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caramelle dal cielo sample

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Percorsi per il Writing and Reading Workshop a cura di Caterina Guagni

Marta Palazzesi

Caramelle dal cielo

Apparato didattico WRW a cura di Caterina Guagni

Redazione ELi: Francesca Bugiolacchi

Redazione Gallucci: Francesca Magnanti

Responsabile di produzione ELi: Francesco Capitano

Impaginazione: Akhu, Roma

Copertina: PEPE nymi

Logo detective: Joshua Held

Disegni: Marta Baroni

Pubblicato in accordo con Grandi & Associati, Milano

Lettering del titolo: Pemberley Pond

Disegno di copertina: Giuseppe Palumbo

© 2026 Carlo Gallucci editore srl

© 2026 Principato, Gruppo Editoriale ELi

Prima edizione © 2021 Carlo Gallucci editore srl – Roma

e il logo g sono marchi registrati

info@galluccieditore.com

www.gruppoeli.it info@gruppoeli.it

Viale E. Jenner, 17 - 20159 Milano galluccieditore.com

Stampato in Italia presso

Tecnostampa - Pigini Group Printing Division - Loreto – Trevi 26.85.090.0

ISBN 978-88-416-5453-8

Le fotocopie non autorizzate sono illegali. Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione totale o parziale così come la sua trasmissione sotto qualsiasi forma o con qualunque mezzo senza previa autorizzazione scritta da parte dell’editore.

Marta Palazzesi Caramelle dal cielo

Ehi tu! Pssss, tu! Sì, sì, proprio tu: vieni qua, presto!

MA FAI PIANO!

Ti interessa un lavoretto? Sono un DETECTIVE DEL TESTO, ma tu puoi chiamarmi CAPO. Io ti chiamerò con il nome in codice Scheggia, perché dovrai essere veloce nel cogliere i dettagli e affondare i tuoi acuti quesiti nel cuore del mistero. Quali quesiti, dici?

Ti spiego: il mio mestiere è trovare indizi nascosti tra le pagine. Ogni storia – anche quella che sembra più semplice – custodisce segreti: dettagli, parole, simboli e sfumature che aiutano a capire meglio.

Quindi, se mi vuoi accompagnare, prendi appunti, raccogli informazioni, non farti sfuggire niente: ogni parola è importante!

Ok? Partiamo?

(Se accetti, fai sì con la testa.) (Ehi, non così veloce, aspettami!)

Be’, innanzitutto una bella storia, e quella ce l’abbiamo!

Anzi, sai che ti dico? Che al taccuino penso io: te lo inserisco direttamente tra le pagine del libro.

EHI, SCHEGGIA! È IL MOMENTO DI DIVENTARE UN VERO DETECTIVE DEL TESTO! Cosa ti serve, dici?

Un paio d’occhi belli attenti, pronti a cogliere ogni dettaglio. Se non ci vedi bene, sarà meglio che porti con te una lente d’ingrandimento!

Foglio e penna, naturalmente, sennò dove annoti le tue osservazioni?

Qui dovrai prendere nota di tutti gli indizi che trovi. Per darti un aiuto – sei pur sempre un apprendista! –ho inserito anche alcune domande che ti aiuteranno a formulare delle ipotesi.

Alla fine del libro troverai delle STRATEGIE DI LETTURA: sono una specie di piccolo manuale dell’investigatore del testo. Ti aiuteranno a organizzare gli indizi che hai trovato e a scoprire tutti i segreti del testo.

Se poi volessi anche metterti alla prova con una storia tutta tua – sia mai che tu voglia raccontare una delle tue indagini! – hai a disposizione anche delle STRATEGIE DI SCRITTURA!

Tocca a te, Scheggia: OSSERVA, RIFLETTI E FORMULA LE TUE IPOTESI!

Il titolo del romanzo ti convince?

Che mi dici di queste caramelle dal cielo: che cosa pensi che possano essere? Dai un’occhiata alla copertina: secondo te, si vedono?

Già che ci sei, continua a guardare la copertina… Che tipo di personaggi o avventure pensi che ci aspettino? E i colori… ti sembrano scelti a caso, o nascondono un indizio preciso?

Ma tu l’avresti disegnata così? Se no, come?

“…cadevano come lunghe caramelle nere sulla città”
Giulia Oliveri Cosentini
“Invano cerchi tra la polvere, povera mano” Salvatore Quasimodo, Milano, agosto 1943

Equilibrio

Alcuni dicevano che la guerra fosse una questione di strategia. Altri, invece, che dipendesse dall’abilità militare sul campo. Altri ancora sostenevano che senza un po’ di sana fortuna la vittoria non sarebbe mai arrivata.

Per Antonio, invece, la guerra era equilibrio.

«Lo vuoi questo fazzoletto per il compleanno di tua moglie? Guarda quanto è bello. Senti la leggerezza del tessuto. Questo è lino. Capito? E i ricami? Roba raffinata, roba da signori di città».

Il contadino aveva le palpebre pesanti. Appoggiato al forcone, con uno stelo d’erba che gli spuntava dall’angolo destro della bocca, guardava il fazzoletto che il ragazzo faceva danzare con sapienza nell’aria fresca di quell’alba di agosto.

Si erano incontrati al solito posto, sotto a un vecchio albero dalle fronde scure a confine tra due proprietà. Era quello il loro personale campo di battaglia, dove entrambi ricorrevano alle proprie strategie per ottenere la vittoria. Anche se non c’erano di mezzo mitragliatrici, mortai e fucili, era comunque una questione di vita o di morte.

«Due» disse il contadino.

In silenzio, Antonio piegò il fazzoletto con movimenti ostentati e lo ripose con cura all’interno della sua sacca. «Due» ripeté poi, in bilico tra stupore e oltraggio. «Buona giornata».

Il ragazzo inforcò la sua Bianchi Scettro, un lusso arrivato nelle sue mani dopo una lunga contrattazione con un ghisa, un vigile, in pensione. Non sarebbe durata molto, ma Antonio non restava mai a piedi. Aveva sempre un piano di riserva.

«Aspetta!»

Antonio si voltò dopo un paio di pedalate. «Tre?»

«Tre».

L’affare era concluso. Un fazzoletto di lino con ricami per tre uova fresche. Antonio consegnò il fazzoletto al contadino e prima di andarsene controllò che le uova fossero state davvero deposte quella mattina. Le accostò all’orecchio una a una, scuotendole. Nessun rumore. Ottimo segno.

«A domani» salutò dopo aver messo al sicuro il bottino.

Il contadino borbottò qualcosa a mezza voce e si voltò, tornando al suo lavoro con il fazzoletto stretto tra le dita callose e il capo chino. Antonio, invece, iniziò a pedalare a testa alta verso la città, soddisfatto.

Quella sarebbe stata una buona giornata, se lo sentiva. Oltre alle uova aveva barattato una catenina di finto oro (quello vero non girava più da un pezzo) per un chilo di pane, che avrebbe rivenduto a non meno di 10 lire, quasi tre volte tanto il prezzo calmierato. Ma questo era lo scotto da pagare per chi non si accontentava della razione stabilita dalla tessera annonaria.

Tutti a maledirla questa guerra, quando per Antonio era stata una manna dal cielo: negli ultimi due anni era riuscito a met-

tere in piedi una vera e propria impresa, di cui lui era braccio e mente insieme. Il trucco era perlustrare le campagne in cerca di qualche contadino disposto a barattare da mangiare con quello che lui riusciva a racimolare in giro. E c’era sempre qualcuno desideroso di strappare un sorriso a una moglie o a una figlia con uno di quei piccoli lussi di cui Antonio aveva le tasche piene. In campagna non morivano mica di fame come in città: una manciata di uova, un po’ di verdura dell’orto, qualche sacco di grano sottratto all’ammasso consentivano ai contadini di tirare avanti. In città, invece, la situazione era ben diversa.

Quando ancora le tessere annonarie garantivano gran parte degli alimenti più comuni, tutto sommato si riusciva a sopravvivere. Ma quando la razione del pane era stata dimezzata, olio, burro e latte si erano fatti introvabili e la carne era diventata un vero e proprio miraggio, la disperazione era dilagata e di conseguenza il mercato nero.

Il giorno prima Antonio era passato a ritirare della biancheria ricamata da una vedova che viveva in fondo a corso Como e l’aveva scambiata in campagna per un galletto, un galletto vero, con piume, becco e tutto il resto. Di questo galletto lui se n’era preso metà, che aveva rivenduto a 100 lire a un antiquario di piazza della Scala, un signore tutto inamidato che prima dello scoppio della guerra non aveva idea di cosa fosse la fame e che sosteneva di non poter resistere un giorno di più senza mangiare carne.

“La ricchezza rende deboli” pensò Antonio continuando a pedalare. Oltre la foschia del mattino già si vedeva Milano, che ancora fumava per le bombe di quattro giorni prima. E chi se lo aspettava che gli inglesi avrebbero bombardato proprio quell’afoso sabato di agosto? Di certo non lui, che era stato

sorpreso dalla sirena d’allarme nel suo letto. Gli ci erano voluti un paio di secondi per capire di cosa si trattasse, e quando era successo… via! Aveva arraffato tutto quello che poteva arraffare, lo aveva ficcato nella sua sacca ed era corso nel rifugio del palazzo di fronte, visto che il suo non ce l’aveva. Se l’era vista davvero brutta quella sera, ma eccolo lì, vivo e vegeto e con un bel po’ di roba che non aspettava altro che essere venduta ai ricchi rimasti in città.

Antonio provava sempre una certa soddisfazione nel taglieggiare i ricchi. O meglio, gli ex ricchi, perché quella guerra aveva messo in ginocchio tutti e ormai non c’erano quasi più differenze tra un professore universitario e un robivecchi dei Navigli. Tutti, alla fin fine, si rivolgevano a lui per mangiare. Tutti, alla fin fine, dovevano andare da lui con quel giusto equilibrio tra umiltà e rispetto a chiedergli pane, uova, latte e l’ambitissimo burro. Ah, cosa non si era disposti a pagare per un chilo di burro di quei tempi, pensò sorridendo.

Antonio entrò in città da corso Lodi, che percorse per intero fino alla Porta di corso Roma. Lui abitava proprio lì dietro, nel vecchio appartamento seminterrato che un tempo aveva condiviso con zio Saro. Smontò dalla bicicletta ed entrò nel cortile deserto. La maggior parte degli inquilini era sfollata dopo le bombe del sabato sera, ma qualche temerario ancora insisteva nel non voler lasciare la propria casa.

«Tanto non ci bombardano più» dicevano. «Vi ricordate a febbraio? Sembrava che dovessero tornare e invece non si sono fatti vedere per sei mesi. Torneranno tra altri sei mesi, ma per allora la guerra sarà finita».

Antonio non ne era così convinto, ma più gente restava in città, più soldi entravano nelle sue tasche.

Attraversò il cortile polveroso e aprì la porta dell’appartamento, che aveva un’unica finestra lunga e stretta. Scese i tre gradini di pietra, chiuse la porta e appoggiò la bicicletta contro la parete. Il canovaccio appeso alla finestra proteggeva il suo covo da sguardi indiscreti, ciononostante il ragazzo continuava a tenere la sua merce in una botola segreta. La casa era tutta lì: uno stanzone di tre metri per quattro con il pavimento di mattonelle sconnesse, un materasso posato a terra, un tavolo con due sedie, una minuscola cucina e una vecchia madia che zio Saro aveva racimolato chissà dove quando ancora la guerra non era iniziata. Il bagno era dietro a una porticina di legno ed era così stretto che Antonio era costretto a entrarci di fianco.

Il ragazzo si assicurò che il canovaccio coprisse completamente la finestrella e poi andò alla botola nascosta da un vecchio tappeto tutto liso. Lo scostò e tirò l’anello di ferro, scoprendo le meraviglie che si celavano sotto al pavimento. Un sacco di farina, un pezzo di formaggio, calze da donna, sigarette e un fiasco di olio. L’olio era uno dei beni più rari in quel periodo e lui stava ancora valutando a chi venderlo. Aveva avuto un paio di offerte, ma niente di soddisfacente. Era certo che, facendo un po’ il prezioso, sarebbe riuscito a ricavarci non meno di 200 lire. Tutto dipendeva dalla disperazione di chi si trovava davanti.

Antonio prese le calze da donna, le sigarette e le mise nella borsa insieme al pane e alle uova. L’alba era ormai passata da un pezzo e di sicuro qualcuno era già sceso in strada in cerca di qualcosa da comprare da quelli come lui. Dopo avere chiuso con cura la porta dell’appartamento, inforcò la bicicletta e pedalò verso il centro percorrendo corso Roma quasi per

intero. Poi si buttò a destra, verso l’Ospedale Maggiore con i suoi eleganti colonnati, e lì si fermò, fingendo di aspettare qualcuno. Non passò molto tempo prima che un uomo gli si avvicinasse.

«Sto cercando del pane. Ce l’hai?» chiese ad Antonio. Era un uomo sulla quarantina che zoppicava, vestito con abiti di buona fattura che però erano stati indossati per troppo tempo. Le maniche erano scucite, i gomiti consunti, le ginocchia sbiancate.

«Sì» rispose Antonio.

«Grazie al cielo! Ho già finito la razione, i miei figli muoiono di fame».

Da quando i viveri scarseggiavano, tutti sostenevano di avere nugoli di figli mezzi morti di fame ad attenderli a casa. Se fosse stato davvero così, Milano sarebbe dovuta apparire come un gigantesco asilo. E anche se era vero che la città era per la maggior parte abitata da donne, anziani e bambini, c’erano anche parecchi uomini che, per un motivo o per un altro, non erano partiti per la guerra.

«Quanto hai?» chiese secco il ragazzo.

«Dieci».

Antonio scosse la testa. «Quindici o non se ne fa nulla»

«Posso arrivare a undici, guarda…» rispose l’uomo iniziando a frugarsi nelle tasche dei pantaloni.

Antonio scosse la testa. «Ho detto quindici».

Lo sguardo dell’uomo si infiammò. «Ma non avete un po’ di cuore voialtri per un povero disgraziato che cerca solo di sfamare i suoi figli?»

«Prenditela con chi ha fatto le tessere annonarie»

«Belle schifezze, quelle. Centocinquanta grammi di pane

al giorno. Niente latte. Niente frutta. Niente carne. E il formaggio, chi lo vede più? Ma io come li devo sfamare i miei bambini? Me lo dici? Me lo dici?»

L’uomo gridava per la frustrazione, attirando gli sguardi dei pochi temerari che si erano avventurati per le strade della città. Il ragazzo, innervosito, distolse lo sguardo.

«Niente soldi, niente pane» disse spiccio. «Adesso vattene, non ho tempo da… Ma che fai? Fermo!»

Antonio saltò all’indietro e cercò di proteggere il suo bottino dal tentativo disperato dell’uomo di sottrarglielo. Se le uova si fossero rotte, sarebbe stato un vero disastro.

«Dammi il pane… Dammi il pane, strozzino!»

Antonio si abbassò per evitare che lo schiaffo dell’uomo lo prendesse in pieno viso e poi, memore degli insegnamenti di zio Saro, gli tirò un pugno nello stomaco.

L’uomo si accasciò a terra per il dolore, insultandolo, e il ragazzo ne approfittò per inforcare la bicicletta e allontanarsi in direzione di piazza Santo Stefano.

Una volta lì si assicurò che l’uomo non lo avesse seguito e controllò il contenuto della borsa. Tirò un sospiro di sollievo. Era tutto a posto.

Non era certo il primo episodio di quel genere. Chi lavorava al mercato nero era amato e odiato in egual misura, ma Antonio non si sarebbe mai aspettato di venire aggredito in pieno giorno. “E tutto per un pezzo di pane” pensò, ricordandosi di quante volte, prima della guerra, aveva storto il naso davanti a una michetta, agognando invece un pezzo di focaccia unta o magari una pizzetta al pomodoro.

Riprese a guardarsi attorno in cerca di qualche cliente. Qualche cliente vero, disposto a pagare per la sua merce.

«Ragazzo!»

Antonio si voltò e vide una donna andargli incontro in sella a una bicicletta. Anche se non ci aveva mai parlato, l’aveva già vista parecchie volte in zona e sapeva che era una di quelle. Capelli corti, volto spigoloso, l’espressione dura di chi non ha paura di niente. Non che avesse qualcosa contro di loro, ma non amava immischiarsi in faccende politiche. La politica, era noto, faceva male agli affari.

A marzo, Antonio lo ricordava bene, erano stati organizzati degli scioperi nelle più grandi fabbriche della città e della provincia: la Falck, la Pirelli, la Breda e così via. In quei giorni non era riuscito a vendere quasi nulla per la strada, avevano tutti troppa paura della polizia segreta a caccia di antifascisti e persone sospette. Gli operai avevano anche ragione, però, che diamine, lui doveva pur lavorare.

«Sigarette?» chiese la donna passandogli accanto.

«Dieci per 30 lire» rispose Antonio.

La donna rallentò, infilò una mano nella tasca del vestito e tirò fuori il denaro, che passò nelle mani del ragazzo rapidamente. Ricevute le sigarette, la donna si allontanò senza una parola di saluto.

Antonio montò in sella un attimo dopo e pedalò nella direzione opposta, tornando in corso Roma. Non era più prudente trattenersi lì dopo quello scambio.

Lungo il corso riuscì a piazzare sia le uova che il pane, ma non le calze, che riportò a casa e nascose nella botola. Per quel giorno non aveva baratti su commissione da fare, quindi decise di andare a rovistare tra le case bombardate. Lì si trovava sempre qualcosa di buono da scambiare in campagna. Dopotutto la giornata era ancora lunga e piena di possibilità.

Tocca a te, Scheggia: OSSERVA, ANNOTA, COMPRENDI

Diamoci da fare! Spero che tu abbia già raccolto delle informazioni sulle quattro persone che abbiamo incontrato finora… le hai schedate tutte? Secondo te, hanno lo stesso peso nella storia o qualcuno spicca più degli altri?

Lo sai che la scena dove si svolge l’azione è fondamentale? Dove ci troviamo?

Ehi, hai notato questa parola sospetta, Bianchi Scettro (p. 10)? Sai già di cosa si tratta o riesci a trovare degli “indizi di senso”? Non lasciarti sfuggire la pista!

Macerie

Il ragazzo e il cane rovistavano tra le macerie. Erano passati ormai quattro giorni dal bombardamento e i pezzi di legno più grossi, quelli buoni per la stufa, erano già stati portati via tutti. Rimanevano le schegge, che il ragazzo raccoglieva con cura, avvolgendole in uno straccio.

Il ragazzo era un esserino alto e secco, dall’aria buona e grandi occhi neri. Il cane era un affaraccio marrone e smilzo, dalla coda lunga e lo sguardo tranquillo. Il primo si chiamava Andrea, il secondo, invece, Guerrino, ma la guerra la lasciava volentieri agli uomini.

Quando Andrea fu certo che sotto quei calcinacci coperti di polvere non ci fosse più nulla, annodò i lembi dello straccio e lo nascose sotto la camicia. La legna era preziosa e in quell’agosto del 1943 ce ne era sempre di meno. Lui ricordava ancora quella volata con suo padre in bicicletta, a febbraio, quando si era saputo che stavano portando via i sedili e i listoni del pavimento del Cinema Patria. Era successo la mattina seguente al bombardamento. Andrea e suo padre erano tornati a casa con due robusti pezzi di legno e un sedile imbottito, che la madre aveva frazionato in modo che durassero fino all’estate.

«Niente sprechi» aveva sentenziato china sul pavimento della loro cucina a metà di corso Roma, dove la sua famiglia viveva da generazioni. Andrea conosceva ogni minimo particolare della via: quali portinai era meglio evitare per timore che ti requisissero il pallone e quali invece erano disposti a chiudere un occhio davanti a un vaso rotto; quali erano i tratti migliori di marciapiede su cui disegnare con il gesso e quali dove improvvisare una corsa con le biglie. Quello che aveva ignorato fino all’anno prima, però, era che la strada dove era nato e cresciuto un tempo si chiamava in modo diverso, ovvero corso di Porta Romana.

Nonno Alfio, inesauribile fonte di conoscenza, gli aveva raccontato quel fatto bizzarro, aggiungendo che era stato il Duce a cambiare il nome della via in omaggio alla capitale.

Ad Andrea la spiegazione non aveva granché soddisfatto, ma aveva evitato di fare troppe domande perché nonno Alfio, quando c’era di mezzo il Duce, si innervosiva sempre e finiva per dire ad alta voce cose che sarebbe stato meglio non pensare nemmeno. All’inizio, quando lo sentiva parlare in quel modo, Andrea si arrabbiava. I nonni dei suoi amici erano tutti iscritti al Fascio e andavano sempre a vederli durante le parate e le esercitazioni a scuola, quando sfilavano con la loro divisa da Balilla. Nonno Alfio, invece, a quelle manifestazioni non partecipava mai. Preferiva andare a passeggiare per le vie del centro con le mani dietro alla schiena, il fazzoletto nel taschino e la sua immancabile cravatta alla lavallière, che la madre di Andrea lo pregava sempre di non indossare. Da che aveva memoria, però, Andrea non aveva mai visto nonno Alfio senza la sua cravatta.

Con il tempo aveva capito che nonno Alfio non era l’unico

a non amare il Duce. Ne aveva avuto la prova schiacciante alcune settimane prima.

La sera del 25 luglio Andrea si trovava in salotto insieme ai suoi genitori, intento a leggere Il Corsaro Nero di Emilio Salgari, il suo autore preferito. Teneva in particolar modo a quel libro perché era uno degli ultimi regali che nonno Alfio gli aveva fatto prima di andarsene. Guerrino era disteso accanto a lui con il muso posato sulla sua schiena e i genitori di Andrea ascoltavano un vecchio concerto di musica lirica alla radio. All’improvviso la trasmissione si era interrotta per lasciare spazio a una voce maschile.

“Attenzione: sua Maestà il Re e Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del Governo, Primo ministro e Segretario di Stato presentate da Sua Eccellenza il Cavaliere Benito Mussolini, e ha nominato Capo del Governo, Primo ministro, Segretario di Stato, il Cavaliere Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio”.

I genitori di Andrea si erano scambiati un lungo sguardo muto.

«Il Duce non c’è più?» aveva chiesto Andrea chiudendo il libro. Com’era possibile un’Italia senza Duce? Lui non aveva mai conosciuto altro. Tutti dicevano che il Duce era imbattibile, che li avrebbe condotti alla vittoria perché gli italiani erano un popolo scelto, eletto, destinato alla grandezza.

«Andrea, vai a letto» gli aveva ordinato suo padre e lui, sentendo il suo tono, aveva ubbidito, rimpiangendo che nonno Alfio non fosse lì a spiegargli quello che stava succedendo.

La mattina seguente Andrea era stato svegliato poco dopo le sei da un gran trambusto che proveniva dalla strada. Era corso ad affacciarsi alla finestra della sua camera e aveva vi-

sto un nugolo di persone assiepato davanti alla bottega dell’edicolante, che facevano a spintoni per comprare il giornale.

C’era gente che si stringeva la mano sorridendo, altri che sembravano come inebetiti e camminavano lungo il marciapiede continuando a leggere e rileggere i titoli dei giornali, altri ancora gioivano per la caduta del Duce dicendo che la guerra era ormai finita.

Ma, come i fatti avevano poi dimostrato, si sbagliavano.

Andrea e Guerrino scavalcarono le macerie, uscirono da via della Guastalla, che sembrava ancora più stretta a causa di tutti quei pezzi di cemento, mattoni e intonaco che ricoprivano la strada, e si lasciarono Palazzo Sormani alle spalle. Erano le cinque del pomeriggio e la città sapeva di polvere, ruggine e cenere. Non si vedevano quasi tram, tranne i vecchi gamba de legn a vapore, perché quelli più moderni, quelli che Andrea aveva preso fino a poche settimane prima per andare alla scuola di via Crocefisso, avevano bisogno dell’elettricità e le bombe avevano distrutto quasi tutti i fili della corrente.

Molti negozi avevano le saracinesche abbassate. Mentre camminava con Guerrino al suo fianco, Andrea vide il signor Nestore, il barbiere di via Larga, che tagliava i capelli a un uomo in mezzo alla strada. Il cliente era seduto su una valigia di cartone e, con un grande drappo bianco attorno al collo, se ne stava immobile mentre il signor Nestore muoveva veloce le forbici.

Poco più avanti, su quel poco di muro che restava di una casa, qualcuno aveva scritto con la vernice rossa “CASA DISTRUTTA DAI LIBERATORI ANGLOSASSONI ASSASSINI”.

Andrea non riusciva a capire perché tutti, compresi i suoi genitori, chiamassero “liberatori” le persone che avevano gettato le bombe sulla loro città. A volte, addirittura, li chiama-

vano “alleati”. Ma un alleato, secondo Andrea, non ti butta delle bombe sulla testa.

«Attento, ragazzo, via di lì!»

Andrea saltò sul marciapiede e Guerrino lo seguì, mentre un carro trainato da un mulo sfilava davanti a loro. Su quel carretto c’erano sette persone, due uomini alla guida e cinque donne sedute tra paglia, valigie e mobili legati fra loro con la corda.

Era così da quattro giorni ormai, eppure Andrea non si era ancora abituato a vedere tutte quelle persone che se ne andavano dalla città. Donne che reggevano valigie stracolme, uomini che caricavano carretti e nugoli di biciclette che, con le loro ruote mezze gonfie, sollevavano una polverina sottile che faceva bruciare gli occhi. Ad Andrea ricordavano una lenta processione di formiche tristi.

Anche lui e i suoi genitori avrebbero pedalato verso la campagna da lì a poche ore, in cerca di un posto sicuro dove passare la notte.

Guerrino adorava quelle gite. Seguiva docilmente la bicicletta su cui, seduti in equilibrio come tre giocolieri del circo, stavano Andrea e i suoi genitori. Poi, appena trovavano un fienile abbandonato o un albero dalle fronde abbastanza fitte, Guerrino dava un colpetto con il muso alla mano di Andrea e via!, scompariva in mezzo alle frasche.

«Stai tranquillo» gli diceva allora suo padre. «Vedrai che torna».

E Guerrino tornava sempre. Quando la luna era alta, il cane ricompariva con addosso un odore di fango ed erba che Andrea respirava a pieni polmoni tuffando il naso nel folto pelo dell’animale. Un odore che sapeva di libertà, spazi smi-

surati e cielo azzurro, tutto l’opposto della puzza della città, degli angusti gradini che conducevano al rifugio antiaereo, della mole soffocante dei sacchi imbottiti di sabbia che puntellavano lo stretto varco di ingresso.

Il cane e il ragazzo dormivano abbracciati fino all’alba, quando i genitori di Andrea li svegliavano. In pochi minuti il quartetto si rimetteva in marcia insieme a decine di altri nomadi notturni.

Andrea e Guerrino percorsero a passo svelto via Larga, svoltarono in una viuzza stretta e buia e poi si buttarono in corso Roma. Nel cortile del loro palazzo trovarono Gianni, il capofabbricato, davanti all’ingresso del rifugio antiaereo, che fino a poco tempo prima chiamavano semplicemente cantina.

«Ciao Gianni» lo salutò Andrea.

L’uomo, poco più vecchio di suo padre, con un cappellaccio di feltro calato sulla fronte, gli fece un segno di saluto.

«Andate a dormire in campagna anche stanotte?» domandò ad Andrea.

«Sì» rispose lui.

«Fate bene» commentò l’uomo. «Ma ricordatevi del coprifuoco. Dovete partire prima che scatti».

Andrea annuì. Lo sapeva benissimo, ma a Gianni il suo ruolo di capofabbricato piaceva, lo faceva sentire importante, e passava le giornate a controllare che su tutte le finestre degli appartamenti fossero incollate delle strisce di carta per impedire che, in caso di bombardamento, i vetri si trasformassero in una pioggia di schegge.

«Pippo tornerà» concluse il capofabbricato prima di scendere nel rifugio.

Pippo. Andrea rabbrividì. Pippo era ovunque e poteva col-

pire in qualunque momento. Non appena calava il buio, Pippo iniziava a volare sopra la città, in cerca di ogni minima fonte di luce e quando la trovava scaricava le sue terribili bombe. Quattro notti prima, quando l’allarme era suonato, Andrea stava dormendo nel suo letto insieme a Guerrino. Di quei momenti ricordava le grida di sua madre, la corsa giù per le scale, scalzo e con solo il pigiama addosso, Gianni che spalancava il portone per dare la possibilità a chiunque si trovasse in strada di trovare la salvezza nel loro rifugio.

«Il cane no» aveva però detto ai genitori di Andrea. «È il regolamento».

Il ragazzo aveva iniziato a gridare che se Guerrino non scendeva insieme a loro, allora nemmeno lui sarebbe sceso, sarebbe rimasto lì, perché lui senza il suo cane…

«Ma fatelo venire!» aveva esclamato la Nilde, la vecchina del quarto piano, agitando il bastone contro Gianni. «Möves, bagaj, möves! Porta il tuo cane qui sotto».

Nella confusione, Andrea era riuscito a trascinare Guerrino giù nel rifugio e una volta lì, seduti contro al muro, lo aveva abbracciato. Guerrino era tutto ciò che gli restava di nonno Alfio e Andrea non lo avrebbe mai potuto abbandonare.

Tocca a te, Scheggia: OSSERVA, ANNOTA, COMPRENDI

Scheggia, hai capito in quale anno è ambientata la storia?

Quali indizi ci aiutano a capire il periodo storico? Hai scritto almeno tre parole chiave?

Hai preso nota di dove vive Andrea con la sua famiglia?

Ehi Scheggia, ma tu l’hai capito chi è Pippo?

tuoi indizi

Hai notato qualche altro dettaglio, Scheggia?

Furti

Da quando zio Saro era scomparso, Antonio aveva imparato a cavarsela da solo. Non che avesse avuto molta scelta, del resto. All’inizio non era stato facile, perché la reputazione di zio Saro impediva ai bottegai del quartiere di prendere in considerazione l’idea di affidare qualche lavoretto ad Antonio in cambio di poche lire. In tempi come quelli, chi mai si sarebbe messo il nipote di un ladro in casa?

E così Antonio il ladro era stato costretto a farlo per davvero, e la cosa non gli aveva mai dato problemi di coscienza. L’unico vero problema era rappresentato dal Molini, l’ex socio di zio Saro, un tipo che non gli era mai piaciuto. Molini era secco e con la scucchia, ma a inquietare Antonio non era il suo aspetto, bensì la luce nei suoi occhi e quel sorriso che tradiva sempre una punta di malignità. E maligno, il Molini, si era rivelato davvero. Da quando si erano messi in affari insieme, Molini e zio Saro avevano diviso l’affitto dell’appartamento di corso Roma. Era lì che tenevano tutta la loro refurtiva, in quel condominio abitato da anziani e famiglie che non avevano alcun interesse nel ficcare il naso dove non dovevano. Ad Antonio non era mai sembrata una divisione equa, però: nel caso di una

perquisizione, sarebbe stato zio Saro a finire nei guai con tutta quella merce rubata in casa, non certo il suo socio che se ne stava tranquillo dalle parti della Stazione Centrale.

Dopo la sparizione di zio Saro il Molini si era presentato in corso Roma con il nuovo collega, un taciturno energumeno che aveva trascorso più tempo al carcere di San Vittore che per le strade.

«Se vuoi restare qui devi continuare a pagare l’affitto» aveva detto il Molini ad Antonio mentre camminava avanti e indietro per l’appartamento.

«Da solo? E come faccio?» aveva chiesto Antonio preoccupato. All’epoca era solo un ragazzino di undici anni che aveva appena finito le scuole.

«A me non interessa come» aveva ribattuto il Molini. «E devi dare qualcosa anche a me».

Antonio lo aveva guardato senza capire. «A te?»

«Già» aveva ghignato il Molini scoprendo i denti gialli. «Perché, caro mio, solo io so dove abbiamo nascosto le armi.

Puoi rivoltare questa fogna da cima a fondo, ma non le troverai mai. E se smetti di pagare, vado dritto al Comando».

Un ricatto bello e buono, insomma.

Ogni quindici del mese il Molini si presentava da Antonio con la sua sigaretta appiccicata alle labbra, la sua aria minacciosa e il suo gigantesco sgherro al fianco. E il ragazzo pagava, domandandosi se le armi di cui l’uomo farneticava fossero davvero nascoste nell’appartamento o se quello fosse solo un modo per spillargli qualche soldo in più. Ma se il suo intuito non lo ingannava, le armi erano proprio la ragione per cui zio Saro era scomparso nel nulla, e Antonio non aveva intenzione di fare la sua stessa fine.

Quando si avviò verso casa nel tardo pomeriggio, la proces-

sione di persone che andavano a passare la notte in campagna era già iniziata. Una bicicletta solitaria, la sua, risaliva la corrente di sfollati cercando di non farsi travolgere e trascinare via. Il giorno prima uno dei contadini con cui era solito fare affari gli aveva raccontato che alcuni sfollati gli avevano saccheggiato l’orto durante la notte, incuranti delle sue minacce con il fucile. Vista la fame che si soffriva in città, Antonio non se ne era stupito.

Era quasi arrivato all’altezza di casa sua quando vide un uomo uscire in fretta dal portone e unirsi alla folla di persone dirette in campagna. Colto da un terribile presentimento, il ragazzo iniziò a pedalare con più foga ed entrò in cortile sgommando, scendendo di sella senza nemmeno aspettare che la bicicletta si fosse fermata del tutto.

La porta di casa era aperta.

Nel panico, entrò e si guardò attorno. La madia con le ante spalancate, le sedie gettate a terra, il tappeto sotto al tavolo spostato, la botola scoperta… Antonio corse alla botola e guardò dentro, sapendo già quello che vi avrebbe trovato. Niente. La botola era vuota. Tutto il suo prezioso bottino, il fiasco d’olio, le calze di seta, le sigarette, era scomparso. Rubato. «Maledizione!» esclamò tirando un calcio a una sedia, che andò a fracassarsi contro la parete. Come aveva fatto a non accorgersi di nulla? L’uomo con cui aveva litigato quella mattina lo aveva seguito, aspettando che uscisse prima di intrufolarsi in casa sua e derubarlo!

Pieno di rabbia Antonio andò in cortile e si guardò attorno. Taddeo, il custode, non si vedeva da nessuna parte e molti appartamenti erano vuoti dalla notte dell’ultimo bombardamento. Antonio studiò il contenuto della sua borsa. Nel pomeriggio era riuscito a entrare in tre edifici crollati, dove aveva trovato un bel

po’ di roba, ma niente di grande valore. Fazzoletti, penne, biancheria, qualche cornice… Il Molini avrebbe preteso di venire pagato lo stesso. Già se lo immaginava a ridere davanti alle sue giustificazioni nel giro di tre giorni, quando si sarebbe presentato a riscuotere la sua tassa. E c’era anche l’affitto da pagare al padrone di casa…

“Mi toccherà andare a frugare negli appartamenti ancora abitati” concluse Antonio. “Ce ne saranno tanti vuoti fino a domani mattina. Basterà essere veloci e silenziosi. E se qualcuno dovesse scoprirmi, potrei sempre minacciarlo di accendere una luce. Pippo fa troppa paura”.

Doveva solo mettere in pratica tutto quello che aveva imparato da zio Saro. Antonio lo aveva visto sfilare portafogli e slacciare collane con la leggerezza di un colibrì.

All’inizio, quando aveva saputo che il ragazzo era rimasto solo, il parroco di zona aveva cercato di convincerlo ad andare in una colonia estiva dove aveva già mandato diversi bambini, al sicuro dalle bombe e dalla violenza del regime. Antonio non ne aveva voluto sapere. Lui non aveva mai avuto amici tra i suoi coetanei e a scuola ci era sempre andato malvolentieri, preferendo di gran lunga la compagnia di zio Saro e i suoi compari. Da piccolo si divertiva un mondo ad aspettarlo seduto davanti alla porta di casa, fantasticando sulle meraviglie con cui sarebbe ritornato. Giocattoli per lui, qualche vestito nuovo, di tanto in tanto perfino un mobile. Di biciclette, poi, lo zio ne cambiava di continuo e a volte trascorreva notti intere a scartavetrarle e a riverniciarle da cima a fondo con l’aiuto di Antonio.

Pieno di frustrazione, il ragazzo rientrò in casa sbattendo la porta. Si sedette al centro del pavimento e piantò lo sguardo sulla finestra, in attesa dell’oscurità.

Tocca a te, Scheggia: OSSERVA, ANNOTA, COMPRENDI

Scheggia, se non sbaglio viene presentato meglio un parente di Antonio: chi è?

Come reagisce Antonio al furto e che cosa ci rivela il suo comportamento sul suo modo di affrontare le difficoltà?

Scheggia, come te la cavi con gli identikit? Che ritratto faresti, del Molini?

tuoi indizi

Hai notato qualche altro dettaglio, Scheggia?

STRATEGIE DI LETTURA

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FOTOGRAFIA DEL PERSONAGGIO

Che cosa impari

Per capire un personaggio devi leggere come un detective, raccogliendo le tracce concrete che chi scrive ti lascia.

Perché ti è utile

Imparare a scattare una fotografia del personaggio significa osservare da vicino descrizioni, gesti e parole, senza accontentarsi di impressioni vaghe.

Come si fa, passo per passo

Per fare una fotografia del personaggio non ti serve la macchina fotografica, ma occhi svegli e qualcosa per prendere appunti!

1. Raccogli tutte le evidenze concrete, cioè le descrizioni esplicite che raccontano aspetto fisico, abitudini, azioni ripetute di un personaggio.

2. Collega i dettagli: che immagine complessiva restituiscono?

3. Scrivi il tuo “ritratto” basandoti solo su quello che il testo mostra.

Un esempio, per capire meglio

Ti faccio vedere come si fa, prendendo in esame Antonio.

• Nel capitolo iniziale, Equilibrio, Antonio contratta con un contadino il valore, in uova, di un fazzoletto: è abile con le mani (fa danzare il fazzoletto come un giocoliere), controlla la freschezza delle uova scuotendole all’orecchio. Ha un mezzo di lusso, una bicicletta Bianchi Scettro, che ostenta come segno di prestigio. Possiamo dunque capire che Antonio è un ragazzo scaltro, vanitoso, capace di ottenere ciò che vuole.

• Proseguendo la lettura, scopriamo però che vive in un seminterrato spartano, con una botola segreta per nascondere oggetti rubati nelle case bombardate per rivenderli al mercato

nero. Questa scelta di “scena” lo colloca subito nel mondo dell’illegalità.

• Antonio approfitta della disperazione altrui. Quando un padre di famiglia tenta di tirare sul prezzo del pane, non mostra pietà: reagisce con freddezza, arrivando perfino a colpirlo per difendere la merce.

• Nel capitolo Furti, scopriamo che Antonio non ha più i genitori e che ha imparato il mestiere del ladro dallo zio Saro, ladro di professione. È cresciuto nell’illegalità, e ora ripete quei gesti con naturalezza: addirittura non sembra provare rimorso, ma solo frustrazione quando perde la refurtiva.

Guardando le sue fotografie, Antonio appare per adesso un ragazzo intraprendente e orgoglioso, che si è costruito un’immagine di forza e autonomia e che sembra pronto a barattare e a ingannare per sopravvivere. Ma continuando a raccogliere indizi, scoprirai molto altro…

Prova tu!

Continua a scattare fotografie ad Antonio per completare il suo ritratto oppure, se preferisci, rivolgi la tua attenzione ad Andrea. Ricordati: devi basarti solo su indizi visibili. Ecco qualche domanda che ti può aiutare.

• Quali tratti fisici o gesti lo caratterizzano?

• Ci sono dei gesti che il personaggio ripete?

• Che cosa ci dicono di lui gli oggetti che possiede e a cui tiene?

• Che cosa fa nella vita?

Metti insieme questi particolari in un ritratto chiaro, utilizzando anche lo schema della pagina successiva. Ricorda: niente interpretazioni psicologiche (quelle arriveranno nella "radiografia", a p. 92), solo dettagli concreti per il momento!

Quando usare questa strategia

Applica questa tecnica a qualsiasi testo: soffermati sui personaggi, osserva le parole, i gesti e le descrizioni che l'autore o l'autrice offre e usale per comporre il loro ritratto. Ti aiuterà a capire meglio ciò che fanno… e ciò che celano.

Com’è (descrizioni aspetto fisico)

Che cosa fa (descrizioni azioni)

Che cosa dice (discorsi riportati dal narratore)

Che cosa pensa (pensieri riportati dal narratore)

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RADIOGRAFIA DEL PERSONAGGIO

Che cosa impari

Ogni personaggio porta dentro di sé paure, desideri e contraddizioni, che non si vedono alla prima occhiata: serve dunque una radiografia che ci aiuti a vedere sotto la superficie – o meglio – a leggere tra le righe.

Perché ti è utile

A volte, chi scrive una storia non spiega chiaramente che cosa provi un personaggio in un certo momento o in una precisa situazione. Non troviamo frasi come “era spaventato” o “si sentiva solo”: i suoi gesti, silenzi, reazioni, persino gli oggetti che custodisce, parlano per lui. Fare la radiografia del personaggio significa spingersi oltre l’immagine esteriore che ci viene consegnata.

Come si fa, passo per passo

Questa volta il taccuino non basta: ci serve uno strumento speciale, come quelli che usano i medici. La radiografia del personaggio si ottiene seguendo questo procedimento.

1. Parti dalla fotografia dei personaggi che hai già fatto, cioè dai dettagli concreti che hai raccolto.

2. Chiediti: oltre alle descrizioni che fornisce l’autore o l’autrice, che cosa lasciano intendere quei gesti, silenzi, scelte?

3. Segna ipotesi su paure, sogni, bisogni nascosti che il testo non dichiara, ma che emergono indirettamente.

4. Controlla se più indizi puntano nella stessa direzione: se sì, probabilmente sei sulla pista giusta.

Un esempio, per capire meglio

Osserviamo Antonio, ma non per come appare: proviamo a “guardarlo dentro” rileggendo più a fondo alcuni passaggi.

• A pagina 10 si legge che per Antonio la guerra – odiata da tutti – era stata una manna dal cielo. Antonio si illude di essere in una posizione di vantaggio, ma la radiografia rivela che il

suo trionfo poggia su una catastrofe collettiva: è un successo fragile, destinato a incrinarsi.

• Nel primo capitolo, quando baratta col contadino il fazzoletto con le uova, controlla che queste ultime siano fresche, scuotendole una per una. Questo gesto rivela come – dietro la precisione da mercante – si nasconda la paura continua di essere imbrogliato: Antonio non si fida mai, è sempre in allerta.

• Sempre nel capitolo Equilibrio, Antonio ha uno scontro con un altro cliente: evita uno schiaffo e, per intimorire il suo interlocutore, gli assesta un pugno. Qui la radiografia non rivela solo il timore di perdere la merce, ma l’abitudine – insegnatagli da un familiare – a ricorrere alla violenza. Più che un mezzo di aggressione, essa è una corazza dietro cui protegge la sua fragilità.

• Nel capitolo Furti, si dice che Antonio non ha problemi di coscienza a fare il ladro. Dietro tale ostentazione da duro c’è il vuoto: si nasconde un ragazzo cresciuto troppo in fretta, che rimpiazza gli affetti con oggetti nascosti.

• Nel capitolo Il Corsaro affiora la prima crepa profonda del personaggio: non solo Antonio non è certo della sua strada, ma guarda con invidia la condizione del ragazzino con la riga nel mezzo. Quello che gli manca non è il denaro, ma una famiglia. La radiografia mostra come dietro la corazza di sicurezza viva il tarlo del dubbio e della solitudine.

Analizzando la radiografia di Antonio fino a questo momento, abbiamo scoperto che l’apparente sicurezza di chi ha trovato nella guerra una fortuna è in realtà la maschera di un adolescente spaventato, solo, che si difende con orgoglio e violenza dal timore più grande: scoprire di non avere un futuro diverso.

Prova tu!

Puoi proseguire con la radiografia di Antonio, oppure mettere sotto i raggi X Andrea, aiutandoti con queste domande.

1. Quali paure emergono dai suoi comportamenti (per esempio il legame ossessivo con Guerrino)?

2. Quali desideri o sogni possiamo intuire dagli oggetti che conserva, dai libri che legge, dal ricordo del nonno?

3. In quali momenti il testo ci mostra gesti o silenzi che parlano più delle parole?

4. Quali contraddizioni noti nella sua figura? Per esempio, il fatto che disobbedisca in varie situazioni ai suoi genitori, che cosa ti dice di lui?

Annota le tue deduzioni. Ricorda, non stai più scattando una fotografia, ma ricostruendo ciò che sta dietro l’immagine visibile.

Quando usare questa strategia

Usa questa tecnica quando vuoi andare oltre l’apparenza di un personaggio e capire che cosa prova davvero: ti sarà utile nei momenti di tensione, quando il testo non dice tutto ma lascia indizi tra le righe. Dopo aver raccolto i dettagli concreti (fotografia), la radiografia ti aiuterà a scoprire paure, sogni e contraddizioni nascoste.

L’AMBIENTAZIONE

Che cosa impari

In un romanzo storico come Caramelle dal cielo, l’ambientazione non è semplicemente uno sfondo: è un elemento fondamentale che orienta le azioni, crea atmosfera e fa rivivere un’epoca.

Perché ti è utile

Quando leggi un racconto o un romanzo storico, ti trovi spesso davanti a nomi di luoghi, date, usanze, oggetti che non conosci bene. Non sono decorazioni: sono indizi che ti aiutano a capire come vivono i personaggi, quali limiti affrontano e quali possibilità hanno. Interpretarli, ti permette di muoverti nella storia con consapevolezza.

Come si fa, passo per passo

L’ambientazione è come la scena del crimine: se non analizzi tutto quello che vedi attorno, rischi di non capire che cos’è successo.

1. Segna luoghi e tempi precisi citati nel testo e controlla gli appunti che hai preso durante la lettura.

2. Nota i dettagli concreti che rimandano al periodo storico (oggetti, vestiti, mezzi di trasporto, cibi, leggi, usi…).

3. Chiediti: che atmosfera creano questi elementi? Che effetto hanno sui personaggi?

4. Rifletti: quali informazioni sull’epoca ti servono per capire meglio la vicenda?

Un esempio, per capire meglio

L’autrice Marta Palazzesi ci porta a Milano durante la Seconda guerra mondiale. Non usa descrizioni generiche, ma dettagli precisi e documentati che fanno vivere la città in quel momento storico.

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• La corretta ricostruzione geografica e temporale

L’autrice nomina strade, palazzi e chiese come se li vedesse

davanti a sé. Per esempio: Antonio entra da corso Lodi e percorre corso Roma; Andrea e Guerrino attraversano via Larga e una viuzza buia.

• I dettagli che fanno la storia

Gesti, oggetti, cibi, abiti, suoni: tutto contribuisce a creare atmosfera e a determinare un reale coinvolgimento emotivo.

Per conoscere e ricostruire tali dettagli, occorre innanzitutto documentarsi in maniera accurata; per esempio, l’autrice ha recuperato il testo della trasmissione radio del 1943!

Ogni dettaglio è un marcatore storico: mostra privazioni, tensioni e differenze sociali. Non basta però documentarsi; serve guardare tutto attraverso gli occhi dei personaggi.

A p. 18, ad esempio, Andrea e Guerrino non osservano le macerie: ci vivono dentro. Le rovine non sono sfondo, ma parte della loro esperienza in una città ferita.

In Caramelle dal cielo, l’ambientazione modella i comportamenti: Antonio approfitta del caos, Andrea cerca rifugio negli affetti. La città bombardata non è solo uno sfondo: è una forza che agisce nella storia.

Prova tu!

1. Quali dettagli storici hai notato e che cosa rivelano sull’epoca?

2. Quali luoghi della città emergono nella lettura? Che aspetto hanno?

3. In che modo la guerra condiziona la vita quotidiana dei personaggi?

4. Se togliessimo questa ambientazione, la storia sarebbe la stessa?

Annota le tue rilfessioni utilizzando lo schema di pagina 97.

Quando usare questa strategia

Usa questa tecnica per individuare i dettagli che rendono credibile l’epoca, capire come l’ambiente orienta le scelte dei personaggi e cogliere il legame tra storia e vita quotidiana.

AMBIENTAZIONE

Dove si svolge la storia

Quando si svolge la storia

Quali elementi mi sono rimasti impressi

Quali dettagli sono stati scelti per descrivere quest'epoca

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LA VOCE NARRANTE

Che cosa impari

Capire chi racconta la storia, e come, è fondamentale: la voce narrante guida il nostro sguardo e decide che cosa possiamo o non possiamo sapere.

Perché ti è utile

Riconoscere la voce narrante ti permette di capire da quale punto di vista stai osservando la storia, quali informazioni ti vengono offerte e quali restano nascoste. Ti aiuta a distinguere tra ciò che il narratore mostra, ciò che suggerisce e ciò che lascia intuire, rendendo la tua lettura più consapevole e profonda.

Come si fa, passo per passo

Quando indaghi sulla voce narrante e sulla struttura, puoi rivolgerti queste domande.

1. La storia è raccontata in prima persona o in terza persona? L’autore ci porta dentro i pensieri di un personaggio o resta esterno?

2. La voce narrante è affidabile o lascia dubbi e misteri?

3. Rifletti: che effetto hanno tutte queste scelte sul lettore?

Un esempio, per capire meglio

In questo romanzo, chi racconta la storia non è un personaggio, ma una voce che osserva tutto dall’esterno. Questa voce però non resta fredda e lontana: a volte si avvicina così tanto ai personaggi da sfiorare quasi i loro pensieri e i loro sentimenti. Nei capitoli che hai letto, la voce narrante si alterna: nel primo (Equilibrio) ci porta vicino ad Antonio, nel secondo (Macerie) ci fa vedere le cose attraverso Andrea, e così via. Che cosa comporta per noi lettori questa scelta dell’autrice?

• Non vediamo mai tutto dall’alto, come se fossimo onniscienti, ma solo ciò che quella voce decide di mostrarci.

• Entrando nei pensieri di Antonio o di Andrea, ci sentiamo vicini a loro, come se potessimo vivere le stesse emozioni.

• Il fatto che la voce si sposti dall’uno all’altro ci permette di confrontare i due punti di vista: comprendiamo meglio le differenze tra i personaggi, le loro scelte e i loro desideri.

• Questo crea anche un po’ di tensione: sappiamo cosa prova uno, ma non sempre cosa sta pensando l’altro nello stesso momento, e questo ci spinge a proseguire la lettura per scoprirlo.

Prova tu!

Segui queste tracce una alla volta, senza fretta.

1. Chi parla davvero?

Prova a chiederti: nei capitoli che hai letto, ti sembra di essere più vicino ad Antonio o ad Andrea? In che modo te ne accorgi? (Guarda le descrizioni, i pensieri, le emozioni che vengono riportate).

2. Il narratore giudica oppure osserva?

Leggi con attenzione: la voce che racconta ti sembra dare un giudizio sui personaggi oppure si limita a mostrarli? Trova un passaggio che ti sembra un commento e uno che ti sembra solo descrizione.

3. Che effetto ha sul lettore?

Prova a immaginare: se la storia fosse stata raccontata in prima persona da Antonio o da Andrea, come sarebbe cambiata? Ci saremmo fidati allo stesso modo? Avremmo sentito le stesse emozioni?

Scrivi le tue osservazioni come se fossero note in un taccuino d’indagine: “Indizio 1: …”, “Indizio 2: …”. Alla fine, prova a tirare una conclusione: che tipo di narratore è e come influenza la tua lettura del romanzo?

Quando usare questa strategia

Usa questa tecnica ogni volta che vuoi capire meglio chi ti sta guidando dentro la storia. È utile in tutti i testi, non solo nei romanzi storici: ti aiuta a distinguere se stai leggendo i pensieri di un personaggio o se una voce esterna ti mostra la scena. Applicala quando vuoi scoprire quanto puoi fidarti del narratore e che effetto hanno le sue scelte sul lettore.

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LA TRAMA

Che cosa impari

Ogni storia ha un filo che la tiene insieme: la trama. Non è solo “quello che succede”, ma il modo in cui gli eventi si concatenano, si complicano e trovano una conclusione. Imparare a riconoscere la trama significa capire come l'autore o l'autrice costruisce tensione e significato.

Perché ti è utile

Se sai individuare i passaggi fondamentali della trama, puoi seguire meglio l’evoluzione dei personaggi e cogliere il senso della storia. La trama ti mostra come da una situazione iniziale si arrivi a un cambiamento, attraverso ostacoli e conflitti. È come una mappa che ti guida nel viaggio narrativo.

Come si fa, passo per passo

Per rappresentare la trama non ti serve una bussola, ma occhi attenti e un buono schema. Queste indicazioni ti saranno utili, vedrai!

1. Individua la situazione di equilibrio iniziale e il momento in cui questo viene rotto.

2. Prendi nota delle complicazioni, cioè dei problemi, delle avversità, dei conflitti che coinvolgono i protagonisti.

3. Riconosci quali eventi contribuiscono a risolvere i problemi che si sono creati.

4. Segna com’è il finale: la situazione torna come prima o è cambiata? In che modo?

5. A lettura terminata, rifletti su quale sia il momento di tensione culminante (noi la chiamiamo con un termine tedesco, Spannung), vale a dire il punto in cui la storia raggiunge il massimo della drammaticità.

6. Rappresenta questi elementi in un grafico come quello che trovi a pagina 102: una linea che sale, si spezza, raggiunge il culmine e poi scende verso la conclusione.

Un esempio, per capire meglio

Applichiamo queste istruzioni per ricavare la trama di Caramelle dal cielo.

• Equilibrio iniziale: Antonio vive di baratti e mercato nero, Andrea di affetti familiari e del legame con Guerrino. Due mondi diversi, ma entrambi in una fragile quotidianità.

• Rottura dell’equilibrio: il bombardamento sconvolge la città e costringe i protagonisti a reagire.

• Complicazioni: Antonio viene derubato e deve affrontare la violenza e la precarietà; Andrea perde Guerrino e decide di tornare in città a cercarlo, rischiando la vita. I due ragazzi si incontrano e si scontrano, attraversando insieme una Milano devastata.

Prova tu!

Prova a concludere l’analisi della trama iniziata sopra.

• Ci sono altre complicazioni che affrontano i protagonisti?

• Qual è il momento di massima tensione?

• Come si conclude la storia? È cambiato qualcosa rispetto all’inizio?

• Segna gli eventi fondamentali della trama su uno schema: ti aiuterà a vedere la storia come un percorso, con salite, cadute e un punto culminante.

Quando usare questa strategia

Usa questa tecnica ogni volta che vuoi capire meglio la struttura di un racconto o di un romanzo. Ti aiuta a non perderti nei dettagli e a cogliere il senso del viaggio dei personaggi, dalla partenza al cambiamento finale.

ACME (Spannung)

Qual è il culmine della storia, il punto di maggior difficoltà e tensione?

Tensione decrescente Quali sono gli eventi che contribuiscono a risolvere i conflitti?

Tensione crescente Quali difficoltà, imprevisti, fatti contribuiscono a far salire la tensione?

Ricomposizione equilibrio Quale evento riporta la situazione a un certo equilibrio, rispetto alle vicende vissute?

finale I protagonisti ritrovano una situazione di equilibrio (anche diversa da quella iniziale), a fronte di una crescita.

Rottura equilibrio Quale evento spezza l’equilibrio iniziale?

Situazione iniziale

Qual è la situazione del/dei protagonista/i all’inizio della storia?

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LE PAROLE CONTANO

Che cosa impari

Le parole non sono tutte uguali: le scelte lessicali di chi scrive contribuiscono a creare l’atmosfera e mettono in risalto i temi del romanzo.

Perché ti è utile

Ogni autore o autrice sceglie con cura le parole che userà. In un romanzo storico, certi termini rimandano a un’epoca precisa (oggetti, cibi, abitudini), mentre altri creano emozioni e immagini ricorrenti. Si rivelerà importante, per cercare i fili conduttori della narrazione, individuare i campi semantici, cioè quei gruppi di parole che afferiscono a uno stesso ambito.

Come si fa, passo per passo

Per “indagare” il lessico...

1. Sottolinea le parole che appartengono a uno stesso ambito (cibo, guerra, paura, animali, affetti…).

2. Conta quante volte ricorrono e in quali situazioni.

3. Chiediti: che effetto producono sul lettore? A quale tema più ampio rimandano?

4. Rifletti: il linguaggio è semplice o ricercato? Adatto all’epoca o moderno?

Un esempio, per capire meglio

Caramelle dal cielo è ambientato a Milano durante la Seconda guerra mondiale. Non basta dire “è un periodo difficile”: l’autrice ce lo fa vivere attraverso parole precise, che ricorrono più volte e costruiscono delle vere e proprie “famiglie di parole” (campi semantici).

• Campo semantico della guerra: macerie, sirene, rifugio, Pippo, coprifuoco, tessera annonaria… Questi vocaboli non sono neutri: evocano distruzione, pericolo, privazione. Il termine Pippo, per esempio, non è un nome qualsiasi, ma il soprannome popolare che gli italiani davano all’aereo ricognitore che volava di notte.

Una tale scelta lessicale ci “immerge” dentro il linguaggio quotidiano dell’epoca, come se ascoltassimo davvero la voce della gente.

• Campo semantico della sopravvivenza: scambio, baratto, contrattare. Parole come queste sono strettamente legate ad Antonio; non sono solo verbi d’azione: raccontano un modo di guardare la vita. Antonio si muove in una realtà in cui tutto può essere venduto o scambiato, persino i rapporti umani. La ripetizione di questi termini rafforza l’idea di un ragazzo che misura il proprio valore con il guadagno.

• Campo semantico degli affetti: Guerrino, nonno, orologio, abbraccio. Per Andrea le parole importanti sono quelle che custodiscono relazioni e ricordi. Orologio, per esempio, non è solo un oggetto: rimanda a un’eredità affettiva, a un legame familiare che resiste anche quando tutto intorno crolla.

Analizzare il lessico ci aiuta a capire non solo “di cosa si parla”, ma anche come l’autrice vuole che ci sentiamo: oppressi dal pericolo quando leggiamo parole di guerra, immersi nel cinismo con Antonio, rassicurati dal calore degli affetti con Andrea.

Prova tu!

Ora ripensa al romanzo che hai appena letto e prova a rivolgerti queste domande.

1. Quali altri campi semantici si possono individuare?

2. Quali personaggi sono associati a ciascun campo?

3. Secondo te, quali temi del romanzo emergono attraverso queste scelte lessicali?

4. In che modo il lessico contribuisce a costruire l’atmosfera della narrazione?

Quando usare questa strategia

Usa questa tecnica ogni volta che vuoi capire meglio come le parole costruiscono l’atmosfera di un testo. È particolarmente utile nei romanzi storici, dove il lessico rimanda a un’epoca precisa, ma funziona anche in racconti realistici o poetici. Applicala quando noti ricorrenze di termini o immagini: ti aiuterà a scoprire i temi nascosti e a leggere con più consapevolezza.

STRATEGIE DI SCRITTURA

RACCONTO REALISTICO

fase 1 – RICERCA DELLE IDEE

Minilesson 1 – CERCARE SPUNTI

Che cosa impari

Per scrivere un racconto realistico, il punto di partenza è sempre un’idea concreta, che nasce dalla realtà.

Perché ti è utile

Il racconto realistico è uno specchio della vita: può partire da fatti veri o inventati, ma deve sembrare verosimile. Allenati a cogliere spunti da piccoli episodi quotidiani, da scene osservate o da dettagli apparentemente insignificanti.

Come si fa, passo per passo

1. Apri un giornale online o cartaceo, oppure pensa a qualcosa successo di recente a te o a chi conosci.

2. Leggi titoli o notizie: quali ti colpiscono di più?

3. Annota luoghi, fatti, persone che potrebbero diventare lo spunto per una storia.

4. Scrivi almeno tre possibili idee per racconti realistici.

5. Prova ad ampliare ognuna con qualche riga di trama.

Un esempio, per capire meglio

Caramelle dal cielo: Marta Palazzesi parte da un fatto reale (i bombardamenti di Milano nel 1943) e costruisce la storia di due ragazzi, Antonio e Andrea, che reagiscono in modo diverso alla stessa realtà.

Esempio inventato: leggendo un quotidiano, troviamo la notizia “Studente perde il treno e resta bloccato di notte in stazione”. Da qui possono nascere tre possibili storie:

• un ragazzo che vive un incontro inaspettato in stazione;

• una ragazza che scopre la città notturna e i suoi pericoli;

• un gruppo di amici che trasforma l’attesa in un’avventura.

Scegliamo la seconda: più originale e adatta a un racconto breve.

Prova tu!

Cerca tre notizie o ricordi che ti colpiscono e scrivi per ciascuno una breve traccia narrativa; poi elimina gli spunti più deboli e conserva quello davvero efficace.

Quando usare questa strategia

Quando scriverai, guarda la realtà con curiosità: ogni fatto, dettaglio o ricordo può diventare l’idea giusta per una nuova storia.

Fase 2 – PIANIFICAZIONE

Minilesson 2 – IL PERSONAGGIO

Che cosa impari

Per creare un personaggio, parti da una “fotografia”: aspetto, movimenti, voce, oggetti. Poi aggiungi una “radiografia”: paure, desideri e contraddizioni che emergono tra le righe.

Perché ti è utile

Nella vita ci facciamo subito un'idea delle persone da dettagli concreti; allo stesso modo, in un racconto realistico dobbiamo “fotografare” il personaggio. Per renderlo credibile, però, serve coglierne pensieri e fragilità che orientano le sue scelte.

Come si fa, passo per passo

1. Scrivi una descrizione fisica del personaggio (altezza, età, capelli, abiti…)

2. Annotane i gesti più abituali (cammina in fretta, ride spesso, parla piano…)

3. Segna eventuali oggetti che lo caratterizzano (una bici, un quaderno, un animale domestico…)

4. Raccogli questi dettagli in un ritratto coerente: la fotografia.

5. Aggiungi la radiografia: scrivi i desideri più forti, le paure, i sogni segreti o i bisogni interiori.

6. Rifletti su come questi elementi nascosti influenzano le sue scelte e pensa a come farli emergere senza dirli esplicitamente.

Un esempio, per capire meglio

Caramelle dal cielo: La fotografia di Antonio mostra un ragazzo scaltro, orgoglioso, appariscente. Ma la radiografia rivela che dietro la sicurezza si nasconde la paura di restare solo e il dubbio di non avere un futuro diverso da quello dello zio.

Esempio inventato: Martina ha sempre i capelli legati in una coda spettinata, indossa scarpe da ginnastica consumate e porta con sé una borraccia piena di adesivi. La fotografia presenta una ragazza sportiva, energica, un po’ disordinata. Dalla radiografia, emerge che Martina sogna di vincere una gara per farsi notare dai genitori, ma teme di deludere la squadra.

Prova tu!

1. Scrivi la fotografia del tuo personaggio: fisico, abiti, gesti, oggetti. Pensa a un dettaglio che lo renda unico e riconoscibile. 2. Poi aggiungi la radiografia: almeno una paura, un desiderio e un sogno nascosto. Spiega come potrebbero emergere nella storia senza essere detti apertamente.

Quando usare questa strategia

Ogni volta che vuoi costruire o analizzare un personaggio realistico. La fotografia ti aiuta a renderlo vivo e riconoscibile, la radiografia a dargli profondità e credibilità. Insieme, permettono di cogliere sia ciò che appare, sia ciò che resta nascosto.

Minilesson 3 – L’AMBIENTAZIONE

Che cosa impari

Il luogo e il tempo non sono uno sfondo neutro: influiscono su ciò che accade e su come i personaggi vivono.

Perché ti è utile

ll luogo e il tempo non sono semplici decorazioni: determinano il tono della scena e condizionano i comportamenti dei personaggi. L’ambientazione rende credibili le reazioni dei personaggi, mostrando come agiscono dentro un contesto con regole e limiti precisi.

Come si fa, passo per passo

1. Decidi il luogo preciso dove si svolge la storia.

2. Aggiungi dettagli visivi (cosa si vede), uditivi (cosa si sente) e olfattivi (cosa si respira).

3. Indica il periodo (stagione, anno, momento della giornata).

4. Svolgi una ricerca accurata, analizzando tutte le fonti sicure a cui riesci ad accedere.

5. Rifletti: che atmosfera crea questa ambientazione?

Un esempio, per capire meglio

Caramelle dal cielo: «Via Zebedia, per il momento, era stata graziata dalle bombe. Nessun palazzo era stato colpito, ma la strada era comunque invasa da calcinacci e pezzi di balconi crollati per via delle vibrazioni», p. 53. L'ambientazione trasmette insicurezza e angoscia.

Esempio inventato: la scuola di Martina ha corridoi stretti con muri pieni di scritte, il pavimento consunto, le finestre che lasciano entrare aria fredda d’inverno. L'ambientazione trasmette disordine e i problemi che si incontrano nella vita quotidiana.

Prova tu!

• Descrivi il luogo del tuo racconto con almeno tre dettagli sensoriali (vista, udito, olfatto). Aggiungi anche il momento in cui la scena si svolge (giorno/notte, stagione, anno).

• Pensa: che atmosfera crea questo ambiente? È accogliente, minaccioso, caotico, silenzioso?

• Rifletti su come i personaggi si muovono dentro questo spazio: reagiscono con paura, curiosità, indifferenza?

• Scrivi un breve paragrafo che unisca tutti questi elementi.

Quando usare questa strategia

Usa questa tecnica ogni volta che vuoi dare credibilità e spessore a un racconto realistico o storico. Ti sarà utile, in particolare...

• All’inizio di una storia, per calare subito il lettore in un contesto preciso.

• Nei momenti di tensione, quando il luogo e il tempo amplificano le emozioni dei personaggi.

• Quando vuoi mostrare come l’ambiente influisce sulle scelte e sui comportamenti dei protagonisti.

Ricorda: senza un’ambientazione chiara, un racconto realistico perde consistenza.

Fase 3 – STESURA

Minilesson 4 – VOCE NARRANTE E STRUTTURA

Che cosa impari

Scegliere la voce narrante (prima o terza persona, vicina o distante) e l’organizzazione degli eventi (in ordine, con flashback o anticipazioni) modella prospettive, ritmo, tensione e sorpresa.

Perché ti è utile

La voce narrante è una lente: in prima persona entri nei pensieri del personaggio, in terza persona osservi ciò che la voce sceglie di mostrarti. La struttura è una strada: la cronologia offre chiarezza, mentre flashback e anticipazioni aggiungono profondità e suspense. Usare con consapevolezza voce e struttura ti permette di guidare emozioni, informazioni, ritmo e colpi di scena.

Come si fa, passo per passo

1. Scegli la distanza: vuoi che il lettore sia “dentro” i pensieri (prima persona o terza persona interna) o preferisci uno sguardo più ampio e controllato (terza persona esterna)?

2. Decidi l’ordine degli eventi: cronologico se vuoi chiarezza e crescita lineare; flashback/anticipazioni se vuoi svelare motivazioni, creare mistero o aumentare tensione.

3. Stabilisci l’affidabilità della voce: la voce giudica, nasconde, interpreta? Un narratore non affidabile può intensificare conflitto e sorpresa.

4. Progetta il ritmo: alterna scene (azione, dialoghi) e sommari (passaggi di tempo) per mantenere scorrevolezza e intensità; usa transizioni chiare.

5. Prova due aperture: scrivi le prime righe in prima e in terza persona; confronta tono, ritmo e coinvolgimento, poi scegli la versione più efficace per il tuo obiettivo.

Un esempio, per capire meglio

Caramelle dal cielo: terza persona interna; struttura principalmente lineare con inserti di memoria (zio Saro, il nonno) che illuminano motivazioni e fragilità. Risultato: doppio punto di vista, empatia alternata, tensione continua.

Esempio inventato: Martina racconta in prima persona la gara decisiva. A metà del primo paragrafo, un flashback interrompe l’azione e mostra la sconfitta pubblica di un anno prima. Risultato: immersione emotiva immediata e motivazione del presente resa visibile senza spiegazioni didascaliche.

Prova tu!

• Doppia apertura: scrivi 5–6 righe della tua storia in due versioni (prima persona e terza persona interna).

• Scelte di struttura: prova una versione in ordine cronologico e una con un flashback (2-3 frasi) che sveli un dettaglio chiave.

• Valuta l’effetto: quale versione crea più vicinanza? Quale genera più curiosità o tensione?

Quando usare questa strategia

• All’inizio della scrittura: per impostare prospettiva, affidabilità e ritmo prima di sviluppare le scene.

• Nei momenti di svolta: quando vuoi aumentare tensione o rivelare motivazioni senza rallentare la narrazione.

• In revisione: per correggere incoerenze (voce che “slitta”, flashback troppo lunghi, anticipazioni che rovinano la sorpresa) e rendere la lettura fluida e coinvolgente.

Ricorda: voce e struttura sono l’architettura emotiva della tua storia.

Fase 4 – REVISIONE

MInilesson 5 – CONTROLLARE LA COERENZA

Che cosa impari

Una buona storia non nasce perfetta: la revisione la rende chiara, scorrevole e coerente.

Perché ti è utile

Quando scrivi un messaggio importante, lo rileggi per evitare errori o frasi confuse. Anche per i racconti la revisione è indispensabile.

Come si fa, passo per passo

1. Rileggi il testo a voce alta: scorre bene o ci sono parti poco chiare?

2. Controlla che i personaggi si comportino in modo coerente con la loro fotografia e radiografia.

3. Correggi eventuali errori grammaticali e ortografici.

Un esempio, per capire meglio

Caramelle dal cielo: Andrea resta sempre legato a Guerrino, Antonio non smette mai di ostentare sicurezza: la coerenza è mantenuta dall’inizio alla fine.

Esempio inventato: nella prima bozza Martina sembrava timida, ma nel finale diventava sicura senza spiegazioni. In revisione inseriamo indizi di cambiamento già durante la gara, per rendere il finale credibile.

Prova tu!

Rileggi la tua bozza e annota tre cose da migliorare: (1) chiarezza della trama, (2) coerenza dei personaggi, (3) correttezza linguistica. Scambia il testo con un compagno e datevi consigli a vicenda.

Quando usare questa strategia

Usa questa tecnica ogni volta che hai terminato una stesura e vuoi renderla più chiara e credibile. È utile sia durante la scrittura, per correggere subito, sia alla fine, per rifinire il testo.

Nella Milano del 1943, Antonio, rimasto solo, si arrangia come può. Andrea, che vive con la famiglia in una bella casa, trova nel cane Guerrino l’ultimo legame con il nonno e un amico prezioso. Un giorno che le sirene annunciano l’ennesimo bombardamento, i due ragazzi stringono un patto per proteggere ciò che più conta per loro. Nella notte in cui le bombe cadono come grappoli di caramelle nere, scopriranno che il coraggio nasce nei momenti più duri e che l’amicizia può farsi strada un passo alla volta.

Un viaggio dentro la guerra vista dagli occhi di due ragazzi, per capire quanto contino le relazioni, le decisioni e la forza di restare umani.

DETECTIVE DEL TESTO è la collana di narrativa che invita lettrici e lettori della scuola secondaria a vivere il Writing and Reading Workshop come un’indagine: ogni opera diventa un caso da approfondire, da interrogare con domande autentiche e indizi che stimolano un rapporto critico e personale con il testo. Ogni volume unisce una narrazione senza note, pensata per una lettura piena e autonoma, a pagine di taccuino che invitano a osservare, annotare e interpretare. Le minilesson �inali di lettura e scrittura offrono strategie chiare, esempi mirati e organizzatori gra�ici: tutti gli elementi chiave del WRW in un formato accessibile e immediato, da utilizzare in classe o a casa.

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