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El Dorado

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ElDorado,IldeliriodiLopedeAguirre di Carlos Albiac e Alberto Breccia © 1992 Carlos Albiac, per i testi © 1992 Alberto Breccia, per i disegni

Edizione realizzata in collaborazione con Am-Book Inc. (www.am-book.com) Tutti i diritti riservati

© 2026, Solone srl per questa edizione Tutti i diritti riservati.

Collana Alberto Breccia, 1

Direttore editoriale: Nicola Pesce

Caporedattore: Stefano Romanini

Ufcio stampa: Gloria Grieco

Colorazione tavole: Alberto Breccia

Correzione bozze: a cura della redazione

Traduzione: Alice Piccone

Service editoriale e Cover design: Sebastiano Barcaroli

Illustrazione di copertina: Alberto Breccia

Stampato in Cina – giugno 2026

Edizioni NPE

è un marchio in esclusiva di Solone srl Via Aversana, 8 – 84025 Eboli (SA)

edizioninpe.it @edizioninpe @edizioninpe_

El Dorado

Il delirio di Lope de Aguirre

Carlos Albiac

Alberto Breccia

Prefazione di Luca Rafaelli

Benvenuti a un libro che è un capolavoro. Dalle mille sfaccettature. Di solito per capire quanto sia grande un fumetto bisogna entrare nelle vignette, viverle partecipando a fondo. Qui basta sfogliare le pagine per rimanere impressionati dalla bellezza straordinaria dei disegni di Alberto Breccia, dalla luminosa forza dei colori, dall’energia della costruzione delle pagine, e ancora dai corpi, dai volti, dalle forme della natura che insieme creano un’armonia prodigiosa. Anche senza la narrazione. Che poi, alla lettura, vien fuori che tutta questa meraviglia è un grido benedetto contro le ingiustizie causate dall’arroganza dell’uomo.

Per cominciare: questo libro è stato commissionato a Breccia e Albiac, insieme ad altri 24 (assegnati ad altri grandi artisti del fumetto), per celebrare i 500 anni della scoperta dell’America. Certo, queste pagine appaiono più come un avvertimento all’umanità incapace di scoprire senza conquistare e sterminare, che una celebrazione.

Carlos Albiac, che ha scritto la sceneggiatura, è stato un grande scrittore che in Argentina ha avuto successo in diversi campi, anche quello televisivo. In Italia lo abbiamo conosciuto soprattutto come sceneggiatore di Wakantanka, serie western creata dall’immenso Héctor German Oesterheld insieme al grande disegnatore Juan Zanotto. Per dare un senso a queste righe forse va bene partire dalla Concattedrale di San Michele e Santa Gudula. Si tratta di una magnifca chiesa gotica del 1200 che si trova a Bruxelles a due passi dal Museo de la bd, quello celebre di Rue de Sable. L’ho conosciuta per caso questa Concattedrale, proprio andando verso il Museo del fumetto.

E mi ha lasciato a bocca aperta. La prima volta ho visto le vetrate solo da lontano. Ovviamente avevo già ammirato delle vetrate policrome in tante altre chiese. Ma quelle della Concattedrale mi hanno davvero stupito. Sono varie e diverse. C’è quella rinascimentale che narra il Giudizio Universale. Ci sono quelle ottocentesche di Jean-Baptiste Capronnier sulla Leggenda del miracolo eucaristico di Bruxelles. Che meraviglia.

Magari sono stato infuenzato dalla vicinanza con il Musée de la bd: però mi è sembrato di vedere delle vignette. Che, intendiamoci, non ci sono. Ogni vetrata è divisa in quadri perché deve avere una grandezza limitata. E dunque ha bisogno di telai che creano riquadri tali e quali a quelli delle vignette. I tasselli di vetro, poi, sono uniti da prof lati di piombo che sembrano i contorni dei disegni. Se voi ammirate queste vetrate vi accorgete che il quadro è unico, ma la presenza dei telai dettano una sorta di tempo di narrazione. C’è qualcosa di fumettistico in tutta questa meraviglia. Anche se non accade in queste pagine, ci sono vari artisti del fumetto che hanno posto dei riquadri (e dunque diviso in vignette) una scena che poteva essere un’unica grande vignetta. E questo per dettare un passaggio del tempo.

Davvero: c’è qualcosa delle vetrate policrone in queste pagine, tra le ultime realizzate dal grande maestro Alberto Breccia quando aveva meno di 73 anni. Sarebbe morto a 74 anni nel novembre del 1993 a Buenos Aires, città dove ha trascorso gran parte della sua vita. Non era certo la prima volta che Breccia usava gli acrilici per un efetto simile. Ma qui forse ancora più che in altri lavori, sembra davvero che attraverso le pagine a fumetti passi la luce. E non solo. Il segno forte e spesso dei contorni

intorno alle fgure assomiglia proprio alle legature dei prof lati di piombo. I bordi neri sono pennellate che a Breccia piace rendere di dimensioni diverse. Come i contorni dei balloon che diventano elementi grafci importanti all’interno di ogni vignetta.

Secondo argomento: Aguirre, furore di Dio, f lm di Werner Herzog con Klaus Kinski nel ruolo di assoluto protagonista, realizzato vent’anni prima del fumetto che avete tra le mani. Un f lm sulla follia del potere, che spesso rende disumani nei confronti degli umani (e della natura, degli animali). Una follia che fa sentire dio un uomo. Non il dio che comprende, che assiste, che perdona: un dio cattivo, quel dio che comunica attraverso il furore. Forse anche perché ha intorno a sé, come forza oppositrice, la foresta amazzonica (la natura stessa, gli indios). Una foresta che ha una forza terribile. Infnita. Eterna. La spedizione avanza cercando di salvare la pelle in preda a un’ansia crescente e accecante.

La realizzazione del f lm è stata una grande avventura. Ancora più grande è stata quella di Fitzcarraldo, f lm di dieci anni dopo, su cui è stato realizzato un documentario pieno di emozioni. Comunque anche Aguirre, dicevo, è stato il risultato di un’impresa vissuta in Perù cinque settimane tra le foreste amazzoniche, la Fortezza inca del Machu Picchu e il Rio delle Amazzoni. Tra l’altro Klaus Kinski litigava continuamente con il regista (Herzog ha scritto un libro sulla loro turbolenta amicizia: Kinski, il mio nemico più caro) pretendendo privilegi da divo, per esempio quello di dormire in hotel mentre il resto della troupe era accampata nei dintorni del vasto set

naturale. E certo, se ogni f lm è un viaggio da compiere, questo è stato un viaggio doppio. Nel girarlo non si realizzavano solo le scene previste nella sceneggiatura, ma nel farlo si scoprivano, si vivevano i luoghi naturali in cui quelle scene erano ambientate, e che forse, anzi certamente, avevano accelerato la follia egocentrica e narcisista di Aguirre, quella di un potere autoriferito, che perde contatto con la realtà. E che porta il suo mondo alla distruzione. Klaus Kinski è perfetto per il ruolo, perché ha un carisma intriso di follia e una presenza scenica tale da riempire lo schermo con il suo solo primo piano, con la postura del corpo, con la sua energia attoriale

disumana. Nel senso che va oltre l’umano, e anche oltre l’etico. Il suo sguardo ricorda talvolta quello di Gloria Swanson in Viale del tramonto di Billy Wilder, nelle vesti di un’attrice che ha perduto il contatto con la realtà.

Possiamo immaginare come Herzog avesse bisogno di un attore che “sentisse” la follia di Aguirre ma capace anche di comprendere le difcoltà concrete di una troupe che gira un f lm. Difcile far convivere i due aspetti in uno stesso divo. E comunque, alla fne è stato meglio af rontare le difcoltà organizzative che rinunciare alla gigantesca performance di Kinski.

Realizzare un fumetto è tutta un’altra cosa rispetto a un f lm. Per certi aspetti il suo contrario. Ma può essere, come quello di Herzog, un viaggio. Un viaggio pieno di avventura. Solitario. Meraviglioso. Verso mete ignote. Soprattutto se il fumetto è quell’arte meravigliosa che intendeva Alberto Breccia. Una missione. Una missione artistica. Che prevedeva una ricerca continua. Che fosse in bianco e nero o a colori. Ci sono artisti (di ogni disciplina) che cercano soluzioni comode, che vanno in cerca dello stile che funziona e che permette loro di creare un equilibrio perfetto tra impegno e vita (anche economica). Alberto Breccia no. Era uno di quei fumettisti dannati che devono cercare sempre. Anche a costo di porre dei paletti alla loro vita sociale, personale, familiare.

Viveva il fumetto come un’esplorazione. Chissà dove sarebbe andato, ogni giorno, partendo dal tavolo di lavoro. Chissà ogni pagina dove lo avrebbe portato. In quale zona remota della sua anima creatrice. Da tempo ormai io so che certi fumettisti allenano sé stessi a perdersi davanti al foglio che sarebbe stato riempito del proprio mondo. Perdersi: non so se è davvero questo il verbo giusto. Perché quel fusso mentale in cui riescono a immergersi è pieno. Pieno di intensità, di gioia, di energia.

Quell’intensità, quella gioia e quella energia che riempiono queste pagine. In cui l’uomo che perde sé stesso perché si vende al diavolo (il potere e il proprio ego, che vanno a braccetto, che ballano insieme una danza mortale) si ritrova grazie alla forza dell’arte. In queste pagine sembra esserci il Sole che illumina i colori e per fno il nero prodigioso non solo nei contorni ma anche nelle campiture. È il Sole di Breccia che attraversa le pagine. Ma può essere anche il Sole della Natura che dà forza a sé stessa ma anche alle imprese (oltraggiose) dell’uomo. Perché la Natura non è etica, la Natura difende e sostiene sé stessa. E in queste pagine, in cui Breccia è creatore assoluto, la Natura appare anche in forma del tutto innaturali, perché i colori devo essere quelli adatti all’armonia, alla forza, alla bellezza della pagina, non alla verità storica, non alla fedeltà documentaristica.

Dunque, il cielo può apparire rosso e poi giallo, come a pagina 20, perché così (nella prima striscia) si sottolineano le emozioni e (nella seconda) si dà forza al terrore di chi ha osato essere gentile con Elvira, fglia di Aguirre. Il cielo può davvero

tingersi di qualsiasi colore. Per esempio, a pagina 28 dove anche il colore dell’acqua può cambiare. L’arte e la Natura in queste pagine sembrano allearsi per irridere la stupidità dell’uomo ed esaltare la propria superiorità. Che bella pagina 29 con quella prima vignetta che vede i conquistadores incorniciati, avvolti dalla foresta. E poi davvero ridicolizzati in quelle tre magnifche vignette orizzontali che mostrano prima un serpente e poi un fore che intrappola un insetto. Intanto gli uomini appaiono piccoli, lontani. Solo il menestrello si accorge della meraviglia di cui è stato appena spettatore (durante la quale il cielo ha ancora cambiato colore). Ci risveglia dall’incanto Aguirre, in un’ultima vignetta dura e tetra.

A pagina 48 il cielo è di tutti i colori in cinque vignette orizzontali. Ma tutto qui può cambiare colore, perché è Breccia il furore creativo di Dio. A pagina 52 gli interni della fortezza cambiano forma e tinta mentre Elvira corre disperata. Quel che avviene dopo (che non possiamo narrare) ha forme (di vignetta) e colori che raccontano ancora più dei gesti. Non ci sono parole, davvero.

Il fnale è laconico. I colori cambiano, virano verso la speranza, ma sono come freddi, insinceri, ironici. Tutta la storia è stata vissuta da Breccia pensando a sé, alla sua arte, alla crudeltà dell’uomo. Di solito un disegnatore, attraverso il realismo dei suoi disegni, cerca di agganciare il lettore, di renderlo empatico e partecipe. A Breccia questo non interessa. In molti suoi fumetti chiede al lettore di essere consapevole. Di partecipare all’arte di queste pagine e di osservare con distanza quello che accade. La nostra passione deve essere estetica, non narrativa. Anche perché in questa storia non ci sono buoni di cui seguire l’esempio. Neppure personaggi disillusi, magari anziani disillusi, come Mort Cinder. Qui il disilluso sembra l’autore che, alla fne della propria vita, ormai infnitamente stanco ed esausto dopo tanto creare, lascia un grande spazio fnale alla sua frma meravigliosa. Con la speranza, assai labile, che l’umanità segua la sua arte e la sua saggezza e metta da parte la distruttiva e sciocca sete di potere e di conquista.

SENTI? È AGUIRRE LO ZOPPO CHE CAMMINA SOPRA COPERTA.

QUELLO NON DORME MAI…

(DOMANI…)
NON TEMERE, INÉS, LUCE DELLE MIE NOTTI INSONNI.

È SOLO UN PICCOLO VAMPIRO…

…SAZIO DEL SANGUE DEI MIEI SOLDATI SVENTURATI.

VAI A DORMIRE, INÉS. È TARDI.

(GODETEVELA FINCHÉ POTETE. È PIÙ TARDI DI QUANTO CREDIATE, SIGNOR GOVERNATORE DON PEDRO DE URSÚA.)

VIENI… BACIAMI, MIO SIGNORE…

VOGLIO L’ORO E L’ARGENTO DI EL DORADO!

ANCH’IO, MA COME FARE?

IN FEDE MIA, SIGNORI, SOTTO LA CONDOTTA DI URSÚA NON GIUNGEREMO MAI A EL DORADO IL NOSTRO GOVERNATORE NON FA ALTRO CHE AMOREGGIARE CON QUELLA SGUALDRINA.

PER DIO! NON SONO VENUTO IN QUESTO MALEDETTO CULO VERDE DEL MONDO PER NULLA!

DOBBIAMO UCCIDERE URSÚA, SIGNORI.

TACETE?

FORZA! È L’ORA DELLA VERITÀ, COMPAGNI! CARTE IN TAVOLA! IO DICO… MORTE A CHI CI TARPA LE ALI!

SONO CON VOI, AGUIRRE… ANCH’IO!

VOI. DON FERNANDO DE GUZMÁN, CHE TRA TUTTI NOI AVETE IL SANGUE PIÙ NOBILE, SARETE IL NOSTRO GENERALE E IL NOSTRO CAPO.

(GENERALE…)

QUANDO SFERRIAMO IL COLPO? DOMANI.
INDIOS!

GLI INDIOS SONO PACIFICI, GOVERNATORE

URSÚA. COSA ORDINATE?

SBARCO. CI FERMEREMO QUALCHE GIORNO NEL VILLAGGIO PER RIPARARE LA NAVE.

LO

Volumi di prossima pubblicazione in questa collana:

Un tal Daneri

C’era una volta

Edgar Allan Poe Incubi

La casa editrice del fumetto d’autore

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