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CHIUSURA REDAZIONALE: 12 marzo 2026 © Riproduzione riservata


MONTBLANC
High Artistry
A Journey Through Château De Versailles Limited Edition 195
Scrivo questa pagina in un pomeriggio di domenica. È l’8 marzo. Una data che porta con sé memoria, conquiste e domande ancora aperte. Fuori la luce è cambiata. Non è ancora piena primavera, ma la promessa della stagione nuova si sente nell’aria, come un movimento silenzioso che ritorna ogni anno. E mentre il mondo attraversa le sue inquietudini - le notizie veloci, i conflitti, i cambiamenti che ci chiedono di ripensare molte cose - la primavera arriva comunque. Con la discrezione delle cose essenziali. Non chiede il permesso al rumore del tempo.
Forse è anche per questo che, lavorando a questo numero, abbiamo sentito il bisogno di fermarci su un’idea semplice e insieme radicale: vivere bene. Non come privilegio o gesto edonistico e superficiale, ma come pratica quotidiana fatta di scelte piccole e consapevoli. La qualità delle relazioni, del tempo che impariamo a proteggere, degli spazi che abitiamo, degli hobby che nutrono la curiosità, della cura che dedichiamo al corpo e all’interiorità. Vivere bene è spesso un gesto quieto, ma trasformativo: è il modo in cui costruiamo le nostre giornate e le condividiamo con gli altri.
Scrivendo questo editoriale oggi, 8 marzo, penso alle donne che hanno attraversato la storia prima di noi. Donne che hanno aperto strade e immaginato possibilità nuove. Alcune tornano particolarmente vicine proprio quest’anno: Marilyn Monroe, di cui ricorre il centenario della nascita, icona che ancora racconta la complessità dell’essere donna sotto lo sguardo del mondo; Grazia Deledda, Nobel per la letteratura, di cui si ricordano i novant’anni dalla scomparsa e il centenario del premio. Da loro e dalle tante donne, di ogni tempo e luogo, che si sono battute per le più disparate cause viene spesso l’ispirazione più profonda, per ciò che hanno fatto, per la qualità con cui hanno abitato il loro tempo.
La primavera, in fondo, è anche questo. Non l’illusione che tutto sia semplice, ma la fiducia che si possa sempre far fiorire qualcosa: un’idea, una relazione, un gesto di cura. Uno spazio di bellezza nella quotidianità.
Questo numero nasce con quello spirito: ricordarci che, anche nei momenti complessi, esistono molti modi per abitare bene la vita.
La primavera è un’opportunità: può riportarci, con discrezione, verso ciò che conta davvero.
Simona Manzione


20
24

Il privilegio di custodire il tempo
Una leadership femminile che trasforma l’ospitalità in arte.

Il benessere come scelta di senso
Plasmare un luogo dove le persone possono ritrovarsi e rigenerarsi.
28 32

L’eleganza dell’essenziale
La ricerca di un’estetica capace di attraversare il tempo.

In mezzo si trova la virtù
La mediazione come strumento strategico nella gestione dei conflitti.
42 56

Il lusso come rivelazione silenziosa
La scelta di uno stile sobrio e consapevole contro l’effimero.



Estetica? Con etica
Restituire armonia al corpo nel rispetto dell’identità.
86 66
Emozioni come pennarelli colorati
Scoprire o ritrovare la libertà di essere veramente sé stesse.

Architetture dell’ inneffabile
Un’inestricabile trama che congiunge memoria, esistenza e mistero.


Una volta Miele, per sempre Miele.

miele.ch/kitchen

Dalle sfumature cipria e pastello agli intensi fucsia e magenta, la primavera riporta la femminilità al suo colore simbolo. Il rosa diventa linguaggio di stile: delicato e deciso insieme, capace di esprimere dolcezza, carattere ed eleganza


SOPRA, GUCCI, MARMONT SHOULDER BAG, MEDIUM, PINK E SOTTO, SWAROVSKI, MATRIX, ORECCHINI A CERCHIO

A DESTRA, L’OROLOGIO HARRY WINSTON, PREMIER VALENTINE’S DAY 2026, AUTOMATIC 36MM, CON MADREPERLA, DIAMANTI E PIETRE PREZIOSE, SA ESSERE SINCRONO CON OGNI CUORE INNAMORATO

IN FOTO, OGGETTO DEL DESIDERIO DI OGNI
DESIGN LOVER: PANTON CHAIR (DESIGN VERNER PANTON)

SOTTO, AQUAZZURRA, CE SOIR SANDAL 105. LE LINEE ONDULATE DELLA SCARPA, IN PELLE METALLIZZATA, SONO IMPREZIOSITE DA INSERTI IN TESSUTO, RICAMI RÉTRO E UNA PIOGGIA DI PAILLETTES PER UN FINISH SCINTILLANTE

Creatività, natura e spettacolo: quattro suggerimenti da segnarsi in agenda per questa stagione

slowUp Ticino
19 aprile
La grande festa della mobilità lenta per camminatori, ciclisti, pattinatori: 50 km senz’auto, dalla Piazza Grande di Locarno al centro storico di Bellinzona, passando sulle rive del Lago Maggiore e nel Parco del Piano di Magadino. Lungo il tragitto punti di ristoro, relax e attività ricreative.

Chaplin. Il Musical 11 giugno - 25 luglio 2026
Il palcoscenico lacustre più bello di Svizzera, sul Walensee, ai piedi del Churfirsten, accoglie un musical entusiasmante con i suoi 21 interpreti portando in scena la genialità di Charlie Chaplin: memorabili scene tratte dai suoi capolavori, ma anche il racconto dell’uomo dietro l’artista.
Musée Artistes Femmes
Da marzo 2026
Molto più di una nuova istituzione culturale: il Musée Artistes Femmes è la concretizzazione di una visione audace e necessaria, quella di garantire una piattaforma di valorizzazione dell’arte femminile. Uno spazio ibrido tra centro d’arte e di confronto, che non solo espone, ma rivela anche i talenti. Un luogo dove le carriere artistiche prendono il volo e dove la storia dell’arte si scrive nel presente. La prima mostra ideata dalla direttrice Marie Bagi, Cellules propone un dialogo fra materiali, forme e racconti intimi (fino al 4 giugno).

Kontakthof - Echoes of ’78 10-11 giugno
Uno fra gli appuntamenti più attesi della stagione di Danza del Lac di Lugano. A quasi 50 anni dal debutto di una delle opere più emblematiche della grande Pina Bausch, la coreografa australiana Meryl Tankard - già interprete dello spettacolo originale - torna a collaborare con alcuni dei membri storici del cast, dando vita a un’intensa riflessione sul tempo. Un dialogo commovente tra passato e presente, che celebra chi è ancora in scena e rende omaggio a chi non c’è più.


Set the stage for the extraordinary. Introducing the Vario cooling Expressive series. The difference is Gaggenau

Arte moderna e contemporanea
Asta: 26, 27 maggio 2026
Esposizione: 22, 23, 24 maggio
Sopra, tra le opere proposte, Felice Casorati,
Fanciulla che dorme, 1955, olio su tela, 90x55
cm. Firmato in basso a destra
Stima: € 35.000 - 50.000
Le aste più interessanti già programmate dalla prestigiosa casa d’aste milanese che fa parte del Gruppo Millon, tra i leader mondiali del settore
Gioielli importanti
Asta: 28, 29 maggio 2026
Esposizione: 22, 23, 24 maggio 2026
Orologi da collezione
Asta: 4 giugno 2026
Esposizione: 22, 23 e 24 maggio 2026
L’arte della tavola
Asta: 22 giugno 2026
Esposizione: 18, 19, 20 giugno 2026
Dipinti e Sculture del XIX e XX secolo
Asta: 24 giugno 2026
Esposizione: 18, 19, 20 giugno 2026
Arti decorative del Novecento e Design
Asta 25, 26 giugno 2026
Esposizione: 18, 19, 20 giugno 2026

Grafiche e Multipli
Asta: 28 maggio 2026
Esposizione: 22, 23, 24 maggio 2026
Sotto, fra le opere proposte, Lucio Fontana, Concetto Spaziale, 1966, album pieghevole in carta oro con buchi, avvolto in una copertina in vinile giallo, 15,3x10 cm.
Firmato e numerato 79 sul colophon (edizione di 200 esemplari)
Stima: € 5.000 - 7.000


Proteggi i tuoi occhi con stile: scopri la nostra nuova collezione di occhiali da sole.

Con il suo connubio fra sostenibilità della guida elettrica e un’autonomia fino a 900 km, Leapmotor B10 Hybrid EV è la scelta perfetta per donne sempre in movimento, attente a design, ambiente, innovazione e sicurezza
Lanciando la versione ibrida del suo Suv compatto B10, Leapmotor unisce al design armonioso, alla tecnologia intuitiva e al competitivo rapporto qualità-prezzo di questo modello, un’estensione dell’autonomia alla guida che la rende perfetta sia in città sia per i viaggi più lunghi. Dagli impegni professionali alla vita di mamma, dalle classiche vacanze in famiglia al sospirato weekend di shopping
e relax fra amiche: la B10 Hybrid EV si rivela ideale per ogni esigenza e destinazione. Se in Cina Leapmotor è ormai ampiamente diffusa con oltre un milione di vetture prodotte, anche sul mercato svizzero, a poco più di un anno dal debutto, si dimostra fra i protagonisti più dinamici della mobilità sostenibile. In particolare la B10 EV Hybrid - presentata in anteprima europea al Brussels Motor Show 2026 - offre una soluzione per abbattere le barriere verso la mobilità green, garantendo un’autonomia fino a 900 km. Quando infatti la carica della batteria elettrica è bassa, si attiva automaticamente un piccolo motore a combustione anteriore, esclusivamente per generare elettricità, mai per muovere le ruote. Questo sistema intelligente elimina l’ansia da autonomia e preserva la sensazione di guida elettrica pura. Quattro le modalità da alternare in base alle esigenze: la modalità EV privilegia la guida completamente elettrica per gli spostamenti quotidiani, mentre la Fuel garantisce massima autonomia e tranquillità nei lunghi viaggi; la EV+ prolunga gli ultimi chilometri in modalità elettrica e la Power+ assicura prestazioni in condizioni impegnative.
Oltre a essere efficiente, la B10 EV Hybrid conquista anche per design, confort e funzionalità. Grazie alle curve fluide e alle linee aerodinamiche che si fondono in uno stile moderno e deciso, l’esterno esprime energia giovanile. Gli interni, illuminati dal tetto panoramico, offrono un ambiente spazioso e accogliente, dominato da un touchscreen centrale da 14,6 pollici, con un’interfaccia smart altamente personalizzabile.

Linee fluide. Proporzioni intelligenti

Le diverse configurazioni dei sedili permettono di trasformare l’abitacolo in un salotto rilassante, dotato di numerosi vani portaoggetti estremamente pratici.

Un’oasidirelax...“connessa” all’ambiente

Nessun compromesso sulla sicurezza garantita da 17 sistemi Adas, scocca in acciaio e un sistema di telecamere a 360°, che ha ottenuto la prestigiosa valutazione di sicurezza a 5 stelle Euro Ncap. In listino a partire da Chf 29.900.- oppure Chf 249.- mensili compresi 5 anni o 200 mila km di garanzia.
Leapmotor B10 EV Hybrid stabilisce dunque un nuovo standard nella categoria dei Suv compatti, riflettendo la filosofia del marchio: eliminare ogni ostacolo alla mobilità sostenibile.
Maggiori informazioni sono disponibili presso Auto Nec di Riazzino per il Sopraceneri e Garage Sport di Lugano per il Sottoceneri
Carmen Carulli, TEDX Speaker, autrice di libri e per 25 anni C-Level Executive in diverse multinazionali.
Advisor su Leadership e Cambiamento Organizzativo, accompagna aziende e board a governare la complessità attraverso il proprio Human & Data Decision Framework™

Il modello del “Soft Skills Value”, vero e proprio ecosistema, propone di trasformare le competenze trasversali in asset strategici misurabili, fondati su cinque dimensioni dell’essere – fisica, mentale, emozionale, relazionale e spirituale – che orientano decisioni, cultura e risultati.
Oggi le aziende si trovano di fronte a una sfida senza precedenti: governare la complessità in un mondo dove la tecnologia e l’intelligenza artificiale corrono più veloci della nostra capacità di adattamento. In questo scenario, la differenza tra un’organizzazione che subisce il cambiamento e una che lo guida non risiede solo negli investimenti tecnologici, ma nella qualità delle persone e nella loro capacità di orientare i processi.
La vera domanda per chi conduce un’impresa non è più “cosa” dobbiamo fare, ma “con quale consapevolezza” stiamo agendo. Per navigare questa trasformazione senza perdere lucidità e margini, è necessario trasformare le competenze trasversali in asset strategici misurabili: quello che definisco Soft Skills Value.
L’Ecosistema del Valore
Con “Soft Skills Value” non intendiamo un generico insieme di abilità relazionali, ma un ecosistema di competenze che hanno un valore strategico per la leadership del futuro. Sono abilità cognitive e relazionali ad alto impatto economico che determinano l’efficacia di ogni scelta aziendale. Esse:
• Nascono dall’interiorità (essere).
• Si manifestano nell’azione (fare).
• Generano impatto negli altri (guidare).
Le cinque Dimensioni dell’Essere come Bussola Operativa
Come approfondito Leadership dell’Essere (Dario Flaccovio Editore), ogni decisore è chiamato a presidiare cinque dimensioni fondamentali, all’interno delle quali le soft skills si radicano e crescono:
1. Fisica: Disciplina, resilienza e autocontrollo. Mantenere la calma fisica non è assenza di azione, ma l’arte di restare lucidi quando il contesto accelera.
2. Mentale: Pensiero critico e problem solving. Sviluppare il discernimento per distinguere i segnali strategici reali dal rumore di fondo informativo.
3 Emozionale: Intelligenza emotiva e autenticità. Padroneggiare i propri “trigger” per favorire la resilienza collettiva anziché farsi travolgere dalle ansie.
4. Relazionale: Comunicazione efficace e ascolto attivo. Costruire un ecosistema di fiducia che riduca i “costi occulti” legati ai conflitti e alla burocrazia interna.
5. Spirituale: Visione, etica e purpose driven leadership. Allineare gli obiettivi di business a un senso del futuro che dia valore e motivazione reale alle persone. Perché sono le competenze del futuro?
Nelle fasi di evoluzione digitale, questi elementi diventano una bussola operativa. Se la Generative AI può ottimizzare l’analisi dei dati, non può sostituire la responsabilità e l’intuizione umana. Un algoritmo può elaborare dati, ma non può creare fiducia; può fornire scenari, ma non può trasmettere ispirazione. Il futuro dell’impresa non appartiene a chi possiede gli strumenti più costosi, ma a chi possiede la struttura interna necessaria per governarli. Investire nelle soft skills dell’organizzazione è l’investimento più pragmatico che si possa compiere oggi. Ciò che rende un leader insostituibile è la sua capacità di essere umano in modo pieno: consapevole, lucido, autentico e guidato da valori profondi.


La leadership etica è la capacità di guidare persone, organizzazioni e aziende mettendo al centro non solo “ciò che si fa”, ma “come lo si fa”. Prendendo decisioni orientate al bene comune, non al mero profitto individuale; esercitando il potere con trasparenza e coerenza; riconoscendo che ogni scelta ha un impatto sulle persone, sulla comunità e sull’ambiente.
Non è una leadership ‘morbida’: richiede anzi molto coraggio, perché sceglie la via più complessa, quella che non sacrifica le visioni di lungo periodo per un vantaggio immediato. Rappresenta un modo di creare fiducia e senso di appartenenza.
Questo modello si traduce in equità e giustizia, garantendo un trattamento imparziale a collaboratori e collaboratrici; in rispetto ed empatia, attraverso l’ascolto attivo e l’attenzione ai bisogni umani; e in responsabilità, riconoscendo come detto l’impatto delle azioni dell’organizzazioni, dell’azienda sulla società e sull’ambiente.
Ed è un paradigma che si intreccia naturalmente con il tema dell’uguaglianza di genere. Una leadership etica non può infatti ignorare i meccanismi, spesso invisibili, che limitano le opportunità professionali delle donne (purtroppo continuano a essere tanti). Leadership etica significa quindi adottare pratiche di assunzione e promozione davvero basate sul merito, superando quei pregiudizi inconsapevoli che influenzano le decisioni e che troppo spesso penalizzano le donne, in particolare nei ruoli apicali. Significa impegnarsi per l’equità salariale, colmando il divario retributivo di genere non solo come obbligo normativo, ma come
imperativo morale. Significa creare un ambiente di lavoro inclusivo e sicuro, in cui molestie e discriminazioni siano prevenute e combattute con decisione. La parità di genere non è dunque un capitolo a parte: è la conseguenza logica di un sistema che riconosce il valore di ogni individuo e che rifiuta modelli di potere basati sull’esclusione. Dove c’è leadership etica, c’è spazio per la partecipazione, per la crescita di tutte le persone, per la libertà di esprimere competenze e visioni senza doversi nascondere e senza dover aderire a sterili stereotipi.
Sottolineiamo infine che unire leadership etica e parità di genere non è solo una questione di integrità morale: produce risultati tangibili. Le organizzazioni che promuovono diversità e inclusione registrano infatti notevoli performance, maggiore capacità di innovare e una migliore capacità di risolvere problemi. In un mondo complesso, insomma, è un vantaggio competitivo.
Il percorso seguito finora ha rivelato limiti e contraddizioni che non possiamo più ignorare. È tempo di fare spazio a qualcosa di nuovo: a una leadership che non confonde la forza con la prevaricazione, che non sacrifica i benefici di lungo termine per un risultato immediato, che non considera le persone come risorse da spremere ma come esseri umani - donne e uomini - da valorizzare. Vogliamo una leadership capace di generare fiducia, futuro e senso. Una leadership che non urla, ma guida con chiarezza e integrità.
In un tempo in cui sembrano prevalere la voce grossa e il profitto a ogni costo, diventa urgente ripensare il modo di guidare persone e organizzazioni, scegliendo integrità, responsabilità e inclusione per creare valore e senso di appartenenza


Ci sono luoghi che appaiono come mondi sospesi tra memoria e desiderio. Spazi dove il tempo rallenta, la luce accarezza i dettagli e ogni gesto racconta una storia di eleganza ricercata. Averne la responsabilità significa custodire un’eredità preziosa e, allo stesso tempo, doverne assecondare il corso, con il coraggio di scrivere nuove pagine.
Tra memoria dei luoghi, tradizione e sguardo contemporaneo, l’eleganza di una leadership femminile che trasforma l’ospitalità in arte
È il caso del prestigioso edificio che dal 1880 si specchia nel lago Ceresio. Nato come Villa Merlina, di proprietà allora della famiglia Viglezio-Vanoni, nel 1887 è diventato l’Hotel Splendide: il primo ‘albergo palazzo’ di Lugano, modellato sullo stile dell’Hotel National di Lucerna, ispirato ai castelli francesi d’epoca barocca. Con l’ampliamento della struttura, la creazione del giardino fronte-lago e le prime ristrutturazioni siglate dall’architetto Paolito Somazzi, l’hotel si trasformò in una delle icone dell’ospitalità europea, attirando personalità illustri e teste coronate, tanto da aggiungere “Royal” al proprio nome. Una realtà storica, guidata oggi da Adele Naldi, la cui leadership intreccia tradizione familiare, formazione internazionale e una visione contemporanea dell’accoglienza. La sua non è solo una posizione manageriale: è una missione vissuta con passione, disciplina e profondo senso di responsabilità. «In una famiglia dalla lunga tradizione alberghiera, gli hotel sono il mio habitat naturale», si racconta. «Guidata da mio padre, ho iniziato presto a frequentare le varie strutture della famiglia, sperimentando il lavoro in diversi reparti e funzioni. Una formazione sul campo, costruita partendo dalla base, con vari stage, per passare poi alle attività più operative ed acquisire, così, una conoscenza approfondita di tutti i meccanismi del mestiere», prosegue Adele Naldi. Gli studi in Svizzera e l’esperienza in realtà come il Ritz di Londra hanno affinato metodo e rigore: «Lì ho imparato il valore della disciplina». Oggi Adele si occupa degli Splendide di Lugano e Parigi, mentre il fratello segue le strutture romane della Roberto Naldi Collection: la famiglia resta cuore pulsante del progetto imprenditoriale.

Traghettare un’identità
Che cosa significa guidare una realtà storica con una forte identità? Di fatto, significa assumersi una responsabilità che va oltre il business: «È un grandissimo privilegio e al tempo stesso una sfida quotidiana che condivido ogni giorno con il nostro General Manager, Thomas Brugnatelli: occuparsi di una struttura come

IN QUESTE PAGINE, LA PARTICOLARE
ARCHITETTURA DELL’HOTEL SPLENDIDE
ROYAL DI LUGANO. SORTO NEL 1880
COME DIMORA PRIVATA, ERA DENOMINATO VILLA MERLINA

lo Splendide presuppone decisioni e azioni nel rispetto della storia di un luogo che ha vissuto tante vite, nell’avvicendarsi di epoche, occasioni e stili», sintetizza la Ceo che, quanto all’essere la prima donna in questo ruolo, afferma «È motivo di orgoglio, ma credo che in questo caso non importi molto il genere. Contano la sensibilità e il rispetto verso la lunga storia dell’hotel, seppur guardando al futuro».
Conosceva già bene l’Hotel, ma è dal 2023 che lo vive appieno. «Abitare qui mi ha permesso di condividere il quotidiano con collaboratori e ospiti. Vicinanza, osservazione, interazione sono stati imprescindibili per prendere decisioni relative all’organizzazione interna,

agli strumenti di lavoro o alle procedure più adatti per mantenere snelli i processi interni e avere sempre più tempo da dedicare alle relazioni», nota Adele Naldi.
L’eleganza come equilibrio
Lo Splendide è sinonimo di stile senza tempo. Cosa significa, oggi? «Lo stile fuori dal tempo nasce dall’equilibrio tra tradizione e innovazione, tra lusso silenzioso e comfort consapevole, tra estetica e gesto. È la coerenza che non si ostenta, la cura che non si dichiara, la capacità di far sentire chi entra accolto e compreso, quasi senza parole», prosegue Adele Naldi. La tradizione è il punto fermo: «È la nostra bussola, il nostro Nord. Puntiamo sempre al Nord, ma cerchiamo di arrivarci attraverso nuove strade. Innovando, a condizione che questo aggiunga valore», sintetizza la Ceo, che sceglie con cura le tre parole con le quali descrivere l’essenza dell’hotel: tradizione, autenticità, famiglia. «Tradizione, che si respira negli spazi e in un’ospitalità atemporale. Autenticità, che si esprime nel mantenimento del suo spirito originario, di dialogo costante con la città e i suoi abitanti. Famiglia: ‘far sentire l’ospite a casa’ implica il concetto dello stare in famiglia. Gli hotel della Roberto Naldi Collection sono luoghi dove la conduzione famigliare consente di prendersi personalmente cura degli ospiti».
IN QUESTE PAGINE, NEL RIGORE MISURATO DELLO
STILE CLASSICO, INTERNI E VOLUMI ARCHITETTONICI
TROVANO UN EQUILIBRIO CHE ESALTA IL CARATTERE
STRAORDINARIO DEL CONTESTO NATURALE

Il dettaglio, il ricordo, l’emozione
In un Urban Resort, il dettaglio è la vera firma: «È ciò che fa la differenza tra un soggiorno normale e uno destinato a restare nella memoria. Il cuscino giusto, un profumo particolare, un buongiorno detto col sorriso. Piccole cose capaci di offrire all’ospite una sensazione di benessere che si tramuta, al momento della partenza, in una sorta di nostalgia. Del resto, il concetto di lusso oggi è cambiato, ha assunto una valenza sempre più - per paradossale che sembri tale affermazione - low profile. Non più sfarzo, ma leggerezza e appartenenza, con la ricerca costante dell’“essere” più che del “mostrare”. Gli ospiti prediligono personalizzazione, spazi curati e funzionali, sicurezza, privacy. E apprezzano molto una cucina che racconta il territorio e le sue stagioni. Quanto alla tecnologia - divenuta oggi componente essenziale della vita di tutti - nel nostro settore mantiene un ruolo meramente strumentale, in quanto è ancora nell’interazione umana che si realizza appieno l’esperienza del soggiorno in hotel: lo sguardo, il tono, un gesto, sono alla base dell’ospitalità autentica e ciò che trasforma anche i momenti normali in momenti da ricordare».
Territorio, persone, sostenibilità
La storia di un Hotel si intesse non solo con le storie degli ospiti, ma anche con le storie e gli attori del territorio: «Lo Splendide dialoga costantemente con il territorio, valorizzando produttori, artigiani e realtà culturali locali», prosegue la Ceo che, quanto al suo team, sottolinea come oltre il 50% dei ruoli manageriali
sia affidato a donne: «Una realtà basata non sulla par condicio ma sulla meritocrazia», precisa l’intervistata. Un Hotel è un microcosmo dove su scala ridotta si presentano tematiche universali. Oltre ai nuovi aspetti del lusso, al chilometro zero o alla parità, c’è anche la sostenibilità: «È tra i fattori prioritari per rimanersi al passo con un mercato in continua evoluzione. In questi anni abbiamo fatto diversi investimenti nelle infrastrutture di nuova generazione, arrivando a ridurre del 50% le emissioni di CO2. Sostenibilità significa anche tecnologia applicata a un nuovo modo di fare ospitalità, attento alle persone, ma anche all’ambiente e alle risorse. E nuovi investimenti sono in programma per l’immediato futuro».
Restando in tema di proiezione temporale, come sarà l’Hotel Splendide tra cinque o dieci anni? «Sempre fedele alla sua eleganza. Ancora più connesso al territorio e riconosciuto per un’ospitalità personalizzata. Un luogo dove sostenibilità e stile coincidono e dove, sul fronte delle risorse umane, i talenti scelgono di crescere».
In un tempo che corre veloce e spesso confonde il lusso con l’apparenza, la storia di questo luogo sottolinea che l’eleganza più potente è quella che si sente, non quella che si ostenta. È fatta di ascolto, di cura, di visione. Di una guida determinata e sensibile, che custodisce il passato senza paura di innovare, che ogni giorno sceglie di mettere le persone al centro.
E forse è proprio questo il vero privilegio: creare luoghi dove altre donne e altri uomini, altre vite, altri sogni possano fermarsi un momento, respirare bellezza e sentirsi - finalmente - a casa...
Numeri, spazi e servizi: certo. Ma ‘fare impresa’ è molto di più. È trasformare un’idea in identità e una struttura in esperienza che vibra. Plasmare un luogo dove il tempo si piega, si allunga, si fa carezza e le persone possono ritrovarsi, rigenerarsi, respirare
Creare un luogo in cui le persone possano stare meglio è un gesto che assomiglia a una promessa. Non è soltanto un progetto imprenditoriale: è una scelta di senso. Lo aveva intuito Viktor Frankl quando, in Man’s Search for Meaning, scriveva che la realizzazione più profonda non nasce dal successo personale, ma dal contributo che offriamo agli altri. E lo suggerisce anche la psicologia positiva contemporanea: in The Happiness Advantage, Shawn Achor ricorda che la felicità non si cattura inseguendola, ma fiorisce quando costruiamo relazioni e contesti sani.

In questa prospettiva, un luogo dedicato al relax e al divertimento diventa un piccolo ecosistema in cui le persone possono rigenerarsi. Forse è proprio questo che accade quando un’esperienza è pensata con cura: si entra in quella dimensione che Mihaly Csikszentmihalyi chiamava “flow”. Il tempo cambia ritmo, i pensieri si fanno più leggeri, il corpo ritrova il suo respiro naturale. È in quei momenti che il benessere diventa reale, tangibile. Non è evasione: è riconnessione.
In Ticino, lo Splash&Spa Tamaro è nato da questa intuizione: offrire uno spazio in cui il tempo non venga consumato, ma vissuto. Una struttura che negli anni è diventata punto di riferimento nazionale (e tanti sono anche gli ospiti stranieri), dimostrando che innovazione e identità possono convivere, che crescita e sostenibilità possono procedere insieme senza perdere anima né umanità.
Dietro questa visione c’è la storia di Anna Celio, una leadership discreta, ma matura e coerente: «Sono cresciuta in una famiglia di imprenditori: mio padre era il proprietario di una Pmi attiva nella progettazione e nello sviluppo di prodotti elettrotecnici all’avanguardia. Fare impresa faceva parte della quotidianità di tutta la famiglia», esordisce la direttrice dello Splash&Spa. Eppure, prima di mettersi in proprio, con una laurea in ingegneria alimentare in tasca, Anna aveva scelto un’altra traiettoria: «Quindici anni di lavoro da dipendente, per comprendere dall’interno responsabilità, dinamiche, fragilità». Solo dopo è iniziata l’avventura del celebre Centro di benessere e divertimento di Rivera, condivisa con il marito. Guidare una realtà complessa significa abitare l’equilibrio. Tra aspettative e imprevisti. Tra visione e concretezza. «Durante la pandemia, ad esempio, la scelta di riaprire appena possibile non è stata solo strategica: è stata un atto di fiducia. Fiducia nel progetto, nelle persone, nella capacità di ripartire», racconta l’imprenditrice.
La paura di sbagliare è sempre lì, sullo sfondo. Ma non paralizza: educa. «Ho rispetto per ciò che faccio», racconta, «dagli errori cerco di imparare». È una leadership, la sua, che non alza la voce, non cerca etichette. Nemmeno quella di “leadership femminile”. «Non è il genere a fare la differenza, ma i valori e le capacità», commenta. Alla radice di tutto c’è una


definizione minima, e per ciò stesso potente: stare bene con sé stessi e con gli altri il più spesso possibile. È questo il criterio invisibile che orienta ogni scelta. Chi entra deve poter rallentare, ridere, respirare, sentirsi accolto. Uscire con un’energia diversa, capace di contagiare anche fuori.

La conduzione familiare del Centro di Rivera si traduce in prossimità, in ascolto, in una forma di cura che non è mai teatrale. «Nel tempo è cambiato anche il modo di percepire il benessere: se in passato dedicarsi a sé poteva sembrare un lusso, oggi è riconosciuto come una necessità. E il concetto stesso di benessere continua a evolvere, richiedendo attenzione, aggiornamento, visione», afferma l’intervistata, «Innovare, in questo settore, non è un’opzione ma una condizione permanente».
Aggiornamento continuo, capacità di anticipare tendenze, progettualità sono imprescindibili. E tra i progetti futuri c’è l’ampliamento della zona trattamenti, pensato secondo un’idea architettonica distintiva. Il legame con il territorio resta centrale: è organico, naturale. «La struttura è nata qui, qui investe, qui cresce», sintetizza la nostra interlocutrice. Mentre, se si parla di sostenibilità, «non è una parola aggiunta in un secondo momento: è parte del progetto fin dall’inizio - energia verde, recupero del calore, riciclo dell’acqua, miglioramento continuo per ridurre l’impatto ambientale», prosegue Anna Celio. Una coerenza silenziosa, quotidiana, la sua.
Parliamo dello Splash & Spa quasi fosse una persona, e chiedo - dunque - se lo fosse per davvero, che tipo di ‘carattere’ avrebbe... «Sarebbe una persona di altissima qualità, pulita, cordiale e gioiosa», risponde senza esitare. Continuando allora ad attribuire al Centro una sua personalità, immaginiamo anche che cosa direbbe ai suoi ospiti prima di farli andare via: «Grazie di cuore e spero di riabbracciarvi presto», nota sorridendo Anna Celio. E quanto ad Anna, chi sarebbe oggi se non avesse intrapreso quest’avventura? «Probabilmente sarei impegnata in un altro settore, verosimilmente nell’industria chimico-alimentare. Avrei forse un’attività con qualche pensiero spigoloso in meno, ma

credo che, indipendentemente dal contesto, sarei la stessa persona, con gli stessi valori e lo stesso modo di affrontare il lavoro e le responsabilità». Intanto la realtà del qui e ora non manca di dare soddisfazioni «I sorrisi degli ospiti, le risate condivise tra ospiti e collaboratori», risponde senza esitazione la mia interlocutrice. Segni piccoli, ma rivelatori. Perché in fondo custodire il tempo degli altri è una responsabilità non urlata ma profonda: «Significa offrire un frammento di leggerezza in un mondo che corre». Come darle torto!
La storia di Anna racconta che il successo non è un lampo improvviso, ma una visione e un insieme di abilità coltivate con pazienza. Nel suo progetto, che ha assunto dimensioni sempre più importanti, ogni spazio pensato con attenzione è un microcosmo di bellezza, un rifugio dove il tempo si trasforma in esperienza, dove l’anima può respirare, dove il benessere diventa tangibile e condiviso. Fare impresa, in questo caso, significa creare momenti che fanno stare meglio, generare valore umano prima ancora che economico, far sentire ogni persona più leggera di quando è entrata, più vicina a sé stessa e agli altri. Forse il vero successo non si misura con numeri o riconoscimenti, ma con la capacità di trasformare il tempo delle persone in qualcosa che conta davvero. E la realtà che, incastonata con le sue riconoscibili cupole ai piedi del Tamaro, non solo intrattiene, ma genera senso. E forse l’obiettivo, ieri come domani, resterà lo stesso: far sì che ogni persona esca un po’ più leggera di come è entrata.
Lo Splash&Spa non è solo una destinazione: è un luogo dove il tempo rallenta davvero, dove ogni sorriso, ogni risata, ogni momento di quiete e relax diventa testimonianza concreta che un’impresa può essere, al contempo, strumento di crescita e custode di umanità.
NELLE IMMAGINI, IL BENESSERE PASSA ATTRAVERSO MOMENTI
DA VIVERE, SOLI O IN COMPAGNIA, IN CONTESTI NEI QUALI L'OFFERTA DEI SERVIZI SI CONIUGA CON UN TEMPO CHE RALLENTA E CHE PERMETTE DI RITORNARE IN CONTATTO PRIMA
DI TUTTO CON SE STESSI







Linee pure, geometrie calibrate, luce e materia che dialogano con il silenzio dello spazio. Designer dalla visione rigorosa e poetica, Elisa Ossino racconta il suo approccio all’architettura d’interni, il rapporto con l’arte e la ricerca di un’estetica capace di attraversare il tempo

C’è una forma di design che non alza la voce.
Si manifesta attraverso proporzioni perfette, superfici materiche e atmosfere rarefatte in cui ogni elemento sembra trovare naturalmente il proprio posto. È un linguaggio fatto di sottrazione, di equilibrio tra pieni e vuoti, di luce che modella lo spazio con discrezione. Nel lavoro di Elisa Ossino, l’architettura d’interni diventa quasi una composizione visiva: un campo di forze in cui geometria, colore e materia dialogano con la sensibilità di chi abita lo spazio. Il risultato sono ambienti sospesi, essenziali ma profondamente emotivi, dove la dimensione estetica incontra quella sensoriale.
SOPRA, A DESTRA, ELISA OSSINO
SOPRA, A SINISTRA, AMINI CARPETS, 2025
NELLA PAGINA ACCANTO, DI AMINI CARPETS:
I TAPPETI DELLA COLLEZIONE ‘I MARI DELLA
LUNA’ (2025) APPAIONO COME OPERE “METAFISICHE”. AL DI LÀ DELLA MATERICITÀ DEL TAPPETO, EVOCANO I PROFONDI CAMBIAMENTI DI QUESTI ANNI E SI PROPONGONO ANCHE COME UNA RIFLESSIONE SULLE PRATICHE DI ECONOMIA CIRCOLARE, CAPACI DI CONTRASTARE LA CRISI CLIMATICA E LE SUE RIPERCUSSIONI SUL PIANETA

Elisa Ossino, il suo lavoro è spesso descritto come essenziale e metafisico. Quando ha capito che questa sarebbe stata la sua cifra espressiva?
Non credo sia stato un momento preciso, ma una consapevolezza maturata nel tempo. Fin dagli anni della formazione ho sentito una naturale inclinazione verso l’astrazione e la sottrazione. Mi interessava capire quanto fosse possibile ridurre uno spazio all’essenza, liberandolo dal superfluo, per far emergere una dimensione più silenziosa e contemplativa. Lavorando ho compreso che quella tensione verso il vuoto, verso l’equilibrio tra pieni e assenze, generava atmosfere sospese, quasi metafisiche. Non è una ricerca di stile, ma di intensità: creare ambienti in cui pochi segni, molto calibrati,


siano capaci di imprimersi nella memoria e di evocare qualcosa che va oltre la funzione.
C’è stato un progetto o un momento che ha segnato una svolta nel suo percorso professionale?
Più che un singolo progetto, direi alcune esperienze fondative: il lavoro sulla ricerca dei linguaggi durante gli anni al Politecnico di Milano e i primi progetti indipendenti in cui ho potuto sperimentare una forte radicalità compositiva. Quando ho iniziato a trattare lo spazio quasi come un’installazione - lavorando per sottrazione, costruendo ambienti monocromatici, concentrandomi sulla relazione tra luce e materia - ho capito che quella era la direzione. Da lì si è definita una grammatica personale che nel tempo si è consolidata, pur continuando a evolversi.
Per lei il design è più un atto razionale o emotivo?
È un equilibrio necessario tra le due dimensioni. Il design nasce sempre da un pensiero, da una riflessione che struttura il progetto in modo rigoroso. Ma se si fermasse alla razionalità sarebbe sterile. L’emozione interviene nel modo in cui lo spazio viene percepito, nel rapporto con la luce, nella scelta della materia. Per me progettare significa tenere insieme struttura e sensibilità: dare forma a un’idea con precisione, ma lasciare che lo spazio possa essere vissuto in modo intimo, quasi empatico.
Che peso ha l’arte nel suo lavoro?
L’arte ha un ruolo centrale, non come citazione formale ma come attitudine. Mi interessa l’arte quando riesce a generare uno scarto percettivo, una sospensione, una domanda. Questo approccio entra nei miei progetti, nella costruzione di atmosfere, nell’uso della luce, nella ricerca di una composizione quasi pittorica dello spazio. Spesso penso agli interni come a campi visivi, dove proporzioni, colori e volumi dialogano come in una tela. L’arte mi ricorda che lo spazio non è solo funzione, ma esperienza e racconto.

Che rapporto ha con il concetto di tempo nel progetto: il design deve essere contemporaneo o senza tempo?
Credo che il buon design debba essere radicato nel presente ma capace di attraversarlo. Essere contemporanei significa comprendere il momento storico, le trasformazioni sociali e culturali. Ma l’obiettivo non è inseguire l’attualità: è costruire qualcosa che mantenga senso nel tempo. Mi interessa una qualità che potremmo definire “duratura”: forme essenziali, materiali autentici, proporzioni equilibrate. Elementi che non dipendono dalla moda ma da una coerenza più profonda.
La geometria è centrale nel suo lavoro: è un punto di partenza concettuale o un esito naturale del processo? È entrambe le cose.
La geometria per me è una struttura mentale prima ancora che formale. Mi permette di costruire ordine, ritmo, proporzione. Ma non è mai un esercizio freddo: è una cornice dentro cui può entrare la luce, la materia, l’emozione. Attraverso la geometria cerco di raggiungere una chiarezza spaziale che renda percepibile l’equilibrio. È una disciplina che consente poi alla poesia di emergere.
L’uso che lei fa del colore è spesso misurato, eppure molto potente. Come nasce una palette?
Nasce sempre dal concept e dal luogo.
A volte scelgo di lavorare in modo radicale, creando ambienti immersivi, quasi monocromatici, dove le variazioni tonali e materiche diventano protagoniste. In altri casi costruisco contrasti più netti per generare ritmo. Spesso parto da una base neutra, che funziona come campo silenzioso, e inserisco accenti più intensi come contrappunti. Il colore per me non è decorazione: è uno strumento per modificare la percezione dello spazio, amplificarne la profondità, costruire atmosfera. Quanto contano quindi il silenzio, il vuoto e la sottrazione nel suo processo creativo?
Sono elementi fondamentali. La sottrazione è il modo in cui costruisco tensione. Eliminando l’eccesso, lascio che luce, proporzioni e materia diventino attive. Il vuoto non è assenza, ma spazio disponibile all’immaginazione. Mi interessa creare ambienti in cui si percepisca una pausa, una sospensione. È in quella rarefazione che lo spazio acquista intensità e permette una relazione più profonda con chi lo abita. Progettare uno spazio significa anche raccontare una storia: da dove inizia quando lavora al progetto di un interno?
Inizio sempre da un pensiero guida. Cerco di individuare un contenuto, un nucleo concettuale che possa orientare tutte le scelte successive. Solo dopo entrano in gioco materiali, colori, arredi. Mi piace immaginare lo spazio come una composizione: pesi, volumi, oggetti che generano un ordine visivo. Ogni elemento deve avere una ragione, nulla è casuale. La funzione è presente, ma spesso si integra in modo discreto, lasciando emergere la dimensione narrativa.
Come dialogano architettura, luce e oggetti nei suoi progetti di interior design?
Sono inseparabili. L’architettura fornisce la struttura, la luce la rivela e gli oggetti ne definiscono il ritmo. Quando progetto, penso sempre all’equilibrio tra pieni e vuoti, tra presenza e distanza. Un oggetto non è mai isolato: entra in relazione con lo spazio, ne modifica la percezione, ne sottolinea le tensioni. È un dialogo continuo tra scala architettonica e scala domestica.

Il tappeto è un oggetto fortemente simbolico e materico: cosa rappresenta per lei all’interno dello spazio domestico?
Il tappeto è una presenza viva. A terra diventa una sorta di paesaggio domestico: organizza gli arredi, definisce una gerarchia, introduce materia e memoria attraverso trama e colore. Ha una dimensione sensoriale molto forte - calore, morbidezza, intimità - che rende lo spazio più umano. A volte però scelgo di sottrarlo alla funzione e di appenderlo, come un’opera tessile. In quel caso diventa un punto focale, un gesto quasi curatoriale che conferisce allo spazio una profondità emotiva diversa.
La collaborazione con Amini unisce rigore geometrico e tradizione manifatturiera: in cosa si traduce l’equilibrio tra questi due mondi?
Si traduce in un dialogo tra struttura e gesto artigianale. Da un lato c’è una costruzione rigorosa del disegno; dall’altro il valore della manualità, dell’imperfezione, della materia che vibra. Questo incontro genera oggetti che non sono solo geometrici, ma anche profondamente umani.
In tema di collaborazioni: in che modo riesce a mantenere una forte identità autoriale lavorando con brand diversi?
Ogni brand ha una propria identità, e il dialogo è fondamentale. La mia responsabilità è portare una visione coerente, ma senza sovrappormi. Mantengo la mia cifra lavorando su composizione, materia, atmosfera - elementi che appartengono al mio linguaggio - e li declino in relazione alla storia e ai valori del marchio. Su cosa sta concentrando la sua ricerca oggi?
Sto approfondendo la dimensione sensoriale e multisensoriale dello spazio. Mi interessa lavorare su materiali che raccontano il tempo, che abbiano una qualità tattile autentica, ma anche integrare nuove tecnologie in modo consapevole. Credo sia importante coniugare innovazione ed etica, artigianalità e sperimentazione. Sempre più, sento l’esigenza di progettare ambienti che non siano solo visivi, ma capaci di coinvolgere percezione, memoria ed emozione. Infine, come definirebbe oggi il ruolo del designer in una società complessa e in rapido cambiamento? E quale parola - una sola - userebbe per descrivere il suo lavoro?
Il designer oggi ha il compito di interpretare la complessità, non di semplificarla superficialmente. Deve costruire senso, creare relazioni, proporre visioni responsabili. Se dovessi scegliere una sola parola per descrivere il mio lavoro direi: Essenziale. Perché è nella riduzione, nella ricerca dell’equilibrio e nella cura della materia che trovo la mia forma più autentica di espressione.
TEMPI MODERNI
mediazione

Nel mondo del diritto, vincere una causa non sempre significa risolvere un conflitto. In un contesto economico e sociale sempre più complesso, la gestione delle controversie rappresenta una competenza fondamentale sia nella sfera privata sia in quella professionale. In questo scenario la mediazione si afferma sempre più come uno strumento efficace per risolvere i conflitti al di fuori delle aule giudiziarie. Attraverso l’intervento di un terzo indipendente e imparziale, le parti vengono accompagnate in un processo strutturato che favorisce il dialogo e consente di individuare una soluzione negoziata, spesso in tempi significativamente più rapidi e con costi più contenuti rispetto al contenzioso giudiziario: «La mediazione non è semplicemente un’alternativa al tribunale: è un processo strutturato che consente alle parti di individuare una soluzione negoziata sostenibile», spiega Ingrid van den Broek, legale e mediatore con sede a Lugano, titolare e amministratore unico di Pro-mediator e responsabile per il Ticino dell’ufficio di conciliazione Ombudsstelle Finanzdienstleister. È inoltre partner dello studio legale zurighese MV Legal Partners.
A SINISTRA, INGRID VAN DEN BROEK, LEGALE E MEDIATORE, CON SEDE A LUGANO; È TITOLARE
E AMMINISTRATORE UNICO DI PRO-MEDIATOR
E RESPONSABILE PER IL TICINO DELL’ORGANO
DI CONCILIAZIONE DELL’OMBUDSSTELLE
FINANZDIENSTLEISTER. È INOLTRE PARTNER DELLO
STUDIO LEGALE MV LEGAL PARTNERS DI ZURIGO
«La mediazione non toglie forza al diritto: lo completa, offrendo alle parti uno spazio per costruire soluzioni sostenibili». A differenza della procedura giudiziaria, nella quale la decisione è rimessa a un’autorità terza, la mediazione si fonda sulla responsabilizzazione delle parti, facilitando il dialogo attraverso tecniche specifiche di negoziazione e comunicazione, affinché le parti stesse possano individuare un accordo. Questo approccio si rivela particolarmente efficace nei contesti in cui la relazione tra le parti è destinata a proseguire nel tempo: nelle dinamiche familiari, nei rapporti tra soci o comproprietari, nei conflitti professionali e, sempre più spesso, nelle controversie tra clienti e fornitori di servizi. «Quando emerge un conflitto, le parti tendono naturalmente a irrigidirsi sulle proprie posizioni», osserva Ingrid van den Broek. «Il processo di mediazione consente invece di spostare l’attenzione dalle posizioni agli interessi sottostanti, creando uno spazio di confronto che permette di individuare soluzioni spesso più efficaci e durature rispetto a quelle imposte da una decisione giudiziaria. Nel mio lavoro cerco di coniugare competenza giuridica, esperienza internazionale e strumenti di mediazione per trasformare i conflitti in soluzioni sostenibili».
Oltre all’oggetto della contesa, sono in gioco anche le emozioni. Al mediatore è dunque richiesto di muoversi con diplomazia e tatto, oltre a una buona dose di empatia, nello svolgimento di una funzione che, per il resto, è strutturata in tutti i suoi passaggi.
Olandese di origine e residente in Svizzera dal 2007, Ingrid van den Broek porta nella sua attività una prospettiva internazionale maturata nel corso della sua esperienza professionale in diversi contesti giuridici e culturali tra Svizzera, Europa e Stati Uniti. Prima di dedicarsi alla mediazione, ha ricoperto per oltre dodici anni il ruolo di vicepresidente e senior legal counsel nel settore bancario, acquisendo una profonda conoscenza delle dinamiche dei conflitti in ambito finanziario. «Anche in Ticino si osserva un crescente interesse verso strumenti alternativi di gestione delle controversie, in particolare nei contesti professionali e finanziari, dove rapidità, riservatezza e flessibilità rappresentano elementi determinanti». Pragmatismo olandese, esperienza internazionale e cinque lingue per comunicare con le parti, Ingrid van den Broek fa notare: «Lingua e cultura sono strettamente connesse. Lingue diverse corrispondono infatti a culture diverse, a un diverso modo di percepire e vivere gli eventi e cercare le soluzioni, e anche a un diverso approccio emotivo. In un processo di mediazione, comunicare nell’idioma proprio delle parti favorisce una comunicazione più diretta e autentica e quindi
una migliore comprensione reciproca». La mediazione è uno strumento particolarmente valido se occorre una decisione in tempi brevi, oppure una delle parti vuole evitare una procedura formale e rimanere nel contesto confidenziale della procedura di mediazione o, ancora, se non si vuole affrontare l’insicurezza relativa alla durata di una procedura legale e giudiziaria. Negli ultimi anni la mediazione ha assunto un ruolo crescente anche nel settore finanziario. Con l’entrata in vigore della Legge sui servizi finanziari (LSerFi) e della Legge sugli istituti finanziari (LIsFi), nel 2020, l’affiliazione a un organo di mediazione da parte dei fornitori di servizi finanziari è diventata obbligatoria. L’Ombudsstelle Finanzdienstleister (Ofd), l’organo di conciliazione per i fornitori di servizi finanziari, uno dei primi enti riconosciuti dal Dipartimento federale delle finanze è operativo in tutto il territorio svizzero, in tutte le lingue ufficiali, e in altre lingue a partire dall’inglese. Si tratta di un organo di mediazione riconosciuto dal Dipartimento federale delle finanze. L’ufficio di conciliazione dell’Ofd in Ticino - che attualmente rappresenta oltre 2500 gestori e fiduciari - è stato affidato a Pro-Mediator. In questo contesto il mediatore interviene nella relazione tra cliente e fornitore di servizi finanziari, analizzando la controversia e formulando una proposta di soluzione.
Le parti restano comunque libere di accettare o meno la proposta. Tuttavia, Ingrid van den Broek aggiunge: «La mia esperienza dimostra che, quando il mediatore e le parti giungono a un accordo negoziato, questo viene di norma accettato. La mediazione, obbligatoria per il fornitore di servizi finanziari se richiesta dal cliente, è pensata per essere accessibile, rapida e trasparente», spiega Ingrid van den Broek. «Nella maggior parte dei casi la procedura semplice si conclude nell’arco di un paio di mesi».
La possibilità di raggiungere una soluzione in tempi relativamente brevi, con costi contenuti e attraverso un processo nel quale le parti mantengono il controllo dell’esito rende quindi la mediazione uno strumento sempre più rilevante nella gestione dei conflitti contemporanei.
«In contesti professionali e finanziari, dove le relazioni e la fiducia rappresentano elementi centrali, la mediazione può offrire uno spazio efficace per ricostruire il dialogo. La mediazione non consente soltanto di risolvere una controversia», conclude l’intervistata, «permette anche di preservare relazioni personali e professionali e di individuare soluzioni più equilibrate e durature. In un contesto sempre più interconnesso, la capacità di gestire i conflitti in modo costruttivo è una competenza strategica».

Dal Locarnese all’Inghilterra, passando per... alienazione, resilienza e libertà creativa. Ritratto vibrante di un’artista che rivendica la propria diversità e fa della condivisione il suo atto più rivoluzionario
C’è una nostalgia che profuma di lago e montagne, e che oggi - a chilometri di distanza - diventa musica. Zoya Adams (nome d’arte di Sophia Städler) è nata e cresciuta nel Locarnese, ma è vivendo in Inghilterra che si è resa conto di quanto le sue ra-
dici siano state fondamentali. «Nell’aria svizzera c’è una malinconia sottile», racconta, «ed è diventata il carburante dei miei brani». Il territorio, più che uno sfondo, è stato un punto di partenza: la base emotiva e creativa su cui si sono innestate tutte le sue esperienze, musicali e personali.
Autodidatta, allergica ai compromessi, Zoya Adams non insegue formule facili. La sua è una musica che nasce dal bisogno, non dalla strategia.
In un panorama che spesso premia l’omologazione, lei sceglie la verità - anche quando è scomoda. Restare autentica, per lei, significa «parlare apertamente della realtà che viviamo, senza filtri. Significa abbracciare la propria natura e condividere i propri vissuti, affinché chi ascolta possa riconoscersi. Voglio far sentire visti quelli che si sentono invisibili», prosegue nel racconto di sé. E questa non è un’estetica: è una missione.
La sua musica è vissuta, non costruita. Al suo interno ci sono alienazione sociale, relazioni abusive, amicizie tossiche. Ma soprattutto c’è la trasformazione di tutto questo in consapevolezza. Per Zoya Adams, scrivere è un atto quasi necessario: un modo per dare forma al caos, per rendere condivisibile ciò che spesso resta in silenzio. I suoi brani attraversano generi diversi, ma il filo rosso è chiaro: salute mentale, inclusione, dipendenze, senso di appartenenza. Temi urgenti, contemporanei, vissuti in prima persona, raccontati senza retorica. E poi c’è quella frase che sembra un manifesto: «La normalità è sopravvalutata». Sorride, l'artista, quando la ripete. L’etichetta della “strana” se la porta dietro da sempre - ma oggi la indossa con orgoglio. Perché essere fuori dagli schemi significa osare, uscire dalla comfort zone, creare qualcosa che non esisteva prima. La diversità, nella sua visione, non è una debolezza: è un vantaggio competitivo emotivo. Il messaggio che vuole lanciare ai giovani è diretto, quasi urgente: non lasciate che siano gli altri a definirvi. Nessuno può stabilire cosa siete o fin dove potete arrivare. «Finché credete nelle vostre ambizioni e agite al massimo, siete invincibili». Non è uno slogan motivazionale: è la sintesi di un percorso personale fatto di ostacoli e determinazione.
Per Zoya Adams l’arte ha una responsabilità sociale precisa. La musica è libertà di parola, è condivisione di un messaggio, culturale politico sociale, è ponte tra esperienze diverse. È uno spazio in cui il personale diventa collettivo. «Trasforma la realtà in arte», dice. E nel suo piccolo - ma con una voce già nitida - è esattamente ciò che sta facendo. Descrivendosi in tre parole: «Resiliente. Genuina. Appassionata». Tre parole che, più che definirla, suonano come un accordo iniziale. Il resto è ancora tutto da ascoltare.

LO SPETTACOLO “LE CYCLE” DELLA COMPAGNIA KANE
(LA CHAUX-DE-FONDS), ISPIRANDOSI ALLE ALPI SVIZZERE, INVITA A CONCEDERSI UN MOMENTO DI RIFLESSIONE DANZATA SUL CICLO DELLA VITA
Dal 6 al 10 maggio 2026, Festa danzante prende vita in 44 località della Svizzera, creando spazi di incontro e condivisione.
In Ticino, la manifestazione nazionale che celebra la danza in tutte le sue sfaccettature, coinvolgerà sette località, con Lugano all’epicentro e piccole irradiazioni da sud a nord: Chiasso, Ligornetto, Mendrisio, Montagnola, Locarno e Ascona. Dopo il
Sintonizzatevi sul movimento!
Torna in Ticino la 21esima edizione di Festa danzante
successo dello scorso anno, con un pubblico di oltre duemila persone, anche questa 21esima edizione presenta un programma ricco e variegato, con proposte di corsi, spettacoli e straordinari party!
Di particolare richiamo i progetti nazionali Dance on Tour. Tre le compagnie che transiteranno da Ligornetto, Chiasso e Lugano contagiando il pubblico con i loro straordinari progetti. Un workshop di danza condotto da Sarah Ludi e Samantha van Wissen - performer storiche della Compagnia ZOO/Thomas Hauert (Gran Premio svizzero delle arti sceniche / Anello Hans Reinhart 2025) - intende risvegliare il piacere per il movimento nei meno giovani con un metodo elaborato dal coreografo. La performance Le Cycle (Compagnia Kane, La Chaux-de-Fonds) esplora attraverso coreografie molto fisiche ed energiche l’interazione tra crescita, declino e rinnovamento del ciclo della natura, ispirandosi alle Alpi svizzere. In POLEIDOSKOP, la Compagnia O. (Zurigo) propone una performance notturna, in cui il pubblico sperimenterà le percezioni sensoriali amplificate, così come vissute da persone autistiche o con ADHD. Fiore all’occhiello della programmazione ticinese, una rosa di co-produzioni che coinvolgono istituzioni culturali e compagnie di danza attive sul territorio. Tra queste, Sottovoce al Museo Hermann Hesse di Montagnola e Audiobebédanza al Lac di Lugano. Si danzerà in piazze, parchi e musei. Un’occasione per muovere i primi passi di danza e assistere a performance artistiche intense ed emozionanti. Lasciandosi coinvolgere dal ritmo...
Scopri il programma completo di Festa Danzante Ticino, disponibile dai primi di aprile

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STILE_TENDENZE DI SIMONA MANZIONE
Nel rumore del presente, fatto di accelerazioni e desideri istantanei, una visione che restituisce valore al tempo, alla misura e alla permanenza, trasformando ogni oggetto in una scelta consapevole contro l’effimero

QUI ACCANTO, PETER NITZ, DESIGNER
DI BORSE E FONDATORE
DELL’OMONIMO BRAND
La creatività di Peter Nitz nasce da un incontro quasi casuale, ma si trasforma presto in una visione chiara e rigorosa del lusso contemporaneo. Designer e artigiano, Nitz incarna una nuova idea di eleganza: discreta, profonda, costruita sul tempo e sull’attenzione assoluta al dettaglio. Il suo lavoro non segue le mode, ma le attraversa, reinterpretando la tradizione con uno sguardo moderno e consapevole. Il momento rivelatore arriva a Parigi, quando quella che poteva sembrare una semplice esperienza si trasforma in una vera epifania creativa. È lì che Peter decide di cambiare rotta.

«È stato un momento per me decisivo: mi ha aperto gli occhi su un percorso completamente nuovo, che prima non avevo nemmeno considerato», racconta il creativo. Un’intuizione che non ha bisogno di clamore, ma che segna l’inizio di una visione destinata a durare.
Prima di allora e della decisione di fondare il proprio studio, Peter Nitz aveva lavorato per anni nel mondo del vintage di lusso. Un’esperienza che lui stesso definisce «una formazione totale: migliaia di borse osservate, toccate, studiate. Un archivio vivente fatto di materiali che invecchiano, qualità che resiste al tempo e desideri dei clienti che cambiano, ma non tradiscono mai l’autenticità». È qui che nasce il suo sguardo rigoroso sulla manifattura e sulla progettazione.
Nel 2009, quella conoscenza prende forma a Zurigo, nel cuore della città vecchia, dove nasce il suo atelier. Un luogo che il creativo vive non solo come spazio di lavoro, ma come una estensione della propria identità. Entrare nel suo atelier significa entrare in un universo fatto di silenzio, concentrazione e bellezza tangibile. «Non c’è posto in cui ami stare di più del mio laboratorio», confessa. Qui la pelle viene lavorata interamente a mano e ogni gesto è parte di un rituale. Qui, artigianato e pensiero convivono in equilibrio.
Non sorprende quindi che il suo lavoro venga spesso definito “meticoloso”. Peter accoglie questo termine con naturalezza: è un perfezionista dichiarato, convinto che nulla sia «mai abbastanza perfetto». Ogni cucitura, ogni proporzione, ogni scelta di materiale riflette questa tensione costante verso l’eccellenza. In un’epoca dominata da velocità, globalizzazione e conformismo, la sua scelta è controcorrente: dedicare tempo, attenzione e rispetto a ogni singolo oggetto. È qui che prende forma un’idea di lusso consapevole, lontana dall’eccesso e vicina alla verità del fare. Accanto al lavoro artigianale, Peter ha dedicato anni all’insegnamento. «Insegnare mi ha costretto a scomporre ogni passaggio del processo creativo e a spiegarlo», racconta. «Ed è stato sorprendente scoprire quanto io stesso abbia imparato». Condividere il sapere diventa così un atto di responsabilità, un modo per preservare il mestiere e renderlo comprensibile e per ciò affascinante.
Il 2025 segna un momento chiave con il lancio della prima collezione ready-to-wear. «Volevo offrire la
stessa artigianalità a un pubblico più ampio», spiega. «Esplorare nuove idee e rendere il mio lavoro più accessibile». Non si tratta di semplificare, ma di trasferire valore: la stessa cura, gli stessi materiali, lo stesso rispetto per l’oggetto, applicati a una nuova scala.
La collezione è costruita su proporzioni impeccabili, forme classiche e materiali eccellenti, pensata per essere senza tempo. E proprio questa atemporalità diventa una presa di posizione contro il consumo rapido. Il lusso, nella sua visione, è qualcosa che si sceglie una volta e si porta a lungo. Nel suo processo creativo, heritage e design contemporaneo dialogano costantemente. «Sono ispirato dalla tradizione, ma la rileggo», afferma. «Trasformo elementi vintage in design contemporanei». Ne nascono oggetti attuali, essenziali, moderni. Alle donne, un oggetto firmato Peter Nitz parla con voce calma ma sicura. «Eleganza discreta, sicurezza e qualità autentica», sintetizza il designer. «Un lusso sobrio, ma riconoscibile da chi sa guardare». È una dichiarazione che non ha bisogno di logo visibile, perché si manifesta nella sensazione al tatto, nel peso, nella voglia di farne un uso quotidiano. La personalizzazione resta il cuore pulsante del suo lavoro. Ogni creazione nasce da un dialogo, da un desiderio specifico. «Il vero lusso è poter creare qualcosa che rispecchi davvero chi lo indossa», spiega. È una visione in cui l’oggetto non può rispecchiare così bene altri che non sia il suo committente.
Tra le curiosità che condivide, Peter racconta che la borsa in grado di rappresentarlo meglio è la sua Dream Bag. «È la mia forma ideale», racconta. «Il modello che ho sempre sognato di realizzare». Realizzata in pelli esotiche come coccodrillo o elefante, in colori inaspettati come khaki o grigio, è il simbolo di un sogno trasformato in realtà. Un oggetto che parla di desiderio, ambizione e identità.
E oggi, cos’è il vero lusso? Peter non ha dubbi: «È qualcosa di ben fatto, con i migliori materiali, trasparente nel suo processo e creato su misura di ciò che si desidera davvero».Un lusso che non urla, ma resta. Che non rincorre le mode ma se fa ispirazione.
Il futuro è già in movimento, ma come ogni cosa nel mondo del designer, arriverà con calma. Perché, per Peter Nitz, il lusso più grande è prendersi il tempo di fare le cose nel modo giusto.

Alternativa chic e decisamente lussuosa a pietre colorate rare e pietre preziose tradizionali, i diamanti colorati seducono collezionisti e investitori in cerca di rarità e firme cromatiche tanto complesse quanto potenti
Dal Blu di Francia, divenuto il mitico Hope Diamond (esposto all’Istituto Smithsonian e, a oggi, l’oggetto d’arte più visto al mondo dopo la Gioconda), al Verde di Dresda, passando per il leggendario Diamante Tiffany, i diamanti colorati affascinano, da sempre, poiché sono infinitamente più rari dei diamanti incolori di alta qualità: solo un diamante su 10mila è un diamante colorato. Presenza di boro o azoto, irradiazione naturale, deformazioni cristalline... queste pietre frutto di anomalie naturali sono apprezzate tanto dai gemmologi quanto dagli investitori. Se il diamante bianco resta la pietra più venduta e ricercata sul mercato della gioielleria, sono i diamanti colorati ad animare il mercato: 71,2 milioni di dollari per il Pink Star e 57,5 per l’Oppenheimer Blue o, ancora, 14,5 milioni di franchi svizzeri per il Graff Vivid Yellow… Le cifre parlano da sole: da oltre dieci anni, i risultati d’asta confermano la solidità e il dinamismo di questo eccezionale mercato. Nonostante ciò, solo una manciata di diamantai è specializzata in questo segmento. Perché? La ragione

A DESTRA, NADÈGE TOTAH, CO-ORGANIZZATRICE DI GEMGENÈVE, EVENTO DEDICATO ALL’UNIVERSO DEI
GIOIELLI E DELLE PIETRE PREZIOSE. LA 10 EDIZIONE
SI TERRÀ A GINEVRA, AL PALEXPO DAL 7 AL 10 MAGGIO

è da ricercarsi nel processo di taglio o ritaglio: una fase tanto strategica quanto rischiosa, in cui il valore può essere preservato o andare irrimediabilmente distrutto. «A GemGenève, tra i 202 espositori della 10a edizione del Salone, più di una cinquantina proporrà diamanti colorati, a dimostrazione della innegabile vivacità di questo mercato», sottolinea Nadège Totah, co-organizzatrice del Salone.
Tra tutti i colori, i diamanti gialli evidenziano i volumi di negoziazione maggiori. I diamanti rosa e blu sono generalmente i più apprezzati dal vasto pubblico, in particolare dai collezionisti delle aste, mentre gli estimatori più specializzati prediligono i diamanti viola e rossi. In ragione della loro rarità, i diamanti colorati possono essere considerati pietre da investimento, mentre una certificazione di laboratorio rappresenta un requisito essenziale per un diamante colorato, dal punto di vista della purezza e dell’investimento. Alcuni diamanti colorati ricevono un riconoscimento dal GIA (laboratorio che possiede la più vasta collezione di campioni di diamanti utilizzati come riferimento), il rapporto gemmologico GIA Monograph™, riservato ai diamanti più rari ed eccezionali. Si tratta di rapporti di straordinaria qualità, in cui si analizzano in profondità la storia, l’origine e la rarità della pietra. A differenza dei diamanti non colorati, i colorati si distinguono per una distribuzione geografica molto specifica; ogni giacimento evidenzia infatti caratteristiche cromatiche proprie. «I diamanti gialli più straordinari provengono in particolare dal Canada, dal Su-

dafrica o dal Botswana, ma anche dalla Sierra Leone o dal Brasile. Alcuni diamanti blu particolarmente rari provengono dalla miniera di Cullinan in Sudafrica dalle miniere del Botswana. L’Australia, più in particolare la miniera di Argyle, è nota per aver prodotto sublimi diamanti rosa, viola e rossi (di cui a oggi sono noti solo pochi esemplari oltre i due carati). Il rosa si annovera, insieme al blu, al verde e al rosso, tra i colori più ricercati dal mercato.

SOTTO, A SINISTRA, LADY LIBERTY, COLLEZIONE DI ALTA
GIOIELLERIA DI MARLI NEW YORK CHE SI ISPIRA ALLA
STATUA DELLA LIBERTÀ, SIMBOLO DI LIBERTÀ E
DELLO SPIRITO MULTICULTURALE DELLA BIG APPLE

N ew Y ork


New York è un lampo di luce tra i grattacieli, una città che non dorme mai e che trasforma ogni strada in una passerella. Qui l’energia è audace, cosmopolita, irresistibilmente glamour: un mix di eleganza metropolitana e spirito libero che detta tendenze al mondo intero. Questo stesso Dna scintillante vive nei gioielli di Maison iconiche come Tiffany & Co., Harry Winston e David Yurman, creazioni che catturano la luce, l’ambizione e il fascino senza tempo di New York City.
IN QUESTE PAGINE, MARLI NEW YORK. MAISON FONDATA NEL 2014, NASCE DA UNA VISIONE CHIARA: LIBERARE LE DONNE DALLE CONVENZIONI CON CREAZIONI CHE VANNO OLTRE
L’APPARENZA, PER CELEBRARE
L’INDIVIDUALITÀ IN TUTTE LE SUE
DIMENSIONI. ISPIRATA DAL DINAMISMO DI NEW YORK, È RAFFINATA E AUDACE
IN QUESTE PAGINE, LVILLA MERLINA RATET ET LACCULL ABORROVID ES AD MIL IN NONSE CONSEQUAS SUM VOLUPTAT HIL MOSSIM RATECAT ESSI OMNIAT PLISTI DOLUPTAT FACIUS.
A SINISTRA, MARLI NEW YORK, ORECCHINI CHANCE

SOPRA E SOTTO, ORECCHINI E COLLANA HARDWEAR BY TIFFANY&CO, COLLEZIONE CHE TRAE ISPIRAZIONE DA UN GIOIELLO DEL 1962. COME NEW YORK, LA CITTÀ IN CUI È NATA, LA COLLEZIONE ESPRIME LA FORZA DELLA RESILIENZA E LA CAPACITÀ DI SENTIRSI LIBERI

SOTTO, MARLI NEW YORK, COLLIER TWILIGHT

SOTTO, CLASH DI CARTIER, UNA COLLEZIONE CHE RISCRIVE LA TRADIZIONE ESTETICA DELLA MAISON. I MOTIVI DISTINTIVI DELLO STILE CARTIER SI FONDONO IN UNA PARTICOLARE SUCCESSIONE CHE DÀ VITA
A UNO STILE GIOIELLIERO
DECISO E SINGOLARE



SOPRA, CHANEL: DALL’ALTO, A SINISTRA, L’ANELLO SKY IS THE LIMIT E LA COLLANA SWEATER PRESTIGE DELL’HAUTE JOAILLERIE SPORT COLLECTION: UN’OPERA D’ARTE IN ORO BIANCO, PLATINO, DIAMANTI, SMERALDI E ONICE, 11 SMERALDI TAGLIO SMERALDO PER UN TOTALE DI 37,18 CARATI: NEL 2025 HA VINTO, A MONACO, IL GRAND PRIX DE LA HAUTE JOAILLERIE COME MIGLIOR OGGETTO DELL’ANNO IN ALTO A DESTRA, COLLIER BLAZING STAR DI CHANEL SOTTO, LOUIS VUITTON, ORECCHINO LV DIAMONDS, DIAMANTE TAGLIO LV MONOGRAM STAR

IN QUESTE PAGINE, IL LEGAME
TRA PARIGI E L’ALTA GIOIELLERIA
È INDISSOLUBILE: LA CITTÀ È DA SECOLI SIMBOLO DI ELEGANZA, CREATIVITÀ E SAVOIR-FAIRE ARTIGIANALE

Le grandi Maison parigine hanno contribuito a definire l’estetica del lusso, trasformando i gioielli in vere opere d’arte. Case iconiche come Cartier, Van Cleef & Arpels e Boucheron incarnano perfettamente lo spirito della capitale francese: raffinatezza, poesia e una tradizione creativa che continua a reinventarsi, proprio come la magia senza tempo della Ville Lumière.


IN ALTO, LOUIS VUITTON, ORECCHINO PICCOLO A CERCHIO LV DIAMONDS, DIAMANTE TAGLIO LV MONOGRAM STAR A SINISTRA, CLASH DI CARTIER


IRIN FOTO, COLLEZIONE SERPENTI DI BVLGARI
l legame tra Roma e l’Alta Gioielleria trova una delle sue espressioni più iconiche in Bvlgari. Fondata nella capitale nel 1884, la Maison ha costruito il proprio stile attingendo alla straordinaria eredità artistica della città: colori audaci, volumi importanti e un gusto scenografico che richiama la magnificenza dell’antichità romana. I gioielli di Bvlgari riflettono lo spirito dell’Urbe: opulento, solare e intriso di storia, capace di fondere classicità e modernità in creazioni dal fascino inconfondibile.

SOTTO E A DESTRA, DUE OGGETTI
PASQUINI ROMA

SOTTO, BVLGARI


A DESTRA, PASQUINI ROMA: OGNI CREAZIONE È UN TRIBUTO ALLA BELLEZZA SENZA TEMPO DI ROMA. DALLE LINEE RAFFINATE AGLI ACCENTI AUDACI, I GIOIELLI RACCONTANO LA STORIA, L’ARTE E LA LUCE DELLA CITTÀ ETERNA, CATTURANDO
IL SUO SPIRITO VIBRANTE E LA SUA
ELEGANZA SOLARE. NEI GIOIELLI DI PASQUINI ROMA SEMBRA ESSERE RACCHIUSO UN FRAMMENTO DI ROMA CHE, TRA TRADIZIONE E MODERNITÀ, ACCOMPAGNA CHI LO INDOSSA IN OGNI GESTO QUOTIDIANO


Atmosfere sofisticate, dettagli preziosi, sguardi intensi. Tra make-up luminosi e styling ricercati, ogni scatto cattura un’energia seducente

LOOK
Vestaglia in jaquard di cotone Arya Taylormade
Tiara e anello placcati argento con zirconi, Chiara Ferragni, da Manor, Lugano
Collane bijoux in perle e strass, Vintage MAKE UP Ombretto Chanel
Les 9 Ombres 847
The Daring Muse
Blush Charlotte Tilbury Unreal Blush Healthy Glow Stick Rosy Glow e
lucidalabbra Pillow Talk Big Lip
Plumpgasm - Fair/Medium
LOOK
Vestaglia in jaquard di cotone
Arya Taylormade
Chocker dorato con fiori in smalto e strass Vintage
Collana a motivi irregolari scultorei Manor
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Phyto-Eye Palette Sisley
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Rossetto Dior
769 Rouge Ardent Satin

MAKE UP
Rossetto Chanel
266 Sun Kiss
Rouge Coco Flash
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Arya Tailormade
Orecchini pendenti in strass Manor
Collana bijoux in lega argentata con motivi floreali
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POST PRODUCTION AND RETOUCH
EMILIA CASTIONI
LOCATION
VILLA PRINCIPE

LOOK
Vestaglia in velluto di cotone e dettagli in Mongolia
Arya Taylormade
Collana bijoux e orecchini in lega antichizzata con zirconi multicolor vintage Mawi
MAKE UP Occhi Chanel Les 9 Ombres 847 Ombretto alta intensità
Viso Clé de Peau Beauté Luminizing Face Enhancer
Labbra Lisa Eldridge Baume Embrace Melting
Lip Colour - Épanoui



Tra social media, mode effimere e condizionamenti psicologici, la chirurgia estetica trova l’equilibrio quando tecnica ed etica procedono insieme, per restituire armonia al corpo nel rispetto dell’identità
Una domanda preliminare dovrebbe essere d’obbligo per chiunque decida di sottoporsi a un intervento di medicina estetica o di chirurgia plastica: “Lo faccio per me o per piacere agli altri?”. Rispondere è in realtà molto più complesso di quanto non sembri. Il desiderio di migliorare la propria immagine riguarda infatti tanto l’espressione della propria identità quanto il desiderio di essere accettati dal gruppo sociale in cui si vive o si ambisce a entrare. E le aspettative altrui e le pressioni sociali possono essere interiorizzate fino a spingere verso l’omologazione, pur nella convinzione di compiere una scelta libera.
Altrettanto difficile, quando non si tratta di un intervento ricostruttivo imposto da un trauma, una malattia o un difetto congenito evidente, stabilire il limite da non superare.
«Nella cultura greca classica, il bello e il buono formavano un binomio inscindibile, sintetizzato dalla locuzione kalòs kai agathòs. L’armonia estetica era intimamente legata al valore morale, al giusto, al vero. Oggi invece il bello viene spesso ridotto a una promessa commerciale di felicità immediata», osserva il Dr. Giuseppe Colombo, specialista in Chirurgia pla-
stica, ricostruttiva ed estetica, membro Fmh, che ha il suo studio e opera presso la Clinica Sant’Anna di Sorengo, parte del Gruppo ospedaliero Swiss Medical Network. «Molti pazienti arrivano al primo appuntamento convinti che correggere un dettaglio del proprio corpo porterà automaticamente a relazioni migliori, riconoscimento sociale e maggiore autostima. Ma non è che una proiezione psicologica. Un intervento può correggere un inestetismo che provoca disagio, restituendo sicurezza, serenità e qualità di vita. Tuttavia, se non si affronta in parallelo un percorso interiore, si rischia di continuare a rincorrerre il successivo difetto da correggere. Mentre, all’opposto, la chirurgia estetica dovrebbe essere un punto di arrivo e mai di partenza», sottolinea il chirurgo. È pertanto essenziale che ogni consulenza parta da un dialogo approfondito e sincero: da un lato l’analisi delle motivazioni del paziente, dall’altro la spiegazione del medico sul procedimento chirurgico, fasi pre e post operatorie e i risultati realmente ottenibili.
Ad aver innescato negli ultimi anni un boom della richiesta di interventi, soprattutto l’influenza dei social media: filtri digitali e immagini ritoccate creano standard di bellezza artificiali, alimentando una percezione distorta del proprio corpo. Al contempo, i social veicolano un marketing aggressivo che promuove interventi miracolosi - per semplicità, risultati e prezzi - premiando più l’abilità del comunicatore che la qualità professionale del chirurgo.
«Di fronte a questa crescita esponenziale della domanda che riempie le sale d’attesa, la vera sfida per il chirurgo è etica: resistere sia alle tentazioni economiche sia all’ambizione di cimentarsi con nuove sfide tecniche. La chirurgia plastica non dovrebbe inseguire la perfezione, ma restituire armonia senza tradire l’identità. Ogni gesto chirurgico ha senso solo se rimane entro i confini della dignità della persona. L’estetica autentica nasce quando tecnica ed etica procedono all’unisono», dichiara il Dr. Colombo.
Dire “no” diventa quindi una dimostrazione di responsabilità. Significa rifiutare richieste incoerenti con le caratteristiche del paziente, dettate da mode effimere che rischiano di alterare la naturalezza di un volto o di un corpo e, di conseguenza, l’identità della persona. «Anche nella chirurgia estetica esistono tendenze passeggere, proprio come nella moda, dove accanto ai trend di qualche stagione troviamo esempi di eleganza senza tempo, come quelli di Giorgio Armani o Salvatore Ferragamo, che hanno attraversato decenni senza perdere nulla della loro classe, perché hanno puntato sull’armonia e non sulla spettacolarizzazione. Analogamente, il principio che guida il mio lavoro è la naturalezza: mai cedere agli eccessi, mai stravolgere le persone, ma solo cercare di valorizzarle al meglio», spiega il chirurgo plastico, che cita alcuni esempi di fuorvianti richieste attualmente mainstream: gli occhi “foxeye” tirati verso le tempie, quelli da gatto (“cat-eye”) con effetto winged liner, o il cosiddetto Barbie nose, minuscolo e all’insù. Oltretutto ottenere risultati come questi implica interventi radicali sull’anatomia. «Per creare certi effetti bisogna modificare profondamente la struttura naturale del naso o dell’occhio. Ma il tempo passa, noi invecchiamo, la moda cambia …», avverte il Dr. Giuseppe Colombo. Proprio lo scorrere del tempo è un fattore centrale. Se sempre


IL DR. GIUSEPPE COLOMBO, SPECIALISTA IN CHIRURGIA
PLASTICA, RICOSTRUTTIVA ED ESTETICA, MEMBRO
FMH, CHE HA IL SUO STUDIO E OPERA PRESSO LA CLINICA SANT’ANNA DI SORENGO, PARTE DEL GRUPPO OSPEDALIERO SWISS MEDICAL NETWORK. FOCUS DELLA SUA ATTIVITÀ, LA CHIRURGIA PLASTICA ED ESTETICA DEL VOLTO E DELLA MAMMELLA
più sono le giovanissime della “generazione del selfie” ad alimentare il boom della domanda, la lotta ai segni dell’età è l’altro grande banco di prova. «Ma è illusorio pensare che la chirurgia del viso lavori contro il tempo, al contrario lavora insieme al tempo: così se una persona a 60 anni inizia a essere insoddisfatta dell’immagine che le rimanda lo specchio, non possiamo far sparire tutte le rughe, ma il nostro compito sarà restituirle armonia. La felicità nasce dal ritrovare equilibrio nel cambiamento», chiarisce l’esperto. La consapevolezza del paziente non dipende necessariamente dall’età. «Una ragazza di vent’anni può avere meno esperienza di vita, ma non per questo la sua richiesta è superficiale», spiega il

Prima di affidarsi a un chirurgo plastico, ogni paziente ha il diritto/dovere di informarsi sul professionista scelto, basandosi su elementi che vadano oltre i profili social, al momento non regolamentati in modo da tutelare il consumatore.
1. Verificare l’iscrizione all’Ordine dei medici
2. Controllare che il professionista sia specializzato in Chirurgia Plastica, Estetica e Ricostruttiva.
3. Leggere il curriculum: formazione, pubblicazioni scientifiche, anni di esperienza e attività professionale raccontano il percorso di un medico molto più del semplice consiglio di un’amica.
4. Diffidare di chi mette in vetrina sul profilo social le foto pre e post dei suoi pazienti. La medicina, e in particolare la chirurgia plastica, sono momenti privati da vivere per sé stessi e con il professionista cui ci si è affidati.
• La domanda da farsi prima di decidere: “Perché voglio farlo?” Un intervento chirurgico lascia un segno permanente. Se nasce da una moda o da una fragilità, non è la scelta giusta. La chirurgia plastica dovrebbe essere un punto d’arrivo, non di partenza.
Dr. Colombo. «Ovviamente scoraggerei una ragazza che mi chiedesse di passare da una terza di seno a un’ottava perché non ne avrebbe una reale necessità. Se invece una paziente con una prima desidera arrivare a una seconda o una terza per sentirsi più sicura di sé, allora comprendo che dietro c’è una scelta matura. Così come la ragazza che opta per una mastoplastica riduttiva avendo un seno particolarmente sviluppato che le causa impedimento fisico e nelle relazioni sociali», esemplifica il Dr. Colombo. Non bisognerebbe mai dimenticare che la chirurgia plastica è nata dalle conoscenze sviluppate con gli interventi ricostruttivi per correggere i segni di traumi, infezioni, ustioni, tumori, ecc. «Pertanto è prima di tutto Medicina e, come medici, il nostro compito è migliorare la qualità della vita del paziente, come vuole uno degli stessi principi fondativi espressi da Ippocrate: primum non nocere», ricorda il chirurgo. Nonostante linee guida e regolamentazioni, il settore resta però esposto a pratiche scorrette. In assenza di una legge specifica che vincoli la pratica alla specializzazione post laurea, nulla vieta che gli interventi siano eseguiti anche da medici abilitati ma che non hanno seguito questa formazione, lunga e selettiva. Professionisti seri si trovano così a convivere con una pletora di sedicenti esperti che sfruttano le insicurezze dei pazienti promettendo risultati facili ed economici.
«Già solo interventi apparentemente semplici di medicina estetica, come le iniezioni di acido ialuronico, non vanno presi alla leggera. Fare una “punturina” può sembrare banale, ma gestire eventuali complicanze richiede competenze mediche specifiche», avverte Giuseppe Colombo.
Un altro fenomeno in crescita è il turismo sanitario. «Sempre più persone si recano all’estero, attratte da offerte a prezzo ridotto in Paesi specializzati in interventi alla moda, come il Barbie nose», spiega. «Se va bene tornano con risultati “poco armonici”. Se invece va male - non di rado - presentano complicanze che, oltre a gravare sulla loro qualità di vita, devono essere gestite dal sistema sanitario locale, con un duplice “costo”».
Non ci si dovrebbe mai dimenticare che quando ci si sottopone a un intervento estetico non si paga soltanto la procedura, ma l’esperienza e la responsabilità del professionista. Oltre alla Specializzazione in Chirurgia plastica, ricostruttiva ed estetica, fondamentale per garantire il miglior risultato possibile ai pazienti è focalizzarsi ulteriormente su ambiti di competenza molto mirati. Ad esempio, il Dr. Colombo si è concentrato sul distretto cervico-facciale e sulla chirurgia della mammella, con interventi come lifting, blefaroplastica e mastoplastica. Parallelamente si occupa di ricostruzioni facciali dopo chirurgia oncologica cutanea. «Per condividere con i colleghi le conoscenze di tecniche anatomiche e chirurgiche che ho maturato, oltre ad aver curato la redazione di un importante Atlante di Chirurgia, da più di 15 anni organizzo corsi di dissezione in diversi Paesi, frequentati non solo da giovani medici ma anche da colleghi già affermati che desiderano accrescere il loro bagaglio. E fa piacere constatare come, dietro la voglia di migliorarsi tecnicamente, si condivida di frequente la stessa serietà e spinta etica», osserva il Dr. Giuseppe Colombo. Spesso i colleghi lo sollecitano anche per consulti all’estero sui casi più complessi o gli indirizzano pazienti presso la Clinica Sant’Anna, allo stato dell’arte per dotazioni e livello di privacy.
Oltre alla competenza tecnica, ciò che continua a motivarlo dopo anni di attività è proprio la dimensione umana. «Quando incontro un paziente, malgrado l’occhio clinico, non vedo mai soltanto un volto o un corpo. Vedo la persona da valorizzare nel rispetto della sua identità. È questo che permette di mantenere la giusta misura», conclude.
In un mondo in cui l’immagine sembra dominare ogni cosa e tutto appare a portata di clic, parlare di limiti e responsabilità può sembrare controcorrente. Eppure è proprio nell’estetica disciplinata dall’etica che risiede la fonte di una bellezza autentica.

Che cosa accade e come cambia il corpo della donna con l’arrivo di climaterio e menopausa.
E quali rimedi offerti dalla natura possono aiutare
La menopausa rappresenta una tappa fisiologica naturale nella vita di ogni donna. A precederla e ad accompagnarla è il climaterio, un periodo di transizione caratterizzato da profondi cambiamenti ormonali e fisici. Durante questa fase, la produzione di ormoni ovarici, estrogeni e progestinici, diminuisce progressivamente. L’equilibrio tra queste due componenti fondamentali diventa instabile, generando una serie di modificazioni che coinvolgono diversi apparati dell’organismo.
Non si tratta soltanto della scomparsa del ciclo mestruale, ma di un vero e proprio riassestamento dell’organismo. Il sistema vasomotorio, quello osteoarticolare, la sfera ginecologica e quella emotiva possono risentirne in misura variabile da donna a donna. Le manifestazioni più comuni includono: vampate di calore e sudorazione improvvisa, palpitazioni e talvolta aumento della pressione arteriosa, secchezza cutanea, oculare e vaginale, aumento di peso e sensazione di
gonfiore, riduzione della densità ossea, con maggiore rischio di artrosi e osteoporosi, insonnia, agitazione, stress, apatia e fragilità emotiva. Si tratta di sintomi ricorrenti che, seppur fisiologici, possono incidere significativamente sulla qualità della vita.
Un valido aiuto può essere offerto dalla farmacia, con soluzioni mirate per prevenire o attenuare la sintomatologia attraverso approcci complementari, naturali e anche mediante preparazioni galeniche officinali personalizzate, studiate per rispondere alle esigenze specifiche della donna.
I consigli di Lucia Valassina, Farmacista Fph, del Gruppo Farmacie Contrada dei Patrizi.
Il supporto della farmacia
L’obiettivo non è soltanto alleviare i disturbi, ma accompagnare la donna in un percorso di benessere consapevole, aiutandola a vivere la menopausa non come una perdita, bensì come una nuova stagione dell’esistenza, da affrontare con equilibrio e serenità. Aromaterapia, fitoterapia e floriterapia (Fiori Australiani e Fiori di Bach) offrono un valido sostegno.

SOPRA, LUCIA VALASSINA, FARMACISTA FPH, GRUPPO FARMACIE CONTRADA DEI PATRIZI.
Tra gli olii essenziali più utilizzati sono da annoverare:
• Melissa (Mellissa Officinalis L.)
Indicata in caso di ansia, nervosismo, insonnia, emicrania e manifestazioni psicosomatiche a livello cardiaco e intestinale. Disponibile un piccolo spray personale dove è abbinata la melissa con la Rosa Damascena ottimo per situazioni di “cuore”.
• Salvia Sclarea (Salvia Sclarea L.)
Tradizionalmente impiegata per irregolarità mestruali, vampate di calore, iperidrosi (in particolare di mani e ascelle) e altri disturbi tipici della menopausa. Odore gradevole ottima nel diffusore insieme al Lavandino olio essenziale.
• Lavanda vera (Lavandula Angustifolia)
Utile in presenza di ansia, insonnia, iper-eccitabilità nervosa ed emicrania. Le preparazioni presenti sono formulate a seconda del luogo e della persona proponendo da creme alla lavanda con un’ottima concentrazione utilizzabile per mani e piedi, spray e/o aromastick. Sempre presente l’olio essenziale da applicare poche gocce sui punti energetici del corpo o diffondere nell’ambiente attraverso un diffusore.
• Limone (Citrus Limonun)
Aromaterapia: aiuto e sostegno attraverso olii essenziali e miscele.
L’utilizzo di olii essenziali si perde nella notte dei tempi. Secondo la Farmacopea Europea VI Edizione : “Olio Essenziale è una sostanza profumata con una composizione chimica complessa derivante da materie prime vegetali, ottenuto per distillazione in corrente di vapore, a volte per distillazione secca. L’olio essenziale durante la distillazione si separa da una parte acquosa chiamata Idrolato”. Le materie prime utilizzate possono essere: fiori, piante, foglie, cortecce e radici. Gli olii essenziali agiscono a livello fisico, mentale, psichico e spirituale.
Opportuno è lasciarsi consigliare da aromaterapisti o tecnici specializzati poiché contengono sostanze chimiche molto attive e come tali vanno utilizzati in modo adeguato.
Miscele di olii essenziali sono reperibili in diverse formulazioni - spray per ambiente, stick inalatori e sinergie per diffusori che contengono materie prime di alta qualità.
Consigliato per difficoltà di concentrazione e memoria; trova inoltre impiego nel trattamento cosmetico dell’invecchiamento cutaneo (da evitare l’esposizione al sole poiché fotosensibile) e della cellulite. A tal proposito esistono ottime miscele drenanti per il corpo da applicare soprattutto dopo la doccia, presenti anche spray per ambiente contenenti limone che aiuta a ridurre rimuginio mentale e allontanare pensieri negativi.
Questi rappresentano solo alcuni degli oli essenziali impiegati nelle nostre preparazioni. Ogni miscela viene studiata per favorire il riequilibrio emotivo e fisico, contribuendo ad alleviare la sintomatologia che può accompagnare la menopausa.
Fitoterapia: un sostegno naturale dall’esterno.
Accanto all’aromaterapia, rimedi fitoterapici e preparazioni galeniche officinali, contenenti principi attivi selezionati, agiscono su diverse sfere del benessere femminile. Questi sono i più utilizzati:
• Agniocast (Vitex agnus-castus)
Indicato per disturbi della sfera sessuale e riduzione della libido.
• Trifoglio rosso (Trifolium pratense)
Tradizionalmente impiegato per vampate di calore e disturbi circolatori.
• Luppolo (Humulus lupulus)
Utile in caso di iper-eccitabilità nervosa, insonnia, nevralgie e dismenorrea.

• Griffonia
Indicata per disturbi dell’umore, alterazioni del sonno, difficoltà nella termoregolazione e fame nervosa.
• Succo di Aloe
Favorisce l’adattamento dell’organismo alle modificazioni fisiologiche della menopausa, contribuendo a preservare elasticità e idratazione dei tessuti.
• Linfa di betulla
Indicata in caso di ritenzione idrica e disturbi osteoarticolari come l’artrosi.
Sono solo alcuni dei rimedi fitoterapici utilizzati nelle formulazioni galeniche, studiate per offrire un approccio integrato e personalizzato alla gestione dei disturbi menopausali.
Floriterapia: alcuni fiori lavorano principalmente sulle Emozioni.
Alcune miscele di fiori australiani sono commercializzati in spray o in gocce d’assumere per via orale:
• Woman
Indicata durante la menopausa dove eventuali cam-
biamenti fisici possono portare a situazioni difficili da superare emotivamente. In questo contesto tale miscela favorisce la calma, la stabilità necessarie per affrontare i cambiamenti nonché divenire consapevoli della propria bellezza interiore ed esteriore.
• Relationship
Migliora la qualità di tutti i rapporti interpersonali, soprattutto quelli familiari. Aiuta a liberarsi da risentimenti, dalla confusione e dai condizionamenti negativi familiari, attenuando la sofferenza che spesso ne consegue. Incoraggia la creazione di nuovi rapporti sociali.
• Cognis/Focus
Dona concentrazione e chiarezza in qualsiasi attività. Migliora le capacità di apprendimento nello studio e nel lavoro, permettendo l’elaborazione di nuove idee e informazioni. Agevola il contato con il proprio io, in cui sono racchiuse tutte le conoscenze e le esperienze del passato e aiuta a bilanciare i meccanismi intuitivi e cognitivi integrando idee e informazioni.
Tra i Fiori Bach sono consigliati in questi casi Honeysuckle (Caprifoglio), Chicory (Cicoria Selvatica) e Walnut (Noce): quest’ultimo è un rimedio importante nella vita della donna, la cui esistenza è contrassegnata da continui cambiamenti ormonali, funzionali, circolatori, esistenziali. La consulenza del farmacista permette di individuare il percorso più adatto a ciascuna di noi, nel rispetto della sua unicità e delle sue esigenze specifiche.
Un progetto dedicato alla formazione e all’aggiornamento continuo in ambito di salute e benessere a 360 gradi rivolto a tutti, sia clienti sia professionisti sanitari. Academy CDP, fondato dal Gruppo Contrada dei Patrizi, organizza periodicamente corsi e incontri di approfondimento, sia in presenza - presso la propria sede, all’interno del Centro San Carlo della Clinica Moncucco - sia online.
Gli eventi formativi sono tenuti da esperti e professionisti del settore sanitario, tra cui medici, farmacisti, nutrizionisti e biologi, che affrontano con approccio scientifico e multidisciplinare le diverse tematiche, tra le quali anche quelle legate alla menopausa, fornendo strumenti pratici e informazioni aggiornate per vivere al meglio questa nuova fase della vita.

Èuno degli elementi più importanti dell’estetica del volto. Rivela come stiamo e chi siamo. E l’odontoiatria moderna ha fatto passi da gigante per garantire a ognuno il più bello e il più sano dei sorrisi. Grazie a tecnologie digitali, materiali innovativi e a tecniche sempre più conservative, è infatti possibile migliorare l’estetica del sorriso preservando al massimo i denti naturali. «La nuova odontoiatria si basa su un principio chiave: intervenire in modo preciso, personalizzato e minimamente invasivo, mettendo al centro il paziente e le sue esigenze cliniche ed estetiche. Tra le discipline che hanno conosciuto la maggiore evoluzione negli ultimi anni c’è l’odon-
IN APERTURA, RACHEL KAELIN E NELLA PAGINA
ACCANTO, PERNILLE TORP: LE DUE INFLUENCER
HANNO PORTATO IL LORO SORRISO DA ALPINESMILES
Luminoso e armonioso:
il sorriso è una questione estetica, ma al tempo stesso un segnale di salute, benessere e cura di sé.
Say cheese!
toiatria estetica e restaurativa. L’obiettivo non è semplicemente rendere i denti più bianchi, ma ricreare equilibrio, proporzioni e naturalezza nel sorriso», spiega Sebastian Däröste, co-fondatore con David Raickovic dello studio Alpine Smiles, di Lugano. Lo Studio, che si avvale dell’esperienza internazionale dei due medici, leader nell’ortodonzia moderna e relatori a livello mondiale, integra tecnologie digitali avanzate e materiali di ultima generazione. «Che siano trattamenti dentali generali, estetici, chirurgici o ortodontici, la tecnologia oggi garantisce risultati molto precisi: è il caso per esempio dello scanner 3D iTero Lumina. Sul podio dei trattamenti più richiesti c’è l’applicazione delle faccette dentali in ceramica , sottilissime e progettate digitalmente per migliorare forma, colore e simmetria dei denti, ma anche gli sbiancamenti professionali, sicuri ed efficaci, per restituire luminosità al sorriso, e lo smile design personalizzato, che permette di pianificare digitalmente il risultato estetico prima ancora di iniziare il trattamento», spiega Däroste. Un sorriso bello è luminoso, ma è anche ben allineato e funzionale, cioé capace di assicurare la salute a lungo termine della bocca: «Un corretto allineamento dentale facilita l’igiene orale, riduce il rischio di usura dei denti e contribuisce all’equilibrio della masticazione», spiega David Raickovic, ortodontista di terza generazione: «Ogni trattamento parte da un’analisi approfondita dell’allineamento dentale e scheletrico, realizzata con strumenti digitali avanzati che permettono di progettare piani terapeutici chiari, precisi e prevedibili. Ottenuto l’esito di questa analisi, si può optare per apparecchi ortodontici tradizionali, indicati in situazioni più complesse, o allineatori trasparenti, sempre più diffusi tra pazienti di ogni età. Con gli
allineatori trasparenti, l’ortodonzia è quasi invisibile. Tra le soluzioni più innovative oggi disponibili ci sono gli allineatori trasparenti Invisalign, che permettono di riallineare i denti in modo discreto e confortevole», spiegano i due dentisti di Alpine Smiles, che attualmente è uno dei pochi fornitori Invisalign Diamond in Europa, un riconoscimento riservato ai centri con grande esperienza nel trattamento con allineatori. «Gli allineatori sono realizzati su misura e progettati digitalmente per spostare gradualmente i denti nella posizione corretta. Ogni set viene indossato per circa una settimana prima di passare al successivo. Diversi i vantaggi, in primis trasparenza e discrezione - il che li rende idonei anche agli adulti -, rimovibilità,

che permette di mangiare normalmente, igiene orale più semplice, poiché è possibile lavarsi i denti e usare il filo interdentale senza ostacoli, comfort maggiore rispetto agli apparecchi tradizionali», spiega Däroste. Faccette e allineatori sono termini diventati ‘trendy’, come si caratterizzano? «Le faccette per i denti e gli allineatori dentali sono due opzioni per migliorare l’estetica dei denti, ma differiscono quanto ai casi in cui sono più adatte», spiega il dottor Däroste. «La terapia con allineatori trasparenti può essere attuata anche come trattamento preparatorio alle faccette. La scelta terapeutica dipende dal grado di disallineamento dentale del gruppo anteriore che il/la paziente presenta al momento della prima visita». Una prima visita che nello Studio luganese dura novanta minuti, proprio

per consentire una valutazione completa dello stato di fatto e delle possibilità di miglioramento. «Se i denti sono evidentemente storti è opportuno effettuare una terapia di ortodonzia invisibile che ha lo scopo di riallinearli. E solo quando il grado di disallineamento viene ridotto, per perfezionare il sorriso si procede con l’applicazione delle faccette ai denti».
Quando, invece, il grado disallineamento è lieve e i denti sono solo leggermente storti, le faccette dentali estetiche possono essere la soluzione. In questo caso, la scelta terapeutica cade su quelle faccette dentali definite “no prep”, così chiamate proprio perché il dente non deve essere toccato; sono faccette di ceramica che si applicano con un sottilissimo spessore necessario per terminare l’allineamento dentale e fornire un sorriso perfetto al paziente. La faccetta dentale “no prep” richiede sempre un’attenzione e una preparazione clinica e tecnica di alto livello in quanto lo spessore di queste faccette in ceramica è inferiore ad 1 mm. Capita ogni tanto che un paziente non voglia iniziare una terapia preventiva ortodontica con allineatori o apparecchio invisibile per ottenere l’estetica del sorriso desiderata. «La differenza tra la situazione di un pretrattamento ortodontico con allineatori trasparenti in cui si possono utilizzare faccette per denti “no prep” e la situazione in cui non si attui una terapia ortodontica preventiva, è che, in questo secondo caso, le faccette sui denti avranno spessori superiori o potrebbe essere necessario preparare maggiormente la superficie anteriore del dente nei casi di elementi fortemente storti. Oltre ai trattamenti estetici e ortodontici, la chiave per mantenere un sorriso sano nel tempo resta la prevenzione. Controlli regolari, igiene professionale e diagnosi precoce permettono di individuare eventuali problemi prima che diventino complessi. Una raccomandazione mai banale o superflua», concludono i due medici, salutandoci con un sorriso.

La natura si risveglia, le giornate si allungano e l’aria si riempie di profumi e colori. La primavera è sinonimo di rinascita e leggerezza, ma per milioni di persone coincide anche con l’arrivo delle allergie stagionali. Starnuti improvvisi, occhi che lacrimano, naso congestionato: piccoli fastidi che possono però influire sul benessere quotidiano e sulla qualità della vita. E non solo. Durante i periodi ‘allergici’ anche la pelle può diventare più sensibile e il make-up meno tollerato. Per capire come affrontare al meglio questo periodo dell’anno - senza rinunciare alla bellezza e alle prerogative della stagione - abbiamo posto alcune domande alla Dottoressa Eva Pescosolido, specialista in immunologia e allergologia, che spiega cosa accade al nostro sistema immunitario in primavera, come riconoscere i sintomi e quali strategie adottare per vivere la stagione con più equilibrio e benessere.
Dottoressa, cosa succede al nostro corpo quando arriva la stagione dolce?
Con l’arrivo della primavera, aumenta la concentrazione di pollini nell’aria, soprattutto quelli di alberi, graminacee e alcune erbe spontanee.
Primavera in fiore: non per tutti è una buona notizia.
Pollini nell’aria, occhi sensibili e pelle più reattiva: questa stagione può mettere alla prova l’equilibrio e sicuramente la pazienza. Come riconoscere i segnali del corpo, prevenire i disturbi e proteggere anche la beauty routine...


Nelle persone allergiche il sistema immunitario reagisce in modo eccessivo a queste particelle, considerandole una minaccia. Questo porta al rilascio di sostanze infiammatorie - come l’istamina - che provocano i classici sintomi allergici. In primavera quindi il sistema immunitario entra in allerta.
Quali sono i sintomi più diffusi dell’allergia ai pollini?
I segnali più tipici sono starnuti frequenti, naso che cola o congestionato, prurito a naso e gola, occhi arrossati che lacrimano o prudono, sensazione di affaticamento. In alcuni casi possono comparire anche tosse o difficoltà respiratoria, soprattutto nelle persone che soffrono anche di asma.
Quali le differenze tra allergie primaverili e altre allergie?
Le allergie stagionali sono legate a pollini presenti solo in determinati periodi dell’anno. Altre allergie - come quelle agli acari della polvere, agli animali domestici o alle muffe - possono invece manifestarsi durante tutto l’anno. La stagionalità è quindi uno degli elementi principali che aiuta lo specialista a orientare la diagnosi.
Quali consigli pratici di prevenzione può dare alle lettrici?
Ci sono alcune semplici abitudini quotidiane che possono aiutare molto: arieggiare la casa nelle prime ore del mattino o dopo la pioggia, evitare di uscire nelle giornate molto ventose o con alte concentrazioni di pollini, lavare spesso capelli e viso dopo essere stati all’aperto, cambiare i vestiti quando si rientra a casa, usare occhiali da sole per proteggere gli occhi. Piccoli accorgimenti capaci però di ridurre l’esposizione ai pollini e di attenuare i sintomi.
Cos’è l’immunoterapia allergene-specifica e a chi è rivolta?
L’immunoterapia allergene-specifica - spesso chiamata “vaccino per le allergie” - è un trattamento che agisce sulla causa dell’allergia. Consiste nella somministrazione controllata e progressiva dell’allergene responsabile, con l’obiettivo di “rieducare” il sistema immunitario a tollerarlo. È indicata soprattutto per pazienti con sintomi persistenti o non adeguatamente controllati con i farmaci tradizionali.
Allergia, pelle e make-up. Qual è l’impatto della prima sugli altri due?
Durante i periodi allergici la pelle può diventare più sensibile e reattiva. Gli occhi che lacrimano, ad esempio, possono rendere il trucco meno stabile e aumentare il rischio di irritazioni.
Quale può essere un utile consiglio ‘beauty’?
Scegliere cosmetici ipoallergenici, preferire texture leggere e non occlusive, struccarsi con detergenti delicati, evitare prodotti nuovi nei periodi di maggiore sensibilità. Anche una buona idratazione della pelle aiuta a mantenere la barriera cutanea più forte.
Esiste un legame tra stress e peggioramento dei sintomi allergici?
Sì, lo stress può influenzare il sistema immunitario e amplificare le risposte infiammatorie dell’organismo. Questo significa che nei periodi particolarmente stressanti i sintomi allergici possono diventare più intensi o più difficili da gestire. Per questo motivo, attività rilassanti, sonno regolare e movimento all’aria aperta possono avere un effetto positivo anche sulla gestione delle allergie.
Quando è utile consultare un allergologo?
Quando i sintomi persistono per diverse settimane, i farmaci da banco non sono sufficienti, i sintomi interferiscono con sonno, lavoro o qualità della vita o compaiono difficoltà respiratorie. Una valutazione specialistica permette di identificare con precisione l’allergene responsabile e scegliere il trattamento più adatto.


Ascoltare i sintomi per tornare a vivere. Life coach ed esperta di psicosomatica, Carmen Naclerio guida le donne in un percorso di consapevolezza e rinascita.
Attraverso il metodo “Donna in Azione”, si rileggono i segnali del corpo per trasformare emozioni e blocchi interiori in nuove possibilità di esistere. Lo scopo non è raggiungere la miglior versione di sé, ma scoprire o ritrovare la libertà di essere veramente sé stesse
La mente mente, il corpo no. È da questa convinzione che parte il lavoro di Carmen Naclerio, life coach e studiosa di psicosomatica che ama definirsi ‘traduttrice del corpo’. Il suo impegno è volto ad accompagnare le donne in un viaggio di riconnessione con sé stesse, partendo proprio da ciò che il corpo racconta ogni giorno attraverso sintomi, emozioni e sensazioni. «Tornare a ‘sentire’ è il viaggio più bello che possiamo fare», spiega l’esperta. In un tempo in cui molte persone vivono tra frustrazione, rabbia e senso di insoddisfazione - spesso legati alle relazioni o al lavoro - il corpo diventa una bussola preziosa. «Non siamo fatti per sopravvivere, ma per vivere. E per farlo dobbiamo assumerci la responsabilità della
nostra vita», afferma Carmen Naclerio, evidenziando come, «le emozioni non sono né positive né negative: sono segnali. Mi piace immaginarle come pennarelli colorati: su un foglio bianco possiamo iniziare a disegnare la nostra storia».
Quando però le emozioni restano inascoltate, trovano altre vie per esprimersi. «Molte volte ciò che chiamiamo stress o malessere è in realtà una somatizzazione di emozioni inascoltate o gestite male. Il corpo registra tutto, è una sorta di archivio personale».
Il lavoro di Carmen consiste proprio nel decodificare, insieme alla persona riguardata, questi segnali. «Offro una ‘cassetta degli attrezzi’ per imparare a leggere ciò che il corpo manifesta e arrivare alla radice del problema». Un approccio che si distingue da quello psicologico tradizionale, volto ad analizzare principalmente il passato, perché il suo, invece, si concentra
sul presente. «Lavoro sul qui e ora. Con ogni donna che si affida al mio metodo, individuiamo insieme il nodo da sciogliere e poi passiamo all’azione, perché il corpo vuole coerenza: esprimere ciò che siamo e agire di conseguenza». La passione per la cura delle persone accompagna Carmen da sempre, ma il vero punto di svolta è arrivato con il percorso di crescita personale che l’ha portata a studiare psicosomatica, coaching e programmazione neuro-linguistica. «È stato come un risveglio interiore». Oggi condivide strumenti pratici maturati in oltre dieci anni di esperienza. Al centro del suo metodo, ‘Donna in Azione’, ci sono tre pilastri del cambiamento: consapevolezza, connessione e creazione. «La consapevolezza è la fotografia del momento presente, anche a livello corporeo. La connessione è il cuore del lavoro: qui emergono i blocchi emotivi e l’energia che li accompagna. Solo dopo arriva la creazione, cioè la possibilità di costruire una nuova identità, non la migliore versione di sé ma la libertà di essere davvero sé stesse». Accanto ai percorsi individuali di coaching, Carmen organizza sempre più eventi dal vivo. Tra questi “Donna in Azione”, un’esperienza intensiva di due giorni in cui le partecipanti lavorano insieme. Chi desidera proseguire in questo percorso può intraprendere ‘Metamorfosi’, un programma di sei mesi che approfondisce il lavoro sulla psicosomatica attraverso incontri mensili e strumenti pratici per comprendere e gestire le manifestazioni del corpo. «È come avere finalmente il libretto di istru-

Messo a punto da Carmen, il metodo è un percorso a tappe, che accompagna le donne a riscoprirsi e rinascere, verso il cambiamento che desiderano attraverso un metodo olistico che unisce corpo, emozioni e azioni pratiche. Ogni partecipante decide quali obiettivi desidera raggiungere e quanto impegno è pronta a dedicare.

zioni di sé stesse», racconta Carmen. Il percorso non termina con la trasformazione personale: prosegue con “Soul Circle”, uno spazio di condivisione in cui le donne continuano a sostenersi e crescere insieme. In fondo, il viaggio di cui parla Carmen è semplice e profondo allo stesso tempo: tornare a casa. Non un luogo fisico, ma uno spazio interiore dove corpo, emozioni e anima tornano a dialogare. Perché dentro ogni donna esiste già una mappa, tracciata nei gesti, nei respiri, nei silenzi del corpo. Basta fermarsi, ascoltare e avere il coraggio di seguirla. E quando quel linguaggio nascosto torna a fluire, la vita smette di essere una lotta. Diventa un movimento naturale, come un fiume che riprende il suo corso.
A quel punto, non si tratta più di diventare qualcuno di diverso, ma semplicemente di ricordarsi o di scoprire chi si è sempre state.
Carmela Fiorini, Esperta di Comunicazione e Mental Coach
Fondatrice
di Vertere, a Giubiasco

In famiglia come al lavoro, la convinzione di essere
imprescindibili, da gratificante si trasforma facilmente in una trappola, portando a un sovraccarico emotivo costante che, per chi non impara a fermarsi e delegare, rischia di essere sfibrante
Molte donne lo pensano, spesso senza dirlo ad alta voce: “Se mi fermo io, crolla tutto”.
Ci sentiamo così in famiglia, quando siamo il centro organizzativo – e spesso emotivo – di ciò che accade intorno a noi, e altrettanto nel lavoro, quando diventiamo il punto di riferimento di colleghi e collaboratori.
La sensazione di essere indispensabili a volte può essere esaltante e gratificare il proprio ego, perché ci fa sentire quasi insostituibili. Il problema nasce quando questo schema diventa permanente e, a quel punto, la pressione cresce, la mente resta costantemente in allerta e il corpo, prima o poi, presenta il conto. Nel contesto professionale questo fenomeno ha un nome preciso: burnout. Mentre nella vita privata è spesso più nascosto, ma non per questo meno reale, in quanto ancora oggi molte donne portano sulle spalle una parte significativa dell’organizzazione domestica e della gestione emotiva della famiglia.
L’osservazione interessante del fenomeno della sopraffazione sta però nella sua origine, che certamente dipende dal carico oggettivo di lavoro, ma non solo. La vera causa risiede nel modo in cui interpretiamo il nostro ruolo, ossia la convinzione che tutto debba passare da noi. Così facendo, finaimo per rinchiuderci in una gabbia di cui custodiamo noi stesse le chiavi.
Il primo passo per uscire da questa spirale non è quindi fare ancora di più, ma fermarsi e creare uno spazio di ascolto di noi stesse.
Quando prendiamo un po’ di distanza, cambia la prospettiva e riusciamo a scorgere molte soluzioni che diventano invisibili quando siamo immerse nel fare.
Un altro passo è la delega, un atto di potere, non di debolezza, come erroneamente si potrebbe pensare. È una forma di leadership matura, che fa crescere le competenze delle persone attorno a noi e alleggerisce le nostre spalle.
“Se mi fermo io, crolla tutto”. A volte non è vero. A volte fermarsi è proprio ciò che permette a tutto di reggersi meglio.



CON LA CONSULENZA
DELLA DOTTORESSA
ELISABETTA MACORSINI, BIOLOGA NUTRIZIONISTA
E DIET COACH A MILANO
Calorie? Sì, e tante purtroppo! Ma restano comunque indispensabili per il nostro organismo. Parliamo dei cosiddetti grassi, chiamati più propriamente lipidi, che forniscono al corpo energia concentrata e di riserva: ogni grammo apporta ben 9 calorie, più del doppio rispetto a proteine e carboidrati, che ne contengono solo 4. Inoltre, i grassi partecipano attivamente a numerosi processi fisiologici: favoriscono la crescita dell’organismo, migliorano la salute della membrana cellulare, contribuiscono alla sintesi dell’emoglobina e alla coagulazione del
In larga parte demonizzati, perché accusati di nuocere alla salute e alla linea, nelle giuste quantità anche i lipidi sono necessari al nostro organismo. Alcuni, poi, risultano particolarmente benefici. Vediamo come distinguere fra “buoni” e “cattivi” e in quali cibi si trovano
sangue, aiutano la funzione sessuale e la riproduzione, trasportano importantissimi messaggi nell’organismo, proteggono e sostengono gli organi. Senza contare che i lipidi collaborano alla “costruzione” di molecole vitali come gli ormoni.

La regola dei 70 grammi
Indispensabili? Certo, ma nella giusta misura. Secondo le linee guida mondiali per una sana alimentazione, ogni giorno dovremmo mangiare cibi dal contributo così suddiviso: 55% carboidrati, 25-30%, appunto, grassi e 10-15% proteine. Ciò significa che, su una media di 2.000 calorie giornaliere, 500-600 dovrebbero arrivare dai grassi. Ovvero al massimo 70 grammi.
Se si eccede, son guai
Per chi esagera con le quantità, da necessari i grassi diventano nocivi. I lipidi, infatti, sono sostanze che l’organismo non riesce a utilizzare completamente dopo ogni singolo pasto. Di conseguenza, il surplus si accumula nelle cellule adipose sotto forma di trigliceridi. Questi ultimi vanno a costituire riserve energetiche per l’organismo, pronte per l’uso in caso di necessità, ma quando superano certi livelli si trasformano in fattori di rischio cardiovascolare poiché ostacolano la circolazione. Un eccessivo accumulo di lipidi, inoltre, aumenta la massa grassa e il peso corporeo, favorendo altre patologie correlate a importanti fattori di rischio come il sovrappeso e l’obesità.
«I lipidi sono vitali per il buon funzionamento dell’organismo ma, se in eccesso, rappresentano un importante fattore di rischio cardiovascolare»
A pro e contro generali, dobbiamo aggiungere quelli specifici di ciascun tipo di grasso. I lipidi, infatti, non sono tutti uguali ma ne esistono vari tipi. La principale distinzione è fra grassi saturi (cosiddetti “cattivi”), e insaturi (cosiddetti “buoni”): i primi tendono ad aumentare il livello di colesterolo nel sangue, mentre quelli definiti insaturi lo diminuiscono. Scendendo più nel dettaglio, i grassi saturi innalzano il livello del colesterolo Ldl, ovvero la frazione di colesterolo che contribuisce alla formazione nei vasi sanguigni delle placche aterosclerotiche che ostacolano la circolazione e, dunque, aumentano il rischio di patologie cardiovascolari. Al contrario, i grassi cosiddetti insaturi, che a loro volta si dividono in monoinsaturi e polinsaturi, abbassano il livello del colesterolo totale e, in alcuni casi, possono innalzare anche quello del colesterolo Hdl, ovvero della frazione che svolge una funzione protettiva.
Va considerato che molte vitamine importanti si sciolgono proprio nei grassi: si tratta delle cosiddette “vitamine liposolubili” (A, D, E, K), che possono essere assorbite dall’organismo solo in presenza dei grassi. Se i lipidi non vengono introdotti a sufficienza nel corpo, dunque, potrebbe conseguirne una dannosa carenza vitaminica.
Sì agli omega 3 e 6...
I due acidi grassi polinsaturi, noti anche come Pufa, più frequenti negli alimenti che consumiamo abitualmente, sono gli omega 6 e gli omega 3. Sono detti “essenziali” perché non vengono prodotti naturalmente dall’organismo, ma devono essere introdotti con l’alimentazione.
Gli omega 6 aiutano a ridurre il tasso di colesterolo nel sangue, mentre gli omega 3 hanno azione antinfiammatoria, antiaritmica e antiaggregante: entrambi, dunque, sono molto utili dal punto di vista cardiovascolare.

...ma con tanto equilibrio
In quantità eccessive, anche gli acidi grassi polinsaturi essenziali hanno qualche effetto negativo. Gli omega 3 si ossidano facilmente: a contatto con l’aria, il sole e il calore sviluppano i perossidi, sostanze che possono favorire lo sviluppo di alcune patologie. Gli omega 6, invece, finiscono per favorire l’infiammazione. Inoltre, un eccesso di omega 6 rispetto agli omega 3 aumenta i livelli di aggregazione piastrinica e di infiammazione, l’ipertensione e il rischio di malattie autoimmuni. Il rapporto ottimale è quattro parti di omega 6 e una parte di omega 3. Per questo, non bisogna esagerare nemmeno con questi grassi.
I saturi sono tipici dei grassi animali (unica eccezione, il pesce) e sono contenuti soprattutto in burro, strutto, carni e formaggi, oppure in prodotti vegetali industrialmente idrogenati, come le margarine.
I polinsaturi, invece, sono presenti nel pesce, specialmente quello azzurro, negli oli vegetali e nella frutta secca. La principale fonte di monoinsaturi, infine, è rappresentata dagli oli, in particolare di oliva, che è ricco anche di omega 9, altri validi alleati contro il colesterolo e le malattie cardiovascolari.
• Ricchi di grassi saturi
Burro, margarina, strutto, lardo; carni grasse e insaccati; alcuni formaggi grassi; prodotti da forno industriali.
• Ricchi di monoinsaturi
Olio extravergine di oliva; frutta secca, come mandorle e noci; avocado; cioccolato fondente.
• Ricchi di omega 3
Salmone e pesce azzurro (merluzzo, acciughe, aringhe, alici, sgombri); gamberetti d’acqua dolce; tonno; alghe; vegetali a foglia (portulaca, spinaci, cavoli, verza); noci; semi di girasole, lino, zucca, canapa; uova di galline ruspanti; germe di grano; olio di noce; soia secca.
• Ricchi di omega 6
Oli vegetali (mais, girasole, soia, vinacciolo, semi, arachidi); mandorle, pistacchi, nocciole, arachidi; olive; tuorlo dell’uovo.
1. Utilizzare olio extravergine di oliva, meglio se a crudo.
2. Al giorno, 30 g di noci, nocciole o mandorle.
3. Insaporire le insalate con semi di girasole, lino, zucca, canapa.
4. Imparare a usare le alghe alimentari, ricchissime di nutrienti preziosi.
5. Prediligere uova di galline ruspanti, latticini ottenuti da animali liberi al pascolo e i prodotti vegetali biologici, più ricchi di grassi “sani”.
6. Ridurre il consumo di merendine, privilegiando spezafame salutari.
7. Non esagerare con i prodotti grassi trasformati, tipo le patatine fritte.
8. Preferire sempre un piatto fatto in casa, anche semplice, ai cibi preconfezionati.
9. Limitare i formaggi grassi e le carni rosse.
10. Leggere sempre le etichette degli alimenti per controllare il loro contenuto di lipidi.
Come suddividerli
Sempre secondo le linee guida per una sana alimentazione, l’apporto di grassi deve essere ripartito in modo corretto. Rispettando queste indicazioni, si fa un passo importante verso la prevenzione delle malattie cardiovascolari. In pratica: acidi grassi saturi inferiori al 10% dell’energia totale (20-22 grammi al giorno); acidi grassi monoinsaturi tra il 10-15% (22-33 grammi); acidi grassi polinsaturi tra il 5-10% (11-22 grammi).


Non è una questione ideologica:
le differenze biologiche e socioculturali influenzano in modo diretto malattie, sintomatologia e risposta alle terapie. Un’evidenza che dovrebbe essere alla base di ogni percorso di studi in medicina
Negli ultimi anni il dibattito sulla medicina di genere si è intensificato, ma spesso in modo impreciso. Il rischio è quello di ridurre un tema centrale della pratica clinica a una questione culturale o ideologica, perdendo di vista la sua natura profondamente scientifica. Ne parliamo con Susanna Grego, medico specialista in cardiologia e titolare del corso Sex and Gender Conscious Medicine presso la Facoltà di scienze biomediche dell’Università della Svizzera italiana (Usi), insieme alla dottoressa Pamela Agazzi, neurologa. Entrambe fermamente convinte che questo sapere non dovrebbe restare confinato in un insegnamento dedicato.
Dottoressa Grego, partiamo dal linguaggio. Perché è così centrale quando si parla di sex and gender medicine?
Perché il significato delle parole è ciò che permette di comprendere i concetti. Se non capiamo bene i termini che usiamo, non capiremo mai la materia della quale stiamo parlando.
Il problema è che l’espressione “medicina di genere”, così come è stata usata per anni, non ha mai funzionato davvero, finendo per ridurre l’argomento a qualcosa di percepito come femminista o ideologico, quando invece stiamo parlando di biologia, fisiologia e clinica.
Quindi non si tratta di femminismo, ma di medicina?
Esattamente. Qui non c’entra il femminismo. C’entra la differenza reale che esiste tra maschio e femmina e il modo in cui influisce sulle malattie, sui sintomi e sulle terapie. Questo non dovrebbe essere considerato un argomento complementare o aggiuntivo: dovrebbe essere la base, la lezione introduttiva di qualsiasi percorso di studi in medicina.
In che senso sesso e genere sono già presenti nella pratica clinica?
In modo molto concreto. Quando presentiamo un caso clinico, anche davanti al paziente, diciamo sempre: paziente maschio o paziente femmina. È un’informazione codificata, che compare in tutti i registri ospedalieri. Il problema è che poi, nel ragionamento clinico, questa informazione viene spesso sottovalutata o usata in modo inconsapevole.

Può farci qualche esempio di ambiti in cui queste differenze sono cruciali?
Praticamente in tutti. Il sistema ormonale influisce in modo diverso su uomini e donne e questo ha conseguenze sul Parkinson, sull’Alzheimer, sull’epilessia, sulle cardiopatie, incluse quelle ischemiche. Pensiamo anche al dolore: per anni si è parlato di dolore 'tipico' e 'atipico'.
Oggi si cerca di superare questa distinzione, perché il rischio è che il medico interpreti i sintomi in modo soggettivo invece di oggettivare il quadro clinico con esami adeguati.
Qui entra in gioco anche il genere, come costruzione sociale?
Sì, ma va chiarito con precisione. Il genere riguarda l’insieme di aspettative, rappresentazioni e ruoli sociali che attribuiamo alle
persone, e questo può tradursi, anche in modo inconsapevole, in un pregiudizio clinico.
Un esempio è la diagnosi di sindrome ansioso-depressiva, che compare spesso come prima etichetta nelle cartelle cliniche, soprattutto nelle donne. Questa classificazione iniziale può orientare l’intero percorso diagnostico successivo, portando a interpretare i sintomi in chiave prevalentemente psicologica e a ritardare o sottovalutare l’indagine di possibili cause organiche. In questo senso il genere non agisce come fattore biologico, ma come filtro interpretativo che il medico deve saper riconoscere e neutralizzare.
Lei e la dottoressa Pamela Agazzi tenete insieme il corso di Sex and Gender Conscious Medicine all’USI. Perché è necessario un insegnamento dedicato?
Se ogni docente, nel proprio ambito specialistico, partisse già da queste differenze non ci sarebbe bisogno di un corso specifico di Sex and Gender Medicine. Il fatto che oggi esista non indica che il tema sia “speciale”, ma che questa integrazione strutturale non è ancora avvenuta. abbiamo dunque previsto una prima parte di introduzione storica per fornire le basi concettuali e terminologiche che ancora non sono purtroppo patrimonio comune della formazione medica. Successivamente si entra nel merito delle differenze biologiche e cliniche tra maschio e femmina, affrontandole in modo trasversale.
Negli ultimi anni avete affrontato anche il tema della transizione di genere, in particolare in età adolescenziale. Con quale approccio?
Con un approccio rigorosamente medico e scientifico. L’obiettivo non è mai quello di esprimere giudizi, ma di comprendere cosa accade a livello biologico quando un organismo in fase di sviluppo viene esposto a trattamenti ormonali che non sono coerenti con il sesso biologico di partenza. Ci siamo quindi posti domande cliniche molto concrete: cosa accade, ad
Questa intervista nasce dalla collaborazione con l’Università della Svizzera italiana (USI), che ne ha curato la realizzazione. Un'iniziativa che intende dare voce a docenti e ricercatrici che, attraverso il loro impegno e i temi che esplorano ogni giorno, interpretano le trasformazioni del nostro tempo e del territorio. L’obiettivo è di condividere con le lettrici visioni e percorsi professionali che possano diventare fonte di ispirazione.

IN FOTO, LA DR.SSA SUSANNA GREGO, MEDICO SPECIALISTA IN CARDIOLOGIA E TITOLARE DEL CORSO SEX AND GENDER CONSCIOUS MEDICINE DELL'USI
esempio, a un cuore biologicamente femminile sottoposto a un’esposizione prolungata a testosterone, o a un sistema endocrino maschile esposto a estrogeni in età evolutiva? Queste sono questioni che riguardano la sicurezza, la prevenzione e la presa in carico del paziente nel tempo. Per questo rientrano pienamente nella responsabilità del medico. Non sono domande ideologiche o culturali, ma cliniche, e richiedono competenze specifiche per poter accompagnare le persone in modo consapevole e informato.
Perché il sesso biologico resta un dato imprescindibile e che ruolo gioca il contesto sociale?
Perché il sesso biologico influisce in modo diretto sull’insorgenza e sull’evoluzione di molte patologie. Le differenze tra maschio e femmina non riguardano solo la sfera riproduttiva, ma coinvolgono l’intero organismo. Il patrimonio cromosomico, ad esempio, gioca un ruolo fondamentale: molte malattie sono legate al cromosoma X e nei maschi, che ne possiedono uno solo, tendono a manifestarsi in modo completo; nelle femmine, la presenza di un secondo cromosoma X può attenuarne l’espressione. Questo può contribuire anche a spiegare perché, in media, le donne vivano più a lungo, ma comporta allo stesso tempo profili di rischio diversi, che il medico deve conoscere per impostare diagnosi, prevenzione e terapie adeguate. Accanto alla dimensione biologica, va sempre considerato anche il contesto sociale. Le condizioni di genere, intese come ruoli sociali, abitudini e modelli di interazione, influenzano l’esposizione ai fattori di rischio e quindi la distribuzione delle malattie. Durante la pandemia, ad esempio, l’andamento dei contagi ha mostrato differenze significative tra Paesi e contesti diversi, legate non alla biologia ma alle modalità di esposizione e di vita quotidiana.


VICTOIRE TUAILLON, IL CUORE SCOPERTO. PER RI-FARE L'AMORE (TRAD. DI ASSOCIAZIONE VANVERA), ADD EDITORE, 2025
N ella N orma - Sul bordo del precipizio
Il romanzo di Alcide Pierantozzi è un ampio racconto autobiografico di scoperta di sé e delle proprie fragilità psichiche. È un fare i conti con la propria esistenza, senza sconti: né per chi legge, né per chi scrive. Lo sbilico, pubblicato da Einaudi lo scorso anno e ora in lizza per il Premio Strega, è un’opera stratificata, in cui il vissuto biografico s’interseca alla riflessione sulla malattia psichica e sulla normalità. L’autore ripercorre le tappe della propria vita nelle sale di psicologi e psichiatri, raccontando del corpo che si ribella, della mente che tentenna, delle allucinazioni che si fanno strada nel quotidiano. Stile e linguaggio, davvero letterari, ci trascinano all’interno di un vortice, dentro dolori e paure, ma anche vittorie e piccole conquiste quotidiane, squarci di luce. Come ha scritto Donatella Di Pietrantonio “lo sbilico è il punto di rottura della mente, una linea di faglia, l’estremo ancora nominabile” e l’autore, con questo libro, conduce chi legge a bordo del precipizio, senza lasciarsi (e lasciarci) cadere.

F uori N orma -Amore oltre i paradigmi
Cosa accade quando un podcast diventa un libro?
E quando quel podcast supera i confini del proprio spazio culturale e viene tradotto, elaborato, discusso? Il cuore scoperto nasce da questo viaggio: si origina da un’inchiesta sull’amore in lingua francese, per le cure di Victoire Tuaillon, e diventa un libro in lingua italiana, arricchito dalle voci di studiose, attiviste, filosofe, che dipanano la discussione in altre direzioni, rimanendo fedeli al nucleo centrale, al cuore del discorso: che cos’è l’amore?
La lettura di questo manuale di riflessioni è l’occasione di ripensare le nostre relazioni, mettendo in discussione i paradigmi sociali e politici che hanno costruito l’idea di amore, creando un ideale di “normalità” e regolando, ben più di quanto si creda, i nostri comportamenti e le nostre abitudini in campo affettivo. Fatto da una molteplicità di voci e di punti di vista, Il cuore scoperto è un percorso, profondo e ironico insieme, dentro le nostre emozioni e le nostre convinzioni.
Nel prezioso saggio dal titolo Folie et résistance ( Éditions Divergences, 2025) la scrittrice francese Claire Touzard sviluppa una lunga riflessione sull’(a)normalità.
Partendo dal proprio vissuto personale e dalla diagnosi di disturbo bipolare, mi sembra che l’autrice iscriva la propria pratica anche nel solco delle figure che l’hanno preceduta e che a loro volta, in epoche più o meno lontane, sono state considerate folli, devianti, disturbate. Se una necessità di recintare il perimetro del normale ha sempre fatto parte della nostra storia, certo è che sovente a rimanerne fuori, tacciate di non adeguarsi a comportamenti e abitudini consone, sono state le figure femminili – penso, restando nel campo della letteratura, ad Amelia Rosselli, Goliarda Sapienza, Adelheid Duvanel – la cui opera vive oggi una riscoperta e una consacrazione.
La follia, in fondo, è una questione (anche) di punti di vista. Spesso, senza saperlo, teniamo fra le mani libri di persone che in vita hanno abitato lo scarto, l’errore, il margine.
Quando si affronta la questione della normalità in letteratura, vi è dunque, da un lato, l’aspetto che concerne il vissuto di chi scrive, e dunque la sua postura nella società. Inoltre, in un approccio intersezionale, i libri di chi è stato marginalizzato per la propria provenienza, per la classe o per il genere, trovano oggi spazio sugli scaffali ricordandoci che fino a poco tempo fa l’accesso alla cultura era riservato a una cerchia ristretta di persone, e che ciò era considerato, appunto, normale. Un secondo snodo, invece, risiede nel valore intrinseco della narrazione, che può indurci a contemplare un punto di vista diverso e, anche, a dubitare delle nostre


SOPRA, MARA TRAVELLA, DIRETTRICE DELLA CASA DELLA LETTERATURA, CHE PER LA PROGRAMMAZIONE DI QUEST'ANNO HA SCELTO IL TEMA "FUORI (N)ORMA", A CUI È ISPIRATO ANCHE QUESTO SUO CONTRIBUTO E I SUOI DUE CONSIGLI DI LETTURA NELLA PAGINA A FIANCO
convinzioni. Se penso in particolare al genere della fantascienza, mi rendo conto che attraverso la distopia e l’utopia chi scrive ha cercato di raccontare possibili e inattesi risvolti della realtà. Sono molto affezionata, ad esempio, a un racconto di Haraway, in cui l’autrice ipotizza un mondo in cui ogni essere vivente sia responsabile di un’altra specie. Leggerlo è come un balsamo: si percepisce certo la distanza con ciò che accade fuori dalla nostra finestra, ma al tempo stesso l’ipotesi di vita – un legame interspecie, di cura e di protezione – è talmente affascinante da permetterci di ripensare il nostro mondo.
Cresciuta nel Mendrisiotto, Mara Travella ha studiato Letteratura italiana a Friburgo e ha conseguito un dottorato all ’ Università di Zurigo. I suoi interessi si concentrano sull’editoria e sulla storia del libro, sulla letteratura contemporanea, sugli studi di genere e sulla traduzione. Accanto alla direzione artistica della Casa della Letteratura assunta a marzo 2025, è parte dei comitati organizzativi del festival Chiassoletteraria, delle giornate dedicate a scrittura e traduzione Incontri di Bienne e del festival aller-retour (Fondazione CH). È inoltre cofondatrice della piattaforma per la drammaturgia svizzera di lingua italiana Luminanza (2020) e di CH Netzwerk (2023), associazione dei festival letterari svizzeri.
Dietro l’eleganza sontuosa delle regine si cela un sistema di simboli ricercato nei minimi
dettagli: un linguaggio visivo mai casuale, mai puramente ornamentale, che sa lanciare precisi messaggi politici con garbo e arguzia

IN FOTO, NELLA GREEN DRAWING
ROOM DEL CASTELLO DI
WINDSOR, L’ABITO DA SERA
CREATO DA NORMAN HARTNELL
PER LA REGINA ELISABETTA II, INDOSSATO IN OCCASIONE DI UN BANCHETTO DI STATO IN ONORE
DEL PRESIDENTE EISENHOWER
ALL’AMBASCIATA BRITANNICA
DI WASHINGTON, 1957
Colte e raffinate, educate al dovere e all’impegno, formate per sostenere le sorti delle loro casate come strumenti di alleanze e continuità dinastica. Molto più che figure centrali nei cerimoniali di corte, numerose sovrane hanno saputo influenzare non solo la cultura e le mode del loro tempo ma anche plasmarne gli indirizzi strategici, esercitando con discrezione e “stile” un’influenza profonda sulle relazioni diplomatiche.

Dimore, arredi personali, gioielli, abiti e accessori che le hanno accompagnate non sono mai stati semplice questione di etichetta, ma parte di una precisa strategia di comunicazione del potere, affidata a elementi visivi. Simboli di un linguaggio attentamente costruito e sempre leggibile dai destinataricapi di Stato, nobili, fino ai sudditi.
Assoluta “regina” ne è stata Elisabetta II. Dalla tonalità del cappotto alla posizione del cappellino, dalla scelta di una spilla al tacco delle calzature: ogni ornamento rispondeva a
Queen Elizabeth II: Her Life in Style, The King’s Gallery, Buckingham Palace,10 aprile - 18 ottobre 2026

IN ALTO, A SINISTRA, ELISABETTA II FOTOGRAFATA DA CECIL
BEATON AL MATRIMONIO DELLA SORELLA, LA PRINCIPESSA
MARGARET, IL 6 MAGGIO 1960. INDOSSA UN ABITO IN SETA E PIZZO DI NORMAN HARTNELL, CHE LAVORÒ PER LA FAMIGLIA REALE DAGLI ANNI ’30 ALLA SCOMPARSA NEL 1979.IL CAPPELLINO OMAGGIA
LA SPOSA, “ROSE” DI SECONDO NOME. COMPLETANO L’OUTFIT
LE PERLE E LA SPILLA LOVER’S KNOT DELLA REGINA MARY.
SOPRA, SCHIZZO DI HARTNELL PER UN TUBINO CON PERLINE ARGENTATE INDOSSATO A UNA VISITA DI STATO IN FRANCIA NEL 1972

MARGARETHA DI SVEZIA NEL 1977


DA SINISTRA, JEAN-BAPTISTE WICAR, RITRATTO DI GIULIA CLARY CON LE FIGLIE, 1809 CIRCA, E GIUSEPPE BONITO, RITRATTO DI MARIA AMALIA DI SASSONIA, 1740 CIRCA
Regine: trame di cultura e diplomazia tra Napoli e l’Europa, Reggia di Caserta, fino al 20 aprile 2026

una funzione precisa. Nel centenario dalla nascita, la King’s Gallery di Buckingham Palace le dedica, dal 10 aprile al 18 ottobre, una mostra tra le più attese dell’anno. L’esposizione racconta la vita e il regno della sovrana attraverso il suo guardaroba: circa 200 pezzi indossati nell’arco di dieci decenni - quasi la metà esposti per la prima volta - compongono una tra le più importanti collezioni di moda britannica del XX secolo. Abiti da sera di alta moda, impeccabili capi casual, gioielli, cappelli, scarpe e accessori dialogano con bozzetti originali, campioni di tessuto e corrispondenza manoscritta che rivela il lavoro meticoloso e il coinvolgimento diretto della Regina nella costruzione della propria immagine pubblica. Tra i pezzi più emblematici, l’abito da damigella d’onore dell’infanzia, quello da sposa del 1947, l’abito dell’incoronazione del 1953 e l’ensemble indossato per il matrimonio della principessa Margaret. Accanto a questi, una selezione
Prospettiva femminile III.
Isabella Farnese (1692–1766), Museo del Prado, fino al 24 maggio 2026

ISABELLA FARNESE RITRATTA
DA LOUIS-MICHEL VAN LOO (1739 CIRCA) E, A SINISTRA,
DA JEAN RANC (XVIII SECOLO)
di capi meno appariscenti ma altrettanto rivelatori: i tweed, i tartan e i foulard del guardaroba privato di Balmoral, fino agli outfit per i grandi appuntamenti della scena internazionale. Del resto già per il suo terzo compleanno faceva tendenza: sulla copertina del Time l’headline annunciava “La principessa Lilibet detta la moda del giallo per le bambine”.
Un linguaggio visivo affinato nel tempo, capace di attraversare i cambiamenti culturali senza mai rincorrere la moda, ma “governandola” con coerenza e diplomazia. Celebre, in questo senso, la sua abitudine di esprimersi attraverso le spille: come durante la visita di Donald Trump nel 2018, quando indossò una spilla ricevuta in dono da Barack Obama, un’altra raffigurante il fiore simbolo del Canada e una terza associata al lutto - manifestando con classe la sua ostilità.

SOTTO, IL BOUDOIR D’ARGENTO PROGETTATO PER MARIA ANTONIETTA NEL 1786 SOTTO LA DIREZIONE DELL’ARCH. PIERRE ROUSSEAU, CON MOBILI IN BRONZO DORATO E MADREPERLA DI JEAN-HENRI RIESENER

La mostra si presenta così non tanto come celebrazione del gusto personale della sovrana, quanto come decifrazione di uno stile costruito come strumento di governo. In questa primavera, però, non è l’unica occasione per ammirare accessori e oggetti che hanno accompagnato e parlato per le regine.
Mentre a Londra si conclude al Victoria and Albert Museum la grande esposizione dedicata allo stile di Maria Antonietta, insuperabile nel dar forma a un’estetica che ancora plasma l’odierno immaginario, la regina dell’Ancien
Régime torna protagonista nel programma culturale 2026 del Castello di Fontainebleau.
Verrà raccontata la vita di corte della sovrana e di Luigi XVI in questa residenza amatissima, con la possibilità di ammirarne gli appartamenti restaurati con gli arredi originali commissionati dalla sovrana.
Molti altri gli spunti: dai capolavori di arte orafa appartenuti alle più importanti case reali europee della Al Thani Collection all’Hôtel de la Marine di Parigi, ai cappellini delle reali svedesi esposti a Stoccolma presso l’Armeria Reale; dal percorso del Prado dedicato alla collezione creata da Isabella Farnese fino alla mostra della Reggia di Caserta che riunisce le sovrane di quattro dinastie - Farnese, Borbone, Murat e Savoia - protagoniste della costruzione politica e culturale del Regno di Napoli e dell’Europa fino alla nascita della Repubblica italiana, tessendo una trama invisibile che intreccia storia, arte, diplomazia e… stile

SOPRA, IL 18 E 19 APRILE, IL CASTELLO DI FONTAINEBLEAU PREVEDE UN WEEKEND DI RICOSTRUZIONI STORICHE. QUEST’ANNO
GLI APPARTAMENTI DI MARIA ANTONIETTA TORNANO ACCESSIBILI IN TUTTO IL LORO SPLENDORE DOPO I LAVORI DI RESTAURO
Joyaux dynastiques, Collection Al Thani à l’Hôtel de la Marine fino al 6 aprile 2026


A SINISTRA, COLLANA E ORECCHINI DI FRANCES ANNE VANE, MARCHESA DI LONDONDERRY, 1850 CIRCA, SMERALDI, DIAMANTI, ORO, ARGENTO, COLLEZIONE PRIVATA . SOPRA, DIADEMA CON GIGLIO BORBONICO-PARMIANO PETOCHI, ROMA, 1937 DIAMANTI, PLATINO, COLLEZIONE AL THANI
Un obiettivo: dare visibilità alle prime professioniste del settore in Svizzera, facendo luce sulle condizioni in cui si formavano e lavoravano

MARIE OTTOMANN-ROTHACHER AL LAVORO NELL’ATELIER DI HANS PETER KLAUSER, ZURIGO, 1960 (FOTO DI ELISABETH BRÜHLMANN )
IN QUESTA PAGINA, MARIE OTTOMANN-ROTHACHER (1916–2002), UNA DELLE PRIME DONNE A COMPLETARE L’APPRENDISTATO COME FOTOGRAFA E A GUADAGNARSI DA VIVERE LAVORANDO COME ASSISTENTE PER DIVERSI STUDI. NEI FINE SETTIMANA LIBERI REALIZZAVA REPORTAGE PER PRO JUVENTUTE E RITRAEVA SCENE DI VITA DELLA SUA VITA FAMIGLIA

MARIE OTTOMANNROTHACHER NEL LABORATORIO DI ERNST A. HEINIGER, A ZURIGO, 1941
Nel 1888, quando Kodak lanciò la prima fotocamera “portatile” della storia - dotata di un rotolo di pellicola flessibile, anziché di lastre di vetro, e accompagnata dal servizio di sviluppo - si rivolse esplicitamente alle donne. Attraverso la figura della “Kodak Girl” la fotografia veniva presentata come un hobby elegante e accessibile, oppure come lo strumento ideale nelle mani di madri e mogli per documentare la felicità domestica. Eppure, fin dagli esordi, la fotografia non è stata solo oggetto di consumo femminile: ha avuto anche le sue professioniste, Svizzera inclusa. Negli stessi anni in cui la botanica inglese Anna Atkins pubblicava i suoi fotogrammi di alghe e piante in cianotipo (considerati il primo libro fotografico della storia), Franziska Möllinger pubblicizzava sul Solothurner Blatt i suoi “ritratti
UN COLLETTIVO DI CURATRICI DELLA FOTOSTIFTUNG
SCHWEIZ DI WINTERTHUR HA ESAMINATO I SETTE
ARCHIVI DELLE PROTAGONISTE DELLA MOSTRA, IN CORSO FINO AL 14 GIUGNO, PUNTO DI PARTENZA
PER PORSI IMPORTANTI INTERROGATIVI SULLA
FOTOGRAFIA AL FEMMINILE E LA SUA VALORIZZAZIONE

luminosi”, affermandosi tra le prime dagherrotipiste (era il 1843, a cinque anni dalla nascita ufficiale della fotografia). Di lei, tuttavia, sopravvivono pochissime opere, destino condiviso da molte sue colleghe. Un’invisibilità che, in Svizzera, si è protratta sostanzialmente fino all’introduzione del suffragio femminile nel 1971. Il mutamento della percezione sociale delle donne si è intrecciato allora con una trasformazione della fotografia stessa: come medium, ma anche

GERTRUD DÜBI-MÜLLER, OCCUPAZIONE DELLE FRONTIERE, SVIZZERA,1914 A DESTRA, UN SUO AUTOSCATTO, A SOLETTA
Dübi-Müller / Fotostiftung
© Gertrud
INFLUENTE COLLEZIONISTA E MECENATE, GERTRUD DÜBI-MÜLLER (1888–1980) ERA UN’APPASSIONATA FOTOGRAFA DILETTANTE. OLTRE A PITTORI COME FERDINAND HODLER E CUNO AMIET, FRA LE SUE FREQUENTAZIONI, DOCUMENTÒ CON LA SUA FOTOCAMERA STEREOSCOPICA ANCHE L’OCCUPAZIONE DELLE FRONTIERE NEL1914 E LE SUE ESCURSIONI ALPINE

SOPRA, UNA MAGNOLIA IMMORTALATA DA ANNY WILD-SIBER (1865–1942) AUTODIDATTA, SI AVVALEVA DI TECNICHE DI STAMPA ELABORATE, COME L’AUTOCROMIA E L’UVACROMIA PER RIPRODURRE LE SUE FOTO DI PAESAGGI E NATURE MORTE DA PRESENTARE A ESPOSIZIONI E CONCORSI INTERNAZIONALI
come ambito di formazione. Con l’apertura di scuole e percorsi professionali, sempre più donne hanno trovato spazio in questo campo.
Lo storico squilibrio di genere resta tuttavia evidente negli archivi della Fotostiftung Schweiz, basata a Winterthur: solo 26 delle circa 160 collezioni conservate sono attribuibili a donne. Le tipologie di opere ne riflettono le biografie molto diverse. Spesso l’attività appare frammentaria, segnata dalle interruzioni legate alla maternità; in altri casi

Dübi-Müller / Fotostiftung
© Gertrud

SOPRA, MARGRIT ASCHWANDEN (1913–2004) NELLO STUDIO
CHE GESTÌ FRA IL 1933 E IL 1945 CON LA SORELLA ROSE, AD ASCHWANDEN, DOPO L’APPRENDISTATO PRESSO IL FRATELLO E IL DIPLOMA PROFESSIONALE SUPERIORE AL POLITECNICO
FEDERALE. A DESTRA, UN SUO SCATTO PER LA CAMPAGNA PUBBLICITARIA DELL’OVOMALTINE, 1940-1960


emerge una pratica coerente e solida. Alcune donne coltivarono la fotografia come passione amatoriale, libere da pressioni economiche, dimostrando notevole abilità tecnica e producendo immagini capaci di restituire lo spirito del loro tempo. Estremamente rare invece le fotogiornaliste, soprattutto dopo la nascita del primo figlio. Spesso ricevevano incarichi da organizzazioni non profit e si trovavano a fotografare bambini, perpetuando così stereotipi tematici. Anche le professioniste affermate rimasero sovente nell’ombra di colleghi, mentori o mariti - talvolta in senso letterale, particolarmente apprezzate per compiti di laboratorio e ritocco, attività pazienti e poco visibili. Un censimento realizzato in occasione dell’Esposizione svizzera del lavoro femminile (Saffa) del 1928 contò, su 1490 persone attive negli studi fotografici svizzeri, 313 donne: 43 imprenditrici autonome e 270 impiegate. Un’occupazione considerata meno appetibile di professioni tradizionali come sarta o parrucchiera. La rarità degli archivi femminili non dipende solo dal numero limitato di praticanti. Spesso le tracce del loro lavoro sono confluite negli archivi degli uomini con cui collaboravano. Inoltre, la scelta di preservare e trasmettere un archivio fotografico richiede una certa consapevolezza del proprio valore, non sempre presente. Anche le politiche di collezionismo istituzionale hanno contribuito poco a colmare questa lacuna. Negli ultimi decenni, tuttavia, la situazione ha iniziato a cambiare. In linea con molte altre realtà, non solo di SOPRA, UNA FOTO REALIZZATA A MENFI NEGLI ANNI ’40 DA HEDY BUMBACHER (1912–1992). DOPO STUDI DI STORIA, PSICOLOGIA E BIOLOGIA A ZURIGO, ROMA E GOTTINGA, AVEVA SEGUITO UN CORSO DI FOTOGRAFIA AL POLITECNICO DI ZURIGO, DAL 1937 AL 1945 LAVORÒ COME FOTOREPORTER PER PRO JUVENTUTE
LENI WILLIMANN-THÖNI, STUDENTESSE DELLA CLASSE SPECIALIZZATA IN FOTOGRAFIA, SCUOLA DI ARTI APPLICATE DI ZURIGO, 1940 CIRCA

matrice femminista, che stanno sperimentando nuovi approcci, anche la Fotostiftung Schweiz ha intensificato l’acquisizione di lasciti di fotografe e la ricerca sui loro lavori. I risultati si riflettono anche nell’attività espositiva: se tra il 1971 e il 2001 solo 7 delle 53 mostre monografiche fsono state dedicate a fotografe, dal 2003 a oggi sono diventate 14 su 49, sei delle quali negli ultimi cinque anni.
Un ulteriore passo è rappresentato dall’attuale mostra collettiva Donne. Domande. Archivi Fotografici, in corso fino al 14 giugno, curata da un team interamente femminile della Fotostiftung Schweiz, dedicata a sette fotografe attive prima del 1971. La selezione restituisce la pluralità dei modi in cui la fotografia è stata praticata: come passione amatoriale, apprendistato professionale o percorso artistico. La mostra affianca alle opere un’attenta ricostruzione delle vite delle autrici, considerando sia l’ambiente familiare d’origine sia le famiglie che a loro volta hanno costruito - fattori che hanno inciso sulla possibilità di coltivare la fotografia. Anche i loro nomi raccontano queste traiettorie biografiche: Anny Wild-Siber, Gertrud Dübi-Müller, Marie Ottomann-Rothacher e Leni Willimann-Thöni adottarono cognomi doppi; Anita Niesz mantenne quello da nubile; Hedy Bumbacher lo cambiò con il matrimonio; Margrit Aschwanden vi tornò dopo il divorzio.
LENI WILLIMANN-THÖNI, CONCHIGLIE (BARNEA COSTATA), 1960 CIRCA

SOPRA E ACCANTO, DUE SCATTI DI LENI WILLIMANNTHÖNI (1918–2002) OTTENNE IL DIPLOMA DI FOTOGRAFA NEL 1940 ALLA SCUOLA DI ARTI
APPLICATE DI ZURIGO, PER POI LAVORARE INSIEME AL MARITO, IL TIPOGRAFO ALFRED WILLIMANN. NEL 1960 USCÌ IL LIBRO “CONCHIGLIE. UNA GUIDA ALLE INASPETTATE GIOIE DEL COLLEZIONISMO” CON LE SUE FOTOGRAFIE, INFLUENZATE DALLO STILE DELLA NUOVA OGGETTIVITÀ
A guidare il lavoro curatoriale, alcune domande fondamentali,: In che misura la fotografia è stata una professione femminile? Come hanno influito modelli di ruolo, strutture economiche e responsabilità familiari sul lavoro delle fotografe e sul riconoscimento ricevuto? Come si riflettono queste circostanze nei loro archivi e perché sono rimaste così a lungo invisibili? Una mostra che rappresenta solo un tassello di una riflessione più ampia. Un momento chiave sarà il convegno del prossimo 8 maggio, “(In)visibilità - Prospettive sul lavoro con gli archivi delle donne”, che anticipa anche il lavoro di revisione della catalogazione dei 160 archivi della Fondazione svizzera della fotografia, previsto a partire dal 2027.

UNO SCATTO REALIZZATO NEL 1956 A TROYES DA ANITA NIESZ (1925–2013). FREQUENTÒ IL CORSO DI FOTOGRAFIA ALLA SCUOLA DI ARTI E MESTIERI DI ZURIGO, ISTITUITO NEL 1932. DAL 1949 PUBBLICÒ I SUOI REPORTAGE SULLA CELEBRE RIVISTA “DU”
Connessioni tra oggetti e individui, passato e presente, tangibile e invisibile. Fragili e potenti come le relazioni umane, i fili di Chiharu Shiota tessono l’inestricabile trama che congiunge memoria, esistenza e mistero
Dalle sue opere ci si ritrova avvolti, insieme agli oggetti e alle emozioni che connettono.
Con un’artista come Chiharu Shiota il formato della mostra immersiva trova la sua espressione più autentica: niente spettacoli virtuali, qui le connessioni sono fisiche - migliaia di fili tesi e intrecciati a dar forma alle sue “architetture”, capaci di trasformare e risemantizzare lo spazio che abitano. Generando veri e propri campi di forza che rendono tangibili ricordi, emozioni, immagini e visioni oniriche, offrendo spazi di contemplazione e interrogando concetti universali come l’identità, la relazione con l’altro, la vita e la morte. Installazioni che, trascendendo i confini del materiale, interpellano la dimensione più intima e vulnerabile dell’essere umano, fra stasi e movimento.

Nata a Osaka nel 1972 e residente a Berlino, l’artista giapponese è celebre per le sue installazioni monumentali realizzate con fili di lana intrecciati: rossi a simboleggiare la vita che scorre nel sangue; neri a evocare il mistero cosmico del cielo notturno; bianchi per alludere al ciclo di vita e morte, l’inizio e la fine. Sospendono e collegano oggetti quotidiani carichi di tracce di vissuto - valigie, vestiti, scarpe, finestre, chiavi o strumenti musicali - che trasformano le sue creazioni da esperienza visiva in esperienza emotiva, in cui memoria e interrogativi prendono forma nello spazio.
Un’esperienza che, finalmente, è possibile fare non troppo lontano da noi: al Mao Museo d’Arte Orientale di Torino, dove fino al 28 giugno è in corso una mostra che ripercorre l’intera produzione dell’artista attraverso disegni, fotografie, sculture e alcune delle sue più celebri installazioni ambientali. Organizzata
in collaborazione con il Mori Art Museum di Tokyo, dove è stata presentata in anteprima nel 2019 prima di toccare sette città asiatiche, l’esposizione è stata ridisegnata da Shiota per entrare in dialogo con le collezioni di arte asiatica del museo torinese, imperniate sui temi della vita e della morte. Concepito come un’unica grande installazione che si espande dalle sale delle esposizioni temporanee alle gallerie permanenti, il progetto include interventi site-specific e nuove opere realizzate per l’occasione, facendone uno spazio vivo e in continua evoluzione. Come la stessa mostra che, dopo aver debuttato prima ancora che la pandemia ci ricordasse l’importanza delle connessioni, tappa dopo tappa ha assunto nuove connotazioni e, in un mondo attraversato da crescenti conflitti e incertezze, è più attuale che mai. Proprio come molteplici sono le chiavi di lettura del suo titolo, The Soul Trembles, che richiama tanto la fragilità sperimentata dall’artista - che quando ideava il progetto lottava con un cancro al terzo stadio senza sapere se lo avrebbe visto realizzarsi - quanto quella vibrazione interiore che ci accomuna ed è alla base della scintilla creativa.
Segnaliamo inoltre che, sempre fino al 28 giugno, a Milano, il Mudec ospita nella sua Agorà The Moment the Snow Melts, l’opera più alta mai realizzata da Chiharu Shiota: 12 metri, 7.000 fili (15 km) e 10.000 fogli che, come fiocchi di neve, scendono verso terra restando sospesi, proprio come i ricordi e le persone che hanno fatto parte delle nostre vite. Un invito a meditare poeticamente sul tempo, sulla fragilità dei legami e, come ha spiegato l’artista, “sul senso di permanenza nell’assenza, in cui il ricordo delle persone è ancora vivido, ma il momento dell’ultimo incontro è svanito come la neve dell’inverno passato”.

SOPRA, CHIHARU SHIOTA AL MAO DI TORINO, PER CUI HA CONCEPITO UNA VERSIONE AD HOC DELLA SUA MOSTRA ITINERANTE “THE SOUL TREMBLES”, REINTERPRETANDO GLI SPAZI DEL MUSEO E DIALOGANDO CON LE SUE COLLEZIONI DI ARTE ASIATICA. SE IN ORIGINE AVREBBE VOLUTO FARE LA PITTRICE, È NEL FILO DI LANA CHE HA TROVATO LA CHIAVE ESPRESSIVA DEL SUO LABIRINTO CREATIVO


Come una danza silenziosa nel cielo, nel suo bianco diafano, il Cloud Dancer, Pantone Color of the Year 2026, trasforma il design in poesia visiva. Linee morbide e superfici leggere evocano le nuvole, dando vita a un ambiente armonioso e avvolgente. Il caos resta fuori

SOPRA, ARTEMIDE, NESSO, ICONICA LAMPADA DA TAVOLO SOTTO, SULLO SFONDO, SOFFIO, LAMPADA (DESIGN DRAGA&AUREL), RENDE
OMAGGIO ALLA TRADIZIONE ANTICA DEI MAESTRI VETRAI DELL’ISOLA DI MURANO
A DESTRA, ACERBIS, TAVOLO LE CUPOLE, DESIGN BY FRANCESCO MEDA E DAVID LOPEZ QUINCOCES





SOPRA A SINISTRA, DANESE MILANO, FALKLAND (BRUNO MUNARI®, 1964), LAMPADA A SOSPENSIONE
SOPRA A DESTRA, GIORGETTI, POLTRONA LORELEI, DELLA COLLEZIONE
GIORGETTI MASERATI EDITION
A SINISTRA, B&B ITALIA, FLAIR O’ POLTRONCINA, ISPIRATA ALLA GRANDE
ICONA DI STILE JACKIE O’, RIPRENDE LO STILE DEL SUO TEMPO. UN DESIGN





Linee leggere, materiali resistenti e tecnologie intelligenti definiscono
una nuova idea di cucina contemporanea, dentro e fuori casa, dentro e fuori... dal frigo
Il design contemporaneo della cucina sta vivendo una nuova stagione: funzionalità ed estetica si incontrano in modo sempre più spontaneo. In questo contesto emerge il concetto di design fresco: uno stile che unisce linee pulite, materiali resistenti e una sensazione visiva di leggerezza. Non si tratta solo di una scelta estetica, ma di un modo di progettare gli spazi pensando alla praticità quotidiana e al piacere di vivere la cucina, sia all’interno della casa sia negli spazi esterni. Il frigorifero si ricava un bel ruolo da protagonista di questa evoluzione. Non sono semplice elettrodomestico da nascondere, ma elemento centrale del
progetto. Superfici in acciaio satinato, colori opachi, pannelli integrabili e illuminazioni interne sofisticate trasformano il frigorifero in un oggetto di design capace di dialogare con l’intera cucina. Alcuni modelli puntano sulla totale integrazione con i mobili, mentre altri scelgono di distinguersi con forme essenziali e proporzioni equilibrate, contribuendo a creare un ambiente visivamente fresco e ordinato. L’arrivo della bella stagione rimette in primo piano le cucine all’aperto, che portano il concetto di convivialità oltre le pareti domestiche. Terrazze, giardini e porticati diventano veri e propri spazi culinari, progettati con la stessa cura delle cucine interne. Qui il design fresco assume anche una dimensione climatica e materiale: superfici resistenti alle intemperie, acciai trattati, pietre naturali e legni tecnici che mantengono un aspetto elegante nel tempo. In queste cucine outdoor il frigorifero, compatto ma capiente, permette di conservare bevande e ingredienti direttamente all’esterno, evitan-


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do continui spostamenti tra casa e giardino. Inserito sotto il piano di lavoro o integrato in moduli dedicati, contribuisce a rendere lo spazio pratico e funzionale, mantenendo allo stesso tempo una forte coerenza estetica. Il risultato è un ambiente dove tecnologia, comfort e design si fondono. Il concetto di freschezza non riguarda soltanto la temperatura degli alimenti, ma anche la percezione dello spazio: colori chiari, superfici riflettenti e composizioni minimaliste aiutano a creare atmosfere leggere e contemporanee. In questo modo la cucina diventa un luogo dinamico, aperto e accogliente, capace di adattarsi ai nuovi modi di vivere la casa e gli spazi esterni.


Linee pure, ampie vetrate e il calore materico del legno: una casa dove luce, materia e natura si fondono in un equilibrio raffinato
DI ELEONORA VALLI
IN COLLABORAZIONE CON RICCARDO ZAGO
© PHOTO ALDO CÁRDENAS GRACIA

ALL’ESTERNO, QUESTO PROGETTO DELL’ARCHITETTO MESSICANO JAIME ARENA
SORGE A LOMAS ALTAS, DOVE RESIDENZE
CONTEMPORANEE CONVIVONO CON EDIFICI
COLONIALI IN UN AMBIENTE PRIVILEGIATO
Luce, materia, proporzioni. In questa dimora il progetto architettonico nasce dal dialogo costante tra volumi e natura, tra linee rigorose e la presenza viva del paesaggio. Le grandi vetrate dissolvono il confine tra interno ed esterno, lasciando che lo sguardo scorra senza ostacoli tra gli spazi domestici e il verde circostante, mentre la luce naturale disegna le superfici e ne rivela la profondità.
A definire il carattere degli ambienti è soprattutto la scelta dei materiali. Tra pietra e marmo, il legno emerge come protagonista sensoriale del progetto: una presenza calda e avvolgente che introduce negli spazi una dimensione tattile, fatta di venature, riflessi e sfumature naturali. Non semplice rivestimento, ma elemento progettuale capace di costruire continuità visiva e armonia tra architettura, arredi e luce.
IN APERTURA, NELLO STUDIO, TESSUTO POLTRONA E PUFF DI RW LUXURY INTERIOR RESOURSES, CUSCINI DI STUDIO 84 DISEÑO DE INTERIORES, SEDIE DI HABITACION 116 E TAPPETO CORP. HORIZONTE. PARQUET IN SPINA IN ROVERE NATURALE, COLLEZIONE ATELIER HERITAGE FILIGRANA
CIVITA DI LISTONE GIORDANO, ASSOLUTO PROTAGONISTA DELLE SUPERFICI DELLA CASA

ALL’ESTERNO, POLTRONE, SEDIE E TAVOLINO
DI RESTORATION
HARDWARE, MARMO
DI HABITACION 116


Siamo a Lomas Altas, quartiere residenziale immerso nel verde nell’area di Lomas de Chapultepec, a circa venti minuti da Città del Messico. Qui l’acclamato architetto e designer messicano Jaime Arena ha firmato una dimora che reinterpreta con sensibilità contemporanea alcuni elementi dell’architettura tradizionale locale. Il suo approccio progettuale unisce l’attenta ricerca sui materiali alla valorizzaione del genius loci, dando vita a un equilibrio misurato tra estetica e funzionalità.
Le altezze vertiginose, i corridoi maestosi e le ampie aperture vetrate - tratti distintivi del linguaggio di Arena - creano una connessione fluida tra esterno e le monumentali ma essenziali volumetrie interne. La luce diventa così parte integrante della composizione architettonica, scandendo gli spazi e valorizzando la matericità delle superfici.
“In questo progetto c’è molto lavoro artigianale: il settanta per cento degli arredi è stato disegnato su misura”, spiega l’architetto. A contribuire in modo decisivo all’identità della casa, le superfici lignee firmate Listone Giordano, icona mondiale delle pavimentazioni d’alta gamma, qui declinate sia nella posa


L’IMPONENTE BIBLIOTECA CON ILLUMINAZIONE LED SUGLI SCAFFALI CREA UN AMBIENTE SOBRIO E SOFISTICATO. IL FERRO NERO È UN ALTRO MARCHIO DI FABBRICA DELL’ARCHITETTO

LO SCORCIO DELLA CAMERA DA LETTO, NELLA
STESSA PALETTE CROMATICA CALDA ED ELEGANTE, CON
TESSUTI DI RW LUXURY INTERIOR RESOURSES, CUSCINI
DECORATIVI DI STUDIO 84 DISEÑO DE INTERIORES E TESSUTO TESTATA DI ROSY WINTHERMAN
a correre sia nell’elegante spina in rovere naturale della collezione Atelier Heritage Filigrana Civita, dalle tonalità morbide e luminose. Lo speciale trattamento di spazzolatura a poro aperto esalta la texture, restituendo una sensazione di matericità e tattilità, ottenuta attraverso innovativi processi termici che evitano l’uso di coloranti o sostanze chimiche. Anche la cucina all’avanguardia condivide lo stesso pavimento in legno di alta gamma presente nel resto della casa, rafforzando la continuità visiva degli interni.
Il legno diventa così molto più di una superficie: è un materiale progettuale plasmato dal tempo, dalla natura e dalla maestria artigianale, capace di unire sostenibilità e raffinatezza. Risorsa rinnovabile alimentata dall’energia del sole e dal ciclo delle piogge, sotto la sapiente regia di Jaime Arena porta negli spazi domestici una dimensione di calore autentico che dialoga con l’architettura contemporanea. L’attenzione all’ambiente si riflette anche nelle scelte tecnologiche: pannelli solari per l’acqua calda e l’illuminazione, che Jaime Arena integra ormai in tutti i suoi progetti, e un sistema di raccolta dell’acqua piovana e delle acque grigie, riutilizzate per l’irrigazione del giardino.

Un rituale quotidiano, che sprigiona benessere fisico ed emotivo. Ben più di una semplice passeggiata, determina per l’umano una sospensione del tempo domestico e lavorativo, un ritorno a una dimensione più concreta e immediata del presente
A DESTRA, ALEXANDRA STÜRNER, VETERINARIA,
Ci sono gesti quotidiani che, nell’apparente normalità, modificano il ritmo delle nostre giornate. Uscire di casa con il cane è uno di questi. Il guinzaglio preso dall’ingresso, la porta che si chiude alle spalle, l’aria del mattino: in pochi minuti la mente cambia passo. In Svizzera questa scena è comune alla vita di centinaia di migliaia di persone. Secondo il registro nazionale dei cani gestito da Amicus, nel Paese vivono oltre mezzo milione di cani. Tra le razze più diffuse figurano il Labrador Retriever, il Golden Retriever e il Chihuahua. Numeri che raccontano non solo una passione diffusa, ma anche un cambiamento culturale: il cane è sempre più percepito come un compagno di vita. La ricerca scientifica dimostra dal canto suo quanto questa relazione abbia effetti concreti sul benessere. Il contatto con il cane favorisce la produzione di ossitocina - l’ormone associato alla fiducia e al legame- e contribuisce a ridurre lo stress. Vivere bene questa relazione significa anche comprendere i bisogni dell’animale, soprattutto con il cambio di stagione. Ne parliamo con Alexandra Stürner, veterinaria, di TiVet Cassarate, Lugano.
Molti proprietari raccontano che il cane “cambia la giornata”. È solo una percezione emotiva? Non direi. Il cane introduce una forma di disciplina gentile nella vita quotidiana. Non possiamo rimandare la passeggiata all’infinito né ignorare i suoi bisogni. Questo crea una struttura fatta di piccoli gesti ripetuti: una regolarità che spesso restituisce alle persone una sensazione di equilibrio. E la primavera amplifica alcune dinamiche. Le giornate più lunghe e il clima più mite favoriscono le attività all’aperto, quindi il tempo condiviso con il cane aumenta. Questo ha benefici per entrambi: più movimento, più stimoli ambientali e una relazione più attiva. Al tempo stesso, cambia il nostro modo di abitare lo spazio: aumenta il raggio di movimento in parchi, sentieri, città vissute a piedi. Il cane diventa il compagno naturale di questo movimento. Non è raro che i proprietari scoprano nuovi luoghi o nuove abitudini proprio grazie alle passeggiate con il loro animale.

Dal punto di vista veterinario, quali cambiamenti osservate nei cani con l’arrivo della primavera?
Il più evidente è la muta del pelo. Ma c’è anche una maggiore attivazione comportamentale: molti cani diventano più curiosi, più dinamici. Si sta di più all'aperto, quindi la raccomandazione è di proteggere il cane da parassiti come pulci e zecche; come conseguenza del riscaldamento globale oggi sono presenti non più solo nella bella stagione ma anche in inverno.
Molti proprietari temono di sbagliare nella scelta dei prodotti antiparassitari. È davvero così complesso?
In realtà no. Più che scegliere il “prodotto migliore” in assoluto, bisogna individuare quello più adatto allo stile di vita del cane. E comunque l'antiparassitario è necessario per tutti. Tra i sistemi antiparassitari più utilizzati gli spot-on, ossia le pipette da applicare sulla pelle (il cui contenuto non si limita ad un'azione locale, ma viene assorbito), di norma una volta al mese, sono facili da usare e proteggono da pulci e spesso zecche; alcuni proteggono anche da altri parassiti; i collari antiparassitari rilasciano lentamente il principio attivo, dunque hanno una lunga durata, e sono pratici per chi preferisce una soluzione continua; le compresse orali, infine, efficaci contro pulci e zecche, sono utili per cani che fanno spesso il bagno. Inoltre, con la primavera torna anche l’attenzione alla leishmaniosi, una malattia trasmessa dal flebotomo, un piccolo insetto simile a una zanzara. E anche dal rischio filarosi occorre proteggere adeguatamente l'animale, in modo specifico. La relazione con un cane è un piccolo esercizio quotidiano di presenza e di cura. Ogni gesto e momento condiviso è un promemoria gentile che il tempo può scorrere più lentamente, che lo spazio intorno a noi è vivo e che il benessere può nascere dalle cose più semplici. E mentre lui esplora il mondo con il naso all’insù, noi impariamo a respirare più a fondo, a guardare, ad apprezzare. Un cane dunque è anche un’opportunità di riscoprire la vita con occhi nuovi. E a sei zampe.
Arya Taylormade; Brunello Cucinelli; Giuseppe Zanotti; Max Mara; Peter Nitz; Tod’s
Bvlgari; Cartier, Chanel, Chiara Ferragni; Daverio 1933; Louis Vuitton; Manor, Marli New York; Pasquini Roma; Tiffany&Co
Chanel; Charlotte Tilbury; Clé de Peau Beauté; Dior; Lisa Eldridge; Nars; Sisley
Acerbis; Artemide; B&B Italia; Danese Milano; Draga & Aurel; Ernestomeda; Giorgetti; Listone Giordano; Miele; Venini
Bucherer, Via Nassa 56, Lugano • Cartier, Piazzetta Maraini 1, Lugano • Charly Zenger, Via Borgo 49, Ascona e Via Pessina 8, Lugano Gold Time, Via Luvini 4, Lugano e Piazza Indipendenza, Chiasso • Gübelin, Via Nassa 27, Lugano • Hermès, Piazzetta Maraini, Lugano Mersmann, Via Nassa 5, Lugano • Montblanc, Via Nassa 54, Lugano • Nassadonna, Piazza Bernardino Luini 2, Lugano Rocca 1794, Via Nassa 4, Lugano • Somazzi, Via Nassa 36, Lugano • Tourbillon, Via Nassa 3, Lugano
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