Nicola Pesce
IL FIATO DI EDITH
Il fiato di Edith
di Nicola Pesce © 2020, Edizioni NPE © Nicola Pesce Tutti i diritti riservati. Collana Himself, 2 Ordini o informazioni: info@edizioninpe.it Caporedattore e Ufficio Stampa: Stefano Romanini ufficiostampa@edizioninpe.it Correzione bozze Ada Maria De Angelis Stampato tramite Tespi srl – Eboli (SA) nel mese di giugno 2020 Edizioni NPE – Nicola Pesce Editore è un marchio in esclusiva di Solone srl Via Aversana, 8 – 84025 Eboli (SA) edizioninpe.it facebook.com/EdizioniNPE twitter.com/EdizioniNPE instagram.com/EdizioniNPE #edizioninpe Capitoli I-XVII – 2005 Capitoli XVIII-XXXIII – aprile–agosto 2018 #nicolapescehimself
Il fiato di Edith di Nicola Pesce
1.
La palla di pezza rimbalzò discendendo la collina. Jonathan la inseguiva sbattendo i piccoli piedi contro il prato scuro. Alle sue spalle, le grida dei bambini che lo incitavano sbiadivano di già, mentre lui si attardava. La palla s’era fermata in un punto e aveva spezzato lo stelo di un lungo, piccolo fiore. Si chinò per raccoglierla e, ancora seduto sui calcagni, sbirciò la collina. Cos’era l’Irlanda?, un’ora di crepuscolo che invece di scurire imbianchiva; una sorta di nebbia che si poteva respirare, e soffi di vento nella brughiera, cortecce d’alberi e perline di precoce rugiada. Jonathan, nove anni e una palla di pezza sottobraccio, aveva paura. Forse gli altri bambini s’erano già avviati a casa, vista l’ora. Forse quel bianco tumore che scendendo dal cielo o salendo dalla terra prendeva tutto per sé, o forse quel silenzio, l’avevano messo per la prima 7
volta dinanzi a sÊ stesso. Percepiva il battito del proprio cuore. E vide la casa, a pochi metri da lui, e le fiaccole accese e la penombra dentro. Attraverso quei vetri antichi percepiva un immobile fervore. Vide la porta socchiusa e, senza discostarla, la varcò.
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2.
Un altro mondo, questo pensò, un’altra aria si respirava lì dentro. Il buio era interrotto soltanto dalla fiamma di un camino e da alcune candele. Le mura, le credenze e i visi si tingevano di bagliori rossastri. Quattro persone fervevano con gli occhi apprensivi sopra una bambina distesa su di un letticciuolo rialzato. Una donna giovane e piena di rughe, un uomo, una vecchia cameriera con il grembiale e una persona che scappò in una stanza, forse a prendere qualcosa. Jonathan perse i propri occhi nel camino che ardeva e respirava, scandendo il tempo nella penombra, dando luce e negandola a scaffali di libri, alambicchi e boccette, a un lampadario spento sul soffitto basso. Jonathan perse i propri occhi nel fuoco che lo dominava. Sul letticciuolo stavano una coperta scura, piena di ricami, e il volto bianco di una bimba. Un profilo 9
esattamente d’avorio, un piccolo naso all’insÚ e lunghi capelli rossastri e ondulati, abbandonati sul cuscino. Tutti alzarono gli occhi verso di lui, e non gli dissero nulla.
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3.
Edith respirava a piccoli sorsi interrotti. Jonathan si scosse dall’incantamento e percepì quel suono. Fu come se una fotografia color seppia prendesse vita. Ecco di nuovo il fuoco, ecco di nuovo il peso della palla sotto il braccio, ed ecco di nuovo la coperta di Edith. Non era lui a muovere quei passi che lo portarono a poca distanza dal letticciuolo. Cristallizzate in un dolore che le strappava come carta velina, quelle persone lo lasciarono passare. E lui vide, vide quelle piccole labbra rosa che sapevano di nebbia, vide quei capelli al crepitare del fuoco, vide la coperta gonfiarsi a brevi spasmi sopra quel piccolo petto. Lei voltò la testa verso di lui, e quell’immagine – lo appercepì chiaramente – quella scena gli sarebbe rimasta impressa per sempre, e quella voce. 11
«Come diavolo fate a riprendere fiato?» disse Edith, e subito una mano le coprì la fronte. «È calda,» disse l’uomo dai grandi occhi, e subito gli altri dissero tante frasi, ma Jonathan avrebbe ricordato soltanto quelle due. Edith singhiozzò, due volte soltanto, e un rivolo di sangue le scorse dall’angolo della bocca, come una goccina di inchiostro rosso dall’orlo di un calamaio di avorio. Jonathan restò incantato a guardarla, poi distolse lo sguardo perché provava dolore nel vedere il suo dolore. Cercò di fissare lo sguardo su qualcosa, e gli cadde su di un libro in pelle, dall’aspetto antico ed elegante, la cui chiusura era un lacciuolo di cuoio che ne faceva il giro più e più volte. Poi una voce, che non si aspettava, gli arrivò all’orecchio come una carezza troppo leggera. «Ritornerai?» aveva chiesto Edith, e dopo era caduta in uno svenimento prima ancora che lui potesse risponderle.
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4.
Jonathan si sentiva cambiato quando uscì da quella porta e ritornò all’Irlanda. Fuori, la nebbia aveva ormai respirato su ogni cosa. Il suono del proprio cuore andava affievolendosi ai suoi orecchi. Circondato dal bianco del cielo si sentiva immenso e piccolissimo, confinato in quel poco che poteva vedere. Era bastato uno sguardo, una frase, ed era stato come inghiottire la perla di una sensazione sconosciuta. Con un brontolio dello stomaco, essa prendeva spazio dentro di lui, ingigantiva, schiacciava, soffocava. Cos’era dunque quella bambina?, un talismano, una chiave verso modi di essere differenti? Una magia!, ecco cos’era avvenuto: un crepitare di camino, un visetto d’avorio ed ecco che lui era un altro. Quella palla di pezza era ormai un corpo estraneo a lui, un che di troppo, di infantile, forse meno infantile 13
di quel fiore che fermandosi aveva reciso. Senza una ragione precisa, lo cercò nella nebbia, sospirò e lo raccolse. Si scoprÏ a pensare alle grosse mani dure di sua madre: era tardi.
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5.
«Un maleficio!» diceva il padre di Edith allargando le braccia e poi chiudendole. «Un maleficio!» ripeteva. Seduto su quel divano con una tazza di cioccolata calda, Jonathan si sentiva un adulto. Parlavano. Il fiore che qualche giorno prima aveva raccolto era sfiorito e aveva perso i petali, così aveva dovuto cogliere un altro fiore, per portarlo alla bambina. Erano cose che bisognava imparare se si voleva voler bene ad una ragazza. E lui l’aveva imparato. Riflettendo, assorto in lunghi silenzi, molte cose aveva imparato. Ma Edith, al suo arrivo, dormiva. Stavolta era giorno pieno, e un sole pallido filtrava intorno a lui ed a quell’uomo; e le parole, i silenzi, i sospiri erano tutti presi in quell’atmosfera di pallore e legno, di cioccolata calda ed erba bagnata. 15
Una strega‌ una volta‌ erano parole vaghe, spaventose, di un maleficio che colse Edith alla nascita come un battesimo, impedendole la vita, il respiro, i sorrisi, chiudendola in un morbo.
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6.
Camminando verso casa, Jonathan pensava alle parole dell’uomo. Calpestava un terreno umido lungo le miglia che aveva da percorrere, e il sole calava. Il sole, in Irlanda, ha un suo modo di andare via. Quegli stessi colli e quegli stessi monti che di mattino si ammantano di luce per primi, a sera famelici generano una rapida notte. E questa scendeva, lungo la schiena di Jonathan. Gli pareva, in quei giorni, che la gente avesse l’abitudine di lasciarlo solo. Dov’erano ora i suoi compagni rossi in viso, dove la sua famiglia? Di certo la madre a casa, con le sue grandi mani per dar schiaffi; il padre forse a bere in una taverna; ognuno dei suoi amici preso in una sua cosa. Col buio che gli sorrideva intorno mostrando i denti, con i tronchi degli alberi che si facevano neri, Jonathan 17
si scoprì a correre verso casa, tra urli di civetta, senza più fiato. Se nei giorni luminosi, in cui si era attardato troppo con gli amici dietro uno scherzo o un pallone, aveva avuto paura delle percosse di sua madre – ché lui col corpo aveva giocato e quelle il corpo umiliavano – stavolta correva diversamente, perché quelle umiliavano il corpo, e a lui pareva di aver giocato con l’anima. Mentre il buio mangiava il terreno ai suoi piedi, come le onde di un mare nero che avanzasse incessante senza mai ritirarsi, mentre il buio gli gettava via i respiri, lui si sentiva un gioiello dentro al petto, si sentiva fatto di luce.
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