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Rücken e ritorno (anteprima)

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i gusci

libri che raccontano musica

Rucken e ritorno

illustrazioni Sara Zollo

collana i gusci

a cura di Paola Pacetti

I gusci sono la cassa di risonanza di alcuni strumenti musicali. In questa collana contengono storie che parlano di musica in maniera inusuale e coinvolgente. Sono racconti rivolti ai bambini delle scuole primarie e secondarie di primo grado

progetto grafico Silvana Amato

redazione Paola Pacetti impaginazione Elisa Puglielli

Proprietà per tutti i Paesi:

Accademia Nazionale di Santa Cecilia - Fondazione Via Vittoria, 6 - 00185 Roma

Edizioni Curci S.r.l. Galleria del Corso, 4 - 20122 Milano © 2026 by Accademia Nazionale di Santa Cecilia - Fondazione / Edizioni Curci S.r.l. Tutti i diritti sono riservati

Accademia Nazionale di Santa Cecilia - Fondazione

ISBN 978-88-32079-27-2 santacecilia.it

Edizioni Curci S.r.l.

ISBN 9788863955118 EC12536 edizionicurci.it

Questo volume è stato pubblicato grazie al contributo concesso dalla Direzione Generale Biblioteche e Istituti Culturali del Ministero della Cultura.

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capitolo 01 Wien, '62

capitolo 02 Waris, '63-'64

capitolo 03 Wondon, '64-'65

capitolo 04 W’Aja, '65-'66

capitolo 05 Wölmutz, '67

appendice i Una storia (quasi) sempre vera

appendice ii Il clavicembalo e il fortepiano

pag. 11 pag. 19 pag. 33 pag. 41 pag. 47 pag. 60 pag. 65

2026 by Accademia Nazionale di Santa Cecilia – Fondazione / Edizioni Curci S.r.l. – Tutti i diritti sono riservati

«… Egli è un principe»

«Di più: egli è un uomo»

Emanuel Schikaneder, Il flauto magico

Per te che leggi.

Per la bambina di tanti anni fa che oggi scrive.

A W., con il quale sarò sempre in debito.

© 2026 by Accademia Nazionale di Santa Cecilia – Fondazione / Edizioni Curci S.r.l. – Tutti i diritti sono riservati

C’era una volta un bambino come tanti altri.

Aveva una bella famiglia: un padre e una madre che si volevano bene, una sorella che voleva bene soprattutto a lui.

Aveva gli occhi azzurri e i capelli biondo scuro – un po’ come quello delle spighe di grano molto maturo (hai mai girato per i campi di grano affondando le dita tra le spighe? No? Dovresti!). La sua pelle era molto pallida: chi lo incontrava pensava che fosse un po’ deboluccio, o che fosse stato ammalato da poco. Però le sue guance e le sue mani erano ancora lisce e belle. Ancora. Ma ci arriveremo. Per il momento, da passato il tempo diventa presente. E in questo presente il nostro nuovo amico è felice e sano. Fra non molto, potrà suonare il clavicembalo davanti a una coppia imperiale, nientemeno. Passato o presente che sia, è un tempo strano, il suo. La gente dà del voi ai genitori e ha iniziato da poco a credere in cose che per noi sono assolutamente normali. Ad esempio, che gli esseri umani potrebbero (potrebbero!) essere tutti uguali. Che ci si dovrebbe amare per stare insieme e sposarsi. Che magari le figlie e i figli non sono solo eredi di grandi fortune o pesi da sfamare, ma persone di cui prendersi cura e a cui si può voler bene. Pensa, c’è perfino chi afferma che le donne devono avere gli stessi diritti degli uomini. O che la felicità stessa sia un diritto! Tutto questo sembra rivoluzionario, in quel tempo. Per noi è roba da tutti i giorni. O almeno, dovrebbe esserlo. No? Il nostro amico si muove in un mondo così, pieno di nuove idee e sentimenti che sanno di brezza primaverile. La sua mente è come una spugna: assorbe tutto. Suo padre la strizza spesso, quella spugna: sa che

restituirà tutto ciò che ha assorbito e lo farà migliore, più bello. Lo farà con la musica.

Ha già iniziato a portarlo in viaggio e non solo per fargli esplorare il mondo. Lo accompagna a suonare. Da quando aveva quattro anni, il suo bambino riesce a far trillare qualsiasi cosa sia dotata di tasti. Se non ha tasti, lui ci tamburella sopra con le dita finché non li immagina… e a ogni picchiettio delle dita corrisponde un suono dentro la sua testa.

È così il nostro nuovo amico: si fa prendere dalla passione per ciò che ama. Quando si è innamorato della matematica ha preso un gessetto e ha coperto di numeri tutti i mobili della casa! E ora... è la volta delle note. Solo che, al contrario della matematica, la musica resterà la passione della sua vita: questo è bene che tu lo sappia subito.

E dunque, eccola la nostra bella famigliola in viaggio. Il bambino sta con il naso appoggiato al finestrino della carrozza. Fuori fa tanto freddo che sul vetro si è formata una nuvoletta di vapore, proprio sotto il suo naso. La nuvoletta va e viene al ritmo dei suoi respiri, ma lui non ci fa caso. Guarda fuori con gli occhioni azzurri sgranati.

«Oh, guardate, guardate, papà!», grida rivolto all’uomo seduto di fronte a lui. I suoi occhi sono molto, molto severi. Solo una piccola punta di luce li addolcisce un po’ mentre guarda il figlio. Il padre si sporge lento in direzione del piccolo dito puntato.

«È solo un mulinello di foglie portate in giro dal vento»

«Ma è bellissimo!»

Seduta al suo fianco, c’è una donna allegra e corpulenta. È abbastanza facile capire da chi il bambino abbia ereditato il naso.

«Mamma, avete visto?»

«Sì, è molto bello davvero»

«Ci stiamo andando contro!»

«Vedrai che le foglie non si faranno male», lo rassicura la madre abbracciandolo.

Nonostante il pallore, il bimbo si fa un po’ più scuro.

«Io non ho paura per le foglie», dice incrociando le braccia sul petto.

«È solo un mulinello», ripete il padre spazientito.

La moglie lo guarda male. La ragazzina accanto a lui si gira a spiarlo. Ha gli stessi occhi enormi e azzurri del fratello.

«Quella è una porta», dichiara il bimbo. «E questo è un altro regno»

La madre non vede l’ora di dargli ragione.

«È proprio così, non siamo più nel nostro paese»

«Questo regno però sarà mio!»

«E come si chiama?», chiede la ragazzina con gli occhi che le brillano. Il padre si rassegna a fare un mezzo sorriso. Il bambino apre la bocca e la richiude, come un pesce che cerca l’ossigeno. Le foglie volano intorno a loro. La carrozza ci sta proprio passando in mezzo.

«Rücken!», sputa fuori il bambino.

«Perché?», chiede la sorella.

«Così»

«Sarà molto grande?»

«Tantissimo», risponde il bambino. E inizia a fischiettare e poi cantare un motivetto (1) . 2 Stavolta il padre è molto più veloce a sporgersi verso di lui.

«Continua, stavi cantando»

«Non è vero»

«E invece sì», si fa avanti la ragazzina.

«Quindi non te la ricordi?», lo incalza il padre.

Il bambino si stringe nelle spalle e sembra rimpicciolire fino a diventare una formica. Suo padre si riappoggia allo schienale, con le labbra piegate in giù.

«Che peccato», commenta.

Il bambino cerca di restare più piccolo possibile. Sa di aver detto una bugia. Anzi, ha solo tenuto un minuscolo segreto per sé.

«Dov’è finita la musica? Ce l’avevo proprio qui... e non me la ricordo più!», pensa e ripensa. È la prima volta che la sua prodigiosa memoria

1 Sonata per pianoforte in La maggiore n.11, K 331 “Alla turca”: III. Rondò alla turca

non gli è d’aiuto. Le prime volte gli fanno paura.

La voce di suo padre è uno squillo di tromba.

«Siamo arrivati. Sai come devi comportarti»

Il bambino solleva il mento e si liscia la giacca. È proprio un piccolo signore vestito di tutto punto.

In un batter d’occhio, eccoli davanti alla famiglia imperiale. Oro, cristalli, seta. Intorno a loro, tutto fa riflesso. Gli occhi del bambino quasi non riescono a stare aperti con quel luccichio.

E mentre cerca di tenere sollevate le palpebre e si inchina, si convince: «Sì, sarà tutto mio!»

Rialza gli occhi e vede l’Imperatrice sorridergli. Sembra un grande fiore con la corolla rovesciata, seduta lì nel suo abito regale. Una grande e buona fata.

In quanto futuro re, lui si sente suo pari e suo ammiratore allo stesso tempo. Come può dimostrarglielo?

Non fa in tempo a farsi venire in mente qualcosa che corre verso di lei, le salta sulle ginocchia e le mette le braccia al collo. Lei lo accoglie con le sue belle braccia bianche e si fa riempire le guance di baci. Poi lo mette giù con l’attenzione di chi sa cosa vuol dire essere madre (e parecchie volte, anche).

Lui si volta verso la sua famiglia: madre e sorella ridono sotto i baffi, il padre sorride controvoglia. Ma sorride.

«Che suoni il cembalo con un solo dito»

È la voce dell’Imperatore a rimbombare nel grande salone. Il bambino che gli sta di fronte ha solo sei anni: come potrebbe essere il miracolo che suo padre va raccontando in giro? Eppure, ecco il nostro nuovo amico far scorrere l’indice sulla tastiera come acqua sulle pietre.

L’Imperatore alza un sopracciglio.

«Che suoni con la tastiera coperta»

Due servitori escono veloci dalla porta e altrettanto veloci rientrano in sala. Uno di loro ha con sé un panno. L’altro lo prende e lo stende sopra la tastiera. Non esistono più bianco e nero: solo un prato verde.

Il nostro nuovo amico sorride. Pensano davvero di imbrogliarlo così facilmente? Non ha la minima esitazione. Suona e suona e suona ancora, improvvisando con una facilità tale che stavolta l’Imperatore si volta verso l'Imperatrice.

«È un piccolo stregone», le bisbiglia. Forse pensa che bisbigliando il bambino non lo senta. Ma i bambini sentono e ricordano sempre tutto. «Togliete il panno. Lasciamolo suonare come desidera», dice a voce più alta.

Per fortuna, sedersi al cembalo è una gioia che fa dimenticare anche le sgarberie adulte. Le mani sembrano andare da sole! Il bambino però sa che non è così. Ci sono ore e ore di lavoro dietro a quelle piccole dita-libellule che volano sui tasti. La sua mente è sempre con loro. E nel pieno del lavoro, in realtà si riposa.

«Dov’è il cembalo?», chiede sempre non appena si fermano da qualche parte. I genitori devono per forza trovargliene uno. Altrimenti, chi lo sente poi?! È proprio in quei momenti che comincia a tamburellare con le dita su tutto quello che trova, finché non gli si sono calmati i nervi. In questo momento però non gli serve. È bello suonare davanti alle loro

Maestà… ma soprattutto davanti a lei: quel capolavoro di bambina racchiusa in uno scrigno di seta azzurra. Gli sorride! Forse sa che un giorno sarà re? Forse... è la sua promessa sposa?

Ma certo! Come ha fatto a non pensarci prima? Ecco perché sono lì! Tutte quelle prove da superare e poi lei… sono lì perché venga dichiarato sovrano e gli sia promessa una moglie!

È con tutto il sussiego di un erede al trono che allora si volta verso le loro Maestà imperiali alla fine del concerto... e precipita dallo sgabello con la faccia in avanti. Proprio lì, davanti alla sua futura regina!

Con le guance rosse rosse e il naso dolorante, si sente a un passo dal pianto. Ma ecco che proprio lei, il tesoro azzurro, si alza dalla sedia. Si china su di lui e lo prende per le spalle: che bello sentire quelle manine sollevarlo dal pavimento! Hanno quasi la stessa età e quasi la stessa altezza. Forse sono tutte queste coincidenze (non tante, in verità) a

spingere il bambino a stamparle un bacio sulla guancia e a proclamare a voce alta: «Un giorno io vi sposerò!» Silenzio.

Ancora silenzio.

Poi la risata grassa dell’Imperatrice riempie l’intera sala. Per fortuna, il bambino non ha colto le saette provenienti dagli occhi paterni. Chissà cosa sta pensando! A un certo punto, ridono tutti, perfino il padre... ma non lui. E neanche l’arciduchessina, che è diventata rossa pure lei. Gli sorride senza dire niente e gli porge una mano. Lui la tiene per un po’ tra le sue. Sente proprio come se si stessero promettendo qualcosa... che cosa? Nella sua testa parte un nuovo motivetto. Lo sente volteggiargli tra le pareti della mente, danzare da un orecchio all’altro... e poi svanire. Mentre il suo dialogo silenzioso con l’arciduchessina prosegue, il bambino si chiede: Dov’è andata la musica? Il padre si profonde in inchini, risate imbarazzate e giustificazioni. Le loro maestà gli danno cordialmente corda. «Non vi posso sposare», sussurra la voce più dolce che il bambino abbia mai udita. «Però grazie»

Il sorriso di lei gli fa dimenticare che è stato steso a faccia in giù solo pochi momenti prima e che ha appena subito il suo primo rifiuto. Si stringono un’ultima volta le piccole mani. Poi lui le fa il suo più studiato inchino. Lei gliene dedica uno delizioso, subito prima di correre fra le braccia della madre. L’Imperatrice la accoglie con una carezza. E così... nessuna regina è in serbo per lui. Almeno non quel giorno.

E se fosse un cavallo? si chiede il re di Rücken mentre la carrozza li sta portando al loro alloggio. Sta fissando una nuvola. Pensa ai cavalli che davvero tirano avanti la carrozza. E se loro fossero delle nuvole? Avrebbe senso, visto che sono nel suo regno! Lo vorrebbe proprio così: cuccioli di nuvole, fiumi d’argento filato, prati di smeraldo… «Lupetto, a cosa pensi? Stai bene?»

«Sì»

«Ti è piaciuta l’Imperatrice?»

«Mi è piaciuto baciarla!»

I due genitori ridono. La sorella si abbassa fino al suo orecchio con fare da complice.

«Non hai preferito baciare l’arciduchessina?»

Il bambino arrossisce. Decide che non è il giorno in cui darsi per vinto, non davanti alla sua famiglia.

«Lei sarà mia moglie e la regina di Rücken!»

Tutti ridono di cuore. Lui li guarda come se non sapessero di essere vivi e sani di mente. Gliela farà vedere lui! Un giorno, incoronato di tutto punto, tornerà a prendere Maria Antonia e le mostrerà tutti i suoi possedimenti. Cavalli di nuvole compresi. È ufficialmente un sovrano fatto e finito, degno di una compagnia imperiale. Mentre si inorgoglisce tutto impettito, cerca di recuperare fra i ricordi quel motivetto che gli è scivolato in mente...

Nel frattempo, la nuvola si è trasformata in un fiore.

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Waris, '63 -'64

Da una terra all’altra del suo regno, carrozze, traghetti e piedi lo portano a scoprire luoghi sempre nuovi. Volti sconosciuti, cibi che non ha mai assaggiato, uccellini che non ha mai sentito cantare. L’unico rischio, davvero imperdonabile per un sovrano, è quello di dimenticare tutto. Un re deve sapere quanto sono grandi i suoi possedimenti!

«Sebastian, vi devo chiedere un favore»

Il tono sostenuto del re di Rücken provoca a Sebastian una specie di singhiozzo (sì, ha trattenuto una risata).

«Ditemi»

«Ho bisogno di capire com’è fatto il mio regno»

Sebastian alza il sopracciglio sinistro. In quanto servitore di famiglia, è abituato ad avere a che fare con quel pignolo del padrone. Ha visto come tratta il figlio: come un adulto in miniatura. Allora anche lui l’ha sempre trattato così, con la serietà dovuta a un pari. Per qualche minuto sembra guardarlo come se non lo riconoscesse.

«Vi farò una mappa», sussurra poi con aria da cospiratore.

«Sebastian, caricate i bagagli di mia moglie. Io penso al resto», dice la solita voce del Signor Padre.

Sebastian fa un cenno quasi impercettibile. Al re di Rücken piace molto quell’uomo silenzioso che però sa scegliere le parole con grande cura.

E riesce a servire senza essere servo. Il re sente tutto questo senza sapergli dare un nome. Arriverà il giorno in cui ripenserà a questi momenti. Allora saprà tutto… e noi con lui.

Mentre Sebastian e suo padre caricano la carrozza, il nostro sovrano guarda il cielo. È una bella giornata.

«Lupetto, è ora di salire», lo riscuote la madre. È una bella giornata, sì.

Però qualcosa in tutto quel bello non gli torna. Con la fronte di nuovo appiccicata al finestrino, ricomincia a pensare che dopotutto sta andando a prendere possesso di altre terre. E che presto il suo servitore (magari lo nominerà sovrintendente!) gli fornirà una prova chiara del suo titolo regale. Chi è più fortunato di lui?

«Mon très cher père! Mon très cher père!»

Il re di Rücken urla saltellando sul letto.

«Sì, si dice proprio così!»

«Posso suonare anche qui il clavicembalo?»

Il padre lo guarda sorridendo.

«Certo che sì», risponde.

Il re di Rücken riconosce nello sguardo del padre la solita scintilla. Ecco, pensa. Adesso tira fuori il quaderno!

Il padre infila le mani dentro a uno dei loro bagagli e ne esce un quaderno con la copertina in pelle. Il re di Rücken ricomincia a fare le capriole sul letto.

«Adesso basta. Scendi, che ci esercitiamo un po’»

Il tono di voce del padre è come la polvere nera: buona o meno, quando non si sta bene bisogna inghiottirla. Il nostro re smette di saltare a poco a poco, con saltelli sempre meno convinti, come se la carica a molla stesse finendo. Un giorno farò tutte le capriole che non ho fatto, si ripromette. Nel frattempo, però, è prigioniero del quaderno di lezioni. Salta rassegnato giù dal letto per raggiungere il clavicembalo. Alla fin fine, è il suo migliore amico: è felice di stare un po’ con lui. Peccato non siano mai soli.

«Fra poco vengo da te. Tu comincia con un po’ di scale»

Ma le so già fare…

Il re di Rücken trattiene uno sbuffo. Non vuole far stare male il suo caro papà. È in questi momenti, i momenti in cui un pensiero lo colpisce

troppo forte e gli fa arrossare le guance, sono questi i momenti in cui si rivolge al suo amato cembalo. Ogni tasto è come una prugna matura: succosa, ma dagli effetti stupefacenti. A volte imprevedibili.

Il re di Rücken ne accarezza uno. È proprio nero come una prugna. Il suo piccolo dito lo percorre su e giù per il lungo. Quando sente la porta aprirsi, toglie il dito più veloce di quando afferra un piatto di costolette. Il sollievo gli riempie i polmoni quando vede entrare sua madre con un bel sorriso stampato in faccia.

«Allora, lupetto? Che fai?»

«Guardavo questo cembalo»

«È bello, vero?»

Il re di Rücken annuisce con forza. Riprende ad accarezzare lo stesso tasto.

«Lo sai che papà te lo farà suonare»

Lo so, pensa lui, mi fa suonare tutto, sempre. Guarda la madre con gli occhioni azzurri spalancati. Ha parlato a voce alta?

«Dai, andiamo a cena»

Il piccolo dito continua a viaggiare su e giù per il tasto… un motivetto nuovo lo accompagna. Il dito cambia ritmo (2) . Oh, questa me la devo ricordare!

E il re afferra il primo quaderno che ha accanto a sé.

«Mamma, mi serve una penna»

«No, adesso ti serve la cena»

Ogni tanto la madre pensa che il figlio lavori troppo. Se solo suo padre lo lasciasse vivere un po’...

«Una penna. Non la trovo! Chissà dove sarà... »

«Dai, vieni»

La madre lo prende per un braccio con un tocco che riconoscerebbe fra mille: dolce ma saldo. Non è il momento di discutere. Lei non capisce! Perderà quel motivetto per sempre se non lo scriverà! Non sa perché, ma ne è sicurissimo. Si tira via con uno strattone. Fa in tempo a vedere

2 Sonata per pianoforte in Do maggiore n. 10, K 330: I. Allegro moderato

gli occhi di sua madre lanciar saette. Troppo tardi: è già immerso a piene mani nel bagaglio. Scava, scava... ecco penna e calamaio! Ecco, le note sulla carta! Eccole tutte belle in fila, ben disposte come un’orchestra pronta per far musica. Le legge come se le avesse scritte qualcun altro. È bella.

La mamma lo guarda con le nocche appoggiate ai fianchi rotondi.

«Hai finito adesso?»

«Sì»

«Allora vai. E lascia qui quel quaderno!»

No, non ci pensa proprio a lasciarlo lì, per tutto l’oro del mondo (che un giorno certamente sarà suo). Mentre la mamma si gira per dirigersi verso il meritato pasto, il re di Rücken strappa il foglio, lo piega in quattro parti e lo nasconde dentro la giacca. Come se non conoscesse suo padre.

«Ma qui manca un foglio!»

Eccolo, dopo essersi rifocillato come si deve, il padre che sventola il quaderno come un ventaglio. La madre fissa il re di Rücken. La sorella lo fissa a sua volta, con uno sguardo che solo il fratello può capire.

«Allora? Sei stato tu?»

Gli occhi del re si fanno più grigi mentre guardano il padre da sotto in su. Il foglio scotta dentro la sua giacca. Lo dico o no?

«Papà, sono stata io»

La ragazza guarda il fratello. Stai zitto e stammi dietro, sembra dirgli. «E perché?»

«Perché mi serviva un foglio e non ne trovavo da nessuna parte»

Il braccio del padre cala e il quaderno finisce sul tavolo più vicino.

«La prossima volta me lo devi chiedere, capito?»

«Avete ragione, papà. Scusatemi»

Lo sguardo del padre passa dal figlio alla figlia, e poi da capo. «È ora di esercitarsi, su»

Figlio e figlia vanno rispettivamente verso il cembalo e verso il letto. La madre segue con gli occhi le spalle di lui. Sono un po’ troppo appiccicate alle orecchie per appartenere a un bimbo innocente.

Eccolo lì, il nostro re tutto mortificato: invece della corona che gli spetterebbe, sopporta i rimproveri dei genitori! *

La mappa di Sebastian sembra davvero ben fatta: un lavoro da vero e proprio cartografo. Il re di Rücken ha una gran voglia di comporre qualche musica celebrativa di quel piccolo capolavoro. Come si può mettere in musica una carta fatta di nomi e numeri? Un giorno lo farà, oh sì!

Ci sono i nomi di tutti i paesi che hanno attraversato, uno per uno. Ma da vero re conquistatore, lui deve assolutamente rinominare le terre a modo suo. Proprio come Alessandro Magno! E allora ecco il povero Sebastian roteare brevemente gli occhi senza darlo a vedere e correggere ogni singolo nome. Sulla mappa fioriscono felicemente Waris, Wünchen e tante altre nuove città. Ti svelo un segreto: W è l'iniziale del nome del nostro eroe. Vedere tutte quelle W spuntare tra fiumi, monti e strade è una gioia pari solo a quella provata su una tastiera. Non può sapere che un giorno, decisamente più lontano, stringerà in pugno il mondo intero. E tu ora avrai capito perché finora non hai ancora incontrato nomi di città privi di quella W. Il re di Rücken desidera così tanto che quella mappa prenda vita e il suo regno si manifesti davanti a lui come una coperta stesa sul prato! Sebastian non possiede anche quel potere… ma la sua mente? Ogni collina, ogni punto gli ricordano le loro passeggiate per la città, quando lui vede per strada dei piccoli isolotti d’erba e margherite. Spuntano davvero come piccole isole nel grande oceano battuto dalle carrozze, dai bastoni e dagli stivali.

Ora il re di Rücken è solo su una barca dalla grande vela bianca, che segna sotto di sé il percorso di un lungo fiume dalle acque d’argento. Il re sporge una mano: è proprio argento! Quando tira fuori le dita dall’acqua hanno preso il suo stesso colore. Forse resteranno d’argento per sempre? Suonerò ancora meglio!

Il sole illumina lui e le sue dita… e poi diventano due. Due soli. Due soli azzurri!

una storia (quasi) sempre

vera

Quanto di tutto questo sarà successo davvero?

È una domanda che di sicuro ti ha attraversato la mente mentre leggevi. Posso risponderti: quasi tutto!

Cominciamo con Vienna, Parigi e Versailles, Donaueschingen, Londra, L’Aja, Ölmutz: sono solo alcune delle innumerevoli tappe dei primi viaggi mozartiani. Dal 1762 al 1773 Wolfgang Amadé Mozart fu quasi sempre in giro per l’Europa, prima con tutta la famiglia, che comprendeva il padre Leopold, la madre Anna Maria e la sorella Maria Anna detta “Nannerl”, e in seguito con il solo padre. Immagina di vivere in carrozze e in dimore sconosciute dai sei ai diciassette anni, e nel frattempo fare musica, comporre, esibirti. Una bella impresa! E pensa che, se sommiamo tutti i giorni di viaggio della sua intera vita, otteniamo dieci anni, due mesi e due giorni.

È vera la visita che la famiglia Mozart rende a quella imperiale asburgica, con tanto di salto in grembo all’imperatrice Maria Teresa e l’epiteto di “piccolo stregone” affibbiatogli dall’imperatore Francesco I. Famoso è l’aneddoto dello scivolone che, così vuole la leggenda mozartiana, avrebbe permesso a Wolfgang di chiedere in sposa la sua soccorritrice... nientemeno che la futura regina di Francia, Marie Antoinette, originariamente battezzata Maria Antonia. (pag. 13, 14)

È vero che la famigliola fu graditissima ospite del re e della regina di Francia: il resoconto completo è nella lettera che Leopold Mozart scrisse a Maria Theresia Hagenauer da Parigi il 1° febbraio 1764. È in

questa medesima lettera che si descrive la bellezza della favorita del re, Madame de Pompadour, a cui l’aneddotica attribuisce una reazione disgustata al tentato bacio di Wolfgang. (pag. 25)

Ed è sempre nella stessa lettera che si riportano le più tristi notizie sulla contessa van Eyck. Una differenza d’età di trent’anni separava il conte Maximilian Emanuel Franz e la contessa Maria Anna Felicitas van Eyck, che per alcuni mesi ospitarono la famiglia Mozart nella propria casa. Nel febbraio 1764 la contessa aveva ventidue anni. (pag. 27)

È anche vero che Wolfgang Amadé Mozart compose un solo brano in Fa diesis minore: l’adagio del Concerto per pianoforte e orchestra in La maggiore n. 23, K 488. Davvero fece tale promessa a sé stesso? Non lo sapremo mai. Una promessa impegnativa, peraltro, perché si tratta di uno fra i suoi brani più toccanti. (pag. 28)

Il 3 marzo 1764 Sebastian Winter, domestico di casa Mozart, lasciò Parigi per entrare al servizio del principe di Fürstenberg alla corte di Donaueschingen. Sarà poi Nannerl, strepitosa musicista di cui sappiamo troppo poco, a raccontare che Winter aveva disegnato per il fratello la mappa del regno di Rücken, che si traduce come verbo con "muoversi, spostarsi" e come nome con "schiena, dietro". Naturalmente, del tutto autentica è la lettera che chiude il racconto, dove un Mozart ormai adulto scrive al vecchio amico per raccomandarsi al suo principe, ricordando il proprio regno con una certa nostalgia. (pag. 17, 28, 57)

È vero che a Londra Wolfgang fece incontri indimenticabili. Nella Torre di Londra era presente un serraglio con all’interno tanti animali, fra cui il leone Pompey e la leonessa Helen, citati nella guida turistica usata da Leopold. Secondo quanto scritto da Leopold Mozart a Johann Lorenz Hagenauer il 19 marzo 1765, fu proprio il ruggito leonino a spaventare Wolfgang. (pag. 34)

Altrettanto vero è l’incontro con il magistrato Daines Barrington, che sottopose Wolfgang a un esame molto severo e ne pubblicò nel 1770 un resoconto dal titolo Account of a very remarkable young musician. Barrington faticava a credere nelle abilità del bambino: “In quanto io stesso testimone della maggior parte di questi fatti straordinari, devo confessare che non potei fare a meno di sospettare che suo padre ci ingannasse riguardo all’età del ragazzo, benché questi avesse non solo un aspetto oltremodo fanciullesco, ma parimenti tutti i comportamenti propri di quella fase della vita. Per esempio, mentre suonava per me, entrò un gatto che gli era caro, al che egli abbandonò immediatamente il suo clavicembalo, né riuscimmo a farlo tornare per un tempo considerevole”. (pag. 31)

L’incontro però che davvero segnò Wolfgang fu quello con Johann Christian Bach, figlio del più famoso Johann Sebastian e maestro di musica della regina Charlotte d’Inghilterra. Secondo quanto raccontato da Nannerl, J. C. Bach prese sotto la propria ala Wolfgang e gli fece fare la più bella delle sue scoperte musicali. (pag. 32)

È vero che nelle sue lettere Leopold Mozart indicava il figlio con appellativi importanti: “Wolfgangus” (latinizzazione del nome tedesco), “il grande Wolfgang”, “il nostro eroico Wolfgang”, ecc. Orgoglio paterno alla massima potenza! C’è però spazio anche per qualche diminutivo affettuoso: “Wolfgangerl”, “Wolferl”, ecc. Il nome “Wolfgang” può essere tradotto con “[colui che avanza] al passo del lupo”. E dunque, l’apparizione del lupo e il soprannome familiare “lupetto” ne sono la diretta conseguenza. “Lupetto” è anche una citazione diretta da un libro che ho amato moltissimo e che consiglio come lettura riservata all’età adulta: I bei momenti di Enzo Siciliano. (pag. 42)

Sono veri i riferimenti sparsi a San Luca (un modo carino per dare del bue alla povera Nannerl), al personaggio comico popolare Hanswurst,

alla canzone che Wolfgang cantava al padre prima di andare a dormire, alle stramberie scherzose che gli piaceva scrivere da adulto (“Lumpi strumpi” è solo un piccolo esempio), alla marsina rossa con bottoni di madreperla, alle capriole che avrebbe pubblicamente fatto da adulto durante ritrovi mondani, alla concezione soggettiva della propria felicità. E quando ascolterai Il flauto magico, capirai chi sono il serpente e l’uomo pennuto. (pag. 41, 22, 45, 48, 18, 54, 37, 47)

È vero che Wolfgang era un virtuoso sia del clavicembalo (e poi del fortepiano), sia del violino, ma nel corso della sua carriera privilegiò decisamente gli strumenti a tastiera. (pag. 45) Così com’è vero che amava dal profondo fare musica, tanto che lo si doveva fisicamente allontanare dagli strumenti. È però altrettanto vero che la sua gioia era anche il suo lavoro.

Scoprire Wolfgang Amadé Mozart è come entrare in un frullatore: tutto velocissimo e saporitissimo, ogni minuto pieno di eventi, esperimenti, esperienze. Trent’anni di carriera in trentacinque anni di vita. È difficile non figurarcelo stanco.

Chissà, magari il regno di Rücken fu il suo modo di riappropriarsi di uno spazio personale. La fantasia fa proprio questo bellissimo effetto.

Sono vere le malattie che colpirono Wolfgang e Nannerl durante l’infanzia, e sono solo le più gravi fra le tante. Ed è altrettanto vero che sul volto e sulle mani di Wolfgang rimasero per sempre i segni del vaiolo. (pag. 51)

A queste esperienze ho attribuito per mia scelta le evoluzioni più significative nelle fantasie del nostro re. Del resto, quando abbiamo la febbre a 39 gradi non siamo proprio razionali… giusto?

A proposito di questo, non ci è dato sapere come Wolfgang immaginasse. Questa è stata la prima domanda che mi sono posta prima di scrivere: come funzionava la sua mente di bambino che si pensava re? Ho

provato a mettermi nei suoi panni e ne sono emerse figure attive, parti della coscienza di questa personcina piccola di corpo e d’età, eppure grandissima, forse troppo per i suoi pochi anni. Lo stesso Mozart prendeva sul ridere questo contrasto, tanto che in una lettera alla baronessa Waldstätten del 2 ottobre 1782 si firmò "Mozart magnus, corpore parvus": Mozart il grande, di corpo piccolo. Il presentimento del nostro re alla fine della sua avventura è quello di una separazione, in particolare da suo padre. Se i due furono legatissimi per tanti anni, a un certo punto Wolfgang si rese conto che l’autentico affetto che c’era fra lui e Leopold non doveva trasformarsi in eterna gratitudine. Desiderava poter cambiare città, sposarsi, diventare quello che oggi, pur con diverse sfumature, si definirebbe un libero professionista. E ci riuscì.

L’unico evento inventato di sana pianta, almeno per quanto ne sappiamo, è la decisione di Maria Antonietta di scrivere una lettera a Wolfgang. Non è la prima volta che si tocca da vicino il rapporto fra giovanissima arciduchessa e giovanissimo maestro. Forse perché è struggente sapere che vissero nello stesso periodo e si incontrarono una sola volta, in un’età che ancora si può definire tenera. Ci tenevo a chiudere il cerchio narrativo dando a una volontà comune di libertà il ruolo di spingere Wolfgang su una nuova strada.

E in ultimo ma non ultimo, la musica. Se ogni nota citata è stata scritta da Wolfgang Amadé Mozart, è anche vero che la comparsa di queste composizioni è stata solo anticipata per motivi narrativi. Se ne riapproprierà quando sarà il momento. E noi insieme a lui.

Buon ascolto!

il clavicembalo e il fortepiano

Il piccolo Mozart in viaggio con la famiglia attraverso l’Europa vive in un’epoca in cui lo strumento a tastiera più diffuso è il clavicembalo, che, come la spinetta, appartiene alla famiglia degli strumenti a tastiera a corde pizzicate. In questi strumenti infatti, il suono viene prodotto da una piccola penna che pizzica la corda in seguito all’azione del tasto al quale sono collegati listelli di legno detti salterelli. Da un punto di vista storico il clavicembalo deriva dalla meccanizzazione del salterio (uno strumento a corde trapezoidale di origine medioorientale) in cui il suono veniva prodotto pizzicando le corde con dei plettri oppure percuotendole con dei bastoncini. Sulla tavola armonica del salterio ci sono due fori di risonanza e delle corde metalliche fissate come nel clavicembalo a delle caviglie e tenute sollevate da due ponticelli di legno. Come avvenuto per molti altri strumenti, l’evoluzione dal salterio al clavicembalo c’è stata nel momento in cui è stato messo a punto un meccanismo per suonare le corde attraverso una tastiera.

Spinetta ottavina A.W.H. Paesi Bassi 1623, inv. 90 Museo degli strumenti

Musicali - Accademia

Nazionale di Santa Cecilia, Roma.

Scheda didattica e glossario Paola Pacetti

La voce narrante è di Sergio Leone, le musiche originali sono di Wolfgang Amadeus Mozart, eseguite al pianoforte da Riccardo Natale

Fonico ed editing Giacomo De Caterini

Registrazione effettuata all’Auditorium Parco della Musica di Roma il 16 marzo 2026

Prima stampa in Italia nel 2026 da Ciscra S.p.A – Villanova del Ghebbo (RO)

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