Indice Capitolo I
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Alla ricerca del proprio talento Capitolo II
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La gioia è la nostra condizione naturale Capitolo III
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Le ragioni dell’infelicità: combattiamo contro noi stessi Capitolo IV
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Come riconquistare la fiducia in sé Capitolo V
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Il primo passo: liberati dai ruoli Capitolo VI
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La strada da seguire verso la propria realizzazione Capitolo VII
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Solitudine e silenzio, i nostri alleati Capitolo VIII
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Essere se stessi con gli altri Capitolo IX
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Essere se stessi in coppia Capitolo X
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Essere se stessi con i figli Capitolo XI
Essere se stessi sul lavoro
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Introduzione
«V
orrei cambiare; come posso fare per migliorarmi?». Lo chiedono in molti, oppressi sotto il peso dei propri disagi, perché così credono di uscirne. Ma sbagliano completamente: la soluzione non sta nello sforzarsi di cambiare, ma nell’essere finalmente se stessi. Ciascuno di noi ha in dote un dono speciale, un talento che chiede solo di essere portato alla luce. È l’unica fonte di vero benessere, che può salvarti da ansia, depressione e insicurezza. Il tuo talento esclusivo è la via maestra che ti conduce alla scoperta di te stesso. Come puoi farlo venire a galla? Impara a osservare senza giudicare, a eliminare le parole e i gesti inutili, ad aprire la mente alle novità. Più volte lo ha ribadito in questi anni Raffaele Morelli attraverso i suoi scritti, negli incontri di gruppo e sul “blog”. In questo libro riportiamo le sue riflessioni in risposta a una serie di domande molto frequenti. Ne esce l’indicazione di un percorso lungo il quale ciascuno può arrivare a essere davvero se stesso: nei pensieri e nelle azioni, nei rapporti con gli altri, nella coppia, in famiglia e sul lavoro. 7
Capitolo I
Alla ricerca del proprio talento Ognuno di noi ha una sua essenza profonda, un “dono” che è unico e personale; lo scopo della nostra vita è coltivarlo. Invece viviamo seguendo dei modelli imposti e impersonando ruoli che non ci appartengono. Se impariamo a lasciar fluire il nostro talento arriviamo finalmente a realizzare noi stessi ed è questa l’unica fonte di vero benessere.
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Capitolo I
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e c’è un peccato mortale che commettiamo tutti i giorni è quello di non volerci bene. Non ci piacciamo mai abbastanza. Ci proponiamo continuamente di cambiare, di essere diversi. Non abbiamo imparato che la vera felicità, al contrario, sboccia quando riusciamo a essere davvero noi stessi, cioè a far crescere quel seme che ci caratterizza e che ci rende unici. L’errore nasce dalla visione appannata della vita consegnataci dalla cultura odierna. I “cattivi maestri” ci hanno insegnato che dobbiamo esser diversi da come siamo, che è necessario correggerci in continuazione, confrontarci sempre con chissà quali modelli di riferimento, che si rivelano irraggiungibili e stressanti. Non siamo mai realmente noi stessi perché siamo condizionati a impersonare ruoli che non ci corrispondono. Da qui l’insoddisfazione frustrante, perché abbiamo seppellito la nostra essenza sotto un cumulo di operazioni del tutto innaturali. Dobbiamo trovare gli strumenti per farci tornare alla luce, per realizzare il nostro talento. Non è un’operazione difficile, perché consiste solo nell’assecondare la nostra natura, liberandoci dalle gabbie in cui ci siamo imprigionati. È dal profondo di noi che sgorga la felicità, perché nel nostro essere è contenuto tutto quello che ci serve. Se riesci a essere te stesso non hai bisogno d’altro. 10
Alla ricerca del proprio talento
• Perché è così importante “essere se stessi”? Perché questo è il compito che ognuno di noi dovrebbe svolgere nella propria vita? Tutti noi dobbiamo essere consci di essere parte del grande “cervello del mondo” e ogni volta che manifestiamo noi stessi (il nostro modo di muoverci, mangiare, vestirci, fare l’amore, sorridere...) manifestiamo la coscienza del mondo. Non a caso, tra tutte le creature viventi, l’uomo è la massima espressione dell’evoluzione dell’Universo e il nostro corpo è lo spazio più perfetto per accoglierla. Ecco perché il corpo viene definito dai saggi di tutte le tradizioni il “tempio del divino”. Il nostro cervello non è quindi fatto per sedimentare modelli di comportamento e schemi mentali che ci comprimono, ma, al contrario, è lo spazio privilegiato della trasmutazione della coscienza. In parole più semplici, il nostro vero impegno, contrariamente a quello che si crede o ci fanno credere, non è tanto quello di “assomigliare o piacere a...”, ma di essere come il bruco che “partorisce” la farfalla, cioè di realizzare noi stessi, far emergere il talento, l’essenza che è solamente nostra. Questo è il significato di “diventare ciò che si è”, ed è in questo processo di costante autotrasformazione che si materializza l’autostima, ovvero il volersi bene. Se non comprendiamo questo, siamo destinati a fallire la nostra principale funzione e diventiamo i candidati ideali ai sensi di colpa, inadeguatezza, inferiorità, per scacciare i quali ci imprigioniamo in personaggi fasulli, che da un lato accontenteranno genitori, partner o amici, dall’altro ci faranno ammalare. • Come è possibile pensare di essere se stessi, di essere unici, in una realtà in cui tutto viene omologato e uniformato, in cui tutti tendiamo a diventare dei cloni, senza un’identità propria? 11
Capitolo I
Non solo è possibile essere se stessi, ma anche doveroso. L’omologazione non è inevitabile; basta essere sempre consapevoli, anche quando abbracciamo una scelta di massa. Preferire uno stile di vita a un altro, indossare un capo di moda, acquistare ciò che comprano tutti, sono operazioni che appartengono alla periferia di noi stessi. Il vero peccato in questo caso è portare la periferia al centro, dando al superfluo un posto di primo piano. Ricordiamo la lezione di Epicuro, il grande filosofo greco: l’unico piacere naturale e necessario è quel tanto di nutrimento che ci basta per vivere. Tutto il resto è puramente accessorio. Possiamo ospitarlo nella nostra esistenza, ma guardandolo con il dovuto distacco. Quello che conta siamo noi, il nostro nucleo. La nostra essenza è l’unica cosa che rimane quando le tempeste della vita ci privano di ciò che pensavamo indispensabile. È la nostra risorsa più vera: indistruttibile e inalienabile, è sempre il faro che illumina la strada, portandoci per mano a realizzare la nostra natura e la nostra felicità profonda. • Come riconosciamo la nostra essenza profonda? Come si manifesta? Il talento si identifica perfettamente con la nostra essenza profonda. Di più: è la nostra essenza profonda. La moderna neurofisiologia identifica nel cervello antico (la zona limbica) l’area in cui il talento si produce, ogni volta che la creatività si accende. Realizzarlo è fondamentale per stare bene con noi stessi, perché plasma la mente e il corpo, fino a far prendere la loro vera forma. Per capirne l’importanza, basta ricordare le parole di Jung: «In ultima analisi - scriveva - noi contiamo qualcosa solo in virtù dell’essenza che incarniamo, e se non la realizziamo la vita è sprecata». Sicuramente lasciar scorrere il talento semplifica la vita, perché elimina gli attriti interni, i conflitti e le resistenze. Tutto fluisce 12
Alla ricerca del proprio talento
con la massima naturalezza, senza che ci sia sforzo o fatica alcuna. In quest’ottica deve essere letto anche il presunto “miglioramento” che questo modo di vivere può operare su di noi: non si tratta di incrementare delle doti o delle capacità, ma solo di estrarre ciò che il cervello già contiene. Un processo che favorisce la crescita, quindi, non una creazione dal nuovo. • Quindi essere se stessi significa esprimere il proprio talento e tutti ne abbiamo uno. Ma cosa ci distoglie dal far crescere le nostre potenzialità? La distrazione, l’incapacità di osservare e di accogliere ciò che la Vita ci regala. Siamo così presi dalle nostre occupazioni, dalla routine quotidiana da non riuscire a vedere oltre i dati oggettivi e le prospettive che ci sono più vicine. Perciò facciamo nostri i pensieri e le attese di chi ci sta accanto, spostando il fuoco dell’azione su ciò che sta all’esterno. Pensiamo che l’unico modo per creare una connessione tra noi e la vita sia aderire a modelli e schemi di comportamento facili e rassicuranti. La conseguenza di questo approccio è intuibile: ci si allontana sempre più da se stessi, e il benessere diventa una chimera. Una sorta di “astigmatismo operativo” che genera confusione, convogliando il nostro agire in una direzione che non ci corrisponde. In queste condizioni, non possiamo che sentirci disorientati. • Molte persone hanno alle spalle una storia di fallimenti, professionali o sentimentali. In questi casi è davvero difficile intuire in loro un talento… Al contrario. Spesso basta ribaltare la prospettiva per scoprire che i “fallimenti” sono già soluzioni. Se una persona non ama il proprio lavoro, il licenziamento è la soluzione. Quando il partner non 13
Capitolo III
Le ragioni dell’infelicità: combattiamo contro noi stessi Perché non riusciamo a raggiungere la gioia, se questo è il progetto naturale della nostra vita? Perché pensiamo di poter esser felici seguendo i nostri schemi, cercando di realizzare i quadretti di “vita ideale” che abbiamo assimilato in passato. Così non ci comportiamo secondo natura e ci condanniamo all’insoddisfazione.
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Capitolo III
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entro ognuno di noi, senza che nemmeno ce ne accorgiamo, è in atto una continua lotta. Un estenuante combattimento cui ci sottoponiamo per migliorarci, per cambiare noi stessi, per imporci degli obiettivi. Se dovessimo chiederci chi è la causa delle nostre sofferenze, la risposta sarebbe semplice: siamo noi i nostri stessi torturatori. Sì, perché non ci trattiamo per ciò che siamo, cioè il punto più alto dell’evoluzione e della consapevolezza. Al contrario, ci trattiamo come automi da ammaestrare con compiti, regole, divieti, sensi di colpa, catene. Non c’è da stupirsi poi se siamo infelici: non può essere felice un leone costretto a vivere come pecora, o un fiore cui viene impedito di sbocciare secondo la sua natura. Perché seguire la propria natura, facendo tacere l’Io, è la via della gioia interiore. Invece ci consideriamo come animali da “ammaestrare”, da condizionare, da rendere diversi, come se fosse giusto sulla base delle nostre improvvisate e superficiali idee cambiare un progetto che va avanti da milioni di anni. 34
Le ragioni dell’infelicità: combattiamo contro noi stessi
• Il cammino verso il proprio benessere dovrebbe essere spontaneo. Invece tutto ci appare confuso e difficile… Ci sentiamo oppressi da tanti disagi. In realtà noi siamo diventati davvero contorti. Immaginiamo che le cose siano difficili, che la vita sia difficile. Immaginiamo di dover capire chissà che cosa. C’è sempre un esperto pronto a confonderci con ragionamenti cerebrali, alla fine dei quali rimaniamo con un pugno di mosche in mano. Tanto per cominciare, dovremmo diffidare degli esperti. Perché qualcuno dovrebbe essere più esperto di te sulla tua vita? Forse che non stai vivendo? Forse che non hai dentro di te in questo preciso momento tutto quello che ti serve per sapere quello che c’è da sapere? Dirò di più, per essere felice! Non sei vivo? Non hai un corpo? Dove le ha imparate, l’esperto, le cose che dice? I Saggi di ogni tempo e tradizione ascoltavano se stessi, e insegnavano a fare lo stesso. Se leggete qualsiasi grande Saggio, scoprirete che dice le stesse cose di tutti gli altri, anche a migliaia di anni di distanza. Perché le cose sono semplici e a disposizione di chiunque le voglia ascoltare. • Gli schemi e i modelli mentali ci portano facilmente all’infelicità. Perché? Noi vogliamo essere felici secondo i nostri schemi, questo è l’errore. Ma “i nostri schemi” sono quelli che la società ci insegna. Ad esempio, vogliamo essere felici col partner a condizione che il partner sia come diciamo noi. Ci facciamo un quadretto mentale della “coppia felice”, e se la realtà si discosta, se “lui” è diverso, se le condizioni sono cambiate, se accade qualcosa di imprevisto, invece di aderire alla realtà, invece di ascoltare ciò che esiste, ci innamoriamo di ciò che non esiste. E torturiamo noi stessi e il partner per realizzare “il nostro sogno”. Morale, il nostro sogno è 35
Capitolo III
la cosa che uccide il nostro amore reale, che ci condanna all’infelicità. Si sente dire spesso: «Le famiglie sono in crisi». Come se la crisi delle famiglie fosse colpa di chi si separa! «Separarsi è il più grande dolore della vita», è un altro modo di dire frequente. Ma se uno dei due non piace più all’altro, la separazione è una buona cosa. Ci si separa per trovare nuovi spazi per se stessi. Guardate le donne: quando si separano, dopo la crisi iniziale stanno tutte benissimo. Gli uomini spesso si fanno bloccare dagli schemi: «Dopo tutto quello che ho fatto per lei, dopo quello che le ho dato, le compravo tutto quello che voleva…». L’illusione, l’errore che ci guida è quello raccontato nella favola delle favole, la favola di Eros e Psiche. Mi domando sempre come sia possibile: Psiche, la più bella delle donne, si innamora di Eros, che le fa conoscere l’estasi. Conosce un orgasmo immenso, perché tra orgasmo ed estasi il confine è invisibile, si sente una dea, eppure… Eppure non si fida di lui! Va dalle sorelle e dice: «Io faccio l’amore con un Dio», e loro: «Chi ti dice che non sia un mostro?». E lei si convince che sia un mostro. Ecco, tu ti innamori, e non ti godi l’amore perché lo stai già perpetuando nel futuro: «Mi devo sposare, accasare, fare dei figli»… Ma quello non è amore, è abitudine. L’amore è come il lampo, viene, va, non ti appartiene. Lo stesso accade con i figli, gli amici, il lavoro… perfino con noi stessi. Ci diciamo: io sarò felice dopo la laurea, sarò felice se otterrò quel lavoro, sarò felice se mi sposerò con una persona fatta come piace a me. Oppure, sarò felice quando sarò cambiato, quando sarò migliore. Ma noi non cambieremo mai! Nessuno di noi può cambiare! L’idea stessa di cambiare noi stessi è la cosa più folle che poteva capitarci di pensare. Vogliamo cambiare un progetto di milioni di anni in base alle nostre improvvisate e superficiali idee, ai nostri miseri progetti. E poi, come potremmo farlo? Conosciamo così bene noi stessi da sapere come cambiarci? In verità, nessuno si conosce e anzi pen36
Le ragioni dell’infelicità: combattiamo contro noi stessi
sare di conoscersi è una perdita di tempo. Infatti, cosa possiamo conoscere? Il nostro passato, ciò che è morto, tutte le cose che non esistono più e ci riempiono la testa, impedendoci di vedere il presente. A che cosa ci serve conoscere cose morte? Noi dobbiamo liberarcene, non conoscerle. • Dunque non dobbiamo costruire idee e progetti su noi stessi o sulla nostra felicità? In realtà tutti noi abbiamo una nostra idea di cosa sia la gioia perfetta, ma è un’idea incredibilmente superficiale, banale, e a questa sacrifichiamo noi stessi. Pensiamo che “perfetto” voglia dire “socialmente perfetto”, accettabile, accettato. La coppia modello, i figli modello, il lavoro modello. Sempre modelli. Poi scopriamo che tutto questo ci annoia, ci stressa, non ci basta. Nemmeno nei casi, rari, in cui si realizza. Perché perlopiù non si realizza mai. Perfetto per noi significa: tranquillo. È la tranquillità il nostro vero obiettivo. Vogliamo giungere a un momento in cui ci sentiremo appagati, e non desidereremo più nulla. Ma è un progetto folle. Noi abbiamo una vita sola, una sola occasione di vivere in questo universo, di godere la vita, e la buttiamo via per una fantasia malata tutta proiettata in un futuro che non sappiamo nemmeno se e quando arriverà. Desideriamo fortemente ciò che non abbiamo, siamo insoddisfatti e infelici, e pensiamo che continuando così diventeremo felici. Questa non è follia? Perché mai continuare a fare una cosa “infelice” dovrebbe renderti felice? • Per quale ragione ci sembra sempre di essere infelici? Noi viviamo, e la vita è una continua navigazione tra gioie e dolori. Questo dobbiamo imparare: non fuggire il dolore. Tutta la 37