La volpe che amava i libri
di Nicola Pesce © 2020, Edizioni NPE © Nicola Pesce Tutti i diritti riservati. Collana Himself, 4
Ordini o informazioni: info@edizioninpe.it Caporedattore e Ufficio Stampa: Stefano Romanini ufficiostampa@edizioninpe.it Progetto grafico: Nicola Pesce Stampato tramite Tespi srl – Eboli (SA) nel mese di aprile 2021 Edizioni NPE – Nicola Pesce Editore è un marchio in esclusiva di Solone srl Via Aversana, 8 – 84025 Eboli (SA) Scritto dal 1° gennaio 2020 al 23 settembre 2020 facebook.com/NicolaPesceHimself instagram.com/NicolaPesceHimself #nicolapescehimself Nota dell’autore: Mi è piaciuto far finta che questo libro fosse come quei grossi volumoni russi che leggevo da bambino, con le note di traduzione a piè di pagina. Perdonatemi questo vezzo!
La volpe che amava i libri di Nicola Pesce
I.
C
’era una volta – nell’immensa taiga russa – una volpe di nome Aliosha1. L’inverno si stava avvicinando, Aliosha se ne accorgeva dal fiato che si faceva fumo quando – sull’uscio della sua tana – si guardava intorno per gli ultimi preparativi, prima del suo lungo letargo. Quel giorno cadeva dal cielo una pioggerella leggera. Sulla punta di un suo baffo atterrò un fiocco di neve: era il momento. Camminò in tondo due o tre volte, senza risolversi a entrare, infine varcò la soglia e sbarrò la porta di legno. 5
Dovete sapere che Aliosha era una volpe diversa dalle altre, perché amava i libri. Non avrebbe saputo dire quando era iniziato il tutto. Forse quella volta che era a caccia di cibo in paese e a terra aveva trovato uno di quegli assurdi oggetti degli umani. Che cos’era? Era incomprensibile. Un dorso rigido dal quale partivano tante ali di carta. La copertina, tutta umida e stropicciata, recava il disegno di un bimbo dai capelli biondi con un mantello. Poi aveva sentito un profumino di patate alla brace e aveva girato la testa. Sdraiato nella neve, un povero vecchio beveva pochi metri più in là e gridava il nome di una donna. Il vento impetuoso intanto aveva cercato di trascinare via il libriccino, ma lei aveva pur sempre i riflessi di una volpe e lo aveva bloccato con una zampina tra le pagine, senza volgere il capo, continuando ad annusare l’aria. Quello che aveva visto quando era tornata a studiare l’oggetto l’aveva colpita: accanto all’impronta 6
fangosa della sua zampetta, tra le pagine di quel libro, c’era il disegno di una piccola volpe che parlava col fanciullo biondo in un campo di grano. Così, invece di rubare le patate, quel giorno si era ritirata alla tana con un libro!
1. In questo libro, il narratore parla dei vari personaggi talvolta al maschile, talvolta al femminile. Il traduttore ha ritenuto opportuno non modificare questa circostanza. Aliosha ad esempio è un nome maschile, diminutivo di Aleksej. Tuttavia, quando ad esempio il narratore parla di «la volpe», tutti i riferimenti sono al femminile. Quando invece è qualcosa di molto personale, per Aliosha, allora tutto è regolarmente al maschile.
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II.
C
’era voluto un intero inverno per decifrare quei piccoli segni tra le pagine, un anno prima. In letargo nella sua tana di terra del resto avrebbe avuto ben poco da fare per una intera stagione. Così lo aveva letto tre volte, scoprendovi ogni volta nuovi significati, via via più profondi, che alla lettura precedente non avrebbe sospettato. Lo stupore più grande, tuttavia, lo aveva provato la primavera seguente. Dovete sapere infatti una cosa: Aliosha non aveva capito che ne esistessero altri, di libri! Del resto bisogna comprenderla: era una volpe! 8
Dapprima, sbirciando da una finestra l’interno di una misera casetta, aveva notato un vecchietto tutto imbacuccato che leggeva un tomo molto più grande del suo. Non poteva essere lo stesso libro: aveva più del doppio delle pagine! Quando l’umano era uscito fuori in cerca di altra legna da ardere, era sgattaiolata dentro – pur essendo una volpe – e senza pensarci due volte aveva rubato il libro così come era solita rubare le fette di carne. Ma il vecchietto era tornato prima del previsto e si era dovuta nascondere. Ora, potrete immaginare da soli l’assurdità della scena se vi figurate un signore in ciabatte un po’ svampito che cerca il libro dappertutto – persino sotto una tazza di thé! – guardando e riguardando più volte negli stessi posti, borbottando in un russo via via più spazientito, mentre una volpe con un grosso libro in bocca se ne sta nascosta dietro al sofà! Se il vecchietto ciabattando faceva il giro del sofà, anche lei lo faceva, finché i loro sguardi si erano incrociati mentre il fuoco del camino disegnava a terra la lunga ombra della volpe. Dopo diversi secondi, di 9
stupore l’umano si era ripreso e – dandole della “birbantella” – aveva cercato di raggiungerla. Il portone era chiuso e così Aliosha aveva dovuto scappare in un’altra stanza. C’era una finestra socchiusa e da lì, un attimo dopo, sarebbe fuggita, ma cosa aveva visto in quella stanza! Una piccola biblioteca!
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III.
Q
uesta cosa di leggere in un primo momento l’aveva sottovalutata. Certo, le piaceva molto, ma non avrebbe mai immaginato le terribili conseguenze che avrebbe avuto nella sua vita. Quando a primavera aveva incontrato nuovamente altre volpi, si era pian piano resa conto che tra loro si era scavata una grande distanza. Per esempio, un giorno che con delle amiche aveva attraversato un campo di grano, a un tratto si era accorta di provare un certo piacere e anche una certa malinconia. In lei c’erano stati infatti non uno, 11
ma due campi di grano: quello reale e quello di cui aveva letto. Aveva rallentato il passo crogiolandosi nei pensieri, assaporando quello strano riverbero. Aveva notato che il sole che stava tramontando gettava i suoi lunghi raggi obliqui con maggiore dolcezza. Intanto le altre volpi erano corse molto più avanti. Avrebbe voluto spiegare loro ogni cosa, ma come avrebbe potuto fare? Loro un libro non l’avevano mai letto! A un certo punto – peggio ancora! – i campi di grano erano diventati tre! Infatti si era riscoperta a vedere la scena dall’alto, come fosse un uccello: c’erano delle volpi che si rincorrevano tra le spighe; un sole rosso acceso in lontananza e una volpina cento arshin1 più indietro, seduta a riflettere e a guardarle, mentre un corvo attraversava il cielo stagliandosi contro il sole. E quanta tenerezza in quella scena! Ma quale prodigio era accaduto? Il mondo si era fatto più grande e più bello. C’erano cose da pensare, cose da guardare, cose da ricordare! Eh sì, perché allora era apparso anche un quarto campo di grano: quello del ricordo. E proprio in quel 12
momento era stata percorsa da un brivido e si era messa a correre per scrollarselo di dosso, raggiungendo le altre. Leggere in primavera, con quel bel sole che scioglieva le brine, le era stato più difficile, eppure aveva trovato il tempo di finire quel grosso tomo rubato da poco. Cominciando l’estate, le era parso normale riportarlo sull’uscio di casa del vecchietto. Rubare il cibo era una cosa, rubare un libro un’altra. Non poteva sapere che il vecchietto l’aveva vista! Il giorno dopo, passando di lì, quale non fu la gioia! Su quel gradino c’era un altro libro ad aspettarla!
1. Antica misura di lunghezza usata nell’Impero russo, equivalente circa a settanta centimetri.
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IV.
L
a sua tana era piccola e accogliente. C’era un piccolo foro d’ingresso, scavato ai piedi di una betulla. Siccome sulla betulla cresceva rigogliosa un’edera di un verde intenso, in primavera per entrare bisognava passare con la testa tra le foglie come attraverso una tendina. In inverno sarebbe stato diverso: l’edera avrebbe temporaneamente seccato, e la neve avrebbe ricoperto tutto. Dopo uno stretto corridoio che scendeva nella terra per poco più di un sazen1, una splendida porticina chiudeva quel mistero. 14
Se le altre volpi avessero potuto sbirciarvi dentro, che stranezze avrebbero visto! C’era un piccolo letto, dove lei si accucciolava facendo sempre prima un po’ di giri su sé stessa. Un fuocherello nel camino le dava il calore e le candele alle pareti la luce giusta per leggere. Davanti al focolare c’era un bel divano, un po’ vecchiotto ma comodo. Alle pareti qualche pentola vecchia di terracotta e soprattutto, gioia dei suoi occhi e delle lunghe giornate di letargo, una piccola biblioteca! Forse non erano molti libri, ma li aveva letti tutti e questo era più importante. Un altro piccolo cunicolo conduceva alla sua dispensa. Cosa non c’era lì dentro! Patate, fagioli, mele, salumi, soppressate, formaggi appesi al soffitto con un filo di spago, cioccolata, thé, tisane, infusi e, perché no, anche una bottiglia di vodka e qualche altro liquore! Con tutto quel ben di Dio da mangiare, da leggere e da bere, che soffiassero pure i freddi venti dell’inverno 15
siberiano, che nevicasse, che facesse bufera, tempesta, che tardasse la primavera: non importava! Aveva appena chiuso la porta dietro di sé; la legna scoppiettava nel camino; una candela accesa ardeva danzando e, una gocciolina di cera alla volta, andava preparandosi uno splendido abito da sposa intorno al collo della bottiglia nella quale era infilata. Si accomodò sul divano, prese il libro accanto a sé e ne tolse la foglia secca che usava come segnalibro. Prima di iniziare a leggere mise una zampina fra le pagine, bevve un sorso di tisana calda alla cannella e sospirò felice: era giunto l’inverno!
1. Antica misura di lunghezza usata nell’Impero russo, equivalente a poco più di due metri.
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V.
M
a un pensiero la corrucciò per un momento. Prese la fogliolina secca e la mise fra le pagine; posò il libro sul tavolino e perse i suoi occhi nel fuocherello. Si alzò, mise un altro ceppo sulle braci e, prima ancora di sedersi, sentì il crepitare della fiamma che lo avvolgeva. In fondo Aliosha aveva sempre amato la solitudine. Ripensava a numerosi momenti primaverili, alle altre volpi, agli altri animaletti che nel corso della sua vita aveva incontrato.
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Ricordava con eccessiva intensità alcune parole che le erano state dette. Che cosa avevano voluto dire? Altre volte pensava a parole che aveva detto lei stessa. In fondo Aliosha era sempre stata troppo sensibile. Per esempio, una volta, quando lei era ancora piccolina e il suo pelo era ancora chiaro come il miele, aveva invitato degli amichetti a casa. Si era in quella notte dell’anno in cui si dice che gli spiriti dei morti possano camminare di nuovo sulla terra. Lei e i suoi amichetti giocavano a rincorrersi nella grande tana di suo padre. A un certo punto, coperta da un lenzuolo bianco con due fori al posto degli occhi, ululando in modo teatrale, una figura era apparsa da un cunicolo. I giovani già allora non conoscevano più la meraviglia. Ormai, per scoprirla, bisogna prima invecchiare molto, e avere molte delusioni, e non meno di due o tre grossi rimpianti. E allora lei di fronte a quel fantasma bislacco cosa aveva detto, sentendosi osservata dai suoi amici? Aveva detto, con voce forte: «Bòsge mòi1, ditemi che non è mia madre, vi prego!». 18
Si vergognava molto – e a ragione – di sua madre e di quella messa in scena. Ma quando la propria voce aveva rimbombato forte in tutte le stanze della tana, Aliosha si era vergognata di sé stessa. No, a pensarci bene, allora non ci aveva badato, ma nel corso degli anni a venire spesso quell’eco l’aveva tormentata. La vecchia madre aveva riso di un riso triste, si era tolta il lenzuolo e scherzando era andata via, ma non le ridevano gli occhi. Ora la rivedeva nelle braci del camino, curva sotto il peso degli affanni e dei suoi troppi anni, allontanarsi fino a sfumare nell’oscurità. Adesso che avrebbe voluto inseguirla e abbracciarla non era più tempo; un’altra oscurità l’aveva presa, e lei non aveva potuto dirle scusa e farle ridere gli occhi. Sì, Aliosha era sempre stata troppo sensibile, e il passato le appariva come un firmamento di stelle tristi, attimi cui non avrebbe voluto pensare che pure tornavano a pungerla nelle lunghe notti dei suoi inverni, tra una pagina e l’altra. Mentre era nel letto o mentre cucinava i fagioli, ecco che si ricordava ad esempio di sua madre. Era 19
come se non fosse morta una sola volta, ma mille piccole volte. Mentre i fagioli borbottavano sul fuoco, le veniva in mente che non li avrebbe più cucinati insieme a lei; chiudendo la porta della tana per l’inverno si accorgeva che non l’avrebbe più chiusa insieme a lei, che lei non avrebbe più fatto quel verso buffo che faceva ogni volta per il freddo; che suo padre durante il letargo non l’avrebbe più mandata a controllare se nevicasse ancora e Aliosha non avrebbe più sentito la sua voce che rispondeva: «Nevica, nevica». Dove era finita la voce di sua madre? «Mi costruirò una solitudine,» pensava Aliosha, «dove non penetrerà mai più il dolore. E se per questo non dovesse penetrare neanche la gioia, pazienza! Non voglio vedere mai più nessuno!». Ma proprio in quel momento udì chiaramente: «Toc toc!».
1. «Oh mio Dio!».
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