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Ladri di immagini

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verdenero

inchieste

LADRI DI IMMAGINI

«L’immagine che i ladri rubano non è solo quella di un quadro o una statua, un’anfora o un frammento di mosaico: è anche quella di un paese che a ogni furto di opere, perde, giocoforza, un pezzo della propria identità. Sembrano parole dettate da un eccesso retorico, dal piacere di un bel discorso, ma decisamente, che lo vogliamo o meno, è questo uno dei temi centrali della vita italiana nei prossimi anni».

LUCA SCARLINI

luca scarlini, scrittore, drammaturgo, storyteller in scena, insegna all’Accademia di Brera e alla Scuola Holden, scrive su Alias de Il manifesto. Tra i suoi libri più recenti: Lustrini per il regno dei cieli (Bollati Boringhieri, 2008), D’Annunzio a Little Italy. Le avventure del Vate nel mondo dell’emigrazione (Donzelli, 2008), Corpi barocchi (Gaffi, 2009), Sacre sfilate (Guanda, 2010).

LUCA SCARLINI

LADRI DI IMMAGINI

Razzia in ambito d’arte, in un territorio, il Belpaese, in cui paesaggio e capolavori del passato si completano a vicenda. È la cosiddetta archeomafia. Un male diffusissimo, ma che non è mai stato una priorità di denuncia. Il commercio clandestino delle opere d’arte italiane è un business ricchissimo, che coinvolge mafia, camorra e sacra corona unita, oltre a persone del mestiere senza scrupoli e musei. E poco importa che lo scempio venga perpetrato a puro scopo di lucro o spinti dalla necessità di fare cassa, liquidando patrimoni ritenuti ingombranti o troppo complessi da conservare. E così, i nostri capolavori finiscono per impreziosire uffici di burocrati, sedi di ambasciate o dimore dei potenti di turno. Ladri di immagini racconta come il mercato dell’arte rubata in Italia esista e si diffonda malgrado tutto. Tanto di arte ne abbiamo perfino troppa, nel più grande museo del mondo.

Euro 14,00 ISBN 978-88-96238-65-3

Edizioni Ambiente

inchieste

www.verdenero.it blog.verdenero.it


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Luca Scarlini Ladri di immagini © 2010, Edizioni Ambiente S.r.l., via Natale Battaglia 10, 20127 Milano www.edizioniambiente.it; tel. 02 45487277 © 2010, Luca Scarlini Ringraziamo Leemage (Parigi) per le immagini dell’inserto iconografico. Tutte le edizioni e ristampe di questo libro sono su carta riciclata 100% Finito di stampare nel mese di agosto 2010 presso Genesi Gruppo Editoriale – Città di Castello (Pg)


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LUCA SCARLINI

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indice

trailer il corso della bellezza

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primo episodio che ce ne facciamo di tutta quest’arte?

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secondo episodio il ladro, il pazzo, il mercante

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terzo episodio l’eroe

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quarto episodio e tutti vissero felici e contenti? il vaso di eufronio torna a roma, la biga di monteleone resta a new york

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comica finale ovvero di come queste storie non succedono solo in italia, anzi. l’urlo di munch rapito dalla mala

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ringraziamenti

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Ladri di immagini Tragicommedia dell’Arte all’italiana, una storia vera di furti d’arte in quattro episodi tutti italiani e una comica finale dal Nord Europa


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trailer il corso della bellezza

Qual è il discrimine per stabilire cosa è arte e quale peso essa assume nelle nostre vite? Chi dà il significato alle opere dell’ingegno umano, che spesso hanno mutato di senso e di segno nel corso dei secoli? Chi stabilisce in quali aspetti esse diventino merce, oggetto di vendita e acquisto, simbolo di ricchezza oppure potere o non piuttosto dichiarazione di passioni estetiche precise? Chi, peraltro, ne determina il prezzo, la circolazione, l’attribuzione a un senso identitario che riguarda la nazione a cui il lavoro afferisce, alla fede che lo ha determinato, al luogo in cui esso ha avuto origine o trovato memoria? Dove inizia il collezionismo dei singoli e dove termina la conservazione per la collettività è altro quesito che muta radicalmente con il trascorrere del tempo, quando ormai per sentire comune le opere fanno a tutti gli effetti parte del nostro DNA primario, della rappresentazione di noi. Quasi tutte le cose d’arte che ci sono giunte nascono ovviamente con uno scopo che è diverso da quello che noi vediamo come loro precipuo, nei musei e nelle gallerie. Nell’antichità la produzione aveva come luogo all’inizio delle civiltà le tombe soprattutto, individuando per lungo tempo come scopo alla ricerca di


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ladri di immagini

forme quello di accompagnare i defunti al loro specifico aldilà, portandosi dietro il meglio di quello che potevano trovare in vita, come talismano per affrontare il viaggio verso l’Ade, in tutte le differenti versioni che il mondo ha inventato per l’oltretomba. Le opere dell’umano ingegno, nelle più diverse materie e fogge, adornavano i templi di tutte le fedi, vennero a far parte dei trionfi degli strateghi ateniesi o spartani, delle celebrazioni dei tiranni della Magna Grecia, dei cortei dei vittoriosi generali romani, degli imperatori pagani e cristiani, in guerra e in pace. I seguaci di Gesù celebrarono il nuovo verbo nel buio delle catacombe istoriate di simboli polimorfi, di pesci che divenivano acronimo del Cristo, di devoti ideogrammi nati dalla necessità di poter celare i propri messaggi nei secoli delle persecuzioni, conquistando poi a poco a poco la superficie, sempre restando per secoli fedeli all’idea generale che l’artista che firmava l’opera dovesse essere anonimo, per meglio rendere grazia alla divinità. Così, di tempo in tempo, di ideologia in ideologia, alla ricerca di una sempre diversa celebrazione del potere esistente in terra e di quello ultraterreno, oggetti di bellezza ebbero destini spesso anche violenti, di distruzione e annichilimento. Ben lo dimostra il movimento iconoclasta nell’impero bizantino, illustrando anche troppo bene una dinamica ricorrente. Leone Isaurico nell’VIII secolo d.C., nella sua azione spietata, nel suo desiderio di cancellare i segni di una visione che odiava, ha fatto quello che molti altri hanno replicato dopo; basti pensare alle aberranti azioni dei Khmer rossi di Pol Pot in Cambogia nel tragico triennio della sua dittatura, quando gli inni governativi inneggiavano alla distruzione di ogni forma di cultura, ogni segno di intellettualità (incluso portare gli occhiali) determinava morte certa, a favore di un


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lugubre, minaccioso eterno presente imposto a forza di massacri e di torture. La distruzione delle opere è infatti dato ricorrente nella storia, come anche il saccheggio spietato e la rivendita ad altri interessati acquirenti di ciò che non si ritiene congruo al nostro lifestyle, come hanno fatto nazisti e sovietici allo stesso modo negli anni Trenta, disfacendosi di opere non ritenute consone allo stile di stato, decisamente imposto per legge, pena la cancellazione della possibilità di esprimersi, o anche la vita, nei gulag dell’orrore. In termini meno tragici, un simile fenomeno accadde a metà degli anni Sessanta quando Indira Gandhi decise drasticamente di sospendere la pensione agli antichi Maharajah, che cominciarono a vendere le loro collezioni, invadendo con moltissime stampe e squisite miniature il mondo occidentale. Il valore degli oggetti estetici, si dice, è dato dalla loro rarità, dal fatto di non poter trovare altri esemplari di uno specifico tipo di vaso etrusco, urna greca, croce processionale irlandese medievale o desco da parto fiorentino del Rinascimento. Eppure le mode (basti pensare al clamoroso recupero dell’Art Nouveau dagli anni Sessanta, quando molti esemplari di questa produzione erano stati distrutti come espressione di un gusto ritenuto ormai invecchiato e scadente) alla stessa maniera incidono in modo determinante su commercio, spaccio e alienazione di un intero repertorio di immagini, che spesso sono sparite per sempre, malgrado le ricerche delle forze dell’ordine e di benintenzionati custodi di un patrimonio che è sotto attacco da parte di forze criminali organizzate, come di singoli malfattori, professionisti e dilettanti. Questo è accaduto ad esempio anche quando, negli Stati Uniti, si è diffusa la mania per i reperti americani (anche di oggetti d’uso fino a

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poco tempo prima decisamente negletti come superata testimonianza di un mondo trascorso), a margine delle infinite celebrazioni del bicentenario dell’Indipendenza. Negli anni Ottanta ha preso piede la passione, oggi un po’ tramontata, del modernariato che trasformava in arte cose che fino a poco prima erano considerate ridicole e anacronistiche e destinate in buona sostanza alle discariche o alle cantine, tra juke-box Wurlitzer esibiti nei salotti delle dimore illustri e collezioni eccentriche di giocattoli anni Cinquanta. Ormai è sentire comune che i musei costituiscano l’identità, iconografica e non solo, di una nazione, ma è di meno di un secolo fa l’ultima grande razzia nazista, da cui mancano ancora all’appello tanti illustri titoli, mentre dalle tenebre continuano a emergere tesori inaspettati. Come è accaduto recentemente con il nucleo di opere del mercante Ambroise Vollard, riacquisito dopo anni di ricerche nel caveau di una banca parigina, nel quale il suo assistente Eric Slomovich, poi morto in un campo di sterminio, le aveva previdentemente depositate per sottrarle alle razzie degli invasori. Le opere d’arte sono belle quanto fragili: è facile spesso rubarle, nasconderle, alterarle, distruggerle, basta un attimo. In molti casi si tratta di oggetti piccoli, perfino minimi, delle dimensioni di un gioiello. Meno ovvio è ritrovarle, una volta che siano sparite, nelle mani della mafia – non si contano le storie di arte scambiata per armi o droga ai quattro angoli del mondo e varie volte nomi eccellenti di Cosa Nostra sono emersi nel corso di furti celebri, specialmente in riferimento a quella che è una vera e propria piaga italiana: gli scavi archeologici clandestini – o in quelle di un ladro della domenica, che per una volta si trova ad avere un’occasione e spes-


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so, per inesperienza o paura, arreca un danno estremo. L’Italia ha con questa vicenda una storia fittissima, di continuo furto da parte di soggetti diversi ai danni di un patrimonio che rimane enorme, malgrado il vero e proprio stillicidio di opere che dall’Ottocento hanno regolarmente abbandonato i lidi del Belpaese, a partire dalle vendite degli stati preunitari e dalla razzia napoleonica. Una nazione che campa, guarda caso, ormai proprio sull’enorme biodiversità della propria arte, correlata a quella dei cibi, come gli enti del turismo mettono fortunatamente in pratica da tempo; una nazione che senz’altro dovrebbe investire più in tutela, protezione, promozione, in una parola sola, in cultura, che non nel riarmo militare o nelle avventuristiche missioni, prendendo decisioni forse impopolari, in particolare per ciò che concerne la spinosa relazione stato-chiesa, che di questa vicenda è capitolo rilevante, talvolta quasi centrale. La tragicommedia dell’arte all’italiana da noi è quella di una percezione comune sfuocata, che spesso interviene troppo tardi a sensibilizzare e che deve affrontare immani compiti di salvaguardia, spesso con mezzi limitati, quando non decisamente inadeguati. La bellezza costa cara quando si vuole proteggerla dall’attacco dei malintenzionati e dall’aggressione del tempo, eppure ogni volta che a «thing of beauty», per usare le celeberrime parole dell’Endimione di John Keats, non è più una «joy for ever» e prende il volo, noi perdiamo un pezzo di noi, né più, né meno. Oggi più che mai, in Italia questa non è una questione per pochi, un problema per una élite snob e oziosa, ma decisamente un nodo centrale della nostra politica e della nostra economia, legata a doppio filo al turismo, quando ormai l’immagine dell’Italia è decisamente, in Europa come

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in ambito internazionale, quella di un paese in seria recessione, percepito sempre di più come pericolosamente vicino all’abisso finanziario greco. L’immagine che i ladri rubano non è solo quella di un quadro o una statua, un’anfora o un frammento di mosaico: è quella stessa di un paese che a ogni furto di opere, perde, giocoforza, un pezzo della propria identità. Sembrano parole dettate da un eccesso retorico, dal piacere di un bel discorso, ma decisamente, che lo vogliamo o meno, è questo uno dei temi centrali della vita italiana nei prossimi anni. Un dato, insomma, che ha a che vedere tanto con i concetti astratti (identità nazionale e culturale), quanto con la quotidianità. Quando un’opera che determina indotto turistico e denaro sparisce lasciando un vuoto nella memoria collettiva e personale, toglie tessere a un mosaico, di cui la lettura diviene più difficile, talvolta impossibile. Come in un film a episodi di Dino Risi degli anni Settanta, tra Vedo nudo e Sessomatto, si svolge l’articolata tragicommedia dell’arte in Italia, raccontata secondo diversi personaggi, eroi e villains, politici ed ecclesiastici. Insomma, un gran can can, accompagnato da musiche di volta in volta roboanti o inudibili, in un sinistro coacervo di moventi e negligenze.


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«L’immagine che i ladri rubano non è solo quella di un quadro o una statua, un’anfora o un frammento di mosaico: è anche quella di un paese che a ogni furto di opere, perde, giocoforza, un pezzo della propria identità. Sembrano parole dettate da un eccesso retorico, dal piacere di un bel discorso, ma decisamente, che lo vogliamo o meno, è questo uno dei temi centrali della vita italiana nei prossimi anni».

LUCA SCARLINI

luca scarlini, scrittore, drammaturgo, storyteller in scena, insegna all’Accademia di Brera e alla Scuola Holden, scrive su Alias de Il manifesto. Tra i suoi libri più recenti: Lustrini per il regno dei cieli (Bollati Boringhieri, 2008), D’Annunzio a Little Italy. Le avventure del Vate nel mondo dell’emigrazione (Donzelli, 2008), Corpi barocchi (Gaffi, 2009), Sacre sfilate (Guanda, 2010).

LUCA SCARLINI

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Razzia in ambito d’arte, in un territorio, il Belpaese, in cui paesaggio e capolavori del passato si completano a vicenda. È la cosiddetta archeomafia. Un male diffusissimo, ma che non è mai stato una priorità di denuncia. Il commercio clandestino delle opere d’arte italiane è un business ricchissimo, che coinvolge mafia, camorra e sacra corona unita, oltre a persone del mestiere senza scrupoli e musei. E poco importa che lo scempio venga perpetrato a puro scopo di lucro o spinti dalla necessità di fare cassa, liquidando patrimoni ritenuti ingombranti o troppo complessi da conservare. E così, i nostri capolavori finiscono per impreziosire uffici di burocrati, sedi di ambasciate o dimore dei potenti di turno. Ladri di immagini racconta come il mercato dell’arte rubata in Italia esista e si diffonda malgrado tutto. Tanto di arte ne abbiamo perfino troppa, nel più grande museo del mondo.

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