I GRANDI CLASSICI LeggerMENTE è la nuova collana di narrativa per la scuola secondaria. Il suo obiettivo principale è offrire ai ragazzi libri classici o inediti, storie di attualità o di fantasia, per riscoprire pagina dopo pagina il piacere della lettura.
Don Chisciotte della Mancia
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www.elilaspigaedizioni.it Questo volume sprovvisto del talloncino a fianco è da considerarsi campione gratuito fuori commercio.
DON CHISCIOTTE
• Schede di approfondimento sulla figura del cavaliere errante • Focus su don Chisciotte nella cultura di tutti i tempi • Incontro immaginario con l’autore • Percorsi di lettura • Caffè letterario
Miguel de Cervantes
Il Don Chisciotte è il primo vero romanzo della letteratura moderna. La vicenda raccontata, con il suo fascino avventuroso, ha attraversato tutte le epoche fino ad arrivare ai giorni nostri: in ogni momento don Chisciotte fa vivere al lettore il suo grandioso sogno di libertà. Le incredibili imprese di questo cavaliere così impacciato, ma allo stesso tempo temerario, ci raccontano come l’animo umano possa farsi coraggio: insieme a don Chisciotte e al suo fedele scudiero Sancio Panza, anche noi troviamo la forza per affrontare sempre nuove sfide.
I GRANDI CLASSICI
Invito alla lettura
€ 7,70
Parte prima Di come don Chisciotte se ne partì col suo scudiero Sancio Panza in cerca di avventure, fino ad essere riportato a casa con la forza e l’inganno. In un imprecisato paese della Mancia1 viveva uno di quei cavalieri, che tengono le armi appese al muro e che vivono con poche cose, potendo contare su altrettanto poche risorse economiche: un ossuto ronzino2, un levriero da caccia, una governante in là con l’età e una giovane nipote, più un garzone che si occupava di lavorare i campi, di fare la spesa e di governare le bestie. L’età del nostro cavaliere sfiorava i cinquant’anni. Era di corporatura vigorosa, secco, col viso asciutto, amante dell’alzarsi presto la mattina e appassionato di caccia. È probabile che si chiamasse Quesada o forse Quijana, ma poco importa del nome. L’importante è che il racconto non si scosti dalla verità dei fatti. Bisogna sapere che il detto gentiluomo, nei momenti in cui non faceva nulla, cioè quasi sempre, leggeva molti libri di cavalleria, la sua vera passione. Arrivò a vendere alcune delle sue terre, per potersi comprare quei libri e trascurò tutte quante le sue già rare occupazioni. Le dichiarazioni d’amore, i ragionamenti ingarbugliati, le avventure dei prodi cavalieri, lo tenevano sveglio a leggere anche la notte. Stava proprio perdendo il giudizio3. Discuteva dei suoi cavalieri preferiti con il curato del paese, La Mancia è un territorio autonomo della Spagna centrale, la cui capitale è Toledo. 2 Il ronzino è un cavallo non di razza e per questo di minor pregio. 3 Stava diventando matto. 1
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uomo colto e laureato, senza tralasciare le critiche agli errori contenuti nelle storie. C’era un tale che aveva ricevuto così tante ferite in battaglia, poi curate da abili chirurghi, che non avrebbe potuto mostrare più nemmeno un pezzetto di pelle senza cicatrici. Cionondimeno il nostro cavaliere non perdeva la passione per quelle storie strampalate. Anzi, ci si tuffava ancora di più, inseguendo le avventure dei migliori eroi, come Rinaldo da Montalbano, sempre in lotta con quel traditore di Gano di Magonza. Avrebbe dato la governante e perfino la nipote, per poter dare una scarica di calci a quel Gano! Quijana leggeva così tanto che a volte avrebbe voluto prendere una penna e finire lui la storia. Questa smania4 lo condusse rapidamente ad una decisione ancora più folle della sua stravagante mania di lettura: sarebbe diventato un cavaliere errante, per accrescere il proprio nome, per servire la patria e per trovare tutte quelle avventure, che fino a quel momento aveva letto solo sulle pagine dei libri preferiti. Ripulì le sue vecchie armi arrugginite, aggiunse senza troppo successo alcuni miglioramenti con del debole cartone e prese con sé il suo destriero, un ronzino malandato, che però per lui era pari a Bucefalo di Alessandro Magno e al Babieca del Cid5. Decise di battezzare il suo cavallo donandogli un nome adatto e, dopo infiniti tentativi andati a vuoto, si decise per Ronzinante. Lui invece, dopo altri otto giorni di ripensamenti vari, sarebbe stato don Chisciotte della Mancia, che a parer Stato di agitazione, causato da una forte tensione nervosa. Si tratta di due cavalli leggendari, imponenti e forti. Pare che Bucefalo, il destriero di Alessandro Magno, fosse il primo purosangue cavalcato in battaglia, poiché fino a quel momento i cavalli venivano usati solo per spostarsi e non per combattere.
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che vi attacca!” continuò, senza potersi alzare, finché non sopraggiunse lo scudiero a raddrizzarlo. Don Chisciotte rimase tutto piegato da un lato per la botta ricevuta, ma senza lamentarsi perché non è dato ai cavalieri erranti di lamentarsi per ferita alcuna, quand’anche gli escano fuori le budella. Sancio Panza si preoccupava che anche lui non potesse lamentarsi, ma don Chisciotte lo rassicurò, affermando che i codici cavallereschi non prescrivevano nulla sulla condotta degli scudieri, che quindi potevano lamentarsi e soprattutto cibarsi a piacimento. Non l’avesse mai detto! Sancio Panza, a cavallo del suo asino, iniziò a mangiare lentamente ciò che aveva portato nella bisaccia. Vederlo nutrirsi così di gusto e sollevare l’otre per bere con tanto piacere avrebbe fatto venire l’invidia anche al più raffinato taverniere di Malaga20. I due si fermarono per la notte in una foresta. Sancio Panza dormì tanto profondamente che non l’avrebbero svegliato neanche il canto degli uccelli e i raggi del sole in faccia, sazio com’era. Don Chisciotte, che invece si nutriva di memorie cavalleresche, rimase a vegliare pensando alla sua Dulcinea e costruendo una nuova lancia coi rami strappati ad una quercia lì vicino. Il giorno dopo la strana coppia incrociò sul cammino una nuova pericolosa avventura. Una carrozza con drappello21 al seguito si presentò davanti al cavaliere errante. “Gente diabolica e smisurata, lasciate all’istante le alte principesse che portate a forza, o apparecchiatevi a soffrire una morte immediata, a meritato castigo delle Città a sud della Spagna, caratterizzata da un’atmosfera allegra e variopinta. Piccolo gruppo di uomini armati riuniti sotto la stessa bandiera.
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Titolo Il cavaliere errante Il cavaliere errante è una figura della letteratura medievale. L’aggettivo “errante” (cioè viaggiatore, girovago) indica la consuetudine del cavaliere di viaggiare per vasti territori in cerca di avventure, allo scopo di dimostrare il proprio valore. Si tratta di un personaggio che si ispira alla figura tipica del cavaliere medievale, un vero e proprio mestiere che andò sempre più specializzandosi nel tempo. Tra il XII e il XIII secolo nacquero un’etica e un codice di comportamento del cavaliere, che veniva addestrato fin dalla fanciullezza, quindi armato con un equipaggiamento adatto. La prima apparizione nota del termine “cavaliere errante” fu nel poema del XIV secolo Sir Gawain e il Cavaliere Verde. I cavalieri erranti più famosi in letteratura, insieme a don Chisciotte della Mancia, furono quelli del ciclo di Re Artù e della Tavola Rotonda: ad esempio Sir Galaad, che riuscì a trovare il Sacro Graal, la leggendaria coppa in cui bevve Gesù Cristo durante l’ultima cena; oppure Lancillotto, il più valoroso e fedele amico di Re Artù. L’investitura di un cavaliere era un evento molto solenne, che prevedeva regole ben precise. La cerimonia iniziava con la celebrazione dell’Eucaristia, dove il sacerdote ricordava al cavaliere gli obblighi che stava per assumere e benediceva le armi che gli sarebbero poi state consegnate. Il futuro cavaliere si presentava al signore, si inginocchiava davanti a lui e gli giurava fedeltà tenendo la mano destra su un oggetto sacro, così che il patto acquistava un carattere sacro. Una volta compiuti questi riti, il signore procedeva alla concessione del feudo (che consisteva quasi sempre in un pezzo di terra) consegnando al cavaliere un oggetto simbolico che rappresentava il feudo. 158
Il cavaliere doveva seguire regole ben precise, allo scopo di difendere il suo onore e quello del signore: combattere per la fede, essere sottomesso al feudatario, mantenersi fedele alla parola data, proteggere i deboli, le vedove e gli orfani, combattere l’ingiustizia, essere puro di cuore, sano di corpo e di animo generoso. Se un cavaliere violava le leggi della cavalleria, veniva degradato. La cerimonia della degradazione era terribile: il cavaliere indegno veniva condotto sulla piazza principale della città , accompagnato da un corteo di cavalieri vestiti a lutto, e veniva posto su un cavallo di legno dove gli si toglievano, uno ad uno, tutti i pezzi dell’armatura dinanzi al popolo riunito, che lo copriva di scherno.
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Incontro immaginario con l'autore Miguel de Cervantes (1547-1616)
Raccontaci qualcosa della tua infanzia. Nacqui il 9 ottobre 1547 in Castiglia, per la precisione a Alcalà de Henares, ma la mia famiglia non si fermò mai nello stesso posto a lungo: andavamo peregrinando in cerca di quei pochi guadagni che potevano garantirci di che vivere. Dopo un lungo peregrinare ci stabilimmo a Madrid. Come coltivasti la tua attitudine di scrittore? Fin da subito decisi che per la mia formazione non sarebbero state sufficienti le pagine dei libri: volevo ispirarmi alla vita, all’esperienza e all’avventura. Ma la mia voglia di vivere mi procurò qualche guaio: a 22 anni mi attribuirono l’accoltellamento
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di un tal Antonio de Segura. Anche se non fui io a ferirlo, fuggii e giunsi in Italia, dove imparai da autodidatta le lettere e la retorica. Cosa accadde in seguito? Intrapresa la carriera militare, nel 1571, mi imbarcai come archibugiere sulla galea Marquesa, che faceva parte della flotta della Lega Santa (costituita dal Papa contro gli Ottomani). Ma qui la mia vita ebbe una svolta: era il 7 ottobre e avevo una brutta febbre ma volli combattere lo stesso, nei pressi di Lepanto (in Grecia). Dopo una cruenta battaglia vincemmo, arrestando così per sempre l’espansione dei musulmani in Europa. Io fui ferito e ci rimisi l’uso della mano sinistra. Durante il mio ritorno in Spagna, fui
fatto prigioniero dai Turchi per ben cinque anni. Fui venduto come schiavo e in quel periodo scrissi delle opere teatrali. Come tornasti in Spagna? Fui riscattato da fra Juan Gil e nel 1580 lasciai Algeri per riabbracciare finalmente la mia terra. Assunto dal Ministero delle Finanze come esattore, nel 1597 fui accusato di aver sottratto denaro pubblico e venni sbattuto in carcere per sette mesi. Qui cominciai a lavorare al mio Don Chisciotte. Ci puoi parlare, allora, della tua opera? In carcere mi dedicai a inventare un personaggio, un cavaliere errante fuori di testa, ma capace di grandi sogni e di grandi imprese. Creai inoltre la figura dello scudiero Sancio Panza, un rozzo contadino incapace di tenere la lingua in bocca, sempre smanioso di riempirsi la pancia e le tasche. Buttai giù la prima parte dell’opera, ancora a grandi linee. Nel 1605 finalmente uscì la prima parte di Don Chisciotte della Mancia. Il romanzo ebbe successo? La storia del mio El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha era sulla bocca di tutti, al punto che l’appellativo di don Chisciotte veniva usato già allora per indicare qualcuno un po’ strano. Il mio obiettivo era
quello di ironizzare sulle esagerazioni dei libri di cavalleria, così di moda ai miei tempi, creando un personaggio che fosse una parodia degli eroi cavallereschi. Don Chiosciotte si muove in un mondo quotidiano e banale, ben diverso dagli sfondi esotici e incantati di quella letteratura, tuttavia egli interpreta il mondo circostante come se si trovasse in un libro di cavalleria. Ai suoi occhi le osterie sono castelli, le prostitute dame, i mulini a vento giganti; greggi di pecore e montoni gli appaiono come eserciti nemici in battaglia; pericolosi galeotti si tramutano in vittime innocenti perseguitate e da salvare. Nessuno, neppure Sancio, riesce a fermarlo e a ricondurlo alla ragione; puntualmente, però, i suoi sogni s’infrangono contro la realtà, provocando la sua sconfitta. Per concludere l’intervista, con quali parole sintetizzeresti la tua vita? Le cronache dicono che fui seppellito nel Convento dei Trinitari Scalzi di Madrid, ma non si sa di preciso dove riposi il mio corpo. Condussi una vita avventurosa, donando tutto me stesso al valor militare, alla famiglia, ai lettori, senza guadagno e onori. Posso dire che sulla mia lapide vorrei vedere scritte queste parole: Mai nessun uomo ha avuto dalla vita così poco e le ha dato tanto.
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Percorsi di lettura CAMMIN FACENDO
1 A che genere è riconducibile il romanzo che hai appena letto? n Realistico. n Fantastico. n Avventuroso. n Drammatico. 2 Perché don Chisciotte decide di diventare un cavaliere errante? n Perché vuole diventare famoso. n Perché vuole assomigliare ai cavalieri della letteratura. n Per un antico giuramento. n Per conquistare un regno.
3 Chi è Aldonza Lorenzo? n La dama inventata da don Chisciotte. n La governante di don Chisciotte. n La contadina che diventa la dama di don Chisciotte. n L’amica d’infanzia di don Chisciotte.
4 Perché don Chisciotte si fa toccare la spalla con la spada dal locandiere? n Per giurare fedeltà al locandiere. n Perché è un segno di buona sorte. n Perché questo è il gesto di sottomissione a un re. n Perché questo è il gesto dell’investitura a cavaliere. 5 Don Chisciotte salva dalla punizione un giovane pecoraio ladruncolo. Il suo padrone cede alle minacce del cavaliere. Quando don Chisciotte se ne va, cosa fa il proprietario del gregge? n Si rende conto di aver esagerato e riassume il giovane. n Caccia via il giovane perché non si fida più. n Riprende a picchiare il giovane peggio di prima.
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Percorsi di lettura
n Fugge inseguito dal giovane, che si vuole vendicare delle botte.
6 Come si chiama la dama che ispira l’amor cortese a don Chisciotte? n Dulcinea della Mancia. n Ginevra del Toboso. n Dulcinea del Toboso. n Lucrezia della Mancia. 7 Che cosa fanno gli amici e la famiglia di don Chisciotte, quando lo vedono tornare a casa malconcio e in stato confusionale? n Lo mettono a letto e decidono di bruciare i pericolosi libri di cavalleria. n Lo mettono a letto e decidono di rinchiuderlo in casa per non farlo ripartire. n Lo fanno ricoverare in un manicomio. n Lo riforniscono di nuove armi e lo lasciano ripartire. 8 Perché Sancio Panza accetta di diventare lo scudiero di quello strano cavaliere che è don Chisciotte? n Perché è stanco della vita in famiglia e vuole provare il brivido dell’avventura. n Perché deve fuggire dai creditori. n Perché vuole cambiare lavoro e non stare più nei campi. n Perché spera di guadagnare denaro, terre e nobiltà. 9 Don Chisciotte ad un certo punto sfida in battaglia dei giganti. In realtà che cosa sono i giganti? n Delle creature mostruose mandate dal demonio. n Degli spaventapasseri, messi lì per spaventare i corvi. n Dei mulini a vento. n Il solo frutto della sua fantasia.
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