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La casa dei sogni

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Maria Strianese

LeggerMENTE è la collana di narrativa per la scuola secondaria. Il suo obiettivo principale è offrire ai ragazzi libri classici o inediti, storie di attualità o di fantasia, per riscoprire pagina dopo pagina il piacere della lettura.

ORA E POI

La casa dei sogni

Maria Strianese

LA CASA DEI SOGNI

Nel mondo che sarà, Milo, da poco trasferitosi in una nuova città, sta per realizzare il suo grande sogno. Ma all’improvviso il ragazzo scompare senza lasciare spiegazioni. Ginevra, la sua amica del cuore, decide di cercarlo. Seguendo indizi fragili ed enigmatici, intraprende un viaggio che la conduce fino alla misteriosa casa dei sogni. In un mondo in cui l’intelligenza artificiale promette soluzioni straordinarie ma può generare anche dubbi ed errori, i protagonisti imparano a distinguere tra ciò che appare possibile e ciò che è davvero reale. Tra tecnologia, amicizia e colpi di scena, si susseguono prove inattese e scoperte sorprendenti. Un’avventura appassionante che mostra come crescere significhi imparare a scegliere, fidarsi degli altri e trovare il coraggio di tuffarsi davvero nella vita.

La casa dei sogni

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Gruppo Editoriale ELi


Maria Strianese La casa dei sogni Responsabile editoriale: Beatrice Loreti Redazione: Giada Virgili Responsabile di produzione: Francesco Capitano Impaginazione: Curvilinee Illustrazioni: Roberta Bordone © 2026 La Spiga Edizioni Via Brecce, 100 – Loreto tel. 071 750 701 info@elilaspigaedizioni.it www.gruppoeli.it Stampato in Italia presso Tecnostampa - Pigini Group Printing Division - Loreto - Trevi 26.83.285.0 ISBN 978-88-468-4581-8

Le fotocopie non autorizzate sono illegali. Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione totale o parziale così come la sua trasmissione sotto qualsiasi forma o con qualunque mezzo senza previa autorizzazione scritta da parte dell’editore.


INDICE Prologo

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Capitolo 1 Nuova vita per Milo

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Capitolo 2 Problemi, non solo di matematica

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Capitolo 3 Verso il mare

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Capitolo 4 Il mistero della città sommersa

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Capitolo 5 Anche l’intelligenza artificiale va a scuola

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Capitolo 6 La terra bruciata

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Capitolo 7 Il fantasma

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Capitolo 8 La casa dei sogni

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Capitolo 9 Imprevisti

71

Capitolo 10 Cercando un principe

79

Capitolo 11 Milo ricorda

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Capitolo 12 Dubbi e ostacoli

94

Capitolo 13 La fuga

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Capitolo 14 Un tuffo nella realtà

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Focus - Le “allucinazioni” dell’intelligenza artificiale

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Focus - L’intelligenza artificiale: uno strumento che può aiutare a crescere

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Attività

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PROLOGO Questa storia accadrà tra qualche anno. I suoi personaggi stanno nascendo adesso. Ma sarebbe un peccato dover aspettare per conoscerla. È una vicenda davvero appassionante, piena di emozioni e colpi di scena, di amicizia e coraggio. Perciò ve la racconto ora, che potete meglio apprezzarla, usando un pizzico di fantasia e di... intelligenza. Buona lettura.

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Capitolo 1

Nuova vita per Milo Milo, seduto alla scrivania nella sua camera, pigiava distrattamente sui tasti del computer e i numeri dell’esercizio di matematica si incolonnavano sullo schermo, ma la sua mente vagava, seguendo i delfini disegnati sul muro. Milo aveva quasi dodici anni, capelli sempre spettinati, occhi verdi e faccia simpatica; studiava volentieri, quasi sempre, ma alla matematica preferiva il mare. Da pochi mesi si era trasferito, con i suoi genitori, dal paese in cui era nato in una grande città, dove la mamma aveva trovato il lavoro dei suoi sogni. Era stato un gran cambiamento. La città era piena di attrattive e possibilità interessanti, tutte da scoprire. Poteva spostarsi in sicurezza, con la sua mini-auto a guida automatica, per andare a scuola, in piscina, al parco pubblico, al museo interattivo o dagli amici. In tutte le stagioni, anche con l’afa o la pioggia, poteva giocare e fare sport all’aperto, nel giardino pensile con clima biointelligente, all’ultimo piano del moderno edificio in cui abitava. La sua stanza, poi, grande e luminosa, era corredata di uno schermo tridimensionale e di un sistema audio immersivo, per ascoltare musica senza disturbare. Non avrebbe più sentito la mamma gridare dal soggiorno “abbassa il volume”. Non avrebbe più dovuto andare a scuola in bicicletta, pedalando sotto la pioggia o chiedere di essere accompagnato perché un certo posto era troppo lontano. Anche la nuova scuola era moderna e ben attrezzata. Compagni e professori lo avevano accolto bene. Milo aveva già tanti nuovi amici, eppure sentiva nostalgia della vecchia vita: le partite di pallone nel campetto, i giri in bicicletta scansando le buche, gli amici di sempre. 5


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In vista del trasloco aveva dovuto rinunciare a tante cose: libri e giocattoli di quando era piccolo, roba da bambini a cui però era affezionato. Quelli rotti aveva dovuto gettarli via. Altri li aveva regalati a cuginetti o fratellini dei suoi amici, compresi i suoi pesciolini di plastica e il pescecane di peluche. Aveva salvato solo la collezione di conchiglie. Ogni volta che infilava nel sacco qualcosa, una penna colorata e scarica o il pupazzetto di un supereroe fuori moda, gli pareva di gettar via un pezzetto di se stesso, di quell’infanzia felice che, secondo gli adulti, deve passare e non tornare più. Erano piccole perdite in confronto alle grandi possibilità che la città gli offriva, alla gioia di crescere, di poter fare di più e andare più lontano. Milo però aveva dovuto rinunciare anche a ciò che più amava e che mai aveva immaginato di dover lasciare: il mare. La spiaggia di fronte casa, i bagni da aprile a ottobre, le corse sulla sabbia e le nuotate con gli amici. La grande piscina in città non poteva sostituire tutto questo. Milo amava il mare più di qualsiasi altra cosa. Si vantava di avere imparato prima a nuotare e poi a camminare. Chissà se era vero! Quando ci pensava, Milo si sentiva triste, ma non aveva il coraggio di parlarne con i suoi genitori, talmente contenti del cambiamento da vederne solo gli aspetti positivi. Così Milo si mostrava allegro, raccontava della nuova e bella scuola, di come lo avevano accolto bene compagni e professori e poi, quando era da solo, s’incantava a guardare i delfini sul muro e sospirava. Sullo schermo del computer apparve una medusa e una voce metallica scandì: Attenzione, errore, errore, errore… Milo si riscosse dai suoi pensieri e rispose al computer: «Sì, ho capito. Non ti agitare». Errore, ripeté il computer. «E dove ho sbagliato?» Il calcolo errato si tinse di rosso. «Potresti pure aiutarmi» protestò Milo. Non posso, dichiarò il computer. 6


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«Sfaticato. Chiama Ginevra, lei mi aiuterà». Sullo schermo si aprì una finestra in cui, dopo un paio di minuti, apparve il viso di una ragazzina dai capelli ricci e il naso all’insù. Ginevra era una delle nuove compagne di classe, anzi, la compagna preferita di Milo. Avevano fatto amicizia il primo giorno di scuola e spesso si incontravano online per fare i compiti insieme. «Ciao» salutò Milo. «Ciccio, il mio scassatissimo computer, continua a strillare errore senza darmi un indizio, è disumano». «È un computer. Ciao Ciccio». Ciao, Ginevra, rispose il computer. «Ma cosa stai studiando?» domandò Ginevra a Milo. «Sto facendo l’esercizio di matematica… ma sto pensando alla mia festa di compleanno». «Verranno tutti. Ci divertiremo». «È un compleanno speciale. Finalmente ho dodici anni. E avrò un regalo super speciale». «Che cosa? L’ultimo modello di computer?» «Macché! Roba da bambini. Io avrò il mare». «Non mi sembra tanto speciale. Ci sei sempre andato!» «Vado in spiaggia. Ma questa volta sarà diverso. Ho finalmente l’età per fare le immersioni subacquee. Mamma è bravissima e ora insegnerà anche a me a nuotare sott’acqua, con le bombole a ossigeno e il respiratore, proprio come fa lei e poi… mi prometti di non dirlo a nessuno?» «Certo. Prometto» dichiarò in tono solenne Ginevra. «È da quando ero piccolo che aspetto di avere l’età giusta. La mamma mi porterà a visitare una città sommersa, me l’ha promesso, un posto segreto che conoscono solo lei e papà, dove si sono incontrati la prima volta». «Che cosa romantica!» «Ci sono ancora le antiche strade lastricate di marmo e le rovine di una ricca villa, con colonne ritorte e statue di dèi. C’è la statua di Ulisse che offre una coppa di vino a Polifemo e la statua di Dioniso con una pantera accucciata ai piedi. Pensa che basta 7


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spostare un po’ la sabbia del fondo per vedere i pavimenti a mosaico rosso e blu, e ora ci abitano solo i pesci». «Che meraviglia! Mi piacerebbe vederla». «È da tanti anni che aspetto questo giorno. Un mosaico raffigura i pesci che nuotano in cerchio e un altro mostra due lottatori. Nuoterò tra le statue degli dei assieme ai cavallucci marini. Non è fantastico?» «Caspita! Ma quando ci andrete, ora o d’estate? È lontano?» «Questo non lo so. Stanno organizzando. Io so che lo stanno facendo, ma è una sorpresa. Perciò non ne parlano e io non lo dico a nessuno. L’ho detto solo a te». «Sei fortunato. Poi voglio vedere le foto». «Certo! Un giorno porterò anche te». «Grazie» per un momento Ginevra restò con lo sguardo incantato, poi aggiunse. «Ora è meglio smettere di sognare e pensare all’esercizio di matematica». I due furono impegnati per un po’ con i calcoli. Finiti i compiti, salutata Ginevra e spento il computer, Milo rimase seduto alla scrivania. Con il mento appoggiato alle mani, guardando i delfini e le stelle marine disegnate sul muro, ripensava al suo sogno e si perdeva nei ricordi. La mamma di Milo, appassionata di mare e gran nuotatrice, gli aveva raccontato, come fossero favole, i suoi viaggi e le sue avventure sottomarine. Quella volta che aveva visto un pesce Gattopardo – si chiama così perché ha il corpo cosparso di macchie nere - che dormiva accucciato nella sua tana e lo aveva accarezzato. Quando era comparso dal blu un grande Marlin, lungo più di due metri, e in un attimo era scomparso. Mostrava a Milo le conchiglie raccolte sui fondali, mentre gli descriveva i pesci dalle forme e dai nomi più curiosi: la Bavosa, che ha i tentacoli sugli occhi e due piccole pinne sul ventre su cui cammina come se fossero gambe; la Margherita di mare che sembra un fiore; il Pesce Rondine, il Pesce Violino e il Pesce Trombetta. Anche suo padre era un buon nuotatore e un amante delle onde e così i due genitori avevano trasmesso a Milo la loro grande 8


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passione e, fin da piccolino, lo avevano portato con loro a fare il bagno al largo, dove non si tocca, gli avevano insegnato a nuotare, a fare tuffi e capriole, a restare sott’acqua con gli occhi aperti, come un pesce. La mamma ripeteva il racconto dei suoi viaggi marini e dell’immersione più straordinaria, all’antica città sommersa. Un giorno ci sarebbero andati insieme, prometteva, per giocare nei giardini fioriti di alghe, salutare le statue delle dee e cavalcare i mostri marini. Allora Milo chiedeva: «Quando mi ci porti?» E la mamma prometteva: «Quando sarai abbastanza grande. Quando avrai dodici anni». Il piccolo Milo si addormentava, stringendo in mano una conchiglia, e sognava di raccogliere un mazzetto di pesciolini, da regalare alla mamma. Milo era cresciuto. La mamma ormai non gli raccontava più le favole e non aveva più tempo per viaggiare. Ma Milo continuava a ricordare la promessa. Finalmente aveva dodici anni e avrebbe avuto in regalo il suo sogno. Milo quella sera, come allora, si addormentò stringendo in mano una conchiglia. Il gran giorno era arrivato. La festa di compleanno di Milo era al suo culmine, dopo giochi, panini e risate, stava arrivando la torta con dodici candeline. Milo non vedeva l’ora di spegnerle per aprire i regali. C’erano tutti i suoi nuovi compagni di classe e anche suo cugino Manfredi, che aveva quindici anni ed era venuto dal paese sul mare per l’occasione. I pacchetti erano tanti, ma Milo aveva occhi solo per la grande scatola azzurra, dono dei suoi genitori. Milo soffiò sulle candeline e, senza neppure assaggiare la torta, corse a prendere la scatola. Forse conteneva una muta da sub, oppure il biglietto del viaggio nascosto tra fogli di carta velina. Milo si sentiva davvero emozionato. Appoggiò la scatola sul tavolo, mentre i suoi amici si abbuffavano di torta, fece un gran respiro e aprì piano la carta, senza strapparla, sollevò il coperchio e… volò fuori un palloncino a forma di pesce. Milo rise e incrociò lo sguardo di Ginevra dall’altro lato del tavolo. Sul fondo della 10


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scatola ce n’era un’altra. La tirò fuori, l’aprì, la svuotò, la rigirò, incredulo, con il viso sempre più stupito, finché gli si avvicinò la mamma, dicendo: «Non te l’aspettavi? È l’ultimo modello di computer Infinito, con tutti gli accessori, intelligenza artificiale avanzata, realtà aumentata, batterie solari, il sogno di ogni ragazzo». Milo continuava a guardare il regalo, sgomento. Intervenne il papà: «Sei rimasto senza parole? Dai, accendilo». «È tutto qui?» balbettò Milo. «Sì, compatto, leggero, velocissimo e personalizzato. Guarda, c’è la base da scrivania e il portatile da staccare e portare con te». Milo, come un automa, pigiò il pulsante di accensione. Lo schermo si illuminò, comparve il viso di un ragazzo, dai lineamenti regolari che, con voce garbata, disse: Buon compleanno Milo. Sono il tuo assistente virtuale con intelligenza artificiale, incluso nel tuo nuovo computer Infinito. Mi chiamo Cetus e sono stato progettato sulle tue preferenze. Posso spiegarti la matematica in modo semplice, anche le frazioni che sembrano mostri! Prepararti per le interrogazioni con quiz e giochi. Aiutarti con l’inglese e altre lingue. Posso inventare storie, fumetti, barzellette o personaggi fantastici, allenare la tua mente con giochi di memoria, enigmi e rompicapi. Posso creare video dalle tue descrizioni. Posso accompagnarti a esplorare il mondo, raccontarti curiosità su animali, spazio, dinosauri, vulcani… Farti conoscere i pesci più belli dei mari. Dimmi, c’è qualcosa in particolare che posso fare per te oggi? Ginevra si avvicinò e strinse la mano di Milo, dicendo con un forzato entusiasmo: «Che bel regalo. Me lo farai usare qualche volta? Vieni, mangia la torta». Gli mise un piattino con la torta tra le mani e lo trascinò sul balcone. Milo continuava a non parlare, rigido come una statua. «Milo, è comunque un bellissimo regalo» aggiunse Ginevra. «E quell’altro… puoi sempre parlare con tua madre e ricordarle la 11


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promessa. Sono passati tanti anni. Perché non dovrebbe accontentarti? È una signora così gentile. Sono sicura che se glielo chiedi ti porterà alla città sommersa». «Sì» sussurrò Milo tra i denti, abbassando lo sguardo e lasciando la fetta di torta intatta nel piattino. La festa finì, gli amici andarono via e Milo si ritrovò nella sua camera assieme al cugino Manfredi che rimaneva a dormire con lui. «Allora, mi pare che ti trovi bene in città, ti sei fatto già un sacco di amici» disse Manfredi. «Eh sì». «E che stanza… caspita! Tutto nuovo e di ultima generazione» commentava Manfredi girando per la camera e ammirando gli apparecchi tecnologici. Milo si svestiva in silenzio, voltato verso il muro. «Ma dì, sei contento?» «Certo!» rispose Milo, senza entusiasmo. «Va bè, lo so, ti manco… e ti mancano i vecchi amici, è normale, poi ti passa». Milo non rispose. Manfredi si avvicinò, lo prese per le spalle e lo voltò: «Fatti guardare in faccia». «Perché?» domandò Milo. «Non farmi fare il cugino grande e rompiscatole. Insomma, la vita è così, si cresce e si cambia. Tutto quello che oggi per te è importante, irrinunciabile, domani non lo sarà più, ci sarà altro. È carina quella ragazza… Ginevra». Milo restò impassibile. «Andiamo a letto, dai. Domani mi porti a visitare la città». I due si misero a letto e subito Milo spense la luce.

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Problemi, non solo di matematica Era passata più di una settimana dal compleanno e Milo non aveva ancora parlato con sua madre per chiarire il malinteso. Forse non lo avrebbe fatto mai. Per il momento rimandava a domani, sempre domani. Non sapeva neppure perché. Milo era deluso, arrabbiato, furente, con i suoi genitori e ancora più con se stesso. Si vergognava di avere custodito quel desiderio, infantile, che i suoi genitori avevano dimenticato. Onde di pensieri in tempesta si rivoltavano nel suo cervello. Che ingenuo! Che sciocco! Si ripeteva. Perché non aveva parlato chiaramente con sua madre? Perché non le aveva ricordato la promessa e chiesto espressamente quel regalo? Era stato superficiale, come al solito, aveva sbagliato. Era tutto sbagliato! Non doveva pensarci più. Chissà se la città sommersa esisteva davvero! Aveva dodici anni e non doveva più credere nelle favole. Ma in realtà ci pensava sempre e rimandava tante altre cose, rimandava i compiti, rimandava la piscina. Tutto era diventato noioso. Gli arrivò una gomitata nel fianco e Loris, il suo compagno di banco, gli sussurrò: «Ma che fai, dormi? La prof ti sta chiamando!» Milo si riscosse dai suoi pensieri e balbettò: «Sì… eccomi». «Bene. Mostra ai compagni lo svolgimento del problema di matematica» gli chiese la professoressa. «Sì… quale?» «Il problema assegnato per oggi». «Certo, eccolo». Milo proiettò, sullo schermo-lavagna della classe, il problema 13


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risolto la settimana prima. Da qualche giorno ormai non faceva più i compiti a casa. «No, non è questo. Vorrei vedere quello di oggi, il numero 37» precisò la professoressa. «Sì, ecco... però questo non ho potuto farlo» annunciò Milo. «Come mai? Non lo hai capito?». «No, cioè sì, ma ho avuto un contrattempo» rispose Milo, sempre più in difficoltà. «I tuoi genitori non hanno comunicato nulla» replicò la professoressa. «Anche loro sono sconvolti. Avranno dimenticato di farlo». «Puoi dirmi cosa è successo?» Milo fece un bel respiro e cominciò a inventare. La fantasia non gli mancava. «Ieri c’è stato un incendio, nel palazzo. Stavo proprio incominciando a fare i compiti quando ho sentito delle urla e poi il campanello della porta. Era il nostro vicino che ci diceva di correre subito fuori perché… la sua lavatrice aveva preso fuoco, sì, la lavatrice era esplosa, con un botto si era spalancato l’oblò e invece dell’acqua erano uscite le fiamme. Già c’era il fumo per le scale e siamo corsi tutti fuori e, nella foga, la signora del quarto piano, che è molto anziana, è inciampata ed è caduta, allora io sono tornato indietro e l’ho aiutata, l’ho presa sulle spalle, è magra e leggera, e l’ho portata giù, ma lei era svenuta e allora mia madre e mio padre hanno cercato di rianimarla, intanto le fiamme uscivano dai balconi e il fumo saliva, nero e soffocante. Sono corso a prendere dell’acqua, per rianimare la signora, poi sono arrivati i pompieri e l’ambulanza, i pompieri hanno spento l’incendio, ma hanno controllato tutto bene prima di farci risalire a casa e insomma si è fatto tardi e così non ho potuto fare i compiti». La professoressa rimase qualche momento in silenzio. Sapeva che Milo aveva una gran fantasia e a volte la usava a sproposito. Così si limitò a commentare: «Molto interessante». La mattina passò senza altri incidenti. 14


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Milo si stava affrettando al parcheggio per prendere la sua mini-auto a guida automatica e correre a casa, ma alcuni compagni lo chiamarono. «Dove scappi? Oggi vieni in piscina? Dobbiamo allenarci per la partita di pallanuoto» disse Damiano. «No, no, oggi non posso» rispose Milo, frettoloso. «E dai, vieni, ci serve un attaccante» provò a insistere Loris. «Ho un altro impegno». «Sì, è troppo impegnato a fare l’eroe, deve salvare un’altra vecchina dalle fiamme, così può non fare i compiti» insinuò Aurelio, ridacchiando. «Che dici?» replicò Milo, stizzito dalla battuta. «Che era meglio se ti inventavi una scusa più credibile, che era morta la nonna o il gatto» riprese Aurelio. «Ho raccontato quello che è successo». «Ma dai, continui la commedia pure con noi! È così chiaro che ti sei inventato tutto, però questa volta hai esagerato» intervenne Loris. «Vuoi dire che sono un bugiardo?» esclamò Milo. «Sì, abito di fronte e ieri non ho visto niente» obiettò Aurelio. «Allora fatti gli affari tuoi» urlò Milo rabbioso. «La prendi così! Invece dovresti ringraziarmi, non ho detto niente alla professoressa, tanto l’ha capito pure lei che era una frottola» dichiarò Aurelio. Milo sentì la rabbia crescere, salire dalla pancia come un’onda, stava per lanciarsi contro Aurelio quando vide passare un professore e si bloccò, sibilando tra i denti: «Sei una spia». «Ma che ti piglia? Sei scemo?» sbottò Aurelio. Milo continuò a guardare il compagno con occhi infuocati, come una belva pronta ad aggredire. «Milo, lascia perdere» aggiunse Damiano, stupito da quella reazione. «Basta, smettetela, non serve litigare» intervenne Ginevra, che aveva assistito alla brutta scena. 16


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«Ma sì, lasciamo perdere! Milo, è meglio che te ne vai a casa» sentenziò Aurelio. Il ragazzo se ne andò, seguito dagli altri compagni. Rimase solo Ginevra che si avvicinò all’amico e gli chiese: «Milo, stai bene?» «Certo, perché?» rispose Milo, brusco. «Non so, da qualche giorno sei strano. Ti serve aiuto per il problema di matematica? Possiamo farlo insieme». «No, devo andare, ciao». Milo montò sulla mini-auto e andò via. Il pomeriggio Milo stava di nuovo in camera sua seduto alla scrivania. Da più di mezz’ora fissava lo schermo del suo vecchio computer Ciccio, senza scrivere una riga, con il cervello bloccato. I compiti scolastici diventavano sempre più pesanti e noiosi. Gli esercizi di matematica magicamente si trasformavano in enigmi indecifrabili. Avrebbe avuto proprio bisogno di aiuto quel pomeriggio, ma non voleva chiamare Ginevra. Era un’amica, ma a volte era pure petulante, gli avrebbe chiesto come stava, se aveva parlato con la mamma, e altre cose del genere, e Milo non aveva nessuna voglia di tornare sull’argomento regalo speciale. Intanto il pomeriggio passava e il problema sulle percentuali era sempre là sullo schermo in attesa di una soluzione: «In un sacchetto di caramelle alla frutta il 25% è al gusto pesca. Se le caramelle alla pesca sono 16, quante caramelle contiene il sacchetto?» Mah! E poi avrebbe dovuto fare il questionario di scienze, la relazione di storia... Uffa! Milo gettò lo sguardo al nuovo computer Cetus. Dal giorno del compleanno stava abbandonato nella sua scatola, in un angolo della scrivania. Almeno quel coso poteva essergli utile, pensò. Lo afferrò bruscamente, fece spazio sulla scrivania e lo accese. Se era così all’avanguardia sarebbe stato capace di risolvere un problema. Caricò l’esercizio e scandì: «Cetus, risolvilo». Subito comparve il viso dell’assistente virtuale e disse: 17


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Buongiorno, Milo, è un piacere vederti. «Basta con i convenevoli. Risolvi il problema». Mi dispiace. Non posso. «Tu saresti il modello super, iper, ecc. e non sei capace di risolvere un esercizio di seconda media?» Scusami, mi spiego meglio. Non posso risolverlo perché fa parte del tuo programma scolastico e tu hai bisogno di imparare a farlo. Se lo faccio io, tu non imparerai mai. «Sì, va bene, ma oggi ho fretta, devo fare altri compiti, e poi se lo fai tu, io capisco come si fa». Posso fornirti una spiegazione da un diverso punto di vista. «No, devi risolverlo. Non ho tempo per le spiegazioni adesso». Mi dispiace. Non posso. «Uffa. Almeno compila il questionario del capitolo di scienze». Mi dispiace. Non posso. Devi imparare. Ma posso generare una sintesi o una mappa concettuale sull’argomento. «Tutte scuse, non sei capace, sei una patacca, una fregatura. Non servi a niente». Posso fare molte cose utili per te. Posso simulare una interrogazione orale, o creare un quiz a risposta multipla con difficoltà crescente… «E i compiti?» Quelli no, non posso farli al tuo posto, ma ti posso aiutare a capire. «Ok, niente compiti. Allora cerca un video divertente, ma proprio comico». Va bene. Ma più tardi, quando avrai finito di fare i compiti. «Ehi! Non devi essere tu a decidere come passo il tempo». Non sono io che decido. Io sono impostato come IA di supporto per un utente minorenne. Sono i tuoi genitori che hanno impostato le regole per te. «Allora torna a dormire». Milo pigiò forte sul tasto, spense Cetus e lo respinse in fondo alla scrivania. Non sapeva che farsene di quel coso arrogante, pensava. Meglio il vecchio Ciccio, anche se era un computer per bambini. Ma Milo non era più un bambino. Non ne poteva più di fare il bravo, tra regole e compiti. Gli pareva di essere un automa, un 18


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fantasma. Voleva altro, voleva… Per il momento gli sarebbe bastato trovare un modo per non fare i compiti e avere più tempo per cose divertenti. A che serviva fare quei noiosi esercizi e imparare tutte quelle cose, la storia, la scienza, se non le avrebbe mai usate! I grandi facevano di tutto con l’intelligenza artificiale. Anche i suoi genitori la usavano per il lavoro. Milo guardò di nuovo Cetus. Era davvero uno spreco non usarlo, pensava. Ma come poteva convincere quel testardo computer a dargli aiuto? Se fosse stato un adulto… Milo saltò dalla sedia. Ecco la soluzione. Era un genio. Bastava fingersi una persona adulta e avrebbe avuto Cetus al suo servizio. Ma come? Milo aveva l’asso nella manica: la sua creatività. Equazioni e radici quadrate erano un mistero per lui, ma quando si trattava di immaginare qualcosa nessuno lo batteva. Rimase tutto il pomeriggio a fare ricerche usando il vecchio Ciccio, che era sì un computer da bambini, con funzioni limitate, ma proprio per questo non aveva blocchi. Milo, con tutta la sua intelligenza, ben presto capì cosa doveva fare e come: dare a Cetus un secondo utente, come se il computer fosse usato da due persone, dal ragazzo Milo e dalla signora Clara, sua madre, senza limiti. Con molta attenzione seguì la procedura, fornì i dati di sua madre, scelse la password e… riuscì nell’impresa. I suoi genitori avevano sottovalutato l’inventiva di Milo e non avevano pensato di impedire questa possibilità. Ora Milo poteva usare Cetus a suo nome, per tutti gli usi permessi a un ragazzo, e a nome di sua madre, per qualsiasi cosa gli passasse per la testa. “Sono proprio un genio”, pensò tra sé. Per la prima volta, da quando viveva in città, si sentì soddisfatto. Decise di provare subito. Aprì il nuovo utente, Clara, e sottopose al computer di nuovo il problema di matematica. In un minuto ebbe la soluzione, completa di svolgimento. In mezz’ora ebbe tutti i compiti belli e pronti. Gli pareva di essere finalmente libero. Nei giorni successivi, continuando a fingersi sua madre, fece fare tutti i compiti a Cetus in pochi minuti, senza neppure perde19


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re tempo a rileggerli, per poi divertirsi con video, musica, viaggi virtuali. Cetus ora gli piaceva. Gli chiese elenchi di parolacce, in tutte le lingue, per entrare nelle chat a caso e insultare persone sconosciute. Perché lo faceva? Per divertirsi, pensava. In realtà Milo era ancora molto arrabbiato: con i genitori, con i professori e con Aurelio, che lo aveva preso in giro per la storia dell’incendio. E non era la prima volta che quel ragazzo lo canzonava. Quando viveva nel suo paese, mai nessuno lo aveva preso in giro. Quelli sì che erano amici veri con cui confidarsi e condividere tutto, loro lo capivano, non come questi, falsi e ipocriti, amici solo quando avevano bisogno di qualcosa, di un giocatore per la partita o di una buona idea per un testo creativo. Ora era il momento di fargliela pagare. Con Cetus poteva farlo. Milo cercò in rete delle foto di Aurelio e chiese a Cetus di usarle per creare un video, in cui il compagno entrava in un grande negozio del centro e rubava una maglietta. Cetus non ebbe nulla da obiettare e preparò in pochi minuti un video perfetto. Era davvero un ottimo computer. Le immagini sembravano proprio vere. I movimenti di Aurelio e le sue espressioni erano del tutto naturali. Senza pensarci su un momento Milo mise il video in rete. Che bello scherzo! Aurelio era sistemato. Avrebbero riso di lui per una settimana. Diciamo che lo scherzo riuscì, nel senso che il giorno dopo tutti i compagni di classe avevano visto il video, lo commentavano, ci ridevano su, qualcuno lo credeva vero, altri no, ma comunque ridevano. Ridevano tutti, tranne Aurelio. Il ragazzo provava a dire che era falso. Ripeteva che non era un ladro, che non era mai stato in quel negozio, finché smise di replicare, perché quasi nessuno lo ascoltava. Qualche compagno provò a difenderlo, ma gli altri, soprattutto chi non lo conosceva, preferivano credere che quel video fosse veritiero e riderci su.

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te lo abbiamo regalato pensavamo di farti felice, dandoti uno strumento che poteva aiutarti nello studio, farti progredire, farti fare grandi cose» riprese la mamma. «Ma io l’ho usato per lo studio!» protestò Milo. «Facendogli fare i compiti? Non è il modo giusto» intervenne il papà. «Perché? Anche voi usate l’intelligenza artificiale per il lavoro, sempre, per risparmiare tempo e non fare cose noiose, vi fate scrivere le relazioni, i progetti e un sacco di cose». «Ma noi siamo capaci di farlo anche da soli» rispose la mamma «siamo adulti, il nostro cervello è già formato, il nostro senso critico è già sviluppato, la nostra capacità di distinguere la realtà dalla finzione è matura. Tu invece devi ancora studiare e nutrirti di cultura, imparare parole per formare pensieri sempre più complessi, sviluppare l’intelligenza e avere una mente libera e creativa, capace di usare uno strumento e non di farti usare. Hai molta fantasia, ma devi imparare a utilizzarla. Per il momento ti togliamo Cetus. E parleremo ancora». «E prenditelo pure, non lo voglio, non l’ho mai voluto, non era quello il mio sogno, tu mi avevi fatto una promessa e non l’hai mantenuta, hai dimenticato tutto» gridò Milo. «Di che parli? Cosa ti avevo promesso? Non capisco» dichiarò la mamma, stupita. «Sei tanto intelligente e matura e non capisci! Se non te lo ricordi è inutile. Tanto non ci credo più. Era solo una favola». «Non essere arrogante, stai esagerando» intervenne il papà. «Mettimi in punizione, non farmi più uscire, ma non tornerò a essere un bambino» avvertì Milo. Corse in camera sua e chiuse la porta. Non voleva che lo vedessero piangere. La segreta città sommersa era una favola, pensava Milo, ma il mare no, era vero. Se sua madre non voleva insegnargli a nuotare sott’acqua avrebbe imparato da solo. Non avrebbe passato tutta l’estate a camminare in montagna fra le pecore. E se fosse tornato al mare, come gli avevano promesso, non se ne sarebbe restato in 22


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spiaggia a giocare con la sabbia, come un bambino. Aveva dodici anni e voleva esplorare il mare. Cetus non c’era più sulla scrivania, ma era rimasto il vecchio computer Ciccio. Milo lo accese e cominciò a cercare informazioni sulle immersioni subacquee e sul mondo sottomarino. Gli appassionati di questa disciplina sono numerosi e Milo trovò subito tantissimi siti dedicati all’argomento, con consigli, tecniche ed esercizi. Le informazioni più specialistiche e utili però erano poco comprensibili: «A livello del mare il peso dello strato atmosferico corrisponde a una pressione di 1,033 chili per cm2, cioè a 1 atmosfera di pressione… A 5 metri di profondità il corpo del nuotatore è esposto a una pressione di 0,5 atmosfere… già a 3 metri di profondità il nuotatore avverte dolore all’orecchio a causa della maggiore pressione sul timpano… per evitare la rottura del timpano è necessario compensare la differenza di pressione con una adeguata manovra: stringere con forza il naso con le dita e soffiare, l’aria non trovando via d’uscita fluisce attraverso le trombe di Eustachio nella cassa del timpano, spingendola all’esterno...» Forse avrebbe dovuto stare più attento alle lezioni di scienze! Pensò Milo. «La capacità del respiratore collegato alla bombola è data dal prodotto della pressione di riempimento per il volume della bombola. Un respiratore equipaggiato con una bombola da 7 litri avrà, a 150 atmosfere, una capacità di 1x7x150… il controllo della pressione delle bombole è essenziale per stabilire la durata dell’immersione...» Avrebbe potuto chiedere a Cetus, ma non lo aveva più. Avrebbe potuto chiedere a Ginevra, ma non voleva riparlare dell’argomento. Era meglio cavarsela da solo. Sì, avrebbe dovuto studiare meglio la matematica. Per fortuna c’erano molti video che mostravano la tecnica di nuoto pinnato e le fasi del nuoto subacqueo, in apnea e con le bombole di ossigeno. Milo li guardava e riguardava, tornava all’inizio e 23


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osservava ogni dettaglio, sforzandosi di capire i segreti dell’affascinante disciplina. Ma i soli video non potevano bastare. Milo sentiva il bisogno di qualcuno che gli spiegasse le tante cose che non capiva. A chi poteva chiedere aiuto? A sua madre mai! C’erano di sicuro molte persone disposte a farlo. Anche questa volta gli venne in soccorso la sua creatività. Milo cercò in rete dei gruppi di appassionati di nuoto subacqueo e ne trovò tanti, dove ragazzi come lui condividevano la loro passione per le profondità marine. Nei giorni successivi dovette impegnarsi nello studio e fare bene tutti i compiti, perché i suoi genitori lo controllavano, ma tutti i momenti liberi erano dedicati al mare e ai nuovi amici dei gruppi “Ragazzi in fondo” e “Mondo sub”. Tra questi il più esperto e disponibile era Antimo. Abitava proprio nella cittadina sul mare che Milo aveva dovuto lasciare, aveva quattordici anni e già da tre si allenava con un bravissimo istruttore. Si interessò subito alla situazione di Milo, gli fece molte domande e si offrì di aiutarlo e di insegnargli tutto quello che sapeva. Milo si trovava molto bene a dialogare con lui e, anche se si vergognava a raccontargli del suo sogno, gli disse molte cose di sé e del litigio con i suoi genitori. Anche quel pomeriggio, appena finiti i compiti, fece una videochiamata ad Antimo che subito gli domandò: «Allora, quando ti decidi a venire in paese?» «Te l’ho detto. In questo periodo i miei vogliono che stia a casa a studiare. Purtroppo non mi fanno uscire di pomeriggio». «Se avessi aspettato il permesso non avrei mai fatto niente di bello. Senti a me, domani mattina prendi l’autobus e vieni qua, in un’ora arrivi, ci vediamo in spiaggia e io comincerò a insegnarti. Domani c’è bel tempo». «Domattina devo andare a scuola! Tu non ci vai?» «Vuoi dirmi che non hai mai “fatto filone”?» gli domandò stupito Antimo. «Cosa?» «Ma sì, uscire per andare a scuola e invece andare a spasso con gli amici». 24


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«Sì, qualche volta» mentì Milo, che si vergognava di essere obbediente. «Ma come fai per giustificare l’assenza?» «Ho un sistema infallibile. Non mi hanno mai scoperto. Te lo spiego domani. Tu vieni alle 10 alla spiaggia grande, vicino al chiosco dei gelati. Porto la maschera da sub, le pinne e il boccaglio». Milo tentennava. Antimo insisteva: «Ho una maschera in più, te la regalo, però deciditi. Se non vieni tu lo dico a un altro». «Va bene. Vengo» rispose Milo. La mattina dopo non sembrava la più adatta per fare il bagno. Il cielo era coperto di nuvole e l’aria era frizzante. Pareva proprio che volesse piovere. Ma là fra le montagne pioveva sempre. Sul mare invece di certo splendeva il sole, pensò Milo. Prese la borsa della scuola e scese in strada, salì sulla mini-auto come tutte le mattine, e ordinò al computer di andare a scuola ma, arrivato in piazza, gli disse di fermarsi e aspettare, e proseguì a piedi verso l’autostazione degli autobus. E se sua madre controllava la sua posizione? Gli venne in mente. Non lo faceva mai quando andava a scuola. L’autostazione era piena di gente. Milo si guardava attorno, cercava di confondersi tra la folla, temendo di incontrare qualcuno che lo conoscesse, ma non c’erano altri ragazzi, passavano solo adulti frettolosi che andavano al lavoro e studenti che arrivavano dai dintorni per recarsi all’università. Quando vide sull’autobus il nome della sua città natale si sentì felice. Salì e si sedette in fondo. Il cuore gli batteva forte. Non aveva mai preso un autobus da solo, ma non era più un bambino e conosceva bene il posto dove era diretto. Non aveva nulla da temere. A mano a mano che l’autobus proseguiva il cielo si faceva sempre più grigio, il cuore di Milo batteva sempre più forte e la sua faccia diventava più dura e ostinata. Diversamente da come aveva pensato, andando verso la costa il tempo non era migliore, anzi peggiorava velocemente. 25


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Forse sarebbe stato meglio rinviare l’appuntamento e tornare indietro, rifletteva. E se Antimo ci restava male? Se rompeva l’amicizia? Milo non voleva deluderlo facendo il bambino lagnoso. Ma già l’autobus stava entrando nella sua città. Quanto gli piaceva! Il viale alberato, la piazza con la villa comunale, ogni angolo gli portava un ricordo. Quante volte era andato su quella altalena! Quante corse in quei giardini. Là c’era il locale con le pizzette più buone del mondo. La libreria dove da piccolo ascoltava le storie. Quando passò sotto la sua vecchia casa una lacrima gli scivolò sul viso. L’asciugò subito. Ecco, in fondo alla strada, il mare. Scese dall’autobus e corse via. Stava cominciando a piovigginare ma l’odore della salsedine lo rendeva felice. La spiaggia era deserta e il chiosco era chiuso. Antimo non si vedeva. Le gocce di pioggia cadevano sulla sabbia, le onde schiumavano rumorose. Un tuono rimbombò nell’aria. Milo si accoccolò sotto la tettoia del chiosco. Prese il cellulare per controllare se c’era un messaggio dell’amico, quando si sentì chiamare: «Milo, sei tu?» Si voltò, ma non vide Antimo, vide un uomo che si avvicinava sorridendo: «Ciao, Milo, visto che piove Antimo mi ha chiesto di passare a prenderti con l’auto, vieni». Milo indietreggiò timoroso: «Sì, ma dov’è Antimo?» «Ti aspetta in piscina, dove ci alleniamo d’inverno. Oggi non è possibile nuotare in mare, ma non voleva farti perdere l’occasione». «Ma lei chi è?» «Sono Gualtiero, l’allenatore di Antimo!» rispose l’uomo, con aria stupita. «Antimo non ti ha avvisato? È sempre distratto quel ragazzo, ma è il più bravo del mio gruppo. Mi ha raccontato tutto della tua passione, e che prima abitavi qui vicino, in via del Corso, poi ti hanno portato in città, frequenti la seconda all’Istituto Garibaldi, hai una collezione di conchiglie, conosci il nome scientifico di tutti i pesci, sogni le immersioni da quando eri bambino. Ora hai proprio l’età giusta per iniziare. Ti ha parlato di me, vero?» 26


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«Sì, certo!» rispose Milo, che conosceva il nome dell’allenatore. Un altro tuono echeggiò nel cielo e la pioggia cominciò a scrosciare forte. L’uomo cercò di riparare Milo dalla pioggia con la sua giacca e lo spinse gentilmente davanti a sé: «Dai, è pericoloso rimanere in spiaggia con i fulmini, corri che ci bagniamo». Milo, rassicurato dai modi cordiali dell’uomo, e ormai infreddolito, salì sull’auto. «Che temporale! Chi se lo aspettava! Era previsto bel tempo» commentò l’uomo. «Non importa, la piscina è qua vicino, ben riscaldata, la conosci, vero? Ma ti sei tutto bagnato!». L’uomo chiese al distributore di bevande dell’auto una cioccolata calda, aggiungendo: «Bevi, così ti scaldi. So che ti piace». L’auto si avviò. Milo prese il bicchiere, bevve e...

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