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Il concorso a cattedra - Sample

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manuale di preparazione

INVALSI e INDIRE

Autonomia e organizzazione

Scuola inclusiva BES e DSA

Governance delle istituzioni

Quadri europei Accoglienza alunni stranieri

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Teorie psico-pedagogiche

Valutazione e certificazione

Metodologie didattiche

Gestione di gruppi e relazioni

Organizzazione dell’apprendimento

Curricolo e UdA

Processi di insegnamento

8 A 789

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€ 18,90

Uso didattico dei nuovi media

manuale di preparazione

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Legislazione scolastica

IL CONCORSO A CATTEDRA

«Una vita spesa nella scuola, quella di Elio Carfagna, che ne ha esperito tutti gli aspetti: educatore prima, poi maestro nella Scuola Primaria, professore nella Scuola Secondaria di I e II grado, Dirigente Scolastico, docente di Legislazione Scolastica presso l’Università dell’Aquila e l’Università di Macerata. Molto attivo nel campo dell’handicap e dell’inclusione, con una formazione di tipo umanistico e sociologico, ha vissuto in prima persona da dirigente l’avvento dell’autonomia scolastica e ne ha saputo cogliere le implicazioni e le opportunità: ha elaborato e proposto numerosi progetti, anche relativi all’organizzazione scolastica, sia a livello locale, grazie anche alla profonda conoscenza del territorio e alle competenze acquisite in una decennale esperienza di amministratore comunale, sia a livello dell’istituzione scolastica, con l’ideazione e la partecipazione a numerosi progetti finanziati con fondi europei nell’ambito della formazione continua, dell’inclusione e degli scambi internazionali con Norvegia, Francia, Cipro, Malta, Turchia, Ucraina, Portogallo, Estonia, Germania. Ha fatto parte del Comitato per la razionalizzazione della formazione turistica e la promozione della cultura dell’ospitalità presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Gruppo di Lavoro costituito a Roma presso il Ministero dell’Istruzione per l’elaborazione del curricolo relativo agli istituti professionali alberghieri. Ha partecipato, come commissario o come presidente, a commissioni esaminatrici di concorsi per docenti e per dirigenti; ha al suo attivo pubblicazioni sulla scuola e sul turismo come opportunità di dialogo e di sviluppo. Nel 2010 ha ricevuto la medaglia d’oro dell’Università “Taras SHEVCHENKO” di Kiev, per la promozione dei rapporti interculturali tra Italia e Ucraina nel settore della cultura, istruzione e turismo; nel 2015 è stato insignito dal Presidente della Repubblica dell’onorificenza di Cavaliere al merito della Repubblica Italiana. Oggi continua il suo impegno come Presidente dell’IRASE (Istituto per la Ricerca Accademica Sociale ed Educativa - Marche), ente di formazione accreditato presso il Miur, nell’ambito del quale ha tenuto corsi di formazione e di preparazione ai concorsi della scuola, per docenti e dirigenti».

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Il presente manuale di preparazione ai concorsi a cattedra - in due volumi - costituisce una sintesi completa ed efficace dei contenuti richiesti dalle prove somministrate ai candidati. In questo primo libro si espongono gli aspetti prettamente legislativi del mondo della scuola, nonché quelli legati alle tematiche dell’autonomia, governance e organizzazione delle istituzioni scolastiche. Si tratta della realtà dell’INVALSI e dell’INDIRE, allargandosi inoltre alla visione del Quadro Europeo delle Qualifiche e ai differenti progetti a connotazione europea. Sono infine presenti approfondimenti sulle tematiche inerenti diversabilità, Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA), Bisogni Educativi Speciali (BES) e accoglienza degli alunni stranieri.

Elio Carfagna

IL CONCORSO A CATTEDRA

Elio Carfagna

IL CONCORSO A CATTEDRA manuale di preparazione Legislazione scolastica Autonomia e organizzazione Governance delle istituzioni INVALSI e INDIRE

cosa

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devo

sapere

Scuola inclusiva BES e DSA Quadri europei Accoglienza alunni stranieri

PROFESSIONE DOCENTE


Elio Carfagna

IL CONCORSO A CATTEDRA manuale di preparazione Legislazione scolastica Autonomia e organizzazione Governance delle istituzioni INVALSI e INDIRE

cosa

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devo

sapere

Scuola inclusiva BES e DSA Quadri europei Accoglienza alunni stranieri

PROFESSIONE DOCENTE


IL CONCORSO A CATTEDRA manuale di preparazione Autore: Elio Carfagna

Coordinamento e redazione: Diego Mecenero

Progetto grafico e impaginazione: ELI

Responsabile di produzione: Francesco Capitano © 2020 La Spiga EDIZIONI Via Soperga, 2 - 20124 Milano tel. 02 2157240 info@elilaspigaedizioni.it www.elilaspigaedizioni.it

© 2020 EDIZIONI il capitello Via Sansovino 243/22/R - 10142 Torino tel. 011 4513611 info@capitello.it www.capitello.it

Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione totale o parziale così come la sua trasmissione sotto qualsiasi forma o con qualunque mezzo senza previa autorizzazione scritta da parte dell’editore. L’editore è a disposizione degli aventi diritto tutelati dalla Legge per eventuali e comunque non volute omissioni o imprecisioni nell’indicazione delle fonti bibliografi che o fotografiche. Stampato in Italia presso Tecnostampa – Pigini Group Printing Division Loreto - Trevi 20.83.355.0


Prefazione Perché un Dirigente Scolastico di pluridecennale esperienza sente il bisogno di redigere una Guida, caratterizzata da una pratica forma sintetica, alla legislazione essenziale che regola l’organizzazione della scuola? Perché nell’ultimo ventennio la scuola ha subito trasformazioni profonde nel tentativo, ancora non del tutto riuscito, di uscire dalla autoreferenzialità, di collocarsi in un’ottica europea, di garantire una piena inclusività e dare una risposta ai bisogni formativi dei giovani. In una società sempre più complessa e complicata, dove i valori fondanti della persona sono messi in continua discussione, i giovani sono alla ricerca di certezze culturali, di formazione rispondente alle continuamente nuove professioni richieste da un mondo multietnico e sempre più globalizzato: queste risposte le cercano, in modo particolare, nella scuola.

Un altro motivo sta nella passione, l’attaccamento, l’interesse di un educatore che, attraverso esperienze di docente prima in vari ordini di scuola, poi da Dirigente, ha creduto - e crede tuttora - nella scuola, nei giovani e che vuol continuare a trasmettere, attraverso docenti preparati e motivati, un messaggio positivo e costruttivo perché educatori si resta anche quando la carta di identità ti dice “è passato il tuo tempo; ora riposati”. Un’altra spiegazione la collego alla mia esperienza di docente di legislazione scolastica presso la Scuola Interuniversitaria di Specializzazione all’insegnamento secondario dell’Università di Macerata; diversi, fra le studentesse e gli studenti che hanno seguito con interesse il corso, li ho ritrovati docenti nella mia scuola. La conoscenza delle norme, da loro acquisita, la loro interpretazione non tanto letterale quanto valoriale e di prospettiva progettuale, ha vivacizzato i vari organi di gestione della scuola, in particolare il Collegio dei Docenti. 3


In quella sede i docenti hanno suggerito, prospettato, sostenuto, caldeggiato idee, proposte in linea con il filo rosso dei vari progetti europei e dell’autonomia scolastica, che, dal 1999, ha determinato il profondo cambiamento dell’organizzazione, degli obiettivi e dei contenuti previsti dalla legislazione scolastica e la cui potenzialità non appare ancora sufficientemente assimilata. Questa vivacità, a volte subita, anche con qualche borbottio, da chi era abituato ad una scuola consuetudinaria, ha rappresentato momenti di crescita del ruolo del Collegio dei Docenti, del suo sapersi collocare all’esterno della scuola per recepirne bisogni, idee, proposte, collaborazioni.

La loro conoscenza ed i loro suggerimenti interpretativi della norma ha rappresentato, per me Dirigente, un’ottima risorsa, facilitandomi la funzione e la creazione di un rapporto costruttivo sostanzialmente ben socializzato, con positiva ricaduta sulla qualità dell’offerta formativa e sul rapporto con gli studenti, in modo particolare con quelli che accusavano svantaggi vari, difficoltà di inclusione e/o diversamente abili. Queste semplici riflessioni mi hanno suggerito l’elaborazione della presente guida nella convinzione che un docente, padrone ed interprete della norma, possa rappresentare, per la scuola, una poderosa e vivace risorsa; diversamente sarebbe un docente dimezzato nella sua professionalità. Auspico che questi appunti siano utili per chi si cimenta nei vari concorsi, ma possa anche rappresentare un ulteriore momento di riflessioni, in una prospettiva europea e multiculturale, per coloro che già operano nella scuola. Elio Carfagna

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La Costituzione della Repubblica Italiana

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LA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

Premessa

«Il linguaggio è l’erba verde, capiscono anche i bambini di due anni». (Roberto Benigni)

La Costituzione della Repubblica Italiana rappresenta l’insieme delle norme fondamentali di un ordinamento giuridico, cioè le regole che disciplinano i trattati dell’organizzazione dello stato e le relazioni dello stesso con i cittadini; è scritta quando le norme fondamentali sono costituite da documenti scritti approvati dal Parlamento e pubblicati sull’organo ufficiale dello Stato (Gazzetta Ufficiale per l’Italia); può non essere scritta quando gli ordinamenti sono retti da un complesso di atti e norme consuetudinarie. La Costituzione è la Legge fondamentale dello Stato Italiano e rappresenta la fonte primaria del diritto, ponendosi al di sopra di qualsiasi altra norma giuridica; è stata legittimata dalla volontà popolare a suffragio universale (per la prima volta hanno votato le donne) il 2 giugno 1946, quando tutti gli italiani sono stati chiamati al voto referendario per il referendum istituzionale (scelta fra monarchia e repubblica) e ad eleggere l’Assemblea costituente, con il compito di scrivere il testo della Costituzione. La volontà popolare, scegliendo a larga maggioranza la forma repubblicana, nei fatti ha anticipato l’articolo 139 successivamente inserito nel testo costituzionale. La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale.

L’Assemblea Costituente fu composta da 556 deputati eletti, tra i quali vennero individuati 75 parlamentari rappresentativi di tutti i partiti politici presenti in Parlamento, espressione di visioni politiche differenti, a volte diametralmente opposte (pensiero cattolico, liberale, marxista, ecc...); ma, nonostante le differenti visioni politiche, dopo ampi dibattiti ed approfondimenti, è prevalsa la forte volontà di redigere un testo per l’Italia e gli italiani, non riferibile all’una o all’altra forza politica né strumentalizzabile. 6


LA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

Il punto fondamentale che ha unito tutti i costituenti è stata l’ispirazione antifascista che connota i primi 12 articoli e che è rafforzata dalla dodicesima norma transitoria. È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista; in deroga all'articolo 48, sono stabilite con Legge, per non oltre un quinquennio dall'entrata in vigore della Costituzione, limitazioni temporanee al diritto di voto e alla eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista.

La Costituzione è formata da 139 articoli e da 18 disposizioni transitorie e finali dettate allo scopo di regolare il passaggio dal vecchio regime al nuovo ordinamento democratico. LA COSTITUZIONE ITALIANA UN LIBRO

ORIGINI

FORMATA DA

cosa è

● È la Legge fondamentale dello Stato.

● Comprende i principi fondamentali che tutte le altre Leggi devono rispettare.

cosa indica cosa definisce

● Enuclea i valori su cui lo Stato si fonda e stabilisce la sua organizzazione.

2 giugno 1946

Referendum tra Monarchia (no) e Repubblica (sì).

1 gennaio 1948

Entra in vigore la Costituzione Italiana.

18 disposizioni finali 139 articoli

● Democrazia ● Lavorista ● Uguaglianza ● Pluralistico ● indivisibilità della Repubblica ● Riconoscimento dei diritti inviolabili ● Tutela delle minoranze linguistiche.

Articoli 13-54

● Titolo 1: rapporti civili. ● Titolo 2: rapporti etico-sociali. ● Titolo 3: rapporti economici. ● Titolo 4: rapporti politici.

Articoli 55-139

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PRINCIPI

Articoli 1-12

DIRITTI E DOVERI

ORDINAMENTO DELLA REPUBBLICA

● Parlamento ● Governo ● Presidente della Repubblica ● Regioni, Province, Comuni ● Magistratura ● Corte costituzionale.


LA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

La Costituzione della Repubblica Italiana è stata approvata il 22 dicembre 1947, ed è entrata in vigore il primo gennaio 1948; essa determina i principi fondamentali di una Repubblica democratica e laica e disciplina l’organizzazione dello Stato - ponendo i principi di base della comunità statale, la forma di Stato, di Governo - e i diritti e i doveri dei cittadini. La revisione costituzionale è resa possibile da quanto previsto dall’articolo 138, con un iter parlamentare lungo e complesso, richiedente maggioranze assolute ed eventuale referendum confermativo, a tutela e rispetto delle decisioni del popolo.

Le Leggi di revisione della Costituzione e le altre Leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione. Le Leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La Legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi. Non si fa luogo a referendum se la Legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.

Il testo originale della Costituzione è stato modificato nel 2001 (Legge Costituzionale n. 3), quando è stata riscritta una parte del Titolo V (cinque articoli) che non stravolge l’impostazione originaria, ma disciplina diversamente rapporti e competenze fra Stato centrale ed enti locali (Regioni, Province, Comuni, Città metropolitane). Una successiva (2005) proposta di riforma costituzionale approvata dal Parlamento non ha avuto seguito per il risultato negativo del referendum confermativo, a dimostrazione che la volontà popolare, chiamata ad esprimersi, supera, se necessario, il deliberato parlamentare. Una ulteriore proposta di revisione della Costituzione della Repubblica Italiana, presentata dal governo Renzi l’8 aprile 2014, che si prefiggeva «il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V, parte II della Costituzione», è stata approvata dal Parlamento italiano il 12 aprile 2016 e sottoposta a referendum confermativo il 4 dicembre 2016, con esito negativo in quanto respinta con circa il 60% dei consensi dei cittadini italiani I primi dodici articoli enunciano i principi fondamentali, che affermano i valori imprescindibili su cui si fonda lo Stato e che sono libertà, 8


LA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

uguaglianza, solidarietà; per questi non è prevista, in nessun caso, alcuna ipotesi di revisione. I principi fondamentali stabiliscono dei criteri di ordine generale a cui si devono attenere le Leggi ordinarie, non hanno un limite temporale e sono di estrema attualità, impermeabili a qualsiasi mutamento del periodo storico. La seconda parte della Costituzione, compresa fra gli articoli 13 e 54, è dedicata ai diritti e ai doveri dei cittadini. Questa parte regola i rapporti civili, etico-sociali, politici, economici. La terza parte, costituita dagli articoli dal 55 al 139, è dedicata all’ordinamento della Repubblica.

Le fonti del diritto Prima di entrare nel merito della Costituzione, è opportuno accennare alle fonti del diritto e alla gerarchia delle fonti medesime. Per “fonte del diritto” si intende ogni atto giuridico avente forza di Legge o altro elemento in virtù del quale vengono emanate, modificate o eliminate le norme in un determinato ambito giuridico. Le “fonti” del diritto sono classificate su più livelli a seconda dell’organo che ha provveduto all’approvazione della norma avente valore di Legge. In caso di conflitto di norme fra loro contrastanti o di difficile interpretazione, prevale quella contenuta nella fonte più importante (principio di gerarchia delle norme). Il primo gradino delle fonti del diritto è dato dalla Costituzione della Repubblica Italiana che rappresenta il vertice della gerarchia. Allo stesso livello della Costituzione possono essere indicate le Leggi che disciplinano il sistema di voto, il pareggio del bilancio dello Stato e le Leggi di revisione costituzionale. Anche le norme del diritto dell’Unione Europea, che trovano fondamento e forza all’interno della Costituzione, (i patti costitutivi, l’insieme delle norme regolanti l’organizzazione e lo sviluppo dell’Unione Europea e i rapporti tra gli stati membri, consacrate in trattati e in altri atti, più o 9


LA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

meno vincolanti per gli Stati, come regolamenti, direttive, decisioni) si collocano ugualmente al primo livello delle fonti del diritto per cui il primato del diritto comunitario, se contrastante con il diritto interno, comporta la disapplicazione della normativa nazionale e l’applicazione di quella comunitaria. Al secondo posto sono individuate le fonti del diritto statali, che comprendono: Leggi approvate dal Parlamento secondo il procedimento previsto dall’articolo 70 della Costituzione; Decreti Legge (approvati in via d’urgenza e necessità dal Governo e convertiti in Legge dal Parlamento entro 60 giorni; se decorre questo termine senza che avvenga la ratifica del Parlamento, perdono efficacia); Decreti Legislativi (approvati dal Governo sulla base di una Legge Delega deliberata dal Parlamento che fissa obiettivi, tempi e principi cui deve attenersi il Decreto Legislativo). Leggi, Decreti Legge e Decreti Legislativi hanno tutti forza di Legge; allo stesso livello seguono fonti regionali e provinciali, che comprendono Leggi regionali o delle Province autonome di Trento e Bolzano, valide solo sul territorio al quale si riferiscono.

Seguono, al terzo posto, i Regolamenti, che possono essere approvati dal governo o dai singoli ministri che danno attuazione e definiscono nel dettaglio norme fissate dalla Legge; approvati dal Parlamento oppure da organi regionali e provinciali (applicabili nei territori di competenza) oppure emanati da altri organi della pubblica amministrazione. I Regolamenti non possono modificare le norme contenute nelle fonti primarie, pur contenendo norme di non poco conto e di interesse generale, come, ad esempio, i regolamenti comunali, che disciplinano norme di traffico locale, parcheggi, utilizzo ed edificabilità dei suoli, ecc.... Fra i Regolamenti si classificano i Decreti del Presidente della Repubblica (D.P.R.), il quale adotta atti amministrativi deliberati dal governo oppure da uno o più ministri. Seguono nell’ordine i Decreti Ministeriali (D.M.) o i Decreti Interministeriali (D.I.), che hanno carattere attuativo di Leggi e Regolamenti, ed infine le Ordinanze Ministeriali (O.M.), che sono norme con le quali la Pubblica Amministrazione detta comandi di natura amministrativa per attuare e disciplinare nel dettaglio atti aventi forza di Legge, con un’efficacia generalmente limitata nel tempo, adeguatamente motivati e conformi all’ordinamento giuridico. 10


LA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

Infine, all’ultimo posto delle fonti del diritto, ci sono norme non scritte, né poste da alcuna autorità, definite consuetudini o usi, che si configurano a fronte di ripetizioni generali di comportamenti, nella convinzione di adempiere ad un dovere civico (morale, sociale) o giuridico, purché non contrastanti con norme giuridiche scritte (in caso di contrasto, usi e consuetudini perdono di efficacia). La Costituzione italiana ha carattere di rigidità, perché immodificabile nei principi di carattere generale e modificabile solo ed esclusivamente con la procedura complessa costituzionalmente sancita dal citato articolo 138, cioè il doppio passaggio fra i due rami del parlamento ed eventuale referendum popolare se le revisione non viene approvata con la maggioranza dei due terzi del parlamento. La Costituzione è votata perché rappresenta un patto fra tutte le componenti politiche espresse dal popolo italiano e rappresentate in Parlamento; è definita compromissoria, perché risultante dal contributo di una pluralità di partiti che, pur basandosi su ideologie sostanzialmente molto lontane, sono riusciti a convergerle in un unico testo e ad approvarlo all’unanimità; ha la caratteristica della democraticità, in quanto è espressione della partecipazione e del dibattito, a volte molto serrato, dei partiti politici rappresentati all'interno dell’Assemblea Costituente, del confronto con i sindacati e le parti sociali e del giudizio definitivo del popolo attraverso il referendum confermativo. Un'altra caratteristica della Costituzione è la sua natura programmatica, perché rappresenta ed individua nei suoi articoli un programma, sia pure di larga massima, al quale il governo si deve attenere e per il quale il governo deve lavorare. I poteri dello stato sanciti dalla Costituzione sono: • il potere legislativo esercitato dal Parlamento eletto dai cittadini attraverso la formulazione e l’approvazione delle Leggi; Con la Legge Costituzionale Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari pubblicata sulla Gazzetta ufficiale del 12/10/2019 il Parlamento ha ridotto la rappresentanza parlamentare in numero di 400 deputati, 200 senatori e 5 senatori a vita nominati dal Presidente della Repubblica. Tale Legge è diventata esecutiva con il referendum confermativo del 20 e 21 settembre 2020 e le disposizioni ivi contenute si applicheranno a decorrere dalla data del primo scioglimento o della prima cessazione delle Camere successiva alla data di entrata in vigore di tale legge costituzionale che esplica i suoi effetti dopo il sessantesimo giorno del referendum confermativo.

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LA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

• il potere esecutivo esercitato dal governo. Per la formazione del governo, il Presidente della Repubblica, dopo la consultazione con i rappresentanti dei vari gruppi politici, nomina il Presidente del Consiglio, che accetta con riserva al fine di esplorare, interpellando le varie forze politiche presenti in Parlamento sulla base di un programma, la possibilità di costruire una maggioranza in grado di ottenere la fiducia da parte di entrambi gli organi del parlamento (Camera dei Deputati e Senato della Repubblica). Il Presidente incaricato, dopo questa verifica, propone al Presidente della Repubblica la lista di ministri e sottosegretari che possono assolvere al compito di governare il paese; quindi il Presidente della Repubblica valuta la proposta e nomina i vari ministri. Il Governo viene legittimato, nel suo potere esecutivo, solamente dopo l’ottenimento della fiducia dei due rami del Parlamento, espressa a maggioranza assoluta dei voti; • il potere giudiziario, del tutto autonomo dal potere legislativo e dal potere esecutivo. Il potere giudiziario viene esercitato dalla Magistratura, governata dal Consiglio Superiore della Magistratura, un organo completamente indipendente, composto da magistrati, in parte eletti ed in parte nominati dal Parlamento o dal Presidente della Repubblica. Il Consiglio Superiore della Magistratura è presieduto dal Presidente della Repubblica. I POTERI DELLO STATO

LEGISLATIVO

Parlamento

ESECUTIVO

Governo

LEGISLATIVO

Magistratura

LEGISLATIVO

eletto da

● Eletto da cittadini. ● Camera (400 deputati). ● Senato (200 senatori + nominati a vita.

scelto da composto da

● Presidente del Consiglio (nominato da Presidente della Repubblica + la fiducia del Parlamento). ● Ministri (nominati dal Presidente della Repubblica su consiglio del Presidente del Consiglio).

governata da composta da

Consiglio Superiore della Magistratura Magistrati

Parlamento / Delegati regionali

Promulgare Leggi / Sciogliere le Camere

con potere di

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LA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

Il Presidente della Repubblica, eletto dal Parlamento integrato dai delegati nominati da ogni singola Regione in rapporto alla propria popolazione, rappresenta lo Stato in tutte le sue accezioni: oltre a presiedere il Consiglio Superiore della Magistratura ed essere il capo delle Forze Armate, ha il potere di sciogliere una o ambedue le Camere rappresentative del popolo, laddove verifichi che non esiste più una maggioranza a supporto del governo e di promulgare le Leggi approvate dal Parlamento. La promulgazione di una Legge presuppone la verifica della compatibilità costituzionale e della copertura finanziaria: qualora il Presidente della Repubblica ravvisi elementi di incostituzionalità o di insufficiente copertura finanziaria, può rimandare la proposta di Legge al Parlamento affinché venga riesaminata sulla base dei rilievi formulati. I primi dodici articoli della Costituzione sono dedicati ai principi fondamentali; a questi vanno aggiunti, come valore universale, gli articoli 21, 33 e 34, oggetto del seguente approfondimento.

Articolo 1 «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Questo primo articolo: • sottolinea l’immutabilità della forma repubblicana; • afferma il principio lavorista su cui poggia l’intero assetto della Costituzione, come è stato anche sottolineato dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 86 del 1977; • evidenzia la sovranità del popolo che ne ha avallato la scelta con il referendum del 1946, quando i cittadini hanno esercitato il loro potere sovrano eleggendo i propri rappresentanti in forma diretta. La sovranità popolare si identifica tanto nella democrazia rappresentativa attraverso il voto per l’elezione dei propri rappresentanti alla Camera dei Deputati o al Senato, nei consigli di Comuni, Province e Regioni, quanto nella democrazia diretta, attraverso il referendum. La norma non legittima la democrazia assembleare, perché il popolo esercita la sua sovranità solamente nel quadro di uno stato di diritto soggetto al rispetto della Costituzione e delle Leggi ordinarie dello Stato, approvate dal Parlamento. Ne consegue che il cittadino, attraverso il voto, delega, senza vincolo di mandato, il parlamentare eletto a rappresentarlo, nei vari organismi 13


LA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

nazionali e territoriali, per la cura degli interessi dei singoli e della nazione nel suo complesso.

Articolo 2 «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». Questo articolo definisce il principio umanista e solidarista della Repubblica riconoscendo e garantendo i diritti inviolabili dell'uomo come singolo e come membro di una società. Il principio personalista, consolidato dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 167 del 1999, ponendo come fine lo sviluppo di ogni persona umana e la tutela dei propri diritti, li connette ad una serie di doveri da adempiere attraverso un ruolo attivo e consapevole, che metta a disposizione della società comportamenti ed azioni tese a realizzare gli obiettivi costituzionalmente sanciti nell’interesse collettivo dei cittadini. Questo articolo conferma due principi di grande importanza: il principio pluralista, per cui la tutela dei diritti si estende alle formazioni sociali - famiglia, scuola, partiti politici, associazioni in cui si realizza la personalità dei singoli individui - e il principio solidarista, inteso in senso politico (elettorato attivo e passivo) ed economico (contributo che ogni cittadino è tenuto a dare in proporzione alle proprie risorse finanziarie), oltre al rispetto di una serie di doveri sociali, quali ad esempio la difesa della patria.

Articolo 3 «Tutti i cittadini hanno pari dignità e sono eguali davanti alla Legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». L’articolo 3 rappresenta il cardine e il fondamento dell’intera Costituzione. Introduce il principio di uguaglianza formale di ogni cittadino, che ha pari dignità di fronte alla Legge e specifica le condizioni che possono essere oggetto di discriminazioni dell’uno rispetto all’altro: è la logica con14


LA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

clusione dell’analisi dell’esperienza storica del fascismo che aveva limitato o negato diritti fondamentali (ad esempio, il diritto all’esercizio del libero pensiero e le Leggi razziali del 1938). L’articolo 3 sancisce il concetto di uguaglianza sostanziale effettiva fra i cittadini e impegna lo Stato alla rimozione degli ostacoli che impediscono l’esercizio dei diritti individuali, poiché nella realtà quotidiana esistono numerosi fattori di disuguaglianza; affida alla Repubblica il compito di ridurre le disparità sociali anche da un punto di vista economico, approvando Leggi che tendano a superare le difficoltà dei meno abbienti. In questo contesto, il principio di uguaglianza non è da intendere tanto come uguale distribuzione di beni, quanto come uguale possibilità di acquisirli nel corso degli anni, favorendo iniziative che rendano il cittadino finanziariamente autonomo attraverso il lavoro.

Articolo 4 «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società». L’articolo 4 analizza il lavoro da diversi punti di vista, perché esso è un’attività che concorre al progresso della società, è la fonte di sostentamento dell'individuo nel corso degli anni, è l’emanazione della sua personalità. Due sono gli indirizzi giurisprudenziali interpretativi di questo articolo: un indirizzo fa coincidere il primo comma con il diritto ad avere un posto di lavoro e a conservarlo; l’altro identifica il diritto al lavoro in un obiettivo programmatico e nel principio volto a vincolare le istituzioni e la collettività all'obiettivo programmatico stesso, al fine di assicurare ad ogni individuo lo svolgimento di un'attività idonea per consentirgli una qualità di vita dignitosa. La più importante applicazione di questo principio in effetti si avrà soltanto nel 1970 con l'approvazione della Legge 300, voluta dal ministro del lavoro Brodolini, scritta di pugno dal giuslavorista Gino Giugni. Questa Legge, nota come lo Statuto dei lavoratori, stabilisce fondamentali norme a tutela dei diritti personali e sindacali dei lavoratori, favorendo l’ingresso delle organizzazioni sindacali nei luoghi di lavoro e la concertazione. 15


LA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

Con la privatizzazione del rapporto di lavoro dei pubblici dipendenti, dal 1993 lo Statuto dei lavoratori è applicabile anche al personale dipendente dello Stato e, di conseguenza, anche a tutto il personale della scuola. Lo Statuto dei lavoratori è una Legge fondamentale di civiltà, di tutela dei lavoratori e, nello stesso tempo, di tutela anche dell'impresa perché, nel momento in cui le regole sono precise, concertate e valide per tutti, ciascuno, nell’esercizio del proprio ruolo e delle proprie funzioni, può organizzarsi nel miglior modo possibile per perseguire l'obiettivo del benessere dello Stato attraverso il benessere dei propri cittadini.

Articolo 5 «La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento». La Repubblica è una e indivisibile: così viene enunciato il principio fondamentale dell'unità e della indivisibilità dello Stato Italiano. Con unità si indica l'unificazione normativa fra Stato, Regioni, Province e Comuni, integrati in un sistema di valori individuati solo ed esclusivamente dalla Costituzione. Così si afferma il principio della prevalenza delle esigenze di carattere unitario dello Stato, che coordina tutto l'ordinamento giuridico dello Stato stesso, prevalente sulla legislazione locale, e ribadisce fortemente il principio della leale collaborazione tra lo Stato, le Regioni e le altre autonomie locali costituzionalmente riconosciute. Il concetto di indivisibilità va inteso, dalla giurisprudenza, come divieto di dividere il territorio italiano in più Stati; trattandosi di un limite assoluto, non è ammessa la secessione voluta da alcune forze politiche, in quanto l’indivisibilità presuppone l’illegalità di qualsiasi attività volta a disgregare o a frazionare il territorio della Repubblica. La Costituzione riconosce, tuttavia, un sistema di autonomie locali che la giurisprudenza è concorde nel riconoscere al governo degli Enti locali (Regioni, Province e Comuni) l’autonomia di dotarsi di un proprio indirizzo amministrativo e politico volto al pieno soddisfacimento delle esigenze della collettività rappresentata. Una svolta per il potenziamento delle funzioni e competenze delle autonomie locali viene determinata dalla modifica costituzionale del Titolo 16


LA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

V (Legge Costituzionale n. 3/2001), che ha avvicinato la struttura dello Stato a un concetto pseudo-federalista che però, a causa dell’insufficiente chiarezza di ruoli, funzioni e competenze concorrenti fra Stato centrale e autonomie locali, sta generando conflitti, la cui soluzione viene demandata alla Corte Costituzionale, che rischiano di ritardare l’adozione di provvedimenti che, invece, richiederebbero soluzioni rapide. La struttura dello Stato Italiano, unitario ma con autonomie locali, è stata talora al centro di un vasto dibattito negli ultimi vent’anni. Più volte è stata proposta la trasformazione dell’Italia in una Repubblica federale.

Articolo 6 «La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche». Questa norma costituzionale è applicabile in modo particolare nelle Regioni a statuto speciale (Val d'Aosta, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Sicilia, Sardegna) che tutelano le loro minoranze attraverso il bilinguismo; dànno, cioè, la possibilità di utilizzare in maniera paritaria anche nelle scuole la lingua italiana e la lingua madre. Il modello di separatismo linguistico, in vigore in Trentino Alto Adige e nelle province di Trieste e Gorizia, tende a separare i gruppi, attribuendo a ciascuno, per esempio, proprie scuole, dove l'idioma dell'altro gruppo è studiato come seconda lingua (ad esempio, il ladino in Alto Adige). Anche le denominazioni delle città, delle vie, delle insegne pubbliche vengono scritte nella lingua madre e in italiano. Dal 1999, la Legge n. 482 tutela altre minoranze linguistiche (albanesi, altoatesini, carinziani, carnici, catalani, croati, francoprovenzali, francofoni, friulani, greci, ladini, occitani, sardi, sloveni, rom e sinti), per favorire l’utilizzo delle lingue originali e la conservazione degli usi e costumi. Dal 2001 è stato riconosciuto il diritto al bilinguismo anche alle minoranze slovene.

Articolo 7 «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale». Questo articolo regola i rapporti fra lo Stato Italiano e la Chiesa Cattolica, due ordinamenti indipendenti ciascuno nella propria autonomia. Non sempre è stato così. I rapporti tra Stato e Chiesa, che già più volte, 17


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nel corso dei secoli, avevano evidenziato criticità anche gravi, si erano ulteriormente irrigiditi e resi difficili dopo la presa di Roma del 1870 e la successiva dichiarazione di Roma capitale d’Italia, fatti che portarono il Papa a dichiararsi prigioniero politico in Vaticano. Le posizioni contrapposte vennero superate solo nel 1929 con la sottoscrizione dei Patti Lateranensi, firmati l’11 febbraio 1929 tra stato fascista e Santa Sede, i quali stabiliscono che i rapporti tra lo Stato e la Chiesa sono regolati da intese concordate senza revisione costituzionale e definiscono la Religione cattolica “religione di Stato”. Le disposizioni di questo articolo sottendono, in qualche modo, la questione delle ingerenze politiche della Chiesa, attraverso le prese di posizione delle sue gerarchie, nelle questioni inerenti la vita politica italiana; interferenze non giuridicamente perseguibili. Ad esempio, basterebbe citare i programmi didattici della scuola elementare del 1955 che stabiliscono che l’istruzione abbia come suo fondamento e coronamento l'insegnamento della “dottrina cristiana” secondo la forma ricevuta dalla tradizione cattolica. Queste sottese ingerenze vengono sostanzialmente superate con la revisione dei Patti Lateranensi nel 1984 che, tra le altre cose, abolisce la congrua per i parroci e rende libero e facoltativo l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole. L’articolo 7 è stato quello più lungamente discusso dall'Assemblea Costituente perché, per arrivare alla sua stesura definitiva, si sono ripetutamente scontrate due linee di pensiero: la linea di pensiero cattolica, sostenuta fortemente dalla Democrazia Cristiana e dal suo vicesegretario Giuseppe Dossetti, e la concezione laica, sostenuta da Palmiro Togliatti, i cui punti di riferimento erano rappresentati dai partiti della sinistra (socialista e comunista). Frutto, dunque, di un compromesso fra due concezioni politiche sostanzialmente opposte, l’articolo presenta un profilo giuridico abbastanza approssimativo perché utilizza nozioni come quelle di indipendenza, di sovranità che presuppongono l'elemento di territorialità e si adattano male a definire la relazione della Chiesa con l'ordinamento statale. La formulazione approssimativa ha finito per rendere difficoltosa la definizione del principio di laicità dello Stato, tant’è vero che la Corte Costituzionale, con sentenza n. 203 del 1989, sostiene che la laicità non implica indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni, ma assegna allo Stato la garanzia della salvaguardia della libertà di religione, in regime di pluralismo confessionale e culturale. 18


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Articolo 8 «Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla Legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per Legge sulla base di intese con le relative rappresentanze». Questo articolo richiama il primo comma dell’articolo 3 ed il principio di laicità dello Stato; oggi, ancora più che in passato, esprime la sua modernità e attualità a seguito della globalizzazione che comporta migrazioni molto consistenti di persone dalle più diverse convinzioni religiose. L’articolo è stato approvato dopo discussioni approfondite: il problema principale consisteva nel come regolamentare i rapporti fra lo Stato e le diverse confessioni religiose, non cattoliche, con sovranità limitata (diversamente dalla religione cattolica regolamentata dall’articolo 7), i cui statuti non debbono contrastare con l’ordinamento giuridico dello Stato Italiano. Il rapporto con le confessioni acattoliche è regolato da Leggi ordinarie e - altro principio importante - non è obbligatorio regolamentare i rapporti con una religione diversa da quella cattolica mediante una Legge Costituzionale. Di conseguenza, i rapporti fra lo Stato e le altre religioni si fondano su un sistema di intese legittimate da Leggi ordinarie. Va ricordato che la Corte Costituzionale, con una sentenza del 1993, ha riconosciuto che tutte le confessioni religiose sono in grado di rappresentare i bisogni spirituali dei propri membri e quindi non possono essere oggetto di discriminazioni. Per superare l'effettiva disparità di trattamento fra le varie confessioni religiose si dovrebbe procedere all’abrogazione della disciplina sui culti ammessi, risalente al biennio 1929/30 e all’approvazione di una legislazione unilaterale sulla libertà religiosa.

Articolo 9 «La Repubblica promuove lo sviluppo e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione». La sintesi dell’articolo 9 indica come priorità per il futuro dell’Italia tre concetti fondamentali: cultura, ricerca e ambiente. I costituenti hanno riconosciuto il sapere, nella sua accezione più profonda, come valore più ampio su cui fondare l’attività di ricerca intendendo lo sviluppo della conoscenza come la più grande opportunità per il progresso dell’Italia. Questa intuizione lungimirante dei costituenti oggi è più che mai at19


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tuale a fronte del velocissimo progresso tecnologico e della globalizzazione dell’economia, che richiedono professioni avanzate nei settori della tecnica e della ricerca. L’articolo sottende la necessità di percorsi di formazione e di istruzione innovativi e pioneristici (specialmente nelle università), audaci ed avanzati rispetto al pensiero comune. Il secondo comma è rivolto alla tutela del paesaggio che, nell’epoca contemporanea, ha assunto un’importanza fondamentale. L’interpretazione corretta e coerente con l’età contemporanea va oltre la concezione del paesaggio data dai costituenti, che lo intendevano in modo statico, come panorama naturale avente valore estetico e culturale. Infatti, negli anni Ottanta, la Corte Costituzionale ha dato un’interpretazione estensiva del termine “paesaggio” qualificando l’ambiente come “valore costituzionale”; da ciò emerge che la protezione dell’ambiente non deve perseguire finalità astratte, ma deve esprimere «l’esigenza di un habitat naturale nel quale l’uomo vive e agisce e che è necessario alla collettività e, per essa, ai cittadini». La profonda mutazione delle condizioni economiche ha richiesto, e continua a richiedere, lo sfruttamento delle risorse naturali non rinnovabili, con conseguente inquinamento dei paesaggi e dell’ambiente naturale, ma molte norme hanno recepito le indicazioni della Corte Costituzionale (ad esempio, le Leggi sullo smaltimento dei rifiuti, la Legge Galasso, che ha posto vincoli in materia paesaggistica a tutela delle bellezze naturali; la Legge antismog, già a partire dal 1966).

I movimenti ecologisti contemporanei, richiamandosi alla filosofia di questo articolo, pongono in maniera intensa la necessità di una profonda riflessione sulla tutela dell’ambiente e del paesaggio, richiamando non solo la corretta applicazione delle Leggi vigenti, a volte intese come Leggi manifesto poco applicate, ma soprattutto la necessità di una nuova cultura della tutela dell’ambiente, che può maturare attraverso percorsi di istruzione e formazione fin dalla più tenera età: di conseguenza si chiede che vengano affidati alla scuola l’onere, l’impegno e la responsabilità della maturazione di una nuova sensibilità ambientale. Per dare compiutezza all’articolo 9, fin dal 1975, per la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico e artistico, è stato istituito il Ministero dei Beni Culturali, le cui competenze organiche sono state definite nel 2004, con il D.lgs. n. 42. 20


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Articolo 10 «L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla Legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla Legge. Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici». Il primo comma di questo articolo impegna la Repubblica ad accogliere e includere nel proprio ordinamento le norme del diritto internazionale, delle quali tutte le forze presenti in Parlamento dovrebbero avere consapevolezza, nonché le norme consuetudinarie vigenti nel rapporto fra i singoli stati. Il secondo comma garantisce la tutela dei cittadini stranieri che risiedono in Italia, la cui situazione giuridica va equiparata a quella prevista dalle norme internazionali. In seguito alla nascita dell’Unione Europea, che non esisteva ancora quando la Costituzione è stata varata, l’attuale ordinamento prevede due categorie di cittadini stranieri: quelli provenienti da un paese dell'Unione Europea la cui tutela è simile a quella dei cittadini italiani, e quelli provenienti da un paese extra europeo per i quali sono previste restrizioni all'ingresso e alla permanenza sul territorio della Repubblica. Gli altri due commi esprimono norme di carattere umanitario: il primo, confermando i principi di uguaglianza e libertà costituzionali, riconosce il diritto d'asilo agli individui perseguitati nei loro paesi d'origine, dove non possono esercitare diritti e libertà democratiche per persecuzioni politiche e/o ideologiche; il secondo impedisce l’estradizione di persone accusate di reati politici, cioè di crimini commessi per opporsi a un regime dittatoriale e autoritario. In questo periodo di globalizzazione e di forte emigrazione da paesi poveri, in guerra, o dove non vengono tutelati i principi fondamentali delle libertà democratiche, è necessario capire chi è minacciato nel suo Paese e ha diritto all’asilo politico, per distinguerlo dai cosiddetti “migranti economici”: esistono molti Paesi nei quali le libertà democratiche caratteristiche dell’Occidente non vengono rispettate, ma l’emigrazione non sempre avviene per ragioni di democrazia: essa può scaturire da bisogni materiali, dalla povertà e dalla speranza di una vita migliore. La concessione del diritto d’asilo diventa, quindi, molto più complessa, 21


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perché, qualora queste due dimensioni si sovrappongano, lo Stato appare restio a concedere il diritto d’asilo. Per completezza va aggiunto che fenomeni epocali di emigrazione non possono essere affrontati autonomamente da ogni singolo Stato, per cui è ancora più impellente una politica unitaria che impegni tutta l’Europa ad affrontare e gestire questo evento destinato a durare nel tempo.

Articolo 11 «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». L’assemblea costituente, con questo articolo, sottolinea il principio pacifista dello Stato Italiano che ripudia ogni strumento di aggressione verso qualsiasi popolo o etnia. L’articolo risente fortemente del momento storico della sua stesura: l’Italia era appena uscita dalla guerra e temeva il ripetersi degli errori del regime fascista, che aveva trascinato la Nazione a combattere la seconda guerra mondiale con esiti disastrosi. La giurisprudenza concorda nel sostenere l'ammissibilità della guerra difensiva intesa come intervento per difendere il territorio, ma mai come intervento di aggressione. La seconda parte di questo articolo concede all'Italia la parità con gli altri Stati e puntualizza che l’Italia «consente […] limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni». Ciò è fortemente lungimirante, in quanto ha legittimato costituzionalmente lo Stato Italiano ad aderire a nuovi organismi sovranazionali come la Comunità Europea, tra i cui obiettivi fondanti c’è il principio del dialogo fra i popoli per garantire a tutti pace e sviluppo e l’Organizzazione delle Nazioni Unite, il cui obiettivo principale è quello di creare le condizioni per riportare la pace fra i popoli in conflitto.

Articolo 12 «La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni». Questo articolo stabilisce il modo in cui si presenta la bandiera italiana. Le origini del Tricolore italiano, si dice, risalgano a due studenti dell’Uni22


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versità di Bologna, Luigi Zamboni e Giovanni Battista de Rolandis che, per primi, nel 1794, accostarono in una coccarda i tre colori bianco, rosso e verde, modificando quella francese. Il bianco e il rosso ricordavano il colore delle rispettive città d’origine (Bologna e Castell’Alfero - Asti), il verde era il colore della speranza, in quel caso di restituire l’indipendenza al Comune di Bologna. La speranza presto svanì, perché i due giovani patrioti furono scoperti e giustiziati. Il 7 gennaio 1797 nasce ufficialmente la bandiera italiana, quando il Parlamento della Repubblica Cispadana presentò il tricolore nel teatro regio di Reggio Emilia, e stabilì ufficialmente: «che si renda universale lo Stendardo o Bandiera Cispadana di Tre Colori Verde, Bianco, e Rosso, e che questi tre Colori si usino anche nella Coccarda Cispadana, la quale debba portarsi da tutti». Nel 1848 la bandiera tricolore diventa il simbolo del Regno di Sardegna; i Savoia aggiunsero nel mezzo il loro stemma bordato di azzurro. Dopo l’unificazione d’Italia (1861), il tricolore è divenuto la bandiera del Regno d’Italia ed è rimasto dopo il passaggio da monarchia a repubblica (è stato solo eliminato lo stemma monarchico). Giosuè Carducci, nel discorso celebrativo del centenario della nascita della bandiera, ha paragonato i colori del tricolore “alle nevi delle Alpi, l’aprile delle valli, le fiamme dei vulcani”. I colori della bandiera italiana assumono anche un significato religioso legato alle tre virtù teologali: fede, speranza e carità. L’accostamento tra virtù e colori è di facile intuizione: il bianco è la fede, il verde la speranza e il rosso la carità. Infine, i colori della bandiera sono legati ai valori universali di giustizia, uguaglianza e libertà.

La Legge 22/1988 definisce l’uso pubblico del tricolore, prevedendone l’esposizione negli edifici pubblici con a fianco, in posizione secondaria, la bandiera dell’Unione Europea. La stessa Legge ha concesso a Regioni, Province e Comuni il potere di disciplinare autonomamente l’esposizione delle bandiere all’interno e all’esterno delle proprie sedi. Dal punto di vista giuridico, l’articolo 12 ha la funzione di rendere immodificabile il simbolo ufficiale dello Stato per impedire che una qualsiasi maggioranza politica possa aggiungere arbitrariamente al tricolore qualsiasi simbolo di natura identitaria o identificatoria. Il vilipendio della bandiera italiana è penalmente perseguibile. 23


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Articolo 21 «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. […] Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La Legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni». Questo articolo garantisce la libertà di manifestazione del pensiero, ritenuta dalla dottrina e dalla giurisprudenza uno dei fondamenti dell’ordinamento italiano, tanto da escludere la possibilità di sottoporlo a revisione.

Cosa significa? • Soggetti titolari del diritto: cittadini e stranieri, singoli o in forma collettiva • Libertà di informare: esamina e garantisce la diffusione di informazioni e opinioni. • Include: diritto di cronaca, diritto di critica, diritto di satira.

Si ritrova lo stesso principio nella Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino, che afferma: «libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni, uno dei diritti più preziosi dell'Uomo; ogni cittadino può dunque parlare, scrivere, stampare liberamente, salvo a rispondere dell'abuso di questa libertà nei casi determinati dalla Legge». La garanzia della libera manifestazione del pensiero è una condizione imprescindibile per la vita stessa di un regime democratico, poiché ha l’obiettivo di assicurare la formazione di proprie convinzioni e una opinione pubblica libera da ogni condizionamento e fondata criticamente; essa, dunque, esprime un valore fondamentale dell'odierna società democratica. La norma in oggetto sancisce l'inviolabilità nei confronti di tutti i soggetti della libera manifestazione del pensiero e la tutela sotto ogni forma, scritta, parlata e con ogni mezzo di diffusione.

Coerentemente con quanto affermato dalla Corte Costituzionale che il pluralismo informativo è il “valore centrale” di ogni ordinamento democratico, la giurisprudenza riconosce il diritto di cronaca e la libertà di informare, ritenendo impossibile distinguere fra espressione del pensiero e narrazione dei fatti. 24


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In particolare, la Corte, con la sentenza del 1993 n. 112, ha sostenuto l’esistenza di un imperativo costituzionale, che impone un diritto all’informazione caratterizzato dal pluralismo delle fonti a cui attingere notizie e conoscenze; dall’obiettività e dall’imparzialità dei dati forniti; dalla correttezza e dalla completezza dell’attività di informazione; dal rispetto della dignità umana; dal rispetto dell’ordine pubblico e del buon costume. I soli limiti imposti alla libertà di manifestazione del pensiero riguardano il dovere di difendere la Patria, e quindi di non diffondere notizie che possono mettere in pericolo la sicurezza dello Stato, il segreto giudiziario (non possono essere diffuse notizie su atti processuali, per garantire l’efficace andamento della giustizia), la difesa della riservatezza e dell’onorabilità delle persone.

Tre sono i principi a cui deve attenersi il diritto di cronaca: • la verità dei fatti che richiedono la valutazione della attendibilità delle fonti di conoscenza; • la pertinenza cioè l’interesse pubblico che può avere la divulgazione di una notizia; • la continenza, cioè la correttezza delle espressioni che vengono utilizzate.

Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e le manifestazioni contrari al buon costume.

Articolo 33 «L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sulla istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed Istituti di educazione, senza oneri per lo Stato. La Legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad essa piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali. È prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale. Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle Leggi dello Stato». 25


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Cosa significa? • Controllo dell’insegnamento in Italia, non monopolio. • Libertà di insegnamento (il docente svolge la sua attività senza vincoli di natura religiosa, ideologica e politica, ma con l’obbligo di rispettare la libertà di opinione degli allievi). • Presenza di scuole statali per tutti i tipi, ordini e gradi di istruzione. • Ammissione, per esami, ai vari gradi dell’istruzione scolastica e dell’abilitazione professionale. • Parificazione delle scuole private a quelle statali, quanto agli effetti legali e al riconoscimento professionale del titolo di studio.

Questo articolo ribadisce che la scuola è un diritto per tutti i cittadini, stranieri compresi, e che lo Stato ha il dovere di istituire scuole statali per ogni ordine e grado. Viene ampliato e confermato il concetto espresso dall’articolo 21 con l’affermazione che l'insegnamento dell'arte e della scienza è libero: ciascuno può esprimere il proprio pensiero, le proprie manifestazioni artistiche, senza che lo Stato possa imporgli limiti o dirigerne gli indirizzi. La libertà d'insegnamento significa che il docente ha il diritto di realizzare la propria funzione, la propria attività, esprimere le teorie che intende professare senza alcun vincolo di natura religiosa, politica, ideologica, di scegliere il mezzo con cui manifestare il proprio pensiero e il proprio metodo di insegnamento; c’è un limite fondamentale: il rispetto della libertà di opinione dei singoli alunni. Di conseguenza il compito del docente non è quello di trasmettere teorie per indirizzare opinioni, ma, attraverso le teorie, sviluppare il pensiero critico e divergente dello studente. Nell’Unione Europea la libertà di espressione dell’arte e della scienza è disciplinata dall'articolo 13 della Carta dei diritti fondamentali, secondo la quale «le arti e la ricerca scientifica sono libere; la libertà accademica è rispettata», chiarendo più esplicitamente il concetto di libertà in quanto le arti e la ricerca scientifica non possono e non debbono essere strumentalizzate. L’articolo 33 afferma, inoltre, che lo Stato non detiene il monopolio dell’istruzione, in quanto è possibile l'istituzione di scuole da parte di enti e privati; ma l’istituzione scolastica privata non deve comportare oneri per lo Stato. 26


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La costante giurisprudenza offre una duplice interpretazione della locuzione «senza oneri per lo Stato». Un orientamento dà un’interpretazione letterale della locuzione affermando che lo Stato non può intervenire finanziariamente in nessun modo a favore delle scuole private; un’altra interpretazione attribuisce allo Stato la possibilità di sostenere gli Istituti privati attraverso la concessione di facilitazioni fiscali oppure di forme di assistenza economica alle famiglie che optano per l’istruzione privata. La Legge 10 marzo 2000 n. 62 stabilisce le condizioni necessarie per poter autorizzare la parità scolastica alle scuole private. Le scuole private non possono adottare programmi in contrasto con la Costituzione; inoltre debbono prevedere all’interno dei loro piani dell’offerta formativa, ai sensi dell’articolo 21 della Legge 59/1997 e del D.P.R. 275/1999, le indicazioni e le Linee Guida previste dallo Stato per le scuole pubbliche. Per ottenere la parità le scuole private devono assumere docenti abilitati secondo le norme dello Stato e prevedere la gestione della scuola attraverso gli organi collegiali previsti dal Decreto Legislativo 416/1974. La Costituzione riconosce anche alle Università il diritto di darsi ordinamenti autonomi, nei limiti della Legge, ma vengono sottoposte al controllo da parte dello Stato in merito al rispetto dei principi di legalità e trasparenza.

Articolo 34 «La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze che devono essere attribuite per concorso». Cosa significa? • Libero accesso all’istruzione scolastica, senza alcuna discriminazione. • Obbligatorietà e gratuità dell’istruzione dell’obbligo. • Riconoscimento del diritto allo studio anche a coloro che sono privi di mezzi, purché capaci e meritevoli mediante borse di studio, assegni ed altre provvidenze da attribuirsi per concorso. 27


LA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

Il diritto, che ogni cittadino ha, di accedere al sistema scolastico, va inteso come possibilità, per chiunque, di accedere alla scuola, a prescindere dalla propria situazione economica; lo Stato è obbligato a consentire l’effettività di questo diritto. La possibilità dell'Istruzione dell'obbligo è garantita dalla gratuità, mentre lo Stato assicura l’accesso all'istituzione superiore attraverso la concessione di provvidenze a chi è privo di mezzi, purché si dimostri meritevole e capace. Relazione del Presidente della Commissione per la Costituzione Meuccio Ruini che accompagna il Progetto di Costituzione della Repubblica italiana, 1947, Articolo 34: «Uno dei punti al quale l'Italia deve tenere è che nella sua costituzione, come in nessun'altra, sia accentuato l'impegno di aprire ai capaci e meritevoli, anche se poveri, i gradi più alti dell'istruzione. Alla realizzazione di questo impegno occorreranno grandi stanziamenti; ma non si deve esitare; si tratta di una delle forme più significative per riconoscere, anche qui, un diritto della persona, per utilizzare a vantaggio della società forze che resterebbero latenti e perdute, di attuare una vera ed integrale democrazia».

La Corte Costituzionale, con sentenza numero 454/1994, ha ritenuto ingiustificatamente discriminatoria l’esclusione degli alunni delle scuole private dalla possibilità di ottenere provvidenze, in quanto l'adempimento dell'obbligo scolastico non è necessariamente legato alla frequenza solo delle scuole pubbliche o di quelle autorizzate a rilasciare titoli di studio aventi valore legale. Il Decreto Legislativo 276/2005, modificando la durata dell'obbligo scolastico (nelle scuole pubbliche è assicurato a tutti il diritto all'istruzione e alla formazione per almeno 12 anni o, comunque, sino al conseguimento di una qualifica di durata almeno triennale entro il diciottesimo anno di età), di fatto estende la possibilità di provvidenze, a favore dei meno abbienti, per tutta la durata dell’obbligo scolastico. Il diritto all’istruzione è garantito anche dall’articolo 14 dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

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