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Decameron-Novelle scelte-ESTRATTO

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DECAMERON Novelle scelte

a cura di Alessandro Mazzaferro

Gruppo Editoriale ELi

DECAMERON Novelle scelte

a cura di Alessandro Mazzaferro

Gruppo Editoriale
ELi

Giovanni Boccaccio

Decameron – Novelle scelte

A cura di Alessandro Mazzaferro

Responsabile editoriale: Beatrice Loreti

Art director: Marco Mercatali

Responsabile di produzione: Francesco Capitano

Redazione: Carla Quattrini

Progetto grafico: Sergio Elisei

Impaginazione: CentroImmagine

Illustrazioni: Michela Ameli (Glifo Design)

Copertina: Adami Design

Illustrazione: Michela Ameli (Glifo Design)

Foto: Shutterstock, Archivio ELI-La Spiga Edizioni

© 2013 ELI – La Spiga Edizioni

Via Brecce – Loreto tel. 071 750 701 leggermente@laspigaedizioni.it www.gruppoeli.it

Stampato in Italia presso

Tecnostampa - Pigini Group Printing Division - Loreto - Trevi 13.83.116.5

ISBN 978-88-468-3129-3

Le fotocopie non autorizzate sono illegali. Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione totale o parziale così come la sua trasmissione sotto qualsiasi forma o con qualunque mezzo senza previa autorizzazione scritta da parte dell’editore.

Nota introduttiva

Firenze, 1348.

La città è devastata da un’epidemia di peste: tutte le regole sociali spariscono travolte dall’ondata di morte nera che miete moltissime vittime. Gli uomini cercano in ogni modo di sfuggire a quella che credono una punizione divina.

In questo contesto di morte, dieci giovani di elevata condizione sociale cercano di trovare scampo ritirandosi in campagna, nel tentativo di ricreare un mondo perfetto, separato dalla terribile realtà cittadina.

Le sette donne e i tre uomini per passare il tempo, visto che di tutte le questioni pratiche si occupano i loro servitori, oltre a danzare, cantare e giocare, per dieci giorni si raccontano delle storie (o novelle): ogni giorno, ogni giovane ne narra una (quindi le novelle in tutto sono cento).

Proprio la durata temporale dei racconti dà il titolo all’opera: Decameron infatti in greco significa ‘dieci giorni’.

È questa senza dubbio l’opera più famosa di Boccaccio e in assoluto tra le più importanti della letteratura italiana. Il successo di questo libro fu talmente clamoroso, che per secoli chi voleva scrivere in prosa doveva usare lo stile della prosa del Decameron come modello.

Giornata prima – Introduzione

Comincia la prima giornata del Decameron, nella quale, dopo la dimostrazione fatta dall’autore, per che cagione avvenisse di doversi quelle persone, che appresso si mostrano, ragunare a ragionare insieme, sotto il reggimento di Pampinea si ragiona di quello che più aggrada a ciascheduno1 .

Era il 1348, quando nella città di Firenze, città fra le più belle d’Italia, giunse la mortifera pestilenza: essa, o a causa della posizione degli astri o come punizione mandata da Dio per correggere le nostre opere inique2, dopo che era iniziata in Oriente e avendo lì causato infiniti morti, si era diretta verso Occidente.

Arrivò in città ad inizio primavera3 e nulla sembrava poterla arrestare: a nulla servivano i provvedimenti degli uomini assennati4, a nulla le leggi degli ufficiali per ripulire la città, a nulla tenere lontano i malati e impedire loro di entrare in città, a nulla le lunghe processioni e preghiere infinite fatte dai devoti.

Si presentò in una forma diversa da quella della peste orientale: lì bastava uscisse sangue dal naso per essere certi

1 Tutte le giornate e le novelle del Decameron sono introdotte da una rubrica (che troverai sempre sotto il titolo nella lingua originale di Boccaccio), in cui l’autore sintetizza il contenuto di quello che verrà raccontato. Il termine rubrica nasce dall’abitudine medievale di scrivere in rosso (ruber) i titoli, i sommari e le lettere iniziali. Oggi il significato di rubrica è un po’ diverso, indica ............. .................................................................................................................................................

2 inique: le opere che Dio deve correggere sono: 1. □ giuste 2. □ malvagie 3. □ incomplete.

3 Quindi in che mese? ....................................................................................................

4 assennati: pieni di senno, quindi: 1. □ coraggiosi 2. □ valorosi 3. □ saggi.

del contagio5 e della prossima morte; qui invece si mostrava con certi bubboni grandi come una mela o un uovo, chiamati gavoccioli, che apparivano nell’inguine o sotto le ascelle. E in poco tempo poi, il bubbone si diffondeva in ogni altra parte: le persone erano piene di macchie nere o livide, di dimensioni diverse, poche o molte, rade o spesse, ma in ogni caso presagio di sicura morte.

Nessuna cura o medicina pareva avere effetto, sebbene molti in quel momento si fossero trasformati in medici: di certo pochissimi guarivano, quasi tutti entro il terzo giorno dall’apparizione di quei mortiferi segni, chi prima e chi dopo, e quasi sempre senza febbre o altri malanni, morivano.

Inoltre questa pestilenza ebbe anche una maggior forza perché dai malati passava rapidamente ai sani, come il fuoco che passa alle cose secche che gli sono vicine. Ma non solo: bastava toccare i vestiti o qualunque altra cosa fosse stata usata dai malati per contagiarsi.

Vi fu un altro fatto straordinario che accadde, che se non l’avessi visto con i miei occhi, non lo crederei anche se me l’avessero raccontato persone degne: questa malattia non solo da uomo a uomo si passava, ma anche da uomo ad animale. Vidi ad esempio gli stracci di un pover uomo appena morto buttati per strada presi come d’abitudine da due grandi maiali con i loro denti: poco dopo le due bestie caddero morte a terra sopra quei panni che stavano tirando.

A causa di tutto ciò, nelle persone non contagiate, nascevano molte paure e immaginazioni e tutti cercavano di evitare contatti con i malati e le loro cose, pensando così di salvarsi.

5 contagio: trasmissione della malattia.

Per scampare alla peste, alcuni credevano si dovesse vivere con moderazione, senza cose superflue: vivevano perciò separati da tutti gli altri in quelle case dove nessuno si era mai ammalato, mangiando cibi delicati e senza aver comportamenti che potessero essere nocivi, senza nemmeno voler sentire parlare dei morti che intanto vi erano nella città.

Altri invece credevano si dovesse bere e mangiare e soddisfare ogni desiderio, che solo questa potesse essere la medicina contro la malattia: passavano quindi da una taverna all’altra, giorno e notte bevendo oltre ogni limite, e prendevano ciò che volevano nelle case che ormai erano abbandonate o diventate luoghi di pubblico accesso. L’unica loro attenzione era quella di evitare i malati.

Nel frattempo le leggi della città e anche quelle di Dio erano cadute in miseria, anche perché chi doveva farle rispettare, come gli altri uomini, o era morto o malato o comunque colpito dalla disgrazia, così che il proprio compito non lo poteva più esercitare. Ad ogni uomo era ormai lecita qualsiasi azione.

La maggior parte comunque viveva seguendo la via mediana tra i due estremi: non eliminava ogni cosa superflua nel cibo come i primi, né si lasciava andare nelle dissoluzioni come i secondi. Cercava di usare tutto nella giusta misura, uscendo anche per strada, con nelle mani dei fiori o delle erbe odorifere, credendo che fosse un utile rimedio confortare il corpo con quegli odori, mentre tutta la città respirava il puzzo tremendo dei corpi morti e malati e delle medicine che prendevano.

Qualcuno ricorreva a un rimedio estremo: fuggire, lasciare la città. Così abbandonava la propria casa, i parenti e le proprie cose, come se l’ira di Dio si fosse abbattuta non per punire il comportamento di tutti gli uomini, ma solo di chi vivesse dentro le mura della città.

Ormai ogni cittadino aveva schifo del vicino e nessuno andava a far visita ai parenti: era così grande lo spavento, che un fratello abbandonava l’altro e lo zio il nipote e la sorella il fratello e molte volte la donna il marito; e (sebbene la cosa sia quasi incredibile), i padri e le madri abbandonavano i figlioli, quasi non fossero loro.

Quindi per i malati, nessun altro aiuto rimase che o la carità degli amici (e ce ne furono pochi) o l’avarizia dei servitori, che continuavano a lavorare ma solo per grandi salari6. Perciò molte persone morirono che, se fossero state aiutate, sarebbero guarite.

In ogni caso la moltitudine di gente che moriva di giorno in giorno, di notte in notte, fu straordinaria.

Anche i funerali cambiarono: non si radunava più nessuno davanti alla casa del defunto, con le donne in pianto nella casa; raramente si trovava un funerale con più di dieci persone, né alcuno veniva portato in spalla dagli amici, ma era nato un nuovo mestiere, quello dei becchini, che per molti soldi trasportavano il feretro7 alla chiesa più vicina dove in fretta qualche chierico lo faceva seppellire.

Tra i poveri moltissimi si ammalavano e quasi tutti morivano senza aiuto né conforto religioso: venivano scoperti, per la puzza, morti in casa oppure venivano trasportati in strada, di giorno e di notte, dai vicini più per paura del contagio che per carità cristiana. Anche le bare non bastavano più, e spesso una sola tavola di legno trasportava più persone, padri e madri, fratelli e sorelle.

Questo flagello, che colpì la nostra città, non risparmiò nemmeno il contado: lì le famiglie dei lavoratori, senza al-

6 salari: sono le retribuzioni, i compensi per un lavoro. Trova un altro sinonimo ...................................................................................................................................

7 feretro: la bara.

cun aiuto da parte di medico o servitore, di giorno e di notte, in casa o nei campi, non come uomini ma come bestie, morivano. E per questa ragione smettevano di occuparsi dei loro campi ed animali e pensavano solo a consumare quello che avevano già prodotto in attesa che la morte li prendesse. Così tutte le bestie, i buoi, gli asini, le pecore, le capre, i porci, i polli e anche i cani solitamente fedelissimi agli uomini, se ne andavano liberi.

Solo a Firenze in questi mesi, da marzo a luglio, si stima ci siano stati più di centomila morti: quanti palazzi di nobili signori, pieni di donne, uomini e bambini, rimasero vuoti! Quanti giovani, quante belle donne, che sembravano il ritratto della salute, alla mattina mangiarono con i propri cari e la sera seguente cenarono con i propri antenati!

In questa situazione un martedì mattina, nella chiesa di Santa Maria Novella praticamente deserta, dopo aver assistito alla messa, si ritrovarono sette giovani donne, tutte tra loro amiche o parenti, tutte tra i 18 e i 28 anni, tutte sagge, belle e di costumi nobili. Di queste donne non dirò i nomi reali, per evitare che qualche invidioso possa usare quanto qui raccontato per infangare la loro onestà. Perciò darò loro nomi inventati: Pampinea, Fiammetta, Filomena, Emilia, Lauretta, Neifile ed Elissa8. Tra loro iniziarono a ragionare della terribile situazione in cui la città versava, con i morti ad ogni angolo e senza ormai più pietà né legge. Così discorrendo, Pampinea propose alle altre di fuggire, come già altri avevano fatto, in un luogo isolato e lontano, per vivere onestamente: del resto erano rimaste oramai sole, senza

8 I nomi hanno dei significati particolari che riflettono il carattere delle donne: Pampinea significa ‘rigogliosa’, Fiammetta è il nome della donna amata da Boccaccio, Filomena ‘amante del canto’, Emilia ‘colei che lusinga’, Lauretta omaggio alla Laura di Petrarca e alla poesia, Neifile ‘nuova all’amore’, Elissa altro nome di Didone.

nessuno da accudire a casa. Non avrebbero avuto la certezza di scampare alla morte, ma certamente non sarebbero rimaste ogni istante a vedere cadaveri per strada e a sentire il putrefarsi dei corpi.

Perciò le donne prontamente accolsero l’idea di Pampinea di allontanarsi dalla città, seguite solo da qualche serva e portando solo ciò che era necessario. Ma Filomena le fermò, dicendo: «Amiche, ciò che dice Pampinea è giusto, ma sono certa che dobbiamo anche cercare l’aiuto di qualche uomo, perché delle donne da sole non riuscirebbero a sopportare questa impresa, prese da mille paure e sospetti».

Aggiunse allora Elissa: «Gli uomini sono la guida delle donne e raramente le donne senza la loro presenza riescono a portare a termine un’impresa. Ma come potremo avere con noi degli uomini? I nostri parenti o sono morti o sono fuggiti con chissà quale compagnia e cercare degli estranei non starebbe bene per donne oneste come noi».

Proprio in quel momento, nella chiesa entrarono tre giovani, della loro stessa età, tutti e tre di buoni costumi: erano Panfilo, Filostrato e Dioneo9. Stavano proprio cercando tre delle sette donne lì presenti, per cui provavano molto amore.

Pampinea avrebbe voluto subito chiamarli per renderli partecipi dei loro piani, ma Neifile, che era una delle tre donne amate, diventata tutta rossa, si oppose, facendo notare come qualcuno avrebbe potuto male interpretare il loro invito.

Filomena allora disse: «Se io vivo onestamente e la mia coscienza è sempre a posto, può parlare chi vuole: Dio e la

9 Anche i tre uomini hanno nomi d’invenzione. Panfilo significa ‘tutto amore’, Filostrato ‘vinto d’amore’ (ma qui Boccaccio sbaglia l’etimologia, perché in realtà il nome significa ‘amante della guerra’) e Dioneo ‘amante di Venere’, cioè dei piaceri.

Verità mi difenderanno sempre. Se quindi questi ragazzi fossero disposti a venire con noi, vorrà dire che la Fortuna ci accompagna in questa impresa».

A queste parole tutte si convinsero; così Pampinea, che era parente di uno dei giovani, si mosse verso loro e raccontò la loro idea. I tre ragazzi, che inizialmente pensarono che le donne volessero prenderli in giro, accettarono l’invito e diedero ordine ai loro servi di preparare ogni cosa e di inviarla in anticipo alla villa.

Così il giorno seguente, che era un mercoledì, all’alba, le donne e i tre giovani partirono e arrivarono al luogo stabilito, che si trovava solo due miglia10 fuori dalla città. Era un luogo isolato, sopra una piccola montagna con molti boschetti, alla sommità della quale stava un palazzo con un grande e bel cortile nel mezzo, con molte logge, sale e camere tutte bellissime e decorate con pitture; intorno vi erano giardini meravigliosi, pozzi d’acque freschissime e con botti piene di preziosi vini, adatti più a raffinati bevitori che a sobrie e oneste donne.

Giunti quindi nella sala iniziarono a pensare a come avrebbero trascorso le giornate, decisi a lasciarsi alle spalle le sofferenze della città e pronti a divertirsi. Così Pampinea propose, per rendere gioioso ogni istante, di eleggere tra loro un sovrano ogni giorno, che avrebbe comandato e preso le decisioni su come passare il tempo. Per evitare che a qualcuno venisse invidia, a turno tutti sarebbero stati il re o la regina del giorno. A tutti piacque l’idea e all’unanimità elessero come prima regina proprio lei: Filomena corse ad una pianta di alloro e intrecciò una corona che le mise sul capo.

10 due miglia: circa tre kilometri e mezzo.

Pampinea assegnò per prima cosa ad ogni servo o ancella che li aveva accompagnati un compito, in modo che il loro soggiorno non dovesse avere nessuna incombenza pratica da sbrigare. Poi diede ai suoi nove compagni appuntamento per l’ora terza11 per mangiare insieme. Dopo aver mangiato, suonarono e ballarono carole12, quindi ognuno andò a riposare nelle proprie stanze.

All’ora nona13 la regina fece alzare tutti, poiché fa male alla salute dormire troppo di giorno, e si sistemarono in un giardino che stava all’ombra. Disse Pampinea: «Qui è fresco ed è un luogo meraviglioso. Potremmo, se volessimo, passare il tempo a giocare a qualche gioco, ma credo che il nostro animo si turberebbe perché qualcuno vincerebbe e altri perderebbero, rovinandosi l’umore. Potremmo invece, mentre il sole è alto, raccontarci a turno delle storie». Tutti accettarono l’idea. Concluse quindi Pampinea: «Per questa prima giornata, il tema delle vostre novelle sarà libero, ognuno potrà raccontare ciò che vuole».

11 Nel medioevo le ore si contavano dall’alba e perciò non corrispondono con precisione alle nostre. In generale l’ora terza indica le nostre ore nove (del mattino).

12 carole: tipiche ........................ medievali, eseguite da più persone che, cantando, girano in tondo.

13 Quindi a che ora? .........................................................................................................

La peste

L’ondata di peste che travolse l’Europa a metà del Trecento fu portata da dodici galere provenienti da Caffa, colonia genovese sul mar Nero: vi era stato un lungo assedio e, per espugnare la città, il khan mongolo Djanisberg pensò di catapultare dentro le mura dei cadaveri di uomini morti per una misteriosa malattia. La città si arrese poco dopo, colpita dal contagio. Alcuni genovesi però riuscirono a scappare con dodici galere e tornare a casa, portando con sé anche le pulci del topo nero e quindi il bacillo della peste nera. Questa fu una delle epidemie più mortali della storia: sebbene i dati non siano certi, si presume che un uomo su tre morì a causa della peste tra il 1347 e il 1351 in Europa: 25 milioni di persone morte su una popolazione di 75!

Dal 1894 noi sappiamo che la causa della malattia è un batterio, chiamato Pasteurella pestis dal suo scopritore Yersin (oggi infatti il bacillo si chiama Yersinia pestis), che si trasmette all’uomo tramite la puntura delle pulci infette o tramite il contatto con una persona infetta e soprattutto oggi sappiamo anche curarla.

Nel medioevo invece le cause della malattia furono ricercate nel soprannaturale, l’epidemia fu considerata una punizione divina per i comportamenti peccaminosi degli uomini: si organizzarono processioni e preghiere (aumentando di fatto il contagio). Per i medici la spiegazione stava nell’influsso delle stelle o nell’aria malsana e il consiglio più diffuso era quello di bruciare incensi e profumi e affidarsi ad amuleti e portafortuna.

La paura della morte infine causò anche atti di follia di massa: alcuni si lasciarono andare e iniziarono a vivere come delinquenti, altri cercarono di addossare la colpa (l’accusa era quella di avvelenare l’acqua dei pozzi) a gruppi sociali minoritari, come gli ebrei, gli stranieri o i lebbrosi, che spesso furono massacrati dalla follia della folla.

Rappresentazione della morte causata dalla peste nera in un affresco del XV secolo conservato a Palermo.

Giornata prima

Novella terza

Melchisedech e il Saladino

Melchisedech giudeo1 con una novella di tre anella cessa un gran pericolo dal Saladino apparecchiatogli.

Iniziò a raccontare Filomena.

Mi torna in mente lo strano caso capitato a un giudeo, che può insegnarvi quanto sia importante rispondere con cautela alle domande che vi vengono poste. Infatti, amorose compagne, dovete sapere che, come la sciocchezza spesse volte fa passare uno da uno stato di felicità a uno di grandissima miseria, così la ragione salva il saggio da grandissimi pericoli. E che la sciocchezza conduca da buono stato in miseria, lo si vede da molti esempi, che è anche inutile raccontarne, visto che ogni giorno ce n’è data prova. Ma che la ragione porti consolazione, come promisi, lo mostrerò tramite una novelletta.

Il Saladino2, uomo tanto valoroso che non solo da umili origini riuscì a diventare sultano di Babilonia, ma ottenne anche molte vittorie contro re saraceni e cristiani, una volta, dopo che aveva speso in molte guerre e opere tutto il suo tesoro, avendo bisogno di molto denaro e non sapendo come

1 giudeo: ebreo, di religione ebraica.

2 Saladino: Salah-al-Din (1138-1193) fu sultano d’Egitto (qui Babilonia). Nel Medioevo fu il protagonista di moltissimi racconti (quasi tutti inventati) che lo rappresentavano come un esempio di perfetto signore, modello di virtuoso cavaliere, sebbene musulmano. Molte notizie sulla sua vita, come quella qui riportata delle umili origini, erano totalmente prive di fondamento.

Melchisedech e il Saladino

procurarselo, si ricordò di un ricco giudeo, il cui nome era Melchisedech, il quale prestava ad usura3 ad Alessandria. Melchisedech però era così avaro che spontaneamente non avrebbe mai dato i suoi denari al Saladino, né il sultano voleva costringerlo con la forza. Così, cercando un modo per ottenere dal giudeo quello che gli occorreva, il Saladino decise di procacciarsi il denaro con della forza ammantata4 di ragione: gli avrebbe posto una domanda e alla risposta errata dell’uomo, l’avrebbe costretto a pagare una salata multa. Lo fece chiamare, lo accolse con gentilezza, lo fece sedere accanto a sé e quindi gli disse:

«Valente uomo, molte persone mi hanno detto che tu sei un uomo assai saggio e sei molto preparato nelle cose di Dio: perciò io vorrei sapere da te quale delle tre religioni tu reputi la vera, quella giudaica, musulmana o cristiana?»

Il giudeo, che era veramente un uomo saggio, capì benissimo che l’intenzione del Saladino era quella di coglierlo in fallo e che se avesse scelto una qualsiasi delle tre religioni, il sovrano avrebbe comunque trovato il modo per ottenere ciò che voleva. Così aguzzò l’ingegno e rispose:

«La domanda, mio signore, che mi avete posto è molto bella e per dare una risposta adeguata è opportuno che io vi racconti una storia: c’era un uomo ricchissimo che, tra i tanti tesori che possedeva, aveva anche un anello bellissimo e molto prezioso. Proprio per queste sue peculiarità, decise che l’anello sarebbe passato a uno solo dei suoi figli e questi, una volta entrato in possesso dell’anello, sarebbe diventato erede di ogni bene e gli altri fratelli l’avrebbero dovuto onorare come primogenito.

3 prestava ad usura: prestava i soldi chiedendo in cambio un interesse molto alto sulle somme date.

4 ammantata: rivestita.

E così avvenne per molte generazioni, finché arrivò a un padre che aveva tre figli tutti e tre belli, virtuosi, obbedienti. I tre ragazzi conoscevano bene la consuetudine del passaggio dell’anello, così ognuno, desideroso di venire scelto, pregava il padre, ormai vecchio, di lasciargli l’anello.

L’uomo, che li amava allo stesso modo, non sapendo a chi donare il prezioso anello e avendolo promesso a tutti e tre, in gran segreto chiese a un bravo orefice di realizzarne altri due. Questi erano così somiglianti al primo, che a mala pena lo stesso orefice poteva distinguerli. L’uomo, poco prima di morire, sempre in segreto, ad ogni figlio diede un anello.

Alla sua morte, tutti e tre i figli reclamarono il diritto ad avere l’eredità e il rispetto degli altri e come prova portarono l’anello che avevano ricevuto. Ma trovandosi con tre anelli così simili che nessuno sapeva riconoscere il vero dai due falsi, non riuscirono a risolvere la questione di chi fosse il vero erede e ancora oggi infatti la questione è pendente.

Allo stesso modo, mio signore, per la questione della religione che mi avete posto: ogni fede crede a buon diritto di essere la vera erede delle leggi del Signore, ma quale delle tre veramente abbia ragione è come per i tre fratelli e l’anello, ossia la questione è ancora pendente».

Il Saladino riconobbe che il giudeo era riuscito a sfuggire alla trappola che gli aveva teso, così decise di chiedergli da amico se voleva prestargli del denaro, raccontandogli quali erano state le sue vere intenzioni. Il giudeo liberamente diede al Saladino quanto aveva bisogno e dopo un po’ riebbe tutta la somma che aveva prestato e molti altri doni, tra cui, l’amicizia e la considerazione del sovrano.

Giornata seconda

Novella

prima

Martellino e san Arrigo

Martellino, infignendosi attratto, sopra santo Arrigo fa vista di guarire, e, conosciuto il suo inganno, è battuto e poi preso; e in pericolo venuto d’esser impiccato per la gola, ultimamente scampa.

Neifile, su comando della regina Filomena, cominciò a raccontare.

Spesse volte è capitato che chi si è ingegnato per far beffa agli altri, soprattutto su quegli argomenti che sono da rispettare, si sia ritrovato a sua volta beffato e danneggiato, come questa novella ben dimostra.

Non molto tempo fa, a Treviso, abitava un uomo di Bolzano, di nome Arrigo. Egli era assai povero e per guadagnare qualcosa faceva il facchino, ma, nonostante questo, la popolazione lo riteneva uomo santo e giusto. Quando morì (se sia vero o no, non saprei, ma così affermano gli abitanti), le campane della maggiore chiesa della città, senza essere tirate da nessun uomo, iniziarono a suonare miracolosamente.

Così la gente si radunò nella casa dove stava il corpo di Arrigo, prese il corpo e lo trasportò nella chiesa maggiore come si fa con i santi: in poco tempo portarono al suo cospetto tutti gli zoppi, i paralitici, i ciechi e tutti coloro avessero qualsiasi malattia, affinché, toccando il corpo dell’uomo, si potessero tutti miracolosamente guarire.

In questo momento di grande concitazione, arrivarono per la prima volta a Treviso tre nostri concittadini: Stecchi, Martellino e Marchese. Essi visitavano le corti dei signori

Il Decameron

Il Decameron è una raccolta di cento novelle scritte probabilmente tra il 1349 e il 1351 da Giovanni Boccaccio.

Il sottotitolo è Principe Galeotto, con riferimento al cavaliere che fece baciare Ginevra e Lancillotto (e per questo ricordato anche da Francesca nel V canto dell’Inferno). L’opera è destinata, secondo quanto dice Boccaccio nel proemio, a tutti coloro che soffrono pene d’amore, ed in particolare alle donne, perché esse, a differenza degli uomini, non hanno molti svaghi o occupazioni con le quali impegnare la mente: nelle novelle potranno trovare utili consigli per alleviare i dolori o storie per divertirsi e passare il tempo.

Le 100 novelle sono raccontate da dieci giovani che, come abbiamo già visto, si rifugiano in campagna per scampare alla peste. La loro storia e quella della peste a Firenze, il racconto dei loro balli, di come fanno a decidere il tema della giornata e tutto ciò che circonda le cento novelle si chiama cornice.

La cornice è raccontata da un narratore esterno nelle introduzioni e conclusioni della singola giornata. Da questi passi ad esempio sappiamo che i servi erano sette oppure che i dieci giorni in cui si raccontano storie non sono consecutivi, poiché su proposta di Neifile, regina della terza giornata, si decide che il venerdì e il sabato (allora giorni in cui si faceva penitenza mangiando di magro)

si dedicheranno ad altre occupazioni. Infatti Neifile fa presente che il venerdì merita rispetto perché è il giorno della morte del Signore e quindi è meglio dedicarsi alle preghiere più che a raccontare storie; mentre il sabato è il giorno della settimana in cui le donne hanno l’abitudine di “lavarsi la testa e di tòr via ogni polvere, ogni sudiciume che per la fatica di tutta la passata settimana sopravvenuta fosse” e di digiunare e riposare.

Perciò, se il ritrovo a Santa Maria Novella avviene di martedì e la prima giornata di storie è di mercoledì, la decima giornata in che giorno della settimana cade?

Il giorno seguente i giovani tornano poi a Firenze e così si chiude l’opera.

Ogni giorno viene nominato un re, che ha il compito di decidere l’argomento delle novelle. Solo Dioneo, che è il più giovane, avrà il privilegio di poter raccontare sempre per ultimo e di non dover seguire il tema della giornata. Tutte le giornate si concludono con una canzone cantata sempre da un protagonista diverso. Inoltre durante la giornata ci sono giochi, passeggiate e soprattutto danze, con Dioneo che suona il liuto. I servi (quattro donne e tre uomini) si occupano di ogni questione pratica, seguendo le indicazioni del re della giornata.

Il tema dominante del Decameron è

giornata re/regina

prima Pampinea libero

tema

seconda Filomena avventure a lieto fine grazie alla Fortuna terza Neifile narrare di chi ottiene o ritrova una cosa desiderata

quarta Filostrato amori infelici

quinta Fiammetta felicità raggiunta da amanti dopo molte avventure sesta Elissa risposte pronte e argute

settima Dioneo beffe fatte dalle donne ai mariti

ottava Lauretta la beffa nona Emilia libero

decima Panfilo esempi di liberalità e magnificenza

certamente l’amore, ma non solo: c’è

il gusto della beffa, il dolore, la morte, l’avventura, la fortuna e l’ingegno... insomma tutti gli aspetti della vita

umana, nel bene e nel male. L’uomo di cui scrive Boccaccio non è più il cavaliere senza macchia ed eroico dei romanzi cavallereschi medievali (anche

se talora viene vagheggiato), ma il borghese-mercante del suo tempo, con tanta voglia di divertirsi o arricchirsi, senza troppi problemi di ordine morale o religioso, con tutti i suoi difetti e contraddizioni (basti pensare ai fratelli di Lisabetta, disposti all’omicidio pur di far funzionare gli affari).

I protagonisti del Decameron in un dipinto di John William Waterhouse.

Percorsi di lettura

1. Introduzione

comprendere

1 La peste:

a. In che anno giunge a Firenze (mese e anno)?

.....................................................................................................................

b. Boccaccio dà due spiegazioni possibili per questo fenomeno. Quali?

1 ...................................................................................................................

2 ...................................................................................................................

c. Quali erano i sintomi della peste?

In Oriente: ................................................................................................

In Occidente: ..........................................................................................

d. Boccaccio è testimone di un fatto straordinario, quasi incredibile, e cioè che:

□ la malattia si trasmetteva da uomo ad animale

□ gli uomini morivano entro tre giorni

□ nonostante tutti si proclamassero medici, nessuno sapeva curare la malattia

□ le persone erano piene di macchie nere

e. Scrivi almeno tre comportamenti messi in atto dagli uomini per sfuggire alla peste

1 ...................................................................................................................

2 ...................................................................................................................

3 ...................................................................................................................

f. A causa della peste nasce un nuovo lavoro. Quale?

.....................................................................................................................

Con che compiti? ..................................................................................

2 La brigata dei giovani.

a. Dove e quando si incontrano? ........................................................

b. A chi viene l’idea di lasciare la città? ..............................................

c. Chi trova un ostacolo? .........................................................................

d. Chi propone come trascorrere le giornate? ................................

e. Chi viene nominato primo re/regina? ..........................................

f. Quale tema dà alle novelle della prima giornata? .......................

Percorsi di lettura

3 Perché Boccaccio dà dei nomi di fantasia ai suoi personaggi? (ricopia la frase esatta)

.......................................................................................................................... ..........................................................................................................................

anal I s I del testo

1 Il narratore di questa introduzione è interno o esterno?

..........................................................................................................................

Secondo te, chi è? ....................................................................................

2 Per dare l’idea di come la peste abbia reso gli uomini non più umani, Boccaccio porta degli esempi: “era così grande lo spavento, che un fratello abbandonava l’altro e lo zio il nipote e la sorella il fratello e molte volte la donna il marito; e (sebbene la cosa sia quasi incredibile), i padri e le madri abbandonavano i figlioli, quasi non fossero loro”. L’elenco procede dal fatto:

□ più grave al meno grave □ meno grave al più grave.

Come si chiama questa figura retorica?

□ climax □ anafora

□ similitudine □ chiasmo

la l I ngua

1 Nel testo si trovano le espressioni mortifera pestilenza, mortiferi segni, erbe odorifere. I tre aggettivi hanno in comune la parte finale fer. Sai come si chiama questa parte finale di una parola che ne dà un senso preciso?

..........................................................................................................................

E cosa significa -fero (pensa a calorifero, frigorifero...)

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Percorsi di lettura

cultura

1 Elissa a un certo punto dice (e tutte le compagne sono d’accordo, poiché così si credeva nel Medioevo) che “gli uomini sono la guida delle donne e raramente le donne senza la loro presenza riescono a portare a termine un’impresa”. Condividi questa affermazione? La consideri ancora valida? Confronta poi la tua risposta con quella dei tuoi compagni.

2. melchisedech e il saladino (I, III) comprendere

1 Nella seguente tabella indica se quanto riportato si riferisce a Melchisedech (M), al Saladino (S) o a nessuno dei due.

M S Nessuno

a) È ebreo

b) È il sultano

c) È molto ricco

d) Presta i soldi ai bisognosi senza guadagno

e) È molto saggio

f) Racconta una storia per salvarsi dai guai

g) Ha tre figli belli, virtuosi e obbedienti

h) Restituisce i soldi che ha avuto in prestito

i) Chiede a un orefice di fargli due anelli uguali a quello che già possedeva

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Decameron-Novelle scelte-ESTRATTO by ELI Publishing - Issuu