ambiente italia 2015
Gli indicatori per capire l’Italia. Analisi e idee per uscire dalla crisi
LEGAMBIENTE
AMBIENTE ITALIA 2015 Gli indicatori per capire l’Italia. Analisi e idee per uscire dalla crisi
ambiente in europa 2015
Gli indicatori per capire l’Italia. Analisi e idee per uscire dalla crisi
A cura di Duccio Bianchi ed Edoardo Zanchini con contributi di: Vittorio Cogliati Dezza, Duccio Bianchi, Francesco Ferrante, Gianni Silvestrini, Mario Zambrini, Edoardo Zanchini realizzazione editoriale
Edizioni Ambiente srl www.edizioniambiente.it
coordinamento redazionale: Diego Tavazzi progetto grafico: GrafCo3 Milano impaginazione: Roberto Gurdo immagine di copertina: elaborazione GrafCo3 Milano
© copyright 2015, Edizioni Ambiente srl Via Natale Battaglia 10, 20127 Milano tel. 02.45487277, fax 02.45487333 Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo, elettronico o meccanico, comprese fotocopie, registrazioni o qualsiasi supporto senza il permesso scritto dell’Editore. Finito di stampare nel mese di febbraio 2015 presso Grafiche del Liri – Isola del Liri (FR) Stampato in Italia – Printed in Italy Questo libro è stampato su carta certificata FSC i siti di edizioni ambiente
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sommario
prefazione Vittorio Cogliati Dezza
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l’italia all’uscita dalla recessione: alcuni numeri-chiave Duccio Bianchi
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l’economia circolare in italia: eppur si muove Francesco Ferrante
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la (prossima) rivoluzione energetica nell’edilizia Gianni Silvestrini
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in mezzo al guado. i trasporti in italia fra crisi della domanda e inerzia dell’offerta Mario Zambrini
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la rivincita della geografia Edoardo Zanchini
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Vittorio Cogliati Dezza
Basta guardarsi intorno per capire che i vecchi schemi di gioco sono tutti saltati. I cambiamenti che ci stanno attraversando, nella micro-vita quotidiana, come nella dimensione macro della geopolitica mondiale, ce lo dicono tutti i giorni. In autunno il nuovo ad di enel Francesco Starace annuncia la chiusura di 23 centrali elettriche... Allora è vero! Le rinnovabili funzionano e se funzionano vuol dire che un sistema energetico fossil free è possibile, e vuol dire che diventa urgente una politica pubblica di transizione che sappia accompagnare le trasformazioni del settore verso un’economia low carbon. Ma il governo finora si è mosso in direzione contraria, contro le rinnovabili e sostenendo con Sbloccaitalia una visione novecentesca dello sviluppo. In novembre, alla vigilia della cop 20 di Lima, Stati Uniti e Cina siglano un accordo che raccoglie la sfida imposta dai cambiamenti climatici per affrontare una nuova rivoluzione tecnologica nella produzione, distribuzione e consumo di energia. Mentre l’Europa frena e finisce per perdere il ruolo guida che ha avuto negli ultimi anni nella lotta ai cambiamenti climatici e nello sviluppo di rinnovabili, efficienza e abbattimento della CO2. vittorio cogliati dezza dal 2007 è presidente nazionale di Legambiente, dove in precedenza ha promosso e coordinato l’area tematica e associativa dedicata a scuola e formazione. Professore di storia e filosofia nelle scuole superiori, ha collaborato tra il 1997 e il 2001 alle commissioni incaricate di rinnovare i programmi scolastici. È autore di Un mondo tutto attaccato (Franco Angeli, Roma 1993), divenuto uno dei punti di riferimento per la cultura e la metodologia dell’educazione ambientale in Italia.
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Nel frattempo esplodono conflitti armati, anche dentro l’Europa, tanto da spingere papa Francesco, già in estate, a parlare di una Terza guerra mondiale combattuta “a pezzi”, con crimini, massacri, distruzioni e a denunciare il livello di crudeltà a cui siamo arrivati. Il terrorismo, a sua volta, cerca di occupare da protagonista la scena per accreditare l’esistenza di uno scontro di civiltà e di religione, che tolga spazio alla cooperazione e alla pacifica coesistenza, uniche vie percorribili per combattere insieme le grandi piaghe, provocate dallo sviluppo diseguale e dalle economie di rapina, e per aggredire alla radice i drammi (guerre, desertificazione, fame, povertà, cambiamenti climatici) che spingono milioni di profughi ad avventurarsi verso l’Europa, consegnandosi nelle mani di assassini “trafficanti di carne umana”. E l’Europa si scopre nuda, incapace di reagire e di mettere in campo un’iniziativa politica degna di questo nome, irrigidita nella sua arteriosclerosi autolesionista che la spinge a chiudersi nella fortezza continentale, finendo per dare ossigeno a quanti pretendono di erigersi a paladini della nostra presunta civiltà, e a perseguire con ostinata cocciutaggine la politica di austerità, mentre le elezioni in Grecia hanno improvvisamente ridato spazio e speranza all’Europa dei popoli contro quell’Europa politica che difende a oltranza gli interessi delle lobby finanziarie. L’Italia, poi, complice di questa deriva, ci appare ancor più irretita, prigioniera di vecchie lobby novecentesche e strangolata dalle maglie della corruzione e delle mafie. Di fronte a un marasma montante, che sembra togliere il respiro a chi immagina che un mondo diverso è possibile, in cui farsi trascinare da semplicistici populismi è l’esito più facile, noi pensiamo che oggi sia assolutamente necessario e utile tornare a mettere in prima fila i numeri. Sta qui la ragione profonda di questa edizione di Ambiente Italia. Lo facciamo con inequivocabile testardaggine non perché ci sentiamo nostalgici orfani della mentalità illuminista e raziocinante. Ma perché pensiamo che la verità sia sempre rivoluzionaria. E oggi i numeri ci raccontano le radici dei nostri problemi e suggeriscono qualche soluzione. In Italia il quadro sociale è pericolosamente in declino, con crescita pre-
prefazione
occupante delle disuguaglianze, della povertà, della deprivazione culturale, con il più basso tasso di istruzione universitaria in Europa e una presenza di giovani neet – Not (engaged) in Education, Employment or Training – tra 15 e 29 anni, seconda solo alla Grecia e pari a tre volte la Germania, mentre il Mezzogiorno da solo è in assoluto il primo in classifica in Europa! Poi c’è una parte del paese che reagisce, che rende l’Italia virtuosa e che in alcuni settori la colloca ai primi posti in Europa: nel risparmio di materia (consumi ridotti, tra 2004 e 2014, in ue del 15%, in Italia del 32%), nella produttività delle risorse (media ue +25%, Italia +40%), nella produzione di energia elettrica da fer (il 44% nel 2014, era il 39% nel 2013), nella produzione da fotovoltaico (centuplicata dal 2008), nel recupero industriale di rifiuti (seconda dopo la Germania per valori assoluti, prima per valori pro capite). E c’è la disponibilità dei cittadini a cambiare stili di vita nella mobilità come nell’alimentazione, dal successo delle biciclette a quello del biologico e dei prodotti a filiera corta. E ancora il crescente numero di comuni rinnovabili, comuni ricicloni, alberghi ecologici ecc. “Eppur si muove”, verrebbe da commentare. È vero, c’è un paese che reagisce e che sta già costruendo l’Italia del futuro. A fronte di questo quadro risulta davvero incomprensibile perché il governo insista a reiterare le vecchie politiche fondate su trivellazioni, autostrade, commissariamenti, impermeabilizzazione del territorio, abbandono delle pendici collinari, che continuano a produrre danni irreparabili, in termini di consumo di suolo agricolo, di abusivismo, di abbandono al degrado (che è fisico e urbanistico, oltre che sociale) delle città e delle aree interne, di sussidi pubblici alle fonti fossili e al trasporto su gomma, di mancanza assoluta di interventi per le bonifiche... “Eppur si muove”, dicevo, e allora non possiamo che augurarci che il timido segnale positivo che il premier Renzi ha voluto dare a inizio gennaio, annunciando per marzo la messa in campo di un green act, produca frutti fecondi. Nel micro della vita quotidiana e nel macro della geopolitica c’è bisogno di cambiare, abbandonando gli schemi novecenteschi per affrontare il nuovo che emerge, con il suo carico controverso, drammatico e proposi-
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tivo. Con Ambiente Italia 2015 vogliamo dare un utile contributo di conoscenza. Non è certo la soluzione di tutte le drammatiche emergenze che incombono, ma certamente dà una direzione di marcia e disegna un orizzonte di speranza, fatto di miglior benessere per tutti.
l’italia all’uscita dalla recessione: alcuni numeri-chiave Duccio Bianchi
L’Italia si presenta nel 2015 con solide basi per avviare una ripresa “verde” dell’economia e dei consumi. Nel corso della recessione, anche se per ragioni in gran parte estranee a una visione strategica sia della politica sia dei principali attori economici, gli elementi di efficienza e sostenibilità ambientali si sono irrobustiti. L’economia e la società italiana – e quindi anche gli italiani come cittadini e consumatori – hanno gestito in maniera più efficiente le risorse, hanno consumato meno energia, prodotto più energia da fonti rinnovabili e riciclato più rifiuti, hanno trasformato stili di consumo in un senso più sostenibile. A differenza di altri paesi ciò non è avvenuto per una scelta deliberata. Ma è ugualmente avvenuto. Nel contesto europeo – e in particolare tra i paesi europei ancora industrializzati – l’Italia emerge nettamente come un paese con un’economia che consuma meno risorse, meno energia, ha meno emissioni di CO2, sia in termini pro capite (e su ciò incide anche l’impoverimento), sia rispetto al reddito e al pil (e questo è l’effetto di un efficientamento di sistema). E l’Italia si è mostrata anche recettiva alle sollecitazioni. A fronte di uno dei pochi provvedimenti di sostegno efficace dell’economia verde – gli incentivi alle rinnovabili – l’Italia ha risposto prontamente conseguendo in tempi rapidi una conversione energetica anche più significativa di quella tedesca. L’Italia affronta la possibile uscita dalla recessione del 2015 con tutti i duccio bianchi è stato direttore e amministratore delegato (fino al 2009) di Ambiente Italia Srl, una delle principali società nazionali di consulenza e pianificazione ambientale. Ha svolto attività di consulenza e ricerca in materia di politiche ambientali, reporting e analisi del ciclo di vita, pianificazione e gestione dei rifiuti.
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prerequisiti strutturali (compreso il clima e un patrimonio paesaggistico e storico ereditato da altre più lungimiranti leadership) per costruire anche sulla sfida ambientale (anche, non solo) innovazione, industria, servizi intelligenti, occupazione, benessere e qualità della vita. La qualità ambientale, la tutela del territorio, l’efficienza energetica, il riciclo delle risorse sono infatti obiettivi da perseguire anche per sostenere le specializzazioni economiche italiane, dal design all’agroalimentare e al turismo. I successivi indicatori (tutti tratti da eurostat, fatta eccezione per gli indicatori 20-A e 20-B tratti da cresme-Legambiente) fotografano lo stato del paese sotto alcuni profili economico-sociali e ambientali. Di norma, gli indicatori confrontano l’andamento e il livello attuale dell’Italia (talora con qualche disaggregazione regionale) con la media dell’Unione europea (a 28 paesi o a 27 a seconda della disponibilità dei dati), con la Svezia che rappresenta un possibile “standard” di riferimento, la Germania che è il paese leader in Europa, con la Grecia che rappresenta il paese mediterraneo più duramente colpito dalla recessione e dalle misure di austerità. la lunga recessione (figura 1)
È proseguita anche nel 2013 e nel 2014 la sofferenza economica dell’Italia, che ha conosciuto la più lunga recessione della storia unitaria. L’Italia è l’economia europea più duramente colpita dalla crisi. Il Prodotto interno lordo pro capite che prima della crisi era superiore del 10% rispetto alla media dell’Europa a 28 paesi, nel 2014 è sceso poco sotto la media europea. Il livello di reddito pro capite è ritornato ai livelli del 1995, un arretramento superiore anche a quello della Grecia. L’austerità imposta dai vincoli europei non ha aiutato a uscire dalla crisi, ma non ne è stata neanche la causa. La recessione ha fatto esplodere tutti i fattori di debolezza economica, sociale e istituzionale che l’Italia si trascinava dietro: un welfare fortemente squilibrato, una macchina pubblica costosa e poco efficiente (e con diffusa corruzione), un capitale umano e sociale sempre meno qualificato, un sistema industriale fuori dai settori ad alta tecnologia, una divaricazione perfino crescente tra regioni set-
l’italia all’uscita dalla recessione: alcuni numeri-chiave
figura 1-a crescita del pil pro capite* 60% 50% 40% 30% 20% 10%
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* Variazione rispetto al 1995; a valori concatenati al 2010.
figura 1-b pil pro capite 2008-2013* 40.000 35.000 30.000 25.500
25.000 20.000 15.000 10.000
Svezia 2013
* ₏ a prezzi costanti 2010.
Germania
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tentrionali e regioni meridionali dove vi è anche un’eccezionale emergenza criminale e di legalità. una società sempre meno inclusiva: gli italiani (e le italiane, soprattutto) non lavorano (figura 2)
La disoccupazione è cresciuta ulteriormente e a fine 2014 il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 12,8% (e il 21% nel Mezzogiorno), rispetto al 10% della media europea (ma al 26% della Grecia e al 24% della Spagna). Ma il problema principale e caratteristico dell’Italia non è la disoccupazione, ma la non occupazione, il bassissimo tasso di attività. Anche nel 2013 e nel 2014 sono diminuite in Italia le persone che lavorano: meno di 22,5 milioni nella fascia d’età 15-64 anni nel novembre 2014. Nel 2014 le persone occupate sono meno del 56% della popolazione tra i 15 e i 64 anni, un valore in continua discesa ormai dal 2008. Una distanza marcatissima dall’Unione europea (il 65,5%) e dai paesi del Centro Nord (tutti sostanzialmente sopra il 70%). Nonostante un tasso di disoccupazione pari alla metà di quello spagnolo, il tasso di occupazione in Spagna (dove l’occupazione è tornata a crescere negli ultimi due anni) è superiore a quello italiano. Ancora più marcata è la differenza nel tasso di occupazione femminile (il 46%, leggermente in flessione nel 2014 e nel 2013) rispetto al 59% della media europea e al 69% della Germania. elevati livelli di esclusione sociale e deprivazione materiale, soprattutto nel mezzogiorno (figure 3 e 4)
Uno degli effetti più dirompenti della recessione combinata a politiche di austerità è stato l’incremento delle persone in condizioni di deprivazione materiale e di esclusione sociale. Dopo il 2008, in Italia, sono entrate in questa condizione oltre tre milioni di persone in più. Nel 2013 si è registrato un alleggerimento di questa condizione, con una riduzio-
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figura 2-a crescita del tasso di occupazione* 15% 10% 5% 0% -5% -10%
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-15% Grecia
* Occupati su popolazione in età 20-64 anni; variazione sul 2000.
figura 2-b tasso di occupazione* 90 80 70 60
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* % occupati sulla popolazione in età 20-64 anni; 2013.
Italia
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ne in particolare delle persone che si trovano in condizioni di “severa deprivazione materiale”, cioè di coloro che non potrebbero permettersi un pasto proteico adeguato ogni due giorni (dal 16,8% al 14,2% delle persone), di coloro che non riescono a sostenere spese impreviste di 800 euro (dal 42,5% al 40,3%) o non hanno potuto riscaldare adeguatamente la propria abitazione (dal 21,2% al 19,1%). L’incidenza della condizione di esclusione e in particolare di deprivazione materiale è molto accentuata nel Mezzogiorno: quasi la metà della popolazione, il 46%, si trova in condizioni di povertà ed esclusione, e poco meno di un quarto, il 22%, in condizioni di deprivazione materiale. Si tratta di valori eccezionali e quelli di deprivazione (più correttamente comparabili tra i vari paesi) mostrano che il mezzogiorno si colloca tra la Grecia e la Romania.
figura 3-a persone a rischio di esclusione e povertà* 25% 20% 15% 10% 5% 0% -5% -10%
Svezia
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* % della popolazione; variazione sul 2005.
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figura 3-b persone a rischio di esclusione e povertà* 40
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Germania
Ue 27
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* % popolazione in grave deprivazione o in povertà relativa o in famiglie a bassa intensità lavorativa; 2013.
figura 4-a persone in severa deprivazione materiale* 140% 120% 100% 80% 60% 40% 20% 0% -20% -40%
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Germania
* % della popolazione; variazione sul 2005.
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figura 4-b persone in severa deprivazione materiale* 25
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* % popolazione; 2013.
la crescita delle diseguaglianze e l’iniquità del sistema di protezione sociale (figura 5)
Nel corso della crisi sono cresciute le diseguaglianze nella distribuzione del reddito (oltre che della ricchezza posseduta). In Italia – dove già i livelli di diseguaglianza sono superiori alla media europea – l’incremento è stato significativo. L’indice Gini, che è la misura utilizzata, è cresciuto tra il 2008 e il 2013 di 1,5 punti. Il 10% più povero detiene il 2,2% dei redditi, mentre il 10% più ricco detiene il 24,6% dei redditi, cioè 10 volte tanto. Complessivamente, nel corso della recessione si è significativamente ridotta la ricchezza totale posseduta dalle famiglie, sia in termini di attività reali (in primo luogo abitazioni) sia finanziarie (depositi, titoli, azioni). Nel 2013 la ricchezza netta si è ridotta dell’1,7% e dalla fine del 2007 la riduzione ha superato l’8%. La grande recessione ha reso insopportabili le iniquità del sistema di welfare italiano ed esasperato le condizioni di esclusione sociale. La spesa pro capite per il sistema di protezione sociale dell’Italia (pensioni, assistenza, disoccupati, famiglia...) era nel 2012 – l’ultimo dato
l’italia all’uscita dalla recessione: alcuni numeri-chiave
disponibile per un confronto europeo – pari a 8.000 euro, in valore corrente, poco sopra la media europea, largamente inferiore a quello di paesi come la Germania (9.800 euro) o la Francia (10.600 euro), ma superiore a quello di Spagna (5.700 euro), Grecia e Portogallo. Se confrontiamo la spesa sociale rispetto alla ricchezza prodotta, rispetto al pil, la spesa sociale dell’Italia ha continuato a crescere fino al 2012 e ha raggiunto il 30,3% del pil, poco sopra la media europea (29,5%). L’Italia mantiene una distribuzione fortemente squilibrata della spesa sociale, con una elevata e crescente, anche nel 2013, incidenza della spesa pensionistica sia sul totale delle prestazioni sociali sia in relazione al pil (16,8%). L’elevata incidenza della spesa pensionistica ha come contraltare la sostanziale assenza di protezione sociale per i soggetti esclusi dall’accesso al mercato del lavoro o privi delle tutele della cassa integrazione (una parte del lavoro dipendente a tempo indeterminato). La riforma recente del mercato del lavoro assume la questione ma non è ancora chiaro con quali strumenti e risorse potrà essere introdotta una forma di protezione, diffusa invece nella quasi totalità degli stati europei. figura 5-a disuguaglianza nella distribuzione del reddito (indice gini) 40 38 36 34 32 30 28 26 24 22
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