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MartĂŹn Sivak

Evo Morales

Ritratto intimo di un presidente


Tracce


Evo Morales

Ritratto intimo di un Presidente MartĂ­n Sivak

Traduzione di Laura Bartoletti


Titolo originale: Jefazo. Retrato íntimo de Evo Morales. Copyright © 2008, Martín Sivak All rights reserved Prima edizione: © 2008, Editorial Sudamericana, Buenos Aires Obra editada en el marco del Programa “Sur” de Apoyo a las Traducciones del Ministerio de Relaciones Exteriores, Comercio Internacional y Culto de la República Argentina.

Per favorire la libera circolazione della cultura, è consentita la riproduzione di questo volume, parziale o totale, a uso personale dei lettori purché non a scopo commerciale. © 2012 Edizioni Alegre - Soc. cooperativa giornalistica Circonvallazione Casilina, 72/74 - 00176 Roma e-mail: redazione@edizionialegre.it sito: www.edizionialegre.it

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Indice

Capitolo uno La svolta della Bolivia (giugno 2006)

9

Capitolo due Dall’Altopiano al Tropico (1959-1995)

45

Capitolo tre Il tour politico di tre continenti (novembre-dicembre 2006)

69

Capitolo quattro Cocalero (1995-2003)

103

Capitolo cinque Il Palazzo (aprile-maggio 2007)

137

Capitolo sei Ora è il momento (2003-2006)

173

Capitolo sette Live in Gringolandia (Settembre 2007)

205

Capitolo otto Il Presidente (2006-2007)

239

Nuovo epilogo

271


Evo Morales


Capitolo uno

La svolta della Bolivia (giugno 2006)

Domenica 11 I presidenti boliviani governano dal Palacio Quemado. Nel 1875 gli oppositori a Tomàs Frìas gettarono torce incendiarie nella sede del governo dalla cattedrale adiacente. Provocarono un gran incendio. Tuttavia, il fuoco non gli permise di arrivare al potere. L’edificio fu ricostruito, ma il nome Palacio Quemado [Palazzo bruciato] sembra una metafora di un paese infiammabile come è sempre stata la Bolivia fin dalla sua fondazione nel 1825. Su 83 governi, trentasei non durarono più di un anno, trentasette furono “de facto” e fino a questo momento nessuno storico è stato in grado di precisare il numero esatto di colpi di Stato e golpe militari. Evo Morales Ayama è giunto alla presidenza grazie alla prima rivoluzione democratica del XXI secolo. Una novità che non si è tradotta in modifiche architettoniche né decorative del Palacio Quemado. La sua estetica è rimasta inalterata, senza che nessuno dei suoi nuovi abitanti ne abbia mostrato preoccupazione. Né le ragazze del protocollo che si occupano dell’agenda presidenziale che cambia continuamente, dalle cinque del mattino fino a mezzanotte, né le signore con gonna e cappello tradizionali che attraversano i corridoi, né i contadini che camminano su e giù su tappeti e parquet. Attraversando una scala cromatica si arriva fino a Morales. 11


Evo Morales

Il salone degli specchi si divide in due settori, quello rosa e quello dorato. Tra ragnatele e un pianoforte nero, che nessuno suona da tempo, sono esposti specchi con cornici dorate nei quali molti cercano di guardarsi, un tappeto persiano sui toni del rosso, panchine di marmo e tendine grigie con pompon, mentre una stufa elettrica di fine secolo scorso emana il calore che il riscaldamento dell’edificio non emana più. Un’anticamera bianca precede l’ufficio presidenziale. La notte in cui ebbe inizio questo libro, i vetri appena scuri lasciavano intravedere le persone che si muovevano nell’ufficio principale. Dopo che gli uomini del presidente uscirono da una porta, Evo entrò in quell’anticamera bianca – Ciao, Jefazo [capo, ndt] – mi disse. Nella sua lingua, jefazo è un complimento, una forma di rispetto. Anche se poi, il jefazo, colui che comanda, è lui. Salutò alla boliviana: le mani si stringono e poi gli uomini si danno un mezzo abbraccio. “Grazie di tutto. Mi hai sostenuto molto affinché arrivassi qui. Grazie fratello”. Suppongo abbia ripetuto questa frase molte volte da quando è diventato presidente. Ci eravamo conosciuti a Buenos Aires, nel 1995, quando cominciava a distinguersi come importante rappresentante sindacale dei coltivatori di coca. Nei quasi undici anni successivi lo intervistai per quotidiani, riviste e documentari. La sua fiducia in me è fondata sul libro che ho pubblicato su Hugo Banzer e sull’assassinio di Juan Josè Torres, ma anche sulle conversazioni che abbiamo avuto. Quella notte indossava scarpe nere ben lucidate, pantaloni scuri e la chompa – come chiamano in Bolivia il maglione – più famosa: rossa, azzurra e bianca, a girocollo. Con quel maglione ha percorso mezzo mondo come presidente eletto ed è stata una notizia internazionale. Si trasformò in un simbolo smisurato, perché né i colori, né il tessuto hanno alcuna rilevanza né per lui, né per la sua presidenza, né per i suoi principi. A giugno il collo del maglione era già liso. 12


1. La svolta della Bolivia (giugno 2006)

Entrando nel suo ufficio indicò: “Siediti lì, dove ho fatto sedere l’ambasciatore americano. Non se ne era reso conto, ma stava seduto sotto il ritratto del Che”. Di fronte a quello del Che, simmetrico, era appeso quello di Evo: uno di fronte all’altro, entrambi fatti di foglia di coca. Ma in quest’ambiente non prevale il verde, ma l’azzurro acceso delle poltrone. “Come va il rapporto con gli Stati Uniti?” domandai. “Male. Sono entrati dei marines travestiti da studenti. Ho delle informazioni confidenziali. Te le farò vedere”. Il suo portavoce, Alex Contreras, avvisò che una dozzina di fotografi sarebbero entrati a breve nell’ufficio. Ci chiesero di abbracciarci. Come se stessimo ne la Bombonera, mi disse e raccontò che voleva organizzare un evento nello stadio del Boca [La Bombonera è lo stadio di casa del Boca Junior, squadra di Buenos Aires] durante il prossimo viaggio a Buenos Aires. “Voglio scrivere un libro su di te. Ho bisogno di intervistarti molte volte, a lungo, come quella volta nel 1995”. “Viaggia con me per il paese. Parleremo tra le manifestazioni e gli eventi. E adesso vieni a vedere la mia squadra di calcio: giochiamo contro i compagni minatori”. Dopo mezz’ora risplendeva in una divisa da calcio celeste e la sua maglia aveva il numero sedici. La squadra presidenziale sembrava quella dei puffi. Mentre si scaldava ruotando le braccia, dette alcune indicazioni ai giocatori. Dalle gradinate di cemento circa cento persone seguivano ogni suo gesto. Non è molto agile, ma calcia bene la palla e a volte con potenza. Quella sera segnò due gol che festeggiò appena. I suoi avversari, la cooperativa dei minatori, sembravano più attenti al baciamano precedente la partita che alla partita stessa. E se ne videro le conseguenze: persero 7 a 2. A mezzanotte Morales era esausto. Il giorno successivo si sarebbe dovuto alzare alle 4.30 per volare a Quito, dove lo avrebbero eletto presidente della Comunidad andina de naciones (Can) Lì avrebbe avuto un dissapore con il presidente del Perù, Alejandro Toledo. 13


Evo Morales

“Senti Evo. La Can non è un sindacato e non puoi dare lezioni di economia a me”, gli disse quando il suo collega parlò di emarginazione e povertà. “Tu puoi insegnare solo quello che dice la Banca mondiale”. “Perché mi dici questo?” si arrabbiò ancora di più Toledo. “Sì, da qua tu andrai a lavorare alla Banca mondiale”. La riunione finì lì. Tra martedì e mercoledì Evo dormì bene, come ogni volta che dormiva nella pianura o al tropico. Martedì 13 Alle 5.30 del mattino un gruppo di ministri e viceministri riempì la hall del Palacio Quemado. C’era riunione dello staff di Gabinetto con il Presidente. Ma mentre cercavano di svegliarsi, si resero conto che Morales non aveva potuto lasciare Iquitos, nell’Amazzonia peruviana, a causa della nebbia. “Ci sarà ugualmente la riunione” informò la ragazza della reception, una poliziotta dai capelli rossi e mossi. Ci fu tempo, quindi, di parlare di un argomento che toccava tutti in ugual maniera e che non era precisamente l’amministrazione: alzarsi alle 4.30. Un viceministro spiegò ad un ministro che per svegliarsi a quell’ora dormiva con la televisione accesa e sonnecchiava fino a che non suonava la sveglia. Sbadigliavano mentre si muovevano per riscaldarsi: fuori c’erano due gradi. Una quindicina di soldati, in uniforme rosso e bianca, zaino bianco e baionetta, entrarono nella hall principale facendo rimbombare i piedi. Salii al bagno del terzo piano. C’erano oggetti che non avevano niente a che vedere con questo governo, come un quadro con le bandiere di Stati Uniti e Bolivia con scritto “uniti contro la lotta al narcotraffico”, e altri invece che lo rappresentano come le bandiere del Movimento al socialismo (Mas) e delle maschere di carnevale. Tatiana, la presidentessa del Gabinetto del Presidente, mi disse che ci sarebbe stato un posto per me sull’aereo con Morales fino a Villamontes, nella regione di Tarija, ma non sull’elicottero 14


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che sarebbe volato fino a La Higuera, il paese dove era stato assassinato Ernesto Che Guevara. “Però ci coordineremo”, aggiunse Tatiana. Coordineremo significa cercheremo di sistemare la cosa. Bisognerebbe aggiungere: anche se può essere complicato. In generale non c’è coordinazione, ma l’impegno profuso affinché le cose si sistemino fa parte integrante dell’essere boliviano. Quando mancavano quindici minuti alle sei del mattino, Álvaro García Linera, il vicepresidente della Repubblica, entrò nell’ufficio di Tatiana. Rigido con il suo vestito nero senza cravatta e impermeabile grigio. Una ciocca di capelli lisci e bianchi che ricadeva sulla fronte gli dava l’aria di uno skater maturo e scapestrato. Tatiana gli passò una chiamata del Presidente. Ancora non era partito da Iquito. “Jefazooo”, si sentì. “Ciao fratello – rispose il suo vice – i quotidiani sono positivi: danno una buona copertura del tuo viaggio… Sì, quei due gruppi di minatori sono in contrasto. Quello che dobbiamo fare è trovare un punto d’incontro. Va bene fratello, vado. Un abbraccio”. Dopo aver riattaccato, disse che aveva chiesto due cose: che gli portassero jeans e pantofole e che viaggiassi sul suo aereo. Prima di perdersi in un corridoio chiese a Tatiana quali decreti doveva firmare. La semplicità faceva pensare che quell’ufficio fosse una posta o un club di calcio, non che quelli fossero i cento metri quadrati in cui si prendono la maggior parte della decisioni dello Stato. Poco dopo decisero un cambio dei piani con gli aerei. Evo avrebbe viaggiato nello 01 (il più grande della flotta presidenziale), ma io non sarei potuto salire allo scalo di El Alto, dove avrebbero caricato combustibile. Álvaro e i ministri avrebbero usato l’aereo 03. Avrei dovuto volare con altre sessanta persone, nell’Hércules. Nel tragitto per l’aeroporto, un maggiore della polizia indicò l’Hércules come uno degli aerei più sicuri, ma volle offrire anche un contro esempio. “Circa dieci anni fa uno è caduto in 15


Evo Morales

un fiume o in una laguna pochi minuti dopo il decollo. Un ammiraglio tornò a galla, ma poi perlustrò il fondo come un sub per ritrovare il suo portafoglio. Aveva appena venduto qualcosa o forse doveva comprare qualcosa. Aveva così tanti dollari che ne dette duecento a ciascuno della squadra dei soccorsi”. L’aneddoto, comunque, non mi aiutò a perdere la paura verso l’Hércules. L’aereo appartiene alla flotta del Trasporto aereo boliviano. Un dettaglio lo rende particolare: dei cavi uniscono l’alettone della coda con le ali e la parte davanti. Dentro sembra una fabbrica di metallo, con finestrini inavvicinabili e tre file di poltrone con retine rosse di quelle che usano i paracadutisti. Sembrava di essere dentro ad un frigorifero. I passeggeri (ministri, generali, colonnelli, agenti segreti, un’infermiera e un giornalista) si coprirono con le coperte fino a quando i motori lo trasformarono in un forno. Alcuni membri della sicurezza portavano delle borse frigo in polistirolo. “Fa parte dell’equipaggio, signore?” chiese uno della sicurezza del vicepresidente. “No. È per il pesce che porteremo da Tarija. Al ritorno, sull’aereo sarà caricato quel pesce che è una meraviglia”. Due ore dopo l’Hércules atterrò a Villamontes. L’evento riuniva le forze vive della popolazione: gli studenti con le loro uniformi azzurre e bianche, qualche studentessa con le scarpe col tacco messe a qualche matrimonio, le maestre che riprendevano qualche alunno chiacchierone, militari e poliziotti, esponenti del partito socialista che attraverso le bandiere dicevano “grazie per renderci la dignità” e offrivano al Presidente lettere, ghirlande, frutta, pesce, cappelli, fiori, foto e perfino richieste scritte. Sul palco, militari e poliziotti inviavano messaggi a chissà chi, un ministro si addormentò e un altro camminava per non fare la stessa fine. Si erano alzati alle quattro e mezza e il caldo di mezzogiorno li stava stendendo. Un sorvegliante, identificato dalla scritta “polizia” sulla maglietta marrone, sfoggiava il giubbotto antiproiettile; pulì con una garza il bicchiere del presidente e lo riempì d’acqua. 16


1. La svolta della Bolivia (giugno 2006)

“Questo è un evento civico”, iniziò lo speaker. A Evo non piace questa definizione: collega il termine civico a sentimenti campanilisti. Dalla prima fase fino alla chiusura, l’evento trasudò formalità in un paese dove l’informalità è un segno caratteristico della politica. Tuttavia, nelle manifestazioni ufficiali, come quella di Villamontes, si canta l’inno nazionale e ogni oratore saluta le persone importanti sul palco; c’è uno speaker ufficiale, un programma ufficiale e un sentimento ufficiale. Chi ascolta non condivide questa forma. Molte volte le attrezzature non funzionano, va via l’elettricità, non si rispettano gli orari e perfino l’abbigliamento può apparire fuori luogo: a Villamontes il Presidente aveva una camicia a maniche corte, un jeans liso con una tasca scucita sul sedere e scarpe da ginnastica azzurre. Evo parlò della guerra del Chaco (1932-1935) che vide scontrarsi Bolivia e Paraguay. Ricordò i cinquantaduemila boliviani morti, tra i quali c’era anche suo zio Luis Morales. In buona parte delle famiglie dell’Occidente del paese c’è un morto di quella guerra che svegliò la coscienza nazionale. Ma dato che i discorsi di Morales sono multi tematici, elogiò anche gli eroi del presente, che si proteggevano dal sole sotto un tendone; disse che tutti i funzionari pubblici dovrebbero imparare il guaranì, il quechua o l’aymara [dialetti della Bolivia, ndt]; ai bambini promise computer nelle scuole. L’evento doveva rendere omaggio alle Forze armate. Il Presidente raccontò che quando arrivò al Palacio Quemado temeva i tirapiedi. “Adesso ho già più confidenza: grazie alle Forze armate per la loro partecipazione nella nazionalizzazione degli idrocarburi”. Chiuse al grido “Viva le Forze armate!”. Il primo maggio dello stesso anno, quando annunciò il decreto per la nazionalizzazione degli idrocarburi, il Presidente dispose che le Forze armate occupassero i pozzi di petrolio e gli stabilimenti delle compagnie straniere che operano in Bolivia. Voleva che si sentissero parte del processo e cominciassero ad interiorizzare un nuovo nemico: le multinazionali straniere. 17


Evo Morales

Con quell’ultimo grido iniziò una parata militare che includeva i sommozzatori e i soldati di fanteria vestiti con maglie che sopportano i 43 gradi. Durante lo scioglimento della parata García Linera divenne un polo di attrazione: le ragazzine di Villamontes con meno di quindici anni si facevano foto con lui. “A me sembra molto carino e a mia madre anche di più”, disse una fanciulla di Tarija che sarà andata alle medie. I pulmini della delegazione passarono tra le abitazioni precarie sotto le quali scorreva il gas che non arrivava alle loro cucine: solo il tre per cento delle case possiede tubature a domicilio. Arrivando all’hangar della pista di Villamontes, Morales, per questa volta e solo per questa volta, non poté decidere. “Non possono salire sette persone sullo 03?” domandò al colonnello responsabile del volo. “Sei, Signor Presidente”. Informò che qualcuno doveva rimanere a terra. “Salgo io e salgono anche Álvaro, Juan Ramón [Quintana, ministro della Presidenza], Alex [Contreras, il portavoce], il ministro della Salute [Nila Heredia], che deve inaugurare un ospedale. Rimangono Janet [la sua assistente] e Martín [riferendosi a me]. Che facciamo?” “Facciamo un sorteggio”, propose García Linera. Il vicepresidente estrasse dalla tasca una moneta da cinquanta centesimi. Da un lato il numero e la frase “l’unione fa la forza”; dall’altro uno scudo della Repubblica boliviana. Lanciò la moneta e ricadde sulla sua mano. Vidi il numero e mi contenni: era il mio passaggio per La Higuera. Morales è solito prendere decisioni. Nei primi sei mesi da presidente (ossia, da quando fu eletto fino a questo tour) ha promulgato il decreto di nazionalizzazione degli idrocarburi, proposto una bozza di riforma agraria, iniziato il processo di “disamericanizzazione” della Bolivia dopo più di mezzo secolo di dipendenza dagli Stati Uniti, ha suggellato un’alleanza a lungo termine con Fidel Castro e Hugo Chávez, e concretizzato l’elezione dei membri dell’Assemblea costituente attraverso la quale si proponeva di rifondare il paese. 18


1. La svolta della Bolivia (giugno 2006)

Lo 03 ha quattro poltrone di cuoio beige una di fronte all’altra, una quinta che da su un finestrino ed una sesta – in verità è solo una mezza poltrona – tra i piloti, dove trovò posto il Presidente. Per il decollo si mise i Ray Ban di Tom Cruise in Top Gun, ma non permise che gli scattassero foto. Si diverte negli aerei e negli elicotteri: a volte chiede ai piloti di effettuare delle acrobazie. Ride di gusto delle proprie emozioni e della paura degli altri. “Mangiamo?” domandò dopo il decollo. “Abbiamo cibo – rispose Contreras – ma non piatti”. “Mangeremo con le mani, allora”, disse Evo. Contreras tirò fuori la manioca e le patate da una borsa di plastica, una Coca Cola di due litri e una scatola di cartone con pezzi caldi di coniglio, pollo e capretto. Quando cominciammo a mangiare, il pilota si ricordò dove aveva messo dei piattini da caffè. Su quelli mangiammo il pranzo. Dato che Evo non aveva un tavolo d’appoggio, il ministro della Presidenza gli tagliò su un vassoio di metallo il resto del capretto e aggiunse patate e manioca. Il vice tirò fuori un peperoncino e lo divise col Presidente. Parlavano della manifestazione. “Mi sono emozionato con il discorso dell’ultimo soldato”, disse Álvaro. “Stiamo vivendo un momento nazionalista. Dovremmo inserire il nazionalismo come materia nelle scuole – aggiunse Morales – A me insegnarono la storia di Colombo, della Pinta e della Santa Maria, ma niente sul nazionalismo. Non può continuare così. Avete visto le bambine come cantavano La Patria? Dobbiamo fare un disco con quella canzone”. Prevedeva che quel giorno gli avrebbero consegnato dei documenti che comprovavano come la compagnia petrolifera Transredes avesse finanziato alcune manifestazioni di massa organizzate dall’élite di Santa Cruz (la regione più ricca del paese) per reclamare la propria autonomia dal potere centrale. “Così funziona l’oligarchia a Santa Cruz”, sbottò. Sapeva già che quella regione avrebbe fatto la maggiore opposizione al suo governo. 19


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«Come parte integrante della sua educazione Evo aveva dovuto interiorizzare tre regole di comportamento: ama sua (non rubare), ama quella (non essere pigro) e ama llula (non mentire). La quarta si impose più tardi: ama llunk’u (non essere servile)».

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