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Ticino Management: Ottobre 2026

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Anno XXXVIII N. 10 – Ottobre 2026

eidosmedia.ch

CHF 12 – EUR 10

L’inverno sta arrivando: soluzioni da adottare ECONOMIA

INNOVAZIONE

La ricetta non premia più, la sanità saprà curarsi?

MedTech in Svizzera: un’identità da non smarrire

LIFESTYLE

FINANZA

Design, progettare nella coesistenza delle scale

Redimersi e cancellare i debiti, se si può perché non farlo?

ARTE

SPECIALE DIGITALE

Il prisma della pittura e la visione del collezionista

Scelte intelligenti per un futuro non solo artificiale

IL MENSILE SVIZZERO DI ECONOMIA E FINANZA


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ISSN 1664-3798 EIDOS GRAY #8a8d8e C:0 M:0 Y:0 K:57 R:137 G:140 B:142 PANTONE 877

Società Editrice Eidos Swiss Media Sagl Via Lavizzari 4 - 6900 Lugano Tel. 091 735 70 00 EIDOS RED #e4002b info@eidosmedia.ch C:0 M:100 Y:80 K:0 R:228 G:0 B:43 PANTONE 185 www.eidosmedia.ch Sede della Redazione Via Lavizzari 4 6900 Lugano Tel. 091 735 70 00 redazione@eidosmedia.ch

Responsabile editoriale Federico Introzzi · fintrozzi@eidosmedia.ch Redazione Susanna Cattaneo · scattaneo@eidosmedia.ch Giulio De Biase · gdebiase@eidosmedia.ch Mirta Francesconi · mfrancesconi@eidosmedia.ch Andreas Grandi · agrandi@eidosmedia.ch Simona Manzione · smanzione@eidosmedia.ch Andrea Petrucci · apetrucci@eidosmedia.ch Emanuele Pizzatti · epizzatti@eidosmedia.ch Maria Antonietta Potsios · mapotsios@eidosmedia.ch Eleonora Valli · evalli@eidosmedia.ch Hanno collaborato a questo numero Ettore Accenti, Luca Agliati, Alessandro Beggio, Aaron Bettazza, Marco Betocchi, Ignazio Bonoli, Sergio Galanti, Simone Oltolina, Frank Pagano, Giuseppe Perale, Stelio Pesciallo, Francesca Prospero Cerza, Rocco Rigozzi, Marco Robbiani, Angelo Roselli, Sergio Rossi, Adriano A. Sala, Riccardo Stegmüller, Andrea Ziswiler Progetto e coordinamento grafico Veronica Farruggio · grafica@eidosmedia.ch Coordinamento Produzione Roberto Musitano · rmusitano@eidosmedia.ch Pubblicità Coordinamento interno pubblicita@eidosmedia.ch · Tel. 091 735 70 00 Agenzia esterna Claus Winterhalter · winterhalter@ticino.com Abbonamenti abbonamenti@eidosmedia.ch Annuo franchi 100.- (9 numeri, 3 bimestrali) Estero: supplemento postale Tel. 0041 (0)91 735 70 00 Logistica e amministrazione amministrazione@eidosmedia.ch Chiusura redazionale: 30 settembre 2026


Editoriale

L’estate sta finendo Caro lettore, prosegue e si infiamma il dibattito intorno all’Intelligenza Artificiale, assecondando le molte mode degli ultimi anni. A un biennio di gemmazione improvvisa e straordinaria di virologi, nemmeno fosse primavera, ne è seguita una seconda altrettanto virulenta di generali, una terza di ingegneri, conoscitori dei più oscuri forzieri energetici e non solo della Terra, una quarta di strateghi che palleggiano la geopolitica meglio di Washington, purtroppo in questo caso forse a ragione. E non sorprende nemmeno più ascoltare generali che discutono di geopolitica, energia e sanità, o ingegneri di energia, difesa e geopolitica... è giunta infine l’era del leggendario Tuttologo. Per intanto l’Ai, promossa a ‘super-intelligenza’, prosegue nella sua ordinata semina di caos quotidiano. La favoletta del “tranquilli, è tutto autofinanziamento, il rischio bolla non esiste” è come previsto tramontata, e la lunga lista di emittenti di debito, sempre più monstre, si contende il capitale disponibile; risparmio che non hanno contribuito a creare, e sembra improbabile inizino a farlo. Certo, il libero mercato si autoregola, e gli investitori ne rimangono i meglio informati garanti, ma i giganti dell’Ai potrebbero aver scavallato anche tale argine con flottanti ridicoli, e diritti di voto gelosamente custoditi. Dunque, mentre ci si arrovella ancora intorno a banche e affini, lo scettro di ‘sistemici’ è passato a discutibili società private, e intenzionate a restarlo, il cui starnuto potrebbe scatenare un panico che ‘Lehman scostati’: un calo di un solo giorno e di un modesto 10% dell’invidiata Nvidia equivarrebbe a 500 miliardi evaporati nel portafoglio di milioni di ignari sfortunati. È un problema democratico: si fanno le pulci a un Governo per dati insignificanti gentilmente concessi, ma non si vuole regolare un discutibile privato, assoluto dal giudizio dei suoi stessi azionisti e sovrano di ogni dato, che si dice abbia tra le mani le sorti dell’intera umanità. Tacendo invece di sfide e problemi già tutti da gestire, e da mezzo secolo annunciati, al cui centro sfavilla la demografia. MONTBLANC Meisterstück 149 Style of Zug Limited Edition Penna stilografica Una proposta di Samuel Naldi Writing Culture, Zug.

Il baco del sistema è ancora democratico: il patto tra generazioni è irrimediabilmente perso, e non c’è intelligenza che possa rinnovarlo, con buona pace di salvifiche riforme. Tanto vale adeguarsi al cambiamento, e prenderne atto il prima possibile? Federico Introzzi


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Pubblicato da Investments VanguardSwitzerland Group (Irlanda) Limited, autorizzata e regolamentata dalla © 2026 Vanguard GmbH. Tutti i diritti riservati.

Banca Centrale d’Irlanda. © 2026 Vanguard Group (Irlanda), Limited. Tutti i diritti riservati.


sommario digitale / ottobre 2026

Cover story Le conseguenze della demografia su economia e società nei prossimi anni sono già qui.

Eureka La sezione dedicata all’innovazione, alla tecnologia e al Venture Capital.

Cultura I protagonisti del grande mondo dell’arte, della cultura e del lifestyle.

Opinionisti Le voci degli esperti che accompagnano i lettori con costanza.

Finanza Riflettori accesi su indipendenti, banche e asset management.

Eventi La sezione web-only dedicata a pre e post eventi.

Economia Tutti gli articoli dedicati all’analisi di temi economici dalle aziende alla consulenza.

Osservatorio La rubrica di approfondimento finanziario si amplia.

Speciali La sezione dedicata a tutti gli Speciali degli ultimi mesi.

IWC SCHAFFHAUSEN Ingenieur Automatic 50th Anniversary A 50 anni dalla presentazione dell'Ingenieur SL, Referenza 1832, creato dal leggendario artista e designer Gérald Genta, due edizioni limitate dai raffinati quadranti argenté spazzolati sottolineano questo importante anniversario.

La perfetta guida dell’internauta. Un vivace dialogo è iniziato, da un lato Ticino Management cartaceo dall’altro suo fratello minore digitale, l’obiettivo? Che siano sempre più connessi. Tra l’uscita di un’edizione e la successiva tutti gli articoli del cartaceo saranno pubblicati a cadenza regolare, insieme a contenuti studiati appositamente per essere nativamente digitali.


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sommario / ottobre 2026 Cover Story

p. 24

L’inverno democratico

L’invecchiamento demografico è ormai realtà, non è più una proiezione in un grafico che segnala un lontano problema, nel disinteresse generale. È una materia complessa, ma con cui è bene fare i conti subito, e adattarsi all’imminente cambiamento.

Da sinistra, Roland Nötzel, delegato alla Domiciliazione del Canton Neuchâtel; Aneeka Gupta, Director di WisdomTree; Valentin Bissat, Capoeconomista di Mirabaud Am; e HansJörg Naumer, Global Head Research di Allianz G.

Opinioni

Osservatorio

12 Ettore Accenti. Le terre rare, quanto sono davvero rare? Non molto, salvo averlo fortemente voluto. 14 Marco Robbiani. Consulenti di voto: sì a una maggiore trasparenza per rafforzare i diritti degli azionisti delle società anonime, ma senza pesare sulle Pmi. 16 Stelio Pesciallo. Crisi di coscienza per le Big Tech? O una mossa strategica per sgombrare il campo dalla concorrenza allineandosi con il sistema politico? 18 Ignazio Bonoli (in foto). La formazione universitaria è ancora adeguata alle esigenze del mondo del lavoro? Stando ai dati non molto, o comunque raramente. 20 Rocco Rigozzi. Comprendere le clausole chiave dei club deal immobiliari per investire con consapevolezza.

82 Macro. Se i mercati tengono, e il trend prosegue, è giusto tempo di ribilanciare. 83 Bond. Il problema dei rendimenti è sempre più concreto, il mercato è cambiato. 84 Macro. L’interesse per l’Europa continua a crescere, non mancano le ragioni. 86 Commento. L’Ai quali rischi reali presenta, e quali sono invece semplici fantasie o illazioni? 90 M&A. Le Pmi Svizzere restano attenzionate speciali. 91 Strategie (in foto, Richard Aston). L’azionario giapponese torna a segnalarsi, alla base notevoli cambiamenti. 93 Settori. Dati e parametri da osservare se si parla del ciclo dell’Ai sono cambiati. Se ne è preso atto? 95 Commodity. Il mercato degli Uae, diritti di inquinare, sta evolvendo, ma come e in quale direzione?

Economia 44

46

Settori. Ora che il MedTech ticinese ha imparato a riconoscersi come comunità, è il momento che l’ecosistema che circonda il cluster industriale crei le condizioni per un ulteriore salto. Commercio. La ricerca di nuovi mercati per valorizzare il know-how delle aziende ticinesi richiede strategia e conoscenza dei contesti locali.

8 · TM Ottobre 2026

Speciale Digitale 54 55

Ai agentica. Nuovi attori possono restituire potere e valore ai creatori. Iss. Tecnologie intelligenti ed esperienza operativa per gli edifici.

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adesso. Guidare le aziende nel cambiamento con risultati concreti.

58

Snce Group. Mettere la tecnologia a servizio del business.

60

Pmi. L’asso nella manica dell’Ai.

Eureka 62

66 67 68 69 70

Imprenditore. I passi da una soletta al successo globale nella protezione antimicrobica dei materiali. Studenti. Fondazioni di famiglia. Studenti. Una visione limpida. Studenti. Il primo club universitario svizzero dedicato a Bitcoin. Studenti. Software per tutti. Tecnologia. Quali momenti meritano davvero la presenza?


p. 36

Come ogni anno si conferma l’incremento dei premi, che paga il costo di troppe prestazioni, tanta burocrazia e, invece, pochi dati per misurare la qualità. A lato, Felix Schneuwly, esperto Assicurazione Malattia di Comparis.

Speciale Digitale Tante sono le opportunità, ma non meno le sfide da affrontare per tradurre il potenziale dell’Ai in crescita economica. Una partita da giocare con intelligenza. A lato, Christine Antlanger-Winter, Country Director di Google Svizzera.

Settori strategici

p. 40

Cancellare i debiti, o no?

Garantire che il MedTech possa continuare ad avere successo a livello internazionale partendo dalla Svizzera è fondamentale per non perdere competenze e creazione di valore. A lato, Adrian Hunn, Direttore di Swiss Medtech.

Ragione artificiale

p. 66

71 72 75

Marketing. Una lounge quanto lustro potrà ancora dare? Molto. Design. Fotografare il lusso. Innovazione. Soddisfare la fame artificiale d’energia con la geotermia.

Finanza 78

Previdenza. Cresce la fiducia degli Svizzeri nel II pilastro, ma non mancano i rimpianti per il passato.

© Lionel Deriaz

Puntando su reasoning in tempo reale, modelli compatti e sovranità digitale, una start up losannese sta aprendo la terza dimensione dell’Ai: più efficace, portabile, accessibile, ma anche più sicura e sostenibile. A lato, il Co-founder e Ceo di Giotto.ai, Aldo Podestà.

88

95

98

p. 76

Cresce il dibattito che vorrebbe una pronta cancellazione dei debiti pubblici detenuti dalle Banche Centrali. Sino a che punto avrebbe senso e quali sarebbero i problemi? A lato, Sergio Rossi, Professore ordinario di economica monetaria dell’Università di Friburgo.

Architetture parallele

p. 104

Oltre trent’anni di attività, progettando dalla lampada al padiglione. Un team di fantasisti del progetto premiati nel 2026 come ‘Designer dell’anno’. A lato da sinistra, Armand Louis, Aurel Aebi e Patrick Reymond, atelier oï, studio di architettura e design, La Neuveville.

Strategie. La gestione passiva è un male che si diffonde, e non senza conseguenze, per l’Europa. Settori. La Longevity crea notevoli opportunità d’investimento. Quali?

Cultura&Lifestyle 96

p. 50 © Klaus Vyhnalek

Sistema sanitario

Orologeria. Crescere mantenendo indipendenza e autenticità. Mercato. Dopo il collezionista.

100 Mostre. L’arte di Kounellis riletta attraverso il prisma della pittura. 108 Lifestyle. Strumenti di scrittura, tra identià, design e collezionismo. 110 Auto. Il lungo volo del Maggiolino.

Rubriche 10 111 112

Ceo Confidential Appuntamenti Auto Ottobre 2026 TM · 9


ceo confidential / 10 notizie flash per essere connessi di Frank Pagano

Ottobre

CEO Confidential

... in un LAMPO Pronti per un quarto trimestre del 2026 intenso? L’Ai continua a dominare il dibattito pubblico, insieme a una sensazione generale di attesa. Non c’è tempo per restare fermi. Ecco la nostra selezione dei dieci highlight del mese, che dovrebbero essere nell’agenda di ogni Ceo.

Avanti tutta

Il Pil degli Usa è ancora a +1,5% rispetto all’anno precedente; il Pil dell’Ue è a +2,6%, con tutti i mercati in positivo. L’inflazione è leggermente sopra il 3%, in linea con i mesi precedenti. I mercati azionari sono in crescita e continueranno a salire grazie alla tecnologia e alla spinta delle vendite del quarto trimestre (Cina, Francia e Russia negative). I tassi di interesse (obbligazioni a 10 anni) restano elevati: 5% negli Stati Uniti, 3,5% nell’Ue: nessun cambiamento rispetto ai mesi precedenti. Il sentiment complessivo resta cautamente positivo. In Germania e Francia sono in arrivo alcuni cambiamenti politici (i partiti di destra sembrano rafforzarsi), che aggiungeranno incertezza: quindi, attenzione, se siete Ceo.

© Stefan Odobasu / Unsplash

Privata, per ora

10 · TM Ottobre 2026

OpenAi ha confermato che non farà un’Ipo nel 2026. Sam Altman, il suo Ceo, ha affermato che ci sono troppe preoccupazioni legate alla sicurezza e che i tempi non sono maturi per aprire il capitale al pubblico. Il dibattito sul futuro dei giganti dell’Ai è acceso. OpenAi ha cercato finanziamenti privati a una valutazione superiore al trilione di dollari. Probabilmente la paura che Wall Street punisca un modello di business ancora fragile ha spinto OpenAi a mettere in pausa l’Ipo. Vedremo che cosa farà Anthropic, dato che anche la sua Ipo è attesa quest’anno.

Apple, una di noi?

John Ternus, il nuovo Ceo di Apple, ha officiato la presentazione delle innovazioni annuali, presso il quartier generale di Apple, in California. Oltre alle varie edizioni +1 dei dispositivi Apple, molto clamore ha creato il Duo, un iPhone pieghevole con prezzo a partire da circa 2mila dollari, ma che assomiglia a un generico dispositivo tecnologico asiatico o del passato. Resta da vedere se Apple sia diventata umana. Interessante è la continuità della sua strategia tra software e hardware, il tutto tenuto insieme dall’Ai, chiamata Apple Intelligence.

La nuova frontiera

A proposito di Anthropic, Dario Amodei, cofondatore e Ceo ha pubblicato un saggio in cui evidenzia il potere e i pericoli dello sviluppo dell’Ai, chiedendo controlli, regolamentazione politica e un quadro globale per proteggere le aziende tecnologiche occidentali dell’Ai dalla Cina. Il dibattito sul futuro dell’Ai è caldo. Altri guru della tecnologia si sono uniti all’appello per uno sviluppo regolamentato dell’Ai. Amodei potrebbe ritardare la sua Ipo, poiché i suoi numeri potrebbero non piacere a Wall Street. Non è solo paura del futuro.


La multa di Meta

Meta, la società creata da Mark Zuckerberg, è tornata alla ribalta per le sue cause legali. È di agosto lo storico accordo da 18 miliardi di dollari con molti Stati americani per risolvere le accuse secondo cui Instagram e Facebook avrebbero danneggiato i minori e causato dipendenza dai social. Sebbene l’importo sia trascurabile, considerato il conto economico di Meta, la decisione dimostra che i social media sono, effettivamente, addictive. Meta è riuscita a includere nel perimetro dei ‘cattivi’ anche Alphabet e altri concorrenti, con l’effetto di costringerli ad allinearsi a qualunque restrizione venga imposta ai suoi Facebook e Instagram. Non sono sicuro che noi, le persone, abbiamo vinto questa partita.

Hardware

OpenAi acquista il produttore di fotocamere per smartphone Glass Imagining per 300 milioni di dollari. Le indiscrezioni sui nuovi occhiali, più leggeri e alla moda, di Meta e Snap mostrano rapidi progressi nell’hardware indossabile, naturalmente alimentato dall’Ai. Sembra che hardware e software potenziato dall’Ai siano la formula magica per collegare mondo fisico e mondo digitale, idealmente superando l’era degli smartphone e degli schermi. Al di là delle preoccupazioni sulla privacy, del tutto legittime, appariremo e agiremo in modo più intelligente oppure saremo semplicemente osservati ogni secondo della nostra vita?

SpaceX

L’amata impresa spaziale di Elon Musk, se la cava bene a Wall Street. La società (Spcx) quota oltre 150 dollari per azione, con una capitalizzazione di mercato superiore a due trilioni di dollari, riflettendo una forte volatilità e un intenso dibattito sulla sua aggressiva svolta verso l’infrastruttura Ai. Wall Street sta bilanciando l’ipercrescita dell’Ai con massicci investimenti di capitale e una mancanza di redditività nel breve termine.

La fine

!

Che Oura

Il produttore statunitense di smart ring Oura ha depositato pubblicamente la documentazione per un’Ipo al Nasdaq, con ticker Oura; punta a una valutazione superiore a 16 miliardi di dollari. L’anello è più leggero e più fashionable, e la carica dura settimane. Non esiste altro dispositivo che ci monitori per così tante ore al giorno. Il lato fashion del prodotto non è il vero creatore di valore. Sono i dati e il potenziale di call to action sulla salute, generato da ciò che il dispositivo apprende, a rendere il business interessante per fornitori di servizi sanitari, aziende farmaceutiche, assicurazioni, ecc. Forse non saranno gli occhiali, ma un anello, a vincere la guerra dell’hardware.

Jacob Coxon, ricercatore di Anthropic, si è dimesso a settembre e ha avvertito che le principali aziende di Ai stanno correndo verso una superintelligenza pericolosa, mettendo a rischio la sopravvivenza umana. Secondo lui, esiste una probabilità superiore al 10% che l’Ai sfugga al controllo, con conseguenze mortali per gli esseri umani e il pianeta. Spaventoso, soprattutto se non inserito nel giusto contesto dello sviluppo tecnologico. La domanda per qualsiasi azienda tecnologica riguarda i suoi controlli etici e i suoi contrappesi, spesso subordinati alla necessità di massimizzare il ritorno per gli azionisti, persino prima della quota di mercato. Un altro invito per i Ceo: parlare di valori e denaro in tutti i futuri consigli di amministrazione.

Sussurrando alle macchine

Secondo Cloudflare, società globale di infrastrutture e sicurezza, il 40% del traffico sulla sua rete è generato da agenti, o bot. La ricerca su Internet sta cambiando per sempre. In futuro i miei agenti parleranno con i tuoi agenti, e capiranno che cosa serve a entrambi e quale sarà l’esito della nostra relazione, basandosi sulla nostra storia, interpretata dall’Ai. Mentre saremo coccolati da uno stormo di agenti, ci sarà una maggiore distanza digitale tra gli stakeholder. È controintuitivo per Internet, che, solo 30 anni fa, voleva eliminare qualsiasi intermediario.

Ottobre 2026 TM · 11


opinioni /l’esperto di tecnologia

La farsa delle terre rare Ci si straccia le vesti per qualcosa di noto da tempo, e in cui la natura non ha giocato nessun ruolo. La rarità delle terre rare non è ‘naturale’, ma il frutto delle decisioni dell’uomo.

© USGS / Unsplash

Ettore Accenti, esperto di tecnologia. https://ettoreaccenti.blogspot.com

I

l termine più corretto è ‘farsa’ perché attorno alle cosiddette ‘terre rare’ si è costruita una narrazione che confonde, allarma e in ultima analisi nasconde responsabilità precise, oltre alla volontà di nasconderle. Se ne è già trattato in TM Marzo 2025, all’epoca in “Geopolitica Tecnologica” riferendosi all’interesse dell’Occidente per le terre rare dell’Ucraina, sicuramente una sciocchezza, per giustificare gli interventi per liberare quel Paese. Ora, la cosa si ripete, ma alquanto più a largo raggio come conseguenza del trauma per molte nazioni di trovarsi scoperte non solo per le varie energie, ma anche per le terre rare, ma la situazione è molto diversa. Il nome ‘Terre Rare’ è sicuramente fuorviante poiché gli elementi delle terre rare a partire dai 15 lantanidi della tavola periodica (dal lantanio al lutezio), lo scandio e l’ittrio, non sono affatto scarsi nella crosta terrestre, anzi, alcuni, come il cerio, sono più abbondanti del rame e altri superano largamente argento e mercurio. La 12 · TM Ottobre 2026

‘rarità’ sta nel fatto che questi elementi si presentano in concentrazioni bassissime, mescolati a molti altri minerali e che separarli richiede processi chimici complessi, costosi e, soprattutto, inquinanti. Si tratta di elementi conosciuti da secoli come neodimio, disprosio, praseodimio, ittrio, lantanio, cerio e terbio le cui proprietà magnetiche, catalitiche e luminescenti, oggi sono ampiamente sfruttate in televisori, lampade fluorescenti, accendini piezoelettrici, vetri ottici e molti altri. È assurdo che solo ora, con la corsa ai veicoli elettrici, alle turbine eoliche e all’intelligenza artificiale, i Governi di molti Stati scoprano che per questi elementi, tutt’altro che rari, dipendano da un’unica fonte di approvvigionamento, esattamente come se la strozzatura dello Stretto di Hormuz fosse una scoperta di oggi. Contrariamente al petrolio, qualunque nazione potrebbe estrarre terre rare e se non lo ha fatto da tempo non è perché le mancano i giacimenti, ma perché il prezzo ambientale è insostenibile con i parametri

di molte nazioni così dette avanzate, soprattutto nell’Unione Europea. Per fare un esempio, per ogni tonnellata di ossidi di terre rare estratta e per il solo primo passaggio dell’estrazione, si producono 2mila tonnellate di rifiuti tossici. Inoltre, le gigantesche vasche per la lisciviazione contaminano le falde acquifere e i minerali di scarto contengono spesso torio e uranio, con conseguenze sanitarie a lungo termine. Per questo in Europa, Stati Uniti e Giappone si è delegato alla Cina, che oggi controlla ben l’85% della capacità globale di raffinazione. Incredibile è poi la farsa dell’Unione Europea, rigorosa custode delle normative ambientali, che propone una soluzione apparentemente elegante, quella di estrarre terre rare dai rifiuti elettronici, il cosiddetto ‘urban mining’ e soprattutto con l’Italia in prima linea. Peccato, le quantità recuperabili sono minime; servono decine di tonnellate di Raee (rifiuti elettronici) per estrarne pochi grammi, e la loro presenza non è garantita, dipende dal tipo di dispositivo e dall’anno di produzione. D’altra parte, è noto come già oggi l’Ue deleghi il pericoloso recupero di metalli preziosi dai rifiuti come oro, argento e palladio, a impianti specializzati a Singapore e nel Sud-Est asiatico. Farsa, perché oltretutto e contemporaneamente, organizzazioni quali Somo (Stichting Onderzoek Multinationale Ondernemingen) denuncino come il Regolamento europeo sulle materie prime critiche trasformi le istituzioni pubbliche da garanti dell’interesse collettivo in faci-


Mentre si discute, anzi, si fanno guerre per le fossili di Hormuz, molti scoprono che minerali indispensabili per la produzione della quasi totalità di quanto si utilizza nella quotidianità è al 70% quasi monopolio della Cina. Mentre in Europa ci si straccia le vesti per conquistare l’indipendenza energetica con rinnovabili, nucleare e altro, qualcuno informa che tutto quello che si sta programmando di fare dipende dalla sola Cina. Una vera farsa, o meglio, una beffa! Nella tabella sono indicati i prezzi recenti per Kg di alcuni minerali che appartengono alla categoria ‘terre rare’ e il cui valore è determinato dalla Cina, un Paese con cui, volenti o nolenti, bisogna confrontarsi almeno per un paio di decenni se si vorrà continuare a produrre in Occidente una marea di prodotti tecnologici, a partire da auto elettriche, pale eoliche, computer e persino apparecchiature biomedicali.

litatori dell’industria estrattiva. In pratica, con il pretesto dell’urgenza strategica, autorizzazioni accelerate, finanziamenti pubblici e deroghe procedurali finirebbero per ridimensionare quelle stesse tutele ambientali che l’Unione europea proclama solennemente. D’altra parte, è enorme l’elenco dei prodotti che oggi richiedono l’impiego di terre rare senza le quali intere industrie sarebbero costrette a fermarsi. Solo per citarne le più importanti: motori elettrici ad alta efficienza, generatori eolici, veicoli elettrici e ibridi, batterie ricaricabili, smartphone, computer, tablet, schermi Led e Lcd, televisori, fibre ottiche, laser, apparecchiature medicali, risonanze magnetiche, catalizzatori industriali, catalizzatori per automobili, turbine aeronautiche, sistemi radar, satelliti, droni, missili... Si parla di farsa, ma è incredibile come per molti anni Europa e Stati Uniti abbiano acquistato materiali vitali per la loro industria all’estero mentre applicavano norme ambientali sempre più severe al proprio interno, trasferendo contemporaneamente gli inevitabili impatti ambientali all’estero e solo Hormuz abbia risvegliato dal facile sonno i rischi che quell’atteggiamento oggi comporta. Farsa, improvvisamente ci si risveglia perché

Terre rare: prezzi indicativi e produttori leader Elemento Scandio Ittrio Lantanio Cerio Praseodimio Neodimio Promezio Samario Europio Gadolinio Terbio Disprosio Olmio Erbio Tulio Itterbio Lutezio

Simbolo Sc Y La Ce Pr Nd Pm Sm Eu Gd Tb Dy Ho Er Tm Yb Lu

Forma Metallo Metallo Metallo Metallo Metallo Metallo Non quotato Metallo Ossido Eu2O3 Metallo Metallo Metallo Ossido Ho2O3 Ossido Er2O3 Ossido Tm2O Ossido Yb2O3 Ossido Lu2O3

Prezzo US $/kg 3.748 38 3,16 4,78 149 145 ? 11 25 61 1.179 261 82 69 180 14 756

Primo Produttore Cina Cina Cina Cina Cina Cina Russia Cina Cina Cina Cina Cina Cina Cina Cina Cina Cina

Fonte: BP

Terre rare: distribuzione della produzione mondiale Paese Cina Stati Uniti Australia Myanmar (Birmania) Tailandia India Madagascar Russia Brasile Nigeria Altri paesi Vietnam Malaysia Totale mondiale

Produzione 2025 - Tonnellate 270.000 51.000 29.000 22.000 4.800 2.900 2.700 2.600 2.000 1.500 550 150 110 390.000

Quota mondiale 69,2% 13,1% 7,4% 5,6% 1,2% 0,7% 0,7% 0,7% 0,5% 0,4% 0,1% 0,04% 0,03% 100%

Fonte: BP

i Paesi a cui si è assegnato l’ingrato compito di produrre per noi ora reagiscano a stupidi dazi a loro imposti. La farsa, quindi, non è nei materiali, ma nella politica. Le terre rare sono reali, sono reali le loro proprietà, le loro applicazioni e la vulnerabilità delle industrie che le utilizzano. La farsa comincia quando vengono presentate come minerali misteriosamente comparsi sulla scena mondiale, oppure come sostanze reperibili soltanto in Cina per una sorta di privilegio naturale. Pechino non ha inventato le terre rare e non possiede tutte quelle esistenti, ha però costruito, mentre altri Paesi rinunciavano a farlo, la più completa capacità di estrarle, separarle, raffinarle e trasformarle in prodotti industriali da vendere. Per molti anni Europa e Stati Uniti hanno beneficiato di questa organizzazione acquistando materiali e magneti a prezzi competitivi, hanno applicato norme ambientali sempre più severe, hanno trasferito i loro impatti ambientali all’estero, e solo quando Pechino ha iniziato a

usare licenze e controlli sulle esportazioni, come facciamo per molti prodotti, la dipendenza è diventata improvvisamente una gridata emergenza. La soluzione non è rinunciare alle norme ambientali né nel reiterare i peggiori modelli minerari del passato, consiste nell’accettare che la sicurezza industriale ha un costo economico, tecnologico, amministrativo e anche ambientale. Bisogna aprire miniere dove esistono giacimenti realmente validi, costruire impianti di raffinazione controllati, diversificare i fornitori, creare scorte strategiche, progettare prodotti facilmente smontabili e recuperare le terre rare dai flussi di rifiuti nei quali sono sufficientemente concentrate sapendolo, però, in anticipo. La vera farsa non sta dunque nel nome attribuito a questi elementi tutt’altro che rari, sta nell’aver voluto per decenni tecnologie sempre più sofisticate, lasciando ad altri il lavoro sporco necessario per produrle, e nell’aver poi finto sorpresa quando quella delega si è trasformata in una dipendenza strategica. Ottobre 2026 TM · 13


opinioni / lo studio legale

Proxy advisor, più trasparenza Il Consiglio federale ha presentato l’avamprogetto con cui mira a garantire maggior trasparenza nei rapporti tra consulenti di voto e società anonime, con l’obiettivo di rafforzare i diritti degli azionisti e la libera formazione della loro volontà di voto.

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i è conclusa il 4 settembre 2026 la procedura di consultazione che l’Esecutivo federale ha avviato con lo scopo di garantire maggiore trasparenza in favore degli azionisti nel contesto della consulenza in materia di voto, attraverso l’introduzione nel diritto della società anonima dell’obbligo di rendere noti i potenziali conflitti di interesse dei consulenti di voto (proxy advisors). In particolare, si vuole dare assoluta trasparenza sul fatto che un consulente presti servizi a pagamento sia agli azionisti (per orientare il voto) sia alla stessa società anonima oggetto della valutazione. L’esito della consultazione - evidentemente - non lo conosciamo ancora. Non appena l’Amministrazione federale avrà analizzato tutte le prese di posizione, pubblicherà il suo rapporto. Successivamente, il Consiglio federale deciderà se modificare il testo e licenziare il messaggio definitivo da trasmettere al Parlamento per il dibattito legislativo. Alcune valutazioni sono però già possibili. È indubbio che la trasparenza (anche interna, quindi non solo - come le recenti implementazioni di legge richiedono - verso l’Autorità) è uno dei presupposti di un buon funzionamento delle società anonime. Quando gli azionisti sono chiamati a decidere, è importante che dispongano delle informazioni necessarie per formarsi liberamente la propria volontà. È in questa prospettiva che va considerata la proposta di introdurre nel Codice delle obbligazioni nuove regole sui consulenti in materia di voto. Il tema riguarda un’attività che, soprattutto nelle società quotate, ha assunto negli ultimi anni un peso significativo. I cosiddetti proxy advisors assistono infatti gli

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azionisti, in particolare gli investitori istituzionali, analizzando la documentazione societaria e formulando raccomandazioni sulle modalità di voto in assemblea. Il loro intervento può quindi incidere concretamente sul processo decisionale. Il problema si pone quando il consulente non opera soltanto nell’interesse degli azionisti, ma presta contemporaneamente servizi alla società sottoposta al voto oppure a una società appartenente al medesimo gruppo. La proposta messa in consultazione affronta la questione con una soluzione in sé relativamente semplice: se la società, o una società dello stesso gruppo, ha fatto ricorso ai servizi di un consulente di voto nell’esercizio in corso o in quello precedente, il Consiglio d’Amministrazione dovrà indicare nella convocazione dell’assemblea il nome e la sede del consulente e descrivere i servizi prestati. Se il ricorso al consulente avviene dopo la convocazione, l’informazione dovrà essere fornita in occasione dell’assemblea (cfr. nuovo art. 700a CO dell’avamprogetto). Anche la scelta di non imporre l’informazione quando il consulente conferma di non avere formulato raccomandazioni sugli oggetti all’ordine del giorno appare ragionevole. L’obiettivo non deve essere quello di moltiplicare la burocrazia, ma di rendere disponibili le informazioni che hanno una concreta utilità per la decisione degli azionisti. In questo senso, la proposta non si limita però alle società quotate, che erano il principale riferimento dell’intervento parlamentare (mozione 19.4122 presentata dal consigliere agli Stati Thomas Minder) da cui essa trae origine, ma si applica in linea di principio a tutte le società anonime svizzere (quotate e non

Marco Robbiani, avvocato e notaio, partner dello studio legale Barchi Partners, Lugano.

quotate). Nella sua proposta il Consiglio federale ritiene infatti che, anche nelle società non quotate, l’eventuale ricorso a consulenti di voto possa giustificare un obbligo di informazione. La scelta è comprensibile sotto il profilo della neutralità della forma societaria. Ma una disciplina generale non dovrebbe far dimenticare quanto siano diverse le realtà che utilizzano la forma della società anonima. Nel tessuto economico svizzero convivono grandi gruppi internazionali, società quotate con migliaia di azionisti, imprese familiari e società operative con una compagine azionaria ristretta. Il fenomeno dei consulenti di voto interessa soprattutto le prime categorie. È qui che l’esigenza di trasparenza appare più evidente e che il rapporto tra il consulente e la società può assumere una rilevanza concreta. Diverso è il caso di una società non quotata, con pochi azionisti e una struttura semplice, nella quale il ricorso a un proxy advisor costituisce un’ipotesi del tutto eccezionale. In situazioni simili, l’obbligo previsto dalla legge potrebbe finire per essere più formale (leggasi burocratico) che sostanziale. Come anche indicato dal Consiglio di Stato ticinese, si impone un approccio pragmatico e di buon senso nei confronti delle piccole e medie imprese, evitando oneri amministrativi sproporzionati rispetto alla loro effettiva esposizione al fenomeno. È pertanto auspicabile che, nel prosieguo dell’iter legislativo, questo aspetto non venga trascurato.


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Costruire dalle fondamenta La ripartenza del progetto europeo non può prescindere da un ripensamento di molte certezze del passato. Si sta aprendo un nuovo ciclo d’investimenti di lungo periodo.

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’Europa si appresta ad affrontare un ciclo d’investimenti di portata straordinaria, in risposta a un contesto globale divenuto meno prevedibile, meno ricco di energia e più competitivo sul piano strategico. Dalle reti elettriche ai sistemi di difesa, dai semiconduttori alle infrastrutture digitali fino all’automazione industriale, gli investimenti necessari a rafforzare la resilienza europea stanno generando una nuova fonte di domanda trasversale all’intera economia. Non si tratta di una semplice reazione ai mutamenti geopolitici. Questo ciclo ha il potenziale per ridefinire le modalità di allocazione del capitale, individuare i settori destinati all’espansione e identificare le aziende in grado di catturare il valore economico della trasformazione europea. Per gli investitori, la domanda chiave è se questo ciclo di investimenti emergente possa tradursi in guadagni sostenuti di produttività e in una crescita strutturale di lungo periodo. La risposta europea Per decenni, il modello economico europeo si è fondato su presupposti che oggi non reggono più: energia russa abbondante e a basso costo, catene di fornitura globali efficienti e un ambiente di sicurezza relativamente stabile. L’invasione dell’Ucraina, la pandemia, le tensioni commerciali e un ordine geopolitico sempre più frammentato ne hanno messo a nudo le vulnerabilità. Queste criticità, già evidenziate nel Rapporto Draghi del 2024 sulla competitività dell’UE, si stanno ora concretizzando in decisioni di bilancio, strategie industriali e piani d’investimento aziendali. L’autonomia stra-

europee. Aziende attive in settori quali la sensoristica, la gestione dell’energia, l’automazione industriale, la cybersecurity, le apparecchiature per reti elettriche e l’ingegneria specializzata possono svolgere un ruolo abilitante fondamentale nella trasformazione complessiva, pur ricevendo spesso meno attenzione rispetto alle società di maggiori dimensioni.

René Petersen, Lead Portfolio Manager della Strategia Empower Europe di Nordea.

tegica sta passando dall’essere un concetto politico astratto a rappresentare una fonte reale di domanda economica. L’opportunità per gli investitori I segnali incoraggianti non mancano. In tutto il continente, le imprese stanno già investendo nelle infrastrutture necessarie per l’elettrificazione, la digitalizzazione e il rafforzamento della sicurezza. La domanda è in crescita per le reti elettriche, i sistemi di difesa, i semiconduttori avanzati, le infrastrutture spaziali e digitali, nonché per le tecnologie specializzate che le supportano. Gran parte della trasformazione europea sarà guidata non dalle grandi aziende di rilevanza globale, bensì dalle realtà specializzate che forniscono le tecnologie, i componenti e le competenze necessarie a tradurre piani ambiziosi in risultati concreti.

Per gli investitori, il compito è distinguere tra le aziende semplicemente esposte alla transizione europea e quelle dotate della tecnologia, del posizionamento di mercato e delle capacità esecutive necessarie per catturarne il valore economico. Alcune società europee selezionate, in particolare al di fuori dei principali benchmark, possono offrire esposizione a questi trend strutturali a valutazioni inferiori rispetto a molti dei principali ‘nomi’ globali. Dove si creano opportunità Le esigenze d’investimento dell’Europa si concentrano sempre più sulle fondamenta della sua futura sicurezza economica e strategica. Garantire l’approvvigionamento energetico, ricostruire le infrastrutture, rafforzare la Difesa e sviluppare tecnologie critiche richiederà investimenti sostenuti ben oltre l’attuale ciclo politico. La scala e la persistenza di queste esigenze lasciano intendere che il ciclo di investimenti europeo potrebbe prolungarsi ben oltre la risposta immediata alle sfide geopolitiche odierne.

Questo è particolarmente rilevante nel segmento delle small e mid-cap

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opinioni / il consulente legale

La demagogia delle Big Tech Gli allarmi sollevati da Amodei & Co. sull’intelligenza artificiale nascondono un intento ben preciso: quello di combattere la concorrenza portata dall’open source.

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’ultimo messaggio lanciato dai padroni-dirigenti delle Big Tech americane è quello fondamentalmente di dare agli Stati più potere per proteggerci tutti dalle “minacce” costituite dall’Intelligenza artificiale mediante una regolamentazione del settore. Secondo Dario Amodei, Ceo di Anthropic, seguito a ruota dagli altri leader del settore, OpenAi e SpaceX - Altmann e Musk - le attuali protezioni sarebbero insufficienti a scongiurare la perdita del controllo sull’Ai, il suo abuso con cyberattacchi, bioterrorismo e conseguenze economiche catastrofiche. Questa comunanza di intenti a ben vedere non suona nuova. È quello che fanno gli oligarchi detentori del potere economico quando vogliono cartellizzare le loro iniziative industriali per ostacolare, se non distruggere, la concorrenza di altri o nuovi attori e dare ai governi gli strumenti per avvantaggiare le imprese politicamente più influenti. In tal modo, le cosiddette élites del settore tecnologico non si comportano da veri imprenditori ma da attori politici intenti a trovare nuove vie per arricchirsi alleandosi con il sistema politico. Ogni qual volta miliardari attivi politicamente si trovano d’accordo per conferire maggiori poteri ai governi dovremmo tutti allarmarci. Ne abbiamo avuto e ne abbiamo ampi esempi con la crisi del Covid o con l’emergenza climatica. Amodei propone una ricetta in tre fasi. Dapprima con l’impiego di esperti terzi integrati nel settore che dovrebbero fornire la compliance, provenienti da organizzazioni che secondo alcuni osservatori ruotano attorno alle grandi Big Tech. Con il secondo stadio verrebbe istituito un “coordinamento tra democrazie” a 16 · TM Ottobre 2026

livello globale, mediante l’emanazione di standard di comportamento e limiti allo sviluppo dell’Ai che richiedono la supervisione delle entità statali, se non di un superstato. Si tratterebbe cioè della cartellizzazione dell’industria con un “coordinamento” che coinvolgerebbe tutti gli attori del settore, anche chi non fosse volontariamente disposto a essere coinvolto. Si tratterebbe quindi del solito concetto globalista proposto per “salvarci” tutti da presunte derive catastrofiche. La terza fase consisterebbe nell’allineamento fra Big Tech, politica e obiettivi dello Stato non solo in questioni interne, soprattutto di sicurezza e di controllo, ma anche nei rapporti con l’estero. Gli obiettivi dei tre leader dell’Ai non sarebbero quindi tanto controllarne e limitarne l’impiego quanto di aumentare la propria potenza e ricchezza con il finanziamento pubblico, consolidando la loro alleanza con lo Stato, in particolare nel settore della sicurezza e degli armamenti. A questo proposito, Amodei è chiaro quando sottolinea che l’obiettivo delle sue proposte è combattere il potere emergente nel settore dell’Ai costituito dalla Cina, che individua come l’asse del male che deve essere sconfitto dalle democrazie, che sarebbero l’asse del bene. Il messaggio è quindi politico nella misura in cui agitando il pericolo esterno intende non solo rafforzare i poteri statali in direzione di uno Stato dirigista e totalitario, ma anche e di converso cementare il potere delle Big Tech. Ed è in questa direzione che deve essere inquadrato l’allarme lanciato improvvisamente da queste ultime. Infatti sarebbe ingenuo pensare che abbiano avuto una crisi di coscienza e si siano mosse per salvare l’umanità. Si tratta piuttosto di un’azione

Stelio Pesciallo, avvocato e notaio presso lo Studio 1896, Lugano.

coordinata che suscitando la paura tra la gente vuole consolidare non solo il loro potere politico ma anche quello economico. Diversamente, i proprietari delle Big Tech si sarebbero dovuti distanziare dai loro prodotti, ora giudicati pericolosi, evitandone la vendita o dissociandosene del tutto. I loro intendimenti hanno invece una valenza prevalentemente economica: sgombrare il mercato da possibili concorrenti. A questo proposito molti osservatori della scena ritengono che le Ai definite “open source” costituiscano una reale concorrenza per giganti come Anthropic o OpenAi e fanno riferimento a quanto riportato dai maggiori organi di stampa americani, secondo i quali vasti settori economici sarebbero seriamente interessati a orientarsi verso le Ai “open source”, come ad esempio AT&T, che già ora stanno impiegando modelli di intelligenza artificiale poco costosi e liberamente usufruibili. Una regolamentazione del settore farebbe quindi molto comodo ad Amodei & Co. E non è una semplice coincidenza che la maggior fonte di strumenti open source sia la Cina: se potesse essere esclusa dal mercato ci si libererebbe da pericolosi concorrenti. Prepariamoci quindi a sentire nel prossimo futuro di come sia necessario essere protetti dall’Ai, di come sia indispensabile anche in questo campo una regolamentazione dei poteri pubblici e di come questa garanzia possa essere fornita unicamente dai grandi colossi benedetti dallo Stato, ai quali unicamente possa essere data la facoltà di sviluppare l’Ai.


opinioni/ l’economista

Problemi nella formazione Le statistiche delle università svizzere evidenziano lo scollamento che si sta ampliando tra formazione e competenze richieste dalle imprese agli studenti.

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on la fine dell’estate e l’arrivo dell’autunno riprendono le attività economiche di molti settori e aziende, e tra queste anche le lezioni dei numerosi istituti scolastici presenti in Svizzera, fra cui le varie università. Su queste ultime, l’Ufficio federale di statistica ha pubblicato un’interessante indagine sulla disoccupazione tra le persone diplomate presso le università e le scuole universitarie professionali (Supsi in Ticino) tra il 2023 e il 2025. In pratica si constata che, a distanza di un anno dal diploma, il tasso di disoccupazione è salito dal 3,9 al 6,4% per le università, mentre per le Sup è cresciuto dal 3,4 al 4,9%, con la significativa eccezione dei docenti, il cui tasso aumenta di un limitatissimo 0,7%. Il tasso è più che raddoppiato per le scienze tecniche (dal 2,1 al 4,8% per un master). Questa categoria era finora risparmiata da tale evoluzione. Fa invece peggio quella delle scienze economiche, il cui tasso di disoccupazione sale dal 3,5 all’8,5%. Un altro dato conferma pure la tendenza all’aumento nelle difficoltà di trovare un impiego adeguato alle aspirazioni dello studente. Per il master universitario la quota passa dal 30,0 al 44,1% fra il 2022 e il 2024, mentre per il bachelor Sup passa dal 24,2 al 36,9%. È solo un ulteriore segnale del fatto che il mondo del lavoro stia profondamente cambiando e il cambiamento stia avvenendo in fretta. Non da ultimo a causa della crescente informatizzazione e dell’uso dell’Intelligenza Artificiale, nonché della prudenza delle aziende di fronte alla situazione economica e geopolitica in atto. Come evidenziato sopra, a farne le spese è soprattutto la formazione uni18 · TM Ottobre 2026

versitaria nelle scienze economiche. I risultati dell’indagine mostrano parecchie differenze fra i vari istituti. Per esempio, per l’Università di Ginevra, il tasso di disoccupazione sale al 17,3%, per quella di Losanna al 13,7, mentre a Zurigo è solo del 6,4%. Una situazione particolare è quella dell’Università di San Gallo, i cui diplomati ancora in cerca di occupazione a distanza di un anno dal conseguimento del master sono solo il 2,7% del totale. Ciò è dovuto sicuramente alla fama

«L’eccezionalità dell’Università di San Gallo è dovuta sicuramente alla fama che ha saputo costruirsi: la formatrice per eccellenza dei futuri dirigenti dell’economia svizzera. Si dice, a San Gallo, che il 90% dei dirigenti delle imprese svizzere si sia diplomato qui. E oggi è ancora all’avanguardia, perché continua ad aggiornarsi» dell’università, considerata la formatrice per eccellenza dei futuri dirigenti dell’economia svizzera. Si dice a San Gallo che il 90% dei dirigenti delle imprese svizzere si sia diplomato qui. E oggi è ancora all’avanguardia, perché si sta costantemente aggiornando e, tra l’altro, fanno ampio uso, lei stessa e i suoi studenti, dell’Ai. Ma, al di là dell’eccezione di San Gallo, come stanno le altre università? In generale, si può dire che gli studenti di quelle della Svizzera tedesca presentano minori difficoltà nella ricerca di posti di lavoro, rispetto alla Svizzera francese. Dietro San

Ignazio Bonoli, economista.

Gallo figurano infatti Berna (quota di disoccupati del 3,1), la Sup di Lucerna (5,2), Zurigo (6,4) e Basilea (7,6%). Per la parte francese, Friburgo (che è però bilingue) ha una quota del 12,1, Neuchâtel del 16,7 e Ginevra, come detto, del 17,3%. Una nota particolare merita forse l’Università della Svizzera italiana di Lugano (l’unica università svizzera di lingua italiana). La quota di disoccupati dopo un anno dal diploma, per un master in economia dell’Usi, è del 16,8%, cioè fra le più alte in Svizzera, seguita solo da Ginevra. Per l’Usi, a parte la giovane età dell’istituto e un retroterra economico piuttosto ridotto, va considerato che è frequentata da un numero elevato di stranieri (3.291 studenti su un totale di 4.749, di cui 2.355 italiani). Alla facoltà di scienze economiche studiano 1.258 studenti, di cui 490 per il master e 642 per il bachelor. Tra loro vi sono 375 ticinesi e 730 italiani. 67 studenti si preparano per il dottorato e 59 seguono una formazione continua (dati del semestre invernale 25/26). Anche in questo caso si conferma una preponderanza di studenti italiani, il che le conferisce un carattere particolare fra le università svizzere e un forte indirizzo internazionale. Il numero di studenti e di diplomati risulta sicuramente troppo elevato per il Ticino, ma forse troppo basso a livello svizzero. Questo spiega però il livello elevato di disoccupati un anno dopo aver conseguito il diploma. In ogni caso, anche un diploma in scienze economiche è sempre meno una garanzia di riuscire a trovare un posto di lavoro adeguato al termine del ciclo di studi.


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opinioni / lo studio legale

Club deal immobiliari Cinque insidie nell’accordo che regola l’impegno finanziario dei partecipanti ai club di investimento immobiliare da conoscere per poter tutelare meglio i propri interessi.

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ell’edizione dello scorso aprile di Ticino Management abbiamo introdotto il tema dei club di investimento immobiliari, in cui un gruppo ristretto di investitori mette di norma in comune capitali per acquisire uno specifico asset tramite una società veicolo (Special Purpose Vehicle oppure Spv). Approfondiamo ora il ruolo centrale dell’accordo di investimento, che formalizza l’impegno irrevocabile di ciascun partecipante e disciplina le chiamate di capitale (capital calls con cui l’Spv chiede agli investitori di versare parte del capitale promesso), la governance, le tutele e il quadro regolamentare applicabile. Comprenderne le clausole chiave prima della sottoscrizione è essenziale per investire con consapevolezza. In particolare, segnaliamo cinque punti da non trascurare. 1. Esenzione dalla LICol. Un aspetto cruciale, ma spesso sottovalutato, è la qualifica regolamentare della struttura. Affinché un club di investimento immobiliare possa operare senza essere soggetto alla Legge federale sugli investimenti collettivi di capitale (LICol), gli investitori devono partecipare attivamente alla strategia e alle decisioni di investimento, non limitandosi a conferire capitale a un terzo che lo gestisca discrezionalmente. L’accordo di investimento deve dunque prevedere adeguate misure di protezione strutturali. In particolare, al momento della sottoscrizione, gli investitori dovrebbero approvare un progetto di investimento quanto più concreto e dettagliato possibile - di norma allegato al contratto - definendo strategia, tipologie di immobili ammissibili, criteri vincolanti di selezione (area geografica, rendimento obiettivo, criteri ambientali), business plan e strategia di exit. I fondi

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raccolti potranno poi essere utilizzati solo per immobili conformi a tali criteri. Un ruolo importante spetta inoltre al comitato di investimento, istituito a tutela degli investitori: valida le decisioni immobiliari rilevanti, assicura un flusso informativo costante e funge da interlocutore con la gestione del progetto. Nessuna operazione rilevante dovrebbe procedere senza la sua approvazione unanime, garantendo anche al rappresentante degli investitori di minoranza un effettivo potere di veto. 2. Capital call. Sottoscrivendo l’accordo, l’investitore si obbliga irrevocabilmente a finanziare l’Svp fino a un importo massimo predeterminato. La società può richiamare il capitale in qualsiasi momento, mediante aumento di capitale, versamento a riserve o finanziamento soci subordinato. L’investitore deve quindi pianificare attentamente la propria liquidità, poiché dispone in genere di pochi giorni per adempiere agli obblighi di chiamata. In caso di mancato versamento, normalmente ha solo un breve termine per rimediare; decorso tale termine, la società può attivare misure incisive: risoluzione immediata del contratto, riduzione proporzionale della partecipazione, esecuzione forzata degli obblighi e/o risarcimento del danno. 3. Garanzie limitate e responsabilità personale. Nella prassi, l’accordo evidenzia che l’investimento comporta un rischio sostanziale e può essere interamente perduto. Le garanzie offerte dall’Spv sono minime e riguardano essenzialmente la valida costituzione della società e la regolare emissione delle quote; di norma, non vi sono garanzie sugli immobili acquisiti. Il rischio di perdita resta quindi interamente a carico dell’investitore, con possibilità di rivalsa molto limitate.

Rocco Rigozzi, avvocato, LL.M., notaio, partner dello Studio Bär & Karrer (Zurigo e Lugano), autore di questo contributo insieme all’Avv. Andrea Ziswiler, LL.M., partner dello Studio Bär & Karrer (Lugano).

4. Governance. I club di investimento sono spesso promossi da un investitore principale (lead investor), ma anche gli altri investitori devono disporre di diritti di partecipazione, informazione e controllo. È quindi opportuno definire già con l’accordo un patto parasociale che vincoli gli investitori una volta entrati quali azionisti nell’Spv. 5. Exit. L’accordo di investimento e il patto parasociale dovranno disciplinare il completamento del progetto, la distribuzione dei proventi e la liquidazione dell’Spv al termine dell’operazione (la cosiddetta exit). Di norma, l’accordo prevede il principio pari passu, ossia la parità di trattamento tra investitori: i finanziamenti di ciascuno hanno lo stesso rango e attribuiscono i medesimi diritti economici in proporzione alla rispettiva quota. In tal caso, nessun investitore - neppure il lead investor - può ottenere condizioni economiche privilegiate o un trattamento preferenziale. Questi cinque aspetti rappresentano le insidie più comuni dei club deal immobiliari. Comprenderli prima della sottoscrizione consente di investire con maggiore consapevolezza e tutelare meglio i propri interessi, fermo restando che è indispensabile una consulenza legale e fiscale professionale, calibrata alla situazione specifica dell’investitore.


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cover/ demografia

a cura di Federico Introzzi

L’inverno democratico La popolazione sta invecchiando per i molti successi di medicina ed economia, ma il benessere degli Stati avanzati ha ucciso la fertilità: di figli non se ne hanno, e spesso non li si vogliono. La tenuta del sistema economico è però fortemente dipendente dagli equilibri del passato, e tutti sono impreparati a gestire la sfida, seppur annunciata da decenni. Soluzioni? Non molte, salvo adattarsi al cambiamento: più vecchi, più sani, e meno numerosi.

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roppo spesso i cambiamenti epocali sono anche quelli che passano sottotraccia, con un’eleganza discreta degna del più celebre dei couturier, e che solo a distanza di decenni tutti ne riconoscono grandezza e incisività sulla vita delle generazioni successive. Se presi per tempo, determinati fenomeni sono infatti plasmabili e contenibili, una volta scappati di mano è troppo tardi, e i ‘mea culpa’ di rito, seppur dovuti, alquanto inutili. In ambito socio-economico, ma in chiave storica, la demografia è probabilmente il più notevole tra questi possibili fenomeni, per tutte le implicazioni che reca in dote. Si tratta, almeno inizialmente, di piccoli dettagli all’apparenza, un’abitudine che cambia quale conseguenza di uno shock macroeconomico importante ma temporaneo, ad esempio petrolifero, 24 · TM Ottobre 2026

e che a distanza di anni si scopre invece essere stato l’inizio di una rivoluzione, silenziosa. È solo allora che subentrano economisti e statistici, snocciolando dati e dimostrando l’ormai conclamata evidenza che loro per primi non avevano in realtà visto. Un esempio? Prendendola da lontano, le Guerre Puniche. In che senso? Nel 264 a.C. la guerra fredda in essere tra Roma e Cartagine, per il dominio del Mediterraneo centrale e delle sue isole, infine divenne calda, e iniziarono le ostilità. La I Guerra Punica si svolse in larga misura nelle acque del Mare Nostrum, e mai troppo lontana dalle sue rive. Certo, i Romani portarono a casa una prima importante vittoria, Cartagine ne uscì ridimensionata, ma a quale costo? Si stima tra i 50 e i 100mila cittadini Romani morti in armi, e quasi 200mila dei popoli italici alleati. Comunque nulla

a confronto della II, la guerra di Annibale (218 - 202 a.C.), i giorni più bui di Roma. Almeno altri 125mila cittadini sotto terra, bilancio che potrebbe arrivare a 300mila includendo gli alleati, e a 500mila con i civili. Certo, Cartagine ne uscì molto ridimensionata, e di lì a pochi decenni sarebbe stata rasa al suolo (146 a.C.), durante la breve III Guerra Punica, ma il costo era stato altissimo. Stando ai dati ufficiali romani, probabilmente sottostimati, tra il 264 e il 201 a.C. il 20% della popolazione di Roma, e di una precisa coorte demografica, scomparve. Le conseguenze economiche e sociali del fenomeno furono devastanti, e di lunghissimo periodo. Sino a quel momento il legionario romano era sempre appartenuto al ceto medio: doveva essere in grado di armarsi e sostentarsi per l’intera durata della leva, senza gravare sulle casse dello


«L’invecchiamento demografico è un successo sociale e sanitario, ma la vera sfida non è come meglio riformare i sistemi previdenziali, ma come organizzare la società, salvaguardando la coesione sociale tra generazioni sempre più numerose e diverse» Philippe Wanner, Professore dell’Istituto di demografia dell’Università di Ginevra

La conquista del Mediterraneo 201 a.C. - Fine della II Guerra Punica 133 a.C. - Fine della Guerra Numantina 44 a.C. - Assassinio di Giulio Cesare 14 d.C. - Morte di Augusto 117 d.C. - Morte di Traiano Protettorati romani nel 117 d.C. Confini delle province romane nel 117 d.C.

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Mauretania

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Stato, provvedendo alla sua famiglia. Tipicamente era proprietario di una modesta azienda agricola, nelle regioni limitrofe a Roma, in grado di garantirgli una rendita annua dignitosa, senza ricorrere a troppo personale esterno al nucleo famigliare. La moria generalizzata del ‘fiore della gioventù’ romana a intervalli regolari per ben più di mezzo secolo, oltre al prevedibile crollo verticale della natalità, costrinse in miseria migliaia di aziende e quindi famiglie, causò gravi carestie e malnutrizione diffusa, portando alla quasi scomparsa del ceto medio e di una precisa tipologia di elettorato colto e benestante, indebolendo la coesione sociale, e soprattutto spalancando le porte ai populismi che nei due secoli successivi portarono al crollo della Roma repubblicana. Del resto, chiusa o quasi la partita con Cartagine, era già tempo di occuparsi della ricca e affascinante Grecia, e della ormai vicina Asia, gestendo alla meglio le ‘ristrettezze umane’. L’Italia era sempre stata una penisola prolifica e popolosa, ma gli uomini in età d’armi stavano rapidamente finendo, soprattutto entro le mura cittadine. Problema molto concreto e soluzione molto pragmatica: se era finito un certo tipo di legionari, ne andavano trovati degli altri. Come? Allargando il bacino anche ai ceti più bassi, sino ai nullatenenti, prassi ufficializzata nel 107 a.C. per ironia della sorte da un parente molto prossimo di Giulio Cesare, Gaio Mario. Da qui il termine di ‘riforma mariana’. Era nata la formidabile macchina da guerra dei legionari: soldati professionisti e ben addestrati, sempre in armi, il più delle volte vittoriosi anche nelle situazioni più disperate; ma da quel momento anche stipendiati, fedeli al loro generale che operativamente corrispondeva il salario, e che al termine dei 20 anni di leva era incaricato di ‘liquidarli’ con un piccolo appezzamento di terra fertile. Era cambiato il Dna della società romana, e questo avrebbe comportato un’inattesa evoluzione della Storia, ma alla radice la demografia aveva fatto quasi tutto. Il mondo invecchia. A buon diritto l’Europa si è guadagnata l’ingrato epiteto di ‘Vecchio Continente’, ma del resto a non essere più nel fiore degli anni è la stessa popolazione, evidente a chiunque, peccato che in tal senso non sia, almeno per una volta, l’eccezione. «Guardando ai prossimi decenni, il calo della natalità e l’invecchiamento della popolazione

on

su

lar

Cyrenaica

is

Arabia Petrae

Aegyptus

Un invecchiamento trasversale Distribuzione percentuale della popolazione totale per generazioni per Paese Gen Alpha

Gen Z

Millennial

Gen X

Boomer

Silent

Greatest

Cina

13.52%

18.70%

24.04%

24.41%

17.01%

2.31%

0.01%

Francia

14.76%

19.77%

18.63%

20.18%

20.88%

5.69%

0.08%

Germania

12.95%

15.89%

20.28%

21.84%

22.27%

6.72%

0.04%

India

22.09%

27.55%

24.31%

16.28%

8.81%

0.96%

0.00% 0.07%

Italia

10.52%

16.32%

18.24%

24.75%

22.99%

7.12%

Giappone

10.17%

15.53%

17.12%

23.27%

24.06%

9.70%

0.16%

Corea del Sud

8.90%

16.97%

22.25%

25.71%

21.66%

4.48%

0.04%

Spagna

11.33%

17.02%

19.57%

25.67%

20.53%

5.83%

0.06%

Svizzera

13.80%

16.73%

22.01%

22.38%

19.60%

5.44%

0.04%

Regno Unito

15.46%

19.64%

21.17%

20.17%

18.71%

4.80%

0.04%

Stati Uniti

15.69%

20.99%

21.70%

19.10%

18.73%

3.76%

0.04%

Fonte: Ipsos Gen Report 2026

sono una delle maggiori trasformazioni economiche che la nostra società dovrà affrontare. Nella maggior parte dei Paesi avanzati il saldo naturale sta diventando negativo, o tende già a esserlo da anni. Non si tratta di capire più come stimolare la crescita demografica, ma soprattutto come permettere a territori ed economie

Il peso delle diverse generazioni sulla popolazione totale dei singoli Paesi può spiegare molte decisioni prese, o non prese, nel corso degli anni, e i probabili equilibri dei prossimi decenni. A segnalarsi è la Cina, fermo restando i dati si riferiscano alla sola ‘popolazione ufficiale’. Ottobre 2026 TM · 25


«La lezione giapponese è chiara: l’innovazione compra tempo; la buona Politica lo usa per distribuire costi e opportunità tra generazioni. La sfida è quindi organizzare, in tempo, un’economia in cui vivere più a lungo crei opportunità e resti una conquista, non una crisi in costante avvitamento» Elena Guglielmin, Cio di Ubs Wealth Management

La demografia in Europa Evoluzione demografica nell’Eurozona (2020: 100) 105

60

Popolazione totale Popolazione attiva Tasso di dipendenza attivi/pensionati (dx)

100

50

95

40

90

30

85 2000

20 2005

2010

2015

2020

2025

2030

2035

2040

2045

2050

2055

2060

2065

2070

Fonte: Eurostat 2025

Demografia monetaria Incidenza dei driver demografici sul livello di tasso naturale d’interesse eur (in %) 2.0 1.5 1.0 0.5 0.0 -0.5 -1.0 -1.5 -2.0

1980

1985

1990

1995

2000

2005

2010

2015

2020

2025

2030

2035

Tasso d’interesse naturale ■ Risparmio precauzionale ■ Offerta di manodopera Fonte: Bce 2026

■ Accumulo o disaccumulo di risparmio

L’incidenza della demografia, e nello specifico dell’invecchiamento o del calo della popolazione in assoluto e in proporzione di quella attiva ha effetti molto ampi e pervasivi. La politica monetaria non ne risulta immune, anzi: consumi e risparmio incidono anche sul tasso d’interesse naturale. Un termine che può nascondere una disquizione colta di sesso degli angeli, e anche altro. 26 · TM Ottobre 2026

■ Produttività derivante dall’Aging

di rimanere attrattivi, e dinamici, in un mondo in cui rinnovare la popolazione attiva sarà sempre più difficile e concorrenziale», esordisce così Roland Nötzel, delegato alla domiciliazione del Canton Neuchâtel (alias Monsieur Domiciliation). Nonostante se ne parli da relativamente poco tempo, non è un fenomeno nuovo o soprattutto imprevedibile la sua vera cifra contraddistintiva. «A volerlo osservare, aveva già avuto inizio nel XIX secolo in

diversi Paesi europei. Se prendiamo il caso della vicina Francia, ad esempio, sono stati necessari circa 110 anni perché la quota di popolazione over 65 raddoppiasse, passando dal 7 al 14%. L’evoluzione è stata lenta ma costante, il che ha regalato tempo alle società occidentali per prepararsi. Gradualmente il fenomeno si è poi esteso al resto del mondo, ed è oggi un trend internazionale. È inevitabile andasse così. È infatti il risultato di profonde trasformazioni sociali: da un lato il calo delle nascite, dipendente da scelte e aspirazioni delle coppie; dall’altro il progresso medico e le migliori condizioni di vita che ne hanno aumentato l’aspettativa», precisa Philippe Wanner, Professore dell’Istituto di demografia e socio-economia dell’Università di Ginevra e vicedirettore del Centro nazionale di competenza nella ricerca sulla migrazione e studi sulla mobilità (Nccr). Qual è invece lo stato dell’arte a livello mondiale? «Nel corso del 2022 la popolazione della Terra ha superato il traguardo degli 8 miliardi di individui. Il tasso di fertilità sta calando, e la crescita è rallentata quasi ovunque, ma a livello aggregato la popolazione sta ancora aumentando, seppur solo in specifiche aree geografiche: Africa Sub-Sahariana, Asia meridionale e Medio Oriente. Tra il 2025 e il 2055 dovrebbe crescere di un altro 20%, secondo stime Onu, diversamente dalle economie avanzate dove si è già entrati generalmente in una fase di stallo, ed è iniziata la decrescita. Entro il 2055 gli Stati dell’Unione europea dovrebbero registrare una perdita di 10 milioni di persone, arrivando a 443 milioni di cittadini, con Italia e Germania tra i più colpiti», evidenzia Livio Dalle, Responsabile Portfolio Management di Indosuez Wealth Management a Lugano. Effetti Macro. Le implicazioni che una società più matura ha sugli equilibri dell’economia nazionale sono però molto spesso sottovalutate, in parte proprio per l’estrema lentezza che hanno nel palesarsi. Non mancano gli esempi di quale sia la più probabile delle dinamiche. «L’impatto sulla crescita potenziale del Pil negli stati Avanzati è lì già tutta da vedere, e deriva dalla minor partecipazione alla forza lavoro, dalla carenza di manodopera e dall’aumento della spesa in pensioni e sanità. Tuttavia non è automatico che una società più anziana sia anche più povera. L’effetto sul Pil in termini assoluti è più


«In un sistema a ripartizione - i lavoratori di oggi finanziano i pensionati di oggi - si è più esposti all’invecchiamento. Rispetto agli altri Stati europei, la Svizzera è in una posizione migliore grazie al II pilastro, a capitalizzazione, ossia il capitale dei pensionati di domani è accantonato oggi e investito» Aneeka Gupta, Director della ricerca macroeconomica di WisdomTree

Il mondo invecchia Evoluzione del rapporto attivi/pensionati nelle diverse regioni Europa Giappone Economie avanzate

Africa Cina 0.9

0.6

0.3

0

Stati Uniti Paesi a basso reddito

Rapporto attivi/pensionati

negativo che non su quello pro capite, ad esempio per la semplice diminuzione della popolazione totale. In questi casi la produttività per singolo lavoratore è solita crescere, e quindi il tenore di vita delle persone potrebbe anche aumentare, ma non il Pil nazionale», chiarisce Valentin Bissat, Chief Economist and Strategist di Mirabaud Asset Management. Questa sottile differenza è da decenni al centro di un acceso e più ampio dibattito: cosa cattura il dato del Pil? Cosa misura davvero? «Vita più lunga e meno nascite riducono algebricamente l’offerta totale di lavoro: a parità di condizioni, meno persone attive sono anche meno ore lavorate, ossia quelle che alimentano il Pil. A cambiare sono però anche i consumi di una società più anziana, con l’accento che si sposta su servizi e salute, a scapito dei beni durevoli, con ulteriori implicazioni sull’attività d’investimento di Stato e privati. Più spesa pensionistica potrebbe alimentare tensioni sul debito pubblico e un aumento della pressione fiscale, contestualmente a un’erosione della base imponibile e del gettito, costringendo quindi a tagliare gli investimenti in ricerca e istruzione», enfatizza Elena Guglielmin, Cio di Ubs Wealth Management. Non mancano gli esempi o la letteratura che ciò stia già accadendo, e ormai con regolarità da diverso tempo. «La popolazione attiva giapponese va riducendosi dagli anni Novanta, quella totale è in calo da 18 anni consecutivi, mentre quella cinese già da 4. La crescita potenziale sta dunque rallentando, il mercato del lavoro si irrigidisce, e i tassi d’interesse reali si sgonfiano. La pressione si sta spostando sul fronte fiscale, in termini previdenziali, e sanitari. I contributori netti del sistema pensionistico giapponese sono calati di circa 3 milioni, mentre il numero dei beneficiari è aumentato del 40%. Il lavoro che un tempo veniva svolto dalla crescita demografica, è oggi quasi interamente sulle spalle della produttività, dunque sugli investimenti delle imprese», puntualizza Aneeka Gupta, Director della ricerca macroeconomica di WisdomTree. Cosa accada però su tassi d’interesse e inflazione è abbastanza ambiguo. «Non c’è un automatismo acclarato nel rapporto tra demografia e interessi. Prima della pensione una popolazione matura accumula risparmio e investe in attività sicure: a parità d’investimenti il tasso reale ‘naturale’ può dunque scendere, come

1950

2000

2050

2100

Fonte: Pictet Asset Management 2026

Matusalemme non soffre la solitudine Quota di popolazione over 65 e over 80 sul totale nazionale (in %) 65+

Giappone Italia Cina

29.1

Giappone Italia Germany

37.7 33.7 30.1

24.0 14.3

10.1

21.8

27.4

Francia

Svizzera Germania Ocse

19.0 22.2 18.5

27.2 27.1 26.4

Svizzera Cina 2.5 Ocse

0 Fonte: Ocse 2025

18.7 16.3 17.7 17.1 10

20

30

Nuova Zelanda Stati Uniti Australia 40 2023

%

accaduto in Giappone. Man mano che le coorti escono, e iniziano a consumare questo risparmio, lo Stato deve subentrare ed emettere più debito per pensioni e sanità, mentre le imprese si contendono il capitale umano. Le pressioni sui tassi reali iniziano dunque ad aumentare. Altrettanto ambiguo è l’effetto sull’inflazione: il calo della domanda aggregata la frena, ma le pressioni su salari e prezzi la alimentano. Le Banche Centrali devono

11.2 11.0

5.5

10.5 10.3

4.9

9.6

5.1

9.4

3.9 3.9 4.3 0

2050

13.7

6.1

Regno Unito

25.1 23.3 22.0 19.1

15.8

7.6 7.2

Francia

Regno Unito Nuova Zelanda Stati Uniti Australia

80+

8.7 8.2 6.5 5

10

15

%

Il rapporto di dipendenza tra popolazione attiva e pensionata è uno dei principali parametri osservati per capire la sostenibilità e la pressione che sarà esercitata sul sistema pensionistico nei decenni successivi. Non tutti i sistemi sono uguali, ma spesso scontano problemi molto simili, che è quasi impossibile sanare. Certo, qualche riforma intelligente qualcosa può cambiarlo. Ottobre 2026 TM · 27


«Il caso elvetico è emblematico: tutte le riforme tentate in ambito pensionistico sono state ostracizzate dai Babyboomer, prossimi a ritirarsi, come sta infine avvenendo. È un ventennio che al voto ogni progetto si arena, e anche dopo l’approvazione di Avs21 nel 2024 è passata la 13esima Avs» Fabrizio Mazzonna, Professore dell’Usi, e direttore del Cepra

contraddistingue le società più anziane, ossia un calo del livello di innovazione. Le idee radicalmente nuove nascono solitamente tra i più giovani, e guardando a Giappone e Italia si vedono i risultati, da qui la necessità di continuare a investire in formazione continua e innovazione», commenta Fabrizio Mazzonna, Professore dell’Università della Svizzera italiana (Usi) e direttore del Cepra (Center for Economic and Political Research on Aging). Troppo bene, o troppo male? La vulgata che in molti Paesi europei prosegue ormai da anni è che il progressivo impoverimento del ceto medio abbia inflitto

28 · TM Ottobre 2026

Impatto dell’immigrazione sul Pil 300

150

3’000’000 Pil con cambiamenti demografici (mld chf) N. previsto di occupati con camb. demografici (dx) 2’500’000 Evoluzione media del Pil scenario base (mld chf) 244 Mrd. N. necessario di occupati (dx) 2’000’000 195 Mrd. 1,5 Mio.1’500’000

100

1,2 Mio. 1’000’000

250 200

50

500’000

0

0 20 05 20 10 20 15 20 20 20 25 20 30 20 35 20 40 20 45 20 50

Come si è soliti dire: Paese che vai, problemi che trovi. O forse no, non in questo caso. «Stando alle statistiche dell’Ust, il Ticino è il cantone più anziano della Svizzera. Secondo Economiesuisse, però, entro il 2040 mancheranno almeno 430mila lavoratori a livello nazionale. I frontalieri, nel caso Ticino, da sempre costituiscono un vitale bacino di manodopera, ma l’invecchiamento che interessa entrambi i lati del confine potrebbe essere un problema nuovo con cui confrontarsi», rileva Luciano Monga, Partner di Deloitte Svizzera (a lato). Al confine francese la situazione non è migliore. «Quando il saldo naturale non basta più i territori devono diventare attrattivi per vincere la sfida demografica. Questo significa sì offrire impieghi interessanti e ben retribuiti, ma anche qualità della vita, ossia: alloggi, scuole, trasporti, cultura, sicurezza, servizi, possibilità professionali per coniugi e prole... per sì attrarre, ma anche trattenere. Oltre a impresa, e posto di lavoro offerto, anche il territorio deve iniziare a giocare un ruolo di rilievo», evidenzia l’esperto di Neuchâtel.

Il Canton Zurigo

19 95 20 00

Specificità territoriali

19 90

quindi stimare un equilibrio mobile, e i Governi non fare troppo affidamento sulla granitica certezza di denaro a basso prezzo vita natural durante, come invece si pensava», prosegue il Cio di Ubs. Le implicazioni oltre che macro possono però essere anche più sottili, ed empiriche. «Come dimostrato da un’analisi del 2023, negli Stati Uniti un aumento del 10% della quota di over 60 riduce il Pil pro capite di circa il 5,5%, e due terzi di tale effetto sono direttamente riconducibili a una minore produttività. Da non trascurare è però anche il risultato del conservatorismo che solitamente

un colpo fatale proprio alla natalità. Ma è davvero così? «Più un Paese diventa ricco, e la sua popolazione benestante, più il suo tasso di natalità tende ad abbassarsi. Tale evidenza riflette il livello di prosperità raggiunto, i costi opportunità diversi dei figli, un livello d’istruzione più elevato e la formazione tardiva del nucleo famigliare, i costi abitativi superiori e il desiderio di mantenere un certo tenore di vita senza compromessi. La prosperità è il contraccettivo più efficace mai sviluppato. È altresì vero che un Paese prospero ha diversi strumenti in più rispetto a uno prolifico ma povero. La crescita è il combinato disposto di capitale umano, progresso tecnologico e capitale investito, se uno si indebolisce gli altri possono compensarlo, almeno in parte, come solitamente avviene, in primis con l’innovazione», chiarisce Hans-Jörg Naumer, Global Head Capital Markets & Thematic Research di Allianz Global Investor. Ciononostante il problema non è più circoscritto alle sole economie avanzate. «Salvo poche eccezioni, la Nigeria è ancora a 4, gran parte dei Paesi sono sotto la ‘soglia di sostituzione’ di 2,1 figli per donna, il tasso che garantisce di mantenere la popolazione stabile nel lungo periodo, senza ricorrere a immigrazione. Con lo

Fonte: Deloitte 2026

I dati del resto parlano chiaro, non le azioni. «Secondo un nostro recente sondaggio, il 40% dei membri dei CdA svizzeri intervistati riconosce che la demografia stia già impattando le imprese, e un ulteriore 20% prevede che lo farà entro un triennio. Solo il 16% ha però già preso provvedimenti. Trattenere il personale e farlo crescere è una priorità ancora sottovalutata, ma ci sarebbero tutti i presupposti per un rapido cambio di rotta», prosegue Monga. Dunque a chi passa la palla? «Bisogna uscire da una rigida ripartizione dei ruoli, e iniziare a collaborare. Stato e imprese hanno molti interessi comuni, e dovrebbero innestare una dinamica virtuosa: imprese attrattive attirano competenze; un territorio attrattivo facilita il reclutamento; nuovi abitanti rafforzano la base economica e fiscale», conclude Nötzel.


«È ormai pacifico che l’invecchiamento non può essere fermato, le energie dovrebbero essere dunque riposte altrove: come costruire un’economia prospera in una società anziana, con meno lavoratori, e dunque una concorrenza serrata tra aziende per accaparrarseli» Roland Nötzel, Delegato alla domiciliazione del Canton Neuchâtel

Urbanizzazione inarrestabile Quota di popolazione residente in città per Paese (in %)

Percentuale della popolazione nelle aree urbane (definizioni nazionali)

Basso reddito 100 80 60 40

Medio basso

Medio alto

Alto reddito

Asia centrale e del Sud Asia orientale e sud-orientale e Oceania (escl. AUS/NZL) Europa, Nord America, Australia e Nuova Zelanda America Latina e Caraibi Africa settentrionale e Asia occidentale Africa subsahariana La dimensione del simbolo è proporzionale alla popolazione totale nel 2025.

20 0

n = 206, R2 = 0.41 100

1,000

10,000

100,000

Reddito lordo (usd, log scale)

Fonte: Onu 2026

Cambiano desiderata e necessità Variazione della distribuzione dei consumi per età (media ‘25 Avanzati, in % reddito) 50%

■ Istruzione ■ Abbigliamento e calzature ■ Assistenza sanitaria ■ Transporti ■ Alloggio e utenze ■ Cibo

40% Quota del reddito (%)

sviluppo il costo di un figlio aumenta esponenzialmente, dunque le famiglie scelgono di averne meno, investendo di più su ognuno, il cosidetto trade-off quantità/qualità. In società molto competitive, come Cina e Corea del Sud, dove questo costo diventa proibitivo, la fecondità è crollata a circa un figlio per donna, che equivarrebbe a un dimezzamento della popolazione in poche generazioni. Unito all’allungamento dell’aspettativa di vita è il miglior viatico per un invecchiamento rapidissimo dell’intera società, come sta avvenendo soprattutto in Asia», sottolinea il direttore del Cepra. La definizione di benessere è però particolarmente elastica e variegata, gli elementi a concorrere al fenomeno sono molti. «Accanto a maggior istruzione femminile e progressiva urbanizzazione della popolazione, ogni figlio ha un costo economico e professionale incrementale. La genitorialità è spesso rinviata, una distribuzione squilibrata della cura tra uomo e donna certamente non aiuta, al pari di una conciliabilità non sempre facile tra lavoro e vita privata. Le politiche pubbliche possono certamente incidere sul gap tra figli desiderati e realizzati, e abbassarlo, ma i dati dimostrano molto spesso l’inefficacia o i risultati alquanto deludenti di molte di queste iniziative, spesso finanziariamente onerose per i Governi, a partire dai bonus episodici che non hanno mai consegnato risultati tangibili», precisa Guglielmin. Anche stando tra i Paesi avanzati, la situazione è però molto variata, al netto di simiglianze e tratti di percorso comune tra Stati vicini. «Il Giappone dimostra che l’invecchiamento può essere gestito senza un collasso economico, la Germania dovrà affrontare invece un significativo shock dell’offerta di manodopera nei prossimi 10-15 anni, mentre la Francia pur trovandosi in una situazione demografica leggermente migliore, non sta giocando bene le sue carte. L’età pensionabile è ancora relativamente bassa, e il suo sistema pensionistico molto pesante. La Svizzera può invece contare su un alto tasso di occupazione, su finanze pubbliche robuste, immigrazione positiva e qualificata, e un sistema previdenziale relativamente solido. Sconta ovviamente la forte dipendenza da manodopera estera», rileva l’esperto di Mirabaud. Ma allargando invece il perimetro dell’analisi, che succede? «Si può affer-

30% 20% 10% 0% <29

30-39

40-49

50-59

60-69

70+

Fonte: Goldman Sachs 2026

mare vi sia una certa comunanza di vedute tra i Paesi occidentali sia a livello di problemi che di soluzioni. La situazione è molto più varia tra gli Emergenti, con alcuni che stanno già vivendo il fenomeno, com’è il caso di Corea del Sud e Cina, che stanno automatizzando a pieno ritmo il secondario, chi importando robot chi producendoseli. L’Asia meridionale e sud orientale è ancora in una fase iniziale, mentre l’India con un’età media di appena

Urbanizzazione e consumi sono elementi determinanti nella più probabile evoluzione del mondo nei prossimi decenni. Città sempre più grandi, e densamente popolate, diverse sfide supplementari ai territori le lanciano, al pari dei consumi che una popolazione più anziana impone al sistema economico. Considerando lo sviluppo inevitabile, è bene prepararsi. Ottobre 2026 TM · 29


«La forza lavoro cinese è in calo, e la struttura demografica assomiglia a quella giapponese di vent’anni fa, sebbene sia un Paese a reddito inferiore, e con una rete di sicurezza sociale meno completa. È iniziata un’irregolare transizione verso un ruolo ancor più importante di tecnologia, e consumi» Qian Zhang, Emerging Markets Investment Specialist di Baillie Gifford

La salute è tutto! Aspettativa di vita al compimento dei 60 anni per Paese Donne 28.9 24% 26.9 26% 26.8 26% 26.7 26% 26.0 26% 24.9 27% 24.6 26% 24.4 26% 23.4 29% 23.1 25% 21.1 26% 30

20

Uominj Giappone Australia Francia Svizzera Italia Germania Ocse Regno Unito Stati Uniti Cina Turchia Sud Africa 10

0

■ Anni in salute

0

Anni

23% 24.3 25% 24.5 24% 22.7 24% 23.9 23% 22.6 23% 21.4 24% 21.2 23% 22.0 28% 20.6 22% 19.4 22% 17.4

10

20

30

■ Anni con limitazioni e malattie

Fonte: Ocse 2025

Costi sanitari Prezzi delle cure rispetto al livello generale dei prezzi del Paese (media Ocse: 100) 180 USA

160 140

NOR AUS

ISL

Svizzera

ISR

IRL SWECAN LUX FIN AUT CRI GBR DNK NLD BEL ITA MEXSVN DEU ESP NZL GRC FRA PRT EST CHLLTUSVK JPN POL CZE LVA COL HUN TUR

120 100 80 60 40 20 0 0

20

40

60

80

100

120

140

160

180

Fonte: Ocse 2025

Prosegue la corsa dell’aspettativa di vita nelle economie non più solo avanzate. Il mondo invecchia, ma inevitabilmente la vecchiaia non è segnata da anni solo di buona salute. Si diffondono le malattie croniche, ed esplodono i costi sanitari ovunque. Il livello dei prezzi è dipendente da quello nazionale, ma non mancano le eccezioni, in negativo, come la Svizzera. 30 · TM Ottobre 2026

29 anni ha ancora a disposizione decenni di aumento della popolazione attiva. Diversamente il Vietnam, che con i suoi 32 anni è leggermente più avanti. I Paesi dell’America Latina sono invece generalmente in una situazione di mezzo», puntualizza Qian Zhang, Emerging Markets Investment Specialist di Baillie Gifford. Lo Stato. La gravità delle conseguenze del fenomeno, ormai note, dovrebbero spingere i Governi a muoversi, ma con

quali risultati auspicati, e concreti? «Molte economie avanzate si trovano in una situazione complessa, rispetto a un tasso di fertilità auspicabile quanto più prossimo a 2,1: il Giappone si ferma a 1,15, fa meglio la Svizzera a circa 1,3 o la Germania a 1,35, ma anche la più prolifica Francia non supera 1,6. In Giappone ci si arrovella da decenni sul come stimolarla, al pari di Singapore, ma quello che si è appurato è che i margini di manovra non sono molto ampi, e i risultati deludenti. Migrazione e aumento della partecipazione al mercato del lavoro sono invece strumenti più efficaci e rodati che rallentano il calo della forza lavoro», enfatizza l’esperta di WisdomTree. Scarsi margini di manovra e risultati modesti costringono allora a una seconda analisi. «Anche a patto di riuscire a invertire la tendenza domani, gli effetti sulla struttura demografica di un Paese si noterebbero solo a distanza di generazioni, senza dimenticare che lo Stato non può piegare i progetti di vita e i desideri delle giovani coppie. Appurato come anche la migrazione rallenti semplicemente il trend, ha più senso concentrarsi sulle conseguenze dell’invecchiamento, gestendole al meglio possibile, non riponendo eccessive speranze su fantasiosi progetti. In tal senso il Giappone è pioniere, ha posto al centro del suo sviluppo economico e sociale, da decenni, proprio l’invecchiamento», nota il professore di Ginevra. La gestione è però complessa, e con orizzonti temporali lunghissimi, mal conciliabili con un ciclo politico di portata sempre più breve. E qui iniziano i problemi. «Bisogna pensare alla demografia come a una superpetroliera. Una volta che ha preso velocità è complesso invertire la rotta: i bambini che non nascono oggi, non avranno figli domani; e laddove nascessero, la generazione successiva non sarebbe dietro l’angolo. Il nodo è tutto sul mercato del lavoro, e in genere le politiche pubbliche sono orientate a tutelarne gli equilibri, come detto senza grandi risultati. Posticipare l’età pensionabile è l’unica soluzione strutturale seppur temporanea, a patto che le persone decidano di lavorare… La partecipazione femminile in diversi Paesi rimane notevolmente inferiore a quella maschile e molte misure, valide sulla carta, adottate in Germania sembra abbiano sortito un effetto quasi nullo», sintetizza l’esperto di Allianz. Dunque lo Stato è impotente, ed è me-


«Il Giappone si è dimostrato lungimirante, almeno in parte, nel gestire quelli che sapeva essere suoi problemi. Non volendo immigrazione, non ha lesinato in tecnologia. La nuova ondata d’innovazione risponde alla definizione di ‘robot umanoidi’, che ben presto non saranno più relegati alla manifattura» Hans-Jörg Naumer, Global Head Markets Research di Allianz Global Investor

Spesa sanitaria

Spesa sanitaria

L’impatto sull’aspettativa di vita

Incidenza per Paese in % del Pil

0.95

LVA

MEX

0.9

▼Spesa

0

▲Spesa sanitaria ▼Aspettativa di vita

▼Asp.

0.5

USA

1

1.5

2

2.5

9.2

8.4

9.7 9.3

5.9 5.9 5.2

1

■ Governativa o obbligatoria ■ Volontaria o non obbligatoria 11.1

ESP Svizzera JPN SWE ISR LUX KOR ITA AUS FRA NOR ISL IRL PRT BEL NZL AUT GRC SVN NLD CHL FIN CANDNK GBR DEU CRI CZE EST SVK POL LTU COL TUR HUN

20 18 16 14 12 10 8 6 4 2 0

10.6 10.3

1.05

▲Spesa ▲Asp.

17.2

▼Sanità ▲Asp.

12.3 11.8 11.5

1.1

ti a a a o e a a e a a o o a ni ni er nci nit on ali gi cs gn ali rg sic in i U ma izz ra U p str rve OSpa It buMes C m at r Sv F no Giap Au No St Ge g sse Re Lu

Fonte: Ocse 2025

Fonte: Ocse 2025

Evitate gli assembramenti?

Pressione fiscale

Personale ospedaliero ogni 1k abitanti

Variazione attesa nel 2060 rispetto al ‘24

30

In punti percentuali del Pil potenziale 10

25 20 15

27.4 26.2

■ Medici ■ Infermieri e ostetriche ■ Assistenti sanitari ■ Altri in servizi sanitari 21.5 ■ Altro personale 20.2 18.4 17.0 16.5 17.2 17.2 15.5

5

11.7

10

ziamento. Rispetto agli altri Stati europei, la Svizzera è in una posizione migliore grazie al II pilastro, a capitalizzazione, ossia il capitale dei pensionati di domani è accantonato oggi e investito, ma le pressioni cui è soggetta l’Avs sono tutte da leggere e vedere. Discorso a parte, e ancora più complesso, riguarda invece l’impatto che una popolazione più anziana avrà sul sistema sanitario, ma lì le soluzioni a confronto si complicano», rileva Gupta.

JPN

USA

FRA

CH

NZL

GBR

DEU

0 i a cse lia e a a a a a o er nit nit nci ni ali ad on nd a izz U i U Fra rma ustr Can app ela ia O It v Z ed S no tat i e A G G a g S v e M o R Nu Fonte: Ocse 2025

0 AUS

5

ITA

glio destinare le risorse ad altro? «Può sicuramente influenzare le scelte delle famiglie, ad esempio investendo in alloggi, servizi, supporto economico e normative, agevolando coloro che vorrebbero avere figli, ma non sono nella condizione di poterlo fare. Non è però auspicabile farvi eccessivo affidamento. È necessario agire su due orizzonti simultaneamente: creare le condizioni per una natalità compatibile con le aspirazioni della popolazione più giovane, e preparare l’economia al previsto restringimento della manodopera, ossia incentivando produttività e innovazione, promuovendo una migliore immigrazione più rispondente alle esigenze delle imprese, aprendo a coloro che non partecipano, e prolungando la vita professionale delle figure senior», illustra l’esperto di Neuchâtel. Ma chi paga? Come sovente accade è utile interrogarsi su una fondamentale questione: chi paga materialmente le conseguenze della demografia. «Quando si discute di pensioni, la matematica si fa politica. In un sistema a ripartizione, il più diffuso, meno contribuenti finanziano più beneficiari e più a lungo. Per raggiungere l’equilibrio sono necessari maggiori trasferimenti fiscali o più contributi, minore generosità, più occupazione, una vita lavorativa più lunga o un mix. Nel 2023 la Francia ha iniziato la transizione da 62 a 64 anni, la Germania veleggia verso i 67 non senza problemi, il Giappone combina pensioni pubbliche con occupazione oltre 65 anni e incentivi a rimanere attivi, la Svizzera ha diversificato i rischi affidandosi a tre pilastri tra loro diversi ma complementari. Ovunque è necessario un pacchetto strutturato e ragionato di misure organiche per non ritrovarsi nella situazione scomoda di Pechino: il rapporto di dipendenza anziani/ lavoratori nel 2024 era pari al 21,2% ma già nel 2041 potrebbe raddoppiare, con la popolazione attiva destinata a ridursi da 840 a 614 milioni di persone entro il 2050, e un sistema previdenziale ancora ampiamente acerbo», chiosa il Cio di Ubs. Nei Paesi europei, pur con sistemi più maturi, non mancano comunque i problemi. «La struttura del sistema pensionistico (e anche sanitario) è importante tanto quanto la piramide demografica. In un sistema a ripartizione, ossia quando i lavoratori di oggi finanziano i pensionati di oggi, si è più esposti, essendo soggetti alla progressiva erosione del loro finan-

■ Spesa sanitaria e cure di lungo termine (Ageing) ■ Spesa sanitaria (dipendente da altri driver) Totale ■ Pensioni ■ Altro Fonte: Ocse 2025

Spingere la spesa sanitaria non è sempre sinonimo di ottimi risultati e una popolazione più sana, come il caso americano dimostra. Quello che è certo è che l’incidenza sul Pil continua a correre, con livelli già raggiunti dei più sbalorditivi, ciononostante destinati in pochi anni a esplodere nuovamente. Il capitale umano gioca un ruolo determinante, oltre al suo eccesso. Ottobre 2026 TM · 31


«Il 15 gennaio 2015 la Bns rinunciò a difendere l’1,20 franco/euro. Fu uno shock notevole, ma si può considerla una sfida vinta, grazie a grande capacità di adattamento. Con gli strumenti messi a disposizione dall’innovazione, la Svizzera sembra in grado di vincere anche questa nuova sfida, demografica» Livio Dalle, Responsabile Portfolio Management di Indosuez Wealth Management

Effetti demografici Alcune statistiche nazionali a confronto Var. Rapp. dipend. Quota popolaz. popolaz. attivi/pensionati attiva 2024–’50 2024 2050 2024 2050 Svizzera +5% 30.8% 53.3% 66.2% 58% Regno Unito +9.5% 30.8 40.9 64.4 61.4 Benelux +3.5% 31.8 45.2 65.4 60.5 Francia +2.6% 36.1 48.5 62.6 57.9 Germania -7.4% 36.9 53.5 64.3 57.9 Italia -12.4% 38.8 70.4 64.8 53.5 Spagna -6% 32.1 68.8 67.2 53.7 Giappone -15% 50.7 73.1 60 52.5 Cina -10.9% 21.2 52.3 70.3 60.7 Canada +15.2% 30.4 42.1 66.4 62.1 Stati Uniti +10.4% 27.7 37.9 66 62.1 Paese

Aspettativa alla nascita 2024 2050 84.1 87.3 81.4 85.1 82.3 85.9 83.5 86.6 81.5 85.2 83.9 87.2 83.8 87.1 84.9 88.4 78 83.4 82.7 86.2 79.5 83.2

Aspettativa in vecchiaia 2024 2050 73 75 72 74 72 74 74 76 71 74 73 75 73 75 74 77 69 73 73 75 72 74

Fonte: Pictet Asset Management 2026

L’apice è già stato raggiunto? Evoluzione della popolazione dei singoli Paesi: cresce o si contrae?

Fonte: Onu 2026

■ Picco pre 2024 ■ Picco tra il 2025 e 2054 ■ Picco oltre il 2054 ■ No data

Molti Paesi hanno già raggiunto il picco della popolazione, che è iniziata finalmente a calare, ma in aggregato quella mondiale sta ancora aumentando. In alcuni Paesi il calo sarà però particolarmente marcato e problematico da gestire, con Italia, Giappone e Cina in cima alla classifica. L’immigrazione è la scialuppa di molti altri, sempre che la popolazione resti disponibile... 32 · TM Ottobre 2026

Processi decisionali particolarmente lunghi e complessi fanno il resto. «Tutti i sistemi sono scarsamente attrezzati a gestire la sfida, nonostante decenni di preavviso e preparazione. Orizzonti temporali molto più lunghi di altre materie spingono a pensare che vi sia tempo per agire, e quindi meglio farlo domani che non oggi. Nel prossimo decennio la Germania vedrà un costante calo della popolazione attiva, in media di diverse centi-

naia di migliaia di persone all’anno. Le riforme sarebbero dunque dovute essere attuate anni fa, ma comunque meglio tardi che mai! Non si dovrebbe aspettare l’uscita completa dei Babyboomer prima di agire, anche al costo di un certo scontento, agganciando le prestazioni pensionistiche solo all’inflazione e non alla progressione salariale», chiarisce Naumer. La demografia è però anche politica, consenso elettorale e ostruzionismo, specie nelle democrazie. «Il caso elvetico è emblematico: tutte le riforme tentate in ambito pensionistico sono state ostracizzate per anni dai Babyboomer, sempre più prossimi a ritirarsi, come sta infine avvenendo. È ormai un ventennio che al voto ogni progetto si arena, e anche dopo l’approvazione di Avs21 nel 2024 è passata la 13esima Avs, e non ancora il suo finanziamento, ma non la riforma Lpp. La sostenibilità del sistema, come mostra invece l’Italia, non è però risolvibile in assenza di crescita dei salari, dunque della produttività. Con un piccolo problema di equità sullo sfondo: tipicamente chi è più povero vive meno a lungo, per cui agganciare l’età pensionabile alla speranza di vita, pur essendo una soluzione finanziaria, finisce per penalizzare i già più svantaggiati», ricorda Mazzonna. Lezioni di scuola. L’esperienza accumulata negli ultimi anni dal Giappone può essere foriera di importanti suggerimenti per altri Paesi, sviluppati e non. Ma in cosa consiste? «La principale è la tempestività. Nonostante la ‘preparazione’ sbandierata, in realtà è stato da poco dimostrato che l’attuale livello di natalità è stato raggiunto con oltre 15 anni d’anticipo rispetto alle proiezioni, e molto tempo è stato comunque ‘democraticamente’ sprecato. In secundis, che bisogna mobilitare da subito tutte le risorse disponibili, umane comprese, quindi più donne attive e più anziani. Investire in produttività e automazione prima che la crisi si manifesti. Da ultimo, di non precludersi ideologicamente il canale dell’immigrazione, come ha invece fatto proprio il Giappone per decenni», elenca l’esperta di WisdomTree. Taccuino alla mano, cerca le differenze con la piccola Confederazione. «Già negli anni Sessanta l’Ufficio federale di statistica elaborava proiezioni relative al finanziamento dell’Avs. Il tenore del dibattito e lo stato dell’arte oggi dimostrano però una forte carenza di pianificazione, il che


«I malumori intorno all’immigrazione potrebbero mettere in una situazione difficile importanti settori, alimentare pressioni inflative, e scuotere la sostenibilità del I pilastro, laddove passassero politiche intransigenti. L’economia svizzera rimarrebbe in piedi, ma l’urgenza di alcune misure sarebbe accresciuta» Valentin Bissat, Chief Economist and Strategist di Mirabaud Asset Management

Immigrazione

Tasso di fertilità

Quota (%) di stranieri sulla popolazione % 35 30

Andamento del tasso negli anni 3

■ 2024

2014

51 43 2

25 20 15

1

10

Fonte: Ocse 2025

Supporto alla natalità Oneri delle diverse misure nazionali

FRA

CHN

NZL

USA

AUS

GBR

DEU

Fonte: Ocse 2025

OECD

Svizzera

ITA

JPN

0 i i nerea dia lia ale llo rca cia nit ito dia ss na nia era lia go po o an Ita ot ga a an U Un e Ba ag a zz tra ur ap C Fil se Tortoanim Fr tati no D maesi Sp ermSviAusemb i G G S eg EC P ss Oc P D R O Lu

JPN

5

■ 1980 2022 ■ 2062 Tasso di sostituzione (2.1)

Evolve l’immigrazione Flussi migratori nei Paesi (in mia)

3.5 Spesa in percentuale del Pil

2015

2019

2022

2024

3.0

Stati Uniti

1’051

1‘031

1’048

1’425

2.5

Germania

708.1

643.3

669.0

586.2

2.0

Regno Unito 366.5

356.1

488.0

435.7

1.5

Francia

268.1

284.5

305.9

298.1

Australia

227.9

195.6

170.9

239.3

Giappone

83.5

137.6

144.5

177.1

Italia

218.6

167.1

235.4

168.9

Svizzera

112.7

106.5

130.0

135.6

Ocse

4’516

4’574

5’296

5’489

1.0 0.5 0.0 IRL PRT ITA ESP NLD GBR CH NOR FIN DNK LUX BEL SWE FRA AUT DEU

è un problema. La gestione economica e sociale della trasformazione della società avviene sempre troppo tardi, al pari che in Germania e Francia, e questo proprio per l’illusione che orizzonti temporali lunghi regalano, rispetto a decisioni politicamente onerose e complesse. In Cina la situazione è diversa per il rapidissimo invecchiamento, cinque volte più veloce che in Francia, combinato a un’altrettanto delicata transizione da economia emergente e rurale a una più sviluppata e cittadina, che stanno alterando profondamente le aspirazioni di vita della popolazione. Non è raro che un figlio unico si possa trovare nella spiacevole situazione di dover sostenere economicamente due genitori e quattro nonni», precisa Wanner. Le differenze comunque esistono, e in prospettiva faranno la sostanziale differenza. «Guardando alla Svizzera si evidenziano quattro tendenze: la popolazione continua ad aumentare, la società invecchia, l’eterogeneità e le differenze regionali si allargano. Diverse analisi hanno valutato gli effetti che la demografia avrà nei prossimi decenni sull’economia svizzera. Solitamente l’invecchiamento si accompagna a un Pil, anche pro capite, inferiore, per la riduzione della popolazione. Tra il 2021 e il 2065 questo dovrebbe tradursi in un rallentamento della crescita annua di 0,3 punti percentuali», evidenzia l’esperto di Indosuez. Il percorso potrebbe essere però diversamente accidentato. «I malumori intorno all’immigrazione potrebbero mettere in una situazione difficile importanti settori, in primis la sanità, alimentare pressioni inflative, e scuotere la sostenibilità del I pilastro, laddove passassero politiche intransigenti. L’economia svizzera rimarrebbe in piedi, ma l’urgenza di alcune misure sarebbe esponenzialmente accresciuta: pensionamenti posticipati, partecipazione più elevata, e automazione. La Cina, rispetto a un’economia avanzata, può invece contare su margini di recupero in produttività, urbanizzazione, elevati livelli di risparmio e una solida base manifatturiera. Anche Pechino non dovrebbe dunque crollare, ma proseguirebbe la transizione verso un’economia a crescita più lenta, più anziana e automatizzata, e orientata ai consumi», riflette Bissat. La situazione cinese è un unicum, o comunque è particolarmente rara, specie tra Emergenti. «È il prevedibile risultato della politica del figlio unico, che

■ Supporto in denaro ■ Altri servizi ■ Servizi per l’infanzia ■ Sgravi fiscali

Fonte: Ebrd 2026

sta avendo un impatto drammatico sulla demografia. Abolirla è stato corretto, ma ci vorrà tempo per vederne gli effetti, mentre molte giovani coppie hanno il concreto timore di non potersi permettere di avere figli. I mali cinesi saranno però presto dimenticati, la Corea del Sud è infatti in una situazione ancora peggiore: entro il 2064 la popolazione attiva si sarà contratta di oltre il 35%, un dato monstre», nota l’esperto di Allianz.

Fonte: Ocse 2026

Il crollo della natalità, registrato in tutte le principali economie, e spesso proporzionalmente al reddito, non ha ancora sostanziali soluzioni, se non l’immigrazione. La maggior parte delle politiche a favore delle famiglie sponsorizzate dai Governi non hanno mai ottenuto risultati significativi, o proporzionali agli oneri sostenuti. Dunque? Allungamento della vita professionale, o immigrazione... Ottobre 2026 TM · 33


L’interesse dei più giovani Probabilità di voto delle diverse coorti demografiche alle elezioni (sondaggio)

In % dei sondaggiati

90

80

70

5 >7

-75

-70 66

71

-65 61

-60 56

-55

Baby Boomers (1946-64) Silent Generation (pre-1946)

51

-40 36

-50

-35 31

46

-30 26

41

-25 18

50

-45

Millennial e Gen Z (post-1980) Generation X (1965-80)

60

Età Fonte: Ebrd 2026 (dati delle ultime elezioni nazionali in 34 Paesi, Avanzati e non)

La demografia in Svizzera Evoluzione annua della popolazione residente permanente 200.000

■ Incremento naturale ■ Saldo migratorio ■ Divergenze statistiche

150.000 100.000 50.000

Fonte: Ust 2025

2025

2020

2015

2010

2005

2000

1995

1990

1975

-50.000

1985

1980

0

Il buon andamento del Pil svizzero è legato anche all’aumento costante della popolazione residente, ma presta il fianco a problemi elettorali e di rappresentanza democratica, specie in materie delicate e complesse come la demografia, e la previdenza.

Eppur si muove. Almeno sulla Cina

si può però sempre contare, il che è una buona notizia. «La forza lavoro è in calo, e la struttura demografica assomiglia a quella giapponese di vent’anni fa, sebbene sia un Paese a reddito inferiore, e con una rete di sicurezza sociale meno completa. Crescere meno non equivale però a produttività immobile, e zero opportunità sul mercato, ma a una irregolare transizione verso un ruolo ancor più importante di tecnologia, e consumi. Non vanno sottostimati l’enorme mercato domestico, solide catene di fornitura, la velocità decisionale, e un notevole patrimonio di talenti ingegneristici. Nel 2024 ha installato circa 295mila robot industriali, più del dato aggregato mondiale, e ha soddisfatto 34 · TM Ottobre 2026

quasi il 60% della sua domanda interna. È però improbabile un ritorno a importanti stimoli di credito, come in passato», sintetizza l’esperta di Baillie Gifford. Tecnologia e innovazione potrebbero avere però presto inattesi e forse anche un po’ inquietanti ambiti d’applicazione. «Il Giappone si è comunque dimostrato lungimirante, almeno in parte, nel gestire quelli che sapeva essere suoi problemi. Non volendo immigrazione, non ha lesinato in tecnologia. La nuova ondata d’innovazione risponde alla definizione di ‘robot umanoidi’, che ben presto non saranno più relegati alla manifattura, ma entreranno nelle case facendo la spesa, le pulizie o fornendo assistenza agli anziani. Arrivano al momento giusto, almeno per la demografia. In tal senso investire in fondi azionari è ancora più importante, non solo per ‘partecipare’ alla trasformazione, ma anche per generare redditi da capitale, ossia lasciando che siano i robot a lavorare per noi», prosegue Naumer. Per quanto ‘lavorino’ e producano in più sensi non risolvono diversi altri problemi. «In assenza di adeguamenti nor-

mativi importanti le macchine aumentano sì il Pil, ma non versano contributi, dunque non finanziano il welfare. Eppure è innegabile che tecnologia, automazione e Ai siano importanti moltiplicatori, e un utile alleato nel secondario e nel terziario avanzato. A patto l’Ai si diffonda allo stesso ritmo delle tecnologie precedenti, l’Ocse stima che potrebbe arrivare a dare un contributo alla crescita del Pil pro capite annuo anche oltre un punto percentuale nel prossimo decennio. Ciononostante è più difficile adottarla dove ce ne sarebbe più bisogno, dunque nell’assistenza personale e nelle economie avanzate, ossia dove la popolazione è più anziana e meno digitale, e le imprese più Old economy», rileva Guglielmin. Senza dimenticare i vantaggi del secondario avanzato, comunque interessanti per certi Paesi. «Ai e automazione consentono di produrre di più con meno lavoratori, che in Cina o Corea del Sud, dove la popolazione invecchia rapidamente, non è un dato trascurabile. Nel caso della Cina il vantaggio non sta però tanto in una singola precisa svolta tecnologica, quanto nella possibilità di adottare facilmente tante piccole soluzioni intelligenti, equamente distribuite tra abitazioni, fabbriche, veicoli… La geopolitica poi sta costringendo a diversificare la base produttiva su più Paesi, avvicinandola ai mercati finali, dunque riportandola parzialmente anche nelle economie avanzate. In tal senso le opportunità d’investimento e gli ambiti d’applicazione certo non mancheranno», eccepisce Zhang. Non è però solo ed esclusivamente un bagno di piacere. Che ne pensano le persone di questa corsa in avanti? «Se guardiamo al terziario si è soliti parlare di contrazione del tempo dedicato ai lavori di routine, per potersi concentrare sulla vera creazione di valore. Non si tratta dunque di semplicemente ridurre il personale, ma di spostare le competenze su compiti che richiedono conoscenze specialistiche, capacità di giudizio e interazione umana. Se da un lato questo dovrebbe portare a benefici, in termini di produttività, dall’altro è indispensabile ripensare i processi aziendali e l’organizzazione del lavoro. Qualsiasi ottimizzazione non può prescindere da una pianificazione del personale a lungo termine. All’interno di questa logica, il capitale umano assume un valore specifico superiore all’attuale, nelle economie avanzate già molto importante, da


qui gli sforzi profusi nel trattenerlo il più a lungo possibile entro il perimetro aziendale, coltivandolo e motivandolo. Questo dovrebbe diventare una priorità del CdA. Le aziende che sapranno valorizzare le risorse umane e tecnologiche di cui già dispongono saranno quelle a ottenere i maggiori benefici da questa nuova importante trasformazione», rileva Luciano Monga, Partner di Deloitte Svizzera. Anziani, e felici? La domanda sottile è quindi se vivere più a lungo sia o meno una buona notizia. E soprattutto per chi. «L’invecchiamento demografico è la migliore dimostrazione che molti progressi siano stati compiuti, diminuisce la mortalità e si allunga la speranza di vita; e le persone sono più libere di scegliere quello che vogliono fare davvero, anche rispetto alla prole. Sono successi importanti, sociali e sanitari, ma quale contropartita esigono l’adeguamento delle istituzioni e delle politiche pubbliche. La sfida non è quindi come riformare i sistemi previdenziali, ma come organizzare la società, salvaguardando la coesione sociale tra generazioni sempre più numerose e diverse», evidenzia il professore di Ginevra. Se dunque la dinamica non può essere invertita, qual è l’obiettivo successivo? «È ormai pacifico che l’invecchiamento non possa essere fermato, le energie dovrebbero essere dunque riposte altrove: come costruire un’economia prospera in una società anziana, con meno lavoratori, e dunque una concorrenza serrata tra aziende per accaparrarseli. A patto di entrare in questa logica, da parte sia del pubblico che del privato, si potrebbe smettere di subire le dinamiche demografiche, facendone invece un obiettivo strategico comune», riflette Nötzel. E qui l’attenzione torna a concentrarsi sulla piccola Svizzera, e sulle sue carte. «Il 15 gennaio 2015 la Bns rinunciò infine a difendere l’1,20 franco/euro. Fu uno shock notevole che mise una pressione straordinaria sul sistema produttivo. Oggi possiamo dire quella sfida sia stata vinta, grazie a grande capacità di adattamento. Con gli strumenti messi a disposizione dall’innovazione, vedasi l’Ai, la Svizzera sembra in grado di vincere anche questa nuova sfida, muovendo da fondamentali economici migliori di molte altre economie avanzate», enfatizza Dalle. Potrebbero non mancare però gli incidenti di percorso… alcuni anche facilmente etichettabili. «Il tallone d’Achille

Corse elettorali Affluenza alle urne per sesso e coorte demografica in Svizzera (in % tot) 95+ 90–94 85–89 80–84 75–79 70–74 65–69 60–64 55–59 50–54 45–49 40–44 35–39 30–34 25–29 20–24 18–19

■ Donne ■ Uomini 0

10

20

30

40

50

60

70

Fonte: Avenir Suisse 2025

Invecchiamento democratico Popolazione, aventi diritto e votanti effettivi per coorte demografica in Svizzera Età 100 90

■ Donne ■ Uomini 2000

2025

2050

80 70 60 50 40 30 20 10 0

75 60 45 30 15 0 15 30 45 60 75 60 45 30 15 0 15 30 45 60 75 60 45 30 15 0 15 30 45 60 75 Mia. di persone

Fonte: Avenir Suisse 2025

dell’attuale ‘soluzione’ elvetica è l’immigrazione. Decisioni azzardate in questa materia imporrebbero rimedi altrettanto drastici, e in tempi rapidissimi, che mal si sposano con il processo democratico. La lezione giapponese è del resto chiara: robotica, occupazione anziana e urbanizzazione rendono l’invecchiamento gestibile, ma non possono eliminare la carenza di personale, il debito derivante, e la debolezza della domanda interna. L’innovazione compra tempo; la buona Politica lo usa per distribuire costi e opportunità tra generazioni. La sfida è organizzare, in tempo, un’economia in cui vivere più a lungo crei opportunità e resti una conquista, non una crisi in costante avvitamento», conclude il Cio di Ubs. Per quanto spiacevole possa risultare l’immigrazione si conferma essere l’unica soluzione efficace ai mali di un’economia che per il momento sta soffrendo, e sembra destinata ancora a farlo, l’invecchiamento della popolazione. Nonostante il fenomeno fosse ampiamente atteso, non sono state prese, in nessuna economia avanzata i necessari provvedimenti.

L’interesse per le urne è proporzionale all’età degli elettori. I più giovani non sono assidui frequentatori di elezioni, diversamente dal resto della famiglia, genitori e nonni, che fanno valere i loro diritti. I risultati sono altrettanto evidenti, e con cui è bene misurarsi.

Le Guerre Puniche rimangono l’esempio più emblematico di quanto la demografia impatti gli equilibri più profondi di una società che invecchia e si svuota progressivamente dei suoi valori. Se il trend non può essere invertito quanto meno si dovrebbe fare il possibile per gestirlo, anche forzando il processo democratico con palliativi di antica memoria. A Roma il sistema elettorale era imperniato intorno al censo e alla storicità delle tribù fondatrici, oggi non si potrebbe valutare di agganciarlo all’età del corpo elettorale, almeno in alcune materie economicamente molto sensibili? La riparzione di oneri e onori ha smesso da troppo tempo di essere equa, e l’immigrazione è solo la punta dell’iceberg. ❏ Ottobre 2026 TM · 35


economia /sanità

Premi da curare e cure da premiare A trent’anni dall’entrata in vigore della LAMal, si ripresenta con aggravante la domanda originaria: come rendere sostenibile un sistema sanitario sempre più costoso? Ampliamento delle prestazioni, burocrazia e una remunerazione che premia la quantità alimentano una spesa da oltre 100 miliardi l’anno. Oltre che da grandi riforme, la ricetta dovrebbe passare da modelli assicurativi alternativi, maggiore trasparenza sulla qualità e la concorrenza tra i fornitori. Trent’anni di Aoms Evoluzione dei costi lordi per assicurato 6.065,7

6.000 ■ Svizzera ■ Ticino 5.000

4.969,3 4.000

Universalità, concorrenza regolata e solidarietà restano i pilastri della LAMal, che a 30 anni dall’entrata in vigore deve però affrontare le sfide dell’efficienza e della sostenibilità, come ben sa anche il Ticino che ormai regolarmente registra costi e premi record.

3.000 2.260,1 2.000 1.806.84 1.000 1997

2000

2005

2010

2015

2020

2025

Fonte: UFSP

36 · TM Ottobre 2026

Prestazioni Aoms per assicurato Evoluzione trimestrale, prest. lorde in Chf ■ Svizzera ■ Ticino 1500 1200 900 600 300

III -2 4 IV -2 4 I-2 5 II25 III -2 5 IV -2 5 I-2 6 II26

24

I-2

4

0 II-

F

requente imbattersi in questi giorni, dopo l’annuncio dei premi malattia per il 2027, nella seguente constatazione: “I costi del nostro sistema medico-sanitario aumentano in modo incontrollato. Per un numero sempre crescente di cittadini, i premi costituiscono un onere insostenibile”. Sintomatico è che fosse già l’incipit della spiegazione con cui il Consiglio federale invitava a benedire la nuova Legge federale sull’assicurazione malattie (LAMal) che - effettivamente approvata con il 51,8% dei sì alle urne nel dicembre 1994 - varca quest’anno in forma non troppo smagliante la soglia del terzo decennio dall’entrata in vigore. Nemmeno le rivendicazioni degli iniziativisti dell’epoca suonano anacronistiche, seppur allora bocciati con un sonoro 76,6%: fra queste, contributi commisurati alla capacità economica degli assicurati e prelievi proporzionali al salario. Da allora i premi sono cresciuti a un ritmo nettamente più elevato di Pil e stipendi, la spesa sanitaria

dall’assicurazione di base e i costi del personale in aumento, al contrario della sua disponibilità. E se almeno digitalizzazione e Ai parrebbero destinate a portare una boccata di ossigeno, la Svizzera accusa un ritardo non trascurabile nell’e-health. Sarà poi da vedere se, dopo una gestazione epocale, altrettanto lo sarà l’impatto delle grandi riforme che stanno finalmente vedendo la luce per aggiornare la struttura tariffale e spingere l’ambulatoriale. Temi sui quali interviene Felix Schneuwly, esperto Assicurazione Malattia di Comparis e presidente del Bündnis Freiheitliches Gesundheitswesen (Alleanza per un sistema sanitario liberale). Una voce autorevole, e spesso tagliente, del dibattito sul sistema sanitario svizzero.

Fonte: Ufsp

complessiva ha sfondato la soglia dei 100 miliardi di franchi dai nemmeno 40 ante LAMal, e anche il 2027 non fa eccezione, con l’ennesimo aumento dei premi, benché meno marcato degli ultimi picchi. Certo, si paga anche il prezzo dei progressi della medicina, il salto in avanti della speranza di vita, l’ampliamento del catalogo delle prestazioni rimborsate

Felix Schneuwly, il 2026 segna il trentesimo anniversario della LAMal. Quale bilancio se ne può tracciare? Misurato rispetto agli obiettivi formulati durante la campagna di votazione del 1994, il bilancio è contraddittorio. L’aspetto positivo è che l’accesso a una buona medicina è garantito indipendentemente dallo status sociale. Nessuno deve rinunciare, per motivi finanziari, a cure efficaci, appropriate ed economiche, secondo il principio sancito dalla stessa LAMal (art. 32), anche se non è ancora


definito in modo abbastanza concreto da impedire alle casse malati di pagare per una medicina superflua. L’obiettivo di frenare l’aumento dei costi e dei premi non è dunque stato raggiunto. Era davvero realistico? Era una promessa politica non realizzabile: in tutti i Paesi la domanda di prestazioni sanitarie e i relativi costi aumentano con la prosperità. È invece preoccupante che la Berna federale abbia peggiorato l’originariamente buona LAMal, soprattutto a partire dal 2012 sotto il consigliere federale Alain Berset, con un eccesso di cattiva regolamentazione e burocrazia. Anche il corpo elettorale non è stato sempre coerente... Sì, ha respinto tutte le modifiche volte a maggiori interventi statali o ad aumentare la concorrenza, ma ha approvato o accettato maggiori prestazioni - dalla medicina complementare a quella di famiglia, fino alle cure infermieristiche nonostante l’aumento dei premi. Il tetto ai premi del 10% è stato respinto nel 2024, così come il freno ai costi. È stato invece accolto il finanziamento uniforme delle prestazioni ambulatoriali e stazionarie, Efas. Quest’ultimo provvedimento, se non altro, farà sì che la crescita dei costi, insieme ai sussidi per i premi, venga finanziata in modo più equilibrato sia attraverso le imposte sia attraverso i premi delle casse malati. Ma cosa manca al nostro sistema per bloccare l’impennata dei costi? Disponiamo di una mole enorme di dati sui costi, ma non abbiamo dati altrettanto validi e dettagliati sulla qualità. Sosteniamo di avere uno dei sistemi sanitari migliori al mondo, ma fatichiamo a dimostrarlo perché manca la trasparenza sulla qualità. Il che trasforma la libera scelta dei pazienti in un salto nel buio, nonostante l’articolo 58 della LAMal sulla qualità sia lungo ben quattro pagine A4 e gonfi a dismisura la burocrazia. Un secondo motivo per cui costi e premi continuano a salire - nonostante il controllo delle ammissioni, il monitoraggio dei costi e via dicendo - è che le prestazioni mediche assicurate vengono remunerate esclusivamente in base alla quantità, con l’unica eccezione dei modelli assicurativi alternativi (Maa). Da questo gennaio sono entrati in vigore Tardoc e i forfait ambulatoriali, che sostituiscono Tarmed. Dal 2028 partirà invece progressivamente la riforma Efas.

«Disponiamo di molti dati sui costi, ma non di dati sulla qualità altrettanto validi e dettagliati. Sosteniamo di avere uno dei migliori sistemi sanitari al mondo, ma fatichiamo a dimostrarlo per mancanza di trasparenza. Inoltre, a eccezione dei modelli assicurativi alternativi che premiano efficienza e qualità, la remunerazione delle prestazioni rimane basata puramente sulla quantità» Felix Schneuwly, esperto Assicurazione Malattia di Comparis

Quote di mercato casse malati Top 8 (90,6% mercato), 2025, in %

5%

3%

12,2%

Numero assicurati (migliaia) al 01.01.26 e variazione % rispetto al 2025 e al 2020 Assicuratore

20%

6,8%

Andamento delle casse malati

Top 8 10,18 mld Chf premi contabilizzati 18%

12,2% 13,4%

■ Swica ■ Helsana ■ Groupe Mutuel ■ Css ■ Visana ■ Sanitas ■ Concordia ■ Assura Fonte: Finma

Assicurati ‘25 Δ 25/24 Δ 25/20

Helsana

1.598,0

5%

11%

CSS

1.561,9

6%

8%

Groupe Mutuel

949,5

-4%

0%

Swica

861,0

1%

1%

Visana

737,5

6%

18%

Assura

722,0

1%

-23%

Concordia

676,5

-5%

12%

Sanitas

664,0

2%

12%

KPT

440,0

-6%

28%

Fonte: Comparis

Franchigia scelta dagli assicurati Confronto tra i modelli assicurativi, 1.034 intervistati, marzo 2026 Standard

44%

35%

Telmed

35%

24%

42%

HMO

36%

16%

48%

Medico di famiglia

48%

Altro

59%

17%

22%

35% 21% 19%

■ Franchigia 300 CHF ■ 500 - 2.000 CHF ■ 2.500 CHF Fonte: Comparis

Possono davvero alleggerire la pressione? Dalla sua introduzione nel 2004, il Tarmed non era mai stato veramente riformato, eccezion fatta per due interventi sulle tariffe da parte di Berset. Nel 2012 si è fatto tesoro di questa esperienza con l’introduzione degli importi forfettari per caso nelle prestazioni stazionarie. SwissDrg, la società che gestisce il sistema di remunerazione degli ospedali, lo adegua ogni anno.

Dominano i modelli alternativi Quote modelli di cassa malati nell’Aoms, 1.034 intervistati, marzo 2026 CH

52%

26%

19%

CH italiana

47%

30%

18%

CH tedesca

51%

25%

22%

CH francese

57%

30%

11%

■ Hmo/medico di famiglia ■ Standard ■ Telmed ■ Altro Fonte: Comparis

Nonostante l’aumento medio dei premi più contenuto fra 2025 e 2026 (4,4%), i cambi di cassa sono stati numerosi. Le due maggiori compagnie, con quasi un terzo degli assicurati di base, aumentano costantemente il distacco dalla concorrenza. La pressione sui premi spinge i modelli alternativi, in grado di abbinare efficienza e qualità. Quasi l’80% degli assicurati propende per la franchigia più bassa o la più alta. Ottobre 2026 TM · 37


Test di solvibilità LAMal

Test di solvibilità LAMal

Riserve (mld Chf) e coefficiente solvibilità (%)

Riserve in mio. Chf (sx) e coefficiente di solvibilità in % (dx), al 01.01.26

12,4

12,1

1500

250%

207% 8,5 7,3

7,8

8,4

200%

900

163% 147% 131%

1200

149%

600

150%

300

121%

100%

0 2021

2022

2023

2024

2025

2026

■ Riserve al 1 gennaio (mld Chf) ■ Coeff. solvibilità (%) Fonte: Ufsp

Ora l’Otma, l’organizzazione nazionale per le tariffe ambulatoriali dei fornitori di servizi e degli assicuratori, sta facendo lo stesso, sia per la tariffa per singola prestazione Tardoc sia per i forfait ambulatoriali. Tuttavia anche il nuovo sistema si focalizza unicamente sui dati relativi ai costi ignorando la qualità, sebbene nulla costi più di una cattiva qualità. Intanto alcune voci di spesa crescono in modo particolarmente marcato: cure a domicilio, psicoterapia, fisioterapia, … Dove intervenire? Non è il Parlamento ad ampliare il catalogo delle prestazioni, ma il Consiglio federale - per esempio con la psicoterapia psicologica e le iniezioni per dimagrire nonché il Tribunale federale, nel caso dei familiari curanti. Le terapie costose - tra cui rientrano anche le psicoterapie lunghe - dovrebbero essere remunerate solo se vengono raggiunti obiettivi terapeutici

■ Swica ■ Helsana ■ Groupe Mutuel ■ Css ■ Visana ■ Sanitas ■ Concordia ■ Kpt Fonte: Ufsp

Coefficiente di solvibilità

concordati, basati su evidenze scientifiche, sul modello delle iniezioni per dimagrire, che sono la prima prestazione obbligatoria a non venir prolungata senza successo terapeutico (riduzione del peso). Sulle cure prestate dai familiari, il Parlamento sta toccando vette mai raggiunte di iper-regolamentazione. Basterebbero due frasi nella LAMal: una definizione stringente di “familiare curante” e un rimborso forfettario delle prestazioni di cura. Tutto il resto serve solo a gonfiare la burocrazia e i costi. Un altro fattore di spesa è rappresentato dal numero crescente di giovani che si presentano negli studi medici con sintomi diffusi, pretendendo l’intero repertorio di esami diagnostici solo per essere certi di non essere malati per davvero. All’inizio dell’anno, l’inchiesta di Comparis secondo cui i premi dell’assicurazione malattia sarebbero sostenibili per una netta maggioranza delle famiglie

Trent’anni di confronto online Trent’anni di LAMal, ma anche trent’anni di Comparis. Prima piattaforma di confronto online in Svizzera, è stata lanciata in un’epoca in cui solo circa il 5% della popolazione elvetica aveva accesso a Internet. Pionieristica anche a livello internazionale: basti pensare che Google sarebbe nato due anni più tardi. Anche Bankrate, il primo aggregatore finanziario al mondo (fondato nel 1976), è sbarcato in rete solo nel 1996. Lo stesso anno in cui, nei Paesi Bassi, vedeva la luce Booking.com (con il nome originario di bookings.nl). Da strumento per mettere a confronto i premi delle casse malati, nel tempo Comparis si è evoluto in un ecosistema completo. Oggi il portale offre confronti in svariati altri settori, dalle telecomunicazioni ai servizi finanziari (come ipoteche e crediti), fino a ospitare i più grandi mercati online svizzeri per la ricerca di auto e immobili. Grazie a questa diversificazione, è attualmente il portale di confronto più utilizzato in Svizzera (scelto dal 60,4% degli adulti), davanti a Booking.com (56,2%), ImmoScout24, Homegate e AutoScout24. Interamente di proprietà del fondatore Richard Eisler, l’azienda mantiene la totale indipendenza da partecipazioni esterne e investitori.

38 · TM Ottobre 2026

Necessarie a garantire la solvibilità degli assicuratori e assorbire le fluttuazioni eccezionali, ogniqualvolta le riserve sono state oggetto di riduzioni imposte politicamente, dopo una prima boccata di ossigeno ai premi hanno poi prodotto importanti rialzi per riallinearsi ai costi in aumento.

svizzere (58,8%) ha sollevato un polverone. Come si spiega il divario rispetto ai barometri di Ubs o di Pro Familia, che collocano i premi tra le principali preoccupazioni della popolazione? Il nostro sondaggio non chiedeva se gli assicurati fossero insofferenti agli aumenti dei premi, ma se avessero problemi a pagarli. La tempesta di critiche rivela semplicemente l’atteggiamento contraddittorio di una maggioranza che vuole più prestazioni, ma non pagarle di tasca propria. La stessa logica vale d’altronde per la previdenza vecchiaia e cambierà probabilmente solo quando la nostra prosperità diminuirà. Ogni anno, dopo l’annuncio dei nuovi premi, riparte la caccia alla cassa più conveniente. Cambiando spesso non si rischia però di sovraccaricare il sistema di costi per un minimo beneficio? Più i premi aumentano, più assicurati cambiano cassa - complessivamente tra il 6 e il 12% - franchigia o modello assicurativo. Sebbene si possa fare indipendentemente da età, sesso e stato di salute, gli anziani sono meno propensi. Proprio l’elevata età media in Ticino è probabilmente una delle ragioni per cui la quota di cambi è bassa nonostante i premi elevati. Constatiamo da anni che chi non cambia mai, si trova nelle casse più costose e potrebbe risparmiare di più. Per l’assicurazione di base, decisivo non è però cambiare continuamente, ma prendere la decisione giusta una volta per tutte. Chi dieci anni fa è passato dalla cassa più costosa a quella più economica ha risparmiato complessivamente circa 30mila franchi senza più spostarsi. Ormai quasi tre quarti degli adulti sceglie un modello assicurativo alternativo - medico di famiglia, studi medici di gruppo (Hmo), Telmed o digitale. Lo standard è destinato a scomparire? Non scomparirà mai del tutto, e va bene così. Chi vuole consumare à la carte nell’assicurazione di base dovrebbe però in futuro pagare premi sostanzialmente


più alti rispetto agli assicurati che scelgono il menu fisso dei modelli assicurativi alternativi, che comunque garantiscono qualità. Vale anche per il Ticino, dove invece, data la struttura per età, non sarebbe una buona idea compensare i costi in aumento con maggiori riduzioni dei premi finanziate fiscalmente. E anche una maggiore pianificazione statale dell’offerta ridurrebbe i costi in aumento solo se si attuasse un razionamento. Quali sono i modelli più efficaci? Il maggiore effetto lo hanno i Maa che stabiliscono contrattualmente una buona assistenza agli assicurati malati cronici. Se, per esempio, i diabetici vengono assistiti bene in ambito ambulatoriale e sulla base di evidenze scientifiche, hanno meno complicazioni e devono essere ospedalizzati meno frequentemente. Analogamente per altre malattie croniche. Trovo però un controsenso continuare a calcolare gli sconti dei modelli assicurativi alternativi sulla base del prezzo del modello standard, scelto ormai da una minoranza di assicurati. Mi spingo oltre: è inutile che l’Ufsp continui ad approvare ufficialmente i premi, visto che l’autorità di vigilanza non si assume alcuna responsabilità imprenditoriale, anche quando poi risultano troppo bassi o troppo alti. Quali strategie permettono alle casse malati di consolidare il loro vantaggio? La concorrenza sui premi ricompensa davvero le compagnie più efficaci? Se i costi amministrativi delle casse ammontano in media al 4,3% dei premi, costi amministrativi ancora più bassi hanno effettivamente solo un piccolo impatto sui premi. Per questo la cassa unica non ha avuto chance nelle passate votazioni popolari. Quando le casse malati risparmiano sui costi grazie a modelli Maa validi e convenienti - dove l’efficienza e la qualità delle prestazioni mediche obbligatorie contano più dei volumi - si stimola la concorrenza sia tra gli assicuratori sia tra i fornitori di prestazioni, a vantaggio di tutti. Per questo motivo, il Parlamento dovrebbe concedere maggior libertà d’azione ai partner contrattuali dei modelli assicurativi alternativi: contratti pluriennali liberamente selezionabili dagli assicurati come integrazione al contratto annuale, come per le ipoteche. Basta “feticismo dei diplomi” con indicazioni che stabiliscono al millimetro quale titolo consenta di fatturare una determinata prestazione. Più flessibilità invece

Premi mensili medi 2027 Premi mensili medi del 2027 (Chf) e variazione 2027/26 (%) 462,3 6,6%

Premio mensile medio cantonale

270.-

520.-

468,9 5,4%

454,5 3,5%

508,6 4,4%

401,2 6,4%

491,3 4,5% 462,2 4,3% 417,5 6,0% 420,2 5,4%

385,6 5,2%

390,5 5,6%

404,4 5,8%

364,6 5,0%

354,3 4,0% 276,2 4,4% 358,4 355,0 365,0 5,0% 4,8% 339,9 3,0% 327,4 5,3% 4,2% 317,4 360,3 4,5% 4,3%

354,3 4,4%

519,9 3,7%

390,2 5,6%

Fonte: Ufsp

Anche nel 2027 prosegue la corsa dei premi. A pagare il più elevato il Ticino, sebbene con il minor incremento del decennio. Determinante l’aumento del volume delle prestazioni, malgrado l’incidenza stabile delle malattie.

nell’impiego di personale medico specializzato, nelle prestazioni obbligatorie e nella loro remunerazione: ad esempio, introducendo forfait annuali differenziati in base alla gravità per la presa a carico dei malati cronici, come alternativa snella al micromanagement del Tardoc. Negli ultimi anni la Confederazione ha allentato le regole per permettere alle casse malati di ridurre le loro riserve, con l’obiettivo di far beneficiare gli assicurati di premi più bassi. Dove situare il giusto equilibrio tra premi accessibili oggi e un cuscinetto finanziario sufficiente per evitare aumenti troppo bruschi domani? Grazie alle riserve, non ogni fluttuazione dei costi porta a una fluttuazione dei premi. E con le riserve, nonché con la gestione della liquidità, le casse generano ricavi sui mercati dei capitali, nell’interesse degli assicurati. In passato, ogni riduzione delle riserve imposta politicamente ha però portato in seguito a diversi shock dei premi e ad alte quote di cambio di cassa, perché i premi mantenuti artificialmente bassi dalle riduzioni delle riserve hanno dovuto essere adattati al livello dei costi in continuo aumento. È stato così sotto Ruth Dreifuss, Pascal Couchepin nonché Alain Berset, e ha solo destabilizzato il sistema. Si possono fare errori, ma non si dovrebbero ripetere più volte gli stessi. Di fronte al crescente malcontento, torna regolarmente l’idea di una cassa malattia unica o di premi proporzionali al reddito.

Gruppi di costi dell’Aoms in %, 2025 2,3% 4,2% 3,8% 3,9% 4,6% 5,2%

22,5%

Tot. Chf 44.861 mio

13,7%

21,6% 18,2%

■ Cure mediche ambulatoriali ■ Medicamenti ■ Cure ospedaliere stazionarie ■ Cure ospedaliere ambulatoriali ■ Case di cura ■ Laboratori ■ Fisioterapia ■ Spitex ■ Strumenti e apparecchi ■ Altro Fonte: Ufsp

Quale la fattibilità? Il cambio di sistema verso una cassa unica costerebbe molto, senza cambiare nulla riguardo ai costi in aumento delle prestazioni assicurate. Comparis ha chiesto agli assicurati di quanto dovrebbero scendere i premi con una cassa unica. I sostenitori ben il 70% degli intervistati - si aspettano almeno il 10%. Questo con costi amministrativi del 4,3% è semplicemente impossibile. Circa il 70% degli intervistati vorrebbe inoltre testare la cassa unica in un Cantone e introdurla a livello svizzero solo quando i premi saranno significativamente più bassi e la soddisfazione dei clienti migliore rispetto alle condizioni di concorrenza. Su un punto la sinistra ha ragione, ossia i premi legati al reddito: con questi si potrebbero infatti abolire i sussidi per i premi cassa malati. Dubito però che premi dipendenti dal reddito come alternativa al finanziamento uniforme da introdurre nel 2028, rispettivamente 2032, e alle riduzioni dei premi, otterrebbero la maggioranza alle urne. Susanna Cattaneo Ottobre 2026 TM · 39


economia/ innovazione/settori

Medtech, trattenere competenze e valore Dopo due decenni di slancio, il Medtech svizzero mostra alcuni segnali di rallentamento. Non tanto nella crescita, ma nelle intenzioni: meno assunzioni, internazionalizzazione della produzione e cautela sugli investimenti. Come preservare l’attrattività della piazza elvetica per il settore, fra i più performanti della sua economia? Intanto Ai e soluzioni integrate aprono una nuova frontiera.

C

on la sua tradizione ingegneristica, l’eccellenza nella lavorazione dei materiali e la sinergia fra un forte ambiente di ricerca e un’industria ad alte prestazioni, garanzia di un trasferimento tecnologico rapido e concreto, la Svizzera non poteva che far corsa in testa in un settore che richiede massima qualità e precisione, R&D a getto continuo, capacità di trasformare complessi requisiti normativi in soluzioni robuste, personale altamente qualificato e leadership tecnologica. Dagli strumenti chirurgici altamente specializzati e dai componenti impiantabili ai sistemi di imaging fino alle soluzioni di sanità digitale, le medtech svizzere sviluppano, producono e forniscono dispositivi medici e servizi innovativi in numerose specialità. Un ecosistema alimentato dal know-how di centinaia di Pmi, dall’intraprendenza di start up innovative e dalla forza trainante di gruppi attivi a livello globale, a 40 · TM Ottobre 2026

Il Medtech svizzero rispecchia la tradizione di precisione e avanguardia medica elvetica. Quasi metà dei produttori è attiva in ortopedia/ traumatologia o cardiologia; i fornitori si concentrano nella lavorazione dei metalli e nell’elettronica. Principali specializzazioni Produttori, % ponderata per n. dipendenti

21%

beneficio della sanità e dei pazienti, ma anche dell’economia. Con circa 72mila dipendenti, un fatturato annuo di 26 miliardi di franchi e un avanzo commerciale di 5,5 miliardi (terzo dietro a pharma e orologiero), il settore si distingue fra i più performanti, con una crescita media annua del 6,4% negli ultimi due decenni, sostenuta dalla creazione di nuovi posti di lavoro e investimenti in R&D. Dunque un settore in piena forma? «Il settore è performante, ma la piazza elvetica sta perdendo attrattiva. Con un incremento del fatturato del 5,5% negli ultimi due anni, il Medtech svizzero ha viaggiato a una velocità doppia rispetto all’economia nel suo complesso. Allo stesso tempo, però, oltre metà delle imprese oggi giudica la location peggiore rispetto a cinque anni fa. Un segnale d’allarme da prendere sul serio», avverte Adrian Hunn, direttore di Swiss Medtech, l’associazione mantello che rappresenta l’industria della tecnologia medica in Svizzera, con oltre 800 aziende associate. Principali specializzazioni Fornitori, % ponderata per n. dipendenti

19%

27%

39% 10%

15% 8%

6%

9% 7%

8%

■ Ortopedia e traumatologia ■ Cardiologia ■ Sistemi somministrazione farmaci e gestione diabete ■ Odontoiatria ■ Diagnostica in vitro e forniture di laboratorio ■ Strumenti e tecnologie chirurgiche ■ Altro Fonte: Swiss Medical Technology Industry 2026

9%

10%

12%

■ Lavorazione dei metalli ■ Elettronica ■ Componentistica ■ Ingegneria di prodotto ■ Beni strumentali ■ Lavorazione materie plastiche ■ Altro Fonte: Swiss Medical Technology Industry 2026


«Alla luce delle incertezze geopolitiche è in parte comprensibile che le medtech svizzere diventino più caute negli investimenti in produzione. Che si investa meno anche in R&D, tuttavia, mi preoccupa molto. Perché ricerca e sviluppo sono la base delle innovazioni e, in definitiva, del successo economico di domani» Adrian Hunn, Direttore di Swiss Medtech

Top 10 mercati di esportazione

Evoluzione del fatturato

2025 in mld Chf

Vendite, in mld Chf

15,8

‘16 ‘17

23,4

24,6

Rank

17,9 18,6

‘18 ‘19 ‘20 ‘21 ‘22 ‘23

‘24 ‘25

Fonte: Swiss Medical Technology Industry 2026

Country

Volume

1

USA

3,0

2

Germania

1,9

3

Paesi Bassi

1,6

4

Cina

0,7

5

Belgio

0,6

6

Italia

0,5

7

Francia

0,4

8

Irlanda

0,4

9

Giappone

0,4

10

UK

0,2

Top 10 Total

9,7 (80%)

Fonte: Swiss Medical Technology Industry 2026

13,4%

2023

64.200

63.000

n = 76

2021

n = 90

n = 75 n = 64

2019

n = 67

n = 103

2017

n = 88

n = 69

8,5% 7,5%

11,4% 8,5%

60.500

12,8% 9,9% 10,4% 8,9%

58.500

12,9%

57.000

■ Produttori ■ Fornitori

71.700

Addetti del settore 2016-2025 70.300

Nuove assunzioni in calo

% ponderata per le vendite

67.500

Investimenti in R&D

71.900

14,9

16,8

22,3

26,0

72.500

20,8

n = 62 n = 69

Giunto alla decima edizione, il suo studio biennale che analizza l’andamento dell’industria svizzera delle tecnologie mediche, dopo aver accompagnato due decenni di continua crescita, per la prima volta evidenzia una perdita di slancio. «Mentre nell’ultimo decennio il settore ha creato complessivamente circa 15mila posti di lavoro, negli ultimi due anni, in termini netti, sono stati solo circa 200. Contemporaneamente - ed è il dato che più mi preoccupa - il 43% delle imprese non prevede più investimenti: un valore mai raggiunto dall’inizio delle nostre rilevazioni. I punti di forza della piazza, tra cui l’expertise “classica” nel settore, stanno perdendo attrattiva. Alla luce delle incertezze geopolitiche è in parte comprensibile che le imprese diventino più caute negli investimenti nella produzione. Che si investa meno anche in R&D, tuttavia, mi preoccupa molto perché ricerca e sviluppo sono la base delle innovazioni e, in definitiva, del successo economico di domani», osserva Adrian Hunn. Vero è che finora i numeri delle esportazioni non mostrano effetti evidenti dei dazi e delle tensioni internazionali. «I dispositivi medici sono comunque necessari ai pazienti. Inoltre, le imprese negli ultimi anni hanno imparato a reagire con grande agilità ai cambiamenti. Le catene di approvvigionamento vengono adattate e i mercati diversificati. Tuttavia, non dobbiamo sottovalutare i rischi crescenti e gli effetti a lungo termine degli ostacoli commerciali», commenta il direttore di Swiss Medtech. L’instabilità geopolitica, l’aumento dei costi e gli ostacoli normativi e amministrativi non sono però l’unica causa di politiche di innovazione e del personale più caute. «Anche l’aumento della produttività grazie all’automazione e all’Intelligenza artificiale nei processi aziendali consente un’ulteriore crescita senza personale aggiuntivo. Va inoltre ricordato che negli anni precedenti un motore chiave delle assunzioni è stato il carico di lavoro per allinearsi al Regolamento europeo sui dispositivi medici (Mdr)», osserva Adrian Hunn. A sommarsi è anche la progressiva internazionalizzazione della produzione: mentre i fornitori rimangono maggiormente ancorati al mercato interno, con circa due terzi che producono esclusivamente in Svizzera, solo un terzo dei produttori non disloca oltre confine. «Com-

2025

Fonte: Swiss Medical Technology Industry 2026

plessivamente, oltre il 90% del fatturato è generato all’estero e gli investimenti vengono effettuati sempre più a livello internazionale. Di conseguenza, parte del valore aggiunto e, con esso, parte degli effetti sull’occupazione, si stanno spostando fuori dal territorio, insieme a competenze che dovremmo mantenere in Svizzera», nota il direttore di Swiss Medtech. Particolarmente sensibili a questo discorso, digitalizzazione e Intelligenza artificiale,

'16

'17 '18 '19

'20 '21 '22

'23 '24 '25

Fonte: Swiss Medical Technology Industry 2026

Nonostante un contesto estremamente complesso, l’industria svizzera della tecnologia medica si dimostra robusta. Allarma tuttavia che l’attrattiva tradizionalmente elevata come location del settore stia diminuendo sensibilmente: nell’ultimo biennio sono stati creati solo circa 200 nuovi posti di lavoro e gli investimenti in produzione e R&D sono in calo. Un segnale d’allarme da prendere sul serio. Ottobre 2026 TM · 41


Sfide per le medtech svizzere

Le principali opportunità

% sul tot. citazioni, top7, tutte le categorie

% sul tot. citazioni, top7, tutte le categorie

Pressione sui costi

46%

2

Omologazione e certificazione (Mdr/Ivdr) Concorrenza prodotti a basso costo di altri mercati

41%

1

37%

1

Cambio

32%

1

Trattative sul prezzo con i clienti

27%

3

Accesso ai rimborsi

23%

10

Finanziamento progetti 2 21% di innovazione Variazione rispetto a SMTI 2024 n=393

Uso AI

26%

49%

1

Digitalizzazione

25%

53%

1

Richiesta soluzioni 22% anziché prodotti Mantenimento o incremento capacità 16% di innovazione Accesso a opinion 16% leader chiave Accelerazione 16% cicli innovazione Accesso a nuovi mercati 13% internazionali

3

44% 36%

1

41%

1

42%

1

40%

2

■ Opportunità principale ■ Opportunità moderata Variazione rispetto a SMTI 2024

n=393

Fonte: Swiss Medical Technology Industry 2026

Fonte: Swiss Medical Technology Industry 2026

Attrattività location Svizzera

Investimenti pianificati

Principali fattori positivi e negativi in % sul totale delle citazioni; tutte le categorie)

Per i due anni seguenti, in %

Fattori negativi (406)

Fattori positivi (421)

Stabilità politica certezza del diritto

62%

Lavoratori qualificati

34%

Apertura mercato a prodotti Fda

20%

Tassazione imprese

19%

43% Forza franco 17% 38% Accordi commerciali, dazi 37% Costi salariali 35% Burocrazia e ostacoli amministrativi 15% Sistemi tariffari e rimborsi Fonte: Swiss Medical Technology Industry 2026

tecnologie da cui ci si attendono le maggiori opportunità per il futuro - ed è infatti al momento l’unico segmento in cui si registra un aumento nelle assunzioni di personale. Non dissimilmente da quanto si osserva trasversalmente a tutti i settori, anche per le tecnologie mediche negli ultimi due anni l’Ai sta diventando sia un motore di efficienza sia un fattore di innovazione e differenziazione. Sempre più viene applicata lungo l’intera catena del valore, con un impatto tanto su prodotti e servizi quanto sul modo in cui lavorano le aziende medtech. Anche la sua importanza normativa e di mercato sta aumentando notevolmente. Le analisi riportavano circa 1.400-1.500 dispositivi medici basati su Ai/Ml autorizzati negli Stati Uniti all’inizio del 2026, elenco che la Fda aggiorna continuamente. «Questa sarà la prossima grande ondata di innovazione. Al contempo, osserviamo che la domanda si sposta dai dispositivi medici classici verso soluzioni integrate e vicine al paziente. La Svizzera dispone del knowhow e delle imprese necessarie. Tuttavia, 42 · TM Ottobre 2026

Malgrado l’agilità dimostrata dalle medtech svizzere, la perdurante pressione dei costi inizia a pesare, spingendo a chiedere alla politica di ridurre le barriere commerciali e di alleggerire l’onere amministrativo a livello nazionale, rafforzando in modo mirato gli indiscutibili vantaggi della piazza svizzera. Oltre alle sfide attuali, si intravedono interessanti opportunità nell’Ai e nella digitalizzazione.

Per destinazione 2026

37%

2024

43%

n=402 n=288

15% 5% 16% 3%

43% 38%

■ Solo CH ■ CH + estero ■ Solo estero ■ Nessuno

Per area 63% 68%

Produzione

52% 59%

R&D IT/ data security /dm Marketing Vendite

36% 30% 30% 25% 27% 23%

■ 2026 ■ 2024

Fonte: Swiss Medical Technology Industry 2026

i team digitali vengono costituiti prevalentemente all’estero. E il nostro sistema sanitario è molto indietro rispetto ad altri Paesi in termini di digitalizzazione», evidenzia Adrian Hunn. Il potenziale è significativo, a maggior ragione per uno dei sistemi sanitari più costosi al mondo: dispositivi medici innovativi e servizi personalizzati consentono trattamenti meno invasivi e più efficienti, migliorano la qualità dell’assistenza e possono persino ridurre i costi sanitari a lungo termine. Già oggi, la spesa per le tecnologie mediche cresce solo dell’1,9% all’anno, contro il 3,3% complessivo. A fronte delle priorità attuali, la sostenibilità - altro grande trend delle passate stagioni - sembra invece perdere mordente, se si guarda al dato che indica come il 7% delle medtech non abbia ancora definito alcuna attività in merito. «Allo stesso tempo, è però aumentata - del 5% la quota di quelle che hanno già integrato operativamente misure di sostenibilità. I numeri non sono quindi affatto negativi. Proprio tra i fornitori l’attuazione è già molto avanzata, anche a causa dei requi-

siti dei loro clienti. Chi vuole rimanere parte delle catene di approvvigionamento internazionali deve soddisfarli. La sostenibilità sta pertanto diventando sempre più un fattore competitivo», sottolinea il direttore di Swiss Medtech. Se dunque la Svizzera, raccogliendo il “capitale” del passato, vuole rimanere una piazza leader per le tecnologie mediche, non deve sottovalutare le criticità che potrebbero comprometterne la competitività. «Il nostro obiettivo deve essere che in futuro il Medtech possa continuare ad avere successo a livello internazionale partendo dalla Svizzera. Dobbiamo fare in modo che le competenze digitali e la creazione di valore rimangano qui. Sul piano interno, è necessario ridurre la burocrazia e rinunciare a nuovi oneri per le imprese, come ulteriori contributi di vigilanza sui dispositivi medici. All’esterno dobbiamo abbattere gli ostacoli commerciali e garantire l’accesso ai mercati internazionali, giungendo rapidamente a una soluzione vincolante con gli Stati Uniti e, allo stesso tempo, aprendo nuovi mercati, ad esempio con un accordo commerciale con i paesi del Mercosur. L’accesso regolamentato al mercato interno dell’Ue rimane per le nostre imprese della massima priorità. Per un settore fortemente orientato all’esportazione come il nostro, l’accesso ai mercati internazionali deve essere il più agevole possibile», conclude il direttore di Swiss Medtech. Come ampiamente dimostrato in ambito medico, anche un sintomo lieve può essere predittivo di uno squilibrio più profondo. Analogamente, la politica e l’economia sono chiamate a trattare con tempestività le prime anomalie del Medtech svizzero per prevenire l’insorgenza di quadri clinici complessi. Susanna Cattaneo


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economia/ innovazione/settori

L’ecosistema per il futuro del settore Negli ultimi quattro anni una parte importante delle medtech ticinesi ha iniziato a riconoscersi come comunità. Ora occorre che anche l’ecosistema che le circonda - dalla politica alla formazione alla finanza - crei le condizioni favorevoli a un’ulteriore crescita del settore. Lo scorso maggio, a nemmeno quattro anni dalla creazione di Swiss Medtech Ticino, Lugano ha ospitato l’assemblea annuale dell’associazione nazionale.

Q

uando, nel novembre 2022, è stata istituita Swiss Medtech Ticino, il settore era già una realtà. C’erano aziende, competenze, prodotti e tecnologie sviluppati in Ticino e commercializzati sui mercati internazionali. C’erano imprenditori, ricercatori, università, strutture sanitarie e una capacità manifatturiera di alto livello. Alcune aziende erano piccole realtà fortemente specializzate, altre di medie dimensioni, altre ancora gruppi industriali internazionalmente riconosciuti. Per alcune il medicale rappresentava il core business; per altre una divisione altamente specializzata all’interno di attività industriali più ampie. Mancava invece, almeno in parte, la consapevolezza di costituire insieme un ecosistema. È stata questa una delle intuizioni alla base della costituzione della sezione ticinese di Swiss Medtech, nata dalla collaborazione con la Cc-Ti e con l’associazione nazionale. Aziende che operavano nello stesso territorio hanno iniziato a conoscersi, 44 · TM Ottobre 2026

confrontarsi e scoprire competenze complementari. Imprenditori e manager che affrontavano problemi simili hanno potuto discuterne. Realtà industriali molto diverse per dimensione, storia e tecnologia hanno iniziato a percepire che, ciascuna con la propria identità, appartenevano a un comparto comune. Dalle prime 13 aziende associate nel 2022, in meno di quattro anni si è passati a 60 su una realtà cantonale che ne conta un centinaio. La manifestazione più evidente si è avuta lo scorso maggio, quando abbiamo potuto invitare la comunità Medtech svizzera in Ticino. Abbiamo colto l’occasione di ospitare a Lugano l’assemblea generale dell’associazione, di solito a Berna, anche per far conoscere il nostro territorio e, soprattutto, per mettere in relazione le persone. Il risultato è stata una due giorni con oltre 300 partecipanti, per molti iniziata il weekend precedente grazie a un welcome package offerto in collaborazione con il territorio. Come osservato in uno dei numerosi commenti spontanei dei par-

tecipanti, “the real value of a day like this is harder to put in an agenda”: la conversazione informale durante un pranzo che diventa una telefonata di lavoro la settimana successiva; il confronto tra persone che, dietro organizzazioni e ruoli diversi, condividono sfide, frustrazioni, successi e responsabilità, ... È precisamente questo il significato di un ecosistema. Non un elenco di aziende. Non una mappa con una serie di loghi. Non una definizione decisa a tavolino. Un ecosistema esiste realmente quando le persone che ne fanno parte cominciano a riconoscersi, a fidarsi e a interagire. Per la prima volta era presente una delegazione ufficiale di imprenditori del settore medicale austriaco, accompagnata dall’Ambasciatore d’Austria in Svizzera. Non si tratta di attribuire a questo episodio un peso maggiore di quello che possiede, ma di coglierne il significato. Molte sfide - regolamentazione, digitalizzazione, accesso ai mercati, innovazione, sostenibilità dei sistemi sanitari, disponibilità di competenze - non conoscono confini cantonali né nazionali. Costruire relazioni tra ecosistemi affini significa poter condividere esperienze, problemi comuni e, talvolta, immaginare collaborazioni che nessuno dei singoli attori avrebbe potuto sviluppare isolatamente. Prima un territorio deve imparare a riconoscersi. Poi può farsi riconoscere. Infine può iniziare a connettersi. Ticino, Svizzera, Europa non rappresentano quindi tre dimensioni alternative, ma tre


livelli potenzialmente complementari dello stesso ecosistema. La domanda, adesso, è quali condizioni vogliamo creare affinché il settore possa pienamente esprimere il proprio potenziale. Non si tratta di chiedere sovvenzioni o immaginare che lo sviluppo di un comparto industriale possa essere decretato dall’alto. Gli ecosistemi non nascono per decreto. Ma neppure prosperano nel vuoto. E un settore complesso come il Medtech rende ancora più evidente quanto condizioni quadro favorevoli dipendano dalla capacità di mettere in relazione soggetti differenti. Serve che anche la politica comprenda il valore strategico del comparto e contribuisca a favorirne lo sviluppo. Servono università e ricerca, perché l’innovazione si alimenta di conoscenza. Servono ospedali, clinici e professionisti della salute, perché nessuna tecnologia medicale genera valore se rimane distante dai bisogni reali dei pazienti e di chi li cura. E servono banche, investitori e strumenti finanziari capaci di comprendere tempi, rischi e opportunità di aziende che operano in mercati altamente regolamentati e nei quali trasformare un’innovazione in un prodotto può richiedere anni. Servono istituzioni economiche, capacità di trasferimento tecnologico e strumenti che permettano alle start up di nascere e, soprattutto, alle imprese promettenti di crescere e attrarre competenze senza essere costrette a cercare altrove le condizioni necessarie per compiere il salto successivo. Serve, in definitiva, consapevolezza reciproca. È probabilmente questo il salto culturale più importante. Non chiedersi soltanto che cosa possa fare il Cantone per il Medtech, né viceversa il Medtech al Cantone. Chiedersi invece che cosa possiamo costruire insieme affinché il Ticino diventi un luogo nel quale sviluppare un’idea medicale, trasformarla in tecnologia, validarla clinicamente, finanziarla, industrializzarla, produrla e portarla sui mercati internazionali sia non soltanto possibile, ma desiderabile. Se riuscissimo a creare questa continuità, avremmo qualcosa di molto più importante di un cluster industriale. Avremmo un vero ecosistema dell’innovazione medicale. Le opportunità più interessanti nascono sempre più spesso quando discipline diverse smettono di lavorare in compartimenti separati: quando l’inge-

«È arrivato il momento di chiedersi cosa possiamo costruire insieme, a livello di ecosistema, affinché il Ticino diventi un luogo nel quale sviluppare un’idea medicale, trasformarla in tecnologia, validarla clinicamente, finanziarla, industrializzarla, produrla e portarla sui mercati internazionali sia non soltanto possibile, ma desiderabile» Giuseppe Perale, Presidente di Swiss Medtech Ticino

Densità delle medtech svizzere

Specializzazioni medtech ticinesi

N. produttori e fornitori ogni 1.000 abitanti

% aziende del segmento (membri e non di Swiss Medtech Ticino) Produttori (48) Riabilitazione, protesi

19%

Odontoiatria

15%

Ortopedia e traumatologia

13%

Fornitori (32) Componentistica

22%

tot = 1.460 Ingegneria di prodotto alta densità

bassa densità

Fonte: Swiss Medical Technology Industry 2026

Lavorazione dei metalli

19% 16%

Fonte: Swiss Medical Technology Industry 2026

Numeri e riconoscimenti confermano la rilevanza del Medtech ticinese. Accanto, da sinistra, Paolo Badano, fondatore e Ceo di Genny Factory, insieme a Enrico Pagano, designer della sedia a rotelle autobilanciante “made in Sant’Antonino”, uno dei pochissimi dispositivi medicali premiati dal Compasso d’Oro per la sua estetica e funzionalità.

gneria incontra la medicina, l’intelligenza artificiale incontra il bisogno clinico, i materiali incontrano la biologia, la ricerca incontra l’impresa. Analogamente, un ecosistema industriale fiorisce quando le competenze incontrano le competenze, quando chi possiede un problema incontra chi può contribuire a risolverlo, quando capitale e innovazione riescono a comprendersi, quando formazione e industria anticipano insieme le competenze che saranno necessarie domani, quando

istituzioni e imprese condividono una visione sufficientemente lunga da andare oltre il problema contingente. In questo senso, il percorso compiuto negli ultimi quattro anni rappresenta soprattutto un inizio. Un grazie speciale a ciascuno di coloro che hanno sostenuto finora il progetto. Perché, alla fine, anche quando parliamo di industrie, tecnologie, istituzioni e sistemi economici, rimane una realtà molto semplice: gli ecosistemi non collaborano. Collaborano le persone. Ed è dalle persone che bisogna continuare a costruire. Giuseppe Perale Ottobre 2026 TM · 45


economia / commercio/svizzera

L’export guarda a nuovi orizzonti

Il commercio internazionale resta decisivo per l’economia svizzera. Per affrontare un contesto sempre più incerto e competitivo, le Pmi puntano su nicchie ad alto valore e sulla diversificazione dei mercati. Ma scegliere e conquistare nuove destinazioni richiede strategia, conoscenza dei contesti locali e partner affidabili: una sfida che riguarda da vicino anche le imprese ticinesi. Accordi di libero scambio della Svizzera

■ Accordo di libero scambio Aels ■ Accordo in attesa di ratifica ■ Dichiarazione di cooperazione ■ Negoziato sospeso Fonte: Seco, settembre 2026

F

■ Paesi membri Aels ■ Accordo bilaterale Svizzera - UE ■ Accordo bilaterale

orza del franco, impennata dell’energia e delle materie prime, interruzione delle catene di approvvigionamento, politica tariffaria statunitense e pieno accesso al mercato unico europeo: sfide che accrescono l’incertezza e assottigliano i margini di un’economia a vocazione internazionale come quella svizzera, dove un franco su tre è generato dal commercio estero (283 miliardi di Chf nel 2025) e il 70% dei dipendenti lavora in aziende attive a livello internazionale. Non solo grandi gruppi: circa il 42% delle esportazioni è infatti generato da Pmi, contro il 23% in Francia e il 20% in Germania. Un successo costruito su qualità, specializzazione, affidabilità e innovazione, laddove competere sul prezzo sarebbe impossibile. «A maggior ragione in questo scenario complesso, è significativo che la fiducia delle Pmi nelle esportazioni si mantenga stabile e che la maggior parte delle aziende preveda di crescere. Ciò dimostra che stanno imparando a convivere con l’incertezza di regole ed equilibri in con46 · TM Ottobre 2026

tinua evoluzione e, pur consapevoli che le sfide strutturali non siano destinate a risolversi nel breve periodo, non lasciano prevalere la frustrazione, mostrando un ottimismo più prudente e selettivo», osserva Eleonora De Canio, commentando i risultati del sondaggio semestrale con cui Switzerland Global Enterprise (S-Ge) misura il sentiment delle Pmi esportatrici a livello svizzero. Una reazione di cui, in veste di Consultant e Team Responsible for Southern Switzerland di S-Ge, Eleonora De Canio trova conferma anche nei suoi scambi quotidiani con le aziende ticinesi: «A differenza del disorientamento dello scorso anno, evidenziato anche dal record di prestazioni che abbiamo svolto nel Sud della Svizzera - ben 500, in linea con le oltre 7.200 a livello nazionale da gennaio ho cominciato a riscontrare un maggior spirito di adattamento e la volontà di mettersi in gioco, anche con notevoli sforzi di riorganizzazione interna e investimenti per ridurre la dipendenza da pochi mercati o settori e valorizzare il proprio know-how. La questione non

Gli accordi di libero scambio sono opportunità solo se l’azienda sa trasformarli in vantaggi operativi. Fra i più interessanti conclusi di recente dalla Svizzera, quello con l’India e il Vietnam, mentre Malaysia e Mercosur sono in attesa della ratifica finale. Sono inoltre state completate le ottimizzazioni dei trattati con Paesi del Golfo, Regno Unito e Cina.

è infatti solo esportare di più, ma esportare meglio: con sbocchi più diversificati, filiere più resilienti e maggiore valore aggiunto», sottolinea. È proprio questo il ruolo di S-Ge, organizzazione ufficiale svizzera per la promozione delle esportazioni e della piazza economica, che su mandato della Confederazione e dei Cantoni accompagna le aziende nei percorsi di internazionalizzazione: dalla scelta dei mercati alla ricerca di partner, dagli aspetti doganali e normativi alla strategia di ingresso, mettendo a disposizione una rete di esperti e Swiss Business Hub presenti in circa 25 Paesi. Diversificare i mercati. Fortemente connesso all’Europa e all’Italia, il Ticino conta molte Pmi integrate in filiere transfrontaliere o europee, in particolare in settori dove qualità, precisione e specializzazione sono decisive: Pharma, BioTech, Life Science e MedTech, accanto all’industria Mem (macchine, elettronica, metallurgia), alla meccanica di precisione e ai metalli preziosi. «Per queste realtà, il vantaggio non è competere sul prezzo, ma essere molto forti in una nicchia. Oggi molte opportunità internazionali non sono necessariamente nei grandi volumi, ma nei settori dove servono qualità,


precisione, affidabilità e tecnologia. In un contesto di franco forte, questo è cruciale: più il prodotto o il servizio è differenziato e ad alto valore aggiunto, meno l’azienda dipende dal prezzo. L’internazionalizzazione richiede però un lavoro accurato: capire in quali mercati quella nicchia ha domanda, quali certificazioni servono, chi sono i partner giusti e come posizionarsi. Diversificare non significa andare ovunque, ma ridurre la dipendenza da pochi mercati o filiere, scegliendo destinazioni coerenti con prodotto, capacità aziendale, margini e rischio. Per un’impresa ticinese può voler dire consolidare Italia ed Europa, ma anche valutare mercati in Asia, nel Golfo o in America Latina, se esiste un reale fit», evidenzia la consulente di S-Ge. In particolare, suscitano interesse i Paesi con cui è stato concluso o è in fase avanzata di negoziazione un accordo di libero scambio attraverso l’Aels (l’Associazione europea di libero scambio, di cui oltre alla Svizzera sono membri Islanda, Norvegia e Liechtenstein). Questi strumenti possono ridurre dazi, migliorare l’accesso al mercato, aumentare la prevedibilità e creare un vantaggio rispetto a player di Paesi che non dispongono dello stesso quadro preferenziale. «Non è tuttavia automatico beneficiarne: bisogna verificare regole d’origine, classificazione doganale, documentazione, eventuali periodi transitori e impatto reale sul modello d’affari. Altrettanto fondamentale è avvicinarsi nel modo giusto a business culture anche molto distanti dalla nostra. Un approccio inadeguato rischia di compromettere sul nascere nuove relazioni. È dunque importante poter far affidamento su una rete di esperti presenti a livello locale, capaci di consigliare come rapportarsi con istituzioni, partner, distributori e clienti», avverte Eleonora De Canio. Si pensi all’India che combina dimensione del mercato, crescita e un nuovo quadro preferenziale grazie al Tepa Aels-India, che dall’ottobre 2025 garantisce un migliore accesso al 94,7% delle esportazioni svizzere, avvantaggiando le nostre Pmi rispetto alle concorrenti europee e britanniche. «Va però ricordato che si tratta di un Paese immenso, con un quadro normativo che può variare da una regione all’altra, così come le pratiche commerciali e i requisiti di conformità. Occorrono partner affidabili, attenzione ai contratti, ai pagamenti e alla proprietà intellettuale, oltre al tempo necessario per

«Diversificare non significa andare ovunque, ma ridurre la dipendenza da pochi mercati o filiere, scegliendo destinazioni coerenti con prodotto, capacità aziendale, margini e rischio. Per un’impresa ticinese può voler dire consolidare Italia ed Europa, ma anche valutare mercati in Asia, nel Golfo o in America Latina, se esiste un reale fit» Eleonora De Canio, Consultant e Team Responsible for Southern Switzerland di S-GE

Principali paesi di destinazione delle esportazioni dal Ticino in %, 2025 (tot. 5,9 mld di franchi) Italia 24,1%

Germania 10%

Francia

Irlanda

Cina

UK

JAP

5,5% 3,4% Russia

Altri UE

Paesi Bassi

Spagna

Belgio

Polonia

Austria

SVK

TUR ROU

Altri Asia

EAU HK AUS

USA 10%

Altri Altro Africa America Egitto

■ Europa ■ Oceania ■ Americhe ■ Asia ■ Africa Fonte: Statistica del commercio estero svizzero, UDSC

Fiducia nonostante la crisi

Diversificazione dei mercati

Sondaggio semestrale S-GE sentiment delle Pmi svizzere esportatrici

Sentiment Pmi esportatrici, 1H 2026

80

Sentiment Pmi esportatrici

70 63,5 60

50 Soglia di crescita (50) 40

16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26

Fonte: S-GE Export sentiment, Giugno 2026

costruire relazioni», specifica l’esperta. Malaysia e Vietnam sono altri due esempi di economie dinamiche del Sud-Est asiatico. Con la prima è stato firmato a giugno 2025 un accordo Aels in attesa di ratifica, che vede la Svizzera anticipare l’Europa e permetterebbe al 99,9% delle esportazioni di beneficiare di riduzioni tariffarie. «Con il Vietnam è stata annunciata proprio questo luglio la conclusione di un accordo di libero scambio. Nel 2027 porteremo in visita le Pmi svizzere inte-

Mercati principali % PMI svizzere che esportano nel Paese Germania 81% Francia 62% Italia 57% 54% Stati Uniti 54% Austria Cina 38% 38% India Nuovi mercati % PMI svizzere che lo cita India 8% Corea del Sud Giappone 7% Paesi del Golfo 7% Asean 7% Stati Baltici 6% Stati Uniti 4%

12%

Fonte: Switzerland Global Enterprise

Benché prudente e selettivo, il sentiment export rimane positivo. Come a livello svizzero, Italia, Germania, Francia e Usa sono i partner commerciali dominanti per il Ticino, mentre se si parla di nuovi mercati, lo sguardo si sposta sull’Asia.

ressate al Beauty, settore che lì beneficia di una crescente attenzione e di un elevato potere d’acquisto, senza essere ancora saturo come altri mercati orientali», sottoOttobre 2026 TM · 47


L’impatto dei dazi statunitensi

Le sfide principali

Richieste/attività S-Ge legate al mercato Usa

Sentiment Pmi esportatrici, 1H 2026 Quali sono concretamente i problemi che incontrano le aziende svizzere? Franco forte / rischi valutari

61%

Energia e materie prime

47%

Interruzioni della catena del valore

38%

Politica tariffaria Usa

36%

Relazioni Svizzera - UE

33%

200 0

120 Incluso chimica-pharma Escluso chimica-pharma

100

VII-26

V-26

I-26

III-26

XI-25

IX-25

V-25

VII-25

90 I-25

107

Q1

Q2

Q3

Q4

Q1

Q2

Q3

Fonte: Switzerland Global Enterprise

Exp CH destagionalizzate nominali (I 2025=100), principali categorie merci

III-25

800

400

Evoluzione dell’export

Fonte: UDSC

linea Eleonora De Canio, che annuncia anche la prima missione aziendale dedicata esclusivamente ad aziende ticinesi, prevista nel 2027 e destinata al Giappone per il settore Life Science. «Abbiamo rilevato un forte interesse da parte delle Pmi del nostro territorio attive nelle Life Sciences per il mercato giapponese che, come terza economia mondiale, rappresenta un’opportunità significativa per gli esportatori svizzeri, in particolare nei settori guidati da innovazione e tecnologia. La crescente apertura agli investimenti diretti esteri, e svizzeri in particolare, lo rende promettente, peraltro con un accordo di libero scambio già in vigore dal 2009. Sfide strutturali come l’elevato debito pubblico e un ambiente normativo complesso richiedono tuttavia una pianificazione attenta e solidi partenariati locali. Intendiamo portare una delegazione di una dozzina di aziende ticinesi a incontrare rappresentanti istituzionali, potenziali distributori e partner, approfondendo aspetti regolatori, specificità del mercato, difficoltà e opportunità di business». Il programma sarà presentato il 48 · TM Ottobre 2026

2026

947

600

Fonte: Switzerland Global Enterprise

110

2025

1000

27 ottobre al Centro Studi Villa Negroni, insieme a partner come Swiss MedTech, Swiss BioTech e Farmaindustria Ticino. Promettente è anche il recentissimo aggiornamento dell’accordo di libero scambio con la Cina: la quota delle esportazioni svizzere beneficiaria dell’esenzione dai dazi dovrebbe aumentare dal 53,6% al 77,5%, per raggiungere il 99,8% nel medio termine. «Pur non rappresentando una garanzia di successo, costituisce un’opportunità concreta per rafforzare gli scambi economici e creare condizioni più favorevoli per le imprese svizzere. La Cina rimane infatti un mercato altamente competitivo, ma interessante nei settori in cui alta tecnologia, qualità e precisione sono particolarmente richieste», osserva la consulente di S-Ge. A livello cantonale, un altro sostegno arriva dalla nuova Legge per l’innovazione economica (LInn), che oltre a stimolare il trasferimento tecnologico tra centri di ricerca svizzeri e imprese del territorio ha ampliato il supporto all’internazionalizzazione, con un sussidio pari al 50% dei costi di consulenza di S-Ge e della partecipazione a fiere specialistiche. Benché le Pmi possano sfruttare una struttura più agile rispetto ai grandi gruppi, non sempre è tuttavia possibile cambiare rapidamente mercato o fornitore. «In generale, le nostre Pmi danno però prova di pragmatismo, lavorando su misure concrete, dalle rotte logistiche alternative ai partner di distribuzione, dal monitoraggio dei rischi all’adattamento dei prezzi, fino alla revisione dei contratti e all’uso di strumenti digitali. Anche l’Intelligenza artificiale può aiutarle, ad esempio per traduzioni, ricerche preliminari di mercato, preparazione di materiali commerciali e analisi dei trend. A livello

Dopo la robusta crescita del secondo trimestre, ad agosto l’export svizzero si è contratto, sempre trainato dal comparto chimico-farmaceutico. Accanto al franco forte, sono soprattutto costi e fragilità operative a preoccupare le Pmi svizzere, mentre calano le consulenze S-Ge sui dazi Usa.

svizzero, il suo uso nelle Pmi esportatrici è cresciuto rapidamente: due anni fa il 60% dichiarava di astenersi; oggi questa quota è scesa al 20%», rileva l’esperta. A influenzare sempre più l’accesso al mercato sono anche i requisiti di sostenibilità, con gli accresciuti obblighi di rendicontazione e diligenza per collaborare con i partner commerciali di maggiori dimensioni, di cui tipicamente le Pmi svizzere sono fornitrici. Anche in questo ambito S-Ge offre il proprio sostegno. Fra bilanci e prospettive. Dopo la lunga fase di contrazione seguita al primo trimestre dell’anno scorso, quando le esportazioni svizzere avevano fatto il balzo per anticipare l’introduzione dei dazi statunitensi, nel secondo trimestre del 2026 il commercio estero è tornato in territorio positivo con 73,2 miliardi di franchi, terzo risultato più alto della storia. Una crescita nominale dell’8,8% che, depurata dagli effetti di cambio e dei dazi, si ridimensiona però allo 0,6%. Ma dopo l’ulteriore forte progressione di luglio, ad agosto le esportazioni svizzere sono crollate del 17,2% (-4,79 mld Chf), coinvolgendo tutti e tre mercati principali:Nord America (-31%), Asia (-18,9%) ed Europa (-9,1%). Un risultato che non deve oscurare però il brillante andamento del secondo trimestre, anche perché determinato in misura sostanziale dal comparto chimico-farmaceutico, che ad agosto ha incassato un -32,2% (pari a 5,2 mld Chf) dopo che a luglio era invece schizzato verso l’alto del 27,6%. Sette degli undici principali gruppi di merci hanno per contro registrato una crescita, guidati da macchine, elettronica e apparecchi, veicoli e gioielleria. Al netto della volatilità del pharma, si conferma dunque come qualità, precisione e innovazione non siano solo costi, ma punti di forza per affrontare un contesto sempre più incerto e sfidante, se trasformate in opportunità concrete individuando nuovi sbocchi per valorizzare il proprio know-how. Susanna Cattaneo


Advertorial

Datori di lavoro, la vostra voce conta! Pro Familia Svizzera italiana, in collaborazione con Pro Familia Svizzera, promuove un progetto volto ad analizzare in modo sistematico le pratiche aziendali in materia di conciliazione tra vita professionale e privata. Con il patrocinio del Consiglio di Stato.

È

stata appena lanciata ed è in corso fino al 30 novembre. Si tratta di un’iniziativa, già realizzata in diversi cantoni romandi, che viene ora per la prima volta estesa al Canton Ticino, con il patrocinio del Consiglio di Stato. L’iniziativa prevede la realizzazione di un sondaggio rivolto alle imprese ticinesi, con l’obiettivo di raccogliere dati concreti sulle misure adottate e sul livello di importanza attribuito al tema della conciliabilità. Verranno analizzati aspetti quali la flessibilità delle forme di lavoro, i modelli organizzativi, i congedi, le opportunità di carriera, così come l’equilibrio di genere all’interno delle aziende. I dati raccolti saranno elaborati in forma aggregata e analizzati in funzione della dimensione aziendale e della composizione del personale, garantendo la massima riservatezza. L’analisi sarà affidata al Dr. Philippe Gnaegi, docente universitario con oltre vent’anni di esperienza nel settore. L’indagine permetterà di ottenere una panoramica inedita e rappresentativa della realtà ticinese, evidenziando sia le buone pratiche già presenti sul territorio sia le eventuali aree di miglioramento. I risultati costituiranno un importante strumento di riferimento per le istituzioni cantonali, la politica e gli attori economici, offrendo una base concreta per orientare future strategie e misure di sostegno alle imprese. In un contesto segnato da carenza di personale qualificato e da trasformazioni demografiche e sociali, la capacità delle aziende di favorire l’equilibrio tra lavoro e vita privata rappresenta un fattore sempre più determinante per attrarre, motivare

e trattenere i collaboratori. Le esperienze maturate negli altri cantoni mostrano come anche le piccole e medie imprese siano attive e innovative in questo ambito, contribuendo in modo significativo alla competitività del territorio. Il progetto si inserisce inoltre in una visione più ampia di valorizzazione e diffusione delle buone pratiche, anche attraverso una piattaforma online gratuita sviluppata da Pro Familia Svizzera italiana, che raccoglie esempi concreti di misure adottate da aziende e enti pubblici. Il sondaggio è realizzato in collaborazione con diversi partner del territorio, al fine di garantire un’ampia partecipazione e una rappresentatività significativa dei risultati. Per le datrici e i datori di lavoro che aderiscono all’iniziativa sono in palio servizi per aziende del valore di CHF 2’500, CHF 2’000 e CHF 1’500. Pro Familia Svizzera Italiana Fondata nel 2017, è una delle quattro antenne regionali, assieme a Vaud, Friborgo e Basilea, a rappresentare nei cantoni Pro Familia Svizzera, l’associazione mantello delle organizzazioni per le famiglie, la cui sede è a Berna. L’associazione si prefigge come obiettivo la sensibilizzazione e l’implementazione di buone pratiche di conciliabilità lavoro e famiglia presso le aziende e organizzazioni pubbliche

e private del Cantone Ticino. Offre la possibilità ad enti pubblici e privati di ottenere la certificazione “organizzazione amica della famiglia” tramite il Family Score. Si tratta di un sondaggio elaborato in modo scientifico, in collaborazione con l’università di Friborgo, che permette di valutare l’offerta e l’efficacia delle misure di conciliabilità adottate dalle aziende. Per maggiori informazioni: profamiliasvizzeraitaliana.ch ENTRO IL 30 NOVEMBRE 2026 Tutte le imprese del Canton Ticino possono aderire all’iniziativa promossa da Pro Familia Svizzera italiana, in tema di conciliazione tra vita professionale e vita privata:

Ottobre 2026 TM · 49


Intelligenza sovrana L’Intelligenza artificiale accelera oltre le più generose previsioni, e con essa la posta in gioco. Coglierne il potenziale richiede visione, competenze e scelte consapevoli. Dalla produzione industriale al settore dei servizi, dall’R&D al marketing, l’AI può ampliare capacità e confini di piccole imprese e grandi realtà. A patto di poter contare su dati di qualità, partner affidabili e non scendere a compromessi sulla sovranità tecnologica.

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Country Director di Google Svizzera

membro dell’Executive Board di adesso Schweiz

Andrea Buzzi,

Christine Antlanger-Winter,

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Chiara Caccia

Monika Rühl

CGO SNCE GROUP

Presidente Direzione generale di economiesuisse

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CEO di infomaniak

CTO SNCE GROUP

Marc Oehler

Gabriele Perego

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Frank Pagano

Azionista Tokenance, Senior Advisor Jakala

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Sophie Hundertmark

Ricercatrice e consulente AI

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Anne Salvadori

Director Operations Performance di ISS Svizzera

A cura di Susanna Cattaneo

Affrettarsi lentamente I progressi esponenziali dell’Intelligenza artificiale promettono di spingere produttività e innovazione, ma concretizzarne il potenziale non è scontato. Pur partendo da una posizione favorevole, la Svizzera è chiamata ad accelerare se vuole competere in una partita che si gioca tra sovranità tecnologica e opportunità economiche.

R

allentare velocemente o affrettarsi lentamente? A parte i dubbi sull’opportunismo dell’improvviso bagno di realtà che dopo tanto navigare per l’alto mare aperto ha portato i colossi dell’Intelligenza artificiale a invocare un’azione globale contro le derive della “creatura” che potrebbe surclassare i suoi sviluppatori non solo in capacità computazionale e velocità, ma anche in malizia, fatto sta che l’appello portato fino davanti al Consiglio di Sicurezza dell’Onu altro non fa che appropriarsi di un’esortazione già lungamente risuonata. Anche senza paventare scenari apocalittici, che come ogni innovazione dirompente - e questa sembra avviata a esserlo più di tutte - la corsa dell’AI abbia bisogno di solidi binari e che lo sforzo debba essere corale, è un’evidenza, quanto il fatto che raggiungere l’unanimità nel regolamentarla sarà pressoché impossibile.

50 · TM Ottobre 2026

Al posto di frenare bruscamente - come si può d’altronde dubitare che qualcuno farebbe al di là delle magniloquenti dichiarazioni - più saggio sarebbe agire senza indugi ma con la dovuta cautela (il ben collaudato festina lente). «L’Intelligenza artificiale rappresenta un grande potenziale per l’intera piazza economica svizzera. Lo studio che abbiamo commissionato lo scorso anno a Implement Consulting mostra come potrebbe incrementare la crescita annua nazionale di circa 80-85 miliardi di franchi, vale a dire l’11% del Pil - una percentuale superiore alla maggior parte degli altri Paesi europei», osserva Christine Antlanger-Winter, Country Director di Google Svizzera, principale centro R&D del gruppo fuori dagli Stati Uniti, con circa 5mila dipendenti a Zurigo. «Grazie a università di primo piano, start up innovative e hub di AI all’avanguardia, la Svizzera dispone di una base eccellente

per cogliere le opportunità dell’Intelligenza artificiale. Tuttavia non dovremmo considerare la leadership scontata. Di fronte alla crescente concorrenza globale, è cruciale plasmare attivamente la prossima ondata di sviluppo tecnologico», avverte Christine Antlanger-Winter. Se la fase precedente ha soprattutto alimentato efficienza e produttività, quella che si profila ora con la GenAI non si concentra soltanto sulle attività manuali o ripetitive: può supportare direttamente il lavoro cognitivo, generando contenuti, assistendo nella ricerca e automatizzando l’elaborazione complessa dei dati. Di conseguenza, l’80% del suo potenziale in Svizzera si concentra nel terziario, in particolare nei servizi ad elevato knowhow, nel commercio, nei trasporti e nel turismo, nonché nella pubblica amministrazione, nell’istruzione e nella sanità. A dimostrazione, il maggior impatto dovrebbero registrarlo Finanza e Assi-


«Grazie a università di primo piano, start up innovative e hub di AI all’avanguardia, la Svizzera dispone di una base eccellente per cogliere le opportunità dell’Intelligenza artificiale. Tuttavia, non dovremmo considerare la leadership scontata. Di fronte alla crescente concorrenza globale, è cruciale plasmare attivamente la prossima ondata di sviluppo tecnologico»

© Klaus Vyhnalek

curazioni, con un potenziale di circa 10 miliardi nel prossimo decennio: dalla modellazione predittiva del rischio alla compliance, fino alla riduzione dei costi operativi e al miglioramento dei processi decisionali. E anche servizi clienti personalizzati possono contribuire ad aumentare soddisfazione e fidelizzazione. «Nel follow-up di quest’anno al nostro studio, commissionato congiuntamente con digitalswitzerland, ci siamo concentrati sull’opportunità di innovazione dell’Intelligenza artificiale, mostrando in che misura possa accelerare ricerca e sviluppo. L’AI non è infatti solo un’invenzione: è a propria volta un nuovo modo di inventare, che offre un grande potenziale economico. L’analisi mostra che può migliorare significativamente i processi di R&D, contribuendo così con circa ulteriori 15 miliardi di Chf all’anno alla crescita della Svizzera», sottolinea la direttrice di Google Svizzera. Non è soltanto una questione di fare più rapidamente ciò che già si fa, ma anche di aumentare la qualità delle idee e ridurre del 10-20%, a seconda del settore, il tempo necessario per portarle sul mercato. Nel biofarmaceutico, per esempio, dove la scoperta di nuovi farmaci è diventata progressivamente più lunga e costosa, è già stato dimostrato come l’AI possa aumentare la produttività dell’innovazione analizzando dataset complessi, individuando correlazioni difficili da vedere e accelerando la formulazione e la verifica delle ipotesi. I benefici possono inoltre essere molto più ampi del Roi per le singole aziende, considerando come l’innovazione generi importanti effetti di ricaduta su altre imprese, settori e sulla società nel suo insieme. La stessa Google, senza limitarsi a considerare la Svizzera un mercato o una sede fiscale, ha saputo inserirsi nell’ecosistema dell’innovazione elvetico, lavorando a stretto contatto con il Politecnico federale di Zurigo e la comunità degli investitori. Inoltre, grazie anche all’iniziativa dei suoi dipendenti, si calcola che in Svizzera più di 210 start up siano state fondate da ex Zoogler, per un totale di circa 2.600 ulteriori posti di lavoro diretti. «Per rimanere competitivi in questa nuova era», conclude Christine Antlanger-Winter, «dobbiamo dunque coglierne le opportunità in modo audace e responsabile».

Christine Antlanger-Winter Country Director di Google Svizzera

La sfida dell’adozione La Svizzera sembra partire da una posizione favorevole. «Il nostro Paese sta entrando con slancio nell’era dell’AI», osserva Monika Rühl, Presidente della Direzione generale di economiesuisse. «In termini di competitività digitale si colloca ai vertici a livello internazionale,

mentre per quanto riguarda la competitività in generale è stabilmente in testa alle classifiche. Ma ciò non significa potersi adagiare sugli allori. Il problema è il ritmo: chi ritarda l’adozione anche solo di cinque anni vedrà la crescita ridursi dall’11% al 3%, secondo le stime dello studio di Implement Consulting».

Il potenziale economico dell’AI per la Svizzera Il mercato globale dell’Intelligenza artificiale sembra destinato a crescere del 25% annuo fino a €3.400 miliardi nel 2034. Se Svizzera cavalcherà l’onda, secondo le previsioni di Implement Consulting, la GenAI porterà 80-85 miliardi di Chf extra all’anno, soprattutto nei servizi, a cui si aggiungono 15 miliardi dall’applicazione dell’AI nella R&D, come nel pharma. Previsioni ricavi globali dell'IA

Impatto GenAi sul Pil svizzero

In mld euro

Incremento annuo in mld Chf rispetto al Pil di riferimento dopo dieci anni di adozione

3.415 465

■ Infrastruttura ■ Modelli di fondazione ■ Applicazioni e servizi ■ Altro

19-21

360

80-85

15

65-68 1.360 +11% PIL Annuo 1.230

325 ‘23 ‘24 ‘25 ‘26 ‘27 ‘28 ‘29 ‘30 ‘31 ‘32 ‘33 ‘34

■ Aumento produttività ■ Ricollocamento ■ Perdita produttività per ricollocamento ■ Incremento del Pil ■ Boost R&D

Fonte: Implement Economics

Fonte: Implement Economics

La GenAi potenzia la maggior parte dei lavori

La spinta dell’AI ai processi R&D

Impieghi esposti e grado di formazione 26%

Tot 5,3 mio impieghi

9%

■ Nessun automazione ■ Assistiti dall’AI ■ Parziale o totale sostituzione

36% 66%

■ Studi universitari ■ Formaz. medio-superiore ■ Formazione di base

55%

8%

3,5 mio impieghi assistiti dall’Ai

Fonte: Implement Economics

Impatto annuo sul Pil svizzero al 2034 da AI in R&D, mld Chf Pharma e BioTech

+5-7

Prodotti alimentari Ingegneria industriale Apparecchiature elettroniche ed elettriche Prodotti chimici Altro Fonte: Implement Economics

+3-4 +1-3 +1-2 +1-2 +1

Ottobre 2026 TM · 51


«A frenare l’adozione dell’AI non è la tecnologia, ma l’incertezza su ciò che è effettivamente consentito fare. Già oggi, quasi un franco su due della spesa tecnologica delle imprese viene destinato alla compliance, denaro che viene poi a mancare per l’innovazione. Perciò le aziende non hanno bisogno di ulteriori prescrizioni, ma di chiarezza»

Monika Rühl

Presidente della Direzione generale di economiesuisse Sul lato dello sviluppo, una collaborazione nazionale strategica come la Swiss AI Initiative, lanciata Eth ed Epfl, evidenzia l’intenzione di diventare un hub globale per un’AI trasparente e affidabile, sostenuta dall’infrastruttura di calcolo del supercomputer Alps, tra i più potenti d’Europa e gestito dallo Swiss National

Supercomputing Centre di Lugano. Sul fronte dell’adozione, invece, nonostante il 62% delle imprese svizzere dichiari di aver introdotto l’AI in almeno una funzione aziendale, si è ancora in una fase iniziale. «A frenare non è la tecnologia, ma l’incertezza su cosa sia effettivamente consentito fare. Già oggi, quasi un franco

In corsa per la leadership Anche se la Svizzera già supera i suoi vicini europei nella maggior parte degli indicatori chiave di sviluppo e adozione dell’AI, dovrebbe sfruttare il suo solido ecosistema dell’innovazione per potenziare la propria posizione sul piano internazionale.Oltre all’indotto diretto, la GenAI è un game changer per sfide come clima, sanità e carenza di personale qualificato. Posizionamento AI Svizzera

Valore aggiunto per settore

Secondo il Tortoise Global AI Index, 2024

2022 e contributo GenAi a 10 anni, mld Chf

■ CH ■ max UE ■ leader (100 pt)

CH nel Ranking Globale

Generale

Knowledge intensive business service

12

Finanza e assicurazioni

Ambiente operativo

58

Infrastruttura

11

Commercio, trasporti e turismo

Strategia nazionale

64

Talento

5

Ricerca

5

Sviluppo Commercializzazione

19 20

Fonte: Tortoise Global AI Index

25 10 20

Com. ingrosso e retail

9

Pb amministrazione, istruzione e sanità Manifatturiero, edilizia, energia Agricoltura e settore primario <1 0 50 100 Contributo GenAI a 10 anni

17,5 17,5

150

200

Fonte: Implement Economics

Top 10 ricercatori e sviluppatori AI

VC globali in applicazioni AI

Per Paese ogni 100mila abitanti, 2025 (Numero assoluto e rispettivo ranking)

Per regioni, 2023-24

Svizzera

110,45 9.980 (11)

Singapore

109,51 6.610 (14)

Svezia Finlandia

77,61 4.380 (18)

Paesi Bassi

77,61 13.960 (8)

Usa Germania

7%

11%

18%

80,63 8.520 (13)

Danimarca

5-6% 100%

63%

76,16 3.900 (19) 65,25 220520 (1) 64,84 48.520 (3)

Australia

58,10 14.540 (7)

Israele

53,43 5.190 (17)

University 52Fonte: · TMStanford Ottobre 2026

250

su due della spesa tecnologica delle imprese viene destinato alla compliance, denaro sottratto all’innovazione. Perciò, le aziende non hanno bisogno di ulteriori prescrizioni, ma di chiarezza», sottolinea Monika Rühl. A sommarsi, la paura che pervade politica e media. «È raro trovare un titolo che non evochi lo spauracchio della perdita di posti di lavoro. I dati però dicono altro: le imprese che utilizzano l’AI in modo sistematico assumono più personale: quelle più attive circa il 10% in più, che sale al 12% nelle posizioni di primo impiego. L’incertezza causa ritardi, e i ritardi compromettono la crescita. Vale la pena affrontare la questione con maggiore serenità», commenta. Anche perché, a differenza delle precedenti fasi di automazione, nel caso della GenAI l’effetto sostitutivo dovrebbe essere più limitato: l’umano viene soprattutto assistito nella creazione di contenuti, nella risoluzione di problemi complessi o nella progettazione di prodotti. A essere coadiuvati saranno infatti in particolare professionisti con un livello di istruzione superiore, come avvocati, scienziati e ingegneri. E la regolamentazione? «Lo Stato deve favorire nuove opportunità, non ostacolarle. Il diritto svizzero, basato su principi e tecnologicamente neutrale, è già adeguato a questo scopo. Nuove norme sono necessarie solo laddove sussista effettivamente una lacuna. Il che significa nessuna legge sul modello dell’Ue e nessuno “Swiss Finish”. È più importante che la Confederazione investa in modo mirato in formazione, ricerca e infrastrutture. Solo così le previsioni si trasformeranno effettivamente in benessere e la Svizzera plasmerà attivamente il cambiamento, anziché rincorrerlo», conclude Monika Rühl, indicando i quattro elementi che economiesuisse giudica essenziali: «Personale qualificato e competenze digitali diffuse su larga scala; condizioni competitive nel settore energetico e dei centri di calcolo; accesso affidabile alle infrastrutture; e certezza nella pianificazione, in particolare per le Pmi».

■ USA e Canada ■ UE ■ CH ■ Cina ■ Altri ■ Totale Fonte: Implement Economics

Questione di sovranità Accanto alla chiarezza normativa e a politiche che incoraggino investimenti e adozione, c’è lo sviluppo dell’infrastruttura. Il discorso si sposta sulla sovranità


Asimmetria da riequilibrare La Svizzera possiede le carte in regola per eccellere nell’AI, ma sconta un deficit di sovranità tecnologica, dipendendo ancora dai colossi statunitensi. Attualmente, rappresenta il 3-6% della capacità europea di data center, ma manca di una roadmap nazionale per l’espansione. Sul fronte dei modelli, su oltre 400 soluzioni globali, solo 22 sono europee (5%) e una sola è svizzera: Apertus. Tuttavia, l’eccellenza in finanza, farmaceutica e ingegneria offre un terreno fertile per applicazioni verticali, come dimostra il primato in Europa nei finanziamenti Deeptech pro capite (terza al mondo).

«Alla Svizzera non mancano né talenti, né ricerca, né start up. Ciò che le manca è il controllo. Su oltre 400 grandi modelli, il 5% sono europei e uno solo è elvetico. L’infrastruttura che li fa funzionare appartiene soprattutto a tre aziende americane. Innovare su infrastrutture che non si controllano significa rafforzare il fornitore da cui si dipende»

Marc Oehler CEO di infomaniak

I leader dell’infrastrattura AI Quota di mercato globale, in %, 2024 5-20% ~ Intel e AMD

10% Samsung & Intel ASML 100%

NVIDIA 80-95%

TSMC 90%

Altri 35% Google 11% Microsoft 22% Amazon 32%

Design chi AI

Chip Produzione Computer manufacturing provision equipment

Fonte: Implement Economics

Top 10 datacenter per Paese Numero e densità, 11.2025 Nr. data center

Per mio ab. (N. assoluto)

5.427

16,45% (298)

529

16,20% (99)

523

15,86% (5,427)

449

15,63% (83)

337

14,84% (27)

322

13,27% (121)

314

11,3% (314)

298

10,11% (55)

251

9,03% (48)

222

8,95% (95)

Fonte: Cargoson

LLM per Paese d’origine in % (tot. 424), 2017 - Q1 2025 1 29

28

22

56 161

127

■ USA ■ Cina ■ Altri ■ Multinazionale ■ UK ■ UE ■ CH Fonte: Implement Economics

tecnologica. «Alla Svizzera non mancano né talenti, né ricerca, né start up. Ciò che le manca è il controllo. Su oltre 400 LLM, il 5% sono europei e uno solo è svizzero. L’infrastruttura che li fa funzionare appartiene soprattutto a tre aziende americane. Bruxelles lo ammette: l’Europa dipende per oltre l’80% da fornitori non europei. La Svizzera non è da meno: è il decimo mercato mondiale di Microsoft. Innovare su infrastrutture che non si controllano significa rafforzare il fornitore da cui si dipende», evidenzia Marc Oehler, Ceo di Infomaniak, azienda svizzera che con i suoi servizi digitali e di cloud hosting si posiziona come alternativa etica ai colossi di oltreoceano. Da qui la proposta di affrontare tre cantieri, a partire proprio dalle infrastrutture. L’AI richiede infatti potenza di calcolo, quindi data center, energia e reti. L’Europa ospita attualmente circa 10 GW di capacità di data center, circa il 18% del totale globale, che dovrebbe perlomeno raddoppiare entro il 2030 per soddisfare la domanda futura, anche se non solo da parte dell’AI. «La Svizzera non ha però una tabella di marcia per i suoi data center. Ne ha bisogno una, con due condizioni: data center alimentati da energie rinnovabili e il cui calore sia recuperato», dichiara Marc Oehler, portando come esempio di ciò che è possibile tecnicamente ed economicamente il data center D4 di Infomaniak, inaugurato nel 2025 e vincitore del Green Business Award 2026. Inoltre proprio questo primo ottobre Infomaniak si è quotata alla Six, operazione che le dà accesso ai mercati dei capitali, se neces-

sario, per accelerare lo sviluppo della sua infrastruttura e dei suoi servizi. Il secondo cantiere su cui Marc Oehler invita a lavorare riguarda i modelli: «Apertus, concepito dall’Epfl, dall’Eth Zurigo e dal Cscs, mostra che la Svizzera sa produrre i propri modelli. Ma un modello deve vivere e aggiornarsi. Senza investimenti continui, pubblici e privati, rimarrà una dimostrazione. Costruire i propri servizi su un modello aperto, gestito in Svizzera, significa mantenere il controllo dei propri costi e delle proprie scelte». Infine gli appalti pubblici: Bruxelles si muove, la sua proposta di legge Cloud and AI Development Act prevede quattro livelli di sovranità per i fornitori cloud del settore pubblico. «Nulla di simile ancora in Svizzera. Non si tratta di chiudere il mercato, ma di fissare, per i dati pubblici, criteri validi per tutti: gestire e far evolvere la soluzione autonomamente, lasciare al cliente il controllo dei propri dati, operare sotto diritto svizzero, fuori dalla portata dell’Us Cloud Act. Sovranità non significa produrre tutto da soli. Significa sapere chi controllerà i nostri dati tra dieci anni, chi padroneggia le tecnologie che li elaborano e sotto quale legge. La Svizzera ha tutte le carte. Resta da giocarle», conclude il Ceo di Infomaniak. Per la Svizzera è dunque tempo di affrettarsi lentamente: chiedendosi in quale direzione avanzare, a quali regole, con quali infrastrutture e, soprattutto, con quali strategie trasferire i progressi della ricerca alle aziende e all’intera società. Susanna Cattaneo Ottobre 2026 TM · 53


/AI agentica

Estrarre la creatività dal cilindro L’Intelligenza artificiale rischia di diventare centralizzata, oligopolistica e chiusa come il Web 2.0, a meno che nuovi attori non abbiano la possibilità di dare potere e ricompensare i creatori.

Frank Pagano Azionista Tokenance, Senior Advisor Jakala

L

a regola d’oro per le start up è lanciare velocemente, sbagliare, imparare e ripetere il tutto, rapidamente. Questo dà ai fondatori adrenalina, e ai venture capitalist la speranza che uno di questi tentativi possa essere quello vincente. Inutile dire che la maggior parte delle start up non sopravvive. Rabbit è partita col botto: con r1, il dispositivo intelligente arancione squadrato tascabile, alimentato dall’AI, in grado di eseguire compiti come comprare un biglietto del treno con comandi vocali, è assurta a fama improvvisa al Ces 2024 di Las Vegas, la più grande fiera tecnologica al mondo. In un momento in cui pochi avevano iniziato a lavorare su soluzioni software-in-hardware native per l’AI, il video di presentazione del fondatore e Ceo Jesse Lyu ha totalizzato milioni di visualizzazioni in una notte. Con un un team di 17 persone e un obiettivo di vendita di 5mila unità, ne ha vendute più di 8mila a poche ore dal lancio e raccolto oltre 100mila preordini in due mesi. Ma la valanga di recensioni negative scatenate dall’esperienza insoddisfacente dei primi clienti ha rischiato screditare l’intero movimento AI. Un caso da manuale di turnaround e rinascita. Rabbit ha organizzato workshop settimanali di feedback, di svariate ore, con la sua community. In un anno e mezzo, hanno rilasciato più di 30 aggiornamenti software over-the-air e innumerevoli aggiornamenti cloud. Sforzi 54 · TM Ottobre 2026

che hanno risolto i difetti di r1 e placato il dibattito su media e social. Rabbit è stata la prima azienda a offrire agenti AI su larga scala, e il loro sistema, che aiuta gli utenti a navigare siti web ed eseguire azioni on the go, è stato la chiave della svolta. Sfruttando l’hype, ha lanciato il suo secondo prodotto, rabbit intern, un agente AI tuttofare che offre a chiunque le capacità di un team intero, producendo siti web di alta qualità, report di ricerca, presentazioni, giochi e altro ancora. Possiede una propria AI generale per ragionare, pianificare, coordinare ed

zione, creare ciò che desiderano. Man mano che vengono realizzate più creations, le stesse possono essere condivise con altri utenti tramite un app store integrato. Nei primi sei giorni dal lancio ne sono state realizzate già oltre 5mila. Ultima novità, il 22 settembre rabbit ha annunciato il rilascio di OS3, un sistema operativo agentico, accessibile da cloud anche su dispositivi locali, senza il suo device. “Abbiamo passato due anni e mezzo a sviluppare un sistema che non si comanda, ma al quale si indica semplicemente il risultato desiderato. Gli utenti possono smettere di preoccuparsi se un compito sia tecnicamente Jesse Lyu, Ceo di rabbit, possibile e iniziare a collaborare su che ha appena lanciato qualsiasi cosa abbiano in mente, il suo sistema operativo agentico OS3, che si tratti di un’idea folle o di un accessibile anche da cloud su dispositivi problema concreto. Combinando locali, senza il suo device la compatibilità aperta delle skill con il controllo diretto del computer, OS3 trasforma l’intento umano in un’azione complessa e multi-dispositivo”, ha spiegato Jesse Lyu. Qual è la buona notizia? L’Intelligenza artificiale sarà sempre più dominata dagli agenti e dall’intersezione tra hardware e software. L’AI ha disperatamente bisogno eseguire compiti, basandosi su prompt in di una pluralità di voci e di luoghi dolinguaggio naturale. Gli utenti possono ve i creatori possano condividere (e, un assegnargli compiti che normalmente de- giorno, guadagnare, in proporzione alla legherebbero a un tirocinante. E il sistema loro voglia di mettersi in gioco). Per chi è migliora nel tempo, arrivando a un livello troppo giovane per ricordarlo, Facebook simile a un professionista esperto. (e i social media, come business) è nato Una vera novità è stata “creations”, fun- come uno spazio aperto e creativo, dove zione di agentic AI dà agli utenti il potere monetizzare i dati non era la priorità asdi creare nuovi strumenti software, giochi soluta per Meta. L’AI rischia di diventare e altre esperienze tramite conversazioni in centralizzata, oligopolistica e chiusa come tempo reale. In pochi minuti, il risultato il Web 2.0, a meno che nuovi attori non appare direttamente sul dispositivo pron- abbiano la possibilità di dare potere e rito all’uso. Ispirato dalla crescita del vibe compensare i creatori, che possono usare coding, rende più facile per tutti, anche la piattaforma per i propri scopi, condivisenza alcuna conoscenza di programma- dendo apertamente i risultati con i pari.


/ISS Facility Services

Quando gli edifici pensano da soli Droni, robot per la pulizia, la logistica e la manutenzione, sensori IoT e intelligenza artificiale stanno cambiando il Facility Management. ISS Svizzera combina le nuove tecnologie con il know-how operativo per una gestione degli edifici efficiente, sostenibile e basata sui dati.

Anne Salvadori

Director Operations Performance di ISS Svizzera La robotica nella vita quotidiana Anche la robotica si sta facendo strada nella quotidianità del Facility Management. I robot per le pulizie si occupano di compiti monotoni e ripetitivi, lavorano ininterrottamente e forniscono assistenza in caso di carenza di personale. Il fattore decisivo è sempre l’efficienza economica: ogni utilizzo di robot è preceduto da un’analisi delle superfici, delle frequenze e dei requisiti in loco.

L

a digitalizzazione sta cambiando i processi e, di conseguenza, il ruolo del Facility Management (FM). Gli edifici sono collegati in rete tra loro e i dati sono disponibili in tempo reale. Le decisioni possono essere prese più rapidamente e su basi più solide, in maniera anche sempre più automatizzata. L’obiettivo è chiaro: la tecnologia deve fornire un beneficio tangibile all’azienda. Da fornitore di servizi a partner tecnologico ISS Svizzera si sta trasformando da tradizionale fornitore di servizi di Facility Management in un’azienda basata sui dati. La piattaforma AI “Talk to the Building” è stata premiata con il Digital Economy Award nel 2025. Mette in rete milioni di dati di edifici, sensori e operazioni in tempo reale e li rende utilizzabili tramite un chatbot intelligente. I dati, base per il processo decisionale Invece di analizzare i dati manualmente, i responsabili possono porre direttamente

le loro domande all’edificio: perché aumenta il consumo energetico? Dove sono presenti anomalie? La piattaforma fornisce risposte concrete e supporta le decisioni basate sui dati. I problemi vengono individuati in anticipo e le risorse sono impiegate in modo più mirato. Il consumo energetico viene così continuamente ottimizzato, offrendo agli operatori una panoramica completa delle condizioni, dell’utilizzo e dei rischi del loro portafoglio di edifici.

Tecnologia con rilevanza pratica Il denominatore comune di questi sviluppi è la combinazione di innovazione ed esperienza operativa. Il tocco umano rimane fondamentale in ISS Svizzera per creare e mantenere luoghi di lavoro accoglienti e che sappiano ispirare, ma grazie a tecnologie all’avanguardia si riducono i tempi di reazione e si ottimizza la performance di collaboratrici e collaboratori “umani”. ISS Svizzera testa le nuove tecnologie in un ambiente reale, sviluppa soluzioni insieme ai clienti e mette in pratica le innovazioni. La digitalizzazione crea quindi un valore aggiunto concreto in termini di efficienza, sostenibilità e affidabilità operativa.

ISS Facility Services SA Via Cantonale 18 6928 Manno Tel.: +41 58 787 89 00 info@iss.ch Ottobre 2026 TM · 55


/adesso

Trasformare la tecnologia in valore per l’impresa In un mondo in cui l’AI è sempre più accessibile, il vantaggio competitivo nasce dalla capacità di combinare tecnologia, dati, processi e competenze per guidare le aziende nel cambiamento e generare valore misurabile. Il team della sede di adesso Schweiz a Lugano supporta i clienti ticinesi combinando il radicamento sul territorio con le competenze specialistiche del Gruppo adesso. Un partner consolidato nel panorama tecnologico cantonale, con oltre 100 collaboratori e l’ambizione di distinguersi a livello nazionale.

I

ntelligenza artificiale, automazione, cybersecurity e modernizzazione dei sistemi legacy: le aziende affrontano oggi una fase di cambiamento senza precedenti. Ma il vero fattore di successo non è la tecnologia in sé, bensì la capacità di trasformarla in risultati concreti. Abbiamo approfondito il discorso con Andrea Buzzi, membro dell’Executive Board di adesso Schweiz. Andrea Buzzi, quali sono i trend e le sfide tecnologiche principali con cui si stanno confrontando le aziende? Le aziende stanno vivendo una fase di trasformazione senza precedenti. Da un lato devono innovare per rimanere competitive; dall’altro devono garantire continuità operativa, sicurezza, conformità normativa e sostenibilità degli investimenti. L’Intelligenza artificiale è certamente il tema che attira maggiore attenzione. Molte organizzazioni si stanno confrontando con una domanda concreta: come trasformare l’AI in valore di business misurabile? Esiste un detto nel mondo IT che recita: “Tutto ciò che non funziona ancora è Intelligenza artificiale; quando inizia a funzionare si chiama semplicemente software”. In fondo, il vero obiettivo dell’AI è diven-

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tare invisibile. Nessuno si chiede più se il navigatore dell’auto o il riconoscimento del testo la utilizzino; ciò che conta è che funzionino e generino valore. Parallelamente, molte imprese devono modernizzare sistemi legacy che continuano a rappresentare il cuore operativo del business e della conoscenza. In questo scenario, automazione e AI stanno progressivamente convergendo per creare organizzazioni più efficienti, flessibili e orientate al cliente. Perché è così difficile trasformare l’AI in applicazioni concrete? Per comprenderlo può essere utile guardare alla storia. Durante la seconda rivoluzione industriale molte aziende sostituirono le macchine a vapore con motori elettrici senza modificare processi e organizzazione. Il vero salto di produttività arrivò quando ripensarono il modo di lavorare. Con l’Intelligenza artificiale stiamo vivendo qualcosa di simile. Implementare chatbot o copiloti è relativamente semplice; molto più complesso è riprogettare processi, ruoli e modelli operativi. Un recente studio di McKinsey evidenzia che, per ogni dollaro investito nella tecnologia AI, si dovrebbero investire circa 3 dollari nella riprogettazione dei processi e 5 nello

sviluppo delle competenze. Il fattore decisivo non è quindi la tecnologia, ma la capacità dell’organizzazione di cambiare. In due parole, si può essere fast-follower sulla tecnologia, ma bisogna essere early-mover sulla trasformazione. Quale impatto avrà sul mercato delle soluzioni tecnologiche? L’AI rappresenta probabilmente la più grande trasformazione che l’industria del software abbia vissuto dalla diffusione di Internet. Contrariamente a quanto molti immaginano, non credo che ridurrà la necessità di sviluppare software. Renderà invece possibile creare più soluzioni, più velocemente e per un numero sempre maggiore di organizzazioni. In un mondo in cui l’AI sarà sempre più accessibile, saranno proprio la qualità delle competenze, la conoscenza di business e processi, la disponibilità di dati e la capacità di trasformare la tecnologia in risultati concreti a fare la differenza. Cosa distingue adesso dalle altre grandi società di consulenza internazionale? Il nostro motto è “easy to deal with”. Combiniamo le competenze di un grande gruppo tecnologico con la vicinanza di un partner locale. Accompagniamo i clienti dalla strategia alla realizzazione delle soluzioni, assumendoci la responsabilità dei risultati, spesso con contratti “chiavi-inmano”. L’obiettivo non è produrre slide, ma generare valore attraverso progetti che entrano realmente in produzione.


Il futuro è adesso Come viene percepita l’Intelligenza artificiale da chi la usa nella quotidianità professionale? Nel suo rapporto GenAI 2026, adesso ha intervistato 100 quadri svizzeri e 750 loro clienti. La maggioranza sfrutta l’AI ancora solo per rendere più efficienti i processi. Il vero potenziale risiede però nella creazione di nuovi business model, nuove fonti di ricavo e nuovo valore. Le aziende svizzere ne sono consapevoli, tanto che il 77% degli intervistati prevede di aumentare gli investimenti nel settore. Contributo della GenAI al profitto e ai risultati aziendali 25%

28%

17%

25%

Elevato (>10%)

Percettibile (5-10%)

Debole (>5%)

Nessuno

5%

Non so

Investimenti in GenAI % AI nel budget 2026 15%

14%

>20%

41%

11-20%

27%

6-10%

1-5%

3%

0%

Principali difficoltà nella implementazione della GenAI Qualità/volume dati insufficiente

32%

Processi mancanti

32%

Competenze collaboratori

30%

Rischi sicurezza

29% 27%

Compliance Mancanza trasparenza

23%

Accettazione da parte dei collaboratori Integrazione nei sistemi IT esistenti

19%

Allucinazioni

18%

19%

Incertezza costi e ROI

15%

Solo un’azienda su cinque si prepara al passo successivo “Quale ruolo strategico svolge attualmente la GenAI nella vostra azienda?” Miglioramento efficienza e automatizzazione

58%

Miglioramenti prodotti e servizi esistenti

49%

Lancio di nuovi prodotti o servizi

39%

Prime sperimentazioni

26%

Nuovo business model

22%

Nessun ruolo strategico

1%

Fonte: GenAI Report 2026 adesso Schweiz

In che modo adesso supportata i clienti locali in Ticino? La nostra presenza in Ticino nasce dalla volontà di combinare la vicinanza di un partner radicato sul territorio con le competenze specialistiche e la capacità realizzativa di un grande gruppo tecnologico internazionale, con oltre 11mila collaboratori nel mondo. A febbraio 2020 ho inaugurato un piccolo ufficio a Lugano per creare un centro di competenza software in Ticino. Neanche un mese dopo ci siamo trovati in pieno lockdown, iniziando comunque ad assumere i primi collaboratori. Siamo partiti concentrandoci sullo sviluppo software e dalla system integration, investendo progressivamente in quattro aree strategiche: Sistemi Embedded e IoT; Business Automation; Networking e Mobile/Omnichannel. Il principale fattore del nostro successo, più che nella tecnologia, risiede però nelle persone. In questi anni siamo riusciti ad attrarre, valorizzare e far crescere professionisti di grande talento e competenza, che rappresentano il vero patrimonio dell’azienda. Oggi contiamo oltre 100 collaboratori e rappresentiamo una realtà consolidata nel panorama tecnologico cantonale, dal 2023 con sede in Corso Pestalozzi. Qualche esempio di progetti sviluppati? Tra i più significativi figurano la collaborazione con TicinoEnergia per la piattaforma arCO2 dedicata alla transizione energetica, il supporto all’Area Evoluzione Digitale e Tecnologia dell’Ente Ospedaliero Cantonale nella digitalizzazione dei processi clinici e la collaborazione con Avaloq nello sviluppo della nuova piattaforma di mobile banking destinata alla sua base clienti internazionale. Esempi diversi accomunati dallo stesso approccio: affiancare aziende e istituzioni nella trasformazione digitale, dalla strategia fino alla realizzazione concreta delle soluzioni. Più in generale, supportiamo clienti in tutta la Svizzera nei settori bancario, assicurativo, pubblico, sanitario e dei trasporti, con competenze in automazione dei processi, sviluppo software, AI e modernizzazione delle piattaforme digitali. Ambite dunque a giocare un ruolo a livello nazionale? Crediamo nel potenziale dell’ecosistema ticinese e nella sua capacità di attrarre competenze, sviluppare know-how e generare innovazione. Già oggi, contribu-

«Se tutti possono accedere agli stessi modelli di AI, il vantaggio competitivo nasce dalla capacità di combinare tecnologia, dati, processi e competenze in modo unico» Andrea Buzzi, membro dell’Executive Board di adesso Schweiz

iamo sempre più spesso a iniziative strategiche di portata nazionale. Un esempio è EasyGov 2.0 della Segreteria di Stato dell’economia (SECO), una delle principali iniziative federali per la digitalizzazione dei servizi alle imprese. Dopo aver consolidato la nostra presenza a livello locale, con un legittimo orgoglio ticinese, vogliamo fare del nostro Cantone il polo di innovazione e sviluppo software di adesso Schweiz. E perché non immaginare, tra qualche anno, una presenza articolata tra Mendrisiotto, Sottoceneri e Sopraceneri, con oltre 300 collaboratori impegnati a progettare e realizzare soluzioni digitali per le migliori aziende svizzere? È un obiettivo ambizioso, ma coerente con la fiducia che riponiamo nelle persone e nelle competenze del nostro territorio.

Corso Enrico Pestalozzi 9 6900 Lugano T: +41 58 520 97 40 info@adesso.ch Ottobre 2026 TM · 57


/SNCE GROUP

Non rincorrere, ma scegliere L’AI accelera un’evoluzione già in corso. Per le aziende non si tratta di inseguire sempre la soluzione più recente, ma di saper scegliere quelle più coerenti con i propri obiettivi di business, integrandole all’interno di un percorso in cui innovazione e continuità operativa procedano di pari passo, per una trasformazione efficace e sostenibile.

U

n nuovo sito, l’e-commerce, il CRM, un sistema di marketing automation… la trasformazione digitale viene spesso vissuta dalle aziende come una successione di progetti attraverso cui modernizzare singoli aspetti della propria organizzazione, rincorrendo l’ultima innovazione. Più dati, più canali, più piattaforme, crescente automazione e, ora, l’Intelligenza artificiale. Il rischio è però che ogni nuova tecnologia, anziché ridurre la complessità, finisca per aggiungerne un ulteriore livello. «Negli ultimi anni ci siamo confrontati con CEO e imprenditori di settori molto diversi: industria, finance, retail, healthcare. Apparentemente mondi lontani, ma accomunati da una stessa domanda: come continuare a crescere senza aumentare la complessità?», osserva Chiara Caccia, Chief Growth Officer (CGO) di SNCE GROUP. «Le aziende non hanno infatti bisogno di accumulare tecnologia, ma di costruire un sistema che permetta a persone, processi e strumenti di lavorare in modo coerente verso obiettivi comuni. Credo che questo sia il vero cambiamento del mercato. Il digitale non rappresenta più una funzione aziendale, ma il modo in cui un’organizzazione compete, cresce e crea valore», prosegue.

58 · TM Ottobre 2026

Una consapevolezza che ha portato SNCE a evolvere da agenzia digitale indipendente a Digital Growth & Transformation Partner. Fondata nel 2012 dai fratelli Marco e Carlo Speroni, oggi la società, basata a Stabio, conta oltre 50 professionisti e più di 500 progetti sviluppati per oltre 30 clienti internazionali. «La domanda che ci sentiamo rivolgere più spesso non è “Quale tecnologia dobbiamo adottare?”, ma “Dove conviene investire per generare crescita?” oppure “Quali iniziative dobbiamo dismettere perché non generano valore?”», rileva Chiara Caccia. E questo a prescindere dalla dimensioni dell’azienda: «Ovviamente le esigenze di una multinazionale come KitchenAid o Whirlpool sono diverse da quelle di realtà come Mifroma o dell’Università della Svizzera italiana, ma tutte si chiedono come innovare senza perdere controllo». Scegliere meglio e correlare Spesso il vero problema non è la mancanza di strumenti, ma la difficoltà nel definire priorità condivise e prendere decisioni rapide e informate. «Innovare oggi non significa fare di più ma scegliere meglio. Il nostro contributo sta nella capacità di aiutare il management a creare maggiore allineamento tra funzioni aziendali, ri-

durre la complessità operativa e costruire organizzazioni più veloci nell’adattarsi ai cambiamenti del mercato», commenta Chiara Caccia. La relazione tra consulente e cliente muta di conseguenza da rapporto fra committente e fornitore a collaborazione tra partner che condividono la responsabilità dei risultati. «Un approccio che richiede da parte nostra ascolto, capacità di mettere in discussione le scelte esistenti e una visione trasversale in grado di collegare marketing, tecnologia e organizzazione», afferma la CGO di SNCE. Attitudine che si traduce nel modello “Strategy × Architecture × Operations” del Gruppo, facendo dialogare le tre dimensioni: la strategia definisce la direzione; l’architettura mette in relazione piattaforme, dati e processi; le operations trasformano quella visione in esecuzione continua e misurabile. Essenziale diventa quindi costruire team multidisciplinari, che lavorino su un obiettivo comune, superando la logica dei silos. Un percorso continuo e coordinato Modernizzare un ecosistema digitale non significa sostituire tutto ciò che esiste, ma far evolvere ciò che genera valore senza compromettere la continuità del business. «Per riuscirci, il primo passo è compren-


«Il successo di un progetto non si misura dal giorno del go-live, ma dalla capacità dell’architettura di continuare a creare valore negli anni successivi» Gabriele Perego, CTO SNCE GROUP

dere il business, i processi e i flussi operativi da supportare. Su queste basi progettiamo insieme al cliente un percorso di evoluzione progressivo, individuando i KPI più rilevanti e gli strumenti necessari per monitorarne l’andamento in ogni fase. Questo permette di misurare l’impatto delle scelte, ridurre i rischi e intervenire tempestivamente quando necessario», spiega Gabriele Perego, CTO di SNCE. La trasformazione digitale, quindi, non deve essere vissuta come un evento straordinario, ma come un percorso costante in cui innovazione e continuità operativa procedono di pari passo. Altrettanto fondamentale per costruire un’architettura scalabile, sicura e flessibile, è la governance: definire ownership dell’informazione, responsabilità chiare e modalità condivise di gestione dei dati. «Il nostro obiettivo è creare interoperabilità tra sistemi, dati e processi. Integriamo piattaforme, automatizziamo le attività a basso valore aggiunto e mettiamo le informazioni a disposizione delle diverse funzioni aziendali, affinché marketing, operations, commerciale e management possano operare su una base condivisa, prendere decisioni più rapide e sfruttare in modo affidabile anche le opportunità offerte dall’AI», illustra Perego.

SNCE investe tra formazione e R&D circa il 6-7% del fatturato annuale, sviluppando competenze proprietarie e metodologie interne per validare approcci, confrontare scenari e comprendere quali partner tecnologici siano più idonei a generare valore nei progetti dei clienti, mantenendo uno sguardo indipendente. Un esempio concreto del lavoro svolto lo offre il percorso sviluppato da SNCE per l’e-commerce globale di KitchenAid, brand iconico con cui collabora da oltre un decennio. Un progetto caratterizzato da integrazioni enterprise, piattaforme internazionali, un front-end personalizzato e la necessità di supportare mercati, lingue e processi differenti. «Questo ha richiesto un’architettura modulare, processi di rilascio controllati e un lavoro costante di integrazione tra sistemi, dati e processi aziendali», racconta il CTO. «In organizzazioni globali di queste dimensioni, l’innovazione viene spesso guidata dagli headquarters oltreoceano. Vedere invece una soluzione sviluppata in Europa diventare un riferimento anche per gli Stati Uniti rappresenta per noi una conferma della qualità dell’architettura progettata e del valore generato per il cliente». Anche l’AI a servizio del business Come ogni rivoluzione, anche l’Intelligenza artificiale richiederà tempo affinché aziende e organizzazioni comprendano come integrarla in modo efficace e sostenibile nei propri processi. «In realtà, l’AI non dovrebbe mai essere un obiettivo, ma uno strumento al servizio del business. Se dati, processi e governance non sono solidi, l’Intelligenza artificiale non fa che amplificare il problema. Per questo lavoriamo prima sulla qualità dell’ecosistema informativo, sull’integrazione dei dati, sulla sicurezza e sulla definizione di processi chiari, individuando solo successivamente i casi d’uso con il maggiore impatto», sottolinea Gabriele Perego. SNCE sta già applicando l’AI all’automazione di attività a basso valore aggiunto, al supporto ai processi decisionali e all’accelerazione delle attività operative. «Guardando al futuro, crediamo che le opportunità più interessanti non saranno semplicemente quelle di fare meglio ciò che già esiste, ma di rendere possibili processi e servizi fino a poco fa troppo complessi o economicamente non sostenibili», conclude il CTO.

«Le aziende non hanno bisogno di accumulare tecnologia, ma di costruire un sistema che permetta a persone, processi e strumenti di lavorare in modo coerente verso obiettivi comuni» Chiara Caccia, CGO SNCE GROUP

La tecnologia diventa una commodity Se ormai anche le ultime e più potenti tecnologie diventano rapidamente patrimonio comune, a fare la differenza è dunque la capacità delle organizzazioni di definire una direzione chiara, prendere decisioni coerenti e costruire modelli capaci di adattarsi senza perdere la propria identità. «In altre parole, il vantaggio competitivo sarà sempre meno una questione tecnologica e sempre più una questione di leadership. Questo il ruolo che immaginiamo anche per SNCE: essere il partner che aiuta le aziende non semplicemente ad adottare nuovi strumenti, ma a trasformare il cambiamento in un percorso di crescita concreto, misurabile e sostenibile», conclude Chiara Caccia. Perché se la tecnologia potrà essere acquistata e implementata sempre più facilmente, la vera competenza distintiva rimarrà la capacità di metterla al servizio di una visione di business.

Via Gaggiolo 27 6855 Stabio Tel. +41 (0)91 605 11 72 info@sncegroup.ch Ottobre 2026 TM · 59


/aziende

Mercato piccolo, grande portata Come l’AI può aprire nuove porte all’imprenditoria ticinese, rendendo l’acquisizione di nuovi clienti accessibile anche alle imprese più piccole, oltre la barriera linguistica.

L

’economia ticinese ha due caratteristiche che la contraddistinguono. La prima è linguistica: chi guida un’impresa qui lavora in italiano, in un Paese il cui mercato più grande è di lingua tedesca. La seconda è strutturale: gran parte del tessuto economico è composto da aziende a conduzione familiare e da imprese gestite direttamente dai titolari, che concentrano le proprie energie nel mestiere anziché in grandi reparti di marketing. Per decenni questo ha funzionato bene ed è parte dell’identità del Cantone. La domanda interessante è che cosa l’Intelligenza artificiale stia cambiando in questa situazione di partenza.

Due temi che vanno di pari passo A prima vista, lingua e dimensione aziendale sembrano temi distinti. In realtà vanno di pari passo, e l’AI interviene su entrambi. Gli stessi strumenti che oggi passano senza sforzo dall’italiano al tedesco e all’inglese si occupano anche di parte dei compiti per cui prima serviva un team marketing. Il risultato non è che i più grandi diventano più grandi: sono soprattutto le imprese piccole e a conduzione personale a poter mostrare la loro offerta di qualità a un mercato più ampio. Un esempio reale dalla mia pratica di consulenza. Un’azienda ticinese nel settore dei servizi, con meno di dieci collaboratori, voleva ampliare la clientela verso

Non una promessa, ma un cambiamento è già in atto Secondo lo studio annuale di Axa Svizzera e Sotomo, nel 2025 il 34% delle Pmi svizzere utilizzava l’AI nei propri processi, contro il 22% del 2024, mentre la quota di aziende che non l’ha mai impiegata è scesa dal 45% al 29%. Fra le applicazioni più diffuse, la traduzione e la gestione della corrispondenza - esattamente gli ambiti in cui si gioca la comunicazione con i clienti. E il 57% di chi la utilizza dichiara un risparmio di tempo concreto. Ancora embrionale, invece, la definizione di regolamenti interni per disciplinarne l’uso. Livello integrazione AI in azienda

Impiego strumenti AI

2024 (int) - 2025 (ext)

Per attività, in %

11% 6% 29%

45%

2024

2025

16%

23%

18% 15%

22%

Integrazione nei processi aziendali Intergrazione in progetti specifici Nessuno Sperimentazione in progetti specifici Sperimentazione dipendenti di loro iniziativa

47%

Corrispondenza

40%

Testi promozionali

36% 38%

Ottimizzazione fasi lavoro

23%

34%

Analisi dati

22%

32%

Pubblicità personalizzata

15%

Generazione immagini Assistenza clienti e supporto tecnico

52%

48%

Traduzioni

24%

15%

21% 23% 20%

16%

Protezione dei dati nell’uso AI

Impatto AI sul carico di lavoro

Presenza regolamento aziendale su dati inseribili negli strumenti di AI, in %

Status quo e previsioni 55% 49%

Dimensioni azienda (nr. collaboratori) 5-9

No

50-250

49%

56%

5% 9% 23%

12% 2%

68%

Non so Sì

10-49

46%

8% 36%

Status quo (2025) Previsione a 2 anni

16% 14%

10% 10%

17%15%

Risparmio tempo e personale Risparmio tempo senza variazioni personale Aumento carico lavoro senza variazioni personale Aumento carico di lavoro e personale Nessuno Fonte: AXA Svizzera - Sotomo 2025

la Svizzera tedesca ma non disponeva di personale germanofono dedicato al marketing. Abbiamo costruito insieme un processo strutturato in più fasi. Nell’arco di circa tre mesi, il tempo necessario alla preparazione dei primi contatti si è ridotto in modo sostanziale - da diverse ore a settimana a poche - mentre il numero di richieste qualificate provenienti da Oltregottardo è aumentato in modo tangibile. Decisivo non è stato lo strumento in sé, ma il fatto che la titolare abbia mantenuto il controllo su ogni messaggio in uscita e condotto personalmente tutti i colloqui. La tecnologia ha tolto il lavoro ripetitivo; la relazione con il cliente è rimasta umana. Il processo, fase per fase Vale la pena entrare nel dettaglio operativo, perché è qui che si distingue un uso serio da uno improvvisato. Il processo di acquisizione clienti supportato dall’AI si può articolare in quattro fasi, ciascuna con strumenti e limiti propri: • Ricerca dei contatti: si utilizzano strumenti di analisi e modelli linguistici di uso generale (ad esempio ChatGpt, Claude o il modello svizzero Apertus) per identificare e strutturare potenziali clienti coerenti con la propria offerta. Il limite: i modelli possono produrre informazioni imprecise o non aggiornate, per cui ogni dato va verificato prima dell’uso. • Stesura di e-mail personalizzate: i modelli linguistici generano proposte di testo su misura per il singolo destinatario. Il limite qui è la genericità: senza indicazioni precise e senza revisione umana, il risultato suona standardizzato e ottiene l’effetto opposto. • Gestione di richieste e colloqui: l’Ai può preparare risposte e riassunti, ma il contatto resta in mano alla persona. • Gestione amministrativa delle commesse: strumenti collegati ai propri sistemi generano i documenti (offerte, coordinamento, fatture, ecc.) in modo semiautomatico, con controllo finale sempre umano.


Adattare un modello senza compromettere sicurezza e qualità Raramente nel caso delle Pmi è richiesto un vero e proprio riaddestramento del modello, costoso e complesso. Più spesso si lavora con due approcci accessibili: istruzioni precise e documentate (prompt strutturati) che definiscono tono, terminologia e regole aziendali; e il collegamento del modello a una base di conoscenza propria dell’azienda - cataloghi, listini, testi di riferimento - in modo che le risposte attingano a informazioni verificate anziché al solo sapere generico del modello. Entrambi gli approcci migliorano la qualità senza esporre l’azienda ai rischi di soluzioni non controllate. L’ostacolo della protezione dei dati Il freno principale all’adozione non è il prezzo degli strumenti, sempre più accessibili, ma la gestione dei dati. Secondo lo studio annuale di Axa Svizzera e Sotomo, solo il 34% delle Pmi svizzere ha definito regole precise su quali informazioni si possano o non si possano inserire negli strumenti di AI. È un punto cruciale, soprattutto in Svizzera, dove la nuova Legge sulla protezione dei dati (nLpd) è già pienamente in vigore, mentre una legislazione specifica sull’AI è ancora in preparazione a livello federale. In concreto, questo impone alcune precauzioni non negoziabili: non inserire dati personali o riservati in strumenti pubblici e gratuiti senza conoscerne le condizioni d’uso; preferire, per i dati sensibili, soluzioni che garantiscano il trattamento conforme alle norme svizzere; stabilire regole interne chiare su che cosa può essere elaborato dall’AI e che cosa no. Non è un dettaglio tecnico, ma parte integrante di un processo impostato in modo serio. È interessante notare che proprio in Ticino si sta muovendo qualcosa in questa direzione: il Cantone, Fondazione Agire, Usi e Supsi, insieme al Centro Svizzero di Calcolo Scientifico del Politecnico di Zurigo, hanno avviato un progetto per aiutare le Pmi a portare l’AI nel proprio business appoggiandosi a infrastrutture e dati gestiti nel rispetto delle norme federali, senza ricorrere a cloud esteri. Il ruolo della supervisione umana Insisto su questo punto perché è il cuore della questione: il vantaggio non sta nell’Intelligenza artificiale da sola. La-

«Gli stessi strumenti di AI che passano senza sforzo dall’italiano al tedesco e all’inglese si occupano anche di parte dei compiti per cui prima serviva un team marketing. Il risultato non è che i più grandi diventano più grandi: sono soprattutto le imprese più piccole e a conduzione personale a poter mostrare la loro offerta di qualità a un mercato più ampio»

Sophie Hundertmark

Ricercatrice e consulente AI

sciata a sé stessa, produce e-mail di massa generiche, che nessuno vuole leggere e che, nel peggiore dei casi, danneggiano la reputazione. Il report State of AI 2025 di McKinsey osserva che l’AI è ormai presente nella maggior parte delle organizzazioni, ma raramente integrata in modo strutturato nei processi: dove i flussi di lavoro non sono formalizzati, l’AI non ottimizza, semmai amplifica le inefficienze esistenti. Che cosa richiede concretamente questo all’imprenditore? Non competenze tecniche da informatico, ma tre cose realistiche: la capacità di giudizio per valutare se un testo generato è adatto o va corretto; la disponibilità a dedicare un impegno iniziale - nella mia esperienza, l’equivalente di un paio di pomeriggi - per impostare i processi e definire le regole; la costanza di rivedere i risultati invece di delegarli alla cieca. È un controllo alla portata di chiunque guidi un’azienda, ma va esercitato davvero. B2C e B2B: dinamiche diverse Un’ulteriore distinzione è importante. Nel rapporto con il consumatore finale, l’automazione della prima comunicazione e la presenza multilingue portano vantaggi immediati e su larga scala. Nel B2B, dove invece i clienti sono altre imprese, le relazioni dirette, gli eventi di settore e le reti professionali restano centrali per costruire fiducia, e nessuna automazione le sostituisce. Qui l’AI gioca un ruolo di supporto, non di protagonista: prepara, organizza e velocizza il lavoro a monte - la ricerca, la personalizzazione, il follow-up - ma la fiducia si costruisce ancora nel

contatto personale. Riconoscere questa differenza evita l’errore di applicare lo stesso approccio a contesti che funzionano secondo logiche diverse. Le prospettive per il Ticino Se questo sviluppo si diffonderà ulteriormente - e i dati indicano che sta già accadendo - le conseguenze andranno oltre la singola impresa. In primo luogo, il confine linguistico perde parte del suo peso economico. In secondo luogo, si sposta il rapporto tra dimensione e portata: se una piccola azienda può ottenere la stessa immagine professionale di una grande, torna a contare la qualità più del budget di marketing. In terzo luogo, si apre una finestra temporale: i vantaggi appartengono a chi agisce per primo, e in un paio d’anni questi processi saranno lo standard. Il tessuto imprenditoriale ticinese affronta questa transizione in modi diversi: alcune realtà sperimentano già con decisione, altre restano prudenti, spesso proprio per i dubbi legati ai dati e alle competenze. Ma gli ingredienti ci sono tutti: aziende eccellenti, una forte identità, un ecosistema dell’innovazione attivo e una lingua che, in un mondo supportato dall’AI, non è più un ostacolo. Ora si tratta di giocarsi l’asso nella manica, con metodo e con la dovuta attenzione.

Autrice di questo contributo, Sophie Hundertmark svolge attività di ricerca e di consulenza nel campo dell’Intelligenza artificiale presso la Scuola universitaria professionale di Lucerna (IFZ) e con la sua società, Hundertmark GmbH Ottobre 2026 TM · 61


eureka / l’imprenditore

Una formula calzante Da una tecnologia per preservare la freschezza delle calzature, è nata un’azienda leader nella sanificazione igienica e nella protezione dei materiali. Fratello e sorella - quarta generazione alla guida di Sanitized - ricordano i passi da Burgdorf al successo globale e guardano ai futuri.

I

l primo passo è stato oltreoceano: negli anni Cinquanta il nostro bisnonno, attivo nel commercio all’ingrosso di calzature a Burgdorf, mandò i suoi due figli in America con la missione di trovare un’innovazione da riportare in Svizzera. Ne tornarono con una tecnologia in grado di prevenire lo sviluppo di microbi e la formazione di odori sgradevoli nelle scarpe, anche dopo un uso prolungato. Un brevetto che la nostra famiglia ha introdotto in Europa, sviluppando l’attività in modo coerente nel corso dei decenni sino a diventare la sede principale di un gruppo internazionale, oggi partner dell’industria tessile, delle materie plastiche, delle vernici e dei rivestimenti. Quella che è nata come una soluzione per migliorare le solette delle scarpe racchiudeva infatti già l’idea che - quattro generazioni dopo - continua a calzarci a pennello: dare ai prodotti un valore aggiunto tangibile e duraturo. Le nostre tecnologie aiutano, ad esempio, a evitare i cattivi odori nei tessuti sportivi, a proteggere i polimeri dai microrganismi e a conservare in modo affidabile colori e rivestimenti. Il salto da una buona idea di prodotto a un’azienda e un marchio di fiducia a livello mondiale non è però immediato. Una tecnologia non deve solo funzionare. È necessario garantire una qualità costantemente elevata, affermarsi in mercati molto diversi tra loro, comprendere le applicazioni e le sfide dei clienti, soddisfare requisiti normativi in continua evoluzione. Igiene, protezione dei materiali, sostenibilità e sicurezza sono oggi valutati diversamente rispetto a dieci o vent’anni fa. Non ci limitiamo dunque a vendere un prodotto: con il nostro TechCenter, la consulenza tecnica e normativa e l’accompagnamento nell’applicazione e nella commercializzazione, mettiamo il nostro know-how direttamente nella collaborazione con i nostri clienti. È particolarmente stimolante vedere come da 62 · TM Ottobre 2026

Sopra, i fratelli Lüthi, IV generazione e comproprietari di Sanitized Ag, basata a Burgdorf (Canton Berna), vincitrice del Prix SVC Espace Mittelland 2023. Michael è il Ceo dell’azienda, mentre la sorella Andrea è Head of Digital, Transformation and Sustainability.

un’idea e da uno sforzo congiunto possa nascere qualcosa che si afferma sul mercato e porta un reale valore aggiunto nei loro prodotti. Come famiglia di imprenditori, crediamo fortemente nell’innovazione proprio perché sappiamo che ciò che ha funzionato ieri non è automaticamente la soluzione giusta per domani. Innovare per noi non significa però lanciare novità a getto continuo, ma risolvere problemi reali e creare un valore aggiunto sostenibile. Il nostro obiettivo non è crescere a qualsiasi costo. Decisivo è guidare l’azienda in modo sano. Nel prendere le decisioni non guardiamo solo al trimestre successivo, ma al lungo periodo. Questa prospettiva ci permette di investire in modo mirato in ricerca, qualità e nuove soluzioni, creando le basi per un successo duraturo. In quanto azienda chimica, abbiamo inoltre una responsabilità particolare. Efficacia, sicurezza, qualità, impegno ambientale e sociale devono interagire tra loro.

Anche il passaggio generazionale non l’abbiamo vissuto come una semplice trasmissione di funzioni, ma come una graduale assunzione di responsabilità, facendo tesoro dell’esperienza della generazione di nostro papà Nicklaus J. Lüthi e, allo stesso tempo, portando le nostre idee. Essere oggi alla guida di Sanitized come fratello e sorella, dal 2025 suoi proprietari unici, lo consideriamo una grande forza: condividiamo la conoscenza delle nostre origini, ma apportiamo prospettive e competenze diverse, rispettivamente come Amministratore Delegato e come Head of Digital, Transformation and Sustainability, pronti ad assumerci la responsabilità dell’azienda, prendere decisioni e indicare una direzione insieme a collaboratori motivati. Siamo infatti ben consapevoli che il successo imprenditoriale non è mai il risultato delle prestazioni dei singoli. In questo senso, il Prix Svc Espace Mittelland 2023 ha rappresentato un riconoscimento speciale a ciò che il nostro intero team ha costruito nel corso di molti anni. Guardando al futuro, intendiamo potenziare ulteriormente la nostra presenza internazionale, crescendo e investendo laddove le nostre tecnologie possono fare una reale differenza, sempre preservando ciò che ci caratterizza come azienda svizzera di famiglia: vicinanza ai clienti, affidabilità, elevati standard qualitativi e uno sguardo che va oltre il profitto a breve termine. Così facendo puntiamo a rimanere rilevanti per i nostri clienti e partner, con alcuni dei quali abbiamo ormai relazioni ultradecennali, offrire prospettive ai nostri collaboratori e strutturare l’azienda in modo che la prossima generazione possa proseguire. Con la nostra sede principale a Burgdorf, filiali in Cina, India, Ue e Stati Uniti, nonché una rete globale di partner, abbiamo una base solida per farlo.

In collaborazione con Swiss Venture Club (SVC)


eureka/start up

Più ragionamento, meno dati e Gpu Con risorse infinitesimali rispetto ai colossi globali dell’intelligenza artificiale che inseguono modelli sempre più grandi e potenti, la start up losannese Giotto.ai prova a cambiare prospettiva puntando sull’efficacia del reasoning in tempo reale, modelli compatti e sovranità digitale.

© Lionel Deriaz

Accanto, da sinistra, i tre cofondatori di Giotto.ai, Francesco Palma (Coo), Wallyson Lemes de Oliveira (Chief AI Officer) e Aldo Podestà (Ceo), insieme al Cto Matteo Caorsi.

C

ome è possibile che una start up svizzera, con solo 20 milioni di franchi raccolti in quasi dieci anni, un sistema almeno 300 volte più piccolo dei modelli Ai all’avanguardia e una ventina di collaboratori, riesca a competere con i colossi globali dell’Intelligenza artificiale? La domanda sorge spontanea guardando al benchmark internazionale Arc-Agi-2, dove l’anno scorso la losannese Giotto.ai ha fatto corsa in testa nella capacità di risolvere problemi logici, davanti ai leader del settore. «Le principali caratteristiche che conferiscono a Giotto.ai un vantaggio competitivo nel campo dello sviluppo dell’Ai riflettono la sua capacità di creare una tecnologia basata su un sistema in grado di adattarsi e apprendere da situazioni sconosciute, replicando il ragionamento del cervello umano, con la sua flessibilità e creatività. Mentre i

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grandi nomi dell’intelligenza artificiale si basano principalmente sui Large Language Models (Llm) e riempiono le loro capacità di memoria con trilioni di dati, noi cerchiamo di permettere al sistema di comprendere i principi alla base di un problema, anche quando si trova davanti a una situazione che non ha mai visto prima, facendo funzionare in tempo reale il ragionamento e il processo di verifica», spiega Aldo Podestà, cofondatore e Ceo di Giotto.ai. Una scommessa sul reasoning, dunque, per avvicinarsi con l’Ai generale (Agi) alle abilità cognitive umane invece di puntare sull’uso massivo di potenza computazionale. Una prospettiva rivoluzionaria. La scelta stessa del suo nome è eloquente: come il maestro del Trecento fiorentino ha rivoluzionato l’arte occidentale introducendo la prospettiva empirica e una nuova sensibilità nella rappresentazione dell’uomo, così Giotto.ai ambisce a svi-

luppare la terza dimensione dell’Intelligenza artificiale. È al Politecnico federale di Losanna che la passione per il machine learning ha fatto incontrare Aldo Podestà e Francesco Palma, arrivati dall’Italia per studiare matematica, con Wallyson Leimes de Oliveira, brasiliano in Svizzera sin dall’adolescenza. Prima ancora di fondare nel 2017 la loro start up, si sono cimentati in competizioni internazionali, come quella dedicata alla previsione della durata delle corse dei taxi a New York. «Molto presto ci siamo interessati a tecniche di ragionamento efficienti, convinti che vi fosse spazio per architetture più intelligenti che non cedessero al gigantismo, concentrandoci quindi sull’efficienza ed evitando una corsa in avanti insostenibile per le risorse del pianeta», ricorda il cofondatore. La vera sfida è stata raccogliere i fondi per sviluppare la tecnologia. La spin-off dell’Epfl inizia a convincere i primi investitori, raccoglie 10 milioni di euro, recluta ricercatori da Svizzera, Italia e Romania e, approfittando di un importante cambiamento normativo nel campo della documentazione medica, dove quantità industriali di letteratura e documenti dovevano essere adeguate alle nuove norme, crea una prima applicazione, venduta nel 2022 alla maggiore società americana di regolamentazione nel settore. Ma si rimane a livelli decisamente modesti anche rispetto a player europei come Mistral. «Paradossalmente, proprio i vincoli fi-


«Crediamo fermamente in un’alternativa europea concorrenziale ai giganti americani e cinesi dell’Ai. Il Continente deve però esser pronto a prendere rischi e iniziative. Abbiamo cervelli, competenze e condizioni quadro, ma servono coordinamento e maggiori investimenti pubblici e privati. Noi ci vediamo come un ingranaggio di questo sviluppo» Aldo Podestà, Co-founder e Ceo di Giotto.ai

investimenti restano fortemente concentrati sulla ricerca. Il nostro primo obiettivo è assumere persone altamente qualificate per garantire la nostra leadership nella ricerca tecnologica e migliorare la capacità commerciale. Siamo in discussione con partner finanziari e industriali per scalare, ma è ancora troppo presto per anticipare i dettagli», nota il Ceo.

Un’AI civica ed europea. Accanto al sistema completo per clienti e partner, quest’estate è stata lanciata una versione alleggerita destinata al grande pubblico. Accessibile gratuitamente dal browser, Giotto Open offre funzioni di scrittura, analisi, ricerca, trattamento di documenti, supporto al coding e produttività quotidiana. L’infrastruttura cloud è ospitata in Europa, su server di ultima generazione Nvidia B300. «Non si tratta né di una piattaforma chiusa, né di un semplice prodotto commerciale in abbonamento, ma di uno strato di intelli-

© Lionel Deriaz

nanziari sono stati l’occasione per concentrarsi sull’efficienza del ragionamento e rimanere focalizzati per sette anni sulla ricerca pura, guadagnando così molto anticipo nel campo del ragionamento e dei transformer. Lo scorso autunno, in particolare dopo la visibilità acquisita con il concorso Arc-Agi, ci siamo invece ritrovati d’improvviso ad affrontare discussioni legate all’aumento di capitale della società, a scegliere la giusta strategia per il futuro e a resistere ai tentativi di acquisizione o persino di smantellamento del team», confessa il Ceo di Giotto.ai. L’equazione della portabilità.Eliminare la necessità di immense quantità di dati per addestrare il sistema, presenta inoltre il non trascurabile vantaggio di ridurre considerevolmente il costo per operazione. La differenza non è soltanto finanziaria. Più compatto e meno energivoro, il modello di Giotto.ai può funzionare sull’infrastruttura propria del cliente, su una workstation o su un server fornito dalla società stessa, a partire da una singola Gpu. Aldo Podestà lo riassume con un’equazione vincente: «Modello e sistema di piccole dimensioni + efficienza del reasoning = portabilità = possibilità di implementare il sistema dove l’utente lo desidera = controllo totale sui propri dati». Il tema è particolarmente rilevante per settori come difesa e sicurezza, sanità, amministrazione pubblica, ma anche aziende che gestiscono informazioni proprietarie e sensibili, o il mondo scientifico e accademico - fra i principali target a cui punta la start up. Un esempio concreto è arrivato nei giorni scorsi con Groupe Mutuel. L’assicuratore svizzero, che conta oltre 1,3 milioni di clienti, sta testando il modello Giotto.ai in diversi casi d’uso, con l’obiettivo di implementarlo nella propria infrastruttura. Tra clienti e partner già annunciati figurano inoltre Armasuisse, Ruag, Sap, Kps Consulting e la Fachhoschschule Nordwestschweiz (Fhnw). Altri contratti sono in fase di finalizzazione, anche in ambito ospedaliero e aziendale. Il modello di business si basa sulla commercializzazione della licenza, combinando software e hardware. «Ci stiamo avvicinando alla redditività operativa. Gli

genza accessibile a tutti. Giotto.ai compie così un nuovo passo nella sua missione: diventare un’infrastruttura di Ai civica sviluppata in Svizzera per il mondo intero», afferma il Ceo. Questo dispiegamento testimonia l’impegno della start up a favore della sovranità tecnologica europea. La Svizzera offre molto più di una cornice, con un ecosistema eccellente tra scuole universitarie, talenti, aziende all’avanguardia e condizioni quadro ideali. La partita, però, non può essere giocata soltanto in casa. «Crediamo fermamente nello sviluppo di un’offerta europea e di un sistema di valori e di funzionamento in rete che possa offrire un’alternativa credibile e concorrenziale ai giganti americani e cinesi. Per riuscirci, è escluso lavorare da soli, nel proprio angolo: bisogna essere pronti, come Continente, a prendere rischi e iniziative. Abbiamo i cervelli, le competenze, le condizioni quadro, ora servono coordinamento e maggiori investimenti pubblici e privati. Ci vediamo come un ingranaggio di questo sviluppo», conclude il Ceo Aldo Podestà. Proprio come sette secoli fa Giotto ha rivoluzionato la pittura superando la bidimensionalità e conferendo realismo ai suoi personaggi, così la start up losannese introduce una terza dimensione nell’Intelligenza artificiale: più efficace, portabile, accessibile, ma anche più sicura e sostenibile. Susanna Cattaneo Ottobre 2026 TM · 65


eureka/ associazioni studentesche

Fondazioni di famiglia Con l’abrogazione del divieto della fondazione familiare di mantenimento in Svizzera, i residenti potranno finalmente disporre di una soluzione nazionale per alcune delle proprie particolari esigenze di gestione patrimoniale.

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l 15 dicembre 2022, il consigliere agli Stati Thierry Burkart ha presentato una mozione atta a rafforzare l’istituto giuridico delle fondazioni di famiglia svizzere. Sebbene il Consiglio federale avesse inizialmente raccomandato di respingerla, entrambe le Camere federali l’hanno adottata (il Consiglio degli Stati il 12 dicembre 2023, e il Consiglio nazionale il 27 febbraio 2024). La mozione è ora nel campo del Consiglio federale per la sua attuazione, mentre i lavori legislativi proseguono. L’obiettivo è, in particolare, di rendere più attrattive le fondazioni di famiglia svizzere, consentendo la creazione delle cosiddette fondazioni di mantenimento. Attualmente, la possibilità di costituirle in Svizzera è fortemente limitata dal Codice civile (art. 335 cpv. 1). Tale disposizione permette di destinare beni a favore della famiglia unicamente in precise situazioni di bisogno, ovvero per l’educazione (istruzione di base e costi della formazione continua), per la dotazione (intesa come prestazione finanziaria nel caso di costituzione di un nucleo familiare, matrimonio o avvio di un’attività indipendente) oppure per l’assistenza dei suoi membri in caso di malattia, invalidità, disoccupazione o difficoltà economica. Di conseguenza, il Tribunale federale vieta che una fondazione di diritto svizzero venga utilizzata per effettuare erogazioni destinate al mero mantenimento dei membri della famiglia, in assenza di determinate necessità. A causa di queste forti restrizioni, nella prassi i potenziali fondatori tendono a ricorrere a strumenti esteri, cosicché le fondazioni di famiglia svizzere sono oggi raramente utilizzate. A seconda del fine perseguito, della residenza dei familiari e dell’ubicazione del patrimonio, vengono 66 · TM Ottobre 2026

dunque preferite fondazioni di diritto straniero oppure strutture fiduciarie disciplinate dal diritto anglosassone, come i “trust”. In particolare, la fondazione di famiglia del Liechtenstein costituisce al momento una scelta più vantaggiosa della fondazione di famiglia svizzera, poiché può avere quale scopo il semplice mantenimento, nonché offre al fondatore la facoltà di revocare la fondazione o di modificarne lo scopo con maggiore facilità. L’attuale insufficienza degli strumenti esistenti in Svizzera per pianificare la successione e il patrimonio ha come conseguenza il deflusso di beni e capitali dal

«L’attuale insufficienza degli strumenti esistenti in Svizzera per pianificare la successione e il patrimonio ha come conseguenza il deflusso di beni e capitali dal nostro Paese e dal suo settore di wealth management verso giurisdizioni estere» nostro Paese e dal suo settore di wealth management verso giurisdizioni estere. Abrogando il divieto della fondazione familiare di mantenimento si andrà tuttavia a colmare in parte queste debolezze, permettendo così ai residenti in Svizzera di disporre di una soluzione nazionale per le proprie particolari esigenze di gestione patrimoniale. Tra i vantaggi ci sarebbe, ad esempio, la possibilità di trasmettere i propri averi agli eredi in maniera graduale, anziché in una sola operazione. La fondazione di famiglia di mantenimento svizzera si inserirà in un contesto che, nel nostro territorio, sta vivendo un’importante e continua espansione. Se-

Aaron Bettazza, studente di Diritto presso l’Università di Zurigo e l’Università di Tokyo, membro del Circolo Giovani Giuristi Zurigo.

condo l’ultimo rapporto sulle fondazioni svizzere, a fine 2025 risultavano iscritte a registro di commercio 13.984 fondazioni di pubblica utilità, la tipologia più diffusa. Nel confronto cantonale, Zurigo rimane nettamente in testa con 2.218 fondazioni, seguito da Berna con 1.417 e Ginevra con 1.401. Dal canto suo, il Ticino ha registrato nell’ultima annata il secondo miglior incremento netto tra i Cantoni, con 16 nuove fondazioni, arrivando a quota 865 in totale. Al momento si trova dunque al sesto posto nella graduatoria cantonale. Dal gennaio 2016 anche le fondazioni di famiglia sono soggette all’obbligo di iscrizione nel registro del commercio. Poiché non tutte le fondazioni interessate risultano già iscritte, un censimento esatto non è ancora possibile, ma il Dipartimento federale delle finanze stima che siano attualmente circa 500. Rispetto alle oltre 17mila fondazioni complessivamente presenti in Svizzera, si tratta dunque di un numero ben più che marginale. Con la futura attuazione della mozione, che potrebbe portare all’abrogazione dell’art. 335 del Codice civile, disposizione ormai considerata anacronistica, ci avviciniamo sempre di più a un futuro in cui la fondazione di famiglia svizzera possa finalmente essere uno strumento veramente utile di pianificazione familiare e successoria. In questo modo, la sua presenza sul territorio nazionale dovrebbe rafforzarsi, contribuendo ad arricchire ulteriormente l’ecosistema delle fondazioni elvetiche.


eureka/ associazioni studentesche

Vederci chiaro, finalmente Il progetto semestrale di Master in una spin-off dell’Eth che ha sviluppato il primo nanorivestimento multifunzionale e sostenibile contro l’appannamento delle lenti diventa l’occasione per veder più chiaramente anche come una tecnologia arriva sul mercato. ventole o gli spray idrofili, spesso energivori o di breve durata. Il mio lavoro si è concentrato sulla quantificazione delle prestazioni di questo nanorivestimento a basse temperature e a vari livelli di umidità relativa, condizioni rilevanti per le applicazioni all’aperto. Ho utilizzato una camera climatica progettata da un altro studente di master, che ho ag-

Riccardo Stegmüller, studente del Master in Ingegneria Meccanica al Politecnico di Zurigo e Presidente dell’associazione studentesca Polytrick. Sotto, gli occhiali di React che integrano la tecnologia antiappannamento della spin-off dell’Eth Solabs Nanotechnology, dove ha svolto il suo progetto semestrale.

Iwan Hächler e Fabrice Bagnoud, i miei supervisori, è stato prezioso in ogni fase del lavoro, dalla progettazione sperimentale all’interpretazione dei dati, un ambiente giovane e stimolante, dove rigore scientifico e mentalità da start up convivono in modo naturale. Questa esperienza mi ha aperto le porte a un mondo dell’ingegneria molto diverso da quello a cui ero abituato, fatto di nanomateriali, ottica e lavoro pratico in laboratorio, e ha arricchito il mio percorso di studi più di quanto avrebbe potuto fare un progetto puramente accademico, mostrandomi come la ricerca applicata si traduca direttamente in un prodotto. Le applicazioni target di Solabs riguardano principalmente diverse tipologie di lenti e occhiali: dagli occhiali sportivi alle maschere da sci, così come piccoli componenti ottici nei settori medicale e automobilistico. I risultati raccolti in questo lavoro contribuiscono a validare le prestazioni della tecnologia in condizioni realistiche e fredde: un ulteriore passo del percorso verso la commercializzazione che oggi appare molto concreto. © REACT

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’è un istante prima che tutto sfumi nel bianco, in cui l’immagine è ancora nitida. Poi il respiro condensa sulla lente e il mondo scompare dietro un velo opaco. Succede sulle maschere da sci, sugli occhiali, sui parabrezza d’inverno: un fenomeno quotidiano che nasconde una fisica tutt’altro che semplice. È da qui che è partito il mio progetto semestrale per il Master in Ingegneria Meccanica al Politecnico federale di Zurigo (Eth), svolto presso una spin-off universitaria specializzata in soluzioni per il comfort visivo. L’appannamento si forma quando l’aria umida incontra una superficie la cui temperatura scende sotto il punto di rugiada: il vapore acqueo condensa in minuscole goccioline che diffondono la luce e distruggono la trasparenza. Quanto più la superficie è fredda rispetto all’aria, e quanto maggiore è l’umidità, tanto più rapido e marcato è l’appannamento, con conseguenze che vanno dal semplice disagio a veri e propri rischi per la sicurezza, ad esempio durante un intervento chirurgico o alla guida. Il progetto è nato presso Solabs Nanotechnology, una spin-off dell’Eth fondata da Iwan Hächler. L’azienda ha sviluppato un rivestimento spesso pochi nanometri, uno strato d’oro racchiuso tra due film di biossido di titanio, che assorbe selettivamente l’infrarosso solare rimanendo pressoché invisibile alla luce visibile. Il calore così generato riscalda la superficie quel tanto che basta a far evaporare le goccioline, senza bisogno di energia elettrica: un’alternativa passiva alle soluzioni tradizionali come i riscaldatori resistivi, le

giornato con sensori e valvole aggiuntivi per controllare temperatura e umidità interne e generare eventi di appannamento ripetibili. Misurando i tempi di recupero ottico in funzione del gradiente termico tra il substrato e l’aria, ho individuato una chiara relazione esponenziale: quanto più il rivestimento è caldo rispetto all’ambiente, tanto più rapidamente la superficie torna trasparente, anche a temperature prossime allo zero. Ho poi testato lenti endoscopiche reali, dove il rivestimento ha mostrato un vantaggio netto rispetto alle lenti non trattate. Ho lavorato a stretto contatto con l’intero team di Solabs, che fin dal primo giorno mi ha accolto con grande apertura e spirito di collaborazione. Il supporto di

In collaborazione con Polytrick Ottobre 2026 TM · 67


eureka/ associazioni studentesche

Bitcoin entra in università Un gruppo di studenti dell’Usi ha fondato il primo club universitario svizzero interamente dedicato a Bitcoin. Un anno dopo, il suo modello innovativo guadagna consensi anche ben oltre i confini nazionali.

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itcoin ha smesso da tempo di essere una curiosità per addetti ai lavori. Compare nei bilanci di società quotate, nelle agende regolatorie di mezzo mondo e a Lugano è parte di una strategia cittadina dichiarata. Nelle aule universitarie europee, però, è entrato quasi esclusivamente da una porta: quella dell’ingegneria e dell’informatica. È curioso, perché la domanda che uno studente si pone raramente riguarda il funzionamento del protocollo. Riguarda quasi sempre il suo significato economico, o forse più semplicemente, il prezzo attuale. Sentivo dunque che all’Università della Svizzera italiana (Usi) mancava uno spazio di discussione di qualità, in cui gli studenti potessero avvicinarsi e approfondire le tematiche legate a Bitcoin, proponendo una lente d’analisi per lo più economica. L’Usi era inoltre un candidato naturale. La Facoltà di Scienze economiche è la più numerosa dell’ateneo, con 1.258 iscritti su un totale di 4.750, e il campus si trova nella terza piazza finanziaria del Paese, dove attorno al progetto Plan ₿ è cresciuta una rete di imprese, esercenti e istituzioni. Mancava però un collegamento tra i due mondi. Bitcoin è comparso poco più di diciassette anni fa ed è per sua natura un fenomeno multidisciplinare, che spazia dall’economia a matematica, informatica fino alle scienze sociali. Per questo credo che l’educazione in questo ambito sia di fondamentale importanza. Il Bitcoin Usi Club, riconosciuto dall’ateneo e gestito da studenti, nasce quindi nel marzo 2025 dalla ristrutturazione della precedente associazione Blockchain Club e debutta pubblicamente il 7 maggio 68 · TM Ottobre 2026

dello stesso anno. La scelta di fondo è stata una: restringere il campo a Bitcoin mentre quasi tutti lo allargavano, e promuoverne i principi cardine, quali decentralizzazione, sovranità, scarsità, privacy e inclusione. Mantenendo in primo luogo una prospettiva economico-finanziaria invece di quella informatica. Credo sia proprio questo a contraddistinguerci. Da un lato ci separiamo dalla galassia più ampia della Blockchain e del Web3: un mondo che raccoglie gran parte dell’attenzione studentesca e mediatica

L’associazione è nata nella primavera del 2025 da un gruppo di studenti dell’ateneo luganese, uniti dalla passione per Bitcoin ed economia.

ma che, dietro molte promesse, fatico a vedere sostenibile nel lungo periodo con la stessa solidità di Bitcoin. Dall’altro ci distinguiamo dalle poche realtà davvero Bitcoin-only che nascono in facoltà tecniche e mantengono un taglio da ingegneri: come si protegge un wallet, come gira un nodo. Noi partiamo da una prospettiva diversa, che mira a stimolare la curiosità degli studenti meno tecnici: perché la scarsità matematica di Bitcoin cambia il modo di ragionare su una riserva di valore,

Sopra, Luca Agliati, presidente e co-fondatore di Bitcoin USI Club, autore di questo contributo con il team.

o cosa comporta per un’azienda iscrivere bitcoin a bilancio. Nel corso dell’anno accademico 202526, abbiamo già dato agli studenti dell’Usi l’opportunità di confrontarsi con esperti del settore su tematiche chiave: dagli aspetti economici del mining alla gestione della tesoreria aziendale in bitcoin, fino all’analisi del suo ruolo nel sistema monetario globale. L’aula si conferma così uno dei rari spazi di discussione neutrale e privo di condizionamenti commerciali. Inoltre, lo scorso 21 agosto il Club è stato ospite della Tokyo Bitcoin Base, dove abbiamo presentato il modello luganese a docenti e allievi di Sophia University e Toyo University. Lì è anche nato un accordo di collaborazione con la stessa Tokyo Bitcoin Base che speriamo di poter annunciare presto. Da questo settembre il Club ha aperto una campagna di reclutamento volta ad accrescere il numero di associati e ci impegneremo per affiancare alla divulgazione e all’organizzazione di eventi, anche ricerca e pubblicazione. Come l’anno scorso saremo naturalmente presenti a fine ottobre al Plan ₿ Forum, dove avremo l’opportunità di supportare l’info point di Spazio 21 presso l’Asilo Ciani, la parte del Forum interamente gratuita e in italiano. La nostra ambizione per il prossimo futuro rimane quella di creare una comunità sempre più solida e innovativa, garantendo una divulgazione trasparente, di qualità e costruendo un ponte tra accademia e industria.


eureka/ associazioni studentesche

Chi si adatta a chi? Per anni sono state le aziende a modellare i propri processi sui software acquistati. Oggi, con l’Ai che riduce tempi e costi di sviluppo, anche le realtà più piccole possono permettersi strumenti costruiti intorno al proprio modo di lavorare.

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erché due aziende che lavorano in modo completamente diverso dovrebbero utilizzare esattamente lo stesso software? Tradizionalmente i software personalizzati sono stati una possibilità riservata soprattutto alle grandi aziende. Svilupparli richiedeva tempo, team numerosi e investimenti difficilmente sostenibili per una piccola realtà locale, dunque era più razionale acquistare un prodotto standard e accettarne i compromessi. Conseguenza naturale: invece di costruire il software intorno all’azienda, si è iniziato ad adattare l’azienda al software. Lavorando a stretto contatto con diverse realtà ticinesi attraverso la mia start up Softution, emerge spesso proprio questa situazione: aziende che sostengono costi ricorrenti per software complessi, utilizzandone soltanto una minima parte, o che devono modificare il proprio modo di lavorare per adattarsi agli strumenti acquistati. Il problema diventa ancora più evidente quando sistemi differenti devono comunicare tra loro. Gestionale, e-mail, fogli Excel, schede clienti e applicazioni settoriali contengono informazioni che vanno continuamente trasferite o coordinate. Paradossalmente, a fare da collegamento tra tutti questi software finisce spesso per essere una persona. Oggi, però, l’equazione sta cambiando. Secondo Metr, organizzazione indipendente che valuta capacità e rischi dei modelli di Ai più avanzati, la durata dei compiti tecnici che riescono a completare è raddoppiata circa ogni sette mesi dal 2019 a oggi, e buona parte dei test riguarda proprio lo sviluppo software. I coding agent scrivono codice, individuano errori e automatizzano parti del processo prima interamente manuali.

Sridhar Ramaswamy, Ceo di Snowflake, una delle principali piattaforme cloud per la gestione e l’analisi dei dati aziendali, racconta in un’intervista a McKinsey di vedere già oggi, nei propri team, programmatori diventati molto più produttivi grazie ai coding agent. “L’Ai avrà un impatto profondo e radicale sul costo di creazione del software”, ha affermato. Se infatti per sviluppare un software personalizzato servono meno ore di sviluppo, si abbassa anche la barriera che per decenni ha reso queste soluzioni accessibili quasi esclusivamente alle grandi organizzazioni.

«Grazie all’Ai, che abbatte costi e tempi di sviluppo, il software personalizzato sta diventando una possibilità concreta anche per le Pmi»

Questo non significa ricostruire tutto. Non avrebbe senso sviluppare da zero servizi come e-mail, gestione dei pagamenti o cloud, che il mercato ha già standardizzato in modo estremamente efficiente. La vera opportunità è usare queste infrastrutture come fondamenta e personalizzare ciò che rende diversa un’azienda: i processi, i dati e il modo in cui le diverse parti comunicano tra loro. Allo stesso modo, costi più bassi non significano che basti chiedere a un’Ai di scrivere un programma. La tecnologia accelera lo sviluppo, ma capire come lavora un’azienda, progettare la soluzione giusta e garantirne nel tempo affidabilità e sicurezza resta un lavoro di competenza ed esperienza. L’Intelligenza artificiale

Angelo Roselli, studente in Business Administration all’Università di San Gallo e co-fondatore di Softution, società che ottimizza i processi di lavoro delle imprese ticinesi e sviluppa piattaforme digitali attive a livello internazionale.

cambia gli strumenti, non l’importanza di chi sa usarli. Cambierà anche il modo in cui utilizziamo questi sistemi. Un’azienda potrà avere una propria piattaforma collegata ai servizi di cui ha bisogno e dotata di un agente Ai integrato. Invece di passare continuamente da un software all’altro, basterà chiedere “prepara questo preventivo”, “aggiorna il cliente” oppure “mostra cosa richiede attenzione oggi”: sarà il sistema a coordinare dati, applicazioni e automazioni. Nei prossimi anni i software ad abbonamento come li conosciamo oggi rischiano quindi di perdere parte della propria centralità. Non perché i servizi standardizzati scompariranno, ma perché è plausibile che sopra di essi nasca uno strato sempre più personalizzato, costruito intorno alla singola organizzazione. La trasformazione più interessante è economica prima ancora che tecnologica. Se tempi e costi di sviluppo continueranno a diminuire, il software personalizzato smetterà di essere un lusso riservato alle grandi aziende e diventerà una possibilità concreta anche per le Pmi. Per anni sono state le aziende ad adattarsi ai software. Il prossimo passo potrebbe essere esattamente l’opposto: software capaci di adattarsi alle aziende. In collaborazione con l’Associazione ticinese San Gallenses Oeconomiae Comites (Sgoc) Ottobre 2026 TM · 69


eureka/ tecnologia

Il prezzo di riunirsi Se ritrovarsi tutti in presenza ha un costo, e molte attività possono essere svolte in remoto, il vero nodo è chiarirsi su cosa valga la pena fare tutti insieme in ufficio. Il senso della presenza Motivazioni per cui vi presentate in ufficio? (sondaggio europeo)

Interazione con i colleghi

Disponibilità di uno spazio

Accesso al Top Management

85%

81%

77%

Fonte: Cbre 2026

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orse è la domanda sbagliata. Si continua a discutere di quanti giorni trascorrere in ufficio, ma il punto è un altro: se possiamo essere produttivi anche senza andarci, per cosa vale davvero la pena incontrarci? La prima risposta arriva dai numeri. Uno studio pubblicato su Nature ha coinvolto 1.612 dipendenti di Trip.com in un esperimento di sei mesi: un gruppo lavorava cinque giorni in ufficio, l’altro poteva lavorare da casa due giorni a settimana. Nessuna differenza significativa in performance, promozioni o, per gli sviluppatori, nelle righe di codice prodotte. Nel gruppo ibrido, invece, il turnover è passato dal 7,2 al 4,8%: un terzo in meno. Ancora più interessante è ciò che è successo ai manager. Prima dell’esperimento prevedevano che l’ibrido avrebbe ridotto la produttività del 2,6%. Sperimentato, la valutazione è diventata positiva: +1%. Se la performance non richiede necessariamente cinque giorni di presenza, il valore dello stare insieme va cercato altrove. Microsoft ha studiato le interazioni di oltre 60mila lavoratori durante il 70 · TM Ottobre 2026

Francesca Prospero Cerza, fondatrice di coworkingbar.ch Corporate Retreats & Coworking Solutions. A lato, le principali motivazioni per cui le persone vanno in ufficio.

passaggio al lavoro remoto. Le loro reti sono diventate più statiche e concentrate all’interno dei gruppi esistenti. La quota di collaborazione dedicata ai contatti tra gruppi diversi è diminuita di circa il 25%. Si può quindi essere efficienti individualmente e, contemporaneamente, perdere qualcosa collettivamente. Un report, una presentazione o un’analisi possono essere prodotti da remoto. Più difficile è misurare ciò che nasce da una conversazione inattesa, dall’incontro tra competenze che normalmente non collaborano o dal tempo necessario a costruire fiducia e contesto condiviso. Non sorprende allora che, secondo Cbre, nel 2026 l’85% delle aziende europee indichi l’interazione con i colleghi come principale ragione per cui le persone vengono in ufficio, davanti alla disponibilità di uno spazio produttivo (81%) e all’accesso alla leadership (77%). E si è disposti a investire molto per farlo. Gbta prevede che nel 2026 la spesa europea per i viaggi d’affari raggiunga 389,9 miliardi di euro, +8,2% in un anno. Un viaggio costa mediamente circa 851 euro

secondo i business traveller intervistati e l’83% lo considera utile per raggiungere gli obiettivi aziendali. Tra le principali ragioni per partire? Formazione, conferenze e meeting aziendali interni. A questo punto la domanda cambia: non quanto spesso bisogna incontrarsi, ma quale risultato deve giustificare il costo di farlo. Se riunire 10 persone significa investire tempo, trasferte, pernottamenti e ore sottratte ad altre attività, replicare in presenza una riunione su Teams è probabilmente uno spreco. La presenza acquista valore quando serve a ciò che a distanza diventa più difficile: creare connessioni, affrontare problemi complessi, generare idee, riallineare un team, costruire relazioni. Ma se cambia lo scopo della presenza, deve cambiare anche il modo in cui la si progetta. Riunire le persone non è di per sé un risultato. Obiettivo, partecipanti, tempo e contesto dovrebbero essere scelti in funzione di ciò che si vuole ottenere dall’essere insieme. È qui che workshop, offsite e corporate retreat assumono un significato diverso: non una riunione trasferita altrove, ma tempo condiviso costruito intenzionalmente attorno a un risultato. La vera evoluzione del lavoro ibrido potrebbe non essere decidere quanti giorni trascorrere in ufficio, ma riconoscere quali momenti meritano davvero la presenza. Perché in un mondo in cui possiamo lavorare praticamente ovunque, incontrarsi non dovrebbe più essere un’abitudine.


eureka/ marketing

Licenza di volare... Il caso Revolut, e l’idea di aprire una prima lounge aeroportuale è destinato a fare scuola, e vedrà presto emuli? È sicuramente meno campata in aria di quanto non sembri.

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ondra. Vilnius. Copenhagen. Sembrerebbero le destinazioni di una linea aerea low-cost e invece sono le ‘tappe’ fondamentali nel percorso di Revolut, la super App finanziaria fondata a Londra nel 2015, successivamente costretta dalla Brexit a servire la clientela europea attraverso una sede e una licenza bancaria lituane (fonte di inesauribili battute) e ora in ‘atterraggio’ su Copenhagen. L’ultima tappa, la più interessante qui, si presta a qualche riflessione sul marketing contemporaneo. Tutto ha inizio il 13 agosto, quando nel mio social feed inizia ad apparire, con quella frequenza che solo le psyop migliori riescono a scatenare, lo stesso annuncio: Revolut Lounge. Coming 2027. È un “teaser”, come si usa dire in gergo, un annuncio che, senza svelare troppo, presenta una grande novità in arrivo. L’immagine di corredo, sui toni di un grigio minimalismo, ritrae una scala mobile, presumibilmente diretta verso la lounge in questione ma anche, mi piace pensare, metafora dell’inevitabile ascesa sociale a cui il cliente Revolut è destinato. Ad oggi è noto soltanto che Revolut aprirà la sua prima lounge proprietaria a Copenhagen… e altre seguiranno. Lo farà in partnership con un operatore specializzato, ma il logo sulla porta sarà il suo. Revolut gestisce un colossale programma fedeltà (palesemente ispirato a quello di American Express, altro assiduo frequentatore di aereoporti) e le nuove lounge ne faranno integralmente parte. Ora, anche l’attuale versione del programma fedeltà permette di accedere a tante, tantissime lounge. Solo che si tratta di lounge ‘convenzionate’. Vuoi mettere, invece, avere la ‘tua’ lounge? E qui sta il primo punto. Una lounge proprietaria

è un modo per marcare il territorio. È status, prima di tutto per il brand (e per chi ci lavora, non bisogna mai sottovalutare l’ego dei manager). Ma è anche, più sottilmente, uno spazio esclusivo. Chiunque può offrire sconti o convenzioni verso lounge ‘aperte’. Ma solo i clienti Revolut (probabilmente quelli di fascia più alta) potranno accedere a uno spazio proprietario. Un vantaggio distintivo, insomma. Anche perché Revolut ha

un eterno problema da gestire: come spingere gli utenti del piano gratuito a passare a un piano a pagamento? Ovviamente in cambio del pagamento si ricevono dei servizi molto concreti ma il problema è che sulle cose concrete è facile fare il confronto con gli altri. È calcolo opportunistico, non fedeltà. Offrire dei vantaggi di tipo esperienziale, come l’accesso a una lounge esclusiva, solletica invece le corde emozionali del cliente, quelle su cui il buon marketing tipicamente gioca. L’altra osservazione è che Revolut ha come target la cosiddetta aspirational class, cioè persone con un discreto reddito, che però aspirano a uno status su-

Simone Oltolina, Ceo di Merchants of Ideas, società di brand e communication consulting.

periore. Al centro di questa proiezione di sé spesso c’è ancora la fantasia dell’aeroporto. Dell’uomo d’affari che viaggia, in business. I tempi sono probabilmente cambiati ma le fantasie sono dure a morire. Ecco che allora l’accesso alla ‘lounge’ diventa parte di una power fantasy. E poco importa se c’è lounge e lounge. Quelle di prima classe e… quelle che ci provano. Per status e prestigio una lounge, con il suo eco di lussi sibaritici, aiuta a elevare l’immagine e a sostenere questa fantasia di App per nomadi digitali di successo. Vilnius non è Paradeplatz. Ma una lounge... In una puntata precedente abbiamo parlato del ‘glow-up del Tech’: aziende tecnologiche che iniziano a curare davvero immagine e comunicazione. Anche nei servizi finanziari qualcosa si muove: il settore sperimenta idee e linguaggi nuovi (in primis le neobank à la N26). Idee leggermente controcorrente, persino eleganti, al di là del mio evidente sarcasmo nei confronti di un prodotto che considero esemplificativo del ‘premium mediocre’. Glow-up a parte, la cosa più interessante di questa iniziativa forse è il quadro organizzativo in cui si inserisce: Revolut ha creato una struttura apposita, ispirata alle società di venture capital e denominata “New Bets”. Il compito è proprio quello di portare idee nuove, che vengono finanziate velocemente, a mo’ di test, e scalate in caso di risultati incoraggianti. Per fare la differenza occorre prendersi dei rischi, tesi fondamentale di questa rubrica, e un approccio calcolato al rischio, come quello di Revolut, forse è l’elemento che davvero mi fa volare (cit. Rovazzi). Ottobre 2026 TM · 71


eureka/ talenti

Il lusso in uno scatto Siamo circondati da immagini che cercano di catturare il nostro sguardo, anche ricorrendo all’eccesso. Nel fotografare il lusso, l’obiettivo di Vincent Levrat punta invece all’essenziale: togliere, semplificare, lasciare che siano la materia, la luce e la forma a raccontare il valore di ciò che si ha davanti. Anche se si tratta di semplici graffette piegate: sono proprio loro le protagoniste di “Paperclips”, libro d’artista, con le foto in bianco e nero di Levrat, premiato nel 2026 dall’Ufficio federale della Cultura.

F

otografare il lusso significa fotografare un oggetto o, più in dettaglio, tutto ciò che rende quell’oggetto desiderabile? Una superficie, una texture, la precisione di una lavorazione, il modo in cui la luce accarezza un materiale possono raccontare il valore di un prodotto più efficacemente del suo prezzo o del suo logo? Per Vincent Levrat, la risposta sembra risiedere nella materia stessa delle cose. Il suo approccio alla fotografia di moda, design e lusso parte infatti da un principio apparentemente semplice: non aggiungere, ma rivelare. La luce non serve 72 · TM Ottobre 2026

a costruire un’illusione, bensì a portare in superficie ciò che già esiste. La sua è una posizione particolarmente interessante in un’epoca in cui il lusso è sempre più chiamato a raccontare esperienze, emozioni e mondi immaginari. Le immagini dei grandi marchi del lusso hanno un triplice compito: devono catturare l’attenzione in uno spazio digitale saturo di immagini, costruire desiderio e, allo stesso tempo, trasmettere autenticità. In questo scenario, la fotografia si trova davanti a un paradosso dovendo creare qualcosa di desiderabile senza allontanarsi dalla realtà dell’oggetto.

Il lavoro di Vincent Levrat, nato nel Canton Friburgo e oggi basato a Parigi, si muove proprio all’interno di questa tensione. Da una parte c’è il rigore della sua formazione svizzera, dall’altra la cultura dell’immagine incontrata nella città-faro della creatività francese. E la contrapposizione si estende quando si osserva come

In questa pagina, uno scatto che fa parte del libro d’artista Paperclips, premiato quest’anno dall’Ufficio federale della Cultura come uno dei più bei libri svizzeri.


interagiscono la ricerca della perfezione e la convinzione che perfezione e autenticità non siano affatto opposte. Al centro rimane la luce, strumento attraverso il quale la materia può finalmente parlare. Vincent Levrat si pronuncia su questo rapporto tra realtà e immaginario. E, di più, esprime il suo punto di vista su artigianalità e perfezione, e sulla sfida rappresentata dal creare immagini nuove per Maison che comunicano da decenni.

una fase di esplorazione, sviluppando diverse idee e avviando differenti progetti. Mi piace sottoporre i progetti alla prova del tempo: permette di vedere quali piste, quali intuizioni rimangono interessanti una volta passato l’entusiasmo dei primi momenti. Ho in particolare iniziato una serie, “Portraits”, che consiste in una raccolta sistematica di fotografie di mani. Questa parte del corpo è ciò che ci ca-

Vincent, sei cresciuto in Svizzera e lavori in Francia: due Paesi geograficamente vicini, ma con sensibilità culturali e creative piuttosto diverse. Quanto di ciascuno ritroviamo oggi nel tuo lavoro? Probabilmente traggo vantaggio dall’idea che in Francia si ha della cultura svizzera del lavoro, da una fiducia che

A destra, Vincent Levrat, fotografo svizzero oggi basato a Parigi. Dagli studi all’Ecal (Scuola cantonale d’arte di Losanna) e alla Scuola di Fotografia di Vevey, alla scena creativa francese. Sotto, protagonista dello scatto di Levrat è la Flatware Collection.

mi viene accordata forse proprio grazie a questa etichetta. Il mio lavoro richiede una certa precisione, che comunemente viene associata al savoir-faire elvetico. Da Parigi, invece, mi viene un savoir-faire legato all’immagine. Questo sistema, che riunisce in definitiva numerosi mestieri, diverse competenze e infrastrutture, non è così diffuso in Svizzera. A quali progetti personali ti stai dedicando attualmente? Il mio più recente progetto personale, “Paperclips”, si è concluso lo scorso novembre con la pubblicazione di un libro edito da Siestaaa. Da allora mi trovo in

ratterizza in modo singolare, attraverso le nostre impronte digitali, ma soprattutto la sua forma è plasmata dalla sua funzione. Quella del pianista è flessibile e danzante, quella del fabbro è forte, salda e segnata dal ferro rovente, se così posso dire. C’è anche qualcosa di molto strano, quasi extraterrestre, in questo corpo quando lo si osserva privo di qualsiasi contesto. È questo aspetto che mi interessa esplorare. Che cosa ti ha portato verso la fotografia di moda, design e lusso? L’amore per il lavoro ben fatto, una forma di perfezionismo e un livello di esigenza molto elevato. Il lusso si concede il tempo

e i mezzi necessari per creare immagini nel modo in cui amo concepirle. Oggi il lusso è maggiormente legato alla perfezione o all’autenticità? Penso che le due cose non siano antitetiche e il lusso non dovrebbe tendere verso l’una a scapito dell’altra. Perfezione e autenticità sono ideali ai quali, a mio avviso, il lusso dovrebbe aspirare. Il lusso è oggi sempre più esperienziale. Come si fotografa qualcosa che, in fondo, non è un oggetto ma una sensazione? In maniera piuttosto inconscia, senza che io riesca davvero a spiegarlo, mi piace collocare i miei soggetti al centro, senza laOttobre 2026 TM · 73


A sinistra, ancora due scatti di Vincent Levrat dedicati a segnatempo di due marchi iconici del lusso, Cartier e Gucci.

sciare spazio al fuori campo. C’è qualcosa di molto evidente nel modo in cui i miei soggetti occupano lo spazio dell’inquadratura. Credo che un’immagine, per essere forte e d’impatto, debba essere estremamente chiara e andare dritta al punto. Per poter far vedere, bisogna mostrare. Quando fotografi un oggetto di lusso, enfatizzi ciò che è o ciò che evoca? 74 · TM Ottobre 2026

La mia scrittura visiva vuole essere semplice, priva di artifici e andare dritta al punto. La fotografia e il lavoro sulla luce permettono di esaltare l’oggetto per ciò che è. A mio avviso, un bell’oggetto ben realizzato si basta da solo. Deve essere tangibile e ancorato alla realtà. Credo che oggi le persone abbiano bisogno di sapere che un prodotto non mente.

Che ruolo ha la materia nella fotografia di lusso? Può raccontare il valore di un oggetto più del suo prezzo o del suo logo? È proprio qui che il lusso rappresenta per me un terreno di gioco straordinario. Qualunque sia l’oggetto, ogni dettaglio è pensato e studiato, ogni materiale è scelto con estrema cura. Il mio lavoro consiste nel mettere in luce materiali, texture, savoir-faire artigianale. Personalmente, il prezzo non mi interessa! Il logo, invece, in quanto elemento grafico, è molto più interessante. Si inserisce all’interno di una storia e non viene mai applicato per caso. Molto spesso è affascinante lavorare con la luce, attraverso goffrature o materiali specifici. Quanto è difficile trovare qualcosa di nuovo da raccontare visivamente nel caso di prodotti o marchi che vantano decenni di comunicazione e di immaginario? In un certo senso, gli ingredienti di base e le regole del gioco sono sempre gli stessi. Al contrario, i supporti e il modo in cui consumiamo le immagini cambiano continuamente, gli strumenti di produzione evolvono e, di conseguenza, emergono nuovi vincoli e nuove possibilità. La società e i suoi valori cambiano. Tutto questo si riflette naturalmente nella produzione delle immagini. Tuttavia, troverei pretenzioso raccontare visivamente cose radicalmente diverse. Queste trasformazioni si nascondono nei dettagli, nelle sfumature, alcune quasi impercettibili. Lo trovo affascinante. Come può una boccetta di profumo, un fiore, su fondo bianco, evocare qualcosa di fortemente erotico negli anni Duemila e, oggi, con gli stessi ingredienti sul tavolo, dar vita a un’immagine molto più accettata e condivisa? Descrivendo il tuo rapporto con la fotografia, senza utilizzare la parola ‘lavoro’ come lo definiresti? La fotografia è un mezzo che mi permette, in successione, di osservare, comprendere e poi mostrare. È una modalità delicata di rapportarsi al mondo. Mi piace la sua facilità di realizzazione. E, soprattutto, il modo estremamente semplice in cui riesce a trasformare il nulla in qualcosa di molto più grande. Simona Manzione


eureka/ innovazione

La via della geotermia Le realtà più giovani e innovative del settore stanno vivendo una nuova fase di forte interesse. La promessa? Soddisfare la fame di energia legata alla crescita esponenziale dell’Ai.

U

n round da 135 milioni di dollari e che ha anche registrato una domanda superiore all’offerta. La protagonista di questo finanziamento, chiuso di recente, è una Start up attiva nella geotermia il cui quartier generale è in Texas, si tratta di Mazama Energy. I nuovi finanziamenti serviranno soprattutto per un obiettivo: la società punta a sviluppare pozzi orizzontali in rocce ad altissima temperatura, in grado di generare 15 megawatt di elettricità per pozzo. Mazama prevede di iniziare a produrre elettricità nel corso del prossimo anno e, secondo quanto dichiarato dalla Start up, per il suo primo sito in Oregon si stima una capacità potenziale di 10 gigawatt di elettricità. Si sta dunque parlando di una revisione al rialzo molto significativa (il doppio) rispetto alle attese annunciate soltanto lo scorso anno; difatti, l’investitore Vinod Khosla aveva affermato che il sito avrebbe avuto il potenziale per produrre 5 gigawatt. La fame di energia è uno dei temi del momento. Si è del resto nel pieno della corsa forsennata a fornire elettricità ai data center per l’Intelligenza Artificiale e ad altri grandi soggetti energivori. E le Start up che sviluppano sistemi di geotermia avanzata si stanno affermando come una possibile sorpresa di questa tendenza. Mentre diverse aziende tecnologiche e gli sviluppatori di data center stanno puntando sempre più sul gas naturale, le Start up geotermiche stanno facendo rapidi progressi sul fronte tecnologico. L’obiettivo è superare i limiti del passato per affermarsi come player in grado di intercettare le esigenze dei grandi energivori. A differenza dei precedenti progetti geotermici, le nuove realtà del settore più

avanzate puntano a raggiungere rocce più profonde e più calde. Mazama, per esempio, ha perforato oltre i 10mila piedi (circa 3.050 metri) in 15 giorni, nel percorso verso una profondità attesa di circa 15mila piedi (ossia 4.570 metri). I risvolti di questo sviluppo non sono da trascurare. Difatti, a queste profondità, la società può raggiungere temperature di 750 °F (400 celsius) che, a pressioni elevate, trasformano l’acqua in un fluido ‘supercritico’, cioè in uno stato intermedio in cui non è né completamente liquido

«La fame di energia è uno dei temi del momento. Si è del resto nel pieno della corsa forsennata a fornire elettricità ai data center per l’Intelligenza Artificiale e ad altri grandi soggetti energivori. E le Start up che sviluppano sistemi di geotermia avanzata si stanno affermando come una possibile sorpresa di questa tendenza» né completamente gassoso. Si tratta dunque di una condizione che gli consente di assorbire molta più energia rispetto al normale vapore. Secondo Mazama, è la condizione idonea che permetterà a ciascun pozzo di produrre fino a 10 volte più energia rispetto alle tecnologie geotermiche tradizionali. Tenendo conto delle profondità a cui punta Mazama, il potenziale risultato è significativo. L’Università di Twente e la Clean Air Task Force ritengono che basterebbe sfruttare appena l’1% delle rocce ad altissima temperatura presenti nel mondo

Alessandro Beggio, Ceo e fondatore di Vector Wealth Management.

per arrivare a una produzione di oltre 63 terawatt di elettricità. Sebbene i lavori nel sito dell’Oregon siano ancora nelle fasi iniziali, la Start up texana ha già acquisito i terreni per un secondo progetto. L’obiettivo è fare sì che il primo sito arrivi a generare 200 megawatt di elettricità entro il 2030. I 135 milioni raccolti con il round sono una parte fondamentale del percorso verso tale target. La raccolta è stata guidata da Centaurus Capital e Doerr Capital, con la partecipazione di ConocoPhillips e Shell Ventures. Gli investitori già presenti, tra cui Khosla Ventures e Gates Frontier, hanno dato un ulteriore contributo. Tra i nuovi investitori, invece, c’è la Marieke Rothschild Foundation. Mazama, tra l’altro, è stata incubata da Khosla Ventures. Ovvero un Venture Capital californiano con una visione particolare: “Ci piacciono soprattutto le grandi sfide che si prestano a soluzioni tecnologiche. Cerchiamo vantaggi competitivi: progressi tecnologici esclusivi e protetti, innovazioni nei modelli di business, approcci unici ai mercati, partnership originali e team appassionati”, si legge sul sito. Con un’importante precisazione: “Investiamo nel deep tech e puntiamo su settori in cui possiamo essere tra i primi, audaci e incisivi”. Secondo un recente studio di Marketsandmarkets, si prevede che il mercato globale dell’energia geotermica crescerà dai 9,81 miliardi di dollari del 2024 a 13,56 miliardi già entro il 2030, il che costituirebbe quindi un tasso di crescita annuale composto del 5,3%. Ottobre 2026 TM · 75


finanza/ analisi

Cancellare, per investire Annullare il debito pubblico detenuto dalle Banche Centrali non è una bestemmia, a patto che le risorse sbloccate siano investite nelle reali necessità degli Stati, ossia nel futuro. Sergio Rossi, professore ordinario di macroeconomia e di economia monetaria all’Università di Friburgo.

Chi detiene i debiti? Titoli di debito pubblico in pancia alle rispettive Banche Centrali (in trl usd) 15

BoJ

10

Fed 5 Bce 0

2007

'09

'11

'13

'15

'17

'19

'21

'23

'25

Fonte: Ocse 2026

L

a proposta di cancellare una parte del debito pubblico posseduto dalle Banche Centrali è generalmente definita come un’operazione contabile priva di effetti reali. In realtà, non si tratta di fare apparire più virtuosi i bilanci, ma di ottenere risorse per affrontare una trasformazione economica, ecologica e sociale. Attraverso i loro interventi di politica monetaria, la Bce e le Banche Centrali nazionali dell’Eurozona hanno acquistato una quota considerevole del debito pubblico degli Stati membri. Si tratta di titoli che appartengono, in ultima analisi, allo Stato. Chiedere che vengano cancellati non significa chiedere a un privato di rinunciare al proprio patrimonio. Significa solo modificare una relazione finanziaria interna al settore pubblico. L’obiezione secondo cui la cancellazione di tali debiti produrrebbe una perdita per la Banca Centrale è fondata contabilmente, ma non è rilevante. Una Banca Centrale non è una banca commerciale: non deve necessariamente preservare un 76 · TM Ottobre 2026

determinato livello di patrimonio, e può operare anche con un capitale ridotto o negativo. La sua funzione è garantire l’ordinato funzionamento del sistema dei pagamenti e la stabilità del sistema finanziario, non massimizzare i propri utili. La vera posta in gioco è un’altra. Se lo Stato deve continuare a rimborsare i titoli giunti a scadenza che essa detiene, dovrà procurarsi i soldi necessari: attraverso nuovo indebitamento, maggiori imposte o minori spese. In un contesto dove gli investimenti pubblici sono indispensabili per la transizione energetica, le infrastrutture e la coesione sociale, questa scelta ha un costo economico importante. Non si tratta di offrire agli Stati una licenza per aumentare indefinitamente la spesa pubblica, ma di trasformare una parte del debito esistente in capacità d’investimento. Quando si obietta che una simile operazione violerebbe il divieto di finanziare il debito pubblico tramite la creazione monetaria, si vuole evitare che la politica monetaria sia un facile strumento di finanziamento dei Governi. In realtà, il

problema è anche politico. Le regole che separano politica monetaria e fiscale non sono leggi economiche naturali, ma delle regole che possono essere modificate quando cambiano le priorità collettive. La crisi climatica e la necessità di investimenti di lungo periodo rendono sempre meno sostenibile un sistema nel quale gli Stati sono vincolati da regole di bilancio concepite principalmente per disciplinare la finanza pubblica, mentre una parte considerevole del loro debito è detenuta dalle Banche Centrali. Cancellare quel debito pubblico non aumenterebbe automaticamente la ricchezza reale e non dispenserebbe gli Stati da una politica di bilancio responsabile, ma potrebbe offrire dei margini di manovra a una politica economica orientata agli investimenti invece che alla semplice gestione dei conti pubblici. In definitiva, l’annullamento del debito pubblico consente di introdurre una vera e propria condizionalità: gli importi annullati non devono servire a finanziare qualsiasi spesa pubblica o ad allentare i vincoli di bilancio. Deve avere come contropartita un grande piano di investimenti, pari all’intero importo o a una parte, destinato in via prioritaria alla transizione ecologica e alla ricostruzione delle infrastrutture e dei servizi pubblici. È questa contropartita che distingue tale proposta da una semplice cancellazione contabile: si tratta di scambiare un debito ereditato dal passato con una capacità di investimento nel futuro.


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finanza/ previdenza

Troppo tardi, e troppo poco? Aumenta la fiducia della popolazione nei confronti di II e III pilastro, ma aumenta il fabbisogno finanziario delle nuove generazioni di pensionati che desiderano una terza età in costante movimento. Come controbilanciare invece quanto emerge dai numeri?

IX edizione

Migliora il sentiment

I pilastro

18–30 anni 31–50 anni 51–65 anni 66–79 anni

4 6

II pilastro

18–30 anni 31–50 anni 51–65 anni 66–79 anni

5 8 8

III pilastro

Quanta fiducia nutre nella sostenibilità finanziaria futura del pilastro? (sondaggio)

18–30 anni 31–50 anni 51–65 anni 66–79 anni 0

7

19

25 27

25 31

20 10 23 31

33 23 20

13 11 13 80

23 25 60

40

4

4

13 12

24 25

7

9

33 30 29

17 20 20 23

4

5

21

33

12

4 13

21

32

6 8 6

17

29

27 15

8 8 11 15

18

24

24

8

12

20

28

15 9

8

6 5 4

5 5 9 100

Fiducia molto alta ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ Fiducia molto bassa ■ Non so Fonte: Raiffeisen 2026

Che succede quando? Conseguenze previdenziali di eventi importanti della vita (sondaggio tra 18-79enni) Eventi della vita Matrimonio/Unione domestica registrata Nascita o adozione di uno o più figli Acquisto di un'abitazione di proprietà

37%

6%

10%

11%

7%

14%

10%

20%

27%

24%

11%

3%

2%

9%

4%

30%

2%

9%

22%

31%

18%

20%

7%

11%

5%

3%

5%

16%

27%

9%

Divorzio

6%

2%

8%

8%

22%

2%

3%

10%

24%

36%

Interruzione prolungata dell'attività prof. (>6 mesi)

4%

1%

2%

5%

0%

9%

1%

2%

11%

55%

Ottenimento di un'eredità

6%

0%

8%

19%

0%

1%

29%

7%

3%

38%

Fonte: Raiffeisen 2026

M

i a a o o di di ne ) nt ssa ot ato nt i nt fic co 3a ticip assa la Ca a qurmio radoione radoione time essiocess. mezion odi a ra s l c C l ra stro z z g g c a l n m c e u e l l a a u a e p a l v u su eg icu na ert ila o n to ddi ris o deccup e deccup iù in vo al os , nt nto Ad ass essu n Apep. p relieale d scatt P nt o zion o N P pit meame me Ri me u a u l od u t d a i A c A R go es di Re (t

entre monta, e ormai da anni, il dibattito intorno agli equilibri effettivi e desiderabili del sistema previdenziale svizzero, un cantiere aperto da circa mezzo secolo, tra riforme accolte e bocciate, che ne pensa concretamente la popolazione che già ne sta beneficiando, e chi invece non ancora? 78 · TM Ottobre 2026

La situazione rimane molto fluida, ma se la fiducia nei confronti dell’Avs continua a viaggiare in cattive acque, in attesa delle nuove votazioni del 29 novembre sul finanziamento della 13esima mensilità, i buoni rendimenti ottenuti dagli investimenti delle Casse pensioni negli ultimi due anni alimentano il sentiment positivo della maggior parte delle persone nei

Dal 2018 il Barometro della previdenza misura il sentiment della popolazione svizzera relativamente a una tematica che nel corso degli anni ha assunto un ruolo chiave nella vita di una quota sempre più importante di persone, e che ormai si colloca tra le principali preoccupazioni di molti. L’indagine, condotta per il tramite di un sondaggio rappresentativo dell’intera popolazione, è imperniata su quattro indicatori: l’impegno per la propria previdenza; la conoscenza dei suoi aspetti principali; la fiducia nel sistema complessivo e nei suoi singoli pilastri; oltre ai risultati economici riportati dagli stessi nel corso dell’anno.

Il II pilastro dopo anni difficili sta conoscendo nuove glorie, e la fiducia dei cittadini lo conferma, l’Avs qualche dubbio lo solleva, ma spesso a incidere maggiormente sulla sicurezza della terza età sono le scelte degli assicurati.

confronti delle componenti più ‘private’, ossia II e III pilastro. In particolare il II sta diventando un elemento chiave nella valutazione di possibili nuove opportunità professionali, per la geografia molto frastagliata dell’offerta da parte delle Casse, sia in termini di flessibilità delle regole, sia di remunerazione degli averi. In generale il clima è comunque molto


positivo, e la fiducia della cittadinanza rispetto alla solidità del II pilastro non è in discussione, e anzi in progressivo ulteriore miglioramento, sia tra i pensionati e gli assicurati ultra 50enni, sia tra gli assicurati più giovani. Altresì anche il III pilastro sta conoscendo un nuovo slancio, mai come in questo momento il numero di intervistati che già ne dispone è stato così alto. Cresce in generale la propensione al risparmio delle famiglie, secondo i dati del Kof è al 19%, e aumenta anche la quota di investimenti in titoli del pilastro 3a (94,4 miliardi di franchi), pari al 43,9%. Questione di scelte. Una decisione presa con leggerezza, e magari d’impulso, a distanza di anni e decenni, in ambito previdenziale, può fare la differenza. Ma cosa incide solitamente su tali scelte? Soprattutto I e II pilastro sono molto sensibili a tutte le decisioni rispetto a grado di occupazione e salario, e stando ai dati, oltre la metà della popolazione in concomitanza di matrimonio o nascita di un figlio le effettua. In occasione delle nozze il 37% degli intervistati ha aperto un pilastro 3a, e circa il 10% effettua riscatti nella Cassa pensioni, con ogni probabilità per controbilanciare lo svantaggio fiscale derivante dal matrimonio, e dunque ridurre il reddito imponibile. La nascita o l’adozione di un figlio coincide invece spesso con una riduzione del grado di occupazione mediamente di circa il 30%, elemento che in età avanzata, soprattutto nel caso delle donne, ha riflessi previdenziali significativi. Parimenti l’11% degli intervistati ha aperto un pilatro 3a e il 9% ha aumentato il risparmio. Ad avere un impatto considerevole è poi l’acquisto di un’abitazione, spesso l’occasione per rivedere i propri progetti finanziari. Circa il 20% degli interessati preleva anche una parte del capitale previdenziale, e il 18% apre il pilatro 3a che è costituito in pegno per il finanziamento dell’immobile. Un modo di beneficiare delle agevolazioni fiscali relative ai versamenti, lasciando poi il capitale investito in titoli sul lungo periodo. L’80% dei pensionati con abitazione di proprietà si dichiara soddisfatto del livello del proprio patrimonio, rispetto al 60% di quelli privi dell’immobile. Il 25% di questi intervistati ha però anche dichiarato di aver effettuato di recente importanti investimenti nella proprietà, probabilmente per intercettare gli ultimi

«Il II pilastro sta sempre più diventando un elemento chiave nella valutazione di possibili nuove opportunità professionali, per la geografia molto frastagliata dell’offerta da parte delle Casse, sia in termini di flessibilità delle regole, sia di remunerazione degli averi» Arno Edera, Pianificatore finanziario del team Previdenza & Investimenti di Raiffeisen Svizzera in Svizzera italiana

Ex post

Destinazioni d’uso

Cosa cambierebbe se potesse? (51-79enni) 19 19 18

Versamenti (prima) nel pil. 3a Investire denaro in titoli

5

Investito (prima) il pil. 3a in titoli

Pianificazione della pensione Avrei messo da parte più denaro Acquisto abitazione di proprietà

3 3

Prelevato meno dalla Cassa

12 8 10 7 8 6 8

Mobilità Piacere

■ Uomini ■ Donne

Budget spese per età avanzata Ridotto la durata delle interruzioni dell'attività prof. Avrei lavorato più a lungo

37

Rifarei tutto allo stesso modo

5

Non so/Nessuna risposta

0 Fonte: Raiffeisen 2026

43

13 10

Attività culturali e creative

26

Sicurezza finanziaria Adeguamenti o ristrut. abitazione di proprietà Sostegno a figli/nipoti

25

40 36 32 39

63

31 26 30

13

22 18 21 17 14 Progetti sociali o sostenibili 11 14 Animali domestici e salute 11 11 Sviluppo personale 20 9 Non so/Nessuna risposta ■ Pensionati 11 6 Trasloco o abitazioni 10 ■ Non pensionati, adatte all'età avanzata 51–65 anni Aiuti quotidiani e servizi 3 8 0 10 20 30 40 50 60 Sanità e assistenza

6 2 4 3 3 2 4 2 1

Grado di occupazione maggiore

47

Viaggi ed escursioni

15

5

Riscatti nella Cassa pensioni

Desiderata per la pensione (51-79enni)

20

30

40 %

incentivi derivanti dall’abolizione del valore locativo, effettiva dal gennaio ‘29. Quarto evento, le eredità. Il 29% di coloro che ne hanno beneficiato ha investito in titoli, e l’8% ha anche effettuato riscatti nella Cassa pensioni. Tempi supplementari. Costituito il patrimonio, pur tra scelte più o meno lungimiranti o giuste, tagliato il traguardo della pensione, come viene impiegato? In questo caso a fare una sostanziale differenza è la generazione di appartenenza. Tra i già pensionati viaggi, mobilità e piaceri sono tra le principali voci di spesa, con il 47% degli intervistati che posiziona i viaggi al primo posto. Tra coloro che invece in pensione non ci sono ancora, ma sono ormai prossimi, ben il 63% vorrebbe effettuare dei viaggi. Quello che si nota è che la generazione dei non ancora pensionati ha progetti molto ambiziosi, e dunque costosi, per la propria terza età, soprattutto nella prima fase, in ancora relativa gioventù. Circa i due terzi degli intervistati prevede dunque un fabbisogno finanziario invariato o

Fonte: Raiffeisen 2026

Scelte spesso prese alla leggera, nel lungo periodo mostrano tutti i loro effetti, specie in ambito previdenziale. Nella seconda giovinezza anche i desiderata dei pensionati cambiano.

crescente rispetto agli ultimi anni di vita professionale attiva, peccato che per come è stato disegnato il sistema previdenziale svizzero l’equilibrio sia ribaltato: dopo il pensionamento le spese dovrebbero scendere. I e II pilatro dovrebbero infatti coprire sino al 60% dell’ultimo salario. Rispetto agli attuali pensionati, il triplo dei pensionandi tra 51 e 65 anni si aspetta qualche problema, ed effettivamente sono molti i fattori a suggerire che avranno a disposizione meno risorse dei loro predecessori, i Baby Boomer, che hanno intercettato le coincidenze di un periodo economicamente molto florido. Questo spiega la corsa degli ultimi anni al III pilastro, pur in assenza di una sana cultura della pianificazione finanziaria, ancora ampiamente assente. Ottobre 2026 TM · 79


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Osservatorio

di Federico Introzzi

Uno starnuto I rendimenti dei titoli di Stato, e dunque del resto del mercato obbligazionario, qualche pensiero lo stanno iniziando a dare. La loro sostenibilità è in discussione?

I

l mese di settembre è stato segnato da qualche scompenso sul mercato obbligazionario. I rendimenti continuano a crescere, i debiti pubblici sollevano qualche perplessità, soprattutto relativamente alla loro sostenibilità nel lungo periodo a questi costi. Nessuno, o quasi, è immune, e gli Stati Uniti sono osservati speciali, anche a fronte di qualche ennesimo maldestro passo. A incidere sugli equilibri del mercato la massiccia emissione di nuovo debito anche da parte dei giganti dell’Ai su dimensioni mai viste, e certamente non ancora preventivate. Il capitale è dunque aspramente conteso, e questa inattesa evoluzione pone gli investitori in una situazione d’imbarazzo: chiedere troppo potrebbe innescare una crisi sistemica, ma troppo poco non copre i rischi espliciti e impliciti nell’operazione. Dunque, qual è il giusto mezzo? Chissà, e per intanto i problemi non mancano. La situazione è delicata perché per il momento non è ancora successo nulla, e qui arriva il divertente: tra novembre 2026 e l’intero 2027 sono calendarizzate, o lo saranno, numerose delicatissime elezioni politiche in Paesi importanti sullo scacchiere geo-economico, e le decisioni ‘sbagliate’ di un elettorato esasperato potrebbero non essere prive di conseguenze. Le Banche Centrali in questo contesto rischiano di fare nuovamente la differenza, ma è ambiguo intuire se in bene, o in male. L’inflazione corre, ancora una volta per l’energia, e il dilemma amletico torna a farsi avanti: non potendo stampare energia o carburanti, ha davvero senso uccidere il resto dell’economia, per portare a casa qualche punto percentuale di mancato aumento dei prezzi? Capitale che vai, risposta che trovi. L’errore è dietro l’angolo, chi sarà il primo a commettere quello grosso? E cosa succederà poi? Il franco qualche sguardo lo sta attirando. Tutto bene?

Il mercato svizzero dei fondi (Dati Morningstar in mln di franchi) Categoria fondi

Asset under Management VII-2026 II-2026 VII-2025

Net new money 6 mesi

Azionari

979.558

878.343

792.412

10,582.9

Obbligazionari

441.800

425.554

416.237

2,858.9

Capital Preservation

178.705

157.212

170.255

2,233.5

Allocation

167.615

167.963

164.678

1,645.9

Real Asset

98.860

109.786

73.223

623.1

Hybrid Securities

12.231

11.233

8.790

890.5

Alternative Strategies

6.877

6.813

6.935

222.5

Altri

5.319

5.243

7.091

-14.9

1.891,61

1.762,31

1.639,76

19,10

Totale mercato

Raccolta per Asset class (in milioni di franchi) 1 mese

6 mesi

1 anno

2 anni

Obbligazionari

1.977,2

10.582,9

21.407,9

36.852,6

Capital Preservation

1.895,7

2.858,9

-1.839,7

7.969,1

Real Asset

1.515,7

2.233,5

3.919,8

6.842,8

Azionari

481,7

1.645,9

12.964,6

39.357,6

Altri

270,0

623,1

1.000,8

1.229,9

Allocation

116,4

890,5

1.313,7

-2.393,9

Hybrid Securities

92,8

222,5

113,1

-585,2

Totale (mld)

6,32

19,10

38,81

89,18

Osservatorio 4.0 Caro lettore, L’Osservatorio sta infine sfondando la famosa terza dimensione, l’online, per essere sempre più completo e aderente all’evoluzione vorticosa dei mercati finanziari, tenendo il passo. Una parte dei contributi dei numerosi Partner che da anni contribuiscono alla sua ricchezza, e che molti apprezzano, inizieranno a essere web-only, specie per quelle tematiche molto più ‘liquide’. Buona meta-lettura

FI

L’Angolo dell’investitore (Materials, Health, Giappone; Isin): ▲ Banco Santander

▲ Fresenius

▲ Ana Holdings

▲ Société Générale

▲ Novartis

▲ Hitachi

▲ Barclays Plc

▲ Sonova

▲ Mitsubishi Ufj

(ES0113900J37)

(FR0000130809)

(GB0031348658)

(DE000FRE5EN2) (CH0012005267) (CH0012549785)

(JP3429800000) (JP3788600009) (JP3902900004)

Ottobre 2026 TM · 81


osservatorio/macro

Il ritorno del rendimento Laddove la crescita di economia e utili dovesse proseguire si aprirebbe un’interessante finestra per ribilanciare i portafogli, diversificando e gestendo il rischio di concentrazione. Il ciclo non si ferma Mesi consecutivi di espansione economica negli Usa (per data di inizio del ciclo) 140

77 mesi

120 100 80 60

Media 42 mesi

40 20

De c De 185 c 4 Ju 185 n 8 De 186 c 1 De 186 c 8 M 187 ar M 18 0 ay 79 Ap 18 8 M r 18 5 ay 88 Ju 189 n 1 Ju 189 n 4 De 189 c 7 Au 19 g 00 Ju 190 n 4 Ja 190 n 8 De 191 1 c M 191 ar 4 Ju 191 l1 9 Ju 92 1 l No 192 4 v M 19 ar 27 Ju 193 n 3 Oc 193 t 8 Oc 194 t 5 M 194 ay 9 Ap 19 r 54 Fe 195 b 8 No 196 v 1 M 19 ar 70 Ju 197 l No 1985 0 v M 19 ar 82 No 19 v 91 Ju 200 n 1 Ap 200 r2 9 02 0

0

Fonte: Ubs 2026

L

e tensioni in Medio Oriente hanno riportato il Brent sopra i 100 dollari al barile, alimentando i timori su inflazione e tassi, già in rialzo. Nei prossimi mesi, il rapporto tra petrolio, inflazione e politica monetaria sarà uno dei principali rischi. La storia mostra che gli shock geopolitici generano quasi sempre volatilità nel breve termine, ma raramente modificano la direzione dei mercati. In oltre il 70% delle crisi geopolitiche (post ’45), l’indice S&P 500 è salito nel giro di un anno. Questa statistica è rassicurante, ma non basta a descrivere la complessità dello scenario attuale. Infatti, una buona parte della crescita economica e degli utili aziendali è sostenuta dagli investimenti nell’Intelligenza Artificiale (Stati Uniti e in Asia) e nella Difesa (Europa). Tali investimenti, però, richiedono ingenti capitali, finanziati sia in deficit che a debito. Le risorse vengono raccolte soprattutto sul mercato obbligazionario, dove la crescente competizione per attirare capitali, insieme all’inflazione, contribuisce a mantenere elevati i rendimenti. 82 · TM Ottobre 2026

Matteo Ramenghi, Cio di Ubs Wealth Management Italia. A lato, cicli ecomici americani di espansione.

Storicamente, i mercati azionari tendono a soffrire non tanto durante i rialzi dei tassi, quanto quando la stretta monetaria finisce per frenare crescita e utili. Nei prossimi mesi dovrebbe prevalere la forza di un’economia che, nonostante le difficoltà, continua a tenere. Se gli utili continueranno a crescere al ritmo osservato nel secondo trimestre, l’azionario potrebbe avere ancora spazio per salire. Gli investitori potrebbero quindi mantenere l’esposizione azionaria, riducendo al contempo la concentrazione nei settori più affollati e maggiormente rappresentati negli indici, come il tech, a favore di comparti più tradizionali. Resta aperta la questione del debito pubblico. Nelle principali economie sviluppate, l’indebitamento dei Governi continua a salire: dall’inizio del secolo a fine 2025, negli Stati Uniti è passato dal 55 al 123% del Pil, in Giappone dal 135 al 235, in Francia dal 59 al 116%. L’aumento del debito aiuta anche a interpretare l’evoluzione dei mercati obbligazionari, che complessivamente hanno registrato andamenti molto positivi per

decenni. Dagli anni Ottanta, la riduzione dell’inflazione è stata il fattore dominante. Durante le recessioni, le Banche Centrali hanno ridotto i tassi e adottato politiche espansive. Nel post 2008 e durante la pandemia, Governi e Banche Centrali hanno inoltre contribuito a mantenere i tassi su livelli molto bassi, una forma di repressione finanziaria utile a contenere il costo del debito e a sostenere l’economia. Nel complesso, questa lunga fase favorevole è proseguita, pur con alcune correzioni, come il ‘bond massacre’ del 1994, fino al 2022. L’inflazione, alimentata dalla ripresa post Covid e dalla guerra in Ucraina, spinse ad adottare una politica monetaria aggressiva. Il risultato fu una delle peggiori correzioni degli indici obbligazionari dagli anni Settanta. Da allora, il recupero dell’obbligazionario è stato lento e intermittente, anche a causa delle tensioni geopolitiche e dei riflessi su petrolio e gas. Esiste però un elemento positivo: i rendimenti sono tornati interessanti. Nell’Eurozona il credito societario Ig ha superato il 4%. E sebbene non si possa escludere altra volatilità, questi livelli offrono un buon cuscinetto. In futuro, Banche Centrali e Governi potrebbero tornare a perseguire politiche di repressione finanziaria per alleggerire il peso dei debiti pubblici. Nonostante tutto, la crescita di economia e utili dovrebbe continuare a sostenere i mercati. È quindi preferibile evitare modifiche radicali al posizionamento, privilegiando invece diversificazione e gestione del rischio di concentrazione.


osservatorio/bond

Più alti, più a lungo Sta rapidamente cambiando lo scenario di riferimento per l’obbligazionario. Le tensioni persistenti e il concreto rischio inflativo stanno rimescolando le carte sul tavolo. Problema di rendimenti Confronto tra rendimenti del titolo decennale di alcuni Paesi (in %) 6

Stati Uniti

Regno Unito

Germania

Giappone

Maria Paola Toschi, Global Market Strategist, J.P. Morgan Asset Management. A lato, evoluzione dei rendimenti dei decennali pubblici.

5 4 3 2 1 0 -1

‘02

‘04

‘06

‘08

‘10

‘12

‘14

‘16

‘18

‘20

‘22

‘24

‘26

Fonte: J.P. Morgan 2026

N

elle ultime settimane il mercato obbligazionario è tornato al centro dell’attenzione. In molte economie sviluppate i rendimenti dei titoli di Stato sono risaliti. La volatilità sembra alimentata da domanda e offerta, competizione per il capitale, rischi d’inflazione e una revisione delle aspettative sui tassi. Sul fronte dell’offerta, i Governi, specie negli Avanzati, aumentano deficit ed emissioni. Ma a competere per le stesse risorse ci sono anche grandi emittenti privati. In particolare, gli hyperscaler americani devono finanziare capex rilevanti, mentre i flussi di cassa risultano meno abbondanti rispetto al recente passato. Più titoli in circolazione e maggiore concorrenza richiedono rendimenti più elevati per attrarre capitali più scarsi. Il secondo tema riguarda le aspettative. Una domanda pubblica e privata robusta, in un contesto geopolitico instabile e con prezzi energetici elevati, potrebbe riaccendere pressioni sui prezzi. La crescita salariale contenuta limita per ora i rischi. Tuttavia, in un mercato del lavoro

rigido negli Stati Uniti e vicino alla piena occupazione, un’accelerazione dei salari potrebbe alimentare le aspettative d’inflazione e costringere le Banche Centrali a reagire, spingendo ancora i rendimenti. In questa direzione sono stati interpretati anche i toni del presidente della Fed. Le condizioni finanziarie statunitensi non appaiono particolarmente restrittive e l’economia mostra una buona tenuta. Warsh sembra inoltre concentrarsi sugli effetti inflazionistici di ‘second round’: le prossime decisioni della Fed dipenderanno dalla persistenza dell’inflazione sopra l’obiettivo. La maggiore opacità della Fed potrebbe anche aggiungere un premio di incertezza ai tassi lunghi. La reazione dei mercati è stata marcata e globale. Il rendimento del Treasury decennale ha raggiunto il 4,81%, il massimo da novembre 2023. In Giappone, il decennale ha toccato il 3% per la prima volta dal 1996; in Germania e Regno Unito i rendimenti decennali hanno raggiunto livelli che non si vedevano da circa 15 anni. Il sell-off ha riportato alcune valutazioni su livelli più attraenti, ma le incertezze

geopolitiche e sul percorso di disinflazione suggeriscono cautela. Può quindi essere opportuno privilegiare esposizioni di qualità e con duration più breve, capaci di offrire un carry ragionevole limitando la volatilità sul tratto lungo della curva. Il quadro è complicato dall’aumento del debito pubblico, dalle emissioni sovrane e dalla geopolitica, inclusa l’escalation tra Stati Uniti e Iran, che ha spinto il petrolio oltre 95 dollari al barile. Anche le dinamiche tecniche di domanda/offerta non sono rassicuranti. Il finanziamento dei disavanzi richiede nuove emissioni, mentre il Tesoro ha ampliato il programma di buyback per contenere i rendimenti a lungo termine. Al ritmo attuale, gli acquisti potrebbero arrivare a circa 66 miliardi di dollari l’anno: un sostegno utile, ma forse temporaneo e insufficiente. Potrebbe dunque essere l’inizio di una fase di tassi strutturalmente più elevati, sostenuti da un’inflazione più persistente e dalla competizione tra emittenti. Il fixed income può tuttavia offrire valore grazie a rendimenti reali positivi e protezione nelle fasi economiche meno favorevoli. Un rallentamento della crescita e dei mercati azionari, o una disinflazione più evidente potrebbero favorire le obbligazioni. In un mondo con inflazione più elevata e più instabile, può infine essere utile affiancare alle tradizionali esposizioni azionarie e obbligazionarie un insieme più ampio di classi di attivo, inclusi gli alternativi, poiché le correlazioni potrebbero diventare meno prevedibili. Ottobre 2026 TM · 83


osservatorio/macro

Il grande caso ‘Europa’ Dalle azioni al settore immobiliare, il miglioramento dei fondamentali sta rendendo l’Europa sempre più interessante anche dal punto di vista degli investimenti.

© Jakub Żerdzicki / Unsplash

Patrick Zweifel, Capoeconomista di Pictet Asset Management.

D

alle azioni quotate al credito, fino all’immobiliare, gli investitori stanno iniziando a riscoprire l’Europa. Questo cambiamento deriva in parte dall’estrema concentrazione dei portafogli globali. Il notevole rialzo registrato da una manciata di titoli Tech statunitensi ha fatto sì che la maggior parte degli investitori azionari fosse concentrata in gran parte su un solo Paese, una sola valuta e un solo settore. Molti si stanno ora chiedendo se sia ancora ragionevole concentrare lì la maggior parte del proprio rischio. Questo cambiamento di atteggiamento non si basa su una percezione di declino americano. Gli Stati Uniti rimangono una delle economie più innovative al mondo, secondo l’Indice di innovazione Wipo 2025. I loro mercati dei capitali non hanno eguali, le aziende tecnologiche dettano il ritmo dell’innovazione globale e la capacità di attrarre talenti rimane forte. Nulla di tutto ciò è in discussione. Eppure la storia suggerisce che, sebbene i cicli di leadership negli investimenti 84 · TM Ottobre 2026

possano durare un decennio o più, alla fine sono destinati a svanire. Gli Stati Uniti hanno dominato i rendimenti azionari negli anni Novanta; Europa ed Emergenti hanno preso il sopravvento nei Duemila; poi gli Stati Uniti hanno ripreso il sopravvento nel post 2008 e 2011. Ora, la situazione potrebbe cambiare di nuovo. Tali cambiamenti spesso coincidono con una fase in cui un settore dell’economia guida la crescita attraverso l’indebitamento. Negli anni ’90 erano le imprese; negli anni 2000, le famiglie statunitensi; oggi è lo Stato. Dal 2009, il Governo federale ha registrato un deficit medio del 6,4% del Pil, il più elevato tra le economie avanzate. Il debito pubblico è salito dall’87 al 124% del Pil, con un aumento di ben 37 punti percentuali. Anche ipotizzando un moltiplicatore prudente, questa espansione fiscale ha aggiunto circa 0,5 punti percentuali annui alla crescita. L’eccezionalità americana deriva quindi non solo dall’innovazione, ma anche dalla leva fiscale. Tuttavia, nonostante questi benefici, tali deficit non

possono essere sostenuti a lungo. L’inevitabile risanamento fiscale rischia di trasformare il contesto politico da fattore di sostegno a freno per i mercati finanziari statunitensi. Il boom degli investimenti in Europa. Al contrario, il vecchio continente è ora in grado di spendere e investire di più per stimolare la propria economia, e aumentare il valore degli asset europei. Nello stesso periodo, il debito pubblico nell’Ue è aumentato solo di 7 punti. L’Europa soffre meno di un deficit tecnologico che non di finanziamento e scalabilità. Questa debolezza è visibile lungo tutta la catena dell’innovazione, dalla ricerca alla produzione di massa. La regolamentazione è particolarmente problematica. Circa il 69% delle aziende europee cita la regolamentazione come un vincolo importante, rispetto al 54% delle imprese statunitensi; il 45% ritiene insufficiente l’accesso ai finanziamenti, contro solo il 29 oltreoceano. La sfida dell’Europa, quindi, non è generare idee, ma coglierne il valore economico. È proprio qui che la politica sta cominciando a cambiare. I rapporti di riferimento dell’ex primo ministro italiano Enrico Letta sul rafforzamento e l’approfondimento del mercato unico europeo e dell’ex presidente della Bce Mario Draghi sul potenziamento della competitività e della crescita dell’Europa si stanno traducendo in misure concrete: un’unione del risparmio e degli investimenti, mercati dei capitali più profondi, semplificazione normativa, un aumento della spesa per la Difesa e


Indebitati, ma anche no Confronto tra livelli di debito pubblico per area (in % del Pil) 140

Usa

Eurozona

Unione Europea

120

100

80

60

08

20

09

20

10

20

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20

12

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14

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17

20

17

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Fonte: Pictet Asset Management, Ifm

un’accelerazione della politica industriale. Soprattutto, l’Europa si sta preparando a utilizzare una leva fiscale a lungo sottoutilizzata. Con il debito pubblico in rapporto al Pil che si attesta a circa 30 punti percentuali al di sotto dei livelli statunitensi, il margine di recupero è reale. Si prevede che nel prossimo decennio verrà investito quasi il 15% del Pil, di cui circa un terzo proveniente dalla Germania, in settori in cui tale spesa potrebbe avere un forte impatto sulla produttività, quali Difesa, infrastrutture, Ai e transizione verde. Se tali importi venissero impiegati rapidamente, la crescita europea potrebbe più che raddoppiare nei prossimi tre-cinque anni, raggiungendo il 2-2,5%. Progressi tangibili. La transizione energetica offre già un’anteprima di ciò che si potrebbe realizzare. Dal 2020, la produzione di energia solare in Europa è aumentata di oltre il 20% all’anno, con un ciclo d’investimenti su larga scala in reti, infrastrutture, stoccaggio e industria. La spesa per la Difesa sta seguendo la stessa direzione: nello stesso periodo, la quota europea della spesa militare globale è passata da circa il 16% a quasi il 20%. Anche l’integrazione finanziaria sta accelerando. Nel 2025, le fusioni e le acquisizioni bancarie europee hanno raggiunto il livello più alto in oltre un decennio, e lo slancio è proseguito nel 2026. Le operazioni transfrontaliere (Bpce–Novo Banco, Erste–Santander Polska, Bawag– Ptsb) stanno gradualmente plasmando un mercato bancario più integrato. Insieme, il consolidamento industriale e la convergenza normativa stanno rafforzando la capacità del sistema bancario europeo di finanziare gli investimenti e di trasmettere i benefici dell’integrazione. Sfruttare il risparmio delle famiglie.

Nonostante sia spesso al centro del debittato la sostenibilità del debito pubblico europeo dovrebbe destare molte meno preoccupazioni di quella americana, dove il deficit federale appare sempre più fuori controllo. La differenza? Sta tutta nel dollaro, ma per quanto tempo ancora?

Un’ulteriore spinta economica potrebbe provenire dagli investitori privati. L’Europa sta iniziando a mobilitare quella che potrebbe essere la sua risorsa più sottovalutata: il risparmio delle famiglie. Nell’Eurozona, le famiglie risparmiano oltre il 16% del loro reddito disponibile, rispetto a circa il 3% negli Stati Uniti. Questo abbondante bacino di risparmio, a lungo allocato in modo errato, sta gradualmente diventando una leva macroeconomica. In tutta l’area stanno proliferando programmi promossi dai Governi con un obiettivo comune: collegare il risparmio delle famiglie alle esigenze di finanziamento delle imprese. Naturalmente, permangono molte sfide: mercati dei capitali frammentati, riforme lente e l’assenza di un asset privo di rischio paragonabile ai titoli del Tesoro statunitensi. Ma i mercati non richiedono la perfezione; cercano fondamentali in miglioramento quando le aspettative altrove diventano eccessive. L’Europa è dunque sulla buona strada per diventare una fonte credibile di crescita, profitti e innovazione. Il grande riequilibrio non sarebbe quindi una storia di declino degli Stati Uniti, ma di un mondo in cui la diversificazione guida la performance degli investimenti, e in cui l’Europa è un pilastro fondamentale dei portafogli globali.

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osservatorio/commento

Ci ucciderà tutti! O no? I rischi ampiamente dibattuti relativi all’Ai quanto sono reali, e quanto invece semplici supposizioni, prive di dati? Quelli concreti e attuali sono altri, e ben più rilevanti. Loris Centola, Cio di Pkb Private Bank. A lato, fonti autorevoli e probabilità inventate di estinzione, causa Ai.

Ma quanto è pericolosa davvero? Probabilità che l’Ai causi l’estinzione del mondo secondo alcuni personaggi 100.0

100

Probabilità (%)

90 80 70 60

50.0

50 40 30 20 10 0

15.0

17.5

20.0

Geoffrey Hinton Università di Toronto

Dario Amodei Anthropic

Elon Musk xAI / Tesla

1.0 Yann LeCun Ex-Chief Ai Scientist di Meta

Geoffrey Irving Roman Yampolskiy Ex-Chied Scientist, Università Ai Security Institute (Uk) di Louisville

Fonte: Pkb 2026

I

l 9 settembre, Jacob Coxon, ricercatore di Anthropic, si è dimesso pubblicamente accusando di correre verso una superintelligenza che si auto-migliora, scommettendo sulle nostre vite. L’indomani Geoffrey Irving, ex-capo scienziato dell’Ai Security Institute britannico, ha stimato al 50% la probabilità che l’Ai ci estingua. Come l’ha calcolata? La media di una banda tra il 10 e il 90%. Il problema è lì. Sono convinzioni sincere, non misurazioni, e poggiano su una capacità che oggi non esiste: il miglioramento ricorsivo, la macchina che riprogetta sé stessa. Non si possono dormire sonni tranquilli: Evan Hubinger (Anthropic) ammette che un piano per rendere sicura una superintelligenza non esiste e che non si è sulla buona strada. Qualcosa, intanto, è successo. A luglio di quest’anno, due modelli di OpenAi, chiusi in un ambiente isolato per un test, sono evasi, hanno raggiunto Internet e violato i server di Hugging Face. Il movente: rubare le soluzioni dell’esame che stavano sostenendo. Ad agosto, in Australia, Claude riceve una richiesta banale: prenotare una 86 · TM Ottobre 2026

lezione in palestra. Scopre che il sistema non verifica chi cancella le prenotazioni altrui, prova la falla su uno sconosciuto e lo elimina dalla lista. In entrambi i casi, nessuna malizia, nessun piano. Un obiettivo perseguito senza freni. Il difetto non è nelle intenzioni della macchina: è nel perimetro che le si è costruito attorno. I rischi veri sono più prosaici e vicini. Il primo: se tutte le istituzioni finanziarie valutano credito, rischio e mercati con gli stessi modelli, smettono di essere soggetti indipendenti. La BoE lo definisce ‘monocultura dei modelli’ e ricorda l’agosto 2007, quando fondi con strategie identiche ridussero la leva lo stesso giorno, con conseguenti crolli di mercato. Il secondo: l’Ai sta divorando i compiti dei giovani, quelli attraverso cui si diventa esperti; negli Stati Uniti l’occupazione fra i 22 e i 25 anni nelle professioni più esposte è del 19% inferiore a quella dei coetanei nei mestieri meno esposti. O la fine dell’autenticità: un imprenditore svizzero ha versato milioni dopo telefonate con la voce clonata di un socio. Infine, la diluizione della responsabilità:

quando un agente sbaglia, chi è colpevole? Non si può fermare la tecnologia. L’industria discografica ci provò: dopo Napster, vinse tutte le cause ma perse 15 anni e metà del fatturato. Si è ripresa quando ha iniziato a regolare. Oggi vale 31,7 miliardi di dollari, più del picco del 1999. Come mitigare questi rischi? Tre mosse. Gli Stati scrivano regole d’ingaggio, limiti, proprietà intellettuale e responsabilità. Non lo chiedono solo i pessimisti: ad agosto, Bill Gates, ottimista di professione, ha scritto che sulla rotta e alla velocità attuale la probabilità di un esito netto negativo è molto alta, e ha invocato istituzioni nuove e una supervisione internazionale. Sarà arduo ma possibile. Ci si è riusciti con le armi nucleari. Qui è identico: un’Ai impiegata con intenzioni ostili, le difese che reagiscono, e il resto lo si immagini. Le imprese Ai si diano regole d’ingaggio. Rallentare lo sviluppo in sé è inutile, sposta il problema. Rallentare la corsa alla superintelligenza invece no: bisogna limitare lo sviluppo di un’Ai che si auto-gestisce e fornire regole d’ingaggio efficaci. In 800, fra scienziati e imprenditori, lo hanno chiesto. Il guaio è chi dovrebbe farlo. E infine noi. Jensen Huang: Non perderete il lavoro a causa dell’Ai, lo perderete per qualcuno che la usa. Aggiungo: usarla non basta, se usare è interrogarla come un motore di ricerca. Padroneggiarla è affidare a un agente ciò che già si sa fare, perché lo faccia meglio e più in fretta, e imparare da come lo fa. Come si impara dai libri e dall’esperienza. Solo molto meglio e più rapidamente.


osservatorio/wealth management

Obiettivi inconsapevoli Orizzonte, rendimento richiesto, capacità di rischio e allocazione discendono tutti da informazioni non verificate e comunicate con leggerezza. Meglio dedicarvi qualche minuto! Investitore distratto Obiettivi dell’investimento individuati

Investitore confuso Priorità post aggiornamento obiettivi 70%

8

Gianmaria Bernasconi, Cco di Bg Aequitum. A lato, spesso l’investitore non è consapevole dei suoi obiettivi, ed è lì che nascono i problemi.

60% 6

50% 40%

4

30% 20%

2

10% 0

0% A istinto

Elenco strutturato

Fonte: Bg Aequitum 2026

E

siste un momento, all’inizio di ogni mandato, che in pochi considerano un passaggio tecnico. Al cliente viene chiesto quali siano i suoi obiettivi, e tipicamente risponde con: proteggere il capitale, mantenere il tenore di vita, lasciare qualcosa ai figli. Sono risposte ragionevoli e si prosegue. Da lì in avanti l’orizzonte temporale, il rendimento richiesto, la capacità di rischio e la strategia derivano da quei dieci minuti. È l’unica parte del processo che quasi nessuna metodologia sottopone a verifica. Ed è anche l’unico su cui la ricerca ha avuto qualcosa di scomodo da dire. Lo studio di riferimento è di Samuel Bond, Kurt Carlson e Ralph Keeney, pubblicato su Management Science nel 2008. Ai partecipanti veniva chiesto di elencare liberamente i propri obiettivi rispetto a una decisione importante; solo dopo veniva fornita una lista di obiettivi possibili. In tre esperimenti, poi replicati su un caso reale di decisione strategica d’impresa, il risultato è stato lo stesso: i soggetti avevano omesso quasi la metà degli obiettivi che, una volta letti, riconoscevano come

Cambia il I obiettivo

Almeno 1 dei primi 2

Almeno 1 dei primi 3

Fonte: Bg Aequitum 2026

propri. E soprattutto, gli obiettivi dimenticati venivano giudicati importanti quasi quanto quelli formulati spontaneamente. Non sono quindi semplici dettagli. Il meccanismo non ha nulla di patologico. Generare obiettivi da zero è un compito intellettualmente costoso, governato da quell’euristica della disponibilità descritta da Tversky e Kahneman per cui viene in mente ciò che è più accessibile, non ciò che è più importante. Riconoscere, invece, è meno impegnativo. Un elenco strutturato aiuta a convertire il primo compito nel secondo: la lista della spesa produce un carrello diverso. In ambito finanziario le scoperte sono di Morningstar. A 318 partecipanti è stato chiesto di indicare e ordinare i loro tre obiettivi finanziari principali, per poi riordinare invece quelli presenti in una lista. Il 73% ne ha sostituito almeno uno; il 26% ha cambiato quello prioritario. Il tutto nell’arco del medesimo esercizio, senza cambiamenti di rilievo. Dunque, quasi tre investitori su quattro scoprono, nel corso del processo, che la gerarchia iniziale delle priorità era incompleta.

Le conseguenze sono tecniche. Nel processo che porta all’allocazione, l’obiettivo è la variabile da cui discende tutto il resto: un errore in quel punto non è un errore di stima, ottimizzabile, ma di specificazione. Il modello risolve correttamente il problema sbagliato. E gli strumenti a valle lo rendono meno visibile. C’è poi un effetto ulteriore, comportamentale, ancora più rilevante. La tolleranza alle perdite viene misurata rispetto a obiettivi che il cliente potrebbe non aver mai dichiarato. Nei ribassi la tenuta del piano dipende in larga misura da quanto quell’obiettivo gli appartenga. Un portafoglio impostato sulla base di una finalità riconosciuta come propria sopporta sollecitazioni maggiori di uno che sia pura espressione di un rendimento atteso. È dunque necessario prendere sul serio questa fase per migliorare il percorso che conduce alla sua definizione: generazione libera, richiesta esplicita di ampliare l’elenco, sollecitazione per categorie, comprese quelle non finanziarie, esposizione a una lista validata, riordino finale delle priorità. 90 minuti invece di 10, con un output strutturato e documentabile. Resta il nodo normativo. Le discipline di adeguatezza impongono di raccogliere e documentare gli obiettivi del cliente, non di verificarne la completezza: la compliance certifica che la domanda sia stata posta, non che la risposta sia completa. È l’unica domanda che cambia davvero il risultato del colloquio, ma è quella che si continua a porre di fretta. Ottobre 2026 TM · 87


osservatorio/strategie

Fare a meno dell’attiva? La gestione passiva corre, e si diffonde, ma quali sarebbero gli effetti di una scomparsa di quella attiva? L’Europa rischia di appaltare a terzi la propria sovranità finanziaria.

© Anastassia Anufrieva / Unsplash

Maxime Carmignac, Ceo di Carmignac Uk. Sotto, la gestione attiva è in grado di fare la differenza nella gestione di un fondo d’investimento. Quando? Molto spesso.

Corrono i fondi Performance dei fondi rispetto agli indici di riferimento (rischio/ritorno in %) 10.0 5.0 0.0

0.0

5.0

-5.0

10.0

15.0

20.0

96,8% sovraperforma l’indice

-10.0 -15.0 Fonte: Carmignac 2026

U

na gestione attiva chiaramente definita non si limita a offrire una sovraperformance al netto delle commissioni nel lungo termine, ma analizza, confronta e seleziona. Indirizza concretamente il capitale verso le imprese, partecipando direttamente al loro finanziamento tramite le offerte pubbliche iniziali (Ipo) e gli aumenti di capitale. L’Europa può 88 · TM Ottobre 2026

rinunciare a questa capacità di selezione e allocazione del capitale, proprio nel momento in cui la performance dipende proprio da queste scelte? L’ascesa della gestione passiva si è affermata grazie a una narrativa semplice ed efficace: meno costosa, più trasparente, ritenuta difficile da battere. Ma questa interpretazione, ampiamente diffusa, ha contribuito a nascondere una

realtà più fondamentale: quella del ruolo insostituibile della gestione attiva al servizio della performance, delle imprese e dei risparmiatori europei. L’etichetta ‘attiva’ può essere fuorviante. Eppure è proprio ciò che sta accadendo. Sotto l’etichetta ‘attiva’ coesistono approcci molto diversi: alcuni basati sulla convinzione, altri vicini agli indici, che in pratica rientrano in una gestione indicizzata. Aggregando queste strategie, il settore ha alimentato l’idea che la gestione attiva, nel complesso, non riesca a battere gli indici. Tuttavia, quando si distinguono questi approcci, le conclusioni cambiano. La vera gestione attiva, realmente indipendente dal proprio indice, è in grado di generare una sovraperformance al netto delle commissioni. L’Active Share, che misura il grado di differenziazione di un portafoglio rispetto al proprio indice di riferimento, evidenzia una soglia: oltre il 70% circa, la sovraperformance tende a concretizzarsi con quasi il +0,7% su base annua per i fondi più differenziati. La questione non è quindi se la gestione attiva ottenga una sovraperformance, ma se si continui a definire ‘attiva’ una gestione che in realtà non lo è. Allocazione del capitale. Lo spostamento del potere verso gli Stati Uniti indebolisce il finanziamento primario delle nostre imprese europee Al di là della performance, il modo in cui vengono allocati i risparmi condiziona direttamente il finanziamento del-


le imprese e le dinamiche dei mercati. Tuttavia, la gestione passiva interviene poco nei momenti chiave: quotazioni in borsa, aumenti di capitale, emissioni obbligazionarie. Al contrario, la gestione attiva seleziona, finanzia, accompagna. Contribuisce all’allocazione efficiente del capitale, dinamizza l’ecosistema di mercato – produzione di analisi, determinazione dei prezzi, dialogo con le imprese. Man mano che gli investimenti si indicizzano, queste funzioni si erodono. L’allocazione diventa più meccanica, più concentrata, e i rischi si trasformano: effetti di massa, maggiore prociclicità, maggiore vulnerabilità in caso di shock. Soprattutto, questa trasformazione è strategica. Le strategie passive sono controllate per oltre l’80% da tre attori statunitensi, che orientano una quota crescente dei diritti di voto del risparmio europeo al di fuori del continente. L’Europa risparmia, ma finanzia sempre meno le proprie imprese. Questo spostamento del potere di allocazione del capitale indebolisce il finanziamento primario e rafforza la dipendenza dall’estero. È possibile guidare in modo sostenibile un’economia favorendone l’esodo? La trasparenza è indispensabile. Se la gestione attiva viene messa da parte, è soprattutto perché è mal definita. Finché coesisteranno, sotto la stessa denominazione, strategie realmente differenziate e gestioni basate su benchmark, il dibattito rimarrà distorto. Chiarire questa definizione non è una questione tecnica: è un’esigenza di trasparenza. Ciò presuppone di distinguere chiaramente la gestione attiva da una gestione benchmarkata o semi-passiva, basandosi su indicatori come l’Active Share o il tracking error per misurare la differenziazione reale rispetto agli indici. Senza questo chiarimento, la gestione attiva rimarrà sottoutilizzata per la sua capacità di finanziare l’economia europea.

Ma quando è davvero attiva? Performance della gestione attiva rispetto al suo peso nel portafoglio (in %) Extra rendimento annualizzato (%)

La questione più sottile è capire quando il termine di ‘gestione attiva’ sia davvero meritato, e dunque scatti la sovraperformance. Spesso mancano i risultati, ma perché il termine ‘attivo’ è semplicemente markettaro, e ci si limita a replicare indici diversi. Se almeno 71% del portafoglio è gestito attivamente ecco che i frutti iniziano ad arrivare.

1.00

Soglia 71%

0.50 0.00 -0.50 -1.00 -1.50

20

40

60

71

80

100

Quota di gestione attiva necessaria (fondi con AuM >300 mln) Fonte: Carmignac 2026

Il potere dell’Active share Parametri a confronto per quota % di portafoglio gestito attivamente 80-100

60-80

40-60

0,7

-0,53

-0,06

Perdita massima

-33,47

-34,11

-34,98

Ind. di partecipazione al ribasso

99,89

100,93

106,08

Sovraperformance annualizzata

Fonte: Carmignac 2026

«Le strategie passive sono controllate per oltre l’80% da tre attori statunitensi, che orientano una quota crescente dei diritti di voto del risparmio europeo al di fuori del continente. L’Europa risparmia, ma finanzia sempre meno le proprie imprese. Questo spostamento del potere di allocazione del capitale indebolisce il finanziamento primario e rafforza la dipendenza dall’estero» L’Europa può fare a meno della gestione attiva? Può fare a meno di una leva di performance differenziata, di uno strumento di finanziamento della propria economia e di uno strumento di sovranità finanziaria? La risposta è no. Ma occorre prima di tutto restituirle una definizione chiara. Perché in un mondo in cui l’allocazione del capitale è sempre stata una

sfida strategica, la chiarezza non è più un lusso, ma qualcosa di essenziale. Infatti, secondo i dati di Morningstar a fine luglio 2026, dall’inizio dell’anno i fondi obbligazionari attivi hanno registrato sottoscrizioni nette pari a 132,2 miliardi di euro, contro i 64,5 miliardi di euro dei prodotti passivi. Per le azioni, invece, la tendenza è opposta: in Europa, i fondi azionari passivi hanno raccolto 231 miliardi di euro, mentre i fondi azionari attivi hanno registrato deflussi netti pari a 25 miliardi di euro. Questa evoluzione divergente dimostra proprio che il dibattito tra gestione attiva e gestione passiva non può essere affrontato in modo generico. È il messaggio che emerge dal paper La gestione attiva, leva per la sovraperformance, la sovranità finanziaria europea e la tutela dei risparmiatori, a firma di Maxime Carmignac, Carmignac Uk, Bertrand Merveille,Bdl Capital Management, Anne-Sophie d’Andlau e Catherine Berjal, Ciam, Philippe Lebeau, Comgest, Marie Jacot, Edmond de Rothschild Am France, Sidney Oury, Ivo Capital Partners e Romain Burnand, Moneta Am. Ottobre 2026 TM · 89


osservatorio/strategie

Pianificare la continuità Garantire un passaggio di consegne ordinato anche in una Pmi è un processo lungo e non banale, ma soprattutto non una semplice pratica burocratica davanti a un notaio.

L

’economia svizzera ed europea è alle soglie di una trasformazione epocale. Nei prossimi cinque-dieci anni, oltre un terzo delle Pmi dovrà affrontare il passaggio di consegne, operative e di proprietà. Non si tratta di un semplice avvicendamento, bensì del trasferimento di ingenti patrimoni e del controllo aziendale a una nuova generazione: Millennials e Gen Z. Non è questione di nominare un nuovo Ceo o un direttore commerciale, si tratta di trasformare aziende nate attorno alla figura del fondatore o meglio dire del padrone in corporation, pronte a operare sui mercati globali, ad attrarre capitali esterni e a misurarsi con normative complesse. Superare il modello. Dalla pratica emerge che il classico passaggio generazionale in cui il fondatore/padrone trasmette in linea verticale gli asset aziendali ai figli non è più comune. Oggi gli eredi, per ragioni culturali e di opportunità, hanno studiato o lavorano all’estero, hanno percorsi professionali diversificati e coltivano altri interessi e altre aspirazioni. L’elevato livello formativo raggiunto da molti garantisce una notevole flessibilità di fronte a un eventuale cambio di settore; in alternativa, si preferisce mantenere il ruolo di azionista piuttosto che occuparsi della gestione quotidiana. Cambiano forse per la prima volta nella storia i classici schemi di società gestita da seconde, terze o quarte generazioni. Per evitare di farsi trovare impreparati, è opportuno avviare un percorso di pianificazione volto a definire in modo concreto ed efficace una ‘exit strategy’ idonea a tutelare il valore aziendale e gli interessi dei soci ma anche una strategia che tenga in considerazione i profili personali e le loro esigenze e preferenze. Tale proces90 · TM Ottobre 2026

Interesse per le Pmi svizzere Operazioni di M&A che le coinvolgono Anno

Volume (mld Chf)

N. assoluto

2016

52

637

2017

95

847

2018

110

797

2019

133

689

2020

59

620

2021

128

824

2022

97

785

2023

94

675

2024

81

709

2025

139

772

Fonte: Mergerscorp 2026

so dovrebbe iniziare almeno cinque anni prima del passaggio di consegne effettivo. Strutturare o meno? I consulenti legali e patrimoniali in Svizzera ricorrono a una combinazione di diritto societario e strumenti di protezione patrimoniale: - Patti parasociali e costituzioni familiari: tali documenti definiscono chi gode del diritto di prelazione sulle azioni, chi può entrare nella compagine sociale e le modalità di valutazione e trasferimento delle quote in caso di recesso di un socio, garantendo regole certe e condivise; - Family Holding: per consolidare la Governance ai massimi livelli, creare una società holding sotto forma di società svizzera per azioni quotabile (Aktiengesellschaft – Ag), offrendo vantaggi fiscali grazie al coinvolgimento dell’esenzione/ riduzione per partecipazioni chiamata Beteiligungsabzug. Questa struttura consente alla famiglia di utilizzare la liquidità in modo più flessibile, investendo in nuovi progetti o favorendo scissioni/spin-off; - Trust internazionali versus confini del diritto civile: l’articolo 335 del Codice civile svizzero limita fortemente le

Stefano Endrizzi, Partner di Mergerscorp. A lato, l’interesse per operazioni che coinvolgono Pmi svizzere continua a crescere.

fondazioni di mantenimento (Unterhaltsstiftungen), inducendo i grandi patrimoni a costituire trust all’estero in giurisdizioni riconosciute dalla Svizzera (principalmente Liechtenstein, Jersey o Bermuda). Un trust internazionale garantirà infatti una protezione patrimoniale duratura e assicurare la fedeltà nel lungo periodo alle volontà della famiglia. Affinché il passaggio di consegne abbia successo, è indispensabile una solida Governance aziendale. Ciò implica l’inserimento di amministratori esterni, l’istituzione di un Consiglio di Famiglia distinto dalla gestione operativa quotidiana e la definizione di regole chiare per i membri della famiglia, come l’obbligo di maturare esperienze lavorative concrete o di conseguire titoli di studio specifici prima di poter accedere agli organi. In alternativa, nei casi in cui la continuità interna non risulti perseguibile o desiderabile, attraverso una pianificazione certosina effettuata da parte di professionisti è possibile considerare con alternative operazioni quali il Management BuyOut (Mbo), l’ingresso di fondi di Private Equity o la cessione industriale. La transizione generazionale non va intesa come una pratica notarile, bensì come un processo strategico. In un contesto economico in evoluzione, la lungimiranza del fondatore si misura soprattutto nella generosità e nel rigore con cui sa rendersi progressivamente sostituibile, garantendo così all’impresa la necessaria solidità per competere nel futuro.


osservatorio/mercati

Qualcosa si muove Il mercato azionario giapponese sta tornando a segnalarsi quale valida alternativa, non solo in chiave di diversificazione di portafoglio. Alla base? Importanti progressi di Governance. Richard Aston, Portfolio Manager di Chikara Investments Llp. A lato, il ritorno per gli investitori nel mercato giapponese continua a crescere.

Interesse per il Giappone Ritorni per gli investitori nell’azionario nipponico (in trl yen; 1usd: 157 yen al 30-IX) 50

■ Dividendi ■ Buyback

45 40 35 30 25 20 15 10 5 0

1990

1994

1998

2002

2006

2010

2014

2018

2022

26*

Fonte: Daiwa Capital Partners 2026

D

opo anni di rendimenti eccezionali sul mercato statunitense, oggi il contesto è molto cambiato: l’inflazione si è dimostrata persistente, i tassi d’interesse rimangono elevati, i rischi geopolitici sono aumentati e le prospettive di crescita globale sono meno prevedibili di quanto lo siano state per molti anni. In questo contesto, l’attenzione si sta spostando verso mercati diversi da quelli che hanno dominato l’ultimo decennio. E non si tratta di semplice diversificazione. Il Giappone offre una combinazione unica di trasformazione aziendale, miglioramento dei rendimenti per gli azionisti e imprese di livello mondiale che operano nel cuore dell’economia globale. Per decenni, molte aziende giapponesi sono state caratterizzate da bilanci conservativi, ingenti disponibilità liquide e un’attenzione limitata al valore per gli azionisti. Sebbene queste imprese possedessero spesso posizioni di mercato solide e attività operative di alta qualità, l’efficienza del capitale e la Governance aziendale non erano sempre priorità.

Questo quadro sta ora cambiando. Le riforme della Governance, un maggiore coinvolgimento degli azionisti e un controllo più rigoroso sull’allocazione del capitale hanno spinto a concentrarsi maggiormente sulla redditività e sul rendimento del capitale. Molte aziende stanno diventando più disciplinate nell’impiego del capitale, aumentando i dividendi, effettuando buyback e dunque lavorano alla creazione di valore per gli azionisti. Questo cambiamento non si limita a una manciata di aziende, riflette una trasformazione più ampia che sta ridefinendo il panorama degli investimenti. Man mano che il management assume una responsabilità maggiore nei confronti degli azionisti, gli investitori assistono a miglioramenti in termini di efficienza, redditività e allocazione del capitale. L’opportunità offerta dal Giappone si estende però ben oltre la riforma della Governance. Il Paese continua a ospitare alcune delle principali aziende mondiali nei settori industrial, tech e manifatturiero. Molte operano in nicchie altamente specializzate, dove godono di forti van-

taggi competitivi e leadership globale. Da automazione industriale e robotica alle apparecchiature per semiconduttori, dall’ingegneria di precisione alla tecnologia sanitaria, le aziende nipponiche svolgono un ruolo fondamentale nelle catene di fornitura globali. Il Giappone rimane un leader mondiale nella robotica industriale e nelle apparecchiature per la produzione di semiconduttori, fornendo molte delle tecnologie alla base di produzione e digitalizzazione. Tuttavia, molte di esse rimangono relativamente sottovalutate dagli investitori internazionali. Sebbene il mercato nel suo complesso tragga beneficio dai miglioramenti strutturali, le maggiori opportunità si trovano spesso a livello di singole aziende, da qui l’importanza della gestione attiva. I miglioramenti nella Governance possono fungere da catalizzatore, ma rappresentano solo una parte del quadro. In definitiva, i risultati a lungo termine dipenderanno dal fatto che le attività sottostanti delle aziende continuino a rafforzarsi e a crescere. Il Giappone si è evoluto da un mercato dominato da opportunità di ‘deep value’ a uno in cui gli investitori premiano sempre più le società che combinano crescita, solida Governance, allocazione intelligente del capitale e rendimenti per gli azionisti. In un mondo sempre più incerto, il Giappone si distingue come un mercato in cui il cambiamento aziendale continua a ridefinire il panorama degli investimenti per gli investitori a lungo termine. Ottobre 2026 TM · 91


osservatorio/azioni

Il Value ancora resiste Ai, piattaforme digitali e asset immateriali stanno cambiando il modo di valutare le imprese, imponendo all’approccio value di andare oltre i tradizionali multipli contabili.

© Numana Ali / Unsplash

Tony Coniaris, Partner, Chairman, e Co-Cio International Equities di Harris Associates.

N

egli ultimi 15 anni i titoli growth hanno ampiamente sovraperformato, alimentando l’idea che l’investimento value sia diventato meno adatto a un’economia dominata dalla tecnologia. Ma è davvero così? Nell’ultimo decennio, le strategie value hanno comunque generato rendimenti annui nell’ordine del 1011%, nettamente superiori all’inflazione. Oltre i multipli tradizionali. Investire secondo un approccio value non significa semplicemente acquistare società con bassi rapporti prezzo/valore contabile. Significa stimare il valore intrinseco di un’impresa analizzandone posizione competitiva, flussi di cassa, potenziale di crescita e prospettive di settore, per poi investire solo quando il prezzo di mercato offre un margine di sicurezza sufficiente. L’orizzonte è generalmente compreso tra cinque e sette anni. La domanda non è quindi se un titolo appaia conveniente sulla base dei risultati passati, ma quanto potrebbe valere l’azienda nel medio. Value e growth non sono concetti opposti: la crescita è una componente del

92 · TM Ottobre 2026

valore. La differenza riguarda soprattutto il prezzo che si è disposti a pagare oggi per utili attesi molto lontani nel tempo. La crescita ha superato le aspettative. La forza dei grandi titoli tecnologici non deriva soltanto dall’espansione delle valutazioni. Anche gli utili hanno superato nettamente le previsioni. Le stime formulate nel 2019 per gli utili 2026 delle ‘Magnificent Seven’ erano, in media, circa la metà di quelli oggi attesi. Risultati operativi eccezionali possono giustificare performance di borsa altrettanto eccezionali. La questione è ora capire se le aspettative siano ancora troppo prudenti oppure se gli investitori stiano pagando troppo per estrapolare nel futuro il successo degli ultimi anni. S&P500 sempre più concentrato. La crescente concentrazione dell’S&P 500 nei grandi titoli tecnologici modifica anche la costruzione dei portafogli. Un investitore che combina l’indice americano con fondi growth può ritrovarsi con un’esposizione molto elevata alle stesse società e agli stessi fattori di rischio. Un’allocazione value attiva non signi-

fica quindi scommettere contro la tecnologia, ma riequilibrare il portafoglio e diversificarne maggiormente i rischi. Gli asset immateriali. Anche gli strumenti di valutazione devono evolvere. Gli standard contabili tradizionali sono stati sviluppati per un’economia basata soprattutto su beni materiali. Oggi, invece, una parte crescente del valore delle imprese deriva da marchi, dati, software, reti e relazioni con la clientela, elementi che spesso non emergono dai bilanci. Netflix ne offre un esempio. Nel 2017 il titolo veniva scambiato a quasi 200 volte gli utili e appariva molto caro. Considerando però il valore economico della base di abbonati e i costi di acquisizione della clientela come investimenti capaci di generare valore nel tempo, la valutazione risultava molto più interessante. Una disciplina che deve evolvere. Il divario di valutazione tra titoli growth e value rimane storicamente elevato. Una normalizzazione delle aspettative potrebbe favorire le società acquistate con uno sconto significativo rispetto al loro valore intrinseco. Ma il value non può più limitarsi ai settori tradizionali o ai bassi multipli contabili. Deve integrare l’intelligenza artificiale, l’economia delle piattaforme, gli asset immateriali e i nuovi modelli di business. L’investimento value resta quindi una disciplina basata sulla capacità di comprendere quanto vale realmente un’impresa e di acquistarla a un prezzo ben inferiore. Applicato in modo prospettico e rigoroso conserva la sua rilevanza.


osservatorio/settori

Più Capex, non capacità Nonostante l’aumento vertiginoso dei miliardi investiti dai giganti Ai la quantità fisica comprata si sta riducendo. I dati da osservare per interpretare il ciclo sono dunque cambiati. Alberto Conca, Cio di Lfg + Zest. A lato, le aspettative di ricavo dall’Ai potrebbero poggiare su altri dati.

Ai buildout Variazione annua delle tre variabili a confronto 1

0.89% 0.85%

■ Capacità fisica

■ Spesa infrastrutturale ■ Ricavi silicon impliciti

Crescita annua

0.76%

0.41% 0.27% 0.15% 0.06% 0.1%

0

2026

2027

0.01% 2028

0.08% 0.03% 2029

Fonte: Lfg Zest 2026

P

er capire dove sta andando il ciclo dell’Intelligenza Artificiale non basta più guardare ai miliardi annunciati dagli hyperscaler. Il dato decisivo è diventato un altro: quanta capacità fisica quei miliardi riescono davvero a comprare, e dove si trasferisce il valore lungo la catena. Nel 2026 - 2028 il capitale destinato all’infrastruttura Ai cresce di circa il 46%, ma i gigawatt aggiunti passano da 15,1 a 16,8: appena l’11% in più. Il motivo è controintuitivo. Ogni nuova generazione di sistemi costa molto di più. Un gigawatt basato su Grace Blackwell vale circa 46 miliardi di dollari; con Vera Rubin si sale oltre 60 miliardi. I rack diventano molto più costosi e potenti, ma anche più densi: in un gigawatt ne entrano meno. Sempre più Capex compra quindi contenuto tecnologico, non nuova capacità fisica. Questa distinzione cambia la lettura del boom Ai. Nei semiconduttori, ricavi e capacità iniziano a separarsi. Nvidia aumenta il proprio valore catturato per gigawatt da 25 miliardi con Blackwell a 40 miliardi con Vera Rubin, mentre la capacità instal-

lata cresce molto meno. Il consenso 2026 è coperto dagli investimenti già annunciati; per il 2027 e 2028 le stime richiedono invece circa il 12-15% di Capex in più rispetto a quanto oggi impegnato. È un gap da monitorare, ma non sufficiente da solo a invalidare la traiettoria. Il punto più ciclico è la memoria. Qui una parte enorme della crescita recente è prezzo. Nell’ultimo trimestre, i ricavi di Micron sono cresciuti del 74% sequenziale con bit shipment aumentati di circa il 4: quasi tutto l’incremento deriva dal pricing. La scarsità è reale e potrebbe durare ancora, perché le nuove fab entrano in produzione significativa soprattutto dal 2028. Ma proprio allora la crescita dei gigawatt rallenta. È l’incrocio tra nuova offerta e domanda Ai meno esplosiva a creare il rischio di normalizzazione. Scendendo ancora nella catena, gli industriali raccontano una storia diversa. Su 239 società analizzate, 41 hanno un’esposizione ai data center e soltanto cinque ricavano più del 40% del fatturato dal tema. Il mercato, però, tratta già molte di queste società come un unico “Ai buildout trade”:

crescita attesa, momentum e multipli elevati si muovono insieme. La peculiarità è che l’esposizione si vede soprattutto nelle valutazioni, non nei margini. Gli investitori credono alla crescita, ma sembrano già dubitare della durata: per ogni punto di crescita attesa pagano meno rispetto al resto del settore industriale. Qui emerge una distinzione importante. I produttori di equipment possono sfruttare scarsità e pricing, ma rischiano una normalizzazione dei margini quando l’offerta recupera. I contractor, invece, lavorano più volumi a margini circa stabili: quando il ciclo rallenta perdono soprattutto ordini. Per questo il primo segnale di inversione non arriverà necessariamente dai bilanci, ma da backlog e ordini. Il 2027 diventa così l’anno chiave. Gli ordini raccolti finanzieranno il 2028, quando la crescita del pool di spesa industriale potrebbe scendere da circa il 46% al 6. Fino ad allora, risultati e ricavi possono continuare a sembrare molto forti. La conclusione è che il buildout Ai non sta semplicemente accelerando o rallentando: si sta trasformando. Sempre più capitale compra sistemi più costosi e sofisticati, non necessariamente più capacità. Per l’investitore la domanda non è più chi “beneficia dell’Ai”, ma quale anello della catena dipende dai gigawatt, quale dal contenuto per gigawatt e quale da prezzi eccezionalmente elevati. È in questa distinzione che si gioca la prossima fase del ciclo: non nella quantità assoluta di spesa, ma nella qualità dei ritorni che ogni dollaro di Capex riuscirà a generare. Ottobre 2026 TM · 93


osservatorio/settori

Longevity: i beneficiari Vivere bene e più a lungo non è interesse solo delle persone, ma crea anche benefici a un’intera filiera di settori che stanno già capitalizzando i nuovi successi europei. Marianna Longo, membro della Ticino Finance Association (TiFa). A lato, l’aspettativa di vita in molti Paesi continua a crescere.

Vivere sempre più a lungo Evoluzione dell’aspettativa di vita alla nascita in diversi Paesi (in anni) 84 82 80 78 76 74 Germania

Italia

Svizzera

Stati Uniti

Cina

22 20

20 20

18 20

16 20

14 20

12 20

10 20

08 20

06 20

04 20

02 20

20

00

72

Fonte: Ocse 2026

L

’aspettativa di vita media alla nascita nell’Unione Europea si attesta a 81,5 anni (donne a 84,2 e uomini a 78,9). Negli anni Duemila era pari a 77 anni: dunque 4 anni guadagnati in poco più di 20. Questo traguardo è in gran parte merito delle continue innovazioni nell’industria farmaceutica e delle scienze della vita. Se da un lato la longevità comporta un costo per la società e per il sistema sanitario, dall’altro crea un bacino di utenza per altri mercati come la medicina estetica e le infrastrutture dedicate. Ma dove di più? Pharma. La scoperta di nuovi farmaci ha trasformato patologie storicamente mortali in condizioni trattabili o croniche. In ambito oncologico, l’avvento dell’immunoterapia e delle “terapie mirate” ha permesso a pazienti oncologici di vivere più a lungo e con una buona qualità di vita. Tra i leader globali nella ricerca e commercializzazione ci sono Merck, Bristol Myers Squibb, Roche, Novartis e Astrazeneca. In ambito cardiovascolare, la diffusione delle statine e dei farmaci antipertensivi ha diminuito la mortalità per infarto ed 94 · TM Ottobre 2026

ictus del -25/35%. Su questo fronte Pfizer ha avuto un ruolo importante con lo sviluppo del Lipitor, una statina tra i farmaci più prescritti di sempre, il cui brevetto è oggi scaduto. Più di recente, i farmaci Glp-1, nati per il diabete di tipo 2, hanno rappresentato una svolta nella cura dell’obesità e dimostrato benefici clinici nella prevenzione cardiovascolare in soggetti con diabete di tipo 2 e in sovrappeso. Infine, la gestione delle patologie infettive croniche (eg. Aids) ha visto una svolta epocale: secondo i dati Unaids, le terapie antiretrovirali combinate introdotte da realtà come Gilead Sciences e ViiV Healthcare (joint venture tra Gsk, Pfizer e Shionogi) hanno consentito di salvare oltre 20 milioni di vite. Medicina estetica. Anche all’occhio la sua parte! La medicina estetica si occupa della prevenzione e correzione non chirurgica di piccoli difetti e risponde alla necessità di sentirsi bene con sé stessi a qualsiasi età. Se nei primi anni Duemila si sono diffusi la tossina botulinica e i filler a base di acido ialuronico, negli ultimi 10

anni il mercato è virato verso i bio-stimolatori e gli induttori di collagene, affiancati dalla combinazione tra iniettabili e dispositivi (laser, radiofrequenza a microaghi e ultrasuoni). Il mercato globale degli iniettabili è concentrato attorno a pochi operatori, ad esempio Allergan Aesthetic, Galderma e Merz Aesthetics. Sotto il profilo economico-finanziario, il settore presenta delle caratteristiche difensive: la spesa è per lo più a carico del privato (‘out of pocket’), rendendo il mercato indipendente dalle dinamiche di rimborso dei sistemi sanitari pubblici. Residenzialità per terza e quarta età. Per quanto riguarda l’ospitalità e la residenzialità dedicate alla terza e quarta età si passa dal modello tradizionale (Rsa e case di riposo) al senior housing, una formula abitativa per gli over 65 facoltosi e ancora autosufficienti. Il Senior Housing è nato nel nord Europa alla fine degli anni Sessanta, si è poi diffuso in Paesi come il Nord America, Canada e Giappone. Propone abitazioni autonome, con aree comuni per l’attività ricreativa, fisica e per socializzare, oltre a servizi su richiesta per la cura della persona. La convergenza tra medicina preventiva, nuove cure, nuove tecnologie estetiche e nuovi modelli residenziali non solo ha allungato la durata media della vita, ma ne sta migliorando la qualità. La sfida consiste nel trovare il giusto equilibrio tra ‘vivere più a lungo’ e ‘vivere bene quegli anni in più’, collegando innovazione scientifica a sostenibilità sociale ed economica.


osservatorio/materie prime

Una mano... di verde Nessuno li produce o estrae, ma qualcuno li concede: sono i permessi a inquinare, venduti dai Governi. L’Europa è il mercato più grande al mondo. Ma perché averli in portafoglio? Igor Rebesco, Co-Cio di Custodia Wealth Management. A lato, la variazione dei prezzi delle materie prime energetiche e degli Eua.

Corrono i prezzi Andamento del prezzo di carbone, Eua e gas naturale (I-2017: 0) 17

Ttf

15

Api#2

Eua

13 11 9 7 5 3 2 -1 2017

2018

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Fonte: Custodia Wealth Management (dati al 7-IX)

I

n uno scenario in cui il debito sovrano ha raggiunto nuovi massimi storici, cui si aggiunge quello Corporate, con tassi previsti in aumento e le ombre sul debito privato sempre più oscure, l’accoppiata bond/equity considerata come naturale immunizzazione dei portafogli non funziona più (da tempo) perché le correlazioni si sono invertite. In questo scenario diversificare l’esposizione su tematiche di investimento può essere una valida soluzione. Ci sono almeno due modalità per farlo: acquistando azioni di società il cui Core business è focalizzato sul tema d’investimento oppure attraverso gli asset reali. L’esempio classico sono le materie prime: è il caso di oro e titoli auriferi; o settore energetico e principali idrocarburi (petrolio e gas). Investire in titoli azionari (commodity stock) piuttosto che nella materia prima espone a maggiori rischi (di credito, per esempio) e il portafoglio a una maggiore volatilità. L’eccezione? I noli rispetto alle società dello shipping, ma è un fenomeno contingente determinato dalle pressioni che la situazione geopolitica conferisce

ai prezzi dei noli e loro derivati. Esiste, tuttavia, una commodity, molto particolare, che non si estrae, ma viene concessa dai Governi, e si può solo consumare: si tratta dei permessi a inquinare (con i gas serra generati da vari processi produttivi) concessi da autorità governative a soggetti obbligati a compensare la loro ‘impronta di carbonio’ (acciaierie, cementifici, raffinerie, industria chimica, produzione di elettricità e calore, industria di carta e vetro cui si sono recentemente aggiunte, in Europa, le compagnie aeree e le società di navigazione). Gli Eua (European Unit Allowance) costituiscono il più grande e strutturato mercato di ‘certificati verdi’ al mondo. Non esistono imprese che li producono e quindi la scelta tra azione e materia prima (la concessione di un permesso) non si pone, e non è il caso di addentrarsi qui nel settore della geoingegneria. La dinamica del prezzo degli Eua dipende da alcune variabili come il fuel switching, la disponibilità di quote (Tnac), le innovazioni regolamentari (Cap, Lre, Msr, Cbam, Ets2), le condizioni metere-

ologiche, la crescita economica e la situazione geopolitica. La prima variabile è particolarmente interessante e quantitativamente monitorabile. Per fuel switching si intende infatti la convenienza a produrre energia elettrica usando gas o carbone, dove la scelta dipende dalla fonte energetica che costa di meno per Mwh prodotto. Il recente andamento del prezzo degli Eua è evidentemente spiegato dall’andamento del gas naturale (il Ttf di Amsterdam) e del carbone (Api#2 – l’indice Argus/McCloskey per il carbone importato nell’Europa nord-occidentale). Come calcolare il prezzo teorico dello switch? Esiste una rigorosa formula matematica. Il prezzo di switch teorico e il prezzo Eua effettivamente osservato sul mercato non coincidono mai perfettamente. Una prima ragione è tecnica: le centrali elettriche non sono tutte ugualmente efficienti, per cui ogni impianto ha un proprio punto di switch specifico, e il prezzo di mercato riflette una media eterogenea di queste soglie individuali. Una seconda ragione è stagionale: il prezzo del gas presenta una marcata stagionalità invernale, dovuta al maggior fabbisogno di riscaldamento, che dovrebbe essere rimossa statisticamente (procedura di destagionalizzazione Stl) prima di confrontare le due serie. Tuttavia laddove opportunamente valutata insieme alle altre variabili costituisce una valida bussola per ribilanciare questa class regolamentata che può valere la pena inserire in portafoglio. Ottobre 2026 TM · 95


cultura /L’Altra Orologeria

Il paradosso del successo

La settima edizione dei Geneva Watch Days 2026, che il mese scorso a Ginevra ha coinvolto 68 Maisons orologiere, ha mostrato chiaramente come l’ascesa dell’orologeria indipendente porti con sé una nuova sfida: crescere mantenendo intatte autenticità, prossimità e credibilità.

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er anni, il problema dell’orologeria indipendente è stato farsi vedere. Ai Geneva Watch Days 2026, il problema sembrava quasi opposto: riuscire a gestire il flusso dei visitatori. Agende piene, collezionisti giunti senza avere un appuntamento, porte chiuse, attese. Mauron Musy, marchio fondato nel 2013, lo ha riassunto così: prima bisognava convincere la gente a venire, ora occorre che una hostess ne gestisca l’ingresso. I numeri confermano la sensazione. Settantuno marchi, quasi 400 novità, oltre 2.500 collezionisti, clienti privati e appassionati: più del doppio rispetto all’edizione del 2025. Ma il dato più interessante non è la crescita in sé. È ciò che quella crescita sta facendo al modello che ha reso i Geneva Watch Days diversi dalle grandi fiere. Hautlence lo descrive bene. Qui, il ritmo è più lento. A differenza di grandi eventi mondiali, come Watches and 96 · TM Ottobre 2026

Wonders per esempio, si può ancora avere anche delle mezz’ore per parlare, spiegare, ascoltare. Non i classici slot da cinque o dieci minuti, ma tempo per le conversazioni. Per una Maison da poche decine o centinaia di pezzi, questo non è solo comunicazione. È parte del modello commerciale. Il rapporto diretto con il collezionista riduce la distanza fra chi produce e chi compra, ma soprattutto crea fiducia e, a volte, domanda prima ancora che il prodotto esista. MB&F è il caso più evidente. La sua comunità conta circa 1.600 ‘Tribe Members’; per alcune iniziative la richiesta supera di molto la produzione. Emmanuel Bouchet è l’estremo opposto: massimo 50 pezzi l’anno, pochi retailer selezionati, molta relazione diretta e una quota importante di bespoke. In entrambi i casi, il collezionista non è più soltanto il cliente finale. Diventa canale, comunità, validatore e talvolta finanziatore della produzione. È qui che il successo produce una seconda

conseguenza. Se il mercato dell’indipendenza cresce, cresce anche il numero di chi vuole entrarvi. Nelle conversazioni di Ginevra ricorreva la stessa osservazione: dopo il Covid sono aumentati i nuovi marchi, i nuovi media, i nuovi creator. Le agende si riempiono, l’offerta si espande. E con essa si fa più difficile capire chi resterà. Ferdinand Berthoud ha espresso il concetto in termini di posizionamento: alcune nuove Maison sembrano tentate di costruire l’Haute de gamme a partire dal prezzo. Si parte da una cifra da Alta orologeria e le si cerca poi una narrazione. È

Sopra e in alto nella pagina accanto, alcuni momenti dei Geneva Watch Days 2026: manifestazione dedicata all’orologeria indipendente che, nata come un’iniziativa audace nell’anno del Covid, è diventata un appuntamento imperdibile, per una comunità sempre più coinvolta marchi, collezionisti, partner e appassionati.


l’inversione del percorso seguito da case come De Bethune e Greubel Forsey, che hanno impiegato anni a costruire tecnica, reputazione, rete e clientela. Jean-Marc Fleury, fondatore nel 2017 dell’omonima Manifattura, mostra come quel percorso possa ancora funzionare oggi. Prima il mestiere, poi il nome. Trent’anni di esperienza, una struttura

produttiva cresciuta per gradi, l’internalizzazione come processo e non come slogan. Hautlence arriva allo stesso punto da un’altra strada: dichiara cosa realizza internamente e cosa deriva dalle competenze condivise con H. Moser & Cie., la Maison sorella del gruppo Melb Holding. Non finge un’autosufficienza che non esiste. In un mercato che ha trasformato

Sopra, Jean-Christophe Babin, Presidente della Geneva Watch Days Association (nella foto, al centro). Sotto, nel Kubera, il nuovo Hybrid Strap porta l’esperimento oltre il movimento: il design diventa relazione fisica tra oggetto e chi lo indossa.

Sopra da sinistra, per portare il Baladin di Calabrese a volumi maggiori, M.A.D.Editions ha riprogettato da zero il modulo ore vaganti: scalare un’idea senza perderne il carattere. Con il NODE°, Mauron Musy traduce tredici anni di sviluppo in un calibro proprio e nel primo bracciale integrato.

la scarsità in strategia, la risorsa davvero scarsa potrebbe allora diventare la credibilità. Il paradosso non riguarda solo le Maison. Riguarda anche il luogo che le mette in scena. Hautlence osservava che, oltre una certa dimensione, i Geneva Watch Days potrebbero diluire proprio ciò che li ha resi interessanti: prossimità, informalità, assenza di gerarchie

fra grandi e piccoli. La manifestazione e il settore si trovano davanti alla stessa domanda. Entrambi sono diventati desiderabili perché più piccoli, più personali, meno standardizzati. Ora devono capire quanto possono crescere senza diventare ciò da cui si erano distinti. Sergio Galanti Ottobre 2026 TM · 97


cultura/ mercato dell’arte

Quando se ne va il collezionista La morte di chi colleziona trasforma un progetto culturale in una massa ereditaria. Pianificare per tempo è l’ultimo gesto di cura verso le opere.

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o scorso agosto si è spento a Lugano, a 88 anni, Giancarlo Olgiati. Avvocato, mio socio, collezionista: tre parole che in lui non sono mai state separate. Dagli anni Sessanta, e dal 1985 insieme a Danna, ha raccolto oltre 1.200 opere: avanguardie storiche, Futurismo, Spazialismo, Arte Povera, Nouveau Réalisme, fino alle ricerche più recenti. Per lui collezionare non era accumulare, ma conoscere e confrontare. E aveva compreso ciò che molti preferiscono rimuovere: una collezione sopravvive al collezionista solo se qualcuno ne ha pensato il destino. Nel 2012, con Danna, ha aperto al pubblico sulla Riva Caccia lo spazio che porta i loro nomi; nel 2018 i coniugi hanno donato al Masi Lugano 77 opere. Una scelta di civiltà, prima ancora che giuridica. Il suo esempio aiuta a mettere a fuoco il problema. Con la morte, gli eredi acquistano di pieno diritto l’universalità dell’eredità (art. 560 CC). La collezione cessa di essere un progetto e diventa l’oggetto di una comunione ereditaria: fino alla divisione gli eredi decidono insieme (art. 602 CC) e ciascuno può chiederne in ogni tempo lo scioglimento (art. 604 CC). Vendere, prestare a una mostra, restaurare richiedono di regola l’accordo di tutti; perfino accedere a un deposito presuppone il certificato ereditario (art. 559 CC). Basta un dissenso per paralizzare ogni cosa. Vi sono poi le legittime. La riforma in vigore dal 1 gennaio 2023 le ha ridotte quella dei discendenti è ora la metà della quota legale, quella dei genitori è scomparsa - ampliando la quota disponibile. Ma se la collezione è la parte preponderante del patrimonio, destinarla per intero a un figlio o a un museo espone ad azioni 98 · TM Ottobre 2026

di riduzione, che possono colpire anche talune liberalità fatte in vita (art. 527 CC). E la stima al valore venale apre un secondo fronte: nel mercato dell’arte il valore è opinabile per definizione. L’art. 613 CC, che impone di attribuire per intero le cose che perderebbero valore se divise, offre un appiglio contro la dispersione; non sostituisce una disposizione chiara. Le collezioni, inoltre, viaggiano: più residenze, depositi, porti franchi. L’ultimo domicilio determina di regola foro e legge applicabile (art. 86 ss. e 90 ss. Ldip), ed è proprio sul domicilio che si combattono le battaglie più aspre. Lo mostra la successione di Marella Caracciolo Agnelli: lo scorso aprile il tribunale regionale di

«Pianificare la successione di una collezione non significa pensare alla morte, ma al futuro delle opere» Thun ha dichiarato inammissibili le domande con cui i nipoti Elkann intendevano radicare in Svizzera la giurisdizione; l’appello è annunciato, mentre proseguono le cause a Ginevra e a Torino. In parallelo la Procura di Roma indaga, contro ignoti, sull’illecita esportazione di 29 dipinti - tra cui Balla, De Chirico, Monet - che si troverebbero oggi tra la Svizzera e il Marocco. Senza anticipare esiti, la lezione è chiara: inventari lacunosi, titoli incerti, donazioni manuali non documentate e opere spostate senza tracciabilità trasformano un patrimonio in un contenzioso pluriennale e transnazionale. Gli strumenti esistono. Il testamento e, meglio ancora, il contratto successorio, con cui gli stessi eredi riservatari possono condividere la destinazione della collezio-

Adriano A. Sala, avvocato e socio dello Studio legale e notarile Olgiati Ghiringhelli Sala di Lugano, specializzato in diritto del mercato dell’arte.

ne o rinunciare alla propria quota (art. 495 CC); la scelta della legge applicabile, che la Ldip riveduta, in vigore dal 1 gennaio 2025, consente anche ai plurinazionali; un esecutore testamentario (art. 517 CC) che conosca il mercato. Poi i veicoli: la fondazione (art. 80 ss. CC), che assicura una destinazione stabile, ricordando che quella di famiglia resta in Svizzera assai limitata (art. 335 CC); la società che detiene le opere, con regole statutarie su prestiti e alienazioni (e con le cautele antiriciclaggio già discusse su queste colonne); il trust estero, riconosciuto in forza della Convenzione dell’Aia, dopo che nel 2023 il Consiglio federale ha rinunciato a un trust svizzero. E ancora la donazione in vita, anche con riserva d’usufrutto, il comodato a un museo, il mandato precauzionale (art. 360 CC) per l’eventuale incapacità. Nessuno di questi strumenti regge senza una base: un inventario ragionato, con fatture, provenienze, certificati e ubicazioni aggiornate, oltre che mezzi finanziari adeguati. Pianificare la successione di una collezione non significa pensare alla morte, ma al futuro delle opere: decidere se debbano restare unite, circolare, entrare in un museo, e sottrarre questa scelta al caso, al conflitto, ai tempi dei tribunali. Giancarlo Olgiati lo aveva fatto per tempo, con la lucidità del giurista e la generosità del collezionista. “Non omnis moriar”, scriveva Orazio. Vale per chi lascia opere ordinate e destinate: una parte di sé continua a parlare, sulle pareti di una città.


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cultura/ dentro la mostra

L’arte di costruire immagini Ancor prima che una tecnica, la pittura è l’attitudine di chi scrive la vita con il linguaggio della propria epoca. Una lettura inedita, proposta dalla nuova mostra della Collezione Giancarlo e Danna Olgiati a cura di Vincenzo de Bellis, che apre nuove prospettive critiche sulla profonda coerenza dell’arte di Jannis Kounellis e la sua capacità di perpetuare il passato trasformandolo.

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iori di stoffa, sacchi di juta e matasse di lana grezza; la densità aromatica di spezie e caffè o quella inebriante della grappa; cumuli di granaglie e carbone; la rigida sintassi di lamiere e putrelle o la muta disillusione di una porta murata; la fiamma primordiale del fuoco e l’impronta della sua fuliggine; la pulsazione organica di piante, animali e i loro sedimenti; frammenti musicali e il fragore del silenzio… Già un paio di anni dopo il suo arrivo dalla Grecia nella capitale italiana, Jannis Kounellis (Il Pireo, 1936 - Roma, 2017) “usciva dal quadro”: le prime serie con grandi numeri, lettere e segnali dipinti in acrilico su tela bianca lasciavano spazio alle sperimentazioni di nuove modalità esecutive e materiali alternativi appropriandosi dello spazio reale e interpellando, oltre alla vista, tutti i sensi. Suona dunque paradossale la definizione a cui, per tutta la sua lunga carriera di oltre mezzo secolo, ha continuato ad appellarsi: «Io sono un pittore». Se è da escludersi che si trattasse della rivendicazione di una tecnica o di un formato, voleva forse essere una provocazione? «In effetti il lavoro di Kounellis sembrerebbe quanto di più lontano dalla pittura si possa immaginare. In realtà così

non è, se ci si richiama al termine che in greco antico - matrice culturale di Kounellis - designa l’artista che si serve del mezzo pittorico: ζωγράφος (zográphos), ovvero “colui che scrive la vita”, “colui che costruisce immagini”: un’ottica inedita in cui mi è sembrato si potesse rileggerne l’intera opera», commenta Vincenzo de Bellis, curatore della nuova mostra della Collezione Giancarlo e Danna Olgiati, in collaborazione con l’Archivio Kounellis, in programma fino al 17 gennaio. Un’ottica che de Bellis ha cominciato a maturare © Estate of Jannis Kounellis / 2026, Prolitteris, Zurich Foto: Giorgio Benni

© Estate of Jannis Kounellis / 2026, ProLitteris, Zurich Foto © Agostino Osio for Alto Piano

100La · TM Ottobre 2026linguaggio I sezione: pittura come

lavorando all’ampia retrospettiva dedicata all’artista nel 2022, allora in veste di curatore e direttore associato al Walker Art Center di Minneapolis - molto amata dagli Olgiati, fra i prestatori - che nell’affondo proposto a Lugano viene eletta a principio strutturante dell’intero percorso, trasversale a tutta la produzione di Kounellis. Dopo l’entusiasmante trittico di mostre esemplari - Balla e Dorazio con le loro ricerche sulla luce; Klein e Arman con le complementari poetiche del Pieno e del Vuoto; Prampolini e Burri accomunati dall’uso radicale della materia - era già nelle intenzioni di Giancarlo e Danna sviluppare un focus su uno dei massimi interpreti di un’altra fondamentale avanguardia del loro progetto collezionistico, tanto ben rappresentata da essere stati scelti nel 2023 dal produttore Michele Bongiorno fra le A sinistra, Jannis Kounellis, Senza titolo, 1967, stoffa nera applicata su tela con bottoni automatici e punti cuciti su tela, fra le rose protagoniste della prima sezione della mostra. Al centro della successiva, il campo di cactus circondato da rotoli di piombo (2005), mette in dialogo organico e metallico, crescita lenta e confine fisso. © Estate of Jannis Kounellis / 2026, ProLitteris, Zurich Foto © Agostino Osio for Alto Piano

II sezione: La pittura come materia e peso


due collezioni private di riferimento per il suo documentario Arte Povera. La prospettiva critica suggerita da Vincenzo de Bellis li ha convinti a concretizzarlo subito. Le oltre 35 opere presentate nelle quattro sezioni che scandiscono l’allestimento offrono una panoramica su quasi sei decenni di attività di Jannis Kounellis, da fine anni ’50 al 2014. L’allestimento non adotta però un criterio cronologico, ma tematico: «Una progressione lineare per periodi o stili sarebbe stata infatti fuorviante per un artista che torna ciclicamente su materiali e domande che muovono la sua ricerca. Il percorso è stato dunque costruito applicando il prisma della pittura a quattro campi di forza comunicanti in cui si concentrano le “ossessioni” ricorrenti dell’artista: linguaggio; materia e peso; memoria e silenzio; scena e icona. La persistenza di questi fulcri di interesse è testimoniata anche dalla presenza di varianti poco note di suoi lavori iconici, che ha realizzato a distanza anche di decenni: non semplici repliche, ma opere autonome che testimoniano come le stesse tensioni tornino con nuove accezioni, senza mai esaurire il loro potenziale semantico, rivelando la profonda coerenza di una vita dedicata per necessità - all’arte», spiega il curatore. Risulta evidente come, pur “uscendo dal quadro”, Kounellis del pittore preservi la postura: ferro, carbone, fuoco, odori, frammenti di quotidianità ed elementi organici assumono la funzione del colore all’interno di una grammatica visiva tesa a raccontare l’uomo, al centro di una ri-

«Per tutta la sua vita, Kounellis ha dipinto con il ferro, il carbone, il fuoco, i sacchi di juta e il profumo del caffè. Ha dipinto con lo spazio, il silenzio, la memoria di una civiltà mediterranea che sentiva minacciata. Eppure, nessuna mostra aveva ancora assunto la pittura come lente interpretativa principale del suo lavoro» Vincenzo de Bellis, curatore della mostra

flessione che pur non lo rappresenta mai direttamente. Anche quando gli strumenti tradizionali della pittura tornano, è in chiave strettamente materica: emblematiche le tele tinteggiate di nero e risemantizzate come tovaglie di tavoli che, ruotati e appesi alla parete, si tramutano in una folgorante rievocazione del Quadrato nero di Malevič, l’opera che aveva segnato il punto zero della pittura e che viene citata altre due volte in mostra, significativamente a partire dal lavoro che la apre. Il suprematista russo non è l’unico grande artista del passato con cui Kounellis dialoga: da © Estate of Jannis Kounellis / 2026, Prolitteris, Zurich Foto: Carlo Vannini

A destra, Senza titolo, 1978, 132 x 78 x 59 cm, Collezione Maramotti, Reggio Emilia: il giallo che attraversa il corridoio con l’opera omaggio a van Gogh, diventa qui pura presenza suggellandolo con i topoi kounelliani della barca e del viaggio. In alto, Vincenzo de Bellis, curatore della mostra, con Danna Olgiati. © Estate of Jannis Kounellis / 2026, ProLitteris, Zurich Foto © Agostino Osio for Alto Piano

III sezione: Senza titolo (Omaggio a Van Gogh), 1991

Piero della Francesca a Mondrian, Ensor o Hans Arp, numerosi sono i rimandi più o meno espliciti in mostra. «Quello che più sorprende è il cosidetto Omaggio a van Gogh del 1991: una sequenza di d’après in cui sopravvivono soltanto le proporzioni dei quadri originari e la memoria della luce, qui restituita dalla tenue illuminazione elettrica che filtra dalle lamiere di ferro con cui Kounellis sublima l’essenza della pittura di van Gogh, pur cancellando ogni riferimento cromatico e iconografico. Presentata solo poche altre volte, qui allestita lungo le due pareti di un corridoio di 12 metri, è a mio avviso uno dei momenti più potenti della mostra», osserva il curatore. Uno spazio di transito intimo e meditativo che, in apparenza intermezzo, ne costitusce invece l’epicentro. Alla sua conclusione si staglia, sorpreso dal mattino di un giallo a sua volta memore del pittore olandese, il veliero che, sospeso su un mare di grezzi sacchi di juta, si proietta verso nuovi orizzonti. Una sorta di altare laico per Kounellis, figlio di un ingegnere navale e del Mediterraneo, che nel topos del viaggio ha uno dei più potenti archetipi della sua esistenza di migrante e artista. Si vira verso la terza sala, che si tinge anche di colore, a dispetto di un Kounel-

© Estate of Jannis Kounellis / 2026, ProLitteris, Zurich Foto © Agostino Osio for Alto Piano

2026 M · 101 III sezione: La pittura come memoriaOttobre e silenzio


© Estate of Jannis Kounellis / 2026, ProLitteris, Zurich Foto © Agostino Osio for Alto Piano

IV sezione: La pittura come scena e icona

lis spesso documentato in bianco e nero. Qui il gesto pittorico è più evidente, come nell’omaggio a Ensor o nei due grandi monocromi che lo affiancano, trasponendo in versione industriale la spiritualità di Rothko; ma anche nelle quattro carboniere - altro pezzo raro in mostra - dipinte di giallo, rosso, blu e nero: il vocabolario dell’astrazione di Mondrian applicato a contenitori di un materiale quanto mai concreto. Di straordinaria intensità la sezione finale, dove attraverso la materia - prosaici oggetti di scena, come un cappotto o una sedia - Kounellis riesce a rappresentare il vuoto di un’assenza. La propria, nell’autoritratto affidato ai pochi accessori che lo connotavano - cappotto, scarpe e cappello - impilati su una sedia agganciata a una superficie argentata che riflette ed elude lo spazio; quella di un incontro mancato o interrotto nei due cerchi di sedie disertate; quella delle tante vittime della Storia, denunciate dai cappotti appesi come carne da macello alle putrelle dell’installazione che domina questa sala. Un’opera che aveva profondamente emozionato Giancarlo Olgiati quando, a fine luglio, aveva potuto vedere la mostra, allestita con largo anticipo sull’inaugurazione a causa della complessità di alcune installazioni e materiali. «Giancarlo ha fortemente voluto quest’esposizione ed era molto soddisfatto del risultato. In particolare, di fronte a questa opera, si è seduto ed è restato a riflettere in silenzio. Poi mi ha chiesto: “Danna, vedi anche tu quello che vedo io, vedi quanto importante è questo lavoro? Sono le anime morte di Gogol”»: un ricordo che Danna Olgiati ha voluto condividere alla presentazione della mostra. Quello fra lei e il marito, scomparso il 21 agosto, è stato un sodalizio totale, basato sulla completa sintonia di cuore e cervello. Passione e logica hanno infatti congiuntamente guidato il progetto collezionistico scaturito dal loro incontro 102 · TM Ottobre 2026

© Estate of Jannis Kounellis / 2026, Prolitteris, Zurich Foto © Agostino Osio for Alto Piano

IV sezione: Senza titolo, 1988, Collezione privata

© Estate of Jannis Kounellis / 2026, Prolitteris, Zurich Foto: Pedicini fotografi

Sopra, Senza titolo, 2007, 200 x 180 x 41 cm, Collezione Gianfranco D'Amato: cappotto e sedia, elementi protagonisti della quarta sezione, compongono un “autoritratto” di Kounellis raramente esposto. In alto, a destra, l'installazione olfattiva che conclude la mostra: su 7100 bicchierini ricolmi di grappa fluttuano forme di piombo memori di quelle biomorfe di Hans Arp.

nel 1985, emblematicamente intermediato da Arman, sotto il segno di Balla: proprio la consapevolezza della necessità di riconoscere il debito delle avanguardie del proprio tempo verso quelle storiche ne ha guidato con metodo e coerenza le acquisizioni, incentrate sull’arte italiana dal futurismo alla Pop art romana, all’Arte Povera e al neoastrattismo - in dialogo con le avanguardie storiche - russe e dada - e alcuni dei maggiori esponenti della scena artistica contemporanea europea e internazionale, accomunati nelle loro traettorie dalla matrice astrattista e dalla riflessione sulla materia. «Quello che la Collezione di Giancarlo e Danna Olgiati ha fatto, fa e farà per l’arte italiana è di importanza capitale. In primis perché non c’è modo

migliore di supportare l’arte e gli artisti che collezionandoli. Non è una questione di mercato», precisa Vincenzo de Bellis, Chief Artistic Officer e Global Director di Art Basel Fair, «ma la necessità di radicare l’arte a un territorio e a dei luoghi, evitando che rischi di essere dispersa o dimenticata. Il fatto che accada fuori dai confini italiani è ancora più importante. E poi Giancarlo e Danna hanno avuto la capacità di guardare non soltanto al passato ma sempre anche avanti, a nuove scoperte e progetti», conclude il curatore. Guardare avanti, per chi colleziona, significa anche pensare al futuro di quanto ha costruito: una vocazione personale che esprime il suo massimo potenziale nella condivisione con la collettività, come i coniugi Olgiati hanno fatto concedendo dal 2012 in usufrutto alla Città di Lugano parte della loro Collezione grazie all’intesa con il Masi e la sua Fondazione, museo al quale nel 2018 hanno donato 76 opere. Una fruttuosa partnership pubblico-privato, di cui sono riflesso anche le memorabili mostre che ci hanno regalato in questi anni, ponendo Lugano al livello delle grandi capitali della cultura. È così che l’arte persiste: attraversa generazioni, riapre domande, raggiunge nuovi pubblici. Come Jannis Kounellis, più che mai attuale nelle sue riflessioni, più che mai pittore pur senza tela e pennello, lui che ha fatto del visibile un campo di pensiero e resistenza, continuando a costruire immagini, cooerente alla sua vocazione. Ed è così che chi, con altrettanta coerenza, degli artisti ha scelto e acquistato le opere, facendone un progetto che va oltre il possesso per diventare un atto di amore e responsabilità verso l’arte e la sua storia, resta presente in ogni pezzo della sua Collezione e, attraverso essa, tramandando il patrimonio del passato continuerà ad aprire nuovi orizzonti. Susanna Cattaneo


IA, CHI HA PAURA DEL LUPO CATTIVO?

Adolescenti 13+, Genitori, Insegnanti, quadro educativo per il futuro

Algoritmi, social e strumenti di Intelligenza Artificiale fanno già parte della vita quotidiana e vietarli o ignorarli non significa proteggere i ragazzi: significa lasciarli soli nella foresta digitale. L’IA non è un mostro cosciente, ma una forza potente alimentata dai dati, dalle conoscenze e anche dai pregiudizi umani. L’obiettivo non è fuggire dal “lupo cattivo”, ma imparare a comprenderlo e governarlo, formando ragazzi capaci di usare l’Intelligenza Artificiale senza subirla, perché la macchina può correre veloce, ma la direzione spetta ancora a noi! Il futuro non si subisce, si educa! Già disponibile su Amazon: Versione italiana

Eva Accenti IA, chi ha paura del lupo cattivo? English edition

Eva Accenti AI, Who’s afraid of bad wolf?


cultura/ design

© Ooki Jingu

Pensare con le mani © Foscarini.

Aggiudicatosi il titolo di Designer Svizzero dell’anno 2026, atelier oï si distingue per un’identità trasversale e una ricerca progettuale capace di muoversi liberamente tra design, architettura, installazione e artigianato.

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a oltre 35 anni, atelier oï, studio di design e di architettura con sede a Neuveville progetta esplorando la materia attraverso un approccio profondamente sensoriale e sperimentale. Nato sulle rive del lago di Bienne, in Svizzera, lo studio è fondato e diretto da Armand Louis, Aurel Aebi e Patrick Reymond: tre percorsi 104 · TM Ottobre 2026

diversi che hanno trovato nel dialogo il proprio terreno comune. Il loro lavoro attraversa scale e discipline diverse, dalla progettazione di oggetti alle installazioni, dagli interni all’architettura. A legare esperienze apparentemente lontane è un metodo che privilegia l’esplorazione rispetto alla forma prestabilita, il fare rispetto alla teoria, la materia rispetto all’immagine. ‘Pensare con le mani’ è forse la definizione che meglio sintetizza questa filosofia. Nel corso degli anni atelier oï ha collaborato con realtà internazionali come Louis Vuitton, Artemide, Foscarini, Is-

sey Miyake, Bvlgari, Usm e Nespresso, costruendo relazioni fondate più sulla fiducia e sulla sperimentazione condivisa che sul prestigio del nome. Quest’anno lo studio ha ricevuto il titolo di Designer svizzero dell’anno, un riconoscimento che assume un significato particolare proprio perché premia non una singola personalità, ma una pratica collettiva.

In apertura, scenografia ‘Paper/ Garden, allo Spiral Garden di Tokyo e sopra a sinistra, lampada della Collezione Allegro (Foscarini).


Ai tre creativi abbiamo rivolto alcune domande in materia di artigianato, intelligenza artificiale e del ruolo del designer oggi, ma anche di ciò che, dopo 35 anni, continua ancora a sorprenderli. Quest’anno avete ricevuto il titolo di Designer svizzero dell’anno. Cosa rappresenta per voi questo riconoscimento? Ci tocca particolarmente perché questo premio riconosce uno Studio, un team. piuttosto che un singolo individuo. E riconosce un modo di lavorare controcorrente, che si è affermato da un villaggio di meno di quattromila abitanti sulle rive del lago di Bienne, anziché da una metropoli. Rifareste tutto allo stesso modo oppure cambiereste qualcosa? Non cambieremmo nulla di essenziale. Non abbiamo mai cercato di avere successo: il successo è ciò che segue naturalmente qualcosa quando si percorre la propria strada. Da più di tre decenni lavorate in trio. Qual è il segreto per mantenere viva una collaborazione così lunga? Ci piace parlare di ‘sguardi incrociati’. Proveniamo da mondi diversi: dalla costruzione navale (Armand) e dall’architettura (Aurel e Patrick), e ogni progetto è

una sorta di partita a ping-pong: a volte ad imprimere maggiore forza è uno, a volte è l’altro, ma il trio procede sempre con lo stesso entusiasmo. Dite spesso che i materiali sono il punto di partenza. È il materiale a suggerire la forma oppure è l’idea a cercare il materiale giusto? Progettare è come cucinare. Non ci affidiamo mai soltanto a una ricetta:

© Smiling Gecko

© atelier oï

Sopra, atelier oï (da sinistra, Armand Louis, Aurel Aebi e Patrick Reymond). Lo Studio, decretato nel 2026 ‘Designer svizzero dell’anno’, opera su scale differenti, e annovera pluriennali collaborazioni con marchi celebri, come Louis Vuitton. Sotto, Smiling Gecko (Cambogia, 2024).

guardiamo, tocchiamo, annusiamo, assaggiamo per capire. Non cerchiamo di imporre una forma alla materia, ma di entrare in dialogo con essa. La forma segue l’emozione. Quanto spazio lasciate all’imprevisto nel corso del processo creativo? Molto. Il nostro approccio assomiglia a quello di un bambino che gioca in una sabbiera e crea, senza volerlo, qualcosa di straordinario; oppure a quello di uno scienziato che sperimenta diverse reazioni fino ad arrivare a una scoperta. Nelle vostre opere sembra esserci un equilibrio tra precisione tecnica e poesia. Come convivono queste due dimensioni? Un quadro tecnico rigoroso è ciò che rende possibile la libertà poetica. Preferiamo sempre partire dalle piccole cose: la luce, un materiale, un dettaglio, e lasciare che gli elementi si sviluppino successivamente a partire da questo nucleo. Siamo nell’era digitale, quale ruolo ha ancora il lavoro manuale? Un ruolo centrale, quasi urgente. Sori Yanagi, uno dei più grandi designer industriali giapponesi, teneva strumenti e non computer sulla sua scrivania, convinto che gli oggetti destinati alle mani umane dovessero essere progettati da mani umane. È esattamente la nostra Ottobre 2026 TM · 105


© Yves André

pratica e pensiamo che questa filosofia diventerà sempre più necessaria nell’era dell’intelligenza artificiale. Quanto è importante il dialogo con gli artigiani per la riuscita di un progetto? Abbiamo un immenso rispetto per il savoir-faire artigianale. Designer, architetti e artigiani lavorano da noi nello stesso spazio, spesso proprio accanto all’atelier di produzione. Questo ci permette di passare continuamente dalla progettazione alla sperimentazione. Pensate che oggi il design rischi di diventare troppo orientato all’immagine e meno alla sostanza? Per noi, il design senza contenuto è soltanto decorazione. Non cerchiamo mai un linguaggio formale particolare, ma di capire di cosa il progetto abbia realmente bisogno e cosa desideri il committente. Passate con disinvoltura da una lampada a un’installazione o a uno spazio architettonico. Esiste un filo conduttore che unisce tutte le vostre realizzazioni, indipendentemente dalla loro scala? Sì: la coesistenza delle scale. Lavorando il legno, per esempio, scopriamo strutture che possono diventare un oggetto, poi uno spazio, poi un’architettura. Questo passaggio da una scala all’altra non è mai pianificato: è un processo di scoperta.

In alto, Arteplage Neuchâtel, Expo.02 (2002). A destra, dall’alto: Amaca (Louis Vuitton) e atelier oï per Pringle of Scotland (Gran Bretagna, 2014). 106 · TM Ottobre 2026

Avete collaborato con marchi come Louis Vuitton, Artemide, Foscarini, Issey Miyake, Usm e Nespresso. Cosa cercate in un partner, prima ancora di considerarlo cliente? Una reale disponibilità al dialogo e alla sperimentazione. Le nostre relazioni con Foscarini, Usm o Louis Vuitton durano da quasi vent’anni, ed è questa fedeltà reciproca, più che il prestigio, ciò che conta veramente per noi. Come riuscite a preservare la vostra identità creativa lavorando con aziende così diverse tra loro? Attraverso ciò che chiamiamo ‘Storytecture’: un approccio in cui la materia racconta storie e si adatta ai diversi contesti. Qual è oggi la responsabilità di un designer nei confronti della società? Diciamo spesso che progettiamo mo-

© Louis Vuitton

© Pringle of Scotland


A destra, Casa Gifu II (Giappone, 2017). Sotto, Dress your body: atelier oï per Dyb Dress your Body (Svizzera, 2007).

menti, non prodotti. Per noi il design è uno strumento sociale e culturale che va ben oltre la progettazione di oggetti. Consideriamo persino la luce, il suono o l’olfatto come materiali a tutti gli effetti. Per voi, la sostenibilità è soprattutto una questione tecnica o soprattutto culturale? Le due dimensioni si incontrano concretamente nei nostri progetti. Il nostro centro per Smiling Gecko, una Ong presente in Cambogia, integra strategie climatiche passive e gestione dell’acqua. La nostra Cabane à Oiseaux non lascia alcun rifiuto. Per noi, la sostenibilità è un gesto culturale tanto quanto una soluzione tecnica. Come si progetta qualcosa destinato a durare nel tempo, anche sul piano emotivo? Partendo sempre dalle piccole cose, piuttosto che da un linguaggio formale imposto. Ogni ingrediente, ogni nota conta, come in cucina o nella musica. Metaforicamente, suoniamo strumenti e da questo nasce un accordo perfetto. C’è un progetto che non ha mai visto la luce ma che sperate ancora di realizzare? Tutti i progetti futuri che saranno sviluppati dal team di atelier oï e che non abbiamo potuto realizzare noi stessi.

© atelier o!i

Qual è l’oggetto da voi progettato al quale siete più legati, e perché? Il Moïtel, in quanto si tratta del nostro spazio di ospitalità creativa. Se doveste descrivere atelier oï in tre parole, quali scegliereste? Dialogo, materia, transdisciplinarità. Dopo 35 anni di carriera, cosa vi incuriosisce ancora del design? Consideriamo che questa filosofia non ci appartenga interamente: si trasforma attraverso le persone che la incontrano, continua il suo percorso, come un viaggio, come una scoperta, come una cucina che non si ferma mai. Se, tra 35 anni, qualcuno dovesse raccontare l’eredità di atelier oï, quale messaggio sperate che ne rimanga? Che atelier oï continui ad essere un metodo trasmissibile di epoca in epoca, un modo collettivo di pensare con le mani e di dialogare con la materia, piuttosto che un nome legato a una sola generazione. © Yves André

Simona Manzione Ottobre 2026 TM · 107


cultura/design

Scrivere, cultura a fior di pelle Proprio quando sembrava destinata a cedere definitivamente il passo ai tasti, la scrittura a mano ha risalito la china, riaffermandosi come gesto personale e consapevole. Così torna in auge la penna: non più soltanto strumento, ma oggetto identitario, di design e da collezione. C’è una nouvelle vague che, da Zugo, raggiunge ogni giorno appassionati in tutto il mondo.

P

er anni abbiamo pensato che il futuro della scrittura... fosse già scritto: tastiere, schermi, messaggi e archivi digitali adombravano la più classica delle alternative. La penna sembrava destinata a diventare un oggetto residuale, legato alla memoria più che al presente. Invece, proprio mentre tutto ciò che scriviamo diventava più veloce, immateriale e facilmente sostituibile, la scrittura a mano si riaffermava. E senza competere con la tecnologia, alla quale restano destinate funzioni pratiche: il telefono anche per prendere appunti, oppure il cloud per archiviare documenti. Scrivere a mano diventa un gesto scelto: 108 · TM Ottobre 2026

più lento, personale, intenzionale. Un gesto da associare a particolari momenti della vita. È attualissimo l’esempio di Lionel Messi, tra i più grandi calciatori della storia, con il suo addio al calcio... scritto a mano. Con il gesto è tornato di moda anche il suo strumento: la penna. Che fissa le parole sulla carta, distinguendosi al tempo stesso per design, materiali particolari, artigianalità, tecnica e storia. Come espressione della personalità di chi la sceglie o come oggetto da collezione. Sta accadendo agli strumenti di scrittura quello che è accaduto in passato all’orologeria: quando la tecnologia rende

una funzione più semplice, veloce e accessibile, l’oggetto che svolgeva quella funzione può liberarsi dalla necessità di essere solo utile. E acquistare un nuovo significato culturale, estetico e personale. A osservare da vicino questa trasformazione è un professionista che alla cultura della penna si dedica da quindici anni. È Samuel Naldi, l’anima di Writing Culture, che attira a Zugo amanti della scrittura da tutto il mondo. Dopo una formazione nell’Alta orologeria, Samuel Naldi ha trasformato la propria storia familiare in una ricerca che oggi lo porta a dialogare con collezionisti e appassionati, facendo al contempo divulgazione della cultura della scrittura, anche attraverso i maggiori social media. La sua prospettiva permette di guardare alla penna nella sua versatilità di oggetto capace di raccontare il nostro rapporto con il tempo, con le cose, di trasmettere con un gesto emozioni e sentimenti. Abbiamo conversato. Di segni, strumenti, identità e pensieri a cui dare forma. Si parla della penna soprattutto come strumento di scrittura. Lei racconta, anche attraverso i social media, ciò che c’è dietro l’oggetto... Sono affascinato dal prodotto, ma mi piace parlare anche delle persone che pro-

In foto, come inizia una collezione di penne? per caso o per scelta. Ma per chi decide di iniziare da zero, questi sono i ‘fab five’: Montblanc Meisterstück149, Otto Hut design08, Sailor King of Pen Iro Miyabi, Pelikan Souverän M1000 e Namiki Emperor Rakucho Birds and Cherry Blossom.


gettano quel prodotto, delle manifatture, di tecniche, edizioni speciali, pezzi unici, storia e storie di scrittura. I social media sono un valido alleato per avvicinare a questo mondo un pubblico sempre più ampio, variegato e internazionale. Come sceglie i marchi, e i modelli di ieri e di oggi, da proporre? La cultura della scrittura per me, e per coloro che mi affiancano in Writing Culture, è anche una cultura della coerenza. Ci concentriamo su materiali e tecnologie complessi e pregiati, dal titanio all’oro a 14, 18 e 21 carati. Abbiamo scelto di costruire un contesto preciso, adatto a far conoscere e sperimentare un prodotto di alta gamma e per questo lavoriamo con un numero selezionato di marchi e seguiamo da vicino la loro evoluzione. A Zugo appassionati e curiosi arrivano, fisicamente o virtualmente, da tutti i continenti. Cosa cercano e cosa trovano? La Svizzera trasmette un’idea di qualità e di affidabilità, e noi abbiamo cercato di creare le premesse per un’esperienza internazionale diretta, semplice e trasparente. La nostra clientela spesso conosce già il prodotto: ha acquisito informazioni online, ha valutato e confrontato alcune possibilità e ha ristretto la scelta a poche alternative. Poi vuole provare, capire come scrivono le penne selezionate, sentirne il peso, la piacevolezza al tatto. Considera fondamentale la consulenza di un esperto, perché una penna non è impersonale, da guardare, ma qualcosa con cui il corpo interagisce e che ci accompagna sempre. Che cosa racconta di noi la penna che scegliamo? È una forma di autorappresentazione. C’è chi compra o colleziona un oggetto per la sua storia, chi per la manifattura, per il design o la tecnologia. Alcuni conservano le penne e altri le usano ogni giorno, scegliendone una diversa a seconda del momento e dell’occasione. In ogni caso, la scelta dice qualcosa del significato che attribuiamo alle cose che possediamo. In un’epoca dominata dalla produzione industriale e dalla smaterializzazione, che valore ha oggi l’artigianalità? Anche con riferimento a questo aspetto, c’è un parallelismo tra Strumenti di scrittura e Alta orologeria: l’artigianalità, che sembrava destinata a diventare marginale, poi è stata rivalutata. Oggi siamo disposti a riconoscere un valore maggiore a un oggetto quando percepiamo il lavoro, la competenza e l’intenzione che ci sono

dietro. Il digitale, paradossalmente, ha contribuito a questo cambiamento. Ha eliminato dalla scrittura a mano gran parte della sua inefficienza: la scrittura non deve più competere con la tecnologia sul terreno della velocità. Può invece rivalersi su quello della ‘personalità’. Quando scriviamo qualcosa di importante, intimo o affettuoso, il gesto comunica anche il tempo che abbiamo deciso di dedicare al destinatario di quello scritto. Lo stesso vale per il pensiero creativo: scrivere a mano può diventare un modo per rallentare, sviluppando con più calma un’idea che, proprio perché maturata lentamente, potrebbe essere un’idea migliore. Quanto ai collezionisti: che cosa suscita il loro interesse? Non esiste una risposta unica. Lo stesso collezionista può apprezzare, accanto ad una penna giapponese finemente artistica, una penna industriale tedesca, così come un prodotto italiano. Alla fine, credo che a essere apprezzato sia sempre un oggetto senza compromessi: qualcosa che esprima un pensiero e una manifattura. Che cosa determina il valore di una penna nel tempo? Rarità, qualità, storia, disponibilità e soprattutto desiderio. Il mercato è cresciuto e con esso il numero degli appassionati. Molte edizioni limitate, una volta esaurite, possono essere reperite soltanto sul mercato secondario. A quel punto il costo dipende dalla disponibilità dell’interessato a pagare per possederle. È una dinamica che conosciamo bene anche nell’orologeria. Quando un oggetto è bello, raro e ricercato, la sua funzione non è più l’unico elemento a determinarne il valore. Un orologio misura il tempo, una penna scrive, ma entrambi sono destinati a durare, capaci di generare emozione e, molto spesso, associati all’esclusività. Il valore nasce anche dal racconto? Più si raccontano le storie, più cresce l’interesse. E quando cresce l’interesse, anche il valore percepito delle penne storiche può cambiare. È lo stesso meccanismo che vediamo nell’orologeria, come pure nell’arte e nel design: non basta che un oggetto sia raro. Deve esserci una storia capace di generare desiderio. A chi volesse iniziare oggi una collezione, che cosa consiglierebbe? Prima distinguerei tra chi vuole esporre le penne e chi vuole usarle. Peraltro, io consiglio sempre di usarle. Ci sono alcuni grandi classici che a mio avviso possono

Sopra, Samuel Naldi, conoscitore e narratore del mondo della scrittura a mano, è alla guida di Writing Culture a Zugo, punto d’incontro per chi considera la penna come oggetto di cultura, oppure design o passione.

essere un buon punto di partenza: una Montblanc Meisterstück 149, una Sailor King of Pen con pennino in oro 21 carati, una Otto Hutt design 08 o design C, una Namiki Emperor con lacca realizzata a mano, una Pelikan M1000. Sono cinque oggetti molto diversi e proprio per questo possono aiutare a capire in quale direzione far crescere la propria collezione, facendola diventare personale. Poi, non deve necessariamente crescere in quantità. Deve crescere in consapevolezza. Prima di salutarci: che penna ha in mano? Una Sailor King of Pen. Con il suo pennino che sulla carta può avere un minimo di ‘graffio’, ma ha un flusso d’inchiostro straordinario. Una penna di cui ci si può fidare. Scegliamo uno strumento che sentiamo nostro, lo prendiamo in mano e gli affidiamo il compito di tradurre in segno visibile pensieri e sentimenti. Tutto questo spiega il rilancio della scrittura a mano. Che non è nostalgia per un mondo che non c’è più, ma la possibilità di preferire, in un’epoca dominata dalla velocità, un gesto che richiede tempo. Una penna non è soltanto ciò che serve per scrivere: si fa complice quando decidiamo che alcune parole meritano di essere scritte, conservate e, qualche volta, tramandate. Simona Manzione Ottobre 2026 TM · 109


Roy Lichtenstein Sweet Dreams, Baby!

Precursore della Pop Art, con molto umorismo e ironia, Roy Lichtenstein ha saputo trasportare il linguaggio visivo dei beni di consumo, delle brochure pubblicitarie e delle vetrine nelle arti visive, abbracciando in particolare l’estetica del fumetto: l’ingrandimento di dettagli, i colori vivaci e i punti di retinatura diventano il suo marchio di fabbrica. Lungo quasi mezzo secolo, ha creato oltre 350 serigrafie, acqueforti, litografie, nonché xilografie e linoleografie. Nel 2023, per il centenario dalla nascita, la Roy Lichtenstein Foundation ha donato un centinaio di stampe in totale all’Albertina di Vienna, al British Museum di Londra e al Kunstmuseum Basel, fondando così tre collezioni di riferimento in Europa. Con questa ricca mostra il museo renano presenta per la prima volta le 33 opere ricevute, integrate dalle precedenti acquisizioni. Fino al 14 marzo 2027

Sopra, Roy Lichtenstein, Sweet Dreams,Baby!, 1965, serigrafia su carta velina, foglio 95,5 x 70 cm; Inv. 1969.9. Al centro, testimone dei bombardamenti della notte di Natale del 1917 il busto de La Religione del Canova,1815, gesso, 81 × 43 × 35 cm (senza raggiera), Possagno, Museo Gypsotheca Antonio Canova. A destra, in alto, Mona Hatoum, Fossil Folly III, 2023. Sotto, Dorothy Bohm, Venezia, Italia, 1987. 110 · TM Ottobre 2026

Courtesy of Mona Hatoum Photo © White Cube (Theo Christelis)

«Molte opere degli antichi sono diventate frammenti. Molte opere dei moderni lo sono già sul nascere» Friedrich von Schlegel, da “Athenäums-Fragmente” (1798-1800)

Il tempo, gli eventi naturali, le guerre, l’iconoclastia, la devozione e il riuso hanno trasformato opere nate come unità compiute in oggetti frammentari, capaci tuttavia di conservare - e talvolta accrescere - la

FIRENZE

WINTERTHUR Kunst Museum Winterthur

Mona Hatoum. Routes of Dissonance

Uno sguardo approfondito sul lavoro inquietante di Mona Hatoum. Il corpo come luogo di conflitto sociale e politico costituisce la base della sua pratica artistica, sin dalle performance degli anni ’80, che riflettono l’esperienza di estraneità vissuta allo scoppio della guerra civile libanese, quando si ritrovò bloccata a Londra, impossibilitata a tornare a casa a Beirut. Dagli anni ’90 ha poi creato sculture e installazioni in cui il corpo assente, come l’abitazione privata, fungono da metafora di minaccia e vulnerabilità. Forme austere si contrappongono a materiali fragili e oggetti quotidiani rivelano un pericolo latente. Un lavoro che espande le possibilità formali del minimalismo per abbracciare la dimensione politica ed esistenziale. Fino al 31 gennaio 2027

Museo Comunale d’Arte Moderna di Ascona

Dorothy Bohm Fotografie. Il rivelarsi della luce

propria forza espressiva, in grado di raccontare storie di trasformazione, distruzione e rinascita. Organizzata con la National Gallery of Art di Washington, l’esposizione riunisce a Palazzo Strozzi oltre ottanta opere, interrogando il rapporto tra distruzione e memoria, perdita e immaginazione, assenza e sopravvivenza. Una celebrazione del potere evocativo e del fascino del frammento nella storia della scultura, dall’archeologia all’arte di oggi. Fino al 24 gennaio 2027

L’arte di Dorothy Bohm si intreccia indissolubilmente alla sua vicenda biografica: nata in una famiglia ebrea dell’Europa orientale, fu costretta ancora adolescente a lasciare la Lituania e rifugiarsi in Inghilterra. Un’esperienza che ha segnato profondamente il suo sguardo attento alla fragilità dell’esistenza e il suo desiderio di preservare attraverso la fotografia ciò che il tempo rischia di cancellare. Attraverso 90 immagini, la mostra ne ripercorre la carriera, dai ritratti in studio, alle foto in bianco e nero neorealiste en plein air, a quelle artistiche a colori. Fino al 10 gennaio 2027

ASCONA

© Estate of Dorothy Bohm

Kunstmuseum Basel

Palazzo Strozzi

Broken. Il potere del frammento

© Foto Lino Zanesco

© Estate of Roy Lichtenstein / 2026, ProLitteris, Zurich Kunstmuseum Basel, Kupferstichkabinett, Ankauf Photo Martin P. Bühler

BASILEA

appuntamenti/da vedere


lifestyle/ curve iconiche

Maggiolino, l’auto di tutti Sessantacinque anni di produzione, milioni di esemplari e un posto unico nell’immaginario collettivo. Ma dietro il mito c’è soprattutto la memoria di chi l’ha guidato: intere generazioni.

I

n un caldo mese di giugno a inizio degli anni Settanta, un giovane avvocato e sua moglie in dolce attesa, intraprendono un viaggio che cambierà la loro vita. Con la loro Volkswagen Maggiolino azzurro metallizzato, dal profondo sud attraverso l’Italia, verso l’Emilia-Romagna, dove qualche settimana dopo nascerà la loro bellissima bambina. Torneranno a casa in tre, con la culla sul sedile posteriore, come si faceva una volta. La narrazione di quel viaggio e di quella automobile accompagnerà per sempre quella bambina, diventata nel frattempo un brillante medico.

spesso dimenticando il modello delle altre vetture possedute prima e dopo. Doveva chiamarsi ‘l’auto di tutti’ prima ancora di assumere’ il nome di auto del popolo. È la vettura che ha attraversato il secolo scorso entrando in qualche modo nella vita di tutti, che ha fatto ripartire l’industria tedesca dopo il disastro della Seconda Guerra Mondiale, rimanendo in produzione per sessantacinque anni e diventando la prima vera ‘world car’ della storia. L’unica vettura che ha superato il concetto di automobile ed è diventata un simbolo. La sua meccanica affidabile, con cilindri contrapposti e raffreddamento ad

Sopra, dalle strade dell’Italia degli anni Settanta alla California, dalle famiglie alla polizia, dal lavoro al cinema: il Maggiolino Volkswagen ha una storia senza eguali.

aria, gettò le basi per una generazione di motori sportivi che diedero vita alla genealogia dei modelli Porsche ed è rimasta praticamente invariata, come il suo tipico rumore metallico e la sua linea così particolare da renderne impossibile qualsiasi modifica. L’abitacolo era spazioso, razionale e senza fronzoli. Il successo di vendite fu tale che Volkswagen ne rimase prigioniera, senza riuscire a progettare

Questa storia mi è stata raccontata direttamente dai protagonisti e mi è rimasta impressa; chiunque abbia avuto un Maggiolino ne conserva vivo il ricordo,

un modello che la sostituisse fino al 1974 quando finalmente arrivò la Golf. Fu auto da lavoro, da famiglia, auto di servizio della posta, della polizia, guidata da persone di ogni età e ogni classe sociale, nei centri urbani come in zone rurali, l’auto disegnata dai bambini in ogni angolo del mondo. Negli Stati Uniti diventò un vero e proprio status symbol, specialmente in California dove, insieme al famoso pulmino T1 con cui condivideva il propulsore, è stata per anni la macchina più desiderata dalle giovani generazioni e dove ancora oggi è possibile vederne alcune circolare allegramente e dove il cinema di Hollywood l’ha resa immortale con il suo Herbie da corsa con il numero 53. Quando in Germania negli anni Ottanta la produzione rallentò fino a smettere del tutto, il Maggiolino iniziò una seconda vita con la produzione in Messico che durò fino al 30 luglio 2003, data di uscita dell’ultimo esemplare. Oggi gli appassionati la celebrano con club dedicati in ogni angolo del mondo, in ogni museo dell’auto ne troviamo una, persino in Città del Vaticano esposta tra le vetture dei Papi, e in ogni manifestazione d’auto d’epoca la vediamo tra le partecipanti, anche alla prestigiosa Mille Miglia che si corre ogni anno. Ma è nella memoria di ognuno di noi che ne abbiamo avuta una, nostra o di famiglia, che rimangono i ricordi più vivi, le emozioni più forti, legate a un periodo della nostra vita; non c’è altra auto che abbia un potere evocativo così tanto forte da spingere quella bambina a volerne una da mettere in garage, come quella che cinquant’anni prima la riportò a casa con mamma e papà cominciando così il suo viaggio nella vita. Marco Betocchi Ottobre 2026 TM · 111


lifestyle/ motori

Appagati alla guida e al rifornimento Con i prezzi alla pompa che impongono nuove riflessioni, chi al volante sceglie la sostenibilità ecologica di ibride ed elettriche, si porta a casa anche quella economica. Ecco alcuni degli ultimi modelli che non scendono a compromessi nemmeno su prestazioni e confort a bordo.

Honda Civic Honda Civic La nuova Honda Civic non è il solito facelift di metà carriera, ma un vero salto quantico tecnologico. Non sempre la rivoluzione si annuncia con clamore, e qui rimane silenziosa sotto il cofano ma pronta a cambiare le carte in tavola. Infatti la nuova generazione della Civic riscrive la mobilità ibrida, senza effetti speciali né un look particolarmente grintoso, ma con la sostanza di una vettura che lascia il segno non solo tra gli appassionati Honda, ma anche tra coloro che cercano soddisfazioni alla guida senza rinunciare alla tecnologia ambientale. Il consumo medio è di 4,7 litri Wltp e l’autonomia arriva anche a 840 km. La nuova piattaforma Hev è il cuore pulsante di questa evoluzione e pesa 90 kg in meno di prima, grazie al powertrain full hybrid da 183 Cv e 315 Nm completamente ripensato, dove la 112 · TM Ottobre 2026

leggerezza è sinonimo di efficienza e dinamismo. Lo scatto 0-100 km/h avviene in 7,8 secondi fino a una massima di 180 km/h. Nuova anche la batteria sotto il sedile posteriore, ma la vera chicca è il “motore direct drive” con funzione S Shift, che inaugura una nuova era nel segmento ibrido. Introdotto già sulla nuova Prelude, che simula i cambi di marcia tramite palette al volante e permette anche di scalare, un tocco sportivo che non guasta su una vettura dedicata anche agli appassionati della guida dinamica. Interessante anche che il nuovo motore elettrico direct drive non sia ottimizzato solo per garantire reattività immediata, ma anche privo di terre rare, scelta non solo tecnica ma anche etica. Scommettere su una mobilità più pulita, tagliando i ponti con materiali la cui estrazione ha un impatto ambientale e sociale pesante, potrebbe essere la

carta vincente per conquistare anche una clientela nuova e consapevole. A bordo, si nota subito il consueto ambiente Honda in cui la tecnologia è protagonista, ma senza eccessi. Spicca il display centrale 15 pollici, incastonato in una plancia essenziale e moderna, con ogni comando al posto giusto. L’interfaccia utente è completamente ridisegnata per un’esperienza intuitiva, in linea con le aspettative di chi ormai vive con lo smartphone sempre a portata, offrendo un abitacolo che guarda sì al futuro, ma senza dimenticare la praticità. L’ultima novità si nasconde sotto il sedile posteriore, la batteria, ottima soluzione per abbassare il baricentro della vettura, migliorando sia la dinamica di guida che lo sfruttamento degli spazi per occupanti e bagagli, un vero scoop ingegneristico per massimizzare il piacere di guida, aumentando la versatilità che ha reso la Civic un punto di riferimento per generazioni di automobilisti, non solo nel suo segmento. In listino a partire da Chf 39.990.- in versione elegance, da Chf 41.990.- in versione Sport con Honda S-Shift in modalità Sport, Audiopremium Bose con 12 altoparlanti e volante in pelle riscaldato oppure da Chf 43.990.- con interni in pelle, fari adattivi e tetto panoramico in vetro.


Volvo EX60 La nuovissima Volvo EX60 inaugura una nuova generazione di mobilità elettrica, non solo perché brucia lo scatto da 0-100 km/h in 4,4 secondi - merito dei 510 cavalli della P10 Awd, oggetto della nostra prova - ma per la sua autonomia e velocità di ricarica. Inoltre questo Suv premium elettrico racchiude più innovazioni svizzere di quanto possa sembrare a prima vista: è infatti il primo modello basato sulla nuova architettura Spa3 di Volvo Cars e, al contempo, la prima Volvo in cui la tecnologia Megacasting viene impiegata nella produzione in serie. Questa nuova tecnologia di produzione riduce il numero di componenti singoli, semplificando la produzione e abbassando il peso. Il “Megacasting” rappresenta quindi un esempio lampante di come Volvo Cars stia ripensando lo sviluppo e la produzione dei veicoli, più rispettosa delle risorse, favorendo al contempo l’efficienza energetica dei veicoli completamente elettrici. Con un’autonomia fino a 810 km, la Volvo EX60 percorre una distanza maggiore rispetto a qualsiasi altra auto elettrica che la casa svedese abbia mai costruito. Convince anche sul fronte della ricarica, l’architettura a 800 volt consente infatti rifornimenti molto rapidi. Bastano

Volvo EX60 10 minuti presso le stazioni di ricarica rapida in corrente continua da 400 kW, per recuperare fino a 340 km di autonomia: giusto il tempo di una pausa caffè! La Volvo EX60 è in vendita da Chf 72.000.per la P6 da 374 Cv, da Chf 75.000.- per la P10 Awd da 510 Cv e da Chf 81.000.- per la P12 Awd da ben 680 cavalli.

Mercedes GLB L’evoluzione della gamma Mercedes passa anche dalla Glb di nuova generazione, proposta in versione elettrica e mild hybrid grazie alla nuova piattaforma Mma condivisa con le nuove Cla e Gla. Il look è enfatizzato dai nuovi colori in opaco che conferiscono profondità ai dettagli della carrozzeria. Figli del nuovo corso stilistico, i gruppi ottici uniti da un elemento centrale sottolineano la larghezza della vettura e innovano completamente il posteriore. Più lunga di 10 cm, la Glb hybrid non è più il Suv sobrio di un tempo, ma sfoggia la personalità tecnologica delle Mercedes più recenti. L’aumento delle di-

mensioni, con 2 cm in più in larghezza e 6 cm ulteriori nel passo, offre un abitacolo comodo fino a 7 persone e capacità di carico fino a 540 litri. Una certa originalità si nota anche all’interno, grazie alla fusione cromatica tra bianco e nero per sedili, pannelli porta e la plancia, scenicamente occupata dai tre display. Alla guida, ha un carattere diverso rispetto alla sorella elettrica, visto che nella zona anteriore lo spazio che sulla Bev è riservato al frunk, è occupato da un compattissimo motore termico 1.5 turbo benzina, che sfrutta la chiusura anticipata delle valvole di aspirazione per avere un rapporto di compressione di 12:1. È associato a un cambio a doppia frizione 8 rapporti, con un propulsore elettrico a 48 Volt che offre un boost da 30 Cv per supportare l’unità termica. Negli allunghi più intensi, dopo un rallentamento, si avverte l’entrata in azione del motore a benzina, mentre a velocità costante il comfort è analogo alla sorella a batteria. I consumi rilevati dal computer di bordo nei percorsi urbani ed extraurbani sono di circa 5 litri. Tanti gli aiuti alla guida. In vendita da Chf 56.000.- per la versione ibrida e 59.900.- per la variante elettrica. Claus Winterhalter

Mercedes GLB Ottobre 2026 TM · 113


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