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Edizioni Psiconline速 - 2011 - Tutti i diritti riservati - Riproduzione vietata - ISBN 9788889845523


Piero Priorini

C’era una volta la psicanalisi L’epopea di Maria e Mario Rossi

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L’AMAZZONE - GUERRIERA D’ARGILLA

Maria era figlia unica di un ex-pastorello sardo che, con le unghie e con i denti, aveva strappato se stesso al servaggio dell’ovile cui era stato destinato. In un modo o nell’altro Tonio Rossi aveva studiato, si era diplomato ed era poi entrato come ufficiale nell’arma dei carabinieri. Non si era accontentato. Con la cocciutaggine e la perseveranza proprie delle genti della sua terra, Tonio aveva “dato di gomito” e fatto carriera. Partito dalla gavetta, in breve aveva raggiunto i vertici della gerarchia dell’arma. Trasferito a Roma, si era sposato con una meridionale che aveva accettato di servirlo e riverirlo in silenzio durante la sua scalata all’affermazione. Maria era l’unica figlia di quella promettente coppia. In famiglia, però, Tonio aveva finito per riversare gli effetti dei danni affettivi da lui stesso subiti. Taciturno, schivo, arrogante e dispotico, incapace di stabilire un autentico contatto emotivo sia con la propria moglie che con la piccola Maria. Le donne – secondo lui – erano esseri inferiori, incapaci di qualunque altra cosa che non fosse quella di servire un uomo. Comandava la moglie a bacchetta e pretendeva un’ubbidienza assoluta. Spesso litigavano. A volte lui la picchiava. E alla bambina, che come tutte le bambine aveva adorato il proprio onnipotente papà, aveva inviato messaggi squalificanti: «Non combinerai mai nulla di buono senza di me; le donne sono delle incapaci; di voi non ci si può mai fidare ».

La madre, schiava consenziente del marito-padrone, non solo aveva mancato di offrire alla propria figlia un modello adeguato di femminilità ma, quando Maria crescendo si era trasformata in una splendida adolescente e si era messa ad esplorare le proprie potenzialità di giovane donna, aveva in tutti i modi ostacolato la sua emancipazione:

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PUNTI DI VISTA «Che fai… esci? Con amicizie sempre nuove? Amici maschi? Figuriamoci… finirà che diverrai una poco di buono! Una troietta da quattro soldi!»

Erano, questi, messaggi consueti. Non poteva permettere che sua figlia usufruisse e godesse di quella libertà e autonomia alle quali lei stessa aveva rinunciato e alle quali mai più avrebbe potuto approdare. Figuriamoci poi educarla e rassicurarla sulla bellezza e la profondità dell’eros. Per reazione, Maria – adolescente – usciva più spesso di quanto altrimenti avrebbe fatto. Ma erano, appunto, comportamenti “reattivi”. Nessuna gioia. Nessun piacere. Emotivamente era bloccata. Tendenzialmente tenera, affettuosa e dolce, aveva finito per credere che la femminilità si esaurisse nella debolezza. Per difesa si era allora indurita, ad oltranza. Simbolicamente presa tra due fuochi – la debolezza vergognosa e acida della madre e la durezza arrogante del padre – Maria non aveva saputo che ruolo assumere. Per sopravvivere si era contrapposta al padre, che continuava tuttavia a venerare come un dio, con l’aggressività di un figlio maschio. Alla madre, con un’ostentata indifferenza. Insomma, Maria aveva combattuto come aveva potuto: aveva studiato, si era laureata, aveva trovato subito lavoro, era passata apparentemente indenne attraverso mille esperienze… ma aveva finito per pagare un prezzo eccessivamente alto. Durante le fasi di massima reattività aveva svolto brillanti incarichi lavorativi, aveva “divorato uomini” e ostentato una sicurezza strafottente. Finendo così per apparire una individualità forte, aggressiva e caparbia. In gergo psicanalitico: una donna-fallica. Durante le fasi opposte si sentiva invece inadeguata e incapace di svolgere qualunque incarico, vittima predestinata della violenza del mondo. Il grado di insicurezza e di fragilità che Maria tentava di occultare, soprattutto a se stessa, era sconcertante. A ventitre anni, però, aveva conosciuto un ragazzo di cui si era perdutamente innamorata. Era andata a vivere con lui e aveva osato mostrargli tutta la propria tenerezza. Lui forse non aveva apprezzato. Un anno più tardi, comunque, la lasciò. Definitivamente. Per un’altra. L’ennesima ferita esigeva una difesa ancor più solida. La corazza di Maria si ispessì. Quando la conobbi aveva ventisette anni. Era tornata a vivere con i propri genitori perché, in fondo, quello era un inferno che aveva sempre conosciuto, al quale era abituata e, tutto sommato, era pur sempre un luogo sicuro. L’attuale ragazzo era da lei amato… si! ma con la condizionale. Quando lui le chiedeva di sposarlo, invariabilmente la richiesta scatenava in lei fantasie allucinatorie di poter essere un giorno oltraggiata e picchiata come tante volte, troppe volte, aveva visto accadere alla propria madre. Non si fidava più. Dell’uomo non poteva proprio avere un’eccessiva stima. Si era presentata in terapia a seguito di ripetute crisi di panico che la assalivano ogni volta che entrava in una galleria o che rimaneva bloccata in un qualche

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C’ERA UNA VOLTA LA PSICANALISI... ingorgo stradale. Palpitazioni, sudore gelato, forte emicrania, abbassamento della pressione, senso di svenimento e perdita dell’abituale autocontrollo. «Se dovessi sentirmi male e svenire – si domandava angosciata pochi attimi prima di ogni crisi – che si prenderà cura di me? Chi mi porterà in ospedale per essere curata? ».

Se soltanto avesse potuto se ne sarebbe rimasta per sempre a casa, al sicuro nel proprio letto. Da parecchi mesi viveva inoltre nel terrore costante di poter essere aggredita e violentata alla prima opportuna occasione. Evitava perciò, accuratamente, luoghi solitari, zone malfamate della città e situazioni pericolose che, tuttavia, le sembrava di scorgere dappertutto. Significativa però era la sua fantasia masturbatoria preferita: quella appunto di essere violentata da uno sconosciuto. E, infine, sintomo solo in apparenza secondario: totale anorgasmia durante i rapporti d’amore. Maria era cresciuta nella paura: paura di essere inadeguata. Di non possedere alcun valore. Di mostrare la propria femminilità. Paura del mondo, della vita, del futuro. Doveva tenere tutto sotto controllo. Tutto doveva essere programmato e volto a realizzare un buon fine. L’incertezza il rischio, la sfortuna – componenti non eliminabili dalla vita – le erano inaccettabili; forse perché avrebbero potuto essere ricondotti a presunte colpe o incapacità personali oramai interiorizzate. La galleria, l’ingorgo stradale, il viaggio lontano da casa, vanificavano simbolicamente le sue presunte certezze, le mostravano l’impotenza alla quale lei – come chiunque altro, d’altronde – in un qualunque momento, avrebbe potuto essere costretta. E in quei momenti il suo Io veniva sommerso dalla marea montante delle sue stesse emozioni. Nessuno, quando era ancora piccolina, le aveva mostrato come contenerle. Nessuno le aveva insegnato ad avere fiducia in se stessa. Ma c’era di più: la galleria, l’ingorgo, il blocco stradale, le rimandavano l’immagine simbolica della prigionia nella quale lei stessa aveva finito per chiudersi accettando la protezione fittizia della propria famiglia d’origine e ritirando la propria libido dal mondo. Emblematica, nel suo caso, la fantasia dello stupro. Tematica ardua, complessa, ambigua, scottante, la cui assidua frequenza nell’immaginario femminile è sempre stato motivo di controverse interpretazioni, ma della quale solo la psicologia analitica junghiana – mi si conceda questa presuntuosa affermazione – possiede una valida chiave di lettura grazie alla sua peculiare capacità di non confondere mai il piano simbolico con quello reale. Di fatto, solo questa distinzione permette di comprendere il mitologema dello stupro in tutta la sua portata e di sfruttarne il potenziale terapeutico. Per l’uomo, il violentatore, il tema della violenza carnale ha sempre rimandato al fallimento totale del rapporto originario con il corpo della madre; dalla

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PUNTI DI VISTA quale potrebbe essere stato respinto con freddezza e indifferenza o, al contrario, divorato e soffocato. In ogni caso deve essersi stabilita paura, ostilità e rancore tra l’uomo e l’essere della donna. Ad un primo sguardo la penetrazione violenta del corpo femminile potrebbe dunque essere considerata come l’attuazione di un vero e proprio delirio vendicativo. Una sorta di rivalsa cruenta attraverso la quale il maschio ferito si illude di realizzare la soddisfazione immediata di un bisogno impellente come risarcimento legittimo per un danno affettivo subito. Ma ad una osservazione più attenta il mitologema dello stupro svela ulteriori significati. Il più importante è quello della rigenerazione virtuale e riparatoria del proprio sé, ottenuta forzando il grembo ostile e depositandovi la propria essenza fecondatrice. Una sorta di ritorno rituale alle origini, o di auto-fecondazione, realizzata attraverso l’affermazione di quella alterità virile che era stata offesa o negata dalla madre onnipotente. Un ulteriore significato, invece, sembrerebbe risiedere nel depotenziamento cruento del potere e della forza della donna-madre: la sua resa, la sua violazione – spesso feroce – la sua umiliazione, la sua distruzione, esalterebbero la forza dell’uomo. È un fatto che la psiche maschile non possa realizzare se stessa se non emancipandosi e differenziandosi dal Femminile Materno Originario. In omaggio a tale esigenza i popoli antichi usavano praticare significativi rituali simbolici che servivano ad incanalare la libido del giovane e a guidarla alla realizzazione della propria autonomia maschile: la penetrazione nella caverna oscura, la prova della “veglia” nella capanna solitaria, l’abbandono nella foresta, hanno rappresentato nel passato valide esperienze di emancipazione e maturazione della coscienza maschile. Non è difficile allora riconoscere nella violenza carnale la presenza dello stesso tema ma amplificato a dismisura, stravolto e distorto fino all’inverosimile a causa della sua trasposizione dal piano simbolico a quello della realtà. La caduta di livello ingenera un cortocircuito e il potenziale evolutivo si inverte, risultando regressivo e devastante. Ebbene, la psicologia analitica può affermare che, come tema evolutivo, il mitologema dello stupro è ancora e sempre attivo nell’immaginario maschile collettivo, solo che per tutta una serie di cause e di concause (che vanno dalla perdita dei rituali simbolici al decadimento epocale dei costumi) l’unico modo nel quale si attua è appunto quello malato, pervertito e necrofilo. Da una ricerca meticolosa compiuta da Bradley A. Te Paske su centinaia di stupratori rinchiusi nelle patrie galere americane, è emerso in maniera inequivocabile il profilo di uomini deboli, terrorizzati dalla donna e incapaci di entrare con lei in una autentica relazione di intimità. In molti casi, se si deve credere alle confessioni più o meno spontanee di quei detenuti, l’atto era stato consumato con dolore, compulsivamente, a volte senza eiaculazione e, sempre, senza piacere alcuno. Altro che sesso violento. Era piuttosto la propria immaturità libidica che

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C’ERA UNA VOLTA LA PSICANALISI... tutti costoro avevano tentato di occultare attraverso un esorcismo brutale, i cui effetti si erano però dimostrati contrari a quelli previsti. E, dunque, devastanti per la vittima e per loro stessi. È quello che accade sempre ogni qual volta si scivola da un piano di realtà ad un altro. Figuriamoci cosa accadrebbe se ogni figlio realizzasse sul piano della realtà quotidiana il tema simbolico della “uccisione dei genitori” che, di fatto, è assolutamente indispensabile realizzare per il proseguimento della propria evoluzione psichica. Per la donna il tema dello stupro si rivela ancor più complesso, come hanno sempre testimoniato i numerosi miti, leggende, storie, favole e racconti di tutti i tempi. E la psicologia del profondo ha espresso il meglio di sé nell’esame dei significati simbolici universali racchiusi nel “Ratto di Persefone”, Amore e Psiche o “La Bella e la Bestia”. In tutti i casi – hanno osservato gli esegeti junghiani – la protagonista della storia è sempre una Kore. Cioè a dire una “fanciulla”, una “figlia” la cui coscienza non si è ancora svegliata dalla condizione sognante di dipendenza dalla Grande Madre. Persefone, Psiche e Bella sono di fatto fanciulle trattenute per un qualche oscuro motivo allo stato evolutivo adolescenziale. Non riescono, sono ostacolate o forse non vogliono divenire donne. Sembrano paghe della loro condizione di figlie, arti anonimi della Grande Madre, e incapaci di elaborare una coscienza individuale da opporre ai valori collettivi del femminile. Poi l’evento drammatico, lo stupro, al quale le fanciulle, nel mitologema, vanno incontro con un ostentato atteggiamento sacrificale che mal dissimula il loro stesso desiderio. Ma desiderio di che? Non certo del piacere sessuale, bensì di quella forza brutale che violi il loro stato virginale di coscienza, che infranga il velo che ricopre i loro occhi e permetta loro di fare ingresso nel mondo. Come adulte. Nel mito l’evento dello stupro inizia la serie di accadimenti drammatici che condurranno l’eroina ad una piena e completa individuazione. Lo stupratore, sul piano simbolico, è il portatore di un mondo nuovo di idee e l’intensità della sua violenza è correlata al grado di chiusura che deve infrangere. Ancora una volta, il linguaggio sessuale si fa simbolo. Parola evocativa di ben altre vicende. E. Neumann e J. Hillman – i due migliori interpreti della psicologia del profondo – ci hanno lasciato in questo senso delle interpretazioni accuratissime (si vedano “Amore e Psiche” del primo autore oppure “Saggio su Pan” del secondo). Di fatto, la fantasia di violenza, latente in molte donne, non è la testimonianza del masochismo femminile di freudiana memoria né, tanto meno, di un desiderio inconfessato e inconfessabile di piacere estremo, bensì del bisogno disperato e legittimo di una forza capace di aprire le loro prigioni, di spezzare le catene che le vincolano alla Madre Originaria e di iniziarle ai misteri della propria individualità. Tuttavia, un abisso separa il livello simbolico da quello della realtà: il bruto

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PUNTI DI VISTA violentatore, che nell’immaginario rituale è dispensatore di energia rinnovatrice, nella dimensione profana è apportatore di morte. Sul piano della vita ordinaria lo stupro diviene un’offesa devastante, talmente grave, da determinare spesso l’arresto completo di quella dinamica evolutiva che – come vicenda simbolica – avrebbe invece potuto attivare. Per Maria, chiusa nelle sue paure, lo stupratore fantasticato celava un liberatore. Solo lui le avrebbe permesso di superare i divieti materni – “non fare la troietta” – e condurla senza più sensi di colpa all’estasi dell’orgasmo (la violenza, infatti, l’avrebbe resa “vittima”, protagonista del piacere senza però volerlo). Solo lui avrebbe potuto rapirla al padre-padrone al quale, suo malgrado, era rimasta attaccata. Solo lui, infine, avrebbe potuto liberarla da quei valori collettivi e borghesi che la famiglia le aveva trasmesso. Il mio compito era di far comprendere a Maria che quella forza doveva cercarla in se stessa; che l’immagine dell’aggressore era la testimonianza di una predisposizione interna, di una pulsione di “centro-versione” che, anche se non del tutto cosciente, la spingeva a realizzare la propria autonoma individualità. In pratica la inchiodai per mesi e mesi su questa fantasia. Gliela feci scrivere e riscrivere in tutte le varianti possibili e immaginabili e, anche se in maniera indiretta, avallai che ci si masturbasse sopra. Nel frattempo la forzavo a riconoscere nello stupratore fantasticato la componente maschile (animus) della propria individualità, e ad usare la “sua” forza e la “sua” anarchia da fuorilegge per violare tutti gli obblighi, tutte le false aspettative, tutti i tabù dai quali lei si sentiva oppressa. Insomma: le feci fare leva su questo “fantasma psichico” e la portai a spingersi più in là di quanto mai avesse osato. I risultati non mancarono. Due anni dopo aver iniziato il proprio cammino interiore, gli attacchi di panico erano quasi del tutto scomparsi e, quando ci salutammo per l’ultima volta, mi confessò sorridendo che aveva accettato la proposta di matrimonio che il suo ragazzo aveva continuato a farle per tutto quel tempo. Porterò sempre con me la forza caparbia di quella giovane Maria, la sua determinazione nello sforzo di superare i sensi di colpa generati dai divieti materni, il coraggio di osare, sempre, anche ben oltre i suoi stessi limiti e la capacità di rialzarsi dopo ogni “caduta”. Ricorderò per sempre la fierezza che emanava il suo essere donna.

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L'Amazzone - Guerriera d'argilla (C'era una volta la psicanalisi - P. Priorini)