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Matteo Pucciarelli

L’armata di Grillo Radiografia del MoVimento Cinque Stelle

Postfazione di Marco Bracconi


Tempi moderni


L’armata di Grillo

Radiografia del MoVimento Cinque Stelle Matteo Pucciarelli

Postfazione di Marco Bracconi


Per favorire la libera circolazione della cultura, è consentita la riproduzione di questo volume, parziale o totale, a uso personale dei lettori purchÊ non a scopo commerciale. Š 2012 Edizioni Alegre - Soc. cooperativa giornalistica Circonvallazione Casilina, 72/74 - 00176 Roma e-mail: redazione@edizionialegre.it sito: www.edizionialegre.it

Analisi, notizie e commenti www.ilmegafonoquotidiano.it


Indice Introduzione 7 Capitolo uno Storia di un successo Un passo indietro Dalle liste al movimento Un boom minore Contro tutto e tutti Il secondo partito italiano

Capitolo due Casaleggio, Grillo e la democrazia interna La grande contraddizione Odor di settarismo

Capitolo tre La geografia del Movimento 5 Stelle

21 25 30 34 39 41

49 59 69

73

I pragmatici Gli ortodossi L’anima movimentista Assalto alla diligenza

76 85 96 99

Capitolo quattro Destra, sinistra, oltre?

103

Quale programma? Le ragioni di un successo

112 115

Postfazione di Marco Bracconi

119

Ringraziamenti

125


L’armata di Grillo


Quante volte mi sono domandato se legarsi a una massa era possibile quando non si era mai voluto bene a nessuno‌ Mi chiedevo se era possibile amare una collettività se non si era mai amato profondamente delle singole creature umane Antonio Gramsci [lettera a Julka, Vienna, 6 marzo 1924]


Introduzione

Il 22 settembre 2012 è il giorno in cui Beppe Grillo torna in piazza dopo mesi di assenza. Lo fa a Parma. Ad attenderlo non c’è più la folla oceanica della sera prima del ballottaggio. E non c’è più neanche Giovanni Favia ad accompagnarlo. Il suo ex figlioccio ormai cammina da sé. È in piazza anche lui, i giornalisti lo inseguono per carpirne lo stato d’animo, «ma vi saluterete?», la risposta sarebbe un semplice no ma il consigliere sorride, «se capita…». «Mi vedi? Sono diventato un mollusco, primo ero atletico, anni davanti al pc e ora eccomi qui», scherza con me a Bologna, prima di partire per Parma. «Ho dato la mia vita al movimento, incalzato da mille responsabilità, mille pressioni e nel giro di una sera sono diventato un traditore. Ho detto delle cose che pensano tutti, che sanno tutti, e allora quelli che adesso mi attaccano li avrei dovuti registrare durante le assemblee, o negli sms, o nelle chat: li ricordo tutti sai?», mi spiega Favia. Il problema sollevato ha un nome e un cognome, ed è naturalmente Gianroberto Casaleggio. «Sai qual è la sua caratteristica migliore, quella che ha stregato Beppe? L’assertività. È il contrario di Grillo, ma sono egualmente due pazzi. Lo dico in senso buono eh». Assertività: «Il giusto equilibrio tra due polarità: da una parte il comportamento passivo, dall’altra il comportamento aggressivo», enuncia Wikipedia. «Io finora contro di loro ci sono andato di fioretto. Capisco chi mi critica, chi dice che ho fatto delle 13


L’armata di Grillo

accuse immotivate, perché finora non ho affondato la lama. Non ho intenzione di farlo, ma se sarò costretto dovrò difendermi». Ma di che cosa si tratterebbe? «Del modo in cui ha tentato di farmi fuori», dice Favia. La teoria del giovane consigliere grillista è questa: la sua figura si stava ritagliando un ruolo troppo autonomo rispetto alla diarchia al comando, fino a rappresentare un pericolo per le ansie dirigiste soprattutto di Casaleggio; da qui un lento ma costante lavorio ai fianchi di Favia e all’interno del movimento emiliano che hanno creato spaccature insanabili. «In Emilia siamo i più bravi, siamo il cuore pulsante del M5S. Abbiamo conquistato il consenso, lo abbiamo incrementato col nostro lavoro e con la nostra passione, abbiamo creato un modello di lavoro unico. Forse stavamo andando troppo bene. Oggi non accetto lezioni da chi si è contraddistinto solo per seguire gli ordini acriticamente, e che magari nel proprio territorio è riuscito a perdere voti mentre il movimento cresceva a ritmi impetuosi in tutta Italia». È davvero un figlio che ama il padre (Grillo) ma sente che sta per ripudiarlo. «Mi ha ferito molto. Eravamo uniti, ogni volta che veniva in Emilia chiamava me, passavamo giornate intere assieme. Dopo il fuori onda non sono più riuscito a sentirlo. Ha un carattere difficile…». Niente pace quindi. Neanche oggi. «Starò a debita distanza. Chissà se dirà qualcosa di me», domanda a sé stesso. Invece no, Grillo non parlerà di Favia, non dirà niente. Almeno, non al comizio. I problemi sulla carta, quelli “rivelati” a Piazzapulita, restano tutti sul tavolo però. «Siamo indietro, e alla grande. Penso al comune di Bologna: cominciammo a prepararci un anno prima delle elezioni, eravamo dei semplici cittadini con poca esperienza del resto. Siamo quasi a ottobre e ancora niente, tutto fermo, la crescita improvvisa ha complicato tutto. Cento dei nostri andranno in parlamento e nessuno sa chi saranno, se saranno all’altezza, se reggeranno l’urto con una realtà a noi sconosciuta. Rischiamo di fare delle figuracce incredibili. Ho paura che la cosa ci stia sfuggendo di mano, anzi che soprattutto stia sfuggendo a Grillo e Casaleggio. Ti dico la verità: da una parte vorrei tornare 14


Introduzione

a quando avevamo una percentuale minima, il 2 o 3 per cento». La questione candidatura è delicata, Favia lo sa: «Se si fosse votato nel 2011 probabilmente sarei stato il candidato premier. Perché Grillo mi stimava e perché tutta l’Emilia mi sosteneva. Ma non è detto che avrei accettato: sarebbe stata una responsabilità enorme, devo pensare anche alla mia vita», dice riferendosi alla figlia piccola. «Poi arrivò il comunicato politico numero 45, quella che qualcuno chiamò la norma anti-Favia». Un passo indietro: 11 agosto 2011. Il blog di Grillo emana: «Ogni iscritto al M5S incensurato, non iscritto ad alcun partito, che non ricopra al momento delle elezioni cariche elettive (ad esempio consigliere comunale o regionale) o non abbia esercitato due mandati, anche se interrotti, potrà candidarsi». Capito? L’ambizioso consigliere emiliano stoppato così. «La Carta di Firenze diceva altro, parlava di due mandati pieni. Metti che casca Errani: io avrò finito di fare politica dopo tre anni e mezzo nelle istituzioni. Un anno in consiglio comunale, poi Delbono si dimise. E due e mezzo alla regione. Giusto il tempo di capire i meccanismi delle istituzioni, che ti assicuro sono complicatissimi, e stop: fine della storia. Invece il ragionamento originario era un altro: due mandati, cinque anni più cinque, poi a casa. E sono d’accordo, dieci anni bastano e avanzano». C’è un pezzo di movimento che non stima più Favia. Che magari non lo stimava nemmeno prima, ma che adesso lo considera né più né meno un reietto. Uno che ha giocato sporco. Uno dei quattro “coordinatori” del movimento, Matteo Olivieri, durante una lite via Facebook con Tavolazzi, l’ha definito senza mezzi termini «una puttana con al seguito i giornalisti», non tutti ce la fanno a citare De Andrè. Ma Favia ha anche compagni e amici che continuano a sostenerlo, magari senza farsi vedere troppo: «Uno che non mi ha dato addosso e che mi ha stupito in positivo è stato Mattia Calise», racconta. Il viaggio verso Parma è in auto (un’ibrida) con Andrea Defranceschi, il capogruppo alla regione. Il collega è più abbottonato, ha anche spiegato in tv che Favia non doveva dire quelle cose, ma la realtà è che i due la pensano quasi allo stesso modo. «Purtroppo ci sono anche tanti 15


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leccaculo tra di noi: capiscono chi detiene il potere e scodinzolano», sostiene. Arrivati a Parma c’è il sindaco. Parla con una ragazza in piazza, ragiona sull’inceneritore. Vede Favia, lo abbraccia, lo invita al palazzo municipale. È sabato, c’è solo il custode. I grillisti a palazzo, e che palazzo: c’è anche uno scettro tra i quadri, le sculture e le decorazioni risalenti al 1600. Il presidente del Consiglio Marco Vagnozzi fa da cicerone tra le varie stanze, gli ospiti restano a bocca aperta. La stanza del sindaco è amplissima e invidiabile: due pc collegati, uno è un portatile. Il fisso ha una webcam che si accende e registra il video appena qualcuno s’avvicina allo schermo. Anche la signora delle pulizie che spolvera la scrivania. «L’ho pagata un po’. Di tasca mia, naturalmente. Ma ci tengo che le cose che ho qui dentro non escano fuori», sorride Pizzarotti. Poi lui e Favia si chiudono nell’ufficio del primo cittadino una ventina di minuti. Cosa vi siete detti? «Un po’ così, della situazione dopo quello che è successo. Federico deve pensare a Parma, ai mille problemi che si ritrovano qui, tra i debiti e l’inceneritore: e lui e la giunta hanno bisogno di Beppe, del peso di Beppe». Però è evidente: i due golden boy emiliani si stimano, si confrontano. Si parlano mentre mezzo movimento con Favia non interagisce più. È un segnale. E magari c’è anche un obiettivo da raggiungere: investire tutto il peso politico che ha Pizzarotti per sanare la rottura tra papà e figliol prodigo. Un collaboratore di Favia in regione («e lo faccio gratuitamente!») dice la sua: «Basterebbe davvero poco per cancellare questa ferita che fa male a tutto il movimento. Un gesto, una parola d’affetto. E invece l’orgoglio, delle volte…». Grillo fa il suo comizio, prima di cominciarlo si ritrova assediato da fotografi e giornalisti nell’area del retropalco, protetto solo dalla “gabbia” fatta con le sbarre di ferro e dagli steward con le pettorine gialle con la scritta “staff”. Favia è sotto un gazebo di militanti, a cinquanta metri di distanza. No, la pace non è scoppiata. Anzi. Il giorno dopo arriva la bordata del comico, stavolta su Facebook: «Gli mettono dei microfoni sotto il naso, lo intervistano 16


Introduzione

in televisione, piazzano la sua foto sui giornali e chi prima faceva tutt’altro (magazziniere, cameriere, fiorista, impiegato di banca... con tutto il rispetto dei magazzinieri e dei camerieri e dei fioristi e degli impiegati di banca) diventa un politico che si occupa di questioni come il concetto di democrazia, il principio di rappresentanza, l’eterogenesi dei fini, spesso con un piccolo accenno a Schopenhauer e Lev Trotsky, ai filososofi greci e a Paperoga». L’affondo continua: «Gli sfugge, dimentica, nell’ebbrezza della raggiunta visibilità, che l’unico compito che gli è stato attribuito è di svolgere le sue funzioni in Comune, in Regione o in Parlamento in qualità di dipendente e di portavoce e applicare il programma concordato con i cittadini che gli pagano lo stipendio». Nessun nome e cognome, ma a chi fosse diretto il messaggio lo hanno capito tutti.

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Sembra quasi un mondo magico, quello a Cinque Stelle. Tutto così pulito e disinteressato da apparire perfetto. “Noi siamo diversi”, ripetono ovunque i militanti e gli iscritti del partito. Che, come rivelato dal blog di Grillo nell’aprile 2012, sono 200mila. Una cifra enorme. Orgoglio legittimo, ma anche cieco. Perché dentro il movimento esiste una gigantesca contraddizione. Peraltro evidente.

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