo, con le sue ancelle. Accadde che un giorno Zeus, osservando la terra dall’alto del suo Olimpo nel sommo dei cieli, vide la giovane e bella Europa correre in riva al mare: subito se ne innamorò perdutamente. Spinto dalla passione voleva andare da lei e dichiararle il suo amore, ma aveva paura di spaventarla e non sapeva proprio come fare; persino un dio può essere timido in amore… Dopo aver meditato a lungo, Zeus risolse di compiere

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Le Metamorfosi

una grandiosa trasformazione: posò lo scettro, ritirò il fulmine che era solito lanciare sulla terra e si tramutò in un enorme e maestoso toro bianco, grande quasi il doppio di tutti i tori che avevano mai pascolato quaggiù. Era davvero uno splendido esemplare di toro, mai visto prima, col manto candido. Così trasformato, scese sulla terra e cominciò a pascolare insieme a una mandria di tori e mucche nel prato che confinava con la spiaggia, non lontano da Europa. Vanitoso com’era, si sentiva il più bello di tutti e passeggiava impettito, soffiando dalle narici; in pochi minuti tutte le mucche ne erano innamorate, mentre gli altri tori guardavano con odio quello sbruffone che faceva girare la testa alle loro possibili fidanzate. Il suo manto era profumato e bianco come la neve, e le corna, brillanti come madreperla, formavano due mezze lune. Era così bello, mansueto e tranquillo che le servitrici di Europa gli si avvicinarono e iniziarono ad accarezzarlo, senza pensare a quanto la cosa fosse strana. Europa, che era la più coraggiosa fra tutte, gli diede da mangiare l’erba raccolta con le sue mani e gli pose sulla testa una ghirlanda di fiori; poi cominciò a giocare con lui, che, dimenticatosi di essere il dio supremo dell’Olimpo, iniziò tutto felice a farle le feste e a rotolarsi sulla sabbia: «Questo toro è mansueto come un gattino! E che sguardo intelligente e profondo!» disse Europa. I due si fissarono come mai prima d’ora si erano fissati un essere umano e una bestia. Dopo di che, senza sapere quello che stava facendo, Europa osò salirgli in groppa gridando: «Guardate, guardate come sono abile! Sono capace addirittura di cavalcare questo grande toro mansueto! Chi di voi ha il mio stesso coraggio…?» Non aveva ancora finito di parlare e di ridere che il toro, con un agile scatto, corse via a gran velocità, mentre la prin-

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Le Metamorfosi

cipessa, col cestino dei fiori ancora al braccio, non poté fare altro che restargli aggrappata, tenendosi per le corna e per il collo grande e possente. Il toro, raggiunta la riva, si tuffò in mezzo alle onde, alte e spumeggianti, mentre la fanciulla, terrorizzata, guardava la terra allontanarsi alle sue spalle. Il magnifico animale corse e corse e corse da oriente verso occidente, a grandi salti, per giorni interi e per lunghe notti; con un balzo saltava il mare, con un altro le montagne: correva così veloce e saltava così in alto che Europa non riusciva più a capire dov’era e nemmeno se stesse sognando o se fosse sveglia. Alla fine l’animale arrivò, con Europa sempre in groppa, sull’isola di Creta, che è ancor oggi l’isola più a sud della Grecia. Lì l’animale interruppe finalmente la sua fuga. Europa, pallidissima e spaventata, si lasciò scivolare a terra e, gridando, disse all’animale: «Toro maledetto! Bestiaccia! Tu non sai chi sono io! Appena mio padre e i miei fratelli sapranno cosa mi hai fatto faranno di te una cena prelibata: toro allo spiedo! E con le tue corna mi faranno una collana…». Ma non riuscì a concludere la frase. Infatti, mentre parlava, il toro si era nuovamente trasformato nel grande dio Zeus: dritto su due gambe, alto, nobile e regale, con lo scettro e il fulmine in mano, Zeus, il sovrano di tutti gli dèi, dichiarò il suo amore alla bella principessa. Non potete immaginare l’espressione di lei, che, credendosi rapita da un toro selvaggio, si trovò di fronte alla divinità suprema che le diceva parole d’amore. E che la guardava con gli stessi occhi dolci e innamorati del grande toro bianco. La situazione, naturalmente, era più complicata del previsto ed Europa non sapeva più dire se era meglio essere stata rapita da un toro o... da un dio. Anzi: «dal» dio. Dopo lo spavento e lo stupore iniziali, Europa ritornò in sé e fu pronta ad accettare il suo destino e l’amore di Zeus, come parte di un disegno più grande nella storia dell’umanità. Dall’amore

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Un rapimento. Europa

fra Zeus ed Europa nacquero tre figli. I suoi fratelli e i suoi genitori però - che non avevano più avuto sue notizie - non smisero di cercarla. Non l’avrebbero mai più rivista, ma, nei loro tentativi di seguire la bianca scia lasciata dal toro in fuga, si mossero da oriente a occidente, verso la Grecia, dove portarono la loro civiltà e la loro antica cultura, fondando città e regni. Non a caso, proprio da qui, dalla magica e mirabolante vicenda di Europa, persa nel passato più lontano, derivano le radici che ancora oggi ci accomunano, da cui ha origine la storia della nostra Europa.

Non vanno d’accordo, non stanno insieme maestà ed amore: lasciata la gravità dello scettro, il padre e signore di tutti gli dèi, che ha la destra armata di fulmini a tripla punta, che scuote il mondo con il suo cenno, assume l’aspetto di un toro, e muggisce in mezzo alle giovenche, e cammina, bellissimo, sull’erba tenera. Ha il colore della neve che non è mai stata calcata dalla pianta di un duro piede, né sciolta dall’Austro piovoso. Il collo è gonfio di muscoli, dalle spalle pende la giogaia, ha corna piccole, però che sembrano fatte a mano, e sono più lucide di una gemma pura. Nessuna minaccia in fronte, lo sguardo non fa paura, il muso è in pace. Lo contempla la figlia di Agénore, come è bello, e non minaccia battaglie; ma, per quanto mite, ha paura a toccarlo dapprima, poi gli si accosta e porge fiori davanti al candido muso.

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Le Metamorfosi

Quasi non credendo a se stesso, staccò dal ramo di un basso leccio una frasca verdeggiante, e quella diventò d'oro. Da terra raccolse un sasso e anche quello prese il colore dell'oro. Tocca allora una zolla: al suo magico tocco la zolla diventa una pepita d'oro; coglie aride spighe di grano: un raccolto d'oro; stringe un frutto colto da un albero: lo si direbbe un dono delle Espèridi; se poi accosta le dita in cima a uno stipite, quello appare tutto sfolgorante. Persino quando si lava le mani in acqua limpida, quell'acqua, fluendo dalle sue mani, potrebbe ingannare Dànae. Immaginando d'oro ogni cosa, non riesce più a nascondere le sue speranze. E mentre esulta, i servi gli apparecchiano la tavola, imbandendola di vivande e pane tostato. Ma, ahimè, ora, come tocca i doni di Cèrere con la mano, quei doni diventano rigidi; se poi avidamente cerca di lacerare coi denti una vivanda, appena l'addenta una lamina d'oro ricopre la pietanza; mischia ad acqua pura il vino del suo benefattore Bacco: oro liquido gli avresti visto colare in bocca. Sgomento per quell'inattesa sciagura, ricco e povero insieme, vuol sottrarsi all'opulenza e odia ciò che aveva un tempo sognato. Ovidio, Le Metamorfosi, vv. 130-161

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Incontro immaginario con Ovidio del 43 a.C. a Sulmona da una famiglia piuttosto facoltosa, appartenente alla classe equestre. Per completare gli studi a 12 anni lasciò l’Abruzzo per raggiungere la capitale dell’impero insieme col fratello Lucio, poi morto prematuramente.

Per incontrare il celebre poeta Ovidio o, per la precisione, Publio Ovidio Nasone, lo abbiamo raggiunto a Tomi, un piccolo porto sul mar Nero, in Romania, dove si trova in esilio. Ovidio ci accoglie nella sua abitazione sorprendentemente semplice, rispetto alla fama del personaggio: poche stanze spoglie che si affacciano sul verde cupo del Ponto Eusino o, nella dizione moderna, mar Nero. Veste alla romana, indossa la candida toga virilis con apparente noncuranza, retaggio della sua dignità di cittadino romano. Lo sguardo è quello di un uomo triste, probabilmente depresso, tuttavia a tratti negli occhi lampeggia l’antica fierezza dell’aristocratico abituato a guardare dall’alto in basso i suoi simili. Non possiamo fare a meno di notare che la sua dizione conserva ancora la pronuncia tipica della popolazione dei peligni: Ovidio nacque infatti il 20 marzo

Salve Ovidio, ti ringraziamo per averci ricevuto, sappiamo infatti che da quando hai lasciato Roma e ti sei ritirato qui a Tomi, non concedi interviste. Io non ho lasciato Roma! Sono stato costretto all’esilio in questo luogo dimenticato dagli dèi! E ti assicuro che fa la differenza: una cosa è scegliere di ritirarsi volontariamente dagli affari e dalla vita pubblica, da quello che noi romani chiamiamo negotium, per dedicarsi alla meditazione ovvero all’otium, altro è ricevere l’ordine di lasciare la propria casa, gli amici, gli affetti. Si prova un dolore immenso! Circolano molte voci sul motivo del tuo esilio. Se non ti addolora troppo, visto che siamo in argomento, puoi dirci qual è stato il vero motivo che ti ha costretto lontano da Roma? Figurati! Non è un segreto. Per saperlo basterebbe che si leggessero attentamente i miei versi, l’ho scritto nei Tristia! Invece si preferisce pensare a chissà quale motivo misterioso …

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È vero, lo hai scritto nella tua opera in versi, che si intitola Tristia e che in italiano si potrebbe tradurre “Tristezze”. Se non sbaglio inizia proprio così: “Andrai, piccolo libro, senza di me nella Città, ma non ti invidio. Va' - va' nella Città a me proibita - proibita al tuo padrone". Ma il motivo del tuo allontanamento resta un mistero! (Ovidio sembra perdere un po’ della calma che aveva ostentato fin qui, si alza e declama i suoi versi). L’ho scritto io stesso: «Due crimini mi hanno perduto, un carme e un errore: del secondo debbo tacere le mie colpe», penso che questo basti, a buon intenditor poche parole! Ricordavo questo passo dei Tristia, ma devo dire che non è molto chiaro. Allude a due crimini… Mi chiedi di essere più esplicito? Va bene, lo sarò! A questo punto voglio che tutti lo sappiano: il mio errore è stato quello di amare! Ho osato innamorarmi della figlia di Augusto, Giulia maggiore, già moglie di Tiberio e ho cantato questa passione negli Amores, dando a Giulia lo pseudonimo di Corinna. Ma questo non è bastato a evitare che le voci circolassero a corte e arrivassero fino alle orecchie del Principe. Augusto amava i miei versi, io ero uno dei poeti più graditi

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a corte, insieme a Virgilio e Orazio facevo parte del Circolo di Mecenate, il grande amico di Augusto che dava protezione a noi poeti. Augusto, nonostante le suppliche di Mecenate in mio favore, non ha potuto evitare di allontanarmi, soprattutto perché sua moglie Livia non smetteva di chiedergli di farlo. Livia mi aveva sempre detestato e le voci della mia relazione con sua figlia mettevano in crisi il suo piano per la successione di Tiberio. L’amore è in effetti un sentimento che ha ispirato i tuoi versi. Sì, credo che la passione, l’amore sia una forza che ci fa sentire vivi anche se ci fa soffrire. Tutta la mia poesia è stata ispirata alla passione che è motivo anche di afflizione quando non è ricambiata. Quella che c’è tra un innamorato e la sua amata è una specie di battaglia, una guerra! Io ho cantato spesso il pianto di un innamorato davanti alla porta chiusa della sua amata. Forse è per questo che ti sei sposato per ben tre volte. E che c’entra?! A Roma divorziare e risposarsi era già molto frequente prima di Augusto, poi lo stesso Principe ha introdotto una lex (legge) che consente anche alle donne di chiedere il divorzio, cosa che prima era consentita solo ai mariti! Ma, si sa: Augusto voleva incoraggiare nuovi matrimoni perché

nascessero più bambini da avviare soprattutto alla carriera militare, visto che l’impero si stava espandendo rapidamente. Ma torniamo alla tua poesia. Spesso si è detto che il tuo poema, Le Metamorfosi, ambiva a mettere in secondo piano l’Eneide di Virgilio agli occhi di Augusto. Chiacchiere, le solite chiacchiere diffuse dalle solite malelingue. Il mio poema non ha nulla a che fare con quello di Virgilio. Io e lui non avevamo nulla in comune: io abruzzese, lui lombardo, io estroverso, lui taciturno. Lui poi non era mai soddisfatto della sua opera, che io stesso stimo un capolavoro degno di Omero. Sappiamo tutti che, al ritorno dal viaggio nei luoghi che aveva descritto nell’Eneide, mentre era in punto di morte, aveva disposto che il poema venisse bruciato! E, grazie agli dèi, questo suo ordine non è stato rispettato, altrimenti oggi non potremmo leggere i suoi versi sublimi! Il mio invece è un poema che celebra i miti dell’antichità, li raccoglie in un mosaico dove ogni tessera è legata all’altra per comporre un affresco meraviglioso e multiforme. Volevo stupire, con effetti speciali degni di un mago.

Giusto. Il tuo capolavoro ha riscosso il consenso anche dei poeti delle epoche successive, al punto che lo stesso Dante ha attinto spesso alla materia delle Metamorfosi componendo la sua Commedia. Sì, so tutto. E riconosco di esserne molto lusingato. Che proprio Dante, il padre della lingua italiana, si sia cimentato nella lettura dei miei versi e li abbia citati nelle tre cantiche della Commedia mi inorgoglisce davvero. Del resto, so che tutta la letteratura medievale è affascinata dalle opere classiche, anche se le ha interpretate alla luce della mentalità cristiana che, in verità, quando componemmo quei versi, non si era affermata. Noi apparteniamo ad un mondo, quello classico, dove la poesia esprime la gioia e il dolore che fanno parte della vita degli uomini, senza però pensare al loro destino ultraterreno. Gli eroi combattono, amano, odiano, qui sta il segreto del loro fascino incorruttibile, a distanza di secoli e secoli! Ora scusami, il tempo che potevo dedicarti è terminato, devo tornare ai miei versi…

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L’età augustea

L’età augustea

Con età augustea si definisce il periodo storico che va dalla seconda metà del I sec. a.C. al 14 d.C., anno della morte di Augusto.

All’interno dell’età augustea vanno però distinte due generazioni di intellettuali: quelli formatisi nel pieno delle guerre civili e quindi disposti a interpretare (spesso dietro sollecitazione del principe) i valori della civiltà romana (Virgilio, Orazio e Livio); e una seconda generazione che aveva le guerre civili alle spalle: di essa il poeta maggiore fu Ovidio, che scrisse per la società colta e raffinata presente nei salotti della Roma mondana. Virgilio creò con l'Eneide il poema epico in latino ispirato ai poemi omerici come l’Iliade e l’Odissea e offrì un’interpretazione mitologica dell’impero romano, facendo discendere dal mitico Enea, eroe proveniente da Troia di cui Omero aveva cantato la distruzione , la famiglia stessa di Ottaviano. A Orazio si deve il modello di una lirica nuova, orientata su quella greca classica e caratterizzata da un'insuperata eleganza formale. Livio ricostruì, in un’opera monumentale (142 libri di cui ne rimangono 35), l’intera storia romana dalle origini al suo tempo. Quanto a Ovidio, il maggiore rappresentante della seconda generazione augustea, si ricordano la sua Ars amatoria (manuale ironico sull’arte della conquista amorosa che costituisce un’opera originale, perché sia ai greci sia ai latini mancava una didascalica erotica) e soprattutto Le Metamorfosi (lungo poema che ripropone antichi miti in una struttura molto libera), opera che avrà una fortuna enorme, insieme agli scritti di Virgilio, per tutto il Medioevo.

Come indica lo stesso aggettivo “augusteo”, questa fase storica è fortemente caratterizzata dalla figura di Ottaviano Augusto che, dopo una sanguinosa stagione di guerre civili iniziata con l’assassinio di Giulio Cesare, zio dello stesso Ottaviano, inaugura il principato. Il termine “principe” a Roma veniva usato per definire il ruolo del primo tra pari (primus inter pares) ovvero l’uomo politico al quale, tra tutti gli altri, veniva riconosciuta una speciale autorevolezza. Proprio grazie a questa particolare considerazione, i senatori riconobbero al giovane nipote di Giulio Cesare, Ottaviano, vincitore dello scontro con Marco Antonio, il ruolo di principe in senato (princeps). Da questa situazione derivò l’istituzione del principato di Ottaviano, ovvero la forma istituzionale che vede accentrato nelle mani di un solo uomo il potere pressoché assoluto. Con il principato in sostanza termina l’esperienza secolare della democrazia rappresentata dalla res publica. Apparentemente restano in vigore tutte le istituzioni esistenti: il senato, il consolato, il tribunato della plebe e le varie magistrature (questura, pretura). In effetti però tutte le istituzioni sono svuotate di effettiva autorità perché sottoposte al controllo del principe. Ben presto a Ottaviano venne attribuito il titolo onorifico di “Augusto” (dal verbo latino augeo che significa accrescere) che sottolineava formalmente la sua grandezza. Augusto promuove, parallelamente al cambiamento istituzionale, un processo di rinnovamento morale e culturale, abilmente propagandato dal principe e diffuso dagli intellettuali a esso legati attraverso il Circolo di Mecenate. Mecenate era un esponente della classe aristocratica, legato da antica amicizia ad Ottaviano. Da sempre appassionato di letteratura e di arte in genere, Mecenate riunisce intorno a sé il meglio dei poeti dell’età augustea, offrendo loro sostegno economico e protezione. In questo modo potranno comporre le loro splendide opere poeti come Virgilio, Orazio che nei loro versi, più o meno chiaramente, sostengono il cambiamento politico inaugurato da Ottaviano.

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I Titani

A proposito di ninfe e fauni

Nella mitologia classica i Titani sono i figli di Urano (il Cielo) e Gea (la Terra). Come spesso avviene, anche a causa della tradizione orale, esistono versioni diverse dello stesso mito: ad esempio Omero narra che furono tre: Giapeto, Rea e Crono; Esiodo invece riferisce nella Teogonia che furono dodici: sei maschi (Oceano, Ceo, Crio, Iperione, Giapeto, Crono) e sei femmine (Tea, Rea, Temi, Mnemosine, Febe e Teti). Vennero poi, per estensione, chiamati Titani anche i loro discendenti, come Prometeo, Epimeteo, Atlante, che furono figli di Giapeto; Leto o Latona, che fu figlia di Ceo; Elio, Selene ed Eos, figli di Iperione, ecc. Tutti i Titani erano dèi di alta statura e dotati di una forza prodigiosa. Esiodo nella Teogonia racconta che Urano, dio del Cielo, amava Gea, dea della Terra, ma odiava i figli nati dalla loro unione. Appena nascevano li faceva precipitare nel mondo sotterraneo e ne gioiva immensamente. Gea soffriva per la sorte dei figli e, per salvarli dalla crudeltà del padre, costruì una falce e li chiamò: «Figli miei e di un padre perverso, non volete punire vostro padre per la sua malvagità? È stato lui il primo a comportarsi in modo scellerato!» Ma i figli tacevano inorriditi. Solo Crono, il più giovane, afferrò la falce dicendo: «Madre, io prometto di compiere l’opera. Non mi importa di nostro padre: hai ragione lui per primo ci ha trattato in modo scellerato». Crono si mise in agguato, attese il momento propizio e senza esitare recise a suo padre la virilità. Tutti i figli di Urano e Gea poterono così uscire alla luce e Crono, il più astuto e il più audace, divenne il loro re. Crono sposò Rea e ne ebbe parecchi figli: Hestia o Vesta, Demetra o Cèrere, Hera o Giunone, Ade o Plutone, Poseidone o Nettuno, Zeus o Giove. Su questo matrimonio pesava una profezia: uno dei figli nati dall’unione divina avrebbe tolto il trono al re. Così, ogni anno, alla nascita di un figlio, Crono obbligava Rea a portarglielo e lo inghiottiva, perché, come divinità, erano immortali e non poteva ucciderli.

Nella mitologia greca, le ninfe sono creature che popolano i boschi dall’aspetto di ragazze, bellissime e snelle, con movenze graziose, con la testa leggiadra ornata di fiori, dalle vesti leggere. Sono benefattrici e rendono fertile la natura. Proteggono le coppie di fidanzati che vanno a bagnarsi nelle loro sorgenti presso cui vivono, ispirano gli esseri umani, alcune di esse, in particolare le Naiadi, sono anche guaritrici di mali e di ferite. Amanti di dèi e di comuni mortali, le ninfe cantano felici nel luogo a loro consacrato. Dalle loro unioni con mortali nacquero molti semidei ed eroi. Teoricamente potevano unirsi anche con La ninfa Calipso e Ulisse. divinità, e in tal caso sarebbero nati figli immortali. Tra le ninfe più celebri, si può nominare Eco, la ninfa del monte Elicona; Era le tolse la possibilità di proferire parola, così Eco non poté più ripetere altro che le ultime parole pronunciate da altri. Un'altra ninfa famosa, mortale, fu Euridice, moglie di Orfeo. Molto nota è la ninfa Calipso menzionata nell'Odissea: essa trattenne Ulisse per vari anni nell'isola di Ogigia. Alcune ninfe sono note per le loro vicende sentimentali che, come al solito, erano spesso complicate e travagliate; per esempio Aretusa, una Naiade, fu perseguitata da un antico dio del fiume, Alfeo: chiese aiuto ad Artemide che per salvarla la trasformò in una fonte. Salmace si innamorò di Ermafrodito, giovane e bellissimo figlio di Afrodite ed Ermes, ma fu respinta; la ninfa un giorno, mentre il ragazzo faceva il bagno nel lago a lei dedicato, gli si avvinghiò strettamente e pregò gli dèi di non essere mai più separata da lui: i due vennero allora fusi in un unico essere, dotato di entrambi i sessi (ancora oggi il termine ermafrodito si usa in botanica per parlare delle piante che hanno gli organi di entrambi i sessi). Nella mitologia romana la ninfa Egeria fu la segreta consigliera del re Numa Pompilio. Le ninfe greche sono state assimilate in epoca successiva alle divinità romane delle fontane, sorgenti e fiumi. Il dio Pan, chiamato a Roma Fauno, è una divinità ellenica, parte uomo e parte capra, che il mito vuole figlio di Zeus e della ninfa Callisto. Secondo Omero, infine, la versione più accreditata: nato dall’unione di Hermes e della ninfa Driope, ninfa della quercia; la madre lo abbandonò subito dopo la nascita poiché il suo aspetto era talmente brutto che ne rimase terrorizzata; Hermes allora lo raccolse e, dopo averlo avvolto in una pelle di lepre, lo portò sull’Olimpo per far divertire gli dei, causando così l’ilarità di Dionisio, che lo accolse nel suo seguito.

Prometeo ruba il fuoco agli dèi.

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A proposito di ninfe e fauni

Gian Lorenzo Bernini

È raffigurato con gambe e corna caprine, con zampe irsute e zoccoli, mentre il busto è umano, con due corna in fronte, il naso schiacciato, il volto ornato da una barba caprina e dotato di un’espressione terribile, a dispetto della quale Pan è un dio gioviale e generoso, sempre pronto ad aiutare quanti chiedono il suo aiuto. Dio solitario, non risiede sull’Olimpo ma vive specialmente nei boschi e con la sua voce spaventosa incute in chi ode una grande paura, che da Pan prende appunto il nome di timor panico. Racconta Plutarco che sotto il regno di Tiberio, un vascello romano si trovò a passare nei paraggi di un’isola del mar Egeo, quando il vento cessò improvvisamente e nel silenzio si udì una voce gridare: “Il Grande Pan è morto”. A quella notizia da ogni parte dell’isola scoppiarono pianti, gemiti e singhiozzi di cui non si seppe mai la provenienza. Pausania scrive che i Galli, saccheggiando la Grecia, videro nel tempio di Delfi la statua del dio Pan, e ne furono talmente spaventati che fuggirono. Un altro tratto caratteristico di Pan è che non sopportava di essere disturbato durante il suo riposo pomeridiano, e se ciò accadeva emetteva urla terrificanti che scatenavano appunto il timor panico. Il nome Pan sembra derivare dal greco “paein” (pascolare): in Grecia la sua provenienza era l’Arcadia, dove possedeva le greggi che pascolava, pur essendo un dio vagabondo senza una dimora specifica; pertanto è il dio dei campi, delle selve e dei pascoli (specialmente nell’ora meridiana), e più in generale della pastorizia ma presiede anche alla sessualità, che in lui ha una connotazione nettamente maggiore che presso gli altri dèi: sempre a caccia di ninfe, ma amava tranquillamente anche uomini, come il pastore Dafni cui insegnò a suonare il flauto; i racconti che lo legano alle ninfe e alle loro eventuali trasformazioni per sfuggirgli sono molteplici, il più famoso riguarda la Ninfa Siringa. Ovidio narra che Pan si innamorò di Siringa, ninfa seguace di Diana. La ninfa, per sfuggire a Pan, scappò nei pressi di una palude fino alla sponda del fiume Ladone, dove, vedendosi raggiunta, invocò le Naiadi che la mutarono in canne palustri. Pan, nel momento in cui pensava di aver raggiunto la ninfa, si trovò davanti ad un fascio di canne che, mosse da vento, mandavano un suono delicato. Allora il dio utilizzò le canne per costruire uno strumento musicale: la siringa.

Una delle più suggestive rappresentazioni del mito di Apollo e Dafne porta la firma del più noto degli scultori dell’età del Barocco: Gian Lorenzo Bernini. Dominatore del secolo in cui visse, con la sua personalità, il suo genio, le sue imprese artistiche, Gian Lorenzo Bernini è stato per Roma e per il Seicento quello che Michelangelo è stato per il secolo precedente. Bernini nasce a Napoli il 7 dicembre 1598 dove il padre Pietro, scultore, e la madre si erano da poco trasferiti. Nel 1606 la famiglia fa ritorno a Roma: Pietro ottiene la protezione del cardinale Scipione Borghese, uno degli ecclesiastici più in vista della Roma barocca. La protezione del cardinale sarà occasione per il giovane Bernini di mostrare il suo precoce talento. Il giovane Gian Lorenzo si forma alla bottega del padre e con lui realizza i suoi primi lavori.

Il dio Pan, metà uomo e metà capra.

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È ancora giovanissimo quando papa Urbano VIII Barberini, con il quale l’artista stabilirà un durevole e proficuo rapporto di lavoro, gli commissiona il baldacchino della basilica di San Pietro (1624-1633), un colosso bronzeo di quasi trenta metri che si erge sulla tomba di Pietro. Il baldacchino è sostenuto da quattro colonne che colmano lo spazio sotto la cupola della basilica, che s’attorcigliano sul loro fusto come enormi rampicanti, e che sono raccordate in alto da una struttura che sembra mossa dal vento. Quest’opera non può considerarsi un’architettura, né una scultura, né una pittura, ma centra perfettamente lo scopo che era quello di sottolineare il punto culminante della basilica papale. Nel rappresentare i soggetti a cui si ispira, Bernini esalta il momento di massimo dinamismo, quando l’energia esplode e si evidenzia nel tendersi dei muscoli, nella violenta torsione a spirale del busto e nella fierezza del volto. Nel 1629 papa Urbano VIII nomina Bernini architetto sovrintendente alla Fabbrica di S. Pietro. Le fontane sono un prodotto tipico del gusto barocco; Bernini inaugura una nuova tipologia, quella a vasca ribassata: sempre per il papa a Roma esegue la “Fontana del Tritone” in Piazza Barberini e la fontana della barcaccia in Piazza di Spagna. Durante il pontificato di Alessandro VII Chigi, Bernini ottiene l’incarico di dare una configurazione confacente per significati e funzioni, alla piazza antistante la basilica di San Pietro. È così che nel 1656 Bernini progetta il colonnato di San Pietro, con le novantasei statue del coronamento. Dopo una lunghissima vita dedicata all’arte, dopo aver imposto il suo stile a tutta un’epoca, Gian Lorenzo

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Gian Lorenzo Bernini Bernini muore a Roma il 28 novembre 1680, all’età di 82 anni. Una curiosità: a lui è intitolato il cratere Bernini presente sul pianeta Mercurio mentre per parecchi anni, fino al passaggio dalla lira all’euro, la sua effigie è stata presente sulla banconota da 50.000 lire. Dicevamo che le statue scolpite da Gian Lorenzo Bernini esprimono movimento grazie alle posture dinamiche. Nella rappresentazione del mito ovidiano di Apollo e Dafne, Bernini coglie i due protagonisti nell’atto di correre: Dafne cerca di sfuggire ad Apollo e si protende, in una torsione a spirale, in avanti. Bernini pone l’accento sulle espressioni intense del volto, i muscoli di Apollo sono in evidenza per rappresentare lo sforzo della corsa. Il corpo di Dafne invece è morbido ed elegante. La superficie del marmo è scolpita con diverse modalità. Scabra per rappresentare la corteccia. Perfettamente liscia per rendere la pelle dei due protagonisti. Appena abbozzata invece per le rocce. Il dinamismo che emana il gruppo scultoreo è notevole, anche se l’effetto è allo stesso tempo di grande equilibrio: alcune parti si espandono nello spazio mentre altre si contraggono. Se facciamo attenzione, le linee di forza creano due curve: una corre lungo il corpo di Apollo, la seconda coincide con l’arco disegnato dal corpo di Dafne. Bernini ha creato un insieme di forme nel quale lo spazio crea dei vuoti che rendono leggera la scultura. Le due figure si proiettano quindi verso l’alto come se fossero leggere.

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PERCORSI DI LETTURA

LIBRO PRIMO

PAROLE SOTTO LA LENTE 1 “Ma Era si svegliò di soprassalto” i termini in corsivo evidenziano un complemento. Quale? Prova a sostituirlo con un avverbio. Quel complemento e l’avverbio con cui lo hai sostituito hanno la stessa funzione logica, ma sono parti diverse del discorso. Prova a pensare altri avverbi che possano essere sostitutivi dello stesso tipo di complemento. .......................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... 2 “Questa Via di stelle è diventata la strada di luce che percorrono gli Dei per raggiungere la reggia di Giove, il re, il Dio supremo”. Che funzione logica svolgono i termini evidenziati in corsivo? .......................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... 3 Nel brano che hai letto, vengono nominati i venti che secondo la tradizione sono stati creati insieme agli altri elementi che compongono l’universo. Con quali nomi li individua l’autore? Che caratteristiche hanno? Ricerca sul dizionario enciclopedico notizie su questi venti e sugli altri nomi coi quali sono indicati. .......................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... ...........................................................................................................................................

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PERCORSI DI LETTURA 4 Il brano con cui Ovidio apre il suo poema termina con la descrizione della creazione dell’uomo. Come accade spesso nelle narrazioni mitiche, opera della fantasia con cui si tenta di spiegare la creazione del mondo, l’uomo viene generato al termine di questo immenso processo. Quale ritieni sia il motivo di questa scelta degli autori?

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PERCORSI DI LETTURA 7 “Suo malgrado, il padre Peneo dà alla giovane Dafne il suo consenso, ma è la sua stessa bellezza a impedirle di essere libera”. Alla luce dell’epilogo della storia di Apollo e Dafne, spiega il senso dell’espressione evidenziata in corsivo. La bellezza può a volte essere un problema? Rispondi per iscritto a questa domanda dopo averci riflettuto anche alla luce della tua esperienza.

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LIBRO SECONDO PAROLE SOTTO LA LENTE 1 L’episodio del mitico rapimento di Europa è contestualizzato in uno spazio geografico realistico, quale? Che riferimenti ci sono nel testo a questo riguardo? .......................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... ...........................................................................................................................................

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PERCORSI DI LETTURA 2 Il protagonista di questo episodio è Zeus, impegnato in una delle innumerevoli imprese amorose. Zeus è il re dell’olimpo ma il narratore sottolinea che anche il più potente degli dèi sperimenta di essere simile a tutti gli esseri umani. In che caso? Rintraccia nel testo il passo in questione.

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PERCORSI DI LETTURA 5 Come sempre, il linguaggio fantastico del mito spiega un fenomeno o una realtà storica. In questo caso il mito di Europa rapita quale scopo persegue?

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LIBRO TERZO PAROLE SOTTO LA LENTE 1 Nella narrazione mitica spesso l’autore collega mito a mito, evocando quindi storie diverse che collegandosi ordiscono una trama complessa. All’inizio della storia di Narciso a quale altra vicenda mitica si fa riferimento? .......................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... 2 Del giovane Narciso viene descritto il carattere che può essere considerato la causa stessa della sua fine. Perché? .......................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... ...........................................................................................................................................

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PERCORSI DI LETTURA 3 Il luogo dove la storia di Narciso si compie ha tutte le caratteristiche che, nella narrazione mitica e nella poesia classica, definiscono il “locus amoenus”, cioè il luogo bello e piacevole. Si tratta di un elemento che ricorre spesso nella letteratura classica. Rintraccia nel testo gli elementi che caratterizzano in questa storia il locus amoenus.

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LIBRO QUARTO PAROLE SOTTO LA LENTE

1 La vicenda che vede come protagonisti due giovani innamorati si svolge in un contesto spaziale preciso. Quali riferimenti ricorrono nel testo a questo riguardo? .......................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... 2 Nel sistema dei personaggi, gli antagonisti si oppongono al raggiungimento dell’obiettivo da parte dei protagonisti. Schematizza il sistema dei personaggi di questo mito definendo chi siano i protagonisti, gli antagonisti e quale sia l’obiettivo da raggiungere. .......................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... ...........................................................................................................................................

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3 “Muro antipatico, perché osteggi tanto due amanti?” Il verbo in corsivo, come moltissime parole della lingua italiana, deriva dal latino: “hostis” nella lingua dei romani significa infatti “nemico” e quindi cosa significa osteggiare?

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□ similitudine □ metonimia □ personificazione

5 Quando la vicenda di Piramo e Tisbe sembra ormai giunta ad uno scioglimento lieto, un imprevisto impedisce ai due giovani di coronare il loro sogno. Quale? .......................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... ...........................................................................................................................................

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PERCORSI DI LETTURA 6 La vicenda dei due sfortunati giovani innamorati ha ispirato molti poeti, narratori e drammaturghi nel tempo. Ad esempio, nella letteratura italiana del 1300 Giovanni Boccaccio, autore di una celebre raccolta di novelle intitolata “Decameron”, narra la vicenda di Tancredi e Ghismuda. Svolgi una breve ricerca su questa opera e sintetizza i concetti principali.

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LIBRO QUINTO PAROLE SOTTO LA LENTE 1 Il mito supplisce, con la fantasia, alla mancanza di risposte che l’uomo ha sempre cercato di dare alle domande fondamentali sul senso della vita, sull’origine del mondo. Sin dall’inizio, la storia del rapimento di Proserpina cerca di spiegare un fenomeno naturale che regola la vita sulla terra. Quale? .......................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... ...........................................................................................................................................

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2 Nella religione praticata dai Greci e dai Romani, gli dèi avevano aspetto antropomorfico, avevano cioè aspetto e carattere umani, ed era affidata alle diverse divinità la protezione di vari aspetti della vita degli uomini. Cosa è affidato alla protezione di Cèrere?

3 Come abbiamo già avuto modo di osservare, i miti si collegano tra loro, formando una trama complessa. In questo caso l’autore riconduce il mito di Proserpina a quello di Plutone, attraverso il mito del gigante dell’Etna. Perché Plutone infatti è preoccupato? .......................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... 4 Nel sistema dei personaggi che presenta il testo narrativo, è previsto il ruolo di “aiutante”, ovvero il personaggio che supporta il protagonista nel raggiungimento dell’obiettivo. In questo racconto, chi interviene in aiuto di Cèrere? .......................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... ..........................................................................................................................................

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5 Un elemento ricorrente nel mito è la condizione posta perché il protagonista raggiunga il suo obiettivo e la vicenda giunga allo scioglimento: è necessario infatti che il protagonista si sottoponga a una prova. Qual è, in questo caso?

LIBRO SESTO PAROLE SOTTO LA LENTE 1 Il mito di Aracne sviluppa un altro dei motivi ricorrenti della cultura classica: l’orgoglio, la superbia, che in greco sono espressi dal termine “hybris”. Quasi sempre a esprimere questo stato d’animo sono i mitici eroi autori delle gesta narrate nei poemi epici. Il pensiero corre immediatamente ad Achille e alla sua contesa con Agamennone. Qui invece chi c’è al centro della vicenda? .......................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... 2 Come accade spesso, la narrazione è ambientata in uno spazio geograficamente preciso. Quale? Cerca nel testo tutti i riferimenti spaziali. .......................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... ...........................................................................................................................................

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PERCORSI DI LETTURA 3 L’autore richiama subito il nome del padre della protagonista insieme alla sua professione. Quella greca è una società in cui la donna non dispone di alcun ruolo al di fuori della famiglia e per questo il padre prima, il marito successivamente esercitano un’ autorità assoluta su di lei. Svolgi una ricerca sul ruolo della donna nella Grecia antica e a Roma e sintetizza i concetti principali.

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LIBRO OTTAVO PAROLE SOTTO LA LENTE “Filemone e Bauci”

1 Come mai Zeus ed Ermes si trovano travestiti da comuni mortali? .......................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... 2 Qual è la reazione degli abitanti della città alla visita dei due viandanti? .......................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... 3 Considera l’importanza che i Greci nell’età classica attribuivano all’ospitalità: l’episodio di Filemone e Bauci assume un valore morale rilevante. Perché? .......................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... ...........................................................................................................................................

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1 Il minotauro è una delle innumerevoli creature fantastiche, create dalla fantasia degli antichi, come la sfinge, il centauro. Questa mostruosa creatura è legata a un altro episodio che appartiene alla tradizione mitica. Fai una breve ricerca per saperne di più.

4 “A mille porte bussarono” Quella evidenziata in corsivo è una figura retorica. Scegli la risposta esatta: 1. sineddoche 2. iperbole 3. iperbato.

5 L’abitazione dei due anziani protagonisti è descritta attraverso particolari che rimandano al loro stile di vita. Come lo definiresti? Scegli due aggettivi tra quelli seguenti: 1. sobrio 2. triste 3. parco 4. deprimente 5. avaro .......................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... 6 “Siamo dèi” dice “i vostri vicini sconteranno la loro empietà col castigo che meritano”. Il termine evidenziato in corsivo è il contrario di pietà. Per comprenderne a pieno il senso devi considerare che nel mondo classico greco-romano la pietà o meglio la “pietas” era un valore determinante e si esprimeva nella devozione verso gli dèi, verso la patria e verso la famiglia. Rifletti sul cambiamento che il significato di questi due termini ha subito fino ai giorni nostri. .......................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... ..........................................................................................................................................

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“Dedalo e Icaro”

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5 L’epilogo del racconto è fallimentare e drammatico: senza volerlo Dedalo è causa della morte del figlio. Abbiamo visto che al fondo di ogni mito si trova un messaggio ispirato ai valori che animano la civiltà classica, alcuni dei quali si trovano ancora alla base della nostra civiltà. Quale ti sembra sia il senso di questa storia? Possiamo considerarlo ancora attuale?

LIBRO DECIMO PAROLE SOTTO LA LENTE 1 L’autore del brano sottolinea la bellezza dei versi di Orfeo soffermandosi sugli effetti che generano sulla natura. Ricerca nel testo il passo in questione. .......................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... 2 Le nozze di Orfeo ed Euridice sono oscurate da un cattivo presagio. Quale? Come reagiscono i due innamorati? .......................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... ...........................................................................................................................................

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3 L’oltretomba descritto nel racconto, ovvero gli “inferi” della religione pagana, è rappresentato secondo la tradizione classica, dalla quale attingerà anche Dante Alighieri per la descrizione dell’inferno cristiano nella sua celebre Commedia. Sintetizza i particolari che si trovano nel brano che hai letto: mettendo in evidenza la descrizione spaziale, le divinità che Orfeo incontra.

4 Orfeo rivolge a Proserpina una supplica. Come all’inizio del racconto, la sua poesia sembra avere poteri straordinari, sia sulla natura che sugli dèi. Quale significato credi che abbia questa storia? Scegli la risposta che ti sembra più opportuna quindi argomentala con le tue idee: A. B. C.

□ Orfeo era un ottimo poeta □ La poesia è l’espressione più autentica dell’animo umano □ Nessuno può resistere alla forza della poesia

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LIBRO UNDICESIMO PAROLE SOTTO LA LENTE 1 “Re Mida divenne bianco dallo stupore, e poi rosso dalla rabbia. I suoi baffi si rizzarono e le sue sopracciglia si inarcarono”. Da cosa è motivata questa reazione di Mida? .......................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... ...........................................................................................................................................

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PERCORSI DI LETTURA 2 Dioniso racconta agli altri dèi l’antefatto che spiega l’atteggiamento di re Mida. Questa tecnica interrompe la struttura della narrazione che fin qui ha seguito uno sviluppo lineare. Come si definisce questa tecnica:

A. B. C.

□ analessi □ prolessi □ ellissi

3 Perché Dioniso interviene in favore di re Mida? .......................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... 4 Quale delle numerose conseguenze che esercita il dono ricevuto da Dioniso sulla sua vita, spinge re Mida a chiedere che gli venga revocato? .......................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... ...........................................................................................................................................

PERCORSI DI LETTURA

CAFFÈ LETTERARIO

he cosa ne pensi di questo libro? Esprimi il tuo giudizio, C scegliendo la/le categoria/e, tra quelle indicate in tabella, e motivalo nello spazio sottostante. Mi è piaciuto moltissimo

Una lettura insolita e piacevole

Sbadiglio, che noia!

Non lo consiglierei al peggior nemico

Altro ...

5 Il mito del re della Tracia, come molti altri, contiene un messaggio morale che puoi riassumere sinteticamente. Credi che sia attuale? .......................................................................................................................................... ........................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... .......................................................................................................................................... ...........................................................................................................................................

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Confronta il tuo giudizio con quello dei compagni e avvia un dibattito in classe con la guida dell'insegnante.

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Le Metamorfosi I GRANDI CLASSICI

ORA E POI

G. Boccaccio Decameron Amori, duelli, magie. L’epica medievale a cura di A. Cristofori M. Shelley Frankenstein B. Stoker Dracula A. Mazzaferro La storia di Odisseo F. H. Burnett Il giardino segreto M. Maggi Enea D. Alighieri La Divina Commedia A. Manzoni I Promessi Sposi M. de Cervantes Don Chisciotte W. Shakespeare Tragedie e commedie E. Salgari Sandokan J. London Il richiamo della foresta J. Verne Ventimila leghe sotto i mari M. Twain Le avventure di Tom Sawyer A. de Saint-Exupéry Il piccolo principe L. Pirandello Novelle scelte L’ira di Achille a cura di M. Maggi R.L. Stevenson L’isola del tesoro Vamba Il giornalino di Gian Burrasca G. Verga I Malavoglia L. Ariosto Orlando furioso F. Sarcuno Mitica Grecia C. Goldoni Pazzi per le vacanze Boccaccio e altri autori Novelle comiche e di beffa A. Dumas Robin Hood F. Molnár I ragazzi della via Pál Il diario di Anna Frank a cura di M. Maggi Le Metamorfosi a cura di M. Giuliani

La Seconda Guerra Mondiale a cura di M.C. Sampaolesi Carte da lettera a cura di V. M. Nicolosi R. Melchiorre Sulle tracce di Gandhi F. Piccini, S. Savini Sotto il segno della bilancia G. Di Vita Onde - Uomini in viaggio G. Di Vita Alya e Dirar G. Di Vita Il Muro M. Maggi Quando si aprirono le porte M. Maggi E il vento si fermò ad Auschwitz E. Colonnesi, S. Galligani Storia di Zhang E. Colonnesi, S. Galligani Viaggio a Kabul C. Scarpelli Il bullo innamorato F. Sarcuno Il diario di Edo R. Melchiorre Madiba M. Papeschi Sulle tracce della Grande Guerra A. di Prisco Il poeta favoloso M. Strianese Il domatore di libri M. Giannattasio Trappola nella rete R. Melchiorre Il ragazzo di Capaci C. Scarpelli Mi piace R. Melchiorre Il diario segreto di Leonardo da Vinci M. Giannattasio Chi vuol esser lieto, sia R. Melchiorre Il bosco di Sofia M. Castagna Grosso guaio a Cinecittà World P. Palliccia, E. Cordioli, D. Conati

RACCONTI D’AUTORE Favole di ieri, di oggi, di sempre a cura di M. Maggi E.A. Poe Racconti di paura C. Dickens Canto di Natale R.L. Stevenson Dr Jekyll e Mr Hyde G. Verga Rosso Malpelo J.K. Jerome Storie di fantasmi per il dopocena O. Wilde Il fantasma di Canterville A.C. Doyle Le avventure di Sherlock Holmes La rosa rossa a cura di M. Giuliani Mistero e paura a cura di M.C. Sampaolesi Il filo di Arianna a cura di M. Giuliani

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Petrarca. Il poeta incoronato NON SOLO LETTERE

M. Carpineti Un occhio nello spazio A. Cristofori Viva Verdi P. Ercolini Il valzer del bosco M. Papeschi, S. Azzolari 1848 L. Corvatta Una missione speciale A. Sòcrati L’uovo cosmico

ATTUALMENTE G. Di Vita Costituzione e legalità. La convivenza civile come arricchimento e libertà V. Giuliani E tu? Percorsi di cittadinanza attiva per comprendere il nostro tempo S. Lisi, C. Piccinini, F. Senigagliesi Sguardo sul mondo. Problematiche di attualità e spunti di riflessione R. Melchiorre Storie di oggi. L’attualità raccontata ai ragazzi L. Pagliari Cyberbullismo. Le storie vere di chi lo ha sconfitto


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