edizione gialla
edizione gialla a cura di
Gianluca Pasqual edizione gialla
Floriferis ut apes in saltibus omnia libant, omnia nos itidem depascimur aurea dicta, aurea, perpetua semper dignissima vita. Aurea dicta, dal De rerum natura di Lucrezio (III, 12), vuole mettere l’attenzione proprio sul valore fortemente esemplare e pedagogico della letteratura latina: parole che irradiano la luce di una grande civiltà nella quale - e senza alcuna retorica - ancora oggi ci dobbiamo riconoscere.
Giancarlo Pontiggia Maria Cristina Grandi
Aurea dicta
RISORSE PER L’INSEGNANTE
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1 23
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Aurea dicta
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Giancarlo Pontiggia Maria Cristina Grandi
Aurea dicta Storia e testi della letteratura latina
1 23
RISORSE PER L’INSEGNANTE Indicazioni e risorse Ampliamenti e approfondimenti dell'analisi dei testi dei grandi autori presentati nei tre volumi
Percorsi 1. Il tempo delle origini 2. Proemi e poetiche 3. Un evento cruciale della storia di Roma: la congiura di Catilina 4. Il sogno
Prove di verifica 1. Verifiche testuali 2. Verifiche sommative per sezioni 3. Altre prove di verifica
Soluzioni delle verifiche Il piacere di apprendere
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Gruppo Editoriale ELi
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Gianluca Pasqual
Giancarlo Pontiggia Maria Cristina Grandi
Aurea dicta Storia e testi della letteratura latina
RISORSE PER L'INSEGNANTE
Gruppo Editoriale ELi
Il piacere di apprendere © Casa Editrice G. Principato
Coordinamento redazionale: Marco Mauri Progetto grafico e impaginazione: Controlx Copertina: Enrica Bologni
Prima edizione: aprile 2022 Printed in Italy © 2021 - Proprietà letteraria riservata È vietata la riproduzione, anche parziale, con qualsiasi mezzo effettuata, compresa la fotocopia, anche ad uso interno o didattico, non autorizzata. Le fotocopie per uso personale del lettore possono essere effettuate nei limiti del 15% di ciascun volume dietro pagamento alla SIAE del compenso previsto dall’art. 68, commi 4 e 5, della legge 22 aprile 1941 n. 633. Le riproduzioni per finalità di carattere professionale, economico o commerciale o comunque per uso diverso da quello personale, possono essere effettuate a seguito di specifica autorizzazione rilasciata da CLEARedi (Centro licenze e autorizzazioni per le riproduzioni editoriali), corso di Porta Romana 108, 20122 Milano, e-mail autorizzazioni@clearedi.org e sito web www.clearedi.org. L’editore fornisce – per il tramite dei testi scolastici da esso pubblicati e attraverso i relativi supporti o nel sito www.principato.it e www.gruppoeli.it – materiali e link a siti di terze parti esclusivamente per fini didattici o perché indicati e consigliati da altri siti istituzionali. Pertanto l’editore non è responsabile, neppure indirettamente, del contenuto e delle immagini riprodotte su tali siti in data successiva a quella della pubblicazione, dopo aver controllato la correttezza degli indirizzi web ai quali si rimanda.
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La casa editrice attua procedure idonee ad assicurare la qualità nel processo di progettazione, realizzazione e distribuzione dei prodotti editoriali. La realizzazione di un libro scolastico è infatti un’attività complessa che comporta controlli di varia natura. È pertanto possibile che, dopo la pubblicazione, siano riscontrabili errori e imprecisioni. La casa editrice ringrazia fin da ora chi vorrà segnalarli a: Servizio clienti Principato e-mail: info@principato.it
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Indice Indicazioni e risorse
7
Dalle origini all’età di Cesare
8 87
L’età di Augusto Dalla prima età imperiale ai regni romano-barbarici
144
Percorsi
169
Il tempo delle origini
170
Proemi e poetiche
176
Un evento cruciale della storia di Roma: la congiura di Catilina
186
Il sogno
191
Prove di verifica
195
Premessa
196
Verifiche testuali
197
Verifiche sommative per sezioni
242
Altre prove di verifica
258
Soluzioni Soluzioni delle verifiche finali contenute nei volumi
311
Soluzioni delle verifiche sommative per sezioni
325
Soluzioni delle prove di certificazione linguistica latina
331
Indice delle rubriche Educazione civica e Cultura e società
333
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Com’è fatto
Aurea dicta
Le aperture introducono all’argomento del capitolo mediante una suggestiva immagine e una citazione emblematica. Le parole chiave danno immediata evidenza alle tematiche fondamentali.
Un’ampia galleria antologica di testi in latino, latino/italiano, italiano, sempre introdotti e annotati, prevede pagine di Lettura e interpretazione, specifiche indagini sulle forme espressive, esercizi mirati di analisi e confronto intertestuale.
Un ricco apparato di rubriche propone approfondimenti di argomento storico, letterario, linguistico, filosofico, mitico, antropologico, e consente di instaurare collegamenti fra autori, opere, tematiche di epoche diverse: Dialogo con i modelli, Le forme dell’espressione, Le figure del mito, Fonti visive, e molte altre ancora.
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Con i Laboratori entriamo nell’officina dello scrittore per imparare a riconoscere gli attrezzi del mestiere e a usarli adeguatamente.
I sussidi allo studio prevedono Sintesi, Mappe e Verifiche per aiutare lo studente nella memorizzazione e nel ripasso dei contenuti appresi.
Le schede di Educazione civica offrono un percorso di approfondimento di temi di cittadinanza. Un ricco apparato d’appendice (nozioni di metrica, glossario retorico-stilistico, indici dei nomi e delle traduzioni) supporta lo studio e la consultazione.
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Indicazioni e risorse I quesiti sui classici: risposte e sviluppi La sezione «Indicazioni e risorse» prende in esame gli esercizi di analisi e di approfondimento che sono stati riservati, nell’arco dei tre volumi, ai grandi classici, ossia alle opere e agli autori fondamentali del patrimonio letterario latino, destinati di norma alla lettura in lingua originale. Si tratta di un centinaio di testi altamente significativi (da Plauto e Terenzio a Sant’Agostino), dotati di uno speciale valore esemplare (una sorta di canone antologico della letteratura latina), e che pertanto meritano particolare attenzione da parte dei discenti. I curatori non si sono limitati a fornire esaurienti indicazioni per avviare e gestire il lavoro richiesto dai singoli quesiti, ma si sono proposti di delineare volta per volta un possibile orizzonte di lettura, spesso con l’ausilio di indicazioni bibliografiche, di nuove letture critiche o di testi aggiuntivi (cfr. la rubrica Risorse), che potranno essere utilizzati dall’insegnante in modo personale, vario e flessibile.
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1 Dalle origini all’età di Cesare
5 4
Plauto
T 9 Il miles e il parassita Miles gloriosus 1-78
1. Per restare ai personaggi del Miles presenti nel Percorso antologico: Pirgopolinice (nome composto di pirgos = «torre»; polis = «città»; niche = «vittoria») significa «Vincitore (Conquistatore, Espugnatore) di torri e di città»; Artotrogo (nome composto di artos = «pane» e trogo = «rodere», «masticare») significa «Masticapane», «Rodipane»; Filocomasio (nome composto di filos, «amante», e komos, «festa, banchetto») significa «festevole, gioiosa», «amante dei banchetti»; Palestrione, il cui nome deriva dal greco palaistra, significa «Atleta»; Periplectomeno, dal greco periplekesthai («abbracciare»), potrebbe significare «colui che abbraccia», per l’indole generosa del senex. 2. Rispetto al testo latino, la traduzione elimina o aggiunge i dimostrativi in base alla funzionalità scenica fondamentale, ovvero, come nella didascalia di un copione, marcare distanza o vicinanza tra gli attori. Si segnalano qui i casi seguenti: l’«eccolo qua» con cui Artotrogo si presenta in terza persona, nella prima battuta; il «costui» con cui Artotrogo si riferisce a Pirgopolinice rivolgendosi “a parte” al pubblico qualche battuta più oltre. 3. Tra gli oggetti militari nominati, spiccano il clipeus (v. 1), la machaera (vv. 5, 53), i generici arma (v. 16). Né mancano termini come bellator (con il quale si introduce la comica similitudine con il dio Marte; v. 11), il verbo occidere (vv. 45, 53), i sostantivi hostes (v. 8), virtutes (vv. 12, 32, 53), imperator (v. 15), legiones (v. 17), facta (v. 57), latrones (vv. 74, 76), satellites (v. 78) ed espressioni come stipendium dinumare (v. 74) e conscribere (v. 76), così come l’inusitato e giocoso vocabolo peditastelli (v. 54), diminutivo di peditaster, a sua volta derivato di pedes (insomma dei «fanterelli», se non «fanterucoli»). E già qui andrà considerata la disinvolta commistione di vocaboli greci (machaera) e latini, di costumi orientali (la presenza dei latrones, soldati mercenari) e nazionali, giustamente richiesta da un genere come la palliata, ambientata in Grecia ma destinata a un pubblico romano. Al mondo militare attengono anche i due altisonanti composti coniati da Plauto al v. 14: Bumbomachides (composto di bómbos, «fragore, rimbombo» e máchomai, «combattere» = «colui che combatte strepitando») e Clutumistharidysarchides (composto di clytós, «inclito, illustre», mèstor, «comandante», dys, equivalente al nostro -dis, prefisso con valore peggiorativo, árcho, «comandare» = «illustre per incapacità di comando»). E si osservi, infine, il gioco ambiguo e scintillante dei significati, di cui Plauto è straordinario maestro: acies (v. 4) vale nel contesto «vista», «occhio», ma anche «battaglia», «schiera». 8 © Casa Editrice G. Principato
T9 Il miles e il parassita
4. Gli «a parte» sono una delle tecniche mediante le quali Plauto rompe l’illusionismo scenico, la separazione fra attori e pubblico: rivolgendosi direttamente agli spettatori, Artotrogo non solo mette alla berlina il personaggio del miles gloriosus, ma trasforma l’azione teatrale in un grande gioco di smascheramenti e di finzioni. Nel passo, l’esempio più clamoroso è ai vv. 21 ss., quando Artotrogo svela l’impostura e la boria del miles, confessando di aver venduto la verità in cambio dei suoi meravigliosi pasticci di olive.
5-6-7. Il mondo plautino è un mondo liberatorio e carnevalesco, in cui dominano gli istinti corporei, sesso e cibo in primis. Sul tema, si leggano le fondamentali pagine di Maurizio Bettini [ RISORSE 2]. La maschera del parassita, già nella commedia greca, era abbinata a quella del miles gloriosus: e infatti nella palliata romana ritroviamo questo abbinamento sia in Plauto (Artotrogo e Pirgopolinice) sia in Terenzio (Gnatone e Trasone nell’Eunuchus). Il parassita plautino è ancora il classico scroccone della commedia greca, ma con verosimili innesti dell’atellana italica, dove già si davano maschere come Manducus, un personaggio che doveva certo, come Artotrogo, essere perennemente dominato dal venter (v. 33) e da una fame atavica. Artotrogo, per altro, nel Miles gloriosus è destinato a sparire subito dalla scena: la sua funzione è quella di dar rilievo alla maschera iperbolica e straripante del miles smargiasso, caratterizzato dalle sesquispedali vanterie militari e amorose. La palliata era ambientata nel mondo greco (nel Miles a Efeso, in Asia Minore), e prevedeva dunque la presenza non solo di usi e di costumi ma anche di personaggi estranei alla mentalità romana, a cominciare dal miles protagonista della commedia, che nei versi conclusivi della sequenza sostiene di essere al servizio di un re Seleuco, per il quale sta raccogliendo mercenari (una pratica sconosciuta alla Roma di età repubblicana). Sul pubblico di Plauto doveva d’altronde esercitare un certo fascino la frequente allusione a un mondo esotico e remoto, benché trattato fantasticamente, come quello cui si allude nel dialogo: ed ecco gli elefanti indiani (v. 26), o il catalogo delle imprese compiute in Cilicia, in Lidia o in Cappadocia (per altro inframmezzati da luoghi inesistenti come la Scitolatronia). Per un approfondimento del tema, cfr. anche T4, Leggere un testo critico, p. 117.
RISORSE 1
Plauto, Il soldato fanfarone Si fornisce una traduzione del passo plautino, tratta da Il soldato fanfarone, introduzione di C. Questa, traduzione di M. Scandola, Rizzoli, Milano 1980. pirgopolinice, artotrogo
(uscendo di casa e parlando all’interno) Mi raccomando: il mio scudo deve brillare più dei raggi del sole, quando il cielo è terso. Voglio che in caso di bisogno, nel pieno della battaglia, esso abbagli la vista ai nemici... Ma ora consoliamo questa mia spada, che non si lamenti né si perda d’animo, se da
pirgopolinice
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INDICAZIONI E RISORSE • Aurea dicta edizione gialla 1
4. Plauto
troppo tempo me la porto oziosa al fianco. poveretta, muore dalla voglia di far salsicce dei nemici... Ma dov’è Artotrogo? artotrogo Eccolo qua, al fianco di un eroe forte e fortunato, dall’aspetto regale. Marte non oserebbe asserire di esser altrettanto battagliero, né oserebbe paragonare le sue prodezze alle tue. pirgopolinice Vuoi dire quello che ho salvato nei campi gorgoglionei, dov’era comandante in capo Bumbomachide Clutumistaridisarchide, nipote di Nettuno? artotrogo Ricordo; alludi a quel tale dalle armi d’oro, di cui tu disperdesti le legioni con un soffio, come fa il vento con le foglie o con le canne dei tetti. pirgopolinice Ma questo non è niente, per Polluce! artotrogo Certo, questo non è niente – per Ercole! – a paragone di quel che potrei dire delle altre prodezze... (tra sé) che non hai mai fatto. (Piano, al pubblico) Se qualcuno dovesse trovare un uomo più impostore e più borioso di costui, mi tenga per sé: sarò il suo schiavo. Non c’è che una cosa: da lui si mangiano certi pasticci d’olive che ci si impazzisce dietro. pirgopolinice Dove sei? artotrogo Eccomi. Quell’elefante per esempio, là in India. Per Polluce! come hai fatto a spezzargli un braccio con un pugno? pirgopolinice Come un braccio? artotrogo Volevo dire una coscia! pirgopolinice Eppure fu un colpetto da niente. artotrogo Per Polluce! se ce l’avessi messa tutta, col braccio gli avresti sfondato la pelle a quell’elefante, e attraverso le budella gli sarebbe uscito dalla bocca. pirgopolinice Non ho voglia di parlar di queste cose, adesso. artotrogo Per Ercole! non val la pena che tu mi racconti le tue prodezze; le so a memoria. (Tra sé) È il ventre che mi crea tutti questi fastidi; devo allungar le orecchie, se non voglio che mi si allunghino i denti, devo passar per buone tutte le fandonie che mi racconta. pirgopolinice Che cosa volevo dirti? artotrogo Eh, lo so già quel che vuoi dire. È vero – per Ercole! – ricordo bene. pirgopolinice Che cosa? artotrogo Tutto quel che vuoi. pirgopolinice Hai?... artotrogo Vuoi chiedere le tavolette? Le ho, e anche lo stilo. pirgopolinice Con che prontezza sai uniformare il tuo pensiero al mio! artotrogo È mio dovere studiare le tue intenzioni e aver cura di subodorare ogni tuo desiderio. pirgopolinice Ti ricordi?... artotrogo Mi ricordo: centocinquanta in Cilicia, cento in Scitolatronia, trenta di Sardi, sessanta Macedoni: tanti sono quelli che hai ucciso in un sol giorno. pirgopolinice Quanto fa in totale? artotrogo Settemila. 10 © Casa Editrice G. Principato
T9 Il miles e il parassita
Dev’essere così: tu sai far bene i conti. Eppure non ho preso nessun appunto; ma ricordo ugualmente ogni
pirgopolinice artotrogo
cosa. Per Polluce! hai una gran bella memoria. artotrogo (tra sé) Me la rinfrescano i manicaretti. pirgopolinice Se continuerai a comportarti come hai fatto sinora, non ti mancherà mai da mangiare; per te, ci sarà sempre un posto alla mia tavola. artotrogo E là in Cappadocia?... Se non ti si fosse spuntata la spada, ne avresti uccisi cinquecento in un sol colpo! pirgopolinice Ma, siccome erano niente più che fanterucoli, li lasciai vivere. artotrogo Che vuoi che ti dica? Lo sanno tutti che di Pirgopolinice, al mondo, ce n’è uno solo, e che il tuo valore, la tua bellezza, le tue imprese non hanno eguali! Sono tutte innamorate di te; e non hanno torto, bello come sei! per esempio, quelle che ieri m’han tirato per il mantello... pirgopolinice Che cosa ti hanno detto? artotrogo Mi han fatto un mucchio di domande. «Ma, è Achille?» mi diceva una. «No» le risposi «è suo fratello». E allora un’altra: «È ben bello, per Càstore!» mi fa «e che distinzione! Guarda come gli sta bene quella pettinatura! Son davvero fortunate le donne che vanno a letto con lui!». pirgopolinice Così dicevano dunque? artotrogo Non m’hanno supplicato tutt’e due di farti passare oggi di là, come si fa con la processione? pirgopolinice È una vera disgrazia esser troppo bello! artotrogo Eh sì, è proprio così. Come sono fastidiose: pregano, brigano, scongiurano di poterti vedere: vogliono che ti conduca da loro; al punto che non ho più modo di occuparmi che dei tuoi affari. pirgopolinice Mi sembra che sia tempo d’andare al foro, per dar la paga a quei soldati che ho arruolato qui ieri. Infatti re Seleuco mi ha pregato caldamente di assoldargli un po’ di mercenari, e ho deciso di dedicare al re questa giornata. artotrogo Su, andiamo allora. pirgopolinice (chiamando all’interno) guardie, seguitemi. (S’allontana col parassita e con le guardie per la via della piazza). pirgopolinice
RISORSE 2
Un tema carnevalesco: l’esaltazione della voracità Maurizio Bettini ha inserito l’universo plautino nella categoria del «carnevalesco»: un universo rovesciato e parodico, vitalistico e trionfante, nel quale rientrano il gusto della beffa e dell’insulto, l’anarchica forza liberatoria dei giochi linguistici, così come il piacere del cibo e l’esaltazione dell’ingordigia.
L’ingordigia linguistica dei servi (e non solo dei servi) plautini è pari solo a quella – corporea – dei suoi parassiti, sempre pronti a tutto concedere per soddisfare le brame sfrenate del ventre. Siamo di fronte, inutile dirlo, ad un altro tema 11 © Casa Editrice G. Principato
INDICAZIONI E RISORSE • Aurea dicta edizione gialla 1
4. Plauto
carnevalesco per eccellenza: l’iperbole alimentare, la consumazione smisurata come regola e misura della festa («Santo Pancione» era il santo comunemente associato al Carnevale in Francia). Ecco in azione Ergasilo, il parassita dei Captivi, cui è stata concessa mano libera nella dispensa per l’inatteso ritorno del figlio di Egione (vv. 901 ss.): «Se n’è andato, e mi ha affidato il supremo potere mangereccio. Dèi immortali, ora sì che gli troncherei il collo alle groppe di porco! Che morìa per i prosciutti, che strage per il lardo, che pappata di poppa di scrofa, che rovina per la cotenna. Voglio veder stremati macellai e beccai. Ma perderei troppo tempo a rammentare tutto quel che fa godere il mio ventre. In forza dei poteri conferitimi andrò ad amministrar giustizia al lardo, e soccorrerò i prosciutti impiccati senza processo». Si ode, dopo di ciò, un gran fragore di piatti e di stoviglie proveniente dall’interno della casa, mentre uno schiavetto commenta (vv. 909 ss.): «Che Giove e gli dèi tutti ti rovinino, Ergasilo, e con te il tuo ventre, e tutti i parassiti, e chi d’ora in avanti darà ancora da cena ai parassiti. Che disastro, che flagello, che ciclone si è abbatuto sulla nostra casa. Pareva un lupo inferocito, temevo che mi saltasse addosso... che paura, come digrignava i denti! Appena arrivato butta all’aria carne e e carnaio, afferra la spada, spicca di netto le ghiandole a tre groppe. Poi spacca tutte le pentole e i bicchieri che non siano almeno da un moggio e chiede al cuoco se si possono mettere sul fuoco le giare. Sfonda tutte le celle della cantina e spalanca la madia...». La guerra e la tavola, la battaglia come metafora della «strage» di vivande è uno dei temi favoriti, come si sa, di Rabelais e della letteratura burlesca in genere. Nel parassita plautino il nome stesso è, di frequente, trasparenza del ventre: Artotrogo («Divora-pani»), Curculio («Gorgoglione», il tonchio), Saturio («Pancia-piena»)... E anche in questo i riscontri con la tradizione carnevalesca (o addirittura saturnalesca) romana sono assai precisi. Verso la fine del secolo scorso Th. Mommsen rese noto, da Vercelli, un testo invero singolare, risalente probabilmente alla fine del primo secolo dopo Cristo o agli inizi del secondo: la lex Tappula. Dell’esistenza di questo parodico editto conviviale si sapeva anzi già qualcosa da una glossa di Festo, che citava in aggiunta un verso di Lucilio in cui la suddetta lex era ricordata. Ora, fra i «magistrati» rammentati nella lex Tappula compaiono, accanto a Tappo, per l’appunto un Multivorus «Molto-vorace», un Properocius «Sbrigati-presto» e (forse) un Mero «Vino-schietto». Accanto a questi simpatici magistrati, si fa menzione di una tribù Satureia, quella tribù dei «Panciapiena» cui l’omonimo parassita del Persa si sarebbe indubbiamente vantato di appartenere. L’editto cadeva in pieno periodo di Saturnali, il 22 dicembre. E certo questi burleschi collegae della Lex Tappula, questa tribù Satureia, non sono poi molto diversi dalle goderecce decuriae, dai senatus congerronum (Mostellaria 1049: «senato di compagnoni») cui il colorito universo linguistico plautino ci ha assuefatto. [M. Bettini, Introduzione a Mostellaria. Persa, Mondadori, Milano 1981, pp. 19-21
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T9 Due modelli educativi a confronto
5
Terenzio
T 9 Due modelli educativi a confronto Adelphoe 26-77
1. Un’ipotesi di divisione: Sequenza prima (vv. 26-39): Un padre preoccupato Sequenza seconda (vv. 40-67): Due fratelli in disaccordo Sequenza terza (68-77): Un padre non è un padrone 2. Si legga, in T3, cap. 1, il frammento IV, 2. La patria potestas era intesa nel diritto classico come il potere, in teoria illimitato, che il pater familias esercitava sui membri della propria famiglia: non solamente i figli, ma anche tutti i discendenti in linea maschile; le discendenti femmine rimanevano nella potestà del pater fino a che non si fossero sposate, dopo di che divenivano patrimonio della nuova famiglia del marito. La patria potestas non veniva mai meno per il raggiungimento di una maggiore età, e durava fino alla morte del pater familias. Poteva estinguersi solo quando il pater o il filius perdevano la libertà o la cittadinanza, quando il filius veniva dato in adozione, o quando il padre si rendeva colpevole di crimini sessuali. Si consideravano invece liberi dalla potestà coloro che diventavano flamines o vestali. 3-4-5. Liberalitas andrà tradotto con «indulgenza», sulla scorta di Donato che scrive: pudore ad filios rettulit, liberalitate ad parentes. Entro una concezione “liberale” della vita, si innesta una nuova idea di pedagogia, fondata sui valori dell’amor, dell’amicitia, della clementia, dell’otium. Il padre, entro questa nuova prospettiva, non è più un dominus, né il figlio un servus, come invece prescriveva il tradizionale concetto di patria potestas (cfr. 1). Tutto il discorso di Micione, soprattutto se letto parallelamente alle straordinarie battute di Cremete nell’Heautontimorumenos [ T6, vv. 77-79], rivela dunque una nuova visione del mondo, che potremo compendiare nel termine latino humanitas. Non v’è dubbio che questa nuova visione del mondo sia legata all’affermarsi di nuovi modelli urbani: la contrapposizione tra vita di città e vita di campagna (fra urbanitas, fondata sui valori della clementia e dell’otium, e rusticitas, fondata sui valori della parcitas e della duritia: cfr. vv. 42 e 45) connota, negli Adelphoe, la contrapposizione tra due modelli di vita, il primo legato agli antichi mores latini, il secondo alle nuove filosofie ellenistiche cui Roma si era accostata negli anni delle guerre macedoniche. Il legame fra vita urbana e otia (v. 42) innesta riflessioni che possono già anticipare gli sviluppi della grande letteratura latina del I secolo a.C., quando da una parte (si pensi a Cicerone) si tenta una conciliazione tra le forme dell’otium e le attività legate alla vita pubblica (i negotia), dall’altro si diffonde – come nella poesia di marca neoterica – una nuova concezione della poesia come lusus raffinato, scelta di vita totale ed esclusiva. Per l’approfondimento del tema, si veda la pagina di G.B. Conte sui termini negotium e otium [ RISORSE 4]. 6. Il passo cui si allude è quello dei vv. 60-63, nel quale Micione mima la voce e gli atteggiamenti del fratello Demea, riportandone i pensieri e le convinzioni. In entrambi i casi il discorso è sviluppato mediante una serie incalzante di interrogative. Al di 13 © Casa Editrice G. Principato
INDICAZIONI E RISORSE • Aurea dicta edizione gialla 1
5. Terenzio
là delle consonanze quasi letterali (Cur potat?, v. 62; Cur nunc apud te potat?, v. 799), emerge da entrambi i passi il profondo contrasto fra le due visioni del mondo di cui i fratelli sono portatori. Ancora più significativo, il fatto che i vv. 799-802 avverino con impressionante realismo la “recita” dei vv. 60-63. L’exploit mimetico di Micione è un’ulteriore prova del carattere nuovo, realistico, della commedia terenziana. 7. Il confronto fra i due testi è naturalmente un confronto non omogeneo, non solo perché il passo terenziano è un monologo e quello plautino un dialogo scintillante di battute, ma anche perché la commedia plautina è intesa solo a produrre divertimento e comicità, mentre quella terenziana si propone di far riflettere lo spettatore, ed è tutta pervasa di intenti morali. Nondimeno, andrà isolato il termine plautino del v. 22 – pergraecaminei (da pergraecari = «vivere alla greca») – nel quale «c’è tutta la riprovazione che la romanità di tipo “catoniano” dimostrava nei confronti dei greci, accusati di essere troppo inclini a lussi e mollezze» (Bettini). La contrapposizione fra Grumione, servo di campagna, e Tranione, il servus callidus che ha traviato il suo padroncino, inducendolo a una vita prodiga e dissipata, è già di per sé uno spaccato della nuova Roma che era venuta a contatto con i modelli di vita orientali. Si osservi come Tranione insista sull’elemento campagnolo di Grumione: An ruri censes te esse? (v. 7); Abi rus (v. 8). E come Grumione, dal canto suo, accusi Tranione di essere un «damerino di città»: Tu urbanus vero scurra (v. 15). L’identificazione fra rus e antiqui mores da una parte, urbs e vita alla greca dall’altra, doveva insomma già essere un luogo comune all’epoca di Plauto. Terenzio rilancia il tema fin dall’esordio degli Adelphoe: Micione rivela di aver scelto una comoda vita in città senza alcun obbligo di lavoro (ego hanc clementem vitam urbanam atque otium/ secutus sum, vv. 42-43), e per questo è indulgente, prodigo, non autoritario; Demea, al contrario, passa la vita in campagna (ruri agere vitam, v. 45), e per questo è così economo, rigido, severo con il figlio. Benché l’ambiguo finale degli Adelphoe sembri scompaginare questo semplice schema interpretativo, non v’è dubbio che la contrapposizione fra vita di città e vita di campagna sottintenda un grande dibattito storico-culturale, attraverso il quale potremmo leggere l’intera cultura romana degli ultimi due secoli della repubblica.
RISORSE 3
Terenzio, Il monologo di Micione Si fornisce una traduzione del passo terenziano, tratta da Terenzio, Commedie, 2 voll., a cura di A. Arici, Zanichelli, Bologna 1965. micione
(esce di casa, chiamando) Storace!... (poi, a parte) Eschino non è rincasato questa notte, dopo il pranzo, né alcuno dei servi che erano usciti ad incontrarlo. È proprio vero quello che dicono: quando ti assenti e ti attardi in qualche luogo, è meglio per te se ti capita quanto dice e pensa a tuo riguardo una moglie adirata, piuttosto che quello che immaginano dei genitori amorevoli. Tua moglie, se sei in ritardo, o pensa che tu sei innamorato, o che una donna è innamorata di te, o che sei rimasto a bere e che ti dai bel tempo, e che a te la va benone, mentre a lei, che è sola, tutto 14 © Casa Editrice G. Principato
T9 Due modelli educativi a confronto
va male. Io, per il fatto che mio figlio non è tornato a casa, a quali malanni vado pensando e per quante ragioni mi tormento! Avrà preso freddo, o avrà fatto una caduta, o si sarà rotto qualche cosa! Ahimè! Che un uomo debba accogliere nel suo cuore o andarsi a cercare qualcosa che gli sia caro più di quanto egli sia caro a se stesso! E questo, poi, non è figlio mio, ma di mio fratello; il quale, sin dalla prima giovinezza, ha tendenze tutte diverse dalle mie. Io ho scelto una comoda vita in città, senza obblighi di lavoro; e (cosa che la gente di qui ritiene gran fortuna), non ho mai avuto moglie; lui, tutto all’opposto. Passa la vita in campagna, si regola sempre colla più rigida economia, ed è ammogliato. Gli sono nati due figli: il maggiore me lo sono adottato io e l’ho allevato fin da bambinetto; l’ho considerato ed amato come figliuolo mio, mi compiaccio di lui, è l’unica cosa che mi sia cara. e metto tutto il mio impegno a far sì ch’egli mi ricambi collo stesso sentimento; io dò largamente, io chiudo un occhio e non ritengo necessario far valere i miei diritti su tutta la linea; quelle scappatelle, che la gioventù naturalmente comporta, e che altri fanno di nascosto dai loro padri, ho abituato mio figlio a non tacermele. Perché quel giovane che si sarà assuefatto a mentire o ad ingannare il padre, o che avrà l’impudenza di farlo, tanto più l’avrà con tutti gli altri. io credo che sia meglio tenere a freno i figli colla coscienza dell’onore e colla nobiltà del sentire piuttosto che col timore. Su questo punto, mio fratello ed io non andiamo d’accordo: il mio metodo non gli va a genio. Spesso viene da me e strepita: «Ma che cosa intendi dire, Micione? perché ce lo vuoi rovinare, quel ragazzo? Perché fa all’amore? Perché beve? Perché gli fornisci i quattrini per queste cose? Tu gli concedi troppo anche per il vestire; sei veramente senza giudizio». È lui che è troppo duro, a dispetto del buono e del giusto; e sbaglia di grosso – almeno, a parer mio – chi crede che l’autorità fondata sulla forza sia più solida e durevole di quella che nasce dall’affetto. Tale è il mio metodo ed io scelgo questo partito; chi fa il proprio dovere perché vi è costretto dalla paura del castigo, sta in guardia solo in quanto pensa che i fatti suoi saranno risaputi; se spera di farla franca, torna alle proprie inclinazioni. Se invece tu l’hai vincolato a te col beneficarlo, allora è lieto di far ciò che deve, si preoccupa di ricambiare quanto ha ricevuto, e sarà sempre lo stesso, da vicino come da lontano. Questo è veramente compito di padre, abituare il figlio a comportarsi bene di sua spontanea volontà, non per paura d’altri; in questo un padre differisce da un padrone; chi non ci riesce, riconosca che non sa guidare i propri figli. – Ma ecco, non è qui lui stesso, quello di cui parlavo? Sì, certo, è lui. lo vedo triste, chissà perché; credo che vada in cerca d’un litigio, secondo il suo solito. – Demea, mi rallegro di vederti venire in buona salute.
RISORSE 4
Negotium e Otium Gian Biagio Conte sintetizza il significato dei termini negotium e otium nell’età della tarda repubblica. 15 © Casa Editrice G. Principato
INDICAZIONI E RISORSE • Aurea dicta edizione gialla 1
10. Catullo
Il termine negotium indica fondamentalmente il tempo e le attività dedicate al servizio dello stato: la politica, l’oratoria che della politica è strumento, l’attività militare. Otium designa, inversamente, il tempo libero da questi impegni; vi sono, naturalmente, vari modi, più o meno dignitosi per un membro della classe dirigente, di riempire l’otium. L’abbandono a forme di inattività molli o neghittose si esprime per lo più con i termini di ignavia, inertia, socordia, desidia; mentre la cultura romana privilegia, in genere, quelle forme di otium che conservano con il negotium un legame più o meno mediato, e permettono, per esempio, l’approfondimento intellettuale dell’attività che si compie nei negotia. Un buon modo di impiegare l’otium da parte dell’uomo politico era così il dedicarsi alla storiografia; mentre Cicerone ebbe le sue difficoltà ad accreditare presso i suoi concittadini un’attività di riflessione filosofica che pure conservava un legame organico con i problemi etico-politici della res publica. [G.B. Conte, Negotium/otium, in Letteratura latina, Le Monnier, Firenze 1987, p. 613]
10
Catullo
T 2 La dedica del libellus (1) 1. Si tratta dei termini lepidum, novum, libellum (v. 1) ed expolitum (v. 2). Se riferiti al libro-oggetto, denotano rispettivamente il grazioso, attraente aspetto esteriore del rotolo papiraceo, il fatto che sia appena uscito, le ridotte dimensioni e l’elegante levigatura dei bordi; se al libro-opera poetica, alludono programmaticamente ai tratti distintivi della poesia catulliana (e neoterica): grazia e finezza spiritosa, novità nei confronti della tradizione latina, brevitas, labor limae. 2. Si vedano le indicazioni fornite riguardo ai quesiti 1, 6, 7. 3. Catullo ostenta scherzosa noncuranza nei confronti della propria opera soprattutto riferendosi ad essa con i termini libellus e nugae, in realtà impiegati come veri e propri termini tecnici nell’ambito di una precisa dichiarazione di poetica; si riconoscono inoltre reiterate professioni di modestia nelle espressioni esse aliquid (v. 4) e quicquid hoc libelli, / qualecumque (vv. 8-9). Peraltro si mostra consapevole del suo alto valore nei due versi conclusivi, dove augura perenne vita al suo «libretto» affidandolo alla Musa, invocata secondo tradizione. 4. I casi più significativi di omoteleuto sono ai vv. 1-2 (lepidum novum libellum... expolitum) e ai vv. 6-7 (chartis... doctis... laboriosis), con l’effetto di sottolineare e collegare i termini-chiave della dichiarazione di poetica. Rilevanti soprattutto le allitterazioni tra lepidum e libellum (v. 1), quelle dei vv. 8-9 (Quare... quicquid... qualecumque... quod) e dei vv. 9-10 (patrona... plus... perenne) che enfatizzano rispettivamente le espressioni di modestia e l’auspicio finale di lunga vita alla propria opera. 16 © Casa Editrice G. Principato
T2 La dedica del libellus (1)
5. Il poeta mostra di prediligere periodi sintatticamente semplici e tendenzialmente paratattici, atti a creare un’impressione di spontaneità colloquiale; in particolare ricorre spesso a costrutti tipici del parlato, quali i genitivi partitivi dipendenti dal neutro singolare di un aggettivo o di un pronome (hoc libelli, v. 8), ovvero di un avverbio; cfr. anche quantum... hominum venustiorum (3, 2 [ T4]) e tantum... basiorum (5, 13 [ T6]). 6. Ai vv. 3-4 Catullo dichiara di dedicare il libellus a Cornelio, che più volte aveva espresso il proprio apprezzamento nei confronti della sua poesia (namque tu solebas/ meas esse aliquid putare nugas). Allude inoltre a una stretta comunanza di intenti sul piano letterario: infatti ai vv. 6-7, elogiando l’opera storica di Cornelio, le attribuisce i pregi della brevitas (tribus... chartis, tre soli libri per una storia universale), della dottrina erudita (doctis) e del labor limae, l’attenta rifinitura stilistica (laboriosis), dunque le medesime caratteristiche del libellus catulliano (vv. 1-2), secondo i basilari princìpi della poetica neoterica. Per un approfondimento del tema, cfr. RISORSE 5. 7. Il diminutivo libellus allude insieme alla ridotta mole dell’opera, in ossequio all’imperativo callimacheo e neoterico della brevitas, e alla scherzosa svalutazione della propria poesia espressa poco dopo con il termine nugae (v. 4). Non è probabile che la dedica si riferisca all’intero Liber catulliano così come noi lo conosciamo (circa 2300 versi): un liber ovvero volumen (un solo rotolo di papiro) poteva contenere in media 700 versi, in ogni caso non più di 900; inoltre è impensabile che il poeta intendesse presentare come nugae componimenti ampi e impegnativi quali i carmina docta.
RISORSE 5
La poetica del neoterismo A Mario Labate dobbiamo una delle sintesi più limpide e approfondite della poetica neoterica e catulliana.
Il nome di poetae novi o neoteroi, usuale negli studi moderni, riutilizza come categoria storico-letteraria le espressioni ironiche con cui Cicerone (diversi anni dopo la morte di Catullo) faceva riferimento a certi vezzi formali della poesia «moderna». La definizione è storicamente arbitraria, ma non è solo per comodità che continuiamo a servircene. Il nomignolo è ben trovato (come spesso capita agli antipatizzanti), tanto che Catullo e i suoi amici avrebbero potuto rivendicarlo e farsene una bandiera. Voglio dire che i neoterici si sentivano consapevoli della necessità di una svolta «rivoluzionaria»: bisognava cercare un nuovo inizio, inaugurare finalmente una poesia latina di qualità. L’avversario era evidente: decaduto il teatro tragico e comico (che lasciava posto a forme meno qualificate di spettacolo scenico), restava il poema epico-storico di tradizione enniana, abbondante e sciatto, altisonante e inutilmente severo. La nuova poesia, colta ed elegante, doveva invece coltivare le forme di scala ridotta (brevi componimenti polimetrici, epigrammi, epitalami, epilli), ove potessero risaltare i pregi della dottrina, della paziente elaborazione linguistica e stilistica, della composizione 17 © Casa Editrice G. Principato
INDICAZIONI E RISORSE • Aurea dicta edizione gialla 1
10. Catullo
raffinata. In uno dei manifesti della poetica neoterica (Catullo saluta la pubblicazione della Zmyrna di Cinna) sono chiari i termini della polemica, così come è evidente la consapevolezza che questa battaglia vuole richiamare l’esempio di Callimaco (il suo odio per il poema ciclico, fangoso come la corrente del grande fiume): «La Smirna del mio Cinna, dopo nove raccolti/ e nove inverni, da quando è iniziata, ha visto la luce,/ mentre Ortensio in un anno mezzo milione di versi/ [...]/ La Smirna si diffonderà fino alle acque del Satraco,/ incanutiranno i secoli nello sfogliare la Smirna./ Gli Annali di Volusio morranno alle rive del Po/ e serviranno per incartarci gli sgombri./ I piccoli capolavori del mio amico mi devono premere,/ e la plebe si esalti per i turgori di Antimaco». I poeti nuovi ricominciavano dunque da Callimaco e dai principî della poetica alessandrina. Oltre che brevità e raffinatezza erudita, il rifiuto del grande poema epico significava attenzione per tutti gli aspetti minori del mondo umano (della leggenda come della quotidianità): piccole cose, personaggi non eroici, secondari, specialmente femminili, una natura semplice e spesso idillica, patetismo e psicologia, e anche gioco della galanteria e gusto della futilità. Aspetti che erano stati singolarmente sperimentati nella ricerca letteraria «da Ennio a Catullo» si dispongono ora in un insieme coerente, attorno a una nuova consapevolezza (suggerita appunto da Callimaco) della funzione del poeta come responsabile della propria poesia, cioè autore di scelte consapevoli, degne di essere annunciate orgogliosamente e polemicamente difese. Se Callimaco aveva salutato il sottile poema di Arato («Salve, parole sottili, pegno delle veglie di Arato»), non è infrequente il caso che uno dei neoteroi celebri nell’opera di un amico-poeta il modello di una nuova poesia: oltre al citato carme 95 di Catullo [ T28], sono famosi gli annunci della Dyctinna e della Lydia di Valerio Catone. La centralità del poeta e delle sue scelte (che da una parte sfidano opinioni consolidate nella civitas, dall’altra producono l’aggregazione elettiva, la società degli amici) è alla base di quella che si potrebbe chiamare la «riflessività» del neoterismo: la celebrazione della cerchia cortese (dei suoi valori, dei suoi riti) non è soltanto un tema prediletto nel canzoniere di Catullo, ma ne determina anche certe caratteristiche formali e stilistiche (accessibili solo a chi valuti la complessità dei piani di destinazione). Nasce soprattutto di qui il ruolo invadente che nella poesia di Catullo svolge la personalità del poeta (la sua soggettività, le sue passioni), che domina il mondo più elementare delle nugae, ma agisce anche nei carmi d’impianto complesso, come la lente attraverso cui rileggere i personaggi e le storie del mito. Questa istanza soggettiva, vivace già nella satira di Lucilio, costituisce una duratura conquista neoterica che fissa quello che non a torto viene considerato uno dei tratti specifici dell’esperienza letteraria latina. Che sia l’amore lo spazio in cui più decisamente si manifesta questa esigenza di affermazione individuale, risponde alle ragioni di un sistema culturale che proprio nell’eros reprimeva le pulsioni non riconducibili alla morale familiare e comunitaria. Ma non credo che un libro di Catullo potesse intitolarsi da Lesbia così come la monobiblos di Properzio da Cinzia. Per Catullo l’amore è un aspetto – l’aspetto più vistoso – dell’esibizione poetica della personalità. In questo senso, equivale alla vasta esibizione di umori, 18 © Casa Editrice G. Principato
T4 Per la morte del passero (3)
antipatie politiche e personali, recriminazioni, sentimenti di ammirazione e di amicizia, o anche al gesto che celebra momenti e oggetti (anche e soprattutto insignificanti) della vita del poeta. Callimaco suggeriva il modello del poeta autocosciente e polemico, ma questa specie di deliberato narcisismo portava Catullo a ritrovare anche i modi di una poesia più antica (la lirica appassionata di Saffo, l’aggressività giambica di Archiloco e Ipponatte). [M. Labate, Forme della letteratura, immagini del mondo, in Storia di Roma, volume secondo. L’impero mediterraneo. I. La repubblica imperiale, a cura di A. Schiavone, Einaudi, Torino 1990, pp. 925-927]
T 4 Per la morte del passero (3) 1. Per meglio distinguere: tra le espressioni del sermo familiaris si riscontrano costrutti sintattici (v. 2), locuzioni idiomatiche (v. 5), modi gergali tipici della commedia (ipsa = domina, v. 7), volgarismi lessicali (l’aggettivo bellus, vv. 14-15). Agli stilemi rituali del lamento funebre si richiama inoltre la struttura complessiva del componimento: cfr. Lettura e interpretazione. I diminutivi o vezzeggiativi affettuosi (v. 16; v. 18), pur non potendosi definire esclusivamente termini codificati del vocabolario neoterico, costituiscono, com’è noto, uno stilema caratteristico e ricorrente nella poesia di Catullo e dei poetae novi. Sermo familiaris
Sfera del sacro e del rito
Termini del linguaggio neoterico
quantum... venustiorum (v. 2)
Lugete o (v. 1)
venustiorum (v. 2)
suam... ipsam (vv. 6-7)
At vobis... Orci (vv. 13-14)
miselle (v. 16)
plus... oculis suis amabat (v. 5) bella.. bellum (vv. 14-15)
Passer... meae puellae (vv. 3-4)
O factum male! (v. 16)
meae... puellae (vv. 3-4; v. 17) turgiduli... ocelli (v. 18)
miselle (v. 16)
turgiduli... ocelli (v. 18)
2. Apostrofe (o Veneres Cupidinesque, v. 1; At vobis... Orci, vv. 13-14) Omoteleuto (quantum... hominum venustiorum, v. 2; meae puellae, vv. 3-4 e v. 17; solam dominam, v. 10) Anafora (Passer... Passer, vv. 3-4) Epifora (meae puellae, vv. 3-4); combinazione di Anafora + Epifora = Complexio Iperbato (suam... ipsam, vv. 6-7; it... illuc, vv. 11-12; turgiduli... ocelli, v. 18) Onomatopea (pipiabat, v. 10; intenzione fonodescrittiva in modo huc modo illuc, v. 9) Figura etimologica (it... iter, v. 11; male... malae, v. 13) Personificazione (tenebrae/Orci, vv. 13-14) Anastrofe (Tua nunc, v. 17) Per completare l’analisi a livello retorico-stilistico, si osservi il ricorso ad invocazioni esclamative intensamente patetiche (v. 16), ai caratteristici diminutivi (v. 16; v. 18), 19 © Casa Editrice G. Principato
INDICAZIONI E RISORSE • Aurea dicta edizione gialla 1
10. Catullo
all’enjambement (vv. 6-7; 11-12; 13-14; nei primi due casi associato all’iperbato), che conferisce speciale rilievo a parole ed immagini-chiave. Le numerose forme iterative (tra cui anafora ed epifora) – che ovviamente danno luogo, come del resto la figura etimologica, a sequenze allitteranti e richiami fonici – esprimono un’intensa carica patetica (rimpianto, commiserazione, partecipazione affettiva...), riecheggiando nel contempo le formule rituali del lamento funebre. 3. Si vedano le indicazioni fornite riguardo al quesito 1. Si può aggiungere che miselle (v. 16) esprime commiserazione per il «povero passerotto», per l’animaletto minuscolo e delicato smarrito nelle angosciose tenebre dell’Orco, mentre da turgiduli... ocelli (v. 18) si irradia un’intensa, amorosa tenerezza, non senza una lieve ma percepibile sfumatura di fascinazione sensuale. 4. Quemquam è accusativo di quisquam («alcuno») pronome e aggettivo indefinito maschile, che sostituisce nemo («nessuno») nelle proposizioni negative (negant redire quemquam). 5. (Educazione civica) Si potrà partire dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’animale, proclamata dall’UNESCO a Parigi il 15 ottobre 1978, e dalle «cinque libertà» sancite dal Rapporto Brambell (1965) per garantire il benessere animale. Numerosi dati sono reperibili nei siti di diverse associazioni italiane e internazionali: tra queste indichiamo il World Wildlife Fund (www.wwf.it), l’Ente Nazionale Protezione Animali (www.enpa.it), la Lega Italiana Difesa Animali e Ambiente (leidaa.info), e People for the Ethical Treatment of Animals (www.peta.org).
T 6 «Viviamo, mia Lesbia» (5) 1. Quattro sezioni di pressoché eguale ampiezza: esortazione a vivere ed amare, senza curarsi del biasimo dei vecchi moralisti (vv. 1-3); riflessione sulla caducità della vita umana, in contrasto con la ciclica rinascita della natura (vv. 4-6); richiesta di una smisurata quantità di baci (vv. 7-9); invito a confonderne il conto, per non saperne, e per non far sapere agli invidiosi, il numero esatto (vv. 10-13). Non vi è transizione apparente fra la prima e la seconda sezione, ma si intuisce il subentrare improvviso della cupa e desolata constatazione dell’incombente destino di morte, in contrasto con lo slancio dell’invito al pieno e libero godimento della vita e dell’amore (Vivamus; ma la vita è tanto, troppo breve!). Ancora per contrasto e senza collegamenti espliciti il passaggio successivo: al pensiero della morte che inesorabilmente ci attende, risorge con imperiosa e frenetica urgenza l’invito all’amore. La quarta e ultima sezione del carme, introdotta dall’ennesimo Dein (v. 10), sembra inizialmente legarsi alla precedente senza soluzione di continuità. Ma è proprio l’intensità “eccessiva” di quella felice ebbrezza amorosa a destare un sussulto d’ansia superstiziosa, che nella quarta e ultima sezione del carme si risolve nell’inatteso gesto apotropaico di «scompigliare», «confondere la somma» dei baci. 20 © Casa Editrice G. Principato
T8 L’amore-tormento (8)
2. Un primo accostamento antitetico si istituisce nei vv. 1-3 fra gli amanti e i senes severiores, sottolineato dalla scanzonata quanto recisa esortazione a non stimarne un soldo i borbottii di riprovazione; s’intende che l’antitesi si estende a due inconciliabili visioni della vita e dell’amore (il foedus amoris catulliano e il mos maiorum). Il momento meditativo dei vv. 4-6 è affidato a un violento contrasto d’immagini, di luce e di tenebra, con un fitto e sapiente gioco di antitesi: Soles/nobis; occidere et redire/semel occidit; brevis lux/nox... perpetua. Da rilevare anche la contrapposizione, forse meno appariscente, fra l’attivo possunt e il passivo est... dormienda: qui è la stessa costruzione sintattica a rendersi figura dell’inevitabile. 3. Ai vv. 10-13, in chiusura del componimento, si incontrano i campi semantici della contabilità (milia multa fecerimus, conturbabimus) e della magia (invidere): il computo iperbolico dei baci evoca un’ironica ripresa del linguaggio contabile, che poi viene neutralizzato dal lessico della numerologia, del malocchio e dello scongiuro. Proprio la scherzosa dialettica tra la razionalità dei conti e l’irrazionalità delle pratiche superstiziose riporta alla dimensione ludica dei primi versi. 4. Catullo condivide il pessimismo della cultura classica: la vita è breve, raggiunge presto il suo apice e poi è destinata a svanire nel sonno; la brevis lux si conclude in un’indistinta e oscura nox una, sfondo oscuro e sconfinato della fugace esistenza umana. A tale pessimismo il poeta reagisce con uno slancio vitale iperbolico: da un lato l’imperativo e il colloquiale basia segnano l’esplodere impulsivo della passione; dall’altro il disporsi apparentemente ordinato dei numerali, come su un pallottoliere, ai vv. 7-9, marca, con l’ausilio dell’anafora, i gradi successivi di una climax di esaltazione amorosa che sembra sfondare ogni limite, pur restando in un ambito integralmente terreno e sensuale. Il tempo lineare, dalla vita breve alla morte eterna, per un istante è negato, quasi annullato nella sconfinata ripetizione di un identico istante.
T 8 L’amore-tormento (8) 1-2. Nei vv. 1-11 il poeta si rivolge a se stesso in II persona (Catulle, v. 1; tibi, v. 3 e v. 8; tu, v. 7 e v. 9), con l’eccezione del v. 5, dove impiega la I (nobis). Dal v. 12 al v. 18 passa bruscamente (Vale, puella; apostrofe) a indirizzare il discorso a Lesbia, cui si riferisce ora mediante espressioni verbali e pronomi di II persona, mentre parla di se stesso alla III (Catullus obdurat... nec rogabit, vv. 12-14); soltanto nell’ultimo verso ritorna circolarmente alle modalità iniziali del colloquio con se stesso (At tu Catulle, destinatus obdura, v. 19), secondo la caratteristica «composizione ad anello». Si può discutere sull’individuazione nelle varie sezioni delle forme del monologo o dell’apostrofe: se appare più opportuno, in genere, definire tecnicamente un monologo i versi 1-11 e 19 in cui Catullo si rivolge a se stesso, occorre comunque avvertire che l’intero discorso lirico si configura, indipendentemente dalle divergenti strutture allocutive, come un monologo interiore. 21 © Casa Editrice G. Principato
INDICAZIONI E RISORSE • Aurea dicta edizione gialla 1
10. Catullo
3. Per l’analisi dei tempi verbali successivamente impiegati nel testo si rinvia alla Lettura e interpretazione del carme. 4-5. Anafora: nec... nec (v. 10 e v. 13); Poliptòto: amata... amabitur (v. 5); Quis... Cui... Quem... Cuius... Quem... Cui (vv. 16-18); obdurat... obdura (vv. 11-12); rogabit... rogaberis (vv. 13-14). Il poeta impiega profusamente nel carme le figure di iterazione e le forme iterative in genere, ora indugiando nella struggente rievocazione dei giorni felici, ora esortando se stesso a resistere con fermezza e lucidità alla passione, ora nell’inveire contro Lesbia, elaborando ambigue fantasticherie vendicative, che tradiscono invece la desolazione dell’abbandono e gli spasimi della gelosia (inequivocabile il pronome interrogativo maschile singolare ossessivamente ripetuto in poliptòto ai vv. 16-18). In particolare, si segnala la vistosa ripetizione di un intero verso con un’unica, anche se significativa variazione (Fulsere... soles, v. 3 e v. 8; la seconda volta vere in luogo di quondam); analogamente, il v. 19 (At tu, Catulle, destinatus obdura) riecheggia distintamente il v. 11 (sed obstinata mente perfer, obdura). Ma il procedimento iterativo si estende anche a singoli termini, enfatizzando movenze espressive e parole-chiave, talora diversamente connotate: miser (v. 1 e v. 10); nulla (v. 5 e v. 14); nunc (v. 9; vv. 16-17, dolorosamente ribadito in antitesi al luminoso quondam del v. 3); At tu (v. 14; v. 19). In generale, il predominio delle forme iterative denuncia l’angoscioso ondeggiamento dell’animo fra la perdurante passione e la volontà di dominarla, tanto più energicamente e ripetutamente proclamata quanto più la si avverte debole, illusoria, inefficace. In questo modo la ripetizione ossessiva crea una sorta di mantra autoterapeutico di fronte al trauma dell’abbandono; al contempo, l’alternarsi tra soliloquio e apostrofe alla puella (v. 12), tra il vocativo appassionato e velleitario (Catulle ai vv. 1 e 19) e il nominativo lapidario e definitivo (Catullus al v. 12), sembra chiudere il poeta nelle pareti di una solitudine disperante e impossibile. Ben diversamente, nel carme 5 la ripetizione dei numerali ai vv. 7-9 e l’uso dell’imperativo chiamavano l’amante a una condivisione del piacere della vita.
T 11 Bizzarro invito a cena (13) 1. Espressioni tipiche del sermo familiaris sono: si tibi di favent (v. 2), formula augurale; plenus... aranearum (v. 8), di sapore proverbiale; amores (v. 9), nel senso, a tutt’oggi vivo, di «qualcosa che è un amore», «una delizia». Si aggiungano i numerosi aggettivi possessivi (mi, v. 1; noster, v. 6; tui, v. 7; meae, v. 11) e i diminutivi (Fabulle, v. 1 e v. 14), improntati a un clima di affettuosa, familiare intimità. 2-3. Sale (v. 5): ablativo singolare di sal, salis, sostantivo maschile e neutro; nel significato proprio e concreto ingrediente alimentare; in senso metaforico «arguzie», battute fini e spiritose (più consueto, in questa accezione, il plurale sales); cachinnis (v. 5): ablativo plurale di cachinnus, parola onomatopeica che indica uno scroscio di risa fragorose e gioiosamente spontanee (cfr. 31, 14 [ T14]); venuste (v. 6): vocativo dell’aggettivo venustus, da Venus, dea dell’amore e della bellezza, designa (come l’italiano «venusto», letterario e desueto) una persona avvenente e 22 © Casa Editrice G. Principato
T14 Ritorno a Sirmione (31)
leggiadra d’aspetto; nel lessico catulliano e neoterico venusti sono coloro che rendono omaggio a Venere, coltivando un ideale di vita elegante e raffinata (cfr. 3, 2 [ T4]); meros amores (v. 9): l’aggerrivo merus significa «puro», e quindi «vero», «autentico»; per amores nel lessico familiare, cfr. quesito 1. Ma l’espressione è stata interpretata anche come «poesie d’amore», in relazione all’usanza dei sodales di leggere i propri versi durante le riunioni conviviali; o ancora come «manifestazioni di sincero affetto» (in entrambi i casi non si riferirebbe dunque all’unguentum); suavius elegantiusve (v. 10): accusativi del comparativo neutro singolare degli aggettivi suavis ed elegans; meae puellae: dativo singolare; mea puella, espressione ricorrente nella poesia catulliana e neoterica, vale «la mia donna», «la donna che amo», in questo caso ovviamente Lesbia. In conclusione, è lecito affermare che tutte le espressioni citate possono essere definite parole-chiave del linguaggio neoterico, e soprattutto che valgono a delineare un esclusivo ideale di vita elegante e raffinata, condiviso dai sodales del circolo ed ispirato al culto dell’amicizia, dell’amore e della poesia, in un clima di reciproco affetto e di giocosa familiarità, che si manifesta anche tramite scherzi e arguzie finemente spiritose. Si vedano in proposito anche le illuminanti osservazioni di Mario Citroni [ T11 Leggere un testo critico, p. 274]. 4. La mancanza di beni materiali magari cospicui ma ordinari appare ben compensata dal moltiplicarsi delle definizioni prolettiche, al contempo familiari e raffinate, di quell’unico unguentum: meros amores (v. 9), in cui la «purezza» oscilla tra la materiale limpidezza del profumo e il disinteresse con cui esso è offerto in dono; i comparativi suavius elegantiusve (v. 10), che, tramite la comune evocazione di Veneres Cupidinesque, riecheggiano i venustiores del carme 3, gli esseri «d’animo gentile» in grado di apprezzare la dolcezza e l’eleganza.
T 14 Ritorno a Sirmione (31) 1. La struttura del carme si articola essenzialmente in tre parti o sezioni, la prima delle quali si può dividere ulteriormente in due momenti distinti e simmetrici, benché dal punto di vista logico-sintattico formino un unico, ampio periodo-sequenza. I) vv. 1-6: apostrofe a Sirmione, iperbolicamente elogiata per le sue bellezze naturali (vv. 1-3), che prosegue con espressioni di gioia e quasi di stupore (vix mi ipse credens, v. 5) per il ritorno dal viaggio in paesi lontani (vv. 4-6); II) vv. 7-10: in un’ampia interrogativa retorica il poeta insiste sul motivo della gioia del ritorno, in particolare sulla sensazione di sollievo e di riposo che prova nel ritrovarsi finalmente a casa, fra gli oggetti cari e familiari, in antitesi con le fatiche del lungo peregrinare; III) vv. 11-14: il componimento si chiude circolarmente, «ad anello» (Ringkomposition) su una nuova apostrofe a Sirmione personificata, seguita da altre due apostrofi (alle onde del lago, v. 13; alle risate, v. 14, pure animisticamente personificate), con l’invito a gioire del suo ritorno. 23 © Casa Editrice G. Principato
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10. Catullo
A livello stilistico si osservi che nella I sezione Catullo tende a privilegiare un linguaggio elevato e solenne, nonché scelte retoriche e sintattiche complesse, con preziosi inserti mitologici e geografici di gusto alessandrino; nella II sezione adotta invece forme relativamente più semplici, immagini più intime e familiari; la III e ultima riprende gli stilemi “alti” della I nelle cadenze solennemente rituali del saluto e delle esortazioni (gaude... gaudete), nonché nel dotto riferimento alle Lydiae... undae, per risolversi poi in una esplosione di gioia e di ilarità quasi fanciullesca, che culmina nella bizzarra immagine della chiusa. 2. Il primo vocativo è ocelle (v. 2), apposizione di Sirmio (v. 1); ocellus è il diminutivo-vezzeggiativo affettuoso del sostantivo oculus, qui impiegato in senso metaforico (cfr. nota di commento al testo); ricorre il nominativo plurale ocelli in 3, 18 [ T4] in senso proprio («gli occhietti», «i begli occhi», «gli occhi amati»). Il secondo è venusta (v. 12), aggettivo ben noto ai lettori di Catullo (cfr. 3, 2 [ T4] e 13, 6 [ T11]), attributo di Sirmio personificata (v. 12). Questa volta l’aggettivo venustus non designa i sodales del circolo neoterico, ma Sirmione «leggiadra», di cui il poeta ha già lodato la bellezza nei primi versi. Vero è che la personificazione sembra attrarre, per così dire, anche il luogo amato entro la cerchia degli affetti, delle predilezioni e dell’ideale di vita del poeta, assimilandolo agli amici più cari: pertanto l’aggettivo, impiegato nel suo primo significato («bello», dotato di grazia e leggiadria, da Venus, dea della bellezza e dell’amore), finisce per evocare allusivamente anche il significato specifico che assume nel vocabolario neoterico. 3. Fatiche del viaggio
Gioia del ritorno
vix mi... liquisse campos (vv. 5-6) curis (v. 7) onus (v. 8)
laboribus tantis (v. 11) desiderato (v. 10)
quam te libenter... laetus inviso (v. 4)
uterque Neptunus (v. 3)
solutis (v. 7)
Lydiae lacus undae (v. 13)
vix... credens... videre te in tuto (vv. 5-6)
peregrino/labore fessi (vv. 8-9)
Erudizione preziosa
beatius (v. 7)
Thyniam... Bithynos (v. 5)
reponit (onus, v. 8)
venimus larem ad nostrum (v. 9) desiderato... acquiescimus lecto (v. 10)
ero gaude... gaudete... ridete (vv. 13-14) quidquid... cachinnorum (v. 14)
T 15 Catullo e Saffo: effetti sconvolgenti della passione (51)
1. Vistosa l’anafora dei vv. 1-2 (Ille... ille), che dà risalto immediato, in esordio, alla misteriosa figura dell’altro uomo, in grado di contemplare Lesbia restando imperturbabile. Per la discussa interpretazione dello sconvolgimento psicofisico descritto 24 © Casa Editrice G. Principato
T15 Catullo e Saffo: effetti sconvolgenti della passione (51)
nel carme, o meglio delle sue precise cause, si vedano la Lettura e interpretazione del carme e la nota a quod (v. 5). Ancora un’anafora, associata al poliptòto e alla climax, nei vv. 14-16 (Otium... otio... otium), chiaramente intesa a ribadire in tono di autoammonimento la raggiunta consapevolezza di quale sia l’origine del suo male. 2. La sequenza enumerativa si apre, e il turbamento ha immediatamente (simul) inizio, con il senso della vista (aspexi, v. 7, in corrispondenza antitetica con spectat, v. 4, riferito all’altro); prosegue con la perdita della facoltà di emettere suoni e con la paralisi dell’organo che consente di articolare parola (nihil est... vocis,/lingua... torpet, vv. 7-9); successivamente viene chiamato in causa il senso del tatto (tenuis sub artus/flamma demanat, vv. 9-10); poi di seguito il senso e gli organi dell’udito (sonitu... aures, vv. 10-11); infine il poeta ritorna circolarmente alla vista, questa volta per avvertirne l’angosciosa perdita (gemina teguntur/ lumina nocte), designando gli occhi, organi di senso, mediante una complessa immagine metaforica. L’enumerazione dei sintomi, sempre più gravi e sconvolgenti, è strutturata secondo una climax ascendente, che culmina con il calare sugli occhi di una tenebrosa «notte» (v. 12), figura della morte. 3. Sul piano lessicale, si rivela particolarmente efficace la scelta di forme verbali diversamente espressive e convergenti: torpet (v. 9) e teguntur (v. 11) esprimono il manifestarsi fisico del dramma amoroso, che chiude nel torpore e nella cecità e impedisce una relazione normale con il mondo esterno; demanat (v. 10) richiama un processo di scorrimento della fiamma amorosa dall’alto verso il basso, invisibile e quasi impercettibile, e perciò tanto più insidioso e pervasivo; tintinant (v. 11), verbo onomatopeico che si associa in una catena fonosimbolica a sonitu suopte (v. 10) è l’allarme che assorda e paralizza. Dal punto di vista retorico, oltre al procedimento compositivo della climax ascendente, individuato più sopra, si evidenziano: anastrofe (lingua sed, v. 9); iperbato (tenuis... flamma, vv. 9-10; gemina... nocte, vv. 11-12); allitterazione (sonitu suopte, v. 10; tintinant... teguntur, v. 11); onomatopea (tintinant, v. 11), ipallage (geminaˉ... nocte, vv. 11-12); metafora (flamma, v. 10; lumina, v. 12; nocte, v. 12). L’affollarsi incalzante delle immagini e delle figure esprime efficacemente l’affannoso, irrefrenabile succedersi in crescendo dei sintomi morbosi. Si osservi inoltre che tutti i versi, non solo di questa III strofa ma anche della II, presentano enjambement, anche molto forti, così da rappresentare anche a livello metrico-sintattico e ritmico l’antitesi tra l’incontenibile progressione dei rovinosi effetti fisiologici della propria passione e la serena imperturbabilità dell’altro, raffigurata nella placida compostezza dei vv. 1-2, sintatticamente in sé conclusi. 4. L’apostrofe del poeta a se stesso ricorre, seguendo l’ordine del Liber, nei carmi 8 [ T8], dove è spia dello sdoppiamento interiore del poeta-amante tormentato, che si sforza di esortare se stesso alla lucidità razionale e alla fermezza (v. 1; v. 19); 46, dove invece imprime entusiastico slancio a un gioioso movimento vitale e liberatorio (v. 4); 52 [ T16], qui ad esprimere con una sorta di cupo sbigottimento l’indignatio e il disgusto del poeta di fronte alla corruzione politica della Roma contemporanea; 76, in cui Catullo, prima di invocare gli dèi supplicandoli di liberarlo dal «male che lo consuma», ossia dall’inveterato amore per Lesbia, ormai definito pestem perniciemque (v. 20), dichiara a se stesso (v. 5) la propria convinzione di meritare il soccorso divino 25 © Casa Editrice G. Principato
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10. Catullo
e dunque di attendersi «incolumi gioie nel tempo avvenire» (v. 5) in ricompensa della propria pietas. Come si vede, il caratteristico modulo del soliloquio assume sfumature psicologiche, accenti e significati molto diversi secondo il contesto. 5. Nel c. 51 identidem è riferito alla continuità dello sguardo e dell’ascolto del rivale nella relazione con Lesbia, continuità distaccata e apparentemente imperturbabile; nel c. 11 lo stesso avverbio allude alla ripetitiva molteplicità dei tradimenti di Lesbia. Nel primo caso la familiare, calma e sicura consuetudine accresce per contrasto gli effetti dell’amore e forse della gelosia; nel secondo Catullo, con masochistico compiacimento, attribuisce a Lesbia un’iperbolica, fredda e indifferente ripetitività erotica.
T 16 Due ignobili arrivisti (52) 1. Si vedano introduzione, note e Lettura e interpretazione del carme; inoltre, i capp. 9.1, 12.1-2, 13.1 del Profilo storico. 2. Nei due versi identici in forma interrogativa (v. 1 e v. 4) che aprono e chiudono il testo circolarmente, «ad anello», si concentrano iterazione, anafora, epifora, apostrofe (Catulle), paronomasia (moraris emori, v. 1), allitterazione. Nei versi centrali anastrofe (Sella in, v. 2), figura etimologica (Sella... sedet, v. 2), ancora allitterazioni (in s, v. 2; in p, v. 3), chiasmo (Nonius sedet... peierat Vatinius). Si osservi inoltre che gli effetti espressivi delle singole figure e degli artifici stilistico-compositivi profusi nei quattro versi si intrecciano e si potenziano a vicenda, come accade nel v. 2, dove la figura etimologica è rafforzata dall’anastrofe, mediante la quale i due termini vengono a collocarsi in posizione di rilievo, all’inizio e alla fine del verso, e naturalmente dall’allitterazione; a sua volta il vocabolo più forte, struma, di sostanza fonica densamente aspra e materica, spregiativo e repellente nel significato, acquista potente risalto dalla posizione esattamente al centro del verso, nonché dal coinvolgimento nella sequenza allitterante; si aggiunga che può essere considerato una personificazione. 3. Nel carme 93 [ T22] Catullo concentra con fredda e tagliente ironia, in un unico distico, l’espressione della propria assoluta estraneità e indifferenza nei confronti di Cesare, astenendosi dal manifestare biasimo o indignazione mediante gli stilemi dell’invettiva. Ma proprio una formulazione tanto secca e lapidaria conferisce eccezionale efficacia allo sdegnoso rifiuto catulliano, che seppure indirettamente si allarga, ben oltre la persona di Cesare, a tutto il corrotto mondo politico romano, e in particolare alla folla di opportunisti che facevano a gara per ingraziarsi il potentissimo personaggio: inequivocabile a questo proposito la sprezzante dichiarazione del v. 1 (Nil nimium studeo... tibi velle placere). Ampiamente sviluppato e circostanziato, invece, nei toni di una violenta, feroce invettiva, il carme 29 [ T12 ONLINE] contro Mamurra, fedelissimo di Cesare. Il testo, rispetto al distico 93, segue per certi aspetti un percorso inverso e simmetrico: qui infatti la riprovazione per la scandalosa ingordigia del personaggio-bersaglio si estende (esplicitamente e senza risparmio di ingiurie infamanti) ai suoi potenti protettori, 26 © Casa Editrice G. Principato
T19 Amare e bene velle (72)
Cesare soprattutto ma anche Pompeo, padroni di Roma, accusati di aver saccheggiato il mondo a vantaggio di volgarissimi furfanti. È peraltro indispensabile notare che anche in questo carme il poeta rivolge il discorso direttamente a Cesare, con la reiterata apostrofe Cinaede Romule («Cinedo Romolo», v. 5 e v. 9) insultante e beffarda, chiamando in causa Pompeo nella chiusa (socer generque, v. 24), mentre di Mamurra parla soltanto in terza persona. In ogni caso l’atteggiamento di Catullo, in questi e in altri componimenti d’argomento analogo, non appare motivato da precise, consapevoli e coerenti scelte politiche, ma piuttosto da un profondo disgusto morale ed estetico, non meno che dal suo spirito indipendente e individualista, insofferente delle convenzioni così come immune dall’opportunismo.
T 19 Amare e bene velle (72) 1. La figura retorica dominante è l’antitesi, espressione della drammatica lacerazione interiore. Il discorso poetico è interamente costruito su forti antinomie: quondam... tum/ Nunc («un tempo... allora», vv. 1-3; «Ora», v. 5), che segna, con un movimento caratteristicamente catulliano (cfr. carme 8 [ T9]), lo stacco netto tra le due ben distinte sequenze del testo, ossia la contrapposizione tra il passato, rievocato con una nostalgia tanto più struggente quanto contenuta, e il desolato presente; non tantum ut vulgus amicam/sed pater ut gnatos... et generos (vv. 3-4), antitesi fra due modi dell’amore, anticipazione della memorabile antinomia del’ultimo verso; etsi impensius uror/ multo mi tamen es vilior et levior (vv. 5-6), avvertimento dell’attuale, insanabile scissione tra l’affetto, venuto meno, e la perdurante passione sensuale, le due componenti del suo amore per Lesbia che Catullo si illudeva di conciliare nel foedus amoris; amare/ bene velle; magis/ minus (v. 8), chiusa epigrammatica in cui Catullo scolpisce la memorabile antinomia conclusiva, energicamente sottolineata dalla secca contrapposizione fra i due avverbi antitetici, cui conferisce ulteriore enfasi la collocazione in corrispondenza della forte cesura del pentametro (magis) e in fin di verso (minus). 2. Allitterazioni e omoteleuti collegano tra loro termini in antitesi e/o parole-chiave enfatizzandone l’intensità emotiva e la rilevanza concettuale. Dicebas/Dilexi (v. 1 e v. 3); solum... Catullum (v. 1); gnatos... generos (v. 4); uror... vilior... levior (vv. 5-6); multo mi (v. 6); inquis... talis... magis (vv. 7-8); cogit/magis (v. 8); magis/minus (v. 8). Da rilevare anche il richiamo fonico del poliptòto amantem/ amare (vv. 7-8). 3. Nosse (v. 1): forma contratta per novisse, infinito del verbo difettivo novi, che ha solo le forme del perfetto, con valore di presente; «conoscere», qui eufemismo del linguaggio erotico per «conoscere carnalmente», «amare». cognovi (v. 5): perfetto indicativo di cognosco, ĕre, nel testo ha il significato proprio di «conoscere», «aver conoscenza»; pertanto te cognovi = «ti ho conosciuta», «so quale sei». 4. Sul nodo tematico del foedus amoris catulliano si vedano il cap. 10.2 (paragrafi «Il foedus amoroso» e «Una drammatica lacerazione interiore»), le introduzioni e le note 27 © Casa Editrice G. Principato
INDICAZIONI E RISORSE • Aurea dicta edizione gialla 1
10. Catullo
ai tre citati carmi del Liber, cui possiamo suggerire di aggiungere, per meglio completare il confronto, il carme 70 [ RISORSE 6]. L’analisi dei testi consente con qualche verosimiglianza di disporli idealmente in ordine cronologico come segue: 109 [ T24]; 70 [ RISORSE 6]; 72 [ T19]; 87 [ T21 ONLINE]. È lecito infatti avvertire una progressione dall’intensa, commossa preghiera augurale del carme 109, sorretta ancora da fervide speranze nonostante le esitazioni e i timori, ai dubbi e allo scetticismo di 70, espressi peraltro con una certa levità, mediante il filtro del motivo letterario topico e la sentenza di sapore proverbiale che attenuano sensibilmente lo sconforto; al disinganno ormai consumato e alla drammatica lacerazione di 72, per giungere infine all’analisi retrospettiva di 87, che sembra sigillare definitivamente il discidium con dolente rassegnazione, non senza rivendicare l’intensità senza pari del sincero amore di Catullo e soprattutto la sua osservanza della fides. Numerose le riprese di espressioni e di immagini sapientemente variate, talora richiamate per contrasto, tra i quattro carmi. Riportiamo le più significative e frequenti, consigliando di far compilare agli studenti per maggiore chiarezza una tabella, qui avviata come segue. 109 sanctae foedus amicitiae (v. 6)
proponis... dicat (v.1 e v. 4)
sincere... et ex animo (v. 4)
nostrum inter nos (v. 2)
70
dicit... Dicit... dicit (v. 1; 3)
72 iniuria (v. 7)
fides... in foedere (v. 3)
Dicebas (v. 1)
se dicere (v. 1)
non si... Iuppiter ipse petat (v. 2)
nec... velle tenere Iovem (v. 2)
Nulli (v. 1)
solum (v. 1)
in vento... aqua (v. 4)
87
vere (v. 2) Nulla... nulla (v. 1 e v. 3)
RISORSE 6
Vane promesse d’amore Catullo, Liber 70
Il carme prende spunto da un motivo tradizionale, frequentato soprattutto dai poeti epigrammatici dell’età ellenistica: l’inaffidabilità dei giuramenti d’amore, che gli dèi stessi non prendono sul serio. Infatti Catullo non può fare a meno di dubitare della sincerità di Lesbia, sebbene l’amata puella dica di non volere nessuno all’infuori di lui, nemmeno se la richiedesse Giove in persona. Lo dice: ma le parole di una donna sono scritte «sul vento e sull’acqua che fugge». Nota metrica: distici elegiaci.
Nulli se dicit mulier mea nubere malle quam mihi, non si se Iuppiter ipse petat. Dicit: sed mulier cupido quod dicit amanti, in vento et rapida scribere oportet aqua.
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T20 Odi et amo (85)
La mia donna dice che non vuol stare con nessun altro, neanche se la chiedesse Giove in persona. Così dice, ma quello che dice una donna all’amante appassionato, va scritto sul vento e sull’acqua che fugge. [trad. di G. Paduano]
1. Nulli = nemini. – mulier: ha qui lo stesso significato di puella, consueto appellativo della donna amata nei carmi catulliani. – nubere: propriamente «coprire», «velare»; per metonimia «sposarsi», poiché secondo il rito nuziale romano la sposa era condotta velata alla casa dello sposo. Qui si tratta di un eufemismo per indicare l’unione sessuale,
ben noto ai poeti comici (ad es. Plauto, Cistellaria 43-44). 2. Iuppiter: cfr. nota a 72, 2 [ T19]. 4. in vento... aqua: l’immagine conclusiva, di tonalità proverbiale, è un topos della poesia erotica che ricorre con variazioni in altri due carmi del Liber: 30, 10 [ T15]; 64, 59 (irrita ventosae linquens promissa procellae: «lasciando le
vane promesse alla tempesta dei venti) e 142 (quae cuncta aerii discerpunt irrita venti: «tutte promesse vane che i venti disperdono per l’aria»). La riprenderanno i poeti elegiaci, fra i quali Ovidio negli Amores (II, 16, 45-46): verba puellarum... ventus et unda ferunt («le parole delle ragazze [...] il vento e l’acqua portano via con sé»).
T 20 Odi et amo (85) 1-3. La sequenza incalzante degli otto verbi che compongono il testo è disposta secondo una calibrata struttura: una climax discendente nell’esametro (Odi... amo... faciam, v. 1), ascendente nel pentametro (fieri sentio... excrucior, v. 2); requiris e Nescio (domanda e risposta) fungono da “cerniera”, collocati di seguito in fine e in principio di verso. Sebbene il discorso ricalchi il serrato andamento dimostrativo di un dialogo filosofico (cfr. introduzione), l’indagine introspettiva del poeta non perviene a una spiegazione; non ha infatti altro esito che la nuda constatazione di un’acuta, torturante sofferenza che lo invade totalmente, preda di forze irrazionali e incontrollabili. In questo senso, appare particolarmente significativo il passaggio dalle forme verbali attive a quelle passive (fieri... excrucior). 4. Come in moltissimi altri componimenti del Liber, nel carme 85 il poeta si rivolge a un interlocutore: «tu chiedi» (requiris, v. 1). Varie le interpretazioni di questa seconda persona (un amico, la donna amata, un «tu» retorico e impersonale), ma sembra di ravvisarvi piuttosto uno sdoppiamento introspettivo dell’io (l’io che razionalmente analizza e indaga; l’io che sente e soffre), quale si riscontra in altri testi catulliani. Tra quelli che per affinità tematiche meglio si prestano a un confronto intertestuale, spiccano i carmi 8 [ T8] e 76, che tuttavia, come testi di gran lunga più estesi (rispettivamente 20 e 26 versi contro 2), presentano un andamento molto meno serrato e una struttura più articolata, con scarti improvvisi, trapassi temporali e ondeggiamenti di stati d’animo, nonché soluzioni stilistico-espressive di notevole varietà e ricchezza, mentre il celeberrimo distico 85, spoglio e concentratissimo, rifugge con estremo rigore da qualsiasi riferimento o allusione ad eventi e persone, così come da invocazioni, esortazioni, riflessioni, evocazioni memoriali. Infine, occorre notare che sia in 8 sia in 76 Catullo non lascia indeterminato l’interlocutore, ma si rivolge esplicitamente a se stesso (Catulle). Per il ricorrente modulo dell’apostrofe a se stesso, cfr. il quesito 1 proposto per l’analisi del carme 8 [ T8]. 29 © Casa Editrice G. Principato
INDICAZIONI E RISORSE • Aurea dicta edizione gialla 1
10. Catullo
T 22 A Cesare (93) 1-2. I due aggettivi in antitesi, enfatizzata dalla sequenza allitterante (albus an ater, v. 2), non sono riferiti alla persona di Cesare ma fanno parte di una locuzione proverbiale di tono popolare e colloquiale, che denota assoluta indifferenza ed estraneità nei confronti della persona cui si applica il detto. L’espressione di un totale, sdegnoso distacco da parte di Catullo è affidata anche all’esclusivo ricorso ad espressioni di forma negativa, cui conferisce risalto la posizione forte in apertura di verso: Nil nimium (v. 1; lett. «non troppo», litote di valore ironico per «niente affatto»); nec scire (v. 2). 3. Un unico, lineare periodo sintattico: la proposizione principale Nil nimium studeo regge due proposizioni infinitive oggettive coordinate, tibi velle placere e nec scire; da quest’ultima dipende l’interrogativa indiretta disgiuntiva utrum sis albus an ater homo. 4. Si vedano le indicazioni fornite in merito al quesito 3 proposto per il carme 52 [ T16].
T 23 Sulla tomba del fratello (101) 1. Nel carme 101, che può essere considerato una breve elegia funebre, ricorrono numerosi termini del linguaggio formulare e rituale: ad inferias (v. 2 e v. 8): propriamente inferiae sono le offerte (da infero, in + fero, «offrire») ai Mani dei defunti; non è fuori luogo peraltro intendere l’espressione come una metonimia per «rito funebre», «esequie»; munere (v. 3 e v. 8): munus è il «dono dovuto», e designa le offerte rituali che la tradizione religiosa impone di tributare ai morti; heu (v. 6): esclamazione di doloroso lamento, tipica del compianto funebre; accipe (v. 9): «ricevi», esortazione-preghiera che accompagna il gesto di offerta; ave atque vale (v. 10): allusione al triplice vale, formula rituale di addio al defunto, che si pronunciava a conclusione delle esequie, invocando pure per tre volte il nome del caro estinto; non casuale, pertanto, la triplice ripetizione nel testo del vocativo frater (v. 2, v. 6, v. 10). Anche le altre numerose iterazioni riecheggiano stilemi tipici delle formule rituali. 2-3. Premessa necessaria: l’acquisizione più importante che ci si attende dall’analisi del lessico in particolare e delle scelte linguistiche in generale, è la consapevolezza che non è possibile arrestarsi alla considerazione di un elemento isolato, ma occorre invece riconoscere che, soprattutto nel testo lirico, breve e concentrato, le singole parole, investite di una forte carica espressiva, tendono a riverberarsi le une sulle altre, rafforzandosi così reciprocamente. Per utili esempi e chiarimenti in tal senso, si rinvia alle note di commento al testo e alle indicazioni fornite per il quesito 4. Aggettivi
Avverbi
multas... multa (v. 1)
nequiquam (v. 4)
postremo (v. 3)
Nunc (v. 7)
miseras (v. 2)
indigne (v. 6)
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T23 Sulla tomba del fratello (101)
Aggettivi
Avverbi
mutam (v. 4)
tamen (v. 7)
prisco (v. 7)
in perpetuum (v. 10)
miser (v. 6) tristi (v. 8)
interea (v. 7)
fraterno (v. 9)
Gli aggettivi multas... multa (v. 1), in poliptòto allitterante, dilatano indefinitamente la lunghezza e le fatiche del viaggio per mare, affrontate per compiere un sacro dovere; alla desolazione della morte alludono gli aggettivi miseras (inferias, v. 2); postremo... tristi (v. 3 e v. 8, entrambi riferiti al sostantivo munere); mutam (cinerem, v. 4); ancora miser (frater, v. 6), e inoltre gli avverbi nequiquam (v. 4); indigne (v. 6), che ricorre sovente nelle epigrafi funerarie appunto nei casi di morte in età giovanile e/o in circostanze tragiche; la locuzione avverbiale in perpetuum (v. 10). Un altro aggettivo, prisco (more parentum, v. 7) si inscrive nell’area semantica della ritualità tradizionale; infine con fraterno (fletu, v. 9), Catullo insiste con patetica intensità sul legame parentale e insieme sul proprio doloroso rimpianto. In particolare, l’aggettivo miser, epiteto ricorrente per ciò che attiene alla morte, vale qui «infelice», «dolente», «sventurato»; nei carmi erotici è quasi un termine tecnico a designare l’infelicità dell’amante non riamato e/o tradito. 4. Che la risposta non possa che essere negativa, si evince soprattutto dall’analisi del v. 4: l’antitesi ossimorica fra mutam e alloquerer è messa in rilievo dall’iperbato e dal lungo avverbio nequiquam al centro del verso: di fronte al vuoto e al silenzio irreparabile della morte, il colloquio si configura in realtà come un desolato monologo, ed esprime la profonda consapevolezza della vanità del rito, nello stesso tempo, peraltro, sentito come necessario e dovuto in nome della pietas, uno dei valori più alti e radicati nella tradizione romana. Si potrebbe aggiungere che forse soltanto alla parola poetica è concesso il potere di riallacciare i legami infranti dalla morte e di ricostituire, a suo modo, il “colloquio impossibile”: si veda l’insistente ricorrere e intrecciarsi nel componimento catulliano dei pronomi personali “tu” ed “io” (te, mihi, tete...) e del vocativo frater. 5. Catullo ricorre qui al raffinato procedimento alessandrino della citazione-allusione letteraria, ovvero del riferimento, più o meno evidente, a un altro testo, che il lettore colto è chiamato a identificare e gustare. L’arte allusiva del poeta doctus può esercitarsi nell’evocare componimenti e autori peregrini, così come un passo universalmente noto e familiare quale l’incipit dell’Odissea; il pregio della virtuosistica operazione consiste infatti nella rielaborazione originale del motivo che, pur restando chiaramente riconoscibile, acquista nel diverso contesto risonanze e significazioni inedite, in una sorta di gara con il modello, cui nel contempo si rende omaggio.
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Lucrezio
T 1 Invocazione a Venere De rerum natura I, 1-43
1. L’invocazione proemiale a una divinità da parte di un epicureo ha fatto molto discutere: tra le ipotesi interpretative avanzate dagli studiosi le più convincenti vengono esposte e commentate nella Lettura e interpretazione del testo. L’espressione hominum divumque voluptas (v. 1), in particolare, dove voluptas traduce il termine greco ed epicureo hedoné, suggerisce fin dal primo verso l’identificazione simbolica della Venus lucreziana con il «piacere», ossia il sommo bene secondo l’etica epicurea. Occorre aggiungere che la figura della dea viene talora interpretata come simbolo del piacere cinetico («in movimento»), talora del piacere catastematico («in quiete»), di cui godono perennemente e perfettamente gli dèi (perciò divumque); più spesso di tutt’e due insieme. 2-5. L’invocazione che apre il poema della natura si articola in tre sequenze fondamentali, che ricalcano la struttura tradizionale dell’inno liturgico: I) epifania della divinità (vv. 1-9); II) effetti della sua apparizione (vv. 10-20); III) richiesta di aiuto (vv. 21-43). Nella I sequenza la dea viene solennemente invocata con tre appellativi: come progenitrice dei Romani (Aeneadum genetrix, v. 1), come principio del piacere (voluptas, v. 1) e come forza cosmica fecondatrice e costruttiva (alma Venus, v. 2), che genera e nutre la vita (vv. 3-5), diffondendo luce, armonia e serenità in tutto l’universo: in cielo, sulla terra, sulle distese del mare (vv. 6-9). Nella II si enumerano e si precisano gli effetti della sua presenza, che si identifica, come già si annunciava nei versi precedenti (vv. 6-9), con l’avvento di una rigogliosa primavera, animata da un potente impulso di energia vitale, che la dea dell’amore infonde in tutti gli esseri trascinandoli in un vorticoso movimento di desiderio e di esultanza, così che «propaghino le stirpi secondo le specie» (v. 20). Nella III sequenza, la più ampia e articolata, il poeta formula due richieste, pregando la dea a) di assisterlo, secondo la consuetudine proemiale, nella composizione della sua opera (vv. 21-28); b) di concedere ai mortali una «tranquilla pace» (v. 31). Si apre a questo punto il suggestivo quadro degli amori di Venere e Marte (vv. 31-40): infatti soltanto la dea, Venus-voluptas, principio animatore e costruttivo della natura, dispensatrice di vita e di gioia, e dunque divinità della pace, ha il potere di placare con le arti d’amore il feroce dio della guerra. 6-7. Nella rappresentazione lucreziana è dato scorgere l’influsso della concezione cosmologica di Empedocle, secondo la quale princìpi costitutivi dell’universo sono due opposte forze, philótes (amore) e néikos (odio), che si fronteggiano e si bilanciano perennemente secondo la legge dell’isonomía o equilibrio cosmico. Già lo stesso Empedocle, del resto, aveva assegnato ad Ares e Afrodite la funzione di rappresentare simbolicamente le due forze o princìpi. Marte rappresenta il principio distruttivo, che sempre contrappone la sua azione a quella del principio costruttivo. Coerentemente con i princìpi fondamentali della fisica epicurea, per cui devono avvicendarsi nell’universo morte e vita (vale a dire disgregazione e aggregazione di atomi), nessuna delle 32 © Casa Editrice G. Principato
T1 Invocazione a Venere
due forze può prevalere definitivamente sull’altra. Lucrezio invoca infatti una temporanea sospensione delle opere di guerra; la vittoria della pace è richiesta solo a tempo determinato, interea (v. 29). Non si dimentichi tuttavia che Marte è padre di Romolo, dunque il secondo mitico progenitore divino della stirpe di Roma dopo Venere, madre di Enea; di qui la variante più significativa nella ripetizione della supplica del poeta, il quale ora non chiede ormai la pace per i «mortali» in generale (vv. 31-32), ma specificamente per i Romani (funde petens placidam Romanis, incluta, pacem; v. 40), rivolgendosi a Venere con l’appellativo incluta («gloriosa»). Ma un altro appellativo di notevole rilievo Lucrezio impiega per ben due volte, sola (v. 21; v. 31), esponendo le ragioni per cui chiede alla dea di essergli socia (v. 24) nella composizione del poema. La prima: poiché lei «sola» governa la natura, e senza di lei nulla può nascere di lieto né di amabile, esprime l’ardente desiderio di averla «compagna» nello scrivere un’opera «sulla natura di tutte le cose», e le chiede di concedere ai suoi versi il lepos, la grazia suadente, il fascino seduttivo (da dictis, diva, leporem; v. 28), altrove detto il «dolce miele delle Muse», che dovrà rendere grata e accessibile la materia dottrinale, di per sé ardua ed oscura (cfr. I, 933-950 [ T5]). La seconda: poiché, come si è detto, lei «sola» ha «il potere di allietare i mortali con una tranquilla pace» (v. 30 sgg.), Lucrezio la implora di esercitarlo a favore dei Romani; «in un tempo avverso alla patria» (patriai tempore iniquo, v. 41) egli non potrebbe attendere alla composizione del poema «con animo sereno» (aequo animo, v. 42). 8-9. Occorre premettere che la tecnica espressiva non del solo proemio al libro I ma dell’intero poema appare improntata all’abundantia, forse la cifra più caratteristica dello stile lucreziano, che consiste sia nell’insistente ritorno sui medesimi concetti ed immagini con lussureggiante ricchezza di variazioni e richiami etimologici, sia nel frequente impiego di forme iterative. Nell’inno a Venere le figure di iterazione si concentrano soprattutto nelle formule appellative (o di invocazione) alla divinità: di qui la frequenza di vocativi quali dea (v. 6; v. 26; v. 36) e diva (v. 12; v. 28; v. 38); di qui il fittissimo ricorso dei pronomi e aggettivi di II persona, che si addensano in particolare nei vv. 6-8 (te dea, te... te... tuum, tibi... tibi), nei vv. 12-13 (te, diva, tuumque... tua) e nei vv. 37-38 (in te, dea... tuo... tu diva... tuo), spesso in anafora e poliptòto, nonché associati, come si vede, ai vocativi dea e diva citati più sopra. L’effetto espressivo ricercato è quello di dare forza ed efficacia all’invocazione, secondo il modello delle antiche formule rituali, innodiche e liturgiche, sottolineando le prerogative e la potenza della divinità. Si noti ancora la ripetizione enfatica di nec (neque) quicquam, rafforzata dal chiasmo (vv. 22-23), che riprende l’idea espressa da sola (v. 21). 10. Fra i numerosi arcaismi reperibili nel testo, si riconoscono come propri del linguaggio epico i solenni patronimici Aeneadum (per Aeneadarum, v. 1) e Memmiadae (v. 26); gli altisonanti composti epici di ascendenza omerica ed enniana navigerum, frugiferentis (v. 3), armipotens (v. 33); perifrasi quale clara propago (v. 42); l’aggettivo dias (v. 22; dius per divus, «divino»). Da rilevare inoltre i genitivi arcaici divum (per divorum o deorum, v. 1), animantum (v. 4), militiai (v. 29), patriai (v. 41); l’accusativo plurale della III declinazione in -is (frugiferentis, v. 3; suavis, v. 7 e v. 39; amnis, v. 15; montis... rapacis, v. 17; virentis, v. 18; omnis, v. 30; mortalis, v. 32); le forme subter (v. 2) e moenera (per munera, v. 29 e v. 32); la desinenza avverbiale arcaica in -im (generatim, 33 © Casa Editrice G. Principato
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v. 20). Si segnalano infine arcaismi poetici verosimilmente attinti al linguaggio sacrale, quali Mavors (per Mars, v. 32) e incluta (v. 40). 11. Al v. 20 (efficis ut cupide generatim saecla propagent) il verbo causativo efficio introduce una proposizione completiva con il congiuntivo propagent, soggetto sottinteso omnes (che si ricava da omnibus del v. 19); ai vv. 29-30 (Effice ut interea fera moenera militiai/ per maria ac terras omnes sopita quiescant) si ripropone la medesima struttura sintattica: l’imperativo Effice regge una completiva introdotta da ut al congiuntivo (quiescant), soggetto fera moenera, specificato dal genitivo militiai. Il ricorso dello stesso verbo risponde al gusto lucreziano per le riprese concettuali e gli echi verbali nella tessitura stilistica del poema, ma anche alla volontà di ribadire l’idea di energia costruttiva connessa ad efficere (composto di facio), che si intona perfettamente alla funzione esercitata da Venere nel mondo della natura.
T 2 Primo elogio di Epicuro De rerum natura I, 62-79
1-2. Il termine religio è impiegato da Lucrezio nel significato di «superstizione», ossia un complesso di credenze irrazionali e infondate che incutendo terrore agli uomini li affliggono e li inducono ad azioni inutili, sconsiderate e nefaste (come il sacrificio di Ifianassa [ T3]). Nel brano che leggiamo la religio è rappresentata come un essere mostruoso che incombe dall’alto (super... instans), opprimendo i mortali sotto il suo peso (gravi, lett. «pesante»); che si tratti sul piano retorico-espressivo di una personificazione si evince specialmente dalle immagini dei vv. 64-65 (caput... ostendebat/ horribili... aspectu) e 78-79, dove la si raffigura prostrata a terra sotto il piede del vincitore come un nemico sconfitto. 3-6. Il primato di Epicuro, che consiste nell’aver annientato con le forze della mente e del cuore le secolari superstizioni incombenti sul genere umano, viene proclamato con enfasi mediante la serie iterativa primum... primusque... primus (vv. 66-67; v. 71). Nella II sequenza (vv. 66-71) la rappresentazione eroica e agonistica del maestro è affidata all’intenzionale sovrapposizione di due codici espressivi, quello dell’epos eroico e quello dell’epos didascalico. In particolare, come dimostra G.B. Conte in un saggio di cui riportiamo alcune pagine illuminanti [ T2 Leggere un testo critico, p. 330], nei vv. 66-67 il poeta ricorre ad immagini ed espressioni attinte al cerimoniale codificato del duello omerico: Epicuro, un uomo (homo; non un eroe o un semidio del mito) ha osato (ausus... est) «sollevare contro [di lei = la religio] gli occhi mortali» (homo mortalis tollere contra/est oculos) ed «ergersi contro [di lei]» (obsistere contra). All’audacia eroica di Epicuro si connettono anche le grandiose, sublimi immagini naturae... portarum claustra (v. 71) e flammantia moenia mundi (v. 73), nelle quali sul piano retorico si riconoscono delle metafore; per il significato cfr. le rispettive ampie note di commento. Nella III sequenza (vv. 72-77) Lucrezio celebra la vittoria di Epicuro, filosofo e insieme vero, autentico eroe uccisore di mostri, scegliendo questa volta di impiegare la terminologia militare romana e specificamente il linguaggio formulare dei documenti ufficiali ove si registravano le imprese e i trionfi dei generali vittoriosi: pervicit (v. 72), 34 © Casa Editrice G. Principato
T2 Il sacrificio di Ifianassa
che designa una completa vittoria; refert... victor (v. 75), che rinvia a spolia referre («riportare le spoglie», ossia armi e insegne tolte ai nemici vinti; cfr. anche le note di commento al testo). Il «bottino di guerra» di Epicuro consiste nelle risposte alle domande, espresse in forma di interrogative indirette, che immediatamente seguono (vv. 75-77). 7-8. Con omne immensum (lett. «il tutto immenso»; «l’immensità dell’universo», v. 74), oggetto di peragravit, dove omne è neutro sostantivato e immensum attributo, nella cosmologia epicurea s’intende l’universo infinito, in cui, secondo i princìpi della fisica, enunciati nel libro I del De rerum natura lucreziano, non esiste altro che materia, costituita di particelle fondamentali o corpi primi (gli atomi) e vuoto (inane), intangibile e incorporeo, entrambi eterni. Con terminus («limite», v. 77), vocabolo che in origine designa la «pietra di confine», s’intende il limite assegnato dalle leggi di natura alla distinta potenza generativa (finita potestas, v. 76) insita in tutte le cose del mondo, per cui «ogni cosa non può nascere da qualsiasi cosa» (I, 172); l’insistenza su questo concetto mira ad escludere categoricamente il prodursi di fenomeni misteriosi ed inquietanti, di miracoli, di prodigi; l’intervento, insomma, di oscure potenze soprannaturali. 9. Tra le numerose serie allitteranti, sempre fortemente espressive e significative in Lucrezio, che alle figure di suono ricorre per così dire sistematicamente, si possono evidenziare: l’enumerazione dei vv. 68-69 (fama deum... caelum), che enfatizza la paurosa potenza delle minacce celesti mediante le insistenti allitterazioni (in f, m, c), gli omoteleuti, i suoni cupi e la vistosa sequenza onomatopeica minitanti/murmure in enjambement a rendere l’inquietante rombo del tuono; nel v. 72 vivida vis animi pervicit, dove allitterazione e assillabazione (in vi) esprimono fonosimbolicamente l’acuta forza di penetrazione della mente; ai vv. 72-74 la serie dei tre verbi pervicit... processit... peragravit intrecciata alle cosmiche e veramente fiammeggianti immagini evocate dalle espressioni allitteranti flammantia moenia mundi... omne immensum... mente animoque). 10-11. La figura di antitesi riveste una funzione di fondamentale importanza nella struttura dell’elogio, costruito in forma di agonistico scontro fra il Graius homo e la religio. Tra le più significative possiamo citare: iaceret... oppressa/super... instans; in terris/a caeli regionibus (vv. 62-65), che si rovesciano in una nuova e opposta antitesi pedibus subiecta... obteritur/nos exaequat victoria caelo, enfatizzata dall’asindeto e dall’avverbio vicissim (cfr. le note ai vv. 78-79, completate dalla richiesta analisi delle tre forme verbali). Analogamente, effringere si contrappone ad arta... portarum claustra (vv. 70-71), così come extra/ processit a moenia, sottolineando lo slancio animoso di chi, infrante barriere credute invalicabili, si avventura nell’immensità.
T 3 Il sacrificio di Ifianassa De rerum natura I, 80-101
1-4. Il celeberrimo episodio si articola chiaramente in tre sequenze di diversa ampiezza. 35 © Casa Editrice G. Principato
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I) vv. 80-83: il poeta si preoccupa di rassicurare i suoi lettori (anteoccupatio); primo vistoso rovesciamento (Quod contra), marcato dall’iterazione (impia... impia). Lucrezio respinge e ribalta audacemente l’accusa di empietà nei confronti della dottrina epicurea: empia è piuttosto, con un vero e proprio ossimoro, la religio. II) vv. 84-100: inserzione dell’exemplum narrativo (quo pacto, v. 84), il notissimo e patetico episodio del sacrificio di Ifianassa. La vicenda non viene raccontata per esteso, ma Lucrezio vi allude in due quadri di impressionante icasticità: a) vv. 87-92: la scena è rappresentata dal punto di vista della fanciulla, che si rende conto (Cum... sensit) per gradi, corrispondenti a progressivi allargamenti dello sguardo e del quadro, di quanto in realtà le sta accadendo, finché si accascia muta per il terrore; b) vv. 95-100: contemplata ora dallo sguardo “esterno” ma partecipe del poeta, insieme commosso e polemico, la vittima, sorretta dai guerrieri, viene condotta all’ara dove sarà sacrificata. In questi versi ha luogo il secondo rovesciamento (non ut... sed), o piuttosto svelamento della tragica ambiguità che finora ha dominato tutta la rappresentazione. Segnano la transizione dal primo al secondo quadro i vv. 93-94, reminiscenza intensamente patetica dell’Ifigenia in Aulide euripidea [ Dialogo con i modelli ONLINE]. III) v. 101: lapidario epifonema in tono di commento sentenzioso che sigilla l’episodio ritornando circolarmente al motivo d’esordio, la funesta empietà della religio; si osservi che si ripropone qui la struttura “ad anello” del primo elogio di Epicuro [ T2]. Le scelte linguistiche sono sapientemente giocate sull’ambiguità, tragica e patetica, fra le nozze e il sacrificio cruento: termini quali infula (v. 87), ante/ ad aras (v. 89 e v. 95), ministros (v. 90), tremibunda (v. 95), deductast (v. 96) evocano simultaneamente immagini, figure, stati d’animo connessi alle liete cerimonie nuziali così come ai sanguinosi riti sacrificali; si veda anche la nota a virgineos... comptus (v. 87). 5. Una prima figura di antifrasi si individua nel v. 86, dove il poeta ricorre con sferzante sarcasmo al solenne linguaggio epico-eroico per indicare gli autori del delitto: ductores Danaum delecti, prima virorum. L’ironia tragica è sottolineata dall’allitterazione e dall’effetto di violento contrasto con le espressioni antitetiche dei vv. 83-84 (Triviai virginis aram/ Iphianassai turparunt sanguine foede), ulteriormente intensificato dall’accorgimento di posporre il soggetto di turparunt (ductores appunto, con quel che segue). Un’altra memorabile antifrasi, che egualmente occupa un intero verso, è la citazione allusiva delle formule augurali exitus ut classi felix faustusque daretur (v. 100); anche qui riscontriamo la sequenza allitterante, inoltre l’anastrofe (exitus ut = ut exitus) e l’iperbato, che separa e colloca agli estremi del verso soggetto e predicato (exitus... daretur), lasciando campeggiare al centro i due aggettivi rituali e formulari in cui si concentra il maximum del sarcasmo deprecatorio e della tragica ironia. Si può aggiungere un’osservazione conclusiva in merito alle indagini stilistiche fin qui condotte: gli artifici espressivi cui ricorre Lucrezio, nell’episodio di Ifigenia e altrove (tecnica del rovesciamento, ambiguità del linguaggio, figure di antitesi e antifrasi) risultano legati da evidenti affinità e cooperano armonicamente ai diversi livelli del testo al fine di produrre gli effetti ricercati dal poeta, rafforzandosi a vicenda e per così dire specchiandosi l’uno nell’altro.
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T2 Il sacrificio di Ifianassa
6-7. Opportune indicazioni per svolgere adeguatamente i due quesiti si trovano, rispettivamente, nell’ultimo paragrafo della rubrica Lettura e interpretazione e nel commento ai vv. 87-92 (in particolare si veda la nota simul... sensit per l’analisi sintattica); da rilevare la mirabile strategia espressiva e rappresentativa messa in atto da Lucrezio nel differire lungamente, fino all’ultimo, la proposizione principale (muta metu... petebat, v. 92). 8. Esauriente anche in questo caso la nota di commento all’antitesi casta inceste (v. 98), culmine della denuncia lucreziana nella sua fulminea densità; da non trascurare le diverse proposte interpretative. RISORSE 7
Un episodio dell’Iliade: Achille e Ifianassa Nel libro IX dell’Iliade il saggio Nestore si reca insieme ad altri capi dell’esercito acheo nella tenda di Agamennone, per convincerlo a placare l’ira di Achille «con doni amabili e con parole gentili» (v. 113), non senza ricordargli che fu egli stesso a scatenarla quando, «cedendo al suo cuore superbo» (v. 109), andò a rapire la fanciulla Briseide cara all’eroe. Il sovrano ammette di essere stato accecato e si dichiara disposto a compiacere il Pelide: purché desista dalla sua collera, non solo promette di restituirgli subito la Briseide, insieme a una quantità di doni sontuosi che enumera minuziosamente in un lungo catalogo, ma aggiunge:
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«Se poi torneremo ad Argo achea, la mammella della terra, sarà mio genero, onorato al pari di Oreste, il mio caro figlio, che cresce in mezzo a grandi ricchezze. Ho tre figlie nella mia splendida casa, Laodice, Ifianassa e Crisotemide; si porti quella che vuole, senza doni alla casa di Peleo, e io stesso aggiungerò ricchi doni, quali mai nessun uomo ha dato alla figlia: sette città popolose, Cardamile, Enope, Ira erbosa e la sacra Fere, Antea dai vasti pascoli e la bellissima Epea, e Pedaso ricca di viti, tutte vicine al mare, ai confini con la terra sabbiosa di Pilo; e ci vivono uomini ricchi di pecore e buoi, che lo onoreranno come un dio coi loro doni, e sotto il suo scettro pagheranno ricchi tributi». [Omero, Iliade IX, 141-155, trad. di G. Paduano]
Si sa che di lì a poco Achille, nonostante le parole suadenti di Odisseo, latore del messaggio, oppose a tutte le offerte di Agamennone uno sdegnoso rifiuto (Iliade IX, 225-430).
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RISORSE 8
Il sacrificio di Ifigenia nelle Metamorfosi di Ovidio All’inizio del libro XII delle Metamorfosi, Ovidio si accinge a narrare gli eventi connessi alla guerra di Troia, prendendo le mosse dalla bufera «che aveva reso impervio il mare, bloccando in terra beota,/ nel pescoso porto di Aulide, la flotta in procinto di salpare» (vv. 9-10). I Dànai, intenti ai sacrifici propiziatori in onore di Giove, assistono a tremendi prodigi, che Calcante interpreta come presagi di vittoria; eppure, l’indovino «non ignora e non tace» che l’ira del mare e della vergine Diana non si placheranno se non si spargerà il sangue di una vergine. Segue l’episodio del sacrificio di Ifigenia, che qui riportiamo nella lingua originale con la traduzione italiana di Mario Ramous. Rispetto alle fonti greche e alla precedente elaborazione lucreziana, Ovidio tende ad “ammorbidire” i toni, evitando i dettagli più crudi e volgendo rapidamente la vicenda all’esito lieto in un clima di meraviglioso fiabesco, con la sapienza scenografica e la levigata eleganza di stile che gli sono proprie. Nota metrica: esametri
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Permanet Aoniis Nereus violentus in undis, bellaque non transfert; et sunt, qui parcere Troiae Neptunum credant, quia moenia fecerat urbi. At non Thestorides; nec enim nescit tacetve, sanguine virgineo placandam virginis iram esse deae. Postquam pietatem publica causa rexque patrem vicit, castumque datura cruorem flentibus ante aram stetit Iphigenia ministris, victa dea est nubemque oculis obiecit, et inter officium turbamque sacri vocesque precantum subposita fertur mutasse Mycenida cerva. Ergo ubi, qua decuit, lenita est caede Diana, et pariter Phoebes, pariter maris ira recessit, accipiunt ventos a tergo mille carinae, multaque perpessae, Phrygia potiuntur harena. Nèreo però continua a sconvolgere le acque dell’Aonia, impedendo all’armata di salpare; e alcuni cominciano a credere che Nettuno, avendone eretto le mura, voglia salvare Troia. Ma non il figlio di Tèstore: lui non ignora e non tace che bisogna placare l’ira della vergine Diana col sangue di una vergine. Ma quando il comune interesse prevalse sugli affetti e il re sul padre, quando tra gli officianti in lacrime Ifigenia si accostò all’altare per offrire il suo casto sangue, la dea si placò, stese una nube davanti agli occhi loro, e al culmine del rito, tra la folla e le voci di chi pregava, sostituì, si dice, la fanciulla micenea con una cerva. Placata Diana con una vittima più consona a lei, con l’ira della dea si spense anche quella del mare, e col vento in poppa salparono le mille navi, per approdare, dopo molti travagli, in terra di Frigia. [Ovidio, Metamorfosi XII, 24-38, trad. di Mario Ramous]
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T4 Elogio della sapienza
T 4 Elogio della sapienza De rerum natura II, 1-61
1. Dopo i due esempi in certo modo introduttivi, che si possono riferire alla concreta esperienza dell’uomo comune (contemplare da terra, al sicuro, il travaglio dei naviganti in lotta con il mare in tempesta, vv. 1-2; osservare gli scontri dei guerrieri sul campo di battaglia senza aver parte nei pericoli, vv. 5-6), accomunati dall’anafora dell’aggettivo Suave in grado positivo, il poeta ne presenta, secondo una gradatio ascendente, un terzo più alto e perfetto, l’imperturbabile serenità di chi “abita” le astratte “regioni” (templa, v. 8) della sapienza epicurea, metafora di una condizione interiore (vv. 7-10). La climax o gradatio ascendente è segnalata e posta in rilievo da ulteriori elementi: a) l’impiego dell’aggettivo in grado comparativo di maggioranza (dulcius, variazione lessicale rispetto a suave/ suavius), che inserito nella frase introdotta dall’avversativa (Sed nil dulcius est, v. 7) assume inequivocabilmente il valore di un superlativo assoluto; b) mentre i primi due esempi fanno riferimento ad esperienze per così dire occasionali e contingenti, il terzo tende a configurare una condizione permanente; c) il terzo esempio si estende su un numero di versi di molto superiore rispetto a ciascuno dei primi due (7 contro 2). 2-3. All’area semantica della voluptas appartengono numerosi aggettivi: suave, parola-chiave del proemio che traduce il greco hedús (cfr. il sostantivo hedoné, la voluptas epicurea), con ben tre occorrenze (v. 1, v. 4 e v. 5); dulcius (v. 7), forma comparativa di dulce, dall’identico significato; iucunda, attributo di voluptas (v. 3); serena, attributo di templa (v. 8). Ma a modulare insistentemente il leitmotiv della voluptas-hedoné ricorrono in tutto il brano espressioni analoghe (cfr. la nota di commento ai vv. 5-6, anche per il richiamo al proemio del libro I [ T1]). Continuando nell’analisi lessicale, da rilevare in questa prima sezione del proemio la gradazione sinonimica dei verbi appartenenti alla sfera della percezione visiva: spectare (v. 2), cernere (v. 4), tueri (v. 5), despicere... videre (v. 9). Le diverse sfumature di significato dovranno essere individuate dagli studenti mediante una puntuale e accurata ricerca sul dizionario. Vale la pena di soffermarsi su almeno due di questi verbi, spectare e despicĕre, accomunati dalla medesima radice; il primo usato in senso proprio, il secondo in senso metaforico. Spectare, intensivo dell’arcaico specio, ĕre, significa «stare a guardare», «osservare», «contemplare»; despicĕre, composto dello stesso verbo (de + specio), vale «guardare giù», «guardare dall’alto», «abbassare lo sguardo [su]» e designa (al pari del successivo videre) la visione del sapiente dalla prospettiva elevata dei filosofici, metaforici (o se si vuole allegorici) templa serena edificati e «saldamente fortificati» dalla dottrina epicurea. 4. I forti nessi argomentativi, posti agli snodi fondamentali del discorso, garantiscono compattezza e inconfutabile evidenza alla serrata dimostrazione. L’avversativa Sed al v. 7 stacca logicamente le due diverse prospettive, quella orizzontale dei primi versi del libro e quella verticale dei vv. 8-13. Successivamente l’appello dell’interrogativa retorica (Nonne, v. 16) introduce il concetto dei beni necessari secondo natura, contrapponendo il videre alle tenebre che avvolgono i pectora caeca (v. 14). Ergo del v. 20 trae le conseguenze di queste opposizioni successive, introducendo l’immagine finale del piacere naturale privo di orpelli e ornamenti inutili. 39 © Casa Editrice G. Principato
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11. Lucrezio
5. La sequenza parenetica (= esortativa) dei vv. 14-19 è interamente composta di esclamazioni e interrogazioni. Gli impetuosi accusativi esclamativi del v. 14 (O miseras hominum mentis, o pectora caeca!), seguiti dalla più ampia frase pure esclamativa (vv. 15-16) il cui predicato è degitur (Qualibus in tenebris... quodcumquest!), prorompono. è il caso di dire, immediatamente dopo l’incalzante enumerazione che dipinge il vario quanto vano affannarsi degli uomini (vv. 10-13) erranti e smarriti, incapaci di trovare la vera via vitae, ed esprimono con accenti intensamente patetici la commiserazione del poeta per l’infelicità degli uomini insieme allo sdegno per la loro cecità. Segue un’interrogativa retorica formata dalla congiunzione Nonne (così da conferire all’enunciato il valore di un’affermazione) e dall’infinito interrogativo-esclamativo videre, che apre un complesso periodo (vv. 16-19) in cui vengono anticipati i temi dell’aponía (corpore seiunctus dolor absit, v. 18) e dell’atarassía epicuree (mente fruatur... cura semota metuque, vv. 18-19), ripresi e sviluppati nei versi successivi. 6. Le forme negative, che ricorrono in entrambi i testi, sono estremamente significative in quanto la voluptas-hedoné epicurea consiste nell’assenza di dolore corporeo (a-ponía) e di turbamento spirituale (a-tarassía; entrambi i vocaboli greci sono composti di alfa privativo + sostantivo). Sia Epicuro sia Lucrezio pongono l’accento inoltre su un principio fondamentale: i bisogni dell’animo e quelli del corpo sono intimamente connessi, in quanto secondo la dottrina del maestro anima e corpo formano un tutto inscindibile, così che senza aponía non può realizzarsi l’atarassía. Per maggiore chiarezza, si individuano qui le forme negative presenti nei due testi a confronto: nella massima di Epicuro, di stile più sobrio e lineare, si tratta semplicemente della triplice ripetizione dell’avverbio negativo non; nei versi lucreziani troviamo nil aliud... nisi utqui (v. 17); seiunctus... absit (v. 18); semota (v. 19); nel contesto i verbi che significano separazione e allontanamento (seiungo; abeo; semoveo) devono essere infatti equiparati alle negazioni.
T 8 La morte non ci riguarda De rerum natura III, 830-869
1-4. Il punto d’arrivo della dimostrazione condotta dal poeta in questo brano è già enunciato nel primo verso: «Nulla dunque è la morte per noi e non ci riguarda affatto» (v. 830), affermazione circolarmente ripresa al v. 866 («dobbiamo sapere che nella morte non c’è nulla da temere»), e che poggia a sua volta sui risultati dell’indagine condotta nella prima parte del libro III riguardo la materia atomica dell’universo, in particolare sull’accertata unità del composto anima-corpo, da cui si ricava che la fine dell’uno comporta anche la fine dell’altra. Su questo basilare concetto insiste nei versi successivi («quando non esisteremo più e si produrrà la separazione/ del corpo e dell’anima, dalla cui congiunzione siamo formati», vv. 838-839; «ciò tuttavia non ci riguarda perché la nostra esistenza risulta dall’unione/ e dal connubio unico di corpo e anima», vv. 845-846). Lo scopo ultimo dell’argomentazione sul piano etico-pedagogico è liberare l’umanità dal male più grave che l’affligge, e dal quale derivano tutti gli altri affanni ed errori: il metus mortis, «il timore della morte». La dimostrazione procede, scandita da chiari nessi logico-argomentativi, attraverso i passaggi qui di seguito evidenziati: 40 © Casa Editrice G. Principato
T8 La morte non ci riguarda
I) vv. 830-831: versi-cerniera che, mediante un nesso conclusivo (la congiunzione «dunque», nell’originale igitur), seguito da un ulteriore nesso di valore causale-condizionale (la congiunzione «poiché», nell’originale quandoquidem), segnano, come si è detto, la transizione dalla prima parte del libro III alla seconda, nella quale il poeta s’impegna a debellare il timore della morte; II) vv. 832-842: ampia similitudine che allude al conflitto con Cartagine, tesa a dimostrare che, come prima della nascita, l’essere umano nulla potrà percepire dopo la morte; i due membri o termini della similitudine sono introdotti dai nessi comparativi velut... sic (v. 832; v. 838); da rilevare anche la correlazione causale-temporale cum... scilicet (v. 838; v. 840); III) vv. 843-846: prima demonstratio per absurdum, in cui Lucrezio ribadisce la validità dei contenuti dottrinali fin qui esposti, anche ammettendo per ipotesi la sopravvivenza dell’anima al corpo, teoria sostenuta in particolare dalle scuole pitagorica e platonica; l’argomento che adduce è chiaramente espresso nei già citati vv. 845-846; IV) vv. 847-853: seconda demonstratio per absurdum, nella quale affronta la tesi stoica della replicazione ciclica di mondi (e pertanto di individui) identici, analogamente argomentando che, anche se ciò si verificasse (si noti che questa teoria non è del tutto incompatibile con la dottrina fisica epicurea, cfr. vv. 854-858), per nulla affatto ci riguarderebbe, «una volta che sia stato interrotto il ricordo di noi stessi» (vv. 850-851); V) vv. 854-858: pur senza avallare in sé la teoria stoica di cui sopra si è detto, Lucrezio ammette qui la possibilità, secondo la fisica epicurea, della replicazione di aggregati atomici identici, considerando l’immensità del tempo e la molteplicità dei moti della materia; VI) vv. 859-861: torna a ribadire il concetto espresso nei vv. 850-851 (da unire a Nec, v. 847); VII) vv. 862-869: in conclusione, se è vero, come è stato dimostrato, che la morte, ossia la separazione dell’anima dal corpo, annulla la nostra individualità, la nostra coscienza e la nostra memoria, «si deve tenere per certo che nella morte non vi è nulla da temere» (v. 866). 5. Nella sequenza conclusiva, dall’andamento sillogistico (vv. 861-869), Lucrezio sviluppa una delle più celebri e memorabili sentenze di Epicuro: «quando ci siamo noi non c’è la morte, quando c’è la morte noi non siamo più» (Epistola a Meneceo 125). La morte infatti non è nulla per noi in quanto coincide con «la separazione del corpo e dell’anima» (vv. 838-839), ossia con la cessazione della sensibilità (e dunque della coscienza e della memoria di sé, inscindibili dai moti dei sensi corporei), concetto su cui insistono entrambi gli autori: Epicuro nella Massima capitale II, proposta agli studenti per avviare il confronto («Nulla è per noi la morte; perché ciò che è dissolto è insensibile, e ciò che è insensibile non è niente per noi») e nell’Epistola a Meneceo 124, il primo periodo del brano da noi riportato nella rubrica Le fonti filosofiche («Abituati a pensare che nulla è per noi la morte, poiché ogni bene e ogni male è nella sensazione, e la morte è privazione di questa»); Lucrezio in particolare nei vv. 830-846 e nei vv. 859860. Le differenze risiedono, come si evidenzia nell’introduzione alla suddetta rubrica Le fonti filosofiche mediante numerose citazioni, nelle modalità espressive: lineare e privo di connotazioni emotive il discorso del maestro Epicuro; accesi di intenso pathos, ricchi di immagini potenti e vertiginosamente sublimi i versi di Lucrezio, impegnato in un’assidua amplificazione retorica dei contenuti dottrinali. 41 © Casa Editrice G. Principato
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12. Cicerone
12
Cicerone
T 2 Quo usque tandem In Catilinam I, 1, 1-3
1-2. Si inizi dalle elezioni per il consolato del 62 (tenute nel luglio 63), quando Catilina venne di nuovo sconfitto, probabilmente a causa di un programma politico che aveva spaventato l’opinione pubblica moderata (si ritiene che fra l’altro vi fosse inclusa la promessa della cancellazione di tutti i debiti in Italia). Fu allora che Catilina decise di mettere in atto la sua congiura, affidando a Gaio Manlio l’incarico di raccogliere un esercito: la sollevazione era stata prevista per il 27 ottobre in Etruria, per il 28 in Roma (con il massacro degli ottimati più in vista). Per mezzo di Fulvia, amante di uno dei congiurati, Cicerone venne a conoscenza dei piani. Ne venne subito informato il senato, che il 21 ottobre dichiarò lo stato di emergenza, con l’attribuzione di poteri speciali ai consoli. Nella notte fra il 6 e il 7 novembre, nella casa di Leca [ T4], Catilina chiama a raccolta i suoi complici per progettare un nuovo piano d’azione, che prevedeva fra l’altro l’uccisione di Cicerone. Informato di nuovo da Fulvia, Cicerone provvede a eccezionali misure di difesa per la propria persona e per la città, convocando il senato nel tempio di Giove Statore, sull’Aventino. È l’8 novembre, giorno in cui viene pronunciata la prima orazione in Catilinam. 3-4. Nell’Institutio oratoria di Quintiliano un vasto capitolo è dedicato ai modi dell’exordium (IV, 1, 1-79). L’esordio ex abrupto (cioè senza preamboli), in cui non ci si rivolge alla persona che desideriamo accattivarci (per esempio i giudici di un tribunale o i membri del senato) ma direttamente al proprio avversario, è qui generalmente sconsigliato, salvo quando lo richiedano situazioni eccezionali (e tra gli esempi proposti è proprio l’exordium della prima Catilinaria). Quando farne uso? Quando vogliamo dare un particolare vigore all’espressione del nostro pensiero. In un altro passo del suo trattato, Quintiliano aggiunge infatti che «il discorso rivolto ad altri anziché al giudice comporta un’esposizione più breve e di maggior efficacia persuasiva» (IV, 2, 106). Un esordio come quello ciceroniano si giustifica insomma solo nei casi in cui si voglia dispiegare una straordinaria energia espressiva, attaccando senza preamboli, in modo risoluto e decisivo, il proprio avversario. Non a caso Cicerone, nel paragrafo iniziale dell’orazione, ricorre a una lunga, incalzante serie di interrogative retoriche, sottolineate da anafore enfatizzanti, cariche di indignatio e di disprezzo, in cui sono già evidenziate le parole-chiave dell’intera orazione: il furor e l’audacia di Catilina, cui si oppone la patientia ormai allo stremo dei senatori. 5. Per gli esempi storici, e il loro significato, si vedano le note al testo. Per il significato di praeteritio, il «Glossario dei termini retorici e stilistici». 6. Si consiglia di procedere a una sottolineatura delle parole e delle espressioni che attengono alla figura di Catilina: furor iste tuus; effrenata... audacia (par. 1); notat et designat oculis ad caedem; istius furorem ac tela; pestem; machinaris (par. 2); Catilinam orbem terrae caede atque incendiis vastare cupientem; civem perniciosum (par. 3). L’isolamento 42 © Casa Editrice G. Principato
T3 Il console denuncia le trame eversive di Catilina
dei termini e delle espressioni rende ancor più visibile la lucida irruenza e la forza argomentativa con cui Cicerone attacca il suo avversario: Catilina è descritto come un sovversivo che vuole incendiare il mondo intero, un apportatore di morte e di rovina, dominato da un furor e da un’audacia senza pari, al punto da continuare la sua attività eversiva perfino nell’aula dove si svolge l’assemblea senatoria. 7. La serie delle antitesi è lunga e varia. Al furor di Catililina è contrapposta fin dall’inizio l’imbelle inerzia (patientia) delle istituzioni, antitesi marcata anche dalla costante opposizione, in tutto il passo, dei pronomi personali e possessivi: da una parte il tu di Catilina; dall’altra il nos del senato. Analoga contrapposizione, ma in termini spaziali, si determina con l’opposizione dei dimostrativi: iste è Catilina; horum sono i senatori. Ma l’antitesi di maggior forza emotiva è quella presente nel paragrafo conclusivo, dove ai magistrati e ai senatori di un’epoca ormai remota (viri fortes), provvisti di publica virtus, di coraggio e di determinazione, vengono contrapposti i consoli dell’anno 63 (e dunque Cicerone stesso), che pur in presenza di decreti speciali (come quello votato il 21 ottobre) restano ancora inattivi, venendo dunque meno al proprio dovere (desumus). Non mancano antitesi concettuali sapientemente dislocate nell’intero brano: Catilina, apportatore di morte, macchinatore di stragi, è colui che invece «vive» (il concetto è esaltato dalla correctio: hic tamen vivit. Vivit? Immo vero, ecc.). 8. Una rapida ricognizione in rete porterà a rintracciare la celebre esclamazione ciceroniana con diverse funzioni e in diversi contesti: articoli di giornale, uno spettacolo teatrale, persino, come prevedibile, il nome di un sito. L’elemento comune è sempre la contrapposizione tra un presente confuso e disorientante e un passato caratterizzato da certezze e da punti di riferimento sicuri: spesso l’antitesi si colora d’ironia sdrammatizzante o perfino straniante, come a dire che, per quanto poco possano piacere, i tempi sono questi. Il tono riacquista la solennità originaria dell’accusa quando la citazione è utilizzata per attacchi polemici ad personam, magari per questioni giudiziarie o per comportamenti ben poco raccomandabili di personaggi famosi. Su queste basi lo studente potrà impostare la sua tesi e la sua argomentazione.
T 3 Il console denuncia le trame eversive di Catilina In Catilinam I, 3, 6-8
1. L’orazione, nei trattati di retorica, veniva divisa in un certo numero di parti, fra cui exordium, narratio, confirmatio, peroratio. La narratio consiste nell’esposizione dei fatti avvenuti, e mira dunque ad informare gli ascoltatori in modo «verosimile, chiaro e breve», come leggiamo nel De oratore di Cicerone (II, 19, 83), che riporta i suggerimenti delle retoriche tradizionali: Iam vero narrationem quod iubent veri similem esse et apertam et brevem, recte nos admonent. 2. Per rispondere, lo studente potrà avvalersi delle note alle espressioni Meministine (par. 7); Num me fefellit (par. 7); Num infitiari potes (par. 7); sensistin (par. 8). Nel primo e nell’ultimo caso, la particella enclitica -ne è usata al posto di nonne. Le interro43 © Casa Editrice G. Principato
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12. Cicerone
gative dirette semplici, com’è noto, sono sempre introdotte da un pronome o avverbio interrogativo (quis, qualis, uter, quantum, ubi, cur, quando, ecc.). In assenza di pronome o avverbio interrogativo, si usa una delle tre particelle interrogative -ne; num; nonne. L’enclitica si usa generalmente nelle vere e proprie domande, quando non si conosce la risposta; le altre due particelle si usano nelle interrogative retoriche, quando cioè la risposta è già implicita nella domanda: num nel caso in cui la risposta è negativa; nonne nel caso in cui la risposta è affermativa. 3. I nomi dei mesi, nel calendario latino, sono propriamente aggettivi, e concordano in genere, numero e caso con il sostantivo cui si riferiscono. Il mese aveva tre giorni fissi: le Kalendae (il primo giorno del mese); le Nonae (il 5 del mese; per marzo, maggio, luglio e ottobre il 7); le Idus (il 13 del mese per marzo, maggio, luglio, ottobre; il 15 per gli altri mesi). Il calcolo degli altri giorni si faceva a ritroso, indicando quanti giorni mancavano alle Calende, alle None o alle Idi successive, computando sia il giorno di partenza sia il giorno di arrivo. Dunque: ante diem XII Kalendas Novembris indica il dodicesimo giorno prima delle Calende di Novembre (= 21 ottobre); ante diem VI Kalendas Novembris indica il sesto giorno prima delle Calende di Novembre (= 27 ottobre); ante diem V Kalendas Novembris indica il quinto giorno prima delle Calende di Novembre (= 28 ottobre); Kalendis... Novembribus = 1 novembre. 4. Tra le figure più significative presenti nel passo andranno sottolineate l’anafora, l’antitesi e la climax (in questo caso: anticlimax o gradatio discendente). Anafore: si inlustrantur, si erumpunt (par. 6); tam atrox tamque incredibilis (par. 7); Nihil agis, nihil moliris, nihil cogitas (par. 8). Antitesi: obscurare/inlustrantur; continere/erumpunt (par. 6). Climax: Nihil agis, nihil moliris, nihil cogitas (par. 8). 5. Cicerone si sta rivolgendo in questo brano a Catilina, ma contemporaneamente vuole dare all’assemblea dei senatori l’immagine di un console attento, rigoroso, cui non sfugge nulla (Num me fefellit... Num infitiari potes), in grado di controllare ogni mossa dell’avversario (Nihil agis, nihil moliris, nihil cogitas, quod non ego non modo audiam, sed etiam videam planeque sentiam).
T 5 Non feram, non patiar, non sinam In Catilinam I, 5, 10-13
1. Per i Manliana castra, si veda la nota al testo. 2. Numerose le strutture allitteranti presenti nel capitolo, sempre collocate nei punti di maggior impatto emotivo. Alcuni esempi: patent portae: proficiscere (par. 10); Magno me metu (par. 10); tam taetram, tam horribilem tamque infestam (par. 11), dove l’effetto 44 © Casa Editrice G. Principato
T7 Prima prosopopea: la Patria parla a Catilina
allitterante che si produce tra gli avverbi in triplice anafora e l’aggettivo amplifica la potenza rovinosa del progetto catilinario; est primum... proprium est (par. 12), dove il legame fonico a distanza fra i due aggettivi rafforza i concetti espressi («la cosa più importante», «la cosa più conveniente»), anche in virtù della disposizione chiastica degli elementi evidenziati; exieris, exhaurietur (par. 12), forse il nesso allitterante più intenso dell’intero passo, per la forza concettuale che sa esprimere; Exire ex urbe iubet (par. 13), invito che il console ripete (si noti la tipica composizione ad anello del brano) come già all’inizio del passo (patent portae: proficiscere): in entrambi i casi, la trama dei richiami fonici enfatizza l’impetuosa urgenza dell’appello. 3. Classico esempio di gradatio ascendente, rafforzata dall’asindeto e dall’anafora dell’avverbio. 4. Consul designatus era il console che era stato eletto per l’anno successivo. D’abitudine le elezioni si svolgevano all’inizio dell’estate e i risultati venivano resi noti verso la fine del mese di luglio. Da quel momento l’importanza dei consoli designati cresceva, al punto da poter esercitare un’influenza sulle decisioni degli stessi consoli in carica. 5. Già si osservi, all’inizio del passo, il valore pregnante di un’espressione come purga urbem (par. 10). Ma l’analogia con il testo sallustiano si trova al termine del par. 12, dove si legge che, con la partenza di Catilina, comitum magna et perniciosa sentina rei publicae verrebbe finalmente ripulita. Per il significato originario di sentina, si veda la nota al testo.
T 7 Prima prosopopea: la Patria parla a Catilina In Catilinam I, 7, 17-18
1-2. Per la definizione di «prosopopea» cfr. «Glossario dei termini retorici e stilistici». Già l’autore della Rhetorica ad Herennium, attribuita in passato allo stesso Cicerone, raccomandava la prosopopea (o conformatio) perché proficit plurimum in amplificationis partibus et conmiseratione: «giova moltissimo nelle parti dell’amplificazione e nell’ispirare la compassione» (IV, 53, 66). L’apparizione della Patria personificata produce insomma un effetto di profonda commozione nell’uditorio: un pezzo di teatro che infonde vita a un concetto astratto, prestandogli un volto, facendolo parlare come se fosse una persona. Se poi questa persona – come nel passo di Cicerone – è anche una madre, l’effetto viene ulteriormente acuito. Proprio nello stesso passo della Rhetorica ad Herennium è d’altronde proposto, quale esempio di prosopopea, proprio una urbs invictissima che si rivolge ai propri concittadini in questo modo: Ergo illa plurimis tropeis ornata, triumphis ditata certissimis, clarissimis locupletata victoriis, nunc vestris seditionibus, o cives, vexor; quam dolis malitiosa Kartago, viribus probata Numantia, disciplinis erudita Corinthus labefactare non potuit, eam patimini nunc ab homunculis deterrumis proteri atque conculcari? («Io, quella che adornata di numerosissimi trofei, fregiata di trionfi manifestissimi, arricchita di vitto45 © Casa Editrice G. Principato
INDICAZIONI E RISORSE • Aurea dicta edizione gialla 1
12. Cicerone
rie splendentissime, ora, o cittadini, dalle vostre sedizioni, sono straziata; colei che non poterono scuoterla: Cartagine, scaltra negli inganni; Numanzia, stimata per le forze; Corinto, affinata dalle dottrine, lasciate ora che sia schiacciata e calpestata da pessimi omicciuoli?»; trad. di F. Cancelli). La città che parla è chiaramente Roma, come dimostrano i riferimenti a tre celebri episodi della sua storia recente: la conquista di Cartagine (146), di Corinto (146), di Numanzia (133). Gli homunculi che ora mettono in dissesto una città così gloriosa sembrano già dei precursori di Catilina, uomini faziosi che non si peritano di devastare la propria patria con la violenza, la sedizione e la strage, pur di realizzare le loro ambizioni di potere. La lettura di questa esercitazione scolastica fa ben comprendere come gli artifici tecnici di cui Cicerone si avvale siano gli stessi che i giovani romani apprendevano nel corso dei loro studi presso le scuole di retorica del tempo. 3-4. Nel par. 18 la Patria, rivolgendosi a Catilina, mette l’accento sull’aberrante situazione in cui versa iam aliquot annis la città, dominata dalla paura e dall’ansia. Il motivo della paura, già evidenziato fin dall’esordio della prima Catilinaria [ T2], assume un particolare rilievo in questa sequenza, proprio perché è la Patria stessa (Patria-Madre, come si è visto) a parlare, e a farsi carico personalmente di uno sgomento e di un’apprensione che appartengono all’intera comunità dei boni. Per questo – dice la Patria al termine della sua allocuzione – Catilina dovrebbe andarsene dalla città: ut tandem aliquando timere desinam. La paradossalità e l’orrore della situazione si concentrano proprio sul mostruoso rovesciamento dei tradizionali rapporti: qui è la madre ad aver paura del figlio, mentre il figlio mostra di non rispettare né temere l’autorità materna (huius tu neque auctoritatem verebere nec iudicium sequere nec vim pertimesces). 5. In sequenza, i verba timendi presenti nel testo sono: metuerent... metuunt... timerent... metuit... verebere... pertimesces... timeri... timere, affiancati dai sostantivi metus e timor. Metuo (tui, tutum, ĕre), come il sostantivo metus, esprime apprensione e preoccupazione per un male che ci minaccia, ma che ancora non si è concretamente configurato. Cicerone, nelle Tusculanae disputationes (IV, 7, 14), definisce metus come opinio impendentis mali, quod intolerabile esse videatur («l’idea di un male imminente, che appare insopportabile»). Timeo (ui, ˉere), come il sostantivo timor, esprime invece un timore suscitato da una causa già effettivamente presente e reale. Pertimesco (tıˉmŭi, ĕre), composto intensivo di timesco, a sua volta incoativo di timeo, esprime una forte paura, altrettanto concreta, non di rado di natura fisica. Vereor (rı̆tus sum, ˉeri), infine, esprime un timore reverenziale. Ma l’analisi potrebbe continuare, prendendo in considerazione altri verbi e sostantivi affini, quali formido, aˉre, in cui, come nel sostantivo formido, idinis, si esprime un forte e continuo timore, per lo più di natura irrazionale, secondo la definizione di Cicerone: formidinem metum permanentem (Tusculanae disputationes IV, 8, 18); paveo, ˉere e pavor, oris, i quali indicano un trepidante sgomento, una costernazione vicina al terrore, includendo l’idea della mancanza di coraggio (cfr. l’aggettivo pavidus); horreo, ˉere, che copre lo spazio semantico dell’orrore, qualcosa che ci fa rabbrividire, anche in senso propriamente fisico.
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T 17
T17 La visita a Massinissa
T 17 La visita a Massinissa Somnium Scipionis 1
1-2. Per l’inquadramento storico, si vedano l’introduzione al testo e la rubrica Le
figure e gli eventi della storia, p. 429.
Il motivo dell’amicizia tra la famiglia degli Scipioni e quella di Massinissa è subito sottolineata dalla voce narrante (regem familiae nostrae iustis de causis amicissimum). Non a caso la prima immagine di Massinissa che ci viene incontro non è più quella di un rex ma di un senex che abbraccia – piangendo dall’emozione e dalla gioia – l’Emiliano (complexus me senex conlacrimavit), e ringrazia il cielo della visita che gli è stata concessa (aliquantoque post suspexit ad caelum, et: «Grates» inquit «tibi ago, summe Sol, vobisque, reliqui Caelites, quod, ante quam ex hac vita migro, conspicio in meo regno et his tectis P. Cornelium Scipionem, cuius ego nomine recreor ipso). 3. Prima di iniziare la ricognizione, sarà utile ricordare agli studenti come le forme arcaiche e le forme poetiche della lingua latina tendano spesso a sovrapporsi. Un primo esempio di termini insieme arcaizzanti e poetici sono al par. 1 il sostantivo Caelites e al par. 2 l’accusativo plurale Grates (in luogo di gratias), forma sopravvissuta soltanto in formule di carattere religioso: il ricorso a tali forme sottolinea l’atmosfera solenne e quasi sacrale dell’incontro, anticipando i grandi temi religiosi e cosmologici del Somnium. Un tradizionale poetismo è l’uso del plurale tectis per indicare il palazzo del sovrano (sul piano retorico si tratta di una sineddoche: la parte per il tutto). Arcaizzante è l’uso dell’ablativo di causa introdotto dalla preposizione de: cfr. iustis de causis (par. 1), costrutto destinato a tornare nel capitolo successivo [ T18]: fessus de via. Arcaizzante, infine, è anche la forma grafica optumi per optimi (par. 2).
T 18 Il sogno di Scipione Somnium Scipionis 2
1. Dell’origine della visione onirica seguita all’incontro con Massinissa il narratore fornisce qui una spiegazione razionalistica: egli si mostra propenso a credere (par. 3) che l’apparizione in sogno dell’avo adottivo sia stata determinata dall’argomento pressoché unico della prolungata conversazione serale con il vecchio re, instancabile nel rammemorare i facta e i dicta dell’Africano (par. 1); così come ad Ennio era apparso Omero, cui per certo il poeta romano soleva rivolgere sovente il pensiero e il discorso durante la veglia diurna (vigilans). La citazione del sogno che nel proemio degli Annales [ T3, cap. 2] proclamava l’investitura di Ennio quale alter Homerus, sembra tuttavia racchiudere qui un ulteriore, e più profondo, significato, con il riferimento all’immortalità dell’anima (tradizionalmente simboleggiata dal pavone) e alla dottrina della metempsicosi, anticipazione dei grandi temi filosofici e mistico-religiosi che verranno successivamente affrontati nel Somnium. La lettura del capitolo 2, e dell’opera nel suo complesso, offre l’occasione di approfondire la natura e la sostanza dei somnia, un grande tema della poesia e della trattazione filosofico-scientifica del mondo antico. Per affrontarlo convenientemente, si 47 © Casa Editrice G. Principato
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12. Cicerone
ritiene opportuno attivare lo specifico Percorso sul sogno, proposto in questo stesso volume. Necessario, in ogni caso, procedere alla lettura e al commento del frammento degli Annales enniani [ T6 ONLINE, cap. 2] cui esplicitamente si richiama Cicerone, notoriamente estimatore di Ennio: si ricordi, ad esempio, la polemica contrapposizione dell’arcaico poeta egregius ai cantores Euphorionis nella rubrica Documenti e testimonianze ONLINE del cap. 10, dedicato alla poesia neoterica e a Catullo. 2. Si rilevi la posizione enfatica di entrambi i pronomi di I persona sottolineati, che precedono a notevole distanza i rispettivi verbi reggenti: Deinde, ut cubitum discessimus, me et de via fessum, et qui ad multam noctem vigilassem, artior quam solebat somnus complexus est. [3] Hic mihi – credo equidem ex hoc quod eramus locuti; fit enim fere ut cogitationes sermonesque nostri pariant aliquid in somno tale, quale de Homero scribit Ennius, de quo videlicet saepissime vigilans solebat cogitare et loqui – Africanus se ostendit [...] 3. Si vedano le rispettive note al testo. 4. Si vedano l’introduzione al testo e la rubrica Fonti visive nel cap. 1.8, p. 23; per una trattazione più ampia e approfondita dell’argomento, si legga il prezioso contributo di una studiosa contemporanea, che qui riportiamo [ RISORSE 9]. RISORSE 9
Imagines maiorum Nella voce redatta per l’Enciclopedia dell’Arte Antica, Licia Vlad Borrelli si avvale delle testimonianze fornite dagli autori antichi (Polibio e Plinio il Vecchio) e dai ritrovamenti archeologici, per costruire un discorso di notevole interesse sulle imagines maiorum, collegando l’usanza gentilizia delle maschere funebri allo sviluppo storico dell’arte italica, e in particolare della ritrattistica romana.
Erano le immagini degli antenati ricavate in cera sul volto del defunto e conservate in un armadio di legno (armaria) nell’atrio delle dimore dei patrizi romani. Avevano parte preponderante nel culto domestico e durante i funerali dei consanguinei erano recate in processione dai discendenti che per statura più somigliavano ai defunti e che se le applicavano sul volto indossando le vesti proprie di quelli (vedi rilievi della Tomba degli Haterii al Laterano). Tali costumanze menzionate da Polibio (Storie VI, 53), Plinio (Nat. hist. XXXV, 2, 6), Cicerone, ecc. e sancite giuridicamente da un ius imaginum, privilegio nobiliare, ricevono dal testo di Polibio un sicuro terminus ante quem di datazione compreso fra il 167 e il 150 a.C. (epoca cioè in cui fu scritto il libro VI delle Storie), ma si può, presumibilmente, risalire per il loro costituirsi fino al IV sec. a.C. In correlazione con queste imagines maiorum si sviluppa anche l’uso di alberi genealogici dipinti (stemmata) i cui ritratti erano collegati fra loro a seconda delle parentele da linee con varie ramificazioni (Plinio, Nat. hist. XXXV, 6: apud maiores in atriis... expressi cera vultus singulis disponebantur armariis, ut essent imagines quae 48 © Casa Editrice G. Principato
T19 La profezia: vita, imprese e morte di Scipione
comitarentur gentilicia funera, semperque defuncto aliquo totus aderat familiae eius qui numquam fuerat populus. Stemmata vero lineis discurrebant ad imagines pictas). L’imago era ornata di firme e di iscrizioni e la maschera di cera completata da elementi cromatici e naturalistici così da rendere maggiormente la suggestione del vero. Nei giorni festivi i battenti dello scrigno si aprivano e le immagini venivano incoronate di lauro; (uno di questi armadi è stato ritrovato a Pompei nella Casa del Menandro). Oltre ai busti in cera le famiglie patrizie conservavano altre maschere, tratte anch’esse a mezzo di calco, ma eseguite in materiale meno perituro (legno, terracotta, ferro, oro, argento, ecc.) tale da tollerare l’esposizione durante talune cerimonie funebri che accompagnavano il corteo funebre indossando le maschere e gli abiti ufficiali degli antenati (Polibio). Per la loro qualità di maschera del volto del defunto le imagines maiorum dovrebbero rimanere al di fuori della storia dell’arte, circoscritte nei limiti della storia del costume e di quella del diritto. Tuttavia in tale culto prettamente indigeno è evidente l’esigenza di una caratterizzazione fisionomica propria a tutta l’area italica, che si è riconosciuta come una delle componenti del ritratto romano. In realtà accanto all’effigie plastica in cera o altro materiale, riservata al rito funebre ed a quello domestico, si pone fin dall’età repubblicana per le manifestazioni civiche l’uso del monumento sepolcrale che si inserisce in un filone artistico di derivazione greca e segue un suo sviluppo autonomo. È però da presumere che la presenza delle maschere funebri abbia contribuito a far assumere al ritratto romano a partire dall’età di Silla, fortemente permeata da una ripresa di coscienza del patriziato, quella vivacità e quella precisazione fisionomica, che ne costituiscono una delle caratteristiche più salienti. [L. Vlad Borrelli, voce «Imagines maiorum», in Enciclopedia dell’Arte Antica, Treccani 1961]
T 19 La profezia: vita, imprese e morte di Scipione Somnium Scipionis 3-4
1-2. L’Africano si rivolge al nipote (ma lo scopriremo soltanto in 8, 1 [ T22 ONLINE]) dalla Via Lattea. Mentre parla de excelso... loco, addita la città di Cartagine, che spetterà proprio all’Emiliano espugnare e distruggere nel 146. Per la carriera politico-militare di Scipione, si veda l’introduzione al testo; per gli sconvolgimenti dello Stato romano cui l’autore allude nella chiusa del capitolo, si vedano l’introduzione al testo e la nota (nepotis mei); per un approfondimento del tema, si leggano le pagine di Mario Attilio Levi [ RISORSE 10]. Sulla figura dell’Emiliano Cicerone ritornerà ancora, riepilogandone la vicenda umana e politica nel dialogo De amicitia. 3. Per le scelte stilistico-espressive dell’autore nel par. 2 (antitesi e parallelismi in particolare) si veda la rubrica Il genere letterario, p. 372. La complessità retorica, così come il tono solennemente enfatico dei periodi considerati, si addicono al carattere profetico e oracolare del discorso. 49 © Casa Editrice G. Principato
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12. Cicerone
RISORSE 10
Le leggi agrarie di Tiberio Sempronio Gracco Mario Attilio Levi delinea un quadro articolato e complesso degli eventi che portarono alla morte di Tiberio Gracco (nel 133) e in seguito dello stesso Scipione Emiliano (nel 129).
Nel 133 entrava nel collegio dei tribuni della plebe Tiberio Sempronio Gracco, discendente da una famiglia rivale a quella degli Scipioni per interessi relativi alla penisola iberica e alleata alle tendenze conservatrici oligarchiche che avevano fatto capo, in passato, a Catone. Tiberio Gracco apparteneva ormai alla seconda generazione della tendenza conservatrice e aveva maggiore ampiezza di vedute di quanta ne avesse mostrata Catone. Per Tiberio non bastava opporsi a una evoluzione nella società, ma si doveva cercare di eliminarne cause e giustificazioni. Egli cercava pertanto di ricostruire in Italia l’antica struttura sociale, eliminando al massimo il ceto dei nullatenenti, perenne fonte di insoddisfazione e di inquietudine. Occorrendo realizzare la ricostituzione di un ceto di piccoli possidenti, Tiberio aveva pensato di richiamare in vigore una antica legge, che limitava a 500 iugeri l’estensione di terra pubblica da concedersi in possesso a privati singoli. Non tutte le terre entrate a far parte dell’ager publicus erano state distribuite: molte rimanevano indivise e potevano essere occupate, a titolo precario, da cittadini, da Latini o alleati, i quali dovevano però riconoscere la proprietà statale, pagando un vectigal annuo a titolo di canone locatizio, spesso soltanto simbolico. Queste terre semigratuite erano usate sovente per pascoli o culture estensive. Tiberio Gracco propose una nuova legge agraria che ripristinava l’antica limitazione, aggiungendovi 250 iugeri per ciascun figlio maschio, però sempre entro il limite massimo di 1000 iugeri. Quanto poteva restare ai singoli dei loro precedenti possessi scorporati veniva trasformato, a titolo di compenso, in proprietà privata. A questo modo il demanio statale avrebbe recuperato notevoli estensioni di terre che, a lotti di 30 iugeri, avrebbero dovuto essere date in possesso, sempre con un vectigal annuale, a cittadini romani nullatenenti. I lotti erano concessi a titolo ereditario, ma non erano cedibili. La legge graccana non aveva carattere rivoluzionario, però la classe senatoria le fu egualmente ostile, perché i più grandi possessori di terre pubbliche appartenevano proprio a quel ceto. D’altra parte, togliendo a Roma i capite censi, si eliminava gran parte della massa elettorale con la quale i dirigenti politici riuscivano a manipolare le votazioni dei comizi. Gli ambienti aristocratici e tutta la nobilitas, con l’appoggio di Scipione Emiliano, si unirono contro l’iniziativa di Tiberio Gracco. Un altro tribuno della plebe, M. Ottavio, vi oppose il veto: il conflitto fra i due tribuni portò al tentativo di Tiberio Gracco di far deliberare dal popolo la decadenza di Ottavio dall’ufficio. Questa iniziativa suscitò violenze e tumulti, in mezzo ai quali Tiberio riuscì a far approvare la sua legge, a revocare dall’ufficio Ottavio e a farsi rinnovare il tribunato per l’anno successivo. Ne nacque un conflitto, in cui non si risparmiarono violenze: la principale vittima fu lo stesso Tiberio, assassinato in un tumulto. 50 © Casa Editrice G. Principato
T19 La profezia: vita, imprese e morte di Scipione
Tuttavia la legge era entrata in vigore e la commissione triumvirale nominata per attuarla intraprese i lavori per l’accertamento e la misurazione delle terre pubbliche da recuperare e redistribuire. I lavori della commissione suscitarono reazioni, violenze e malumore anche fra gli alleati, in quanto venivano tolte le terre anche a possessori latini e italici, senza ammettere i nullatenenti di queste popolazioni al beneficio delle nuove distribuzioni. La legge diede nonostante tutto i suoi frutti. Il demanio romano nella seconda metà del II sec. a.C. si estendeva, secondo calcoli attendibili, per 55.000 kmq., dei quali 37.000 a mezzogiorno del Rubicone, che è di circa 130.000 kmq. I cittadini che beneficiarono della legge graccana dovettero essere circa 65.000, e quindi, sia pure lentamente e in mezzo a opposizioni e contrasti, dovrebbero essere stati divisi circa 1.980.000 iugeri di terre pubbliche, pari a 500.000 ettari (5.000 kmq.), cioè a circa un settimo di tutte le terre demaniali romane al disotto del Rubicone. Queste cifre dimostrano con evidenza l’importanza sociale ed economica della legislazione graccana e le modificazioni che, in seguito ad essa, furono introdotte nei rapporti sociali. Questi 5.000 kmq. di terre pubbliche erano stati tolti a grandi proprietari romani o italici ed erano stati distribuiti in appezzamenti di 7 ettari e mezzo ciascuno a un grande numero di cittadini non abbienti, i quali di conseguenza si trovarono improvvisamente a beneficiare di una concessione il cui valore economico, per scarso che potesse essere il costo commerciale delle terre loro assegnate, poteva sempre aggirarsi su una cifra di almeno 4.000 denarii, corrispondenti a quanto un operaio non qualificato guadagnava in almeno 15 anni di lavoro. Negli anni successivi al 133 si ebbero replicati tentativi per modificare la legge agraria. Nel 129 Scipione Emiliano cercò di passare ai consoli i poteri delle commissioni triumvirali, ma venne improvvisamente a morte mentre la sua proposta era in discussione. [M.A. Levi, Storia romana dagli Etruschi a Teodosio, Cisalpino, Milano 1969, pp. 249-252]
4. Nel par. 3 viene rivelata all’Emiliano la durata della sua vita stabilita dal Fato (summam... fatalem), mediante un’ampia perifrasi contesta di riferimenti astrali e numerologici (Nam cum aetas tua... confecerint). L’artificioso ricorso ad arcane circonlocuzioni e il simbolismo mistico dei numeri erano propri, nel mondo antico, del linguaggio profetico. Furono le scuole pitagoriche – com’è noto – a ravvisare nel numero l’essenza e la causa prima – il modello – di ogni cosa. Per un approfondimento del tema, si legga il saggio di Carlo Sini [ RISORSE 11]. 5. La rivelazione finale tende ad avvalorare il sospetto che l’Emiliano fosse stato ucciso dai suoi stessi familiari. Sul ricorso a una struttura ipotetica, in apparente contraddizione, sul piano logico, con quanto risolutamente affermato poco prima, e cioè che la morte di Scipione appartenesse ormai all’ordine degli eventi fatali, si vedano la nota (si... effugeris) e l’introduzione al testo. La conclusione del passo rivela la sapienza narrativa di Cicerone, che smorza la drammaticità della profezia nel rappresentare due atteggiamenti antitetici: da una parte la reazione angosciata e indignata degli amici; dall’altra l’imperturbabile, serena fermezza – improntata ai dettami della dottrina 51 © Casa Editrice G. Principato
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12. Cicerone
stoica – di Scipione, addolcita dal sorriso e da una battuta amabilmente scherzosa («St!... ne me e somno excitetis»). 6. Dopo aver prevalso a Porta Collina (83 a.C.) sugli avversari, Silla si fece conferire la dittatura legibus scribundis et rei publicae constituendae, che gli assicurava poteri eccezionali. In virtù di tale carica, egli poté riformare lo Stato a favore dell’ordine senatorio e ai danni del tribunato della plebe, cui venne limitato, fra l’altro, il diritto di veto. Il titolo che stava per essere attribuito a Scipione Emiliano implicava dunque la necessità di riordinare lo Stato a favore del ceto senatorio, e richiamava l’esperienza sillana. Mentre scriveva queste pagine (54 a.C.), Cicerone pensava verosimilmente allo scenario politico romano contemporaneo, ormai dominato dalle figure di Pompeo e di Cesare, al cui crescente potere personale faceva riscontro la sempre maggiore debolezza dell’istituto senatorio. 7. È l’unica interruzione che dal racconto del sogno riporta al dialogo e ai suoi personaggi. Il sorriso dolce dell’Emiliano si contrappone al pianto a cui si abbandonano Lelio e gli altri, a indicare una superiore saggezza, e l’equilibrio che deriva dall’accettazione serena della profezia appena riferita. D’altronde è anche un leggero ammiccamento, un’uscita temporanea dalla finzione narrativa, che sembra confondersi con il sogno e svelarne per un istante la natura immaginaria, che condivide con tutto il dialogo. Anche sul piano filosofico, realmente l’atteggiamento di Cicerone verso i sogni profetici e la profezia in generale fu oscillante: da una parte la componente scettica lo induceva a dubitare di ogni premonizione irrazionale, sospetta di superstizione (è la posizione dominante nel De divinatione); dall’altra lo spirito pragmatico dello stoicismo romano lo induceva ad accogliere con favore credenze tradizionali rassicuranti e condivise da ogni ceto sociale. In questa pagina mirabile le due istanze paiono conciliarsi sotto il segno di una superiore e appunto sorridente humanitas. 8. Farinata, nel passo citato, profetizza a Dante l’esilio che lo attende: l’arte cui si fa riferimento è quella di ritornare in patria: né la famiglia di Farinata, né Dante, com’è noto, seppero mai più far ritorno in Firenze, dopo il bando loro inflitto. L’analogia con il testo ciceroniano è tutta riposta nel modulo stilistico-espressivo mediante il quale viene enunciata la profezia: un’ampia e solenne perifrasi, che nelle sue arcane circonlocuzioni si avvale di numeri mistici e di riferimenti ai moti degli astri per dare indicazioni cronologiche. Infatti nel Somnium Scipionis l’Africano rivela a un caro congiunto, il nipote adottivo, che nel futuro lo attendono per decreto del Fato eventi oscuri e dolorosi, ma anche splendidi riconoscimenti, tali da segnare il culmine della sua gloriosa parabola terrena ed accrescere il prestigio delle due illustri gentes cui appartiene (l’una per nascita, l’altra per adozione); mentre nel celebre dialogo dell’Inferno dantesco, improntato a un risentito antagonismo e strutturato nelle forme del “rinfaccio”, Farinata si rivolge a un avversario di parte, profetizzandogli con amaro compiacimento quella stessa sventura che ha colpito i suoi discendenti.
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RISORSE 11
La dottrina pitagorica del numero Carlo Sini, uno dei più autorevoli studiosi della filosofia classica, illustra i punti salienti della scuola pitagorica: la dottrina del numero, le concezioni astronomiche e cosmologiche, l’armonia delle sfere, i rapporti tra aritmetica e musica. Per un approfondimento del tema, cfr. Pitagora, Le opere e le testimonianze, introduzione di W. Burkert, a cura di M. Giangiulio, Mondadori, Milano 2000.
Come riferisce Aristotele, i pitagorici scorsero nel numero quel principio o arché che, meglio degli elementi naturali come l’acqua o il fuoco, può spiegare le trasformazioni dei fenomeni della natura e l’essenza delle cose. Nulla può essere compreso senza il numero, dicevano i pitagorici: esso incarna l’armonia del tutto ed è principio di saggezza per l’uomo. Per comprendere questa dottrina del numero bisogna ricordare che i pitagorici non distinguevano ancora tra aritmetica e geometria (donde il termine “aritmogeometria” attribuito dai moderni alla loro dottrina). Essi concepivano l’unità come un’entità discreta e reale. Simbolicamente la raffiguravano come una pietruzza (in latino calculus, donde l’accezione moderna del termine “calcolare”). La serie dei numeri si formava quindi per la combinazione di unità concrete che davano luogo a figure geometriche. Il numero due, per esempio, equivaleva a una linea, il tre al triangolo, il quattro al tetraedro, cioè a una piramide, e così via, sino a comprendere tutte le figure piane e solide. Il numero era pertanto concepito come una figura spaziale. È comprensibile allora che i pitagorici vedessero nei numeri, così intesi, l’essenza profonda e il modello delle cose esistenti in natura, riducendo queste ultime alla loro figura geometrica costitutiva o alle combinazioni di più figure. Filolao, il grande pitagorico della seconda generazione, spiegava la differenza tra gli elementi naturali (terra, acqua, aria, fuoco ed etere, cioè l’elemento che compone i corpi celesti) con la diversità della forma geometrica delle parti di materia che caratterizzavano gli elementi stessi. D’altra parte, se il numero è l’essenza profonda delle cose, allora le proprietà numeriche sono anche proprietà delle cose: per esempio l’opposizione tra pari e dispari, uno e molteplice, limitato e illimitato ecc. si rispecchiano in vari fenomeni della natura. Ne è un esempio l’attribuzione del dispari al maschile e del pari al femminile: il dispari disegna una figura perfetta, cioè definita, in quanto la divisione delle sue pietruzze non può procedere all’infinito, arrestata dall’ultima pietruzza. Il pari invece non può arrestare la divisione infinita tra le sue pietruzze, perché, per esempio, tra le pietruzze del due non c’è arresto in una terza pietruzza. Bisogna tener presente che secondo la mentalità greca, a differenza della nostra, la perfezione appartiene a ciò che è ben determinato e definito (péras), mentre l’infinito o l’indefinito ha una natura inquietante e imperfetta. Ne vedremo una conseguenza nella stessa dottrina pitagorica. 53 © Casa Editrice G. Principato
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12. Cicerone
Inoltre i pitagorici consideravano l’uno non come un numero, ma come il principio generatore della serie dei numeri. L’unità, infatti, ha in sé sia la natura del pari sia quella del dispari; esso è pertanto “parimpari”. Aggiunto a un numero qualsiasi, l’uno lo rende pari (se è dispari) e viceversa. La serie comincia dunque con l’opposizione del due e del tre. Poiché il due è il femminile ed il tre il maschile, la loro somma, il cinque, esprime l’accoppiamento o il “matrimonio”. Di tali analogie la dottrina pitagorica era fertilissima. In particolare i pitagorici trassero dalla serie numerica un elenco di opposizioni o di categorie che riprendevano in modo nuovo i contrari di Anassimandro. Questa serie di opposizioni diede luogo a dieci categorie fondamentali cui ricondurre tutti i fenomeni; esse erano così concepite: pari e dispari, uno e molteplice, limite e illimitato, sinistra e destra, femmina e maschio, stasi e movimento, curva e retta, oscurità e luce, male e bene, rettangolo e quadrato. Numero perfetto era considerato il dieci, chiamato la divina tetraktys, sulla quale i pitagorici erano soliti giurare. La perfezione della sua figura stava in ciò: che essa componeva un triangolo equilatero di quattro pietruzze per lato. Inoltre comprendeva il parimpari, cioè l’uno, e successivamente i primi tre numeri della serie, con le loro fondamentali figure e qualità (1+2+3+4=10). Straordinariamente audaci e innovative erano l’astronomia e la cosmologia della scuola. I pitagorici enumeravano dieci corpi celesti fondamentali, calcolati in base a quella perfezione della quale la tetraktys, cioè il numero 10, era il modello. Vero è che allora i corpi conosciuti (Terra, Luna, Sole e i principali pianeti) erano solo nove. Ma i pitagorici vi aggiunsero l’antiterra che essendo pensata come antipodale alla terra, per questo non era osservabile. L’antiterra mostrava però la sua presenza e la sua efficacia nelle eclissi, frapponendosi appunto fra la Terra e il Sole o la Terra e la Luna, che ne rispecchiavano l’ombra. Sagace soluzione che, mentre rispettava la divina regola del dieci, cercava nel contempo di fornire una spiegazione razionale e “matematica” del fenomeno delle eclissi, liberandolo dalle tradizionali interpretazioni superstiziose che lo consideravano invece espressione di interventi degli dèi, segno di punizioni celesti, presagio di sventure ecc. I corpi celesti sono in movimento intorno a un grande fuoco centrale. Il geniale Filolao ebbe l’audacia di concepire la Terra in movimento, sia di rotazione sul suo asse, sia di rivoluzione intorno al fuoco centrale. Essa non è posta immobile al centro dell’universo, come tutta l’antichità la concepì: intuizione che richiederà ben due millenni per essere ripresa in considerazione dalla scienza moderna. Nel loro moto vorticoso i corpi celesti producono un suono accordato secondo proporzioni perfette. L’insieme genera l’“armonia delle sfere”: una musica divina che si spande per tutto l’universo ma che l’orecchio umano non percepisce perché il suono non è mai intervallato dai silenzi. La relazione tra astronomia e musica istituita dai pitagorici continuerà a influenzare per secoli la storia della cultura. Si narra d’altronde che Pitagora intuì l’importanza del numero proprio osservando la relazione tra altezza del suono e lunghezza delle corde che lo emettono. La metà di una corda posta in vibrazione produce infatti il medesimo suono della corda intera, ma all’ottava superiore; 54 © Casa Editrice G. Principato
T20 Il premio celeste
due terzi della corda, il quinto suono della scala; tre quarti, il quarto e così via. Ciò mostrava che la qualità del suono dipendeva dalla quantità numerabile della lunghezza della corda. Di qui la supposizione che tutti i fenomeni qualitativi della natura fossero riducibili a puri rapporti di quantità. Intuizione che basta da sola a mostrare la grande fecondità del pitagorismo per la nascita di una mentalità razionale e scientifica. Anche l’anima era ricondotta dai pitagorici all’armonia numerica: essa custodisce il numero che regola la vita delle componenti del corpo e, quando il corpo si decompone con la morte, l’anima, cioè la sua armonia numerica, gli sopravvive immortale. [C. Sini, La scuola pitagorica, in C. Sini-M. Mocchi, Leggere i filosofi. Dalle origini ad Aristotele, Principato, Milano 2003, pp. 96-98]
T 20 Il premio celeste Somnium Scipionis 5
1. Qui a parlare è l’Africano Maggiore, che si rivolge al nipote, Scipione Emiliano, con il suo medesimo soprannome (3, 2; 4, 1 [ T19]). Per distinguere tra i due personaggi (il primo vincitore della II guerra punica, il secondo della III) si ricorre alle rispettive denominazioni di «Africano Maggiore» e «Africano Minore». La voce narrante, a sua volta inserita nella struttura dialogica del De re publica, è ovviamente quella dell’Emiliano, il quale racconta a Lelio e agli altri interlocutori del dialogo (4, 4 [ T19]) la sua visione di tanti anni prima, includendovi le parole pronunciate dai personaggi che gli apparvero allora in sogno, appunto l’Africano Maggiore e poi il padre, Lucio Emilio Paolo (6, 3-4 [ T21]). 2. L’espressione princeps deus può essere tradotta in vari modi («sommo dio», «dio supremo», «superiore divinità»), purché si metta l’accento sulla stretta corrispondenza fra il sommo reggitore del mondo, che dirige l’universo nel suo complesso, e i singoli principes terreni (non già nel significato di «monarchi» o «sovrani», ma di rectores e conservatores benemeriti delle civitates cui appartengono), i quali debbono ispirarsi al suo modello, se vogliono meritare di far parte della mistica civitas cosmica. Cicerone attinge in questi passi alla dottrina dello stoicismo medio, e in particolare a Panezio di Rodi [ cap. 5.1]: secondo tale dottrina, la comunità politica è il riflesso terreno dell’armonia celeste. Il termine princeps assomma dunque in sé, nel contesto, significati filosofico-religiosi e insieme allusivamente politici. 3. Secondo la dottrina pitagorica, poi ripresa e sviluppata da Platone – soprattutto nel Fedone e nel Timeo (cfr., in particolare, 40a, 41d, 42b) – l’anima ha origine astrale ed è destinata ad ascendere nuovamente al cielo donde proviene. Il motivo del ritorno alle dimore celesti godrà di vasta fortuna, anche nel mondo cristiano. Si pensi a Dante (Par. I, 91-93): «Tu non se’ in terra, sì come tu credi;/ ma folgore, fuggendo il proprio sito,/ non corse come tu ch’ad esso riedi». E già nel Convivio (IV, 28, 2): «La nobile 55 © Casa Editrice G. Principato
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12. Cicerone
anima ne l’ultima etade [...] ritorna a Dio, sì come a quello porto onde ella si partio quando venne ad intrare nel mare di questa vita». Si ricordi tuttavia che Cicerone non intende riferirsi, in questo passo del Somnium, a tutte le anime, ma solo ai reggitori degli stati che abbiano meritato il più alto premio celeste grazie alla loro virtuosa azione politica; dunque i due simmetrici avverbi di luogo (hinc... huc) non alludono genericamente al cielo, ma in particolare a un certum... ac definitum locum, ossia, come si saprà più avanti (8, 1 [ T22]) alla Via Lattea. Si metta in rilievo la raffinata trama retorica dell’intero passo, che comprende allitterazioni, omoteleuti, figure etimologiche (regit/rectores; conservaverint/conservatores; hinc/huc). 4. Si evidenziano qui i termini che ricorrono in entrambi i passi posti a confronto : populus autem non omnis hominum coetus quoquo modo congregatus, sed coetus multitudinis iuris consensu et utilitatis communione sociatus (De re publica I, 39) concilia coetusque hominum iure sociati, quae civitates appellantur (Somnium Scipionis 5) Il vincolo che unisce gli uomini è il ius, il diritto naturale nel quale si esprime il sentimento della giustizia che accomuna tutti gli uomini, in ogni tempo e in ogni luogo; ius naturae che si esprime nelle società umane concrete e storiche come diritto positivo (nelle leggi, negli ordinamenti di governo). Tale fondamento è concepito dall’autore come il riflesso della suprema razionalità divina – il logos – che regge il mondo, manifestandosi nell’anima dell’uomo. Civitas, nel mondo romano, indica l’insieme di tutti coloro che godono del diritto di cittadinanza, indipendentemente dal luogo di residenza. Concilia e coetus sono di fatto sinonimi, nel contesto.
T 21 Il munus humanum Somnium Scipionis 6-7
1. Dalla proposizione principale (Hic ego... quaesivi) dipendono una proposizione concessiva (etsi eram perterritus) e un’interrogativa indiretta (viveretne), che a sua volta introduce una relativa (quos... arbitraremur). 2. Già nel par. 4, che concludeva il capitolo precedente, Scipione aveva manifestato una violenta commozione, prorompendo in lacrime alla vista del padre; dal canto suo Emilio Paolo aveva abbracciato e baciato il figlio con amorosa tenerezza paterna, cercando di far cessare quel dirotto pianto. Da sottolineare in questo capitolo i vocativi: il solenne pater sanctissime atque optume (7, 1), rivolto da Scipione al padre, che esprime venerazione e rispettoso omaggio di devozione filiale; l’affettuoso Publi (7, 4), il praenomen di Scipione Emiliano, segno rivelatore, ancora una volta, della viva e profonda tenerezza che il pater Paulus nutre verso il figlio. Da notare il mutamento di registro all’inizio del capitolo successivo, con il passaggio al diverso vocativo Scipio (8, 1 [ T22 ONLINE]), cognomen del ramo della gens Cornelia cui l’Emiliano appartiene per adozione, là dove il tono si fa più austero e solenne con il richiamo ai supremi doveri 56 © Casa Editrice G. Principato
T21 Il munus humanum
verso la patria, e dove non a caso viene additato per primo l’esempio (ut avus hic tuus), dell’avo adottivo, l’Africano Maggiore. 3-4. Per i riferimenti alla dottrina pitagorico-platonica riguardo la natura e l’origine dell’anima, cfr. le note introduttive e di commento al testo. Sulle tesi platoniche si modella coerentemente anche la posizione assunta qui da Cicerone riguardo al suicidio: come si è detto, sia la domanda posta da Scipione al padre (par. 1) sia la risposta di quest’ultimo riprendono un celebre passo del Fedone. 5. Dopo aver tradotto e messo a confronto con Somnium 6 il brano proposto dell’orazione Pro Scauro, si può estendere l’indagine intertestuale ad altri due passi ciceroniani dove l’autore ritorna sullo stesso tema. Significativa innanzitutto la concordanza del par. 2 con il seguente brano del De senectute (21, 77), scritto quasi dieci anni dopo: Non enim video cur, quid ipse sentiam de morte, non audeam vobis dicere, quod eo cernere mihi melius videor, quo ab ea propius absum. Ego vestros patres, tu, Scipio, tuque, Laeli, viros clarissumos mihique amicissumos, vivere arbitror, et eam quidem vitam, quae est sola vita nominanda («Non vedo perché dovrei nascondervi quel che io personalmente penso della morte: quanto più le sono vicino, tanto più mi pare di averne una visione chiara. Io ritengo che i vostri padri, il tuo, Scipione, e il tuo, Lelio, entrambi uomini molto celebri ed a me legati da grande amicizia, siano tuttora vivi ed anzi vivano quella vita che è l’unica degna di esser definita tale»; trad. di N. Flocchini). Altrettanto significative le analogie con un passo tratto dalle Tusculanae disputationes (I, 31, 75), opera che precede di qualche mese il Cato maior de senectute: Secernere autem a corpore animum, nec quicquam aliud, est mori discere. Quare hoc commentemur, mihi crede, disiungamusque nos a corporibus, id est consuescamus mori. Hoc, et dum erimus in terris, erit illi caelesti vitae simile, et cum illuc ex his vinclis emissi feremur, minus tardabitur cursus animorum. Nam qui in compedibus corporis semper fuerunt, etiam cum soluti sunt, tardius ingrediuntur, ut i qui ferro vincti multos annos fuerunt. Quo cum venerimus, tum denique vivemus. Nam haec quidem vita mors est, quam lamentari possem, si liberet («E certo dissociare l’anima dal corpo altro non è che imparare a morire. Perciò, da’ retta a me, facciamo questa preparazione, e stacchiamoci dal corpo: abituiamoci, insomma, a morire. Questo, finché saremo sulla terra, renderà la nostra vita simile a quella celeste; e quando, liberi dal legame del corpo, saliremo lassù, il viaggio della nostra anima sarà più spedito. Perché, quelli che sono stati sempre prigionieri del corpo, anche quando sono diventati liberi procedono più a rilento, come fa chi è stato per anni e anni in catene. Soltanto quando saremo arrivati lassù noi incominceremo a vivere; perché, quanto a questa vita terrena, essa è una continua morte: e sul suo conto io potrei ben lamentarmi, se ne avessi voglia»; trad. di A. Di Virginio). 6. Si evidenziano qui le espressioni concettualmente e linguisticamente affini che si corrispondono nei due passi ciceroniani: dum sumus inclusi in his compagibus corporibus (De senectute 77) Nisi deus is... istis te corporis custodiis liberaverit (Somnium Scipionis 7, 2) animus... in custodia corporis (Somnium Scipionis 7, 4)
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INDICAZIONI E RISORSE • Aurea dicta edizione gialla 1
12. Cicerone
munere quodam necessitatis... perfungimur (De senectute 77) munus humanum adsignatum a deo (Somnium Scipionis 7, 4) animus caelestis ex altissumo domicilio (De senectute 77) animus... ex illis sempiternibus ignibus (Somnium Scipionis 7, 3) ut essent qui terras tuerentur (De senectute 77) qui tuerentur illum globum (Somnium Scipionis 7, 3)
T 22 La Via Lattea ONLINE
Somnium Scipionis 8
1-4. Ci troviamo dunque – come finalmente ci viene rivelato dal narratore – nella via Lattea, descritta come uno «spazio circolare, rilucente di vivissimo splendore» (8, 1). Il motivo della luce (splendidissimo candore... flammas... elucens... praeclara... stellae... luce lucebat) non ha qui solo valore esornativo, ma serve a distinguere la regione celeste da quella terrena, e dunque ciò che è eterno da ciò che è effimero e transitorio. Anche l’anima, come si ricorderà, ha d’altronde origine e natura astrale (cfr. capp. 5-7). La stessa piccolezza della terra rispetto alla vastità lucente dei cieli rientra in questa opposizione. Nondimeno, come emergeva già dalle sequenze precedenti, in particolare dal cap. 7 [ T21], e come sarà ribadito nella conclusione del Somnium [ T27], all’uomo è stato affidato un compito, che Paolo, il padre dell’Emiliano, indica in una sola, intensa espressione: iustitiam cole et pietatem, secondo un ordine gerarchico (magna... maxima) che riflette i caratteristici valori del mos romano (quae cum magna in parentibus et propinquis, tum in patria maxima est). Il termine pietas esprime infatti la religiosa devozione verso gli dèi, la patria e i congiunti, la più alta virtù etico-civile, insieme alla fides e alla iustitia, della tradizione romana. 5. Com’è noto, tra i verbi impersonali (quelli cioè alla terza persona, privi di soggetto grammaticale, espresso o sottinteso), spicca in particolare il gruppo dei seguenti cinque verbi, che in italiano si costruiscono – diversamente dal latino – personalmente: miseret, miseritum est, misereˉre («aver compassione»); paenitet, paenituit, paeniteˉre («pentirsi»); piget, piguit (e pigitum est), pigeˉre («aver rincrescimento»); pudet, puduit, pudeˉre («vergognarsi»); taedet, pertaesum est, taedeˉre («annoiarsi»). Con questi verbi, la persona che si pente (o si annoia, ecc.) si pone in accusativo; la cosa di cui si prova pentimento, etc. va in genitivo (in accusativo nel caso di un pronome neutro; ma con miseret resta il genitivo). Per la terza persona non si ricorre a se, ma ad eum (eam, eos, eas): se va usato solo nelle proposizioni oggettive, quando il verbo reggente alla terza persona è lo stesso dell’infinito impersonale (Marius dicit se paenitere: «Mario dice che si pente»). Con i participiali, la persona che deve pentirsi va invece in dativo (mihi paenitendum est). In dipendenza da verbi servili (possum, soleo, debeo, incipio, ecc.), sono questi ultimi ad assumere la costruzione impersonale: vos paenitere debet («dovete pentirvi»); me solet paenitere («sono solito pentirmi»).
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T23 Il sistema planetario
T 23 Il sistema planetario ONLINE
Somnium Scipionis 9
1. L’Emiliano continua a guardare la terra con eccessiva insistenza (magis). Di qui il rimprovero dell’Africano, che sollecita il nipote ad alzare gli occhi al cielo. Chiaro il valore simbolico del monito: lo sguardo fisso verso il basso (humi defixa... mens), indica che l’anima non sa ancora distaccarsi dal corpo, dalla sua prigione terrena. 2-4. Il sistema planetario delineato dall’Africano è costituito da nove cerchi o sfere concave e concentriche. Solo l’estrema (extumus, par. 1), quella che abbraccia tutte le altre, e cioè il cielo delle stelle fisse, è detta caelestis, e coincide – per lo meno in questo passo – con il summus... deus che regge l’universo. Questo cielo svolge la funzione di complecti, di arcere e continere tutti gli altri. Al cielo delle stelle fisse, che ruota da oriente a occidente, sottostanno sette sfere, i cieli planetari che si volgono con moto opposto, da occidente a oriente. Esse sono, nell’ordine: Saturno, Giove, Marte, Sole, Venere, Mercurio, Luna, priva di luce propria, che ruota nel cerchio più basso (in infimoque orbe, par. 4), ultimo dei cieli o sfere mobili. Al centro dell’universo, nel punto più basso, sta fissa ed immobile la Terra (Tellus, con voce poetica). Il cielo che segna il confine tra mondo eterno e mondo perituro è dunque la sfera della Luna: al di sopra di essa tutto è immortale; al di sotto tutto è sottoposto alla legge del mutamento e della morte. Come si vede, la struttura del sistema planetario riveste anche un significato simbolico: i rapporti spaziali, così come le indicazioni relative alle dimensioni, alla velocità e alla luminosità dei corpi celesti, disegnano una scala gerarchica e una gradazione di valore. L’ampia digressione astrale, frutto di una combinazione eclettica di fonti anche contrastanti (cfr. note), consente a Cicerone di delineare un vasto, splendente scenario cosmico, nel quale assume rilievo il suo pensiero etico-politico: esiste un’intima corrispondenza fra il piano terreno e quello celeste, tra l’operato umano e il mondo astrale. Ma Cicerone credeva fino in fondo nelle dottrine mistiche e cosmologico-religiose esposte nel Somnium Scipionis? Una possibile risposta è in una pagina di Pierre Grimal [ RISORSE 12]. 5. La traduzione del passo è la seguente: «Resta infine l’involucro del cielo, detto anche etere, il più lontano e il più alto rispetto alla nostra dimora, che tutto cinge e circonda, limite estremo e confine del mondo, nel quale nel modo più straordinario le forme di fuoco tracciano il loro corso definito» (trad. di C.M. Calcante). Dopo la preliminare traduzione (meglio se guidata, con vocabolario), si chieda agli studenti di sottolineare tutti i termini latini del brano già presenti nel cap. 9 del Somnium, o quanto meno analoghi, sviluppando un raffronto tra i due passi. Si traccia qui di seguito una tabella per meglio visualizzare le corrispondenze testuali. Somnium Scipionis 9 unus (globus) caelestis est, extumus conexa sunt omnia... qui reliquos omnes complectitur... arcens et continens
in quo sunt infixi illi... stellarum cursus sempiterni quam... nominant... qui dicitur... quem... dicitis
De natura deorum II, 40, 101 ultimus... altissimus; extrema ora... determinatio mundi omnia cingens et coercens caeli complexus
in quo... igneae formae cursus ordinatos definiunt qui... vocatur
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INDICAZIONI E RISORSE • Aurea dicta edizione gialla 1
12. Cicerone
RISORSE 12
Cicerone e l’immortalità dell’anima Cicerone credeva nel valore profetico dei sogni? E nell’immortalità delle anime? Pierre Grimal cerca di dare una risposta a queste domande, addentrandosi nelle pagine superstiti del De re publica, e soprattutto nei grandi capitoli cosmologici del Somnium Scipionis.
Questa idea che vuole i Romani come eletti nell’acquisizione di un posto speciale nell’ordine del mondo, tale da destinarli a diventare i padroni dell’universo, non è naturalmente propria di Cicerone. Era nata spontaneamente, a seguito delle vittorie pressoché ininterrotte che avevano marcato il secondo secolo della nostra era. Le legioni romane, ma ancor più le ambasciate di senatori mandate nei paesi vinti, avevano stabilito un po’ ovunque, ma soprattutto in Oriente, un ordine e una stabilità che questi paesi non conoscevano più da tempo immemorabile. Apparentemente dunque la vocazione di Roma era quella di cancellare le cause dei conflitti, di mettere fine ai massacri e alla deportazione di intere popolazioni. In breve, di far regnare quella stessa «giustizia» che rivendicava per i suoi propri cittadini. Questa concezione, nel 150 a.C., era rappresentata da Polibio. La conquista romana è la ricompensa delle «virtù» dei cittadini. Cicerone aggiunge che è pure il risultato dell’azione condotta, di generazione in generazione, da uomini chiamati a guidare l’Urbe e che hanno nella vita politica la stessa parte che la ragione ha nell’animo umano. Cicerone ritrova qui [nel De re publica] la «psicologia» platonica, senza trarne le rigide conseguenze che troviamo nel dialogo di Platone. Il «grand’uomo» agirà essenzialmente con il suo esempio, proponendo un’immagine in cui gli altri scopriranno loro stessi come se si vedessero allo specchio. La disciplina sociale non sarà, di conseguenza, fondata sulle punizioni e sul terrore, ma sul senso dell’onore. Questo ottimismo fondamentale, che Cicerone ha certamente ereditato dai filosofi greci (anche se personalmente lo giustifica con considerazioni d’ordine religioso), lo induce a pensare che l’animo umano sia d’origine celeste e divina. Esso contiene la scintilla di un fuoco che deve mantenere acceso, continuando a lavorare su se stesso al fine di assicurare il trionfo dei valori spirituali sulle forze antagoniste: l’egoismo, le passioni, la ricerca del piacere, e altre ancora che cercano di soffocarlo. Ed ecco schiudersi due vie: o coltivare il fuoco divino con lo studio e la contemplazione, o unire questa conoscenza teorica all’azione politica. I personaggi del dialogo [il De re publica], che hanno unito alla tradizione nazionale e ancestrale la scienza straniera ricavata da Socrate trasmessa mediante la scuola dei filosofi, realizzeranno quanto più perfettamente possibile quello che di divino è contenuto nell’animo umano. Una sintesi che era già stata tentata teoricamente da Scipione e dai suoi amici, e che lui stesso si sforza di realizzare appieno. In questo dialogo lo fa in maniera molto esplicita, ma si tratta di un motivo sempre presente nel suo pensiero e nella sua opera intera. Il motore di questi tentativi è il desiderio di gloria. Quella a cui giungerà l’uomo di Stato sarà evidentemente più grande e di carattere più generale di quella del pensatore solitario, o racchiuso nell’ambiente ristretto della sua scuola. Cicerone, 60 © Casa Editrice G. Principato
T23 Il sistema planetario
naturalmente, pensa alla gloria che si è conquistato prevenendo i disegni di Catilina e assicurando la salute di Roma. Lo aveva dichiarato esplicitamente nella prefazione del suo dialogo. Ma le altre glorie, quella di Pompeo e quella di Cesare, non sono memo legittime, a condizione che non inducano coloro che ne possono beneficiare a confiscare la res publica (cioè il bene della comunità politica) a loro proprio beneficio. Il ruolo promesso a questi grandi uomini è quello di «moderatori» della città, non quello di padroni. Risulta evidente dunque che questi «grandi» possano, anzi debbano, essere parecchi, e non uno soltanto per generazione. Allo stesso modo attorno a Scipione gravitavano i suoi amici, saggi, giusti, chiaroveggenti e fermi; così che riesce più facile capire meglio il senso della lettera mandata da Cicerone a Pompeo proprio quando aveva conquistato l’Oriente. Lo paragona infatti a Scipione riservando a se stesso il ruolo di Lelio. Vanità di consolare, come non si stancavano di ripetere i suoi nemici? O piuttosto una convinzione giustificata dal fatto che la vittoria su Catilina doveva segnare l’inizio di una politica diversa da quella che aveva condotto Roma alla guerra civile? Quello che abbiamo detto sul probabile pensiero di Cicerone in quel periodo trova qui la sua illustrazione: un quadro esplicito della città ideale, come poteva concepirla un lettore di Platone e di Aristotele, che era anche l’oratore più ascoltato al senato e al foro. Il dialogo si conclude con un mito. E questo si ricollega ad un sogno fatto da Scipione l’Emiliano prima di una campagna giovanile in Africa. Questo sogno ha nel De re publica lo stesso ruolo che ha il sogno di Er, figlio d’Armenio nella Repubblica di Platone. Sogno rimasto celebre per tutta la durata del Medioevo, mentre il resto del dialogo è andato perduto. Il perché è facilmente spiegabile: il misticismo che impregna il sogno procede nella stessa direzione del pensiero cristiano, mentre il dialogo, nei suoi primi cinque libri, non aveva questa caratteristica. [...] In svariate occasioni ci era sembrato che Cicerone tenesse conto, per se stesso e per la sua teoria della città, della religione e degli dèi. Ai suoi occhi la presenza divina nel mondo è testimoniata da molti avvenimenti: i presagi del Mario, quelli del De consolatu, quelli che le vestali gli avevano riferito alle none di dicembre, e persino le considerazioni formulate nel De re publica sul ruolo degli auspici e delle istituzioni religiose in generale attribuite al re Numa. Il sogno che aveva avuto ad Atina, quando era partito per l’esilio [narrato nel I libro del De divinatione: in esso gli era apparso Mario, che lo aveva esortato a confidare nel futuro], l’aveva riconfortato e si era rivelato profetico. Il sogno di Scipione, che Cicerone motiva con le preoccupazioni che affliggevano allora il giovane ufficiale in visita al re Massinissa, è allo stesso tempo naturale e divino. I commentatori antichi lodavano Cicerone che evitava racconti eccessivamente incredibili come erano quelli di Platone: nessun morto che resuscita, ma un uomo dall’immaginazione eccitata che sogna durante il sonno. Non è però un caso che il personaggio di cui il giovane sogna, suo nonno per adozione, possegga la conoscenza del futuro. I sogni sono profetici, nessuno (ad eccezione degli epicurei) a quel tempo ne dubitava. Essi fanno parte dei misteri del mondo. La spiegazione migliore resta quella che danno i platonici, e, prima di loro, i pitagorici, che affermano l’immortalità dell’anima. 61 © Casa Editrice G. Principato
INDICAZIONI E RISORSE • Aurea dicta edizione gialla 1
12. Cicerone
Essi sostengono che le anime dei personaggi veramente grandi, quelli che hanno coltivato la scintilla del fuoco divino, alla loro morte raggiungono l’empireo per trovarsi con gli dèi, e partecipano allora della loro onniscienza. Per chi si chieda se queste dottrine fossero effettivamente condivise da Cicerone, o se si tratti di finzione letteraria, sarà opportuno ricordare che qualche anno più tardi Cicerone vorrà innalzare all’anima di sua figlia Tullia un santuario come fosse una divinità. Tutte le tesi pro e contro che troveremo nei trattati del tipo del dialogo De natura deorum o in quello sulla divinazione (De divinatione) non potranno prevalere su questo atto di fede. È certo che nel più profondo di se stesso Cicerone scommette a favore dell’immortalità dell’anima. Ed è pure consapevole che in un momento qualsiasi la prudenza degli uomini sarà aiutata, o sventata, da forze irriconoscibili e imprevedibili provenienti da una Provvidenza divina, quella che assicura e mantiene l’ordine del mondo. Gli animi sono come gli astri, essi sono animati, al pari delle stelle, da un movimento eterno, e, di conseguenza non possono aver avuto un inizio e non avranno una fine. Quelli che avranno praticato la virtù, e, soprattutto saranno stati devoti alla patria, raggiungeranno senza ritardi il soggiorno celeste. Quelli «che si sono consacrati ai piaceri del corpo, si sono fatti in qualche modo loro servitori, e, spinti dalle passioni che servono i piaceri, avranno violato le regole stabilite dagli dèi e dagli uomini, al momento in cui usciranno dal corpo, svolazzeranno qua e là attorno alla terra stessa e non faranno ritorno nel luogo celeste che dopo essere rimasti erranti per secoli e secoli». E queste sono le ultime parole del De re publica che conosciamo. [P. Grimal, Cicerone, Garzanti, Milano 1987, pp. 246-250]
T 26 Immortalità dell’anima Somnium Scipionis 19-20
1-5. È lo stesso Cicerone, nel primo libro delle Tusculanae disputationes, a dichiarare la fonte platonica dei capp. 19-20, traduzione sostanzialmente fedele di un passo del Fedro [ Le fonti filosofiche, ONLINE], sia nei concetti sia nell’andamento argomentativo. Da non trascurare la nota 1 al testo del Fedro, a proposito della lezione alternativa: aeikíneton (= quod semper movetur) ovvero autokíneton (= quod sese movet). La dimostrazione di Somnium 19 («ciò che sempre si muove [da sé] è eterno»), così come quella di Somnium 20, che a sua volta prende le mosse dalla conclusione della precedente (se «eterno è ciò che si muove da sé», dato che «tra tutte le cose, l’anima è l’unica che si muove da sé», l’anima «certamente non è nata ed è eterna»), procede attraverso passaggi logico-argomentativi che sono elencati nell’introduzione al testo, e che d’altra parte risultano chiari ed evidenti alla lettura, tanto più con l’ausilio della traduzione e delle note. Per inanimum e animal si vedano le specifiche note di traduzione e di commento al testo; può essere interessante proporre anche una ricerca sui significati delle due voci riportati nel vocabolario di latino. 6. Proponiamo qui la traduzione del passo ciceroniano (De senectute 78) in due versioni; la prima [a] si deve a Nicola Flocchini; la seconda [b] a Nicoletta Marini. 62 © Casa Editrice G. Principato
T27 Il risveglio di Scipione
[a]
Poiché poi l’anima è sempre in movimento e non ha un punto iniziale del moto (essa si muove infatti da se stessa), non avrà neppure un momento finale del moto, poiché non abbandonerà mai la propria natura. [Cicerone, Cato Maior de senectute - Catone il Vecchio, la vecchiaia, a cura di N. Flocchini, Mursia, Milano 1987] [b]
E siccome l’anima è sempre attiva e il suo movimento non ha principio, poiché essa si muove da sé, il movimento non avrà neppure fine, poiché l’anima non potrà mai sottrarsi alla propria natura. [Cicerone, La vecchiaia. L’amicizia, a cura di N. Marini, Garzanti, Milano 1990]
T 27 Il risveglio di Scipione Somnium Scipionis 21
1-2. Già Emilio Paolo, nel cap. 7 [ T21], là dove si dichiarava la non-liceità del suicidio, aveva asserito che gli uomini durante la loro vita sulla terra devono assolvere un dovere assegnato dal sommo dio (munus humanum adsignatum a deo, par. 4) cui non possono sottrarsi: Homines enim sunt hac lege generati, qui tuerentur illum globum... quae terra dicitur (par. 3). Il concetto viene qui ripreso dall’Africano, alla luce della dimostrazione condotta nei capp. 19-20 [ T26]: se solo l’anima è eterna, mentre il corpo è destinato a perire, compito precipuo dell’uomo sarà tenersi lontano dai piaceri materiali ed esercitare le facoltà dell’anima (natura animi atque vis; 20, 2 [ T26]) «nelle occupazioni più nobili» (optimis in rebus). Quali siano le optimae curae viene di seguito specificato: si tratta delle «attività rivolte alla salvezza della patria» (de salute patriae), che sole consentiranno all’anima di levarsi «in volo più speditamente verso questa sede e dimora» (par. 1), ossia di ascendere senza indugi a godere del sommo premio celeste, in perfetta coerenza con quanto affermato nel cap. 5 [ T20]. Del destino riservato post mortem alle anime eorum... qui se corporis voluptatibus dediderunt si parla subito dopo (par. 2). 3. I termini, impiegati da Cicerone trattando dell’anima, che afferiscono al campo semantico della velocità e della leggerezza – in evidente contrasto con le immagini di gravità e di indugio connesse al corpo e alle anime “appesantite” dall’eccessivo attaccamento ai piaceri materiali – sono i seguenti: animus velocius... pervolabit... idque ocius faciet. Sempre nel medesimo contesto (par. 1) li troviamo associati ad altri (eminebit foras... ea quae extra erunt... se abstrahet), che evocano immagini di uscita, distacco, liberazione, s’intende dalla prigione corporea (cfr. inclusus in corpore). 4. La conclusione (par. 3), estremamente concisa ed essenziale, consiste in sole due frasi parallele (Ille... ego), brevissime e coordinate per asindeto, che esprimono due azioni pressoché simultanee: la scomparsa dell’Africano e il risveglio del protagonista-narratore, in corrispondenza simmetrica e circolare con l’inizio: ego somno solutus sum/ artior quam solebat somnus complexus est (cap. 2 [ T18]). 63 © Casa Editrice G. Principato
INDICAZIONI E RISORSE • Aurea dicta edizione gialla 1
13. Cesare
13
Cesare
T 1 Descrizione della Gallia De bello Gallico I, 1
1-2. I paragrafi 1-4 costituiscono la parte etnografica, in cui si tratteggiano i caratteri distintivi delle principali componenti della compagine gallica. La parte propriamente geografica è quella successiva, ai paragrafi 5-7, di struttura più rigidamente paratattica: con l’eccezione delle subordinate relativa e causale del par. 5 (quam Gallos obtinere dictum est), si ha qui una successione di coordinate. 3. A livello sintattico, si può vedere già qui la netta preferenza di Cesare per la congiunzione causale quod (par. 4), spesso preceduta da praeterea (par. 3). Sul piano lessicale si veda l’uso tecnico dei verbi spectare e pertinere, ripetuti a breve distanza nella descrizione geografica. 4. I nomi moderni dei punti cardinali hanno origine inglese: «nord» viene da north attraverso lo spagnolo norte; «sud» dall’antico inglese suth (forse legato a sun) attraverso il francese sud; «ovest» deriva da west (che ha la stessa radice indoeuropea del greco hésperos e del latino vesper, «sera») attraverso il francese ouest (la u è stata sostituita dalla v, anticamente omografa); «est» dall’inglese east (da una radice indoeuropea che ritroviamo nel greco antico éos, «aurora») attraverso spagnolo e francese. Nelle note è riportata l’etimologia di «settentrione»; «meridione» da meridies, «mezzogiorno», perché nell’emisfero boreale il sole è visibile alla massima altezza sull’orizzonte guardando verso sud; «oriente» e «occidente» sono participi sostantivati, intuitivamente collegati al sorgere (orior) e al tramontare (occĭdo) del sole. 5. Uno studio pubblicato nel 2018 dai geografi Marco Costa e Leonardo Bonetti sul «Journal of Environmental Psychology» con il titolo Geometrical distortions in geographical cognitive maps ha indagato su modalità e cause di false rappresentazioni delle mappe geografiche, con riferimento all’Italia e all’Europa: per esempio, dalla maggior parte degli intervistati Venezia è collocata a torto più a est di Catania, o Londra più a nord di Berlino, perché la penisola italiana viene “raddrizzata” e l’Europa continentale “schiacciata” inconsciamente. Nell’antichità gli errori erano più cospicui perché le mappe erano basate sulla percezione soggettiva e limitata dei viaggiatori. Tuttavia, alla base di queste distorsioni percettive c’è anche un fenomeno presente ancora oggi: una semplificazione della complessità geografica, una modellizzazione geometrica che spesso si sovrappone all’irregolarità dell’immagine reale. Il fenomeno è tanto più resistente se accanto alla semplificazione agisce un’interpretazione simbolica dello spazio, come nel caso citato delle Termopili: l’articolazione dello spazio viene adattata a un’immagine mentale, prodotta a sua volta da un atteggiamento culturale (su Erodoto si veda P. Janni, Le Termopili: geografia e storia, in Geografia storica della Grecia antica, Laterza, Bari 1991, pp. 110-122).
64 © Casa Editrice G. Principato
T8 Una digressione etnografica: religione e educazione dei Germani
T 7 Una digressione etnografica: religione e educazione dei Germani De bello Gallico VI, 21
1-2. Per elaborare adeguatamente le risposte ai quesiti, si leggano a p. 499 anche le notizie sui druidi nella rubrica Le figure e gli eventi della storia e il passo di Tacito sulla religione germanica nei Confronti intertestuali. Premessa fondamentale: nel delineare il netto contrasto fra costumi dei Germani e costumi dei Galli, Cesare è sollecitato da precise ragioni politiche: giustificare la conquista della Gallia; dimostrare la necessità di porre i confini dello Stato romano lungo il Reno (si veda inoltre il saggio della Cracco Ruggini: RISORSE 15). L’autore sottolinea in particolare le differenze nell’ambito della vita religiosa, tanto significativa e strutturata presso i Galli, quanto povera e primitiva nel mondo germanico. Ma già un secolo e mezzo dopo, Tacito testimonierà di una realtà ben più complessa: la contiguità del mondo romanizzato doveva evidentemente avere esercitato un’influenza significativa sulle popolazioni germaniche. Se il pantheon germanico, in Cesare, si limita a semplici personificazioni degli elementi naturali (Sole, Vulcano, Luna); il pantheon tacitiano comprende Mercurio, Ercole, Marte, Iside. 3. Le occupazioni dei Germani si limitano alla guerra e alla caccia. Tacito annoterà: «Ogni volta che non vanno in guerra, trascorrono il tempo in rade cacce, e più nell’ozio (Quotiens bella non ineunt, non multum venatibus, plus per otium transigunt), dediti al sonno e al cibo, nulla facendo, pur uomini estremamente validi e bellicosi, affidata la casa e la cura della famiglia e dei campi alle donne, ai vecchi e ai più deboli del nucleo consanguineo: essi oziano, per una contraddizione della loro natura, essendo i medesimi uomini tanto amanti dell’inerzia e così ostili alla pace» (Germania 15, 1; trad. di L. Canali). La caccia appare dunque, in Tacito, un’occupazione saltuaria: i suoi Germani passano dalla guerra all’ozio, sprezzando ogni altra attività.
T 8 Una digressione etnografica: economia e società presso i Germani De bello Gallico VI, 22-23
1-2. Le cause sono minuziosamente elencate nei parr. 3-4 del capitolo. Già in IV, 7, Cesare aveva osservato che «non vi è assolutamente tra gli Svevi proprietà privata o divisa della terra; né è lecito ad alcuno di rimanere più di un anno in un luogo ad esercitare l’agricoltura» (Sed privati ac separati agri apud eos nihil est, neque longius anno remanere uno in loco colendi causa licet). Tacito, al contrario (Germania 26), parlerà di una pratica di divisione della terra secondo il rango dei coltivatori (secundum dignationem): Agri pro numero cultorum ab universis in vicem occupantur, quos mox inter se secundum dignationem partiuntur; facilitatem partiendi camporum spatia praestant. «Cesare ha forse esperienza di condizioni speciali, cioè di quello che avveniva in territori di frontiera, pressati da necessità militari, ed estende l’osservazione a tutti i Germani, corredandola di una spiegazione morale e sociale» (Garzetti). Per un confronto tra gli usi del mondo germanico e le istituzioni romane, si veda la rubrica Lettura e interpretazione. 65 © Casa Editrice G. Principato
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13. Cesare
3. La comparatio compendiaria è un paragone abbreviato: l’elemento che costituisce il primo termine di paragone non viene confrontato con l’elemento corrispondente, ma con la persona o con la cosa a cui esso appartiene. 4-5. Le ragioni indicate da Cesare mettono in rilievo lo spirito bellicoso dei Germani: fare deserto intorno a sé è considerato dalle tribù germaniche un vanto (laus) e un segno caratteristico di valore (virtus), prima ancora che una necessità difensiva. Cesare aveva già accennato a questa pratica nel libro IV, nell’excursus dedicato agli Svevi. Si propone, dopo la lettura e il commento di VI, 23, la traduzione di IV, 3 [ RISORSE 14]. Anche i latrocinia (il termine deriva da latro, in origine «soldato mercenario», poi «brigante») compiuti al di fuori del proprio territorio sono considerati, al pari delle azioni belliche, pratiche meritevoli di lode (ma Cesare, si noti, ricorre qui a una litote, nullam habent infamiam). 6. I Germani, come tutti i popoli antichi, considerano sacra l’ospitalità. Per esprimere il concetto, l’autore fa ricorso a termini giuridico-sacrali caratteristicamente romani: fas non (= nefas), iniuria, sanctus. Cesare infatti, come suo costume, descrive la società germanica in uno stile conciso e rigoroso, non mancando tuttavia di proporre, implicitamente, un costante raffronto con la società romana. Anche i termini cui ricorre per definire l’ordinamento socio-politico dei Germani (civitas, pagus, regio, vicus) sono tratti dal mondo romano [ Nomi e parole degli antichi, p. 502]. Per un approfondimento del tema della sacra ospitalità, è opportuno prendere le mosse da Omero, Iliade VI, 119-236, dov’è narrato l’episodio dell’incontro di Glauco e di Diomede, che, pur combattendo su fronti opposti, sospendono il duello dopo aver scoperto che le rispettive famiglie erano legate da un vincolo di reciproca ospitalità. 7. L’onore è uno dei valori fondamentali espressi dalla cultura dell’epica antica: quando la moglie Andromaca incontra Ettore, entrato nella città di Troia nel pieno dell’assedio, tenta di persuaderlo a rimanere al sicuro, lontano dal campo di battaglia. Ma Ettore non è Paride, e avverte pienamente la necessità di tutelare non solo la sicurezza della sua famiglia e della sua città, ma anche il proprio onore. La cosiddetta «cultura della vergogna», contrapposta alla «cultura della colpa», è il medesimo schema di riferimento che troviamo nella mentalità germanica: la vergogna è un sentimento sociale, nel quale incorre chi si sottrae a un impegno o a un dovere, per pigrizia o viltà; la colpa, caratteristica cultura cristiana, è un sentimento interiore, indotto dalla violazione di un divieto. Prova vergogna chi erroneamente non ha agito, prova un senso di colpa chi ha agito erroneamente.
RISORSE 14
Cesare, Bellum Gallicum IV, 3 Si proponga, per approfondire il concetto espresso in VI, 23, 1-3 [ T8], la traduzione del seguente passo del libro IV. Protagonisti sono gli Svevi, la più bellicosa delle popolazioni germaniche (gens... longe... bellicosissima Germanorum). Anche gli Svevi ritengono motivo di vanto e dimostrazione della propria potenza militare essere circondati da zone desertiche e non abitate. 66 © Casa Editrice G. Principato
T9 Una digressione etnografica: confronto fra Galli e Germani
[1] Publice maximam putant esse laudem quam latissime a suis finibus vacare agros. Hac re significari magnum numerum civitatum suam vim sustinere non potuisse. [2] Itaque una ex parte ab Suebis circiter milia passuum sescenta agri vacare dicuntur. [3] Ad alteram partem succedunt Ubii, quorum fuit civitas ampla atque florens, ut est captus Germanorum. Et paulo sunt quam eiusdem generis ceteri humaniores, propterea quod Rhenum attingunt multumque ad eos mercatores ventitant et ipsi propter propinquitatem [quod] Gallicis sunt moribus adsuefacti. [4] Hos cum Suebi multis saepe bellis experti propter amplitudinem gravitatemque civitatis finibus expellere non potuissent, tamen vectigales sibi fecerunt ac multo humiliores infirmioresque redegerunt. [1]
Considerano la più grande gloria per lo Stato che vi siano a cominciare dai loro confini territori disabitati per la più vasta estensione: questo significa che un gran numero di nazioni non è capace di resistere alla loro forza. [2] E così si dice che da una parte a cominciare dal confine degli Svevi è disabitato un tratto di paese di circa seicento miglia. [3] Dall’altra parte sono loro vicini gli Ubi, nazione che fu già potente e ricca, per quanto sono capaci i Germani, ed è un po’ più civile degli altri della medesima razza, perché toccano il Reno, sono visitati dai mercanti e per la contiguità sono abituati ai costumi gallici. [4] Gli Svevi, non avendo potuto cacciarli dal loro territorio, sebbene spesso e con molte guerre l’avessero tentato, a causa della potenza e dell’importanza della nazione, tuttavia se li assoggettarono come tributari togliendo loro molta dell’importanza che avevano e rendendoli assai più deboli. [Cesare, De bello Gallico IV, 3, trad. di A. Pennacini]
T 9 Una digressione etnografica: confronto fra Galli e Germani De bello Gallico VI, 24
1-4. Già nel capitolo d’esordio del Bellum Gallicum [ T1] Cesare aveva stabilito una precisa relazione tra valore militare e civilizzazione: i Belgi – di tutte le popolazioni galliche – sono i più valorosi «perché i più lontani dalla raffinatezza e dalla civiltà della provincia, e molto raramente i mercanti si recano da loro a portare quei prodotti che servono ad effeminare gli animi, e sono i più vicini ai Germani che abitano oltre Reno, con i quali sono ininterrottamente in guerra» (1, 3). Questa impostazione – sostanzialmente di tipo moralistico, e ben nota al mondo classico – ritorna anche in questo capitolo: i Galli furono un tempo più valorosi dei Germani, ma ora, a causa della vicinanza con le province romane, hanno assimilato modelli di vita più complessi e meno primitivi, abituandosi al benessere e agli agi della civiltà, mentre i Germani hanno mantenuto la stessa inopia e la stessa egestas di un tempo. È dato forse cogliere qui un’anticipazione di quell’ammonimento morale rivolto al mondo romano, che ritroveremo, sviluppato ed enfatizzato, nella Germania di Tacito. Per un approfondimento del tema, si legga il saggio di Lellia Cracco Ruggini [ RISORSE 15]. 67 © Casa Editrice G. Principato
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13. Cesare
RISORSE 15
Popolazioni salliche e germaniche in Cesare Lellia Cracco Ruggini illustra il significato politico del confronto cesariano fra le popolazioni galliche e germaniche.
Fu Cesare a definire con nettezza il carattere non gallico dei Cimbri. Nei Commentarii della Guerra Gallica egli additò nel Reno la frontiera fra due mondi, quello celtico e quello germanico, etnicamente diversi e vocati a destini inconciliabili: d’oltre Reno era venuto il germano Ariovisto a minacciare non soltanto la Gallia ma l’Italia stessa, come appunto avevano già fatto i Cimbri e i Teutoni; era dunque necessario impedire che i Germani «si abituassero a passare il Reno». Per ragioni squisitamente politiche, Cesare intese motivare “scientificamente” – a livello etnografico – tanto la sottomissione delle Gallie da parte di Roma quanto, al contrario, la rinuncia a conquistare le plaghe transrenane, ch’egli si era limitato a esplorare con rapide incursioni. Sotto la maschera fredda della concisione e dell’obiettività, espose la guerra del 58 a.C. contro gli Elvezi (che nel 111 si erano uniti ai Cimbri) e poi la vittoria su Ariovisto (il capo tribale degli Svevi che s’era imposto ai Sèquani e agli Edui della Gallia settentrionale) in modo da dimostrare apologeticamente che i Celti avrebbero potuto essere molto pericolosi per Roma solo se si fossero uniti e, in sostanza, sottomessi ai Germani. I vizi individuali e collettivi di questi ultimi (feritas innanzitutto, e poi crudelitas, adrogantia) vengono perciò accentuati con insistita compiacenza, mentre dei Galli si sottolineano volentieri virtus, magnitudo animi e sollertia, pur non tacendone la levitas, la iracundia, la temeritas, la imperitia tecnica (giammai però la feritas). Il termine barbarus – così frequentemente applicato nei confronti dei Celti ad esempio dal contemporaneo Cicerone – negli scritti di Cesare ha invece una presenza relativamente limitata, e in senso peggiorativo viene riferito pressoché esclusivamente ai Germani. I Galli – Cesare ebbe inoltre a ricordare – erano ricchi e amavano il vino, i Germani per nulla affatto: era forse questa prospettiva promettente in una direzione ben precisa, fatta balenare soprattutto a uso e consumo dei viticoltori e dei mercanti romani esportatori di vino? Il motivo della antieconomicità di un’espansione romana nel mondo germanico (improduttivo e inospitale, oltre che protetto da oscuri prodigi) si sarebbe poi fatto centrale nella pubblicistica dopo la sconfitta di Varo a Teutoburgo nel 9 d.C., andando infine a confluire nella Germania di Tacito. Insomma, una volta scontata l’assimilabilità dei Galli, l’orrore per la ferina “smisuratezza” dei corpi, delle passioni, degli odii si spostò, assieme con le frontiere, dai Celti ai Germani: lo si coglie ormai con evidenza sia in Velleio Patercolo, sia in Ovidio, al tempo delle campagne anti-germaniche augustee; e gli fa da pendant soltanto l’incubo ricorrente del barbarus eques d’Oriente, del Parto sfuggente e terribile, che a Carre aveva saputo annientare l’esercito legionario di Crasso (53 a.C.). [L. Cracco Ruggini, I barbari in Italia nei secoli dell’Impero, in AA.VV., Magistra barbaritas, Scheiwiller, Milano 1984, pp. 8-9]
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T10 Una digressione etnografica: la foresta Ercinia e l’unicorno
T 10 Una digressione etnografica: la foresta Ercinia e l’unicorno De bello Gallico VI, 25-26
1. Il lettore potrà ammirare, in questi due capitoli, la qualità dello stile cesariano: un lessico rigoroso, privo di arcaismi come di termini colloquiali, ma di fondo letterario; una sintassi semplice, ma compatta ed elegante, che mira alla chiarezza e alla concisione; la sobrietà dell’apparato retorico; l’incisiva rapidità degli enunciati. Nei capitoli di carattere etnografico, così come in quelli di carattere geografico e descrittivo, Cesare fa spesso ricorso a un lessico tecnico-scientifico, mirando ogni volta alla precisione delle informazioni. Anche l’indicazione di 25, 1 (latitudo novem dierum iter expedito patet) risponde allo stesso criterio di obiettività. Per un approfondimento del tema, si legga il contributo dello studioso Claude Nicolet [ RISORSE 16]. 2. L’atteggiamento sobrio, misurato e razionale di Cesare risulta ancora più evidente nella descrizione degli animali fantastici della selva Ercinia: l’unicorno non è altro che bos cervi figura, un bue dalla figura di cervo. Cesare “addomestica” il dato favoloso, riconducendolo a qualcosa di già noto. Anche nei passi che seguono, omessi nell’antologia, le alci sono ricondotte per forma e pelame alle capre, benché di maggiori dimensioni. Basterà poco più di un secolo perché gli scrittori indulgano in modo spesso compiaciuto al gusto del favoloso e dell’esotico (si pensi a Plinio il Vecchio, nella sua vasta Naturalis historia), giungendo infine, in età cristiana, a sfruttare il dato naturalistico in puri termini simbolici e allegorici [ Letture parallele, p. 508]. RISORSE 16
Excursus geografici nei Commentarii di Cesare Lo sviluppo della geografia descrittiva molto deve a Cesare e ai suoi commentarii: come ha scritto Claude Nicolet in un contributo sempre significativo, Cesare dimostra di saper raccogliere tutte le informazioni possibili, confrontandole con le notizie tramandate dai geografi greci.
Abbiamo visto come gli excursus geografici di Cesare sulla Gallia, la Britannia e la Germania costituiscano dei settori coerenti e di carattere educativo all’interno dei suoi Commentarii. Non c’è motivo di considerarli delle interpolazioni tarde, poiché è certo che Cesare li preparò, o li fece preparare, sulla base di autori più antichi (Eratostene, Polibio e forse Posidonio), ma fondandosi anche su notizie molto più recenti – come quelle fornitegli dai commercianti da lui interrogati a proposito della Britannia (Bellum Gallicum IV, 20-21). Il fatto è costituito proprio dall’inserimento di questi excursus nell’ambito di un testo che aveva il carattere di un resoconto, anche se questi resoconti per la prima volta venivano pubblicati e si rivolgevano ad un pubblico più vasto rispetto a quello della ristretta cerchia dei senatori. Per quanto brevi e sommari fossero questi passi, quel che è certo è che in quanto opera di Cesare dovettero stupire profondamente i contemporanei, e diffondere notizie più esatte intorno a queste regioni delle quali da molto tempo si 69 © Casa Editrice G. Principato
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13. Cesare
aveva una conoscenza indiretta ma che finalmente erano state raggiunte e presto conquistate, pacificate e misurate. (C. Nicolet, L’inventario del mondo. Geografia e politica alle origini dell’impero romano, Laterza, Roma-Bari 1989)
T 12 Discorso di Cesare ai soldati prima della battaglia De bello civili III, 90
1. Per l’analisi sintattica, si vedano l’introduzione al testo e la rispettiva nota, provvista dello schema di costruzione del periodo. 2-3. Un primo messaggio è compendiato nella parola d’esordio del capitolo, posta in rilievo dall’anastrofe: non Caesar ma l’exercitus di Roma è il vero protagonista della battaglia imminente. Se lo stile cesariano si rivela ad ogni pagina sobrio, conciso, privo sostanzialmente di exornationes, è anche vero che Cesare fa talvolta ricorso all’apparato retorico tradizionale per dare risalto a episodi o a momenti fondamentali della narrazione. Anche il secondo messaggio che Cesare vuole trasmettere ai suoi lettori, e cioè il continuo sforzo che egli avrebbe compiuto prima di Farsalo per scongiurare la guerra fratricida, è infatti evidenziato dalle figure retoriche impiegate nella formulazione delle interrogative indirette (omoteleuto, anafora, poliptoto: si vedano, nello specifico, le note al testo). Resta, come osserva Rambaud, la volontà di togliere «all’enunciato ogni valore affettivo o drammatico», facendo ricorso a una disposizione chiara ed efficace delle parole nella frase, e alla collocazione – anche in questo capitolo – del predicato alla fine della proposizione. Ma il lettore dovrà notare come proprio questa austerità sintattica e stilistica produca, a volte, effetti di memorabile tensione drammatica.
T 13 Un episodio esemplare: l’eroismo del centurione Crastino
De bello civili III, 91
1. Per il significato di evocatus, si veda la specifica nota al testo. 2 e 4. Sia l’episodio di Crastino, sia quello di Publio Sesto Baculo sono centrati sul comportamento eroico ed esemplare di due centurioni. Cesare insiste spesso sull’affetto e sulla lealtà dei suoi uomini; nondimeno, sul piano storico, sarà opportuno ricordare come questo legame fosse l’effetto delle riforme – nell’arruolamento dei soldati – introdotte da Mario alla fine del II secolo. Su questo tema, cruciale per comprendere le grandi trasformazioni che porteranno al passaggio dalla repubblica al principato, si legga il saggio di Emilio Gabba [ RISORSE 17]. Segue la traduzione del capitolo dedicato al primipilo Publio Sestio Baculo. 70 © Casa Editrice G. Principato
T13 Un episodio esemplare: l’eroismo del centurione Crastino
«Tra i malati lasciati con il presidio ad Atuatuca c’era Publio Sestio Baculo, stato con Cesare centurione primipilo, già menzionato in relazione a precedenti battaglie; erano cinque giorni che non prendeva cibo. Questi, preoccupato per la salvezza sua e di tutti, esce senz’armi dalla tenda: vede che il nemico è a ridosso e che la situazione è gravissima: prende dai vicini delle armi e si piazza sulla porta. Lo seguono i centurioni della coorte che era di guardia; per un po’ tutti insieme sostengono il combattimento. Sestio, gravemente ferito, perde conoscenza: a fatica, trascinato di mano in mano, viene salvato. Nel frattempo gli altri ricuperano abbastanza coraggio da osare di prender posto sulle fortificazioni e dar l’impressione di essere dei difensori» (trad. di A. Pennacini). 3. Il racconto di Plutarco (che condensa III, 91 e III, 99 [ T17]) è sostanzialmente fedele a quello cesariano, cui è evidentemente debitore, perfino nel precisare il numero dei legionari che seguono l’eroico centurione. Manca tuttavia, nello scrittore greco, proprio l’aspetto più significativo del discorso di Crastino, e cioè il richiamo ai concetti cesariani di dignitas e libertas. RISORSE 17
La riforma militare di Mario Emilio Gabba, nell’approfondita analisi che segue, lega la questione agraria (che tanta rilevanza ebbe dall’età dei Gracchi in poi) al lungo processo che portò a una graduale proletarizzazione degli eserciti. L’anno decisivo fu il 107 a.C., in piena guerra numidica, quando il console Gaio Mario – un homo novus – procedette all’arruolamento di volontari stipendiati. Da allora, gli eserciti maturarono un legame sempre più stretto con i propri comandanti: dall’esercito del popolo Romano, si passò nel giro di pochi anni agli eserciti di Mario, di Silla, di Cesare e di Pompeo.
Le difficoltà nelle quali veniva a trovarsi l’apparato militare romano erano andate crescendo nel corso del II secolo a.C. e, come si è detto, giunsero a un punto di tale gravità da dover essere considerate ragione e causa di un programma di riforme economiche e sociali come quello graccano. Al fondamento di queste difficoltà stavano le contraddizioni fra il tradizionale ordinamento politicomilitare dello stato-città (la milizia cittadina) e le nuove esigenze imposte da una politica imperiale. Esse erano già apparse chiare alla conclusione della guerra annibalica quando, a ricompensa del servizio militare compiuto per parecchi anni e in continuazione fuori d’Italia, si era ritenuto necessario distribuire della terra ai militi; il che era provvedimento ben differente e innovativo rispetto alle tradizionali assegnazioni viritane [cioè le assegnazioni di terre in area cisalpina che erano avvenute mediante trattative private e non tramite la fondazione di colonie: dal lat. viritim, «singolarmente»] e nelle colonie a dei cittadini poveri. In realtà si andavano cambiando le condizioni stesse della milizia cittadina, perché erano mutate le ragioni delle guerre, oramai transmarine, la loro crescente lontananza dall’Italia e la loro durata. Le guerre nell’Oriente greco poterono, dopo le prime esitazioni, apparire anche redditizie, e la prospettiva di un rapido arricchimento suscitò spesso nelle masse fenomeni di volontariato e anche il sorgere di mentalità 71 © Casa Editrice G. Principato
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13. Cesare
militaristica, e quindi consenso alla politica espansionistica dell’oligarchia. Le guerre nell’Italia settentrionale erano probabilmente sentite come necessarie per l’incombenza del pericolo gallico (almeno finché non fu eliminato); inoltre esse erano pur sempre combattute non troppo lontano dalle proprie case, e in una regione che offriva prospettive di ricchezza o almeno di benessere e che difatti attirò una forte emigrazione, accanto alla politica coloniaria ufficiale dello stato. Il caso era ben differente per le guerre che si combattevano in Spagna, sia per l’intrinseca difficoltà propria della guerriglia, sia per la lontananza dall’Italia, che permetteva bensì una maggiore libertà a comandanti e soldati, ma che rendeva obbligatoria la continuità del servizio; il che, a meno di non voler stanziarsi in provincia, avrà reso anche piuttosto problematica la possibilità di tornare a casa arricchiti. In Spagna si ebbe così l’esempio di un esercito stanziale, che era nella più completa contraddizione con i principî e la pratica della milizia cirradina e che fu per contro modello per le forze armate dell’età imperiale. Questa situazione colpiva indifferentemente tanto i cittadini romani nelle legioni, quanto i contingenti forniti dagli alleati italici, sempre numericamente superiori ai primi anche se è difficile stabilire calcoli precisi sulla proporzione. È significativo che tanto in Cisalpina quanto, e più, in Spagna si sia fatto largo ricorso all’impiego di truppe ausiliarie indigene, fornite dalle comunità entrate nell’orbita romana e che avevano sottoscritto trattati con Roma. La fornitura di questi contingenti veniva a sostituire il fenomeno del mercenariato, largamente diffuso in Gallia e in Spagna, e che Roma non poteva più ammettere. Ad ogni modo le difficoltà delle leve per la guerra di Spagna erano sotto gli occhi di tutti e condussero verso la metà del secolo a gravi contrasti politici fra consoli e tribuni della plebe. Queste difficoltà erano connesse al lento e inesorabile declino del ceto contadino, italico e romano, vale a dire delle classi degli adsidui [cioè coloro i quali, divisi per censo, erano obbligati a prestare servizio militare in Roma], che andavano proletarizzandosi. Il declino sociale era complicato dalla crescente dispersione dei cittadini romani in Italia, che rendeva nulli, dal punto di vista dell’utilizzo militare, gli stessi incrementi della popolazione. Come si sa, i proletari erano esclusi dal servizio militare, salvo in occasioni straordinarie: la ragione stava nella loro impossibilità ad armarsi a proprie spese, che era stata una delle caratteristiche della milizia cittadina. Poiché la tradizione ci ha conservato cifre diverse e decrescenti per indicare il punto di discrimine fra i proletari (o capite censi) e gli adsidui della quinta classe di censo, si è supposto, molto ragionevolmente, che quella soglia sia stata fra III e II secolo abbassata più di una volta per consentire l’entrata di migliaia di proletari nella quinta classe e abilitarli quindi al servizio legionario. Da Polibio sappiamo che vitto, vesti e oramai anche armi erano forniti dallo stato, che si rivaleva sullo stipendio del milite; forse soltanto i militi appartenenti alla prima classe di censo servivano ancora a proprie spese alla metà del II secolo. Proseguiva così, e anzi si concludeva, il completo livellamento sociale e tecnicomilitare della milizia legionaria, che abbiamo visto essere iniziato con la riforma manipolare e il declino militare della centuria. Ora questa ancor più omogenea composizione della legione romana sta alla base di una nuova profonda 72 © Casa Editrice G. Principato
T13 Un episodio esemplare: l’eroismo del centurione Crastino
modificazione della stessa struttura manipolare introdotta all’età delle guerre sannitiche per ragioni tattiche. Proprio per le stesse motivazioni di carattere tecnico già durante la guerra annibalica si era fatta sentire l’esigenza di disporre di unità tattiche più forti dei manipoli dell’ordinamento manipolare. Queste nuove unità furono le coorti, ottenute riunendo i tre manipoli dello stesso numero delle tre linee della legione (hastati, principes, triarii). Con il nome di coorti erano già chiamati i reparti dei contingenti forniti dagli alleati italici. L’impiego delle coorti e quindi l’introduzione di questa nuova strutturazione della legione si svilupparono nel corso del II secolo, e da iniziativa di comandanti avveduti di fronti a situazioni belliche particolari divenne norma generale con Gaio Mario in connessione con le guerre germaniche della fine del secolo (almeno così si ritiene). Di fatto l’esercito romano dell’età di Scipione Emiliano e dei Gracchi era formato da elementi dei ceti rurali largamente «proletarizzati», come indicano il tenore della già rammentata legge militare di Gaio Gracco, la proposta assegnazione ai militi dei proventi della lex Thoria [la legge del 111 a.C., la quale demolì l’intera legislazione agraria dei Gracchi, vietando ulteriori assegnazioni di terre], i molti altri sconosciuti provvedimenti a favore dei militi che nel 109 a.C. furono aboliti. Derivavano da questa condizione tanto il decadere della disciplina e dello spirito militare riscontrati da Scipione a Numanzia, quanto la demotivazione civile e politica dei militari così enfaticamente presentata da Tiberio Gracco nei suoi discorsi. La legge agraria graccana mirava appunto a rafforzare e a ricreare il ceto dei piccoli proprietari contadini e a ristabilire così, con la riacquistata indipendenza economica, le ragioni profonde di un servizio militare consapevolmente ispirato alle tradizionali virtù civiche del cittadino romano. La realizzazione di questo intento, per gli oppositori di un sogno anacronistico, è per lo meno dubbia. Comunque una svolta decisiva si ebbe, anche per il problema militare, nel 107 a.C. Si era nel mezzo di un forte contrasto politico determinato dalla discussa conduzione della guerra numidica, allora diretta da Q. Cecilio Metello. La lentezza delle operazioni era rimproverata al generale dell’oligarchia soprattutto dal ceto equestre, direttamente interessato a una soluzione rapida del conflitto. Con l’appoggio delle forze popolari antinobiliari e dei ceti contadini (quelli stessi che già avevano sostenuto i Gracchi) fu eletto console nel 107 a.C. l’homo novus Gaio Mario; per voto popolare gli fu subito affidato il comando in Numidia. La guerra non era popolare e l’oligarchia senatoria contava su questi sentimenti per vanificare le iniziative del console; non ebbe difficoltà a concedere supplementi di truppa. Nella leva che egli condusse, Mario abbandonò per allora il tradizionale sistema che si fondava sulle classi di censo della popolazione, e quindi sugli adsidui, e arruolò volontari, nella maggior parte proletari, che provenivano in genere dalla plebe rurale. Questa iniziativa non significava affatto che il dilectus (leva) tradizionale fosse stato da allora abolito; aveva un valore contingente, e tuttavia l’agire di Gaio Mario rappresentò veramente un fatto epocale, le cui conseguenze politiche apparvero nel tempo successivo, nel’età delle guerre civili, quando le contese politiche vennero combattute con gli eserciti. [E. Gabba, Il declino della milizia cittadina, in Storia di Roma, volume secondo. L’impero mediterraneo. I. La repubblica imperiale, cit., pp. 691-694]
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13. Cesare
T 14 La rotta dell’esercito pompeiano De bello civili III, 94
1-2. Colpisce, nel riassunto degli avvenimenti, il contrasto fra l’energia impetuosa di Cesare (peraltro frutto di scelte meditate e razionali, puntualmente esibite ai parr. 3-4) e la rassegnata resa agli eventi di Pompeo, che si chiude nel praetorium (la tenda del comandante), venendo meno persino al proposito di ispezionare l’accampamento. Davvero, come osservò Plutarco, egli era simile in quel momento a un uomo «cui un dio avesse grandemente turbata la ragione». I fatti: – Cesare dà l’ordine di attacco alle coorti della terza linea, che sostituiscono le truppe esauste. – I pompeiani si danno precipitosamente alla fuga. – Pompeo, vedendo la cavalleria allo sbando, abbandona il campo di battaglia e si reca nell’accampamento. – Ai soldati posti a guardia della porta pretoria, dà l’ordine di difendere il campo, aggiungendo che si recherà a ispezionare le altre porte. – In realtà si dirige nella propria tenda, aspettando impotente l’esito della battaglia. 3-4. Per il significato di praetoria porta, e per le due diverse accezioni di acies nel testo, si rinvia alle rispettive note di traduzione e di commento.
T 15 La fuga di Pompeo De bello civili III, 96
1-5. Ci troviamo in uno dei capitoli meritamente più famosi dei commentarii cesariani. Nel campo di Pompeo. La prima parte del brano (parr. 1-2) è una vasta panoramica sul campo di Pompeo: in un solo periodo, si trapassa dalla minuziosa ricognizione delle raffinate tende dei pompeiani (in cui fanno mostra di sé oggetti lussuosi e ricercati) al duro giudizio sull’inettitudine e la rilassatezza degli avversari di Cesare. Il passaggio dall’elemento descrittivo a quello valutativo è introdotto da una proposizione consecutiva con il verbo in forma impersonale (ut facile existimari posset). Il secondo periodo di questa prima parte del brano presenta un marcato carattere polemico, segnalato dall’avversativa iniziale At: il contrasto fra i due eserciti è messo ancor più in rilievo dai due sonanti superlativi (miserrimo ac patientissimo) e soprattutto dalla ripresa del termine necessarius, che era già comparso nel paragrafo precedente: dediti a ciò che non è necessario i soldati di Pompeo; manchevoli di tutto il necessario gli uomini di Cesare, ai quali nondimeno i pompeiani rinfacciano proprio il lusso eccessivo. Inevitabile, per il lettore, il richiamo ai tradizionali valori del mos romano (che peraltro – come emerge dalla coeva poesia catulliana – erano ormai da tempo entrati in crisi), così come ai fondamenti delle filosofie ellenistiche, che mettevano l’accento sul principio di una vita secondo natura (si noti l’incisivo contrasto: non necessarias... voluptates / ad necessarium usum). 74 © Casa Editrice G. Principato
T16 La clemenza di Cesare
Una fuga ingloriosa. Nella seconda parte del capitolo (parr. 3-4), abbandoniamo l’accampamento dei pompeiani per seguire la fuga concitata di un generale un tempo glorioso, che si spoglia vilmente delle sue insegne e fugge a briglia sciolta verso Larissa. Nel primo periodo, l’avvicinamento al verbo principale (se ex castris eiecit) è sottilmente preparato da brevi subordinate che mettono l’accento sia sulla situazione in atto (cum... versarentur), sia sulla celerità della fuga di Pompeo (un participio congiunto e un ablativo assoluto: equum nactus detractis insignibus imperatoriis). Il motivo della celerità (della fuga) prosegue nel periodo successivo, non solo nella descrizione dei fatti, ma anche nelle strutture sintattiche impiegate: ancora un participio congiunto e un ablativo assoluto (sed eadem celeritate paucos suos ex fuga nactus nocturno itinere non intermisso), questa volta incastonati fra la principale (Neque ibi constitit) e le coordinate alla principale che seguono (pervenit... conscendit). In due soli, rapidissimi periodi, Pompeo è descritto mentre abbandona il campo di battaglia, getta le insegne di generale, fugge per tutta la notte, s’imbarca su una nave frumentaria.
T 16 La clemenza di Cesare De bello civili III, 98
1. Le fasi del racconto: – Per ordine di Cesare, i pompeiani rimasti sulla montagna scendono all’alba dalle alture. – Gettano le armi. – Si prosternano in atto di resa (si noti la rapidissima sequenza dei gesti accostati per asindeto: mani protese, prosternazione, pianto). – Cesare li conforta, dando un saggio della sua lenitas. – Avvicendamento delle legioni (si noti, nel racconto, l’hysteron-proteron: le legioni che erano rimaste con Cesare prima si riposano, poi rientrano negli accampamenti). – Cesare si dirige a Larissa. L’esercizio pone in risalto la rapidità della narrazione cesariana, che chiude in un solo capitolo un’intera, memorabile giornata, dalla prima lux dell’alba fino al momento in cui Cesare giunge a Larissa, dove già si era diretto Pompeo con i compagni superstiti. 2. Le sequenze allitteranti pongono in risalto le immagini e i momenti più significativi della grande giornata: l’atteggiamento supplice degli sconfitti (passisque palmis proiecti... petiverunt); la dimostrazione di clemenza del vincitore, segnalata espressivamente sia dall’accostamento lenitate... locutus, sia dalla quadruplice ripetizione del prefisso con- (< cum) nei verbi (consolatus consurgere... conservavit... commendavit) che descrivono le azioni e le parole di Cesare (rassicura i vinti, li invita ad alzarsi, risparmia le loro vite, raccomanda ai soldati di non far loro del male). 3. Protendere le mani con le palme aperte verso l’alto è atteggiamento tipico del supplice. Si ricordino Lucrezio V, 1200-1201(procumbere humi prostratum et pandere 75 © Casa Editrice G. Principato
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13. Cesare
palmas/ ante deum delubra) e Virgilio, Aen. III, 263-264 (Et pater Anchises passis de litore palmis / numina magna vocat). Quod ubi sine recusatione fecerunt passisque palmis proiecti ad terram flentes ab eo salutem petiverunt [...] Eo mulieres imposuerunt, quae ad proelium proficiscentes passis manibus flentes implorabant, ne se in servitutem Romanis traderent (B.G. I, 51, 3) = «Sopra [sono i carri e le carrozze su cui Ariovisto fa salire le donne, prima della battaglia decisiva] vi posero le donne, le quali con le mani aperte piangendo imploravano gli uomini che partivano per la battaglia di non consegnarle schiave ai Romani». Item, cum ad oppidum accessisset castraque ibi poneret, pueri mulieresque ex muro passis manibus suo more pacem ab Romanis petiverunt (B.G. II, 13, 3) = «Egualmente, essendosi avvicinato alla città [di Bratuspanzio, nel paese dei Bellovaci] e ponendovi il campo, bambini e donne dalle mura con le mani aperte secondo il loro costume chiesero pace ai Romani». Matres familiae de muro vestem argentumque iactabant et pectore nudo prominentes passis manibus Romanos obtestabantur ut sibi parcerent, neu sicut Avarici fecissent, ne a mulieribus quidem atque infantibus abstinerent (B.G. VII, 47, 5) = «Le madri di famiglia buttavano giù dal muro gli abiti e l’argenteria, e sporgendosi col petto nudo e con le mani levate scongiuravano i Romani di risparmiarle e di non uccidere le donne e i bambini, come avevano fatto ad Avarico».
T 17 La riconoscenza di Cesare De bello civili III, 99
1. Per il personaggio di Crastino, cfr. De bello civili III, 91 [ T14]. Il colpo di spada in os adversum testimonia del suo straordinario coraggio. Secondo Appiano, Cesare gli volle riservare una tomba distinta (Bella civ. II, 82, 348). 2. Le perdite dell’esercito pompeiano assommarono, secondo il racconto di Cesare, a circa quindicimila uomini, cifra confermata da Orosio (VI, 15, 27), accresciuta da Appiano, che parla di venticinquemila morti (Bella civ. II, 82, 346), ridotta a seimila da Asinio Pollione, presente alla battaglia (Plutarco, Caes. 46, 3; Pomp. 72, 4). Molto minori le perdite cesariane (duecento soldati, trenta centurioni): ma Appiano (Bella civ. II, 82, 345), pur confermando i dati, indica che secondo altre fonti i soldati caduti sul campo erano stati milleduecento. Certo dovette essere una battaglia di proporzioni immani. Impressionante quanto iperbolica e persino surreale – certo molto al di là della canonica amplificazione epica – l’apocalittica visione del campo di Farsalo dopo la strage in Lucano (Pharsalia VII, 790-791 [ vol. III, T13, cap. 2]): mucchi di cadaveri che eguagliano le cime dei colli, ammassi di corpi decomposti che ricoprono tutta la piana e ammorbano l’aria, attirando mai veduti stormi di avvoltoi e branchi di fiere che dilaniano le membra degli insepolti; su tutto, lo sguardo del Cesare lucaneo che non si sazia di contemplare l’orrido spettacolo. 76 © Casa Editrice G. Principato
T2 Ritratto di Catilina
3-4. La lunga sequenza dei capitoli dedicati alla decisiva battaglia di Farsalo si conclude sull’immagine – emblematica – di Lucio Domizio Enobarbo che viene ucciso, sfinito dalla stanchezza, dai cavalieri di Cesare. La sua morte ingloriosa s’imprime come un sigillo sull’opera, che secondo molti studiosi doveva concludersi proprio qui (per la questione, cfr. l’introduzione al testo). Cicerone, che in una lettera del febbraio 49 (Epist. Ad Att. VIII, 1, 3) lo aveva definito uno stupido, nella seconda Filippica lo elogia, addebitando la sua morte ad Antonio: «avevi ucciso l’illustre e nobile L. Domizio, e trucidato inoltre molti concittadini che erano scampati alla battaglia. Cesare li avrebbe forse graziati, come alcuni altri: ma tu li inseguisti uccidendoli senza nessuna pietà». Bisognerà naturalmente tener conto, nell’accusa di Cicerone, del clima in cui si inserisce la seconda Filippica. In essa Cicerone deve difendersi da una precedente, violenta invettiva di Antonio (19 settembre 44), cui rinfaccia i vizi privati, la corrotta giovinezza, i crimini politici, l’ambiguità dei comportamenti dopo la morte di Cesare. La clementia di Cesare (di cui lo stesso Cicerone aveva indubitabilmente goduto) non è negata, ma certo attenuata (quos Caesar, ut non nullos, fortasse servasset).
14
Sallustio
T 2 Ritratto di Catilina Bellum Catilinae 5
1. Tre, essenzialmente, le connotazioni positive del protagonista: l’appartenenza a una stirpe nobile come quella dei Sergii (nobili genere natus); la sua straordinaria vis, sia intellettuale che fisica (fuit magna vi et animi et corporis); l’eccezionale resistenza alla fame, al freddo, alle veglie (Corpus patiens inediae, algoris, vigiliae). Un’ulteriore connotazione positiva è data dalle qualità oratorie di Catilina, che vengono nondimeno attenuate dall’antitesi e dalla struttura chiastica dell’espressione: satis eloquentiae, sapientiae parum. Si ricordi, a questo proposito, la definizione catoniana del buon oratore: vir bonus dicendi peritus. Catone rivendicava così la priorità delle virtù morali e civiche sulle competenze puramente tecniche. Qui l’accentuazione dell’antitesi è particolarmente rilevata: la scarsa sapientia di Catilina getta un’ombra sulla sua eloquentia. Le connotazioni negative assurgono peraltro, nel ritratto sallustiano, a una sorta di epica grandiosità. Dalla natura viziosa e malvagia di Catilina (par. 1) dipendono gli aspetti più inquietanti della sua figura: il piacere nel commettere il male (par. 2), l’animo audax subdolus varius; la tendenza alla simulazione; l’avidità unita alla prodigalità (par. 4); la dismisura nelle passioni, nonché la velleità delle ambizioni (par. 5). 2. Sallustio è prodigo, pur nella consueta sintesi della sua scrittura, di «cause» atte a spiegare l’eccezionalità rovinosa del protagonista: da una parte la dittatura di Silla, che libera in Roma e soprattutto nei giovani romani forze devastanti (par. 6); dall’altra i corrupti civitatis mores (par. 8), fra cui vengono messi in particolare evidenza luxuria atque avaritia. Proprio su quest’ultima annotazione si apre la sezione archeologica del libro [ T3 ONLINE], di cui andrebbero letti, in correlazione a questo tema, i capp. 10-13, 77 © Casa Editrice G. Principato
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14. Sallustio
che evidenziano la degenerazione della città dagli antichi buoni costumi alla corruzione contemporanea. Si legga soprattutto 10, 1, dov’è adombrato il concetto di metus hostilis, che troverà poi il suo sviluppo nella monografia successiva (Bellum Iugurthinum 41, 2): ante Carthaginem deletam [...] metus hostilis in bonis artibus civitatem retinebat. 3. L’antitesi è la figura dominante nel capitolo, e si manifesta quasi ad ogni passo: fuit magna vi et animi et corporis, sed ingenio malo pravoque (par. 1); Corpus patiens... Animus audax...; alieni adpetens, sui profusus; satis eloquentiae, sapientiae parum. Per un approfondimento critico sul «ritratto paradossale» di Catilina, si vedano le osservazioni di Antonio La Penna ( RISORSE 18). 4-5. L’intero brano si presta particolarmente a un’indagine dello stile sallustiano, caratterizzato da brevitas e velocitas, e varrà la pena di evidenziare alcuni punti particolarmente esemplari, ampliando e completando le osservazioni effettuate nella rubrica Lettura e interpretazione. Al par. 1, si osservi l’espressiva variatio delle congiunzioni coordinanti: fuit magna vi et animi et corporis, sed ingenio malo pravoque. Frequenti le sequenze asindetiche, che velocizzano la scrittura e insieme sortiscono un effetto di accumulo intensamente espressivo: bella intestina caedes rapinae discordia civilis (par. 2); patiens inediae algoris vigiliae (par. 3); Animus audax subdolus varius (par. 4); inmoderata incredibilia nimis alta (par. 5). Uso di tricola e dicola: audax subdolus varius... simulator ac dissimulator (par. 4). Nell’uso delle figure retoriche, oltre alle già citate antitesi, spicca il ricorso frequente al chiasmo. A distanza, in apertura di due diverse sequenze: Animus audax... Vastus animus (parr. 4-5). A sottolineare l’antitesi: satis eloquentiae, sapientiae parum (par. 5); la tensione antinomica viene talora accentuata dall’uso di arcaismi, con un effetto di particolare solennità (qui amplificato dal ricorso all’omoteleuto): pulcherruma atque optuma / pessuma ac flagitiosissuma (par. 9). A rafforzare un concetto-chiave: Incitabant... corrupti civitatis mores / luxuria atque avaritia vexabant (par. 8). Non mancano, dettati dal gusto per la variatio, sul quale si impronta lo stile sallustiano, parallelismi di costruzione: alieni adpetens, sui profusus (par. 4). Non si trascuri di evidenziare anche la propensione, tipicamente romana, all’allitterazione, nonché il gusto arcaizzante delle scelte lessicali (ad esempio la sequenza Sullae lubido... capiundae, par. 5; inoltre, nella chiusa, la serie già evidenziata dei quattro aggettivi superlativi, tutti caratterizzati da grafia arcaizzante). Per la costruzione del periodo conclusivo, si veda la specifica nota al par. 9. 6. Si ricordi, prima di procedere al confronto, che il ritratto sillano (cap. 95) va letto, nella Giugurtina, in parallelo contrastivo con quello di Mario (cap. 63): homo novus quest’ultimo, nobilis Silla, ma appartenente a una famiglia da tempo caduta in rovina per l’ignavia dei suoi maiores; grezza e pragmatica l’educazione di Mario, colta e raffinata quella di Silla; operoso e frugale Mario, prodigo e amante dei piaceri Silla. Non meno significativi gli aspetti comuni: l’animus ingens (nel ritratto di Mario: animus belli ingens); una sconfinata brama di gloria; la virtus militare. Non c’è dubbio che Silla, al pari di Catilina, rappresenti quel ceto nobiliare che Sallustio considera responsabile dei maggiori guasti sociali della Roma contemporanea; mentre Mario appare allo storico come il rappresentante di un mondo arcaico – e agrario – fondato sui valori dei tradizionali mores. 78 © Casa Editrice G. Principato
T4 I seguaci di Catilina
Dal confronto fra Silla e Catilina emergono numerose analogie: la discendenza da una gens di antica nobiltà; l’animus ingens, che richiama il vastus animus di Catilina; la luxuria, cui anche Silla dedica gran parte del suo tempo libero dalle occupazioni militari e politiche; la facundia (satis eloquentiae si diceva di Catilina); la facilitas nello stringere relazioni di familiarità e di amicizia; la calliditas e la capacità di simulazione; la prodigalità (multarum rerum ac maxume pecuniae largitor). Non meno significative le divergenze: Silla è un uomo colto, litteris Graecis atque Latinis iuxta atque doctissume eruditus, mentre nulla ci viene detto della formazione e degli studi di Catilina. Ma la differenza più significativa consiste nella capacità di Silla di mettersi al servizio della res publica, di saper conciliare le proprie inclinazioni personali con i negotia pubblici. Al contrario in Catilina, personaggio irregolare, inquieto, forse folle (cfr. il cap. 15 [ T5]), travagliato da ambizioni smisurate, la lubido [...] rei publicae capiundae pare non potersi mai conciliare con le severe regole della vita politico-militare romana.
RISORSE 18
Il ritratto paradossale di Catilina Antonio La Penna inserisce la descrizione di Catilina nel genere del ritratto paradossale, caratterizzato dalla coesistenza di peculiarità positive e negative.
La corruzione del tipo catilinario è caratterizzata non dalla mollezza voluttuaria, dalla raffinatezza, ma dalla violenza e dal delitto (facinora, scelera). La brama di piaceri porta necessariamente alla frode e alla criminalità. Nel tipo catilinario emerge l’energia, l’industria, le grandi o anche eccezionali capacità (magna vis et animi et corporis), la resistenza alle privazioni e alle fatiche, il coraggio non sono mai messi a servizio di valori positivi, ma sono sempre utilizzati da una volontà perversa a scopi criminali. Catilina potrà combattere valorosamente, ma non governare saggiamente e onestamente una provincia; potrà morire coraggiosamente in battaglia, ma sempre per una causa ingiusta. Nel tipo catilinario, la paradossalità deriva [...] dalla rottura del legame dell’energia con la pietas, con il rispetto dei valori della famiglia e dello Stato. [A. La Penna, Il ritratto “paradossale” da Silla a Petronio, in Aspetti del pensiero storico latino, Einaudi, Torino 1978, p. 212]
T 4 I seguaci di Catilina Bellum Catilinae 14
1. Ai parr. 2-3 si dà un catalogo dei seguaci di Catilina: adulteri, crapuloni, dissipatori di patrimonio, indebitati, assassini, sacrileghi, gente condannata o in attesa di giudizio, spergiuri, sicari. Nei paragrafi successivi l’attenzione si concentra sui giovani, motivo che ritorna, ampliato e approfondito, nel cap. 16 [ T6 ONLINE]. 79 © Casa Editrice G. Principato
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14. Sallustio
2. La forza di Catilina è tutta riposta nella sua straordinaria capacità di creare rapporti di familiarità e di intimità con i suoi sodali. Si concentri l’attenzione su due espressioni: Nam quicumque [...] ei Catilinae proxumi familiaresque erant (par. 3); Nam ut cuiusque studium ex aetate flagrabat (par. 6). Catilina, più in virtù della sua indomabile energia che di un progetto calcolato, si presta insomma ad assecondare le debolezze e i vizi di ciascuno, creando l’illusione di istituire con ciascuno dei congiurati una relazione profonda ed esclusiva. 3. L’approfondimento mediante il confronto proposto costituisce un’integrazione del quesito 2. Sia Cicerone sia Sallustio pongono l’accento sul rapporto privilegiato che Catilina intrattiene con i giovani, per il motivo che lo storico ha ben indicato in 14, 5. Comune ai due passi è il sostantivo illecebra, «allettamento, lusinga, attrattiva», che deriva dal verbo illicio (lexi, lectum, ĕre), composto di in + lacio, che significa «allettare, adescare, sedurre», e dunque anche «fuorviare». Il termine illecebra poteva anche sconfinare nel concetto di fascinazione magica, incantesimo (in Apuleio troviamo l’espressione: illecebras magiae). In Plauto (Asinaria 151) illecebra – personificazione – è la donna adescatrice. Nel termine è dunque già condensata tutta la forza fascinatoria, prepolitica, quasi magica, di Catilina, la sua inesauribile capacità di adescare, di attrarre a sé donne e giovani, soggiogandoli mediante l’ascendente che sa esercitare su di loro. Alla stessa area semantica di termini ricorrenti con grande frequenza nelle monografie sallustiane appartengono evidentemente anche vocaboli come corruptela e libido, indici dell’impostazione moralistica del pensiero – non solo storiografico – romano.
T 5 Secondo ritratto di Catilina Bellum Catilinae 15
1. L’argomento si trova adeguatamente sviluppato nella rubrica Lettura e interpretazione. 2. Esempio di brevitas e di colore poetico, al par. 1, è l’espressione multa nefanda: presso altri autori avremmo trovato multa et nefanda. Nefandus, poi, è voce poetica frequente in Sallustio, ma rara nella prosa contemporanea. Ulteriore esempio delle scelte “rare” di Sallustio è, al par. 2, l’uso di dubitabat (= «esitava») seguito dall’infinito in proposizioni affermative (laddove è frequente in proposizioni negative e interrogative). Il periodo che occupa interamente il par. 2 è caratterizzato dal mutamento continuo del soggetto: captus (sogg. Catilina)... dubitabat (sogg. Orestilla)... creditur (impersonale; ma altri intendono che soggetto di creditur... fecisse sia ancora Catilina). Si noti per contro il parallelismo di costruzione cum virgine nobili, cum sacerdote Vestae del par. 1, con anafora della preposizione cum, a riprova della costante ricerca sallustiana di varietà sul piano stilistico-espressivo. Ai parr. 3-4 «l’allitterazione fuisse facinus, riprendendo la precedente filio/fecisse, sottolinea non solo la rapidità nell’attuazione dell’impresa criminale contro lo Stato, ma anche il rapporto causa-effetto (necato filio/fuisse facinus) che viene meglio esplicato 80 © Casa Editrice G. Principato
T6 Tutae tranquillaeque res omnes
nel periodo successivo (Namque... vastabat): Sallustio attribuisce soprattutto al rimorso per un crimine terribile, più che a una motivazione di ordine politico, l’impulso ad affrettare il compimento della congiura. La cupezza dell’animo agitato trova corrispondenza fonica nell’accostamento dei suoni scuri (animus impurus... hominibusque infestus) e di onomatopeiche sibilanti (vigiliis... quietibus sedari) che evocano il tormentato silenzio di una coscienza messa a tacere» (Maletta). Nel par. 5 il motivo della follia è sottolineato dai tradizionali stilemi retorici della prosa sallustiana: la disposizione chiastica in colos... exsanguis/foedi oculi e citus modo/modo tardus; l’allitterazione voltuque vecordia, che lega strettamente il motivo della follia ai segni che la tradiscono. 3. I due capitoli si integrano, richiamandosi e reciprocamente completandosi. Per impostare il confronto intertestuale, si vedano i rispettivi apparati ai testi (introduzione, note di commento, Lettura e interpretazione). A conclusione dell’analisi dei due capitoli sallustiani, si suggerisce la lettura di un altro celebre ritratto di Catilina, quello contenuto nell’orazione pro Caelio di Cicerone [ Percorsi 3, «Un evento cruciale della storia di Roma: la congiura di Catilina»].
T 6 Tutae tranquillaeque res omnes ONLINE
Bellum Catilinae 16
1 e 5-6. Si vedano l’introduzione e la Lettura e interpretazione del testo. 2-4. Nei parr. 1-3 la struttura sintattica abbastanza semplice è tuttavia caratterizzata dalla grande varietà di forme e tempi verbali: nelle proposizioni principali, all’imperfetto si alterna l’infinito storico, equivalente rispetto al senso, ma in modo che l’azione iterativa venga espressa, alla fine di ogni periodo, alternativamente con l’una o con l’altra forma. Il ritmo del discorso si fa dunque incalzante come frenetica e, al tempo stesso, ambigua (cfr. l’utilizzo di verbi come illicio ed edoceo), è l’azione di plagio esercitata sui giovani da Catilina; le sequenze allitteranti e asindetiche (multis modis mala/ fidem fortunas/peccandi... praesens), le consonanze (illis testis signatoresque falsos/eorum famam... pudorem/insontis sicut sontis) e le assonanze (maiora alia/manus aut animus/ potius malus) scandiscono e accentuano quel malvagio operare sino alla maligna ironia (scilicet, ne... torpescerent... gratuito) con cui l’autore, in audace inversione di senso, lascia intendere le “motivazioni” di Catilina e l’inconsapevole complicità delle sue vittime. L’ampio periodo del par. 4 presenta una struttura ipotattica più lenta e articolata, poiché vi si chiarisce l’impulso ad agire di una moltitudine di individui insoddisfatti sul piano economico (aes alienum... Sullani milites, largius suo usi) e ideologico (victoriae veteri memores), e si insiste sulla responsabilità della dittatura sillana (82-79 a.C.) nel processo di degenerazione della società romana, fino al cupo, lapidario asserto conclusivo (opprimundae rei publicae consilium cepit): il perfetto cepit, di contro all’imperfetto utilizzato nei paragrafi precedenti, oppone all’estensione limitata dell’azione durativa il limite del compiuto, senza scampo. 81 © Casa Editrice G. Principato
8
INDICAZIONI E RISORSE • Aurea dicta edizione gialla 1
14. Sallustio
Il paragrafo finale, con la prevalenza dello stile nominale senza legami congiuntivi, ha di nuovo un ritmo rapido e frammentario in cui l’ironia dell’autore delinea una situazione sospesa, di illusoria tranquillità dovuta all’irresponsabile comportamento dei quadri dirigenti, che avrebbe favorito il piano di Catilina e dei suoi seguaci» (Maletta).
T 8 Ritratto di Sempronia Bellum Catilinae 25
1. Il ruolo svolto da Sempronia nella congiura fu decisamente modesto, se non ininfluente. Perché, allora, dedicarle un ritratto? La spiegazione più verosimile, come si è detto nell’introduzione al testo, è che l’autore volesse dipingere un exemplum di quella corruzione morale dell’aristocrazia romana che costituisce il tema centrale della sua opera. Non sono tuttavia mancate, presso gli storici, altre ipotesi: la prima è che Sempronia fosse figlia di Caio Gracco, «il che darebbe un significato particolare alla sua partecipazione alla congiura e spiegherebbe il silenzio di Cicerone. Ma per accogliere tale congettura bisognerebbe ammettere ch’ella fosse allora vicina ai sessant’anni: e la caratteristica di Sallustio non lo consente» (Malcovati). Poco plausibile anche l’ipotesi che Sallustio volesse vendicarsi di Decio Bruto Albino, particolarmente inviso ai fedeli di Cesare per la sua ingratitudine nei confronti del dittatore ucciso: colpendo Sempronia, si voleva insomma colpire il figlio, suggerendo implicitamente un rapporto tra catilinari e cesaricidi. Ma «lo scrittore fa osservare che Sempronia era sposa e madre satis fortunata: il che suonava altamente elogiativo, da parte di Sallustio» (Syme). 2-4. Si veda la rubrica Lettura e interpretazione. 5. Il confronto fra la Sempronia di Sallustio, la Clodia della Pro Caelio e la Lesbia di Catullo deve necessariamente tener conto della differenza di genere dei singoli testi: alla rappresentazione drammatica, ambigua, inquietante di Sallustio corrisponde il discorso sarcastico e distaccato dell’oratore, che demolisce la figura di Clodia ad uso del suo protetto. Nella lirica di Catullo, poi, prevalgono i sentimenti più segreti e profondi dell’io, che si mette in gioco in prima persona, passando dall’amore all’odio, dall’invettiva alla tenerezza. Ciò che lega strettamente queste figure è l’atteggiamento spregiudicato di Sempronia e di Clodia-Lesbia, che non si riconoscono più nelle tradizionali figure delle matrone romane, ma si muovono in una nuova prospettiva, dominata dalla ricerca del piacere e dall’indipendenza dello stile di vita
T 9 Catilina si reca in senato Bellum Catilinae 31, 4-9
1-2. A Cicerone, che Sallustio ritrae inizialmente come sospeso fra il timore e lo sdegno (sive praesentiam eius timens, sive ira conmotus), viene dedicato un solo breve paragrafo. Tutto il resto della sequenza, che riassume la grande seduta del senato 82 © Casa Editrice G. Principato
T12 Confronto fra Cesare e Catone
dell’8 novembre 63, è imperniata sulla figura di Catilina, dipinto con pochi ma fulminei tratti: il suo crudelis animus, la sua dissimulatio (simulator ac dissimulator era stato ritratto in 5, 4 [ T2]), il suo atteggiamento provocatorio (sicut iurgio lacessitus foret). La complessità umana del personaggio emerge subito dopo l’impetuoso intervento di Cicerone, quando dapprima lo vediamo implorare a volto chino, nell’atteggiamento del supplice che chiede giustizia, poi lanciare sprezzanti giudizi su Cicerone, infine concludere furibundus la sua recita con una battuta da eroe tragico. 3. La contrapposizione (par. 7) fra l’antica nobiltà di Catilina e le modeste origini di Cicerone (appartenente all’ordine equestre) andrà considerata non solo allo scopo di inquadrare il personaggio, ma anche di riflettere sulle radici gentilizie e sulla natura fondamentalmente oligarchica della res publica romana. Se Catilina può permettersi di esibire i propri natali, ingiuriando quelli di Cicerone (un novus homo), significa che questi argomenti dovevano continuare a far presa sul senato romano. 4-5. L’episodio è narrato secondo i consueti canoni della brevitas, ma convenientemente drammatizzato, come richiedeva il gusto storiografico dell’età ellenistica. Ogni periodo dipinge un Catilina diverso: freddo e razionale quando fa il suo ingresso in aula; astuto e supplichevole, ma anche sarcastico e sprezzante dopo l’orazione di Cicerone; violento e minaccioso nel finale. Nella varietà degli atteggiamenti, delineati con pochi tratti essenziali, così come nel passaggio dal discorso indiretto al discorso diretto nel finale, si colgono l’inquietudine febbrile del personaggio, il suo animo energico, la sua mente instabile. Il contrasto con Cicerone, che parla come spinto dall’emozione e dallo sdegno, e dunque da un sentimento di giustizia ferita, non poteva essere maggiore. Se assumiamo la prospettiva di Cicerone [ T2, cap. 12], leggendo i primi due paragrafi della prima Catilinaria (un confronto prezioso, anche sul piano dello stile), cogliamo subito lo stato d’animo del senato, irritato dalla sfrontatezza di Catilina, ma anche impaurito dalla sua audacia. Mentre Cicerone parla, Catilina notat et designat oculis ad caedem unumquemque nostrum. Di lui Cicerone sottolinea più volte il furor, coniugato a una effrenata... audacia. Cicerone, insomma, sembra irrigidire il personaggio in un solo aspetto, quello di chi sta portando morte e rovina allo Stato romano, mentre in Sallustio Catilina colpisce per la straordinaria complessità e mutevolezza dei suoi atteggiamenti.
T 12 Confronto fra Cesare e Catone Bellum Catilinae 54
1. Si provveda a disegnare una tavola comparativa dei termini che indicano le qualità di Cesare e di Catone. Mansuetudo e misericordia, lemmi di per sé afferenti alla sfera morale (mansuetudo si oppone a feritas; misericordia a crudelitas), alludono con tutta evidenza alla clementia Caesaris. La facilitas indica la prontezza con cui Cesare sa assecondare le esigenze degli amici e degli alleati. Sempre utile un esercizio sul vocabolario, facendo leva anche sull’etimologia delle singole parole: constantia è connesso con il verbo consto, «star fermo», e sottolinea l’incrollabilità degli ideali di Catone, la sua 83 © Casa Editrice G. Principato
INDICAZIONI E RISORSE • Aurea dicta edizione gialla 1
14. Sallustio
fermezza nell’onorarli. Integritas (da in prefisso negativo + tango, «toccare»), attiene alla sfera della purezza e della probità: diversamente da Cesare, pronto a leggere la realtà che lo circonda con sguardo attento e ad interagire con essa in modo duttile e flessibile, Catone non si fa «toccare» dagli accadimenti esterni, cui oppone la propria intransigenza morale. Con abstinentia (da ab + teneo = «tenersi lontano da») si mette l’accento sul disinteresse di chi non agisce secondo i criteri dell’interesse e dell’utile individuale, ma secondo i principi morali in cui confida. Si noti che non poche delle espressioni riferite a Catone (appunto integritas ed abstinentia, ma anche innocentia, nihil largiri, quo minus petebat gloriam) presentano forma negativa, a designare ciò che il personaggio «non fa», da cui «si astiene». CESARE
CATONE genus aetas eloquentia magnitudo animi gloria
mansuetudo munificentia misericordia facilitas
integritas severitas modestia constantia decus pudor innocentia abstinentia
dare sublevare ignoscere miseris perfugium
nihil largire malis pernicies
2. Anche in questo caso può essere utile predisporre una tabella su due colonne: FORME ARCAICHE
FORME CLASSICHE
fuere
fuerunt
ignoscundo
ignoscendo
largiundo
largiendo
novom
novum
maxume
maxime
3. Per chi e per che cosa parteggia Sallustio? Per la visione riformista e dinamica di Cesare, che volle rinnovare le istituzioni romane, o per la visione arcaizzante, tradizionalista, moralistica di Catone, che fu di Cesare irriducibile avversario fino alla morte volontaria, seguita alla sconfitta definitiva in una guerra civile combattuta nel campo opposto? Ogni passo del capitolo si presta a un commento a doppio taglio: dove ad esempio leggiamo, a proposito di Catone, che non divitiis cum divite neque factione cum factioso... certabat, potremmo scoprire un’accusa rivolta a Cesare, che al contrario combatté battaglie di parte e cercò ripetutamente di arricchirsi per finanziare il suo progetto politico. Ma la sýnkrisis ci fa capire come Sallustio – s’intende, quel Sallustio che ha assunta la persona dello storico – non intenda qui propriamente giudicare le due figure, né schierarsi per l’una o per l’altra, ma indicare la complessità del mos 84 © Casa Editrice G. Principato
T13 Condanna a morte dei congiurati
maiorum romano, cioè di quell’insieme di valori morali e di energia intellettuale che aveva fatto grande lo Stato romano, e che esigeva la compresenza di figure opposte, ma complementari, come Cesare e Catone. Sallustio – un «cesariano moderato» come lo ha definito Antonio La Penna – non poteva ignorare il significato politico, oltre che simbolico, dell’intransigenza morale invocata da Catone, il cui elogio – come scrive ancora La Penna – «significa essenzialmente una larga concordanza di Sallustio coll’ottimate nella diagnosi e nella soluzione moralistica della crisi politico-sociale. Certamente Catone non attribuiva alla nobiltà corrotta le stesse pesanti responsabilità che le attribuiva Sallustio nelle cause della peste catilinaria; certamente egli non tendeva, come Sallustio, ad un ampliamento della classe politica, ma al suo risanamento morale mediante un ideale arcaizzante; tuttavia Sallustio sentiva nei principi etico-politici affermati da Catone un fondamento perenne delle strutture economiche e sociali della res publica».
T 13 Condanna a morte dei congiurati Bellum Catilinae 55
1-2. Il console decide di provvedere rapidamente all’esecuzione per paura che la notte possa favorire un’azione di forza dei congiurati. A ciò allude l’espressione ne quid eo spatio novaretur. Le esecuzioni, per legge, dovevano aver luogo prima del tramonto, e Cicerone non ha molto tempo a sua disposizione. I tresviri o triumviri capitales (detti anche triumviri nocturni, perché dovevano tutelare la quiete notturna della città) sono i tre funzionari che avevano l’incarico di sorvegliare le carceri e di presiedere all’esecuzione dei condannati a morte. 3. Del Tullianum colpisce la verticalità e la profondità (circiter duodecim pedes humi depressus... postquam demissus est): la discesa nel carcere sotterraneo appare già una discesa nell’Ade, in un regno di morte. Lo sguardo dal fondo è rivolto non solo alle pareti che si ergono tutt’intorno, ma anche alla volta a cupola che si trova insuper. Prevalgono poi – nella descrizione sallustiana – gli elementi sensoriali: la tenebra spessa, il fetore insopportabile. Per acquisire informazioni di carattere storico sul carcere Tulliano, si veda la rubrica I luoghi dell’antico, p. 572. 4. Si legga con attenzione il par. 6, quasi un elogium al contrario, dominato da un senso di amaro stupore: Ita ille patricius ex gente clarissuma Corneliorum, qui consulare imperium Romae habuerat, dignum moribus factisque suis exitium vitae invenit. Lentulo, agli occhi di Sallustio, è uno di quei rappresentanti di una nobilitas boriosa e corrotta che egli ritiene responsabile del degrado morale di Roma; ma i termini e le espressioni su cui pone l’accento (patricius... gente clarissuma... consulare imperium... moribus factisque) rappresentano i fondamenti della grandezza romana, che lo storico sente ormai fatalmente minata (soprattutto se si pensa che il Bellum Catilinae fu scritto durante gli anni della guerra civile fra Ottaviano e Antonio) dai sanguinosi avvenimenti dell’ultimo mezzo secolo. 85 © Casa Editrice G. Principato
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14. Sallustio
5. Si provveda a sottolineare i tratti assenti nel racconto sallustiano: Poi, accompagnato dall’intero senato, andò a cercare i condannati. Essi non si trovavano tutti nel medesimo luogo, ma erano custoditi da diversi pretori. Per primo andò a prendere Lentulo, e dal Palatino lo condusse per la via Sacra attraverso il Foro. I personaggi rivestiti di maggiore autorità in Roma erano disseminati in cerchio attorno a lui e lo proteggevano; il popolo lo seguiva silenzioso e tremebondo per ciò che si stava facendo, specialmente i giovani, cui sembrava di essere iniziati allora, con paura e stupore, a chissà quali antichi riti propri di un regime aristocratico. Percorso il Foro e arrivati davanti alla prigione, Cicerone consegnò Lentulo al carnefice e gli impose di ucciderlo. Poi condusse là Cetego e via via gli altri, facendoli ammazzare tutti quanti. L’elemento che più colpisce, in Plutarco, è che Cicerone non è solo: egli è anzi «accompagnato», protetto dal corpo delle massime autorità romane. Diversamente, in Sallustio, pare che Cicerone agisca isolatamente, e che le decisioni prese appartengano solo a lui. In Plutarco, poi, emerge lo scenario urbano, con le sue vie e le sue piazze. In Sallustio, è l’immagine buia e desolata della prigione, il suo interno maleodorante e claustrofobico a prevalere.
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2 L’età di Augusto
2
Virgilio
T 3 Un canto di palingenesi Ecloga IV
1-3. Struttura compositiva dell’ecloga: – vv. 1-3: invocazione alle «Muse siciliane», omaggio a Teocrito, inventor del genere bucolico; invito ad innalzare il canto (paulo maiora canamus), d’argomento ben più impegnativo, senza tuttavia abbandonare la poesia pastorale (si segnala così il carattere atipico del componimento nell’ambito della raccolta); indicazione elogiativa del dedicatario, Asinio Pollione console designato nel 40, anno di composizione del testo; – vv. 4-17: solenne annuncio dell’imminente ritorno dell’età dell’oro, collegato alla nascita di un puer prodigioso, con l’inserzione di un ulteriore, più ampio ed esplicito, elogio di Pollione (vv. 11-13); – vv. 18-25: prima fase della graduale realizzazione della nuova aetas aurea, coincidente con l’infanzia del puer e caratterizzata dai primi segni del manifestarsi di una natura spontaneamente e gioiosamente feconda; visione idillica in cui uomini ed animali sono liberati dal timore delle fiere, rese inoffensive, delle bestie e delle piante velenose, destinate a scomparire; – vv. 26-36: seconda fase dell’avvento dell’età dell’oro, coincidente con la prima giovinezza del puer, in cui la terra produrrà rigogliose messi, l’uva crescerà dalle piante di rovo e le querce stilleranno miele; tuttavia rimarranno ancora poche tracce «dell’antico male» (Pauca tamen... fraudis, v. 31), che ritarderanno il completo rinnovarsi del primigenio stato felice, inducendo gli uomini a dedicarsi ancora ad attività caratterizzate dalla fatica, dal pericolo e dalla violenza (l’agricoltura, la navigazione, la guerra); – vv. 37-45: terza ed ultima fase, allorché la palingenesi universale sarà compiuta e il puer avrà ormai raggiunto l’età virile; allora gli effetti negativi della prisca fraus elencati nella sezione precedente si dilegueranno e la terra produrrà tutto spontaneamente (omnis feret omnia tellus, v. 39); persino gli ovini muteranno da sé il colore del loro vello, rendendo inutile la tintura della lana; – vv. 46-52: dopo un solenne accenno alle Parche e ai decreti immutabili del Fato, l’autore rivolge in toni enfatici e intensamente patetici un’allocuzione al puer (con un singolare scarto temporale, come se già fosse un uomo adulto) proclamato «cara progenie degli dèi, grande discendenza di Giove», esortandolo ad assumersi ormai gli onori e gli alti compiti cui è destinato, e lo invita a contemplare il fremito d’esultanza dell’universo (Aspice... saeclo!, vv. 50-52); 87 © Casa Editrice G. Principato
INDICAZIONI E RISORSE • Aurea dicta edizione gialla 2
2. Virgilio
– vv. 53-59: il poeta ritorna simmetricamente alla prima persona dell’esordio, per parlare nuovamente della propria poesia; si augura di vivere tanto a lungo da poter celebrare le gloriose future imprese del puer, proponendosi quale poeta-vates del rinnovamento; se questo accadrà, neppure i mitici Orfeo e Lino, neppure Pan, dio d’Arcadia e della poesia pastorale, potranno vincerlo nel canto. Si disegna così intorno al sublime canto di palingenesi una cornice o struttura “ad anello” (Ringkomposition) che lo riconduce nell’ambito dell’ispirazione bucolica, apertamente dichiarata nei primi versi mediante l’invocazione alle Sicelides Musae; – vv. 60-63: nella chiusa, nei toni delicati di un’affettuosa tenerezza, il poeta si rivolge nuovamente al puer, invitandolo a riconoscere la madre dal sorriso, motivo intimo e familiare che assurge subito dopo ad auspicio di vita felice e gloriosa, segno premonitore dell’elezione a un rapporto privilegiato con gli dèi, o addirittura dell’assunzione al rango della divinità. L’architettura del carme rivela pertanto studiate corrispondenze e simmetrie interne anche sul piano quantitativo (= numero dei versi): 3-14-28-14-4. Dopo il proemio (3 vv.) segue l’annuncio profetico della palingenesi (vv. 4-17) che si estende per 14 versi; la profezia vera e propria, che prefigura l’effettivo avvento dell’età dell’oro, suddivisa in tre fasi, abbraccia 28 versi, il doppio della sezione precedente e di quella successiva; infatti la ripresa dell’annuncio, riassuntiva e augurale (vv. 46-59), consta ancora di 14 versi (speculari ai vv. 4-17); segue il congedo di 4 versi (vv. 60-63). 4-5. Per le ipotesi dotate di qualche verosimiglianza cfr. Lettura e interpretazione; per lo sfondo storico-politico dell’annuncio profetico, oltre ai cenni forniti nell’introduzione e alla documentazione reperibile dagli studenti secondo le indicazioni dell’insegnante, si possono consultare due classiche e sperimentate opere di riferimento: Ronald Syme, La rivoluzione romana, Einaudi, Torino 1974², in particolare il cap. XVI, pagg. 215-226; Santo Mazzarino, L’impero romano, vol. I, Laterza, Roma-Bari 1973, in particolare la Parte prima, Saeculum Augustum, cap. II, pagg. 49-58. 6. Si riconoscono, liberamente fusi e rielaborati dal poeta, gli influssi di antichissime tradizioni religiose e oracolari (i responsi dei Libri Sibyllini: Ultima Cumaei... aetas, v. 4) intrecciati con richiami a motivi filosofico-dottrinali di matrice orfico-pitagorica e stoica (magnus... ordo, v. 5; magni... menses, v. 12), afferenti alla concezione ciclica e periodica della storia del mondo, che si esprime nella teoria del magnus annus, il «grande anno», compiuto il quale «ricomincia», «ritorna» (redit... redeunt, v. 6), «rinasce dal principio» (ab integro... nascitur, v. 5), ossia dallo stato di intatta perfezione originaria, un nuovo ciclo. Evidente anche la ripresa di spunti mitico-letterari: centrale il tema esiodeo dell’aetas aurea (per il mito delle età, cfr. T3, Dialogo con i modelli [a], p. 95), cui si allude apertamente ai vv. 7-9 (nova progenies; ferrea primum/ desinet ac toto surget gens aurea mundo); ma si vedano anche redit et Virgo, redeunt Saturnia regna (v. 6: per i «regni di Saturno» cfr. lo stesso Virgilio, T3, Dialogo con i modelli [b], p. 96). Viene insistentemente ripetuto che si annuncia e si attende con trepidazione un’età di pace, di letizia e di splendore (decus hoc aevi, v. 11; Talia saecla... currite, v. 46), di serena comunione con una natura spontaneamente feconda e benevola (nella sezione centrale del carme e in particolare nei vv. 37-45). Per approfondire l’argomento, cfr. RISORSE 19. 88 © Casa Editrice G. Principato
T3 Un canto di palingenesi
7. Riguardo alle caratteristiche della nuova aetas aurea e ai fenomeni che ne segnano l’avvento nel carme, si vedano le indicazioni fornite a proposito dei quesiti 1-3 e 6), l’introduzione e Lettura e interpretazione. Originalmente virgiliana è la felicissima invenzione poetica secondo la quale la piena realizzazione dell’epoca aurea non sarà immediata, ma avverrà per gradi, che coincideranno (vv. 18-45) con le tre fasi fondamentali della crescita del puer, dall’infanzia all’adolescenza all’età virile. 8. Si deve concentrare l’attenzione soprattutto sui vv. 31-36, dove si riscontrano riferimenti all’età degli eroi, intermedia fra quella del bronzo e quella del ferro in Esiodo, e in particolare ai due maggiori cicli epico-eroici dell’antichità: l’impresa degli Argonauti (quae temptare Thetim ratibus, v. 32; Alter erit tum Tiphis, et altera quae vehat Argo/ delectos heroas, vv. 34-35) e la guerra di Troia (quae cingere muris/ oppida, vv. 3233; erunt etiam altera bella/ atque iterum ad Troiam magnus mittetur Achilles, vv. 35-36). Virgilio evoca le imprese e i personaggi delle mitiche saghe quali emblemi di eventi e fenomeni connotati negativamente, in quanto estranei al felice stato di natura (la navigazione; la guerra), che si ripeteranno ancora in questa fase per effetto dei persistenti residui della prisca fraus (v. 31). Più oltre vengono citati Orfeo e Lino (vv. 55-57), i leggendari cantori delle origini, al centro di una variegata fioritura di racconti mitici, citati insieme ai loro genitori divini (la Musa Calliope e Apollo) quali archetipi della poesia; infine Pan (vv. 58-59, il dio d’Arcadia e della poesia pastorale; qui Virgilio li nomina per esaltare iperbolicamente il proprio canto [ Le figure del mito, p. 97]. 9-10. Oltre al proemio “teocriteo” (vv. 1-3), i numerosi passi del carme in cui viene ricreata – entro lo scenario prodigioso dell’età dell’oro – l’atmosfera idillico-pastorale dominante nella raccolta, si riconoscono nei vv. 17-24, 28-30 e 40-45; particolarmente significativa l’evocazione finale del dio Pan, dell’Arcadia e delle gare di canto (vv. 58-59). Negli altri passi prevale il tono alto e sacrale che si addice al canto profetico, come avverte il poeta nell’esordio (paulo maiora canamus, v. 1), talora echeggiando le solenni cadenze dell’epica o il respiro grandioso della poesia filosofica e cosmica: si vedano ad esempio i vv. 31-36, dove appunto si allude alle eroiche imprese degli Argonauti e del magnus... Achilles; oppure il v. 49, dal solenne ritmo spondaico (cara deum suboles, magnum Iovis incrementum!) o ancora i vv. 50-52 (Aspice convexo... saeclo!), intonati a un sublime cosmico che ricorda Lucrezio. 11. Apostrofe: Tu modo... Lucina (vv. 8-10); Teque adeo... Pollio (vv. 11-12); At tibi prima, puer (v. 18); Incipe, parve puer (v. 60). Metonimia: arbusta... myricae (v. 2); Thetim (v. 32); murice... luto (v. 44); Arcadia (vv. 58-59); mensa... cubili (v. 63); Sineddoche: nautica pinus (v. 38); le numerose occorrenze del singolare per il plurale e viceversa (cfr. note); Personificazione: lana (v. 42); Poliptòto: silvas, silvae (v. 3); redit... redeunt (v. 6); videbit... videbitur (vv. 15-16); Ipsae... ipsa (in anafora, vv. 21-23); Alter... altera... altera (i primi due in anafora, vv. 34-35); omnis... omnia (v. 39); magnos... magnum (vv. 48-49); nec deus... dea nec (con chiasmo, anafora della negazione e anastrofe, v. 63); Allitterazione: oltre alle numerose occorrenze di Anafora e Poliptòto (o comunque di iterazione dei medesimi vocaboli), di per sé allitteranti, si possono citare alcuni esempi 89 © Casa Editrice G. Principato
INDICAZIONI E RISORSE • Aurea dicta edizione gialla 2
2. Virgilio
fra i più significativi (cfr. anche note ai singoli luoghi): magnos metuent armenta (v. 22); temptare Thetim ratibus (v. 32); magnus mittetur (v. 36); mutabit merces (v. 39); Omoteleuto: deum... magnum... incrementum... mundum... caelum... profundum (in sequenza allitterante, vv. 49-51); mecum... victum (vv. 58-59); Chiasmo: Ultima Cumaei... carminis aetas (v. 4, in doppio iperbato intrecciato); heroum laudes... facta parentis (v. 26); si iudice certet... dicat se iudice (vv. 58-59); nec deus... dea nec (v. 63); Iperbato: diffuso il ricorso nel carme di questa figura, frequente nello stile poetico e in particolare del dettato virgiliano, che predilige la dislocazione di sostantivo e aggettivo agli estremi del verso, nonché il doppio iperbato intrecciato (detto anche incrociato), spesso associato al Chiasmo (cfr. la voce precedente), sempre in vista di un particolare effetto espressivo (cfr. note al testo). Possiamo qui segnalare alcuni esempi per avviare la ricerca: qua... sceleris vestigia nostri (doppio iperbato intrecciato, v. 13); pacatum... orbem (v. 17); prima... nullo munuscula cultu (doppio iperbato intrecciato, v. 18); Ipsae... capellae (v. 21), etc. 12. Il tempo verbale dominante nel testo è il futuro, trattandosi di un annuncio profetico. 13. Per lo sviluppo del confronto richiesto, saranno utili le indicazioni fornite nel capitolo dedicato a Orazio ( cap. 3.2, «La poesia “eccessiva” degli Epodi»), oltre all’eccellente commento dell’edizione consigliata, che affronta anche la questione dei rapporti con la IV ecloga virgiliana. In ogni caso l’articolazione del lavoro dovrà tener conto: a) delle analogie e delle differenze fra i due testi in ordine a motivi tematici, immagini, linguaggio e stile, riferimenti storico-politici, allusioni letterarie, etc.; b) del diverso atteggiamento degli autori, evidenziando la pessimistica visione di Orazio riguardo ai destini di Roma e la divergente elaborazione di motivi mitico-utopici attinti alla tradizione. Per il testo completo di Orazio (Epodon 16) in lingua originale, con la traduzione italiana di Fernando Bandini, cfr. RISORSE 20. RISORSE 19
Il mistero della IV ecloga Per approfondire la complessa questione delle fonti e delle suggestioni operanti nel carme, si consiglia la lettura di un’opera di riferimento, il classico saggio dello storico francese Jérôme Carcopino, Virgilio e il mistero della IV Egloga, con prefazione di Luca Canali, Edizioni dell’Altana, Roma 2001, e specialmente del capitolo I, La mistica, pagg. 25-58. L’autore propende con chiarezza razionale per un «sincretismo interpretativo» che media fra le tante ipotesi contrastanti – talora eccessivamente unilaterali e sottili – formulate dagli studiosi impegnati a risolvere i numerosi interrogativi sollecitati dal testo virgiliano (primo fra tutti l’identità del puer, una delle più famose cruces della letteratura latina; ma anche la problematica precisazione degli influssi dottrinali e delle suggestioni messianiche). In particolare, Carcopino individua nel carme un «canovaccio pitagorico» (pag. 33), su cui s’innestano elementi attinti ad altre e molteplici fonti tradizionali, puntualmente indagati analizzando con rigore filologico il testo dell’ecloga. 90 © Casa Editrice G. Principato
T3 Un canto di palingenesi
RISORSE 20
L’epodo 16 di Orazio Riportiamo il testo di Orazio con la traduzione di Fernando Bandini. Nota metrica: esametri dattilici alternati con trimetri giambici.
Altera iam teritur bellis civilibus aetas, suis et ipsa Roma viribus ruit. Quam neque finitimi valuerunt perdere Marsi minacis aut Etrusca Porsenae manus, 5 aemula nec virtus Capuae nec Spartacus acer novisque rebus infidelis Allobrox, nec fera caerulea domuit Germania pube parentibusque abominatus Hannibal, impia perdemus devoti sanguinis aetas 10 ferisque rursus occupabitur solum; barbarus, heu, cineres insistet victor et urbem eques sonante verberabit ungula quaeque carent ventis et solibus ossa Quirini (nefas videre!) dissipabit insolens. 15 Forte quid expediat communiter aut melior pars, malis carere quaeritis laboribus. Nulla sit hac potior sententia, Phocaeorum velut profugit exsecrata civitas agros atque Lares patrios habitandaque fana 20 apris reliquit et rapacibus lupis, ire pedes quocumque ferent, quocumque per undas Notus vocabit aut protervus Africus. Sic placet? An melius quis habet suadere? Secunda ratem occupare quid moramur alite? 25 Sed iuremus in haec: simul imis saxa renarint vadis levata, ne redire sit nefas, neu conversa domum pigeat dare lintea quando Padus Matina laverit cacumina, in mare seu celsus procurrerit Appenninus 30 novaque monstra iunxerit libidine mirus amor, iuvet ut tigris subsidere cervis, adulteretur et columba miluo, credula nec ravos timeant armenta leones ametque salsa levis hircus aequora. 35 Haec et quae poterunt reditus abscindere dulcis eamus omnis exsecrata civitas aut pars indocili melior grege. Mollis et exspes inominata perpremat cubilia: 91 © Casa Editrice G. Principato
INDICAZIONI E RISORSE • Aurea dicta edizione gialla 2
2. Virgilio
vos quibus est virtus, muliebrem tollite luctum, 40 Etrusca praeter et volate litora. Nos manet Oceanus circum vagus arva beata: petamus arva, divites et insulas, reddit ubi Cererem tellus inarata quotannis et imputata floret usque vinea, 45 germinat et numquam fallentis termes olivae suamque pulla ficus ornat arborem, mella cava manant ex ilice, montibus altis levis crepante lympha desilit pede. Illic iniussae veniunt ad mulctra capellae 50 refertque tenta grex amicus ubera, nec vespertinus circumgemit ursus ovile, neque intumescit alta viperis humus. Pluraque felices mirabimur: ut neque largis aquosus Eurus arva radat imbribus 55 pinguia nec siccis urantur semina glaebis, utrumque rege temperante caelitum. Nulla nocent pecori contagia, nullius astri gregem aestuosa torret impotentia. Non huc Argoo contendit remige pinus, 60 neque impudica Colchis intulit pedem; non huc Sidonii torserunt cornua nautae laboriosa nec cohors Ulixei. Iuppiter illa piae secrevit litora genti, ut inquinavit aere tempus aureum. 65 Aerea dehinc ferro duravit saecula; quorum piis secunda vate me datur fuga. Un’altra generazione si consuma nelle guerre civili e Roma crolla da sé per opera delle sue forze; non erano riusciti a distruggerla i Marsi suoi vicini, non le armi etrusche del minaccioso Porsenna, non la forza rivale di Capua né il terribile Spartaco e l’infedele Allobrogo con le sue sedizioni, non la selvaggia Germania con la sua gente dipinta d’azzurro e Annibale abominato dalle madri e dai padri: la distruggeremo noi, empia generazione dal sangue maledetto, e dov’essa sorge torneranno ad abitare le fiere; ah! vittorioso, a cavallo, il barbaro calcherà le sue ceneri e farà risonare la città sotto il tonfo degli zoccoli e le ossa di Quirino sottratte al vento e al sole (sacrilego spettacolo!) disperderà tracotante. Forse voi tutti, o i migliori fra voi, cercate 92 © Casa Editrice G. Principato
T3 Un canto di palingenesi
cosa vi possa sciogliere da miseria e travagli. Nessuna decisione sia preferibile a questa: come i cittadini Focei, dopo aver maledetto, si esiliarono dai campi e dai patri Lari, lasciando che i loro templi diventassero tane di cinghiali e lupi feroci, andare ovunque i piedi ci porteranno, ovunque per mare ci chiamerà il Noto o l’Africo protervo. Approvate? Qualcuno ha un avviso migliore? Perché, essendo propizi gli auspici, indugiamo ad imbarcarci? Ma giuriamo su queste parole: il giorno che dal fondo dei flutti i sassi risalgano a galla, non sia sacrilegio tornare, né ci dispiaccia dirigere le vele verso casa quando il Po abbia bagnato le cime del Matino e l’alto Appennino sia corso a tuffarsi nel mare e mostruosi accoppiamenti per mai vista libidine nascano da incredibili amori, al punto che piaccia alle tigri distendersi sotto i cervi e la colomba sia posseduta dal nibbio, e, fiduciosi, gli armenti non temano il leone dal bruno mantello e il capro, non più irsuto, ami l’acqua del mare. Con queste esecrazioni, e quante potranno tagliarci le dolci vie del ritorno, andiamocene, o l’intera città o la parte migliore di un gregge sventato. Chi è vile e senza speranza rimanga a poltrire nei suoi letti malaugurosi: voi che siete virili, bandite il lamento da femmine e volate al di là dei lidi etruschi. Ci aspetta l’Oceano che vaga intorno a campagne felici: dirigiamoci a quelle campagne, a quelle isole fertili, dove ogni anno la terra dà i suoi frutti senz’essere arata e la vite che nessuno ha potato continua a fiorire e germoglia il ramo d’ulivo che mai non delude e il fico violetto adorna il proprio albero, dalla cavità dei lecci cola il miele, dall’alto dei monti svelta l’acqua s’avvalla con mormorante passo. Là le caprette vengono spontaneamente ai secchi per mungere e amorevole il gregge ci torna con gonfie mammelle né a sera l’orso bramisce intorno agli ovili né si vede la terra gonfiarsi, sotto, di vipere. Molte cose ammireremo estasiati: come l’Euro piovoso non spazzi la campagna con dirotti acquazzoni e i semi fecondi non si brucino in aride zolle perché una cosa e l’altra equilibra il re dei Celesti. Nessun contagio intacca il bestiame, l’oltranza di un astro non brucia il gregge con la sua ardente febbre. Qui non ha fatto rotta la nave Argo coi suoi rematori 93 © Casa Editrice G. Principato
INDICAZIONI E RISORSE • Aurea dicta edizione gialla 2
2. Virgilio
né l’impudica Colchica vi ha posato il suo piede, qui marinai fenici non hanno volto le antenne né l’equipaggio, rotto ad ogni fatica, di Ulisse. Giove ha riservato queste rive a una stirpe innocente quando inquinò col bronzo un tempo tutto d’oro. Poi col ferro indurì l’età del bronzo da cui possono i giusti felicemente scampare com’io profetizzo. [Orazio, Epodon 16, trad. di F. Bandini]
T 7 Le lodi d’Italia Georgiche II, 136-176
1-2. Nella celebre digressione, per quanto lo sviluppo del discorso sia unitario, si possono individuare blocchi di versi incentrati su aspetti e motivi distinti, tra loro collegati per antitesi o passaggi analogici. In ogni caso i motivi fondamentali e unificanti sono: a) i valori positivi di razionalità e misura, dunque anche di bellezza e armonia, di cui è depositaria l’Italia, contrapposti alle caratteristiche negative dell’Oriente (irrazionalità, eccesso e dismisura, mostruosità); b) l’identificazione, che si disegna a poco a poco per così dire “in filigrana”, per divenire esplicita nei versi finali, dell’Italia quale terra in cui persiste e insieme si rinnova l’età dell’oro. In particolare, si individuano sequenze di versi in cui il poeta loda la fertilità del suolo italico (vv. 143-148, con l’allusione celebrativa ai trionfi romani) e la dolcezza del clima che consente la fecondità delle campagne (vv. 149-150), alternate all’enumerazione dei fenomeni negativi e mostruosi che non si verificano in Italia. Nei vv. 155-164 evoca le bellezze naturali del paesaggio insieme alle opere architettoniche e civili che si devono all’operosità e all’ingegno degli abitanti, passando subito dopo ad esaltare la fierezza e il valore delle stirpi italiche. Si riscontrano anche precisi riferimenti alla gloriosa storia di Roma (v. 148; vv. 169-170) e all’attualità (le imprese di Ottaviano in Oriente, concluse dalla vittoria aziaca del 31 a.C.; vv. 170-172). 3. Si è offerto un modello di questo tipo di indagine nelle indicazioni fornite per svolgere il quesito 11 nell’analisi del testo della IV ecloga [ T3], da tener presente e riproporre con l’ausilio delle note e del «Glossario dei termini retorici e stilistici». 4. Nell’elogio varroniano dell’Italia è dato cogliere non poche consonanze con il passo delle Georgiche. Peraltro Varrone si limita a considerare soltanto alcuni fra i molti e vari aspetti toccati da Virgilio nella lunga digressione: senza evadere dall’argomento specifico della sua opera, della terra italica loda infatti la fertilità del suolo, la dolcezza del clima, la superiorità delle colture agrarie (non vi è altro paese «che sia così ben coltivato in tutte le sue parti»), e nella chiusa, mediante una serie di vivaci interrogative retoriche, l’eccellenza dei prodotti (farro, frumento, vino, olio, frutta). Da rilevare che anche Varrone tesse le lodi d’Italia in chiave contrastiva; ma, diversamente da Virgilio, fa un unico brevissimo accenno all’Asia, mentre sviluppa piuttosto un confronto con i freddi paesi 94 © Casa Editrice G. Principato
T10 La società delle api
dell’Europa settentrionale e centrale, afflitti da «un continuo inverno» e da «una notte di sei mesi»; in Italia invece, dove il clima è «più temperato», «il giorno e la notte si alternano in giusta misura». In ogni caso, anche dal passo varroniano appare evidente che nell’Italia si realizza l’ideale del giusto mezzo, dell’armonia equidistante dagli eccessi.
T 10 La società delle api Georgiche IV, 149-227
1-4. Nell’introduzione vengono illustrate le caratteristiche attribuite da Virgilio alla società delle api, un unicum nel regno animale (Solae... solae, vv. 153-155) per dono divino (vv. 149-152). Descrivendo il mondo dell’alveare, trasparente metafora di una società civile perfettamente organizzata, prospera e dinamica, intesa al commune bonum, il poeta configura un modello ideale, in cui vede realizzati e implicitamente celebra gli ideali augustei di ordine e di concordia, nel segno di una restaurazione delle antiche virtù patrie. I riferimenti al consorzio umano, e più specificamente ai valori e ai simboli identitari della tradizione romana, tramano tutto il discorso: si vedano termini ed espressioni quali tecta/ urbis... sub legibus (vv. 153-154), patriam... penatis (v. 155), foedere pacto (v. 158), ad portas... custodia (v. 165), oppida (v. 178), quies... labor (v. 184), sub moenibus urbis (v. 193), excursus... temptant (v. 194), fidem (v. 213) e l’elenco potrebbe continuare. Particolarmente significativo l’appellativo di parvos... Quirites (v. 201) applicato ai piccoli delle api: Quirites, antichissimo termine di intonazione elevata e di etimologia incerta, designa l’insieme dei cittadini romani considerati nell’ambito civile [ Nomi e parole degli antichi, p. 111]. Chiari riferimenti ad eventi cruciali della storia recente di Roma si leggono inoltre in un altro passo del libro IV: si tratta dei versi in cui Virgilio descrive le furiose battaglie delle api quando scoppia la discordia fra due re (vv. 67-90; RISORSE 21). L’allusione alle guerre civili appare inequivocabile, così come l’opzione per una monarchia autorevole che riporti la pace e assicuri l’ordine, la tranquillità operosa, la concordia. Anche la persuasione che le api non si riproducano sessualmente (vv. 197-199), noto errore zoologico degli antichi, i quali ignoravano la natura dell’ape regina, convinti che fosse un re (dunque di sesso maschile), si connette all’assunto fondamentale. Per Virgilio infatti (come per Lucrezio) gli animali, non diversamente dagli uomini, sono soggetti alla devastante tirannia delle passioni, fra cui predomina quella di Eros, forza primigenia e selvaggia, insania apportatrice di dolore, violenza e disordine (cfr. III, 209-244). 5. Si è offerto un modello di questo tipo di indagine nelle indicazioni fornite per svolgere il quesito 11 nell’analisi del testo della IV ecloga [ T3], da tener presente e riproporre con l’ausilio delle note e del Glossario dei termini retorici e stilistici.
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2. Virgilio
RISORSE 21
La battaglia delle api Dopo aver parlato degli alveari, Virgilio tratta delle attività delle api. Come scrive Alessandro Barchiesi nel commento alle Georgiche da lui tradotte (Mondadori, Milano 1980, p. 176), «la battaglia delle api è un pezzo di stile epico (omerico ed enniano), e naturalmente l’elevatezza del linguaggio è destinata a creare un effetto di sproporzione».
Ma se usciranno a battaglia – perché spesso fra due re scoppia una discordia, con gran tumulto; e subito è possibile presagire, da lontano, le passioni della folla e gli animi che anelano alla guerra; infatti le incerte sono rimbrottate da quel noto suono marziale del bronzo rauco, e s’ode una voce simile ai segnali intermittenti delle tube; allora frementi si radunano, in un vibrare d’ali, affilano le punte sui rostri e allenano i muscoli, e intorno al re, proprio di fronte al quartier generale, si addensano e sfidano con alte grida il nemico. Dunque, quando hanno trovato primavera asciutta e sgombri i campi di battaglia, si slanciano dalle porte; è lo scontro, sale nell’etere alto un fragore, addensate nella mischia formano un grande cerchio e cadono a precipizio; non è più fitta la grandine in aria, né tanta pioggia di ghiande si abbatte da un leccio scosso. I due, nel mezzo dei ranghi, visibili dalle ali, agitano enorme ardimento in un minuscolo cuore, ostinati a non cedere mai sinché il vincitore tremendo non avrà costretto o questi o quelli a volgere le spalle in fuga. [...] Ma quando avrai richiamato i due generali dal combattimento, quello che ti è parso peggiore, tu mettilo a morte, perché non sia parassitario e dannoso. Lascia che il migliore governi nella reggia sgombra. [Virgilio, Georgiche IV, 67-90 passim, trad. di A. Barchiesi]
T 12 Orfeo e Euridice Georgiche IV, 485-506
1-2. Entrambi i quesiti trovano risposta nell’introduzione e nella Lettura e interpretazione, con l’ausilio di alcune note; per approfondire, cfr. RISORSE 22, dove riportiamo una pagina dal commento di Joseph D. Reed al libro X delle Metamorfosi ovidiane, interamente dedicato al mitico cantore di Tracia. Sembra opportuno far rilevare, inoltre, che in epoca moderna il finale lieto, con Euridice restituita allo sposo e alla vita, viene talora rimesso in auge, specie dagli autori dei drammi per musica, nel rivisitare il mito. L’Orfeo ed Euridice di Gluck (Vienna 1762) ne è senz’altro l’esempio più celebre; in questo caso la vistosa variante è resa necessaria dalla cornice festosa della prima rappresentazione, allestita per il compleanno dell’imperatore [ Le figure del mito, p. 122]. 3-4. Lo scenario in cui si svolge la vicenda di Orfeo e Euridice non è fatto oggetto di vera e propria descrizione; il poeta evoca con singolare potenza di suggestione l’atmosfera cupa e inquietante degli Inferi ricorrendo soltanto a rapidi effetti di luce e di suono (contro un fondale implicito e indefinito di tenebra e di silenzio), a sensazioni ed 96 © Casa Editrice G. Principato
T12 Orfeo e Euridice
immagini isolate: iam luce sub ipsa (v. 490), terque fragor stagnis auditus Averni (v. 493), ingenti circumdata nocte (v. 497), obiectam... paludem (v. 503), Stygia nabat... cumba. Virgilio inserisce nel racconto vari nomi tradizionali, che risultano di non minore intensità evocativa: nomi di luoghi dell’Ade e delle divinità infere, quali, seguendo l’ordine dei versi, Proserpina (v. 3), Manes e Manis (v. 489; v. 505), stagnis... Averni (v. 493), portitor Orci (v. 502), Stygia (v. 506); questo solo aggettivo, insieme al sostantivo cui si riferisce, distanziato in iperbato (cumba, la «barca»; s’intende di Caronte), basta ad evocare il livido orrore del fiume infernale, potenziato dall’inserzione di iam frigida («già fredda»), detto di Euridice ormai afferrata per la seconda volta, e per sempre, dal gelo della morte. 5-6. Nei vv. 494-498 ascoltiamo l’angosciato e patetico addio di Euridice ad Orfeo; le sue ultime parole, pervase da un doloroso stupore, pongono l’accento sul motivo del furor, la «follia» che ha sospinto lo sposo al gesto fatale, anticipato al v. 488 dall’accenno del narratore alla subita... dementia da cui Orfeo, definito incautum (v. 488) e poi immemor (v. 491) è stato improvvisamente afferrato; motivo da ricondurre alla concezione virgiliana (diffusa presso gli scrittori dell’antichità greco-latina) della passione amorosa come insania violenta e distruttiva: cfr. III, 242-244, dove il poeta constata a quali estremi giungano gli impulsi del «cieco amore»: tutti gli esseri viventi, uomini e fiere, in furias ignemque ruunt («precipitano nel fuoco e nella follia»). Concezione che spiega fra l’altro come l’erroneo convincimento che nel mondo della natura le sole api siano immuni dalla furia di Eros (IV, 197-199 [ T10]) sia interpretato come eccezionale privilegio, non ultima delle ragioni per cui il mondo dell’alveare assurge ad emblema e modello di una società ordinata e perfetta. Da osservare a questo proposito il ricorso in tali contesti di vocaboli composti da in prefisso negativo + aggettivi o sostantivi di segno positivo (in-cautum; in-memor; in-sania; analogamente de-mentia), a significare che l’eccesso travolgente della passione amorosa priva delle facoltà razionali e impedisce il controllo della realtà e di sé, con esiti rovinosi. Si pensi inoltre, per questo motivo, almeno a Catullo (carmi 8, 51, 76) e a Properzio (I, 1 [ T6, cap. 4]). Nell’estrema allocuzione rivolta allo sposo, Euridice mostra di avvertire già i segni del suo ritorno alla morte, alla tenebra e alla condizione di umbra inconsistente (che Orfeo tenterà invano di afferrare e trattenere, v. 501): condit... natantia lumina somnus (v. 496); feror ingenti circumdata nocte (v. 497); invalidas... palmas (v. 498), per sparire subito dopo, fuggendo via dalla vista di Orfeo «come fumo sparso leggero nell’aria» (ex oculis subito, ceu fumus in auras/ commixtus tenuis, fugit diversa, vv. 499-500).
RISORSE 22
Sulle tracce di un mito: Orfeo agli inferi Il mito del cantore di Tracia, Orfeo, occupa il libro X delle Metamorfosi di Ovidio, oltre ai primi 66 versi dell’XI. La narrazione ovidiana si apre con il celebre episodio della discesa agli Inferi, secondo la versione che leggiamo in Virgilio, per concludersi soltanto nel libro successivo; infatti entro la storia di Orfeo e Euridice sono incastonati in lunga serie altri mitici racconti d’amore, narrati dallo stesso Orfeo. Riportiamo qui una pagina dal commento di Joseph D. Reed al libro X delle Metamorfosi, nell’edizione della Fondazione Lorenzo Valla. 97 © Casa Editrice G. Principato
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2. Virgilio
Il motivo della catabasi, che deve avere una connessione originaria con la sapienza escatologica degli orfici, era presente nella poesia attribuita ad Orfeo, ma il suo tentativo di recuperare la moglie dagli Inferi compare nella nostra tradizione molto gradualmente, dapprima in modo indiretto ed ambiguo. In Euripide (Alcesti, 357-362), Admeto vorrebbe attribuirsi il potere di Orfeo di persuadere Persefone e Plutone a ridare vita alla sua sposa; Isocrate dice che Orfeo «riportò indietro i defunti dall’Ade» (Busiris 8); in Platone (Simposio 179 d-e) Fedro dichiara che gli dèi mandarono solo un phasma [simulacro, fantasma] della moglie di Orfeo perché tornasse dagli Inferi con lui. Questi esempi sembrano presupporre una qualche versione del nostro mito; per altri riferimenti al successo di Orfeo nel convincere gli dèi a liberare sua moglie, cfr. Ermesianatte (fr. 7 Powell), pseudo-Mosco 3, 122-126; Diodoro Siculo IV 25, 4. Del fallimento di Orfeo, che non sa rispettare le condizioni poste dagli dèi e non riesce a riportare la sposa nel mondo dei viventi, come qui, tratta per primo Virgilio (Georgiche IV); tuttavia abbiamo una menzione in Conone, 45 [mitografo, fine del I sec. a.C.], il che potrebbe indicare una fonte greca, ellenistica o anche più antica. [Joseph D. Reed, commento a Ovidio, Metamorfosi, vol. V (libri X-XII), Fondazione Lorenzo Valla / Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2013]
RISORSE 23
Il motivo della catabasi nella letteratura e nel mito Distinzione fra katábasis e nékyia. Verso la fine del libro X dell’Odissea Circe rivela al protagonista, che la supplica di concedergli ormai il promesso ritorno ad Itaca, quale nuova e terribile impresa lo attenda prima: «Divino figlio di Laerte, Odisseo pieno di astuzie,/ non restare più, in casa mia, contro voglia./ Ma prima occorre facciate un altro viaggio e andiate/ alle case di Ade e della tremenda Persefone,/ per chiedere all’anima del tebano Tiresia,/ il cieco indovino» (X, 488-493; trad. di G.A. Privitera). E ancora, più avanti: «e va’ tu stesso alle case ammuffite di Ade» (X, 512; trad. cit.). Prospettata in questi termini, l’avventura di Odisseo sembrerebbe configurarsi come una vera e propria catàbasi (katábasis, in greco «discesa»; s’intende nel mondo sotterraneo). Ma nel libro successivo non si assiste in realtà a una discesa agli Inferi dell’eroe, bensì a una nékyia («rito di evocazione dei morti»); con questo titolo si designa infatti per consuetudine, fin dall’antichità, il libro XI del poema. «È significativo che il vero e proprio motivo della catabasi compaia solo all’inizio; in realtà Odisseo non oltrepassa i confini dell’Ade, non penetra fino al trono degli dei inferi. Le anime dei trapassati giungono sino a lui o rimangono visibili solo in lontananza. Il cerimoniale dell’offerta all’ingresso dell’Ade ricorda i riti di purificazione e di espiazione che i Greci compivano dovunque si credessero vicini al mondo sotterraneo. È anche probabile che nei diversi luoghi in cui si mostravano le temute vie di accesso all’Ade si svolgessero solenni evocazioni ed interrogazioni di indovini morti secondo i rituali esposti nel libro XI dell’Odissea. Quando invece Odisseo viene a trovarsi di fronte alla folla dei defunti, il tema della necromanzia si sposta verso un altro concetto religioso, non meno vivo nella tradizione popolare, un tipo di “rappresentazione” che ha trovato la sua espressione più significativa nelle festività ionico-attiche degli Anthesteria, riti durante i quali le anime ritornavano sulla terra, si mescolavano ai vivi e venivano da esse ospitate» (Heubeck). 98 © Casa Editrice G. Principato
T12 Orfeo e Euridice
Precedenti e modelli mitici del racconto omerico. Si ritiene che sull’episodio odissiaco abbia agito il ricordo di anteriori catabasi eroiche: «figure come Eracle (ed anche Teseo) per le quali la discesa nell’oltretomba costituisce il punto più qualificante della loro esistenza eroica, possono aver fornito il modello, anche se solo per i tratti esteriori» (Heubeck). Alla fine dell’ampio e articolato episodio, infatti, appare a Odisseo l’ombra di Eracle (vv. 601-627); è lo stesso eroe a rievocare in un breve racconto la propria discesa nell’Ade per riportarne il cane Cerbero (vv. 623-626), penultima delle dodici fatiche impostegli da Euristeo. L’incontro con Eracle è posto intenzionalmente come ultimo: «Eracle è infatti colui che, sia pure con un’altra motivazione, è sceso nell’Ade prima di Odisseo ed ha così sfidato e vinto il sovrumano. Questo mito aveva avuto una formulazione epica già prima di Omero, non tanto in forma di una particolare katábasis [...] quanto piuttosto come parte di un epos di Eracle» (Heubeck). La catabasi di Eracle, peraltro, era già stata ricordata in diversi passi dell’Iliade (ad es. V, 395-397; VIII, 366-369). Per quanto riguarda l’analoga impresa di Teseo, cui si è accennato più sopra, è notevole che s’intersechi con la catabasi di Eracle. Si narrava che l’eroe ateniese si fosse avventurato negli Inferi, insieme all’amico Piritoo, a rapire Persefone; ma i due erano rimasti vittima della loro temerarietà, poiché Ade li aveva imprigionati incatenandoli vivi nell’oltretomba. Eracle li incontrò e ottenne di liberare il solo Teseo, mentre Piritoo restò per sempre nel mondo dei morti; se ne ricorda anche Orazio, nella chiusa dell’ode IV, 7 [ T20, cap. 3]. Una catabasi comica e parodistica: le Rane di Aristofane. Di comicità irresistibile la parodia aristofanesca nelle Rane (405 a.C.), dove ad avventurarsi nell’Ade è il dio Dioniso, inizialmente deciso a riportare sulla terra Euripide, che morendo ha lasciato la scena tragica desolata e vuota. Non a caso Dioniso, per affrontare la difficile impresa, si maschera con il costume di Eracle, al quale chiede anche indicazioni sulla via da seguire; tuttavia il travestimento gli attirerà ogni sorta di guai, dato che a quanto pare l’eroe non ha lasciato un buon ricordo di sé nell’oltretomba. Dopo molte esilaranti peripezie, l’azione si conclude con una gara (parodia del tradizionale agone drammatico) fra Euripide ed Eschilo, nella quale sarà quest’ultimo, giudice lo stesso Dioniso, a riportare la vittoria. La catabasi di Enea nel poema virgiliano. Se nel IV delle Georgiche Virgilio aveva inserito la discesa agli Inferi di Orfeo in una digressione, per quanto ampia, elaborata e profondamente significativa, nell’Eneide il racconto della catabasi dell’eroe protagonista si colloca sotto ogni aspetto (strutturale, narrativo, ideologico, simbolico, profetico) al centro, e per così dire nel cuore, del poema. Anche qui, come già la nékyia dell’Odissea, l’episodio abbraccia un intero libro (il VI). In particolare, per quanto riguarda più da vicino l’argomento che stiamo trattando, ci sembra opportuno citare i versi che immediatamente precedono il brano da noi riportato in T20 («Il ramo d’oro», Eneide VI, 124-155), con i quali si conclude la supplica rivolta dall’eroe troiano alla Sibilla perché gli consenta di varcare sotto la sua guida le soglie d’Averno: «Se poté della sposa richiamar l’ombra Orfeo,/ nella cetra di Tracia fidandosi e nelle corde armoniose,/ se Polluce il fratello con morte alterna riscatta,/ e fa e rifà tante volte la via (perché il gran Teseo,/ perché ricordare l’Alcide?) anche il mio sangue è da Giove» (VI, 119-123; trad. di R. Calzecchi Onesti). Si osservi che qui Enea, insieme agli eroi e semidei (Orfeo, Teseo, «l’Alcide», ovvero Eracle) che già abbiamo ricordato, cita un altro “precedente” mitico, quello dei Dioscuri Castore e Polluce. Dei due eroi dorici, 99 © Casa Editrice G. Principato
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2. Virgilio
T13 Il proemio dell’Eneide
figli gemelli di Leda, si narrava che Polluce, generato da Zeus, avesse ricevuto dal padre l’immortalità e fosse stato accolto nel consesso degli dèi, mentre Castore, figlio di Tindaro, sovrano di Sparta e sposo di Leda, da comune mortale era stato relegato agli Inferi. Ma Polluce non volle accettare per sé solo il dono di Zeus, e ottenne di alternare le sorti con il fratello, un giorno per uno, nell’oltretomba e in cielo fra gli dèi.
T 13 Il proemio dell’Eneide Eneide I, 1-11
1-5. Le risposte a questi primi quesiti sono contenute nell’introduzione e nel commento. Sia nella propositio sia nell’invocatio viene posta in risalto l’ira implacata di Giunone, che scatena contro l’eroe la violenza di altre divinità (vi superum saevae memorem Iunonis ob iram, v. 4); ma a quell’ira si oppone un’altra e più possente forza sovrumana, la superiore volontà del Fato (v. 2), che ha decretato la futura missione di Roma (vv. 5-7). L’invocazione si caratterizza tuttavia per il pathos che pervade la serie incalzante di domande rivolte alla Musa, la divinità che serba la memoria delle gesta (si veda la nota a memora, v. 8): lei sola può (forse) rivelare le ragioni profonde dell’ira di Giunone (quo numine laeso/quidve dolens regina deum... inpulerit, vv. 8-11) e dei voleri divini, imperscrutabili dagli uomini, come sembra proclamare l’epifonema conclusivo (Tantaene... irae!, v. 11). L’atteggiamento di sottomissione dell’eroe insignis pietate ai decreti del Fato, che tante dolorose traversie gli hanno imposto di affrontare, traspare dalle espressioni fato profugus... venit (v. 2), multum... iactatus (v. 3), multa... passus (v. 5), tot volvere casus... tot adire labores (vv. 9-10); si osservi l’enfasi impressa agli enunciati dalle figure di anafora e poliptòto. 6-7. La pietas – insieme alla fides e alla iustitia la virtù etico-civile più alta della tradizione romana ed una delle principali parole d’ordine nel programma augusteo di restaurazione dei prischi valori – consiste nella religiosa devozione verso gli dèi, la patria e i parenti. Il personaggio di Enea, capostipite predestinato della stirpe di Roma e prefigurazione mitica di Ottaviano Augusto, viene costruito in modo tale che nella sua figura di capo e sacerdote si concentrino le virtù originarie e distintive del popolo romano, quelle stesse che ne legittimano, secondo un disegno provvidenziale reso esplicito negli annunci profetici del poema, ma chiaramente indicato fin dal proemio (dum conderet urbem... atque altae moenia Romae, vv. 5-7), il dominio e il governo del mondo nella storia. 8. Come si è accennato più sopra, non vi è spiegazione – neppure quella che rinvia alla missione di Roma nel mondo – che escluda un margine di mistero, di dubbio e di inquietudine. Entro la cornice epico-narrativa di tradizione omerica, che prevede, secondo il codice del genere, continui interventi degli dèi (avversi o benevoli) nel mondo umano, in profondità Virgilio pone interrogativi inquietanti e insolubili. Si vedano in particolare, nel capitolo 2.4 («L’Eneide»), il paragrafo «Un’opera problematica», che mette in evidenza la duplice ispirazione del poema, ideologica ed esistenziale. La 100 © Casa Editrice G. Principato
T15 La morte di Laocoonte
sottomissione di Enea ai voleri divini non abolisce la cruda tragicità degli eventi; la fatalità della vittoria troiana, che prelude al futuro dominio di Roma, voluto dagli dèi per il bene degli uomini, non può risarcire né occultare il dolore e la rovina dei singoli, soprattutto il sacrificio degli innocenti (insontes) come Palinuro [ T19]. Per fare un altro esempio fra i molti possibili, si veda l’episodio della morte di Laocoonte [ T15]. 9. Si è offerto un modello di questo tipo di indagine nelle indicazioni fornite per svolgere il quesito 11 nell’analisi del testo della IV ecloga [ T3], da tener presente e riproporre con l’ausilio delle note e del «Glossario dei termini retorici e stilistici».
T 15 La morte di Laocoonte Eneide II, 199-227
1-2. Nell’introduzione, nella nota a Laocoon (v. 201) e nella rubrica Le figure del mito (p. 127), si trovano adeguate informazioni per rispondere ai primi due quesiti. 3. Nel passo riportato si distinguono quattro sequenze o scene fondamentali, entro le quali si possono effettuare ulteriori suddivisioni; ad esempio la scena cruciale, la più ampia (vv. 212-224) è scandita a sua volta in (almeno) quattro tempi. vv. 199-202: annuncio di un terribile evento che sta per verificarsi inatteso (vv. 199200). La prolessi narrativa già prospetta il violento contrasto dell’imminente prodigio, per ora indeterminato, con la ieratica solennità della breve scena del sacrificio cui è intento Laocoonte (vv. 201-202); vv. 203-211: apparizione improvvisa (Ecce autem) dei due giganteschi draghi marini, che con impressionante sincronia di movimenti, tra il rumoreggiare dei flutti, si dirigono velocemente alla riva; descrizione di grande efficacia plastica, coloristica e sonora dei corpi mostruosi; vv. 212-224: segna il passaggio alla scena successiva, centro e culmine del drammatico episodio, un nuovo movimento, la fuga disordinata dei Troiani terrorizzati, in vistosa antitesi con l’inesorabile incedere mirato e sicuro come la marcia di un esercito (agmine certo, v. 212) dei serpenti che si apprestano ad assalire Laocoonte avvincendolo nelle loro micidiali spire (vv. 216-219), ma prima di lui, a maggiore strazio del padre, i suoi figli (vv. 215-215), e a farne scempio. Segue la descrizione dei disperati sforzi di Laocoonte per sciogliersi dai «nodi» levando orrende strida (vv. 220-222), che comprende la similitudine del toro ferito (vv. 223-224); vv. 225-227: la transizione all’ultima scena (si noti l’ellissi narrativa: il momento dell’inevitabile fine di Laocoonte non viene rappresentato) è scandita in successione da tre movimenti dei mostruosi draghi: compiuta la strage, «fuggono strisciando verso l’alto tempio» (lapsu... effugiunt), si dirigono «alla rocca della crudele Tritonide» (saevaeque petunt... arcem) e si nascondono, lasciando immaginare il movimento avvolgente delle spire, ai piedi del simulacro di Atena, dietro lo scudo della dea (sub pedibusque... teguntur).
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INDICAZIONI E RISORSE • Aurea dicta edizione gialla 2
2. Virgilio
4. Ripercorrendo le sequenze distinte più sopra, risulta chiaro come lo sguardo si sposti in diversi punti del vasto scenario, seguendo movimenti e immagini di straordinaria icasticità: dapprima la spianata litoranea dinanzi alle mura della città, dove si erge l’enorme, misterioso cavallo, dove i Troiani hanno poco prima udito il menzognero discorso di Sinone, ed ora Laocoonte sta celebrando il sacrificio; poi la distesa del mare immenso – in fondo, l’isoletta di Tenedo – su cui improvvisamente «incombono», apparizione spaventosa, i serpenti gemelli, sovrastando le onde. L’azione si sposta di nuovo a terra, con l’assalto e l’orribile groviglio. Con un movimento ascensionale, lo sguardo segue i mostri marini che puntano sicuri al tempio di Atena sulla rocca e si ravvolgono sotto la statua della dea. Le accese notazioni coloristiche (il colore è il rosso, tinta di sangue e di fuoco) sono riservate, ad accrescerne l’orrore, alla descrizione (vv. 204-211) dei due mostruosi serpenti: iubae... sanguineae (vv. 206-207), ardentisque oculos suffecti sanguine et igni (v. 210). Per contro, dei volti dei Troiani fuggenti si dice che sono exsangues, («senza più sangue»), pallidi per il terrore. 5. Occorre premettere che si rileva si può dire in ogni verso la presenza di espressive figure di suono; si analizzano qui alcuni esempi fra i più significativi. Ai versi 199-200 l’insistita sequenza allitterante in m mira a creare un effetto di forte tensione, intensificata dall’enjambement; nei vv. 206-208 (ma in tutta la sequenza dedicata all’apparizione e all’arrivo dei serpenti, vv. 203-211) si intrecciano e inseguono plurimi richiami fonici: si osservino al v. 206 il triplice ricorso del duro gruppo consonantico ct; ai vv. 207-208 i giochi fonici delle m e delle n con le allitterazioni in s, che già percorrevano tutto il v. 204, per continuare vistosamente nei vv. 209-211, ora dando un equivalente fonoespressivo dello scrosciare improvviso delle onde marine, fino a poco prima calmissime (sonitus spumante salo), ora esaltando l’ardore degli occhi iniettati di sangue e di fuoco dei draghi (v. 210), ora riproducendo, associate alla liquida l, i sibili delle fauci mostruose (sibila lambebant linguis, v. 211). 6. Al v. 212 troviamo la metafora agmine certo; l’espressione, tratta dal linguaggio militare, allude allo schieramento compatto e al passo sicuro di un esercito in marcia. 7. Il fatto che i due mostruosi serpenti si dirigano sicuri al tempio di Atena sulla rocca per acquattarsi ai piedi del simulacro della dea sembra definitivamente confermare le menzognere parole di Sinone (II, 189-194; cfr. RISORSE 24) e induce i Troiani a credere che Laocoonte, reo di aver colpito con la lancia il cavallo a lei consacrato, abbia scontato il gesto sacrilego con la sua orrenda fine: «oh giustamente la colpa ha pagato/ Laocoonte, si pensa, lui che di punta osava violare/ il sacro legno, sacrilega l’asta scagliava nel fianco./ Ai templi l’effigie bisogna portare, placar la potenza/ del nume, si grida» (II, 229-233). Dell’Eneide come opera problematica, e degli interrogativi inquietanti che questo ed altri episodi pongono nella visione del poeta si è parlato nelle indicazioni fornite per l’analisi di T13 (quesito 8).
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T15 La morte di Laocoonte
RISORSE 24
Il menzognero discorso di Sinone Al fine di integrare le indicazioni fornite nell’introduzione circa gli antefatti dell’episodio, si ritiene opportuno citare il passo conclusivo del lungo discorso di Sinone, che abbraccia i vv. 69-194 del libro II. Dapprima questi aveva narrato dei tentativi dei Danai, spossati dalla lunghissima guerra, di abbandonare l’assedio e di ritornare in patria, ogni volta frustrati da furiose tempeste; di come mandassero ad interrogare l’oracolo di Febo, ricevendo questo responso: «Col sangue placaste i venti, sacrificando una vergine,/ quando al principio, o Dànai, veniste ai lidi troiani;/ col sangue dovete cercare il ritorno, sacrificando una vita/ argolica» (vv. 116-119); di come egli stesso, Sinone, designato da Calcante quale vittima sacrificale, riuscisse a fuggire e a nascondersi, finché non vide salpare le navi achee. Richiesto dal re Priamo di svelare il mistero del cavallo di legno, così risponde (vv. 152-194):
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Diceva, e quello, ricco d’inganni e d’arte pelasga, alzò, sciolte appena le corde, le mani alle stelle: «A voi, fuochi eterni, al non violabile vostro nume m’appello, e a voi, are e coltelli nefandi, che ho fuggito, e a voi, bende divine, che vittima cinsi: m’è lecito sciogliere i sacri giuramenti dei Greci, m’è lecito odiarli e portar tutto alla luce il loro segreto; né legge patria mi vincola. Ma tu la promessa mantienmi, tu, salvata, conservami fede, o Troia, se il vero ti porto, se pago gran dono. Ogni speranza dei Dànai e fiducia per la guerra intrapresa sempre fu nell’aiuto di Pallade. Ma da quando sacrilego il Tidide ed Ulisse, l’ideatore dei crimini, osaron strappare dal tempio sacro il fatale Palladio, massacrati i custodi dell’altissima rocca, e con mani cruente la santa effigie afferrarono, contaminando fin della dea le bende virginee; da allora oscilla, scivola, sempre più indietro va la speranza dei Dànai, infrante le forze, nemica la dea. E la Tritonia i segni ne diede, con chiari prodigi. Appena nel campo il simulacro deposero: arsero fiamme corusche negli occhi sbarrati, salso pel corpo colò sudore, dal suolo tre volte – stupore a narrarlo – balzò, brandendo lo scudo e l’asta vibrante. Subito spiega Calcante che devon fuggire pel mare, non possono argoliche armi distruggere Pergamo, se non riprendono in Argo gli auspici, se non riportano il nume, che ora pel mare han rapito con sé sulle navi ricurve. E appunto adesso, che tendon col vento alla patria Micene, armi preparano e dèi favorevoli: e rivarcate le onde saran qui all’improvviso. Così spiega i segni Calcante. 103 © Casa Editrice G. Principato
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Questa per divino comando l’han fatta, pel Palladio, pel nume contaminato, effigie che il sacrilegio triste espiasse. E però volle Calcante che gigantesca la mole innalzassero e con robuste compagini la drizzassero al cielo, perché non possa passar per le porte, entrar dalle mura e proteggere il popolo nel sacro vincolo antico. Giacché, se la vostra mano violasse i doni di Pallade, allora gran scempio (ma contro di lui il malaugurio volgano i numi) sarà per i Frigi e l’impero di Priamo: ma se per mano vostra salisse alla vostra città, l’Asia allora a sua volta, con gran guerra alle mura pelopèe giungerà: tali fati sovrastano i nostri nipoti». [Virgilio, Eneide II, 152-194, trad. di R. Calzecchi Onesti]
T 17 Didone innamorata Eneide IV, 1-30
1-4. Nei versi introduttivi (1-8), descrivendo gli stati d’animo di Didone, Virgilio ricorre ad espressioni ed immagini metaforiche che si dispongono, secondo il codice tradizionale della poesia d’amore (si pensi a Catullo, a Properzio) entro i campi semantici della ferita (saucia, v. 1; volnus, v. 2; infixi pectore, v. 4), della fiamma (caeco... igni, v. 2), del morbus, la malattia (male sana, v. 8). Ha inizio a questo punto il discorso di Didone, in cui si distinguono tre principali sequenze: I (vv. 10-14): la regina ripensa ad Enea enumerando i pregi della sua persona in toni di appassionata, estatica ammirazione, enfatizzata dalle forme esclamative: l’ospite viene definito novus («eccezionale», «straordinario») per aspetto (quem sese ore ferens), forza interiore e valore guerriero (quam forti pectore et armis; ma c’è chi intende prestanza fisica, cfr. nota), indubitabile discendenza divina (genus... deorum), animo immune da timore (v. 13, una sorta di sententia); l’eroe le appare ancor più nobile e degno per le sofferenze patite e le immani traversie belliche affrontate (vv. 13-14). Essa rammemora infine la fascinazione del suo racconto (quae... canebat!, v. 14). Si osservi che già il poeta aveva in gran parte anticipato questi motivi ai vv. 3-5 (recursat/ gentis honos; haerent infixi pectore voltus/ verbaque). II (vv. 15-23): l’oscillazione del suo animo tormentato da un invincibile turbamento cui vorrebbe resistere (già avvertibile in suspensam... terrent, v. 9) si fa palese nell’ambiguità troppo rivelatrice delle ipotesi formulate ai vv. 15-19, e si conferma nella confessione, ormai esplicita, dei vv. 20-23. Si osservino in particolare le espressioni huic uni forsan potui succumbere culpae (v. 19) e solus hic inflexit sensus animumque labantem («il mio cuore vacillante»; v. 23). III (vv. 24-29): Didone tenta disperatamente di reagire e di opporre alla violenza della passione ormai confessata la volontà di dominarla ad ogni costo, pronunciando un terribile giuramento a irrevocabile conferma dei suoi voti di eterna fedeltà alla memoria di Sicheo. 104 © Casa Editrice G. Principato
T17 Didone innamorata
5. Nei vv. 15-19 si estende un’ampia e complessa struttura sintattica, formata da un periodo ipotetico del III tipo (o dell’irrealtà) con doppia protasi, da cui si diramano ben tre ulteriori subordinate. Dalla proposizione principale (apodosi) huic uni forsan potui succumbere culpae (v. 19) dipendono due proposizioni ipotetiche (protasi). La prima, Si mihi non... sederet (v. 15) regge a sua volta due subordinate di II grado, una completiva soggettiva nel modo congiuntivo (ne cui... iugali, v. 16) ed una temporale all’indicativo (postquam... fefellit, v. 17), da cui dipende ancora un participio congiunto (deceptam, v. 17; la subordinata implicita di III grado è resa nella traduzione con una coordinata). L’accumulo delle subordinate differisce a lungo l’enunciazione della principale, che giunge soltanto alla conclusione del periodo, con l’effetto di sottolineare la riluttanza della regina a dichiarare, sia pure in forma ipotetico-irreale, la forza della propria passione, cui cerca ancora nella chiusa di opporre un argine con i termini forsan e culpae. Si osservi ancora che ognuna delle subordinate (tranne l’implicita) occupa un intero verso, il che conferisce al discorso un ritmo pausato, solenne ma insieme sospeso, per così dire esitante. 6. Nella sequenza del giuramento Didone evoca immagini di singolare potenza: la terra profonda che si apre (mihi... tellus... ima dehiscat, v. 24), la folgore di Giove, le pallide ombre, la notte profonda dell’Erebo (Pater omnipotens abigat me fulmine... noctemque profundam, vv. 25-26). Si addensano in questi versi di alta e solenne intonazione le figure retoriche, in particolare di iterazione (umbras... umbras, vv. 25-26), poliptòto (te... tua, v. 27), allitterazione (prius... Pater... pallentis... Pudor la più vistosa) ed omoteleuto (dehiscat... abigat, vv. 24-25), ossia gli stilemi caratteristici delle formule rituali e sacrali; troviamo infine al v. 27 una vibrante apostrofe-invocazione al Pudor personificato. Percorre l’enunciato una fortissima tensione, e la stessa impressionante grandiosità delle immagini sembra corrispondere analogicamente alla violenza della passione che sono chiamate a scongiurare. 7. Oltre all’esibita citazione virgiliana, ricorrono nelle terzine dantesche termini e metafore che esprimono la violenza dei “sintomi d’amore” assimilabili a quelli che abbiamo individuato nel testo dell’Eneide: tremando/che non tremi (vv. 36 e 47), affranto (v. 36), sanza degli occhi... conoscenza (v. 37), mi percosse (v. 40), m’avea trafitto (v. 41). Analogo è anche lo stupor (v. 36), così come la paura (v. 47): segni di un rinnovarsi improvviso del turbamento amoroso. Assai più rilevanti, peraltro, le differenze: Dante sente divampare nuovamente la fiamma d’amore per la stessa persona, ritrovata nel mondo ultraterreno durante un itinerario di redenzione nel quale Beatrice assumerà il ruolo determinante di guida; lo sconvolgimento emotivo è soltanto temporaneo (ricordo della prima parte della Vita nuova) e si sublima nel poema sacro in ardore di conoscenza e spinta ascensionale verso il mondo della verità e della salvezza; Didone riconosce veteris vestigia flammae, ma quell’ardore amoroso è ora inaspettatamente rivolto a un altro uomo, ben vivo, in una situazione nella quale il nuovo amore si configura come tradimento, colpa e violazione. Quasi superfluo aggiungere che anche il contesto narrativo, così come lo scenario, è completamente diverso: la regina è sola con la sorella Anna nell’intimità delle sue stanze, turbata da due evocazioni memoriali, una lontana (il primo amore, Sicheo) e una recentissima (Enea), divisa fra il timore di venir meno alla fides giurata e il desiderio insopprimibile di abbandonarsi alla passione che l’ospite le ha ispirato. 105 © Casa Editrice G. Principato
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Entrambe le vicende rientrano in un disegno provvidenziale, ma a Didone gli dèi e il Fato riservano in vita soltanto lutto e rovina. Una sia pur vaga e parziale analogia si può individuare piuttosto nell’episodio dei Campi del Pianto [ T21]: se Dante vivo ritrova Beatrice nell’aldilà (ma alla fine dell’itinerario ultraterreno si dovrà nuovamente separare dalla donna amata, pur auspicando di ritornare un giorno a lei nella gloria celeste), Didone si ricongiunge dopo la morte a Sicheo nell’oltretomba, e per sempre, sebbene in un’atmosfera cupa e luttuosa, ombra incerta fra le ombre, portando impressi i segni incancellabili della sua tragica fine.
T 20 Il ramo d’oro Eneide VI, 124-155
1. Si veda la rubrica Le figure del mito, p. 148. 2. Dopo aver prospettato all’eroe le insidie e le difficoltà dell’impresa (vv. 126-129), la Sibilla enumera i requisiti che distinguono i pochi eletti a compierla: l’amore e la speciale benevolenza del padre degli dèi (Iuppiter); un’eccelsa virtù; origini divine (vv. 129-130); implicitamente il coraggio (come si inferisce dall’ammonimento dei vv. 126-129); poi la determinazione e l’acuto desiderio di affrontare la prova (amor... cupido, v. 133). Superfluo aggiungere che Enea li possiede tutti. 3-6. La profetessa rivela quindi all’eroe quali atti rituali dovrà compiere, affinché gli sia concesso di discendere al regno delle ombre (cfr. anche l’introduzione). Sono tre: – cogliere un misterioso ramo tutto d’oro (vv. 136-148) dal gambo flessibile (lento vimine), nascosto tra le fronde di un oscuro albero, in una fitta e ombrosa selva; Enea dovrà svellerlo secondo il rito con la sua mano (rite... carpe manu, vv. 145-146; in altro modo non è possibile, neppure col «duro ferro», v. 148), e l’aureo virgulto si staccherà docilmente, soltanto se i Fati lo concedono (si te fata vocant); al suo posto ne rinascerà subito un altro, in tutto eguale. Il ramo d’oro, sacro a Proserpina, sarà offerto alla dea infera quale dono rituale a lei dovuto; – dare onorevole sepoltura al corpo di un amico (vv. 149-152), che poco dopo si scoprirà essere quello di Miseno, scomparso in mare durante la navigazione dalla Sicilia, gettato dalle onde sul lido di Cuma e ancora ignorato (heu nescis!); il cadavere dell’insepolto contamina tutta la flotta (totamque incestat funere classem); – sacrificare vittime nere (v. 153); il nero è il colore di rito per le offerte agli dèi inferi. 7. Si enumerano qui le divinità e i luoghi nominati in successione dalla Sibilla nel suo discorso: – Averno (v. 126): dativo di moto (= in Avernum); è il nome di un lago vulcanico presso Cuma, nelle vicinanze del quale, secondo la leggenda, si apriva l’ ingresso agli Inferi; qui metonimia per il regno dei morti, l’oltretomba sotterraneo. Per il significato e l’etimologia del nome, cfr. nota (facilis... Averno); – atri ianua Ditis («la porta dell’oscuro Dite», v.127): Dis, Ditis è uno dei nomi del dio degli Inferi; ancora una metonimia a designare il regno dei morti; 106 © Casa Editrice G. Principato
T20 Il ramo d’oro
– Iuppiter («Giove», v. 130); – Cocytos («Cocìto», v. 132): nominativo con desinenza greca; uno dei fiumi infernali (cfr. nota c. s.); – Stygios... lacus («la palude Stigia»; lett. «gli stagni», «i laghi Stigii», v. 134): lo Stige (Styx, Stygis e, con la desinenza greca, Stygos; accusativo Stygem e Styga; da cui l’aggettivo Stygius, a, um) è un altro fiume infernale, dalle acque stagnanti; – nigra... Tartara («il nero Tartaro», vv. 134-135): genericamente il regno dei morti; nell’Eneide (e altrove) designa in particolare la zona più profonda dell’oltretomba, dove erano punite le anime dei malvagi (impia Tartara in VI, 543); – Iunoni infernae («a Giunone infernale», v. 138): dativo retto da sacer; appellativo di Proserpina (cfr. nota); – Proserpina (v. 142): nome latino di Persefone, figlia di Demetra (Cerere latina), rapita da Ade-Plutone nel bosco di Enna, regina degli Inferi; – lucos Stygis («i boschi dello Stige», v. 154): le rive dello Stige (cfr. la voce Stygios... lacus), orlate di oscure selve. Di un altro luogo ancora parla la profetessa (vv. 138-139), indefinito e misterioso: un «bosco» racchiuso da «oscure convalli», in cui si cela l’albero dal ramo d’oro. Si narra più avanti (vv. 190-211) che due colombe guidano Enea nei pressi «delle gole d’Averno», per posarsi infine «sopra l’albero duplice:/ e là diverso brillò fra i rami il colore dell’oro». 8. I vv. 133-136 sono occupati da un ampio periodo ipotetico del I tipo (o della real tà). La protasi è formata dalle proposizioni ipotetiche all’indicativo si tantus amor (est) menti, si tanta cupido (est menti)... et (si) insano (te) iuvat. Le prime due (che possono essere considerate un’unica proposizione con due soggetti e il verbo sottinteso al singolare) reggono gli infiniti innare... videre, mentre dall’ultima proposizione, coordinata mediante la congiunzione et alla precedente, dipende indulgere. L’apodosi nel modo imperativo, proposizione principale costituita da una sola parola decisiva (accipe) secca e breve, giunge soltanto alla fine; segue la relativa che ne dipende, quae peragenda (sunt) prius. La lunga sospensione mira ad acuire l’aspettativa e la tensione, dilatando l’orrore delle immagini infernali evocate dalla Sibilla, non senza sottolineare nel contempo l’incredibile audacia dell’impresa. A intensificare tali effetti espressivi contribuiscono le anafore (si... si, v. 133; bis... bis, v. 134), il poliptòto (tantus... tanta, v. 133), le allitterazioni e assillabazioni (soprattutto in i, in-, n, l, p), l’omoteleuto (videre... indulgere). 9. Nei versi 136-144 si impongono vividi e insistiti effetti di contrasto tra il colore brillante e luminoso del ramo d’oro (aureus... ramus; auricomos... fetus; alter/ aureus; simili... virga metallo) e l’oscurità profonda e misteriosa dello scenario silvano (Latet arbore opaca; tegit... lucus et obscuris... convallibus umbrae), in un’atmosfera suggestivamente fiabesca e indefinita. Si leggano inoltre i vv. 205-209, sempre dal libro VI, citati dal Frazer [ T20, Leggere un testo critico, pp. 150-151] e riportati in altra versione italiana nella rubrica Le figure del mito, p. 148. Il contrasto coloristico riveste anche un trasparente significato simbolico: la luce della vita che vince le tenebre della morte.
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3. Virgilio
T 21 I Campi del Pianto: l’incontro con Didone Eneide VI, 450-476
1-3. I lugentes campi accolgono «quanti duro consunse con ansie struggenti l’amore,/ sentieri appartati proteggono, e intorno una selva di mirti/ li copre: però non li lascia neppur nella morte l’affanno» (Eneide VI, 442-444; trad. di Rosa Calzecchi Onesti). Segue il catalogo delle infelici eroine d’amore del mito; insieme a loro, nella foresta immensa, si aggira Didone. La similitudine adgnovit... per umbras/ obscuram, qualem... per nubila lunam, esprime la labile inconsistenza dell’immagine, ombra incerta fra le ombre, che si presenta agli occhi di Enea; lo sfondo nebuloso e notturno su cui a tratti si profila sfuggente la prima sottile falce di luna evoca visivamente, per analogia, lo scenario fantasmatico dell’episodio, pervaso di un’atmosfera lugubre e malinconica, avvolto dall’oscurità del regno sotterraneo in cui baluginano indistinte visioni larvali. Si potrebbe impostare un interessante confronto intertestuale con il canto V dell’Inferno dantesco. Certo, rispetto all’Eneide, nella Commedia prevalgono le macroscopiche differenze; un’analisi attenta, nondimeno, conduce immancabilmente a scoprire, anche in quello che è forse il più celebre canto del poema sacro, l’imitatio Vergiliana. 4-6. Infelix Dido (v. 456): con questo epiteto che esprime intensa commozione e pietà (non si dimentichi che infelix in latino significa «sventurata»), Enea apostrofa Didone; segue il concitato discorso dell’eroe, tramato di angosciose domande, che denotano il suo smarrimento e il suo tormento interiore. Si alternano in questi versi espressioni di doloroso sconcerto di fronte alle tragiche conseguenze del suo abbandono (vv. 456458; vv. 463-464), volontà di discolparsi invocando il cielo, gli dèi sùperi ed inferi a testimoni di un solenne giuramento (Per sidera... invitus, regina, tuo de litore cessi, vv. 458-460) e ancora insistendo sugli ineludibili comandi divini (me iussa deum... imperiis egere suis, vv. 461-464). Alle lacrime dell’eroe, alle veementi, patetiche implorazioni conclusive (Siste gradum... hoc est, vv. 465-466) la regina oppone un silenzio ostile, lo sguardo torvo e fisso a terra; improvvisamente si scuote dalla sua marmorea immobilità e fugge inimica verso il bosco ombroso «dove il primo marito Sicheo risponde alle sue pene e ricambia il suo amore» (vv. 472-474).
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Orazio
T 8 Il ritorno della primavera Carmina I, 4
1-3. L’ode presenta una limpida architettura tripartita; le tre sezioni, classicamente bilanciate, sono connesse fra loro da profondi e necessari legami concettuali, che assicurano il carattere unitario del testo nel suo complesso: – le prime due strofe (vv. 1-8) rappresentano il gradito ritorno della primavera: dapprima (vv. 1-4) vengono elencati, alternando notazioni naturalistiche e vivaci quadretti di vita quotidiana improntati a una grazia descrittiva di gusto alessandrino 108 © Casa Editrice G. Principato
T21 Il ritorno della primavera
(cfr. RISORSE 25), alcuni fenomeni che segnano la sospirata fine dell’inverno (si osservino le negazioni in anafora dei vv. 3-4, neque... nec); nella strofa successiva (vv. 5-8) assistiamo a due scene mosse e animate, in forte contrasto luministico e coloristico fra loro, che raffigurano un analogo risveglio nel mondo degli dèi; il legame temporale è sottolineato dalla ripresa dell’avverbio iam (v. 5; «ormai», ora che finalmente è giunta la primavera) e dalla congiunzione dum (v. 7); – segue nella strofa centrale (vv. 9-12) l’invito alla rituale festa primaverile, ricco di vivide immagini floreali, introdotto dall’avverbio di tempo Nunc, ripetuto in anafora al v. 11 (come in I, 9, v. 18 e v. 21 [ T10]) e collocato simmetricamente all’inizio di ciascun distico, che scandisce l’esortazione a godere «ora», senza indugio e senza rinviarle al domani, delle gioie che reca la dolce stagione; – nelle due strofe finali (vv. 13-20), che si bilanciano perfettamente con le prime due, senza apparente transizione subentra la meditazione sulla morte. Il poeta evoca ora immagini che si pongono in violento contrasto con le precedenti (l’impressionante personificazione della Pallida Mors e il sinistro battito del suo piede imparziale, v. 13; la notte e le case di Ade, vv. 16-17), enfatizzato dalla ripresa del medesimo avverbio di tempo (Iam, v. 16) dell’esordio, qui impiegato per esprimere un desolato ammonimento in una diversa sfumatura di significato («ben presto»). Infatti le forme verbali passano ora al tempo futuro, un futuro comunque imminente, che può farsi presente da un momento all’altro. E si veda anche il raffinato richiamo antitetico a distanza, con variazione lessicale e parallelismo di costrutto fra alterno quatiunt... pede (v. 7; il ritmo gaio e festoso della danza guidata dalla dea della fecondità vitale e dell’amore) e aequo pulsat pede (v. 13; l’inesorabile richiamo della Morte). Nondimeno, l’intrinseco e profondo legame con le prime tre strofe appare evidente: il pressante invito a godere «ora» del presente (cui si allude anche negli ultimi due versi, dove il poeta, sebbene in forma negativa, evoca le gioie del convito e dell’amore) trae origine appunto dalla consapevolezza che la vita è breve (v. 15). 4-5. Ai vv. 3-4 troviamo tre ablativi di valore causale, secondo la costruzione di gaudeo, gavisus sum, gaudeˉre, semideponente; al v. 17 si richiede il futuro anteriore mearis (meaveris) poiché l’azione precede nel tempo rispetto alle azioni espresse dai futuri semplici sortiere... mirabere (vv. 18-19). 6. In entrambi i testi è presente il motivo del carpe diem, che prende forza e necessità, in perfetto equilibrio, dalla malinconica meditazione sulla brevità della vita, la fugacità del tempo e l’incombere della morte. Alcuni punti essenziali per svolgere un esaustivo confronto: – il destinatario: nell’ode a Leuconoe (I, 11 [ T11]) il monito a godere del presente è rivolto a una fanciulla “candida” e ansiosa, cui il poeta, che ama rappresentarsi come uomo maturo ed esperto di contro a figure di giovanissimi ingenui (si vedano I, 5 [ T9] e I, 9 [ T10]), detta massime di saggezza per dissuaderla dai vani tentativi di investigare il futuro; nell’ode a Sestio viene indirizzato a un uomo adulto e importante, che Orazio dice ricco e fortunato (O beate Sesti, v. 14), ma forse appunto per questo inconsapevole di quanto sia precaria la sua invidiabile condizione (cfr. il motivo dell’eguaglianza di ricchi e poveri di fronte alla morte); – il paesaggio: lo scenario paesistico e stagionale – sempre di forte rilievo simbolico in Orazio – è diverso, persino antitetico: nell’ode a Leuconoe il colloquio è imma109 © Casa Editrice G. Principato
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3. Orazio
T8 Il ritorno della primavera
ginato sullo sfondo di un paesaggio invernale, mentre le onde del mare in tempesta flagellano le rive, cui il poeta oppone una scena d’interno intima e raccolta; nell’ode a Sestio, dove peraltro è assente un’analoga “situazione di colloquio”, la meditazione sulla morte sorge improvvisa da una ricca e variegata descrizione del gioioso avvento della primavera; – la struttura e lo stile: premesso che lo stile di Orazio lirico è sempre classicamente sobrio, incisivo e misurato, l’ode a Leuconoe si distingue per una concentrata brevità e per un linguaggio semplice ed essenziale, persino spoglio, dai toni dolcemente pacati, vicini al parlato, eppure di straordinaria intensità; non troviamo qui, come invece accade nell’ode a Sestio, né deliziosi indugi descrittivi, né splendidi quadri mitologici, né potenti personificazioni, né ricchezza di epiteti (acris, v. 1; canis, v. 4; ardens, v. 8; umbrosis, v. 11; exilis, v. 17, etc.) o di vocaboli rari e ricercati (albicant, v. 4; mearis, v. 17, etc.); – presente/futuro: delle forme verbali e degli avverbi di tempo nell’ode a Sestio si è detto (quesito 3); nell’ode a Leuconoe si ravvisa un analogo gioco antitetico fra i tempi verbali. Da una parte il presente, nel modo indicativo (scire nefas [est], v. 1; Ut melius [est], v. 3; debilitat, v. 5, cui si collega l’unico avverbio di tempo, nunc; loquimur, v. 7), congiuntivo (sapias... liques... reseces, vv. 6-7) e imperativo (carpe, v. 8; gli imperativi negativi ai vv. 1-3, ne quaesieris... nec... temptaris, costruiti con il perfetto congiuntivo, si riferiscono comunque al presente). Dall’altra il futuro anteriore fugerit (v.7; soggetto invida/ aetas), sapientemente contrapposto a Dum loquimur (cfr. nota); e si veda l’antitesi finale tra diem e postero. Significativo che i soli due verbi al passato (dederint, v. 2; tribuit, v. 4) esprimano i decreti immutabili degli dèi, ossia, fuor di metafora, il convincimento che sia vano non solo investigare affannosamente il futuro, ma anche coltivare l’illusione di poterlo controllare e mutare così la propria sorte. Si osservino ancora: a) il ricorso del motivo simposiaco, risolto nell’ode a Leuconoe con l’invito al gesto semplice e domestico di filtrare il vino (vina liques, v. 6), nell’ode a Sestio mediante l’evocazione di un festoso convito (nec regna vini sortiere talis, v. 18); b) l’affinità, concettuale e lessicale, delle espressioni antitetiche vitae summa brevis spem nos vetat inchoare longam (I, 4, 15) e spatio brevi/ spem longam reseces (I, 11, 6-7). 7. Nelle introduzioni alle due liriche e soprattutto nella rubrica Le forme dell’espressione [ T20, p. 247] si trova già delineato negli aspetti essenziali il confronto, da sviluppare riscontrando analiticamente sul testo di IV, 7 [ T20] echi e riprese variate di motivi ed immagini da I, 4, secondo il procedimento tipicamente alessandrino e callimacheo, diffuso presso i poeti greci e latini, della “gara con se stesso”: si pensi, per fare un solo, altissimo esempio, ai “dittici” del Liber catulliano (nel vol. I, carmi 2-3; 5-7). Sebbene la fugacità del tempo, la brevità della vita umana, l’esortazione a godere del presente (carpe diem) senza rinviarlo all’incerto domani si impongano quali motivi centrali della lirica oraziana e ricorrano in numerosi altri testi della prima raccolta, è tuttavia notevole che nelle due odi parallele la meditazione della morte e il grave ammonimento sorgano improvvisi proprio di fronte allo spettacolo luminoso, sereno, intensamente vitale, della rinascita primaverile. Appare dunque chiaro, nell’ode del libro IV, il preciso richiamo alla I, 4 (anche nella scelta del metro epodico), che implica l’invito, rivolto al lettore, a confrontare i due svolgimenti, affini e diversi, del tema. 110 © Casa Editrice G. Principato
T21 Il ritorno della primavera
RISORSE 25
Il ritorno della primavera nell’epigramma ellenistico Nell’ultima parte dell’introduzione all’ode oraziana I, 4 [ T8] si è detto che l’annuncio della rinascita primaverile era già un motivo topico nell’epigramma ellenistico, e che Orazio ha quasi certamente preso spunto da uno o più testi di tal genere. Riportiamo qui tre esempi di epoche diverse, inclusi nell’Antologia Palatina: il primo [a], di Leonida di Taranto (III secolo a.C.), il secondo [b], forse eccessivamente ampio e minuzioso pur nella sua grazia squisita, di Meleagro di Gàdara (I secolo a.C.), entrambi nella traduzione di Salvatore Quasimodo; il terzo [c] di un tardo epigrammista bizantino, Paolo Silenziario (VI secolo d.C.), che attesta la millenaria persistenza del motivo poetico, nella traduzione di Antonio La Penna. Ricordiamo inoltre il carme 46 di Catullo, che riecheggia in modo del tutto personale e in un contesto autobiografico (la partenza dalla Bitinia) i motivi tradizionali (vv. 1-3). [a]
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È tempo di navigare: già stride la rondine, propizio soffia Zefiro, i prati fioriscono, non s’ode più il rombo del mare all’urto dei venti, l’onda tace. Leva l’ancora e sciogli le gomene e naviga, marinaio, a vele spiegate. Questo ti dico, io, Priapo, dio dei porti. Prendi il mare per qualunque mercato. [Leonida di Taranto, Antologia Palatina X, 1, trad. di S. Quasimodo]
[b]
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Quando l’inverno, il vento si allontanano, splende in fiore ridente primavera. La nera terra si copre di tenero verde e le piante germogliano e si ornano di nuove foglie. E i prati lieti bevono la limpida rugiada dell’aurora mentre s’apre la rosa. E per i monti gode il pastore al suono dello zufolo, gode il capraio dei bianchi capretti. E già su larghe onde i marinai navigano e il mite soffio di Zefiro tende le vele; e incoronati di crespa edera ad alta voce salutano Diòniso, dio dell’uva. E le api, nate dai buoi, s’affrettano alle sottili, graziose opere, e dentro l’alveare modellano la bianca molle cera in armonia 111 © Casa Editrice G. Principato
INDICAZIONI E RISORSE • Aurea dicta edizione gialla 2
3. Orazio
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di mille celle. Ovunque, acutamente cantano gli uccelli: alcioni sulle onde, rondini intorno alle gronde, usignoli nei boschi, cigni in riva ai fiumi. E se liete sono le cime delle piante e la terra è in fiore e il pastore zufola e si rallegra la mandria lanosa e i marinai navigano, e se Diòniso muove le danze e cantano gli uccelli e nascono le api, come può il poeta non alzare un bel canto a primavera? [Meleagro di Gàdara, Antologia Palatina IX, 363, trad. di S. Quasimodo]
[c]
Già la grazia dai bei prati della primavera che affascina l’animo apre agli zefiri il seno chiuso; poco fa sui rulli di legno scivolò la nave, tirata giù dalla spiaggia nel mare. Gonfiando le vele uscite intrepidi, o naviganti, per il trasporto tranquillo delle merci da scambiare. Fido alle navi è Priapo, poiché mi vanto che Teti sia ospite di mio padre Bacco. [Paolo Silenziario, Antologia Palatina X, 15, trad. di A. La Penna]
T 9 A una donna dai capelli fulvi Carmina I, 5
1-2. Del nome greco di Pyrrha, con ogni probabilità fittizio, “nome parlante” allusivo al colore d’oro rosso dei capelli e alla fulgida bellezza della donna che lo porta, si è fornita l’etimologia nella relativa nota. In ogni strofa dell’ode ricorrono espressioni che lo richiamano, da flavam («bionda», v. 4) a nites («risplendi», v. 13); esattamente al centro aurea (v. 9), epiteto di Afrodite (cfr. nota) nata dalla schiuma del mare, dea della bellezza e dell’amore, autentica parola-chiave in cui convergono tutte le linee tematiche e le intenzioni espressive del componimento. 3. I “personaggi” dell’ode sono tre: - la splendida Pyrrha, seducente come l’aurea Afrodite e volubile come il mare, forse la più affascinante ed enigmatica tra le figure femminili oraziane; - il gracilis... puer (v. 1), cui sono riferiti gli aggettivi insolens («inesperto»; v. 8), credulus (v. 9), nescius («ignaro»; v. 11) e inoltre i verbi urget (v. 2), fruitur (v. 9), sperat (v. 11) al presente (nunc; v. 9), contrapposti ai futuri flebit (v. 6), emirabitur (v. 8); - il personaggio-poeta, persona loquens che si propone come uomo maturo, esperto e consapevole, in antitesi con l’ingenuo ragazzo cui profetizza cocenti delusioni del tutto inaspettate, dichiarando di aver rinunciato, naufrago scampato alla morte, ad 112 © Casa Editrice G. Principato
T9 A una donna dai capelli fulvi
affrontare i rischi di una navigazione perigliosa (vv. 13-16); peraltro, come si è detto nell’ultima parte dell’Introduzione, il suo atteggiamento è più complesso, sfumato e sottilmente ambiguo. 4. Anche a livello strutturale l’ode si rivela semplice soltanto in apparenza: «le prime due strofe, legate fra loro per contrasto (ora gode delle tue grazie, poi piangerà), si equilibrano con le altre due, anch’esse legate fra loro per contrasto (lui, credulo, è in pericolo, io, esperto, sono fuori della tempesta). Ma anche la seconda e la terza strofa sono strettamente unite da un legame di contrasto: piangerà del tuo tradimento e si troverà in mezzo alla tempesta, lui che è così fiducioso. E ancora un legame di contrasto unisce la prima e la quarta strofa: al gracilis puer inesperto si oppone il poeta con la sua maturità e la sua esperienza. Dunque la struttura bipartita è in realtà una struttura quadripartita, dove per ciascuna delle parti sussiste un particolare legame con ciascuna delle altre» (A. La Penna). Si osservi inoltre che il “quadretto” degli amanti avvinti nella grotta deliziosa, delineato in forma interrogativa nella prima strofa, si prolunga nel primo emistichio della seconda (simplex munditiis?); così pure, fra la terza e la quarta strofa, si dispone, in forte enjambement e iperbato, l’esclamazione di compatimento del poeta (Miseri, quibus // intemptata nites!). Non è impossibile d’altro canto postulare un’architettura tripartita: nella I strofa + il primo emistichio della II, la scena della grotta; nella sezione centrale (II e III strofa) la “profezia” delle disgrazie amorose che immancabilmente attendono il puer (II), in contrasto con le sue attuali illusioni (III); nella IV e ultima strofa, preparata dall’esclamazione-cerniera che l’allaccia alla III, l’energica contrapposizione, tipicamente oraziana (Me, v. 13 [ RISORSE 26]), dell’atteggiamento del poeta non solo a quello del puer, ma di tutti i Miseri (v. 12), gli innamorati troppo fiduciosi che ancora non sanno, che non hanno sperimentato l’incostanza di Pyrrha (e della donna in generale). 5. A partire dalla II strofa fino alla chiusa del componimento, il poeta sviluppa una ricca serie di metafore marine, decifrabili alla luce di una lunga tradizione letteraria, che si irradiano dalle sottili allusioni alla dea dell’amore, l’aurea Afrodite nata dalla schiuma del mare: si veda Lettura e interpretazione (p. 215).
RISORSE 26
Un esempio di me-Stil oraziano nell’ode proemiale a Mecenate L’ode proemiale a Mecenate (I, 1), di ragguardevole ampiezza (36 versi asclepiadei minori), è strutturata secondo uno schema tradizionale, diffuso nella letteratura antica. In particolare, nei protreptici dei filosofi greci l’opzione per una vita consacrata all’indagine conoscitiva (theoretikós bíos) e alla conquista della saggezza veniva contrapposta quale supremo ideale a tutti gli altri generi di vita. Orazio si avvale qui del motivo topico per dichiarare la sua scelta personale, quella di una vita dedicata alla poesia, facendo precedere la professione del proprio ideale da un’ampia e colorita esemplificazione delle varie sorti e dei diversi gusti degli uomini, presentati non senza benevola ironia. Il modulo del me-Stil è preparato nel corso della Priamel («preambolo» enumerativo; cfr. I, 7) dalla reiterata inserzione di espressioni quali Sunt quos... iuvat («vi sono quelli a cui piace», v. 3), Est qui («c’è chi», v. 19) e simili. Vengono 113 © Casa Editrice G. Principato
INDICAZIONI E RISORSE • Aurea dicta edizione gialla 2
3. Orazio
elencati in successione coloro che aspirano alle vittorie nell’agone sportivo, alla gloria politica, all’accumulo di ricchezze; coloro che si dilettano esclusivamente nel coltivare la terra, nel solcare i mari o nell’abbandonarsi ai piaceri dell’ozio allietati dal vino; e ancora gli appassionati della guerra e della caccia. Riportiamo i versi finali, dove il pronome personale Me (v. 29), rilevato dalla ripetizione in anafora (v. 30), introduce con forte stacco la scelta di vita del poeta, che naturalmente si configura come una dichiarazione di poetica da collegare, all’altro capo della raccolta del 23, a quella di III, 30 [ T19]. L’ambizione e l’orgoglio del vates (entrambi assolutamente legittimi, s’intende) sono temperati dalla forma condizionale dell’invocazione alle Muse (vv. 32-34), e nella chiusa dalla richiesta del suggello definitivo da parte dell’illustre protettore e dedicatario (v. 35), nonché dall’autoironia dell’iperbole giocosa (v. 36). Nota metrica: asclepiadei minori.
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Me doctarum hederae premia frontium dis miscent superis, me gelidum nemus Nympharumque leves cum Satyris chori secernunt populo, si neque tibias Euterpe cohibet nec Polyhymnia Lesboum refugit tendere barbiton. Quodsi me lyricis vatibus inseres, sublimi feriam sidera vertice. Me l’edera, premio alle dotte fronti, mescola agli dèi del cielo, me un fresco bosco e leggiadre danze delle Ninfe con i Satiri separano dal volgo, se Euterpe non costringe al silenzio i flauti, e se Polimnia non ricusa di accordare la lira di Lesbo. Ché se tu mi porrai nel novero dei poeti lirici, io toccherò col capo erto le stelle.
T 11 Carpe diem Carmina I, 11
1. Nella tabella qui sotto tracciata riportiamo tutte le forme verbali in questione, osservando che l’imperativo negativo (ne + congiuntivo perfetto) viene impiegato in quella che potremmo definire pars destruens, ossia per dissuadere Leuconoe da vane inchieste sull’inconoscibile e incontrollabile futuro; il congiuntivo presente esortativo e l’imperativo presente (più netto e lapidario, ad esprimere con forza l’ammonimento fondamentale) valgono ad additare invece in forma positiva l’unico atteggiamento improntato a norme di saggezza. L’imperativo presente negativo nella lingua latina si esprime con ne, nemo, nihil + congiuntivo perfetto (raramente il congiuntivo presente). La costruzione alternativa è noli/ nolite («non volere», «non vogliate... ») oppure cave/ cavete («guàrdati», «guardatevi [da]... ») + infinito presente: una forma più colloquiale, usata in genere nell’ambito di uno stile non elevato, soprattutto in prosa. Nel linguaggio poetico si trova talvolta anche ne + imperativo presente (ne crede, «non credere»). 114 © Casa Editrice G. Principato
T11 Carpe diem
IMPERATIVO NEGATIVO ne quaesieris (v. 1)
IMPERATIVO carpe (v. 8)
nec... temptaris (vv. 2-3)
CONGIUNTIVO ESORTATIVO sapias (v. 6) liques (v. 6) reseces (v. 7)
2. Premesso che talora in latino, e particolarmente nel linguaggio della poesia, non è facile delimitare esattamente il senso delle espressioni in caso ablativo, qui la funzione e il significato più convincenti del sintagma spatio brevi nel contesto sembrano essere quelli proposti nella nota: ablativo assoluto nominale di valore causale («poiché lo spazio [= il tempo della vita] è breve»). Sviluppando le altre ipotesi: – ablativo di causa: «a causa dello spazio breve [= della brevità della vita]», senza variazioni degne di nota nel significato; – ablativo di luogo (figurato): «nello spazio breve [= durante il tempo breve della vita]»; – ablativo di separazione: «dallo spazio breve» della vita, “taglia via”, “tronca” una troppo lunga speranza (spem longam reseces). Da rilevare in questo caso una suggestiva analogia di area semantica a livello metaforico – il linguaggio dell’agricoltura – con carpe (diem): «potare» i rami troppo lunghi, inutili o dannosi alla prospera crescita della pianta; «cogliere» un frutto o un fiore; – dativo di vantaggio: «a vantaggio dello spazio breve»; ossia per godere pienamente e senza affanni del tempo breve della vita. 3. Che la lirica sia ambientata nella stagione invernale, lo si ricava chiaramente dai vv. 4-6: Seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,/ quae nunc... Tyrrhenum. Incerto resta, tuttavia, se il colloquio si svolga effettivamente sulle rive del mare agitato dalle tempeste d’inverno, se cioè il poeta intenda dire che i due personaggi vedono e odono in quel momento le onde frangersi contro le scogliere, oppure si tratti di un paesaggio caratteristico della stagione, di una scena di natura evocata soltanto dalle sue parole. In ogni caso da quelle immagini si sprigiona un’intensa carica simbolica: le onde che si abbattono furiosamente sulle rive rappresentano la condizione della vita umana, sempre in balìa di eventi imprevedibili e incontrollabili, cui fa da contraltare l’esortazione al gesto semplice di filtrare il vino (v. 6), segno di vitalità e pienezza esistenziale. L’ode cui si allude per un eventuale confronto è naturalmente la I, 9 a Taliarco [ T10]; anche in questa lirica, aperta dalla memorabile immagine del monte Soratte «candido di neve alta» (v. 1), troviamo un paesaggio raggelato dall’inverno; anche qui «i venti sul mare fervido furiosi», l’esortazione a mescere il vino (vv. 6-8), a non darsi pensiero del domani (v. 13) e a godere delle gioie presenti, rivolta a un giovane. In entrambe le odi oraziane che abbiamo accostato i pensieri si fissano in immagini e gesti tratti dalla comune, quotidiana esperienza, eppure dotati di una straordinaria, persino misteriosa forza di irradiazione simbolica; al tempo stesso, quelle immagini e quei gesti portano dentro di sé la viva memoria di una lunga, illustre tradizione letteraria: sappiamo, ad esempio, che nell’ode a Taliarco il poeta prende le mosse da alcuni versi di Alceo. Per un’eventuale ricerca sul motivo simposiaco, di notevole interesse la raccolta di saggi Poesia e simposio nella Grecia antica, a cura di M. Vetta, Laterza, Roma-Bari 1983; si veda inoltre, per il modulo dell’allusione ai modelli greci nei poeti latini, lo studio 115 © Casa Editrice G. Principato
INDICAZIONI E RISORSE • Aurea dicta edizione gialla 2
3. Orazio
di M. Bonanno, L’allusione necessaria. Ricerche intertestuali sulla poesia greca e latina, Ateneo, Roma 1990. 4. I concetti e le espressioni che trovano significativo riscontro nelle due odi oraziane sono riportati secondo la richiesta nella tabella qui sotto tracciata: I, 11 a Leuconoe Tu ne quaesieris... di dederint (vv. 1-2) Seu pluris... seu tribuit Iuppiter ultimam (v. 4)
III, 29 a Mecenate Prudens futuri temporis exitum... premit deus (vv. 29-30)
ne quaesieris (scire nefas)... nec... temptaris (vv. 1-3) ridetque si mortalis ultra/ fas trepidat (vv. 31-32) sapias... et spatio brevi/ spem longam reseces (vv. 6-7) carpe diem, quam minimum credula postero (v. 8)
Quod adest memento/ componere aequus (vv. 3233)
Dum loquimur, fugerit invida/ aetas (vv. 7-8)
cetera fluminis/ ritu feruntur (vv. 33-34)
T 13 Per la morte della regina Cleopatra Carmina I, 37
1-4. La rappresentazione, sfaccettata e complessa, del personaggio di Cleopatra si sviluppa attraverso diverse fasi. In particolare, dal v. 6 al v. 14 predominano i motivi della follia e del delirio, dell’ebbrezza rovinosa, della corruzione: la regina è detta inpotens (v. 10), ebria (v.12), invasa dal furor (v. 12) tanto da macchinare dementis ruinas (v. 7) e funus (v. 8) all’impero di Roma; circondata da un ripugnante gregge di viziosi eunuchi (vv. 9-10), ha la mente sconvolta (lymphatam, v. 14) dal vino di Mareia. A lei si contrappone la figura di Ottaviano, che domina nella sezione centrale dell’ode (vv. 14-21): Ottaviano è colui che frena la follia di Cleopatra (v. 14) e che riconduce alla realtà i suoi deliri (v. 15), con la ferma determinazione e l’incontrastabile energia del dominatore; le sue azioni sono rappresentate, mediante il ricorso ai colores epici (cfr. le due similitudini omeriche ai vv. 17-19 e la rubrica Gli scrittori e la storia, p. 234), quali prove di eroico valore, ma sempre guidate dalla misura e dalla ragione; la sua vittoria si configura quindi come l’esito giusto e necessario di uno scontro fra due mondi, l’Occidente romano e italico, fondato sulla legge e sull’ordine, e l’Oriente irrazionale, eccessivo e mostruoso, secondo i moduli della propaganda contemporanea. In questo senso vanno interpretati anche i due luoghi dell’ode in cui Orazio fa preciso riferimento al vino: da una parte l’italico Cecubo (v. 5), da versare nelle coppe durante una festa assimilata a un rituale rendimento di grazie agli dèi; dall’altra l’egizio Mareotico che scatena il furor di Cleopatra, emblema della dismisura e della dissolutezza orientale (cfr. Zanker [ T13 Leggere un testo critico, pp. 229-230]). Per un’analoga contrapposizione Occidente-Oriente si vedano inoltre almeno due notissimi passi virgiliani: le lodi d’Italia in Georgiche II, 136-176 [ T7, cap. 2] e la raffigurazione degli Actia bella in Eneide VIII, 671-713 [ T25, cap. 2]. 5. L’epodo 9 [ T2 ONLINE] e l’ode I, 37 sono due testi legati da un’evidente e intenzionale corrispondenza: il secondo è una “risposta” esultante e liberatoria agli interrogativi posti nel primo. Riportiamo a fronte, nella tabella qui sotto tracciata, le espressioni 116 © Casa Editrice G. Principato
T14 Convito simbolico
più significative che si richiamano nei due esordi: ai vv. 1-6 dell’epodo il simposio sperato nel futuro; nei vv. 1-6 dell’ode la festa che, dopo un anno di attesa, finalmente è tempo di celebrare. EPODO 9
ODE I, 37
Quando repostum Caecubum... bibam... ? (vv. 1-4)
Nunc est bibendum... Antehac nefas depromere Caecubum/ cellis avitis (v. 1 e vv. 5-6)
repostum... ad festas dapes (v. 1)
nunc Saliaribus... dapibus (vv. 2-4)
sonante mixtum tibiis carmen lyra (v. 5; la musica)
nunc pede libero/ pulsanda tellus (vv. 1-2; la danza)
T 14 Convito simbolico Carmina I, 38
1. Simplici myrto: il mirto dalle lucide foglie verdi appuntite e dai piccoli fiori bianchi, arbusto assai comune nelle regioni mediterranee, è detto «semplice» in opposizione ai fiori rari e sontuosi; ma l’espressione può tradursi anche con «al solo mirto» (si tratta di un dativo retto da adlabores; per l’analisi sintattica del periodo, cfr. nota); nel contesto un significato non esclude affatto l’altro, anzi a ben guardare lo implica. Simplex significa «non mescolato», «puro», «schietto», «non complesso», «unico», in opposizione a «complesso», «complicato», «molteplice», «misto» (tra i suoi contrari duplex, triplex, multiplex, mixtus, etc.); pertanto «naturale», in opposizione ad «artefatto». La prima parte del vocabolo (sim-) deriva infatti dalla radice indoeuropea sem- /sm- che designa il numerale «uno», riconoscibile in semel («una sola volta», avverbio) e simul («a un tempo», «nello stesso tempo», avverbio e congiunzione); la seconda (-plex) da plecto, ĕre («piegare»): etimologicamente simplex vale dunque «piegato una sola volta», dunque consistente di una sola parte, di un solo elemento. Interessante il confronto con il ricorso del termine in altro contesto, pure oraziano, l’ode I, 5 a Pyrrha [ T9], dove il poeta si rivolge alla donna chiedendole Cui flavam religas comam, // simplex munditiis? («Per chi annodi la chioma bionda, semplice nella tua eleganza?», vv. 4-5). Significativo che in questa espressione ossimorica, una tipica callida iunctura oraziana pressoché intraducibile nelle sue sottili sfumature, ma chiaramente allusiva a una perfetta fusione di semplicità (= assenza di artificio) e di raffinata eleganza, si possa ravvisare un’ammirevole definizione in sintesi dell’arte stessa di Orazio (cfr. anche la rubrica Le forme dell’espressione [ T9, p. 214]); così come si riconosce una dichiarazione di poetica nelle “istruzioni” per l’allestimento del convito simbolico in I, 38. 2. Il primo enjambement, che s’incontra ai vv. 3-4, intensificato dall’anastrofe e dall’iperbato, separa il sostantivo rosa, soggetto di moretur, dall’aggettivo sera («tardiva»), dando particolare rilievo all’immagine della «rosa tardiva», che fa subito pensare a qualcosa di raro e prezioso, ma che insieme allude forse, con il suo languore lievemente malinconico, alla fuga del tempo e al rapido dileguarsi di ogni gioia, motivi centrali nella lirica di Orazio. 117 © Casa Editrice G. Principato
INDICAZIONI E RISORSE • Aurea dicta edizione gialla 2
3. Orazio
Tutti i versi della seconda strofa presentano enjambement: fra i vv. 5-6 (nihil adlabores... curo), anche qui associato all’iperbato in una collocatio verborum raffinata e complessa, mediante la quale il poeta sottolinea con decisione la sua scelta personale; fra i vv. 6-7 (neque te ministrum/ dedecet); ma il più energico e significativo è l’ultimo, ai vv. 7-8 (sub arta/ vite), che dà risalto sia al sostantivo vite (che insieme a bibentem evoca il motivo simposiaco del vino che scaccia gli affanni), sia l’aggettivo arta, che ammette due interpretazioni: «folto», e quindi ombroso e piacevole; «stretto», «angusto», e quindi di modeste dimensioni; in entrambi i casi emblema di vita semplice e appartata. 3-4. I fiori e le piante nominati da Orazio nell’ode di congedo del primo libro si dispongono, intrecciati fra loro per analogia o per antitesi, in una sorta di erbario o florario simbolico, allusivo alle scelte oraziane tanto sul piano morale-esistenziale quanto estetico: come la vita, anche la poesia deve essere improntata a un ideale di sobrietà e di misura. Nella I strofa il poeta indica quello che non ama e/o che esorta a tralasciare come superfluo: le «corone intrecciate con filo di tiglio» (nexae philyra coronae), dove il ricercatissimo grecismo philyra è trasparente spia linguistica del suo rifiuto dello sfarzo orientale (espresso nel v. 1), e la «rosa tardiva» (rosa... sera, vv. 3-4), troppo rara e preziosa. In posizione forte all’inizio della II strofa, ecco invece il «semplice mirto», l’unica pianta delle cui fronde il poeta desidera incoronarsi per il convito, bevendo all’ombra amena del «folto pergolato» (vv. 7-8) che la vite intreccia con i suoi tralci. La vite ed il vino, sacri a Bacco; il mirto, sacro a Venere: i simboli della poesia conviviale e della poesia d’amore. Per le immagini della rosa e del mirto, cfr. anche le indicazioni fornite più sopra ai quesiti 1-2.
T 18 O fons Bandusiae Carmina III, 13
1. L’ipotesi più probabile, cioè che si trattasse di una sorgente nei dintorni della villa sabina di Orazio, viene suggerita nell’introduzione al testo. Tuttavia, una bolla papale del 1103 accenna a un Bandusinus fons nei pressi di Venosa, città natale del poeta, ma è poco probabile che sia proprio questa la fonte cantata nell’ode: o il fons venosino è una leggenda sorta per effetto del carmen oraziano, o il poeta ha voluto dare alla fonte il nome di quella della sua infanzia, incrociando affettuosamente il paesaggio delle origini con quello della maturità. 2. L’ode è articolata, con perfetta simmetria strutturale, in due parti di due strofe ciascuna: - vv. 1-8: il poeta si rivolge al fons Bandusiae (cfr. nota) annunciando le offerte rituali che verranno dedicate l’indomani per la festa dei Fontanalia: libagioni di vino puro, ghirlande di fiori e il sacrificio di un piccolo capretto, il cui sangue arrosserà le limpide e fresche acque (gelidos... rivos, vv. 6-7) della sorgente «più chiara del cristallo» (splendidior vitro, v. 1); 118 © Casa Editrice G. Principato
T18 O fons Bandusiae
- vv. 9-16: seguono le lodi della fonte, modulate riecheggiando con discrezione gli stilemi innodici (Te... tu, vv. 9-10); grazie al canto del poeta (me dicente, v. 14) anch’essa, al pari delle sacre fonti celebrate da un’illustre tradizione, acquisterà onore e fama imperitura. Il carattere unitario del componimento è assicurato dalla continuità dell’evocazione – in pochi tratti, senza indugi descrittivi – di un delizioso paesaggio bucolico, un idillico locus amoenus caratterizzato dalla limpidezza e freschezza delle acque sorgive (v. 1; vv. 6-7; vv. 9-10), protette all’ombra degli alberi entro una grotta, donde scaturiscono con musicale mormorio (vv. 14-16). D’altro canto le lodi della fonte (splendidior vitro... digne, vv. 1-2) e le movenze dell’inno (il solenne vocativo iniziale) sono già annunciate nella I strofa. Da rilevare inoltre in entrambe le sezioni dell’ode il motivo della promessa: nella prima si tratta delle offerte rituali, nella seconda dell’immortalità donata dalla poesia. 3. L’aggettivo dignus, a, um (< *decnos, dalla radice di decet) significa «degno», «meritevole», per le sue qualità, di una cosa o di una persona (come il greco áxios), e vale «cui si deve», «che ha diritto a». Si costruisce con l’ablativo, che esprime ciò di cui si è degni; nel testo infatti il vocativo digne regge gli ablativi dulci... mero (v. 2). Per la costruzione del verbo dono, aˉre, cfr. nota a donaberis haedo (v. 3). 4. Il paesaggio idillico disegnato nell’ode alla fonte di Bandusia, intessuta di allusioni e suggestioni letterarie, rinvia alla tradizione della poesia bucolica e soprattutto dell’epigramma ellenistico. Il confronto con gli esempi tratti dall’Antologia Palatina consente di riconoscere motivi ed immagini topiche, rielaborate come sempre da Orazio in modo personale: dal gradito ristoro nella calura del meriggio estivo (Anonimo; Anite) alla freschezza e al mormorio delle acque fra le rocce (Leonida); dall’offerta di doni alle divinità della fonte (Ermocreonte) alle caratteristiche, vivaci movenze allocutive. Di tradizione più antica il ricorso agli stilemi degli inni d’invocazione agli dèi, caratterizzati dalla enumerazione degli attributi e delle prerogative della divinità celebrata, con la tipica ripetizione del pronome di seconda persona in posizione di rilievo [ RISORSE 27]. 5. Il confronto, che potrà prendere le mosse dal cap. 3.4 del Profilo storico (paragrafo «L’immortalità del canto»), si intreccia con quello richiesto per l’ode III, 30 nel quesito 7 [ T19]. Utili indicazioni si trovano pertanto nelle risposte qui più avanti fornite appunto ai quesiti 2 e 7 proposti per III, 30 [ T19]. Il motivo ricorre con grande frequenza presso gli autori antichi, da Saffo (fr. 55 Voigt) a Teognide (vv. 237-250 West), e da Pindaro (Pitica VI, le prime due strofe) e Simonide (fr. 362 Page), a Cicerone (Pro Archia 15-16), Properzio (II, 11, 1-2 [ T10, cap. 4]; II, 34, 93-94 [ T11 ONLINE, cap. 4]; III, 2, 17), Ovidio (Amores I, 3, 25-26 [ T1, cap. 5]; I, 10, 59-62). Fra gli autori moderni, possiamo suggerire di concentrare l’attenzione soprattutto sul Foscolo: nella sua opera poetica il motivo appare dominante e per così dire onnipresente, dall’ode II All’amica risanata ai Sepolcri e alle Grazie.
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INDICAZIONI E RISORSE • Aurea dicta edizione gialla 2
3. Orazio
T18 O fons Bandusiae
RISORSE 27
L’Inno a Mercurio di Orazio (Carmina I, 10) e i modelli greci Fra i testi letterari che si richiamano all’inno religioso – senza presupporre una destinazione cultuale – ricordiamo gli Inni omerici, 33 testi di epoche diverse (circa VII-V secolo a.C.) in esametri e in lingua epico-omerica, riuniti forse in età ellenistica nella raccolta tràdita sotto questo titolo, e in particolare quelli brevi, strutturati nelle forme dell’invocazione, mentre i più ampi presentano carattere prevalentemente narrativo; inoltre, i sei Inni di Callimaco (III secolo a.C.), poemetti esametrici che agli Inni omerici si ispirano per una ricreazione originale, senza propriamente imitarli. Ma la struttura dell’inno e le movenze innodiche ricorrono con frequenza anche nella poesia lirica greca, sia corale, sia – benché in misura minore – monodica. Fra i testi dei lirici monodici a noi pervenuti, spiccano il carme ad Afrodite di Saffo (fr. 1 Lobel-Page) e la preghiera ai Dioscuri di Alceo (fr. 34 Lobel-Page). A un’ode in metro saffico dello stesso Alceo, di cui conserviamo soltanto la prima strofa («Salve, o signore del Cillene, te ho in animo di celebrare, te che proprio su quelle vette Maia generò, unitasi al Cronide, re dell’universo»; fr. 308 Voigt), si ispira quasi certamente Orazio nel suo carme sul medesimo metro, noto come «Inno a Mercurio» (I, 10), qui sotto riportato, in cui si riconoscono le componenti tradizionali dell’elogio delle divinità: stirpe e prerogative del dio, doni elargiti agli uomini, arti da lui protette, invenzioni, gesta, modi e momenti delle sue epifanie. Da segnalare ancora, fra i testi lirici oraziani modellati sulle forme dell’inno cletico, la preghiera a Venere dell’ode I, 30. Alla dea si rivolgeva, come si sa, Lucrezio nell’inno che apre il poema della natura. Nota metrica: strofe saffica minore, formata di tre endecasillabi saffici e un adonio.
Mercuri, facunde nepos Atlantis, qui feros cultus hominum recentum voce formasti catus et decorae 4 more palaestrae, te canam, magni Iovis et deorum nuntium curvaeque lyrae parentem, callidum, quicquid placuit, iocoso 8 condere furto. Te, boves olim nisi reddidisses per dolum amotas, puerum minaci voce dum terret, viduus pharetra 12 risit Apollo. Quin et Atridas duce te superbos Ilio dives Priamus relicto Thessaloque ignis et iniqua Troiae 16 castra fefellit. Tu pias laetis animas reponis sedibus virgaque levem coerces aurea turbam, superis deorum 20 gratus et imis.
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T19 Non omnis moriar
O Mercurio, facondo nipote di Atlante, che i feroci costumi degli uomini primitivi plasmasti sagace con l’arte della parola e con l’uso della palestra donatrice di bellezza, te canterò, messaggero del grande Giove e degli dèi, inventore della lira ricurva, scaltro nel celare tutto ciò che ti piacque con furti giocosi. Un giorno, mentre con voce terribile minacciava te fanciullo, se non gli avessi reso le giovenche rapitegli con l’inganno, [accorgendosi di essere stato] spogliato della faretra, Apollo scoppiò a ridere. Ed anzi, il ricco Priamo, lasciata Ilio, da te guidato eluse gli Atridi superbi e i fuochi Tessalici e il campo avverso a Troia. Tu le anime dei pii conduci alle sedi liete, e con la verga d’oro aduni la folla delle ombre, grato agli dèi del cielo e a quelli delle profondità sotterranee. 1. nepos Atlantis: Hermes-Mercurio era nato da Maia, una delle Pleiadi figlie di Atlante. 3. voce: con il dono del linguaggio; il dio era considerato inventore della parola (cfr. facunde, v. 1). 4. more palaestrae: come a dio incivilitore, gli si riconosceva anche l’insegnamento delle arti ginniche, presso gli Egizi attribuito, insieme all’invenzione della parola e della scrittura, al dio Theuth, in seguito identificato con Hermes (Dio-
doro Siculo, Biblioteca storica I, 16). 6. lyrae parentem: l’invenzione della lira ricavata dal guscio di una tartaruga (perciò «curva») era attribuita a Hermes appena nato, così come il furto delle giovenche di Apollo (vv. 9-10), nell’inno IV pseudo-omerico, dedicato al dio; del furto della faretra doveva invece far menzione, secondo un commentatore antico, Alceo nella parte per noi perduta dell’ode sopra citata. 13-16. In questa strofa si rievoca un
episodio narrato nell’Iliade (XXIV, 333-467), quando Priamo, scortato e protetto da Hermes, si reca alla tenda di Achille con ricchi doni per riscattare il corpo di Ettore. I «fuochi Tessalici» (ignis = ignes, v. 15) sono i falò accanto ai quali vegliavano le sentinelle dei Mirmidoni, i guerrieri di Achille venuti dalla Tessaglia. 18-19. levem... turbam: lett. «la turba lieve», «leggera»; è detto delle anime dei morti, folla di ombre incorporee.
T 19 Non omnis moriar Carmina III, 30
1-4. Premesso che il componimento, in cui domina il tema dell’immortalità del canto, presenta un carattere fortemente unitario, si distinguono nel testo quattro sequenze fondamentali, che sviluppano motivi distinti: – vv. 1-5: Orazio dichiara con legittimo orgoglio di aver compiuto un «monumento» poetico che sfida il tempo divoratore; – vv. 6-9: egli stesso non morirà del tutto (omnis, v. 6); anzi, la perenne gloria poetica conseguita grazie alla sua opera, che gli garantisce l’unica forma di immortalità concessa agli uomini secondo la concezione epicurea, lo innalzerà sempre più, «sempre nuovo», «sempre giovane» (usque... recens, vv. 6-7) nella memoria e nella lode dei posteri. Nei vv. 8-9, mediante la congiunzione dum, collocata in posizione di rilievo all’altezza della cesura metrica, Orazio associa l’immortalità del canto lirico e della propria fama all’immortalità di Roma, toccando così in un’unica, plastica immagine e in tono ieratico e solenne il tema civile, fuso con quello religioso-sacrale (cfr. il Carmen Saeculare [ T2, cap. 1; testo integrale ONLINE]). Qui si manifesta l’aspirazione oraziana al ruolo di poeta-vates (Musarum sacerdos in III, 1, 3), assunto in sintonia con il programma augusteo di rinnovamento etico-religioso nel segno della tradizione romana e italica; – vv. 10-14: il poeta si compiace di immaginare che la meritata fama conseguita grazie all’opera di lyricus vates, per la quale reclama la gloria dell’inventor nella poesia 121 © Casa Editrice G. Principato
INDICAZIONI E RISORSE • Aurea dicta edizione gialla 2
3. Orazio
latina (vv. 13-14) sia riconosciuta anche nella terra natale, rivendicando con orgoglio il riscatto dalle sue umili origini (ex humili potens, v. 12). Per l’analisi dettagliata della dichiarazione (Dicar...) princeps Aeolium carmen ad Italos/deduxisse modos, cfr. le ampie note di commento al passo; – vv. 14-16: chiude il carme l’invito rivolto dal poeta alla Musa (Melpomene, v. 16) di cingergli la chioma con il lauro sacro ad Apollo, simbolo della gloria poetica; ma prima si riaffaccia il motivo del legittimo orgoglio «conquistato con i meriti» (v. 15), che percorre tutto il componimento. Sebbene il vanto sia qui attribuito dal poeta alla Musa che lo ha ispirato, per evitare una troppo diretta e immodesta autocelebrazione, appare chiaro come in realtà le parole dell’esortazione Sume superbiam/ quaesitam meritis (vv. 14-15) siano riferite a se stesso. Ripercorrendo nuovamente il testo dell’ode, si evidenzia che termini, espressioni ed immagini si dispongono entro la predominante area semantica della perennità e della durata, in particolare nelle prime due sequenze individuate: perennius... altius quod non... possit diruere (vv. 1-4); Non omnis moriar... Libitinam (vv. 6-7); usque... recens (vv. 7-8). Si noti che la vittoria del canto lirico sulla morte è espressa per lo più in forma negativa, ossia attraverso la negazione del potere distruttivo delle forze naturali (v. 3), del tempo (vv. 4-5), della morte stessa dell’individuo (vv. 6-7) nei confronti della poesia. Da rilevare peraltro che l’immagine della fuga inarrestabile del tempo, nella sua intensa, indefinita suggestione evocativa, dilatata dall’enjambement e dalla scelta di parole lunghe (innumerabilis/ annorum series et fuga temporum, vv. 4-5) riconduce, nonostante la forma negativa della frase, al centro ispiratore di tutta la poesia oraziana, individuato da Alfonso Traina nella categoria della temporalità [ T17 Leggere un testo critico, p. 237]. 5-6. in funzione predicativa sono: omnis (v. 6); recens (v. 8); violens (v. 10); princeps (v. 13); volens (v. 16). Per la costruzione sintattica di Dicar (v. 10) e di regnavit (v. 12) si vedano le rispettive note al testo. 7. Lo studente potrà reperire abbondanti materiali e adeguati suggerimenti per il confronto nelle note introduttive e nei commenti ai singoli testi, sui quali inoltre sono già state proposte riflessioni e/o verifiche atte a metterne in luce il significato di dichiarazioni di poetica. In particolare, sembra opportuno concentrarsi sui diversi modi e aspetti della propria attività poetica che di volta in volta Orazio tende a privilegiare: ad esempio, nell’ode I, 38 [ T14] il poeta configura in chiave simbolica l’opzione per una poesia tenuis, limpida ed essenziale, omologa a una scelta di vita semplice, serena e appartata, mentre nell’ode di commiato al III libro si impone il tema dell’immortalità del canto lirico (di derivazione pindarica) insieme all’orgoglio dell’inventor, in un clima espressivo che rinvia al progetto di una poesia più alta, di intonazione sacrale e di ispirazione sublime, aperta alla tematica civile; infatti Orazio riecheggia qui i grandi lirici corali, Pindaro e Simonide. Il tema dominante di III, 30 ricorre invece nell’ode al fons Bandusiae (III, 13 [ T18]), dove all’immortalità concessa dalla poesia si accenna in forma elegantemente attenuata e quasi indiretta (Fies nobilium tu quoque fontium/ me dicente, vv. 13-14), in armonia con la tonalità stilistica e lo scenario idillico del carme.
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T22 Ad Albio Tibullo: conforti per il poeta malinconico
T 22 Ad Albio Tibullo: conforti per il poeta malinconico Epistulae I, 4
1-3. L’epistola si compone di quattro sequenze: - vv. 1-5: il poeta rivolge una serie di domande in tono affettuosamente scherzoso a un amico di nome Albio, che vive solitario e isolato nelle sue terre: sta scrivendo versi o si aggira fra le selve assorto in meditazioni filosofiche? Con ogni probabilità si tratta del poeta elegiaco Albio Tibullo, cui Orazio aveva già dedicato un’ode, pure di intonazione consolatoria, per un amore infelice (Albi, ne doleas plus nimio memor/ immitis Glycerae neu miserabilis/ decantes elegos...; Carmina I, 33, 1-3); – vv. 6-11: sebbene non sia detto in modo esplicito, si comprende come Albio sia afflitto da un persistente umore malinconico, che lo rende inetto ad assaporare le dolcezze della vita; Orazio porge dunque all’amico i suoi conforti – non senza lasciar intendere chiaramente che quell’ostinata tristezza procede da un atteggiamento irrazionale – enumerando i beni che la fortuna gli ha elargito: intelligenza e sensibilità, bellezza, agiatezza, amicizie, buona fama, salute, e soprattutto, espressione-chiave, la «capacità di goderne» (artem... fruendi, v. 7) con misura (v. 11), senza la quale i doni degli dèi sono vani; – vv. 12-14: agli accenti affettuosi, confidenziali e delicati della consolatio subentra la profonda serietà dell’ammonimento, in cui ricorre l’insegnamento di saggezza più tipicamente e autenticamente oraziano, di evidente matrice epicurea, condensato nella gnome del v. 14, che implica la consapevolezza della fugacità della vita ma insieme la possibilità per il saggio di conseguire una serena felicità; – vv. 15-16: con un nuovo mutamento di tonalità espressiva, che richiama “a cornice”, accentuandole ora in chiave autoironica, le sfumature scherzose della prima sequenza, Orazio contrappone all’aura malinconica del “ritratto” di Tibullo (tacitum... reptare, v. 4) un autoritratto giocosamente caricaturale, modellato sul tipo dell’epicureo “volgare”, notoriamente diffuso presso i detrattori. 4. Al registro stilistico medio, conversevole, almeno apparentemente dimesso e “prosastico” delle raccolte esametriche oraziane (Sermones ed Epistulae) si convengono le voci del sermo familiaris; si segnalano qui in particolare il vezzeggiativo nutricula (v. 8) e il sostantivo crumina («piccola borsa», v. 11), oltre all’espressione colloquiale mundus victus (v. 11). Ma anche la giocosa autodescrizione dei vv. 14-15, culminante nel memorabile aprosdóketon della chiusa, evoca immagini corposamente “umili” e quotidiane con un linguaggio di intonazione familiare. 5. Da rilevare: la sequenza allitterante in t e in s del v. 4 (tacitum silvas inter reptare salubris), che sottolinea gli atteggiamenti del poeta malinconico e insieme la benefica e salutare atmosfera della campagna; le insistite allitterazioni in d, potenziate dall’anafora, nei vv. 6-7; inoltre i significativi richiami fonici e allitteranti fra espressioni-chiave quali sapere... sentiat (v. 9); spem... supremum... superveniet... sperabitur (vv. 12-14); diem... diluxisse (v. 13); e ancora curata cute (v. 15); vises... voles (vv. 15-16); Epicuri... porcum (v. 16). 6. Grata superveniet, quae non sperabitur, hora (v. 14): un vero e proprio Leitmotiv oraziano. Il medesimo concetto viene espresso dal poeta, in termini diversi e con diverse sfumature, in numerose altre liriche: quem Fors dierum cumque dabit, lucro/ adpone (I, 123 © Casa Editrice G. Principato
INDICAZIONI E RISORSE • Aurea dicta 1
4. Orazio
9, 14-15 [ T10]); carpe diem, quam minimum credula postero (I, 11, 8 [ T11]); Laetus in praesens animus quod ultra est/ oderit curare («Lieto dell’ora presente l’animo rifugga dal preoccuparsi di ciò che è al di là», II, 16, 25-26); Quod adest memento/ componere aequus («Ricordati di occuparti con animo sereno [solo] di ciò che è presente», III, 29, 32-33).
4
Tibullo
T 5 Per il compleanno di un amico Elegiae II, 2
1-3. Nel testo si avvicendano le fasi di una festosa cerimonia celebrata nell’ambito familiare, secondo la liturgia tradizionale del culto privato, in occasione del compleanno (dies natalis) di Cerinto. È la voce stessa del poeta, che assume il ruolo di officiante, a scandire i vari momenti del rito: – l’evocazione del Genius Natalis, divinità domestica romana, che presiede alla nascita di ogni individuo e lo accompagna, custode e protettore, nel corso della vita, propiziata dalla rituale richiesta di silenzio (vv. 1-2); – il tributo delle tradizionali offerte in onore del Genio: incensi e aromi, esorta il poeta, brucino sul focolare (vv. 3-4), ghirlande e unguenti ornino il suo capo (vv. 5-7), gli si offrano focacce e vino in abbondanza (v. 8); – esortazione al festeggiato perché ora chieda al Genio di esaudire i suoi voti, il quale, lieto degli onori ricevuti, acconsente propizio (vv. 9-10); – Cerinto esita tuttavia a rivolgere le sue richieste al piccolo dio domestico e personale (v. 10); in tono affettuosamente ironico il poeta s’incarica allora di esprimere egli stesso i desideri dell’amico (vv. 11-16) che argutamente dichiara di «indovinare» (Auguror, v. 11); – la sequenza rituale culmina felicemente con l’avvento di Amore, che reca all’imminente unione nuziale perenni «vincoli d’oro», segno che i voti sono stati accolti (Vota cadunt, v. 17); – il poeta chiude circolarmente il componimento con l’invocazione al Genio (venit Natalis, v. 1; veniat Natalis, v. 21) e un nuovo augurio per il futuro (vv. 21-22). 4-5. L’intero componimento è intessuto di termini, espressioni e formule del linguaggio religioso-sacrale, che qui elenchiamo secondo l’ordine dei versi, rinviando alle rispettive note per il commento: Dicamus bona verba (v. 1); quisquis ades, lingua... fave (v. 2); adsit (v. 5); Adnuat... Adnuit (vv. 9-10, in anafora e poliptòto); Auguror (v. 11; scherzoso, ma coerente con il registro linguistico dominante nell’elegia e con il ruolo di poeta-sacerdos); Vota cadunt (v. 17); venit/ veniat (v. 1 e v. 21). Anche le figure iterative, tra cui frequenti anafore, spesso associate al poliptòto e alle forme verbali esortative (Urantur... urantur, v. 3; rogabis... roga, vv. 9-10; nec tibi... nec tibi, vv. 13-15; vincula... vincula, vv. 18-19) contribuiscono a creare un clima di solennità rituale, ma insieme di trepidante attesa e di felice augurio. 6. Agli stilemi rituali e ai toni affettuosamente colloquiali si alternano ricercati inserti di gusto esotico alla maniera alessandrina e neoterica: gli accenni agli incensi e ai bal124 © Casa Editrice G. Principato
T9 Non sum ego qui fueram
sami d’Arabia (vv. 3-4), poi alle favolose ricchezze dell’India (v. 15); l’evocazione dei remoti lidi d’Oriente, impreziosita dall’aggettivo grecizzante (Eoi... maris, v. 16) e dal raffinato tocco coloristico (qua... unda rubet, v. 16). 7. L’elegia tibulliana II, 2 è senza dubbio poesia d’occasione, in quanto composta per una speciale ricorrenza, il compleanno di Cerinto; insieme, tuttavia, presenta aspetti che richiamano il genere poetico dell’epitalamio. Nella seconda parte del componimento infatti (vv. 11-22), sebbene le nozze dell’amico siano ancora di là da venire, fin d’ora Tibullo le festeggia, per così dire, sotto forma di augurio, prefigurandone la celebrazione e la felice riuscita: i vincoli di fedeltà e di reciproco amore degli sposi (v. 11), destinati a perdurare fino all’estrema vecchiaia (vv. 19-20) sono doni che Cupido, l’alato dio d’Amore evocato nei vv. 17-20, già porge, in segno del pronto, benigno assenso del Genio ai voti. Alla simbologia nuziale romana rinvia la ricercata espressione flava... vincula («vincoli d’oro», v. 18) allusiva al colore fra giallo e rosso del velo (il flammeum) e dei calzari che la sposa indossava durante la cerimonia; non manca l’auspicio finale che l’unione sia allietata da numerosa prole (vv. 21-22), col favore del Genio invocato, che presiede alle nascite (Natalis). Immagini e motivi, questi, ricorrenti per tradizione negli inni epitalamici, e che ritroviamo leggendo ad esempio il carme 61 di Catullo, l’imeneo corale per le nozze di Manlio Torquato e Vinia Aurunculeia; ma occorre ricordare che l’epitalamio era già nella lirica greca arcaica una forma codificata, prediletta da Saffo: l’intero libro IX della sua opera, secondo la suddivisione operata dai grammatici alessandrini, era costituito di carmi epitalamici, dei quali conserviamo soltanto pochi, talora incerti, frammenti. 8. Alla tradizione della lirica erotica latina rinviano i motivi tipicamente catulliani della fides (fidos... amores, v. 11) e dell’amore esclusivo, valore supremo da anteporre a qualsiasi ricchezza (vv. 13-16); sebbene nei carmi per Lesbia Catullo esprima il desiderio di stringere con la puella il nodo di un libero foedus amoris extraconiugale, non mancano nel Liber componimenti in cui i medesimi ideali vengono esaltati nell’ambito di una legittima unione matrimoniale. Al repertorio della poesia amorosa greco-latina (e delle arti figurative) appartiene inoltre la graziosa e stilizzata immagine di ErosCupido alato, qui rielaborata con originalità e finezza di particolari (vv. 17-18).
4
Properzio
T 9 Non sum ego qui fueram Elegiae I, 12
1-2. Il poeta smentisce le accuse rivoltegli dall’amico cui indirizza l’elegia in forma di epistola poetica: egli non indugia a Roma trattenuto dall’amorosa desidia, poiché Cinzia si trova a Baia, ameno e mondano (e, si intuisce, insidioso) luogo di villeggiatura. La dolorosa separazione dalla donna amata lo affligge al punto che la lontananza da lei nello spazio viene soggettivamente ingigantita mediante la similitudine iperbo125 © Casa Editrice G. Principato
INDICAZIONI E RISORSE • Aurea dicta edizione gialla 2
4. Properzio
lica dei vv. 3-4, ispirata al gusto alessandrino per l’erudizione geografica e preziosa; analogamente, la distanza temporale dall’epoca felice dei loro amori gli appare immensa, come denotano al v. 7 l’avverbio Olim e l’espressione illo tempore, che sospingono quei momenti in un passato indefinitamente remoto. 3. Ai vv. 9-10 Properzio, immaginando che l’abbandono di Cinzia tragga origine da un misterioso influsso maligno, formula due ipotesi in forma interrogativa: a perseguitarlo sarebbe forse l’invidia di un dio, geloso secondo tradizione della sua eccessiva felicità, oppure l’effetto pernicioso di una magica erba? L’inserto mitico che a questo punto si incontra è brevissimo, ma complesso e stratificato: se il poeta sembra fare esplicito riferimento alla nota vicenda del Titano Prometeo, incatenato alle rupi del Caucaso per volere di Zeus, in realtà mira piuttosto ad evocare, mediante la nominazione dei «gioghi di Prometeo» (Prometheis… iugis, v. 10), i magici incantamenti della Colchide, patria di Medea, terra di riti barbarici e di strani, inquietanti prodigi, che si stende appunto alle pendici della catena caucasica. La fonte letteraria, che consente di decifrare e comporre in unità le allusioni che qui s’intrecciano, è senza dubbio il poema di Apollonio Rodio, le Argonautiche, dove si ricorda (III, 844-868 [ RISORSE 28]) che dal sangue divino di Prometeo, straziato dal rostro dell’aquila, era nata una pianta magica; Medea l’aveva raccolta, ricavandone un filtro atto a rendere invulnerabile Giasone, così che l’eroe potesse superare indenne le terribili prove (aggiogare i tori di Efesto, spiranti fiamme dalle nari, per arare un campo e seminarvi i denti di un drago, da cui sarebbero nati guerrieri armati pronti ad assalirlo) imposte dal re Eeta. Per il significato dei paradigmi mitici in Properzio, si veda lo specifico paragrafo («La funzione del mito») nel Profilo storico [ cap. 4.4]; inoltre I, 1 [ T6], dove pure compaiono riferimenti alle arti magiche («le formule di Medea», v. 24) e I, 3 [ T7], con le rispettive rubriche di Lettura e interpretazione. 4 e 6. L’emistichio Non sum ego qui fueram, di scultoreo vigore espressivo come tutto il verso cui appartiene (cfr. introduzione), e come molti altri memorabili luoghi properziani, riprende in sintesi le sconsolate riflessioni dei versi precedenti (Olim gratus eram… dividet herba iugis?, vv. 7-10). Con l’assenza di Cinzia, interpretata qui come un distacco irrimediabile che segna la fine del loro amore, si è prodotta una lacerazione interiore, tale che il poeta non si riconosce più nel se stesso di un tempo, si sente un altro, ormai privato della sua insostituibile ragione di vita e della sua stessa identità; si direbbe persino consegnato al vuoto e al nulla, in conformità al codice elegiaco, secondo il quale la passione d’amore (il servitium, la militia amoris) si costituisce come scelta esistenziale totalizzante ed esclusiva, che convoglia verso un unico centro tutte le energie vitali. D’altro canto, la scelta di vita del poeta elegiaco (che si riflette nei primi due libri delle Elegie properziane) si configura al tempo stesso come scelta di poe sia; pertanto nel verso conclusivo il poeta intende confermare l’opzione esclusiva per la poesia elegiaca d’amore, dichiarata in I, 1 [ T6]. Il primo libro si apriva infatti nel nome di Cynthia, unico oggetto d’amore e fonte unica d’ispirazione, imprimendo un sigillo programmatico sul canto del poeta. Sappiamo peraltro che non si tratta di una scelta definitiva: nel III libro si infittiscono i segni di una poesia diversa, di ispirazione civile e nazionale, mentre la “storia” d’amore con Cinzia si avvia alla sua conclusione, come attesta l’elegia di commiato (III, 25 [ T12]), che sancisce il discidium e prepara la svolta decisiva del IV libro, eziologico e romano. 126 © Casa Editrice G. Principato
T9 Non sum ego qui fueram
Interessante ricordare che Ugo Foscolo, notoriamente ispiratosi a Properzio per alcune fra le sue più intense ed incisive movenze incipitarie, riecheggia il primo emistichio del v. 11 nell’incipit del sonetto II «Di se stesso» (Non son chi fui, perì di noi gran parte:/ questo che avanza è sol languore e pianto; vv. 1-2), pubblicato nella raccolta del 1802; tuttavia l’imitazione properziana è con ogni evidenza filtrata attraverso la traduzione di un distico del tardo poeta latino Massimiano (VI secolo d.C.): Non sum qui fueram: periit pars maxima nostri/ hoc quoque quod superest languor et horror habet. Come si vede, il Foscolo introduce una sola variante, ma estremamente significativa, caratterizzata da un pathos tutto “ortisiano”, sostituendo «orrore» (horror) con «pianto». 5. L’elegia è tramata di termini-chiave, per così dire tecnici, della poesia erotica latina, in gran parte già presenti nel Liber catulliano, poi codificati nella produzione elegiaca romana di età augustea. Rinviando per il commento alle note al testo e alla dettagliata analisi del lessico elegiaco nel capitolo 4.1, enumeriamo le occorrenze secondo l’ordine dei versi: desidiae (v. 1); amores (v. 5); gratus (v. 7); fide (v. 8); Invidiae (v. 9, l’invidia degli dèi e/o degli uomini per la felicità degli amanti; si pensi al motivo del fascinum nei carmi 5 e 7 di Catullo); puellas (v. 11); flere… lacrimis (vv. 15-16; cfr. la flebilis… Elegeia in Ovidio, Amores III, 9, 3); Amor (v. 16, la tradizionale personificazione); servitio (v. 18; il servitium amoris). 7. La situazione di partenza è la stessa nelle due elegie contigue: Cinzia lontana e (forse) immemore fra gli ozi di Baia; il poeta innamorato, ansioso e infelice, tormentato dalla gelosia, dai dubbi, dal timore dell’abbandono e del tradimento. Notevoli le analogie: in entrambi i testi ricorrono i motivi del foedus amoris (I, 11, 16; I, 12, 8), della passione esclusiva, centro e ragione di vita (I, 11, 21-26; I, 12, 19-20), dell’identificazione fra la scelta di un’esistenza dedicata all’amore e la scelta della poesia elegiaca amorosa (I, 11, 8 e 19-20; I, 12, 19-20); dell’incostanza femminile (I, 11, 12-16; I, 12, 11). Nello sviluppo del tema, nondimeno, si rilevano varie differenze. Innanzitutto, diverso è il destinatario, il che implica anche una differenza di tono e di atteggiamento: in I, 11 [ T8] Properzio si rivolge direttamente a Cinzia, confessando la sua gelosia, esternando dubbi e timori, ma lasciando ancora un margine non esiguo alla speranza di essere smentito; la blandisce con teneri accenti, le professa il suo amore assoluto ed esclusivo, supplicandola di tornare al più presto; in I, 12 [ T9] indirizza invece il discorso a un amico, dando ormai pressoché per scontata, in toni di amara desolazione, la sua disgrazia. Inoltre, nell’elegia I, 11 [ T8] il discorso poetico si snoda più ampio e insieme più mosso, agitato e discontinuo: vi è spazio per indugi descrittivi, elaborate allusioni mitologiche ed erudite (vv. 2-4), squarci di sognante fantasticheria sullo sfondo di un paesaggio indefinito (vv. 9-12), scatti di geloso sdegno e spunti polemici (vv. 13-16; 27-29), fino all’imprecatio conclusiva, squisitamente letteraria e tradizionale. Per contro l’elegia I, 12 [ T9], più breve e più compatta, non si concede a divagazioni né a vistose variazioni di tonalità; lo stile relativamente più spoglio, concentrato e sentenzioso, corrisponde al diverso clima psicologico ed emotivo.
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4. Properzio
RISORSE 28
Magiche piante «Non è raro nel mito il tema della pianta magica nata dal sangue di un eroe (dall’icore, nel caso del divino Prometeo). L’erba omerica moly, che Ermes dà a Odisseo come antidoto contro gli incantesimi di Circe (Odissea X, 302-306), era nata, secondo Alessandro di Pafo [...], dal sangue del gigante Picoloo ucciso da Elios; la citara dal sangue di Orfeo, il giacinto da quello di Aiace Telamonio, ecc.» (G. Paduano). Riportiamo qui, dal III libro delle Argonautiche di Apollonio Rodio, i vv. 844-868.
845
850
855
860
865
[Medea] estrasse dal profondo del suo cofanetto il filtro che, dicono, porta il nome di Prometeo. Chi, dopo essersi propiziata Daira, la dea unigenita, con sacrifici notturni, ne unge il corpo, non è vulnerabile ai colpi del bronzo, né cede all’ardore del fuoco: ma per tutto quel giorno è più forte e più grande. Nacque la prima volta quando l’uccello carnefice fece colare a terra, sulle montagne del Caucaso, il sangue divino dell’infelice Prometeo. Crebbe un fiore alto un cubito, che ha lo stesso colore del croco coricio, e poggia su un duplice stelo; dentro la terra, la radice pareva carne appena tagliata. L’umore, simile al succo nero delle querce, Medea lo aveva raccolto, per farne un filtro, in una conchiglia del Caspio, e si bagnò sette volte nelle acque perenni, e sette volte invocò la dea Brimo, la grande nutrice, Brimo notturna, infernale, la regina dei morti, nella notte nera, coperta di abiti neri. E quando tagliò la radice nata dal sangue titanico, la terra scura si scosse con un muggito profondo; e gemette lo stesso figlio di Giapeto, angosciato dalla sofferenza. Prese il filtro e lo mise dentro la fascia fragrante, che le cingeva il seno bellissimo. [Apollonio Rodio, Argonautiche III, 844-868, trad. di Guido Paduano]
846. Daira: epiclèsi (=appellativo pronunciato nelle invocazioni) di Ecate, divinità infera, figlia «unigenita» (v. 847) del Titano Perse e di Asteria; così in Esiodo, Teogonia 426.
855. croco coricio: il croco o zafferano di Còrico, in Cilicia, era rinomato presso gli antichi. 861. Brimo: altra epiclèsi di Ecate, in uso nella Tessaglia, notoriamente un’al-
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tra regione di magiche stregonerie. Come quello di Daira (v. 846), l’appellativo, che si ripete all’inizio del verso successivo, veniva rivolto anche a Persefone, sovente identificata con Ecate. 866. figlio di Giapeto: Prometeo.
T10 Scribant de te alii
T 10 Scribant de te alii Elegiae II, 11
1-3. I tre congiuntivi Scribant... sis... laudet (vv. 1-2) hanno valore concessivo, ed esprimono lo sdegno vendicativo del poeta-amante, il quale d’ora in avanti si rifiuta di dar lode e fama perpetua alla donna amata nei suoi versi, condannandola all’indifferenza e all’oblio. Con la sua ingratitudine (se così va interpretata l’espressione proverbiale del v. 2; cfr. nota) Cinzia ha mostrato di non meritare tale privilegio; e infatti qui, significativamente, non viene pronunciato il suo nome. Properzio rinnega così una delle precipue finalità della sua poesia, in vistoso contrasto con quanto egli stesso dichiara programmaticamente nella chiusa dell’elegia di commiato del libro, dopo aver tracciato il canone dei poeti d’amore, suoi predecessori e modelli, accostando al nome di ciascuno quello della donna amata: Cynthia quin etiam versu laudata Properti,/ hos inter si me ponere Fama volet («E anche Cinzia, celebrata dal verso di Properzio, [sarà nota], se la fama vorrà collocarmi fra costoro»; II, 34, 93-94 [ T11 ONLINE]). In particolare, poco prima aveva asserito che grazie ai carmi di Catullo «Lesbia è più nota persino di Elena» (v. 88). Si tratta della peculiare declinazione nella poesia erotica del motivo topico del canto che conferisce immortalità: tra gli innumerevoli esempi reperibili nelle letterature antiche, si veda soltanto Orazio, Carmina III, 13 [ T18, cap. 3] e III, 30 [ T19, cap. 3]. Per la movenza d’esordio (Scribant... alii, v. 1), mediante la quale il poeta lascia ad altri un argomento di cui non intende occuparsi, citiamo ancora Orazio: Laudabunt alii... (Carmina I, 7), dove il futuro assume il medesimo valore concessivo dei congiuntivi properziani. Per le due possibili interpretazioni dell’espressione Omnia... munera (v. 3), si veda la nota al testo. 4. Nella tradizione letteraria antica ricorre con frequenza, in componimenti di vario genere, la figura del viandante, testimone e spettatore solitario (di una scena, di un evento), e/o destinatario di un’allocuzione, in molti casi epigrafica. Fra i testi riportati nel II volume, possiamo citare alcuni epigrammi greci dell’Antologia Palatina che lo invitano a riposarsi all’ombra presso una chiara fonte, dissetandosi alle sue fresche acque [ T18, cap. 3]. In epoca moderna, con l’avvento delle nuove tematiche e della nuova sensibilità che, irradiandosi dalla Germania e dall’Inghilterra, si diffondono in Europa nell’età preromantica e romantica (fra XVIII e XIX secolo), la figura del viandante (il wanderer in tedesco) assume uno speciale rilievo e un significato simbolico sul piano esistenziale, proponendosi quale emblema della condizione umana, pessimisticamente assimilata a un solitario e malinconico errare senza posa e senza meta, se non la morte e l’oblìo. Questa figura si staglia sullo sfondo di un paesaggio naturale anti-idillico, selvaggio, tempestoso e inospitale, ma al tempo stesso fascinoso e sublime, non di rado notturno e indefinito, misteriosamente consonante con lo stato d’animo inquieto e tormentato dell’homo romanticus. Tra gli innumerevoli esempi (dai Canti di Ossian a Goethe, dal Foscolo dell’Ortis a Leopardi...), ci sembra particolarmente significativo citare quella che è forse la più efficace sintesi – nei testi non meno che nella musica – di tale complesso tematico-figurativo: la celebre raccolta di lieder per canto e pianoforte D911, intitolata Winterreise («Viaggio d’inverno») del compositore austriaco Franz Schubert (1797-1828), su testi lirici di Wilhelm Müller. Fra le numerose esecuzioni 129 © Casa Editrice G. Principato
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5. Properzio
della Winterreise consegnate alla registrazione, le più memorabili e perfette si devono al baritono tedesco Dietrich Fischer-Diskau; da ascoltare soprattutto le incisioni in cui l’accompagnamento al piano è affidato ad Alfred Brendel o a Gerald Moore. Ma fra le primissime manifestazioni letterarie del nuovo gusto preromantico nel Settecento si distingue la cosiddetta poesia cimiteriale o sepolcrale inglese, dove si affacciano e si fondono i motivi della natura selvaggia, della desolata meditazione sulla morte, dell’oblio nullificante in cui è destinata a franare ogni cosa umana, del malinconico fascino delle rovine. Talora la figura del viandante solitario ri-assume qui in certo modo l’originaria funzione di testimone cui viene affidato, mediante la “voce” che (a somiglianza delle antiche epigrafi funerarie) parla dai sepolcri, altrimenti ignoti e abbandonati, il sottile filo della memoria, unica speranza di contrastare il totale annientamento nell’oblio. Testi-capostipite del genere, che ebbe immediato e folgorante successo in tutta Europa, Il lamento, ovvero pensieri notturni (The Complaint, or Night Thoughts, 17421745) di Edward Young (1683-1765), una raccolta di nove poemetti in blank verse più conosciuta sotto il titolo abbreviato di Notti, e l’Elegia scritta in un cimitero di campagna (Elegy written in a Country Churchyard, 1751) di Thomas Gray (1716-1771). L’influsso della poesia elegiaco-sepolcrale inglese, presto tradotta e imitata in Italia, giunge come si sa almeno fino al foscoliano carme Dei Sepolcri e ai Canti di Leopardi. Storicamente importante la traduzione di Melchiorre Cesarotti in versi endecasillabi dell’Elegia di Gray; superfluo forse ricordare che il Cesarotti fu anche lo straordinario traduttorerielaboratore dei Canti di Ossian.
5
Ovidio
T 13 Dedalo e Icaro Metamorphoses VIII, 183-235
1. Per le notizie sui protagonisti e sugli antefatti dell’episodio, si vedano l’introduzione, le note ai vv. 183-185 e 195, dove si accenna anche ad alcune fra le divergenti versioni del mito, e la rubrica Le figure del mito, p. 384. 2-3. Il racconto ovidiano, caratterizzato da una notevole varietà – e da rapidi mutamenti – di forme e di toni, si articola essenzialmente come segue (ma per una maggiore ricchezza di dettagli e di indicazioni interpretative, si veda la Lettura e interpretazione del brano): – vv. 183-187: Dedalo, trattenuto a Creta dal re Minosse, decide di fuggire per le vie dell’aria ed esprime il suo proposito in un breve discorso diretto, verosimilmente rivolto al figlio Icaro; lo sguardo, benché non sia specificato nel testo, sembra spaziare sulle distese del mare e del cielo; – vv. 188-195: sequenza descrittiva, che rappresenta in fieri, con ricchezza e precisione di dettagli, la graduale realizzazione dell’opus mirabile; – vv. 195-200: lo sguardo si sposta sul Puer Icarus, intento a giocare con le piume leggere vaganti nell’aria e con la cera odorosa; anche in questo grazioso “quadretto” 130 © Casa Editrice G. Principato
T13 Dedalo e Icaro
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descrittivo le immagini risaltano con l’evidentia plastica e pittorica caratteristicamente ovidiana; vv. 200-202: la narrazione prosegue con la fase di prova delle ali; l’artefice riesce a librarsi nell’aria; vv. 203-209: dopo aver impartito al figlio le istruzioni per il volo in forma di discorso diretto, Dedalo applica anche alle spalle di Icaro le «ali mai vedute» (v. 209); vv. 210-216: Dedalo, afferrato all’ultimo istante da funesti presentimenti (vv. 210212), si accinge all’impresa e vola avanti, pur senza deporre il timore, che lo induce a reiterare le esortazioni, volgendosi a controllare i movimenti di Icaro; vv. 217-220: con un repentino mutamento di prospettiva, viene inquadrato un gruppo di spettatori (il pescatore, il pastore, l’aratore) che sospendono le loro umili opere quotidiane per levare lo sguardo a contemplare esterrefatti il mai veduto fenomeno; vv. 220-222: allo sguardo dall’alto di Dedalo e Icaro, in una prospettiva ancora diversa, questa volta in rapido movimento (dapprima verso Nord, poi verso Est, secondo la direzione del volo), si scorgono una dopo l’altra “scorrere” le isole del Mediterraneo; vv. 223-225: giunge il momento cruciale di svolta del racconto, che prelude alla catastrofe; Icaro, «colto da bramosia di cielo, prese a volare più in alto» (vv. 224-225); vv. 225-230: mediante immagini di plastica evidenza viene descritta la caduta di Icaro; brevissimo, concentrato nel secondo emistichio del v. 230, l’accenno al primo áition (il nome del mare Icario); vv. 231-233: concitati inserti di discorso diretto, in cui Dedalo atterrito invoca affannosamente il nome del figlio, che più non vede volare dietro di sé; vv. 233-235: la narrazione dell’episodio si conclude con fulminea rapidità; l’azione è scandita da tre soli, incalzanti verbi omosillabici: adspexit (ancora un movimento repentino dello sguardo: la terribile rivelazione), devovit (la maledizione), condidit (il rito sepolcrale); nella chiusa subentra di nuovo il commento erudito, con il secondo áition (il nome dell’isola Icaria).
4. Inizialmente (vv. 183-187) Dedalo appare dominato dalla nostalgia per la terra natale e dall’avversione per l’isola ove è tenuto prigioniero; stati d’animo che nel breve inserto di discorso diretto danno luogo a un atteggiamento di ferma decisione e di sfida. Nelle sequenze dedicate alla costruzione e alla prova dell’opus mirabile (vv. 188-195; 200-202), l’artefice è concentrato nell’eseguire la complessa operazione, per la quale si richiede eccezionale abilità e precisione manuale non meno che ingegno. Le istruzioni e i moniti rivolti al figlioletto (vv. 203-208) sono pervasi di paterna sollecitudine, affettuosa quanto autorevole; ma nella sequenza immediatamente successiva (vv. 210-216) Dedalo viene assalito all’improvviso dal timore e dai presentimenti dell’imminente catastrofe (manifesti nelle lacrime, nel tremito, nei baci, vv. 210-211), confermati dall’intervento esplicito del narratore (v. 212) e dall’aggettivo damnosas (v. 215). Nei concitati versi finali viene espresso lo strazio del «padre infelice, ormai non più padre» (v. 231), con un’ulteriore intensificazione del pathos, che gradatamente si attenua (anticlimax) nella mestizia del rito sepolcrale. Quanto a Icaro, anch’egli attraversa momenti psicologici diversi; dapprima assorto in una sua puerile, ludica inconsapevolezza (vv. 195-200), sorride estatico giocando con gli strumenti della sua imminente, tragica morte; anche qui riscontriamo il ricorso alla tecnica della premonizione mediante l’intervento del 131 © Casa Editrice G. Principato
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5. Ovidio
narratore (ignarus... pericla, v. 196). Durante il volo, appare trascinato da nuove emozioni più complesse e più intense, si direbbe meno puerili (audaci... gaudere volatu, v. 223; caeli... cupidine tractus, v. 224); permangono – ovviamente – l’incoscienza e l’istintività incontrollata del fanciullo immaturo, che ora si traducono in un gesto temerario e fatale (deseruit... ducem... altius egit iter, vv. 224-225). Un’osservazione: apparentemente il solo Icaro trasgredisce la regola aurea della misura (chiaramente sottesa alle ammonizioni del padre, vv. 203-208); ma fin dall’inizio grava sull’impresa del volo l’allusione a una violazione delle leggi di natura (vv. 188-189) perpetrata da Dedalo, ammirevole e geniale, ma anch’egli troppo audace. Anche questa indicazionecommento del narratore (ignotas... in artes, e soprattutto naturam... novat) deve essere dunque interpretata come una particolare forma di premonizione, indiretta ma non per questo meno significativa, tanto da insinuarsi perfino nell’ingenuo stupore degli esterrefatti spettatori (vv. 219220), che – com’è a ben guardare ovvio e naturale – credono dèi i due mortali inopinatamente “trasformati” in uccelli dell’aria. 5. Le similitudini ovidiane, non ultimo strumento della rara sapienza descrittiva dell’autore, si impongono per la loro perfezione stilistico-espressiva, per l’evidentia figurativa e pittorica della rappresentazione, per la felicità e ricchezza dei particolari. In questo episodio notiamo dapprima la similitudine della disposizione delle penne con la costruzione della siringa di Pan (vv. 189-192), poi quella dell’uccello-madre che per la prima volta conduce fuori dal nido i piccoli per insegnar loro a volare, ad esprimere il timore di Dedalo-padre nell’alzarsi in volo (pennisque levatus/ ante volat comitique timet, velut ales... vv. 212-216). 6. Il primo segmento del discorso diretto rivolto da Dedalo a Icaro (vv. 203-205) si compone di un unico, piuttosto complesso, periodo: dalla principale (moneo) dipendono la completiva di valore volitivo-finale Medio... ut limite curras, che regge a sua volta le due proposizioni finali negative ne... unda gravet pennas... (ne) ignis adurat (pennas), apodosi di due periodi ipotetici del I tipo, le cui protasi sono costituite rispettivamente da si demissior ibis e si celsior (ibis). 7. Il riferimento, in forma di allusione intertestuale, al nefas Argonauticum si trova nello stesso testo ovidiano (vv. 217-220 [ Lettura e interpretazione]). Il motivo viene ricordato anche nella nota al v. 189 (naturam... novat). Si vedano inoltre le indicazioni fornite qui sopra per il quesito 4. La saga di Giasone e degli Argonauti, certamente elaborata e tramandata lungamente per via orale, ricordata da Omero (XII, 69-72) e da Esiodo (Theogonia 992-1002), costituiva l’argomento di poemi affini a quelli del Ciclo epico pseudo-omerico [ vol. I, cap. 2.2, «L’epica nel mondo greco»]. Pindaro (518-438 a.C.) ne aveva liricamente concentrato la vicenda nella Pitica IV, ed Euripide (485 ca-406 a.C.) aveva rappresentato nella tragedia Medea il seguito, per così dire, dell’impresa, dopo il ritorno degli eroi in Grecia. Il mito viene diffusamente citato e ricordato, esplicitamente o in chiave allusiva, in numerosissimi testi delle letterature antiche e moderne. Segnaliamo qui le opere più importanti e significative di autori greci e latini che trattano dell’impresa argonautica – o comunque di figure ed episodi connessi al mito – in modo non marginale, né puramente occasionale, indicando le migliori edizioni recenti in traduzione italiana, con testo originale a fronte e commento: 132 © Casa Editrice G. Principato
T13 Dedalo e Icaro
– Pindaro, Pitica IV, Ad Arcesilao di Cirene vincitore con il carro (462 a.C.), in Pindaro, Le Pitiche, a cura di B. Gentili, P. Angeli Bernardini, E. Cingano e P. Giannini, Fondazione Lorenzo Valla-Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1995; – Euripide, Medea (431 a.C.), traduzione di M. Valgimigli, in Euripide, Medea, Troiane, Baccanti, Rizzoli, Milano 1988³, con un prezioso saggio introduttivo di V. Di Benedetto; – Apollonio Rodio, Argonautiche (III secolo a.C.), a cura di G. Paduano e M. Fusillo, Rizzoli, Milano 1986; si veda anche il nostro ampio e dettagliato riassunto del poema nella scheda ONLINE [ vol. I, cap. 2, Per Approfondire, p. 58]; – Ovidio, Heroides 6 (Ipsìpile a Giasone) e 12 (Medea a Giasone), in Lettere di eroine, a cura di G. Rosati, Rizzoli, Milano 1998²; – Ovidio, Metamorfosi VII, 1-424, nell’edizione completa del poema a cura di M. Ramous, con un saggio di E. Pianezzola, Garzanti, Milano 1992; – Seneca, Medea (ante 62 d.C.?), in Seneca, Medea e Fedra, a cura di A. Traina e G.G. Biondi, Rizzoli, Milano 1996; – Valerio Flacco, Le Argonautiche (anni Settanta del I secolo d.C.), a cura di F. Caviglia, Rizzoli, Milano 1999; – Stazio, Tebaide (80-92 d.C.), a cura di G. Faranda Villa, con un saggio introduttivo di W.J. Dominik, Rizzoli, Milano 1998. Alla sosta degli Argonauti nell’isola di Lemno, narrata dall’infelice Ipsìpile che gli eroi argivi in viaggio verso Tebe incontrano esule a Nemea, Stazio dedica una notevole digressione nel libro V del poema (vv. 335-485). La memoria poetica della saga argonautica e la sua forza di archetipo mitico non si esauriscono con la fine del mondo antico: per l’età medievale è d’obbligo citare almeno la rivisitazione dantesca della Commedia, e precisamente nel secondo e nell’ultimo canto del Paradiso [ RISORSE 29], senza dimenticare l’incontro con Giasone nella prima bolgia dell’ottavo cerchio infernale, dove sono puniti ruffiani e seduttori; fra questi ultimi spicca l’eroe antico, dannato per la seduzione e l’abbandono di Ipsìpile («Isifile», v. 92) e di Medea (Inferno XVIII, 82-96). Sulle patetiche traversie della giovinetta di Lemno, Ipsìpile-Isifile, il poeta ritornerà ancora nei canti XXII e XXVI del Purgatorio. Non è superfluo rammentare che le fonti cui Dante poté attingere all’epoca sua, oltre alla Tebaide di Stazio e (forse) a uno o più florilegi delle Argonautiche di Valerio Flacco, sono essenzialmente due opere di Ovidio: le Metamorfosi e le citate epistole delle Heroides. In epoca moderna, nel Settecento illuminista e neoclassico, Vincenzo Monti evoca l’impresa di Giasone e degli Argonauti nelle strofe d’esordio (vv. 1-20) dell’ode Al Signor di Montgolfier (1784), iperbolica celebrazione del primo volo umano a bordo del pallone aerostatico (la «mongolfiera»), dove non a caso si ricorda anche il mito dedaleo («Ma già di Francia il Dedalo/ nel mar dell’aure è lunge», vv. 97-98). 8. Nel sonetto dannunziano L’ala sul mare spiccano con immediato risalto le intenzionali allusioni al testo delle Metamorfosi ovidiane: l’improvvisa apparizione dell’ala disfatta e delle penne sparse sulla superficie marina; l’espressione «Lungi dal medio limite», addirittura una citazione (Medio... ut limite curras, v. 203). Espliciti, del resto, i riferimenti ai protagonisti e agli antefatti del mitico episodio, concentrati in rapida sintesi nella II quartina. Tuttavia, come viene spiegato nella nota introduttiva, al «folle volo» di Icaro (il che già si può intuire dal riuso del sintagma dantesco) viene attribui to il significato completamente diverso, anzi opposto, di una sfida eroica al destino, 133 © Casa Editrice G. Principato
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5. Ovidio
tema privilegiato del titanismo romantico-decadente. Inequivocabili le espressioni che si affollano nelle terzine: la caduta di Icaro non è un esemplare ammonimento a tenersi entro i confini dell’umano e delle leggi di natura, ma anzi un incentivo a «con più forte/ lega... rigiugnere le penne/ sparse», a «ritentare» l’ardua, estrema prova; Icaro non è più un fanciullo irresponsabile, vittima ignara di una trasgressione dall’esito inevitabilmente tragico, ma un «prode» che prometeicamente mostra la sua grandezza, indomito e «solo» in una gloriosa sconfitta, così che il poeta può esclamare: «Oh del figlio di Dedalo alta sorte!». Di riferimento e davvero insostituibile, per approfondire ed estendere l’indagine alla lettura delle altre liriche dannunziane citate, e più in generale alla relazione privilegiata che D’Annunzio intrattiene con Ovidio, vero e proprio nume tutelare del terzo libro delle Laudi, il commento di Federico Roncoroni ad Alcyone, Mondadori, Milano 1982. RISORSE 29
L’impresa degli Argonauti nella Commedia dantesca All’impresa degli Argonauti, guidati da Giasone fino ai lidi della remota Colchide alla conquista del vello d’oro, Dante assimila la propria ardua e mai tentata (doppia) impresa di viaggiatore e di poeta che si è avventurato nell’oltremondo ed ora si accinge ad ascendere alle sfere celesti, nel “proemio al lettore” del II canto paradisiaco, non a caso aperto dalla più che celebre metafora nautica («O voi che siete in piccioletta barca/ desiderosi d’ascoltar, seguiti/ dietro al mio legno che cantando varca»). Ma vi ritorna ancora “a cornice” nella chiusa, per esprimere l’impossibilità di serbare appieno la memoria dell’ultima visione, con la splendida, indimenticabile immagine del dio Nettuno che dalle profondità marine volge lo sguardo verso l’alto e vede trascorrere sulle acque finora inviolate l’ombra della nave Argo. Due terzine soltanto, fra le quali si stende e sfolgora tutta la sublime terza cantica: II, 16-18 e XXXIII, 94-96. Ad accentuare e arricchire di significato il richiamo a tanta distanza, le accomuna il motivo dello stupore, della meraviglia, espresso in entrambe dallo stesso verbo, «ammirare» (II, 17; XXXIII, 96). Dell’«enigmatica magnificenza» della seconda così scrive Vittorio Sermonti: «Valga – fra le tante – l’ipotesi che i due termini della comparazione siano l’istante della visione di Dio (o una sua impensabile frazione) e l’intera storia civile dell’umanità, che qualche cronografo medievale faceva decorrere appunto dalla crociera di Giasone alla volta della Colchide sulla barca Argo – prima fra tutte le barche – datandola al 1223 a.C.; tutta la storia dell’umanità frastorna e smemora meno di quel punto-eternità, che ben sappiamo incommensurabile e invincibile. Il fatto poi che la ’mpresa sia designata come quella che sbalordì il dio Nettuno, in tanto in quanto per la prima volta egli vedeva dal fondo del mare scorrere in superficie la chiglia d’una nave come un’ombra fatua, è dettaglio che sbalordisce anche chi dubiti di aver capito a dovere l’enigmatica magnificenza della terzina».
Que’ gloriosi che passaro al Colco non s’ammiraron come voi farete quando Iasòn vider fatto bifolco. [Paradiso II, 16-18]
Un punto solo m’è maggior letargo che venticinque secoli a la ’mpresa che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo. [Paradiso XXXIII, 94-96]
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T2 La nascita dei gemelli Romolo e Remo
6
Livio
T 2 La nascita dei gemelli Romolo e Remo Ab urbe condita I, 4
1. La leggenda di Romolo e Remo ha inizio con la controversa successione al trono di Alba Longa. Potremo suddividere il racconto di Livio (I, 3, 10-I, 4) in otto sequenze: l’usurpazione di Amulio; il destino dei figli di Numitore; nascita e paternità dei due gemelli; l’imprigionamento di Rea Silvia; l’esposizione di Romolo e Remo; l’intervento salvifico di una lupa; il ritrovamento da parte di Faustolo, che affida i gemelli alla moglie Larenzia; infanzia e adolescenza di Romolo e Remo. a) Proca, re di Alba, ha due figli, Numitore e Amulio. Morendo, Proca lascia in eredità il regno a Numitore, che è il figlio maggiore. Ma Amulio, con la violenza, scaccia il fratello e si proclama re di Alba. b) Numitore ha due figli: Amulio fa uccidere il maschio e costringe Rea Silvia a farsi vestale, perché resti senza prole a causa del voto di verginità cui le vestali erano tenute. c) Rea Silvia, posseduta con la forza, genera due gemelli, attribuendo al dio Marte la loro paternità. d) Amulio ordina che la donna sia imprigionata, e che i bimbi vengano gettati nell’acqua del Tevere. e) A causa dello straripamento del fiume, i gemelli – collocati in una cesta – vengono abbandonati in una pozza d’acqua, presso il Fico Ruminale. f) Il cesto galleggiante si arena in una secca della palude. Una lupa, che aveva deviato il suo cammino perché assetata, si ferma presso il cesto e allatta i due neonati. g) Un pastore, Faustolo, s’imbatte nei due gemelli, e li affida alla moglie Larenzia. h) Romolo e Remo crescono forti nel corpo e nell’animo, non solo dedicandosi alla pastorizia e alla caccia, ma anche dimostrando il loro valore contro i briganti che infestavano le valli. 2. Come si è messo in evidenza nella Lettura e interpretazione del testo, l’espressione denuncia l’ambivalenza di Livio nei confronti della materia leggendaria. Si rileggano, a questo punto, i parr. 6-7 del proemio [ T1], là dove lo storico dichiara ea nec adfirmare nec refellere in animo est. Mentre riconosce di avvertirne il fascino, insieme manifesta chiaramente – proprio nel rivendicare orgogliosamente per il popolo più potente della terra il “diritto” di attribuirsi quale progenitore il dio della guerra – di escludere un’ingenua adesione alla materia mitica, proponendo interpretazioni di carattere razionalistico. 3. A fronte dell’essenzialità della narrazione liviana, Plutarco sviluppa un racconto più ampio, corredandolo profusamente di ulteriori particolari, e indugiando sul significato del termine Ruminalis, nome dato a una pianta di fico selvatico diffusa lungo le rive del Tevere, che lo scrittore greco spiega in tre diversi modi, facendolo derivare o dal nome di Romolo (come in Livio); o dal sostantivo rumen, perché all’ombra del fico erano soliti ritirarsi a ruminare gli armenti, nell’ora calda del meriggio; o dal 135 © Casa Editrice G. Principato
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6. Livio
sostantivo ruma, «mammella», con riferimento all’allattamento dei gemelli. Plutarco ritorna sull’argomento nelle Questioni romane (a cura di N. Marinone, Rizzoli, Milano 2007, p. 141). Si veda, a questo proposito, anche l’analisi di Carandini [ RISORSE 30]. 4. Vari sono gli eventi prodigiosi che costellano il racconto della nascita di Romolo e Remo: l’origine divina dei gemelli, lo straripamento del Tevere (Forte quadam divinitus), l’apparizione della lupa. I prodigi «preannunciano il carattere divino del concepimento eroico» (Carandini) e la fatalità della nascita di Roma, secondo uno schema ben diffuso nei racconti antichi di fondazione. 5. Il quesito andrà inteso come un approfondimento del quesito 2, e implicherà dunque – come si è già suggerito – una lettura dettagliata del proemio. La costante oscillazione liviana fra adesione alla materia mitica e lettura razionalistica dell’episodio leggendario andrà contestualizzata nell’ambito della cultura augustea: si pensi in particolare all’opera di Virgilio (l’ottavo libro del’Eneide in particolare) e di Properzio (quarto libro delle Elegie). Diverso sarà invece l’atteggiamento di Ovidio, che attinge al patrimonio delle origini con animo scettico e disincantato, sfruttandone soprattutto il potenziale narrativo (nei Fasti come nelle Metamorfosi) e privilegiando l’elemento mitico su quello storico. 6. Diversamente da Livio, Plutarco è meno interessato agli eventi storici e più attento alla psicologia dei personaggi, nonché animato da una curiosità di carattere antiquario ed erudito, che lo invita al confronto delle varie versioni e all’indagine etimologica. 7. L’interesse etimologico è strettamente connesso – in età ellenistica – con il motivo eziologico, che trasmigra dalla poesia di Callimaco e di Apollonio Rodio a quella di Virgilio e dei poeti elegiaci, coinvolgendo anche la letteratura erudita (si pensi a Varrone) e storiografica (Livio, appunto). Risalire alle origini significa anche celebrare la grandezza di Roma. RISORSE 30
La ficus Ruminalis Attraverso un’analisi comparativa delle fonti annalistiche, antiquarie e poetiche divise per «mitemi» (= unità mitiche fondamentali), Andrea Carandini ha ricomposto il grande libro delle origini di Roma. Nella pagina che segue, vengono analizzati i significati – mitici e antropologici – della ficus Ruminalis, l’albero sotto il quale viene deposta la cesta dei gemelli Romolo e Remo, cui alludono sia Livio sia Plutarco nei passi antologizzati.
Il lattice prodotto dalla pianta del fico possiede un’importante funzione vitale e nutritiva ed è dotato di caratteristiche simili a quelle del latte materno per l’alimentazione dei bambini. Rumina, alla quale il fico è sacro, è la divinità preposta al nutrimento dei bambini e in suo onore sono celebrate libagioni con latte anziché vino. Ruma secondo gli scrittori antiquari è la mammella, come quelle della lupa che proprio qui, sulla riva del Tevere (Rumon), allatterà i gemelli 136 © Casa Editrice G. Principato
T3 La fondazione di Roma
(Varrone, Rust. II, 11, 5 compara per primo ruma al Fico Ruminale). Ma Rumina e ruma non sembrano collegate etimologicamente a Romolo se non per assonanza, mentre Rumon e Roma, il fiume e la città, hanno la medesima radice del nome del fondatore. Anche in Grecia il fico era connesso a varie divinità, mentre nel rituale persiano venivano consumati fichi assieme a latte proprio nel corso di iniziazioni regali. Il fico è alimento ritenuto prezioso presso le società pastorali e il suo lattice veniva utilizzato anche per cagliare il formaggio. In queste circostanze si chiarisce il ruolo del Fico Ruminale come primo alimento vegetale riferito a Remo e Romolo, al quale seguirà prima l’allattamento della lupa e la nutrizione da parte degli uccelli e poi l’allattamento umano da parte di Acca Larenzia. Il Fico Ruminale è infatti anche un fico selvatico, un caprifico che unendo in sé le nature generatrici del capro e del fico maschio (ficarius) era connesso a Fauno, e pertanto in grado di fertilizzare le piante e di fecondare le donne sterili. Il lattice ricorderebbe non solo il latte femminile che nutre ma anche il seme maschile che feconda, simbolicamente riproposto nel rituale dei Lupercalia dalle strisce di pelle di capra con cui si battevano le donne. [La leggenda di Roma. Vol. I: Dalla nascita dei gemelli alla fondazione della città, a cura di A. Carandini, Fondazione Lorenzo Valla-Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2006, pp. 307-308]
T 3 La fondazione di Roma Ab urbe condita I, 6-7
1. Et supererat multitudo Albanorum Latinorumque (par. 1). La fondazione di colonie era pratica diffusa in area mediterranea: si pensi alle due grandi ondate migratorie che avevano caratterizzato il mondo greco, la prima intorno al XII secolo, la seconda tra la metà dell’VIII e la fine del VII secolo. Causa principale di queste migrazioni, nella più gran parte dei casi – proprio come nel racconto liviano – era l’eccessivo incremento demografico. 2. L’espressione regni cupido («la brama di potere») è strettamente connessa con quella precedente (avitum malum), che potrà essere tradotta e interpretata sia come un male insito nella natura dell’uomo, sia come la radice dei mali che hanno a lungo afflitto la storia della tarda repubblica romana, con un chiaro riferimento – in questo caso – alle guerre civili. A Livio, cui erano ben note le vicende mitiche di Eteocle e Polinice, così come quelle dei due gemelli Neleo e Pelia (celebrate nell’arcaico Carmen Nelei), non poteva sfuggire la portata simbolica e antropologica della leggenda del fratricidio. Sul tema, si legga anche Orazio [ T1, cap. 3]. 3. Il termine augurium deriva, com’è noto, dal verbo augeo, «accrescere»: è dunque l’accrescimento che gli dèi accordano a un’impresa. «Il collegio degli auguri, la cui istituzione si riteneva risalisse addirittura a Romolo, ha sempre conservato, in virtù della sua funzione, un legame privilegiato con la vita politica. In effetti gli auguri erano i tecnici preposti all’interpretazione degli auspici di Stato, rito fondamentale che 137 © Casa Editrice G. Principato
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6. Livio
obbligava i magistrati a verificare, con l’aiuto e l’avallo degli auguri – in particolari scadenze (prescritte) della vita politica e con tecniche appropriate – l’esistenza di una condizione di armonia tra la volontà della città e quella degli dèi, armonia che conferiva alla città e ai suoi delegati l’augus, la pienezza della potenza mistica» (J. Scheid, Il sacerdote romano, in L’esperienza religiosa antica, a cura di M. Vegetti, Torino 1992, p. 109). Templum è termine che deriva dal verbo greco temno («taglio», «divido»), e indica lo spazio, nel cielo come sulla terra, che l’augure descriveva con il suo lituo per osservare, al suo interno, il volo degli uccelli. 4. Le due versioni sono esposte nel par. 4. Nella variante più antica, e anche più diffusa (Vulgatior fama), è Romolo stesso a uccidere il fratello; in quella più recente, Remo è ucciso prima della stessa fondazione, nel corso della violenta lite che oppone le due schiere di contendenti dopo l’auspicio. I due racconti non mancarono di essere letti in termini ideologici e politici, anche perché prefiguravano il conflitto fra potere monarchico e potere collegiale. Secondo Cicerone (De officiis III, 41), Romolo uccide il fratello per poter regnare da solo. Il suo fu dunque un gesto deliberato, privo di «pietà e umanità», volto esclusivamente al suo utile privato: «regnare da solo piuttosto che con un altro». 5. Come sempre, il racconto di Livio è molto più spoglio ed essenziale rispetto a quello delle fonti greche che ci sono state tramandate. Dionigi (o Dionisio) sottolinea l’atteggiamento ingannevole di Romolo, assente in Livio, e introduce le figure di Faustolo e di Laurenzia, che danno colore patetico all’intera vicenda.
T 5 Il tradimento di Tarpeia Ab urbe condita I, 11, 5-9
1-3. La vicenda di Tarpeia si inserisce nel racconto della lunga guerra, scandita in diverse fasi, che oppone Romani e Sabini prima della decisiva riconciliazione. Per le versioni dell’episodio, si veda Lettura e interpretazione. La figura della ragazza sembra sfumare nel gioco delle varianti mitiche: sono i bagliori dei bracciali d’oro (nella prima versione) e delle armi (nella seconda) a prevalere sul personaggio, colto nel momento in cui «per caso», era uscita dalle mura ad attingere acqua per i sacri riti. 4. È significativo che Livio taccia completamente della versione (l’amore per Tazio) accolta invece da Properzio [ T13, cap. 4], che fa della ragazza un’eroina passionale, travolta dal furore amoroso. È la stessa Tarpeia, in una sequenza dell’elegia, a nobilitare la propria passione, richiamando alla mente del lettore gli exempla mitologici di donne che tradirono e uccisero per amore (Scilla, Medea, Arianna). Altre fonti del mito a noi note arricchiscono la vicenda di motivi stratificati e complessi: Plutarco (Vita di Romolo 17) riferisce una variante secondo la quale Tarpeia – figlia di Tito Tazio e sposa di Romolo – avrebbe consentito all’esercito sabino di conquistare il Campidoglio per vendetta contro il suo rapitore. Per ulteriori letture, si considerino almeno: Ovidio, Metamorfosi XIV, 775-799; Dionisio di Alicarnasso, Antichità romane II, 38, 4-39, 1. 138 © Casa Editrice G. Principato
T10 Un exemplum di fierezza romana: Muzio Scevola
T 6 La riconciliazione fra Romani e Sabini Ab urbe condita I, 13
1. Possiamo distinguere nel racconto liviano cinque sequenze: le donne sabine si interpongono fra i due schieramenti armati; discorso delle donne sabine; silentium et... quies, cui segue un trattato di pace e la fusione dei due popoli; digressione antiquaria sui Quiriti e sul lago Curzio; origine delle trenta Curie. 2-3. Il brano si presta particolarmente a un’indagine dello stile liviano, che si caratterizza – com’è noto – per la ricchezza e la varietà delle soluzioni espressive [ Le forme dell’espressione, p. 445]. Già al par. 1 si osserverà la disposizione chiastica dei due ablativi assoluti (crinibus passis scissaque veste), sottolineata anche dall’insistente allitterazione in -s (pronunciati anche i richiami allitteranti nella serie veste victo malis muliebri pavore). Le scelte retoriche enfatizzano i termini-chiave della vicenda: si osservino ancora i nessi allitteranti (se sanguine nefando soceri generique), la disposizione chiastica (nepotum illi, hi liberum) e la forma arcaizzante (liberum) che pongono l’accento sui rapporti di parentela, conferendo tensione drammatica e patetica all’intera scena. Significativo anche il fitto ricorso all’anafora (dirimere... dirimere; hinc... hinc; Si... si; in nos... nos... nos), proprio nel momento di massima concitazione del racconto. Il mutamento di passo che si osserva nella seconda parte del brano, dove i periodi si semplificano e prevalgono le strutture coordinative, crea uno stato di favolosa sospensione nel corso degli avvenimenti, e prepara lo scioglimento finale dell’intera vicenda. 4. Per un approfondimento delle fonti antiche si leggano Plutarco (Vita di Romolo 14-19) e Dionisio di Alicarnasso (Antichità romane II, 30-47). Fra gli studiosi moderni si consigliano G. Dumézil, Jupiter, Mars, Quirinus, Torino 1955, pp. 108-128; G. Rossi, Il ratto delle Sabine, Milano 2000; il vasto commento di Carandini in La leggenda di Roma, vol. II, Dal ratto delle donne al regno di Romolo e Tito Tazio, Milano 2010, pp. 179-197; 235-265. Proprio nel commento di Carandini si potranno trovare pagine preziose sulla guerra romano-sabina e le sue conseguenze sulle istituzioni di Roma. La fusione fra Romani e Sabini sancisce il passaggio «da una pluralità di centri di potere radicati nei diversi rioni dell’abitato (curiae) e nei distretti rurali (pagi) del territorio» a una città-stato fondata necessariamente su «un potere centralizzato e non condiviso». 5. Riguardo al significato e all’etimologia dei termini Quirites e curia, si vedano le rispettive note al testo.
T 10 Un exemplum di fierezza romana: Muzio Scevola Ab urbe condita II, 12, 9-16
1-6. I quesiti mirano a verificare la corretta comprensione del testo. Le leggende delle origini di Roma sono utilizzate da Livio per fornire esempi di virtus romana: se Tarpeia è un esempio negativo, Muzio Scevola è un esempio positivo. Muzio si 139 © Casa Editrice G. Principato
INDICAZIONI E RISORSE • Aurea dicta edizione gialla 2
6. Livio
presenta al re posponendo il proprio nome a quello di cittadino romano: Romanus sum... civis; C. Mucium vocant. Catone ne sarebbe stato fiero: i valori della collettività prevalgono, nel giovane, su quelli dell’individualità. E Muzio non si ferma qui, ma aggiunge che è proprio di un Romano saper operare e soffrire da forti: et facere et pati fortia Romanum est. Lo stesso inganno cui ricorre per incutere paura nell’animo del re etrusco (trecenti coniuravimus principes iuventutis Romanae ut in te hac via grassaremur), sottintende una verità di ordine ancora una volta esemplare: i Romani delle origini e della prima età repubblicana erano disposti a sacrificarsi per la patria. Si ricordino le parole che il tribuno Quinto Cedicio rivolge al suo console, in un momento decisivo della prima guerra punica: «Se non trovi nessun altro, usa pure me per questo rischio: io faccio dono della mia vita a te e alla Repubblica» (l’episodio è narrato da Catone nelle sue Origini [ vol. I, T4, cap. 7]). Nell’edificazione esemplare dell’episodio, non mancano gli effetti provocati dalla fierezza romana sul nemico: Porsenna prima s’adira, e minaccia di sottoporre il giovane alla prova del fuoco perché riveli i piani dei nemici, poi, sbalordito dal gesto di Muzio, che non esita a bruciare la mano destra sul braciere (di qui il nome di Scaevola, il «Mancino», che gli verrà attribuito dai posteri), lo rimanda alla sua città intactum inviolatumque. In questo consiste la virtus romana: mettere al primo posto gli interessi della patria, al secondo quelli della famiglia, al terzo ed ultimo quelli personali, come leggiamo in un celebre frammento di Lucilio (vv. 1326-1338 Marx [ vol. I, T1, cap. 8]), e come già aveva ribadito Cicerone in un passo del Somnium Scipionis [ vol. I, T22, cap. 12].
T 15 «Guai ai vinti!» Ab urbe condita V, 48, 5-9
1-4. Per la ricostruzione dei fatti (la conquista di Veio; la presa di Roma da parte dei Galli), e il ruolo svolto da Camillo, si vedano le introduzioni ai brani da T13 ONLINE a T16, e la periocha del libro V [ RISORSE 31], che condensa le vicende in un’unica brevissima pagina. Si consiglia di leggere i passi in sequenza, per cogliere la tensione tragica e drammatica del racconto liviano. Come ha scritto Luciano Perelli, «il personaggio di Camillo, che domina in tutto il libro V, unifica le due parti; il legame non consiste solo nella parte determinante che ha la sua persona in entrambi gli avvenimenti, bensì nella sua natura di fatalis e pius dux: i temi essenziali del libro sono infatti il destino di Roma e la pietas. Veio viene presa per il destino favorevole ai Romani, e Roma viene vinta e conquistata dai Galli a causa del destino ostile. In entrambi i casi l’ostilità o il favore del destino sono in relazione con la mancanza o la presenza della pietas; i Veienti sono puniti per la mancanza di pietas, i Romani premiati per l’osservanza della pietas; al contrario in occasione della guerra gallica sono i Romani che peccano contro la pietas». Il vasto periodo che occupa i parr. 6-7 è un classico esempio di stile liviano, nel quale – come ebbe a scrivere Quintiliano (IX, 4, 18) a proposito del grande modello erodoteo – omnia... leniter fluunt. L’ampiezza del periodare, la varietà dei costrutti, la chiarezza del discorso, l’armonia dell’insieme si contrappongono deliberatamente all’asperitas, alla brevitas, all’artificiosità, ai bruschi scarti sintattici della prosa sallu140 © Casa Editrice G. Principato
T15 «Guai ai vinti!»
stiana, che Livio dovette certamente deprecare nelle perdute opere retoriche (per un approfondimento del tema, si consiglia A.D. Leeman, Orationis ratio. Teoria e pratica stilistica degli oratori, storici e filosofi latini, Pàtron, Bologna 1974, in particolare le pp. 254-264). RISORSE 31
Periocha del libro V Si propone qui l’anonima periocha del libro V Ab urbe condita, con la traduzione di Luciano Perelli.
In obsidione Veiorum hibernacula militibus facta sunt. Ea res cum esset nova, indignationem tribunorum plebis movit querentium non dari plebi nec per hiemem militiae requiem. Equites tum primum equis suis mereri coeperunt. Cum inundatio ex lacu Albano facta esset, vates qui eam rem interpretaretur ex hostibus captus est. Furius Camillus dictator decem annis obsessos Veios cepit, simulacrum Iunonis Romam transtulit, decimam praedae Delphos Apollini misit. Idem tribunus militum cum Faliscos obsideret, proditos hostium filios parentibus remisit statimque deditione facta Faliscorum victoriam iustitia consecutus est. Cum alter ex censoribus C. Iulius decessisset, in locum eius M. Cornelius suffectus est. Nec id postea factum est, quoniam eo lustro a Gallis Roma capta est. Furius Camillus, cum dies ei a L. Apuleio tribuno plebis dicta esset, in exilium abiit. Cum Galli Senones Clusium obsiderent et legati a senatu missi ad componendam inter eos et Clusinos pacem pugnantes contra Gallos in acie Clusinorum stetissent, hoc facto eorum concitati Senones urbem infesto exercitu petierunt, fusisque ad Aliam Romanis cepere urbem praeter Capitolium, quo se iuventus contulerat; maiores natu cum insignibus honorum quos quisque gesserat in vestibulis aedium sedentes occiderunt. Et cum per aversam partem Capitolii iam in summum evasissent, proditi clangore anserum M. Manlii praecipue opera deiecti sunt. Coactis deinde propter famem Romanis eo descendere ut mille pondo auri darent et hoc pretio finem obsidionis emerent, Furius Camillus dictator absens creatus inter ipsum conloquium quo de pacis condicionibus agebatur cum exercitu venit, et Gallos post sextum mensem urbe expulit ceciditque. Dictum est ad Veios migrandum esse propter incensam et dirutam urbem, quod consilium Camillo auctore discussum est. Movit populum vocis quoque omen ex centurione auditae, qui, cum in forum venisset, manipularibus suis dixerat: «Sta, miles; hic optime manebimus». Aedis Iovi Capitolino facta est, quod ante urbem captam vox audita erat adventare Gallos. Durante l’assedio di Veio furono costruiti alloggiamenti d’inverno per i soldati. Essendo la cosa nuova, suscitò lo sdegno dei tribuni della plebe i quali lamentavano che alla plebe non fosse concessa tregua dal servizio militare neppure durante l’inverno. Allora per la prima volta i cavalieri cominciarono a militare con cavalli di loro proprietà. Essendo il lago Albano straripato, fu catturato un 141 © Casa Editrice G. Principato
INDICAZIONI E RISORSE • Aurea dicta edizione gialla 2
6. Livio
indovino dei nemici che interpretasse quel prodigio. Il dittatore Furio Camillo prese Veio dopo dieci anni di assedio, trasportò a Roma la statua di Giunone, mandò la decima parte del bottino ad Apollo a Delfi. Lo stesso Camillo, mentre assediava Faleri in qualità di tribuno militare, rimandò ai genitori i figli dei nemici che gli erano stati consegnati a tradimento, ed essendosi subito dopo i Falisci arresi ottenne la vittoria con la giustizia. Essendo morto il censore Gaio Giulio, fu nominato in sua sostituzione Marco Cornelio. In seguito non si provvide più alla sostituzione, poiché in quel lustro Roma fu presa dai Galli. Furio Camillo, citato in giudizio dal tribuno della plebe Lucio Apuleio, andò in esilio. Assediando i Galli Senoni Chiusi e gli ambasciatori mandati dal senato per ristabilire la pace fra loro e gli abitanti di Chiusi avendo partecipato alla battaglia contro i Galli dalla parte dei Chiusini, i Senoni irritati a questo loro comportamento si diressero verso Roma con l’esercito in armi, e disfatti presso l’Allia i Romani conquistarono la città all’infuori del Campidoglio, dove si era rifugiata la gioventù; gli anziani, con le insegne delle cariche che ciascuno aveva rivestito, seduti negli atrii dei templi furono uccisi. Quando già salendo per la parte di dietro del Campidoglio erano giunti sulla cima, traditi dal clamore delle oche furono ricacciati per opera specialmente di Marco Manlio. In seguito, essendo i Romani costretti dalla fame ad accettare di consegnare mille libbre d’oro e di comprare a questo prezzo la fine dell’assedio, Furio Camillo, nominato dittatore in sua assenza, proprio mentre si svolgeva il colloquio in cui si trattava delle condizioni di pace sopraggiunse con un esercito, e dopo sei mesi cacciò i Galli dalla città e ne fece strage. Si disse che conveniva emigrare a Veio essendo Roma incendiata e distrutta, ma questo progetto fu abbandonato per l’opposizione di Camillo. Contribuì a distogliere il popolo l’augurio costituito da una frase pronunciata da un centurione, il quale, giunto nel foro, aveva detto ai suoi soldati: «Fermatevi, o soldati; qui rimarremo felicemente». Fu costruito un tempio a Giove Capitolino, perché prima della presa della città si era udita una voce soprannaturale dire che i Galli si avvicinavano.
T 19 Ritratto di Annibale Ab urbe condita XXI, 4
1-4. I primi quattro quesiti mirano a verificare il livello di comprensione del testo. Annibale è figlio di Amilcare (morto nel 229-228) e cognato di Asdrubale (morto nel 221), e appartiene dunque alla potente famiglia dei Barca (quesito 1). La somiglianza con il padre gli assicura il rapido appoggio dell’esercito (primo statim adventu): ma saranno le sue eccezionali doti fisiche e morali a garantirgli altrettanto celermente (brevi) l’affetto e il favore dei soldati (quesito 2). Il catalogo delle qualità (parr. 5-8) e dei vizi (par. 9) di Annibale è ordinatamente suddiviso in due sequenze simmetriche. L’autore sottolinea (par. 10) la singolare commistione di vizi e di virtù che caratterizza il comandante cartaginese (quesiti 3-4). 142 © Casa Editrice G. Principato
T19 Ritratto di Annibale
5-7. Il periodo liviano in genere scorre ampio e maestoso, ben diversamente da quello mosso, conciso, brusco e inquieto, di Sallustio. Nondimeno, non mancano passi, come questo, in cui Livio sembra voler gareggiare con il suo illustre modello, attratto verosimilmente dall’analogia fra i personaggi di Catilina e di Annibale, entrambi colti nel loro contraddittorio impasto di vitia e virtutes. Di qui il ricorso a uno stile nominale, in cui la scelta del nome, unita a quella dell’aggettivo e dei verbi in modi non finiti, prevale sulla scelta del verbo di modo finito; si osservi inoltre la costruzione sintattica per coordinazione e giustapposizione (paratassi), spesso arricchita da procedimenti di enumerazione. Da rilevare ancora l’uso degli infiniti storici (credere... intueri, par. 2; malle... confidere... audere, par. 4), così come la velocitas dell’enumeratio degli ingentia vitia di Annibale, scandita da una serie di pronomi e aggettivi indefiniti negativi (nihil... nihil... nullus... nullum... nulla). Il confronto con Machiavelli andrà impostato partendo dal diverso significato che assumono nei due autori i termini virtutes e virtù, e tenendo presenti le grandi pagine machiavelliane sul confronto fra religione pagana e cristiana sviluppato nei Discorsi (I, 11-12). Si ponga attenzione, in particolare, al diverso valore che assume l’espressione liviana inhumana crudelitas (par. 9) nella letterale traduzione del Machiavelli.
143 © Casa Editrice G. Principato
3 Dalla prima età imperiale ai regni romano-barbarici
4
Seneca
T 8 Taedium vitae e commutatio loci De tranquillitate animi 2, 13-15
1. Il mezzo cui più di frequente ricorrono gli uomini illudendosi di sfuggire al tedio è la commutatio loci: intraprendono un viaggio dopo l’altro, per ogni dove (peregrinationes... vagae, par. 13; Alud ex alio iter, par. 14), sospinti da un’infesta levitas, ora dirigendosi verso raffinate località mondane, ora verso zone selvagge e desolate, per ritornare insoddisfatti a Roma e ricercare – altrettanto vanamente – nuovi stimoli assistendo ai cruenti spettacoli del circo (su questo argomento cfr. Ep. ad Luc. 7, 2-5 [ T11]). Per analogia, in un’epistola a Lucilio (2 [ T10 ONLINE]) Seneca depreca la volubile, dispersiva mutazione delle letture e degli autori, assimilata a una sorta di commutatio loci dettata dalla stessa inquietudine, causa e sintomo di instabilità interiore. 2. Dei rinomati luoghi di villeggiatura in Campania, prediletti dai Romani delle classi agiate che vi avevano edificato anche molte e lussuose ville, avevano già fatto sovente menzione altri scrittori latini, in particolare Properzio, tormentato dalla gelosia nel raffigurarsi Cinzia lontana e dimentica del loro amore tra gli ozi di Baia (Elegiae I, 11-12 [ vol. II, T8-T9, cap. 4]); da ricordare anche Sallustio, il quale, sebbene non nomini alcuna località specifica, certamente allude anche alle coste campane là dove denuncia lo sfarzo delle immense ville costruite sul mare dai doviziosi Romani suoi contemporanei (De coniuratione Catilinae 20, 11 [ vol. I, T7, cap. 14]; cfr. anche 12, 3 [ vol. I, T3 ONLINE, cap. 14]). Delle delizie di Taranto, lodando fra l’altro la dolcezza del suo mitissimo clima, tesse l’elogio Orazio (Carmina II, 6, 9-24 [ vol. II, T16, cap. 3]). 3. «In questo modo ciascuno sempre fugge se stesso»; rilevanti le analogie, non solo tematiche, fra il passo lucreziano (De rerum natura III, 1042-1075 [ vol. I, T9, cap. 11]), da cui Seneca trae la citazione (peraltro aggiungendovi semper, assente nell’originale), e il brano dal De tranquillitate animi. Si rileggano i vv. 1053-1067, immediatamente precedenti all’epifonema citato da Seneca, dove Lucrezio offre un’impressionante rappresentazione della morbosa inquietudine che sospinge gli uomini a «sempre cercare/ di mutare luogo nell’illusione di trovare sollievo» (et quaerere semper/ commutare locum quasi onus deponere possit; 1058-1059), per ricadere di colpo in una grave, sonnolenta inerzia o ritornare «in gran fretta... a vedere la città che ha lasciato» (1066-1067), ossia al punto di partenza del circolo vizioso; sulla stessa immagine si chiude nel passo senecano il par. 13 («Iam flectamus cursum ad urbem»). Seneca commenta l’emistichio lucreziano rielaborando in un ironico gioco di antitesi a catena, culminanti nell’op144 © Casa Editrice G. Principato
T9 L’uso del tempo
posizione fra effugio e sequor (fugit/non effugit/ Sequitur... et urget, gravissimus comes), concetti e persino singole espressioni usate dallo stesso Lucrezio (Hoc se quisque modo fugit, at quem scilicet, ut fit,/ effugere haud potis est, ingratis haeret et odit; 1068-1069). 4. I congiuntivi esortativi si susseguono fitti nel par. 13, ad esprimere vivacemente in forma di discorso diretto i conati di fuga degli uomini in preda al tedio: petamus; videantur; persequamur; petatur; flectamus (cursum). 5. Si tratta della sequenza iniziale del par. 15: Itaque scire debemus non locorum vitium esse quo laboramus, sed nostrum. Ma certo il pensiero è chiaramente sotteso al discorso nel suo complesso, e si rende esplicito già nella conclusione sentenziosa del par. 14. 6. Nel passo di Seneca si tratta di una domanda (o meglio un’angosciata esclamazione in forma di domanda) posta da alcuni uomini, i quali hanno spinto all’estremo i comportamenti insensati che l’autore denuncia e depreca, giungendo a concepire un’insofferenza morbosa nei confronti del mondo intero e della vita stessa, tale da trascinarli al suicidio. Come si è accennato, nell’ampia prosopopea che occupa i vv. 931-949 e 955-962 del III libro di Lucrezio è invece la Natura stessa, «intesa come legge generale e inesorabile degli esseri» (Dionigi), a ricordare all’uomo in forma affermativa la necessità di accettare serenamente la morte in quanto conclusione naturale, e pertanto inevitabile (le leggi di natura non mutano: eadem sunt omnia semper) dell’esistenza individuale. I rimedi proposti da Seneca contro l’infermità del taedium vitae consistono in una scelta di vita appartata, dedita alla ricerca della saggezza (e dunque della tranquillità dell’animo) secondo gli insegnamenti della filosofia.
T 9 L’uso del tempo Epistulae ad Lucilium 1
1. Cotidie mori: la sentenza-cardine dell’epistola è formulata mediante la tecnica tipicamente senecana dell’accostamento paradossale, quasi un ossimoro: sembra contraddire infatti il senso comune, secondo il quale «ogni giorno» si vive, e si muore una volta sola; analogamente si veda, nel prosieguo del par. 2, la sequenza esplicativa In hoc enim fallimur... quidquid aetatis retro est mors tenet, che ribadisce il concetto con una nuova sententia paradossale (= la morte non ci sta davanti, ma è dietro di noi). La verità di cui Seneca intende far partecipe il destinatario-discepolo riceve così particolare risalto e forza di persuasione: il tempo, per quanto «effimero e labile», è l’unico bene che ci appartiene e di cui possiamo disporre in piena libertà; è stolto pertanto sprecarlo e lasciarcelo sfuggire o sottrarre senza rendercene conto (Dum differtur, vita transcurrit, par. 3). Riappropriarci del tempo (cioè della nostra vita, di noi stessi) significa prima di tutto acquisire la consapevolezza della sua essenza e del suo valore, imparando a farne buon uso in ogni momento nella dimensione dell’interiorità, senza disperderlo “all’esterno”. 2. Nell’introduzione e nelle specifiche note vengono segnalate, analizzate e commentate le due terne di verbi che nel par. 1, con raffinato procedimento retorico e con 145 © Casa Editrice G. Principato
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4. Seneca
sapienti variazioni lessicali, illustrano in coppie parallele le diverse modalità secondo le quali si verifica la costante perdita del nostro bene unico e supremo, il tempo: auferebatur/eripiuntur; subripiebatur/ subducuntur; excidebat/effluunt. Per approfondire l’analisi del senecano «linguaggio dell’interiorità», tramato di immagini ed espressioni – per lo più impiegate in senso metaforico – tratte dall’esperienza concreta e quotidiana, ma in particolare da specifici linguaggi tecnico-settoriali, tra i quali spicca, fin da questa prima epistola a Lucilio, la terminologia giuridica, si vedano la rubrica Le forme dell’espressione, p. 157, e il saggio di Alfonso Traina ( RISORSE 32). 3. Nei confronti del destinatario-discepolo (e dunque del lettore) Seneca si propone quale maestro di vita e di saggezza. Occorre tuttavia specificare che, come appare evidente nel par. 4, non si atteggia affatto a modello di raggiunta perfezione (forse irraggiungibile), ma si presenta con umiltà come colui che sta percorrendo quotidianamente, passo dopo passo, lo stesso cammino di ricerca, irto di difficoltà; soltanto, egli sente di essere un poco più avanti sulla via della libertà interiore, e di poter quindi dispensare in modo diretto e coinvolgente al discepolo preziose massime di verità, frutto della maggiore consapevolezza acquisita grazie all’esperienza e al continuo esercizio di una profonda meditazione morale. 4. Luxuria è un sostantivo astratto che (come il concreto luxus da cui deriva) nel latino classico ha il significato di «eccesso», «esuberanza» (in primo luogo «di vegetazione»); nella sfera morale e del costume, si riferisce a un tenore di vita lussuosa, dispendiosa, sfarzosa, anche molle e voluttuosa. I termini che designano i valori di segno opposto nell’ambito degli atteggiamenti e dei comportamenti sono temperantia, frugalitas, parsimonia (quest’ultimo usato da Seneca nel par. 5). Nel testo che stiamo leggendo si trova l’aggettivo luxuriosus associato, in chiave pressoché ossimorica, a diligens («accurato», «attento [nell’amministrare, nel fare i conti]»). Innumerevoli presso gli scrittori latini gli esempi della tradizionale contrapposizione fra luxuria e frugalitas, che trascrive in caratteri moralistici e nostalgici il divario fra il passato e il presente di Roma [ Percorsi 1, «Il tempo delle origini»]. Si pensi innanzitutto all’archeologia della prima monografia sallustiana (De coniuratione Catilinae 6-13 [ vol. I, T3 ONLINE, cap. 14]): da una parte la vita semplice e frugale degli antenati (ovviamente idealizzata), garanzia un tempo di virtù pubbliche e private, causa prima della concordia sociale, della stabilità politica, della supremazia militare della res publica; dall’altra la cupidigia di ricchezze, lo sfarzo eccessivo, la brama di piaceri voluttuosi e raffinati dei Romani contemporanei, fonte di corruzione dei costumi e di disordini politico-sociali. E si legga almeno il celebre proemio di Tito Livio alla sua immensa opera (Ab urbe condita, praefatio [ vol. II, T1, cap. 6]), in particolare i parr. 11-12: nec in quam civitatem tam serae avaritia luxuriaque immigraverint, nec ubi tantus ac tam diu paupertati ac parsimoniae honos fuerit; adeo quanto rerum minus, tanto minus cupiditatis erat. Nuper divitiae avaritiam et abundantes voluptates desiderium per luxum atque libidinem pereundi perdendique omnia invexere («né vi fu città in cui così tardi siano penetrati l’avidità e il lusso, né dove così grande e durevole onore sia stato reso alla povertà e alla semplicità di vita: come è vero che quanto minori erano le ricchezze, tanto minore era la cupidigia. Recentemente invece le ricchezze hanno trascinato con sé l’avidità, e i soverchi piaceri hanno condotto alla bramosia di rovinarsi e di rovinare ogni cosa tra il lusso e le libidini»). 146 © Casa Editrice G. Principato
T11 Il potere corruttore della folla
In Lucrezio il motivo della condanna del lusso procede di per sé dall’adesione alla dottrina epicurea – che prescrive, com’è noto, di attenersi ai piaceri naturali e necessari – non senza evidenti allusioni polemiche, tuttavia, alle usanze dell’alta società romana del suo tempo: si veda in particolare De rerum natura II, 1-61 [ vol. I, T6, cap. 11]; e inoltre V, 925-1010 [ vol. I, T13, cap. 11], passo che peraltro ha fatto molto discutere per la problematica ambiguità della contrapposizione lucreziana fra vita degli uomini primitivi e vita dei contemporanei civilizzati. Si ritrova il motivo, variamente declinato, presso i poeti elegiaci, specialmente in Tibullo (Elegiae I, 1 [ vol. II, T1, cap. 4]; I, 3 [ vol. II, T2, cap. 4]; I, 10 [ vol. II, T4 ONLINE, cap. 4]), che intreccia l’elogio della paupertas a motivi lirico-soggettivi e autobiografici, nonché al mito dell’aetas aurea; ma affiora anche in Properzio, soprattutto nelle suggestive evocazioni del Latium vetus nel IV libro. Di diverso parere il malizioso e spregiudicato Ovidio, che nell’Ars amatoria dichiara: Prisca iuvent alios, ego me nunc denique natum/ gratulor: haec aetas moribus apta meis («Piacciano ad altri le cose del passato: d’essere nato al giorno d’oggi/ io mi rallegro. Al mio stile di vita questa è l’epoca adatta» (III, 121-122 [ vol. II, T10, cap. 5]), poiché, aggiunge, la rusticitas degli avi si è finalmente perduta ed ora cultus adest («c’è raffinatezza», vv. 127-128). Altri spunti sono agevolmente reperibili, per fare ancora soltanto qualche esempio, in Catone il Vecchio e in Varrone Reatino [ vol. I, T2 ONLINE, cap. 16]; lo stesso Cicerone non manca naturalmente di avvalersi dell’argomento, un vero e proprio tópos, in diversi luoghi delle sue opere.
T 11 Il potere corruttore della folla Epistulae ad Lucilium 7, 1-5
1-2. Per esprimere efficacemente il suo pensiero, Seneca ricorre, entrando subito in medias res, alla figura etimologica Turbam/ turbatur; a sua volta quest’ultimo termine è sottolineato dalla collocazione in antitesi con il contiguo composui, verbo di significato opposto (par. 1); contrasto che prende ulteriore risalto dall’analoga coppia che segue immediatamente fugavi/ redit (nel fitto gioco contrastivo entra anche la coppia extuli/ refero). Da rilevare l’uso della prima persona nelle espressioni verbali di valore positivo (composui... fugavi), e della terza persona in quelle che denotano influssi negativi (turbatur... redit), a segnalarne la provenienza dall’esterno; nel caso di turbatur la forma passiva rende ancor più perspicua l’idea di qualcosa che il soggetto è forzato suo malgrado a subire. Appare dunque evidente, già da queste prime osservazioni sugli aspetti lessicali e compositivi del testo, che il saggio deve evitare il contatto con la folla e la frequentazione di «molti» perché non è comunque in grado di conservarsi del tutto immune dall’inevitabile, incontrollabile contagio dei vizi altrui, che almeno in parte riescono a compromettere le graduali acquisizioni effettuate sul piano morale dall’individuo concentrato in solitario raccoglimento interiore (ovvero insieme a pochi, scelti sodali). 3. Anche in questa epistola si riscontra l’elemento più caratteristico della prosa di Seneca, la sententia. Le espressioni di tonalità sentenziosa si addensano in particolare nel par. 2: Inimica est multorum conversatio; quo maior est populus cui miscemur, hoc periculi plus est; per voluptatem facilius vitia subrepunt. 147 © Casa Editrice G. Principato
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4. Seneca
4. Avarior redeo, ambitiosior, luxuriosior, immo vero crudelior et inhumanior, quia inter homines fui (par. 3) è la frase in cui ricorrono tutte le figure indicate: omoteleuto (-ior) che lega fra loro la serie in climax ascendente dei cinque aggettivi in grado comparativo di maggioranza; correctio (immo vero); figura etimologica (inhumanior/ homines), accostamento paradossale caratteristico della strategia espressiva senecana. Ancora figura etimologica nel par. 1 (extuli/ refero), climax in anafora e omoteleuto nel par. 2 (aut commendat aut inprimit aut nescientibus adlinit). 5-6. Seneca esprime sui cruenti spettacoli del circo, e a maggior ragione sulle forme più violente e crudeli dei munera gladiatoria, un fermo e durissimo giudizio di riprovazione improntato a criteri di moralità e di umanità. Dalle sue parole di condanna traspaiono lo sdegno e insieme la ripugnanza e l’orrore, che culminano nell’aspro rimprovero finale (da cui non è assente, peraltro, una nota di commiserazione) rivolto all’immaginario interlocutore, sapientemente elaborato con la consueta tecnica concettosa e paradossale: Quia occidit, ille meruit... tu quid meruisti miser ut hoc spectes? Il fatto di assistere a uno spettacolo del genere viene dunque assimilato alla pena da scontare per un grave delitto. Assai diverso, si potrebbe dire agli antipodi rispetto a Seneca, l’atteggiamento di Marziale: nell’epigramma 7 dal Liber de spectaculis [ T6, cap. 8] ben si coglie il carattere ludico e scenografico della sua poesia, che mira a sorprendere ed abbagliare il lettore con imprevedibili accostamenti e ingegnosi rovesciamenti, come accade qui nella pointe finale (una finzione scenica che si tramuta in un supplizio vero). Appare pertanto evidente che i criteri e i valori seguiti da Marziale nella rappresentazione dell’avvenimento – in sé orrendo e disumano – sono di natura esclusivamente letteraria.
T 13 Cotidie morimur ONLINE
Epistulae ad Lucilium 24, 17-21
1-2. Attraverso l’esercizio della meditatio mortis noi possiamo, sostiene l’autore, «togliere la maschera» alla morte e, contemplando il suo vero volto, cessare di temerla; il timore della morte nasce infatti da un equivoco, cioè dall’errata quanto comune convinzione che la morte ci attenda al termine di un processo, che cioè sia un evento isolato e distinto dalla nostra vita, mentre invece è un’esperienza che facciamo ogni giorno, come Seneca afferma nel par. 20, che si apre con la sententia-cardine dell’epistola (Cotidie morimur). 3-4. La dottrina di Epicuro viene chiamata in causa nel par. 18 per una sorta di recusatio. Seneca dichiara infatti che per fugare il terrore della morte non sarà «così sciocco» (tam ineptus) da ricorrere alla tradizionale argomentazione degli Epicurei – che consiste nel dimostrare, alla luce della conoscenza razionale, l’inesistenza degli orrori, dei mostri, dei supplizi infernali – definita sprezzantemente una «tiritera» (cantilenam), cioè una risibile filastrocca infantile. Nessuno, infatti, è «così fanciullo» (tam puer) da prestar fede a spauracchi mitologici quali il supplizio di Issione, sovrano tessalo dei Lapiti che per aver tentato di usare violenza a Hera, sposa di 148 © Casa Editrice G. Principato
T13 Cotidie morimur
Zeus, fu legato negli Inferi a una ruota infuocata che gira incessantemente; oppure il castigo imposto a Sisifo, quello di sospingere continuamente lungo un pendìo un masso enorme, che giunto alla sommità ricadeva di nuovo indietro; o ancora la mostruosa figura tricipite del cane Cerbero, incatenato, feroce guardiano, sulla soglia del Tartaro. 5. Seneca invita il discepolo a convincersi di poter scoprire in se stesso, nella propria interiorità, attraverso la meditazione e in una sorta di processo di autoformazione, le verità che il maestro gli addita, gli suggerisce accompagnandolo passo dopo passo nel cammino della saggezza; anzi, gli dimostra che le ha già intuite, che già le possiede anche se sembra non rendersene conto, citando un verso scritto da Lucilio stesso (par. 19). Si legga a questo proposito l’esordio dell’epistola 41: Facis rem optimam et tibi salutarem si, ut scribis, perseveras ire ad bonam mentem, quam stultum est optare cum possis a te inpetrare («Fai una cosa ottima e per te vantaggiosa se, come scrivi, perseveri nel volgerti a quella saggezza, che sarebbe da stolti invocare, dal momento che potresti ottenerla da te stesso» [ T14]). Si conferma qui la particolare strategia persuasiva di Seneca, così come la relazione che intrattiene con il lettore-discepolo: si vedano le indicazioni fornite per l’analisi di T9 (quesito 3) e il paragrafo «Le forme del filosofare» nel capitolo 4.4 del Profilo storico. 6. Nella prosa filosofica di Seneca prevalgono i toni intimi e colloquiali: il discorso non si articola secondo rigide strutture logico-argomentative, né si avvale del linguaggio tecnico della dimostrazione filosofica, ma si affida piuttosto alla forza analogica di similitudini e metafore tratte dall’esperienza quotidiana, che persuadono con la loro limpida evidenza di immagini familiari, come accade nell’ampia e minuziosa similitudine della clessidra ad acqua (par. 20). I rapporti fra i due termini di paragone non potrebbero essere più chiari: all’ultima goccia che scende dalla clessidra corrisponde l’ultima ora della nostra vita; e come si afferra immediatamente che non quell’ultima goccia ha svuotato la clessidra, «ma tutta l’acqua defluita prima», così ci si deve persuadere del fatto che la morte non coincide con la nostra ultima ora, ma con essa giunge a compimento (ossia, con uno dei tanti, almeno apparenti, paradossi senecani, è già presente in tutta la nostra vita). 7. Fra le due epistole, che del resto trattano entrambe un nodo tematico centrale in Seneca (il tempo e la morte; la meditatio mortis), vi sono evidenti e profondi legami, segnalati dal ricorso delle medesime espressioni: cotidie mori (1, 2 [ T9]); Cotidie morimur (24, 20 [ T13]). Nell’epistola prima, peraltro, il tema dominante e l’obiettivo principale del discorso persuasivo è il buon uso del tempo; l’epistola ventiquattresima mira piuttosto alla confutazione delle opinioni erronee che suscitano nell’uomo il timore più grave, quello della morte.
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4. Seneca
T 14 Dio è in noi
Epistulae ad Lucilium 41, 1-5
1-2. I passi, da individuare e sottolineare, in cui viene tratteggiata la perfetta figura morale del bonus vir, ossia del sapiens secondo la concezione stoica, sono i seguenti: potest... supra fortunam... exsurgere (par. 2); hominem... interritum periculis, intactum cupiditatibus, inter adversa felicem, in mediis tempestatibus placidum, ex superiore loco homines videntem, ex aequo deos (par. 4); animum excellentem, moderatum, omnia tamquam minora transeuntem, quidquid timemus optamusque ridentem (par. 5). Seneca ribadisce insistentemente, variandone a più riprese come di consueto l’espressione, il concetto fondamentale: Non potest res tanta sine adminiculo numinis stare (par. 5); è lo spirito divino (sacer... spiritus) dentro di noi che «osserva e controlla le nostre azioni» e «ci ispira decisioni nobili e virili» (par. 2). Si osservi fra l’altro come alcune immagini possano richiamare – s’intende, entro una ben diversa impalcatura dottrinale – celebri luoghi lucreziani: in particolare, ex superiore loco homines videntem (par. 4) riaccende la memoria dei versi iniziali del proemio al libro II De rerum natura [ vol. I, T6, cap. 11], dove si dice: «nulla è più dolce che abitare gli elevati templi sereni saldamente fortificati dalla dottrina dei sapienti, donde tu possa abbassare lo sguardo sugli altri»; così come la successiva espressione senecana ex aequo deos sembra in certo modo riecheggiare la chiusa trionfale del primo elogio di Epicuro (nos exaequat victoria caelo; I, 79 [ vol. I, T2, cap. 11]). 3-4. I parr. 3-4 sono strettamente connessi e vanno letti in continuità, dato che nella sostanza costituiscono i due termini di una comparazione: come di fronte a certi spettacoli naturali insoliti e grandiosi, avvolti in un’aura di mistero, l’animo è pervaso da un senso di sacro stupore (admiratio) e di venerazione (veneramur), così non può mancare di provare gli stessi sentimenti (non subibit te veneratio eius?) vedendo un uomo interritum periculis... ex aequo deos. Le fascinose descrizioni di natura del par. 3 sono degli exempla, mediante i quali Seneca conduce il lettore alla ferma persuasione della verità enunciata subito dopo (Vis isto divina descendit, con quel che segue; par. 5), e che del resto riprende, con la consueta tecnica avvolgente, i concetti espressi nei primi due paragrafi dell’epistola. I termini mediante i quali l’autore esprime la rivelazione e la percezione del sacro sono numerosi e variati, soprattutto nel par. 3: admiratio... fidem tibi numinis faciet... quadam religionis suspicione... veneramur; inoltre, alla sfera del culto religioso, che si istituisce appunto in seguito a quelle primigenie emozioni, appartengono aras habet... coluntur... sacravit. Nel par. 4, oltre a veneratio, (ripresa in figura etimologica di veneramur), troviamo (res) maior... altiorque in antitesi con il diminutivo spregiativo corpuscolo. 5-6. Il senecano «linguaggio dell’interiorità» (Traina [ RISORSE 32]) fornisce una tra le sue prove più alte ed esemplari proprio in questa epistola, che sviluppa una ben nota concezione teologica del pensiero stoico: lo spirito divino vive dentro di noi, nella dimensione della nostra interiorità. Da citare senz’altro, fra i momenti più intensi e suggestivi del percorso di “avvicinamento” al cuore del discorso, la sequenza prope est a te deus, tecum est, intus est; ritmata dall’epifora e modulata in gradatio ascendente, descrive un movimento concentrico in tre fasi: vicinanza, concomitanza, interiorità (Traina). Appunto in questo passaggio si riscontrano le più vistose analogie concet150 © Casa Editrice G. Principato
T14 Dio è in noi
tuali e strutturali con il brano proposto dell’epistola 73, che analogamente scandisce in tre tempi, cadenzati dall’iterazione e dall’epifora, il medesimo movimento: Deus ad homines venit, immo quod est propius, in homines venit («È dio che scende fra gli uomini, anzi è in intima relazione con loro, è in loro»; trad. di G. Monti). 7. Nel passaggio dalla libera repubblica al principato, cioè a una struttura statale governata da un monarca assoluto e talora dispotico, così come muta il significato del termine libertas, che lo stesso Seneca, in particolare dopo il secessus e nelle Epistulae ad Lucilium, trasferisce definitivamente dal piano politico a quello etico, dalla sfera della vita pubblica (libertà politica del cittadino) a quello della vita privata, nella dimensione dello spirito (libertà interiore del saggio [ T12]), di necessità muta profondamente anche il significato dell’espressione bonus vir. Secondo Cicerone, intento a tracciare nelle sue opere un ideale modello di saggezza attiva, vir bonus è il cittadino probo e benpensante, formatosi secondo i valori etico-civili della più autentica tradizione romana repubblicana, arricchiti e ingentiliti dagli insegnamenti della filosofia ellenica; tendenzialmente conservatore, amante dell’ordine e fautore della pace sociale, partecipa attivamente ai negotia politici, e considera suo primo e inderogabile dovere servire e difendere la res publica (tra i moltissimi esempi ricavabili dalle opere ciceroniane, cfr. almeno l’orazione Pro Sestio del 56 a.C. [ vol. I, T12, cap. 12]; De re publica I, 7-9; Somnium Scipionis 5-8 [ vol. I, T20-T22, cap. 12]). Come scrive Alfonso Traina, «Lucrezio considera l’uomo nei suoi rapporti col cosmo, Cicerone nei suoi rapporti con la società: da una parte la rerum natura, dall’altra la res publica»; toccò dunque a Seneca trattare dell’uomo nei suoi rapporti con se stesso, foggiando «il linguaggio latino dell’interiorità» [ RISORSE 32]. Per approfondire il tema seguendo il percorso senecano nelle sue varie fasi, cfr. i capp. 4.2 e 4.3 del Profilo storico. RISORSE 32
Il linguaggio dell’interiorità in Seneca Come leggiamo in queste pagine tratte da un magistrale saggio di Alfonso Traina, si deve a Seneca la fondazione del «linguaggio dell’interiorità» nel mondo latino. Si tenga presente tuttavia che, secondo quanto afferma lo stesso Traina, «lo stile senecano riflette [...] un doppio e opposto movimento: dall’esterno all’interno, verso la solitaria libertà dell’io; ma anche dall’interno verso l’esterno, verso la liberazione dell’umanità: linguaggio dell’interiorità il primo, linguaggio della predicazione il secondo».
Toccò a Seneca, uomo di corte e uomo politico – e non fu questo tra i minori paradossi della sua esistenza – il compito di bandire a Roma il messaggio dell’interiorità: me prius scrutor, deinde hunc mundum (ep. 65, 15). È il programma di tutta la sua filosofia. E doveva bandirlo a un popolo a cui forse mancava, com’è stato detto con troppa assolutezza (Bastide, 39), il senso dell’interiorità riflessiva, ma a cui certo era mancata la grande esperienza di Socrate («non guardo a queste cose ma a me stesso», Plat. Phaedr. 230 A). Lucrezio considera l’uomo nei suoi rapporti col cosmo, Cicerone nei suoi rapporti con la società: da una parte la rerum natura, dall’altra la res publica. E quando l’anima si raccoglie in sé, è per guardare platonicamente al di sopra di sé, all’immobile mondo degli archetipi. Ricordiamo la chiusa del Somnium Scipionis: l’animo umano tanto prima tornerà alla sua patria celeste, si iam tum, cum 151 © Casa Editrice G. Principato
INDICAZIONI E RISORSE • Aurea dicta edizione gialla 3
4. Seneca
erit inclusus in corpore, eminebit foras, et ea, quae extra erunt, contemplans quam maxime se a corpore abstrahet (rep. 6, 29). Forse Quinto Sestio, alla cui scuola pitagoreggiante Seneca imparò a interrogare animum suum (ir. 3, 36, 1), a far l’esame di coscienza, aveva trattato dell’uomo nei suoi rapporti con se stesso: ma la sua opera, perduta, era in greco. Toccò dunque a Seneca foggiare il linguaggio latino dell’interiorità. E lo foggiò ricorrendo soprattutto a due metafore: l’interiorità come possesso e l’interiorità come rifugio. La prima era già greca, naturalmente: Epicuro aveva usato l’espressione «appartenere a se stesso». Seneca la svolgerà attingendo a una delle più ricche riserve lessicali del latino, la lingua giuridica: Ita fac, mi Lucili, vindica te tibi. Sono le prime parole dell’ultima opera senecana, le Epistulae morales (1, 1). Vindicare significa «rivendicare legal mente il possesso di qualche cosa, togliendola al proprietario illegittimo», e implica quindi il concetto della liberazione. Il passaggio del verbo dalla sfera giuridica a quella morale è già in Cicerone, per esempio nelle parole dell’epicureo Torquato sull’azione liberatrice della sapientia: sapientiam... esse solam, quae nos a libidinum impetu et a formidinum terrore vindicet (fin. 1, 46). E il giovane Virgilio, preparandosi a varcare la soglia del giardino epicureo di Sirone, esclama con l’illuso entusiasmo dei neofiti: vitamque ab omni vindicabimus cura (catal. 5, 10). Seneca si appropria della metafora dandole una solennità oracolare – ita fac – e chiudendola nella specularità dei due pronomi, che fanno del soggetto anche l’oggetto e il fine dell’azione: secondo un modulo senecano su cui dovremo tornare. La conseguenza del se sibi vindicare è lo stabile autopossesso, suum esse; lo dice Seneca nel De brevitate vitae (2, 4): nemo se sibi vindicat, alius in alium consumitur... Ille illius cultor est, hic illius: suus nemo est, «nessuno si appartiene». Anche suum esse è di origine giuridica ed equivale a sui iuris esse (cfr. ibid. 5, 3); lo troviamo attestato sin da Plauto e Terenzio, ma il latino l’ha deviato ad altri usi metaforici, a indicare il pieno possesso delle facoltà mentali o, specie in Cicerone, l’indipendenza e l’originalità del pensiero. Sarà Seneca a trasferire l’opposizione giuridica suum esse / alienum esse al campo morale, forse per primo, certo con una insistenza quasi ossessiva, che ricorda l’opposizione di «le cose che dipendono da noi», e «le cose che non dipendono da noi», in Epitteto. L’interiorità come autopossesso domina il pensiero dell’ultimo Seneca: inaestimabile bonum est suum fieri (ep. 75, 18); aliquando fias tuus (ep. 20, 1); non erit (tempus nostrum), nisi prius nos nostri esse coeperimus (ep. 71, 36); ubicumque sum, ibi meus sum: rebus enim me non trado, sed commodo (ep. 62, 1), «alle cose non mi consegno, ma mi presto». Quale esperienza, prima che morale, politica vi sia sottesa, traspare da un altro passo delle Epistulae (14, 3 s.). Tre sono i mali che ci fanno paura, la miseria, le malattie, la persecuzione dei potenti, e questo è il più temibile di tutti: ex his omnibus nihil nos magis concutit quam quod ex aliena potentia impendet, «ciò che ci minaccia il dispotismo altrui». Aliena potentia: quella di Caligola che voleva mandarlo a morte, quella di Claudio che lo aveva mandato in esilio, quella di Nerone che lo avrebbe mandato a morte. Questo non è moralismo astratto: vi si riflette, con una coloritura esistenziale che potrebbe spiegarne l’asistematicità, quel senso precario della vita che fu di Seneca e della sua classe sotto l’impero. In questa rapina rerum omnium (Marc. 10, 4), che ingigantisce su scala cosmica l’instabilità della condizione politica, resta come unico punto fermo, come unico bene inalienabile il possesso della propria anima. [Alfonso Traina, Lo stile «drammatico» del filosofo Seneca, Pàtron, Bologna 1987, pp. 11-13]
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T16 Membra sumus corporis magni
T 16 Membra sumus corporis magni Epistulae ad Lucilium 95, 51-53
1-2. L’altera quaestio che Seneca passa ora ad affrontare nel brano qui riportato dell’epistola 95 è formulata nell’esordio del par. 51: quomodo hominibus sit utendum («come ci si deve comportare con gli uomini»). Nei parr. precedenti aveva infatti trattato una prima questione: quomodo sint dii colendi («in che modo dobbiamo venerare gli dèi»; cfr. Introduzione). Il discorso si articola in tre momenti: dapprima (par. 51) l’autore ricusa, mediante una vivace sequenza di domande e risposte, di fornire una precettistica minuziosa atta ad indicare, caso per caso, omnia quae prestanda ac vitanda sunt, optando piuttosto per la formulazione sintetica di un principio generalmente valido (breviter hanc illi formulam humani offici tradere), che viene enunciato subito dopo, ossia la fratellanza e il reciproco amore infuso dalla Natura stessa negli uomini, «membra di un grande corpo» (membra sumus corporis magni. Natura nos cognatos edidit... haec nobis amorem indidit mutuum et sociabiles fecit; par. 52); sul fondamento dell’universale legge di natura, e nella consapevolezza di far parte di «un’unica realtà», si perviene alla conclusione (par. 53), che ribadisce il concetto (in commune nati sumus) mediante una delle potenti similitudini tipicamente senecane (Societas nostra lapidum fornicationi simillima est). Come si vede, anche qui Seneca rifugge dalla formulazione di princìpi o precetti astratti, ma affida in ogni momento il potere persuasivo del discorso filosofico all’evidenza di immagini e situazioni concrete. 3. Il verso di Terenzio (ille versus, a indicarne la fama), come si ricorderà, è la risposta con la quale Cremete spiega al suo interlocutore Menedemo (quasi incredulo) l’interesse che nutre per sventure e sofferenze non sue. Questo celebre verso di Terenzio (ille versus) rivela un nuovo modo di concepire la dignità umana, che prende forma proprio nell’ambiente scipionico, e che si può considerare il fondamento della humanitas ciceroniana e di ogni umanesimo a venire. Agostino (Ep. 155, 14) non potrà che riconoscere la resplendentia veritatis della sentenza terenziana. 4. Come si legge nell’introduzione, «soccorrere gli uomini è un dovere sociale cui nessuno può sottrarsi»; di qui l’energia perentoria delle esortazioni finali del par. 53, espresse nel modo congiuntivo (sit; habeamus). 5. Del brano citato dall’epistola 92 diamo la traduzione di G. Monti: «Questo tutto che ci circonda costituisce un’unità ed è dio: e noi ne facciamo parte, siamo sue membra». Evidente la corrispondenza sul piano concettuale e dottrinale con l’analogo passo dell’epistola 95: Omne hoc quod vides, quo divina atque humana conclusa sunt, unum est; membra sumus corporis magni. Tali affermazioni si fondano sulla visione del mondo elaborata nell’ambito del pensiero stoico, secondo la quale alla realtà universale, concepita come un tutto unitario, è immanente una divinità, il logos razionale e provvidenziale o anima mundi. Altrettanto evidente il connesso ricorso di singole espressioni identiche o affini, come risulta dalla tabella qui sotto tracciata:
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INDICAZIONI E RISORSE • Aurea dicta edizione gialla 3
11. Seneca
Epistulae ad Lucilium 92, 30
Epistulae ad Lucilium 95, 52 [T16]
Totum hoc
Omne hoc
quo continemur
quo... atque humana conclusa sunt
deus est
Divina
unum est
unum est
et socii sumus eius et membra
Membra sumus corporis magni
6. «Come infatti il corpo è uno e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo. E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito. Ora il corpo non risulta di un membro solo, ma di molte membra». Così Paolo nella prima lettera ai Corinzi (12, 12). Le analogie con il testo senecano, enfatizzate certo dalla contemporaneità dei due scritti, derivano dalle comuni fonti delle filosofie ellenistiche, cui attingeva anche Paolo, che visse d’altronde a Roma negli ultimi anni della sua vita, e potrebbe avere conosciuto lo stesso Seneca. Il famoso epistolario tra Seneca e Paolo, liquidato in genere come un falso storico (ma studiosi come Marta Sordi lo hanno ritenuto autentico, almeno in parte) dimostra in ogni caso come il pensiero di Seneca non fosse estraneo a quello cristiano, per lo meno sul piano morale: Seneca saepe noster, come ebbe a scrivere Tertulliano (De anima 20, 1). Detto questo, le differenze risultano profonde sul piano dottrinale: il dio di Seneca è Logos, non Padre; la filosofia stoica è tutta indirizzata alla vita terrena, non a quella ulteriore; il concetto di provvidenzialità non implica quello di amore, che è il fondamento autentico del pensiero paolino. Le affermazioni del par. 52 (siamo membra di un grande corpo; la natura ci ha generato fratelli, ispirandoci un amore reciproco) presentano analogie più apparenti che sostanziali: la saggezza è comunque il risultato di una ricerca individuale, animata da una tensione tutta interiore ed essenzialmente solitaria; per il sapiens stoico il sommo e unico bene è rappresentato dalla virtù; la libertà dalle passioni è frutto di una visione razionale, non di una conversione operata dalla discesa di Dio nel mondo. E si pensi alla liceità del suicidio, grande tema stoico che il cristianesimo non può accettare, poiché solo Dio è padrone della vita dell’uomo. Si ricorderà che una diversa soluzione – rispetto al pensiero degli stoici – della cruciale questione del suicidio era stata offerta dalla filosofia platonica, come dimostra Cicerone nel cap. 7 del Somnium Scipionis [ vol. I, T21, cap. 12], dove riecheggia un celebre passo del Fedone (61d). Su questi e altri temi, si consiglia la lettura del volume Seneca e i cristiani, a cura di A. Martina e A. Martano, Vita e Pensiero 2001, pp. 451.
11 Tacito T 4 I confini della Germania Germania 1
1-3. Come viene dettagliamente spiegato nella prima nota al testo (Germania omnis), Tacito prende in considerazione esclusivamente la Germania Transrhenana, delimitata 154 © Casa Editrice G. Principato
T4 I confini della Germania
a ovest dal Reno, a sud dal Danubio, a est dai territori dei Sarmati e dei Daci; non l’assai più ristretta Germania romanizzata o Cisrhenana, né gli Agri Decumates. I corrispondenti stati dell’Europa moderna potranno essere identificati dagli studenti stessi mediante il confronto tra le carte politiche di un aggiornato atlante geografico-geopolitico e le tavole di un atlante storico che a quegli stessi territori si riferiscono; alcuni dati per lo svolgimento di questo utile esercizio possono essere comunque reperiti nelle note al testo (par. 1). 4. Espressioni di suggestiva indeterminatezza, mediante le quali l’autore mira ad evocare una “geografia del lontano”, si possono riconoscere soprattutto in montibus; Oceanus... latos sinus et insularum inmensa spatia complectens (par. 1); inaccesso ac praecipiti vertice... septentrionali Oceano miscetur (par. 2). Ma anche l’immaginosa descrizione delle foci del Danubio (donec... sex meatibus erumpat; septimum os paludibus hauritur, par. 2) contribuisce potentemente ad evocare uno scenario di remota, indefinita vastità. 5. Evidente la ricerca di numerose simmetrie nei costrutti, atte a far maggiormente risaltare l’insistito gioco di antitesi messo in atto nel disegnare il corso dei due fiumi (cfr. la nota al testo, donec... erumpat): ad esempio, molli si contrappone a inaccesso; clementer edito a praecipiti; iugo a vertice; gli ablativi di origine, specificati dalle denominazioni orografiche in caso genitivo (Raeticarum Alpium; montis Abnobae), che si riferiscono rispettivamente alla dolce, pacata sorgente del Danubio e all’aspra, impetuosa scaturigine del Reno, sono retti in entrambi i casi da participi congiunti collocati nella medesima posizione (ortus; effusus); analogamente, in chiusura di periodo miscetur si contrappone ad erumpat. Non meno avvertibile, tuttavia, la rete di raffinate variazioni intessuta su tale impianto strutturale di base: ad esempio, all’attivo ortus corrisponde il passivo effusus; per contro, all’indicativo mediale miscetur succede la rara costruzione di donec + congiuntivo (erumpat), per ritornare poi all’indicativo, ma con il passivo hauritur; nell’espressione molli et clementer edito... iugo, ridondante ed elaborata, spicca la variatio: infatti all’aggettivo (molli) segue un participio perfetto aggettivale (effusus) accompagnato da un avverbio (clementer). 6. Entrambi gli autori rinunciano a un discorso proemiale, d’obbligo in un testo propriamente storiografico secondo la classificazione degli antichi, ed entrano immediatamente in argomento, come si addice sia al genere del commentarius sia al trattato geo-etnografico. Entrambi prendono dunque le mosse dalla descrizione del territorio considerato; appare inoltre evidente l’intento tacitiano di rendere allusivamente omaggio nell’esordio all’illustre e dichiarato modello (Gallia est omnis; Germania omnis). Ma Cesare concentra subito lo sguardo all’interno della Gallia, e disegna i confini che separano le tre principali stirpi che lo abitano; mentre Tacito intende per il momento delimitare fisicamente nell’insieme il vastissimo territorio germanico, per volgersi a nominare e distinguere le diverse gentes soltanto nella seconda parte dell’opera. Il linguaggio di Cesare è sobrio, limpido ed essenziale, persino spoglio, esente da ornamenti retorici, mentre appare evidente la ricercata elaborazione stilistica tacitiana. Lungi dal soffermarsi su fascinose evocazioni paesistiche, immune da concessioni al color poeticus, Cesare mostra in questo esordio l’assoluta preminenza dell’interesse politico, non senza preparare fra l’altro la giustificazione delle proprie iniziative in 155 © Casa Editrice G. Principato
INDICAZIONI E RISORSE • Aurea dicta edizione gialla 3
11. Tacito
Gallia (uno degli scopi precipui, anche se dissimulato con straordinaria abilità, della stesura di quest’opera): infatti non manca di mettere subito in evidenza la bellicosità di certe popolazioni, in particolare degli Elvezi, contro i quali non a caso sarà condotta la prima campagna militare. Al di là del confronto, senz’altro illuminante, tra i due esordi, non bisogna tuttavia dimenticare che nella monografia di Tacito si ravvisano profonde implicazioni politiche a più livelli, a tal punto che la Germania si configura, per vari e notevoli aspetti, come un’opera polemica, di denuncia e persino di urgente attualità nel preciso momento storico in cui fu composta [ Profilo storico, cap. 11.3]; né, per contro, che nei Commentarii de bello Gallico di Cesare vengono ampiamente sviluppati anche interessi geografici ed etnografici. Un altro importante punto di contatto fra le due opere emerge dalla lettura dell’esordio cesariano, in particolare dal par. 3, in cui l’autore mette in relazione il valore guerresco dei Belgi con la loro lontananza «dalla raffinatezza e dalla civiltà della provincia»; tema ricorrente e fondamentale, come si sa, in Tacito. Riportiamo la traduzione (a cura di A. Pennacini) del brano proposto: [1] La Gallia nel suo complesso è divisa in tre parti: una è abitata dai Belgi, un’altra dagli Aquitani, la terza da quelli che nella loro lingua si chiamano Celti, nella nostra Galli. [2] Tutte queste popolazioni differiscono tra loro nella lingua, nelle istituzioni e nelle leggi. Divide i Galli dagli Aquitani il fiume Garonna, dai Belgi la Marna e la Senna. [3] Di tutti questi i più valorosi sono i Belgi, perché sono i più lontani dalla raffinatezza e dalla civiltà della provincia, e molto raramente i mercanti si recano da loro a portarvi quei prodotti che servono ad effeminare gli animi, e sono i più vicini ai Germani che abitano oltre Reno, con i quali sono ininterrottamente in guerra. [4] Questa è la ragione per cui anche gli Elvezi superano in valore gli altri Galli, perché quasi ogni giorno combattono con i Germani, o tenendoli fuori dal proprio paese o portando essi la guerra nel loro paese. [5] Quella parte che, come ho detto, è abitata dai Galli, inizia dal fiume Rodano; è delimitata dal fiume Garonna, dall’Oceano, dal paese dei Belgi; dalla parte dei Sequani e degli Elvezi tocca anche il fiume Reno; si stende verso settentrione. [6] Il paese dei Belgi comincia dalla parte estrema della Gallia; tocca il corso inferiore del fiume Reno; si stende verso settentrione e oriente. [7] L’Aquitania dal fiume Garonna si stende fino a toccare i monti Pirenei e quella parte dell’Oceano che volge verso la Spagna; si stende tra occidente e settentrione.
T 5 Autoctonia, origine e divisione del popolo germanico Germania 2
1-2. Per i due quesiti, si veda la Lettura e interpretazione del testo. 3. Si tratta di una variatio nei costrutti: all’ablativo di moto per luogo (terra) non corrisponde il consueto e simmetrico mari («per mare») ma l’ablativo di mezzo classibus 156 © Casa Editrice G. Principato
T6 Purezza della stirpe germanica
(«con le flotte»); si aggiunga che quest’ultimo termine è un poetismo lessicale per navibus. Ad arricchire la frase di color poeticus contribuisce anche l’avverbio olim, di evocativa indeterminatezza. 4-5. Per i due quesiti, si rinvia alla Lettura e interpretazione del testo, e alla rubrica Le figure del mito, p. 374. 6. Sempre didatticamente utile e formativa l’accurata e approfondita ricerca lessicale, a livello semantico ed etimologico: diamo qui alcuni suggerimenti per avviarla. Origo («origine», «nascita»), sostantivo astratto da orior, orıˉri («sorgere», «levarsi», «scaturire»; cfr. sol oriens), può assumere per metonimia il significato concreto di «progenitore», «capostipite»; anche «autore», «creatore»; e dunque proporsi in determinati contesti come sinonimo di conditor, da condo, condĕre (cum + do, «mettere insieme»), verbo che indica l’azione di «fondare», «edificare», «istituire», «comporre», «promuovere», «regolare» qualcosa, con mezzi materiali (un edificio, una città) o non soltanto materiali (un popolo, un regno, un codice di leggi, un’opera letteraria). Pertanto conditor significa «fondatore», così come «preparatore», «ordinatore», «autore», etc. La differenza, nonostante l’evidente, persino scontata possibilità di sovrapposizione e intreccio fra i molteplici significati dei due termini affini, appare in ogni caso chiara: origo e orior portano in sé l’idea della nascita, della scaturigine primigenia di qualcosa che non c’era; conditor e condo esprimono un altro concetto, un altro gesto, quello di «formare», «comporre» qualcosa di nuovo con “materiali”, per così dire, già esistenti. 7. Al quesito si risponde adeguatamente nelle rispettive note al testo [par. 3]. 8. Per il quesito si rinvia alla rubrica Nomi e parole degli antichi, p. 370.
T 6 Purezza della stirpe germanica Germania 4
1. Costruzione e analisi sintattica del periodo di apertura sono dettagliatamente esposte nelle note al testo; infectos è participio perfetto da inficio, ĕre, congiunto a populos con valore causale. 2. Nell’ordine: nullis aliis aliarum nationum conubiis infectos propriam et sinceram et tantum sui similem gentem habitus quoque corporum... idem omnibus 3-4. La descrizione degli uniformi tratti somatici dei Germani, rapida ma icastica, mira a sottolineare l’alterità del loro aspetto fisico, soprattutto nei confronti delle genti mediterranee, anche mediante la ricerca di effetti coloristici (gli occhi azzurri, le chiome fulve), tanto più significativi quanto rari nella prosa tacitiana e nella storiografia classica in genere; al tempo stesso, non può sfuggire l’intenzione di alludere al timore che incute 157 © Casa Editrice G. Principato
INDICAZIONI E RISORSE • Aurea dicta edizione gialla 3
11. Tacito
la vista dei «grandi corpi», degli «occhi truci» di quei forti e bellicosi guerrieri pronti a un violento assalto (ad impetum). D’altra parte emergono anche dei fattori di debolezza, in particolare dall’espressione limitativa et tantum ad impetum valida, dove la congiunzione et assume valore avversativo («ma validi solamente nel primo assalto»), ad evidenziare la loro irruenza di barbari, incapaci di un ordinato ed efficace sforzo militare che si prolunghi nel tempo secondo un piano razionalmente concepito, diretto ed eseguito. Da ricordare che in diversi passi dei Commentarii de bello Gallico Cesare formula osservazioni per molti aspetti analoghe riguardo ai popoli celtici [ vol. I, T4, cap. 13]. Di seguito, nel periodo successivo, si legge Laboris atque operum non eadem patientia, minimeque sitim aestumve tolerare... adsueverunt («[i Germani] non hanno la stessa capacità di resistere alla fatica e al lavoro, e non sono per nulla abituati a sopportare la sete e il caldo»), dove non eadem presuppone un termine di paragone sottinteso, che si ricava dalla precedente espressione limitativa di cui si è detto (et tantum... valida). Sul motivo dell’insofferenza delle genti germaniche nei confronti di un’operosa e paziente fatica, nel caso specifico quella richiesta dal lavoro agricolo, Tacito insiste in 14, 3 [ T9 ONLINE].
T 7 Natura e risorse del territorio germanico
ONLINE
Germania 5
1. Il quadro d’insieme, come si è già avuto modo di osservare, offre l’immagine di una terra desolata e squallida, non uniforme ma ovunque inospitale, mediante un’insistita aggettivazione che ne sottolinea gli aspetti negativi: si veda il puntuale elenco di tali termini nella Lettura e interpretazione del testo, ove si richiamano anche gli aggettivi impiegati in un analogo passo di 2, 1 [ T5]. Si può aggiungere che in questo capitolo (5, 1) Tacito usa anche aggettivi di significato positivo (ferax; fecunda), ma per ridurne immediatamente l’effettiva portata accoppiandoli ad altri di segno vistosamente opposto (inpatiens; sed... inprocera). Proseguendo l’indagine nel cap. 1 [ T4], troviamo invece aggettivi quali inmensa, inaccesso, praecipiti che, pur disegnando uno scenario paesistico aspro e impervio, sortiscono effetti espressivi sensibilmente diversi: cfr. le indicazioni fornite per l’analisi dello stesso cap. 1, quesito n. 4. 2-3. Espressioni, costrutti e termini rari e poetici sono tutt’altro che infrequenti nella prosa di Tacito: in questo capitolo possiamo segnalare la costruzione di ferax con l’ablativo satis (invece del genitivo); inprocera, probabile neologismo tacitiano; honor... gloria, traslati poetici dello stile più elevato, la cui ricercata eleganza forma un singolare contrasto con l’umile materia (il bestiame); Est videre, calco dal greco in uso nella lingua poetica; la perifrasi aulica quae humo finguntur. Vistosa la variatio nell’asimmetria dei costrutti nulla adfectione animi, sed quia... usui est, dove all’ablativo di causa si fa seguire, mediante la congiunzione coordinante sed, una proposizione causale nel modo indicativo introdotta da quia. 4. L’intenzione di costruire un discorso allusivo e antifrastico percorre si può dire tutto il capitolo 5, ma in modo non lineare né univoco, come si osserva nella Lettura e interpretazione del testo. 158 © Casa Editrice G. Principato
T7 Natura e risorse del territorio germanico
Questi i passaggi più significativi: – dapprima (par. 1), nel descrivere l’aspetto sgradevole (nei termini di cui si è detto più sopra, per il quesito 1), il rigido clima, la natura e le risorse (scarse, ma ancor meno sfruttate e valorizzate dal lavoro umano) del suolo germanico, il termine sottinteso di confronto, ossia il mondo romano, viene connotato indubbiamente in senso positivo; – poi, quando tocca delle risorse minerarie (par. 2), e dichiara, sia pure in forma dubitativa, che forse l’assenza di metalli nobili nelle vene del sottosuolo è un segno dello speciale favore degli dèi, coglie evidentemente lo spunto per deprecare l’avidità di ricchezze diffusa nel mondo civile (un tópos del moralismo romano); – allo stesso modo, nel par. 3 l’indifferenza dei Germani nei confronti dell’argento e dell’oro assurge polemicamente ad emblema di quella purezza e integrità di costumi che i Romani hanno perduto e che sopravvive ormai soltanto presso i barbari; – tuttavia, fra questi due momenti si colloca una frase brevissima ma significativa: quis enim scrutatus est? che esprime disprezzo nei confronti di quelle genti tanto rozze e primitive da non aver avviato mai alcuna ricerca, né animati da costruttiva intraprendenza sul piano pratico ed economico, né da curiosità o interesse scientifico (a questo proposito cfr. 45, 4 [ T12 ONLINE]); – una sfumatura spregiativa traspare anche dai passi successivi del par. 3, dove si parla delle elementari forme di scambio commerciale in vigore presso i Germani, così come dei loro incerti e discutibili criteri di valutazione delle monete. 5. È agevole rintracciare richiami e corrispondenze fra i due testi, eventualmente compilando una tavola sinottica che riporti a fronte notizie, immagini, espressioni simili rispettivamente in Seneca e in Tacito. Entrambi gli autori evidenziano l’inclemenza del clima, la tristezza e l’asperità del paesaggio, la sterilità del suolo della Germania (Tacito in 2, 1 [ T5] e 5, 1 [ T7 ONLINE]); entrambi fanno cenno alla forza dell’abitudine (Tacito in 4 [ T6]: frigora atque inediam caelo solove [tolerare] adsueverunt) che consente di sopportare disagi intollerabili a chi sia nato sotto altri cieli. Non meno evidenti, tuttavia, le differenze: il De providentia di Seneca è un’opera di filosofia morale, nel quale l’autore si propone di dimostrare, secondo gli insegnamenti della dottrina stoica, che le sventure lamentate dagli uomini non sono tali, in quanto il mondo è retto da un logos provvidenziale; dunque tutto ciò che accade è bene e la felicità risiede nella vita secondo natura; le avversità non sono altro che delle prove utili a temprare la patientia del saggio e a farlo progredire sulla strada della virtù. In questo senso va interpretato l’exemplum dei popoli nordici, i quali non sono affatto infelici come a qualcuno potrebbe sembrare, poiché «non è causa di infelicità ciò che la consuetudine ha reso naturale (quod in naturam consuetudo perduxit); a poco a poco infatti diventa fonte di piacere ciò che inizialmente era indotto da necessità». Le finalità del discorso tacitiano nella Germania, opera di singolare complessità e profondità ben oltre i tradizionali confini del genere (il trattato o l’excursus geo-etnografico), vengono esposte nel Profilo storico [ cap. 11.3], per essere riprese e approfondite sotto vari aspetti negli apparati dei singoli capitoli della Germania riportati nel Percorso antologico, in particolare i capp. 5 [ T7 ONLINE], 13-14 [ T8-T9 ONLINE], 18-19 [ T10], 44 [ T11 ONLINE], 45 [ T12], 46 [ T13]. 159 © Casa Editrice G. Principato
INDICAZIONI E RISORSE • Aurea dicta edizione gialla 3
11. Tacito
T 8 La consegna delle armi e il comitatus Germania 13
1. Consente di formulare le risposte alle tre domande poste nel primo quesito un’attenta lettura del testo stesso, con l’ausilio della traduzione e delle note; nei parr. 1-2 l’autore dapprima descrive con chiarezza la procedura della consegna delle armi, spiegando che tale cerimonia pubblica rappresenta l’ingresso del giovane a pieno titolo nella comunità degli adulti (par. 1), passando poi a considerare le eccezioni, riguardanti i giovani che si distinguono per «insigne nobiltà», o per «i grandi meriti dei padri» (magna patrum merita), ai quali viene conferito «il rango di capi» (principis dignationem) anche in età molto verde (adulescentulis), con un correttivo degno di nota: per il momento si tratta di un conferimento puramente nominale (se la lezione ceterum è corretta; cfr. nota), una sorta di onorificenza che non li dispensa dal severo apprendistato militare in qualità di gregari (par. 2). 2. Non a caso Tacito sottolinea questa antitesi (arma/toga) fra i due simboli di iniziazione al mondo degli adulti, appunto nella sequenza (capp. 13-14 [ T8-T9 ONLINE]) in cui insiste sulla suprema importanza attribuita dai Germani alle armi, vero e proprio segno identitario per quelle genti bellicose, e sulla loro violenta ed esclusiva passione per la guerra, che fa loro trascurare o addirittura dispregiare ogni pacifica attività produttiva. Tale accostamento antitetico allude intenzionalmente alla contrapposizione fra due diverse concezioni della vita e della società: la toga è l’abito del magistrato e del cittadino romano, ossia l’emblema della piena appartenenza e dell’attiva partecipazione a una civitas, una società civile organizzata iure et ratione secondo precise norme costituzionali e regolata dai princìpi del diritto e dalle leggi, in cui la guerra è idealmente considerata una necessità in vista della securitas, del buon governo ma soprattutto della pace, bene supremo (e su questo punto fermo Tacito imposta il problematico, cruciale rapporto fra principatus e libertas, tema dominante della sua riflessione politica). In tal senso, del resto, l’antinomia arma/toga (= bellum/ pax), era tradizionale in Roma: basti ricordare il ciceroniano Cedant arma togae, nonché la sententia proverbiale Si vis pacem para bellum. La comunità tribale germanica, priva di una vera e propria organizzazione politica, fondata su legami di natura personale e familiare, si riconosce invece unicamente nella guerra, sola attività degna di essere esercitata, sola autentica espressione e condizione di vita. Dunque lo storico, pur deplorandone la corruzione, non manca di additare la superiorità e i benefici della civiltà romana. Si tenga presente che l’insistenza di Tacito sull’indole irriducibilmente bellicosa dei Germani mira a denunciare non solo il grave ostacolo che queste popolazioni oppongono all’espansione di Roma, ma anche la continua minaccia che rappresentano per la stessa sicurezza dello Stato; e si ricordi che proprio allora Traiano, eletto successore da Nerva, e ancora per mesi dopo l’assunzione del titolo imperiale, attendeva alla fortificazione dei confini nordici, ben consapevole del pericolo germanico. 3. Il sostantivo maschile della IV declinazione comitatŭs, uˉs («séguito», «corteggio», «compagnia») deriva dal verbo deponente comitor, aˉri («accompagnare», «seguire», 160 © Casa Editrice G. Principato
T9 Passione dei Germani per la guerra
«unirsi come compagno»), a sua volta dal sostantivo di genere comune comes, comı̆tis (da cum + eo, etimologicamente «colui che va insieme»; «compagno»). Il plurale comites vale in determinati contesti quale sinonimo di comitatus [ RISORSE 33]. In che cosa consista l’istituto del comitatus presso i Germani secondo Tacito si evince dal testo dei capp. 13 e 14 [ T8-T9 ONLINE]); viene inoltre adeguatamente spiegato nelle introduzioni e nelle note ai testi. 4. In 13, 2 eius quem sectantur = principis, genitivo di princeps, ossia il «capo». Nel mondo delle comunità germaniche quelli che Tacito designa con il vocabolo latino principes non sono veri e propri sovrani ma guerrieri che assumono il ruolo di «capi»; la loro autorità è riconosciuta nell’ambito di un legame personale e volontariamente contratto, che assume i caratteri di un sacro impegno (sacramentum in 14, 1 [ T9]), ma non sancita né garantita da norme costituzionali e procedure legali. In Roma il titolo di princeps senatus apparteneva alla tradizione repubblicana e si limitava a designare il senatore cui per prestigio, anzianità, meriti personali si riconosceva il diritto di intervenire per primo sui problemi più importanti dibattuti in aula; fu conferito ad Ottaviano Augusto nel 28. Da allora princeps divenne appellativo dell’imperatore. Si tratta di uno dei numerosi casi di interpretatio Romana di costumi, oggetti, nomi, divinità e riti germanici, ricorrenti nella Germania. Nel cap. 13 [ T8] troviamo civitas, rei publicae, probaverit e probatis: si vedano le rispettive note al testo. 5. Indicazioni sulle strutture sintattiche del complesso periodo sono fornite nelle specifiche note al testo. RISORSE33
Dal latino comes all’italiano «conte» Per approfondire l’indagine etimologica comitatus < comitor < comes, è interessante ricordare che dall’accusativo comite(m), attraverso il francese antico, deriva l’italiano «conte» (attestato dal XII sec.), nel significato di titolo nobiliare. L’espressione comites palatini («compagni di palazzo»), che al tempo di Costantino designava gli alti funzionari imperiali, passò in età medievale ad indicare i primi guerrieri, i più nobili, valorosi e fedeli, che formavano il seguito, appunto, del sovrano o del grande signore feudale, istituto di chiara derivazione germanica poeticamente trasfigurato e idealizzato per secoli nell’epopea cavalleresca a partire dalla Chanson de Roland (dove si narra dei dodici Pari scelti da Carlo Magno) e dai romanzi bretoni (celeberrimi i cavalieri della Tavola Rotonda nel ciclo arturiano, ancora una volta in numero di dodici, secondo un’appariscente simbologia di perfezione cosmica).
T 9 Passione dei Germani per la guerra
ONLINE
Germania 14
1-2. Per la risposta al primo quesito forniscono esaurienti indicazioni sia la prima parte dell’introduzione sia la lettura del testo stesso (parr. 1-2). 161 © Casa Editrice G. Principato
INDICAZIONI E RISORSE • Aurea dicta edizione gialla 3
11. Tacito
Da una parte lo storico non nasconde la propria ammirazione per la fedeltà e l’assoluta dedizione che i comites tributano al loro capo, per il loro acuto senso dell’onore, per l’indefettibile ardimento con cui affrontano impavidi il pericolo e la morte in battaglia; ne è spia verbale l’impiego del vocabolo sacramentum (ancora un caso di interpretatio Romana). Non è difficile cogliere l’allusività antifrastica degli enunciati: sottinteso termine di riferimento, la disaffezione dei Romani suoi contemporanei per il mestiere delle armi, affidato sempre più a contingenti arruolati fra i barbari stessi, e insieme l’immagine nostalgicamente idealizzata del cittadino-soldato dei tempi eroici della libera repubblica. È dato tuttavia scorgere anche un’implicita critica delle motivazioni e delle finalità di tanta abnegazione, esercitata esclusivamente nell’ambito di un rapporto personale: comites (pugnant) pro principe. Inoltre emerge chiaramente, più avanti, come si tratti di un costume, di una mentalità e condizione di vita alla quale nel mondo germanico non esistono alternative accettabili, neppure sotto l’aspetto pratico del semplice mantenimento. Di fatto il giudizio negativo si fa man mano più evidente nei parr. 2-3, dove lo storico getta una luce sempre più forte e cruda sull’esclusiva passione dei Germani – insofferenti della pace, del lavoro e della quiete – per la guerra, la violenza, il sangue: si vedano le espressioni ingrata genti quies... non nisi vi belloque tueare... cruentam victricemque frameam... per bella et raptus, fino alla memorabile antitesi conclusiva: pigrum quin immo et iners videtur sudore adquirere quod possis sanguine parare. 3. È possibile disporre la schedatura lessicale per aree semantiche contrapposte entro una tabella strutturata come segue: VIRTUS
TURPITUDO
AGGETTIVI: fortia; bellatorem; cruentam victricemque
AGGETTIVI: turpe; infame; probrosum; longa (pace); pigrum; iners; sudore
SOSTANTIVI: virtute; virtutem; (fortia) facta; gloriae; sacramentum; victoria; bellum; ancipitia; bella... raptus; vulnera; sanguine
SOSTANTIVI: pace... otio; quies
VERBI: (illum) defendere, tueri; (gloriae eius) VERBI: vinci; non adaequare; (superstitem) adsignare; pugnant; petunt (ultro); clarescunt; recessisse; torpeat; arare; expectare (annum); vocare (hostem); (vulnera) mereri; (sanguine) parare (sudore) adquirere
Il risultato dell’operazione non cambia qualora si preferisca far riportare nelle due colonne della tabella frasi ed espressioni significative nella loro interezza anziché singoli vocaboli staccati, schedati come sopra per categorie grammaticali. Non occorre specificare che si considera qui il significato di virtus e turpitudo dal punto di vista dei Germani. 4. La proposizione principale è plerique nobilium adulescentium petunt ultro eas nationes, apodosi di un periodo ipotetico misto, la cui protasi è Si civitas... longa pace et otio torpeat (subordinata di I grado), da cui dipende la relativa in qua orti sunt (subordinata di II grado); dalla principale dipendono altre tre subordinate di I grado, la relativa quae tum bellum aliquod gerunt (dove quae riprende nationes) e le tre causali introdotte da quia, coordinate per polisindeto con variazione delle congiunzioni (et... et... -que), 162 © Casa Editrice G. Principato
T9 Passione dei Germani per la guerra
del soggetto (quies; ii = plerique... adulescentium; tu sottinteso con valore impersonale) e del costrutto: predicato nominale con ellissi di est; predicato verbale nel modo indicativo alla III persona plurale (clarescunt); congiuntivo potenziale (tueare = tuearis) di II persona singolare. 5. Troviamo qui una costruzione piuttosto rara di persuadeˉre con l’infinito (arare... expectare... vocare... mereri) anziché con ut o ne + congiuntivo. 6. Riportiamo i tre brevi passi dal De bello Gallico di Cesare nella traduzione di A. Pennacini: Dell’agricoltura non si occupano con zelo; la maggior parte della loro alimentazione è costituita di latte, formaggio, carne (VI, 22, 1). Nessuno è proprietario di una porzione determinata di suolo agrario [...]. Adducono molte cause di tale pratica: che, abituati alla vita sedentaria non perdano la passione per la guerra dedicandosi all’agricoltura; [...] che non si curino troppo di costruire case comode per evitare il caldo e il freddo; che non nasca l’amore del denaro, fenomeno da cui si sviluppano consorterie e contese (VI, 22, 2-3 passim [ RISORSE 34]). Le razzie compiute al di fuori del territorio nazionale non portano infamia: proclamano che si fanno per esercitare la gioventù e diminuire l’infingardaggine (VI, 23, 6). Gli studenti potranno segnalare i riscontri più evidenti con i testi tacitiani, non mancando di formulare alcune osservazioni sullo stile asciutto e “oggettivo” di Cesare, il quale spesso ostenta di riferire senza commenti ciò che affermano gli stessi Germani (multas adferunt causas; praedicant). Diverso il clima espressivo in Tacito, che nel riportare notizie analoghe trasmette al lettore un più o meno esplicito giudizio, costruendo un complesso discorso antifrastico e allusivo (cfr. le indicazioni fornite per il quesito 2), retoricamente elaborato, intessuto di notazioni icastiche e di espressioni ricercate. Sappiamo peraltro che le notizie di Cesare sulle genti germaniche dipendono in larga misura da fonti letterarie, e che l’autore del De bello Gallico persegue un intento politico ben preciso nell’inserire l’excursus sui costumi dei Germani, enfatizzandone al di là del vero il contrasto con le consuetudini, descritte in una precedente e contigua digressione, delle popolazioni galliche (Germani multum ab hac consuetudine differunt [ vol. I, T7, cap. 13]).
RISORSE 34
La proprietà privata presso i Germani secondo Cesare e Tacito A proposito dell’affermazione che apre la seconda citazione proposta dai Commentarii di Cesare (Neque quisquam agri modum certum aut fines habet proprios; VI, 22, 2), è interessante leggere un breve stralcio dal commento di Albino Garzetti, il quale mostra come almeno su questo punto i due storici non concordino. 163 © Casa Editrice G. Principato
INDICAZIONI E RISORSE • Aurea dicta edizione gialla 3
11. Tacito
Le notizie qui date da Cesare differiscono da quelle di Tacito, e non solo per la distanza di epoca, in modo che si possa pensare a diverse fasi di uno sviluppo. Per Tacito esiste la proprietà privata della terra, sia pure con la rotazione della terra coltivabile, in quanto la vastità del paese e la scarsa densità della popolazione permettevano la coltura estensiva (Germ. 26). Come si è osservato [...], Cesare ha forse esperienza di condizioni speciali, cioè di quello che avveniva in territori di frontiera, pressati da necessità militari, ed estende l’osservazione a tutti i Germani, corredandola di una spiegazione morale e sociale. [A. Garzetti, commento a Bellum Gallicum VI, 22, in Cesare, Opera omnia, a cura di A. Pennacini, Einaudi-Gallimard, Torino 1993, pag. 1091]
T 12 Il mare immoto e l’ambra ONLINE
Germania 45
1. Schematizzando, la suddivisione è la seguente: – par. 1: descrizione del mare glaciale, che circonda e racchiude il mondo terrestre, secondo una notizia degna di fede (fides; fama vera), attestata dal fenomeno delle «notti chiare»; lo storico riferisce poi una suggestiva credenza popolare (persuasio), mostrando di ritenerla infondata e favolosa; – parr. 2-3: con una repentina, ellittica transizione (Ergo iam; cfr. nota), ritorna alla descrizione etnografica illustrando le costumanze della remota e primitiva popolazione baltica degli Aestii; – par. 4: gli Aestii raccolgono l’ambra, ignorata fra i detriti del mare finché la luxuria nostra le diede pregio; con una nuova mutazione, Tacito coglie lo spunto per un inserto di tono moralistico e polemico, mirando ai consueti effetti di contrasto fra il mondo barbarico e quello romano; – par. 5: ampia digressione sull’origine e la natura dell’ambra, di per sé un discorso di carattere didascalico e scientifico, nella quale tuttavia l’autore si avvale di un linguaggio ricercato e poetico, di uno stile elaborato, immaginosamente evocativo, in un clima espressivo di singolare suggestione; – par. 6: rapido cenno alle tribù dei Sítoni, nel quale Tacito ritorna bruscamente al registro moralistico-polemico, richiamando allusivamente i motivi più caratteristici del suo pensiero politico (l’antitesi fra libertas e servitus; la progressiva degenerazione dell’istituto monarchico). 2-3. È possibile visualizzare i risultati dell’indagine sulle scelte lessicali ed espressive mediante l’inserzione in una tabella disegnata come segue, tenendo nel debito conto: a) che anche l’opzione per la forma semplice del verbo, più rara e ricercata della consueta forma composta, appartiene al linguaggio poetico; b) che i termini rari sono molto spesso dei poetismi, o comunque posseggono una tonalità poetica. Nella terza colonna indichiamo fra parentesi la corrispondente forma composta.
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T12 Il mare immoto e l’ambra
VOCABOLI RARI
ESPRESSIONI POETICHE
FORME VERBALI SEMPLICI
eiectamenta
extremus cadentis... solis fulgor
cadentis (occidentis)
taeda
sidera hebetet
legitur (colligitur)
interlucent lentescit
ortus (plurale poetico)
legunt (colligunt)
tura balsamaque (plurale poetico) cluduntur (includuntur) sudantur (exsudantur) labuntur (illabuntur)
4. Rispettivamente da exprı̆mo, expressi, expressum, exprimĕre (ex + premo), «spremere», «cavar fuori»; dal deponente liquor, liqui, «esser liquido», «liquefarsi», «sciogliersi». 5. Nell’espressione vicini solis radiis l’ablativo di causa radiis è specificato dal sostantivo solis in caso genitivo cui si accompagna l’aggettivo vicini; la stessa funzione logico-sintattica hanno l’ablativo vi e il genitivo plurale tempestatum; admoto igne è ablativo assoluto di valore strumentale o causale-temporale, formato dal participio perfetto di admoveo, ˉere e dal sostantivo maschile ignis, is della III declinazione. 6. Il primo brano citato dall’Agricola (10, 4-5) appare una probabile conferma, basata su un’esperienza diretta e recente, dell’asserzione et fama vera (cfr. poco prima hinc fides), ossia del fatto che Tacito si sente di affermare che il mare pigrum ac prope inmotum segni il confine estremo del mondo (Germania 45, 1). Si osservino poi le corrispondenze lessicali e di immagini nel testo dell’Agricola (novissimi maris; mare pigrum et grave... ne ventis quidem perinde attolli), in cui peraltro lo storico propone una spiegazione del fenomeno (la quasi immobilità delle acque) in chiave fisica e meteorologica, nell’ambito di una descrizione più realistica e circostanziata, adeguata al diverso contesto, mentre nel capitolo della Germania si impone un clima espressivo di indefinita suggestione. Infine, occorre chiedersi se in entrambi i testi l’autore intenda propriamente riferirsi al medesimo tratto di mare (qui si può inserire una ricognizione sull’atlante geografico). Nel secondo brano (Agricola 12, 3-4), Tacito dà notizia del fenomeno delle «notti chiare» (cfr. Germania 45, 1: extremus cadentis... ut sidera hebetet), anche qui con un linguaggio per lo più improntato a una ricerca di oggettività descrittiva. In particolare si osservi, oltre alla già sottolineata differenza di stile e di atmosfera, che nel testo della Germania il fenomeno viene ricordato all’esplicito scopo di motivare con fondamento la convinzione che là siano posti gli estremi confini del mondo; ne è spia sul piano linguistico e logico la congiunzione dichiarativa quod che introduce il passo in questione (hinc fides, quod...), posta in rilievo dall’avverbio hinc in funzione prolettica.
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INDICAZIONI E RISORSE • Aurea dicta edizione gialla 3
19. Agostino
19 Agostino T 10 Recordari volo (Confessiones II, 1)
1. La lettura di questo passo può mettere in luce il valore esemplare, non meramente autobiografico, delle Confessioni, e insieme a evidenziare il nuovo, rivoluzionario valore dell’interiorità che Agostino trasmette ai suoi posteri: «Agostino ci racconta i fatti obiettivi soltanto in rapporto con procedimenti interiori». La confessio peccati vuole essere contemporaneamente una confessio laudis: «confessando i suoi peccati, Agostino vuol cantare la lode di Dio misericordioso e giusto, pur mettendo l’accento sulla grazia che ha salvato Agostino peccatore» (ancora la Mohrmann nel bel saggio introduttivo alle Confessioni tradotte da Carlo Vitali per Rizzoli, Milano 1977, p. 17: saggio che va raccomandato anche agli studenti, nel caso si volesse procedere a una più ampia lettura dell’opera). Continua la studiosa: «E cantando questa lode della grazia divina, Agostino vuole non soltanto edificare i suoi lettori, ma anche, per mezzo d’una prolungata meditazione, rendersi conto di ciò ch’egli stesso deve alla grazia divina. E questa meditazione si traduce in una confessione di fede: cosicché il triplice significato che confessio prende nel latino dei cristiani, confessio laudis e peccati e fidei, è l’elemento centrale ed essenziale del libro col quale Agostino, mentre si rivolge a Dio, vuol edificare i suoi lettori. Triplice confessione, di lode, di peccati, di fede, che attinge i suoi materiali in un’analisi psicologica della vita passata e presente d’Agostino e costituisce una prolungata meditazione: questa mi pare l’essenza stessa delle Confessioni» (pp. 17-18). 2. Agostino fa qui riferimento al motivo centrale della filosofia neoplatonica: il rapporto fra l’Uno e il molteplice, sul quale si legga la puntuale sintesi di Mauro Mocchi [ RISORSE 35]. Tesi nondimeno da cui Agostino si discosta nella concezione di un Dio misericordioso, creatore del mondo, che abita nell’intimità di ogni uomo. Dio ha creato l’anima, facendola simile a sé, e perciò eterna, immortale, libera nelle sue scelte. Ma il rapporto fra uomo e Dio resta un rapporto problematico, dominato dal senso del peccato e della caduta: le cose del mondo rivelano il divino, e insieme lo nascondono; fra Dio e mondo si spalanca un abisso; l’esperienza della verità, cioè del disvelarsi di Dio nel mondo, non è data a tutti. Da ciò la forza drammatica della parola agostiniana: l’anima dell’uomo è inquieta finché non si riposa nell’Uno-Dio, e non si distacca dalla molteplicità delle cose del mondo; ma non sempre Dio si concede, e spesso la nostra ricerca di verità resta frustrata. Per il rapporto fra Agostino e il pensiero neoplatonico, si veda ancora l’ottima introduzione della Mohrmann alle Confessioni, cit., pp. 35-39. 3. Proprio il carattere drammatico del pensiero agostiniano spiega le scelte di lingua e di stile delle Confessioni: la ricchezza delle figure retoriche – tra cui spiccano anafore, epifore, antitesi, ossimori –, così come la particolare ricchezza ritmica dei testi, la predilezione per le strutture paratattiche e la potenza insolita delle immagini e delle 166 © Casa Editrice G. Principato
T10 Recordari volo
metafore, rendono conto sul piano espressivo della complessità dell’esperienza esistenziale, dell’inquietudine dell’anima che affonda in se stessa, e dunque nell’abisso del peccato, per volgersi all’infinità divina. È lo stesso Agostino a svelare il significato profondo della sua opera: «spronare il cuore a non abbandonarsi al sonno della disperazione, dicendo “Non posso”, ma a vegliare nell’amore della tua misericordia» (X, III, 4) RISORSE 35
La filosofia neoplatonica nel pensiero di Agostino Chiusa l’esperienza manichea, che tanto aveva deluso la sua cupiditas veri, Agostino – com’è noto – si trasferisce a Milano, dove vive fra il 384 e il 387: qui non solo fa la conoscenza del vescovo Ambrogio, che inizia il giovane maestro di retorica alla lettura allegorica della Bibbia, ma si accosta ai testi fondamentali del neoplatonismo, sulla cui base si andava componendo, proprio in quegli anni, una sintesi tra il pensiero classico e la nuova dottrina cristiana. Su questo tema si legga la pagina che segue, una sintesi chiara ed esaustiva dello studioso Mauro Mocchi.
La filosofia neoplatonica muove dal concetto di Dio inteso come assoluta trascendenza: Dio sfugge a ogni definizione concettuale. Anche la qualifica di Uno che Plotino gli assegna va intesa “negativamente”, come ciò che, trascendendo il molteplice, non può ricevere alcuna qualificazione. Da Dio deriva il mondo, non però per un atto di creazione volontaria, come credono i cristiani. Ciò equivarrebbe infatti a concepire Dio in termini antropomorfi e in contrasto con la perfezione della sua semplice natura. Alla perfezione nulla si può aggiungere, sicché ogni aggiunta sarebbe piuttosto un depotenziamento. Quindi non ha senso presupporre Dio all’atto della creazione o posporre la creazione alla realtà del divino. Il mondo deriva invece da Dio per un processo di “emanazione”: come la luce si spande da una stella e il profumo da un fiore, così da Dio deriva la molteplicità fenomenica del cosmo. Tale emanazione attraversa differenti gradi, via via depotenziandosi perché sempre più lontana dalla sua fonte prima. Dapprima l’Uno si manifesta come Intelletto o Spirito (Nous), e cioè come “pensiero di pensiero” (è, come sappiamo, la definizione di Dio avanzata da Aristotele. Nell’Intelletto si trovano le Idee (cioè i pensieri pensati dall’Intelletto divino); esse sono, come diceva Platone, le essenze e i modelli di tutte le cose. Queste essenze sono concepite dai neoplatonici come incarnazioni di vere e proprie divinità. In tal modo veniva rivendicata la verità del politeismo pagano contro il monoteismo cristiano. Dall’Intelletto deriva poi, per successiva emanazione, l’Anima del mondo. Essa, come il Demiurgo di Platone, guarda da un lato le Idee e dall’altro plasma la materia a somiglianza di quelle. Per altro verso l’Anima del mondo è la ragione seminale, il Logos degli stoici che penetra nella natura e la governa in modo provvidenziale. Anche l’anima dell’uomo è parte dell’Anima del mondo. 167 © Casa Editrice G. Principato
INDICAZIONI E RISORSE • Aurea dicta edizione gialla 3
19. Agostino
All’estremo limite dell’emanazione sta la materia, intesa platonicamente come ricettacolo di tutte le forme. La materia non ha insomma un «essere»: essa è puro non-essere, venir meno del’emanazione divina, orlo oscuro della sua luce. Compito dell’uomo è quello di sollevarsi dal molteplice dell’esperienza sensibile all’Uno divino, trascorrendo per l’armonica perfezione dell’universo. Il mondo è infatti come l’opera d’arte di Dio. Questa ascesa al divino si svolge in tre tappe: la musica, l’amore e la filosofia. Ascesa che sempre più si inoltra nella bellezza e nell’armonia del’universo. [M. Mocchi, Il neoplatonismo, l’ultima scuola filosofica dell’antichità, in C. Sini-M. Mocchi, Leggere i filosofi. Dall’età ellenistica al Medioevo, Principato, Milano 2003, pp. 163-164]
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Percorsi I «Percorsi» qui proposti hanno lo scopo di introdurre nello studio della letteratura latina nuove prospettive trasversali, svincolate dalla rigida traccia puramente cronologica, atte a delineare lo sviluppo di tematiche, generi, tópoi, figure, etc., di particolare rilevanza e suggestione, riconoscendone la persistenza e insieme la continua metamorfosi. Se infatti, da una parte, lo studio storico-letterario esige per sua natura un ordine di acquisizione chiaro e rigoroso delle conoscenze e delle competenze in chiave diacronica, come ogni disciplina riguardante fenomeni e processi che si sono verificati nel corso del tempo, dall’altra può rivelarsi opportuno e stimolante introdurre, in corrispondenza degli snodi più significativi della programmazione didattica, momenti di riflessione e di indagine più liberi, selettivi e stratificati. Seguire uno o più percorsi attraversando epoche, generi, autori, testi diversi, vicini e/o lontani nel tempo, significa anche scoprire quello che è forse il principio caratterizzante e costitutivo, il dinamismo interno della letteratura in quanto processo storico, e insieme forse l’aspetto più affascinante degli studi letterari: la perpetua dialettica fra tradizione e innovazione.
Il tempo delle origini ........................................................................................................................................................... 170 Proemi e poetiche ................................................................................................................................................................... 176 Un evento cruciale della storia di Roma: la congiura di Catilina ....................................... 186 Il sogno ................................................................................................................................................................................................ 191
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Il tempo delle origini Volume primo T2, cap. 2
Nevio, Excursus sulle origini di Roma Bellum Poenicum, frr. 6; 24 Traglia
T5 ONLINE, cap. 2
Ennio, Il libro delle origini Annales, frr. 22-24; 32; 63 Traglia
T13, cap. 11
Lucrezio, La vita degli uomini primitivi De rerum natura V, 925-1010
T3 ONLINE, cap. 14
Sallustio, Primo excursus sulla storia di Roma Bellum Catilinae 6-13
Volume secondo T2, cap. 1
Orazio, Carmen Saeculare ONLINE il testo integrale
T3, cap. 2
Virgilio, Un canto di palingenesi Ecloga IV
T3, cap. 2
Dialogo con i modelli [a] Esiodo, Opere e giorni 109-126
T3, cap. 2
Dialogo con i modelli [b] Virgilio, Eneide VIII, 313-327
T7, cap. 2
Virgilio, Le lodi d’Italia Georgiche II, 136-176
T8, cap. 2
Virgilio, Lodi della vita campestre Georgiche II, 458-540
T22, cap. 2
Virgilio, La rassegna degli eroi romani: Romolo e Augusto Eneide VI, 777-807
T24, cap. 2
Virgilio, La passeggiata archeologica Eneide VIII, 337-368
T25, cap. 2
Virgilio, Lo scudo di Enea: gli Actia bella Eneide VIII, 671-713
T1, cap. 3
Orazio, Il sangue maledetto di Remo Epodon liber 7
T2, cap. 4
Tibullo, Sulle rive dell’Egeo Elegiae I, 3
T13, cap. 4
Properzio, Un esempio di poesia eziologica: la leggenda di Tarpea Elegiae IV, 4
T8, cap. 5
Ovidio, Luoghi di caccia amorosa: il teatro Ars amatoria I, 89-134 Ovidio, «Al mio stile di vita questa è l’epoca adatta» Ars amatoria III, 103-128
T10, cap. 5
170 © Casa Editrice G. Principato
Il tempo delle origini
T15, cap. 5
Ovidio, L’apoteosi di Romolo Fasti II, 475-512
T1, cap. 6
Livio, Il proemio Ab urbe condita, praefatio
T4 ONLINE, cap. 6
Livio, Il ratto delle Sabine Ab urbe condita I, 9
T5, cap. 6
Livio, Il tradimento di Tarpeia Ab urbe condita I, 11, 5-9
T8, cap. 6
Livio, Il regno di Numa Ab urbe condita I, 19, 1-5; I, 21)
Caratteristica dell’uomo antico – della sua visione del mondo – è la concezione ciclica del tempo, sorta verosimilmente fin dalle età primordiali per analogia con il perenne ciclo di rinnovamento e rinascita della natura, ritmato dall’avvicendarsi delle stagioni. Concezione profondamente radicata, come testimonia la persistenza del suo nucleo fondamentale attraverso innumerevoli elaborazioni, attestate nell’ambito delle tradizioni mitiche, delle sette misteriche, della vasta letteratura oracolare e profetica ampiamente diffusa nel bacino del Mediterraneo (si pensi ai Libri Sibyllini), delle scuole filosofiche (orfico-pitagorica e stoica in particolare). In questa prospettiva il tempo delle origini si configura come momento iniziale di pienezza, di forza e di perfezione, cui seguono una progressiva decadenza – delle società umane e/o del mondo naturale – e un nuovo inizio, con il quale il ciclo ricomincia da capo. Non mancano versioni secondo le quali si prevede che ogni fase periodica si concluda con una catastrofica, totale distruzione del mondo (l’ékpýrosis o conflagrazione universale degli stoici: cfr. l’apocalittica visione di Lucano nella Pharsalia [ vol. III, T13, cap. 2]). Di fatto, sullo schema ciclico fin qui delineato si innestano numerose varianti: non sempre alla decadenza, all’inevitabile degrado (fisico e morale) rispetto all’epoca della felicità originaria, segue un ripristino delle condizioni di partenza, così che l’umanità percorre soltanto un segmento del ciclo completo. In tali condizioni può talora insorgere la percezione di una decadenza irreversibile, suscitando una tensione nostalgica inseparabile da un atteggiamento di profondo pessimismo. Si fronteggiano dunque, e non di rado s’intrecciano in modo complesso, due diverse concezioni del tempo, compresenti nel mondo antico, quella del tempo ciclico e quella del tempo lineare. Basti l’esempio di Virgilio: nella IV ecloga [ vol. II, T3, cap. 2] si annuncia il compimento e la rinascita ab integro del «grande ciclo dei secoli» (v. 5), mentre nell’Eneide sembra di dover riconoscere una visione lineare del tempo; le vicende della storia umana convergono finalisticamente verso una meta provvidenziale (la fondazione di Roma e il suo «impero senza fine»). D’altra parte, almeno sul piano simbolico, la celebrazione virgiliana in chiave profetica dell’età di Augusto, momento culminante della storia di Roma, allude chiaramente al ciclico ritorno dell’età dell’oro. 171 © Casa Editrice G. Principato
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Il tempo delle origini
Nella letteratura latina, e in particolare nei testi epici, si assiste infatti a un processo di mitizzazione della storia (o se si vuole di storicizzazione del mito), così che la rappresentazione del tempo delle origini, prendendo le mosse dalla leggenda ancestrale degli Eneadi, si risolve nell’idealizzazione delle epoche più remote della storia di Roma, ove fiorivano i mores antiqui e le prische virtù ispiratrici di gesti eroici ed esemplari. Evidente in ogni caso l’intersezione con il mito dell’età dell’oro, che risale ad Esiodo [ vol. II, T3, cap. 2 Dialogo con i modelli a], secondo il quale all’evocazione del tempo delle origini si associa la visione di un’umanità pacifica, libera, incorrotta, in felice comunione con una natura idillica, prodigiosamente generosa e feconda. Nella letteratura di Roma il motivo mitico dell’aetas aurea prende forza e s’impone, variamente declinato, soprattutto presso i poeti augustei, da Virgilio a Tibullo a Ovidio. Se ne ricorderà Dante nel mirabile canto XXVIII del Purgatorio, dove si trova espressa, nelle parole della misteriosa Matelda (vv. 134-144), la più celebre e poeticamente felice interpretatio Christiana dell’antico mito, quale inconsapevole prefigurazione da parte dei cantori pagani del biblico Eden, il paradiso terrestre. Il percorso che qui si presenta s’incentra di per sé su testi pertinenti al programma di storia letteraria dei primi due anni, sebbene diversi autori dell’età imperiale non manchino di volgere lo sguardo alla remota età delle origini, riecheggiando in vario modo i motivi tradizionali. L’età arcaica: Nevio ed Ennio Nell’epos nazionale romano dell’età arcaica il racconto mitico delle origini già coincide con la rievocazione della leggenda ancestrale degli Eneadi e si salda, mediante suture non più ricostruibili con certezza, al canto celebrativo del passato storico e del presente di Roma. Uno degli “articoli” fondamentali del codice epico di ascendenza omerica – la partecipazione attiva degli dèi alle vicende degli uomini e dei popoli – viene reinterpretato e riutilizzato in maniera originale, incardinandosi al tema politico e civile. L’intervento divino conferisce un significato e uno scopo provvidenziale a tutta la storia successiva: una sanzione superiore legittima ab origine il dominio e la supremazia di Roma sulle genti, mentre gli eventi e le figure storiche ricevono dall’archetipo mitico una nobilitazione eroica e un’aura sacrale. Nei primi testi del percorso, i frammenti dal Bellum Poenicum di Nevio [ vol. I, T2, cap. 2] e dal I libro degli Annales enniani [ vol. I, T5 ONLINE, cap. 2], è dato cogliere un’insistenza particolare sui valori della pietas (evidente soprattutto nel fr. 24 di Nevio e nel fr. 63 di Ennio), evocati nei toni di una religiosa solennità, mediante uno stile sostenuto e arcaizzante che coniuga le reminiscenze omeriche a precisi riferimenti ai riti della più antica tradizione cultuale romana, rintracciando nei gesti e nelle figure dei progenitori il modello delle pristine virtù – dei mores antiqui – fondamento della forza di Roma. Sul tempo remoto delle origini si irradia a tratti lo splendore dell’epoca aurea: certamente nei frr. 22-23-24 (Saturnia terra) di Ennio [ vol. I, T5 ONLINE, cap. 2]. La fine della repubblica e le guerre civili Nei testi di questo drammatico periodo l’evocazione dell’età delle origini si carica di una tensione problematica, talora nei toni cupi di un angoscioso pessimismo, che sorge dal confronto antitetico, stridente, con un presente degradato e sconvolto. Nella chiusa del carme 64 ( vol. I, cap. 10, I carmina docta), Catullo contrappone (secondo lo schema antitetico quondam/ nunc, ricorrente nel Liber) l’epoca degli eroi, il tempo santo e felice, a quella attuale, corrotta, dimentica della pietas e della fides, e perciò disertata dagli dèi sdegnati. Non univoca risulta l’interpretazione dell’ambiguo “primitivismo” lucreziano: in ogni caso, 172 © Casa Editrice G. Principato
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nella grandiosa rappresentazione della vita degli uomini primitivi [ vol. I, T13, cap. 11], caratterizzata da una visione “laica” e da un intento di razionalistica demistificazione delle favole mitiche (non è mai esistita un’età dell’oro; gli uomini, deboli e ignari, hanno fondato la civiltà e le arti, faticosamente, a poco a poco, con le loro sole forze, in lotta con una natura possente e inospitale), si infiltra una percettibile nostalgia, che culmina nell’esplicita contrapposizione polemica dei versi finali (999-1010), modellati, sia pure indirettamente, sulla ripresa di spunti mitici tradizionalmente legati alla raffigurazione dell’età aurea, disseminati anche in altri luoghi del testo. E si pensi all’incanto arcano che si sprigiona da taluni scorci di natura intatta, su cui lo sguardo indugia per un attimo, in una sorta di affascinata sospensione (vv. 948-952). Se, tra i poeti della generazione successiva, Virgilio annuncia nella IV Ecloga l’imminente ritorno dell’età dell’oro [ vol. II, T3, cap. 2], per contro Orazio include nel libro degli Epodi due componimenti (7 [ vol. II, T1, cap. 3]; 16) di ispirazione profondamente pessimistica e persino catastrofica. Nell’epodo 7 l’archetipo mitico delle origini (qui il racconto della fondazione) viene rovesciato e destituito di ogni valenza positiva, configurandosi come un marchio di violenza fratricida (l’uccisione di Remo) nel quale è inscritto il destino di autodistruzione della città. Analogamente, nell’epodo 16 il poeta denuncia l’ormai irreversibile rovina (Altera iam teritur bellis civilibus aetas,/ suis et ipsa Roma viribus ruit, vv. 1-2), vaticinando il crollo finale dell’Urbe incendiata dai barbari che ne calpesteranno le ceneri, ed esorta i pochi virtuosi, «la parte migliore dell’indocile gregge», a far vela sulle acque dell’Oceano verso le Isole Fortunate, sedi beate destinate da Giove ai pii, dove perdura ancora e per sempre l’età dell’oro, rappresentata secondo i moduli canonici: ma si tratta ovviamente di un luogo immaginario, mitico-fantastico, approdo utopico di una fuga impossibile. L’età di Augusto La profonda trasformazione istituzionale portata a compimento da Ottaviano Augusto si presenta come un ritorno alle origini, alle fonti dell’identità storica e culturale del popolo romano, come una restaurazione degli antichi valori e degli antichi culti ( vol. II, cap. 1.2). Ora più che mai, il tema del ritorno al tempo delle origini si interseca con il mito dell’età dell’oro: al centro della propaganda augustea e dell’ideologia del principato si accampa, realizzazione suprema della nuova era, la pax Augusta, che viene programmaticamente celebrata, nei testi letterari così come nelle arti figurative, negli apparati rituali e nelle cerimonie pubbliche (si pensi soltanto ai pannelli dell’Ara Pacis e al Carmen Saeculare di Orazio [ vol. II, cap. 1, T2 e ONLINE], attraverso immagini e simboli che inequivocabilmente rinviano al saeculum aureum. Numerose le testimonianze letterarie di una rappresentazione diretta della mitica età dell’oro: oltre alla IV Ecloga virgiliana [ vol. II, T3, cap. 2], l’elegia I, 3 di Tibullo ( vol. II, T2 cap. 4, vv. 35-50) e il I libro delle Metamorfosi di Ovidio (vv. 89-112), cui può essere accostata un’ulteriore, personalissima rielaborazione di Virgilio nelle Georgiche, finale del II libro [ vol. II, T8, cap. 2]. Il poeta, tessendo le lodi della vita campestre, unico intatto residuo in terra della felicità della generazione aurea, incrocia e sovrappone, non senza implicazioni problematiche, gli ideali epicurei (il rifiuto dei fasci e della porpora, la «vita nascosta»), la rievocazione delle origini di Roma (l’età romulea, vv. 531-535) e infine il mito degli aurei regni di Saturno (vv. 536-540), ricordati anche dal re Evandro nell’VIII dell’Eneide [ vol. II, T3, cap. 2, Dialogo con i modelli b]. Per lo sviluppo di questi motivi, si vedano anche le «lodi d’Italia», Saturnia tellus, sempre nel II libro delle Georgiche [ vol. II, T7, cap. 2]. 173 © Casa Editrice G. Principato
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Il tempo delle origini
Nelle opere degli scrittori augustei si riconosce un’adesione “condizionata” e parziale – s’intende in diversa misura e secondo modalità per ognuno diverse – alle richieste del regime. La comune formazione callimacheo-neoterica e, per alcuni di essi almeno, epicurea, rende ragione delle resistenze, delle abili recusationes, degli avvicinamenti graduali, ma anche delle originali soluzioni tematiche, strutturali, espressive ( vol. II, cap. 1.3): non il canto del presente ma l’evocazione del passato, mitico e remoto (se mai, la celebrazione del presente attraverso le figure, gli eventi, le immagini del passato), sovente nelle forme della poesia eziologica callimachea. Al passato mitico si volge Virgilio nell’Eneide, superando gli ostacoli che si frapponevano alla realizzazione di un nuovo poema epico nazionale (in primis il rifiuto dell’epos tradizionale, fondamento irrinunciabile della poetica neoterica di matrice alessandrina), ed evitando quella giustapposizione di mito e storia operata dagli epici arcaici, che al gusto sorvegliato dell’epoca doveva apparire un monstrum difforme (la testa umana sopra un collo equino stigmatizzata da Orazio nell’esordio dell’Ars poetica, vv. 1-5). La materia storico-celebrativa viene “distanziata” e poeticamente trasfigurata mediante la concentrazione esclusiva del racconto sul tempo delle origini: figure ed eventi emblematici della leggenda ancestrale caratterizzati come latori di significati, valori e messaggi costitutivi della romanità, e tutti riconducibili ai punti di forza dell’ideologia augustea. La sintesi di mito e storia si realizza attraverso una fitta rete di allusioni, áitia e profezie: emblematica, nel libro VI, la rassegna dei futuri eroi di Roma [ vol. II, T22, cap. 2], che culmina nell’accostamento delle figure di Romolo e di Augusto, elogiato quale nuovo fondatore e restauratore dell’età dell’oro. Tutta la storia di Roma è racchiusa nelle origini, come appare dalla celebre descrizione dello scudo di Enea nel libro VIII, che reca effigiata al centro la battaglia di Azio [ vol. II, T25, cap. 2], ma negli scomparti laterali la lupa di Marte, i gemelli e le prime gesta dei Romulidi (vv. 630-641). La tensione fra mito e storia, passato e presente si rende percepibile attraverso le oscillazioni prospettiche di un altro passo del libro VIII, l’arrivo di Enea presso l’ospite Evandro [ vol. II, T24, cap. 2]. Il contrasto fra i luoghi agresti e silvani, pervasi da un primigenio orrore sacro, che il vecchio re arcade mostra allo straniero, e la città splendida e potente di Augusto, evocata dai fitti interventi “contrappuntistici” del poeta (aurea nunc, olim silvestribus horrida dumis, v. 348), non potrebbe essere più forte; ma è il supremo valore della pietas religiosa ad unificare le due prospettive al di là delle vertiginose lontananze del tempo. Per un verso, la “passeggiata archeologica” di Evandro ed Enea può essere considerata un virtuosistico catalogo di áitia, e per un altro una suggestiva evocazione del Latium vetus. Entrambi gli aspetti sono presenti nell’elegia IV, 4 di Properzio [ vol. II, T13, cap. 4], «Callimaco romano» che, giunto alla fase decisiva della sua «integrazione difficile» (La Penna), opta per la poesia eziologica – illustre e raffinata quanto potenzialmente elusiva – nelle “elegie romane” del suo ultimo libro. Certamente la poesia properziana non possiede la profonda vibrazione etico-religiosa che avvertiamo in Virgilio: il poeta elegiaco infatti relega ai margini, non senza residui di ambiguità, il tema propriamente romano – la storia di Tarpea vuole essere un’esaltazione della fides attraverso un exemplum negativo (cfr. anche la versione liviana [ vol. II, T5, cap. 6]) – e si affida piuttosto ai motivi e alle tonalità a lui più congeniali (il pathos e la fantasticheria erotica, la rivisitazione erudita del mito in chiave alessandrina, il lirismo descrittivo). Ma insuperabile è Properzio nella fascinosa evocazione di quel tempo remoto: negli scorci di un paesaggio ora selvatico e impervio, ora idillico, sempre attraversato da un 174 © Casa Editrice G. Principato
Il tempo delle origini
brivido arcano; nella vivida descrizione della rude semplicità primitiva, delle feste e degli antichissimi riti agresti. Per questi aspetti caratteristici del Properzio “romano” riveste particolare interesse la lettura parallela dell’elegia IV, 1, che nella prima parte (vv. 1-70) include una «passeggiata archeologica» in prospettiva rovesciata rispetto a quella dell’Eneide. Tempora cum causis Latium digesta per annum/ lapsaque sub terras ortaque signa canam: così Ovidio, che nel proemio dei Fasti (vv. 1-2) rivela l’intento di seguire le orme di Properzio, rivisitando sistematicamente il passato leggendario e prodigioso della città alla ricerca delle prime origini (causae, áitia) delle festività del calendario romano. Qui tuttavia prevale la curiosità erudita, insieme all’atteggiamento intellettualistico e distaccato consueto ad Ovidio, che gli precludono un’autentica partecipazione, come si evince dalla lettura del testo proposto [ vol. II, T15, cap. 5], l’áition delle feste Quirinalia in onore di Romolo-Quirino (17 febbraio). E si pensi allo spregiudicato ribaltamento del mito delle origini operato dallo stesso Ovidio in Ars amatoria I, 89134 [ vol. II, T8, cap. 5] dove il leggendario episodio del ratto delle donne Sabine (cfr. il solenne racconto di Livio [ vol. II, T4 ONLINE, cap. 6]), viene rivisitato – in una sorta di áition irriverente e malizioso – per dimostrare come il teatro sia un terreno privilegiato di caccia amorosa («Proprio da allora, per antica usanza, i teatri/ restano anche oggi pieni d’insidie per le belle donne», vv. 133-134; «il raccolto, in quei luoghi, è superiore a ogni speranza», v. 90). Ancora più esplicito il poeta in un altro passo della medesima opera (Ars amatoria III, 103-128 [ vol. II, T10, cap. 5]), dove rifiuta e relega perentoriamente in un passato obsoleto la simplicitas rudis (v. 113) e la rusticitas (v. 128) degli avi, proclamando la sua piena adesione allo stile di vita dell’aurea Roma attuale, in cui regna la più squisita raffinatezza (cultus adest, v. 127). La storiografia: Sallustio e Livio L’impostazione moralistica della storiografia romana individua nel tempo delle origini un punto di riferimento privilegiato per l’interpretazione – per lo più pessimistica e polemica, intesa alla denuncia di una decadenza talora irreversibile – della storia successiva. Così Sallustio, che nei capitoli 6-13 del Bellum Catilinae [ vol. I, T3 ONLINE, cap. 14] traccia un sintetico riepilogo (l’«archeologia») del buon tempo antico – dai miti delle origini fino alla svolta cruciale delle guerre d’Asia e della dominatio sillana – ornato di tutte le prische virtù che in seguito il popolo romano ha perduto; così Livio, che nella praefatio ai libri Ab Urbe condita [ vol. II, T1, cap. 6] non nasconde la sua nostalgia per la Roma arcaica delle origini (par. 5). Sebbene l’opera liviana costruisca un vero e proprio mito della romanità, l’adesione all’ideologia del principato appare soltanto parziale (anche se occorre tener conto della perdita dei libri dedicati alle guerre civili e all’età augustea): la coincidenza si limita all’esaltazione degli antiqui mores e della religiosità ancestrale, ma è un fatto che Livio vede nella storia successiva una progressiva decadenza (par. 9) e avverte che ormai Roma «è travagliata dalla sua stessa grandezza» (par. 4; cfr. anche Orazio, Epodo 16, cit.). Nella praefatio l’autore dichiara il proprio atteggiamento nei confronti del materiale leggendario di cui si compone il mito delle origini (nec adfirmare nec refellere, parr. 6-7). In realtà Livio esplicita quella che doveva essere la posizione dei suoi contemporanei: razionalistico scetticismo riguardo all’effettiva credibilità e consistenza storica degli eventi prodigiosi che costellano i racconti ancestrali; profonda fiducia nei valori costitutivi della romanità di cui quei miti sono emblemi, come dimostra un passo esemplare del libro I, dedicato al regno di Numa [ vol. II, T8, cap. 6]. 175 © Casa Editrice G. Principato
Proemi e poetiche Volume primo T1, cap. 2
Livio Andronico, Il proemio: invocazione alle Camenae Odussia, fr. 1 Traglia
T3, cap. 2
Ennio, Due proemi Annales, fr. 1-3; 13; 133 Traglia
T1d ONLINE, cap. 10 Elvio Cinna, Un epigramma fr. 3 Traglia T1 ONLINE, cap. 10
Callimaco, Una nuova poetica Aitia, fr. 1 Pfeiffer; Inno ad Apollo, 103-113; Antologia Palatina XII, 43
T2, cap. 10
Catullo, La dedica del libellus Liber 1
T1, cap. 11
Lucrezio, Invocazione a Venere De rerum natura I, 1-43
T2, cap. 11
Lucrezio, Primo elogio di Epicuro De rerum natura I, 62-79
T3, cap. 11
Lucrezio, Il sacrificio di Ifianassa De rerum natura I, 80-101
T5, cap. 11
Lucrezio, Il «dolce miele delle Muse» De rerum natura I, 922-950
Volume secondo T13, cap. 2
Virgilio, Il proemio dell’Eneide Aeneis I, 1-11
T13, cap. 2
DIALOGO CON I MODELLI I proemi omerici Iliade I, 1-7; Odissea I, 1-10
T13, cap. 3
Orazio, Convito simbolico Carmina I, 38
T18, cap. 3
Orazio, O fons Bandusiae Carmina III, 13
T19, cap. 3
Orazio, Non omnis moriar Carmina III, 30
T1, cap. 4
Tibullo, La vita ideale Elegiae I, 1 Properzio, L’elegia proemiale Elegiae I, 1
T6, cap. 4 T6, cap. 4
DIALOGO CON I MODELLI Meleagro, Un epigramma Antologia Palatina XII, 101
176 © Casa Editrice G. Principato
Proemi e poetiche
T11 ONLINE, cap. 4
Properzio, Dichiarazione di poetica Elegiae II, 34
T1, cap. 5
Ovidio, Ritratto del poeta elegiaco Amores I, 3
T4, cap. 5
Ovidio, Il pubblico del poeta elegiaco Amores II, 1
Volume Terzo T5, cap. 2
Manilio, Il proemio Astronomica I, 1-37
T3, cap. 2
Persio, Una dichiarazione di poetica Choliambi
T7 ONLINE, cap. 2
Persio, O curas hominum, o quantum est in rebus inane! Saturae I
T9, cap. 2
Persio, Elogio del maestro Anneo Cornuto Saturae V, 1-51
T4, cap. 2
Lucano, «Guerre più atroci delle civili»: il proemio Pharsalia I, 1-7
T1, cap. 7
Stazio, Dal proemio della Tebaide Thebais I, 1-4
T2, cap. 7
Valerio Flacco, Dal proemio degli Argonautica Argonautica I, 1-4
T2, cap. 8
Marziale, Hominem pagina nostra sapit Epigrammata X, 4
T3, cap. 8
Marziale, Lasciva est nobis pagina, vita proba Epigrammata I, 4
T1; T2 ONLINE, cap. 9 Giovenale, Una satira programmatica: facit indignatio versus Saturae I, 63-80; 147-171
Nei testi della letteratura latina lo spazio riservato alla riflessione, al dibattito critico, alle dichiarazioni di poetica, programmatiche e polemiche, appare assai ampio. In Roma l’attività letteraria nasce per così dire già “adulta” (un unicum, probabilmente) e si sviluppa, su un fondamento alquanto esiguo – comunque incerto – di esperienze “preletterarie” indigene, in un rapporto costante, anche se in continua evoluzione attraverso fasi diverse, di imitazione/emulazione con la letteratura greca. In forma esplicita o allusiva, gli scrittori latini si confrontano assiduamente con i loro grandi modelli, si richiamano ad essi di continuo, rivendicando nel contempo la propria originalità e talora proclamando con orgoglio di averli eguagliati e persino superati. 177 © Casa Editrice G. Principato
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Proemi e poetiche
Ma anche nella tensione emulativa, nella dialettica acutamente consapevole fra tradizione e innovazione, imitazione e originalità, i Romani mettono a frutto la lezione di maestri greci, in particolare, per questo aspetto, Callimaco [ vol. I, T2 ONLINE, cap. 10] e gli alessandrini. Già in età arcaica, peraltro, ai modelli greci si affiancano, come interlocutori, avversari o maestri riconosciuti, gli stessi autori latini, finché – nell’età di Augusto – alla coscienza culturale dei Romani appare chiaro che anche la letteratura nazionale possiede ormai i suoi classici e un compiuto sistema dei generi degno di competere con quello della tradizione ellenica. Appunto per questo, accanto al richiamo costante ai modelli – greci e latini – nelle loro frequenti enunciazioni di poetica (collocate spesso, ma non esclusivamente, nelle zone proemiali o di congedo) gli scrittori di Roma tengono a chiarire la propria posizione entro l’orizzonte del genere prescelto, ponendo l’accento con enfasi particolare sul ruolo privilegiato del primus, dell’inventor [ vol. I, T5, cap. 11; vol. II,T19, cap. 3; vol. III, T1 e T5, cap. 2] talora fissando un canone di auctores e maestri – ancora una volta, sia greci che latini – entro il quale collocare se stessi e la propria opera [ vol. II, T11 ONLINE, cap. 4]. Il percorso, che attraverso l’analisi di testi esemplari illustra aspetti e momenti rilevanti di questo processo storico, si articola in tre sezioni, organicamente collegate fra loro ma fruibili anche separatamente: la prima prende in esame il proemio epico (distinguendo fra epos eroico o guerresco-avventuroso ed epos didascalico); la seconda le dichiarazioni di poetica dei lirici e degli elegiaci; la terza quelle dei satirici e di un poeta epigrammatico, Marziale, accomunati da indubbie affinità. È naturalmente possibile estendere l’indagine ad altri generi: per dare soltanto due indicazioni di speciale interesse, ai proemi storiografici e ai prologhi drammatici. Il proemio epico: l’epos guerresco-avventuroso Fin dalle origini, e cioè – per noi – dai poemi omerici, il proemio epico presenta una struttura ben precisa, nella quale si riconoscono due momenti distinti, anche se strettamente connessi fra loro: la proposizione o enunciazione dell’argomento e l’invocazione rivolta alle divinità (istituzionalmente, ma non esclusivamente, le Muse) considerate fonte dell’ispirazione poetica, affinché assistano il poeta nell’arduo lavoro. Le caratteristiche-base del proemio omerico si impongono come modello normativo per tutta la successiva produzione poetica occidentale: ma sullo schema convenzionale e tradizionale si innestano variazioni, aggiunte, innovazioni significative. Eredi e continuatori della cultura alessandrina, i poeti romani utilizzano gli spazi proemiali per formulare articolate e personali dichiarazioni di poetica. Come si sa, la storia del genere epico in Roma prende inizio da una traduzione dell’Odissea: il nostro percorso si apre con un frammento – un solo verso, il primo – dal proemio di Livio Andronico [ vol. I, T1, cap. 2]. Il traduttore dà prova di una rigorosa fedeltà al testo omerico; tanto più spicca la sostituzione della greca Musa con l’italica Camena, nell’ambito di un capillare procedimento di romanizzazione dell’originale, evidente fin dalla scelta del metro saturnio. Complesse e articolate, pur nell’irrimediabile frammentarietà del testo, appaiono le superstiti dichiarazioni proemiali di Ennio [ vol. I, T3, cap. 2]: nel I libro (frr. 1-3, 13) invoca le Muse dell’Olimpo greco, come forse già aveva fatto Nevio nel suo Bellum Poenicum; introduce elementi soggettivi (il sogno) e filosofici (le dottrine orfico-pitagoriche); non si limita a riecheggiare Omero ma satura il testo di riferimenti allusivi ad altri autori ed altre opere di epoche diverse (la Teogonia di Esiodo, gli Aitia di Callimaco; cfr. note). Nel proemio al VII libro (fr. 133) polemizza con i poeti latini che lo avevano preceduto e si proclama dicti studio178 © Casa Editrice G. Principato
Proemi e poetiche
sus (cfr. nota) Il messaggio appare chiaro e preciso: Ennio intende proporsi al suo pubblico come alter Homerus, ma nello stesso tempo come letterato dotto e raffinato, secondo il modello più recente della scuola alessandrina. Virgilio struttura il proemio dell’Eneide [ vol. II, T13, cap. 2] secondo una rigorosa scansione bipartita: proposizione (vv. 1-7) e invocazione (vv. 8-11). Inserisce immediatamente, in posizione privilegiata, l’elemento soggettivo (cano, v. 1), già riscontrato nei proemi enniani; nell’esposizione dell’argomento dà speciale rilievo all’annuncio della futura grandezza di Roma, legando esplicitamente, mediante un nesso fortissimo (unde, v. 6), le remote vicissitudini dell’eroe al tema civile “augusteo” e all’intento celebrativo. Soltanto in un secondo momento si leva l’invocazione alla Musa, il cui intervento appare in qualche modo “ridimensionato”: non le si chiede propriamente di ispirare il canto del poeta ma di ricordargli le cause originarie (mihi causas memora, v. 8) delle vicende che si accinge a narrare. Evidente l’intento di “omerizzare”, coniugando fin dal primo verso (Arma virumque) i due grandi archetipi del genere epico, l’Iliade e l’Odissea [cfr. i due proemi omerici in vol. II, T13, Dialogo con i modelli] in una gara emulativa di marca ellenistica con il modello, ribadito più ampiamente ai vv. 3 e 5. L’aspirazione virgiliana (dotare la letteratura latina di una grande opera che riassuma in sé le caratteristiche di entrambi i poemi omerici) va interpretata nell’ambito di un processo più vasto: la fondazione di un nuovo, organico sistema dei generi, degno di porsi in competizione emulativa con quello della letteratura greca (il “classicismo” augusteo [ vol. II, cap. 1.3]). Il brevissimo proemio di Ovidio alle Metamorfosi [ vol. II, cap. 5.5, p. 338] è un caso notevole di “adattamento” delle strutture canoniche a una materia eterogenea e soprattutto agli intenti personali e consapevolmente innovativi dell’autore. Entro il rapido giro di quattro versi si susseguono la propositio (In nova... mutatas dicere formas/ corpora), nella quale il poeta si propone di cantare le metamorfosi, e l’invocatio, che Ovidio non rivolge alla Musa ma a tutti gli dèi, in quanto protagonisti (come attori o come fautori) delle prodigiose mutazioni, mediante una captatio benevolentiae (nam vos mutastis et illas). Non manca, nella chiusa, il riferimento a due tra i suoi principali – certo non gli unici – modelli, Esiodo autore della Teogonia (prima... ab origine mundi) e soprattutto Callimaco, maestro di poesia mitologica ed eziologica. La fulminea allusione del v. 4 racchiude contemporaneamente la dichiarazione del modello e la presa di distanza da esso; infatti l’espressione perpetuum... carmen riecheggia in chiave contrastiva il prologo degli Aitia, nel quale, come si sa, Callimaco aveva proclamato di non voler cantare un «carme continuo» [ vol. I, T1 ONLINE, cap. 10]. La brevitas è inversamente proporzionale, come si vede, alla densità e alla stratificata ricchezza di significati che Ovidio concentra allusivamente in soli quattro versi: occorre ancora notare che, come Virgilio, nel v. 1 l’autore delle Metamorfosi proclama non senza enfasi la natura soggettiva della propria ispirazione (fert animus... dicere); infine, assegnando alla narrazione un arco di tempo vertiginosamente illimitato (prima... ab origine mundi/ ad mea tempora) rivela l’ambizione di comporre un poema totale e onnicomprensivo (di fatto debordante ben oltre i confini del genere [ vol. II, cap. 5.5]. Nel testo poetico tutto irradia significato, anche – paradosso apparente – quello che non c’è. Nel proemio di Lucano alla Pharsalia [ vol. III, T4, cap. 2] non compare affatto il secondo momento canonico, l’invocazione. I sette versi dichiarano soltanto l’argomento, e in maniera tutt’altro che oggettiva: si tratta dell’appassionata denun179 © Casa Editrice G. Principato
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cia in limine di uno scelus (v. 2), di un foedus infranto (v. 4), di un nefas (v. 6; si noti la climax ascendente). Argomento del canto sarà una guerra fratricida (Bella... plus quam civilia; in sua... viscera; cognatas... acies) sullo sfondo di un catastrofico sommovimento universale (v. 5). L’accumulo ridondante di espressioni affini e il deflagrare delle antitesi ribadiscono la tragica negatività della materia e forniscono in anticipo l’interpretazione pessimistica delle vicende (storiche e recenti, non mitiche e remote) che il poeta si accinge a narrare. Fin dal confronto tra i due proemi emerge il rapporto antifrastico che Lucano istituisce con il poema di Virgilio: dato che le vicende belliche dei libri “iliadici” dell’Eneide (VII-XII) adombrano verosimilmente le guerre civili che hanno preceduto l’instaurazione del principato, appare evidente che l’autore della Pharsalia annuncia fin dalla protasi un intenzionale rovesciamento dell’interpretazione “positiva” (quanto all’esito finale) che sembra proporne Virgilio nei vv. 5-7 [ vol. II, T13, cap. 2]. Del tutto assente, come si è detto, l’invocazione: una scelta audace ma coerente con l’antiteismo lucaneo, che oscilla fra la negazione della divinità (mentimur regnare Iovem, VII, 447) e un esplicito atto di accusa contro la «provvidenza crudele». Per l’età flavia si parla, in parte a ragione, di classicismo; tuttavia, nei proemi di Valerio Flacco [ vol. III, T2, cap. 7] e soprattutto di Stazio [ vol. III, T1, cap. 7] – di entrambi riportiamo i versi d’esordio nel Percorso antologico – è dato rilevare piuttosto una manipolazione manieristica della tradizione: dilatazione delle strutture, amplificazione retorica, virtuosistiche variazioni. Un altro elemento significativo è rappresentato dall’inserimento di ampie dediche encomiastiche ai principi della dinastia flavia, che continua una tendenza avviata in età augustea (cfr. ad esempio, più sotto, le osservazioni sul proemio delle Georgiche). La Tebaide di Stazio si apre infatti nelle forme canoniche: Fraternas acies alternaque regna profanis/ decertata odiis sontesque evolvere Thebas/ Pierius menti calor incidit («Gli eserciti di due fratelli che si affrontano; un regno conteso con odio empio da coloro che avrebbero dovuto governarlo a turno; Tebe carica di colpe: questi sono i temi che mi induce a svolgere l’ardente ispirazione infusa nella mia mente dalle Muse», vv. 1-3; trad. di G. Faranda Villa). Ma dallo stesso v. 3, «Da dove prendere lo spunto, o dee? Qual è il vostro comando? Dovrò cominciare a cantare l’origine di quella stirpe maledetta» (Unde iubetis/ ire, deae? Gentisne canam primordia dirae) ha inizio una lunga variazione articolata mediante una serie di domande alle Muse e di relative risposte del poeta, che infine rinuncia a cantare ab origine il complesso dei miti tebani e ai vv. 16-17 circoscrive nuovamente il tema secondo il proposito iniziale; segue, sotto forma di recusatio, la dedica encomiastica a Domiziano, di cui celebra i trionfi militari e annuncia la futura assunzione fra gli dèi sotto forma di astro, sulla scia di Virgilio e di Lucano (Phars. I, 45 sgg., il problematico elogio di Nerone); ritorna sull’argomento ai vv. 33-40; chiude il proemio, con l’apostrofe a Clio, una nuova invocazione (vv. 41-45). Si osservi che la tematica della Tebaide appare vicinissima a quella lucanea (una nefasta guerra fratricida), benché trasferita – e questo è già significativo – sul piano remoto del mito; ma non si rinviene traccia, in questa esibizione compiaciuta di tecnicismo virtuosistico, dello slancio appassionato, dell’immedesimazione profonda e violenta con la propria materia che colpiscono i lettori della Pharsalia. Non sono trascorsi molti anni, ma è sufficiente il confronto tra i due proemi per misurare la distanza che separa un esponente della nobilitas senatoria stoica e repubblicana passato all’opposizione da un letterato cortigiano dell’età flavia. 180 © Casa Editrice G. Principato
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Considerazioni in parte analoghe si possono ripetere per il proemio, indubbiamente più sobrio, più breve (25 versi) e di linee più classiche, alle incompiute Argonautiche di Valerio Flacco, dedicate a Vespasiano, che viene celebrato insieme ai figli (e futuri imperatori) Tito e Domiziano. Il proemio epico: l’epos didascalico Al genere epico, nel sistema letterario greco-latino, è assimilata la poesia didascalica; fin dalle origini l’epos della conoscenza adotta il metro (l’esametro) e le convenzioni proemiali fissate dalla tradizione omerica, naturalmente rielaborandole, come testimoniano – per non citare che gli esempi più celebri – le opere di Esiodo, di Parmenide e di Empedocle. Pertanto questa sezione del percorso include il De rerum natura di Lucrezio e gli Astronomica di Manilio. In senso stretto, il proemio lucreziano coincide con l’inno a Venere [ vol. I, T1, cap. 11], già di per sé un esordio di singolare ampiezza; occorre tuttavia annettere alla zona proemiale l’elogio di Epicuro [ vol. I, T2, cap. 11] che apre il libro I con immagini e scelte linguistiche mutuate dal codice dell’epos eroico [ vol. I, T2, cap. 11, Leggere un testo critico], insieme all’exemplum di Ifianassa [ vol. I, T3, cap. 11], che lo completa. Se la propositio, lungamente ritardata, appare inusitatamente breve («i versi/ che intendo comporre sulla natura di tutte le cose», vv. 24-25), l’invocazione si espande, a partire dal relativo del v. 3 (quae, «[tu] che»), in modo del tutto eccezionale, fino ad assumere le proporzioni e l’andamento di un vero e proprio inno, di cui presenta le tradizionali scansioni. L’originalissima rielaborazione delle strutture-base del proemio tradizionale è pienamente funzionale agli intenti che Lucrezio si propone. In particolare, occorre soffermarsi sulla preghiera che il poeta rivolge alla dea al v. 28 (da dictis, diva, leporem): Lucrezio invoca Venere perché infonda nei suoi versi la grazia e il fascino (lepos) che esercita su tutte le creature. In un passo replicato alla fine del I libro [ vol. I, T5, cap. 11] e all’inizio del IV (1-25), l’autore spiega le ragioni che l’hanno indotto ad esporre le dottrine del maestro in forma poetica (un unicum in tutta la letteratura epicurea): la filosofia di Epicuro è una dottrina ardua e severa, che il «dolce miele delle Muse» – il fascino della poesia, il suo potere psicagogico – può addolcire, rendendola attraente e accessibile, come il non metaforico miele di cui i medici cospargono gli orli della tazza per far bere al fanciullo la medicina amara (la similitudine, di ascendenza omerica, ricorre, come si sa, nel proemio della Gerusalemme liberata). Ai vv. 26-27 compare, accompagnata da un breve elogio, la dedica (Memmiadae nostro): si tratta di un modulo caratteristico del testo didascalico fin dalle origini (basti citare il poema Opere e giorni, dedicato da Esiodo al fratello Perse), mentre, come si è visto, nel poema epico-eroico la dedica viene inserita, in funzione di ossequio encomiastico e “cortigiano”, soltanto in età imperiale. Il dedicatario rappresenta, nel corso di tutta l’opera, un interlocutore diretto, una sorta di lettore-discepolo cui rivolgere in prima istanza l’ammaestramento. Ma per Lucrezio si tratta anche di conquistare, attraverso Memmio, un nuovo pubblico (la classe dirigente romana), o, per meglio dire, di convertirlo al verbo salvifico di Epicuro. Interessante a questo punto proporre il confronto con il proemio delle Georgiche, nel quale Virgilio espone l’argomento dei quattro libri rivolgendosi a Mecenate (vv. 1-4); segue un’amplissima invocazione (vv. 5-42), dapprima agli astri che guidano «in cielo la corsa dell’anno», poi a tutte le divinità, maggiori e minori, che in vario modo proteggono il lavoro dei campi e i frutti della terra; per ultimo a Cesare (Ottaviano), destinato ad essere accolto nel consesso divino, cui tributa un omaggio encomiastico 181 © Casa Editrice G. Principato
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di ben 19 versi, non esente da punte di iperbolica esaltazione, segno palese del mutato clima culturale e politico, e del nuovo rapporto che lega il letterato al potere. Nel proemio agli Astronomica [ vol. III, T5, cap. 2], Manilio rivendica per sé il pregio dell’inventor; dedica il poema degli astri – verosimilmente – ad Augusto, proclamandone, come Virgilio nelle Georgiche, la natura divina e la futura sede beata (al v. 13 la pace è dichiarata condizione necessaria all’otium letterario; se è probabile che si tratti di un’allusione alla pax Augusta, importa soprattutto osservare che può essere letta come una risposta delle generazioni successive alle inquietudini espresse da Lucrezio nel suo proemio); invoca Apollo e Mercurio perché ispirino il suo canto. Un importante passo di poetica è presente nel II libro degli Astronomica, che riprende il tópos dell’inventor offrendo un saggio di imitatio cum variatione del celebre proemio di Callimaco agli Aitia (vv. 57-59). Enuncia quindi l’argomento della trattazione, l’unità e la perfetta armonia dell’universo governato da una mens provvidenziale (vv. 60-66). Nei versi successivi “dialoga” ancora una volta con Lucrezio: seguace della filosofia stoica, conduce una sorta di confutazione allusiva, mediante una serie di espressioni negative, della visione del cosmo disegnata dal poeta epicureo. Poeti lirici ed elegiaci Dei princìpi di poetica professati dai sodales della cerchia neoterica siamo informati quasi soltanto attraverso i carmi di Catullo, caratterizzati da una chiara consapevolezza dei criteri ed obiettivi artistici perseguiti dal gruppo, nonché da una vivace tensione polemica. Possediamo tuttavia, sfuggito alla rovina pressoché totale della produzione neoterica, un epigramma di Cinna [ vol. I, T1d ONLINE, cap. 10], che rivela notevoli analogie con almeno due celebri “manifesti” della poetica catulliana (c. 1 [ vol. I, T2, cap. 10]; c.95), specialmente con la dedica del libellus; in entrambi i brevia carmina dei due amici-poeti è presente un elegante gioco di rimandi allusivi fra le caratteristiche esteriori del libro-oggetto (raffinato, prezioso, di ridotte dimensioni) e quelle intrinseche del libro-opera poetica. Il tono leggero e scanzonato, la componente ludica, i diminutivi non impediscono peraltro che dai due carmi di Catullo emerga la ferma persuasione della perennità dell’opera poetica (per sé espressa in forma augurale), beninteso di quella che realizza i nuovi ideali poetici, come la Zmyrna di Cinna. Al tema dell’immortalità poetica, in forme solenni classicamente scandite, è dedicato il congedo del terzo libro delle Odi oraziane [ vol. II, T19, cap. 3]: il poeta dichiara con orgoglio di aver innalzato un monumento più duraturo del bronzo (Exegi monumentum aere perennius), associa la perennità del canto e della propria fama all’immortalità di Roma e rivendica a sé il vanto dell’inventor nel genere lirico. Dichiarazioni che, come si è già detto per Virgilio, appartengono alla nuova coscienza letteraria dell’età augustea: fondazione di un sistema dei generi che guarda ora anche ai modelli greci di età arcaica e classica; accettazione (più o meno “condizionata”) delle richieste di impegno civile; esigenza di contenuti più alti e “forti”; ricerca di un equilibrio formale caratterizzato da misura, chiarezza, armonia, semplicità di linee, pur senza mai rinnegare i maestri ellenistici né la basilare formazione neoterica. Nelle Odi Orazio inserisce sovente enunciazioni di poetica, talora in chiave allusiva, metaforica e simbolica – come nel congedo del libro I [ vol. II, T13, cap. 3], che “sceneggiando” l’allestimento del convito semplice esprime insieme un ideale di vita e di poesia – sempre affidate all’evidenza icastica delle immagini e alla pregnanza delle forme espressive. Maestro di poesia tenuis malgrado le sue incursioni nello stile “pindarico”, più alato e sostenuto (si legga ad esempio vol. II, T12, cap. 3), Orazio varia sul tema “grave” dell’immor182 © Casa Editrice G. Principato
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talità poetica nell’ode alla fonte di Bandusia [ vol. II, T18, cap. 3], dove rielabora con grazia incomparabile un tópos dell’epigramma ellenistico. I poeti dell’elegia romana si soffermano piuttosto a delineare un ideale di vita e/o la figura (presentata come autobiografica) dell’amante elegiaco; ma la reversibilità, ai limiti dell’identificazione, fra amore, vita e poesia, pilastro centrale del codice elegiaco (mutuata, come si sa, dal Liber catulliano), offre la chiave di lettura: la scelta della vita iners, dedita esclusivamente all’eros, implica la scelta, altrettanto esclusiva, della poesia tenuis, di contro alle forme poetiche “ufficiali” e celebrative, sopra tutte l’epos, oggetto di reiterate recusationes (cfr. vol. II, 4.1). Si può parlare dunque di poetica implicita, sia per l’elegia proemiale di Tibullo [ vol. II, T1, cap. 4], che non a caso si chiude con il rifiuto categorico della vita militare (cui gli elegiaci contrappongono la militia amoris), sia per quella di Properzio [ vol. II, T6, cap. 4], che tuttavia fornisce subito un indizio vistoso, aprendo con il riferimento allusivo a Meleagro [ vol. II, T6, cap. 4, Dialogo con i modelli]. D’altro canto Properzio, a differenza di Tibullo, è abbastanza prodigo di enunciazioni anche esplicite di poetica, che dissemina accortamente soprattutto nei primi tre libri, per lo più in forma di omaggi a Callimaco. Il testo più importante in questo senso è l’elegia conclusiva del secondo libro [ vol. II, T11 ONLINE, cap. 4]. Si tratta di una recusatio, congegnata in maniera originale e spiritosa, della poesia epica: il poeta si dichiara fedele ai propri modelli, Fileta di Cos e Callimaco, riconfermando le proprie scelte di vita e di poesia. Sia il grande Virgilio a cantare gli argomenti elevati: l’abile recusatio si trasforma in una laus Vergilii (è qui che Properzio annuncia la nascita dell’Eneide, destinata a superare persino l’Iliade), seguita dal canone dei poeti d’amore, essi pure graditi ai lettori, da Catullo a Cornelio Gallo (i modelli latini della poesia properziana); sigilla il canone il nome di Properzio, cantore di Cinzia, con l’augurio che anche ai suoi versi sia benigna la Fama. A sua volta Ovidio, il quale riprende in modo nuovo e originale tutto il repertorio di temi e situazioni, ormai codificate in una tradizione, dell’elegia romana, in Amores I, 3 addita quale fonte esclusiva della sua ispirazione poetica Amore, che dona fama perenne ai suoi fedeli [ vol. II, T1, cap. 5], non mancando poi, nell’elegia proemiale del II libro (Amores II, 1), di formulare in toni aggraziati e giocosi la canonica recusatio della poesia epica [ vol. II, T4, cap. 5]. Poeti satirici ed epigrammatici La poetica della satira esametrica, nonostante gli esiti diversi che presenta nei tre autori di cui leggiamo le opere (Orazio, Persio, Giovenale), appare organica e compatta sulle questioni di fondo; in particolare converge nel richiamo unanime a Lucilio, che per primo Orazio mostra di considerare fondatore e maestro del genere. In un frammento di Lucilio (vv. 480-489 Marx) riconosciamo infatti un archetipo di poetica della satira, basata sulla contrapposizione razionalistica fra verum e fictum: nel primo gruppo di versi (480-483) bersaglio della polemica luciliana sono le favole dei poeti, che non reggono al vaglio del comune buon senso (homines portenta... monstra putant); nel secondo (484-489) le superstizioni popolari, equiparate alle fantasie puerili. Altri frammenti significativi si trovano fra le reliquie del libro XXVI, nei quali vengono presi di mira i clamorosi portenta dei tragici latini, cari al gusto del popolo ignorante, che Lucilio respinge sdegnosamente, aspirando a un pubblico colto e selezionato. Nel formulare una recusatio della poesia epica, egli dichiara l’origine intima e personale della propria ispirazione: ego ubi quem ex precordiis/ ecfero versum (vv. 590591 Marx). 183 © Casa Editrice G. Principato
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Tre satire oraziane (I, 4; I, 10; II, 1 [ vol. I, cap. 8, Il giudizio critico di Orazio ONLINE]) disegnano un’articolata enunciazione di poetica, con particolare riguardo alla specificità di questo genere. In tutte e tre Orazio si riallaccia, sia pure con alcune riserve, a Lucilio. Due i punti fondamentali: a) la poesia satirica non vuole essere poesia “vera e propria”, non carmen ma sermo; la sua è una Musa pedestris (Sermones II, 6, 17: evidente l’allusione alla Musa che incede pinnato gradu, «con passo alato», secondo il “preneoterico” Porcio Licino), il che non comporta affatto negligenza formale; b) è un modo di formare la coscienza morale e di migliorare l’uomo (e prima di tutti se stesso). Nella satira V [ vol. III, T9, cap. 2] Persio riprende il programma luciliano di adesione al vero, rifiutando i miti portentosi e truculenti della tragedia latina, evocati mediante immagini grottesche e caricaturali; come Orazio, che scrive sermoni propiora (Sermones I, 4, 42) dichiara di usare parole comuni (verba togae), assegnando alla satira un intento morale. Tuttavia, il confronto con la satira oraziana consente di rilevare notevoli differenze: al mutamento di prospettiva e di destinatario corrispondono profondi mutamenti sul piano della tecnica espressiva e dello stile, segnalati qui dal proposito di ricercare la iunctura acris (v. 14) e dall’impiego di metafore “chirurgiche” (radere, defigere, revellere). La deformazione grottesca, espressionistica, delle immagini, il ricorso a un linguaggio aspro e violento appaiono in sintonia con il moralismo aggressivo e intransigente dell’autore. Nell’esiguo corpus delle satire di Persio si possono individuare altri due testi di notevole interesse per la definizione della sua poetica: i Choliambi [ vol. III, T3, cap. 2] e la satira I [ vol. III, T7 ONLINE, cap. 2]. Il primo libro delle Satire di Giovenale si apre con un componimento programmatico [ vol. III, T1; T2 ONLINE, cap. 9]: l’esordio è una vivacissima polemica contro la trita ed evasiva poesia mitologica, bersaglio della satira latina da Lucilio a Persio, cui l’autore oppone una poesia della realtà, colta nei suoi aspetti più grotteschi e degradati. L’intento moralistico (denunciare i vizi e la corruzione del presente) non nasce pacatamente dalla riflessione; l’ispirazione poetica sorge irresistibilmente dall’indignazione (facit indignatio versum, v. 79), dall’ira che brucia il fegato (v. 45), dall’animus flagrans (v. 152) del poeta, nel solco della tradizione luciliana, cui Giovenale si riallaccia apertamente, all’inizio (v. 20) e alla fine (v. 165) della satira. A differenza di Lucilio, tuttavia, eviterà di fare il nome dei potenti contemporanei e si limiterà a parlare dei morti (vv. 170-171): dichiarazione che segna la distanza incolmabile fra l’età della libera repubblica e quella del principato. Sul piano stilistico, va osservato che la dimensione “umile” e colloquiale del quotidiano non basta più al pathos “indignato” di Giovenale (come per altro verso, lo si è visto, a Persio): «portato dalla forza stessa del suo tema – una realtà che ha raggiunto l’orrore dei monstra tragici – Giovenale sente la sua satira assumere la sostenutezza della tragedia (Sat. VI, 634 sgg.)» (Citroni). Evidenti i punti di contatto fra la poetica della satira e le indicazioni programmatiche presenti in numerosi epigrammi di Marziale. In primo luogo, «sia la satira che l’epigramma “realistico” di Marziale esibiscono apertamente, talora provocatoriamente, il loro carattere di generi “minori”, contrapponendo la loro “Musa pedestre”, il loro non essere poesia di pieno diritto – in quanto poesia “realistica” – ai generi alti» (Citroni). Si tratta, com’è ovvio, di un artificio convenzionale, al fine di rivendicare maggiore libertà critica e proporre una rappresentazione autentica, in presa diretta, della vita reale. Infatti Marziale, sulle orme di Catullo, definisce la propria poesia come nugae, lusus, iocus [ vol. III, T3, cap. 8], ricorrendo insistentemente al diminutivo libellus; ma poi rovescia la tradizionale gerarchia dei generi letterari [ vol. III, T2, cap. 8], 184 © Casa Editrice G. Principato
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continuando la polemica dei satirici contro la mitologia (i monstra ficta dell’epica e della tragedia) e, come già Catullo [ vol. I, T2, cap. 10], si spinge fino a proclamare, con una variazione sull’ode III, 30 di Orazio [ vol. II, T19, cap. 3], l’immortalità della propria poesia (Ep. VIII, 3). Si osservi, nella ripresa del motivo topico, un elemento di novità: il ruolo decisivo giocato dal gradimento dei lettori, vanto ricorrente del poeta: laudant illa, sed ista legunt (Ep. IV, 49). Altrettanto nette sono tuttavia le differenze rispetto alla tradizione satirica: intento dello scrittore non è correggere il vizio, ma ritrarre la realtà nelle sue molteplici prospettive; inoltre – ma la scelta di Marziale appare in linea, per questo aspetto, con le analoghe rinunce degli altri poeti di età imperiale – si astiene dai luciliani attacchi ad personam.
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Un evento cruciale della storia di Roma: la congiura di Catilina Volume primo T2-T11, cap. 12
Cicerone, Oratio prima in Catilinam 1, 1-3; 3, 6-8; 4, 8-10; 5, 10-13; 6-7, 13-17; 7, 17-18; 9, 22-24; 10, 25-27; 11, 27-29; 13, 31-33
T1-T14, cap. 14
Sallustio, Bellum Catilinae 1-16; 20; 25; 31, 4-9; 51-52; 54-55; 60-61
TESTI 1
Cicerone, Ritratto di Catilina Pro Caelio 12-14
TESTI 2
E. Lepore, L’episodio di Catilina
La vicenda di Catilina rappresenta un evento cruciale della storia di Roma, perché in essa si manifestano tutte le contraddizioni emerse nell’ultimo secolo a causa della rapida espansione del dominio di Roma e dei connessi mutamenti nei costumi della società latina. Grazie alla qualità dei testi e degli autori (Sallustio e Cicerone in primis) che ci hanno parlato dell’episodio da diverse prospettive (e nell’ambito di generi diversi: la monografia storica; l’orazione), possiamo cogliere non solo il vertiginoso precipitare degli avvenimenti che segnarono il passaggio dalla repubblica al principato, ma anche il confrontarsi di mentalità e ideologie diverse. Poche vicende come quella catilinaria ci consentono insomma di accedere al mondo romano della tarda repubblica, ai suoi costumi di vita (si pensi al ritratto di Sempronia [ T8, cap. 14] in Sallustio: straordinario spaccato della nuova realtà femminile che si era venuta affermando in quegli anni), alle sue case, alle sue carceri, alle sue assemblee.
TESTI 1
Cicerone, Ritratto di Catilina Cicerone deve difendere il giovane Celio dall’accusa di essere stato in rapporti di amicizia con Catilina. Il discorso è abile e rigorosamente impostato: Catilina viene rappresentato come un monstrum, un uomo dalla natura ambigua e multiforme, ricco di qualità come di vizi, capace di attrarre a sé non solo uomini corrotti ma anche multos fortis viros et bonos. Di conseguenza, tra gli amici di Catilina non vi furono soltanto degli scellerati (improbi), ma anche cittadini integerrimi (optimi viri), come appunto Celio, tratti in inganno dalla sua formidabile capacità di simulazione. Il ritratto di Catilina viene sviluppato con finezza e abilità retorica: dapprima si crea una complicità con gli ascoltatori (sicuti meminisse vos arbitror), poi si introducono le prime antitesi (Utebatur... rei militaris), che incominciano a delineare la personalità inquietante e contraddittoria dell’uomo. Seguono nuove antitesi, più potenti, rilevate da anafore e introdotte da interrogative dirette (Quis... effusior?); poi la grande serie di infiniti che definisce i nuovi admirabilia di Catilina (Illa vero... vivere). La conclusione è affidata a due periodi di 186 © Casa Editrice G. Principato
Un evento cruciale della storia di Roma: la congiura di Catilina
particolare efficacia: il primo è fondato su uno schema correlativo rigorosamente logico (cum... tum), e sintetizza definitivamente l’ambiguità del personaggio; il secondo, giocato su un registro emotivo, è fondato su una scelta lessicale che punta sull’enfasi e sull’eccesso (tam consceleratus impetus... tot vitiorum tanta immanitas).
[12]
Studuit Catilinae, cum iam aliquot annos esset in foro Caelius; et multi hoc idem ex omni ordine atque ex omni aetate fecerunt. Habuit enim ille, sicuti meminisse vos arbitror, permulta maximarum non expressa signa, sed adumbrata1 virtutum. Utebatur hominibus improbis multis; et quidem optimis se viris deditum esse simulabat. erant apud illum inlecebrae libidinum multae; erant etiam industriae quidam stimuli ac laboris. Flagrabant vitia libidinis apud illum; vigebant etiam studia rei militaris. Neque ego umquam fuisse tale monstrum in terris ullum puto, tam ex contrariis diversisque et inter se pugnantibus naturae studiis cupiditatibusque conflatum. [13] Quis clarioribus viris quodam tempore2 iucundior, quis turpioribus coniunctior? quis civis meliorum partium3 aliquando, quis taetrior hostis huic civitati? quis in voluptatibus inquinatior, quis in laboribus patientior? quis in rapacitate avarior, quis in largitione effusior?
[12] È quando frequentava il foro già da alcuni anni che Celio diede il suo appoggio
a Catilina: e molti altri di ogni condizione sociale e di ogni età agirono proprio come lui; ché in Catilina erano – lo ricordate bene, penso – non già chiaramente espressi, ma appena accennati1 numerosissimi indizi delle più nobili virtù. Aveva rapporti con molti scellerati ma pure fingeva di essere devoto a dei gran galantuomini; vivere accanto a lui era un continuo incentivo al vizio: ma vi erano pure degli stimoli all’attività e al lavoro; portava in sé il fuoco di passioni viziose: ma vivo era pure il suo interesse per la vita militare. A mio parere non è mai esistito sulla terra un portento di tal fatta, una tale mescolanza di passioni e appetiti innati così contrari, opposti e contraddittori. [13] Chi in un certo periodo2 fu mai più accetto ai più eminenti e più legato ai più infami dei nostri concittadini? chi fu talora cittadino più attaccato al migliore partito3 e nemico più terribile del nostro stato? chi più immondo nei piaceri e più resistente alle fatiche? chi più avido nel rubare e più generoso nel donare?
1. non expressa… adumbrata: expressus e adumbratus sono vocaboli del linguaggio artistico: con il primo si designa, nella statuaria, un lavoro perfettamente finito; il secondo indica un disegno soltanto abbozzato.
2. quodam tempore: forse gli avvenimenti del 66-65: se così fosse, Cicerone farebbe allusione a Cesare e Crasso, che avevano tentato in quel tempo di utilizzare Catilina per i loro fini politici.
3. meliorum partium: il “miglior partito” è nturalmente quello degli optimates.
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Un evento cruciale della storia di Roma: la congiura di Catilina
Illa vero iudices, in illo homine admirabilia fuerunt, comprehendere multos amicitia, tueri obsequio, cum omnibus communicare quod habebat, servire temporibus suorum omnium pecunia, gratia, labore corporis, scelere etiam, si opus esset, et audacia, versare suam naturam et regere ad tempus atque huc et illuc torquere et flectere, cum tristibus severe, cum remissis iucunde, cum senibus graviter, cum iuventute comiter, cum facinerosis audaciter, cum libidinosis luxuriose vivere. [14] Hac ille tam varia multiplicique natura, cum omnis omnibus ex terris homines improbos audacisque collegerat, tum etiam multos fortis viros et bonos specie quadam virtutis adsimulatae tenebat. Neque umquam ex illo delendi huius imperi tam consceleratus impetus extitisset, nisi tot vitiorum tanta immanitas quibusdam facilitatis et patientiae radicibus niteretur. Quare ista condicio, iudices, respuatur, nec Catilinae familiaritatis crimen haereat. est enim commune cum multis, et cum quibusdam etiam bonis. Me ipsum, me, inquam, quondam paene ille decepit, cum et civis mihi bonus et optimi cuiusque cupidus et firmus amicus ac fidelis videretur; cuius ego facinora oculis prius quam opinione, manibus ante quam suspicione deprehendi. cuius in magnis catervis amicorum si fuit etiam Caelius, magis est ut ipse moleste ferat errasse se, sicuti nonnumquam in eodem homine me quoque erroris mei paenitet, quam ut istius amicitiae crimen reformidet. E ciò che, a dire il vero, sbalordiva in quell’uomo, era l’abilità con cui sapeva procurarsi numerose amicizie e conservarsele con la sua compiacenza, dividere con tutti ciò che possedeva, porre al servizio delle necessità di tutti i suoi amici il suo denaro, la sua influenza, la fatica fisica e perfino, in caso di bisogno, la sua scelleratezza e temerità, adattare e controllare la sua indole secondo l’occasione volgendola e piegandola in ogni senso, vivere severamente con gli austeri, allegramente con i gioviali, seriamente con i vecchi, piacevolmente con i giovani, temerariamente con gli scellerati, dissolutamente con gli sregolati. [14] E così, grazie a questo carattere così mutevole e complesso, aveva sì raccolto intorno a sé tutti i lestofanti e gli avventurieri di ogni parte del mondo, ma teneva pure legate a sé un gran numero di persone oneste e coraggiose grazie ad un’apparenza di finta virtù. Del resto, non sarebbe scaturita da lui la scellerata mania di distruggere il nostro impero, se tanti e sì mostruosi vizi non avessero avuto, oserei dire, per radici questa flessibilità e questa perseveranza. Si respinga dunque, giudici, questa pretesa e non pesi su Celio l’accusa di essere stato intimo di Catilina: è un’accusa che può essere fatta a molti, perfino a molti galantuomini. Io stesso, sì, io stesso, lo confesso, per poco non mi lasciai ingannare, dato che mi appariva un così bravo cittadino, ben disposto verso gli ottimati e un amico sicuro e fedele; ma i suoi crimini io li ho visti prima di immaginarli, li ho toccati con mano prima di averne il sospetto. E se nella moltitudine dei suoi amici c’è stato anche Celio, è più ragionevole che egli si dolga del suo errore, come talora a proposito dello stesso uomo me ne dolgo anch’io, piuttosto che temere che codesta amicizia costituisca un capo d’accusa. [Cicerone, Pro Caelio 12-14, trad. di G. Bellardi]
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TESTI 2
E. Lepore, L’episodio di Catilina Per maggiore chiarezza e completezza di informazione, riportiamo una sintesi critica dei fatti che precedettero e seguirono l’episodio della congiura, con l’inserzione fra parentesi delle fonti antiche che documentano le singole affermazioni.
Gli anni che precedono, a Roma, la congiura, mentre Pompeo è impegnato nelle sue campagne (66-63 a.C.), videro l’emergere di questo nobile della famiglia dei Sergi, ridotta in povertà [Sallustio, Bellum Cat. 5, 7] proprio con suo padre, quando egli nasceva (108 a.C. circa); membro come Lepido e lo stesso Pompeo del “consiglio” di C. Pompeo Strabone, poi sillano di cui le fonti esagerarono l’efferatezza, egli partecipò alle operazioni contro gli antisillani, e iniziò la sua carriera con la questura (78 a.C.) e l’edilità (71 a.C.), sempre in difficoltà economiche che non gli permisero di largheggiare in spettacoli e altre ostentazioni. Ancora legato ai gruppi ottimati fino al 66 a.C. stesso e difeso da essi in processo per immoralità, fu proprio dalla seconda metà dell’anno, dopo pretura (68 a.C.) e propretura in Africa (67-66 a.C.), che si verificò la rottura con essi, ne fosse causa o effetto il rifiuto della sua candidatura al consolato per il 65 a.C., per vizio di procedura, e poi l’accusa di Clodio per malversazioni in provincia, appunto nel 65 [Cicerone, Pro Caelio 10]. Il complotto che seguì per la vittoria popolare alle elezioni consolari e la deposizione senatoria dei consoli designati, sostituiti dai due ottimati, nell’inverno 66-65 a.C., non vide Catilina che in parte secondaria, qualunque voce calunniosa raccolgano le fonti contraddittorie. La figura che viene di nuovo alla ribalta, sia pure in questa tradizione discutibile, è quella di Crasso, che, fallito ogni progetto e resasi nota la congiura vera e propria di Catilina, si eclisserà da Roma [Plutarco, Vita di Crasso 13, 1-4]. Il processo de repetundis contro Catilina, del 65, gli impedì appunto di ripresentarsi alle elezioni dell’estate, e lo costrinse a rimandare ancora la candidatura di un anno, al 64 a.C. per il 63. Era lo stesso anno in cui si candidò al consolato anche M. Tullio Cicerone. [...] L’attacco a Catilina da parte del giovane Catone, con minaccia di applicargli la recente lex Tullia de ambitu, presentata e fatta approvare da Cicerone console, poi il nuovo insuccesso come terzo eletto, dopo i consoli designati per il 62, L. Licinio Murena e D. Iunio Silano, sostenuti da Crasso e da Cesare, fece precipitare la situazione. Voci e informazioni pervenute al console da Crasso, M. Claudio Marcello e Metello Scipione, e poi anche da Cesare attraverso il suo amico Arrio [Plutarco, Vita di Crasso 13, 4; Vita di Cicerone 15, 1-3; Svetonio, Caes. 17], di focolai di rivolta in Etruria e in varie altre parti di Italia e delle Gallie, indussero il Senato, cui furono riferite, alla proclamazione dello stato di emergenza e al conferimento dei pieni poteri ai consoli. Le dicerie e delazioni seguite con contestazioni a Catilina in Senato, la sua fuga e la resistenza organizzata con Manlio a Fiesole, la denuncia da parte degli ambasciatori degli Allobrogi delle manovre dei catilinari rimasti in Roma, anche in contrasto tra loro, e il loro arresto con le lettere consegnate ad essi da P. Cornelio Lentulo Sura, 189 © Casa Editrice G. Principato
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da Cetego e da Stabilio, provocarono la dichiarazione di hostis per Catilina, la cattura dei complici, la repressione totale con la guerra contro i ribelli in armi e la condanna a morte dei prigionieri, senza appello (provocatio) al popolo. La seduta senatoria del 5 dicembre 63 a.C. metteva fine alla crisi catilinaria e tuttavia, con il dibattito accesosi, apriva un nuovo periodo – anche per il console Cicerone – proprio quando si profilava il ritorno di Pompeo [da Oriente], il cui richiamo Cesare aveva proposto [Dione Cassio 37, 43] e Catilina aveva temuto [Plutarco, Vita di Cicerone 14, 1]. Quel dibattito rivelava l’emergere di nuove figure politiche, come soprattutto il giovane Catone, anche presso gli ottimati, e la labilità di quella concordia ordinum tra senatori e cavalieri, su cui Cicerone aveva riposto le maggiori speranze per la sua affermazione politica e la riforma della prassi repubblicana e dell’assetto tradizionale. [E. Lepore, La crisi della «nobilitas»: fra reazione e riforma, in Storia di Roma, volume secondo. L’impero mediterraneo. I. La repubblica imperiale, cit., pp. 763-767 passim]
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Il sogno Volume primo T3, cap. 2
Ennio, Due proemi Annales I, frr. 2-3, 13 Traglia
T5 ONLINE, cap. 2
Ennio, Il libro delle origini Annales I, fr. 32
T1 ONLINE, cap. 7
Pacuvio, Una macabra apparizione: il fantasma del figlio ucciso Iliona, vv. 197-201 Ribbeck
T17-T27 cap. 12
Cicerone, La visione celeste Somnium Scipionis, testo integrale
Volume secondo T16, cap. 2
Virgilio, Il sogno di Enea Aeneis II, 250-301
T7, cap. 5
Ovidio, Ero scrive a Leandro Heroides 19
Volume terzo T9 ONLINE, cap. 14
Apuleio, Apparizione di Iside Metamorphoseon XI, 1-7
T7, cap. 19
Gerolamo, Ciceronianus es, non Christianus Epistulae 22, 30
Sogno e visione Occorre distinguere fra due situazioni o esperienze affini, talora coincidenti e sovrapponibili, ma non identiche: il sogno (lat. somnium, da somnus), e la visione (lat. visio, da video). Se il sogno è anche, quasi sempre, una visione, percepita s’intende da un dormiente, non è vero il contrario: in sé la visione, ovvero l’apparizione/rivelazione di realtà normalmente precluse all’esperienza umana, può (talora deve) verificarsi in stato di veglia. I testi del nostro percorso riguardano esperienze propriamente oniriche, tranne (forse) l’ultimo [ vol. III, T7, cap. 19]; benché il racconto, in forma epistolare, sia universalmente noto come “il sogno di San Gerolamo”, l’autore non dichiara di essere stato afferrato dal sonno ma «rapito nello spirito»; tiene inoltre a precisare che «non si era trattato di un sogno» (Nec vero sopor ille fuerat aut vana somnia). È probabile tuttavia che il letteratissimo Gerolamo intenda soprattutto proclamare la veridicità della sua visione, mediante una ben riconoscibile citazione dall’Eneide (Nec sopor illud erat; III, 173). 191 © Casa Editrice G. Principato
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Il sogno
I libri dei sogni nel mondo antico In tutte le culture antiche il sogno è stato considerato alla stregua di un messaggio oscuro ma misteriosamente significativo, che richiedeva, per essere decifrato e compreso, l’intervento di un interprete. Non stupisce, dunque, che numerose raccolte di sogni siano giunte fino a noi: i Libri dei sogni dell’antico Egitto (secondo millennio a.C.); un Libro dei sogni rinvenuto a Ninive (VII sec. a.C.); un Trattato dei sogni dall’India (circa V sec. a.C.); la celebre Onirocritica o Interpretazione dei sogni composta dal greco Artemidoro di Daldi nella seconda metà del II secolo d.C. Anche nell’Antico Testamento non mancano episodi di sogni rivelatori: ad esempio quello di Nabucodonosor (Daniele II) o quelli del Faraone (Genesi XLI), interpretati rispettivamente dal profeta Daniele e da Giuseppe. Sogni, come si sa, ricorrono frequenti nei testi letterari antichi: si pensi ai grandi poemi, da Omero a Virgilio fino ad autori molto più tardi, dove il sogno si costituisce come parte integrante e necessaria del codice epico; attraverso i sogni, gli uomini possono entrare in contatto con la sfera del divino e del soprannaturale. Non tutti i sogni dicono il vero: Virgilio, ad esempio, prendendo le mosse da un luogo dell’Odissea (XIX, 562 sgg.), situa nell’Ade due porte, una di corno, l’altra d’avorio: dalla prima escono i sogni veritieri, dalla seconda i sogni fallaci (Eneide VI, 893-896); nondimeno, anche la visione ingannevole viene dagli dèi (ad esempio il sogno di Agamennone nel libro II dell’Iliade). Il sogno nell’antichità classica «Il sogno è movimento, o atteggiamento dell’anima, rivelante le varie cose, buone o cattive, che verranno»; così Artemidoro (Onirocritica II), che mostra di condividere la persuasione comunemente diffusa nel mondo antico, e perdurata fino ai tempi moderni, del valore premonitore del sogno. Il sogno dice o predice la verità: soltanto, la esprime per lo più in forma “altra”, misteriosa ed oscura, alla maniera degli oracoli e dei profeti; necessita dunque, come già si accennava, di un interprete. Leggere i segni divini e interpretarli è stata una delle massime preoccupazioni dell’uomo antico, il quale, attraverso i responsi oracolari, la magia, la mantica (o arte della divinazione; mántis in greco è l’indovino) nelle sue molteplici forme, cercava di aprire uno spiraglio sull’ignoto futuro, sulle verità dell’ordine cosmico, sulla volontà degli dèi. Il sogno nei testi della letteratura latina Il primo testo del percorso [ vol. I, T3, cap. 2] assembla tre brevi frammenti dagli Annales di Ennio, che appartenevano al proemio del I libro: al poeta appare in sogno Omero, il quale gli rivela che la sua anima, per effetto della metempsicosi, è trasmigrata in lui; nei versi seguenti lo stesso Omero si soffermava ad illustrare la natura del cosmo secondo le dottrine orfico-pitagoriche. Va osservato che il motivo del sogno, associato al tópos dell’iniziazione poetica, era già nel prologo degli Aitia di Callimaco [ vol. I, T1 ONLINE, cap. 10]; la ripresa enniana denuncia pertanto il suo predominante carattere di artificio retorico, in funzione di una dichiarazione di poetica [ Percorsi 2, «Proemi e poetiche»]. Nondimeno, la visione onirica conferma anche in questo particolare contesto il suo originario valore di arcana rivelazione, che non soltanto circonfonde di un’aura sacrale la persona di Ennio e l’arte poetica che egli professa, ma coinvolge ardue verità di ordine filosofico e religioso. Per lungo tempo nella letteratura latina il motivo del sogno veritiero, rivelatore e premonitore, riveste la funzione di solenne annuncio dei futuri destini di Roma e/o di 192 © Casa Editrice G. Principato
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celebrazione e consacrazione del suo ordinamento etico-politico attuale: la sanzione divina garantisce la legittimità della sua potenza, del suo dominio territoriale, del suo «impero senza fine» (Virgilio, Eneide I, 279), proclamandone la missione universalmente civilizzatrice nell’ambito di un disegno provvidenziale. Intorno a questo nucleo ideologicamente “forte” si dispongono tre testi del percorso, che scandiscono tre momenti successivi e ben distinti della storia di Roma, dall’epoca delle grandi conquiste alla crisi della repubblica e all’età del principato. Nel frammento enniano che narra il sogno di Ilia, figlia di Enea [ vol. I, T5 ONLINE, cap. 2] è contenuta una profezia, inquietante ed enigmatica per la protagonista ma non per il lettore, della nascita dei gemelli e della loro origine divina, dunque della fondazione e della futura grandezza di Roma. Ennio coniuga qui abilmente il pathos e i raffinati procedimenti di gusto alessandrino con un messaggio di natura politica in chiave celebrativa che riesce a restare quasi del tutto implicito, affidato soltanto a brevi e oscuri accenni («la buona fortuna»), lasciando intatto l’alone misterioso della visione onirica. Anche il sogno di Scipione Emiliano [ vol. I, T17-T27, cap. 12] contiene annunci profetici (la premonizione della morte violenta per mano dei congiunti [ vol. I, T20, cap. 12], ma si configura prevalentemente come grandiosa rivelazione dell’ordine cosmico e del destino umano oltre la morte. Cicerone tuttavia – non si dimentichi che il Sogno concludeva l’imponente costruzione del trattato De re publica – pone decisamente al centro del discorso il tema della missione politica e civile di Roma, riservando una speciale ricompensa ultraterrena «a tutti coloro che hanno salvato, aiutato, ingrandito la patria» [ vol. I, T20]. D’altro canto, nella celebrazione dello Stato romano e dei grandi del passato (i due Scipioni, Emilio Paolo) è ben avvertibile una coloritura nostalgica: alla vigilia del crollo l’autore ribadisce ancora una volta la sua fedeltà alla costituzione della libera repubblica e insieme a un passato (quel «secolo degli Scipioni», epoca aurea in cui egli riconosce il paradigma ideale delle sue aspirazioni politiche) che non potrà più rivivere. Ne è spia lo sguardo gettato sulla terra – e sul dominio di Roma – dalla prospettiva “straniata” di una vertiginosa altezza («mi parve allora tanto piccola [...] quasi un piccolo punto») nel celebre passo ripreso da Dante in Paradiso XXII, 133-154. Al tempo delle origini ritorna Virgilio: nel sogno di Enea [ vol. II, T16, cap. 2], rispetto al frammento di Ennio, l’urgenza drammatica della situazione rende il messaggio assai più esplicito e carico di tensione. Il discorso di Ettore, attraverso una serie di incalzanti esortazioni, si configura come immediato intervento di salvezza nel crollo improvviso e catastrofico della città; come sacra investitura di una missione (Enea è il predestinato che dovrà sottrarre all’annientamento i numi tutelari di Troia, cioè la patria stessa); come annuncio profetico di una storia lunga e gloriosa, ancora avvolta nell’oscurità di un remoto futuro. L’apparizione onirica dell’ombra di un congiunto straziato e sfigurato, latore di terribili rivelazioni, è un tópos della tragedia latina: si veda il frammento di Pacuvio [ vol. I, T2, cap. 7], in cui Deifilo appare in sogno alla madre chiedendole sepoltura e “mostrandole” il suo cadavere semidivorato dalle fiere con insistente accumulo di particolari raccapriccianti. Il motivo è giocato sui toni del pathos macabro e orroroso, acuito dal gusto per le situazioni estreme (il figlio ucciso dal padre), cifra espressiva dominante del teatro tragico in Roma. Un presagio di tragica morte si rivela il sogno di Ero, una delle Heroides di Ovidio, che, riferito in breve giro di versi, chiude la lunga epistola a Leandro [ vol. II, T7, cap. 5]. 193 © Casa Editrice G. Principato
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Siamo di fronte a un classico caso di trasposizione onirica, un “mascheramento” ricondotto da Freud, come si sa, alla censura esercitata dall’Io cosciente sui contenuti che affiorano dall’inconscio, ma in sé già ben noto agli antichi (cfr. nota 13 al testo): il vero significato del sogno si cela dietro immagini “altre” (non l’amante vede perire Ero tra i flutti, ma un delfino), rendendo indispensabile il ricorso al procedimento – talora arduo e complesso – dell’interpretazione. Ma l’intensità patetica sprigionata dal testo ovidiano risiede proprio nel fatto che nessuno, tranne la sventurata eroina, ignora l’esito della funesta vicenda: la notorietà e la fissità archetipica del mito non consentono margini di dubbio riguardo alla decifrazione del sogno. Come già il sogno di Enea [ vol. II, T16, cap. 2], l’apparizione di Iside a Lucio-asino nel romanzo di Apuleio [ vol. III, T9 ONLINE, cap. 14] si configura come annuncio di salvezza (il ritorno alle sembianze umane) e insieme come imposizione di un compito (la conversione a una nuova vita, consacrata interamente alla dea; l’iniziazione ai misteri); nondimeno, sulle analogie prevalgono le differenze, segno di profondi mutamenti storico-culturali e sociali, dunque anche delle relazioni tra l’individuo e la sfera del divino. Nel sogno Lucio viene soccorso da un intervento misteriosamente gratuito della dea Iside, incommensurabile agli (eventuali) suoi meriti, ma che riguarda lui solo; le rivelazioni e le imposizioni della divinità non hanno più, come accadeva nell’Eneide o nel Somnium Scipionis, come obiettivo la salvezza di una stirpe, il dominio fatale di una città, l’edificazione di una determinata struttura politica e statale. Da una parte l’epifania della dea si configura come svelamento di verità a livello cosmico, universale; dall’altra come indicazione di un destino individuale. Più lontana e insieme più vicina agli uomini, la divinità di Iside regina si colloca su un piano assai diverso – e alternativo – rispetto al culto tradizionale degli dèi olimpici [ vol. III, T10, cap. 14, Leggere un testo critico]. La visione di Gerolamo [ vol. III, T7, cap. 19] si inserisce in una catena di eventi che la indicano come il momento culminante e risolutivo di un racconto esemplare. Condotto in punto di morte da una grave malattia del corpo – che riflette quella dell’anima – viene tratto al cospetto del tribunale divino, ove riceve un ammonimento terribile, che gli rivela il suo errore e provoca pentimento e conversione. Lo scenario ultraterreno, affollato di presenze che irradiano un fulgore insostenibile, non viene descritto ma evocato in pochi tratti secondo modalità oniricamente indeterminate («colui che sedeva», «gli astanti»; evidentemente Dio e il consesso dei santi e dei beati, che intercedono per il peccatore); l’autore pone l’accento soprattutto sulle proprie reazioni (terrore, dolore, risveglio della coscienza). Il messaggio salvifico e/o la rivelazione decisiva non provengono da una figura parentale o comunque autorevole (il padre Enea, Ettore, Omero) ma dal Giudice supremo. L’intervento diretto della divinità accomuna piuttosto l’esperienza narrata da Gerolamo a quella di Lucio in Apuleio [ vol. III, T9 ONLINE, cap. 14], ma occorre notare che ulteriori analogie intercorrono fra i due testi: per entrambi i protagonisti è in gioco un destino individuale che si prolunga nel mondo ultraterreno, non soltanto la salvezza nella vita mortale o in una storia futura e collettiva, anche se poi in entrambi i casi colui che è stato tratto a salvamento dalla divinità renderà efficace per altri l’ammonimento ricevuto, attraverso il sacerdozio e il proselitismo.
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Prove di verifica Verifiche testuali
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Verifiche sommative per sezioni
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Altre prove di verifica Testi, autori, generi Proposte di lavoro, questionari, confronti intertestuali
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VERIFICHE TESTUALI • Aurea dicta edizione gialla 1-2-3
Premessa
Premessa
Le «Prove di verifica» possono essere direttamente utilizzate per esercitazioni da svolgere in classe sotto la guida dell’insegnante, anche in funzione di traccia per una discussione, oppure indirizzate a vere e proprie verifiche volte ad accertare e valutare il grado di preparazione (le conoscenze, le competenze) degli studenti, o ancora per simulazioni della «terza prova» dell’esame di Stato. Elaborate e selezionate sulla base di concrete esperienze didattiche, possono anche essere interpretate semplicemente come dei materiali utili, come una serie di modelli e di suggerimenti per la costruzione di nuove e diverse unità secondo le esperienze e le preferenze personali dei singoli docenti. Le tipologie proposte sono estremamente varie, ma sostanzialmente rivolte a conseguire due obiettivi: verificare, da una parte, il grado di assimilazione dei contenuti fondamentali degli argomenti di studio, dall’altra la capacità di strutturare un discorso compiuto, di carattere ora analitico ora sintetico, pertinente e corretto sul piano linguistico ed espositivo. Il livello di difficoltà, il grado di impegno quantitativo e qualitativo delle prove sono evidentemente diversificati, sebbene gli autori abbiano evitato di distinguerle secondo un criterio di maggiore o minore accessibilità, sempre relativo – come prova l’esperienza concreta dell’insegnamento – in quanto legato alla situazione della classe e al giudizio dell’insegnante. Allo stesso modo, si sono astenuti dal fissare a priori il numero delle righe, che verrà indicato di volta in volta dall’insegnante, sulla base del lavoro svolto e degli obiettivi perseguiti. Le verifiche sommative per sezioni sono concepite sul modello di quelle che si trovano alla fine dei singoli capitoli, una per ogni sezione dei tre volumi. La valutazione di queste prove potrebbe essere suddivisa in tre momenti: conoscenza dell’argomento; ordine e rigore della trattazione (con particolare riguardo alla capacità di sintesi dimostrata); pertinenza e correttezza linguistica e terminologica. Come l’esperienza insegna, è tuttavia preferibile che il giudizio conclusivo sia uno, e tenga conto in sintesi dei tre parametri indicati.
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Plauto
T 9 Plauto Il miles e il parassita (Miles gloriosus 1-25)
Immaginiamo di trovarci in Roma, verso la fine del III secolo a.C., e di assistere alla prima rappresentazione del Miles gloriosus di Plauto. La scena che segue, nella quale compaiono Pirgopolinice e Artotrogo, è la scena d’apertura. Lo spettatore non sa ancora nulla di quel che accadrà, ma sicuramente già avrà riconosciuto, dalla parrucca, dalla maschera e dalle vesti, i personaggi del miles gloriosus e del parasitus.
Curate ut splendor meo sit clipeo clarior quam solis radii esse olim quom sudumst solent; ut, ubi usus veniat, contra conserta manu praestringat oculorum aciem in acie hostibus. Nam ego hanc machaeram mihi consolari volo, ne lamentetur neve animum despondeat quia se iam pridem feriatam gestitem, quae misera gestit [et] fartem facere ex hostibus. Sed ubi Artotrogus hic est? ar. Stat propter virum 10 fortem atque fortunatum et forma regia. Tum bellatorem... Mars haud ausit dicere neque aequiperare suas virtutes ad tuas. py. Quemne ego servavi in campis Curculionieis, ubi Bumbomachides Clutumistharidysarchides 15 erat imperator summus, Neptuni nepos? ar. Memini; nempe illum dicis cum armis aureis, quoius tu legiones difflavisti spiritu quasi ventus folia aut paniculum tectorium. py. Istuc quidem edepol nil est. ar. Nil hercle hoc quidemst, 20 praeut alia dicam – quae tu numquam feceris. Periuriorem hoc hominem siquis viderit aut gloriarum pleniorem quam illic est, me sibi habeto, ego<met ei> me mancupio dabo. Nisi unum: epityrum estur insanum bene. 25 py. Ubi tu es? ar. Eccum. py.
5
(Uscendo di casa e parlando all’interno) Mi raccomando: il mio scudo deve brillare più dei raggi del sole, quando il cielo è terso. Voglio che in caso di bisogno, nel pieno della battaglia, esso abbagli la vista ai nemici. Ma ora consoliamo questa mia spada, che non si lamenti né si perda d’animo, se da troppo pirgopolinice
197 © Casa Editrice G. Principato
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Plauto
tempo me la porto oziosa al fianco. Poveretta, muore dalla voglia di far salsicce dei nemici. Ma dov’è Artotrogo? artotrogo Eccolo qua, al fianco di un eroe forte e fortunato, dall’aspetto regale. Marte non oserebbe asserire di esser altrettanto battagliero, né oserebbe paragonare le sue prodezze alle tue. pirgopolinice Vuoi dire quello che ho salvato nei campi gorgoglionei, dov’era comandante in capo Bumbomachide Clutumistaridisarchide, nipote di Nettuno? artotrogo Ricordo, alludi a quel tale dalle armi d’oro, di cui tu disperdesti le legioni con un soffio, come fa il vento con le foglie o con le canne dei tetti. pirgopolinice Ma questo non è niente, per Polluce! artotrogo Certo, questo non è niente – per Ercole! – a paragone di quel che potrei dire delle altre prodezze... (Tra sé) che non hai mai fatto. (Piano al pubblico) Se qualcuno dovesse trovare un uomo più impostore e più borioso di costui, mi tenga per sé: sarò il suo schiavo. Non c’è che una cosa: da lui si mangiano certi pasticci d’olive che ci si impazzisce dietro pirgopolinice Dove sei? artotrogo Eccomi. [trad. di M. Scandola]
Comprensione e contestualizzazione 1.
2. 3. 4. 5.
Clipeus e machaera sono uno scudo e una spada non in uso nell’esercito romano: come mai compaiono in questa descrizione? Dove sono ambientate, nella finzione comica, le palliatae plautine? I due protagonisti hanno “nomi parlanti”: ricordi che cosa significa? I nomi sono in correlazione con i caratteri dominanti delle due maschere sceniche? Come si può tradurre l’espressione che dà il titolo alla commedia? Ricordi un titolo di commedia plautina che spieghi il significato dei campi Curculionei? Ai vv. 20-24, Artotrogo prima parla con se stesso, poi si rivolge direttamente al pubblico, mentre si finge che Pirgopolinice non si accorga di nulla. Che effetto producono queste tecniche, di cui Plauto fa ampio uso? Come vengono chiamate?
Analisi morfosintattica e stilistica
6. 7. 8. 9.
sudumst (v. 2), quidemst (v. 19): a che cosa corrispondono queste forme abbreviate? ut... praestringat (vv. 3-4): qual è il valore di questa proposizione? conserta manu (v. 3): di che costrutto si tratta? E qual è il significato, nel contesto, di manus? Bumbomachides Clutumistharidysarchides: commenta questi strani nomi, spiegandone il significato. Quanto peso hanno, nel teatro di Plauto, i giochi di parole e le invenzioni linguistiche?
Approfondimenti
10. Quali meccanismi comici prevalgono in questa prima scena del Miles? 11. Completa la tabella che segue: Maschere plautine adulescens senex meretrix matrona parasitus miles gloriosus leno servus
Traduzione italiana
198 © Casa Editrice G. Principato
Caratteristiche dominanti
Terenzio
T 6 Terenzio Due senes (Heautontimorumenos 75-95)
Due i personaggi in scena, entrambi senes, entrambi piccoli ma dignitosi proprietari terrieri: Menedemo e il suo vicino di casa Cremete. La vicenda rievocata da Menedemo nella prima scena della commedia (che ha anche il valore di un prologo informativo) è la medesima, nella sua situazione base, di pressoché tutte le palliatae latine: un giovane contrastato nei suoi desideri d’amore dal padre severo. Ma lo spettatore è subito colpito dal tono pacato e umano del dialogo, dalla sollecitudine generosa di Cremete verso il vicino che soffre e si tormenta. Terenzio trasforma una situazione topica della commedia latina in una riflessione su un tema di grande rilievo sociale: il conflitto generazionale padri-figli. me. Chreme, tantumne ab re tuast oti tibi aliena ut cures ea quae nihil ad te attinent? chr. Homo sum: humani nihil a me alienum puto. Vel me monere hoc vel percontari puta: rectumst? Ego ut faciam; non est? Te ut deterream. 80 me. Mihi sic est usus: tibi ut opust facto face. chr. An quoiquam est usus homini se ut cruciet? me. Mihi. chr. Siquid laborist, nollem; sed quid istuc mali est, quaeso? Quid de te tantum meruisti? me. Eheu! chr. Ne lacruma, atque istuc quidquid est fac me ut sciam. 85 Ne retice, ne verere, crede, inquam, mihi; aut consolando aut consilio aut re iuvero. 75
Cremete, tanta libertà ti lasciano i tuoi affari, da poterti prendere a cuore quelli degli altri, che non ti riguardano per nulla? cremete Sono uomo e penso che nulla di quanto riguarda gli uomini mi sia estraneo. Fa conto che il mio sia un avvertimento, oppure ch’io ti ponga un quesito. Hai ragione tu? E allora devo fare anch’io come te. Hai torto? E allora te ne devo dissuadere. menedemo Io agisco secondo la mia convenienza: tu fa secondo la convenienza tua. cremete Può mai esserci convenienza, per un uomo, a tormentarsi? menedemo Per me, sì. cremete Se hai qualche cruccio non vorrei... Ma te ne prego, che malanno è codesto tuo? Che hai fatto per meritarti un castigo simile? menedemo Ahimè! cremete Non piangere, e, di qualunque cosa si tratti, fa ch’io la conosca. Non ostinarti a tacere, non aver timore. Confidati, ti dico: io ti verrò in aiuto e ti conforterò, o coi consigli o coi fatti. menedemo
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VERIFICHE TESTUALI • Aurea dicta edizione gialla 1-2-3
Terenzio
me.
Scire hoc vis? Hac quidem causa qua dixi tibi. me. Dicetur. chr. At istos rastros interea tamen adpone, ne labora. me. Minime. chr. Quam rem agis? 90 me. Sine me vocivom tempus nequod dem mihi laboris. chr. Non sinam, inquam. me. Ah! Non aequom facis. chr. Hui! Tam gravis hos, quaeso? me. Sic meritumst meum. chr. Nunc loquere. me. Filium unicum adulescentulum habeo – at quid dixi habere me? Immo habui, Chreme; 95 Nunc habeam necne incertumst. chr. Quid ita istuc? me. Scies. chr.
Vuoi proprio sapere? Sì, per il motivo di cui ti parlavo. menedemo Ebbene, ti dirò tutto. cremete E intanto deponi almeno codesto rastrello, non affaticarti più. menedemo No, no. cremete Ma che cosa credi di fare? menedemo Permetti ch’io non dia neppure un attimo di tregua alla mia pena. cremete Non lo permetterò, ti dico (gli toglie il rastrello) menedemo Hai torto! cremete Ohi! com’è pesante! Ti prego!... menedemo È quello che mi merito. cremete Parla, adesso. menedemo Io ho un unico figlio, un giovinetto... Ma perché dico che l’ho? No, Cremete, l’ho avuto; adesso non è certo s’io l’abbia o no. cremete Come può essere? menedemo Lo saprai. menedemo cremete
[trad. di A. Arici]
Comprensione e contestualizzazione
1. Ricordi quando fu rappresentata per la prima volta la commedia? 2. Che cosa significa il lungo titolo greco scelto dall’autore? Ti pare che sia adeguato allo svolgimento della fabula, e ai versi che stai leggendo? 3. Aliena (v. 76): perché si può considerare la parola-chiave di tutto il dialogo? 4. Che cosa caratterizza il comportamento di Cremete? 200 © Casa Editrice G. Principato
Terenzio
5. Che cosa turba l’animo di Menedemo? Perché, al v. 94, dopo aver affermato di avere un figlio, corregge il tempo presente in perfetto (habeo... habui)?
Analisi morfosintattica e stilistica
6. Nei versi del testo prodotto, si danno ben tre casi di anastrofe: sottolineali. 7. aliena ut (v. 76): quale proposizione introduce la congiunzione ut? Con quale termine, del verso precedente, è in correlazione? 8. ut faciam... ut deterream (v. 79): che valore hanno le due proposizioni? 9. Che cosa sottolinea l’incalzante anafora del pronome quid ai vv. 82-83? 10. aut consolando aut consilio: come chiamiamo la figura retorica in cui due parole presentano una comunanza di suoni? 11. Nella sintassi terenziana prevale la paratassi o l’ipotassi? Per quale ragione? 12. Poni attenzione all’uso dei pronomi personali, caratteristici dello stile terenziano: che cosa rivelano?
Approfondimenti
13. Svolgi in un breve saggio di non più di 15-20 righe il seguente tema: la rivoluzione operata da Terenzio nell’ambito della palliata latina. Per rispondere fai ricorso, se lo ritieni opportuno, a qualche esempio del teatro plautino. 14. Homo sum... puto (v. 77): uno dei versi più famosi dell’intero teatro di Terenzio. Per quale motivo? Che cosa videro i posteri in questa sentenza?
201 © Casa Editrice G. Principato
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Catullo
T 2 Catullo La dedica del libellus (Liber 1)
Il Liber di Catullo si apre con una vera e propria dichiarazione di poetica, che si richiama alla tradizione della poesia ellenistica.
5
10
Cui dono lepidum novum libellum arida modo pumice expolitum? Corneli, tibi: namque tu solebas meas esse aliquid putare nugas, iam tum cum ausus es unus Italorum omne aevum tribus explicare chartis, doctis, Iuppiter, et laboriosis. Quare habe tibi quidquid hoc libelli, qualecumque; quod, o patrona virgo, plus uno maneat perenne saeclo.
Traduzione 1.
Traduci il carme di Catullo.
Comprensione e contestualizzazione
2. Chi è l’amico cui è dedicato il Libellus? Da cosa si può comprendere la profondità degli affetti che lo lega a Catullo? 3. A quale sua opera si fa riferimento nei vv. 5-7? 4. Che cosa vuole intendere l’autore con il termine libellus? 5. patrona virgo: che personaggio designa?
Analisi morfosintattica e stilistica 6. 7. 8. 9. 10.
Su quale figura di suono insiste l’autore nell’incipit del carme? iam tum cum (v. 5): che cosa vuole esprimere l’autore accostando, eccezionalmente, tre particelle temporali? maneat (v. 10): indica il valore del congiuntivo. Sottolinea le espressioni tipiche del sermo familiaris presenti nel carme. Si può parlare di labor limae per la poesia di Catullo e in generale per i poetae novi?
Approfondimenti
11. Illustra la poetica catulliana utilizzando i seguenti termini: lepidum (v. 1), novum (v. 1), expolitum (v. 2), nugas (v. 4), doctis (v. 7).
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Catullo
Catullo Il tradimento della fides (Liber 73)
Il tema dell’amicizia è presente in molti carmi, declinato nei modi più vari: il componimento per il ritorno dell’amico Veranio (9), per esempio, è tutto modulato sulla tonalità affettiva; il carme 13 è un invito a cena dai toni scherzosi e beffardi; il carme 30 è un amaro sfogo del poeta, che si sente tradito dall’amico Alfeno...
Desine de quoquam quicquam bene velle mereri aut aliquem fieri posse putare pium. Omnia sunt ingrata, nihil fecisse benigne prodest, immo etiam taedet obestque magis; 5 ut mihi, quem nemo gravius nec acerbius urget, quam modo qui me unum atque unicum amicum habuit. Smetti di voler acquistare merito presso qualcuno, o di credere che qualcuno possa mostrarsi grato. Tutto è ingratitudine, non serve a niente aver fatto del bene, quanto piuttosto suscita astio e fastidio, 5 come a me, che nessuno mi perseguita più duramente di chi mi ebbe un tempo per solo e unico amico. [trad. di G. Paduano]
Comprensione e contestualizzazione
1. A quale sezione del Liber catulliano appartiene questo carme? Da che cosa lo deduci? 2. In questo componimento Catullo assume un tono sentenzioso, come se enunciasse delle leggi universali del comportamento umano: sottolinea tali espressioni.
Analisi morfosintattica e stilistica
3. Quali proposizioni dipendono dall’espressione Desine... putare (vv. 1-2)? 4. quoquam quicquam (v. 1): il poliptoto rafforza entrambi i pronomi. Sapresti dare una definizione del termine poliptoto? Quale valore espressivo apporta nei versi di questo componimento? 5. taedet (v. 4): come si costruisce questa forma verbale? 6. quem (v. 5): che tipo di proposizione introduce? 7. unum atque unicum amicum (v. 6): quali figure di suono sono presenti in questa espressione?
Approfondimenti
8. Che valore assumono termini come il sostantivo pietas e l’aggettivo pius nella poesia di Catullo? Ricordi altri testi in cui questo lemma ricorre in modo decisivo? Si possono mettere in correlazione con termini, altrettanto significativi, come fides o foedus? 9. Conosci altre poesie catulliane fondate sul tema del tradimento? 203 © Casa Editrice G. Principato
VERIFICHE TESTUALI • Aurea dicta edizione gialla 1-2-3
Catullo
Confronti intertestuali
10. Sottolinea, nel carme che segue (Liber 72 [ T23]), i termini e le espressioni che ricorrono anche nel carme proposto (Liber 73). Dicebas quondam solum te nosse Catullum, Lesbia, nec prae me velle tenere Iovem. Dilexi tum te non tantum ut vulgus amicam, sed pater ut gnatos diligit et generos. 5 Nunc te cognovi: quare etsi impensius uror, multo mi tamen es vilior et levior. «Qui potis est», inquis? Quod amantem iniuria talis cogit amare magis, sed bene velle minus.
204 © Casa Editrice G. Principato
Catullo
Catullo Segni d’amore (Liber 92)
Lesbia mi dicit semper male nec tacet umquam de me: Lesbia me dispeream nisi amat. Quo signo? Quia sunt totidem mea: deprecor illam adsidue, verum dispeream nisi amo.
Traduzione 1.
Traduci il carme di Catullo.
Comprensione e contestualizzazione
2. Qual è il metro del carme? A quale sezione del libro appartiene? 3. Illustra la struttura del componimento, mettendo in evidenza gli elementi speculari della prima e della seconda parte. 4. Riassumi il concetto-chiave del testo: su quali argomenti si fonda?
Analisi morfosintattica e stilistica
5. Tra quali parole si trova collocato, al v. 2, il nome dell’amata? Ti pare una scelta casuale? Che cosa rivela? 6. Dispeream (v. 2): qual è il valore del congiuntivo?
Approfondimenti 7.
In un breve saggio di non più di 15 righe, dai vita a un ritratto di Lesbia, quale emerge dai carmi catulliani già letti.
Confronti intertestuali
8. Quo signo? Quia sunt totidem mea (v. 3): si può ipotizzare un confronto con il celebre carme 85 [ T25], che riportiamo? Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior. 9. Il carme 92 riprende un tema già svolto nel carme 83, che qui sotto riportiamo. Quali gli elementi che ricorrono, e quale variazione interviene tra i due testi? Lesbia mi praesente viro mala plurima dicit: haec illi fatuo maxima laetitia est. Mule, nihil sentis. Si nostri oblita taceret, sana esset; nunc quod gannit et obloquitur, 5 non solum meminit, sed quae multo acrior est res irata est. Hoc est, uritur et loquitur. Lesbia davanti al marito non fa che parlare male di me, e questo per quell’idiota è la massima gioia. Non capisci, cretino, che se mi avesse scordato, e tacesse, sarebbe guarita; ma se parla e starnazza, 5 è segno che non solo ricorda, ma ciò che è peggio, è arrabbiata: insomma, parla perché brucia. [trad. di G. Paduano]
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VERIFICHE TESTUALI • Aurea dicta edizione gialla 1-2-3
Lucrezio
T 1 Lucrezio L’inno a Venere (De rerum natura I, 1-9)
Il poema epicureo di Lucrezio ha inizio con una luminosa e intensa preghiera rivolta a una divinità: un testo di vibrante bellezza, che ha però spesso suscitato problemi nei suoi lettori, soprattutto alla luce della dottrina epicurea sugli dèi. Epicuro, com’è noto, non aveva negato l’esistenza degli dèi, ma li aveva considerati esseri beati e immortali, indifferenti alle vicende cosmiche, e tanto più a quelle umane.
5
Aeneadum genetrix, hominum divumque voluptas, alma Venus, caeli subter labentia signa quae mare navigerum, quae terras frugiferentis concelebras, per te quoniam genus omne animantum concipitur visitque exortum lumina solis: te, dea, te fugiunt venti, te nubila caeli adventumque tuum, tibi suavis daedala tellus summittit flores, tibi rident aequora ponti placatumque nitet diffuso lumine caelum.
Traduzione 1.
Traduci la sequenza iniziale del poema.
Comprensione e contestualizzazione
2. Perché Venere è detta Aeneadum genetrix? 3. Venus: la presenza della dea, nell’esordio del poema, è stato variamente interpretato: fai il punto sulla questione. 4. daedala tellus: che significato assume l’aggettivo? A quale mito fa riferimento?
Analisi morfosintattica e stilistica 5. 6. 7. 8. 9. 10 11.
divom: quale forma troveremmo nella lingua della prosa? alma: con quale verbo va connesso l’aggettivo? Si può considerarlo un attributo rituale di Venere? Ricerca le forme arcaiche presenti nel testo. Perché Lucrezio vi fa ricorso tanto spesso? per te quoniam: di che figura retorica si tratta? navigerum... frugiferentis: di che tipo di aggettivi si tratta? Ricerca le anafore presenti nel testo, spiegandone il valore espressivo. Quali caratteri espressivi ci autorizzano a definire questo esordio come una forma innica?
Approfondimenti
12. voluptas: come va inteso, questo termine, nel sistema dottrinale epicureo? 13. Il passo che hai letto è l’esordio del De rerum natura: sottolinea gli aspetti tradizionali e quelli innovativi dell’esordio lucreziano, rispetto ai poemi epici ed epico-didascalici precedenti. 206 © Casa Editrice G. Principato
Lucrezio
Lucrezio Rerum novitas (De rerum natura I, 136-148)
Dopo l’invocazione a Venere, l’inno a Epicuro e la denuncia dei perversi effetti della religio, prima di avviarsi alla vera e propria trattazione della materia, Lucrezio si sofferma a considerare le difficoltà della sua impresa.
140
145
Nec me animi fallit Graiorum obscura reperta difficile inlustrare Latinis versibus esse, multa novis verbis praesertim cum sit agendum propter egestatem linguae et rerum novitatem; sed tua me virtus tamen et sperata voluptas suavis amicitiae quemvis efferre laborem suadet et inducit noctes vigilare serenas quaerentem dictis quibus et quo carmine demum clara tuae possim praepandere lumina menti, res quibus occultas penitus convisere possis. Hunc igitur terrorem animi tenebrasque necessest non radii solis neque lucida tela diei discutiant, sed naturae species ratioque.
138. multa... cum sit agendum: il gerundio impersonale regge il complemento oggetto (nella prosa classica ci
aspetteremmo una costruzione con il gerundivo: multa... sint agenda). 140-142. me... efferre... suadet: suadeo
è costruito con l’accusativo e l’infinito. 145. convisere: significa “perlustrare”. 145. necessest = necesse est.
Traduzione 1.
Traduci i versi proposti.
Comprensione e contestualizzazione 2. 3. 4. 5.
Chi si sta rivolgendo l’autore in questo passo? In cosa consiste la rerum novitas di cui parla Lucrezio al v. 139? Sottolinea i versi in cui Lucrezio allude all’ideale epicureo dell’atarassia. L’autore insiste particolarmente, qui, come in altri passi del poema, sul contrasto fra tenebre e luce. Sviluppa il tema, mettendolo in relazione con la figura di Epicuro. 6. Commenta l’espressione conclusiva naturae species ratioque, alla luce della dottrina di Epicuro.
Analisi morfosintattica e stilistica 7.
Graiorum: qual è la forma più comune usata nella prosa? Perché Lucrezio attinge spesso a un lessico e a una sintassi di colorito poetico e arcaico? Ricorda che Epicuro era stato definito, poco prima (I, 66), Graius homo. 8. egestatem linguae et rerum novitatem: il cuore del discorso è sottolineato da una figura retorica particolarmente elaborata. Quale? 9. tua me: quale effetto produce lo speciale accostamento dei due pronomi personali? 10. Sottolinea le figure di suono presenti in questo brano, rilevandone il particolare valore affettivo.
Approfondimenti
11. Lucrezio, nel passo che hai letto e tradotto, fa riferimento alla suavis amicitia che lo lega al suo dedicatario. Illustra la natura e il significato dell’amicizia nella filosofia epicurea. 207 © Casa Editrice G. Principato
VERIFICHE TESTUALI • Aurea dicta edizione gialla 1-2-3
Cicerone
T 2 Cicerone Quo usque tandem? (Oratio in Catilinam prima 1, 1)
Il giorno 8 novembre dell’anno 63 a.C. Cicerone, console in carica, convocato il senato nel tempio di Giove Statore, sul Palatino, scaglia contro Catilina la prima delle quattro orazioni che sarebbero passate alla storia come Catilinarie. Memorabile l’incipit, al punto che Sallustio, vent’anni dopo, lo farà pronunciare allo stesso Catilina, forse con un intento parodico, mentre si sta rivolgendo ai suoi congiurati: Quae quousque tandem patiemini, o fortissumi viri?
Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? Quam diu etiam furor iste tuus nos eludet? Quem ad finem sese effrenata iactabit audacia? Nihilne te nocturnum praesidium Palati, nihil urbis vigiliae, nihil timor populi, nihil concursus bonorum omnium, nihil hic munitissimus habendi senatus locus, nihil horum ora voltusque moverunt? Patere tua consilia non sentis? Constrictam iam horum omnium scientia teneri coniurationem non vides? Quid proxima, quid superiore nocte egeris, ubi fueris, quos convocaveris, quid consili ceperis, quem nostrum ignorare arbitraris?
Traduzione 1.
Traduci il celebre esordio della I Catilinaria, cercando di conservare la profonda tensione emotiva e la forte energia ritmica che caratterizza l’intero passo.
Comprensione e contestualizzazione
2. Ricostruisci i fatti storici che portano all’orazione ciceroniana. 3. Cicerone ricorre, in questo esordio, a una tecnica particolare, raramente usata, e anzi sconsigliata, dai teorici nei manuali di retorica. Sapresti dire quale? E quale effetto si proponeva l’oratore con un esordio così poco usuale?
Analisi morfosintattica e stilistica 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 11.
tandem: quale valore assume, nel contesto dell’esordio, l’avverbio? abutere: desinenza arcaica dell’indicativo futuro: qual è la forma più usuale? Furor è una delle parole-chiave dell’orazione: sotto quale luce viene posta, fin dall’esordio, la figura di Catilina? nostra... tuus nos: che cosa vuole sottolineare l’oratore con questa contrapposizione? A chi fa riferimento con la prima persona plurale? Quale funzione espressiva ed emotiva assume l’anafora, così insistita e martellante, dell’accusativo avverbiale nihil? Da quanti soggetti dipende il predicato moverunt? habendi senatus: di che proposizione si tratta? Quale figure retoriche sono presenti nella proposizione conclusiva?
Approfondimenti
12. Come reagì Catilina alle accuse rivoltegli da Cicerone? Che cosa accadde dopo questa prima orazione? 208 © Casa Editrice G. Principato
Cicerone
Cicerone L’esordio della Seconda Filippica (Oratio Philippica secunda 1,1)
Il 2 settembre 44 Cicerone pronunciò in senato, assente Marco Antonio, la Prima Filippica. Nonostante i toni pacati, l’orazione provocò l’ira di Antonio, che ribatté il 19 settembre, sempre in senato, con una violenta invettiva contro Cicerone, cui era stato intimato di essere presente. In una lettera a Cassio, uno dei cesaricidi, Cicerone commentò così l’attacco di Antonio: [Antonius] omnibus est visus [...] vomere suo more, non dicere. Poi preparò, con un lungo e puntiglioso lavoro di due mesi, la Seconda Filippica, che Quintiliano avrebbe definito divina. L’orazione non fu tuttavia mai pronunciata, ma soltanto fatta girare dopo la seconda metà di novembre, durante l’assenza di Antonio da Roma, presso gli amici di Cicerone.
Quonam meo fato, patres conscripti, fieri dicam ut nemo his anni viginti rei publicae fuerit hostis qui non bellum eodem tempore mihi quoque indixerit? Nec vero necesse est quemquam a me nominari: vobiscum ipsi recordamini. Mihi poenarum illi plus quam optarem dederunt: te miror, Antoni, quorum facta imitere, eorum exitus non perhorrescere. Atque hoc in alii minus mirabar. Nemo enim illorum inimicus mihi fuit voluntarius: omnes a me rei publicae causa lacessiti. Tu ne verbo quidem violatus, ut audacior quam L. Catilina, furiosior quam P. Clodius viderere, ultro me maledictis lacessisti, tuamque a me alienationem commendationem tibi ad impios civis fore putavisti.
Traduzione 1.
Traduci l’esordio della Seconda Filippica rivolta da Cicerone contro Marco Antonio.
Comprensione e contestualizzazione
2. Illustra la situazione politica creatasi in Roma dopo l’assassinio di Cesare, e in particolare le posizioni assunte da Cicerone, Ottaviano e Antonio. 3. Per quale motivo le orazioni contro Marco Antonio vennero chiamate Filippiche? 4. Tutta questa prima parte dell’orazione mira a ricordare le benemerenze acquisite da Cicerone negli ultimi vent’anni: a quali fatti l’oratore sta facendo riferimento? Ricordali, precisando ogni volta l’anno in cui sono accaduti. 5. patres conscripti: spiega l’espressione. 6. eorum exitus non perhorrescere: quale fine avevano fatto Catilina e Clodio?
Analisi morfosintattica e stilistica 7.
fieri dicam ut... fuerit hostis qui... indixerit: descrivi le relazioni che intercorrono tra le proposizioni di questa sequenza. 8. his annis viginti: di che complemento si tratta? 9. hostis: che cosa distingue questo termine da adversarius? 10. audacior... furiosior: i due termini presentano una connotazione fortemente negativa, soprattutto se messi a confronto con le virtù tradizionali del mos maiorum.
Approfondimenti
11. Che effetto producono le parole di Cicerone, alla luce dei fatti successivi? Quali fatti politici e militari condussero l’anno successivo alla sua morte? 209 © Casa Editrice G. Principato
VERIFICHE TESTUALI • Aurea dicta edizione gialla 1-2-3
Cicerone
T 24 Cicerone
ONLINE
Vanità della gloria umana (Somnium Scipionis 12)
Posto esattamente al centro del Somnium Scipionis, questo capitolo introduce una sequenza fortemente strutturata, centrata sul tema della vanità della fama e della gloria che all’uomo è dato conseguire nella vita terrena.
Haec ego admirans, referebam tamen oculos ad terram identidem. Tum Africanus: «Sentio», inquit, «te sedem etiam nunc hominum ac domum contemplari; quae si tibi parva, ut est, ita videtur, haec caelestia semper spectato, illa humana contemnito. Tu enim quam celebritatem sermonis hominum aut quam expetendam consequi gloriam potes? Vides habitari in terra raris et angustis in locis, et in ipsis quasi maculis, ubi habitatur, vastas solitudines interiectas, eosque qui incolant terram non modo interruptos ita esse ut nihil inter ipsos ab aliis ad alios manare possit, sed partim obliquos, partim transversos, partim etiam adversos stare vobis; a quibus exspectare gloriam certe nullam potestis.
Traduzione 1.
Traduci il capitolo proposto.
Comprensione e contestualizzazione
2. Esponi i contenuti del Somnium, contestualizzandoli all’interno dell’opera di cui originariamente faceva parte. 3. In quale anno è ambientato il dialogo? E in quale viene composto? 4. Chi è l’Africanus che sta ora parlando? A chi si rivolge? E quali sono i protagonisti dell’intero dialogo?
Analisi morfosintattica e stilistica
5. sedem... ac domum: l’espressione può essere interpretata come un’endiadi? 6. spectato... contemnito: indica il modo e il tempo dei due verbi, e il valore che essi assumono nel contesto del discorso che l’Africano sta svolgendo. 7. haec caelestia... illa humana: come si spiegano i due dimostrativi? In quale luogo dell’universo ci troviamo? 8. expetendam: quale significato esprime questo gerundivo: possibilità o necessità? 9. Vides: quali proposizioni dipendono da questo verbo?
Approfondimenti
10. Al centro di questo capitolo, è il rapporto tra vita contemplativa e vita attiva: traccia, in un breve scritto di non più di 10-15 righe, la posizione – difficile e contrastata – che Cicerone assunse in merito nel corso degli anni.
210 © Casa Editrice G. Principato
Cesare
Cesare La battaglia di Alesia (De bello Gallico VII, 86)
Nel settimo libro del De bello Gallico, Cesare si trova a fronteggiare la rivolta degli Arverni, bellicosa popolazione gallica alla testa della quale si è posto il giovane principe Vercingetorige. Si giunge infine alla battaglia decisiva, in un crescendo di tensione drammatica: i Galli si trovano assediati nella città fortificata di Alesia, che i Romani hanno cinto con fossati, terrapieni, palizzate e torri. La situazione si fa però sfavorevole ai Romani con il sopraggiungere di nuovi rinforzi gallici, e Cesare, ormai impegnato su due fronti, deve inviare uno dei suoi più fedeli collaboratori, il legato Tito Labieno, in soccorso dei soldati in difficoltà.
His rebus cognitis Caesar Labienum cum cohortibus sex subsidio laborantibus mittit; imperat, si sustinere non possit, deductis cohortibus eruptione pugnet; id nisi necessario ne faciat. Ipse adit reliquos, cohortatur ne labori succumbant; omnium superiorum dimicationum fructum in eo die atque hora docet consistere. Interiores desperatis campestribus locis propter magnitudinem munitionum loca praerupta petunt atque ex ascensu temptant; huc ea quae paraverant conferunt. Multitudine telorum ex turribus propugnantes deturbant, aggere et cratibus fossas explent, falcibus vallum ac loricam rescindunt.
Traduzione 1.
Traduci il brano proposto.
Comprensione e contestualizzazione
2. L’autore parla di sé in terza persona: qual è l’unico precedente storiografico di cui siamo a conoscenza? Che significato assume tale scelta? 3. Come viene rappresentata, in questo capitolo, la figura di Cesare? 4. Quale rapporto si instaura fra Cesare e i suoi soldati? 5. His rebus cognitis: espressione che ricorre con frequenza nei libri di Cesare, spesso – come qui – ad inizio di capitolo: che effetto produce sul lettore?
Analisi morfosintattica e stilistica
6. subsidio laborantibus mittit: doppio dativo. In cosa consiste questo costrutto? 7. imperat: come è costruito qui il verbo? 8. in eo die atque hora: l’espressione, ridondante ed enfatica, non è usata a caso, ma con un preciso intento espressivo: quale? 9. Descrivi le scelte sintattiche del periodo conclusivo, concentrandoti in particolare sui tre predicati: come sono coordinati? in quale posizione si trovano collocati? 10. Sottolinea gli ablativi assoluti presenti nel brano: perché Cesare ne fa un uso così frequente?
Approfondimenti
11. La prosa di Cesare è sempre stata celebrata per la lucidità dell’analisi, il controllo minuzioso dei fatti, l’asciuttezza del dettato. Verifica queste affermazioni alla luce del brano tradotto, e possibilmente di altri brani a te noti. 211 © Casa Editrice G. Principato
VERIFICHE TESTUALI • Aurea dicta edizione gialla 1-2-3
Cesare
T 14 Cesare La battaglia di Farsalo (De bello civili III, 94)
La battaglia sta infuriando dal primo mattino: grazie all’ingresso, nel pieno del combattimento, della terza fila, Cesare scompiglia l’esercito pompeiano, e lo costringe a ripiegare in una fuga disordinata. Pompeo, scoraggiato dal comportamento della sua cavalleria, abbandona il campo di battaglia e si rifugia nel proprio accampamento.
Eodem tempore tertiam aciem Caesar, quae quieta fuerat et se ad id tempus loco tenuerat, procurrere iussit. Ita cum recentes atque integri defessis successissent, alii autem a tergo adorirentur, sustinere Pompeiani non potuerunt atque universi terga verterunt. Neque vero Caesarem fefellit quin ab iis cohortibus, quae contra equitatum in quarta acie conlocatae essent, initium victoriae oriretur, ut ipse in cohortandis militibus pronuntiaverat. Ab his enim primum equitatus est pulsus, ab isdem factae caedes sagittariorum ac funditorum, ab isdem acies Pompeiana a sinistra parte circumita atque initium fugae factum. Sed Pompeius, ut equitatum suum pulsum vidit atque eam partem, cui maxime confidebat, perterritam animadvertit, aliisque diffisus acie excessit protinusque se in castra equo contulit, et iis centurionibus, quos in statione ad praetoriam portam posuerat, clare, ut milites exaudirent: «Tuemini» inquit «castra et defendite diligenter, si quid durius acciderit. Ego reliquas portas circumeo et castrorum praesidia confirmo». Haec cum dixisset, se in praetorium contulit summae rei diffidens et tamen eventum expectans.
Traduzione 1.
Traduci il brano proposto.
Comprensione e contestualizzazione
2. Come vengono contrapposte, nel capitolo, le figure di Cesare e di Pompeo? 3. summae rei diffidens et tamen eventum expectans: commenta l’osservazione su cui va a concludersi l’episodio.
Analisi morfosintattica e stilistica 4. 5. 6. 7.
cum... successissent: indica il valore della proposizione. alii... adorirentur: come è coordinata questa proposizione alla precedente? fefellit: che cos’ha in comune questo verbo con verbi come fugit, latet, iuvat, decet, dedecet? Ab his... ab isdem... ab isdem: che cosa vuole sottolineare l’autore con questa sequenza di proposizioni simmetriche? 8. si quid... acciderit: protasi di un periodo ipotetico: di quale tipo? Indica il modo e il tempo del verbo acciderit.
Approfondimenti
9. Che cosa ne sarà di Pompeo dopo la rotta di Farsalo? Quali sono, oltre a Cesare, le fonti più significative in nostro possesso sulla sua vita?
212 © Casa Editrice G. Principato
Sallustio
T 2 Sallustio Ritratto di Catilina (Bellum Catilinae 5)
Al termine di un denso proemio (capp. 1-4), Sallustio rivela di voler trattare de Catilinae coniuratione quam verissume potero paucis. Il motivo di tale scelta è l’eccezionalità del delitto e del pericolo corso dalla città di Roma: nam id facinus in primis ego memorabile existumo sceleris atque periculi novitate. Prima di dare inizio al racconto, l’autore ritiene perciò necessario illustrare in breve i caratteri dell’uomo: è il primo grande ritratto delle opere sallustiane, cui seguiranno, sempre nel Bellum Catilinae, quello di Sempronia (25); nel Bellum Iugurthinum, quelli di Giugurta (6-9,3), Mario (63-64) e Silla (95-96).
Lucius Catilina, nobili genere natus, fuit magna vi et animi et corporis, sed ingenio malo pravoque. Huic ab adulescentia bella intestina, caedes, rapinae, discordia civilis grata fuere, ibique iuventutem suam exercuit. Corpus patiens inediae, algoris, vigiliae, supra quam cuiquam credibile est. Animus audax, subdolus, varius, cuius rei lubet simulator ac dissimulator; alieni adpetens, sui profusus; ardens in cupiditatibus; satis eloquentiae, sapientiae parum. Vastus animus inmoderata, incredibilia, nimis alta semper cupiebat. Hunc post dominationem L. Sullae lubido maxuma invaserat rei publicae capiundae, neque id quibus modis adsequeretur, dum sibi regnum pararet, quicquam pensi habebat. Agitabatur magis magisque in dies animus ferox inopia rei familiaris et conscientia scelerum, quae utraque iis artibus auxerat quas supra memoravi. Incitabant praeterea corrupti civitatis mores, quos pessuma ac divorsa inter se mala, luxuria atque avaritia, vexabant.
Traduzione 1.
Traduci questo celebre ritratto, cercando di restare aderente, quanto più è possibile, al movimento irregolare ed energico della prosa di Sallustio.
Comprensione e contestualizzazione del testo 2. 3. 4. 5.
nobili genere natus: che cosa si intendeva con il termine nobilitas all’epoca di Sallustio? ab adulescentia: quando iniziava, per i Romani, l’età dell’adulescentia? bella intestina... discordia civilis: a quali avvenimenti dell’ultimo secolo sta pensando l’autore? Quale visione della storia anima le opere di Sallustio? Concentrati in particolare, per rispondere, sui termini lubido, luxuria, avaritia.
Analisi morfosintattica e stilistica
6. La prosa di Sallustio è caratterizzata, secondo Quintiliano, dalla velocitas, secondo Seneca da una obscura brevitas. Quali passaggi in particolare del brano che hai tradotto conferiscono al dettato sallustiano tali caratteristiche? 7. Sottolinea tutte le forme arcaizzanti presenti nel testo. Per quale motivo Sallustio ne fa un uso così intensivo? E quale altro prosatore, prima di lui, vi aveva fatto ricorso? 8. algoris: voce poetica. Qual era la corrispondente forma prosastica? 9. auxerat: precisa il modo e il tempo di questa forma verbale.
Approfondimenti
10. Scrivi un testo di non più di 10-15 righe sulle caratteristiche dei ritratti sallustiani. 213 © Casa Editrice G. Principato
VERIFICHE TESTUALI • Aurea dicta edizione gialla 1-2-3
Sallustio
T 12 Sallustio Cesare e Catone a confronto (Bellum Catilinae 54)
Dopo aver riassunto i discorsi tenuti in senato da Cesare e da Catone, l’autore si interroga sulle ragioni della grandezza di Roma, e crede di trovarle nella virtus di alcune grandi individualità che avevano operato per il bene dell’urbs. È a questo punto che si apre un confronto dimostrativo fra Cesare e Catone, secondo la tecnica, già ampiamente adottata dagli storiografi greci, della sýnkrisis.
Igitur iis genus aetas eloquentia prope aequalia fuere, magnitudo animi par, item gloria, sed alia alii. Caesar beneficiis ac munificentia magnus habebatur; integritate vitae Cato. Ille mansuetudine et misericordia clarus factus; huic severitas dignitatem addiderat. Caesar dando sublevando ignoscundo; Cato nihil largiundo gloriam adeptus est. In altero miseris perfugium erat, in altero malis pernicies. Illius facilitas, huius constantia laudabatur. Postremo Caesar in animum induxerat laborare vigilare; negotiis amicorum intentus sua neglegere, nihil denegare quod dono dignum esset; sibi magnum imperium, exercitum, bellum novom exoptabat, ubi virtus enitescere posset. At Catoni studium modestiae, decoris, sed maxume severitatis erat; non divitiis cum divite neque factione cum factioso, sed cum strenuo virtute, cum modesto pudore, cum innocente abstinentia certabat; esse quam videri bonus malebat: ita, quo minus petebat gloriam, eo magis illum sequebatur.
Traduzione 1.
Nel tradurre il testo, presta attenzione ad alcune scelte lessicali particolarmente significative: munificentia, mansuetudo, misericordia, facilitas.
Comprensione e contestualizzazione
2. Sallustio dichiara che in Cesare e Catone, oltre all’eloquentia, furono prope aequalia genus ed aetas: ricordi l’anno di nascita dei due personaggi e le loro origini familiari? L’affermazione corrisponde al vero? 3. Quali sono le qualità, intellettuali e morali, attribuite a Cesare? 4. Quali quelle attribuite a Catone? 5. Che cosa intende l’autore con l’espressione bellum novom?
Analisi morfosintattica e stilistica
6. Il confronto contrastivo tra le figure di Cesare e di Catone è introdotto dall’espressione alia alii: di che figura retorica si tratta? 7. Illustra gli esempi più significativi di variatio sintattica presenti nel testo. 8. Sottolinea la presenza di anafore, allitterazioni e chiasmi nel testo. 9. Per definire la prosa di Sallustio si fa spesso ricorso ai termini di brevitas e di inconcinnitas: fai qualche esempio, tratto da questo celebre capitolo, che confermi tale indicazione.
Approfondimenti
10. Quali furono gli episodi salienti della carriera politica e militare di Cesare e di Catone dopo l’episodio della congiura? A quale scuola filosofica, secondo tradizione, essi rispettivamente appartennero? In che modo si concluse la loro vita? 214 © Casa Editrice G. Principato
Virgilio
T 2 Virgilio Titiro e Melibeo (Eclogae I, 1-13)
Due pastori, un paesaggio fantastico e interiorizzato, la storia – violenta e crudele – che s’intrude a sconvolgere la dolcezza dell’idillio, un «giovane dio» che ricompone l’ordine, uno stile inimitabile: è l’esordio delle Bucoliche di Virgilio, uno dei brani più celebri della letteratura classica. me. Tityre, tu
patulae recubans sub tegmine fagi silvestrem tenui musam meditaris avena: nos patriae finis et dulcia linquimus arva. Nos patriam fugimus: tu, Tityre, lentus in umbra 5 formosam resonare doces Amaryllida silvas. ti. O Meliboee, deus nobis haec otia fecit. Namque erit ille mihi semper deus, illius aram saepe tener nostris ab ovilibus imbuet agnus. Ille meas errare boves, ut cernis, et ipsum 10 ludere quae vellem calamo permisit agresti. me. Non equidem invideo, miror magis; undique totis usque adeo turbatur agris. En, ipse capellas protinus aeger ago; hanc etiam vix, Tityre, duco.
Traduzione 1.
Traduci il brano proposto, mantenendo – fin dove è possibile – l’unità dei singoli versi.
Comprensione e contestualizzazione 2. 3. 4. 5.
In quale regione ci troviamo, nella finzione letteraria? silvestrem... Musam: a quale genere poetico si fa riferimento? deus: a chi sta alludendo il poeta? otia: definisci, sul piano storico-culturale, il significato di questo sostantivo. In che relazione si pone il tema degli otia con il mondo bucolico? 6. Raccogli tutti i termini, presenti nel brano, che alludono alla poesia, riconducendoli alle poetiche prevalenti durante la giovinezza di Virgilio. 7. undique totis / usque adeo turbatur agris: a quali fatti storici sta facendo riferimento Virgilio? In che epoca possiamo collocare la composizione dell’ecloga?
Analisi morfosintattica e stilistica 8. 9. 10. 11.
fugimus: qui è costruito con l’accusativo. Ma più frequentemente a quale costrutto si ricorre? doces: come si costruisce questo verbo? capellas: che cosa rivela, la scelta del diminutivo? Sottolinea le anafore, i chiasmi e i poliptoti presenti nel brano, individuandone il valore espressivo.
215 © Casa Editrice G. Principato
VERIFICHE TESTUALI • Aurea dicta edizione gialla 1-2-3
Virgilio
Approfondimenti
12. Come risponde la natura al canto di Titiro? E quale rapporto si instaura, nelle Bucoliche di Virgilio, tra le figure dei pastori e il mondo della natura?
Confronti intertestuali
13. Il primo idillio di Teocrito iniziava con questi versi: Dolcemente, o capraio, quel pino là, presso le fonti, sussurra la sua canzone: dolcemente anche tu la suoni, la sampogna. Quali elementi Virgilio ha attinto dal poeta greco nel comporre l’esordio della I ecloga? E come si può sintetizzare, nel complesso, il confronto fra Virgilio e Teocrito?
216 © Casa Editrice G. Principato
Virgilio
Virgilio Le piante spontanee (Georgiche II, 9-21)
Dopo un breve proemio, in cui viene esposta la materia del II libro (arboricoltura), Virgilio dà inizio alla trattazione vera e propria, mettendo subito l’accento sul motivo della varietà, degli alberi come dei terreni.
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Principio arboribus varia est natura creandis. Namque aliae nullis hominum cogentibus ipsae sponte sua veniunt camposque et flumina late curva tenent, ut molle siler lentaeque genistae, populus et glauca canentia fronde salicta; pars autem posito surgunt de semine, ut altae castaneae, nemorumque Iovi quae maxima frondet aesculus, atque habitae Grais oracula quercus. Pullulat ab radice aliis densissima silva, ut cerasis ulmisque; etiam Parnasia laurus parva sub ingenti matris se subicit umbra. Hos natura modos primum dedit, his genus omne silvarum fruticumque viret nemorumque sacrorum.
Traduzione 1.
Traduci il brano proposto.
Comprensione e contestualizzazione
2. Individua nel testo gli stilemi tipici della poesia didascalica. Quale altro autore, prima di Virgilio, ne aveva fatto uso in un contesto analogo? 3. Iovi: le querce erano sacre a Zeus. Più avanti si parlerà dell’alloro sacro ad Apollo. Come interpretare questi inserti mitologici nel movimento didattico del discorso? 4. Parnasia laurus: spiega il significato dell’epiteto.
Analisi morfosintattica e stilistica
5. aliae (v. 10)... pars (v. 14)... aliis (v. 17): possiamo considerare questa correlazione come un esempio di variatio espressiva? Vi sono altri esempi analoghi nel corso del brano? 6. posito... de semine: di quale figura retorica si tratta? 7. Grais: quale la forma più corrente? 8. parva sub ingenti: che effetto produce questa studiata collocazione dei due aggettivi? A quali sostantivi corrispondono? E in quale zona del verso sono collocati?
Approfondimenti
9. Si è spesso osservato che le piante, nelle Georgiche, vengono rappresentate come se fossero esseri animati: quali elementi del brano confermano questa osssevazione? Poni l’accento, in particolare, sui predicati di cui le piante sono soggetti. 217 © Casa Editrice G. Principato
VERIFICHE TESTUALI • Aurea dicta edizione gialla 1-2-3
Virgilio
Virgilio La morte di Priamo (Eneide II, 506-558)
La grande scena, di impianto tragico, della morte di Priamo è costruita in lenta progressione: il vecchio re che si arma per combattere (vv. 506-511); Ecuba che si rifugia con le figlie intorno all’altare, e sa dissuadere il marito dal folle proposito (vv. 512-525); la fuga e la morte del figlio Polite, inseguito da Pirro (vv. 526-532); lo sdegno di Priamo, che si slancia con vano ardore contro il giovane figlio di Achille (vv. 533-546); la morte di colui che era stato un tempo superbus regnator Asiae (vv. 547-558).
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Forsitan et Priami fuerint quae fata requiras. Urbis uti captae casum convolsaque vidit limina tectorum et medium in penetralibus hostem, arma diu senior desueta trementibus aevo circumdat nequiquam umeris, et inutile ferrum cingitur, ac densos fertur moriturus in hostis. Aedibus in mediis nudoque sub aetheris axe ingens ara fuit iuxtaque veterrima laurus, incumbens arae atque umbra complexa Penatis. Hic Hecuba et natae nequiquam altaria circum, praecipites atra ceu tempestate columbae, condensae et divom amplexae simulacra sedebant. Ipsum autem sumptis Priamum iuvenalibus armis ut vidit, «Quae mens tam dira, miserrime coniunx, impulit his cingi telis? Aut quo ruis?» inquit; «Non tali auxilio nec defensoribus istis tempus eget, non, si ipse meus nunc adforet Hector.
Tu forse conoscere anche vorrai quale di Priamo sia stata l’ultima sorte. Il vecchio quando vide la città bruciare, e le porte della reggia scardinate e il nemico entrare nei portici lunghi, sulle spalle tremanti indossa le armi, quelle cui disavvezzo era da tempo, si cinge d’inutile ferro, vuole andare anche lui contro il nemico, nella folta morte. C’era nel cortile sotto il cielo un’ara, e lì accanto un lauro antichissimo, che spandeva dai rami ombra sui Penati. Qui Ecuba e le figlie, come colombe cadute dal nero della tempesta, insieme addossate stringevano i marmi degli dèi, e pregavano. Ma quando Ecuba vide il re canuto con le armi della giovinezza nel pugno «Dove corri», disse, «povero consorte? Quale insano pensiero ti ha preso la mente? Non muterà il presente questo tuo vano soccorso, neppure se torna il mio Ettore su 218 © Casa Editrice G. Principato
Virgilio
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Huc tandem concede; haec ara tuebitur omnis, aut moriere simul». Sic ore effata recepit ad sese et sacra longaevum in sede locavit. Ecce autem elapsus Pyrrhi de caede Polites, unus natorum Priami, per tela, per hostis porticibus longis fugit, et vacua atria lustrat saucius: illum ardens infesto volnere Pyrrhus insequitur, iam iamque manu tenet et premit hasta. Ut tandem ante oculos evasit et ora parentum, concidit, ac multo vitam cum sanguine fudit. Hic Priamus, quamquam in media iam morte tenetur, non tamen abstinuit, nec voci iraeque pepercit: «At tibi pro scelere», exclamat, «pro talibus ausis, di, si qua est caelo pietas, quae talia curet, persolvant grates dignas et praemia reddant debita, qui nati coram me cernere letum ecisti et patrios foedasti funere voltus. At non ille, satum quo te mentiris, Achilles talis in hoste fuit Priamo; sed iura fidemque supplicis erubuit, corpusque exsangue sepulchro reddidit Hectoreum, meque in mea regna remisit». Sic fatus senior, telumque imbelle sine ictu coniecit, rauco quod protinus aere repulsum e summo clipei nequiquam umbone pependit.
dalle ombre. Quest’ara sola ci rimane. Ascoltami, lascia dunque, o morirai». E condotto a sé per mano il venerando, seduta tornò con lui presso l’altare. Ed ecco che uno dei figli di Priamo, Polite, scampato all’eccidio di Pirro, corre ferito per le file dei portici, e guarda il torbido vuoto dell’atrio. Ardente di dargli la morte Pirro lo insegue, l’afferra, lo preme con l’asta; e quando finalmente giunge come al rifugio ultimo, davanti agli occhi materni e a quelli del padre, cade, e con molto sangue mandò fuori la vita. Priamo allora, benché sopra ormai gli pendesse la morte, con tutta la voce che l’ira gli dava, gridò: «Se mai c’è pietà che guardi dal cielo questo tuo scempio, gli dèi ti rendan l’eguale, tu che di morte hai macchiato la vista paterna. Achille, da cui non degno sei nato, non fu tale con me: ma la fede egli serbò e il sacramento del supplice: al sepolcro diede il freddo corpo di Ettore, e me rimandò nel mio regno incolume». Il vecchio così diceva. E gettò senza forza il ferro imbelle che mise un debole suono sullo scudo di bronzo e inutilmente restò appeso all’umbone. 219 © Casa Editrice G. Principato
VERIFICHE TESTUALI • Aurea dicta edizione gialla 1-2-3
Virgilio
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Cui Pyrrhus: «Referes ergo haec et nuntius ibis Pelidae genitori; illi mea tristia facta degeneremque Neoptolemum narrare memento. Nunc morere». Hoc dicens altaria ad ipsa trementem traxit et in multo lapsantem sanguine nati, implicuitque comam laeva, dextraque coruscum extulit, ac lateri capulo tenus abdidit ensem. Haec finis Priami fatorum; hic exitus illum sorte tulit, Troiam incensam et prolapsa videntem Pergama, tot quondam populis terrisque superbum regnatorem Asiae. Iacet ingens litore truncus, volsumque umeris caput, et sine nomine corpus.
E Pirro: «Va’ dunque araldo al Pelide dei tristi miei fatti; a lui dirai di questo figlio degenere». E davanti a quell’altare divino tirò il vecchio tremante, curvo sopra il sangue del figlio; alla mano sinistra ravvolse la lunga chioma bianca e con la destra gli spinse nel fianco fino all’elsa la lucida spada. [trad. di E. Cetrangolo]
Traduzione 1.
Traduci la sequenza conclusiva dell’episodio (vv. 554-558).
Comprensione e contestualizzazione
2. 3. 4. 5. 6
Chi sta narrando l’episodio? E a chi si rivolge? Come viene presentato Priamo? Quali epiteti lo designano? Quale valore simbolico assume la similitudine del v. 516? Quali tratti definiscono la figura di Pirro? Si può parlare, per lui, di un esempio di hybris? La ferocia di Pirro fa pensare, per contrasto, alla magnanimità del padre in un episodio dell’Iliade, cui Priamo allude con sdegno ai vv. 540-543: sapresti riassumerlo?
Analisi morfosintattica e stilistica
7. Forsitan... requiras: fai l’analisi logica della frase. 8. captae casum convulsa: a quale area semantica appartengono i tre termini? E con quale figura di suono viene esaltato il loro legame? 9. medium: è riferito per ipallage ad hostem, ma a quale sostantivo va logicamente attribuito? 10. ferro: indica la spada. Di quale figura retorica si tratta? 11. ore effata: si tratta di una ridondanza espressiva. Spiega perché venga impiegata. 12 si ipse meus... Hector: che cosa esprime il possessivo?
Approfondimenti
13. Chi sono i Penati? 14. L’epos di Virgilio assume spesso colore patetico e soggettivo. In quali momenti del brano ciò appare particolarmente evidente? 220 © Casa Editrice G. Principato
Virgilio
T 21 Virgilio Lugentes campi: l’incontro con Didone (Eneide VI, 450-476)
Ci troviamo nel libro VI del poema, nel quale viene narrata la discesa agli inferi di Enea. Oltrepassato lo Stige, l’eroe giunge nella grande selva di mirto (silva in magna) dei Campi del Pianto, dove si trovano i morti per amore, donne in gran parte. Fra di esse (Inter quas), la regina Didone, recens a volnere, alla quale Enea si rivolge con un discorso tenero e accorato. 450
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Inter quas Phoenissa recens a volnere Dido errabat silva in magna. Quam Troius heros ut primum iuxta stetit adgnovitque per umbras obscuram, qualem primo qui surgere mense aut videt aut vidisse putat per nubila lunam, demisit lacrimas dulcique adfatus amore est: «Infelix Dido, verus mihi nuntius ergo venerat exstinctam ferroque extrema secutam? Funeris heu tibi causa fui? Per sidera iuro, per superos, et si qua fides tellure sub ima est, invitus, regina, tuo de litore cessi. Sed me iussa deum, quae nunc has ire per umbras, per loca senta situ cogunt noctemque profundam, imperiis egere suis; nec credere quivi hunc tantum tibi me discessu ferre dolorem.
Tra quelle Didone Fenicia, di cui era fresca la piaga, errava per la gran selva. Appena il Troiano le stette vicino e oscura in mezzo alle ombre la distinse come chi vede o crede aver visto sorger la luna nel primo suo quarto tra i nembi, molto pianse e con dolce amore le disse: «Infelice Didone, dunque la voce era vera che tu fossi morta troncando il tuo giorno col ferro? Di morte io ti fui causa? Ma giuro alle stelle, io dai tuoi lidi, o regina, partii contro voglia. Un decreto divino, che ora in mezzo a quest’ombra per aspri squallori mi spinge a notte profonda, m’impose la fuga; né certo pensai col partire di arrecarti così grande dolore. 221 © Casa Editrice G. Principato
VERIFICHE TESTUALI • Aurea dicta edizione gialla 1-2-3
Virgilio
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Siste gradum teque aspectu ne subtrahe nostro. Quem fugis? Extremum fato, quod te adloquor, hoc est». Talibus Aeneas ardentem et torva tuentem lenibat dictis animum lacrimasque ciebat. Illa solo fixos oculos aversa tenebat, nec magis incepto voltum sermone movetur, quam si dura silex aut stet Marpesia cautes; tandem corripuit sese, atque inimica refugit in nemus umbriferum, coniunx ubi pristinus illi respondet curis aequatque Sychaeus amorem. Nec minus Aeneas casu concussu iniquo prosequitur lacrimans longe et miseratur euntem.
Férmati, non volerti sottrarre al mio sguardo! Ma sai chi tu fuggi? Il fato concede ch’io parli teco, adesso, ancora per l’ultima volta. Enea tentava così d’addolcire quell’ombra affannata dal torbido sguardo, e piangeva. [trad. di E. Cetrangolo]
Traduzione 1.
Traduci la sequenza finale del brano (vv. 469-476).
Comprensione e contestualizzazione
2. 3. 4. 5.
Perché Didone è chiamata Phoenissa (v. 450)? Quale attributo formulare le viene riservato poco dopo? È sincero, Enea, quando afferma di essere partito da Cartagine invitus? Come viene rappresentata Didone nella sequenza conclusiva? Chi è Sicheo? Ricordi le vicende attraversate da Didone che precedono l’arrivo di Enea in Africa?
Analisi morfosintattica e stilistica
6. Molte sono le anastrofi ricorrenti in questo passo: prova a sottolinearle, indicandone volta per volta il valore espressivo. 7. Quale interrogativa, di tonalità patetica, introduce alla seconda parte della sequenza? 8. aspectu (v. 465): ablativo di allontanamento o forma di dativo arcaico? Motiva la scelta. Nella seconda ipotesi, quale sarebbe la desinenza consueta? 9. voltum (v. 470): come possiamo spiegare questa forma di accusativo? 10. casu concussus: che cosa vuole esprimere il poeta con questo forte nesso allitterante?
Approfondimenti
11. Come si concilia, nell’Eneide, il motivo del Fato – che ha stabilito l’approdo di Enea in Italia e la fondazione di una stirpe che assicurerà pace e sicurezza al mondo intero – con il destino tragico dei singoli? Conosci qualche altro episodio, oltre a quello degli amori di Enea e Didone, in cui si riveli tale contrasto?
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Orazio
T 11 Orazio Carpe diem (Carmina I, 11)
Il poeta si rivolge a una giovane donna ansiosa di conoscere il suo futuro, esortandola a non curarsi del domani: Dum loquimur, fugerit invida / aetas.
5
Tu ne quaesieris (scire nefas) quem mihi, quem tibi finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios temptaris numeros. Ut melius quicquid erit pati! Seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam, quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare Tyrrhenum, sapias, vina liques et spatio brevi spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.
Traduzione 1.
Traduci il carme di Orazio.
Comprensione e contestualizzazione
2. Leuconoe è un nome parlante: cosa significa? 2. Perché, ai vv. 2-3, i numeri sono detti Babylonii?
Analisi morfosintattica e stilistica 3. 4. 5. 6. 7. 8.
dederint: di che forma verbale si tratta? Che valore ha la congiunzione ut del v. 3? sapias: enuncia il paradigma del verbo. spatio brevi: di che costrutto si tratta? carpe diem: a quale area semantica fa riferimento il verbo carpere? Sottolinea le figure retoriche più significative del componimento, spiegandone il valore espressivo.
Approfondimenti
9. Fas/nefas: dopo aver illustrato il valore religioso dei due termini, spiega il significato, in questo carme, dell’espressione scire nefas. Come si conciliano termini dell’antico mondo sacrale etrusco-romano con l’epicureismo di Orazio? 10. Il motivo del tempo nella poesia di Orazio.
Confronti intertestuali
11. Commenta il testo di Orazio alla luce di due precedenti: un frammento poetico di Alceo; una massima filosofica di Epicuro. Beviamo, perché aspettare le lucerne? (Alceo, fr. 346 Voigt)
Si nasce una volta, due volte non è concesso, ed è necessario non essere più in eterno; tu, pur non essendo padrone del tuo domani, procrastini la gioia, ma la vita trascorre in questo indugio, e ciascuno di noi muore senza aver mai goduto della pace. (Epicuro, Gnomologio vaticano 14, trad. di G. Arrighetti)
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VERIFICHE TESTUALI • Aurea dicta edizione gialla 1-2-3
Orazio
Orazio Un commiato: la metamorfosi del poeta (Carmina II, 20)
Nel congedarsi dal II libro delle Odi, Orazio canta la propria trasformazione in cigno, metafora dell’immortalità della sua poesia. Presto, egli volerà da un’estremità all’altra della terra, più famoso di Icaro, il figlio di Dedalo.
Non usitata nec tenui ferar penna biformis per liquidum aethera vates, neque in terris morabor longius invidiaque maior urbis relinquam. Non ego pauperum sanguis parentum, non ego, quem vocas, dilecte Maecenas, obibo nec Stygia cohibebor unda. 5
iam iam residunt cruribus asperae pelles et album mutor in alitem superne nascunturque leves per digitos umerosque plumae. 10
iam Daedaleo notior Icaro visam gementis litora Bosphori 15 Syrtisque Gaetulas canorus ales Hyperboreosque campos. Da un’ala inusitata e vigorosa sarò tratto, vate biforme, per l’etere limpido, né indugerò più a lungo sulla terra, e, vincitore dell’invidia, lascerò le città. Non io, sangue di genitori poveri, non io, che pure tu chiami presso di te, o mio Mecenate, morrò, né sarò prigioniero dell’onda stigia. Già, già si distende sulle mie gambe, squamosa, la pelle, e mi muto nella parte superiore del corpo in bianco uccello; e morbide, lungo le dita e le spalle, nascono le piume. Già, più famoso di Icaro dedàleo, canoro alato, andrò a vedere i lidi del Bosforo mugghiante e le Sirti della Getulia e le pianure degli Iperborei. 15-20. Bosphori / Syrtes Gaetulas... Hyperboreos... Colchus... Marsae…
Dacus...Geloni: il Bosforo è lo stretto canale che divide l’Europa dall’Asia; le
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Sirti sono delle secche libiche pericolose per i naviganti; la Getulia è una regione
Orazio
Me Colchus et qui dissimulat metum Marsae cohortis Dacus et ultimi noscent Geloni, me peritus discet Hiber Rhodanique potor. 20 Absint inani funere neniae luctusque turpes et querimoniae; conpesce clamorem ac sepulcri mitte supervacuos honores. Me impareranno a conoscere i Colchi, e i Daci che dissimulano la paura della coorte Marsica, e i remoti Geloni; me studieranno i colti Iberi, e quelli che bevono l’acqua del Rodano. Via dalle vuote cerimonie funebri le nenie, e i turpi lutti, e i gemiti; frena le grida, e lascia da parte gli onori superflui del sepolcro. dell’Africa settentrionale; gli Iperoborei un popolo favoloso dell’estremo nord del mondo; la Colchide la magica terra
digradante sul mar Nero; i Marsi erano guerrieri italici, noti per la loro virtus guerriera; la Dacia corrispondeva all’o-
dierna Romania; con i Geloni si indicava una tribù della Scizia, nel complesso crrispondente all’odierna Ucraina.
Comprensione e contestualizzazione 1. 2. 3. 4.
Spiega l’espressione biformis... vates. pauperum / sanguis parentum: quali erano le origini di Orazio? In quali altri componimenti il poeta vi allude? Maecenas: quale rapporto si instaurò fra Mecenate e Orazio? Come si conobbero? A quale mito fa riferimento l’autore nella quarta strofe del carme? E quale correlazione si instaura con la trasformazione in cigno di Orazio? 5. Qual è il tema centrale della lirica? 6. A chi si rivolge il poeta nella strofe conclusiva?
Analisi morfosintattica e stilistica 7. 8. 9. 10 11.
ferar: è forma attiva o passiva? Indica il tempo verbale prevalente nella lirica. album... in alitem: di quale figura retorica si tratta? Absint: che valore ha il congiuntivo? Quanti soggetti lo reggono? Sottolinea le anafore presenti nel testo, individuandone il valore espressivo.
Approfondimenti
12. Che cosa implica, nella letteratura latina, l’appellativo di vates? Quali esperienze poetiche, greche e latine, richiama? Quale poeta romano, prima di Orazio, si era definito tale? E quali scuole poetiche, negli anni di Cesare e di Cicerone, lo avevano rifiutato? 13. Questa poesia conclude il secondo libro dei Carmina, come l’ode Non omnis moriar (III, 30) conclude il terzo libro. Che cosa lega le due poesie? Che significato assume questa collocazione, nel complesso dei Carmina? 14. Risalendo alle tue letture precedenti, è consueto, nella poesia classica, che si designi un popolo mediante il fiume cui attinge? 15. Che cosa sono le neniae? 16. Quale visione della morte è sottintesa alla strofe conclusiva del componimento? Perché il funus è qui detto inanis? 17. Ennio aveva scritto, un secolo e mezzo prima di Orazio: Nemo me dacrimis decoret nec funera fletu / faxit. Cur? Volito vivos per ora virum. Traduci i due versi, e mettili in correlazione con il componimento oraziano. 225 © Casa Editrice G. Principato
VERIFICHE TESTUALI • Aurea dicta edizione gialla 1-2-3
Tibullo
T 5 Tibullo A un amico, nel giorno del suo compleanno (Elegiae II, 1)
Rivolgendosi all’amico Cerinto, nel giorno del suo compleanno, Tibullo trasforma una poesia d’occasione nella rappresentazione di un ideale di vita a lui caro.
Dicamus bona verba: venit Natalis ad aras: quisquis ades, lingua, vir mulierque, fave. Urantur pia tura focis, urantur odores, quos tener e terra divite mittit Arabs. 5 Ipse suos Genius adsit visurus honores, cui decorent sanctas mollia serta comas. Illius puro destillent tempora nardo, atque satur libo sit madeatque mero. Adnuat et, Cerinthe, tibi, quodcumque rogabis. 10 En age, quid cessas? Adnuit ille: roga. Auguror, uxoris fidos optabis amores – iam reor hoc ipsos edidicisse deos – nec tibi malueris, totum quaecumque per orbem fortis arat valido rusticus arva bove, 15 nec tibi, gemmarum quidquid felicibus Indis nascitur, Eoi qua maris unda rubet. Vota cadunt: viden ut strepitantibus advolet alis flavaque coniugio vincula portet Amor, vincula, quae maneant semper, dum tarda senectus 20 inducat rugas inficiatque comas? Hac veniat Natalis avi prolemque ministret, ludat et ante tuos turba novella pedes.
Traduzione 1.
Traduci, curando con particolare attenzione il lessico appartenente al sermo familiaris.
Comprensione e contestualizzazione 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8.
Qual è il metro utilizzato da Tibullo in questo carme? Quali elementi rituali sono evocati nel testo? mero (v. 8): a che cosa fa riferimento Tibullo? ille (v. 10): di chi si tratta? nec tibi (v. 15): quale il verbo sottinteso? Amor: ricordi come veniva generalmente rappresentato dai poeti e dai pittori dell’epoca? Hac... avi: a quale pratica, di origine etrusco-italica, si fa qui riferimento?
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Tibullo
Analisi morfosintattica e stilistica 9. 10. 11. 12.
Urantur... urantur (v. 3): che cosa conferisce all’espressione l’enfatica ripetizione del verbo? Arabs (v. 4): nome del popolo al posto di quello della regione: di che figura retorica si tratta? visurus (v. 5): definisci il modo e il tempo, ma soprattutto la funzione sintattica di questa forma verbale. viden = videsne: che proposizione introduce?
Approfondimenti
13. fidos... amores (v. 11): che valore assume l’aggettivo fidus nella poesia d’amore latina, da Catullo a Tibullo e Properzio? 14. A quali pratiche religiose fa riferimento il poeta nei primi distici della poesia, e in particolare evocando la figura del Genius?
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VERIFICHE TESTUALI • Aurea dicta edizione gialla 1-2-3
Properzio
T 12 Properzio Addio a Cinzia (Elegiae III, 25)
Con questo carme sembra chiudersi un ciclo della vita e della poesia di Properzio: lo dicono il tema e la collocazione del testo, ultimo del terzo libro delle Elegiae. Non importa che poi Cinzia torni a popolare alcune poesie del IV libro: in questo momento, l’autore sente il distacco dalla sua donna come definitivo, una svolta nel suo percorso esistenziale e poetico.
Risus eram positis inter convivia mensis et de me poterat quilibet esse loquax. Quinque tibi potui servire fideliter annos: ungue meam morso saepe querere fidem. 5 Nil moveor lacrimis: ista sum captus ab arte; semper ab insidiis, Cynthia, flere soles. Flebo ego discedens, sed fletum iniuria vincit: tu bene conveniens non sinis ire iugum. Limina iam nostris valeant lacrimantia verbis, 10 nec tamen irata ianua fracta manu. At te celatis aetas gravis urgeat annis et veniat formae ruga sinistra tuae! Vellere tum cupias albos a stirpe capillos, a! speculo rugas increpitante tibi, 15 exclusa inque vicem fastus patiare superbos et quae fecisti facta queraris anus! Has tibi fatalis cecinit mea pagina diras: eventum formae disce timere tuae!
Traduzione 1.
Traduci l’elegia, avendo cura di mantenere, per quanto possibile, l’unità dei singoli versi.
Comprensione e contestualizzazione
2. A quale comune esperienza di vita quotidiana, imitata dal mondo greco, si allude nel distico iniziale? 3. Suddividi il testo in due parti: quale congiunzione, in particolare, attua un brusco passaggio di tono avviando la conclusione del carme? 4. Al v. 6 compare il nome della puella amata: ricordi il nome reale della donna, tramandato dalla tradizione? A che cosa allude il nome poetico di Cinzia?
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Properzio
5. Il testo presenta topoi e motivi ricorrenti nella poesia erotica latina. Spiega, in breve sintesi, i topoi qui indicati, prelevati direttamente dal testo. Termini ricorrenti nella poesia d’amore latina
Significato e valore del topos poetico
servire (v. 3) fidem (v. 4) inuria (v. 7) ianua (v. 10) diras (v. 17)
Analisi morfosintattica e stilistica
6. querere (v. 4): è forma arcaica del futuro: qual è la forma classica? 7. flere... / Flebo... fletum (vv. 6-7): perché una tale insistenza su questo lemma? Di che figura retorica si tratta? 8. urgeat... veniat... cupias (vv. 11-13): che valore hanno questi congiuntivi?
Approfondimenti
9. È possibile, sulla base degli indizi offerti dal poeta in questo componimento, ricostruire la storia d’amore di Properzio con Cinzia? Integra, eventualmente, con i dati di altre poesie che conosci. 10. Nel distico conclusivo dell’elegia, il poeta ricorre a termini e voci del linguaggio magico-profetico: indica quali.
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VERIFICHE TESTUALI • Aurea dicta edizione gialla 1-2-3
Ovidio
T 10 Ovidio Elogio del cultus (Ars amatoria III, 113-128)
Nella contrapposizione fra natura e civiltà, simplicitas e cultus, temi ampiamente dibattuti nella poesia di età augustea, Ovidio fa una scelta sorprendente, che lo pone in contrasto con gli autori delle generazioni che lo avevano preceduto, da Virgilio a Orazio, da Tibullo a Properzio.
Simplicitas rudis ante fuit, nunc aurea Roma est et domiti magnas possidet orbis opes. 115 Adspice quae nunc sunt Capitolia quaeque fuerunt: alterius dices illa fuisse Iovis. Curia consilio nunc est dignissima tanto; de stipula Tatio regna tenente fuit. Quae nunc sub Phoebo ducibusque Palatia fulgent, 120 quid nisi araturis pascua bubus erant? Prisca iuvent alios, ego me nunc denique natum gratulor: haec aetas moribus apta meis, non quia nunc terrae lentum subducitur aurum lectaque diverso litore concha venit, 125 nec quia decrescunt effosso marmore montes nec quia caeruleae mole fugantur aquae, sed quia cultus adest nec nostros mansit in annos rusticitas priscis illa superstes avis.
Traduzione 1.
Traduci il passo di Ovidio.
Comprensione e contestualizzazione
2. Su quale opposizione è condotta l’intera sequenza? 3. Chi era Tito Tazio? Per quale episodio della Roma delle origini viene di solito ricordato? 4. Che cosa vuole intendere Ovidio con il termine cultus?
Analisi morfosintattica e stilistica 5. 6. 7. 8.
Simplicitas rudis (v. 113): che cosa aggiunge l’aggettivo al sostantivo? Adspice (v. 115): si può considerare una formula della poesia didascalica? Per quale motivo? alios, ego (v. 121): commenta questa forte contrapposizione. non quia... nec quia... sed quia (vv. 123-127): analizza sul piano retorico e stilistico questa sequenza.
Approfondimenti
9. Ovidio sa essere, spesso, un poeta scanzonato e irriverente: fai qualche esempio, tratto dai versi qui proposti; ove possibile, anche da altri brani a te noti. 230 © Casa Editrice G. Principato
Livio
T 3 Livio Il fratricidio (Ab urbe condita I, 7, 1-3)
Dopo la prefazione, Livio si accinge a narrare le vicende, remote e leggendarie, che condussero alla fondazione di Roma, sulla quale incombe fin dalle origini – episodio tragico e ambiguo – l’ombra del fratricidio.
Priori Remo augurium venisse fertur sex vultures; iamque nuntiato augurio cum duplex numerus Romulo se ostendisset, utrumque regem sua multitudo consalutaverat: tempore illi praecepto, at hi numero avium regnum trahebant. Inde cum altercatione congressi certamine irarum ad caedem vertuntur; ibi in turba ictus Remus cecidit. Vulgatior fama est ludibrio fratris Remum novos transiluisse muros; inde ab irato Romulo, cum verbis quoque increpitans adiecisset, «Sic deinde, quicumque alius transiliet moenia mea», interfectum. Ita solus potitus imperio Romulus; condita urbs, conditoris nomine appellata.
Traduzione 1.
Traduci il passo di Livio.
Comprensione e contestualizzazione
2. Come si è giunti, secondo la leggenda, all’episodio della fondazione? Ricorda, in sintesi, la saga dei gemelli Romolo e Remo. 3. Riassumi le due versioni sulla morte di Remo. A quali formule espressive ricorre l’autore per introdurle? 4. Quale posizione assume Livio tra le due versioni? 5. Che cosa rappresentavano i novi muri di cui parla Livio? Perché varcarli era considerato un oltraggio da vendicare con la morte?
Analisi morfosintattica e stilistica 6. 7. 8. 9.
nuntiato augurio: qual è il valore di questo ablativo assoluto? tempore illi... hi numero: di che figura retorica si tratta? A chi si fa riferimento con i due pronomi? irarum: perché al plurale? fratris: è genitivo oggettivo o soggettivo?
Approfondimenti
10. Che cosa sono gli auguria? Da quale popolo furono attinti? Ricordi altri episodi della storia romana in cui si ricorre alle stesse pratiche? 11. L’anno della fondazione di Roma secondo Timeo, Varrone, Polibio, Fabio Pittore, Cincio Alimento.
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VERIFICHE TESTUALI • Aurea dicta edizione gialla 1-2-3
Livio
Livio I Galli marciano su Roma (Ab urbe condita V, 37, 4-8)
Nel 390 a.C. (ma la datazione resta tuttora incerta) i Galli Senoni attaccano la città etrusca di Chiusi, che chiede aiuto a Roma. Gli ambasciatori inviati dal senato romano per cercare una soluzione di pace, non riescono nel loro intento, e anzi, irritati dall’arroganza degli avversari, finiscono per prendere essi stessi le armi contro le popolazioni celtiche, venendo meno al compito loro assegnato. I Galli, a questo punto, chiedono a Roma che gli ambasciatori vengano puniti; e quando vengono a conoscenza del fatto che i legati romani sono al contrario stati nominati tribuni militari, decidono di muoversi minacciosamente contro Roma.
Interim Galli, postquam accepere ultro honorem habitum violatoribus iuris humani elusamque legationem suam esse, flagrantes ira, cuius impotens est gens, confestim signis convulsis citato agmine iter ingrediuntur. Ad quorum praetereuntium raptim tumultum cum exterritae urbes ad arma concurrerent fugaque agrestium fieret, Romam se ire magno clamore significabant, quacumque ibant, equis virisque longe ac late fuso agmine immensum obtinentes loci. Sed antecedente fama nuntiisque Clusinorum, deinceps inde aliorum populorum, plurimum terroris Romam celeritas hostium tulit, quippe quibus velut tumultuario exercitu raptim ducto aegre ad undecimum lapidem occursum est, qua flumen Allia, Crustuminis montibus praealto defluens alveo, haud multum infra viam Tiberino amni miscetur. Iam omnia contra circaque hostium plena erant, et nata in vanos tumultus gens truci cantu clamoribusque variis horrendo cuncta compleverant sono.
Traduzione 1.
Traduci il passo di Livio.
Comprensione e contestualizzazione
2. L’avanzata dei Galli è costantemente accompagnata dalla presenza di clamori e di suoni: perché l’autore lo sottolinea con tanta insistenza? 3. I Galli sono detti avanzare longo ac late fuso agmine: come potevano interpretare questo dato i lettori contemporanei di Livio? Come erano invece abituate a marciare le legioni romane? 4. Dove si sono accampati i Romani per fronteggiare l’avanzata gallica? Ricordi che cosa accadde successivamente? 5. Quali reazioni produce, nel territorio italico, il passaggio delle forze galliche? 6. ad undecimum lapidem: che cos’è un lapis, e che funzione svolgeva nel sistema viario romano?
Analisi morfosintattica e stilistica
7. Quali proposizioni dipendono dal predicato verbale significabant? 8. Il ritmo della prosa liviana vuole mimare, in questo brano, la velocità con cui i Galli si spingono verso Roma: quali espressioni e quali strutture sintattiche suggeriscono l’idea del movimento e della marcia?
Confronti intertestuali
9. Nel De bello Gallico, Cesare aveva descritto in questo modo un episodio di battaglia fra Romani e Galli: Tum vero suo more victoriam conclamant atque ululatum tollunt impetuque in nostros facto ordines perturbant («Allora, secondo il loro costume, gridano vittoria e levano urla di trionfo; e partono all’attacco scompigliando le nostre file»). Individua le analogie tra il passo di Cesare e il brano di Livio che hai tradotto. 232 © Casa Editrice G. Principato
Seneca
T 9 Seneca L’uso del tempo (Epistulae ad Lucilium 1, 1-3)
Nella prima delle epistole a Lucilio, Seneca approfondisce i motivi del tempo e della morte, al centro di tutte le sue opere morali, ma con il tono intimo e familiare di una conversazione tra amici.
Seneca Lucilio suo salutem. Ita fac, mi Lucili: vindica te tibi, et tempus quod adhuc aut auferebatur aut subripiebatur aut excidebat collige et serva. Persuade tibi hoc sic esse ut scribo: quaedam tempora eripiuntur nobis, quaedam subducuntur, quaedam effluunt. Turpissima tamen est iactura quae per neglegentiam fit. Et si volueris adtendere, magna pars vitae elabitur male agentibus, maxima nihil agentibus, tota vita aliud agentibus. Quem mihi dabis qui aliquod pretium tempori ponat, qui diem aestimet, qui intellegat se cotidie mori? In hoc enim fallimur, quod mortem prospicimus: magna pars eius iam praeterit; quidquid aetatis retro est mors tenet. Fac ergo, mi Lucili, quod facere te scribis: omnes horas complectere; sic fiet ut minus ex crastino pendeas, si hodierno manum inieceris. Dum differtur, vita transcurrit. Omnia, Lucili, aliena sunt, tempus tantum nostrum est; in huius rei unius fugacis ac lubrı̆cae possessionem natura nos misit, ex qua expellit quicumque vult. Et tanta stultitia mortalium est ut quae minima et vilissima sunt, certe reparabilia, inputari sibi cum impetravere patiantur; nemo se iudicet quicquam debere qui tempus accepit, cum interim hoc unum est quod ne gratus quidem potest reddere.
Traduzione 1.
Traduci una delle tre sequenze in cui è articolato il testo, avendo cura di aderire alla tonalità affettiva e interiorizzata della lingua di Seneca.
Comprensione e contestualizzazione
2. vindica te tibi: che cosa significava questo termine nel linguaggio giuridico romano? Con quale fine se ne appropria l’autore? 3. Qual è l’insegnamento che Seneca vuole impartire al suo discepolo? 4. Ricordi altre opere senecane in cui centrale è il motivo del tempo?
Analisi morfosintattica e stilistica 5 6. 7. 8. 9. 10.
fac: forma tronca dell’imperativo presente di facio. Conosci altri verbi che presentano una forma analoga? mi Lucili: che cosa indica l’aggettivo possessivo? Quale relazione introduce fra maestro e discepolo? te tibi: che cosa rivela tale accostamento? Di che figura retorica si tratta? auferabatur... subripiebatur... excidebat: quali diverse modalità della perdita del tempo esprimono questi verbi? hoc sic esse: quale verbo regge questa proposizione? E di che tipo di proposizione si tratta? qui... ponat, qui... aestimet, qui intellegat: svolgi l’analisi grammaticale e retorica di queste proposizioni. 233 © Casa Editrice G. Principato
VERIFICHE TESTUALI • Aurea dicta edizione gialla 1-2-3
Seneca
Approfondimenti
11. Quale significato ha, nella prospettiva filosofica di Seneca, il fitto ricorso a forme di forte sentenziosità espressiva? Sapresti riconoscerle nel testo proposto? 12. Omnia... aliena sunt: da quale scuola filosofica deriva tale asserzione? E che cosa implica nell’ambito della vita morale? 13. Si è parlato, per la prosa filosofica di Seneca, di “linguaggio dell’interiorità”. Utilizzando gli esempi che conosci, ricavati da questo e da altri brani, illustra il valore di tale formula interpretativa.
234 © Casa Editrice G. Principato
Seneca
Seneca Philosophia bonum consilium est (Epistulae ad Lucilium 38)
Chi sono i filosofi? Qual è il loro metodo per procedere sulla via della saggezza? A quali parole devono affidarsi? Per Seneca non c’è bisogno di gesti clamorosi o di parole solenni: philosophia bonum consilium est: consilium nemo clare dat.
Merito exigis ut hoc inter nos epistularum commercium frequentemus. Plurimum proficit sermo, quia minutatim inrepit animo: disputationes praeparatae et effusae audiente populo plus habent strepitus, minus familiaritatis. Philosophia bonum consilium est: consilium nemo clare dat. Aliquando utendum est et illis, ut ita dicam, contionibus, ubi qui dubitat inpellendus est; ubi vero non hoc agendum est, ut velit discere, sed ut discat, ad haec submissiora verba veniendum est. Facilius intrant et haerent; nec enim multis opus est sed efficacibus. Seminis modo spargenda sunt, quod quamvis sit exiguum, cum occupavit idoneum locum, vires suas explicat et ex minimo in maximos auctus diffunditur. Idem facit ratio: non late patet, si aspicias; in opere crescit. Pauca sunt quae dicuntur, sed si illa animus bene excepit, convalescunt et exsurgunt. Eadem est, inquam, praeceptorum condicio quae seminum: multum efficiunt, et angusta sunt. Tantum, ut dixi, idonea mens rapiat illa et in se trahat; multa invicem et ipsa generabit et plus reddet quam acceperit. Vale.
Traduzione 1.
Traduci l’epistola, cercando di aderire, nel lessico e nella sintassi, all’idea espressa nel brano: una lingua che non sia pronunciata clare, che non produca strepitus, ma possegga in sé un tono di intima familiaritas.
Comprensione e contestualizzazione
2. Seneca sembra rispondere, all’inizio della lettera, a una precisa richiesta di Lucilio: quale? 3. Come si configura, nelle parole di Seneca, il rapporto fra maestro e discepolo? 4. Nella prima parte della lettera, l’autore opera una distinzione tra velle discere e discere: che cosa significa?
Analisi morfosintattica e stilistica 5. 6. 7. 8.
La congiunzione ut è usata, nella prima parte del brano, con tre funzioni logico-sintattiche diverse: quali? intrant et haerent: qual è il soggetto sottinteso? quamvis sit exiguum: quale tipo di proposizione introduce la congiunzione quamvis? si aspicias: è protasi di quale tipo di periodo ipotetico?
Approfondimenti
9. Sermo: come andrà tradotto questo termine? Ricordi altri scrittori di epoche antecedenti a quella di Seneca, che abbiano utilizzato questo termine con un preciso intento di poetica? 10. Spesso Seneca si affida, nelle Epistole, ad esempi tratti dal mondo concreto: qui, ad esempio, dal mondo agricolo. Quale il suo intento? 11. Si è detto che la prosa di Seneca si distingue per la sua forza sentenziosa: che cosa significa? Seleziona, nella lettera, tre passi che presentino questo carattere. 235 © Casa Editrice G. Principato
VERIFICHE TESTUALI • Aurea dicta edizione gialla 1-2-3
Tacito
T 6 Tacito Integrità e purezza del popolo germanico (Germania 4)
Riprendendo un tema già affrontato nel cap. 2, Tacito ritorna sul motivo della purezza del popolo germanico.
Ipse eorum opinionibus accedo, qui Germaniae populos nullis aliis aliarum nationum conubiis infectos propriam et sinceram et tantum sui similem gentem extitisse arbitrantur. Unde habitus quoque corporum, tamquam in tanto hominum numero, idem omnibus: truces et caerulei oculi, rutilae comae, magna corpora et tantum ad impetum valida. Laboris atque operum non eadem patientia, minimeque sitim aestumque tolerare, frigora atque inediam caelo solove adsueverunt.
Traduzione 1.
Traduci il capitolo.
Comprensione e contestualizzazione
2. Quali espressioni impiega Tacito nell’avvalorare l’opinione che il popolo germanico sia esente da mescolanze con altre genti? 3. Come vengono descritti fisicamente i Germani? 4. Quali ragioni muovono Tacito a scrivere una monografia sul popolo germanico?
Analisi morfosintattica e stilistica
5. sitim aestumque... frigora atque inediam: una costruzione tipica dello stile di Tacito: quale? 6. solove: a che cosa equivale la particella enclitica ve?
Approfondimenti 7.
Nel paragrafo centrale del brano, si dà una variante, quamquam al posto di tamquam, che ha consentito interpretazioni molto diverse, e contrastanti, del capitolo. Provvedi a ritradurre il passo con la lezione alternativa, commentandone le implicazioni. 8. Ipsos Germanos indigenas crediderim minimeque aliarum gentium adventibus et hospitiis mixtos, quia nec terra olim, sed classibus advehebantur qui mutare sedes quaerebant, et inmensus ultra utque sic dixerim adversus Oceanus raris ab orbe nostro navibus aditur. Così già aveva scritto Tacito in un capitolo precedente (2, 1 [ T5]): come si integrano queste affermazioni con quelle del testo che hai tradotto? 9. Che cosa sappiamo oggi delle popolazioni germaniche: erano davvero, come sostiene Tacito, autoctone ed esenti da mescolanze con altre genti?
236 © Casa Editrice G. Principato
Tacito
T 16 Tacito Populus Romanus (Historiae III, 83)
Dopo la morte di Galba e di Otone, Roma è lacerata dagli scontri fra i partigiani di Vitellio e quelli di Vespasiano. Il popolo assiste come a uno spettacolo, gridando e applaudendo.
Aderat pugnantibus spectator populus utque in ludicro certamine, hos, rursus illos clamore et plausu fovebat. Quotiens pars altera inclinasset, abditos in tabernis aut si quam in domum perfugerant, erui iugularique expostulantes parte maiore praedae potiebantur: nam milite ad sanguinem et caedes obverso spolia in volgus cedebant. Saeva ac deformis urbe tota facies: alibi proelia et volnera, alibi balineae popinaeque; simul cruor et strues corporum, iuxta scorta et scortis similes; quantum in luxurioso otio libidinum, quidquid in acerbissima captivitate scelerum, prorsus ut eandem civitatem et furere crederes et lascivire.
Traduzione 1.
Traduci il brano proposto.
Comprensione e contestualizzazione 2. 3. 4. 5.
Come reagisce la folla di fronte ai tragici avvenimenti che stanno insanguinando la città? spectator populus: quale giudizio sottintende questa osservazione? in ludicro certamine: a quali ludi, popolarissimi all’epoca, sta pensando l’autore? Populus e volgus: quale la differenza tra i due termini?
Analisi morfosintattica e stilistica
6. Quotiens pars... potiebantur: il soggetto della frase è qui sottinteso, ma ricavabile a senso da quella precedente: quale può essere? 7. Come si costruisce il verbo potior? 8. quam in modum: a quale figura retorica ricorre, qui, l’autore? 9. Sottolinea le frasi nominali presenti nel brano: quale effetto producono sul piano espressivo?
Approfondimenti
10. Ricorrendo a questo e ad altri passi a te noti, illustra la concezione della storia presente nelle opere annalistiche di Tacito.
237 © Casa Editrice G. Principato
VERIFICHE TESTUALI • Aurea dicta edizione gialla 1-2-3
Tacito
Tacito La morte di Tiberio (Annales VI, 50)
Tiberio, una delle personalità più inquietanti ed enigmatiche del mondo antico, muore nel clima di dissimulazioni, viltà, paure, dissolutezze che caratterizza ormai da tempo la corte imperiale. All’orizzonte, un giovane esaltato, Caligola, figlio di Germanico: il nuovo principato ha inizio con un crimine.
Erat medicus arte insignis, nomine Charicles, non quidem regere valitudines principis solitus, consilii tamen copiam praebere. Is velut propria ad negotia digrediens et per speciem officii manum complexus pulsum venarum attigit, neque fefellit: nam Tiberius, incertum an offensus tantoque magis iram premens, instaurari epulas iubet discumbitque ultra solitum, quasi honori abeuntis amici tribueret. Charicles tamen labi spiritum nec ultra biduum duraturum Macroni firmavit. Inde cuncta conloquiis inter praesentes, nuntiis apud legatos et exercitus festinabantur. XVII kal. Aprilis interclusa anima creditus est mortalitatem explevisse; et multo gratantum concursu ad capienda imperii primordia Caius Caesar egrediebatur, cum repente adfertur redire Tiberio vocem ac visus vocarique qui recreandae defectioni cibum adferrent. Pavor hinc in omnes, et ceteri passim dispergi, se quisque maestum aut nescium fingere; Caesar in silentium fixus a summa spe novissima expectabat. Macro intrepidus opprimi senem iniectu multae vestis iubet discedique ab limine. Sic Tiberius finivit, octavo et septuagesimo aetatis anno.
Traduzione 1.
Traduci il brano proposto.
Comprensione e contestualizzazione
2. Tiberio è rappresentato fin dal primo libro degli Annales come un dissimulatore: quali passi del brano che hai tradotto lo confermano? 3. Macrone era prefetto del pretorio dal 31 a.C.: ricordi chi era stato il suo predecessore, e in che modo aveva concluso la sua vita? 4. Gaio Cesare è Caligola, il successore di Tiberio: come viene rappresentato dallo storico? Ricordi in quali anni fu imperatore? E come si caratterizzò il suo principato?
Analisi morfosintattica e stilistica 5. 6. 7. 8. 9.
propria ad negotia: di che figura retorica si tratta? incertum an: perché Tacito fa spesso uso di questa formula? Quale visione dell’attività storiografica implica? firmavit: quali proposizioni introduce questo predicato? anima: che cosa vuole intendere propriamente Tacito con questo termine? Sottolinea l’uso del presente storico e dell’infinito storico in questo brano: quali effetti producono sul piano espressivo?
Approfondimenti
10. Esponi, in un breve scritto di non più di 10-15 righe, i caratteri predominanti dello stile di Tacito. 238 © Casa Editrice G. Principato
Apuleio
T 2 Apuleio Il prologo dell’Asino d’oro (Metamorfosi I, 1)
Apuleio premette al racconto delle avventure di Lucio una breve ma densissima introduzione che è anche una divertita, e raffinata, dichiarazione di poetica.
At ego tibi sermone isto Milesio varias fabulas conseram auresque tuas benivolas lepido susurro permulceam – modo si papyrum Aegyptiam argutia Nilotici calami inscriptam non spreveris inspicere –, figuras fortunasque hominum in alias imagines conversas et in se rursum mutuo nexu refectas ut mireris. Exordior. «Quis ille?». Paucis accipe. Hymettos Attica et Isthmos Ephyrea et Taenaros Spartiatica, glebae felices aeternum libris felicioribus conditae, mea vetus prosapia est; ibi linguam Atthidem primis pueritiae stipendiis merui. Mox in urbe Latia advena studiorum Quiritium indigenam sermonem aerumnabili labore nullo magistro praeeunte aggressus excolui. En ecce praefamur veniam, siquid exotici ac forensis sermonis rudis locutor offendero. Iam haec equidem ipsa vocis immutatio desultoriae scientiae stilo quem accessimus respondet. Fabulam Graecanicam incipimus. Lector intende: laetaberis.
Traduzione 1.
Traduci il prologo delle Metamorfosi, utilizzando le indicazioni suggerite dalle domande che seguono.
Comprensione e contestualizzazione
2. sermone... Milesio: a quale genere letterario sta facendo riferimento l’autore? 3. conseram: nel verbo è contenuta l’idea di «intreccio»: ti pare adeguato alla struttura delle Metamorfosi di Apuleio? 4. in alias imagines conversas... refectas: qui sono anticipati i contenuti del romanzo: riassumili in una breve sintesi di circa dieci-quindici righe. 5. ut mireris: ancora un’affermazione di poetica. Quanta importanza ha, per gli scrittori del II secolo d.C., il rapporto con il proprio pubblico? 6 glebae felices... libris felicioribus: l’Imetto (un monte dell’Attica); l’Istmo di Corinto (Ephyra o Ephyre era l’antico nome di Corinto), il Tenaro (un promontorio della Laconia dov’era, secondo la tradizione, l’ingresso agli inferi). Perché sono detti luoghi e insieme libri felici? 7. Desultoriae scientiae: desultor era il cavaliere che compiva acrobazie durante i giochi del circo, saltando in corsa da un cavallo all’altro. Trasferisci l’immagine in chiave di poetica: che cosa vuole intendere l’autore proponendo questa identificazione? 8 Dividi il proemio in due parti, e riassumine brevemente la funzione.
Analisi morfosintattica e stilistica
9. ut mireris: di che proposizione si tratta? Da quali predicati dipende? 10. ibi linguam... stipendiis merui: stipendia merere è espressione che significa «prestare servizio militare». Una metafora sorprendente, visto che l’oggetto del verbo è la lingua greca. Come risolverla in traduzione? 11. Nullo magistro praeeunte: di che costrutto si tratta?
Approfondimenti
12. lepido susurro: con questo aggettivo l’autore allude a un termine che hai già più volte incontrato da Catullo e da Lucrezio in poi, nella letteratura latina: sapresti dire quale? E quale poetica è sottesa a questo termine? 239 © Casa Editrice G. Principato
VERIFICHE TESTUALI • Aurea dicta edizione gialla 1-2-3
Agostino
T 11 Agostino Il furto delle pere (Confessiones II, 4)
Agostino ha sedici anni, ed è tornato da poco a vivere nella città natale di Tagaste, in Numidia, dove si lega a cattive compagnie.
Furtum certe punit lex tua, Domine, et lex scripta in cordibus hominum, quam ne ipsa quidem delet iniquitas: quis enim fur aequo animo furem patitur? Nec copiosus adactum inopia. Et ego furtum facere volui et feci nulla compulsus egestate nisi penuria et fastidio iustitiae et sagina iniquitatis. Nam id furatus sum, quod mihi abundabat et multo melius, nec ea re volebam frui quam furto appetebam, sed ipso furto et peccato. Arbor erat pirus in vicinia nostrae vineae pomis onusta nec forma nec sapore inlecebrosis. Ad hanc excutiendam atque asportandam nequissimi adulescentuli perreximus nocte intempesta, quousque ludum de pestilentiae more in areis produxeramus, et abstulimus inde onera ingentia non ad nostras epulas, sed vel proicienda porcis, etiamsi aliquid inde comedimus, dum tamen fieret a nobis quod eo liberet quo non liceret. Ecce cor meum, Deus, ecce cor meum, quod miseratus es in imo abyssi. Dicat tibi nunc ecce cor meum quid ibi quaerebat, ut essem gratis malus et malitiae meae causa nulla esset nisi malitia. Foeda erat, et amavi eam; amavi perire, amavi defectum meum, non illud ad quod deficiebam, sed defectum meum ipsum amavi, turpis anima et dissiliens a firmamento tuo in exterminium, non dedecore aliquid, sed dedecus appetens.
La legge tua, Signore, punisce, senza discussione, il furto: lo punisce anche la legge scritta nel cuore degli uomini che nemmeno l’iniquità cancella: nessun ladro infatti sopporta con indifferenza di essere derubato: neanche il ricco da chi è spinto dal bisogno. Ebbene, io volli commettere un furto, e lo feci non costretto da indigenza, ma da mancanza e da intolleranza del senso di giustizia, dall’esuberanza del malvolere. Ciò che rubai, io lo avevo largamente, di qualità molto migliore; né volevo godere di quello a cui tendeva il furto, ma proprio del furto e del peccato. [...] Eccolo, il mio cuore, o Dio, ecco quel mio cuore che ti ha mosso a pietà dal fondo dell’abisso. Ti dica ora questo mio cuore che cosa lo muovesse ad essere cattivo senza alcun vantaggio, a non aver una ragione di malizia se non la malizia stessa. Torbida malizia: ed io la amai; amai la mia rovina, amai la mia caduta; non ciò per cui cadevo, ma proprio la caduta; io, anima malvagia che mi sradicavo dal tuo fermo sostegno per la rovina, non correndo dietro ad alcunché con disonestà, ma alla disonestà per se stessa. [trad. di C. Vitali]
240 © Casa Editrice G. Principato
Agostino
Traduzione 1.
Traduci la sequenza centrale del brano.
Comprensione e contestualizzazione
2. In quale sezione dell’opera ci troviamo? 3. Perché Agostino sceglie un episodio in apparenza così irrilevante? Che cosa ne vuole ricavare a giovamento dei suoi lettori? 4. Furtum facere volui: nella frase assume una particolare evidenza il verbo volui: che cosa vuole sottolineare l’autore? Quali impulsi lo inducono a commettere il furto?
Analisi morfosintattica e stilistica
6. Ad hanc excutiendam atque asportandam: di quali proposizioni si tratta? E come sono costruite? 7. eo liberet quo non liceret: quali figure retoriche impiega qui l’autore? E con quale effetto espressivo? 8. Frequente è il ricorso, nella prosa di Agostino, alla ripetizione di alcune parole-chiave: fai qualche esempio tratto dal presente brano, cercando di spiegare le ragioni di tale scelta espressiva. 9. Amavi defectum... ipsum amavi: descrivi, sotto l’aspetto stilistico e retorico, la struttura della frase.
Approfondimenti
10. Quale preciso valore assume, nell’epoca in cui Agostino scrive, il termine confessio?
241 © Casa Editrice G. Principato
VERIFICHE SOMMATIVE PER SEZIONI • Aurea dicta edizione gialla 1-2-3
L’età delle origini
L’età delle origini Completamento
1 Inserisci i dati mancanti. In origine la lingua latina era una delle tante parlate del , appartenenti a loro volta al . ceppo occidentale delle lingue L’alfabeto latino deriva da quello greco della città di , attraverso la mediazione degli , che si erano stanziati già in età . arcaica nella regione dell’attuale Inizialmente la scrittura procedeva da destra a sinistra, , soltanto in seguito assunse forma assestandosi infine nella forma attuale. Tra le prime , iscrizioni dedicatorie spiccano , composto di tre recipienti rotondi, e ornata con decorazioni ispirate alle imprese degli . Recentemente è stata accertata . l’autenticità della p._____/10
Vero / Falso
2 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F). a. La data della fondazione di Roma, secondo Varrone, è il 750 b. I Sabini erano una popolazione di origine indoeuropea c. Tusci è il nome con cui i Latini chiamarono gli Etruschi d. Histrio è il termine derivato dagli Etruschi per indicare l’attore e. Evandro fu un re-pastore di origini arcadiche f. Iulo-Ascanio fu, secondo la tradizione, figlio di Enea e di Lavinia g. I fasces erano fasci di verghe strettamente legate attorno a una falce h. Drachma e talentum sono termini prelevati dal mondo greco i. Più famiglie, in Roma, costituivano una gens j. Ianus fu la divinità degli inizi e dei passaggi k. I sacerdoti Salii portavano in processione le imagines di Numa l. Lustratio, in latino, significa “purificazione” m. La tibia era un antico strumento di guerra
V|F V|F V|F V|F V|F V|F
n. Il Carmen Nelei narra il mito greco di due gemelli esposti in balìa delle acque e salvati da una famiglia di pastori o. Graecia capta ferum victorem cepit è un verso di Porcio Lìcino p. Maccus e Pappus sono maschere dei Fescennini
V|F V|F V|F V|F V|F
V|F V|F
p._____/16
Collegamento
3
1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8.
Attribuisci a ciascun termine l’esatta definizione.
Carmen Arvale Fescennini versus Fabula atellana Carmen Saliare Fasti Carmina triumphalia Elogia Tabula dealbata
a. Un antico carme intonato dai sacerdoti preposti alla custodia dei sacri ancilia b. Una tavola esposta dal pontefice massimo presso la Regia c. Un antico carme di purificazione dei campi d. Iscrizioni celebrative in versi incise sulla tomba di un defunto e. Contrasti buffoneschi inscenati da contadini mascherati con cortecce d’albero f. Canti di lode o di dileggio intonati dai soldati romani durante il trionfo di un generale g. Spettacolo di carattere buffonesco caratterizzato dall’improvvisazione e dall’uso della maschera h. Calendari romani contenenti l’indicazione dei giorni in cui erano permesse o interdette le attività pubbliche p._____/8
V|F V|F
V|F
Quesiti a scelta multipla
4
Indica il completamento corretto.
1. Roma divenne un centro di grande prosperità economica fra ■ il 625 e il 575 ■ il 575 e il 525 ■ il 575 e il 509 ■ il 625 e il 590
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L’età delle origini
2. I Libri Sybillini sono ■ il primo testo giuridico romano ■ una raccolta di oscuri responsi ■ i frammenti superstiti delle leggi di età regia ■ le prime leggi scritte di Roma 3. Il Carmen lustrale è ■ una preghiera del culto privato ■ una preghiera del culto pubblico ■ una laudatio funebris ■ un’iscrizione dedicatoria 4. Fas, nel diritto laico romano, finì per indicare ■ la legge umana ■ l’insieme delle formule sacre ■ l’insieme delle prescrizioni morali ■ la legge divina 5. L’espressione Si pater filium ter venumduit, filius a patre liber esto è ■ un verso superstite di un antico carmen conviviale ■ una legge delle XII Tavole ■ una formula di scongiuro ■ una sentenza di Appio Claudio Cieco 6. I Manes sono ■ i protettori dei campi ■ gli spiriti dei morti ■ i custodi della patria ■ i protettori dei crocicchi
Quesiti a risposta singola
5 Svolgi in breve i seguenti argomenti (max 5/10 righe per ciascuno). 1. Elementi ritualistici e prescrittivi della religione romana. 2. Preghiere di carattere pubblico nell’antica Roma. 3. La figura di Appio Claudio Cieco. Trattazione sintetica
6 Sviluppa le tracce proposte (max 15/20 righe per ciascuna). 1. I primi documenti del latino arcaico. 2. Le leggi delle XII Tavole. 3. Le forme del teatro italico che esercitarono un’influenza sul teatro latino.
p._____/6 Totale p._____/40
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VERIFICHE SOMMATIVE PER SEZIONI • Aurea dicta edizione gialla 1-2-3
L’età arcaica
L’età arcaica Completamento
1 Inserisci i dati mancanti della biografia di Ennio. Ennio nacque a nel , in una regione influenzata all’epoca da tre diverse culture . A Roma giunse nel , dopo aver combattuto in durante . Si lega d’amicizia con e gli esponenti della corrente filoellenica, avversa a . Nel 184 a.C ottiene un appezzamento di terra nella nuova colonia di e l’ambita . In vecchiaia, visse sull’Aventino, nel , di cui è ormai la figura più autorevole. Morì nel , e fu tumulato, in segno di onore, presso la tomba degli . Scrisse opere teatrali, sia palliatae che e opere di vario genere, tra cui tre opere di carattere filosofico . Ma la sua opera più importante fu un poema epico intitolato .
m. Le Saturae di Lucilio sono un esempio di plurilinguismo e pluristilismo n. Lo stile di Pacuvio è caratterizzato da misura e armonia compositiva o. Nei Didascalica Accio si occupò di problemi ortografici
V|F V|F V|F
p._____/15
Collegamento
3
tore. 1. 2. 3. 4. 5.
Attribuisci a ciascuna opera citata il nome dell’au-
De agri cultura Andria Mostellaria Atreus Iliona
a. Plauto b. Catone c. Terenzio d. Accio e. Pacuvio p._____/5
p._____/16
Quesiti a scelta multipla
Vero / Falso
2 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F). a. Livio Andronico tradusse l’Iliade di Omero in metro saturnio V|F b. Nei proemi degli Annales Ennio invoca le Muse V | F c. Catone fu il fondatore della prosa latina V|F d. Catone fu il campione, in Roma, del partito filellenico V|F e. Carneade era un filosofo greco di indirizzo peripatetico V|F f. Il Miles gloriosus è una commedia di Terenzio V|F g. Plauto ricorse spesso all’uso della contaminatio V | F h. Lo Pseudolus di Plauto viene definito nel prologo una tragicomoedia V|F i. Cecilio Stazio fu il primo scrittore latino di origine ispanica V|F j. Al centro degli Adelphoe è tema dell’educazione dei figli V|F k. Cesare definì Terenzio dimidiatus Menander V|F l. Terenzio definì egli stesso stataria la propria commedia V|F
4
Indica il completamento corretto.
1. Il personaggio centrale delle fabulae plautine è ■ il senex ■ il servus ■ l’adulescens ■ il parasitus 2. Homo sum: humani nihil a me alienum puto è un verso di ■ Cecilio Stazio ■ Lucilio ■ Ennio ■ Terenzio 3. La commedia di Terenzio che riscosse maggior successo fu ■ Eunuchus ■ Hecyra ■ Andria ■ Adelphoe 4. I primi XXI libri delle Saturae di Lucilio sono composti in ■ distici elegiaci ■ senari giambici ■ esametri ■ settenari trocaici
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p._____/4 Totale p._____/40
L’età arcaica
Quesiti a risposta singola
Trattazione sintetica
5 Svolgi in breve i seguenti argomenti (max 5/10 righe per ciascuno).
6 Sviluppa le tracce proposte (max 15/20 righe per ciascuna).
1. Illustra dettagliatamente le fasi della carriera politica di Catone. 2. Quali personalità della filologia, della storiografia e della filosofia greca concorsero a modificare la cultura latina nell’ambito di quello che siamo soliti chiamare «ambiente scipionico»? 3. Delinea i caratteri più significativi dell’opera poetica di Cecilio Stazio.
1. Illustra i caratteri del teatro terenziano, ponendolo a confronto con quello plautino. 2. Realismo e razionalismo nelle Satire di Lucilio. 3. Novità e funzione dei proemi negli Annales di Ennio.
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VERIFICHE SOMMATIVE PER SEZIONI • Aurea dicta edizione gialla 1-2-3
L’età della tarda repubblica
L’età della tarda repubblica Completamento
1 Inserisci i dati storici mancanti. Dopo la guerra sociale, che si era conclusa con l’estensione del diritto di cittadinanza agli , scoppiò la guerra civile, che vide contrapposte le figure di , rispettivamente a capo delle fazioni dei e degli . Dopo la vittoria di , nell’anno , Roma conobbe un tormentato periodo di confische e assassini, che lasciò tracce profonde nel tessuto sociale della città. Nell’anno il console Cicerone dovette reprimere una congiura ordita da . Tre anni più tardi, Cesare, Pompeo e Crasso siglarono un accordo privato, il cosiddetto . In seguito a tale accordo, Cesare poté intraprendere, nel decennio successivo, la campagna in . Dopo la morte di Crasso a , nella lontana , scoppiò una nuova guerra civile, che durò , e vide contrapposti gli eserciti dei cesariani e dei pompeiani. Tornato in Roma vincitore, Cesare venne assassinato nell’anno . p._____/14
Vero / Falso
2 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F). a. Lutazio Catulo introdusse in Roma la poesia epigrammatica alessandrina b. Cicerone definì ironicamente cantores Euphorionis i poetae novi c. Il principale modello dei poeti neoterici fu Partenio di Nicea d. Elvio Cinna riportò dalla Bitinia un esemplare dei Fenomeni di Arato e. Il Liber di Catullo contiene esclusivamente poesie d’amore per Lesbia f. Nel V libro del De rerum natura Lucrezio traccia una storia dell’umanità g. La peste di Atene, episodio conclusivo del De rerum natura, ebbe luogo all’epoca di Epicuro h. Cicerone fu console nell’anno 43 a.C.
V | F V | F V | F V | F V | F V | F
V | F
i. Cesare sconfisse definitivamente Pompeo a Durazzo j. Nel De bello Gallico Cesare apre digressioni geo-etnografiche k. Sallustio fu autore di Historiae l. Varrone fu autore di Saturae Menippeae
V | F V | F V | F V | F p._____/12
Collegamento
3
tore. 1. 2. 3. 4. 5.
Attribuisci a ciascuna opera citata il nome dell’au-
De viris illustribus Saturae Menippeae Historiae Zmyrna De officiis
a. Sallustio b. Cornelio Nepote c. Cicerone d. Elvio Cinna e. Varrone p._____/5
Quesiti a scelta multipla
4
Indica il completamento corretto.
1 Catullo tradusse dal greco ■ gli Argonautica di Apollonio Rodio ■ i Fenomeni di Arato ■ la Chioma di Berenice di Callimaco ■ gli Aitia di Callimaco 2. Il De rerum natura è dedicato a ■ Quinto Cicerone ■ Marco Tullio Cicerone ■ Memmio ■ Cesare 3. Cicerone scagliò contro Antonio, fra il 44 e il 43 a.C. ■ 12 orazioni ■ 4 orazioni ■ 14 orazioni ■ 8 orazioni 4. Il Somnium Scipionis è la parte conclusiva del ■ De re publica ■ De oratore ■ De legibus ■ De officiis 5. A Cesare si deve un trattato retorico-grammaticale intitolato ■ Anticato ■ Dicta collectanea ■ De astris ■ De analogia
V | F
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p._____/5
L’età della tarda repubblica
Collegamento
5
ta. 1. 2. 3. 4.
Quesiti a risposta singola
Attribuisci a ogni autore la data di nascita corret-
6 Svolgi in breve i seguenti argomenti (max 5/10 righe per ciascuno). 1. La sezione dei carmina docta nel Liber di Catullo. 2. Principali caratteristiche dello stile di Cesare nei Commentarii. 3. Argomento e struttura del De oratore di Cicerone.
Cicerone Cesare Varrone Sallustio
Trattazione sintetica
a. 86 a.C.
b. 100 a.C.
7 Sviluppa le tracce proposte (max 15/20 righe per ciascuna).
c. 116 a.C.
d. 106 a.C. p._____/4 Totale p._____/40
1. I nuovi generi letterari che si affermano nell’età di Cesare. 2. La figura di Epicuro nel poema lucreziano. 3. L’oratoria politica di Cicerone.
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VERIFICHE SOMMATIVE PER SEZIONI • Aurea dicta edizione gialla 1-2-3
L’età di Augusto
L’età di Augusto Quesiti a scelta multipla
Completamento
1 Inserisci i dati mancanti della biografia di Orazio. Quinto Orazio Flacco nasce a nel . Il padre è un di agiate condizioni, che il poeta ricorderà sempre con affetto come suo primo maestro di moralità. Dopo i primi studi condotti a , tra il 45 e il 44 si reca ad , dove frequenta l’Accademia. Qui si infiamma alle idee di libertà e si arruola nell’esercito di , combattendo nel 42 a . Intorno agli anni 41-40, grazie a un’amnistia, può ritornare a Roma; perduti i suoi beni, si impiega come , e intanto incomincia a scrivere versi. Nel Virgilio e Vario lo presentano a , che qualche anno più tardi gli farà dono di un podere nella Sabina, presso Tivoli. Nel 17 a.C. è designato da Augusto per comporre il solenne , un inno di natura civile e religiosa che viene cantato durante una processione sul Palatino e sul , i luoghi sacri di Roma. Muore nell’anno , lasciando un libro di , due libri di , quattro di , oltre ai due libri di Epistole, nel secondo dei quali è contenuta la celebre lettera ai Pisoni, nota come . p._____/17
Collegamento
2
tore.
Attribuisci a ciascuna opera citata il nome dell’au-
1. Heroides 2. Res gestae Divi Augusti 3. Ornithogonia 4. Ab urbe condita 5. De verborum significatu 6. Sermones 7. Historiae a. Ovidio b. Asinio Pollione c. Emilio Macro d. Orazio e. Augusto f. Livio g. Verrio Flacco
3
Indica il completamento corretto.
1. Nell’Eneide, gli amori di Enea e Didone sono narrati ■ nei libri II e III ■ nel VI libro ■ nel IV libro ■ nei libri IV e V 2. I primi 3 libri delle Odi oraziane furono pubblicati ■ nel 30 a.C. ■ nel 23 a.C. ■ fra il 23 e il 14 a.C. ■ nel 17 a.C. 3. Il Corpus Tibullianum comprende ■ 20 liriche in distici elegiaci e il Panegirico di Messalla in esametri ■ tre libri in distici elegiaci, per lo più di incerta attribuzione ■ 35 liriche in distici elegiaci e il Panegirico di Messalla in esametri ■ un solo libro sicuramente di Tibullo, due di autori vari 4. La produzione di Properzio consta di ■ tre libri di elegie ■ quattro libri di elegie ■ quattro libri di elegie e la Monòbiblos ■ tre libri in distici elegiaci e un libro in esametri 5. L’ultimo libro di Properzio è caratterizzato ■ dalla recusatio della poesia epica ■ dall’insistenza sul tema del discidium ■ dalla varietà dei metri utilizzati ■ dalla varietà dei temi trattati 6. Nelle Metamorfosi di Ovidio il passaggio da un episodio all’altro si realizza ■ per analogia o per contrasto ■ per continuità cronologica ■ mediante un commento esplicativo ■ senza alcuna giustificazione 7. Secondo l’ipotesi più accreditata, i libri Ab urbe condita di Livio narravano la storia di Roma ■ dalla fondazione alla morte di Augusto ■ dalle leggendarie origini fino al 9 a.C. ■ dalla fondazione alla battaglia di Azio ■ dalle leggendarie origini al 17 d.C.
p._____/7
248 © Casa Editrice G. Principato
p._____/7
L’età di Augusto
Completamento
Quesiti a risposta singola
4 Attribuisci a ciascuna opera di Orazio la cronologia di composizione, il metro utilizzato, i modelli di riferimento. Epodi a. Cronologia b. Metro c. Modelli
5 Svolgi in breve i seguenti argomenti (max 5/10 righe per ciascuno). 1. Elenca gli avvenimenti più rilevanti dalla morte di Cesare all’avvento del principato. 2. Il declino dell’eloquenza alla fine della repubblica: motivazioni e conseguenze. 3. La posizione di Livio nei confronti dei miti delle origini.
Satire d. Cronologia e. Metro f. Modelli
Trattazione sintetica
6 Sviluppa le tracce proposte (max 15/20 righe per ciascuna).
Odi g. Cronologia h. Metro i. Modelli p._____/9 Totale p._____/40
1. Circoli letterari e organizzazione della cultura nell’età del principato augusteo. 2. Il classicismo augusteo e il nuovo sistema dei generi letterari. 3. L’Eneide virgiliana: poema nazionale romano e insieme opera problematica.
249 © Casa Editrice G. Principato
VERIFICHE SOMMATIVE PER SEZIONI • Aurea dicta edizione gialla 1-2-3
L’età Giulio-Claudia
L’età Giulio-Claudia Collegamento
Completamento
1 Inserisci i dati mancanti della biografia di Persio. Persio nacque nel a , da una famiglia di rango . Fu allievo a Roma di , un letterato di indirizzo . Scrisse diverse opere, delle quali sopravvisse soltanto un esiguo libro di , in tutto componimenti. Morì nel p._____/8
Vero / Falso
2 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F). a. I protagonisti delle favole di Fedro sono tutti animali b. L’orizzonte filosofico di Persio e di Lucano è la dottrina stoica c. Seneca fu per diversi anni consigliere di Nerone d. Seiano era un homo novus dell’età di Tiberio e. Le Historiae Alexandri Magni di Curzio Rufo sono un libro di pura indagine storiografica f. A Germanico si deve un poema didascalico intitolato Astronomica g. Persio fa uso nelle sue satire di un linguaggio aspro e corporale h. L’Octavia è una tragedia di Seneca i. Il Satyricon è una parodia del romanzo greco j. Le Naturales Quaestiones sono un’opera scientifica di Plinio il Vecchio k. Le Satire di Persio vennero pubblicate dal maestro Anneo Cornuto l. Iunctura acris è un’espressione di Seneca m. Cremuzio Cordo fu uno storico avverso al principato n. Nerone venne assassinato nel 68 d.C. o. Con Seneca il concetto di libertas si sposta dal piano politico a quello etico
V | F V | F V | F V | F V | F V | F V | F V | F
V | F V | F V | F V | F V | F V | F V | F
p._____/15
3
tore.
Attribuisci a ciascuna opera citata il nome dell’au-
De brevitate vitae Factorum et dictorum memorabilium libri Historiae Astronomica Eclogae Pharsalia De re rustica
1. 2. 3. 4. 5. 6. 7.
a. Calpurnio Siculo; b. Valerio Massimo; c. Velleio Patercolo; d. Manilio; e. Seneca; f. Lucano; g. Columella p._____/7
Quesiti a scelta multipla
4
Indica il completamento corretto.
1. La Chorographia di Pomponio Mela è ■ un trattato retorico-stilistico ■ un trattato sull’agrimensura ■ un trattato geografico ■ un trattato di scienza militare 2. L’Apokolokyntosis di Seneca è una feroce satira dell’imperatore ■ Nerone ■ Claudio ■ Caligola ■ Tiberio 3. Seneca fu relegato nell’autunno del 41 ■ a Marsiglia ■ in Sicilia ■ in Corsica ■ nell’isola di Rodi 4. L’ultimo blocco narrativo del Satyricon è ambientato ■ a Crotone ■ in una Graeca urbs ■ a Napoli ■ a Taranto 5. Il principato di Caligola si protrasse ■ dal 31 al 41 d.C. ■ dal 33 al 39 d.C. ■ dal 37 al 41 d.C. ■ dal 34 al 38 d.C. 6. L’opera di Lucano è composta di ■ 12 libri ■ 24 libri
■ 10 libri ■ 6 libri p._____/6
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L’età Giulio-Claudia
Collegamento
5 1. 2. 3. 4.
Trattazione sintetica
Attribuisci a ogni autore la data di nascita corretta. Fedro Lucano Persio Germanico
7 Sviluppa le tracce proposte (max 15/20 righe per ciascuna). 1. Nuovi indirizzi storiografici nell’età di Tiberio. 2. Il tempo e la morte nell’opera filosofica di Seneca. 3. Struttura del romanzo e strategie narrative nel Satyricon di Petronio.
a. 15 a.C. b. 39 d.C. c. 34 d.C. d. 20-15 a.C. p._____/4 Totale p._____/40
Quesiti a risposta singola
6 Svolgi in breve i seguenti argomenti (max 5/10 righe per ciascuno). 1. La poetica di Persio. 2. Il conflitto fra princeps e senato in età giulio-claudia. 3. I personaggi del Bellum civile di Lucano.
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VERIFICHE SOMMATIVE PER SEZIONI • Aurea dicta edizione gialla 1-2-3
L’età dei Flavi e di Traiano
L’età dei Flavi e di Traiano Completamento
1 Inserisci i dati mancanti della biografia di Giovenale. Giovenale nacque con molta probabilità ad in un’epoca compresa tra . Marziale lo descrive mentre peregrina nella città come un a caccia di sostentamento da un all’altro. Compose la sua opera in un’epoca compresa fra . Scrisse in tutto satire, divise in libri, secondo un ordine che corrisponde probabilmente alla cronologia della . Morì sicuramente dopo il . p._____/9
Vero / Falso
m. Il Dialogus de oratoribus è un’opera di difficile attribuzione e datazione
V | F
p._____/13
Completamento
3 Attribuisci a ciascuna delle opere tacitiane indicate la cronologia, il genere e l’argomento. Historiae a. Cronologia b. Genere c. Argomento Annales d. Cronologia e. Genere f. Argomento p._____/6
2 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F). a. Tito condusse la guerra giudaica espugnando Gerusalemme nel 70 d.C. b. Salendo al trono, Tito volle legittimare la sua storia d’amore con la principessa ebraica Berenice c. Domiziano inaugurò l’Anfiteatro Flavio con un grandioso programma di giochi e di spettacoli d. Valerio Probo fu il maggior grammatico del I secolo d.C. e. Traiano rinnovò la concordia con il senato romano f. Nelle Silvae di Stazio Vespasiano viene assimilato a Giove e a Ercole g. Il Liber de spectaculis di Marziale fu pubblicato nel 96 d.C. h. Quintiliano osteggiò il gusto asiano e criticò lo stile di Seneca i. La decadenza della società romana è un grande tema di Giovenale j. Nell’espressione Facit indignatio versum è contenuta la poetica di Marziale k. Plinio fu detto il Giovane per distinguerlo dal padre, Plinio il Vecchio l. Plinio il Giovane scrisse due lettere sull’eruzione del Vesuvio
V | F
V | F V | F V | F V | F V | F V | F V | F V | F V | F V | F V | F
Quesiti a scelta multipla
4
Indica il completamento corretto.
1. Vespasiano regnò negli anni ■ 69-78 ■ 69-79 ■ 70-77 ■ 69-81 2. L’Institutio oratoria è ■ un trattato sulle cause della decadenza dell’oratoria ■ un trattato retorico sulla formazione del perfetto oratore ■ una raccolta di declamationes ■ un’Ars grammatica propedeutica agli studi retorici 3. Gli Apophoreta erano ■ doni estratti a sorte e offerti durante un convito nei giorni dei Saturnalia ■ doni ospitali inviati agli amici, accompagnati da un biglietto augurale ■ epigrammi satirici composti durante un convito e indirizzati ai commensali ■ sentenze poetiche estratte a sorte durante i sontuosi banchetti dei Saturnali 4. Verso la fine della sua vita, Plinio il Giovane fu governatore ■ in Cilicia ■ in Bitinia ■ in Cappadocia ■ in Macedonia
252 © Casa Editrice G. Principato
L’età dei Flavi e di Traiano
5. La Germania di Tacito fu composta e pubblicata nel ■ 101 d.C. ■ 96 d.C. ■ 98 d.C. ■ 100 d.C. 6. Il De viris illustribus di Svetonio è ■ una raccolta di biografie dedicata agli uomini di lettere ■ una raccolta di biografie dei primi imperatori di Roma ■ una raccolta di biografie parallele di uomini illustri Greci e Romani ■ una raccolta di biografie di uomini illustri dalle origini all’epoca dell’autore p._____/6
Collegamento
5 Attribuisci a ciascuna opera citata il nome dell’autore. 1. Punica 2. Panegyricus 3. Epigrammata 4. Saturae 5. De causis corruptae eloquentiae 6. Agricola
Quesiti a risposta singola
6 Svolgi in breve i seguenti argomenti (max 5/10 righe per ciascuno). 1. Il personaggio di Medea negli Argonautica di Valerio Flacco. 2. Le vicende narrate nell’Achilleide di Stazio. 3. Elenca tutte le opere di Tacito, specificando i libri pervenuti integralmente o in parte, e le sezioni perdute. Trattazione sintetica
7 Sviluppa le tracce proposte (max 15/20 righe per ciascuna). 1. Orientamenti e caratteri della poesia epica in età flavia. 2. Origini e sviluppi dell’epigramma in Grecia e in Roma. 3. Struttura e ordinamento delle biografie di Svetonio.
a. Plinio il Giovane b. Silio Italico c. Tacito d. Quintiliano e. Giovenale f. Marziale p._____/6 Totale p._____/40
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VERIFICHE SOMMATIVE PER SEZIONI • Aurea dicta edizione gialla 1-2-3
L’età di Adriano e degli Antonini
L’età di Adriano e degli Antonini Completamento
1 Inserisci i dati mancanti nelle notizie sulla vita e l’opera di Cornelio Frontone. Marco Cornelio Frontone nasce a in agli inizi del II secolo d.C. Nel si reca a Roma, dove si dedica all’attività forense; Adriano gli affida l’educazione retorica del futuro imperatore . Nel 143 Antonino Pio lo incarica di istruire anche . Percorre un’onorevole carriera pubblica, fino ad ottenere la carica di consul suffectus. Muore probabilmente intorno al . Sino alla fine dell’impero, la sua fama fu affidata al corpus delle opere , per noi perdute, tranne rari frammenti. Tra il e il il cardinale scoprì l’epistolario di Frontone, di grande valore storicodocumentario. Nelle epistole Frontone dà spazio soprattutto alle teorie su , proponendo l’inserzione di e , e disegnando un nuovo canone di modelli espressivi, pressoché tutti autori dell’età . p._____/14
Vero / Falso
2 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F). a. Adriano prosegue la politica espansionistica di Traiano V|F b. Adriano opera una definitiva sintesi fra le due culture, greca e latina V|F c. La Villa Adriana fu edificata nei pressi di Tusculum V | F d. I valori dell’«impero umanistico» sono testimoniati dai Ricordi di Marco Aurelio V|F e. L’età di Adriano e degli Antonini fu definita il «secolo d’oro» dell’impero V|F f. In quest’epoca conoscono notevole sviuppo le scuole di retorica e di filosofia V|F g. I maggiori protagonisti della Nuova Sofistica sono letterati e retori latini V|F h. Il gusto arcaizzante sviluppa una tendenza della cultura augustea V|F i. A tutt’oggi si ritiene che il nome di Florus indichi tre personalità distinte V|F
j. I poetae novelli rifiutano l’epica e la tragedia a favore della lirica k. Il modello espressivo frontoniano è definito dallo stesso autore elocutio novella l. Aulo Gellio compose numerose opere di vario genere, sia in greco che in latino
V|F V|F V|F
p._____/12
Collegamento
3
tore. 1. 2. 3. 4. 5.
Attribuisci a ciascuna opera citata il nome dell’au-
Laudes fumi et pulveris De magia Animula vagula blandula Epitoma de Tito Livio Noctes Atticae
a. Floro b. Frontone c. Adriano d. Aulo Gellio e. Apuleio p._____/5
Completamento
4 Attribuisci a ciascuna delle opere di Apuleio indicate la cronologia, il genere e l’argomento. Apologia a. Cronologia b. Genere c. Argomento Florida d. Cronologia e. Genere f. Argomenti Metamorphoseon libri XI g. Cronologia h. Genere i. Argomento
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p._____/9 Totale p._____/40
L’età di Adriano e degli Antonini
Quesiti a risposta singola
Trattazione sintetica
5 Svolgi in breve i seguenti argomenti (max 5/10 righe per ciascuno).
6 Sviluppa le tracce proposte (max 15/20 righe per ciascuna).
1. Adriano imperatore «filelleno». 2. Il movimento della Nuova o Seconda Sofistica. 3. Un perfetto esempio di intellettuale dell’epoca: Apuleio.
1. Confronto tra il modello imperiale proposto da Adriano e la politica interna ed estera del suo predecessore Traiano. 2. Intreccio di generi diversi e spunti parodistici nelle Metamorfosi di Apuleio. 3. Il libro XI delle Metamorfosi di Apuleio, isiaco e misterico.
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VERIFICHE SOMMATIVE PER SEZIONI • Aurea dicta edizione gialla 1-2-3
Dalla crisi dell’impero alla fine del mondo antico
Dalla crisi dell’impero alla fine del mondo antico Collegamento
Vero / Falso
1 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F). a. Il successore di Marco Aurelio fu Settimio Severo b. L’età dell’anarchia militare comprende gli anni dal 235 al 284 d.C. c. Diocleziano impose la restaurazione dei culti tradizionali d. Le versioni cristiane dei testi sacri sono caratterizzate da una traduzione libera e. Gli scrittori cristiani adottano per lo più un linguaggio piano e semplice f. La storiografia cristiana si volge a una storia universale, teologica e provvidenzialistica g. Gli apologisti cristiani evitano sempre i toni aspri e conflittuali, ispirandosi a princìpi di tolleranza h. Nel IV secolo d.C. si scatenò a più riprese un’accanita battaglia contro l’eresia ariana i. L’Historia Augusta è l’unica opera di genere storiografico composta negli anni della rinascita pagana j. Fra il 389 e il 405 d.C. Gerolamo intraprese la traduzione integrale del Nuovo Testamento k. Nel 391 Teodosio proclama il cristianesimo religione di Stato l. Nel 493 Teodorico dà inizio al regno ostrogoto in Italia
V|F V|F V|F V|F V|F V|F V|F V|F
1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8.
1. Carmen Apologeticum 2. De cultu feminarum 3. De lapsis 4. Divinae institutiones 5. De errore profanarum religionum 6. Exameron 7. Confessiones 8. Vita Martini 9. Vita Antonii 10. Contra Symmachum 11. De consolatione Philosophiae 12. Variae a. Prudenzio b. Cipriano c. Firmico Materno d. Agostino e. Atanasio f. Commodiano g. Lattanzio h. Tertulliano i. Boezio j. Ambrogio k. Cassiodoro l. Sulpicio Severo p._____/12
V|F
Quesiti a scelta multipla
V|F
4
V|F
Collegamento
2
Attribuisci a ciascuna opera citata il nome dell’au-
V|F
p._____/12
tore.
3
tore.
Attribuisci a ciascuna opera citata il nome dell’au-
Enneadi Relatio de ara Victoriae Carmina figurata Mosella Rerum gestarum libri XXXI Ars minor De rebus bellicis Breviarium ab urbe condita
a. Vegezio b. Optaziano Porfirio c. Plotino d. Ammiano Marcellino e. Donato f. Eutropio g. Simmaco h. Ausonio p._____/8
Indica il completamento corretto.
1. Il sistema della Tetrarchia fu introdotto da ■ Costantino ■ Diocleziano ■ Teodosio ■ Aureliano 2. L’editto di Tessalonica fu promulgato da Teodosio nell’anno ■ 392 d.C. ■ 381 d.C. ■ 380 d.C. ■ 391 d.C. 3. Il primo volume di omelie in lingua latina si deve a ■ Agostino ■ Cipriano ■ Ambrogio ■ Ilario di Poitiers 4. Intorno al 206-207 Tertulliano aderì all’eresia ■ montanista ■ ariana ■ gnostica ■ nestoriana
256 © Casa Editrice G. Principato
Dalla crisi dell’impero alla fine del mondo antico
5. Concezioni dottrinali eterodosse si riconoscono nell’opera di ■ Lattanzio ■ Firmico Materno ■ Arnobio ■ Salviano 6. Il modello principale di Ammiano Marcellino è ■ Livio ■ Cicerone ■ Sallustio ■ Tacito 7. L’ultima opera poetica significativa composta da un pagano è ■ Saturnalia di Macrobio ■ Mosella di Ausonio ■ De reditu suo di Rutilio Namaziano ■ De nuptiis Mercurii et Philologiae di Marziano Capella 8. Il monastero di Vivarium fu fondato da ■ Gerolamo ■ Sulpicio Severo ■ Cassiodoro ■ Paolino di Nola p._____/8 Totale p._____/40
Quesiti a risposta singola
5 Svolgi in breve i seguenti argomenti (max 5/10 righe per ciascuno). 1. Il breve regno di Giuliano. 2. Struttura delle Confessiones di Agostino. 3. Reazioni dei pagani e dei cristiani al sacco di Roma del 410 d.C. Trattazione sintetica
6 Sviluppa le tracce proposte (max 15/20 righe per ciascuna). 1. Con la dinastia dei Severi si apre un’epoca di profondi e decisivi mutamenti nello Stato romano. 2. La reazione pagana all’affermazione politica del cristianesimo: tentativi di resistenza e realizzazioni letterarie. 3. La letteratura cristiana latina: nuove forme, nuovi generi, nuova visione della storia.
257 © Casa Editrice G. Principato
ALTRE PROVE DI VERIFICA • Aurea dicta edizione gialla 1
1 Dalle origini all’età di Cesare
1 L’età preletteraria 1. Illustra, con adeguati esempi lessicali, l’originario fondamento rurale della lingua latina. 2. Archivi pubblici e privati di Roma arcaica: le laudationes funebres, gli Annales maximi, i Fasti. 3. Dopo aver tradotto i frammenti delle XII Tavole qui di seguito riportati, evidenzia i caratteri arcaici del linguaggio (morfologia; sintassi), non mancando di fornire sintetiche informazioni sulle origini, le caratteristiche salienti e le modalità di trasmissione del più antico testo giuridico romano. I, 1 Si in ius vocat, ito. Ni it, antestamino. Igitur em capito. VIII, 12 Si nox furtum faxsit, si im occisit, iure caesus esto.
2 I più antichi documenti della lingua latina Completa la tabella qui di seguito tracciata, riportando le principali informazioni in nostro possesso sulle più antiche iscrizioni superstiti in lingua latina. Le due ultime colonne a destra dovranno contenere, se a te note, le indicazioni del sito ove furono rinvenute e del luogo dove sono attualmente conservate. Denominazione
Tipologia dell’oggetto
Tipologia Datazione dell’iscrizione
Vasetto di Dueno Cista Ficoroni Cippo del Lapis niger Lapis Satricanus Fibula Praenestina
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Rinvenimento
Conservazione
ALTRE PROVE DI VERIFICA • Aurea dicta edizione gialla 1
3 I primi scrittori di Roma 1. Dopo aver delineato in sintesi il panorama storico-culturale in cui sorse la letteratura latina, indicando la data convenzionale, fissata per tradizione, della sua “nascita”, ricorda il nome, la cronologia essenziale, l’origine e la condizione sociale dei primi tre scrittori di Roma. 2. un profilo essenziale del poeta Quinto Ennio, con riguardo alle vicende biografiche salienti del personaggio e alle caratteristiche principali della sua produzione letteraria.
4 Dal teatro italico al teatro romano 1. Delinea in sintesi le caratteristiche del teatro romano in età arcaica: occasioni, luoghi, organizzazione delle rappresentazioni teatrali. 2. Spiega il significato dei termini e delle espressioni che seguono: Fabula atellana, Fescennini versus, Satura drammatica Ludi scaenici Fabula palliata, cothurnata, togata, praetexta Mimo Metateatro Vertere Contaminatio Deverbium, canticum 3. Illustra i caratteri fondamentali della tragedia latina, confrontandola sinteticamente con quella greca.
5 La commedia plautina Leggi il seguente brano tratto dalla Mostellaria di Plauto (vv. 348-362). In esso il servus callidus Tranione, accorrendo trafelato dalla quinta di sinistra del palcoscenico, porta al suo padroncino Filolachete e ai suoi amici, da ormai tre anni dediti ai bagordi, la notizia che il vecchio Teopropide, padre di Filolachete, è appena sbarcato nel porto di Atene. Utilizzando questo spassoso monologo, illustra i caratteri principali della commedia plautina (ambientazione, trama, personaggi, coinvolgimento del pubblico, aspetti metateatrali, lingua e stile), soffermandoti in particolare sulla figura del servus. tranio
iuppiter supremus summis opibus atque industriis me perisse et Philolachetem cupit erilem filium. Occidit spes nostra; nusquam stabulum est confidentiae, 259 © Casa Editrice G. Principato
ALTRE PROVE DI VERIFICA • Aurea dicta edizione gialla 1
nec Salus nobis saluti iam esse, si cupiat, potest; ita mali, maeroris montem maximum ad portum modo conspicatus sum. Erus advenit peregre; periit Tranio. Ecquis homo est, qui facere argenti cupiat aliquantum lucri, qui hodie sese excruciari meam vicem possit pati? Ubi sunt isti plagipatidae, ferritribaces viri, vel isti qui hosticas trium nummum causa subeunt sub falas, ubi aliqui quique denis hastis corpus transfigi solet? Ego dabo ei talentum, primus qui in crucem excucurrerit; sed ea lege, ut offigantur bis pedes, bis bracchia. Ubi id erit factum, a me argentum petito praesentarium. Sed ego, sumne ille infelix, qui non curro curriculo domum? tranione (arrivando trafelato dal porto) Giove supremo con tutta la sua potenza e la sua forza vuole la rovina mia e del mio padroncino Filolachete. Le nostre speranze son crollate, e non v’è più rifugio per la nostra baldanza: neppure la dea Salvezza, se lo volesse, potrebbe trarci in salvo. Che mostruosa montagna di malanni e di miserie ho appena visto al porto! Il padrone è tornato dall’estero: è finita per Tranione. C’è qualcuno che vuol guadagnare un po’ di denaro, ed è disposto a farsi mettere oggi sulla croce al posto mio? Dove sono quei piglia-botte di professione, quei macina-catene, o quegli individui che per tre soldi si fanno sotto alle torri nemiche, dove hanno l’abitudine di farsi trafiggere il corpo da dieci lance per volta? Regalerò un talento al primo che correrà in cima alla croce, ma a questo patto: che gli si inchiodino due volte i piedi e due volte le braccia. Quando sarà stato fatto, venga pure da me a chiedermi il denaro in contanti... Ma io non sono uno sciagurato, che non corro a casa come un fulmine?
[trad. di M. Bettini]
6 Il prologo dell’Hecyra di Terenzio prologo
Io mi presento a voi in costume da prologo, ma in funzione di avvocato. Fate che io sia un avvocato capace di vincer la causa, così che mi sia dato godere da vecchio del privilegio medesimo di cui ho goduto da giovane; quando sono riuscito a far sopravvivere delle opere fischiate da nuove e ad impedire che scomparissero, insieme col loro autore. Per le commedie di Cecilio, delle quali ebbi a curare la prima rappresentazione, in parte feci fiasco, in parte la spuntai di stretta misura. Sapendo che la fortuna delle opere drammatiche è dubbia, mi volli accollare, pur in una incerta speranza, un carico certo: mi rimisi a rappresentare le stesse commedie, per poterne mettere in scena altre dello stesso autore, con gran passione, in modo da non distogliere lui dalla passione sua. Ho ottenuto che fossero rappresentate; appena conosciute, hanno avuto successo. Così ho 260 © Casa Editrice G. Principato
ALTRE PROVE DI VERIFICA • Aurea dicta edizione gialla 1
rimesso in onore un poeta, che la malignità dei suoi avversari per poco non aveva allontanato dalla sua occupazione prediletta e dal suo lavoro e dalla creazione poetica. Che se io avessi senz’altro buttato in un canto l’opera sua e avessi voluto di proposito scoraggiarlo, così da indurlo a star in ozio piuttosto di continuare a lavorare, facilmente l’avrei distolto dallo scrivere altre commedie. oggi, per riguardo verso di me, state a sentire con benevolenza quello che vi chiedo. Vi riporto nuovamente «La suocera», che non sono mai riuscito a far ascoltare in silenzio: tanto la malignità della sorte si è accanita contro di lei. tale malignità sarà vinta dal vostro buon intendimento, se questo vorrà assecondare i nostri sforzi. Quando per la prima volta cercai di rappresentarla, la fama di certi pugili (cui si aggiunse l’attrattiva di un saltimbanco), l’affollarsi degli accompagnatori, lo strepito, il vociare delle donne mi costrinsero ad andarmene prima del tempo. Per questo nuovo lavoro, decisi di seguire una mia vecchia usanza, cioè di ritentare la prova. Lo rimetto di nuovo in scena; al primo apparire, mi si fa buona accoglienza: ma intanto si diffonde la voce che sta per incominciare uno spettacolo di gladiatori. Il popolo vi si precipita; nasce una gran confusione, tutti gridano, si picchiano per assicurarsi un posto; ed io, nel frattempo, non riesco a difendere il mio. oggi non c’è disordine, c’è calma e silenzio; a me è stato concesso il tempo necessario per lo spettacolo; a voi è data la possibilità di rialzare il prestigio della scena; non permettete che per colpa vostra la poesia si riduca ad essere privilegio di pochi; fate sì che la vostra autorità sia di aiuto e di appoggio alla mia. Se io non sono mai stato avido nel pretendere lauti compensi alla mia arte e mi sono fissato bene in mente che il miglior profitto è di servire il meglio possibile il vostro interesse, fatemi ottenere che un uomo, il quale ha messo sotto la mia protezione il frutto delle sue fatiche e si è affidato alla vostra buona fede, non sia ingiustamente fatto segno alle beffe di indegni avversari. Per amor mio, accogliete con favore la sua causa, e fateci la grazia del vostro silenzio; così che ad altri venga il gusto dello scrivere ed io possa, con qualche profitto, mettere in scena per l’avvenire nuove commedie, acquistate a mie spese. Dopo aver letto il prologo dell’Hecyra di Terenzio, rappresentata nell’anno 166 a.C., rispondi alle seguenti domande: 1. Spiega qual è la differenza fra i prologhi plautini e i prologhi di Terenzio. 2. Chi è il Cecilio cui si fa riferimento all’inizio del brano? 3. Come viene rappresentato il pubblico medio romano che assisteva alle rappresentazioni teatrali? 4. Quali incidenti provocarono il fallimento della prima rappresentazione dell’Hecyra? 5. Cosa sono i Ludi scaenici? Chi aveva il compito di finanziarli e organizzarli nella Roma arcaica? 261 © Casa Editrice G. Principato
ALTRE PROVE DI VERIFICA • Aurea dicta edizione gialla 1
6. Esponi in breve la trama dell’Hecyra. 7. In che cosa differisce questa commedia dalle tradizionali commedie plautine?
7 Il teatro di Plauto e di Terenzio Illustra le fondamentali differenze esistenti fra il teatro di Plauto e quello di Terenzio, soffermandoti in particolare sul seguente tema: il contrasto fra senes e adulescentes.
8 L’epica latina arcaica 1. Facendo riferimento ai frammenti qui riportati, delinea l’evoluzione dell’epica latina arcaica dall’Odussia di Livio Andronico alle opere di Nevio e di Ennio. Virum mihi, Camena insece versutum [Odussia, fr. 1 Traglia]
Postquam aves aspexit in templo Ancisa, sacra in mensa Penatium ordine ponuntur; immolabat auream victimam pulcram. [Bellum Poenicum, fr. 24 Traglia]
sin illos deserant fortissimos viros, magnum stuprum populo fieri per gentes [Bellum Poenicum, fr. 47 Traglia]
Musae, quae pedibus magnum pulsatis Olumpum [Annales, Liber I, fr. 1 Traglia]
Scripsere alii rem vorsibus quos olim Faunei vatesque canebant, quom neque Musarum scopulos nec docti dicti studiosus quisquam erat ante hunc [Annales, Liber VII, fr. 133 Traglia]
9 Il racconto delle origini nei poemi di Nevio ed Ennio
Sia Nevio che Ennio trattano nelle loro opere epiche i miti delle origini di Roma. Illustra secondo quali modalità ciascuno dei due autori introduca il racconto mitico-leggendario nell’ambito della narrazione, non senza fornire indicazioni essenziali sul significato e lo scopo di tale inserzione. 262 © Casa Editrice G. Principato
ALTRE PROVE DI VERIFICA • Aurea dicta edizione gialla 1
10 Catone il Vecchio 1. Elenca le opere di Catone, ciascuna con una breve didascalia esplicativa che ne illustri le caratteristiche più rilevanti. 2. Dopo aver tradotto e commentato i frammenti qui sotto riportati, delinea in sintesi il percorso dell’oratoria catoniana. Orator est, Marce fili, vir bonus, dicendi peritus [Libri ad Marcum, fr. 14 Jordan]
Rem tene, verba sequentur [Libri ad Marcum, fr. 15 Jordan]
11 L’ambiente scipionico Traduci e commenta i due versi qui sotto riportati, tratti il primo dallo Heautontimorumenos di Terenzio, il secondo dagli Annales di Ennio. Mettili inoltre in relazione con gli orientamenti ideologici e culturali dell’ambiente scipionico. Homo sum: humani nihil a me alienum puto. [Heautontimorumenos 77]
Moribus antiquis res stat Romana virisque [Annales, fr. 367 Traglia]
12 Tragici latini: Pacuvio e Accio 1. Leggi, analizza e commenta il celebre frammento qui sotto riportato dall’Iliona di Pacuvio (vv. 197-201 Ribbeck). Senza trascurare adeguati riferimenti ad altri testi dell’autore (frammenti testuali e/o ricostruzioni delle trame), dimostra come rappresenti un condensato esemplare di situazioni, immagini ed espressioni caratteristiche del teatro di Pacuvio e del gusto tragico dell’epoca.
200
Mater, te appello, tu quae curam somno suspensam levas neque te mei miseret, surge et sepeli natum <tuum> prius quam ferae volucresque... neu reliquias semiesas sireis denudatis ossibus per terram sanie delibutas foede divexarier. 263 © Casa Editrice G. Principato
ALTRE PROVE DI VERIFICA • Aurea dicta edizione gialla 1
T’invoco, o madre, tu che nel sonno dai sollievo all’angosciosa pena, e non hai compassione di me: alzati e dà sepoltura a tuo figlio, prima che le fiere e gli uccelli [...] e non lasciare che le mie spoglie semidivorate, con le ossa messe a nudo, siano orribilmente disperse per terra, grondanti di putredine. 2. Si può affermare che la tragedia di Accio riprenda, amplificandoli ed estremizzandoli, i toni e le predilezioni tematiche del teatro di Pacuvio? Rispondi al quesito proponendo un’opportuna scelta di citazioni e di esempi.
13 La satira di Lucilio (a) 1. genere della satura, di cui Lucilio è considerato l’inventor, si caratterizza per l’eterogeneità e la varietà dei materiali e dei motivi letterari. In un breve scritto, compila un inventario delle diverse componenti tematiche e stilistiche delle Saturae luciliane, non senza adeguati richiami ai frammenti letti. 2. Leggi e analizza il frammento (vv. 480-483 Marx) qui sotto riportato, prendendone spunto per illustrare la poetica di Lucilio nei suoi aspetti più originali e innovativi. In particolare: qual è il bersaglio polemico del poeta satirico? quali sono le caratteristiche della poesia che intende proporre? 480
multa homines portenta in Homeri versibus ficta monstra putant, quorum in primis Polyphemus ducentos Cyclops longus pedes: et porro huic maius bacillum quam maius navi e corbita maximus ullast.
gli uomini riguardano come mere invenzioni questi esseri straordinari descritti nei versi d’Omero, e fra i primi questo Polifemo lungo duecento piedi, che portava a mo’ di bastoncino un legno, che era più grande del più grande albero di qualsiasi corvetta.
14 La satira di Lucilio (b) Leggi e analizza il frammento (vv. 11-17 Marx) che segue, spiegando: a) chi parla e in quale particolare contesto; b) quali sono gli intenti dell’autore e gli effetti che si propone di conseguire. Procedi quindi a compilare una tabella secondo il modello più sotto tracciato, distinguendo i vari “ingredienti” del pastiche linguistico luciliano. Riportiamo anche la traduzione di E. Bolisani, avvertendo che presenta alcune integrazioni; segnaliamo le principali entro parentesi quadre.
famam inhonestam autem turpemque odisse popinam praetextae ac tunicae, Lydorum opus, sordidulum omne, 264 © Casa Editrice G. Principato
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psilae atque amphitapae, villis ingentibus, molles miracla ciet tylyphantas porro «clinopodas» «lychnos»que ut diximus semnos ante «pedes lecti» atque «lucernas» «arutenae»que, inquit, aquales.
[ma gli antenati solevano] odiare una brutta fama e le vergogne della taverna. [Le nostre matrone vanno in sollucchero per] le preteste e le tuniche tessute da donne della Lidia, e ogni [prodotto indigeno] hanno a vile, dei tappeti semplici e di quelli doppi dal pelo folto e morbido, ... il materassaio fa dei veri prodigi insomma mentre una volta dicevamo «i piedi del letto» e «le lucerne», [ora si son messi a dire] con enfasi «i clinopodi» e «i licni»... ... e «arutene», disse, chiamano le brocche da acqua. Grecismi
Corrispondenti vocaboli latini
Traduzione Italiana
15 Catullo e il movimento neoterico (a) 1. Illustra la poetica di Catullo, spiegando in particolare i seguenti termini: lusus, brevitas, doctrina, nugae, lepos, labor limae, otium. 2. Catullo si rivolge anzitutto al pubblico privilegiato dei sodales neoterici: chi sono costoro? Che carattere ebbe, nel suo complesso, il movimento neoterico? Sapresti individuare, attraverso i carmina letti, alcuni di questi personaggi? 3. Traduci il carme 13 di Catullo, facendo seguire un commento che includa i seguenti aspetti: a) situazione; b) contenuti essenziali; c) osservazioni sul linguaggio e sullo stile, evidenziando in particolare i vocaboli che possono essere definiti parole-chiave del lessico catulliano e neoterico, e inoltre le espressioni del sermo familiaris. Quale figura retorica assume speciale rilievo nel testo?
Cenabis bene, mi Fabulle, apud me paucis, si tibi di favent, diebus, 265 © Casa Editrice G. Principato
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si tecum attuleris bonam atque magnam cenam, non sine candida puella et vino et sale et omnibus cachinnis. Haec si, inquam, attuleris, venuste noster, cenabis bene: nam tui Catulli plenus sacculus est aranearum. Sed contra accipies meros amores seu quid suavius elegantiusve est: nam unguentum dabo, quod meae puellae donarunt Veneres Cupidinesque: quod tu cum olfacies, deos rogabis, totum ut te faciant, Fabulle, nasum.
16 Catullo e il movimento neoterico (b) Facendo riferimento ai due carmi qui sotto riportati, illustra la poetica di Catullo e dei neóteroi, spiegando in particolare i seguenti termini: lusus, brevitas, doctrina, nugae, lepos, labor limae, sodalitas, otium.
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Cui dono lepidum novum libellum arida modo pumice expolitum? Corneli, tibi: namque tu solebas meas esse aliquid putare nugas, iam tum cum ausus es unus Italorum omne aevum tribus explicare chartis, doctis, Iuppiter, et laboriosis. Quare habe tibi quicquid hoc libelli, qualecumque; quod, o patrona virgo, plus uno maneat perenne saeclo. [carme 1]
Zmyrna mei Cinnae nonam post denique messem quam coepta est nonamque edita post hiemem, milia cum interea quingenta Hortensius uno ……………………………. Zmyrna cavas Satrachi penitus mittetur ad undas, 5 Zmyrnam cana diu saecula pervoluent. At Volusi annales Paduam morientur ad ipsam et laxas scombris saepe dabunt tunicas. Parva mei mihi sint cordi monumenta sodalis, 10 at populus tumido gaudeat Antimacho. [carme 95]
266 © Casa Editrice G. Principato
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17 Un carme di Catullo: traduzioni moderne Leggi e traduci il notissimo carme di Catullo dedicato al fratello morto (carme 101); in seguito analizza e discuti le moderne traduzioni del componimento qui sotto riportate, con particolare attenzione alle diverse scelte di tono, lingua e stile. Puoi infine, se lo desideri, elaborare e proporre una tua traduzione non “scolastica”, più libera e personale.
Multas per gentes et multa per aequora vectus advenio has miseras, frater, ad inferias, ut te postremo donarem munere mortis et mutam nequiquam alloquerer cinerem: quandoquidem fortuna mihi tete abstulit ipsum, heu miser indigne frater adempte mihi! Nunc tamen interea haec prisco quae more parentum tradita sunt tristi munere ad inferias, accipe, fraterno multum manantia fletu, atque in perpetuum, frater, ave atque vale. Giunsi per popoli molti e per molta distesa di mari: vedo, fratello, che resta, ecco, una tomba di te! Renderti sol poss’io quest’ultimo dono di morte, sol parlare alla tua tacita cenere... a che? Cenere! te, te stesso, la mia sventura mi tolse, misero fratel mio preso né resomi più! Ora però tu, questi che, quale fu l’uso de li avi, sono dei tumuli i doni ultimi e flebili, tu prendili, ché grondanti di lacrime tante, fratello, son di fratello, e per sempre ave, e la pace con te! [traduzione di Giovanni Pascoli]
Via per genti innumere, via lunge su’ mari portato, a quest’esequie tristi, o mio fratello, io vengo; io vengo a offrirti l’estremo dono di morte e volgerò i miei detti a un cener muto indarno, poi che a ’l mio amore te, te strappò la fortuna, te con forza crudele, o misero fratello! Pur or que’ doni che a le tristi esequie ho recati, per prisca usanza, pur or frattanto prendi; prendi que’ doni di pianto fraterno stillanti, ed in eterno addio, o mio fratello, addio!... [traduzione di Gabriele D’Annunzio]
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Dopo aver traversato tante terre e tanti mari, eccomi, con queste povere offerte agli dèi sotterranei, estremo dono di morte per te, fratello, e a dire vane parole alla tua cenere muta, perché te, proprio te, la sorte m’ha portato via, o infelice fratello, strappato a me così crudelmente. Ma ora, così come sono, accetta queste offerte bagnate di molto pianto fraterno: le porto seguendo l’antica usanza degli avi, come dolente dono agli dèi sotterranei. E ti saluto per sempre, fratello, addio! [traduzione di Salvatore Quasimodo]
Di mare in mare, da un popolo all’altro vengo a queste tue misere esequie, fratello, per donarti l’ultima offerta che si deve ai morti e invano parlare alle tue ceneri mute: ora che la sorte a me ti ha strappato, così crudelmente strappato, fratello infelice. Pure, amaro dono per un rito estremo, nell’uso antico dei padri accogli l’offerta che ora ti affido: così intrisa del mio pianto. E in eterno riposa, fratello mio, addio. [traduzione di Mario Ramous]
18 Un carme di Catullo: sviluppi originali nella poesia italiana moderna e contemporanea
È universalmente noto che Ugo Foscolo si ispirò al carme 101 del Liber catulliano nella composizione di uno dei suoi splendidi sonetti, In morte del fratello Giovanni (1802). Forse meno conosciuta l’intensa lirica in verso libero Atque in perpetuum, frater (1978), che fin dal titolo rende apertamente omaggio a Catullo, del poeta contemporaneo Giorgio Caproni (1912-1990), inclusa nella raccolta Il franco cacciatore (1982). Leggi, analizza e confronta i tre componimenti, con particolare attenzione alle diverse scelte di tono, lingua e stile, mettendo in luce nei due lirici moderni gli sviluppi poetici originali e il rapporto che intrattengono con l’illustre modello latino.
Catullo, carme 101 Multas per gentes et multa per aequora vectus advenio has miseras, frater, ad inferias, ut te postremo donarem munere mortis et mutam nequiquam alloquerer cinerem: 268 © Casa Editrice G. Principato
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quandoquidem fortuna mihi tete abstulit ipsum, heu miser indigne frater adempte mihi! Nunc tamen interea haec prisco quae more parentum tradita sunt tristi munere ad inferias, accipe, fraterno multum manantia fletu, atque in perpetuum, frater, ave atque vale. Foscolo, In morte del fratello Giovanni Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo di gente in gente, me vedrai seduto su la tua pietra, o fratel mio, gemendo il fior de’ tuoi gentili anni caduto. La madre or sol suo dì tardo traendo, parla di me col tuo cenere muto: ma io deluse a voi le palme tendo; e se da lunge i miei tetti saluto, sento gli avversi Numi, e le secrete cure che al viver tuo furon tempesta, e prego anch’io nel tuo porto quiete. Questo di tanta speme oggi mi resta! Straniere genti, le ossa mie rendete allora al petto della madre mesta. Giorgio Caproni, Atque in perpetuum, frater Quanto inverno, quanta neve ho attraversato, Piero, per venirti a trovare. Cosa mi ha accolto? Il gelo della tua morte, e tutta tutta quella neve bianca di febbraio – il nero della tua fossa. Ho anch’io detto le mie preghiere di rito. Ma solo, Piero, per dirti addio e addio per sempre, io che in te avevo il solo e vero amico, fratello mio. 269 © Casa Editrice G. Principato
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19 Il De rerum natura di Lucrezio (a) 1. Esponi ordinatamente la struttura del poema lucreziano e i contenuti essenziali dei sei libri. 2. Illustra e approfondisci la funzione assegnata ad Epicuro e alla filosofia epicurea nell’opera, mediante precisi riferimenti ai passi e agli episodi che ritieni idonei a documentare ed esemplificare la trattazione. 3. Spiega il significato dei seguenti termini ed espressioni nell’ambito del poema di Lucrezio: lepos, voluptas, ratio, religio, rerum primordia, inane, clinamen, culpa naturae.
20 Il De rerum natura di Lucrezio (b) 1. Esponi ordinatamente la struttura del poema lucreziano e i contenuti essenziali dei sei libri. 2. e approfondisci un aspetto centrale nella discussione critica sul poema, ossia la scelta da parte dell’autore di esporre e diffondere la dottrina di Epicuro in un’opera di poesia, non mancando di illustrare la poetica lucreziana mediante precisi riferimenti ai passi che ritieni idonei a documentare ed esemplificare la trattazione. 3. Spiega il significato dei seguenti termini ed espressioni nell’ambito del poema di Lucrezio: lepos, voluptas, ratio, religio, rerum primordia, inane, clinamen, culpa naturae.
21 Il De rerum natura di Lucrezio (c) 1. Esponi ordinatamente la struttura del poema lucreziano e i contenuti essenziali dei sei libri. 2. Come si giustifica l’uso di figure ed episodi tratti dal repertorio mitico tradizionale nel poema epicureo? Quali le ragioni e gli scopi di tale scelta da parte dell’autore? Indica i passi lucreziani idonei a documentare ed esemplificare la trattazione, con un breve commento volto a interpretare caso per caso l’utilizzo del mito. 3. Spiega il significato dei seguenti termini ed espressioni nell’ambito del poema di Lucrezio: lepos, voluptas, ratio, religio, rerum primordia, inane, clinamen, culpa naturae.
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22 Elogio di Epicuro (Lucrezio, De rerum natura I, 62-79)
Traduci il testo che segue, e commentalo secondo la traccia proposta: 1. contestualizzazione del brano; 2. esposizione sintetica dei temi e dei motivi principali; 3. riconoscimento degli artifici retorico-stilistici più significativi e caratteristici; 4. analisi delle espressioni sottolineate, individuando caso per caso il valore e il significato delle immagini impiegate dall’autore.
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Humana ante oculos foede cum vita iaceret in terris oppressa gravi sub religione quae caput a caeli regionibus ostendebat horribili super aspectu mortalibus instans, primum Graius homo mortalis tollere contra est oculos ausus primusque obsistere contra, quem neque fama deum nec fulmina nec minitanti murmure compressit caelum, sed eo magis acrem irritat animi virtutem, effringere ut arta naturae primus portarum claustra cupiret. Ergo vivida vis animi pervicit, et extra processit longe flammantia moenia mundi atque omne immensum peragravit mente animoque, unde refert nobis victor quid possit oriri, quid nequeat, finita potestas denique cuique quanam sit ratione atque alte terminus haerens. Quare religio pedibus subiecta vicissim obteritur, nos exaequat victoria caelo.
23 Aspetti tematici del poema di Lucrezio 1. Nil igitur mors est ad nos neque pertinet hilum («Nulla è dunque la morte per noi, e per niente ci riguarda»; De rerum natura III, 830). Commenta il verso lucreziano alla luce della dimostrazione condotta dal poeta nel terzo libro, indicandone le finalità e le motivazioni nell’ambito del poema e della dottrina epicurea. 2. Nequaquam nobis divinitus esse paratam/ naturam rerum: tanta stat praedita culpa («Non per volere divino è stata per noi generata / la natura del mondo: tanto si presenta intaccata da difetti»; De rerum natura V, 198-199). Commenta questa affermazione individuando le argomentazioni che la sostengono e le conseguenze che ne derivano. Che cosa intende esattamente Lucrezio con l’espressione culpa naturae? 3. Vita degli uomini primitivi e storia del genere umano secondo Lucrezio. 271 © Casa Editrice G. Principato
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4. Illustra le riflessioni lucreziane sul tema del progresso umano. È lecito parlare di ambiguità, o meglio di “doppia prospettiva”, analizzando l’atteggiamento e i giudizi del poeta romano a tale proposito? 5. Si è parlato, non senza ragione, di pessimismo lucreziano: quali aspetti del poema sembrano confermare tale giudizio?
24 Lucrezio e Cicerone Commenta il seguente passo di Lucrezio con particolare riguardo alle espressioni sottolineate. Sulla questione affrontata nei vv. 136-139, delinea un confronto con il successivo passo di Cicerone, tratto dal De natura deorum, segnalando eventuali analogie e/o differenze rispetto al testo lucreziano.
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Nec me animi fallit Graiorum obscura reperta difficile inlustrare Latinis versibus esse, multa novis verbis praesertim cum sit agendum proper egestatem linguae et rerum novitatem; sed tua me virtus tamen et sperata voluptas suavis amicitiae quemvis efferre laborem suadet et inducit noctes vigilare serenas quaerentem dictis quibus et quo carmine demum clara tuae possim praepandere lumina menti, res quibus occultas penitus convisere possis. Hunc igitur terrorem animi tenebrasque necessest non radii solis neque lucida tela diei discutiant, sed naturae species ratioque. Né certo sfugge al mio animo che è arduo spiegare le oscure scoperte dei Greci con versi latini, soprattutto perché se ne devono trattare molte con nuovi vocaboli per la povertà della lingua e la novità dei concetti; ma il tuo alto valore e lo sperato piacere della dolce amicizia mi persuadono tuttavia a sostenere qualsiasi fatica e m’inducono a vegliare durante le notti serene escogitando con quali parole e quale canto alfine possa diffondere davanti alla tua mente una splendida luce, per cui tu riesca a vedere il fondo delle cose arcane. Queste tenebre, dunque, e questo terrore dell’animo, occorre che non i raggi del sole né i dardi lucenti del giorno disperdano, bensì la realtà naturale e la scienza. [Lucrezio, De rerum natura I, 136-148, trad. di L. Canali]
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Nam, cum otio langueremus et is esset rei publicae status ut eam unius consilio atque cura gubernari necesse esset, primum ipsius rei publicae causa philosophiam nostris hominibus explicandam putavi, magni existimans interesse ad decus et ad laudem civitatis res tam gravis tamque praeclaras Latinis etiam litteris contineri. Eoque me minus instituti mei paenitet, quod facile sentio quam multorum non modo discendi sed etiam scribendi studia commoverim. Complures enim Graecis institutionibus eruditi ea quae didicerant cum civibus suis communicare non poterant, quod illa quae a Graecis accepissent Latine dici posse diffiderent; quo in genere tantum profecisse videmur, ut a Graecis ne verborum quidem copia vinceremur. Siccome languivamo nell’inattività e la situazione dello stato era tale che esso non poteva essere guidato che dalla decisione e dalla cura di un solo uomo, in primo luogo ho ritenuto che fosse necessario per il bene dello stato esporre la filosofia ai nostri concittadini, perché ritenevo di grande importanza per il prestigio e per la gloria dello stato che concetti così importanti e famosi figurassero anche nella letteratura latina. E meno mi pento della mia impresa perché facilmente posso rendermi conto di quanto numerosi siano coloro che ho stimolato non solo ad apprendere ma anche a scrivere. Molte persone di cultura greca non potevano rendere partecipi di ciò che avevano imparato i loro concittadini, perché dubitavano che si potessero esprimere in latino quei concetti che avevano appreso dai Greci; sotto questo aspetto sembra che abbiamo fatto progressi tali da non essere inferiori ai Greci neppure nella ricchezza del vocabolario. [Cicerone, De natura deorum I, 8, trad. di C.M. Calcante]
25 Cicerone e Lucrezio: i giardini di Epicuro Il brano che segue, tratto dal De oratore, fu scritto da Cicerone tra il 56 e il 55 a.C., dunque negli stessi anni in cui Lucrezio andava componendo il suo poema. Elabora un commento nel quale si dia conto: – dei rapporti che Cicerone ebbe con l’opera di Lucrezio; – dei motivi che indussero Cicerone a osteggiare il pensiero degli epicurei; – delle ragioni addotte da Lucrezio, nel suo poema, a favore della dottrina di Epicuro.
Ma delle scuole filosofiche ancora esistenti, quella che si è assunta la difesa del piacere (patrocinium voluptatis), anche se a qualcuno potrebbe sembrare giusta, è comunque ben lontana da quell’uomo che noi stiamo cercando, e che vorremmo fosse guida politica, capo del governo e primo in senato, nelle assemblee popolari e nelle pubbliche cause per saggezza ed eloquenza. Non vogliamo tuttavia recare offesa a questa filosofia: non la cacceremo dal posto che aspira a occupare, ma la lasceremo riposare dove vuole, nei suoi bei giardini dove, sdraiata mollemente con grazia, ci chiama, tentando di allontanarci dai rostri, dai tribunali, dalla curia; e forse il suo consiglio è saggio, specialmente nelle attuali condizioni politiche. 273 © Casa Editrice G. Principato
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Non mi chiedo certo adesso quale sia la filosofia più vicina alla verità, ma quale sia la più adatta all’oratore. Perciò congediamo senz’alcuna offesa gli epicurei: essi sono uomini dabbene e, giacché lo credono, felici. Esortiamoli soltanto a tenere per sé come un mistero la loro dottrina, anche se potrebbe essere la più vicina al vero, poiché affermano pubblicamente che non è compito del saggio occuparsi di politica; se infatti persuadessero noi e tutti gli ottimati, essi stessi non potrebbero più starsene nell’ozio, che è ciò che più di ogni altra cosa desiderano. [Cicerone, De oratore III, 63-64, trad. di M. Martina, M. Ogrin, I. Torzi, G. Cettuzzi]
26 Retorica, oratoria e filosofia in Cicerone Retorica, oratoria, filosofia: qual è, secondo Cicerone, il ruolo svolto da queste diverse discipline nell’ambito della civitas romana? Sviluppa il discorso con opportuni riferimenti alle opere e al pensiero dell’autore.
27 Opere politico-filosofiche di Cicerone Descrivi sinteticamente la struttura e i contenuti essenziali delle seguenti opere ciceroniane: De re publica; De legibus. Nell’ambito della breve trattazione, spiega il significato delle seguenti espressioni: concordia ordinum; ius naturae.
28 Cicerone e la filosofia Nel proemio al II libro del De divinatione, composto poco dopo l’assassinio di Cesare, Cicerone traccia un bilancio della propria attività filosofica, elencando alcune delle opere già composte e illustrandone le finalità. Leggi il seguente passo: [1]
Mi sono chiesto e ho molto e lungamente riflettuto come avrei potuto giovare alla maggior parte dei miei concittadini, per non essere costretto in nessun caso a smettere di agire a vantaggio dello Stato. La soluzione che mi venne in mente fu di render note ad essi le vie per raggiungere le più elevate attività dello spirito. Credo di ver già ottenuto questo scopo con molti miei libri. Nell’opera intitolata Ortensio ho esortato i lettori, quanto più ho potuto, allo studio della filosofia; nei quattro Libri Accademici ho mostrato quale sia, a mio parere, l’indirizzo filosofico meno arrogante e più coerente ed elegante. [2] E poiché la base della filosofia consiste nello stabilire qual è il sommo bene e il sommo male, ho chiarito a fondo questo argomento in un’opera composta di cinque libri, in modo da far comprendere che cosa ciascun filosofo sostenesse e che cosa gli obiettassero i suoi avversari. Nei libri delle Discussioni Tusculane, venuti subito dopo, altrettanti di numero, ho 274 © Casa Editrice G. Principato
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esposto ciò che soprattutto è necessario a raggiungere la felicità. Il primo di essi tratta del disprezzo della morte; il secondo del modo di sopportare il dolore fisico; il terzo del mitigare le afflizioni dello spirito; il quarto di tutte le altre perturbazioni dell’anima; il quinto affronta quell’argomento che più di tutti dà splendore alla filosofia, giacché dimostra che la virtù basta a se stessa per ottenere la felicità. [3] Esposti quegli argomenti, ho portato a termine i tre libri Sulla natura degli dèi, nei quali questo problema è discusso da ogni punto di vista. E perché l’esposizione fosse completa e del tutto esauriente, ho intrapreso a scrivere questi due libri Sulla divinazione. Se ad essi aggiungerò, come mi riprometto, un’opera Sul fato, tutto questo problema sarà stato trattato in modo da soddisfare anche i più esigenti. A questi libri, inoltre, vanno aggiunti i sei Sulla Repubblica, che scrissi quando reggevo il timone dello Stato: argomento fondamentale e appartenente anch’esso alla filosofia, già trattato amplissimamente da Platone, Aristotele, Teofrasto e da tutta la schiera dei Peripatetici. E che dire della Consolazione? Anche a me essa arreca qualche conforto; agli altri, del pari, credo che gioverà molto. Poco fa si è inserito il libro Sulla vecchiezza, che ho dedicato al mio Attico; [...] E se Aristotele e con lui Teofrasto, eccellenti sia per acume d’ingegno sia per facondia, aggregarono alla filosofia anche i precetti dell’arte del dire, ne risulta che le mie opere retoriche devono appartenere anch’esse alla schiera dei miei libri filosofici: vi apparterranno, dunque, i tre libri Dell’oratore, per quarto il Bruto, per quinto l’Oratore. [4] A questo punto ero arrivato; al resto del lavoro mi accingevo con animo alacre, col fermo proposito di non tralasciare alcun argomento filosofico la cui esposizione io non rendessi accessibile in lingua latina, a meno che qualche motivo più importante non si fosse frapposto. Quale servizio maggiore o migliore, in effetti, io potrei rendere alla mia patria, che istruire e formare la gioventù, specialmente in questi tempi di corruzione morale in cui è talmente sprofondata da rendere necessario lo sforzo di tutti per frenarla e ridarle il senso del dovere? [Cicerone, De divinatione II, 1-4, trad. di S. Timpanaro]
Rispondi ora alle seguenti domande: 1. Nel proemio, l’autore menziona diversi titoli delle sue opere retoriche e filosofiche. Di ciascuna, indica il titolo latino a noi pervenuto e la data di composizione. Ricorda inoltre il titolo latino dell’opera filosofica in cinque libri citata nel par. 2. Ortensio Libri Accademici Discussioni Tusculane Sulla natura degli dèi Sulla divinazione Sulla repubblica Consolazione Sulla vecchiezza Dell’oratore Bruto Oratore 275 © Casa Editrice G. Principato
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2. L’autore afferma di aver scritto i sei libri Sulla Repubblica «quando reggevo il timone dello Stato». Sapresti dire: a) in quali anni fu composta l’opera; b) se l’affermazione corrisponde a verità; c) in quale periodo storico va situato il momento culminante dell’attività politica di Cicerone? 3. Come Cicerone afferma nel par. 3, la produzione retorica viene associata all’attività filosofica. Spiega i legami intercorrenti, secondo Cicerone, tra retorica, oratoria e filosofia. 4. Utilizzando il proemio ciceroniano e altri testi a te noti, illustra il rapporto intercorrente fra otium e negotium, attività filosofica e attività politica secondo l’autore.
29 Il Somnium Scipionis di Cicerone Traduci il testo che segue e commentalo secondo la traccia qui sotto indicata: – contestualizza il brano, illustrando sinteticamente struttura e contenuti del Somnium nel suo complesso; – contestualizza a sua volta il Somnium nell’ambito dell’opera più ampia di cui fa parte; – evidenzia i temi, i motivi e i riferimenti di maggiore interesse presenti nel brano proposto; – riconsci le scelte linguistiche e gli artifici retorico-stilistici più significativi, cercando di identificarne la funzione espressiva. [1]
Sed sic, Scipio, ut avus hic tuus, ut ego qui te genui, iustitiam cole et pietatem, quae cum magna in parentibus et propinquis, tum in patria maxima est; ea vita via est in caelum et in hunc coetum eorum qui iam vixerunt et corpore laxati illum incolunt locum, quem vides – erat autem is splendidissimo candore inter flammas circus elucens – quem vos, ut a Graiis accepistis, orbem lacteum nuncupatis». [2] Ex quo omnia mihi contemplanti praeclara cetera et mirabilia videbantur. [3] Erant autem eae stellae quas numquam ex hoc loco vidimus, et eae magnitudines omnium quas esse numquam suspicati sumus, ex quibus erat ea minima quae ultima a caelo, citima terris luce lucebat aliena. [4] Stellarum autem globi terrae magnitudinem facile vincebant. [5] Iam vero ipsa terra ita mihi parva visa est, ut me imperii nostri, quo quasi punctum eius attingimus, paeniteret.
30 Il De bello Gallico di Cesare Dopo aver tradotto il brano sotto riportato, rispondi alle seguenti domande: 1. Per quale motivo Cesare sente il bisogno di istituire un confronto tra i mores dei Galli e quelli dei Germani? 276 © Casa Editrice G. Principato
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2. Come appare organizzata la società gallica, secondo il racconto di Cesare? 3. Spiega i seguenti termini, che ricorrono con frequenza nella trattazione della guerra gallica: natio, civitas, pagus, pars, factio, domus. 4. Quale funzione svolgono nelle comunità dei Galli i principes? [1]
Quoniam ad hunc locum perventum est, non alienum esse videtur de Galliae Germaniaeque moribus et quo differant hae nationes inter sese proponere. [2] In Gallia non solum in omnibus civitatibus atque in omnibus pagis partibusque sed paene etiam in singulis domibus factiones sunt, [3] earumque factionum sunt principes, qui summam auctoritatem eorum iudicio habere existimantur, quorum ad arbitrium iudiciumque summa omnium rerum consiliorumque redeat. [4] Idque eius rei causa antiquitus institutum videtur, ne quis ex plebe contra potentiorem auxilii egeret. Suos enim quisque opprimi et circumveniri non patitur neque, aliter si faciat, ullam inter suos habet auctoritatem. [5] Haec eadem ratio est in summa totius Galliae: namque omnes civitates in partes divisae sunt duas. [Cesare, De bello Gallico VI, 11]
31 Il De bello civili di Cesare Dopo aver tradotto il passo sotto riportato, rispondi alle seguenti domande: 1. Su quale sostantivo si apre il capitolo? Come mai proprio in questo brano non compare il nome – altrove così frequente – di Cesare? 2. In quale forma viene riferito il discorso di Cesare? 3. Quale immagine di sé vuole dare l’autore in questo breve discorso? 4. Quali sono i motivi che spinsero Cesare a scrivere il De bello civili? [1] Exercitum cum militari more ad pugnam cohortaretur suaque in eum perpetui
temporis officia praedicaret, in primis commemoravit testibus se militibus uti posse, quanto studio pacem petisset, quae per Vatinium in conloquiis, quae per Aulum Clodium cum Scipione egisset, quibus modis ad Oricum cum Libone de mittendis legatis contendisset. [2] Neque se umquam abuti militum sanguine neque rem publicam alterutro exercitu privare voluisse. [3] Hac habita oratione, exposcentibus militibus et studio pugnae ardentibus, tuba signum dedit. [Cesare, De bello civili III, 90]
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Ricordiamo che Vatinio e Aulo Clodio erano uomini di Cesare, inviati rispettivamente in Epiro e in Macedonia per avviare una trattativa di pace con l’esercito pompeiano. Lo stesso Cesare aveva compiuto trattative analoghe, in Orico, con Scribonio Libone, uno dei comandanti dell’esercito avversario. La battaglia alla quale i soldati si apprestano è quella di Farsalo.
32 Cesare e Sallustio: due ritratti In De bello Gallico VII, 4, Cesare introduce la figura di Vercingetorige, il giovane re degli Arverni che si pone a capo di una rivolta antiromana. Poni a confronto questo capitolo con il celebre ritratto di Catilina delineato da Sallustio in Bellum Catilinae 5, evidenziando: a) l’atteggiamento degli autori nei confronti dei due personaggi; b) le differenze fra i due testi per quanto riguarda le scelte linguistiche e retoriche. Puoi far uso del vocabolario.
Simili ratione ibi Vercingetorix, Celtilli filius, Arvernus, summae potentiae adulescens, cuius pater principatum Galliae totius obtinuerat et ob eam causam, quod regnum appetebat, ab civitate erat interfectus, convocatis suis clientibus facile incendit. Cognito eius consilio ad arma concurritur. Prohibetur ab Gobannitione, patruo suo, reliquisque principibus, qui hanc temptandam fortunam non existimabant; expellitur ex oppido Gergouia; non desistit tamen atque in agris habet delectum egentium ac perditorum. Hac coacta manu quoscumque adit ex civitate ad suam sententiam perducit; hortatur ut communis libertatis causa arma capiant, magnisque coactis copiis adversarios suos, a quibus paulo ante erat eiectus, expellit ex civitate. Rex ab suis appellatur. Dimittit quoque versus legationes; obtestatur ut in fide maneant. Celeriter sibi Senones, Parisios, Pictones, Cadurcos, Turonos, Aulercos, Lemovices, Andos reliquosque omnes qui Oceanum adtingunt adiungit; omnium consensu ad eum defertur imperium. Qua oblata potestate omnibus his civitatibus obsides imperat, certum numerum militum ad se celeriter adduci iubet, armorum quantum quaeque civitas domi quodque ante tempus efficiat constituit; in primis equitatui studet. Summae diligentiae summam imperii severitatem addit; magnitudine supplicii dubitantes cogit. Nam maiore commisso delicto igni atque omnibus tormentis necat, leviore de causa auribus desectis aut singulis effossis oculis domum remittit, ut sint reliquis documento et magnitudine poenae perterreant alios. [Cesare, De bello Gallico VII, 4]
Lucius Catilina, nobili genere natus, fuit magna vi et animi et corporis, sed ingenio malo pravoque. Huic ab adulescentia bella intestina, caedes, rapinae, discordia civilis grata fuere, ibique iuventutem suam exercuit. Corpus patiens inediae, algoris, vigiliae supra quam cuiquam credibile est. Animus audax, subdolus, varius, cuius rei lubet simulator ac dissimulator, alieni adpetens, sui profusus, 278 © Casa Editrice G. Principato
ALTRE PROVE DI VERIFICA • Aurea dicta edizione gialla 1
ardens in cupiditatibus; satis eloquentiae, sapientiae parum. Vastus animus inmoderata, incredibilia, nimis alta semper cupiebat. Hunc post dominationem L. Sullae lubido maxuma invaserat rei publicae capiundae; neque id quibus modis adsequeretur, dum sibi regnum pararet, quicquam pensi habebat. Agitabatur magis magisque in dies animus ferox inopia rei familiaris et conscientia scelerum, quae utraque iis artibus auxerat, quas supra memoravi. Incitabant praeterea corrupti civitatis mores, quos pessuma ac divorsa inter se mala, luxuria atque avaritia, vexabant. [Sallustio, Bellum Catilinae 5, 1-8]
33 Questionario sull’opera di Sallustio 1. Traccia sinteticamente la biografia di Sallustio, ricordando gli eventi più significativi. 2. Elenca i titoli delle opere di Sallustio (in latino e in italiano), indicandone l’epoca di composizione, l’argomento e il genere; specifica quali fra esse siano state trasmesse integralmente. 3. Illustra le finalità dell’opera sallustiana, indicando i modelli storiografici greci che l’hanno influenzata. 4. Esponi le cause che, secondo Sallustio, hanno prodotto discordia e corruzione nello Stato romano. 5. Traduci il seguente passo – tratto dal proemio del Bellum Catilinae – e commentalo sia sul piano della poetica (quam verissume potero paucis absolvam) sia sul piano dei contenuti (perché il fatto risulta agli occhi dell’autore memorabile?) Igitur de Catilinae coniuratione quam verissume potero paucis absolvam; nam id facinus in primis ego memorabile existumo sceleris atque periculi novitate.
34 Il proemio del Bellum Catilinae 1. Leggi e traduci il testo proposto, aggiungendo note a piè di pagina qualora emerga l’esigenza di chiarire alcuni elementi e/o aspetti della traduzione. 2. Contestualizza il brano; fornisci cioè sintetici ragguagli sulla posizione e il significato del passo nel più ampio tessuto della narrazione, riassumendone brevemente il contenuto. 3. Analizza il testo dal punto di vista stilistico-espressivo, segnalando le scelte linguistiche e retoriche più significative e caratteristiche. 279 © Casa Editrice G. Principato
ALTRE PROVE DI VERIFICA • Aurea dicta edizione gialla 1
Igitur ubi animus ex multis miseriis atque periculis requievit et mihi reliquam aetatem a re publica procul habendam decrevi, non fuit consilium socordia atque desidia bonum otium conterere, neque vero agrum colundo aut venando, servilibus officiis, intentum aetatem agere; sed a quo incepto studioque me ambitio mala detinuerat, eodem regressus statui res gestas populi Romani carptim, ut quaeque memoria digna videbantur, perscribere, eo magis quod mihi a spe metu partibus rei publicae animus liber erat.
35 Il Bellum Iugurthinum di Sallustio Esponi l’argomento storico della seconda monografia sallustiana, indicando l’epoca in cui si svolge la vicenda, gli avvenimenti principali, i protagonisti. Quale interesse spinge l’autore a ricostruire un episodio ormai lontano nel tempo? Che rapporto si istituisce fra gli avvenimenti della guerra giugurtina e la storia politica contemporanea?
36 La lingua e lo stile di Sallustio Analizza sul piano stilistico e retorico questo celebre passo tratto dal Bellum Catilinae, segnalando l’uso di: arcaismi, poetismi, variationes dei costrutti, parallelismi sintattici, antitesi, accostamenti per asindeto, ellissi e allitterazioni. Spiega, infine, le finalità espressive di tali scelte.
Omnis homines, qui sese student praestare ceteris animalibus, summa ope niti decet, ne vitam silentio transeant veluti pecora, quae natura prona atque ventri oboedientia finxit. Sed nostra omnis vis in animo et corpore sita est: animi imperio, corporis servitio magis utimur; alterum nobis cum dis, alterum cum beluis commune est. Quo mihi rectius videtur ingeni quam virium opibus gloriam quaerere et, quoniam vita ipsa qua fruimur brevis est, memoriam nostri quam maxume longam efficere. Nam divitiarum et formae gloria fluxa atque fragilis est, virtus clara aeternaque habetur. Sed diu magnum inter mortalis certamen fuit, vine corporis an virtute animi res militaris magis procederet. Nam et prius quam incipias consulto, et ubi consulueris mature facto opus est. Ita utrumque per se indigens alterum alterius auxilio eget. [Sallustio, Bellum Catilinae 1]
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2 L’età di Augusto
37 L’età augustea Traccia una panoramica sintetica ma esauriente della letteratura di età augustea, concentrandoti sui seguenti aspetti: – relazioni letterati/potere e organizzazione della cultura; – il rapporto con la cultura greca e il sistema dei generi; – gli autori maggiori e le opere più significative.
38 Le Bucoliche di Virgilio Nel commentare i passi virgiliani che seguono, illustra la poetica delle Bucoliche, mettendo in rilievo i rapporti con i modelli e i precedenti letterari greci e latini.
Sicelides Musae, paulo maiora canamus! Non omnis arbusta iuvant humilesque myricae: si canimus silvas, silvae sint consule dignae. [Virgilio, Ecloga IV, 1-3]
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Prima Syracosio dignata est ludere versu nostra neque erubuit silvas habitare Thalia. Cum canerem reges et proelia, Cynthius aurem vellit et admonuit: «pastorem, Tityre, pinguis pascere oportet ovis, deductum dicere carmen». Nunc ego (namque super tibi erunt qui dicere laudes Vare, tuas cupiant et tristia condere bella) agrestem tenui meditabor harundine Musam. Prima Talía, la mia Musa, si degnò di cantare nel verso di Siracusa, e non arrossì di abitare le selve. Quando cantavo di re e di battaglie, Cinzio mi tirò l’orecchio e mi ammonì: «Titiro, deve il pastore 281 © Casa Editrice G. Principato
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pascere pecore grasse e cantare un’umile canzone». Ora io, Varo (non ti mancheranno coloro che vogliono cantare le tue glorie e narrare tristi guerre), io comporrò sull’esile flauto un canto agreste. [Virgilio, Ecloga VI, 1-8, trad. di M. Cescon]
39 Le Georgiche di Virgilio 1. Indica brevemente i caratteri fondamentali del poema didascalico esiodeo e del poema didascalico ellenistico. 2. Esponi, libro per libro, l’argomento delle Georgiche. 3. Quali rapporti intercorrono fra le Georgiche di Virgilio e il poema di Lucrezio? 4. Distingui fra destinatario apparente e destinatario reale delle Georgiche, individuando i principali punti di convergenza fra il poema di Virgilio e l’ideologia del principato. 5. Commenta verso per verso il passo conclusivo delle Georgiche, spiegando i singoli termini e riferimenti mediante delle note al testo. Ad esempio: chi è il Caesar citato al v. 560? qual è il significato delle espressioni del v. 564? chi è Titiro? a quale testo allude l’ultimo verso? ecc.
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Haec super arvorum cultu pecorumque canebam et super arboribus, Caesar dum magnus ad altum fulminat Euphraten bello victorque volentis per populos dat iura viamque adfectat Olympo. Illo Vergilium me tempore dulcis alebat Parthenope studiis florentem ignobilis oti, carmina qui lusi pastorum audaxque iuventa, Tityre, te patulae cecini sub tegmine fagi.
Questo sulla cura dei campi e del bestiame cantavo, e sugli alberi, mentre il grande Cesare all’Eufrate profondo fulmina in guerra e vincitore governa su popoli consenzienti, e si apre la strada dell’Olimpo. In quel tempo me, Virgilio, nutriva la dolce Partenope, tra felici opere di un ozio senza gloria: io che ho composto la poesia dei pastori e, audace di giovinezza, te ho cantato, Titiro, al riparo di un largo faggio. [Virgilio, Georgiche IV, 559-566, trad. di A. Barchiesi]
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40 L’Eneide di Virgilio 1. Illustra l’argomento e la struttura dell’Eneide, evidenziando i rapporti che l’opera intrattiene da una parte con l’epica omerica, dall’altra con la letteratura ellenistica. 2. Quali valori incarna la figura di Enea? Perché parliamo di un nuovo eroe epico? Delinea un rapido confronto tra il protagonista del poema virgiliano e gli eroi dei poemi omerici. 3. Per quali aspetti l’Eneide può definirsi un poema storico, nazionale e romano? Nel rispondere al quesito, fai concreti e precisi riferimenti al testo, in particolare ai passi letti.
41 Virgilio e Omero Leggi i due passi qui sotto riportati, tratti rispettivamente dall’Iliade di Omero e dall’Eneide di Virgilio. In entrambi viene descritto un duello fra eroi: Achille e Ettore in Omero; Enea e Turno nell’Eneide. Partendo dai due testi proposti, e facendo riferimento ad altri passi a te noti, individua le differenze più significative fra i due poemi, prendendo in considerazione i seguenti temi e motivi: – il codice epico del duello; – la rappresentazione dell’eroe epico; – il rapporto tra vincitore e vinto; – il contrasto tra furor e pietas; – l’oggettività epica e gli eventuali elementi soggettivi della narrazione; – la visione del mondo e della storia che emerge da ciascuno dei due testi.
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Tutta coprivan la pelle l’armi bronzee, bellissime, ch’Ettore aveva rapito, uccisa la forza di Patroclo; là solo appariva, dove le clavicole dividon le spalle dalla gola e dal collo, e là è rapidissimo uccider la vita. Qui Achille glorioso lo colse con l’asta mentre infuriava, dritta corse la punta traverso al morbido collo; però il faggio greve non gli tagliò la strozza, così che poteva parlare, scambiando parole. Stramazzò nella polvere: si vantò Achille glorioso: «Ettore, credesti forse, mentre spogliavi Patroclo, di restare impunito: di me lontano non ti curavi, bestia! ma difensore di lui, e molto più forte, io rimanevo sopra le concave navi, io che ti ho sciolto i ginocchi. Te ora cani e uccelli sconceranno sbranandoti: ma lui seppelliranno gli achei». 283 © Casa Editrice G. Principato
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Gli rispose senza più forza, Ettore elmo lucente: «Ti prego per la tua vita, per i ginocchi, per i tuoi genitori, non lasciare che presso le navi mi sbranino i cani degli achei, ma accetta oro e bronzo infinito, i doni che ti daranno il padre e la nobile madre: rendi il mio corpo alla patria, perché del fuoco diano parte a me morto i Teucri e le spose dei Teucri...». Ma bieco guardandolo, Achille piede rapido disse: «No, cane, non mi pregare, né per i ginocchi né pei genitori; ah! che la rabbia e il furore dovrebbero spingere me a tagliuzzar le tue carni e a divorarle così, per quel che m’hai fatto: nessuno potrà dal tuo corpo tener lontane le cagne, nemmeno se dieci volte, venti volte infinito riscatto mi pesassero qui, altro promettessero ancora; nemmeno se a peso d’oro vorrà riscattarti Priamo Dardanide, neanche così la nobile madre piangerà steso sul letto il figlio che ha partorito, ma cani e uccelli tutto ti sbraneranno». Rispose morendo Ettore elmo lucente: «Va’, ti conosco guardandoti! Io non potevo persuaderti, no certo, ché in petto hai un cuore di ferro. Bada però, ch’io non ti sia causa dell’ira dei numi, quel giorno che Paride e Febo Apollo con lui Mentre diceva così, l’avvolse la morte: la vita volò via dalle membra e scese nell’Ade, piangendo il suo destino, lasciando la giovinezza e il vigore. [Omero, Iliade XXII, 322-363, trad. di R. Calzecchi Onesti]
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Mentre esitava, Enea brandisce l’asta fatale, calcolando la sorte con gli occhi, e la vibra da lontano con lo slancio di tutto il corpo. Non rombano mai così le pietre scagliate da una macchina murale, o col fulmine scoppiano simili tuoni. L’asta vola a guisa di nero turbine, portando sinistra rovina, e squarcia l’orlo della corazza, e l’ultimo cerchio del settemplice scudo. Trapassa stridendo la coscia. Il grande Turno cadde in terra, colpito, con le ginocchia piegate. Balzano con un grido i Rutuli, e tutto rimbomba il monte d’intorno, e ampiamente i profondi boschi riecheggiano. Egli da terra, supplice, protendendo lo sguardo e la destra implorante: «L’ho meritato» disse «e non me ne dolgo; profitta della tua fortuna; tuttavia, se il pensiero d’un padre infelice ti tocchi, prego – anche tu avesti un padre, Anchise –, pietà della vecchiaia di Dauno,
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e rendi a me, o se vuoi le membra prive di vita, ai miei. Hai vinto e gli Ausoni mi videro sconfitto tendere le mani; ora Lavinia è tua sposa; non procedere oltre con gli odii». Ristette fiero nell’armi Enea, volgendo gli occhi, e trattenne la destra; sempre di più il discorso cominciava a piegarlo e a farlo esitare: quando al sommo della spalla apparve l’infausto balteo e rifulsero le cinghie delle note borchie del giovane Pallante, che Turno aveva vinto e abbattuto con una ferita, e portava sulle spalle il trofeo nemico. Egli, fissato con gli occhi il ricordo del crudele dolore, e la preda, arso dalla furia, e terribile nell’ira: «Tu, vestito delle spoglie dei miei, vorresti sfuggirmi? Pallante con questa ferita, Pallante t’immola, e si vendica sul sangue scellerato». Dicendo così, gli affonda furioso il ferro in pieno petto; a quello le membra si sciolgono nel gelo, e la vita con un gemito fugge sdegnosa tra le ombre. [Virgilio, Eneide XII, 919-952, trad. di L. Canali]
42 Le Satire di Orazio Vengono qui riportati tre noti passi in cui Orazio parla di Lucilio, l’inventor riconosciuto della satira latina. Attraverso i giudizi espressi, ricostruisci la poetica di Orazio e la sua personale reinterpretazione del genere satirico.
Come fedeli compagni, ai libri egli [= Lucilio] soleva affidare i suoi segreti, né altrove ricorreva se le cose gli andavano male, né se gli andavano bene: perciò avviene che tutta la vita di questo vecchio ci sta davanti agli occhi, come fosse dipinta su un quadretto votivo. Seguo il tuo esempio, io [...] [Orazio, Satire II, 1, 30-34, trad. di M. Labate]
[Lucilio] trascinò sotto accusa i primi cittadini e il popolo tribù per tribù, ben disposto, evidentemente, verso la virtù soltanto e gli amici di essa. E anzi, appena ritiratisi dalla folla e dalla scena pubblica in appartata intimità, il valoroso Scipione e Lelio, saggio e amabile, solevano scherzare con lui e giocare con la tunica discinta, in attesa che finissero di cuocere i legumi. [Orazio, Satire II, 1, 69-74, trad. di M. Labate]
Eupoli e Cratino e Aristofane, i tre poeti, e altri che furono gli autori della commedia antica, se c’era uno che meritava d’essere messo in berlina, perché furfante o ladro o adultero o sicario o altrimenti famigerato, lo bollavano senza 285 © Casa Editrice G. Principato
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tanti riguardi. Da qui Lucilio dipende tutto, questi egli seguì, mutando soltanto metro e ritmo; garbato, naso fino, duro però nel mettere assieme i suoi versi. Il suo difetto? Eccolo: in un’ora, come fosse gran cosa, dettava sovente duecento versi, e reggendosi su un piede soltanto. Siccome scorreva fangoso, c’erano cose che avresti voluto levare; era ciarliero e insofferente della fatica di scrivere, di scrivere bene: perché del molto io non me ne curo. [Orazio, Satire I, 4, 1-13, trad. di M. Labate]
43 Questionario sulle Odi di Orazio 1. Indica i temi e i motivi più significativi dei Carmina. 2. Illustra i rapporti che Orazio intrattiene con i modelli della lirica greca, ricordando le fonti dichiarate dei Carmina. 3. Enuncia le caratteristiche fondamentali delle odi civili di Orazio, ricordando i testi più significativi a te noti.
44 La poetica delle Odi oraziane Commenta il seguente carme, posto a congedo della raccolta dei primi tre libri dei Carmina, pubblicata nel 23 a.C. Aggiungi inoltre delle note di carattere esplicativo alle parole e alle espressioni sottolineate.
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Exegi monumentum aere perennius regalique situ pyramidum altius, quod non imber edax, non Aquilo impotens possit diruere aut innumerabilis annorum series et fuga temporum. Non omnis moriar multaque pars mei vitabit Libitinam: usque ego postera crescam laude recens, dum Capitolium scandet cum tacita virgine pontifex. Dicar, qua violens obstrepit Aufidus et qua pauper aquae Daunus agrestium regnavit populorum, ex humili potens princeps Aeolium carmen ad Italos deduxisse modos. Sume superbiam quaesitam meritis et mihi Delphica lauro cinge volens, Melpomene, comam.
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45 L’Ars poetica di Orazio Commenta in un breve scritto i seguenti termini ed espressioni, tratti dall’Ars poetica di Orazio, proponendone un’esatta traduzione in italiano. Ingenium Ars Decorum Limae labor et mora Scribendi recte sapere est et principium et fons Omne tulit punctum, qui miscuit utile dulci/ lectorem delectando pariterque monendo
46 Poesia della vita campestre in età augustea L’esaltazione della vita campestre è un motivo particolarmente diffuso nella cultura letteraria di età augustea, e in particolare in autori come Virgilio, Orazio e Tibullo. Sviluppa il discorso in un breve saggio da cui emergano, attraverso opportuni riferimenti ai testi letti: – i rapporti fra tale complesso tematico e l’ideologia augustea; – i diversi modi in cui gli autori citati affrontano l’argomento.
47 Questionario sulla poesia elegiaca (a) Svolgi due dei quattro argomenti proposti. 1. L’uso del mito nell’elegia d’amore. 2. Spiega le seguenti espressioni del codice elegiaco romano: servitium amoris, militia amoris, nequitia, amentia, fides. 3. Il IV libro delle Elegie di Properzio. 4. Il ciclo delle opere erotico-didascaliche di Ovidio.
48 Questionario sulla poesia elegiaca (b) Svolgi due dei quattro argomenti proposti. 1. Le donne dei poeti elegiaci. 2. Caratteri salienti della poesia tibulliana. 287 © Casa Editrice G. Principato
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3. Quali aspetti distinguono l’elegia ovidiana da quella dei suoi predecessori? 4. L’ultima fase della poesia ovidiana: le elegie dell’esilio.
49 Questionario sulla poesia elegiaca (c) Svolgi due dei quattro argomenti proposti. 1. Rapporti dell’elegia romana con l’elegia greca. 2. I poeti elegiaci e l’ideologia augustea. 3. Il mito del Lazio arcaico e il tema della vita rustica nella poesia di Tibullo. 4. L’Ars amatoria di Ovidio.
50 Tibullo e Properzio Quali elementi caratterizzano e distinguono, all’interno del genere elegiaco, le opere di Tibullo e Properzio? Per sviluppare in modo adeguato il discorso, analizza – dopo averli tradotti – i seguenti brani: il primo di Tibullo, il secondo di Properzio.
Vota cadunt: viden ut strepitantibus advolet alis flavaque coniugio vincula portet Amor, vincula, quae maneant semper dum tarda senectus inducat rugas inficiatque comas? Hac veniat Natalis avi prolemque ministret, ludat et ante tuos turba novella pedes. [Tibullo, Elegiae II, 2, 17-22]
Cynthia prima suis miserum me cepit ocellis, contactum nullis ante Cupidinibus: tum mihi constantis deiecit lumina fastus et caput impositis pressit Amor pedibus, donec me docuit castas odisse puellas improbus et nullo vivere consilio. [Properzio, Elegiae I, 1, 1-6]
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51 Le Metamorfosi di Ovidio: il proemio 1. Traduci e commenta il proemio delle Metamorfosi ovidiane (I, 1-4), considerando in particolare: – l’argomento dell’opera, dichiarato dall’autore nella propositio (vv. 1-2); – il significato e le implicazioni dell’espressione perpetuum carmen; – le ragioni, esplicitamente suggerite dall’autore stesso, per cui la tradizionale invocazione viene rivolta a tutti gli dèi (v. 2); – l’arco cronologico assegnato alla narrazione.
In nova fert animus mutatas dicere formas corpora. Di, coeptis, nam vos mutastis et illas, adspirate meis primaque ab origine mundi ad mea perpetuum deducite tempora carmen. 2. Nel proemio Ovidio segnala due fra i principali modelli letterari del poema mediante fulminee allusioni, affidate alle espressioni perpetuum carmen e prima… ab origine mundi. Sapresti riconoscerli, illustrando brevemente gli aspetti delle loro opere cui l’autore delle Metamorfosi si è richiamato?
52 Le Metamorfosi di Ovidio 1. Quali sono i principali modelli letterari, greci e latini, cui l’autore delle Metamorfosi si richiama nella composizione del poema? 2. Come vengono congegnati i raccordi e i collegamenti tra i vari episodi, nella «narrazione continua» delle Metamorfosi? 3. Illustra le modalità espressive mediante le quali Ovidio rappresenta la metamorfosi in atto, facendo riferimento all’episodio di Apollo e Dafne oppure al mito di Pigmalione.
53 Le Storie di Tito Livio 1. Indica il titolo e l’argomento dell’opera di Livio, il numero di libri nei quali era originariamente divisa, le sezioni che sono giunte fino a noi. 2. Esponi il progetto e le finalità dell’opera liviana, così come l’autore li dichiara nella praefatio. 3. In un passo delle Storie (XLIII, 13, 1-2), Livio scrive: Ceterum et mihi vetustas res scribenti nescio quo pacto antiquus fit animus, et quaedam religio tenet, quae illi prudentissi289 © Casa Editrice G. Principato
ALTRE PROVE DI VERIFICA • Aurea dicta edizione gialla 2
mi viri publice suscipienda censuerint, ea pro indignis habere quae in meos annales referam («Quanto a me, intento a scriver la storia dei tempi antichi, antico, non so come, mi si fa l’animo e un certo scrupolo religioso mi trattiene dal giudicare indegni di esser riportati nei miei annali quei prodigi che i saggi uomini del passato nell’interesse stesso dello stato ritennero di accettare per veri»). Come si riflette questa impostazione sullo sviluppo dell’opera? 4. Illustra gli orientamenti ideologici delle Storie, non mancando di segnalare le concordanze fra l’opera liviana e il progetto di restaurazione morale e civile di Augusto. 5. Quintiliano, in un passo della sua Institutio oratoria (X, 1, 32), contrappone la lactea ubertas di Livio alla brevitas sallustiana; in un passo successivo (X, 1, 101), sempre riferendosi a Livio, parla di iucunditas e di candor. Spiega il significato di queste espressioni, proponendone una convincente traduzione in italiano.
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3 Dalla prima età imperiale ai regni romano-barbarici
54 La storiografia in età Giulio-Claudia Delinea l’evoluzione del genere storiografico nella prima età imperiale, soffermandoti sinteticamente sull’opera di Velleio Patercolo, Valerio Massimo e Curzio Rufo.
55 La decadenza dell’oratoria nel I secolo d.C. Svolgi il seguente tema: la decadenza dell’oratoria negli scritti di Seneca retore, Petronio, Quintiliano e nel Dialogus de oratoribus attribuito a Tacito. Nella trattazione, provvedi a spiegare sinteticamente il significato dei seguenti termini: declamationes, controversiae, suasoriae.
56 Questionario sulla poesia di età Giulio-Claudia (a) 1. Esponi in sintesi le caratteristiche del poema di Manilio, gli Astronomica: notizie sull’autore, genere di appartenenza, epoca di composizione, struttura, modelli letterari e impianto dottrinale-filosofico dell’opera. 2. Ricordi un altro autore che negli stessi anni si dedica alla poesia didascalica di argomento astronomico? Indica il titolo e le principali caratteristiche della sua opera. 3. Duplex libelli dos est: quod risum movet/ et quod prudenti vitam consilio monet. Così Fedro enuncia le finalità della sua raccolta di Favole nel prologo del I libro: traduci e commenta i due versi prendendone spunto per illustrare la poetica dell’autore. Completa inoltre la breve esposizione con notizie essenziali sul genere favolistico nel mondo antico, indicando i modelli di Fedro e delineando la visione del mondo che emerge dalla sua opera. 4. Nella notevole varietà di generi poetici coltivati in quest’epoca, spicca la ripresa della poesia bucolica. A quale autore si deve un’importante raccolta di sette eclogae? A chi è dedicata? Quali i principali temi trattati? Quali gli elementi innovativi rispetto al codice del genere e agli illustri modelli letterari? 291 © Casa Editrice G. Principato
ALTRE PROVE DI VERIFICA • Aurea dicta edizione gialla 3
5. Radere, defigere, revellere: dopo aver tradotto i tre verbi indicandone il preciso significato, spiega in che cosa consista la «funzione chirurgica» della satira di Persio, corredando la trattazione di sintetiche notizie sull’autore e sulla sua opera. 6. Per quali ragioni Lucano fu accusato di aver scritto un’opera storica anziché un “vero” poema epico?
57 Questionario sulla poesia di età Giulio-Claudia (b) Elenca in ordine cronologico le principali opere poetiche composte in questo periodo, indicando per ciascuna i nomi degli autori, il genere di appartenenza, i modelli letterari, la data di composizione e/o di pubblicazione, servendoti della tabella qui di seguito riportata. Titolo
Autore
Genere
Modelli
Datazione
58 Il poema senza eroe: la Pharsalia di Lucano 1. Commenta il passo qui di seguito riportato (Pharsalia VII, 786-798), in cui Cesare vincitore contempla il campo di Farsàlo dopo la strage. Quali tratti si ravvisano nella figura del Cesare lucaneo? Sottolinea nel testo latino le espressioni maggiormente significative a tale riguardo, evidenziando inoltre le scelte stilistiche più notevoli.
[...] Tamen omnia passo, postquam clara dies Pharsalica damna retexit, nulla loci facies revocat feralibus arvis haerentes oculos. Cernit propulsa cruore 790 flumina et excelsos cumulis aequantia colles corpora, sidentis in tabem spectat acervos et Magni numerat populos, epulisque paratur ille locus vultus ex quo faciesque iacentum agnoscat. Iuvat Emathiam non cernere terram 292 © Casa Editrice G. Principato
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et lustrare oculis campos sub clade latentes. [Fortunam superosque suos in sanguine cernit.] Ac ne laeta furens scelerum spectacula perdat, Invidet igne rogi miseris caeloque nocenti ingerit Emathiam. [...]
Comunque, sopportato tutto, quando la luce del giorno gli svelò il disastro di Farsalo, nessun aspetto del luogo distrasse i suoi occhi fissi sui funebri campi. Guarda il corso dei fiumi 790 sospinto dal sangue e mucchi di cadaveri che uguagliano la cima di alti colli, osserva gli ammassi di corpi decomposti ed enumera i popoli di Pompeo; ordina d’imbandire la mensa nel luogo da cui può riconoscere il sembiante e i volti dei caduti. Si compiace: non riesce a scorgere il suolo 795 d’Emazia, e percorre con lo sguardo i campi nascosti dalla strage. [Riconosce nel sangue il favore della Fortuna e degli dèi.] E per non perdere, forsennato, il lieto spettacolo dei delitti, rifiuta agli sventurati il fuoco del rogo, e al cielo colpevole impone la vista dell’Emazia. [trad. di L. Canali]
2. Traccia un profilo comparativo dei tre principali personaggi della Pharsalia, facendo riferimento ai passi a te noti dell’opera. Si può affermare che l’autore abbia rispettato la realtà storica nel tratteggiare le loro figure, in particolare quella di Cesare?
59 Lucano e Virgilio Attraverso un confronto tra i passi di Virgilio e di Lucano qui riportati, esponi gli argomenti in base ai quali appare lecito definire la Pharsalia una sorta di «anti-Eneide».
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Bella per Emathios plus quam civilia campos iusque datum sceleri canimus populumque potentem in sua victrici conversum viscera dextra cognatasque acies et rupto foedere regni certatum totis concussi viribus orbis in commune nefas infestisque obvia signis signa, pares aquilas et pila minantia pilis. Quis furor, o cives, quae tanta licentia ferri gentibus invisis Latium praebere cruorem?
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Cantiamo guerre più atroci di quelle civili, combattute sui campi d’Emazia, e il delitto divenuto legalità e un popolo potente che si è rivolto contro le sue stesse viscere con la destra vittoriosa e i contrapposti eserciti appartenenti allo stesso sangue e – infranto il patto della tirannia – tutte le energie del mondo sconvolto che lottano per un comune misfatto e le insegne che vanno contro quelle avversarie e le aquile contrarie alle aquile e i giavellotti minacciosi contro i giavellotti. Quale follia, o cittadini, quale sfrenato abuso delle armi offrire il sangue latino alle genti nemiche? [Lucano, Bellum civile I, 1-9, trad. di R. Badalì]
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Arma virumque cano, Troiae qui primus ab oris Italiam fato profugus Laviniaque venit litora, multum ille et terris iactatus et alto vi superum, saevae memorem Iunonis ob iram, multa quoque et bello passus, dum conderet urbem inferretque deos Latio, genus unde Latinum Albanique patres atque altae moenia Romae. Musa, mihi causas memora, quo numine laeso quidve dolens regina deum tot volvere casus insignem pietate virum, tot adire labores inpulerit. Tantaene animis caelestibus irae? Armi canto e l’uomo che primo dai lidi di Troia venne in Italia fuggiasco per fato e alle spiagge lavinie, e molto in terra e sul mare fu preda di forze divine, per l’ira ostinata della crudele Giunone, molto sofferse anche in guerra, finch’ebbe fondato la sua città, portato nel Lazio i suoi dèi, donde il sangue Latino e i padri Albani e le mura dell’alta Roma. Musa, tu dimmi le cause, per quale offesa divina, per qual dolore la regina dei numi a soffrir tante pene, a incontrar tante angosce condannò l’uomo pio. Così grandi nell’animo dei celesti le ire! [Virgilio, Eneide I, 1-11, trad. di R. Calzecchi Onesti]
60 Prosa tecnica e scientifica nel I secolo d.C. 1. Elenca in ordine cronologico le principali opere specialistiche di carattere tecnico e scientifico a noi pervenute della prima età imperiale, servendoti della tabella qui di seguito tracciata. 294 © Casa Editrice G. Principato
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Autore
Titolo
Disciplina
Datazione
2. Enumera autori e titoli delle opere tecnico-scientifiche, composte nel periodo considerato, che presentano un impianto enciclopedico, indicandone il progetto, la struttura, gli argomenti e le caratteristiche più significative. Provvedi inoltre a definire i caratteri specifici del modello enciclopedico, che lo distinguono da quello alternativo del manuale specialistico, e a dar conto dei precedenti più notevoli attestati per entrambe le tipologie nella letteratura latina. 3. Quale obiettivo primario si propone Plinio il Vecchio nel comporre la Naturalis historia? Secondo quali criteri organizza l’immenso materiale raccolto? È lecito parlare per l’opera pliniana di una prospettiva scientifica? E di un’impostazione filosofico-dottrinale? In quali epoche, dopo la fine dell’età antica, la Naturalis historia conobbe una particolare fortuna? Come viene valutata, oggi, l’importanza storico-culturale dell’opera?
61 Seneca e il principato In un breve saggio: – esponi le riflessioni senecane sul rapporto tra sapiens e potere, filosofo e principe; – illustra le tesi sostenute nel trattato De clementia. Nel corso della trattazione, fai precisi riferimenti al contesto storico.
62 La prima epistola morale di Seneca [1]
Ita fac, mi Lucili: vindica te tibi, et tempus quod adhuc aut auferebatur aut subripiebatur aut excidebat collige et serva. Persuade tibi hoc sic esse ut scribo: quaedam tempora eripiuntur nobis, quaedam subducuntur, quaedam effluunt. Turpissima tamen est iactura quae per neglegentiam fit. Et si volueris adtendere, magna pars vitae elabitur male agentibus, maxima nihil agentibus, tota vita aliud agentibus. [2] Quem mihi dabis qui aliquod pretium tempori ponat, qui diem aestimet, qui intellegat se cotidie mori? In hoc enim fallimur, quod mortem prospicimus: magna pars eius iam praeterit; quidquid aetatis retro est mors tenet. Fac ergo, mi Lucili, quod facere te scribis, omnes horas conplectere; sic 295 © Casa Editrice G. Principato
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fiet ut minus ex crastino pendeas, si hodierno manum inieceris. Dum differtur vita transcurrit. [3] Omnia, Lucili, aliena sunt, tempus tantum nostrum est; in huius rei unius fugacis ac lubricae possessionem natura nos misit, ex qua expellit quicumque vult. Et tanta stultitia mortalium est ut quae minima et vilissima sunt, certe reparabilia, inputari sibi cum inpetravere patiantur, nemo se iudicet quicquam debere qui tempus accepit, cum interim hoc unum est quod ne gratus quidem potest reddere. [4] Interrogabis fortasse quid ego faciam qui tibi ista praecipio. Fatebor ingenue: quod apud luxuriosum sed diligentem evenit, ratio mihi constat inpensae. Non possum dicere nihil perdere, sed quid perdam et quare et quemadmodum dicam; causas paupertatis meae reddam. Sed evenit mihi quod plerisque non suo vitio ad inopiam redactis: omnes ignoscunt, nemo succurrit. [5] Quid ergo est? Non puto pauperem cui quantulumcumque superest sat est; tu tamen malo serves tua, et bono tempore incipies. Nam ut visum est maioribus nostris, «sera parsimonia in fundo est»; non enim tantum minimum in imo sed pessimum remanet. Vale. [Seneca, Epistulae ad Lucilium I, 1]
Dopo aver letto con attenzione la prima lettera a Lucilio di Seneca, qui sopra riportata, rispondi alle seguenti domande: 1. Qual è il tema fondamentale dell’epistola? Ricordi un’altra opera di Seneca nella quale tale tema venga trattato? 2. Chiarisci il significato profondo dell’espressione iniziale vindica te tibi. Quale significato deteneva, in età repubblicana, nell’ambito giuridico e politico? 3. Aveva scritto Orazio (Carmina I, 11): ... sapias, vina liques et spatio brevi spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida aetas: carpe diem, quam minimum credula postero. Riconosci affinità, anche linguistiche, con quanto hai appena letto in Seneca? 4. Spiega la differenza fra il carpe diem oraziano e l’espressione omnes horas complectere di Seneca. 5. Docere e discere sono i due momenti sui quali è impostato il dialogo epistolare, il primo riferito a Seneca (il maestro), il secondo a Lucilio (il discepolo): come viene risolto, in questa prima lettera, tale rapporto? 6. Rintraccia le espressioni colloquiali presenti nel testo: perché l’autore ricorre, in una pagina di tema filosofico e morale, alle forme del sermo familiaris? 7. Quem mihi dabis... (par. 2): spesso l’interlocutore-destinatario dell’opera è chiamato direttamente in causa nello svolgimento del discorso: a quale scopo? 8. Individua alcune strutture simmetriche del testo. 296 © Casa Editrice G. Principato
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9. Secondo gli stoici la realtà si divideva in cose soggette al nostro potere (ad esempio il giudizio, l’impulso, il desiderio, l’avversione) e cose non soggette al nostro potere (ad esempio il corpo, il patrimonio, la reputazione, le cariche pubbliche). Come scrisse lo stoico Epitteto, «ciò che rientra in nostro potere è per natura libero, immune da inibizioni e ostacoli, mentre quanto non vi rientra è debole, schiavo, coercibile, estraneo». In quale punto della lettera Seneca fa implicito riferimento a tale concetto? 10. Elenca le espressioni sentenziose della lettera. Quale scrittore latino criticò la sovrabbondanza di sententiae negli scritti di Seneca? 11. Nel De brevitate vitae (9, 1) leggiamo: maximum vivendi impedimentum est exspectatio, quae pendet ex crastino, perdit hodiernum. Trovi che il concetto sia trattato in questa lettera? 12. La diàtriba è una dissertazione a contenuto moraleggiante che può assumere varie forme e gradi di elaborazione letteraria. In genere fonde dottrine e problematiche filosofiche con un realismo attento alla vita quotidiana. Lo svolgimento è risolto in dialoghi molto rapidi, oppure ricorrendo a un immaginario interlocutore che pone domande e obiezioni. Ti pare che in Seneca sia presente l’elemento diatribico?
63 La seconda epistola morale di Seneca Seneca Lucilio suo salutem. [1] Ex iis quae mihi scribis et ex iis quae audio bonam spem de te concipio: non discurris nec locorum mutationibus inquietaris. Aegri animi ista iactatio est: primum argumentum compositae mentis existimo posse consistere et secum morari. [2] Illud autem vide, ne ista lectio auctorum multorum et omnis generis voluminum habeat aliquid vagum et instabile. Certis ingeniis inmorari et innutriri oportet, si velis aliquid trahere quod in animo fideliter sedeat. Nusquam est qui ubique est. Vitam in peregrinatione exigentibus hoc evenit, ut multa hospitia habeant, nullas amicitias; idem accidat necesse est iis qui nullius se ingenio familiariter applicant sed omnia cursim et properantes transmittunt. [3] Non prodest cibus nec corpori accedit qui statim sumptus emittitur; nihil aeque sanitatem inpedit quam remediorum crebra mutatio; non venit vulnus ad cicatricem in quo medicamenta temptantur; non convalescit planta quae saepe transfertur; nihil tam utile est ut in transitu prosit. Distringit librorum multitudo; itaque cum legere non possis quantum habueris, satis est habere quantum legas. [4] «Sed modo» inquis «hunc librum evolvere volo, modo illum». Fastidientis stomachi est multa degustare; quae ubi varia sunt et diversa, inquinant non alunt. Probatos itaque semper lege, et si quando ad alios deverti libuerit, ad priores redi. Aliquid cotidie adversus paupertatem, aliquid adversus mortem auxili compara, nec minus adversus ceteras pestes; et cum multa percurreris, unum excerpe quod illo die concoquas. [5] Hoc ipse quoque facio; ex pluribus quae legi aliquid adprehendo. 297 © Casa Editrice G. Principato
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Hodiernum hoc est quod apud Epicurum nanctus sum (soleo enim et in aliena castra transire, non tamquam transfuga, sed tamquam explorator): «honesta» inquit «res est laeta paupertas». [6] Illa vero non est paupertas, si laeta est; non qui parum habet, sed qui plus cupit, pauper est. Quid enim refert quantum illi in arca, quantum in horreis iaceat, quantum pascat aut feneret, si alieno imminet, si non adquisita sed adquirenda conputat? Quis sit divitiarum modus quaeris? primus habere quod necesse est, proximus quod sat est. Vale. Seneca saluta il suo Lucilio. [1] Dai tuoi scritti e da ciò che sento dire di te sono indotto a sperare vivamente sul tuo conto: non vai qua e là, non ti agita il desiderio di cambiare continuamente luogo. Tale inquietudine è propria di un animo malato: il saper star fermo e raccolto in sé stesso è, secondo me, il primo indizio di uno spirito ben ordinato. [2] Ma forse non ti pare che la lettura di molti autori e di libri di ogni genere riveli una certa incostanza ed instabilità? Se vuoi ricavare qualche idea che ti si imprima durevolmente nell’animo, devi essere in grande dimestichezza con determinati scrittori e di essi nutrirti. Chi è dappertutto non è in alcun luogo. Chi passa la vita vagabondando trova molti ospiti, ma nessun amico. Necessariamente la stessa cosa accade a coloro che non entrano in intimità con nessun uomo di genio, ma leggono qualunque libro di corsa, in fretta e furia. [3] Il cibo che, appena preso, è mandato fuori, non giova né può esser assimilato; niente è così nocivo alla buona salute come il cambiare di continuo i rimedi; una ferita, sulla quale si provino medicamenti su medicamenti, non si cicatrizza; non cresce una pianticella ripetutamente trapiantata; non c’è cosa tanto efficace che possa giovare di passaggio. Troppi libri producono dissipazione; pertanto, poiché non puoi leggere tutti i libri che ti sarebbe possibile avere, ti basta avere quelli che puoi leggere. [4] «Ma», tu mi dirai, «ora mi vien voglia di sfogliare un libro, ora un altro». È proprio di uno stomaco che facilmente si disgusta assaggiare molti cibi, i quali, se sono diversi, invece di nutrire guastano. Perciò leggi sempre scrittori di indiscutibile valore e, se talvolta ti piacerà rivolgerti ad altri, tosto ritorna ai primi. Ogni giorno sappi procurarti qualche aiuto contro la povertà, contro la morte e parimenti contro gli altri mali; e, dopo aver fermato l’attenzione su molti pensieri, scegline uno che in quel giorno sia oggetto della tua meditazione. [5] Anch’io sono solito fare così; leggo pagine e pagine, ma poi m’impadronisco di un’idea. Oggi, leggendo Epicuro – non stupirti! sovente passo negli accampamenti altrui non come fuggiasco ma come esploratore – ho trovato questo pensiero: «è condizione decorosa – egli afferma – una lieta povertà». [6] Ma questa non è povertà, se è lieta; non è povero chi possiede poco, bensì chi desidera più di quanto possiede. Infatti che importa la quantità di denaro chiusa nel forziere, il granaio quanto vuoi ripieno, il numero degli armenti o dei crediti, se l’uomo di continuo è proteso verso i beni altrui, se fa il conto non di ciò che si è procacciato ma di ciò che si deve procacciare? Vuoi sapere quale sia la giusta misura delle ricchezze? Dapprima avere quel che è strettamente necessario, poi quel che è sufficiente. Addio. [trad. di U. Boella]
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Dopo aver letto con attenzione la seconda lettera a Lucilio di Seneca, qui sopra riportata sia nell’originale sia in traduzione, rispondi alle seguenti domande: 1. Si parla, per Seneca, di un linguaggio dell’interiorità. Quali vocaboli o espressioni, in questa lettera, appartengono a tale linguaggio? 2. A quali ambiti del sapere e a quali campi metaforici fa ricorso Seneca? Per produrre quale effetto sul lettore? 3. Rintraccia le sententiae presenti nell’epistola. 4. Qual è l’opinione espressa da Seneca circa i viaggi? 5. Indica l’esatto significato assunto dal termine paupertas presso gli scrittori latini. 6. Commenta il seguente giudizio critico di Alfonso Traina: «Certo la cellula stilistica di Seneca e della sua età è la frase, la sententia; nell’epoca di Cesare e di Cicerone era stato il periodo; nell’epoca di Frontone sarà la parola. È questa la parabola letteraria latina, finché i Cristiani, portatori di una spiritualità nuova, ne restaureranno l’architettura».
64 La quinta epistola morale di Seneca [1]
Quod pertinaciter studes et omnibus omissis hoc unum agis, ut te meliorem cotidie facias, et probo et gaudeo, nec tantum hortor ut perseveres sed etiam rogo. Illud autem te admoneo, ne eorum more qui non proficere sed conspici cupiunt facias aliqua quae in habitu tuo aut genere vitae notabilia sint; [2] asperum cultum et intonsum caput et neglegentiorem barbam et indictum argento odium et cubile humi positum et quidquid aliud ambitionem perversa via sequitur evita. Satis ipsum nomen philosophiae, etiam si modeste tractetur, invidiosum est: quid si nos hominum consuetudini coeperimus excerpere? Intus omnia dissimilia sint, frons populo nostra conveniat. [3] Non splendeat toga, ne sordeat quidem; non habeamus argentum in quod solidi auri caelatura descenderit, sed non putemus frugalitatis indicium auro argentoque caruisse. Id agamus ut meliorem vitam sequamur quam vulgus, non ut contrariam: alioquin quos emendari volumus fugamus a nobis et avertimus; illud quoque efficimus, ut nihil imitari velint nostri, dum timent ne imitanda sint omnia. [4] Hoc primum philosophia promittit, sensum communem, humanitatem et congregationem; a qua professione dissimilitudo nos separabit. Videamus ne ista per quae admirationem parare volumus ridicula et odiosa sint. Nempe propositum nostrum est secundum naturam vivere: hoc contra naturam est, torquere corpus suum et faciles odisse munditias et squalorem adpetere et cibis non tantum vilibus uti sed taetris et horridis. [5] Quemadmodum desiderare delicatas res luxuriae est, ita usitatas et 299 © Casa Editrice G. Principato
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non magno parabiles fugere dementiae. Frugalitatem exigit philosophia, non poenam; potest autem esse non incompta frugalitas. Hic mihi modus placet: temperetur vita inter bonos mores et publicos; suspiciant omnes vitam nostram sed agnoscant. [6] «Quid ergo? eadem faciemus quae ceteri? nihil inter nos et illos intererit?» Plurimum: dissimiles esse nos vulgo sciat qui inspexerit propius; qui domum intraverit nos potius miretur quam supellectilem nostram. Magnus ille est qui fictilibus sic utitur quemadmodum argento, nec ille minor est qui sic argento utitur quemadmodum fictilibus; infirmi animi est pati non posse divitias. [7] Sed ut huius quoque diei lucellum tecum communicem, apud Hecatonem nostrum inveni cupiditatum finem etiam ad timoris remedia proficere. «Desines» inquit «timere, si sperare desieris». Dices, «quomodo ista tam diversa pariter sunt?» Ita est, mi Lucili: cum videantur dissidere, coniuncta sunt. Quemadmodum eadem catena et custodiam et militem copulat, sic ista quae tam dissimilia sunt pariter incedunt: spem metus sequitur. [8] Nec miror ista sic ire: utrumque pendentis animi est, utrumque futuri exspectatione solliciti. Maxima autem utriusque causa est quod non ad praesentia aptamur sed cogitationes in longinqua praemittimus; itaque providentia, maximum bonum condicionis humanae, in malum versa est. [9] Ferae pericula quae vident fugiunt, cum effugere, securae sunt: nos et venturo torquemur et praeterito. Multa bona nostra nobis nocent; timoris enim tormentum memoria reducit, providentia anticipat; nemo tantum praesentibus miser est. Vale. [1]
Tu, tralasciando ogni altra preoccupazione, attendi costantemente solo a renderti ogni giorno migliore; ed io ti lodo e me ne rallegro, e non solamente ti esorto, ma ti prego di perseverare. Tuttavia bada a non essere troppo stravagante nella foggia del vestire o nel modo di vivere, come fanno coloro che bramano, non di progredire spiritualmente, ma di farsi notare. [2] Evita gli abiti rozzi, i capelli lunghi, la barba arruffata, l’odio dichiarato all’argenteria, il giaciglio posto per terra e, in genere, gli atteggiamenti di chi, per false vie, cerca di distinguersi. Il nome di filosofia, anche se usato con moderazione, è già abbastanza odioso: che avverrà se cominceremo ad estraniarci dalle comuni usanze? Nel nostro intimo tutto sia diverso dagli altri, ma nell’aspetto esteriore dobbiamo adattarci ai gusti della gente. [3] Le vesti non siano splendenti, ma neppure sporche. Non cerchiamo vasi d’argento con cesellature d’oro massiccio, ma neppure dobbiamo considerare segno di frugalità la mancanza di ogni oggetto prezioso. Preoccupiamoci che la nostra vita sia, non contraria, ma migliore di quella del volgo; altrimenti respingeremo e terremo lontani da noi quelli che vogliamo correggere. E otterremo anche questo risultato, che non vorranno imitare nulla di noi, dato che temono di dover imitare tutto. [4] La filosofia, partendo dal senso comune, promette socievolezza e cordialità umana: se assumeremo modi stravaganti, non potremo realizzare questi propositi. Badiamo piuttosto che gli atteggiamenti attraverso i quali vogliamo ottenere ammirazione, non siano ridicoli e odiosi. Noi ci proponiamo di vivere secondo natura; ed è contro natura torturare il proprio corpo, odiare una normale pulizia, desiderare il sudiciume e nutrirsi di cibi non 300 © Casa Editrice G. Principato
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solo vili, ma disgustosi e ripugnanti. [5] Come è indizio di mollezza cercare vivande delicate, così è irragionevole rifiutare quelle usuali, procurabili a poco prezzo. La filosofia esige frugalità, non sofferenza, e ci può essere una frugalità non priva di decoro. Ecco le regole di condotta che preferisco: la nostra vita sia ordinata secondo costumi onesti e accettati da tutti; tutti la ammirino, ma siano anche in grado di riconoscerne i pregi. [6] «E allora», mi dirai, «ci comporteremo come gli altri? Non ci sarà nessuna differenza tra noi e loro?» Risponderò: anzi, grandissima. Chi ci osserverà meglio, comprenderà che noi siamo ben diversi dal volgo; ed entrando nella nostra casa, dovrà ammirare noi, e non la suppellettile. È grande colui che usa vasi d’argilla come se fossero d’argento, ma non è da meno chi usa vasi d’argento come se fossero d’argilla. Un animo debole non sa sopportare la ricchezza. [7] Ma, per farti partecipe anche del mio piccolo guadagno di oggi, ti dirò che presso il nostro Ecatone ho letto che il sopprimere i desideri è anche un utile rimedio contro la paura. «Non avrai più paura», egli dice «se avrai cessato di sperare». Obietterai: «Come possono stare insieme due sentimenti così diversi?» Eppure è così, caro Lucilio: sono strettamente congiunti, anche se sembrano fra loro in contrasto. Come la stessa catena unisce il prigioniero e la guardia, così codesti sentimenti tanto dissimili vanno insieme: la paura tiene dietro alla speranza. [8] Né ciò mi meraviglia: l’una e l’altra tengono l’animo sospeso, l’una e l’altra lo rendono ansioso nell’attesa del futuro. L’una e l’altra scaturiscono dal fatto che non ci adattiamo al presente, ma proiettiamo i nostri pensieri nel futuro. Perciò la facoltà di prevedere l’avvenire, che è una delle più nobili doti dell’uomo, si rivolge in suo danno. [9] Le bestie fuggono i pericoli che vedono, ma, una volta che li hanno evitati, stanno tranquille. Noi siamo in ansia sia per il futuro che per il passato. Molte nostre qualità possono nuocerci: la memoria infatti ci rinnova il tormento della passata paura e ce lo anticipa la nostra attitudine a prevedere il futuro. Nessuno è infelice solo per il presente. Addio. [trad. di G. Monti]
Dopo aver letto con attenzione la seconda lettera a Lucilio di Seneca, qui sopra riportata sia nell’originale sia in traduzione, rispondi alle seguenti domande: 1. Con quali tratti viene delineata la figura del saggio? 2. In particolare: qual è il suo rapporto con la comunità degli uomini? 3. Qual è il compito assegnato da Seneca alla filosofia? 4. Spiega il significato dei termini e delle espressioni che seguono: sensus communis, humanitas, congregatio. 5. Cosa significa secundum naturam vivere? A quale scuola filosofica appartiene tale precetto? 301 © Casa Editrice G. Principato
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6. Frugalitas e luxuria: spiega il significato dei due vocaboli nel contesto. 7. Ut te meliorem cotidie facias... Illud autem te admoneo ne facias... Id agamus ut meliorem vitam sequamur...: commenta queste espressioni. 8. Come viene sviluppato in questa lettera il tema del tempo? 9. È consuetudine, nelle Lettere a Lucilio, che il maestro metta in comune con il discepolo un frammento di verità quotidiana appena scoperto. Indica in quale parte della lettera. 10. Al par. 6 la frase infirmi animi est pati non posse divitias si configura come un aprosdóketon (cioè un’espressione imprevista, inattesa). Spiega perché. 11. Tipico dello stile di Seneca è il ricorso alle antitesi, grazie alle quali il filosofo propone all’interlocutore un continuo e sistematico smascheramento delle false opinioni e dei luoghi comuni. Individuane alcune. 12. A differenza di Cicerone, Seneca non sfrutta tanto le risorse della sintassi quanto quelle del lessico. Rileggendo il testo, presta attenzione alla struttura dei periodi: prevale la paratassi o l’ipotassi? 13. Si parla, per Seneca, di un linguaggio dell’interiorità. Quali vocaboli, in questa lettera, appartengono a tale linguaggio? 14. Seneca fa spesso uso di strutture prolettiche. È possibile reperirne alcuni esempi nel testo dell’epistola quinta?
65 Seneca tragico 1. Prendendo spunto dall’analisi dei versi tratti dalla Medea di Seneca (164-171) qui sotto riportati, che segnano il culmine del dialogo tra la nutrice e la protagonista, esponi le caratteristiche salienti della tragedia senecana sul piano tematico e drammaturgico, con particolare riguardo alle soluzioni stilistiche e alle tecniche di costruzione delle scene e delle battute. nu.
Abiere Colchi, coniugis nulla est fides 165 nihilque superest opibus e tantis tibi. me. Medea superest, hic mare et terras vides ferrumque et ignes et deos et fulmina. nu. Rex est timendus. me. Rex meus fuerat pater. nu. Non metuis arma? me. Sint licet terra edita. 302 © Casa Editrice G. Principato
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170 nu.
Moriere. me. Cupio. nu. Profuge. me. Paenituit fugae. nu. Medea – me. Fiam.
nutrice I Colchi sono lontani, nulla è la fede verso di te del tuo sposo e di tanta potenza niente ti rimane. medea Rimane Medea, qui vedi il mare e la terra e la spada e il fuoco e gli dèi e i fulmini. nutrice Un re è da temersi. medea Era re anche mio padre. nutrice Non temi le armi? medea No, siano pure spuntate dalla terra. nutrice Morirai. medea Lo desidero. nutrice Fuggi! medea Mi sono dovuta pentire della fuga già una volta. nutrice Medea... medea ... la diventerò.
66 Il Satyricon di Petronio 1. Esponi i problemi posti dal Satyricon in merito all’identità dell’autore, alla datazione, al titolo e alla consistenza originaria dell’opera. 2. A quale genere appartiene il “romanzo” di Petronio? Illustra brevemente i rapporti del Satyricon con il romanzo erotico greco, la novella milesia, la satira esametrica e la satira menippea. Per quali ragioni appare lecito identificare in quest’ultimo il genere a cui più si avvicina il Satyricon? 3. Indica i personaggi, l’ambientazione e la trama del Satyricon. Dopo aver riassunto il contenuto del cosiddetto «antecedente perduto», esponi la vicenda narrata nel frammento pervenuto, rispettando la suddivisione in cinque blocchi. 4. Ampio spazio occupa, all’interno del romanzo, l’episodio della Cena Trimalchionis: dopo averne ricordato le sequenze più significative, descrivi la figura del protagonista. 5. Per quali ragioni il Satyricon è stato definito un’«Odissea comica»? Tale interpretazione (= una parodia dell’Odissea omerica) appare esaustiva, rende conto cioè dei molteplici aspetti e problemi critici che il romanzo presenta? 303 © Casa Editrice G. Principato
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6. A proposito delle tecniche narrative in atto nel Satyricon: a chi appartiene la voce narrante? Può essere identificata con quella dell’autore? Viene affiancata o interesecata da altre “voci”? Auerbach parla di «dispersione delle prospettive»: a quali aspetti del romanzo, e a quali sequenze narrative in particolare allude?
67 L’Institutio oratoria di Quintiliano 1. Rispondi alle seguenti domande sull’opera maggiore di Quintiliano: a) Qual è la traduzione italiana più corretta del titolo Institutio oratoria? b) Di quanti libri è composta? c) A quale illustre modello si richiama soprattutto l’autore? d) Esponi mediante didascalie essenziali i contenuti del primo e dell’ultimo libro. e) Qual è il libro più noto e citato dell’intera opera, e per quali ragioni? f) Quali sono gli aspetti più originali dell’opera? g) In che cosa consiste l’«ottimismo educativo» quintilianeo? 2. Leggi e traduci il passo qui sotto riportato (X, 128-131 passim), tratto dal celebre giudizio di Quintiliano sullo stile di Seneca, avendo cura di individuare e interpretare in un breve commento le espressioni più memorabili e significative. Cuius (= Senecae) et multae alioqui et magnae virtutes fuerunt, ingenium facile et copiosum, plurimum studii, multa rerum cognitio [...]. Tractavit etiam omnem fere studiorum materiam; nam et orationes eius et poemata et epistulae et dialogi feruntur. In philosophia parum diligens, egregius tamen vitiorum insectator fuit. Multae in eo clarae sententiae, multa etiam morum gratia legenda, sed in eloquendo corrupta pleraque atque eo perniciosissima, quod abundant dulcibus vitiis. Velles eum suo ingenio dixisse, alieno iudicio; nam si aliqua contempsisset [...], si non omnia sua amasset, si rerum pondera minutissimis sententiis non fregisset, consensu potius eruditorum quam puerorum amore comprobaretur. Verum sic quoque iam robustis et severiore genere firmatis legendus vel ideo, quod exercere potest utcumque iudicium. Multa enim, ut dixi, probanda in eo, multa etiam admiranda sunt, elegere modo curae sit, quod utinam ipse fecisset: digna enim fuit illa natura, quae meliora vellet: quod voluit effecit. 3. Quali concezioni eredita l’autore dell’Institutio Oratoria dal modello ciceroniano? Per quali aspetti e per quali ragioni, d’altro canto, la figura del perfetto oratore delineata da Quintiliano appare anacronistica rispetto alla realtà sociale e istituzionale della sua epoca?
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68 Poesia del mito e poesia della realtà nell’età dei Flavi
Avvalendoti dei testi qui sotto riportati, elabora un sintetico saggio sul seguente tema: la poesia nell’età dei Flavi tra rifiuto del mito e recupero dell’epos mitologico. In particolare: – individua il carattere e le finalità della poesia epigrammatica di Marziale; – elenca le opere epiche di argomento mitologico a te note, composte in epoca flavia, illustrandone i caratteri fondamentali; – riassumi brevemente le tragiche storie di Tereo, di Tieste e di Dedalo, cui si allude nell’epigramma di Marziale.
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Nescit, crede mihi, quid sint epigrammata, Flacce, qui tantum lusus illa iocosque vocat. Ille magis ludit qui scribit prandia saevi Tereos aut cenam, crude Thyesta, tuam, aut puero liquidas aptantem Daedalon alas, pascentem Siculas aut Polyphemon oves. A nostris procul est omnis vesica libellis Musa nec insano syrmate nostra tumet. «Illa tamen laudant omnes, mirantur, adorant». Confiteor: laudant illa sed ista legunt.
O Flacco, non sa, credimi, che cosa sia un epigramma chi lo considera solo una frivolezza e un trastullo. È più frivolo chi descrive il banchetto del violento Tereo o la tua cena, o dispetico Tieste, o Dedalo che adattò al figlio le ali che si sarebbero sciolte, o Polifemo che pascolava le sicule greggi. I nostri libretti sono immuni da ogni ampollosità e la nostra poesia non si gonfia stupidamente con la veste dell’attore tragico. «Eppure tutti lodano, ammirano, esaltano quei poemi». Lo ammetto: lodano quei poemi, ma leggono i miei epigrammi. [Marziale, Epigrammata IV, 49, trad. di G. Norcio]
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Prima deum magnis canimus freta pervia natis fatidicamque ratem, Scythici quae Phasidis oras ausa sequi mediosque inter iuga concita cursus rupere flammifero tandem consedit Olympo. Phoebe, mone, si Cumaeae mihi conscia vatis stat casta cortina domo, si laurea digna fronte viret [...] Io canto i mari che furono, primi, una via a magnanimi figli di dèi, la profetica nave che osò, nella Scizia, cercare le sponde del Fasi 305 © Casa Editrice G. Principato
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e fra scatenate montagne rompere il varco, e finalmente posò, nel cielo fiammante di stelle. Tu guidami, Febo, se nella mia casta dimora sorge il tripode, rivelatore dei segreti della Sibilla; se degnamente il mio capo è coronato d’alloro. [Valerio Flacco, Argonautica I, 1-7, trad. di F. Caviglia] 1. Phasidis: l’attuale Rion, che sfocia nel mar Nero, a sud del Caucaso. 5-6. si Cumaeae... domo: l’autore allude al suo rango sacerdotale.
69 La satira romana in età imperiale Delinea l’evoluzione della satira latina in età imperiale (Persio e Giovenale), individuando analogie e differenze rispetto al modello oraziano.
70 L’evoluzione della satira latina 1. Delinea l’evoluzione della satira latina dalle origini fino a Persio, utilizzando le seguenti osservazioni di Quintiliano, con particolare riguardo ai passi sottolineati.
Satura quidem tota nostra est, in qua primus insignem laudem adeptus Lucilius quosdam ita deditos sibi adhuc habet amatores, ut eum non eiusdem modo operis auctoribus, sed omnibus poetis praeferre non dubitent. Ego quantum ab illis, tantum ab Horatio dissentio, qui Lucilium «fluere lutulentum» et «esse aliquid, quod tollere possis» putat. Nam et eruditio in eo mira et libertas atque inde acerbitas et abunde salis. Multum est tersior ac purus magis Horatius et, nisi labor eius amore, praecipuus. Multum et verae gloriae, quamvis uno libro, Persius meruit. Sunt clari hodieque et qui olim nominabantur. La satira, senza dubbio, è interamente nostra; in essa Lucilio è stato il primo ad ottenere una fama notevole e ha ancora degli estimatori così affezionati che non esitano a preferirlo non solo agli autori dello stesso genere, ma a tutti i poeti. Io dissento tanto da costoro quanto da Orazio, che è del parere che Lucilio «scorra limaccioso» e «che vi sia qualcosa che si potrebbe togliere». Infatti vi sono in lui una cultura straordinaria e una libertà di linguaggio che è fonte di mordacità e di moltissima arguzia. Orazio è molto più terso e puro ed è, se non sono indotto in errore dal mio amore nei suoi confronti, il primo tra i poeti satirici. Persio meritò una fama grande e autentica se pure con una sola opera. Vi sono altri autori satirici famosi oggi e che saranno celebrati un giorno. [Quintiliano, Institutio oratoria X, 93-94, trad. di C.M. Calcante]
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2. Sulla base dei dati cronologici e delle notizie biografiche in nostro possesso, è lecito supporre che Quintiliano alluda, nell’ultima frase, a Giovenale? 3. Indica in sintesi quali elementi di novità si possono individuare nella satira di Giovenale rispetto alle opere dei predecessori.
71 Plinio il Giovane: l’epistolario 1. Rispondi alle seguenti domande sul corpus epistolare di Plinio: a) Di quanti libri e di quante epistole si compone la raccolta? b) Vi si distingue un libro che presenta caratteri particolari? Quali? c) Secondo quale ordinamento sono disposte le epistole pliniane? d) Si tratta di lettere “autentiche”, ossia che leggiamo nella redazione originale, oppure riviste e perfezionate in vista della pubblicazione? In quest’ultimo caso, attraverso quali fasi e procedimenti? e) Si possono classificare secondo alcune fondamentali tipologie? f) Quali sono i principali modelli dell’epistola pliniana?
72 Plinio il Giovane: il Panegyricus Traiano imperatori 1. Fornisci le informazioni basilari sull’opera, specificando: a) origini e significato del titolo tradizionale; b) etimologia e storia del termine panegyricus; c) genere oratorio di appartenenza; d) datazione, occasione, circostanze particolari in cui fu composta e pronunziata. 2. Qual è la finalità politica del discorso di Plinio, a quali interlocutori si rivolge, a quali strumenti retorici fa ricorso per trasmettere il suo messaggio? 3. Spiega quale significato assuma nel Panegyricus (e più in generale nell’età del principato) il termine libertas. Puoi sviluppare l’argomento tracciando un confronto con il De clementia di Seneca [ T6, cap. 4] e con il proemio dell’Agricola tacitiano [ T2, cap. 11].
73 La Germania di Tacito Commenta il seguente passo, tratto dalla Germania di Tacito. Nel commento, metti in rilievo il continuo confronto (implicito, ma non meno evidente) fra mondo germanico e mondo romano. Analizza inoltre il testo sotto l’aspetto formale, individuando i più notevoli artifici retorico-stilistici utilizzati dall’autore.
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Reges ex nobilitate, duces ex virtute sumunt. Nec regibus infinita ac libera potestas, et duces exemplo potius quam imperio, si prompti, si conspicui, si ante aciem agant, admiratione praesunt. Ceterum neque animadvertere neque vincire, ne verberare quidem nisi sacerdotibus permissum, non quasi in poenam nec ducis iussu, sed velut deo imperante, quem adesse bellantibus credunt. Effigiesque et signa quaedam detracta lucis in proelium ferunt; quodque praecipuum fortitudinis incitamentum est, non casus nec fortuita conglobatio turmam aut cuneum facit, sed familiae et propinquitates; et in proximo pignora, unde feminarum ululatus audiri, unde vagitus infantium. Hi cuique sanctissimi testes, hi maximi laudatores: ad matres, ad coniuges vulnera ferunt: nec illae numerare et exigere plagas pavent, cibosque et hortamina pugnantibus gestant. Scelgono i re per la nobiltà, i capi per il valore. I re non hanno ad arbitrio un potere illimitato, e i capi comandano per l’ammirazione, piuttosto con l’esempio che con l’imperio: se siano audaci, se si segnalino per imprese, se lottino in prima fila. In particolare non è lecito, se non ai sacerdoti, mettere qualcuno a morte, gettarlo in catene, percuoterlo, e ciò non in vista di una pena o per ordine del capo, ma come per ingiunzione del dio che ritengono protegga i combattenti. Portano in battaglia certe immagini e simboli tratti dai boschi sacri; è precipuo incitamento al valore il fatto che non il caso o l’assembramento fortuito formano lo squadrone o il cuneo, ma le famiglie e i clan; nei pressi i loro cari, per cui odono le grida delle donne e il vagito degli infanti. Per ognuno questi sono i testimoni più sacri, questi i più stimati dispensatori di lode; alle madri, alle spose presentano le ferite; né quelle temono di contare ed esaminare i colpi, e portano cibi ed esortano i combattenti. [Tacito, Germania VII, trad. di L. Canali]
74 Confronto fra due passi di Tacito Traduci e commenta i due brani proposti, il primo tratto dall’Agricola, il secondo dagli Annales di Tacito. Nel commento poni in rilievo sia gli elementi di continuità sia gli sviluppi del pensiero tacitiano, tenendo conto dei diversi generi storiografici trattati e dell’arco di tempo storico che li divide.
Clarorum virorum facta moresque posteris tradere, antiquitus usitatum, ne nostris quidem temporibus quamquam incuriosa suorum aetas omisit, quotiens magna aliqua ac nobilis virtus vicit ac supergressa est vitium parvis magnisque civitatibus commune, ignorantiam recti et invidiam. Sed apud priores ut agere digna memoratu pronum magisque in aperto erat, ita celeberrimus quisque ingenio ad prodendam virtutis memoriam sine gratia aut ambitione bonae tantum conscientiae pretio ducebatur. Ac plerique suam ipsi vitam narrare fiduciam potius morum quam adrogantiam arbitrati sunt, nec id Rutilio et Scauro citra fidem aut obtrectationi fuit: adeo virtutes isdem temporibus optime aestimantur, 308 © Casa Editrice G. Principato
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quibus facillime gignuntur. At nunc narraturo mihi vitam defuncti hominis venia opus fuit, quam non petissem incusaturus: tam saeva et infesta virtutibus tempora. [Agricola 1]
Sed veteris populi Romani prospera vel adversa claris scriptoribus memorata sunt; temporibusque Augusti dicendis non defuere decora ingenia, donec gliscente adulatione deterrerentur. Tiberii Gaique et Claudii ac Neronis res, florentibus ipsis, ob metum falsae; postquam occiderant, recentibus odiis compositae sunt. Inde consilum mihi pauca de Augusto et extrema tradere, mox Tiberii principatum et cetera, sine ira et studio, quorum causas procul habeo. [Annales I, 1, 2-3]
75 Svetonio e Tacito Poni a confronto l’opera storiografica di Tacito e le biografie dei dodici Cesari di Svetonio. Dalla trattazione emergano: – le differenze fra genere storico e genere biografico; – gli schemi narrativi delle biografie di Svetonio e quelli delle due grandi opere (Annales, Historiae) di Tacito; – la visione del mondo espressa dai due autori; – il diverso contesto storico nel quale i due scrittori operano.
76 Apuleio 1. Riassumi la biografia di Apuleio, ponendo particolare attenzione: a) alla formazione culturale e agli studi filosofici; b) all’episodio del processo di Sabratha; c) agli indirizzi culturali prevalenti nella sua epoca. 2. Esponi sinteticamente la trama delle Metamorfosi, evidenziando i tre blocchi principali della narrazione. 3. Le Metamorfosi possono essere considerate un incrocio di generi letterari diversi: indica quali. 4. Dopo aver riassunto la novella di Amore e Psiche, delinea il parallelismo fra le vicende di Lucio e quelle di Psiche. 5. La magia è uno dei temi più importanti del romanzo: approfondisci l’argomento mediante esempi narrativi a te noti.
77 Questionario sulla letteratura cristiana 1. Quando nacque una letteratura cristiana in lingua latina? Per quale motivo si sviluppò in ritardo sulla letteratura cristiana in lingua greca? Quali furono i primi testi a noi noti? 309 © Casa Editrice G. Principato
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2. In quale misura e per quali motivi le traduzioni delle Sacre Scritture incisero sul processo di trasformazione della lingua latina? 3. Spiega il significato dei seguenti termini: Acta, Passiones. 4. Esponi i caratteri e le finalità della letteratura esegetica cristiana, spiegando il significato dei termini «allegoria» e «figura». 5. Illustra brevemente le forme più rappresentative della nuova poesia cristiana, ricordando gli autori e le opere di maggior rilievo.
78 La rinascita della cultura pagana: storiografia e biografia
Elenca e descrivi le diverse forme di letteratura storiografica fiorite in ambito pagano nel IV secolo, non mancando di considerare: – la ricca produzione di epitomi e di breviari; – l’opera di Ammiano Marcellino, indicando in sintesi le ragioni per cui rappresenta un unicum nel panorama della sua epoca; – le biografie imperiali della Historia Augusta, accennando al dibattito critico sviluppatosi intorno a quest’opera singolare.
79 L’apologetica cristiana Elabora un breve saggio sull’argomento, seguendo la traccia proposta: – spiega il significato delle espressioni «apologia» e «testo apologetico»; – indica chi furono e in quale epoca fiorirono i maggiori apologisti cristiani, ricordando i titoli delle opere più significative; – illustra i caratteri e le finalità della letteratura apologetica cristiana.
80 La vita e l’opera di Agostino 1. Indica le tappe più significative della vita di Agostino fino all’epoca della conversione, soffermandoti in particolare sulla formazione culturale e sui rapporti con il vescovo di Milano Ambrogio. 2. Esponi l’argomento e la struttura delle Confessiones. 3. Spiega le ragioni di carattere storico e dottrinale che presiedettero alla composizione del De civitate Dei. Quale opera, composta da un altro autore, va considerata come una sorta di appendice del De civitate Dei? 310 © Casa Editrice G. Principato
Soluzioni delle verifiche finali contenute nei volumi
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SOLUZIONI DELLE VERIFICHE • Aurea dicta edizione gialla 1-2-3
Volume 1
Volume 1 2 Indica se ciascuna delle affermazioni che seguono è vera (V) o falsa (F).
1 L’età preletteraria 1
a. V • b. F • c. V • d. F • e. F • f. V • g. F • h. F
Completa inserendo i dati mancanti.
Appio Claudio Cieco, appartenente all’illustre gens Claudia, fu censore nel 312 a.C., console nel 307 e nel 296. Nel 280 a.C., vecchio e cieco, pronunciò un’orazione esortando il senato a respingere le proposte di pace avanzate da Pirro, re dell’Epiro, e a continuare la guerra contro Taranto. A lui si deve la costruzione di ingenti opere pubbliche, fra cui la prima via consolare, chiamata via Appia. Gli è attribuito un libro di Sententiae in versi.
3
to.
Quesiti a scelta multipla. Indica il completamento corretpossediamo una quarantina di versi inserisce un excursus sui miti delle origini 18 libri, per almeno 15.000 versi dell’epica storica le Muse
1. 2. 3. 4. 5.
2 Vero / Falso. Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F).
a. V • b. F • c. V • d. F • e. V • f. V • g. F 3
3 Teatro e spettacoli in Roma
Quesiti a scelta multipla. Indica il completamento corretto.
1. 753 a.C. 2. una preghiera di carattere pubblico per la purificazione dei campi 3. deriva dall’alfabeto greco di Cuma attraverso la mediazione etrusca 4. 450 a.C. 4
Attribuisci a ciascun termine l’esatta definizione.
Testi in prosa cadenzata e ritmata ricca di figure di suono e. Cantilene funebri di carattere rituale b. L’antichissimo verso del mondo italico e laziale a. Archivio pubblico in cui si registravano i fatti più rilevanti d. accaduti durante l’anno 5. Preghiera del culto privato rivolta a Marte c.
1. 2. 3. 4.
1
Inserisci i dati mancanti.
In Roma i teatri comprendevano due parti principali: la scaena, ove operavano gli attori, e la cavea, dove trovavano posto gli spettatori. La scaena consisteva essenzialmente in un palcoscenico in legno detto pulpitum, leggermente elevato rispetto alla cavea. Le rappresentazioni avvenivano di giorno. Sullo sfondo veniva posto un pannello di legno su cui erano dipinte delle facciate di edifici, generalmente due o tre case per la commedia, un palazzo o un tempio per la tragedia. Lungo il pannello si aprivano tre vere porte. La scena si svolgeva sempre in esterni. Sui due lati del palcoscenico, occupati da quinte, si aprivano due strade che portavano convenzionalmente al Foro – quella a destra degli spettatori – e al porto della città dov’era ambientato il dramma. Al centro del palcoscenico veniva posto un altare. 2 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F).
2 La poesia epica
a. V • b. F • c. V • d. F • e. V • f. F
1 Completa le informazioni sull’epica omerica inserendo i dati mancanti.
I primi poemi epici del mondo occidentale di cui siamo a conoscenza sono l’Iliade, in cui domina la narrazione di gesta guerresche e l’Odissea, in cui prevale la tematica avventurosa; entrambi trattano episodi della saga troiana. La tradizione li attribuisce a Omero; ma furono dapprima elaborati e diffusi da generazioni di cantori denominati aedi e a lungo affidati alla memoria e alla recitazione orale. I due poemi furono messi per iscritto probabilmente verso la fine dell’VIII sec. a.C. Altri numerosi poemi di argomento miticoeroico furono elaborati nei secoli VIII-VII, fino alla metà del VI e confluirono nel Ciclo epico pseudo-omerico.
3
1. 2. 3. 4. 4
1. 2. 3. 4. 5.
Indica il completamento corretto. nel V secolo a.C. Aristofane, Menandro 240 a.C. una tragedia di argomento storico-nazionale romano Attribuisci a ciascun termine l’esatta definizione. Versi lirici destinati al canto d. Lo spazio riservato al pubblico di uno spettacolo teatrale c. Purificazione delle passioni prodotta dalla tragedia a. Spettacolo teatrale di ambientazione romano-italica e. Spettacolo teatrale di ambientazione greca b.
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Volume 1
4 Plauto 1
Inserisci i dati mancanti su Plauto e il suo teatro.
Plauto nacque a Sarsina verosimilmente intorno agli anni 255-250 a.C.; morì nel 184. Fu attore e fece parte di una compagnia di commedianti. Maccus, uno dei suoi tria nomina, rinvia infatti al repertorio della fabula Atellana. La sua attività di autore comico si colloca all’incirca negli anni 215-184 a.C. Scrisse e rappresentò un gran numero di commedie; ne sono giunte fino a noi ventuno, una selezione denominata canone varroniano. È difficile stabilirne un ordine cronologico di composizione e rappresentazione. I modelli greci di Plauto sono gli autori e i testi della commedia nuova greca. Le commedie plautine appartengono tutte al genere teatrale della fabula palliata. 2
Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F). a. F • b. V • c. F • d. V • e. V • f. F • g. F • h. V 3
1. 2. 3. 4. 5.
3. denotano un’attenta indagine psicologica 4. negli Adelphoe 5. oggettivo e realistico
6 Sviluppi della tragedia: Pacuvio e Accio 1 Completa le informazioni sulla biografia e l’opera di Pacuvio inserendo i dati mancanti.
Marco Pacuvio nacque a Brindisi intorno al 220 a.C. Visse a Roma. Fu poeta tragico e pittore. In età avanzata si ritirò a Taranto. Morì verso il 130 a.C. Scrisse numerose fabulae cothurnatae, di cui conosciamo 13 titoli, e una praetexta. 2 Indica per ciascuna delle seguenti affermazioni se è vera (V) o falsa (F).
a. F • b. V • c. V • d.F • e. F • f. V 3 Indica accanto al titolo di ciascuna delle tragedie citate il nome dell’autore (Pacuvio o Accio).
Indica il completamento corretto. la Vidularia il servus callidus l’abundantia nell’Amphitruo 205 a.C.
a. b. c. d. e. f.
5 L’ambiente scipionico e il teatro
di Terenzio
1 Completa le informazioni sulla biografia terenziana inserendo i dati mancanti.
Tradizionalmente, la data di nascita di Terenzio si pone nell’anno 185 a.C. Il poeta sarebbe nato a Cartagine, figlio di uno schiavo di origine non punica ma libica. Ancora ragazzo, fu condotto a Roma nella casa del senatore Terenzio Lucano, dal quale derivò il nomen. Affrancato per l’ingegno e la bellezza fisica, frequentò l’ambiente colto della città, divenendo amico del giovane Scipione e dello storico greco Polibio. Nel 166 a.C. rappresentò la prima commedia, cui ne seguirono altre cinque nel giro di pochi anni. Partito per la Grecia per motivi di studio, morì sulla via del ritorno, a Stinfalo nell’anno 159 a.C. 2 Indica se ciascuna delle affermazioni che seguono è vera (V) o falsa (F).
a. F • b. F • c. V • d. F • e. V • f. V • g. V • h. F 3 Quesiti a scelta multipla. Indica il completamento corretto.
1. fu un grande uomo di cultura 2. negli ambienti contrari alla diffusione della cultura greca in Roma
4
to.
Aeneadae sive Decius Iliona Chryses Clutemestra Paulus Astyanax
Accio Pacuvio Pacuvio Accio Pacuvio Accio
Quesiti a scelta multipla. Indica il completamento corret-
1. Pesaro 2. più di 40 cothurnatae e due praetextae 3. dal ciclo tebano
7 Catone e la nascita della prosa latina 1
Inserisci i dati mancanti della biografia di Catone.
Catone nacque nel 234 a.C. a Tusculum. Combatté nella guerra contro Annibale; nel 207 partecipò alla battaglia del Metauro. A Roma percorse le tappe del cursus honorum fino a conseguire nel 184 a.C. la prestigiosa carica di censore, che esercitò con eccezionale rigore, assumendo il ruolo di severo e inflessibile difensore del mos maiorum contro la nobilitas di tendenze filelleniche. Morì nel 149 a.C. 2 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F).
a. V • b. V • c. F • d. V • e. V • f. F • g. F • h. V • i. F
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SOLUZIONI DELLE VERIFICHE • Aurea dicta edizione gialla 1-2-3
Volume 1
3
Indica il completamento corretto.
1. in greco e in forma annalistica da due senatori romani 2. il discorso contro Pirro tenuto in senato da Appio Claudio Cieco 3. presentano uno spiccato carattere politico 4. include il mondo italico nella sua trattazione
8 Le satire di Lucilio 1 Completa le informazioni sulla vita e le opere di Lucilio inserendo i dati mancanti.
Lucilio nasce intorno al 180 a.C. a Suessa Aurunca, al confine tra Lazio e Campania. Fu vicino all’ambiente scipionico e amico di Scipione Emiliano. Visse a lungo a Roma, trasferendosi nella parte conclusiva della sua vita a Napoli, dove morì verso il 102 a.C. Fu autore di satire per un totale di trenta libri, i più antichi dei quali sono gli ultimi cinque. 2 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F).
a. F • b. F • c. V • d. V • e. F • f. V • g. V • h. F • i. V 3
to.
Quesiti a scelta multipla. Indica il completamento corret-
ludus ac sermones sono divise in XXX libri il resoconto di un viaggio del poeta da Roma alla Sicilia una narrazione fantastica di registro satirico e parodistico razionalistica fondata sui concetti di misura e di convenienza 6. di livello medio, né troppo dotto né ignorante
1. 2. 3. 4. 5.
9 Società e cultura nell’età della tarda repubblica 1
2 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F).
a. F • b. F • c. V • d. V • e. F • f. V 3
1. 2. 3. 4.
Indica il completamento corretto. province nel 133 a.C. nell’età di Mario Pompeo, Cesare e Crasso
10 La poesia neoterica e Catullo 1
Inserisci i dati mancanti della biografia catulliana.
Catullo nacque a Verona, nella Gallia Cisalpina, verosimilmente nell’87 a.C. da una famiglia facoltosa. Dalla provincia Catullo si trasferì presto a Roma, dove frequentò gli ambienti letterari e mondani più in vista, innanzitutto la cerchia neoterica degli amici poeti. La vicenda centrale della vita e della poesia di Catullo è la relazione con una donna, che nei versi ha il nome di Lesbia. Nel 57 a.C. Catullo, al seguito di Gaio Memmio, intraprese un viaggio in Bitinia; in quell’occasione il poeta rese omaggio alla tomba del fratello. Morì probabilmente nel 54 a.C. 2 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F).
a. V • b. F • c. V • d. F • e. F • f. V 3
1. 2. 3. 4.
Indica il completamento corretto. la guerra criteri metrici un canto per le nozze componimenti più estesi e di maggiore impegno letterario
4 Attribuisci a ciascun componimento l’argomento trattato, scegliendolo dall’elenco che segue.
Inserisci i dati mancanti.
L’afflusso di ingenti quantità di schiavi e l’incremento del latifondismo provocarono l’inurbamento di vaste masse di contadini e di ex piccoli proprietari. La riforma agraria di Tiberio Sempronio Gracco, eletto tribuno della plebe nel 133 a.C., fu un tentativo di risolvere questi problemi. La nuova legge vietava di possedere oltre 500 iugeri di ager publicus. Le parti eccedenti avrebbero dovuto essere distribuite ai nullatenenti. Lo scopo di Tiberio era quello di ricostituire un ceto di piccoli proprietari terrieri. La legge fu votata, nonostante l’ostilità della nobilitas senatoria, gelosa dei propri privilegi. Ma nello stesso anno, mentre ripresentava la candidatura al tribunato per il 132, Tiberio venne assassinato. Nell’anno 123 a.C., venne eletto tribuno il fratello Gaio Sempronio Gracco.
1. 2. 3. 4. 5.
Vivamus mea Lesbia, atque amemus Miser Catulle, desinas ineptire Odi et amo Iucundum, mea vita, mihi proponis amorem Ille mi par esse deo videtur
b. d. a. e. c.
11 Lucrezio e il poema didascalico 1
Inserisci i dati mancanti.
Il De rerum natura è un poema didascalico in esametri, diviso in sei libri, raggruppati in tre diadi/ tre sezioni di due libri, nei quali il poeta espone la dottrina epicurea. Il De rerum natura è dedicato a Gaio Memmio. I gruppi di libri sono dedicati alla
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Volume 1
trattazione della fisica nei libri I-II, dell’antropologia nei libri III-IV e della cosmologia nei libri V-VI. Il poema si apre con un inno a Venere e si conclude con l’episodio della peste. 2 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F).
a. V • b. F • c. V • d. V • e. F 3 Attribuisci a ciascun libro del De rerum natura l’argomento trattato.
1. 2. 3. 4. 5. 6. 4
1. 2. 3. 4.
e. b. d. c. f. a.
I libro II libro III libro IV libro V libro VI libro Indica il completamento corretto.
per favorire la divulgazione di una dottrina ardua e oscura all’inizio del III libro dimostrare la vanità della superstizione religiosa al modello empedocleo
12 Cicerone, un difensore della res
publica 1
Inserisci i dati mancanti della biografia di Cicerone.
Marco Tullio Cicerone nacque ad Arpino nel 106 a.C., da una famiglia del ceto equestre. Inviato presto a Roma, ebbe una formazione accurata presso i migliori maestri. Nel periodo giovanile Cicerone si cimentò nelle prime prove poetiche e compose un trattato di retorica, il De inventione. Nell’81 esordì nell’attività di avvocato. Nel 79 intraprese un viaggio di studio in Grecia e Asia Minore. Di ritorno a Roma, Cicerone iniziò il regolare cursus honorum: fu eletto questore per l’anno 75 e inviato a Lilibeo, l’odierna Marsala; fu edile nel 69 e pretore nel 66. Nel 70 si celebrò il processo contro Verre, e Cicerone sostenne l’accusa nelle orazioni Verrinae. Nell’anno del consolato, il 63, Cicerone dovette reprimere la congiura di Catilina. Costretto ad abbandonare Roma nel 58, per aver condannato i congiurati, cittadini romani, senza regolare processo, ritornerà grazie a Pompeo, riprendendo l’attività oratoria; le opere più importanti degli anni Cinquanta sono il De oratore e un trattato etico-politico, il De re publica. Emarginato dall’azione politica, negli anni 45 e 44, realizza un imponente ciclo di opere filosofiche. Dopo l’assassinio di Cesare, abbandonato da Ottaviano, finisce nelle liste di proscrizione e il 7 dicembre del 43 viene trucidato dai sicari di Antonio.
3 Attribuisci a ciascuna opera oratoria ciceroniana l’argomento trattato.
a. b. c. d. e. 4
Invettive contro Antonio 2. Difesa di un poeta greco ed elogio delle humanae litterae 1. Orazione di ringraziamento e lodi di Cesare 3. Difesa di un giovane aristocratico amante di Clodia 5. Programma politico di Cicerone: consensus omnium bonorum 4. Indica il completamento corretto.
1. orazioni politiche contro Antonio 2. è la ricerca di simmetria, armonica proporzione e regolarità dell’enunciato 3. manifesta la propria fiducia nella forza civilizzatrice della parola 4. Scipione Emiliano, Lelio sapiens, Scevola l’Augure 5. Pro Marcello, Pro Ligario, Pro rege Deiotaro 6. in epoca contemporanea 5 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F). a. F • b. V • c. F • d. V • e. V • f. F • g. V
13 I Commentarii di Giulio Cesare 1 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F).
a. V • b. F • c. V • d. V • e. V • f. F • g. F • h. V 2
Indica il completamento corretto.
1. con la descrizione della Gallia e delle popolazioni che l’abitano 2. nel libro VI 3. dimostrare la natura difensiva della guerra 4. purezza linguistica, chiarezza e concisione 5. De bello Gallico e De bello civili 3
Inserisci i dati mancanti.
Il De bello civili tratta, in tre libri, gli avvenimenti degli anni 49-48 a.C., dal passaggio del Rubicone alla morte di Pompeo e all’inizio della guerra alessandrina. L’intento principale dell’autore è di natura politica; Cesare si propone di allargare il consenso presentandosi quale garante della legalità. L’opera rimase incompiuta; la narrazione degli avvenimenti fu continuata da anonimi luogotenenti di Cesare in tre libri: il Bellum Alexandrinum; il Bellum Africum; il Bellum Hispaniense.
2 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F).
a. F • b. V • c. V • d. V • e. F • f. V • g. F
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SOLUZIONI DELLE VERIFICHE • Aurea dicta edizione gialla 1-2-3
Volume 2
2 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F).
14 Le monografie politiche
di Sallustio 1
a. F • b. V • c. V • d. F • e. V • f. V • g. V • h. F • i. F
Inserisci i dati mancanti della biografia sallustiana.
Sallustio nasce ad Amiterno, una città della Sabina. Ventenne, si trasferisce a Roma; intraprende la carriera politica, legandosi alla fazione dei populares. Nel 52 è tribuno della plebe; nel 50 viene espulso dal senato per indegnità morale. Sallustio partecipa alla guerra civile al fianco di Cesare. Dopo la sconfitta dei pompeiani in Africa, Sallustio è nominato governatore della provincia di Africa Nova. In seguito alla morte di Cesare, si ritira a vita privata e si dedica alla storiografia. Muore nel 35 a.C. 2
1. 2. 3. 4. 5.
Indica il completamento corretto. dopo il ritratto di Catilina un’opera storica di impianto annalistico Tucidide e Catone inconcinnitas, varietas e uso di arcaismi denuncia la corruzione della classe dirigente aristocratica
3 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F).
Il Bellum Catilinae… a. F • b. V • c. F • d. V • e. F • f. F • g. V • h. V
15 Le biografie di Cornelio Nepote 1
Inserisci i dati mancanti della biografia di Cornelio.
Cornelio Nepote, nato intorno al 100 a.C. e originario della Gallia Cisalpina, fu amico di Catullo, che gli dedicò la poesia d’esordio del suo Liber, di Cicerone, con il quale intrattenne un fitto epistolario e soprattutto di Attico, cui dedicò un’ampia biografia. Visse a Roma, dedito esclusivamente agli studi, senza mai partecipare all’attività politica. Scrisse una raccolta di biografie intitolate De viris illustribus, di cui sopravvive solo il libro dedicato ai generali stranieri.
3
1. 2. 3. 4.
Indica il completamento corretto. compone una raccolta di biografie comprende 19 biografie di condottieri greci organizzare i dati biografici per rubriche Varrone
16 Varrone, un poligrafo della tarda
repubblica 1
Inserisci i dati mancanti della biografia varroniana.
Marco Terenzio Varrone nasce nel 116 a.C. a Rieti nella Sabina. Ad Atene, negli anni 84-82 a.C. frequenta le scuole filosofiche, in particolare la Nuova Accademia. Tra il 78 e il 77 inizia la carriera politica e militare al seguito di Pompeo. Nel 49, allo scoppio della guerra civile, si schiera dalla parte di Pompeo. Dopo Farsàlo si sottrae alle rappresaglie degli avversari grazie alla protezione di Cesare, e si ritira a vita privata dedicandosi agli studi. Nel 47 Cesare gli affida l’incarico di organizzare la prima biblioteca pubblica di Roma. Muore nel 27 a.C. 2 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F).
a. F • b. F • c. V • d. V • e. V • f. F • g. V • h. F • i. F 3
1. 2. 3. 4.
Indica il completamento corretto. più di 70 opere per circa 620 libri De re rustica un’enciclopedia del sapere antico Antiquitates e Imagines
Volume 2 1 Ideologia e cultura nell’età
di Augusto 1
Inserisci i dati mancanti.
Dopo la decisiva vittoria di Azio del 31 a.C. Ottaviano ripristinò ufficialmente il governo della res publica, in due sedute del
senato tenute il 13 e il 16 gennaio del 27 a.C., restituendolo ai legittimi possessori, il senato e i comizi. Conservò i titoli di imperator e princeps senatus; il senato gli attribuì l’imperium proconsulare; con un titolo inedito fu proclamato Augustus. Nel 23 ottenne la tribunicia potestas; nel 12 gli fu conferita la carica di pontifex maximus; nel 2 a.C. il titolo di pater patriae.
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Volume 2
2 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F).
Nell’età del principato augusteo… a. F • b. V • c. F • d. V • e. V • f. F • g. F • h. V 3
Attribuisci a ciascuna opera citata il nome dell’autore. c. e. b. a. d.
Verrio Flacco Igino il Mitografo Vitruvio Vario Rufo Seneca Padre
1. 2. 3. 4. 5.
2
3 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F).
Nelle Odi... a. F • b. F • c. V • d. V • e. F • f. V • g. V • h. F • i. V • j. F
4 L’elegia latina
Inserisci i dati mancanti della biografia virgiliana.
Publio Virgilio Marone nacque nell’anno 70 a.C. nel villaggio di Andes, nella Gallia Cisalpina. Compì i suoi primi studi a Cremona e poi a Milano; infine si recò a Roma. Negli anni della guerra civile si trasferì a Napoli, presso la scuola del filosofo epicureo Sirone. Fra il 42 e il 39 Virgilio compose le Bucoliche, che gli valsero l’ingresso nel circolo di Mecenate; scrisse la sua seconda opera, le Georgiche, negli anni 37-30 a.C. Sollecitato da Ottaviano, Virgilio compose la sua terza e ultima opera, l’Eneide, a cui si dedicò fino alla morte, sopraggiunta a Brindisi nel 19 a.C. 2
Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F). a. V • b. F • c. F • d. V • e. F 3
Indica il completamento corretto. Mecenate la favola di Aristeo era già presente nelle opere di Omero, Nevio ed Ennio nel II libro, durante il convito nella reggia di Didone
1. 2. 3. 4.
Indica per ciascun libro delle Georgiche l’argomento trattato. b. d. a. c.
I libro II libro III libro IV libro
1 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F).
L’elegia latina... a. V • b. F • c. V • d. V • e. V • f. F • g. F • h. V • i. V • j. V • k. F 2
Indica il completamento corretto. l’intenzionale finzione autobiografica restano solo pochi e discussi frammenti semplicità, equilibrio, eleganza la sottomissione assoluta dell’amante alla donna amata
1. 2. 3. 4.
3 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni si riferisce a Tibullo (T) oppure a Properzio (P).
[P] [T] [P] [T] [T]
si definisce il «Callimaco romano» indica la donna amata con il nome di Delia entra a far parte del circolo di Mecenate ambienta la sua poesia in uno scenario agreste e arcaico nel 30 partecipa alla spedizione di Messalla in Aquitania
4 Attribuisci a ciascuna espressione latina la definizione corretta.
4
1. 2. 3. 4.
Archiloco e Callimaco 35 a.C. le prime sei odi del III libro, di argomento civile e celebrativo i temi civili e nazionali un trattato in esametri sulla poesia
1. 2. 3. 4. 5.
2 Virgilio 1
Indica il completamento corretto.
1. 2. 3. 4 5
a. c. d. e. b.
servitium amoris discidium amans-amens foedus amoris nequitia
5 Ovidio 3 Orazio
1
1
Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F). a. F • b. F • c. V • d. V • e. V • f. F • g. V • h. V • i. V • j. F
Inserisci i dati mancanti della biografia di Ovidio.
Publio Ovidio Nasone nacque il 20 marzo del 43 a.C. a Sulmona. Nel 31 si recò a Roma per completare gli studi. Ovidio non intraprese la carriera politica, ma si dedicò esclusivamente alla poesia. Entrato nel circolo di Messalla Corvino strinse amicizia con Properzio e con il poeta
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Volume 3
didascalico Emilio Macro. Nell’anno 8 d.C. Ovidio cadde in disgrazia presso Augusto; condannato alla relegatio, dovette allontanarsi da Roma e trasferirsi a Tomi, un piccolo centro sul Mar Nero, dove morì fra il 17 e il 18 d.C. 2
Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F). a. F • b. F • c. V • d. F • e. V • f. V • g. V • h. F 3
6 Livio e la storiografia dell’età augustea 1 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F).
a. F • b. F • c. F • d. V • e. V • f. F • g. V • h. V • i. F • j. V 2
Indica il completamento corretto.
1. è il nome fittizio della donna amata dal poeta 2. l’Ars amatoria, i Medicamina faciei femineae, i Remedia amoris 3. la Gigantomachia e la Medea 4. fa convivere nel poema epico-narrativo forme di molteplici generi 5. gli amori degli dèi per i mortali
1. 2. 3. 4. 5. 6.
Indica il completamento corretto. solo in alcuni casi vengono dichiarate e discusse viene dato ampio spazio ai miti delle origini 35 libri non consecutivi un periodare solenne e fluente, ampio e maestoso per la seconda guerra punica e le guerre d’Oriente la patavinitas
3 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F).
L’opera di Livio, Ab Urbe condita... a. F • b. V • c. V • d. V • e. V • f. F • g. F • h. V • i. F
Volume 3 1 Storia e storiografia dell’età
giulio-claudia 1
Inserisci i dati storici mancanti.
Con la morte di Augusto, avvenuta nell’agosto del 14 d.C., il potere passò nelle mani del figliastro Tiberio, che resse il principato fino al 37 d.C. Discendente dalla famiglia dei Claudii, aveva combattuto per molti anni lungo i confini dell’impero. Nel corso del suo principato andarono progressivamente deteriorandosi i rapporti con la nobiltà senatoria. L’ultima parte del suo regno fu segnata dall’ascesa e dalla rapida rovina del prefetto del pretorio Elio Seiano, che fu condannato a morte nel 31. Molti degli oppositori, come Cremuzio Cordo furono perseguitati in virtù della lex maiestatis. Alla morte di Tiberio, seguì il breve principato di Caligola, che durò solo fino al 41. 2 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F).
a. V • b. V • c. V • d. F • e. F • f. V • g. V • h. V • i. V
3
1. 2. 3. 4.
Indica il completamento corretto. esaltavano le figure di Bruto e di Cassio seguì Tiberio nelle campagne germaniche contiene esempi morali ordinati in rubriche introducono nel racconto storico elementi del romanzo esotico e avventuroso
2 Poesia nell’età giulio-claudia 1
Inserisci i dati mancanti della biografia di Lucano.
Marco Anneo Lucano nasce a Cordova in Spagna nel 39 d.C. Suo padre, Anneo Mela, è figlio di Seneca il Vecchio e fratello di Seneca. Compie i suoi studi a Roma; di ritorno dal viaggio di studio ad Atene, è ammesso fra gli intimi di Nerone. Dopo il 60 d.C., in seguito alla rottura dei rapporti con il princeps, Lucano manifesta ideali repubblicani. Prende parte alla congiura pisoniana, scoperta nel 65; riceve l’ordine di morire, e si uccide tagliandosi le vene.
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Volume 3
2 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F).
a. V • b. F • c. V • d. F • e. F • f. V • g. V • h. V 3
3 Attribuisci a ciascuna opera di Seneca indicata la cronologia, il destinatario, l’argomento.
Indica il completamento corretto. disegna una visione provvidenzialistica dell’universo 5 libri in senari giambici canta l’avvento di una nuova età dell’oro aspro, crudamente realistico, spesso oscuro ai preliminari della guerra alessandrina (48 a.C.)
1. 2. 3. 4. 5.
3 Saperi specialistici e cultura
enciclopedica nella prima età imperiale 1
Inserisci i dati mancanti della biografia di Plinio il Vecchio.
Gaio Plinio Secondo, detto il Vecchio per distinguerlo dal nipote Plinio il Giovane, nasce a Como nella Gallia Transpadana fra il 23 e il 24 d.C.; presta servizio militare in Germania fra il 45 e il 58, anno in cui si ritira a vita privata. Nella guerra civile si schiera dalla parte di Vespasiano, che gli affiderà importanti incarichi amministrativi. Nel 76 è a Roma, fra i consiglieri del princeps. Nel 79, quando avviene l’eruzione del Vesuvio, è al comando della flotta militare di Capo Miseno; muore durante le operazioni di soccorso. 2
Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F). a. V • b. F • c. V • d. F • e. F • f. V • g. V • h. V 3
Epistulae morales ad Lucilium a. Cronologia 62-65 b. Dedicata all’amico Lucilio c. Argomento temi morali De vita beata a. Cronologia b. Dedicata c. Argomento
58 al fratello Novato virtù e felicità
De clementia a. Cronologia b. Dedicata c. Argomento
55-56 a Nerone il corretto esercizio del potere
Consolatio ad Helviam matrem 42-43 a. Cronologia alla madre b. Dedicata consolazione per la separazione c. Argomento dal figlio
5 Il Satyricon di Petronio 1 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F).
a. V • b. F • c. F • d. V • e. F • f. V • g. F • h. V • i. V 2
Indica il completamento corretto. alla medicina circa 500 ricette in 10 libri, incluse aggiunte posteriori Scribonio Largo Naturalis historia 4 libri di Strategemata, 2 libri De aquis urbis Romae ed excerpta di agrimensura
1. 2. 3. 4. 5.
4. è una praetexta spuria 5. nove cothurnatae e una praetexta
1. 2. 3. 4. 5. 6.
Indica il completamento corretto. 141 capitoli, senza suddivisione in libri in prima persona dal protagonista Encolpio da Eumolpo di Priàpo la presa di Troia e la guerra civile tra Cesare e Pompeo la satira menippea
3 A ciascun personaggio del Satyricon abbina la descrizione pertinente.
4 Seneca 1 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F).
a. V • b. F • c. V • d. F • e. F • f. V • g. V • h. F 2
Indica il completamento corretto.
1. un trattato scientifico 2. il De clementia e il De beneficiis 3. al tema del tempo
a. b. c. d. e. f. g. h. i. j.
Liberto arricchito, offre una cena sontuosa 6. Anziano poeta di scarse fortune 10. Maestro di retorica 4. Studente, protagonista e narratore 1. Moglie di Trimalchione 7. Avventuriero rivale di Encolpio 2. Liberto convitato alla cena Trimalchionis 8. Bellissimo efebo, conteso da Eumolpo e Ascilto 3. Sacerdotessa di Priàpo 5. Marmista, incaricato di erigere il monumento funebre di Trimalchione 9.
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Volume 3
6 Società e cultura nell’età dei Flavi e di Traiano 1
Inserisci i dati storici mancanti.
Nel 68 d.C., alla morte di Nerone, si apre un nuovo periodo di guerre civili. Nel giro di un anno si susseguono quattro imperatori: Galba, Otone, Vitellio e Vespasiano, che inaugura la dinastia dei Flavi. Il suo principato fu caratterizzato da opere di pacificazione e di riorganizzazione dello Stato. Per dare stabilità e legittimazione giuridica all’istituto imperiale promulga la lex de imperio Vespasiani. Gli succedono i figli: nel 79 Tito; nell’anno 81 il secondogenito Domiziano, che regna fino al 96 d.C. 2 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F).
a. F • b. V • c. V • d. V • e. F • f. V • g. F • h. F • i. V 3
1. 2. 3. 4.
8 Marziale e la poesia epigrammatica 1
2 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F).
a. F • b. V • c. F • d. F • e. V • f. V • g. F • h. V • i. V
Indica il completamento corretto. Cicerone e Virgilio Plinio il Giovane l’excursus dedicato ai giudizi sugli scrittori greci e latini accoglie taluni elementi del deprecato stile di Seneca
3
Inserisci i dati mancanti della biografia di Stazio.
Publio Papinio Stazio nasce a Napoli tra 40 e 50 d.C.; si trasferisce a Roma prima del 69. Tiene apprezzate recitationes pubbliche e partecipa con successo a importanti gare poetiche; ottiene il favore dell’imperatore. Compone tra l’80 e il 92 la Tebaide, un poema epico in 12 libri. Tra il 92 e il 95 pubblica i primi quattro libri delle Silvae. In seguito lavora a un secondo poema epico, l’Achilleide, quasi certamente interrotto a causa della sua morte; ne restano poco più di mille versi. Intorno al 95 fa ritorno a Napoli; non si hanno di lui notizie posteriori al 96 d.C. 2 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F).
a. F • b. V • c. F • d. F • e. V • f. F • g. V 3
Indica, fra le quattro affermazioni riportate, quella non pertinente. 1. 2. 3. 4.
tratta esclusivamente soggetti mitologici delinea una visione provvidenzialistica di impronta stoica tratta un mito strettamente legato al passato di Roma tratta un soggetto storico, eliminando l’apparato mitologico
Indica il completamento corretto. 15 libri per quasi 10.000 versi il distico elegiaco e l’endecasillabo falecio l’epos mitologico e la tragedia Domiziano
1. 2. 3. 4.
7 Epica nell’età dei Flavi 1
Inserisci i dati mancanti della biografia di Marziale.
Marco Valerio Marziale nasce fra il 38 e il 41 d.C. a Bilbili nella Spagna Tarraconense. Si trasferisce a Roma intorno al 64. È accolto nelle case di Seneca e Lucano, ma nel 65 perde i suoi protettori, costretti al suicidio durante la repressione della congiura pisoniana. Conduce d’ora in poi la vita precaria del cliente, finché nell’80, in seguito al successo del Liber de spectaculis, ottiene i favori di Tito e poi di Domiziano. Alla morte di quest’ultimo, nel 96, cerca inutilmente di ingraziarsi i nuovi potenti. Nel 98 decide di tornare nel paese natale, dove muore tra 101 e 104 d.C.
9 La satira di Giovenale 1 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F).
a. V • b. F • c. V • d. F • e. V • f. F • g. F • h. V • i. V • j. V • k. F 2
1. 2. 3. 4. 5. 6.
Indica il completamento corretto. di Persio e di Marziale sedici satire, di cui l’ultima mutila la degenerazione della nobilitas carenti di coerenza strutturale è l’indignatio la tecnica accumulatoria e le sententiae
3 Attribuisci a ciascuna delle Satire indicate l’argomento trattato.
1. 2. 3. 4. 5. 6 7. 8.
Satira I Satira II Satira III Satira IV Satira VI Satira VII Satira IX Satira X
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b. g. e. h. c. a. f. d.
Volume 3
10 Le epistole di Plinio il Giovane 1
Inserisci i dati mancanti della biografia pliniana.
Plinio il Giovane nacque a Como da una facoltosa famiglia locale nel 61 o nel 62 d.C. Dopo la morte del padre, fu adottato da Plinio il Vecchio, suo zio materno, che lo portò con sé a Roma. Qui studiò retorica sotto la guida di Quintiliano. Iniziò la carriera politica all’epoca di Domiziano, rivestendo numerose cariche ufficiali: fu console nel 100 e governatore in Bitinia dal 111; la morte va collocata nel 112 o 113 d.C. Esercitò assiduamente la professione di avvocato: insieme a Tacito, al quale era legato da una profonda amicizia, vinse il processo intentato dalla provincia d’Africa al proconsole Mario Prisco. Scrisse dieci libri di Epistole, l’ultimo dei quali comprendente la corrispondenza con l’imperatore Traiano. Della sua attività oratoria, ci è pervenuta una sola orazione, il Panegirico di Traiano, che Plinio pronunciò in senato nel settembre del 100. 2 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F).
a. V • b. F • c. V • d. F • e. V • f. F • g. F • h. V • i. V 3
1. 2. 3. 4.
Indica il completamento corretto. una gratiarum actio Traiano superstitio prava, immodica la corrispondenza fra Plinio e Traiano
Indica il completamento corretto. da brevitas, gravitas e inconcinnitas nel proemio delle Historiae 46 capitoli divisi in due parti, senza introduzione proemiale alla perdita della libertà politica
3 Attribuisci a ciascuna delle opere tacitiane indicate la cronologia, il genere e l’argomento.
Dialogus de oratoribus a. Cronologia discussa: intorno all’80 o dopo il 100 d.C. b. Genere trattato retorico in forma dialogica c. Argomento la decadenza dell’eloquenza concluso entro il 97 d.C. biografia encomiastica vita di Giulio Agricola
Negli Annales Tacito… a. F • b. F • c. V • d. F • e. V
12 Le biografie di Svetonio 1
Inserisci i dati mancanti della biografia di Svetonio.
Svetonio nacque probabilmente dopo il 70 d.C., forse a Ippona, forse a Ostia. A Roma, viene introdotto negli ambienti letterari grazie a Plinio il Giovane. Le sue fortune pubbliche si devono a Setticio Claro. Rivestì cariche di primo piano nell’apparato burocratico imperiale, fino agli anni 121-122. Della sua opera sopravvivono due raccolte di biografie, la prima intitolata De viris illustribus, la seconda De vita Caesarum. La data di morte si colloca dopo il 126 oppure dopo il 132 d.C.
3
a. F • b. V • c. V • d. F • e. V • f. V • g. F
Agricola a. Cronologia b. Genere c. Argomento
4 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F).
a. V • b. F • c. F • d. F • e. V • f. V • g. V • h. V
1 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F).
1. 2. 3. 4.
composta e pubblicata nel 98 d.C. trattato geo-etnografico il territorio e le popolazioni della Germania
2 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F).
11 La storiografia di Tacito
2
Germania a. Cronologia b. Genere c. Argomento
Indica il completamento corretto.
1. Terenzio e Orazio 2. da Giulio Cesare a Domiziano 3. la dedica a Setticio Claro e i primi capitoli della vita di Cesare 4. riportandoli spesso così come si trovano nelle fonti 5. disadorno, essenziale, sovente ripetitivo
13 Società e cultura nell’età
di Adriano e degli Antonini 1
Inserisci i dati mancanti della biografia di Adriano.
Elio Adriano, nato nel 76 d. C., imperatore dal 117 al 138, era di origine spagnola, come il predecessore Traiano. Propone un modello imperiale fondato sulla pace, abbandonando la politica di espansionismo militare e consolidando le opere di difesa ai confini; avvia una serie di riforme amministrative e realizza vasti progetti di ristrutturazione urbanistica. Viaggiò instancabilmente per tutte le province dell’impero, mostrando una spiccata predilezione per le terre di Grecia e dell’Oriente ellenizzato. Ad Atene realizzò un imponente programma di edilizia monumentale; gli Ateniesi gli conferirono i titoli di Olympios e Panhellénios. Nella Villa Adriana, la magnifica
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SOLUZIONI DELLE VERIFICHE • Aurea dicta edizione gialla 1-2-3
Volume 3
a. F • b. F • c. V • d. V • e. F • f. V
peste. Nell’ultimo decennio di vita aveva composto un libro tradizionalmente tradotto con il titolo di Ricordi, una severa meditazione morale intrisa di filosofia stoica. Gli succedette il figlio Commodo, che regnò dal 180 al 192 d.C., impostando una politica autocratica ispirata agli imperatori Caligola e Nerone, e spezzando la tradizionale collaborazione con il senato.
3 Indica, fra le quattro affermazioni riportate, quella non pertinente.
2 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F).
1. continua e intensifica la politica traianea di collaborazione con il senato 2. Aulo Gellio 3. escludono il registro giocoso 4. non rivestì mai cariche pubbliche 5. non vengono trattati argomenti scientifici
a. V • b. F • c. F • d. F • e. V
residenza che si fece costruire a Tivoli, volle ricreare i luoghi e gli edifici di Grecia e d’Egitto a lui più cari. Gli successe per adozione Antonino Pio. 2 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F).
Inserisci i dati mancanti della biografia di Apuleio.
Apuleio nasce verso il 125 d.C. a Madaura, nella provincia romana d’Africa. Compie i suoi studi a Cartagine, poi ad Atene. Aspira a conseguire una cultura enciclopedica, culminante nella conoscenza della filosofia. Viaggia a lungo, sospinto dalla curiositas, esercitando l’attività di conferenziere itinerante; viene iniziato a numerosi culti misterici. Nel 158 o 159 viene tratto in giudizio sotto l’accusa di aver indotto al matrimonio una ricchissima vedova mediante arti magiche; la sua orazione di autodifesa è nota con il titolo di Apologia, ovvero De magia. Negli anni successivi torna a stabilirsi a Cartagine. Dopo il 170 di lui non si hanno più notizie. 2
Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F). a. V • b. F • c. F • d. V • e. V • f. V • g. F • h. F 3
1. 2. 3. 4. 5.
Indica il completamento corretto. un incrocio fra differenti generi oratorii compendia la fisica e l’etica platoniche in tre blocchi narrativi di ampiezza diseguale la Favola di Amore e Psiche mangiare una ghirlanda di rose
15 La crisi dell’impero e la cultura
pagana del III secolo
Inserisci i dati storici mancanti. Marco Aurelio morì nel 180 d.C. a Vienna, dove stava combattendo per arginare le incursioni barbariche dei Quadi e Marcomanni, che nel 168 si erano spinti fino a Aquileia e Verona. Durante il suo regno scoppiò una grave epidemia di 1
Indica il completamento corretto.
1. Caracalla 2. 248 3. Nemesiano 4 Associa al nome dell’imperatore gli anni del suo principato.
14 Apuleio 1
3
1. 2. 3. 4. 5. 6.
Caracalla Decio Elagabalo Diocleziano Settimio Severo Aureliano
b. d. c. f. a. e.
16 Le nuove forme della letteratura cristiana 1
Inserisci i dati mancanti.
Dell’Antico Testamento, scritto originariamente in ebraico e in aramaico, esisteva una versione in greco, elaborata a Alessandria verso la fine del III secolo a.C., la cosiddetta versione dei Settanta. I libri del Nuovo Testamento invece erano stati elaborati direttamente in greco, anche se del Vangelo di Matteo era esistita una prima stesura in aramaico. Le più antiche traduzioni latine della Bibbia venivano designate complessivamente con l’espressione Vetus Latina; oggi dette Veteres Latinae. Le traduzioni cristiane dei testi sacri introducono il principio della traduzione letterale. Negli anni 384-405 d.C. San Gerolamo attese a una nuova traduzione dei testi sacri che si impose con la denominazione di Vulgata. 2 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F).
a. F • b. V • c. F • d. V • e. F • f. F • g. V • h. V 3
Indica il completamento corretto.
1. a Cartagine 2. 203 d.C. 3. la Vita Cypriani
322 © Casa Editrice G. Principato
Volume 3
4. Minucio Felice 5. Ilario di Poitiers
2
17 Scrittori cristiani fra II e IV secolo 1
Inserisci i dati mancanti della biografia di Cipriano.
Cipriano nasce a Cartagine agli inizi del III secolo. Compiuti gli studi tradizionali, esercita la professione di retore. Intorno al 246 si converte al cristianesimo. Fra il 248 e il 249 viene eletto vescovo della sua città, in un periodo estremamente difficile, caratterizzato negli anni 249-251 dalla persecuzione di Decio e poi dal problema dei lapsi. Tenne una posizione equilibrata e prudente, sancita dal concilio di Cartagine nel 252. Nel 257 deve affrontare, fra gli altri gravissimi problemi, la nuova persecuzione promossa dall’imperatore Valeriano. Dapprima condannato all’esilio, viene di nuovo processato e decapitato nel 258. 2
1. 2. 3. 4. 5. 3
1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8.
Indica il completamento corretto.
3
1. 2. 3. 4. 5.
Attribuisci a ciascuna opera citata il nome dell’autore. e. h. c. a. f. d. b. g.
d. f. a. h. e. c. b. g.
Descriptio orbis terrae Mosella Relatio de ara Victoriae Liber de Caesaribus Breviarium ab urbe condita Laus Serenae Ars maior Opus agriculturae Indica il completamento corretto. il settenario trocaico una raccolta di biografie imperiali il breviario e l’epitome il V libro delle Metamorfosi di Ovidio Virgilio
19 Il trionfo del cristianesimo 1
Minucio Felice e Tertulliano De errore profanarum religionum di Firmico Materno le dottrine di Ario la vita di un santo anacoreta nel deserto Ilario di Poitiers e Mario Vittorino
Adversus nationes Evangeliorum libri De Trinitate Mathesis Octavius Vita Antonii De spectaculis De mortibus persecutorum
1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8
Attribuisci a ciascuna opera citata il nome dell’autore.
Inserisci i dati mancanti della biografia di Agostino.
Aurelio Agostino nacque a Tagaste, in Numidia, nel 354 da Monica, una fervente cristiana che esercitò una grande influenza sull’educazione e sulla vita del figlio. Tra il 371 e il 374 si recò a Cartagine, dove si dedicò agli studi filosofici grazie alla lettura dell’Hortensius di Cicerone. Nel 383 si trasferì a Roma; l’anno successivo ottenne una cattedra a Milano dove conobbe Ambrogio, che influì profondamente sulla sua vita. Nel 386 si convertì al cristianesimo, lasciò l’insegnamento e abbandonò gli ambienti mondani. Nel 388 ritornò in Africa, dove fondò una comunità religiosa. Nel 396 divenne vescovo di Ippona e iniziò una lunga e appassionata attività pastorale, segnata dalla lotta contro le eresie. Morì il 28 agosto del 430 d.C. 2 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F).
a. F • b. V • c. V • d. F • e. V • f. V • g. F • h. V • i. V
18 La rinascita della cultura pagana
3 Attribuisci a ciascuna opera di Agostino l’argomento trattato.
1
1. 2. 3. 4.
Inserisci i dati mancanti della biografia di Ammiano.
Ammiano Marcellino nasce intorno al 330 d.C. a Antiochia in Siria. Intraprende la carriera militare, entrando a far parte del corpo scelto dei protectores domestici. Nel 353-354 è a Nisibis in Mesopotamia, addetto allo stato maggiore del magister equitum Ursicino; per circa sette anni resta al suo fianco nel corso di varie missioni. Nel 363 partecipa alla spedizione di Giuliano in Persia. Ritornato a Antiochia, si ritira a vita privata. Viaggia in Egitto e in Grecia; nel 380 si stabilisce a Roma, dove attende alla composizione della sua grande opera storica. Si ritiene sia entrato in contatto con gli ambienti dell’aristocrazia pagana. La data di morte si colloca verosimilmente intorno al 400 d.C.
d. b. c. a.
Confessiones De civitate Dei De Trinitate Retractationes
20 Dal sacco di Roma alla fine del mondo antico 1
Inserisci i dati mancanti della biografia di Boezio.
Boezio nacque a Roma da una nobile famiglia senatoria fra 475 e 477. Nel 510 venne nominato consul sine collega, dopo
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SOLUZIONI DELLE VERIFICHE • Aurea dicta edizione gialla 1-2-3
Volume 3
di che fu membro di diritto del senato. Negli anni 522-523, in cui rivestiva la carica di magister officiorum, si incrinarono i rapporti fra Teodorico e il senato, sospettato di tramare con l’imperatore d’Oriente. Per aver preso le difese di un patrizio ingiustamente processato, Boezio fu messo sotto accusa sulla base di lettere falsificate. Imprigionato a Pavia agli inizi dell’anno 524, fu giudicato senza possibilità di difesa, condannato a morte e giustiziato, probabilmente nell’estate del 525.
3
1. 2. 3. 4. 5. 6.
Attribuisci a ciascuna opera citata il nome dell’autore. De gubernatione Dei Historia Francorum Historiae adversus paganos Institutiones De nuptiis Mercurii et Philologiae Commentarius in Somnium Scipionis
2 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F).
a. F • b. V • c. V • d. V • e. V • f. F • g. F
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e. d. b. f. a. c.
Soluzioni delle verifiche sommative per sezioni
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SOLUZIONI DELLE VERIFICHE SOMMATIVE PER SEZIONI
Volume 1
Volume 1 L’età delle origini 1
Inserisci i dati mancanti.
In origine la lingua latina era una delle tante parlate del Latium vetus, appartenenti a loro volta al ceppo occidentale delle lingue indoeuropee. L’alfabeto latino deriva da quello greco della città di Cuma, attraverso la mediazione degli Etruschi, che si erano stanziati già in età arcaica nella regione dell’attuale Campania. Inizialmente la scrittura procedeva da destra a sinistra, soltanto in seguito assunse forma bustrofedica, assestandosi infine nella forma attuale. Tra le prime iscrizioni dedicatorie spiccano il vaso di Dueno, composto di tre recipienti rotondi, e la Cista Ficoroni, ornata con decorazioni ispirate alle imprese degli Argonauti. Recentemente è stata accertata l’autenticità della Fibula Praenestina. 2 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F).
a. F • b. V • c. V • d. V • e. V • f. F • g. F • h. V • i. V • j. V • k. F • l. V • m. F • n. V • o. F • p. F 3
1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8.
Attribuisci a ciascun termine l’esatta definizione.
4
1. 2. 3. 4. 5. 6.
c. e. g. a. h. f. d. b.
Carmen Arvale Fescennini versus Fabula atellana Carmen Saliare Fasti Carmina triumphalia Elogia Tabula dealbata Indica il completamento corretto. il 625 e il 575 una raccolta di oscuri responsi una preghiera del culto privato la legge divina una legge delle XII Tavole gli spiriti dei morti
2 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F).
a. F • b. V • c. V • d. F • e. F • f. F • g. V • h. F • i. F • j. V • k. V • l. V • m. V • n. F • o. V 3
1. 2. 3. 4. 5. 4
1. 2. 3. 4.
Inserisci i dati mancanti della biografia di Ennio.
Ennio nacque a Rudiae nel 239 a.C., in una regione influenzata all’epoca da tre diverse culture greca, osco-italica, latina. A Roma giunse nel 204 a.C., dopo aver combattuto in Sardegna durante la seconda guerra punica. Si lega d’amicizia con Scipione Africano e gli esponenti della corrente filoellenica, avversa a Catone. Nel 184 a.C. ottiene un appezzamento di
Attribuisci a ciascuna opera citata il nome dell’autore. De agri cultura Andria Mostellaria Atreus Iliona
b. c. a. d. e.
Indica il completamento corretto. il servus Terenzio Eunuchus esametri
L’età della tarda repubblica 1
L’età arcaica 1
terra nella nuova colonia di Pesaro e l’ambita cittadinanza romana. In vecchiaia, visse sull’Aventino, nel collegium scribarum histrionumque, di cui è ormai la figura più autorevole. Morì nel 169 a.C., e fu tumulato, in segno di onore, presso la tomba degli Scipioni. Scrisse opere teatrali, sia palliatae che cothurnatae e opere di vario genere, tra cui tre opere di carattere filosofico Epicharmus, Euhemerus, Praecepta. Ma la sua opera più importante fu un poema epico intitolato Annales.
Inserisci i dati storici mancanti.
Dopo la guerra sociale, che si era conclusa con l’estensione del diritto di cittadinanza agli alleati italici, scoppiò la guerra civile, che vide contrapposte le figure di Mario e Silla, rispettivamente a capo delle fazioni dei populares e degli optimates. Dopo la vittoria di Silla, nell’anno 82 a.C., Roma conobbe un tormentato periodo di confische e assassini, che lasciò tracce profonde nel tessuto sociale della città. Nell’anno 63 a.C. il console Cicerone dovette reprimere una congiura ordita da Catilina. Tre anni più tardi, Cesare, Pompeo e Crasso siglarono un accordo privato, il cosiddetto primo triumvirato. In seguito a tale accordo, Cesare poté intraprendere, nel decennio successivo, la campagna in Gallia. Dopo la morte di Crasso a Carre, nella lontana Mesopotamia, scoppiò una nuova guerra civile, che durò dal 49 al 45 a.C., e vide contrapposti gli eserciti dei cesariani e dei pompeiani. Tornato in Roma vincitore, Cesare venne assassinato nell’anno 44 a.C.
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Volume 2
2 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F).
a. V • b. V • c. F • d. V • e. F • f. V • g. F • h. F • i. F • j. V • k. V • l. V 3
1. 2. 3. 4. 5.
Attribuisci a ciascuna opera citata il nome dell’autore. b. e. a. d. c.
De viris illustribus Saturae Menippeae Historiae Zmyrna De officiis
4
1. 2. 3. 4. 5. 5
1. 2. 3. 4.
Indica il completamento corretto. la Chioma di Berenice di Callimaco Memmio 14 orazioni De re publica De analogia Attribuisci a ogni autore la data di nascita corretta. d. b. c. a.
Cicerone Cesare Varrone Sallustio
Volume 2 L’età di Augusto 1
3
Inserisci i dati mancanti della biografia di Orazio.
Quinto Orazio Flacco nasce a Venosa nel 65 a.C. Il padre è un liberto di agiate condizioni, che il poeta ricorderà sempre con affetto come suo primo maestro di moralità. Dopo i primi studi condotti a Roma, tra il 45 e il 44 si reca ad Atene, dove frequenta l’Accademia. Qui si infiamma alle idee di libertà e si arruola nell’esercito di Bruto e Cassio, combattendo nel 42 a Filippi. Intorno agli anni 41-40, grazie a un’amnistia, può ritornare a Roma; perduti i suoi beni, si impiega come scriba quaestorius, e intanto incomincia a scrivere versi. Nel 38 Virgilio e Vario lo presentano a Mecenate, che qualche anno più tardi gli farà dono di un podere nella Sabina, presso Tivoli. Nel 17 a.C. è designato da Augusto per comporre il solenne Carmen Saeculare, un inno di natura civile e religiosa che viene cantato durante una processione sul Palatino e sul Campidoglio, i luoghi sacri di Roma. Muore nell’anno 8 a.C., lasciando un libro di Epodi, due libri di Satire, quattro di Odi, oltre ai due libri di Epistole, nel secondo dei quali è contenuta la celebre lettera ai Pisoni, nota come Ars poetica. 2
Attribuisci a ciascuna opera citata il nome dell’autore.
1. Heroides 2. Res gestae Divi Augusti 3. Ornithogonia 4. Ab urbe condita 5. De verborum significatu 6. Sermones 7. Historiae
a. e. c. f. g. d. b.
Indica il completamento corretto.
1. nel IV libro 2 nel 23 a.C. 3. 35 liriche in distici elegiaci e il Panegirico di Messalla in esametri 4. quattro libri di elegie 5. dalla varietà dei temi trattati 6. per analogia o per contrasto 7. dalle leggendarie origini fino al 9 a.C. 4 Attribuisci a ciascuna opera di Orazio la cronologia di composizione, il metro utilizzato, i modelli di riferimento.
Epodi a. Cronologia b. Metro c. Modelli
dal 42-41 al 30 a.C. distici epòdici Archiloco e Callimaco
Satire d. Cronologia e. Metro f. Modelli
tra il 35 e il 30 a.C. esametri Lucilio e la diàtriba ellenistica
Odi g Cronologia h. Metro i. Modelli
dal 30 al 13 a.C. metri vari, soprattutto lirici i lirici greci, soprattutto Alceo e Pindaro
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SOLUZIONI DELLE VERIFICHE SOMMATIVE PER SEZIONI
Volume 3
Volume 3 L’età Giulio-Claudia 1
2 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F).
Inserisci i dati mancanti della biografia di Persio.
Persio nacque nel 34 d.C. a Volterra, da una famiglia di rango equestre. Fu allievo a Roma di Anneo Cornuto, un letterato di indirizzo stoico. Scrisse diverse opere, delle quali sopravvisse soltanto un esiguo libro di Satire, in tutto sei componimenti. Morì nel 62 d.C. 2
Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F). a. F • b. V • c. V • d. V • e. F • f. F • g. V • h. F • i. V • j. F • k. V • l. F • m. V • n. F • o. V 3
1. 2. 3. 4. 5. 6. 7.
Attribuisci a ciascuna opera citata il nome dell’autore.
4
1. 2. 3. 4. 5. 6.
e. b. c. d. a. f. g.
De brevitate vitae Factorum et dictorum memorabilium libri Historiae Astronomica Eclogae Pharsalia De re rustica Indica il completamento corretto. un trattato geografico Claudio in Corsica a Crotone dal 37 al 41 d.C. 10 libri
5
a. V • b. F • c. F • d. V • e. V • f. F • g. F • h. V • i. V • j. F • k. F • l. V • m. V 3 Attribuisci a ciascuna delle opere tacitiane indicate la cronologia, il genere e l’argomento.
Historiae a. Cronologia b. Genere c. Argomento
composta fra il 100 e il 110 circa storiografia annalistica l’età dei Flavi
Annales d. Cronologia e. Genere f. Argomento
composta fra il 110 circa e la morte storiografia annalistica l’età dei Giulio-Claudii
4
3
Attribuisci a ogni autore la data di nascita corretta.
1. Fedro d. 2. Lucano b. 3. Persio c. 4. Germanico a.
Indica il completamento corretto.
1. 69-79 2. un trattato retorico sulla formazione del perfetto oratore 3. doni estratti a sorte e offerti durante un convito nei giorni dei Saturnalia 4. in Bitinia 5. 98 d.C. 6. una raccolta di biografie dedicata agli uomini di lettere
1. 2. 3. 4. 5. 6.
Attribuisci a ciascuna opera citata il nome dell’autore. Punica Panegyricus Epigrammata Saturae De causis corruptae eloquentiae Agricola
b. a. f. e. d. c.
L’età di Adriano e degli Antonini L’età dei Flavi e di Traiano 1
Inserisci i dati mancanti della biografia di Giovenale.
Giovenale nacque con molta probabilità ad Aquino in un’epoca compresa tra il 50 e il 60 d.C. Marziale lo descrive mentre peregrina nella città come un cliente a caccia di sostentamento da un patronus all’altro. Compose la sua opera in un’epoca compresa fra il 100 e il 127 d.C. Scrisse in tutto sedici satire, divise in cinque libri, secondo un ordine che corrisponde probabilmente alla cronologia della pubblicazione. Morì sicuramente dopo il 127 d.C.
1 Inserisci i dati mancanti nelle notizie sulla vita e l’opera di Cornelio Frontone.
Marco Cornelio Frontone nasce a Cirta in Numidia agli inizi del II secolo d.C. Nel 138 si reca a Roma, dove si dedica all’attività forense; Adriano gli affida l’educazione retorica del futuro imperatore Marco Aurelio. Nel 143 Antonino Pio lo incarica di istruire anche Lucio Vero. Percorre un’onorevole carriera pubblica, fino ad ottenere la carica di consul suffectus. Muore probabilmente intorno al 170. Sino alla fine dell’impero, la sua fama fu affidata al corpus delle opere oratorie, per noi perdute, tranne rari frammenti. Tra il 1815 e il 1819 il cardinale Angelo
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Volume 3
Mai scoprì l’epistolario di Frontone, di grande valore storicodocumentario. Nelle epistole Frontone dà spazio soprattutto alle teorie su lingua e stile, proponendo l’inserzione di arcaismi e volgarismi, e disegnando un nuovo canone di modelli espressivi, pressoché tutti autori dell’età arcaica. 2
Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F). a. F • b. V • c. F • d. V • e. V • f. V • g. F • h. F • i. F • j. V • k. V • l. F 3
1. 2. 3. 4. 5.
Attribuisci a ciascuna opera citata il nome dell’autore. b. e. c. a. d.
Laudes fumi et pulveris De magia Animula vagula blandula Epitoma de Tito Livio Noctes Atticae
Attribuisci a ciascuna delle opere di Apuleio indicate la cronologia, il genere e l’argomento. 4
Apologia a. Cronologia b. Genere c. Argomento
158-159 d.C. orazione di autodifesa confutazione dell’accusa di magia
Florida d. Cronologia e. Genere f. Argomenti
160-170 d.C. discorsi di carattere epidittico i più svariati e curiosi
Metamorphoseon libri XI g. Cronologia non nota: probabilmente pubblicato dopo il 158-159 h. Genere romanzo i. Argomento peripezie di Lucio-asino
Dalla crisi dell’impero alla fine del mondo antico 1 Indica se ciascuna delle seguenti affermazioni è vera (V) o falsa (F).
a. F • b. V • c. V • d. F • e. V • f. V • g. F • h. V • i. F • j. F • k. V • l. V 2
1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 3
Attribuisci a ciascuna opera citata il nome dell’autore.
Attribuisci a ciascuna opera citata il nome dell’autore.
1. Carmen Apologeticum 2. De cultu feminarum 3. De lapsis 4. Divinae institutiones 5. De errore profanarum religionum 6. Exameron 7. Confessiones 8. Vita Martini 9. Vita Antonii 10. Contra Symmachum 11. De consolatione Philosophiae 12. Variae 4
1. 2. 3. 4.
c. g. b. h. d. e. a. f.
Enneadi Relatio de ara Victoriae Carmina figurata Mosella Rerum gestarum libri XXXI Ars minor De rebus bellicis Breviarium ab urbe condita
f. h. b. g. c. j. d. l. e. a. i. k.
Indica il completamento corretto. Diocleziano 380 d.C. Ambrogio montanista
5. 6. 7. 8.
Arnobio Tacito De reditu suo di Rutilio Namaziano Cassiodoro
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Soluzioni delle prove di certificazione linguistica latina
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SOLUZIONI DELLE PROVE DI CERTIFICAZIONE LINGUISTICA LATINA
Volume 1 Livello A
Volume 3 Livello B1
Domitianus
Dalla passione alla moderazione
1. 1, 4, 5, 7, 9, 10, 11, 13
1. 16, 6, 5,11, 4, 7, 12, 13
2. 1F, 2V,3F, 4F, 5V, 6V, 7F, 8F, 9V,10F
2. 1 V; 2 F; 3 F; 4 F; 5 V; 6 V; 7 F; 8 F; 9 V; 10 F.
3. 1c,2a,3d,4b,5c,6c,7a
3. 1c, 2a, 3b, 4a, 5a, 6c, 7a, 8b
4. 1. progressus esset 2. vellet 3. coeperat
4. 1. Eum/Agricolae patrem/Iulium Graecinum accusare Marcum Silanum 2. educaretur 3. mixtae ac bene compositae fuerunt/sunt. 4. hauserat
5. 1c, 2d,3d,4c,5c,6c,7b,8d,9d,10b,11d
5. 1b, 2b, 3d, 4c, 5d, 6c, 7b, 8a, 9b, 10a
Volume 2 Livello B1 Approvigionamenti inopportuni 1. 1, 4, 6, 7, 9, 11, 13, 14 2. 1V, 2V, 3F, 4F, 5V, 6F, 7F, 8V, 9F, 10F 3. 1c, 2b, 3a, 4b, 5b, 6c, 7b, 8c 4. 1. postquam audiverat 2. conscriptae essent.... additae sunt 3. positae essent 4. caesis, C.Ampius praefectus caesus est 5. gesta 5. 1b, 2b, 3c, 4d, 5b, 6c, 7b, 8c, 9a, 10c
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Indice delle rubriche Educazione civica e Cultura e società
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INDICE DELLE RUBRICHE EDUCAZIONE CIVICA E CULTURA E SOCIETÀ
Volume 1
Volume 3
Educazione CIVICA Educazione CIVICA Educazione CIVICA Educazione CIVICA Educazione CIVICA Educazione CIVICA Educazione CIVICA Educazione CIVICA
Educazione CIVICA Educazione CIVICA
Educazione CIVICA Educazione CIVICA Educazione CIVICA Educazione CIVICA Educazione CIVICA Educazione CIVICA Educazione CIVICA
Roma: una città cosmopolita Religione e politica: un dibattito aperto Dalla retribuzione alla riparazione Padri e figli Solidarietà e dignità Schiavi ieri e oggi I molti volti del populismo Impegno, disimpegno e ‘politicamente corretto’ La sfida, la ricerca, il limite Telenaufragi Letteratura e cittadinanza Il processo penale Populismo e democrazia Le origini dello Stato: teorie contrapposte Risparmio e debito
Educazione CIVICA Educazione CIVICA Educazione CIVICA Educazione CIVICA Educazione CIVICA Educazione CIVICA Educazione CIVICA Educazione CIVICA Educazione CIVICA
CULTURA e SOCIETÀ Gli uomini-lupo CULTURA e SOCIETÀ Splendori e miserie della curiositas CULTURA e SOCIETÀ “Prime donne”: Eva, Pandora, Maria
CULTURA e SOCIETÀ Ifigenia sommersa e salvata CULTURA e SOCIETÀ Ospitalità e dono
Volume 2 Educazione CIVICA Educazione CIVICA Educazione CIVICA Educazione CIVICA Educazione CIVICA Educazione CIVICA Educazione CIVICA Educazione CIVICA Educazione CIVICA Educazione CIVICA
Salus, valetudo, humanitas Plinio il Vecchio, eroe del pensiero e dell’umanità Occupati, assediati, allineati Il paternalismo politico, dalla clementia al nudging Scuola e istruzione Dall’indignazione all’hate speech Spunti tacitiani per temi moderni Circonvenzione o plagio? La tolleranza, tra simboli e maschere Carpe diem: l’attimo e l’occasione Damnatio memoriae e cancel culture
I motti virgiliani sullo stemma degli Stati Uniti d’America Il paesaggio e la Nazione Profetiche api Genius Natalis L’amore, passione e amicizia Sessualità e consenso, tra leggi e stereotipi Le metamorfosi di Pigmalione Barbarus hic ego sum Tradimento La storia come narrazione e tradizione
CULTURA e SOCIETÀ Non voltarti! CULTURA e SOCIETÀ Tra fan e stalker CULTURA e SOCIETÀ Veternus, un antico male oscuro
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