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Michele Giorgio

Nel baratro

I Palestinesi, l’occupazione israeliana, il Muro, il sequestro Arrigoni


Sulla frontiera


Nel baratro

I Palestinesi, l’occupazione israeliana, il Muro, il sequestro Arrigoni Michele Giorgio

con prefazione di Tommaso Di Francesco


Per favorire la libera circolazione della cultura, è consentita la riproduzione di questo volume, parziale o totale, a uso personale dei lettori purchÊ non a scopo commerciale. Prima edizione: Settembre 2012 Seconda edizione: Novembre 2012 Š 2012 Edizioni Alegre - Soc. cooperativa giornalistica Circonvallazione Casilina, 72/74 - 00176 Roma e-mail: redazione@edizionialegre.it sito: www.edizionialegre.it

Analisi, notizie e commenti www.ilmegafonoquotidiano.it


Indice

Prefazione 7 di Tommaso Di Francesco Introduzione

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Capitolo uno La seconda Intifada 26/09/2000 - 31/12/2000

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Capitolo due Il governo Sharon e il muro della vergogna 07/02/2001 - 22/02/2004

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Capitolo tre L’ascesa di Hamas e la morte di Arafat 24/03/2004 - 07/05/2008

173

Capitolo quattro L’operazione “piombo fuso” 19/12/2008 - 21/11/2010

231

Capitolo cinque Restiamo umani 15/04/2011 - 18/09/2012

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Prefazione di Tommaso Di Francesco

“Tre palestinesi sono stati uccisi oggi nei Territori occupati…”. Per questa notizia non c’è bisogno di andare a vedere che giorno è. È ininterrottamente lo stesso giorno, quasi un intercalare temporale nell’arco di più di mezzo secolo in Medio Oriente. Che quotidianamente ripropone, scriveva Eduard Said «la tragedia di essere vittima delle vittime». Vale a dire di chi è vittima dell’occupazione da parte dell’esercito dello Stato d’Israele, quella nazione che trae la sua ragion d’essere e la sua ideologia – intesa marxianamente, come falsa coscienza – dal crimine più alto, quello dello sterminio ebraico della Shoah. Del quale, è bene ricordarlo, è stato artefice e protagonista l’Occidente colto e raffinato (dalla tedesca “programmazione” nazista della Conferenza di Wannsee fino all’ausilio nello sterminio dei sistemi informatici dell’americana Ibm). Non certo i palestinesi. Lo stillicidio di sangue palestinese dura infatti senza tregua proprio a partire dalla fondazione statale israeliana che, da allora in poi, non è mai stata in pace, nemmeno con se stessa né con la sua matrice nazionalista sionista. Anzi, ha rappresentato in Medio Oriente un ulteriore elemento di conflitto fino a materializzare tout court lo spettro della guerra per tutte le popolazioni civili brutalmente coinvolte e per la politica internazionale. Di questa origine perversa è consapevole non solo la memoria degli sconfitti, che hanno testimoniato e tramandato la Nakba (la catastrofe della cacciata) ma anche quella dei 9


Nel baratro

vincitori. La prova che non bisogna smettere di citare perché resta inspiegabilmente marginalizzata, è nel piccolo, straordinario romanzo La rabbia del vento di S. Yzhar (Izhar Smilansky), del 1949, all’origine della letteratura israeliana. Che racconta la storia di un drappello di soldati israeliani impegnati con la violenza a cacciare le famiglie palestinesi dalla loro terra, e che per questa terribile consapevolezza di una “ingiustizia fondativa” aprì già allora un dibattito serrato sulle basi etiche del nuovo Stato d’Israele. Ma se la cronaca degli assassini quotidiani in Palestina è il rumore sordo, di fondo, della nostra contemporaneità, questo vuol dire che il sangue degli oppressi che scorre ogni giorno è diventato scontato, fino a far parte del nostro silenzio, interiore e politico. Un silenzio che vive come una seccatura il dover riconoscere l’orrore di un popolo espropriato di ogni realtà e costretto a vivere in una durissima condizione di apartheid senza diritti, in una immensa prigione a cielo aperto, ormai quasi più senza terra perché consumata dalla presenza degli insediamenti colonici che si moltiplicano sotto protezione armata, offesa dallo sradicamento della vita (dalle radici degli olivi alle fondamenta delle case rase al suolo con la dinamite), con una umanità nel mirino di “esecuzioni mirate”, dispersa e perduta ai blocchi militari ai valichi, attraversata e tagliata dal Muro di sicurezza, con migliaia di prigionieri politici dimenticati e senza quel “diritto al ritorno” per centinaia di migliaia di profughi che invece rappresenta la base costitutiva dello Stato d’Israele; per di più ormai inesorabilmente divisa in due entità, la Striscia di Gaza e la Cisgiordania. E per la quale ogni trattativa di pace – da Camp David 1 a Oslo, a Camp David 2, alla Road map, ecc. – è diventata una promessa mai mantenuta, rimasta sotto minaccia e ricatto e poi sempre rimandata alla prossima guerra. È questa storia che ci ha formato, che ci appartiene e riguarda i nostri fallimenti, la nostra stessa impotenza come sinistra che costruì fino al 2005 un vasto movimento di massa a sostegno della pace e dei 10


Prefazione

palestinesi, per poi vederlo sparire nel vuoto, senza un fiato. Ma a chi volete che interessi più?! La risposta è che interessa alle vittime di questa violenza perché impegnate ogni giorno nella resistenza alla sopraffazione. A loro serve gridare di non voler essere più vittime. Ai palestinesi è utile dipanare i nodi della storia e costruire la scansione del loro passato prossimo. Per il presente e per il futuro. E per tutti noi, come per la stessa Israele. Della quotidianità di questa originale tragedia Michele Giorgio ha fatto, come corrispondente de il manifesto, la sua professione di verità. Il suo racconto quotidiano, il suo “giornalismo” nel senso migliore e più etimologico del termine, nei generi della cronaca, del commento, del reportage, dell’intervista, accompagnando e attivando con la forza della realtà, sulle orme di Stefano Chiarini, per più di venti anni i lettori del manifesto e non solo loro. Nella trama, testimoniata dal racconto di questo libro, che imperterrita continua e ripropone i termini assolutamente irrisolti della sua modernità. Perché la questione palestinese non è “vecchia e superata” come voleva il pensiero corrente che ha attraversato il mondo di fronte alle cosiddette primavere arabe del 2011 (ora alla deriva, in Tunisia, in Egitto, in Bahrein e con le svolte sanguinose in Libia e in Siria), con le quali alla fine gli Stati uniti e l’Europa hanno interagito strumentalmente salvando comunque i loro interessi (militari, petroliferi, alleanze) tutt’altro che democratici. La questione palestinese resta invece il nodo della nostra epoca. Certo è per l’Occidente, che ha seminato di guerre la terra mediorientale, un dramma meno intestino della bolla finanziaria esplosa nel cuore di Wall Street e diramata poi fino in Europa. Ma è tuttora quello più cogente, la “madre di tutte le questioni, e di sicuro quella più promessa – perfino da Obama, al Cairo nel suo storico discorso del 2009. Dietro ogni ambiguità si sono annidati e continuano a nascondersi i venti di guerra, come fu per la prima guerra del Golfo che tra le sue “giustificazioni” apparenti prometteva la soluzione della questione palestinese, 11


Nel baratro

senza dimenticare le “motivazioni” qaediste dell’attacco alle Twin Towers dell’11 settembre 2011, fino all’invasione del Libano e a “Piombo fuso”. “Le magnifiche sorti e progressive” delle svolte arabe del 2011 avrebbero dovuto ridimensionare la centralità del problema e finalmente oscurarne i contenuti profondi, fino alla irrilevanza. E invece la Palestina che come Stato non c’è, è lì con la sua concretezza, il suo vuoto e la sua accusa alla Comunità internazionale. Con tutta la sequenza viva delle sue sconfitte. A partire dal baratro in cui è caduta dopo la prima, grande e popolare Intifada (1987-93) e con le illusioni generate dagli accordi di Oslo. Dopo la provocatoria “passeggiata” di Sharon sulla spianata delle moschee, la devastante rioccupazione delle aree autonome palestinesi nel 2002 (Muraglia di difesa), la costruzione del Muro nel disprezzo del diritto internazionale, con l’assedio nel 2004 dei carri armati israeliani alla Muqata e la morte di Arafat. Una morte terribile, nella quale le giovani generazioni palestinesi si sono lungamente, amaramente specchiate. Avvenne, è bene ricordarlo, dopo lo scherno armato del governo israeliano che aveva costretto il Presidente palestinese a vivere come un mendicante in un angolo della sua residenza, sotto il tiro costante dei tank israeliani. Una stagione di stragi che porta l’indimenticabile nome di Jenin, sotto gli occhi benevoli del mondo civilizzato e dell’impotenza dell’Onu. Che ha provocato come effetto collaterale un vuoto insidioso nel quale è stata minata agli occhi dei palestinesi la stessa legittimità dell’Anp, una delle conquiste nazionali e istituzionali più rilevanti del movimento di liberazione palestinese. Poi l’arrivo di Abu Mazen e le compromissioni internazionali di Al Fatah nel sostenere accordi di pace che prevedevano concessioni impresentabili; e il trauma storico del gennaio del 2006, quando Fatah è sconfitta e gli islamisti di Hamas vincono le elezioni politiche in tutta la Palestina, non solo nella Striscia di Gaza ma anche in Cisgiordania; fino allo scontro violento con Hamas a Gaza nel 2007. E per finire il progressivo disinteresse 12


Prefazione

internazionale verso la questione palestinese, il disastroso contrasto interno Fatah-Hamas, fino all’uccisione dell’“internazionale” Vittorio Arrigoni, con i palestinesi che sembrano non riconoscere più i loro alleati ed amici, mentre per Vik ogni giustizia appare ancora ben lontana. Ci sono poche speranze: Marwan Barghuti, la figura integerrima e politicamente più rappresentativa di tutta la Palestina, che Uri Avnery chiama «il Mandela della nostra epoca»; e l’attivismo palestinese non violento (ma molto determinato) sempre più diffuso e che trova importanti appoggi da parte della società civile internazionale e nuovi interlocutori nei rivoluzionari (pochissimi ma buoni) israeliani. È giusto sapere che perdendo la questione palestinese viene meno una visione straordinaria. Perché fin dalla metà degli anni Settanta, nonostante la dispersione e l’esilio, il movimento di resistenza palestinese (riconosciuto più tardi come l’Olp) formulò un’idea ed una visione del Medio Oriente decisamente di rottura con quelle del passato: l’idea di uno Stato laico e democratico in Palestina, per gli arabi e per gli ebrei. Non solo quest’idea riconosceva quel che generazioni di arabi e di palestinesi avevano sempre rifiutato – la presenza di una comunità ebraica in Palestina che aveva ottenuto un suo Stato per mezzo della conquista militare – ma andava molto oltre la semplice, passiva, accettazione degli ebrei. Per Eduard Said «essa ebbe infatti il merito di porre quello che è ancora l’unico possibile futuro per un Medio Oriente multietnico: il modello di uno Stato fondato sui diritti umani laici, non sulle tendenze esclusiviste di religioni e/o minoranze e neppure come nel caso del nazionalismo siriano, su una idealizzata unità geopolitica». In una regione in cui la politica era stata determinata dal colonialismo o dalla religione, sarebbero state così gettate le nuove basi sulle quali organizzare la vita sociale al di fuori dei conflitti confessionali e civili. «Lo Stato/ghetto – conclude Eduard Said – quello della “sicurezza nazionale”, i governi come espressione di una minoranza avrebbero dovuto lasciare il posto ad una politica laica e democratica grazie alla quale le varie comunità 13


si sarebbero adattate l’una con l’altra per un superiore bene comune». Come a dire che nell’antefatto della questione palestinese c’è il cuore dei problemi legati alla trasformazione democratica annunciata – solo annunciata – dalle svolte mancate delle primavere arabe. Questo libro ha il merito di riconnettere, nella cronaca degli ultimi dieci anni, la lettura attuale delle crisi mediorientali e globali. E di tenere ben aperta la pagina palestinese ancora da scrivere.


Nel baratro


A chi non mi ha visto partire. A chi non mi ha visto tornare.


Introduzione

Un piccolo tassello che si aggiunge al grande mosaico della ricostruzione storico-politica della questione palestinese. No, vi assicuro, la mia non è presunzione. Non sono uno storico e non desidero affatto attribuirmi un ruolo che va oltre quello del cronista. È solo un modo per spiegare le ragioni che sono dietro la pubblicazione di questo libro. Dei palestinesi, e del Medio Oriente, mi occupo da venti anni. Da giornalista, ho vissuto assieme ai palestinesi le fasi più drammatiche della loro storia recente. Nei Territori occupati e nei campi profughi sparsi tra il Libano, la Siria e la Giordania. Per questo ho sentito il dovere di ripercorrere, attraverso il lavoro svolto per il mio giornale, il manifesto, fatto di reportage, interviste, cronache ed analisi, un pezzo di storia che segna il presente e il futuro del popolo palestinese. Sarebbe stato più giusto partire dai resoconti della prima Intifada (1987-93) e delle false speranze di indipendenza e libertà alimentate dagli Accordi di Oslo (1993-95). In quell’arco di tempo sono nate e morte le prospettive di un accordo fondato sul principio “due popoli, due Stati”. Lo Stato di Israele e lo Stato di Palestina l’uno accanto all’altro. Quasi venti anni dopo, la negazione del diritto e delle leggi internazionali e l’incessante colonizzazione israeliana dei territori palestinesi, rendono impossibile la realizzazione di quella soluzione descritta per anni come l’unica via per la pace. Si fa più concreto con il passare del tempo il rischio che i palestinesi si ritrovino chiusi in bantustan, all’interno dei Territori occupati. 19


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“Tre palestinesi sono stati uccisi oggi nei Territori occupati…”. Per questa notizia non c’è bisogno di andare a vedere che giorno è. È ininterrottamente lo stesso giorno, quasi un intercalare temporale nell’arco di più di mezzo secolo in Medio Oriente. Che quotidianamente ripropone, scriveva Eduard Said «la tragedia di essere vittima delle vittime». Dalla prefazione di Tommaso Di Francesco

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