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Giorgio Foresto – Avventure a colori di un pittore fuggiasco

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Giorgio Foresto

Avventure a colori di un pittore fuggiasco a cura di Giovanni Scarpa


Giorgio Foresto – Avventure a colori di un pittore fuggiasco di Giovanni Scarpa 2021 © Giovanni Scarpa 2022 © Solone srl per questa edizione

Collana L’arte delle nuvole, 42 Direttore Editoriale: Nicola Pesce Ordini o informazioni: info@edizioninpe.it Caporedattore: Stefano Romanini Ufficio Stampa: Gloria Grieco ufficiostampa@edizioninpe.it Service Editoriale: Ruslan Viviano Correzione bozze: Roberto Flauto Grafica di copertina: a cura di Giovanni Scarpa

Stampato tramite Tespi srl – Eboli nel mese di dicembre 2022

Edizioni NPE è un marchio in esclusiva di Solone srl Via Aversana, 8 – 84025 Eboli (SA)

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In copertina

Il mondo della luna Foto di Riccardo Ciriello


Giorgio Foresto

Avventure a colori di un pittore fuggiasco

Testi a cura di

Giovanni Scarpa Foto di

Paolo Rossignoli Grafica di

Alberto Manfrinati


A Ivo, barbiere filosofo e Leido, gorilla dal cuore buono


“Vorresti dirmi di grazia quale strada prendere per uscire di qui?”, disse Alice “Dipende soprattutto da dove vuoi andare”, disse il gatto. “Non m’importa molto”, disse Alice. “Allora non importa che strada prendi”, disse il gatto. “Purché arrivi in qualche posto”, aggiunse Alice a mo' di spiegazione. “Ah per questo stai pure tranquilla – disse il gatto – basta che non ti fermi prima.” Lewis Carroll

Pennellate

Pensavo fosse stata sua madre. Immaginavo il piccolo Giorgio sdraiato per terra, sulle piastrelle fresche di casa, disegnare su un foglio bianco mentre lei stirava e cantava: arie dolci da La bohéme, cori potenti da La Turandot. Pensavo fosse stata lei a portarlo in un giorno di pioggia per la prima volta alla Scala di Milano, ben vestito. Ad infondergli il seme della poesia, delle cose belle, fatte con cura, senza nessuno scopo. Invece è stato il babbo. Un uomo che avevo sempre ritenuto triste e impostato, curvo sul tavolo da disegnatore tecnico, serio, serissimo. Sorrideva, invece, sorrideva sempre e spronava un giovane talentuoso figlio a dare il meglio e farsi valere. Non so molto altro dell’infanzia di Giorgio. Altro che non siano film, montaggi personali, inutilizzabili. Ancora mi arrovello per cercare di trovare da qualche parte nomi e volti e luoghi che sempre mi sfuggono: di che colore era la casa dov’è cresciuto? C’erano alberi nel suo giardino? Chissà com’era sua madre. Non basta trovare scritto da qualche parte: “Giorgio De Gaspari nasce in provincia di Milano il 30 Gennaio 1927”, non basta mai. Nel 1947 si vedono pubblicati i suoi primi disegni. Ne ho visti alcuni affissi in una fumetteria del centro, a Torino, di quando Giorgio aveva quindici anni e cavoli se era forte!

2006, 80 × 128 cm tecnica mista su legno

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Si era trasferito a Milano in quegli anni e viveva assieme

Ecco questo era il loro appartamento, il loro strano

agli amici Mino Ceretti e Alberto Barbieri nella famosa

nido d’amore, e in quella panca, nudo, dormiva Giorgio

“Torre” di Viale Pasubio: un appartamento a tre piani,

mentre il suo amico Viviano entrava. Ma il punto non

collegati da una interminabile scala a chiocciola, dove

è questo, e non è neanche Frances, ubriaca, che riposa

ognuno aveva il suo studio. Grandi bevute, sigarette

sul tappeto. Il punto è il povero Paolo: avrà avuto sì e no

proibite sul tram vecchio, serate folli come quella in

due anni e stava giocando con una lampadina rotta. La

cui Giorgio, Luigi Grosso e Mino dovettero caricare il

toccava, la mordicchiava, e tutto intorno scricchiolava

povero Alfredo Chighine, ubriaco fradicio, in un carretto

spaventevole il suono dei vetri. Così, mentre Viviano

trovato lì per lì per stradine buie di Brera e portarlo,

provava ad allontanare il piccolo, Giorgio gli aveva detto:

ridendo, fino a casa. A Brera c’era l’Accademia, certo,

“Lascialo stare”. Uno strano gioco di sguardi aveva poi

ma soprattutto c’era la libertà: quell’atmosfera fatata

riempito il silenzio di quella stanza. “Non interferire,

da Montmartre che si respirava nell’aria, di giorno e di

sono sveglio, lo vedo” diceva lo sguardo severo di

notte: le luci al neon dei bar, il panno verde del biliardo

Giorgio. “Ma sei cieco? Non vedi il pericolo?” Diceva

al bar della Titta, i disegni abbandonati e poi ripescati

quello implorante di Viviano. Durò neanche un secondo.

vicino ai cassonetti. Si parlava d’arte fino a notte fonda,

“Sta provando il gusto del Tungsteno...” disse allora

si scrivevano poesie, si sorrideva alla vita che seguiva il

Giorgio. “Sta provando il gusto del Tungsteno...” ed

ritmo leggero del tacchettio sui ciottoli tondi della via.

era serissimo. Come avesse pronunciato una sentenza

E poi, Frances Martienssen. È uno di quei nomi che ti

ovvia, un assioma evidente, inconfutabile. “Non vedi?”

fanno innamorare appena li senti. Frances Martienssen:

Insisteva. Immaginate la faccia stranita di Viviano: un

bruna, piacente, ama bere, dipingere, ride con gli amici

ultimo sguardo affettuoso a Giorgio, la sua mano di

di lui ed “è molto più brava di me” continua a dire Giorgio

giornalista che strappa lo strano gioco al bambino e lo

a chiunque l’incroci. Non conosco i dettagli di questa

getta lontano, la sua figura che si allontana verso l’uscita.

storia, forse non li conosce nessuno, forse sono più belli

È uno strano mondo quello degli artisti.

così, sbiaditi. Sta di fatto che nel 1954 si sposano: lui e

A rallegrare l’atmosfera casalinga, non sempre facile,

quella ragazza che parla inglese e lo fa sorridere mentre

c’era Còco, il cacatua grigio-spelacchiato che rubava il

sbuffa da un lato il fumo della sigaretta.

cibo agli invitati e li spaventava coi suoi trenta centimetri

Hanno due figli: un maschio, Paolo, e una femmina,

di altezza. Per non parlare poi della capra che spuntava

Caterina.

dal bagno e che il Nostro portava a passeggio: pare l’avesse

Dunque,

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immaginate

di

entrare

in

una

stanza

vinta ad una gara di disegno campestre. Non si faceva

completamente vuota, bianca. Aggiungeteci una panca

problemi a portarla al guinzaglio fin dentro gli uffici della

rubata in chiesa, i resti di un focolare sul pavimento,

Mondadori, dicono, sulla cui moquette nuova pare abbia

degli avanzi di cibo, dei pennelli e colori più o meno

lasciato pure qualche sgradevole ricordo. Il punto è che

ovunque. Ora fate un piccolo sforzo per provare ad

era troppo bravo. La sua maestria non lasciava scampo.

aggiungere alle pareti dei graffiti, dei disegni: un

Nonostante la bizzarria degli atteggiamenti, dei modi,

armadio, una cucina, un divano, un tavolo, un tappeto,

nessuno ebbe mai l’ardire di cacciarlo, di licenziarlo.

una lampada...tutto disegnato sul muro, per finta, come

Nemmeno quando fece la verticale nell’ufficio di Enzo

un trompe l’oeil. Tutto in prospettiva, che pare vero.

Biagi, direttore del settimanale “Epoca”, per essere


pagato in anticipo. Giorgio era il maestro, il mago, quello

tedesco. E più riecheggiano nella mia mente i racconti

che mentre reggeva il pennello o la matita o qualsiasi altra

dei suoi vecchi amici, più si illumina nella mia parete

cosa, tutti guardavano con ammirato stupore. Vicino a

frontale destra la scritta al neon: “Lo zoo di Brera” una

lui non si riusciva a lavorare, si poteva solo osservare,

specie di rubrica etologica nella quale sfilano tutte le sue

tacere, e capire. Capire che non c’era niente da fare e

strampalate amicizie faunistiche, una specie di Show

che neanche in mille anni tu avresti potuto tracciare

televisivo nel quale il conduttore porge la tazza agli

con altrettanta disinvoltura quelle linee e riprodurre

amici animali del Nostro. Dicono che un giorno, per il

con altrettanta maestria quelle movenze impeccabili

compleanno del suo amico e direttore Rinaldo, Giorgio

del pennino che davano vita sempre, sempre, ad un

si presentò in ufficio con una piccola scimmietta, vera,

impareggiabile capolavoro. “Ma come fai a disegnare i

come regalo.

cavalli così, senza riferimenti fotografici” ebbe l’ardire

“Al ladro, al ladro!”: non era iniziata bene quella

di chiedergli un giorno il giovane Aldo di Gennaro. “Io

mattina, pensava Viviano mentre correva assieme a

conosco a memoria tutte le 205 ossa del cavallo” aveva

Giorgio, trafelato e ridente. Non era iniziata bene per

detto allora Giorgio mettendosi a disegnarle tutte, in fila,

niente. Innanzitutto, trovare Giorgio già in ufficio alle

una dopo l’altra.

otto del mattino non significava niente di buono. Anzi,

È un disastro cercare di seguire i suoi movimenti a

era molto probabile che avesse dormito lì, come faceva

Milano tra gli anni ’50 e ’70. Pubblica sempre, con

spesso, sopra la grande scrivania che lui e il collega

chiunque, è una macchina, un tritacarte. Si dimentica

dividevano. E diciamo pure che per un inviato speciale

le commissioni richieste ma poi, una volta ricordategli

come Viviano, trovarsi a condividere gli spazi con un

dal direttore di turno, realizza in dieci minuti quello

personaggio come Giorgio dev’essere stato quantomeno

che chiunque altro avrebbe impiegato settimane a

“antropologicamente interessante”. Quella mattina però,

disegnare. Per un periodo, durante gli anni ’60, lavora

proprio quella, quando subito dopo aver varcato la porta

persino a Londra, per quelli della Fleetway Publications

ti ritrovi una boccetta di inchiostro nero spiaccicata

che gli aveva fatto conoscere Rinaldo D’Ami, il direttore

sulla camicia, così senza motivo, non dev’essere stato

dello Studio Dami, assieme a Carlo Porciani.

facile. Succede, ecco, quando si è amici e colleghi di un

Ah, Lo Studio Dami: un insieme squinternato di assoluti

illustratore geniale e imprevedibile. Imprevedibile come

geni. Quella che sarebbe poi stata riconosciuta come la

il suo modo di scusarsi per l’accaduto: autoinvitarsi a

crème de la crème degli illustratori italiani del ‘900, si

pranzo. Succede. Succede un po’ meno di frequente, per

trovava inconsapevolmente riunita nelle stanze di un

fortuna, che il suddetto illustratore entri di soppiatto in

edificio in Piazzale Velasquez. Si combatteva in punta di

una prestigiosa pasticceria ed esca correndo con una

pennello, ci si sfidava a suon di disegni tra grandi banconi

torta di panna in mano inseguito dal commesso. “Al ladro,

rettangolari: era un caos produttivo clamorosamente

al ladro!” urla il tizio, poi Giorgio che sfreccia accanto

bello da vedere, tremendamente impossibile da gestire.

a Viviano, quest’ultimo che si mette a correre pure lui.

E sopra il parquet tirato a lucido risuonavano le note

“Ma che combini?” sussurra trafelato il giornalista,

acute delle cornamuse sparate a mille dal grammofono.

Giorgio si volta, ride: “Mica posso venire a casa tua senza

Giorgio pare avesse una Škoda bianca nella quale ogni

un pensiero per tua moglie”. Immaginate ora di aprire

tanto dormiva. Ci stava dentro anche un enorme pastore

la porta del vostro appartamento e trovarvi di fronte: un

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marito con la camicia più nera che bianca tutto sudato, il

Elenco delle cose fatte prima di arrivare in ospedale:

collega di vostro marito che vi porge una torta alla panna

cinquecento metri di strada in retromarcia con la Skoda

mezza distrutta e sporca di pittura (sì, le mani di Giorgio

bianca, Giorgio alla guida; fermata “obbligatoria” dal

erano un miscuglio di acrilici, tempere, colla, grafite e un

fiorista per rubare un mazzo di fiori al volo da portare alla

qualcosa di nero non sempre riconducibile a qualcos’altro).

moglie del collega: “Mica posso venire al parto di tua moglie

Il pranzo non va poi così male, a parte qualche silenzio

senza portarle niente!”, parcheggio con sgommata di

imbarazzante. Va meno bene la parte del dolce quando il

fronte all’entrata dell’ospedale. È andata circa così, e forse

Nostro si chiude in bagno e non esce per mezz’ora. Viviano

dimentico ancora qualcosa di questa lista improbabile.

chiede permesso, prova ad entrare. Niente. E quasi la

Ahimè per noi, il parto è già avvenuto: la moglie di Viviano

coppia si era decisa a sfondare la porta quando Giorgio se

è in corsia, sdraiata sul lettino. Sotto il lenzuolo verdognolo

ne esce veloce come una salamandra per poi sparire giù per

regge un fagotto rosa: è femmina. Così mentre i parenti si

le scale. Succede, ecco. Succede un po’ meno di entrare nel

congratulano e Viviano si becca la sua ramanzina dalla

proprio bagno e trovare le pareti ricoperte di scritte nere,

neomamma, Giorgio in silenzio afferra il fagotto, con

fatte col colore a cera: ci sono scuse dappertutto, scuse in

cautela, lo solleva piano nello sbigottimento generale degli

grande e in piccolo, scuse in stampatello e in corsivo, e un

astanti e comincia a leccare la bambina, dai piedini alla

piccolo autoritratto di Giorgio realizzato all’interno del

testolina. Ripetutamente. In un microsecondo Viviano

water con su scritto: “sono uno stronzo”. Uno strano modo,

gliela strappa di mano, lo prende per il colletto e lo sbatte

forse, per chiedere scusa, ma si sa, succede.

al muro: “Che fai? Come ti permetti?”. La neomamma

Nonostante questi episodi, e le altre mille stramberie di

sconvolta stringe la piccola al seno. Giorgio, altrettanto

Giorgio, Viviano e sua moglie non disprezzavano la sua

stupito, mentre Viviano sbraita frasi sconnesse, risponde,

compagnia, gli erano amici, davvero. Così quando in ufficio

pacato: “Ma tu credi che tua figlia capisca qualcosa dei

arrivò la chiamata all’ospedale di Viviano per andare ad

quello che voi state dicendo o facendo? Non lo sai che nel

assistere al parto della moglie, Giorgio disse soltanto:

mondo animale è il contatto fisico a trasmettere piacere ai

“Vengo anch’io”.

neonati?”. Silenzio. Il cervello di Viviano in cortocircuito, come quello di tutti. Ma il suo di più, perché quando lavori per anni alla sezione scientifica del Corriere della Sera, non puoi non archiviare una serie di nozioni a volte apparentemente inutili e che ora invece ti balzano in testa, come la più ovvia delle verità. È un gesto assurdo? No. È un gesto inappropriato. Non nasconde cattiveria, né doppi fini, è il frutto genuino di una mente insondabile, complessa, mai scontata. Le cose al Corriere, alla Fabbri, alla Mondadori e soprattutto nel vivace Studio Dami, vanno bene: si lavora in compagnia, si passa dai dinosauri (ore intere ad immaginare le diverse prospettive da cui disegnare gli stegosauri) ai panda, dalle fiabe sudamericane alla balena bianca. Sono anni lieti,

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Kolosso n.67

dopotutto, ricchi non solo di lavoro, ma anche di feconde

104 albi, 1964/1966 Copertina illustrata da Giorgio De Gaspari

amicizie: con Carlo Porciani, per il quale realizzerà alcune


copertine del famoso fumetto Kolosso, con il giovane Gianni Milone che lo sosterrà economicamente per tutta la vita, ma anche con i grandi del settore illustrativo e fumettistico. Solo in famiglia il clima non è sereno. Frances non sta bene, i figli crescono vivaci e birbanti. Lei si muove in bici, dappertutto, la malattia, l’alcol ne hanno fatto una trasandata. Un giorno cade dalla bici, prova a prendere un taxi ma l’autista si rifiuta di farla salire. Quando Giorgio la raggiunge all’ospedale, lei è sul letto, fasciata, in lacrime: “Non mi ha fatto salire, capisci? È perché sono brutta…”. Giorgio le prende la mano, la guarda, sussurra: “Cara, ti sbagli. Non vedi che sei senza borsetta? Evidentemente pensava che tu non avessi i soldi e allora ti ha lasciata lì. È stato sgarbato. Tu sei bellissima!”. Il tono è dolce, un tratto leggero e chiaro nel complicato dipinto del carattere di Giorgio. Mi piace immaginare che fosse primavera, quel giorno. Quel giorno fatale che cambia la nostra storia. Mi piace immaginare i piccoli alberelli davanti la chiesetta di Sant’Eufemia che gemmano per poi fiorire in un’unica immensa macchia rosa. Un giorno del 1970 la moglie del De Gaspari muore. Non certo una morte inaspettata, dato il protrarsi della malattia di lei, ma che viene, sempre, come un ladro nella notte. Durante tutto il funerale Giorgio non dice nulla, raccontano gli amici, i suoi occhi trattengono il pianto, la gente non sa cosa dire: lo abbracciano, sussurrano: “Condoglianze”. La maggior parte se ne va stranita, disorientata. Eppure quel giorno in molti decidono di accompagnare Giorgio e il feretro fino al piccolo cimitero in cui era già pronta la fossa circondata dai becchini muti. Solo allora, proprio mentre si cala lentamente la bara tesa tra le corde di canapa ruvide, la voce dell’illustratore, la voce vagamente intonata e calda di Giorgio, si schiude in un canto. Un canto inglese, melanconico e lento, come l’eco di qualche antica leggenda, di qualche vecchia fiaba dove volano fate e saltellano nell’erba piccoli esseri gioiosi e tristi insieme, il canto dell’oceano. Giorgio cantava forte, dicono, e la sua

Autoritratto 22 × 31 cm grafite su carta

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voce si spandeva libera nell’aria fresca del cimitero. Tutti

a biro (almeno fin quando non salterà fuori qualcos’altro):

gli amici lo guardavano stupiti, in silenzio. Cantava lieto,

dei montanari che scuoiano una volpe, un fauno a caccia

mi dicono, come trasfigurato in quella musica dolce che

di belle donne, una aquila reale nella sua grande voliera di

accompagnava la bara in seno alla terra.

ferro… un Giorgio bucolico, quieto.

Quella stessa sera, o qualche sera dopo, sotto le luci del

Poi, Pellestrina.

bar Giamaica la sua vita cambia direzione. È una scena da

Chissà perché. Me lo chiedo da troppo tempo ormai e non

film, perfetta nella sua illogica semplicità: Giorgio che beve

riesco ad arrendermi al caso, alla provvidenza, che ha

al bancone, Giorgio che sfida il mago del biliardo, Giorgio

portato un vagabondo in quest’isola sperduta lunga dieci

che davanti a tutti dice deciso: “se stasera ti batto, non mi

passi e larga tre. A volte dire che è magnifica non mi pare

rivedrete mai più”. Gli amici che si radunano attorno al

abbastanza, a volte, mentre siedo a guardare i suoi tramonti,

tavolo, la partita rocambolesca, una sponda impeccabile,

mi pare più che sufficiente. Negli anni ’70 in questo piccolo

la otto in buca d’angolo. Ovazione, zoom sulle luci al neon.

paradiso della laguna veneta le vecchie sono raggrinzite

Buio. Nessuno avrà più modo di sapere niente di lui.

come “sepe” essiccate al sole, tessono il tombolo per le vie

Su ciò che successe dopo aleggia ancora la nebbia pesante

del paese. I pescatori hanno braccia possenti, mani enormi

del “non so”. Non so come fu o come non fu, so solo che

con le unghie bianche e la voce che sa di salso. Ci sono

Giorgio voleva andare in Vietnam e si ritrovò a Livigno.

anche bambini. Un intero circo di bambini che in autunno

Erano gli anni ’70 e voleva vedere la guerra, forse voleva

entrano nella nebbia, d’inverno spariscono tra le calli, e

vedere la morte, forse com’è fatto l’uomo. Voleva vedere

in primavera ricompaiono, veloci come rondini, per poi

coi suoi occhi quello che la “Domenica del Corriere” gli

tuffarsi in acqua, tra schizzi e urla che riempiono la piazza. È

aveva fatto illustrare qualche anno prima in una delle sue

ancora così dopotutto, ora che quei bambini sono diventati

splendide copertine, chissà. Non so neanche perché finì

uomini e sono i loro figli a tuffarsi, quando l’estate li veste

proprio a Livigno. Solo, come un orso rintanato in una

di niente e il sole scrosta i muri delle case colorate. Nessuno

grotta sulla vallata. Ci vollero settimane, mi dissero, prima

sa perché o come Giorgio sia arrivato qui: c’è chi dice vi sia

che gli abitanti si accorgessero di lui e lo invitassero a stare

giunto da Venezia, chi invece dice venisse da Padova. Certo

in una baracca, almeno la notte. Comprendere il nesso, tra

è che si innamorò presto, e perdutamente di questo piccolo

Livigno e Danang, tra le montagne della Svizzera e quelle di

mondo antico: dei riflessi cangianti dell’acqua lagunare,

Dak To, non è possibile. È pur sempre una fuga, mi ripeto.

del canto del mare, del grande Murazzo biancastro “che

Una fuga da quel mondo troppo borghese che a Milano non

dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”.

gli apparteneva e forse non gli era mai appartenuto. Una

Il pescatore Delio è stato uno dei primi ad accorgersi di

fuga da una vita ormai allo stremo, una vita troppo stretta.

Giorgio, in Isola. Lo aveva visto una mattina di agosto

Una fuga dal ricordo ancora dolce di lei. Molla tutto,

nei primi anni ‘70. Si era preoccupato dopo averlo visto

Giorgio. Tutto: lavoro, amici, figli, casa. Senza preavviso,

dormire all’addiaccio, così si era proposto di far dormire

senza progetti.

il “barbone” nella sua barca nuova: la Volpe. Un rifugio

Certo che la vista però, era bella di notte: da una fessura

niente male per una calda estate: cullato dalle onde come

della roccia, nel piccolo antro che Giorgio aveva scelto a

un piccolo Mosè illustratore. Col passare dei giorni erano

Livigno, si intravvedeva un fazzoletto di cielo trapuntato

diventati amici, credo. D’inverno poi, spinto o da quella

di stelle. Attorno, un silenzio geologico, la luce che da

esuberante carità che fa da tiranna ai superbi, o da quel

distanze siderali illumina appena le vette brune dei monti.

sincero affetto che a volte sboccia inaspettato tra i cuori di

E tutto tace. Di questo periodo resta una risma di disegni

roccia, lo invitò a casa sua.

Il mondo della luna Foto di Riccardo Ciriello

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Dicono dormisse sotto il tavolo della cucina. Sta di fatto che, a quanto pare, il curioso ospite in letargo finì per fare invaghire la giovane sposa di Delio. Ragion per cui, mi pare di capire, il pescatore non ebbe tanto a cuore la salute presente e futura del più avvenente ospite e lo invitò, con modi non troppo gentili, a levarsi di torno. Giorgio era un bell’uomo in fondo: un fascino dandy e trascurato da pittore bohémien quarantenne: alto, prestante, intelligente, una zazzera di capelli scuri in testa che cominciavano a brizzolarsi, occhi penetranti che parevano studiare tutto. Intrigante, ecco. Dopo la cacciata dall’eden casalingo, Giorgio finì nella cantina di Leido. Un muratore tarchiato, dall’occhio furbo color fiordaliso. Sapeva costruire una casa in 24 ore e se lui fosse stato Geppetto, il suo Pinocchio sarebbe stato fatto di mattoni. Li maneggiava, li assemblava, li disponeva, come tessere di un mosaico, con fare distaccato e passionale insieme. Riusciva a fare dei capolavori. La sua casa a Pellestrina pare un monastero, tanto bello è il chiostro di pietre e le colonne bianche che ha messo in piedi per sé e sua moglie negli anni '60. E Giorgio capitò da lui, divennero amici, e lo restarono per tutta la vita. Rimase a dormire nello scantinato del muratore per circa un anno e mezzo. Nel mentre pare abbia fatto amicizia con un topo malconcio, gli parlava, gli dava da bere del latte. Naturalmente nessuno sapeva chi fosse davvero. Molti lo chiamavano Giorgio Foresto: Giorgio lo Straniero. “Niente male come nome” deve aver pensato lui, perché cominciò a firmarsi così e pian piano quello divenne il suo cognome: Foresto. A Milano non sanno che fine abbia fatto, molti continuano a credere che abbia abbandonato il disegno, che sia andato oltremare. Un articolo parla di lui e il titolo dice a caratteri cubitali “L’artista scomparso”. I suoi giorni, invece, a Pellestrina, densi di studio, letture appassionate e poesia, lo sono ancor più di colori, di fogli bianchi, matite e pennelli. Per sopravvivere comincia a barattare alcuni disegni, ritratti, con gli abitanti del luogo. Molti cominciano a non far più caso a quella sua

28 aprile 2005, 21 × 29.5 cm tecnica mista su carta


presenza scomoda, a quei suoi vestiti logori: è il Giorgio

Giorgio si era messo a ridere, e Delio si era indispettito

Foresto, lasciatelo perdere, è il Giorgio Pittore, lasciatelo

ancor di più sentendosi obbligato a spostare il suo sedere

disegnare. Ma non chiedetegli di farlo per voi, non lo farà:

dalla poltrona fissa degli amici a quella girevole dei clienti.

disegna chi gli piace, quando gli garba. A volte non chiede

“Tagliali bene eh?!” diceva Delio, come se a un barbiere si

niente in cambio, a volte chiede cifre da capogiro. Lo segue

potessero davvero fare raccomandazioni. Giorgio sorrideva

una tipa strana quanto lui, una certa Marlene Sturz: parla

ancora. E sono certo sia stato proprio il suo sorriso, la sua

tedesco, a volte inglese, ha i capelli color carota, non parla

spensierata indifferenza a provocare in Delio una serie acre

con quelli di qua.

e lineare di pensieri che si conclusero con una domanda.

Ora se potesse esistere una puzza gentile, una sorta di

Pareva l’inizio di un’orazione ciceroniana: “Vedi Giorgio”

puzza amichevole e familiare, se esistesse, diciamo, una

le forbici di Ivo esitarono un istante per continuare poi il

puzza fastidiosa ma teneramente accettabile, quella

loro placido zac-zac, “io pesco in laguna, vendo il pesce,

sarebbe la puzza di Giorgio. Un misto di salame ammuffito,

e se mi faccio male a una mano, posso trovare qualche

alghe sotto zero, reti da pesca e solventi per la pittura.

altro lavoro, rendermi utile. Anche l’Ivo qua, taglia i

Sembrava non rendersene conto. Anzi forse proprio non

capelli. Insomma, lavoriamo. Mettiamo che tu ti rompa

se ne accorgeva. Le mani imbrattate, la maglia sudicia, i

una mano, ad esempio. Che faresti? Non potresti più fare

pantaloni strappati. Il barbiere Ivo lo guardava di sottecchi

niente nella vita: niente disegni, niente cibo...”. In effetti

quando entrava tranquillo nella sua bottega e si sedeva

non era neanche una domanda. Pareva soddisfatto del suo

sulla poltrona a destra. Il cane Nerone invece, si alzava

sermone a sfondo etico e socchiuse gli occhi per godersi la

e, come seguendo un sentiero odoroso, si spaparanzava

schiuma da barba. Ma Giorgio amava le sfide. Non che gli

ai piedi di quello strano tizio con la matita in mano.

interessasse davvero rispondere in qualche modo eh, non

“Da quanto tempo non ti lavi eh?” bofonchiava Ivo in

gli fregava niente di Delio, di “sentirsi utile”, di dimostrare

un mezzo sorriso. Si volevano bene, senza farsi sconti.

qualcosa a qualcuno: i suoi erano sempre gesti a-morali,

“Dici?” rispondeva Giorgio con affettata sorpresa: alzava le

liberi, leggeri. Gli piacevano le sfide, ecco, quelle sì. Sicché,

sopracciglia, si grattava la barbetta. “A Nerone piaccio, dai”.

piano piano, guardando serio il suo interlocutore, sfilò

E giù risate. “Bach?” Seguiva Giorgio. “Chopin, ignorante!”

lentamente il piede destro dalla ciabatta e si infilò una biro

Sospirava Ivo. Il clima nella bottega aveva sempre un

nera tra l’alluce e l’indice.

che di stravagante e antiquato. Le poltrone girevoli in

Appoggiò un foglio per terra, cominciò a muoversi in

pelle e acciaio, la musica classica, i libri, alcuni ritratti

modo assurdo, concentrato e assorto guardando Delio e

di Giorgio appesi alle pareti, gli specchi, le ceramiche,

inclinando spesso le sopracciglia e la testa non si sa se per lo

i rubinetti d’ottone. Pareva un salotto d’altri tempi. Da

sforzo o per guardarlo meglio. Gli stava facendo un ritratto

un momento all’altro sarebbe potuto entrare Luigi XIV a

col piede! Come se non bastasse poi, tra il silenzio generale

caccia di dame... e invece entrava Delio Pito. Sì, lui, quello

e lo stupore che si era magicamente creato in quella bizzarra

dell’inizio. Era incazzato, chissà per quale ragione poi,

stanza, Giorgio si mise a parlare: “Vedi Delio, io non disegno

e sedendosi malamente sulla poltrona aveva disturbato

con la mano” il piede intanto si muoveva a fatica tracciando

Nerone cominciando a sbraitare. “E insomma” rispondeva

segni precisi e inequivocabili. “E neppure col piede sai,

Ivo dopo poco, “a quanto pare qui entra solo gente che non

come sto facendo ora... Io disegno con lo sguardo!”. Lo fissò.

ha la minima intenzione di farsi tagliare i capelli, mi pare!”

Uno di quegli istanti lenti, lentissimi, nei quali il tempo

Ed era vero in effetti. La sua bottega pareva il set perfetto

si dilata e cominci a capire quante volte la tartaruga ha

per una barzelletta. Il punto è che all’esclamazione di Ivo,

doppiato te, che ti credevi una lepre. Cadde la penna dal

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piede, caddero le mandibole di Delio e Ivo mentre gli occhi

Pellestrina. Era bella e bruna, con una pelle olivastra, sicché

si dilatavano in una sorta di paurosa ammirazione. Giorgio,

il caffè andava benissimo per dipingerle il volto. Lei sedeva

stanco e soddisfatto, sorrideva. Pare che il ritratto non fosse

con in mano il bicchiere, rideva e il suo riso era fresco e

niente male! Peccato sia andato perduto.

leggero come perle che cadono sul pavimento. Ogni tanto

Nel 1971 o giù di lì, Giorgio si fa costruire un atelier in

Giorgio leccava il pennello intinto di caffè, così ogni volta

mezzo all’acqua. Lo chiama “Il Mondo della Luna”: una

che Marco mi mostra il dipinto ripete orgoglioso: “Lo ha

palafitta mite ed accogliente dove lui e Marlene possono

fatto Giorgio sai, c’è il suo DNA”.

ritirarsi in pace e tranquillità circondati dal lento fluire

Sotto il gazebo Giorgio stava bene. Le tamerici che

dell’acqua, incorniciati solo dalla luce del sole. La figura

coprivano il tetto in plastica ondulata lasciavano filtrare

della casetta azzurrina coi letti dentro che inizialmente

la luce e in cambio di qualche disegno il proprietario,

si vedeva dalla riva, pian piano sparisce sotto mille

Vinicio, lo lasciava lì quanto voleva. Dopotutto la sua

accozzaglie di rifiuti e assi di legno che Giorgio raccoglie

casetta a riva, Sestier Vianelli 431, acquistata nei primi

e deposita qua e là. Si riesce a concepire a stento come

anni ’70 era lì a fianco.

riesca a muoversi la sua gigantesca figura tra quelle

La casa in questione, così come il casotto in laguna, era

cianfrusaglie, come riesca a raggiungere il largo tavolo da

mistero e caos. O meglio quel caos calmo che solo il sesso

disegno che guarda a meridione. La palafitta è un’enorme

maschile ardisce e pretende: tutto è nel posto in cui deve

cattedrale di rifiuti, tutti legati da un’unica lunga corda.

essere e non va assolutamente toccato. Tutto è dappertutto

Sembra lo strampalato negozio di un rigattiere, la soffitta

e lo sguardo inesperto si perde tra le cose e i libri e i

di un antiquario, il nido di una gazza ladra: incastonata

disegni appesi. Si aggiunga a questa iniziale premessa

tra le travi ci sono pupazzetti, colori, pennelli, un sacco di

un accenno di ingenua cleptomania, una inclinazione

libri. C’è spazio anche per una sorta di piccola cucinina,

bambinesca alla sindrome ossessivo-compulsiva e si avrà

con le stoviglie appese al soffitto. Si può salire in alto, nel

una vaga idea dell’abitazione cui proviamo ad accedere.

soppalco, scorgere l’orizzonte, sbirciare verso l’isola. Di

Da fuori non si direbbe: in cambio di un bel dipinto viola

notte lo sciabordare lento delle barche culla i pensieri, il

il muratore e amico Leido ha dipinto i tre piani di un

tramestio dell’acqua è rilassante: l’unica cosa che resta

tranquillo e anonimo bianco avorio. La facciata pare una

della civiltà è la fila di lampioni a riva, le luci lontane dei

tela vuota, in attesa.

paesi che si perdono tra le stelle. Pare di stare dentro un

Dentro, nella penombra dei soffitti bassi, si celano i mille

enorme “peocio”. Se uno provasse a trovare l’atelier di

tesori di Giorgio. Tesori per i suoi occhi naturalmente,

notte, non vedrebbe nulla. Solo ogni tanto nel nero liquido,

i nostri vedrebbero soltanto un cavalluccio marino

potrebbe scorgere una luce opalescente: uno specchio

essiccato, un pezzo di relitto mangiucchiato dal salso

rotondo sul tetto riflette la luce color perla della luna.

che emana un fetore insopportabile, una cassetta del

Un cane faceva la pipì contro il muro mentre Giorgio

latte usata come sgabello, libri, libri, ancora libri, e poi

disegnava. Sotto il gazebo verde-blu del Bar Perla tutto

assi, tavole di legno, reti da pesca, canne di bambù,

era silenzio e afa. Lui continuava ad osservare una ragazza

colori, disegni ovunque, monnezza... Ci si passa a stento,

seduta non lontano, la guardava fissa e sembrava che la

spostandosi di traverso, si intravedono le pentole della

mano si muovesse in automatico dal foglio alla tazzina

cucina mentre uno strano senso di claustrofobia comincia

di caffè: dipingeva così. La ragazza si chiamava Ohm,

ad invaderti. È solo la vista della piccola scala che porta ai

aveva sposato Marco e lasciato il suo piccolo villaggio di

piani superiori, col suo fascio di luce, a sorprenderti come

Bankamsajam nella provincia del Surin per trasferirsi a

in un’annunciazione rinascimentale.

1990, 37 × 28 cm acrilico su carta


20

Il letto di Giorgio è una stuoia logora e improbabile posata

poi così difficile stare a galla.

a terra. Nella sua oculata e astrusa ingegneria era riuscito

Un lungo viaggio in Israele pare sia avvenuto proprio

a creare un sostegno per poter dipingere da sdraiato.

agli inizi degli anni ’70. A volte spariva dall’Isola

Sopra il letto gravita una sorta di vela portaoggetti: matite,

improvvisamente, per farsi vedere poi mesi dopo con lo

pennelli, una piccola boa, libri, attrezzature da pesca, uno

stesso sorriso obliquo e lo stesso sguardo chiaro. Pare si sia

specchio, una bussola...

recato anche a Gerusalemme: si racconta di lui richiamato

Pare lo studio di un alchimista, la cella dell’abate Faria, la

dalla voce vibrante del minareto in una moschea della città

caverna delle meraviglie disegnata da un bambino piccino,

Santa. Lui che si toglie le scarpe logore, entra, si siede su

la Wunderkammer di un principe folle.

quei bei tappeti rosso-blu che fanno l’Oriente misterioso.

Ci si perdeva, letteralmente e metaforicamente. Lo sguardo

Si era portato appresso anche l’album da disegno e aveva

vagava, attirato qua e là da strane forme: un passero

cominciato, mentre il resto della gente s’inchinava al

impagliato a destra sopra una mensola, una zucca dipinta

suo fianco verso La Mecca, a disegnare. Fermo. Uno dei

appesa al soffitto.

responsabili della moschea, allora, gli si avvicina per

Il terzo piano, da ultimo, è un piccolo atelier. Un piano

rimproverarlo e gli dice in inglese: “Scusi signore, in questo

luminoso e arieggiato. Dalle quattro finestrelle messe in

luogo è vietato disegnare, qui si viene solamente a pregare”.

fila verso la laguna ad ovest, si scorge tra i riflessi acquei il

La mano precisa di Giorgio che si ferma, i suoi occhi che

“Mondo della Luna”.

si voltano a guardare quelli più scuri dell’uomo: “Per me

Pochi sono stati in questa casa per raccontarla. Racconti

disegnare è come pregare”.

sempre diversi, sempre nuovi e bizzarri fatti di strettoie

Di questo lungo viaggio rimangono poi solo alcuni

e giravolte, inchini forzati e alte vedute. La tana del bian

frammenti di memoria: l’incontro con una tribù nomade

coniglio non doveva poi essere tanto diversa.

nel deserto, il breve soggiorno presso una Kibbutz locale,

Negli stessi anni comprò una barca, o meglio la barattò

capre, cammelli, un mare salato che fa stare a galla.

con uno dei suoi bei dipinti, e si trovò a dover imparare a

Ai più che lo rimproveravano per il vestiario e la puzza,

nuotare. Alcuni isolani suoi amici, interpellati, decisero

in isola, lui non rispondeva. Pochi sapevano delle sue

di utilizzare quel metodo che in isola, fino a poco tempo

segrete trasformazioni, del suo completo nero. Stirato e

fa, si usava pei bambini: si lega una corda attorno al busto

profumato, stava chiuso in uno dei mille armadi di casa,

dell’aspirante nuotatore così da poterlo sorreggere mentre

e solo in precise occasioni veniva tirato fuori. Quell’uomo

questi cerca in qualche modo di rimanere disperatamente

alto, dinoccolato ma imponente, pareva avere un certo

a galla. Un tantino drastico, ma efficace. La spiaggia

fascino decadente mentre camminava per le calli scure e

non esisteva ancora e le onde s’infrangevano sui massi

strette di Venezia, illuminate appena da qualche vecchio

scoscesi che difendevano la parte orientale dell’isola dal

lampione. Nessuno avrebbe saputo riconoscerlo così

mare. Legano una corda attorno al busto di Giorgio, un

“travestito” da borghese, così spigliato e cortese. Andava

po’ teso coi suoi quarant’anni sulle spalle, gli chiedono se

alla Fenice. Partiva da Pellestrina con il suo battello ancora

vuole buttarsi o essere calato giù pian piano, ma non c’è

vestito di stracci per poi attraccare nel canale della Giudecca

nemmeno il tempo di finire la frase, raccontano: con un

e indossare il suo vestito nero, la sua camicia bianca, il

balzo Giorgio si è già lanciato in mare.

papillon. Una volta se l’era fatto prestare dall’amico Ivo,

Un pescatore lo teneva saldo, al guinzaglio, mentre altri

stupito dell’inaspettata richiesta. Lo immagino seduto su

due lo aiutavano nuotandogli a fianco. Si lamentava molto,

qualche palco secondario del teatro, lo sguardo teso e la

mentre affondava, blaterando che nel Mar Morto non era

barba curata. Qualche commento magari scambiato con le


avvizzite signore veneziane durante la pausa, così per fare.

e Giorgio si mette a disegnare in silenzio. Credo fosse il suo

Poi il ritorno verso la barca a notte fonda, tra la nebbia e il

modo per dire a tutti: “Sono libero, lasciatemi disegnare”.

silenzio. Dicono dormisse lì, in barca, sotto qualche vecchia

Sul ritratto consegnato alla bimba c’è scritto: «La mia

coperta per poi ripartire di prima mattina, di nuovo vestito

apparizione». Lei si chiama Patrizia.

di stracci, di nuovo in incognito, come Harun al-Rashid.

Scrive la “mia” apparizione, si capisce no? Non la

A Pellestrina, in agosto, il sole color pesca sfuma

vostra. Perché se c’è qualcosa che turba quest’uomo

lentamente dietro i colli Euganei. E mentre la laguna

irraggiungibile, se c’è qualcosa che lo disturba durante

sembra un piattissimo lago salato, la luce del tramonto

il suo quarantennale soggiorno a Pellestrina è la fede del

si spande dolce e leggera: da vecchi sposi più che novelli

popolo: le processioni e le messe, le novene e le campane

amanti. La base di solito è color lavanda, sopra l’orizzonte

che sempre accompagnano la vita tranquilla dei suoi ospiti.

pennellate di un arancione Aperol, un ponte d’argento fa

Non condivide, ecco. Eppure, quasi ogni anno a partire dalla

da riflesso al sole. I rondinotti si posano sui cavi d’ormeggio

fine degli anni ‘70, lungo la strada dell’isola, affiggerà un

e a Giorgio piacciono un sacco quelle zampette straniere

grande dipinto ispirato alla Madonna locale. È il suo modo

su canapa e sale. Eppure più dei cirri rosa pettinati in alto,

per dire “grazie”, per dire al paese: “So a cosa tenete, e ve lo

sono i cumulonembi a stupire. Quei temporaloni estivi con

disegno. Non ci credo, ma ve lo disegno”. È una produzione

le loro trombe marine, il loro nero bubbolio che circonda

particolare, “mariana”, del Foresto. Una produzione che

l’isola, la spiaggia grossa e calda: la gente corre alla riva

vede però forse i frutti più felici della sua pittura, le sue

per godersi lo spettacolo, le donne si reggono le gonne e

composizioni più riuscite. Il popolo attendeva con gioia

a qualcuno vola sempre via il cappello. Dal Mondo della

di vedere come avrebbe interpretato la loro fede, e ogni

Luna è tutto un tumulto di acqua e legname: il vento filtra

anno lui godeva nel sorprenderlo. Sono opere maestose,

tra le assi vecchie, rovescia i vasi, sbanda la barca. Ma

davvero, coraggiose, visionarie. Perché come una spina si

Giorgio sa che spesso il tutto si conclude con un nulla di

era fatta strada in lui questa popolare devozione a Maria,

fatto: i lampi si spezzano lontani, i tuoni abbaiano e non

come una scomoda ma intrigante realtà da considerare, da

mordono come cani dietro a un cancello invisibile, il grigio

vagliare. Mai si sbilanciò in frasi compiacenti o religiose,

sfuma, i goccioloni si fanno radi.

sempre manifestò il suo ferreo anticlericalismo, il suo

Nell’agosto del ’75, durante le feste dedicate all’apparizione

caparbio agnosticismo. Eppure non si poteva non scorgere

mariana avvenuta in paese, ritrae molti passanti su di una

attraverso i suoi occhi la “religiosità” vera del primitivo, la

barca issata a riva. Lo fa per pochi spiccioli e il risultato,

gioia profonda per il creato: le sue albe e i suoi tramonti

anche se non strabiliante, è piacevole, composto. La gente

dipinti, i ritratti di vita semplice. Sulla fontana della pizza

comincia ad affollarsi lì attorno, tutti vogliono il loro

aveva scritto col bianchetto “Benedetto sii mi signore”.

ritratto, e Giorgio comincia a stizzirsi: non gli piace la calca,

Lo si vedeva spesso alla fontana, la sera. Mentre i ragazzi

la ressa, quel caos gli ricorda il lavoro, gli anni milanesi. È in

giocavano a palla scaraventando il loro Tango sulla statua

quel momento che il suo sguardo si posa su un volto curioso

in bronzo del povero Don Ferruccio, lui passava con due

tra la folla: un padre osserva, cerca di capire, mentre alla

taniche di plastica da cinque litri. Brontolava perché

sua destra, la figlia distratta, una bimba dai capelli rossi, lo

la fontana non aveva il rubinetto e l’acqua “buona”

tiene per mano e guarda lontano. Giorgio allora ferma tutti,

continuava a sgorgare e bagnare il selciato: sprecata.

si dirige verso la bimba e le chiede di avvicinarsi: lei non

Tra il 1980 e il 1988 circa, Giorgio scompare. Alcuni a

aveva chiesto niente, non voleva nulla, a differenza degli

Pellestrina credono sia morto. Suo figlio ha seguito le sue

altri. Il padre la lascia andare, la guarda sedersi sulla barca

tracce fino alla piccola isola e ora lo cerca, cerca denaro.

21


Beve, urla, spacca il bancone di un bar del paese. Giorgio

mi è balenato in mente, che sta protendendo artigli per

impaurito, come un animale che si sente braccato, fugge.

liberarsi da una rete o sacco nel quale è stato dimenticato

Ancora. Lontano. Se sappiamo qualcosa di questo periodo

prigioniero. Si trova (o si trovava alla nostra partenza) sotto

è grazie ai dipinti. Piccoli puntini sparsi, coordinate di un

una poltrona di ferro, in cucina, vicino al frigo. Starà di

viaggio ancora da scoprire. È a Singapore nell’agosto del

certo già puzzando come la morte! Si mangerà la casa se

1980, ad Hong Kong tra il 1982 e l’83. Ad Ellora, in India,

tu non corri eroicamente a eliminarlo! Ledo, fallo per noi,

nel 1983. Sempre in India nel piccolo villaggio di Pallattan

ti prego! Buttalo via, salvaci da quelle patate!!” La lettera

Kullangara nel 1985. Il resto degli anni quasi certamente

si conclude splendidamente con un piccolo disegnetto

in Nuova Zelanda dall’amico artista Hundertwasser. Pare

raffigurante delle orribili patate-mostro che protendono le

esistano migliaia di disegni relativi a questi viaggi, spediti

loro radici-artiglio verso le diverse parti del foglio.

in grosse buste gialle a Carlo Porciani o qualche altro

A casa mia lo prendevamo in giro spesso a cena per quella

amico-collezionista. Certo è che nel 1988 Giorgio è di nuovo

storia della maglietta attillata. Perché, insomma, una

a Pellestrina: mette la sua firma in una bella “Madonna in

mattina nostra madre aveva dimenticato nel cestino della

jeans” esposta lungo la strada, sulla facciata del ristorante

bicicletta una sua vecchia maglietta. Leopardata, credo.

“da Celeste” durante la festa dell’Apparizione.

Giorgio, passando, doveva averla vista lì abbandonata,

I viaggi, le fughe verso mondi inesplorati e selvaggi, non

l’aveva presa e, l’aveva indossata. Non una volta sola.

si fermeranno mai. Il 21 giugno del 1997, per esempio,

Sfrecciava in sella alla bici con la maglietta di nostra madre

all’età di settant’anni, Giorgio scrive da Picton, Nuova

addosso, e ridevamo, ridevamo. Pareva farlo apposta

Zelanda, all’amico Ledo di Pellestrina, il muratore. Una

perché era bello sentirci ridere.

lettera che vi propongo per intero: è’ l’unica che sia stato

Alla fine degli anni ’90, Leido lo invita alla grande cena

in grado di ritrovare: “Caro Ledo! Da due mesi di autunno

di fine anno a casa sua. Gli invitati arrivano, si siedono,

e un mese d’inverno ti scrivo nella vostra estate inoltrata.

si scambiano quegli splendidi sorrisi di circostanza che

Anche Marlene è qui con me al freddo dopo essersi fatta

si fanno a Capodanno, bevono dai loro calici di cristallo,

un bel po’ di desertami in sud Australia. Siamo in una bella

e sono contenti, dopotutto, che Giorgio e Marlene non ci

casa amica circondati da un giardino dove le rose non ne

siano. Tutti, tranne Leido un po’ rattristato, cominciano

vogliono sapere di arrendersi. Da diversi giorni il tempo è

a fare quei soliti commenti sulla puzza, sull’immondizia,

perfetto. Lavoriamo, studiamo e vediamo gente. Abbiamo

sulla loro casa strana... Proprio nel mentre, tra il riso

prolungato il nostro visto di soggiorno e ci perderemo la

della gente e il sottile diffuso sarcasmo, la figura dei due

vostra spiaggia hawaiana! In compenso abbiamo vissuto

spunta sulla soglia. La visione mozza il fiato: Giorgio

un mese al nord, nella valle selvaggia di Hundertwasser. Lì

lavato, rasato e profumato, veste un completo elegante

ci siamo anche goduti un’acqua alta di una buona trentina

e porta una cravatta rossa. Ha i capelli lunghi, pettinati

di centimetri sotto il letto per una pioggia insistente che ha

e la sua figura si staglia alta e composta mentre quella di

mandato in tilt le acque sorgive, freatiche, e di marea! Per

Marlene splende in abito da sera, al suo fianco. Sembrano

fortuna libri, quadri, documenti e disegni erano fuori tiro

usciti da una cartolina. Da quel che dicono quella fu una

e i danni sono stati insignificanti. Insomma, tutto normale

cena memorabile, perché quella sera il pregiudizio venne

per dei vecchi lagunari come noi, anzi una gradevole

sconfitto e le risa scrosciarono di nuovo, giulive e sincere.

sensazione di essere “a casa”! A proposito di casa, mi è

Giorgio si era messo di nuovo a cantare.

venuto un terrore, proprio ieri, e forse soprattutto per

Perché

questo ti scrivo. Nella nostra casa c’è un mostro orrendo,

canzonette, poesie che poi armonizzava. Cose più o

2004, 40 × 30 cm acrilico su tela

Giorgio

cantava,

certo.

Scriveva

canzoni,

23


24

meno lunghe ma sempre squisitamente argute, ironiche,

Si vedevano mostri a destra, donne che facevano la spesa

intelligenti. Dopotutto era uno studioso, un erudito: la

a sinistra, decine di figure in una scena corale da mozzare

maggior parte del tempo la passava nelle biblioteche,

il fiato. La Vergine Maria in persona scendeva dal cielo per

nei musei e nelle calli di Venezia che ormai conosceva a

comperare la frutta dal suo amico Nazareno. “Ogni giorno

memoria. L’aveva mappata, a modo suo, ne conosceva gli

lo guardo” continua a dire il fruttivendolo “e ci scopro

anfratti, gli odori. Si orientava in base ai bassorilievi dei

qualcosa di nuovo”.

palazzi, alle fontane in cui riempire la borraccia, ai bacari

Un giorno il Foresto decise che avrebbe finalmente

e alle osterie che gli offrivano più o meno ospitalità. Se

compiuto l’impresa: essere il primo a comperare la

Pellestrina era il suo rifugio, Venezia era la sua avventura:

frutta dall’amico fruttivendolo Nazareno. Bisognava

si perdeva nei libri, si perdeva tra i palazzi. E a volte

essere scaltri, escogitare un piano infallibile, progettare

commentava a modo suo le visite e le passeggiate. Nel

accuratamente ogni singolo dettaglio per fare in modo di

luglio del 1992 dopo una visita alla mostra “I dinosauri

precedere tutta quell’armata di vecchie signore che ogni

del deserto del Gobi” a Venezia, scriveva: “Là nella

mattina si preparava ad affrontare la dura battaglia per

nera laguna/ è un drago enorme/ il Canale che dorme./

l’insalata (che finiva solitamente sempre subito dopo la

E sulla lucente/ sua spira riflette/ guglie ogive e lunette./

numero quattro). L’ostacolo più grande, naturalmente,

Mobili creste/ borchie leviatanesche/ sciolte in scaglie

era rappresentato dalla signora Ise. Si alzava qualche ora

turchesche./ È la facciata/ con sega sommitale/ del Museo

prima dell’apertura, verso le ore 06:00 del mattino, di

Naturale./ Nel buio interno/ c’è un salone silente/ e non si

solito, per depositare in sua vece, di fronte al camioncino

vede niente./ Ma poi un gran quadro/ di Bacon vivo appare/

del fruttivendolo, una vecchia sedia di legno. Era una

nel lucore lunare./ Dentro un parallelepipedo spettrale/

sorta di rito, ormai profondamente acquisito, e nessuno

c’è un king kong primordiale./ Eterogeneo agglomerato di

ebbe mai modo di contestare la sacrale imponenza di quel

ossami/ par quasi che ci chiami./ Riasséstati scricchiolando/

solitario monumento casalingo. La signora Ise arrivava poi

o fanta-mostro/ dal mal dentato rostro./ Gigante retto/ da

solo verso le 08:00, quando il fruttivendolo stava per aprire

mini-tubi innocenti/ scuoti i bullonamenti./ Barcolli cauto/

e già una lunga fila si era formata dietro il suo particolare

e attorno al tuo piedistallo/ va in frantumi il cristallo./

segnaposto. Il piano organizzato da Giorgio a tal proposito

Risuona il tuo passo/ di spauracchio alticcio/ sul tappeto

era tanto semplice quanto geniale. Suddiviso in tre mosse

umidiccio./ E arrancherai/ fino alla bifora a fiori/ per

prevedeva, primo, recuperare il sacco a pelo disperso in

sbirciare di fuori./ Ti basterà un’occhiata/ per capire/ che

qualche armadio di casa; secondo, appostarsi presso il

non potrai uscire./ Se non risvertebrando/ il raggranellato/

Campo Tre Rose (dove sostava il camion della frutta) e

tuo liscone caudato./ Così crollerai poco a poco/ in Canale/

dormire in un luogo più o meno accogliente; terzo, puntare

preda dell’acqua e del sale.”

la sveglia, precedentemente acquistata, alle ore 05:00 in

“Tre anni di banane?” il fruttivendolo continuava a non

modo da anticipare la venuta della signora Ise.

capire la richiesta. “Si, banane, una fornitura quotidiana,

Tutto andò per il meglio, dicono, nonostante la fresca

per tre anni” continuava Giorgio. Era la sua proposta

nottata. Verso le 05:00 della mattina una sveglia risuonò

all’amico Nazareno che gestiva un camioncino per la

dal folto di un grosso cespuglio di evonimo nel quale poco

vendita di frutta e verdura. Tre anni di banane in cambio

dopo si vide smuoversi e spuntare un’alta figura arruffata

di un dipinto. Bello grande, s’intende. Non so bene come

e sonnolenta. Un poco malconcio, certo, ma desto e

sia finita quella trattativa, ma sta di fatto che dopo tre anni

prestante, pronto a godere della sua prima insalata, Giorgio

il dipinto arrivò: sul retro dell’anta di un vecchio armadio.

si preparava a dar battaglia. Una rapida occhiata al campo


confermò l’assenza della temutissima signora Ise: tutto era

Quelle presentate in questo volume sono solo alcune delle

deserto, il sole dormiva ancora dietro la bianca cortina in

centinaia, forse migliaia, di opere presenti a Pellestrina e

pietra d’istria dei Murazzi. Giorgio si posizionò proprio

nel mondo.

dove solitamente si trovava la sedia, col suo sacco a pelo sottobraccio: non poteva crederci, era davvero il primo! Pare che la signora Ise da quel giorno abbia anticipato di qualche ora la sua già mattutina sveglia. Non erano in molti alla fine, a sapere che il pittore se ne stava andando: ospite indesiderato all’ospedale di Venezia, immerso in quel silenzio che da sempre aveva caratterizzato la sua schiva figura d’uomo. Ivo, però, il “barbiere filosofo” che aveva condiviso con lui gli ultimi quarant’anni di chiacchierate sul tutto e sul niente, informato da qualche voce di passaggio nella sua bottega, era andato a fargli visita. Lo trovò sdraiato e pallido nel letto bianco, gli occhi socchiusi: il volto stanco di chi sa di doversene andare, il volto di un vecchio ormai lontano da quello dell’artista baldanzoso che andava la mattina presto a dipingere l’alba. “Giorgio, Giorgio…” chiamava Ivo, ma pareva quasi che il malato non volesse sentirlo. “Giorgio, Giorgio…” insisteva, e solo quando infine gli stringeva la mano, come destato da uno strano sogno, l’artista si svegliava, lo guardava per pochi istanti e richiudeva gli occhi. “Giorgio, sono venuto a trovarti!”. Poi in un sussurro la voce affaticata del Nostro: “Sei proprio uno stronzo!”. Un sorriso gli riga il volto stanco, un sorriso di strana allegria. Quel vecchio barbiere era riuscito dopotutto a penetrare la sua dura corazza, era riuscito a diventargli amico, e quell’affetto che ora sentiva nascergli dentro era una sensazione che aveva un tempo deciso di fuggire, e che ora si riapriva come una dolce ferita. Una fiducia, una gioia inaspettata spalancava quella porta chiusa, quel cuore inespugnabile. Poi una lacrima, lenta, rigava il volto di entrambi come l’ultima pennellata di un dipinto: l’estremo saluto di due amici. Si spense pochi giorni dopo: il 16 ottobre 2012. Aveva 85 anni. Le sue ceneri, gettate in laguna, fanno da letto a qualche buon pesce mentre il suo spirito aleggia ancora, nell’aria, finalmente libero.

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«E poi c’è quello che tutti guardano con una somma di invidia terribile: Giorgio De Gaspari».

Sergio Toppi Una mattina del 1970 il più importante illustratore italiano, Giorgio De Gaspari, sparisce da Milano senza lasciare traccia. Qualche mese dopo in una sperduta isoletta della laguna veneta un barbone chiede di poter dormire nella barca di un pescatore: si fa chiamare “Giorgio Foresto”. Cominciano così le avventure strampalate di una delle figure artistiche più sfuggenti del ventesimo secolo. Una vita custodita da un mistero non ancora del tutto svelato.

isbn: 978-88-36271-18-4

edizioninpe.it Edizioni NPE

euro 19,90


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Giorgio Foresto – Avventure a colori di un pittore fuggiasco by Edizioni NPE - Issuu