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Josep Maria Antentas Esther Vivas

Pianeta indignato


Tempi moderni


Pianeta indignato Josep Maria Antentas e Esther Vivas

Traduzione di Enrico Bertelli


Titolo originale: Planeta indignado, ocupando el futuro Prima edizione: © 2012 Sequitur, Madrid Per favorire la libera circolazione della cultura, è consentita la riproduzione di questo volume, parziale o totale, a uso personale dei lettori purché non a scopo commerciale. © 2012 Edizioni Alegre - Soc. cooperativa giornalistica Circonvallazione Casilina, 72/74 - 00176 Roma e-mail: redazione@edizionialegre.it sito: www.edizionialegre.it

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Indice Introduzione 7 Capitolo uno Senza luce alla fine del tunnel Crisi della politica, crisi della democrazia Socialdemocrazia: senza fiato Gli avatar del neoliberismo Crocevia e biforcazioni

Capitolo due La rivolta degli indignati Cospirazioni e “cospiranoie” Il topo indignato 2011: l’anno dell’indignazione globale Non siamo merci nelle mani di politici e banchieri Giovani e generazione indignata Rivoluzione 2.0?

Capitolo tre La dignità dell’indignazione Non ci rappresentano I molteplici significati della piazza Lotte costituenti, evento e nuovo ciclo E nei luoghi di lavoro?

Capitolo quattro Il nuovo internazionalismo dell’indignazione Internazionalismi: ieri e oggi L’internazionalismo delle resistenze Indignati del mondo Internazionalismo o campismo?

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Capitolo cinque Le forbici del debito Il ricatto del debito nel Sud del mondo In piedi contro il debito estero Molto rumore per nulla Il boomerang del debito colpisce il Nord del mondo Sul debito odioso e gli audit Indignati contro il debito

Capitolo sei Femministe e indignate Sulle piazze, il femminismo e il 15M La primavera araba e le donne Occupy Wall Street al femminile Grecia, le donne ed il “no� al debito

Capitolo sette Crisi ecologica e indignazione globale La crisi alimentare e la Primavera Araba L’offensiva della Green economy Il movimento per la giustizia climatica Il 99% e il nostro pianeta Anticapitalismo ed ecologismo

Capitolo otto Occupiamo il futuro Anticapitalismo: il ritorno Abbattere muri, costruire ponti... tra i lati e in avanti Revolution Reloaded? (Senza) Futuri possibili

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Ci resta la forza irriducibile dell’indignazione, che è l’esatto contrario dell’abitudine e della rassegnazione. Anche quando ignoriamo come potrebbe essere la giustizia del giusto, ci resta la dignità dell’indignazione e il rifiuto incondizionato dell’ingiustizia. L’indignazione è un inizio, una maniera di alzarsi e mettersi in cammino. Ci si indigna e ci si ribella, poi si vedrà. E ci si indigna con passione, ancor prima di trovare le ragioni di una simile passione. Daniel Bensaïd, da Gli Irriducibili. Teoremi della resistenza allo spirito del tempo, Asterios, Triste 2004.


Capitolo uno

Senza luce alla fine del tunnel

Nel settembre 2008 il fallimento di Lehman Brothers segna l’inizio ufficiale della crisi. Finisce la festa. I padroni del mondo vivono un breve momento di panico per la grandezza di una crisi che non hanno previsto, per mancanza di strumenti teorici per comprenderla e per timore di una forte risposta sociale. A differenza del 1929, c’è stata però una reazione rapida coordinata dei poteri politici ed economici internazionali per stabilizzare il sistema bancario e finanziario e frenare la sua caduta libera. Sono venuti poi i vuoti proclami di “rifondazione del capitalismo” e i falsi mea culpa, prontamente evaporati non appena puntellato il sistema finanziario ed in assenza di una esplosione sociale. I primi vertici del G20 a Washington e Londra si sono caratterizzati per la solennità della retorica dei protagonisti, impegnati nel dare portata storica alle loro decisioni. Nonostante i grandi discorsi, il senso delle politiche dei principali governi del mondo, definito nelle prime battute della crisi, è chiaro: farne pagare il costo ai lavoratori, socializzare le perdite e cercare di puntellare il modello vigente con timide riforme che ne assicurino la continuità correggendo alcuni “eccessi” disfunzionali. Le promesse di moralizzazione del capitalismo, intonate all’inizio della crisi, sono accompagnate poco dopo dall’annuncio che il peggio è già passato. Sia le promesse iniziali che i proclami avevano in comune la volontà di negare il carattere sistemico della crisi per evitare che potesse mettere in discussione l’intero sistema economico. Il presidente francese Nicolàs 13


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Sarkozy segnala chiaramente tale rischio nel settembre 2008, subito dopo la débâcle di Wall Street: «La crisi finanziaria non è la crisi del capitalismo, è la crisi di un sistema lontano dai valori fondamentali del capitalismo che, in qualche modo, ha tradito. Voglio dirlo chiaramente a tutti i francesi: l’anticapitalismo non offre alcuna soluzione alla crisi attuale». Sicuro? Passato l’iniziale momento di panico della classe politica e del mondo degli affari, la retorica “rifondatrice” evapora progressivamente. In sintonia con i tentativi di presentare la crisi come un semplice problema finanziario e come un fenomeno superficiale, ad un anno dalla sua esplosione il coro di voci intonato nel vertice del G20 a Pittsburg, nel settembre del 2009, è chiaro: la gravità della crisi è già superata, il recupero si avvicina e si intravede la fine. Questione chiusa. Ed in poco tempo, business as usual. Forse, in fondo, la cosa non è così grave. Nonostante tali affermazioni, con lo spostamento dell’epicentro della crisi verso l’Unione Europea (Ue) e lo scoppio della crisi del debito sovrano è stato chiaro che, nonostante gli apologeti ufficiali, non si trattava di una crisi passeggera, rapida, di una “McCrisi”. Andava per le lunghe. E non c’era luce alla fine del tunnel. Ancora peggio, nelle parole di Slavoj Zizek1, la luce alla fine del tunnel era quella di un treno in corsa che viene a tutta velocità contro di noi. La crisi entra così in una seconda fase. Se aveva avuto origine, come nel 1929, negli Stati Uniti, in questa nuova fase è l’Unione Europea al centro del vortice. Se nel primo stadio il sistema finanziario era l’asse del problema, ora è il debito pubblico amplificato dai salvataggi bancari. E domani sarà la recessione causata dall’austerità di oggi. Una specie di spirale senza fine nella quale si creano nuovi problemi per risolvere i vecchi e si aprono nuovi fronti quando i precedenti ancora non sono chiusi. La crisi diviene così, come ci ricorda David Harvey2, 1  Zizek, S. “Las buenas películas sobre el Holocausto son comedias” (intervista), Público, 15/06/2010. 2  Harvey, D. “Los siete momentos del cambio social”, Viento Sur, 31/12/2009: http:// www.vientosur.info/articulosweb/noticia/index.php?x=2684; Harvey, D. “Explaining the crisis” (intervista), International Socialist Review, 73, settembre-ottobre 2010.

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1. Senza luce alla fine del tunnel

«una razionalizzazione irrazionale di un sistema irrazionale» nel quale il capitale, lontano dal risolvere i suoi squilibri strutturali, si limita a spostarli. La socializzazione dei debiti bancari ha aggravato la situazione dei conti pubblici, collocando i paesi della periferia europea nell’occhio del ciclone ed intensificando gli attacchi ai diritti sociali nell’Unione Europea. La natura stessa dell’Unione Europea, spazio monetario unificato sulla base di economie nazionali squilibrate e carente di meccanismi democratici su scala continentale, l’ha resa particolarmente vulnerabile alla crisi. L’unificazione monetaria è stata fatta sulla base di economie eterogenee, con diversi livelli di produttività e senza nessuna volontà di correggere tale situazione. Già prima dello scoppio della crisi, le disfunzioni di questo modello erano evidenti con un aumento della disparità nel tasso di crescita degli Stati membri3. L’euro ha agito come dispositivo di controllo dei salari e della spesa pubblica lasciando senza margine di manovra i paesi con livelli di produttività minori per svalutare la moneta. È stato uno strumento utilizzato dalla Germania, forte in tecnologia e produttività, per diventare la principale potenza esportatrice della zona euro. Con la scossa economica, gli squilibri di fondo del progetto neoliberale europeo sono esplosi, esacerbando le tensioni in seno all’Unione e rinforzando le relazioni centro-periferia. I “colpi di Stato finanziari” in Grecia ed in Italia alla fine del 2011, con la designazione dei governi di Papademos e Monti, entrambe figure provenienti dal mondo finanziario e legati a Bruxelles, sono l’esempio più chiaro di una logica in cui l’Unione Europea agisce come una “potenza coloniale” con la propria periferia e «appare come ciò che è, una minaccia mortale per le regole democratiche più elementari, incluso quelle del regime parlamentare liberale»4. Tutta la retorica della 3  Husson, M. “Refundación o caos”, Viento Sur, 31/03/2010: http://www.vientosur. info/articulosweb/noticia/index.php=2821 4  Kouvelakis, S. “Golpe de Estado europeo frente al levantamiento popular”, Viento Sur, 18/11/2011: http://www.vientosur.info/articulosweb/noticia/index.php?x=4570

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“modernizzazione”, associata ad una acritica integrazione europea e alla sua grossolana idealizzazione, che ha costituito la pietra angolare del progetto del Psoe nello Stato spagnolo dalla sua salita al potere nel 1982, è crollata. In questa seconda fase, le politiche applicate all’insieme dell’Unione Europea hanno cercato di tagliare i diritti sociali, infliggere una sconfitta storica a lavoratrici e lavoratori e rafforzare i meccanismi di dominazione di classe. Ha inizio una vera «guerra sociale europea»5. Per i poteri economici, le legislazioni sociali che ancora esistono nel vecchio continente sono un freno per la competitività internazionale dell’economia europea ed un peso fastidioso sulle spalle di chi se ne vuole disfare. L’impatto della crisi si espande inesorabilmente lasciando dietro di sé una scia di disoccupazione, precarietà, sfratti e miseria. «Avanza socialmente come una lenta inondazione, costante, che si estende progressivamente dal basso verso l’alto» sostiene Miguel Romero6. Si approfondiscono le conseguenze sociali delle politiche neoliberiste (aumenta la polarizzazione della ricchezza, il deterioramento del mercato di lavoro e dei servizi pubblici) applicate per decenni che hanno colpito non solo le fasce più basse della struttura sociale, ma anche le classi medie ed i lavoratori qualificati che, oltre alle loro incertezze, vivono la crisi sulla propria pelle tra la disoccupazione e la mancanza di prospettive dei propri figli. Nel 2006, un paio di anni prima dello scoppio della crisi, il multimilionario Warren Buffet dichiarava ad un giornalista del New York Times: «Chiaro che c’è la lotta di classe. Ma è la mia classe, quella dei ricchi, che ha cominciato questa lotta. E stiamo vincendo»7. Senza dubbio la crisi non ha fatto che incoraggiare questa voglia di vincere. 5  Udry, CA. “Ha empezado una nueva guerra social en Europa”, Viento Sur, 111, luglio 2010, pagg.19-24. 6  Romero, M. “Construyendo brechas en la Europa del ‘ajuste estructural’”, Viento Sur, 31/05/2011: http://www.vientosur.info/articulosweb/noticia/index.php?x=4000 7  Stein, B. “In Class Warfare, Guess Which Class Is Winning”, The New York Times, 26/11/2006.

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Siamo in un periodo di transizione e di grande agitazione sociale. Come già è successo in epoche simili, le resistenze emergenti rappresentano una prima risposta il cui epilogo riconfigurerà il panorama politico, sociale ed intellettuale del mondo che ci attende.

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