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Harry Browne

The Frontman

Bono (nel nome del potere)


Tempi moderni


The Frontman Bono (nel nome del potere)

Harry Browne Edizione italiana a cura di

Wu Ming 1 e Alberto Prunetti

Consulenza editoriale

Wu Ming 1


© Harry Browne 2013 Prima edizione: © Verso, London-New York, 2013 Per favorire la libera circolazione della cultura, è consentita la riproduzione di questo volume, parziale o totale, a uso personale dei lettori purché non a scopo commerciale. © 2014 Edizioni Alegre - Soc. cooperativa giornalistica Circonvallazione Casilina, 72/74 - 00176 Roma e-mail: redazione@edizionialegre.it sito: www.edizionialegre.it

Analisi, notizie e commenti www.ilmegafonoquotidiano.it


Indice

Introduzione «This is not a rebel song»

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Capitolo uno - Irlanda 21 «Che emozione per quattro ragazzi irlandesi del Northside di Dublino!». Le origini Dandelion market: l’ascesa degli U2 28 War: trattare con la politica irlandese 35 Self aid: la celebrità in casa 45 Mother: far crescere nuovi U2 51 Peace of the action: intervento a nord 56 Where the cheats have no shame: problemi con il fisco 62 Mister Bono: le critiche vanno più a fondo 68 Barone degli immobili: il Bono d’impresa 75 Dopo il diluvio: il contesto irlandese 84 Capitolo due - Africa «Do they know it’s Christmas»?. Band aid e oltre Bad: il live aid In Etiopia: alla scoperta dell’Africa e del blues «Non sono un tipo facile»: la campagna contro il debito Attenzione all’aids: progresso e costi dell’hiv Fare la storia: il vertice scozzese Seeing (red)/vedere (rosso): lo shopping come attivismo Controllo editoriale: la stampa del mito Piú borse: fissare l’ordine del giorno Un’altra Edun: affari etici

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Capitolo tre - Mondo Beautiful Day: leccare il culo alle corporation Ricchezza e difesa della proprietà Elevation: la costruzione di un portfolio Zoorophilia: da Salvador a Sarajevo The spiritual American: l’amico dei Presidenti More War: dalla parte di Bush Dreaming with Obama: da Washington alla Palestina Cui Bono? Filantropia Radici: un programma agricolo With or Without You: Bono oggi

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Postilla Il “fattivismo” di Bono e altre favolette L’uguaglianza come esca per gonzi Estrapolazioni per il futuro Estrapolazioni dal passato “Sapere” cosa funziona Fissare la soglia più bassa possibile Pompare al massimo i «leoni» africani

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Ringraziamenti

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Introduzione

«This is not a rebel song»

La filantropia delle celebrità si esprime nei modi più disparati, ma forse nessun personaggio ne incarna illusioni, finzioni e diversivi meglio del cantante del gruppo rock U2, Paul Hewson, in arte Bono. Bono è più di un semplice dispensatore di beneficenza. Anzi, la sua fama in questo campo non ha niente a che fare con l’uso della sua considerevole fortuna a vantaggio dei poveri. Piuttosto, è un “portavoce” dei poveri, e in quanto tale è divenuto un simbolo del carattere essenzialmente benevolo della ricca élite occidentale, che è sempre pronta ad aiutare i poveri del mondo e attende solo un piccolo incoraggiamento e qualche buona idea per eliminare fame e povertà. Questo fa di lui il frontman ideale per un sistema basato su sfruttamento imperialistico e guerre, un sistema che non ha mai cessato di saccheggiare e corrompere. La definizione di Bono di ciò che fa per vivere è «commesso viaggiatore», ultimo di una stirpe: Molti nella nostra famiglia sono commessi viaggiatori. E naturalmente è quel che sono diventato! Sono proprio un commesso viaggiatore. Se proprio lo volete sapere, è così che vedo me stesso. Io vendo canzoni porta a porta, di città in città. Vendo melodie e parole. E per come la vedo, nel mio impegno politico, io vendo idee. Nel mondo commerciale in cui sto entrando, vendo anche idee. Quindi mi considero ultimo di una lunga discendenza di venditori.1 1  Michka Assayas, Bono on Bono: Conversations with Michka Assayas, London, Hodder & Stoughton, 2005, p.17.

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Certamente è stato un abile venditore della propria opera musicale e di se stesso. Per quanto riguarda la politica, nella sua versione della metafora Bono viaggia per il mondo vendendo idee su come aiutare i poveri, vendendole principalmente ai potenti e alle istituzioni che sono in grado di trasformarle in realtà. Nella migliore delle ipotesi, si tratta di un resoconto parziale: in verità, l’idea che Bono vende con maggiore impegno è che quei potenti e quelle istituzioni stiano sinceramente tentando di rendere il mondo un posto più giusto ed equo. E la sta vendendo a noi. Bono ha un indubbio profilo cosmopolita. In quanto irlandese americanizzato che in passato ha collaborato intensamente col governo britannico e nell’immaginario comune è legato al destino dell’Africa, tra i personaggi dell’élite Bono è il più compiutamente panatlantico. Peter Sutherland, ex-Procuratore generale irlandese, presidente della Goldman Sachs International, ex presidente della British Petroleum, e prima ancora dirigente della World Trade Organization – consigliere di banche e governi definito «il padre della globalizzazione»2 – è forse il personaggio globale più simile a lui, e come vedremo le somiglianze fra Bono e questo pilastro dell’establishment vanno ben oltre il loro accento da ricchi dublinesi. Negli Stati Uniti, forse l’idea che Bono porti nel dibattito planetario un insieme di valori ritenuti vagamente “europei” è uno dei motivi per cui è visto come una figura complessivamente positiva e politicamente vicina alla sinistra liberal. Durante una delle più calorose apparizioni pubbliche di George W. Bush insieme al cantante («Bono, io ammiro il tuo cuore»), l’allora presidente non riuscì a trattenersi dal raccontare un aneddoto che si basava, per il suo effetto umoristico, sull’idea che Bono fosse politicamente nel campo opposto: «Dick Cheney entrò nello Studio Ovale, e disse: “Jesse Helms vuole che ascoltiamo le idee di Bono”». Il racconto mandò in visibilio i presenti, con lo stesso 2  “Leadership at a Time of Transition and Turbulence: A Conversation with Peter Sutherland KCMG”, Gresham College, 8 Marzo 2011, in gresham.ac.uk.

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Introduzione

Bono che applaudiva e sorrideva.3 Tuttavia, questa percezione delle sue posizioni politiche si basa su un fraintendimento dei suoi “valori” e di quelli delle istituzioni europee: né Bono né la Ue sono minimamente impegnati sul terreno della giustizia sociale e dei valori collettivi, come invece ripetono gli opinionisti americani. Di contro, la tendenza di Bono a usare parole e comportamenti americaneggianti è una delle ragioni per cui è guardato con maggiore sospetto in Europa – o almeno in Gran Bretagna e Irlanda, dove Bono è una figura da mettere in ridicolo e un bersaglio di insulti anche pesanti. La rivista umoristica inglese Viz lo chiama «il coglioncello dal grande cuore», mentre sul Guardian la scrittice Jane Bussmann lo ha definito un propinatore di «stronzate egocentriche», con l’Africa usata «in funzione masturbatoria».4 C’è poi la storiella arcinota, sicuramente apocrifa, su un concerto degli U2 a Glasgow, in cui Bono fece zittire il pubblico e cominciò a battere le mani da solo, per poi sussurrare gravemente: «Ogni volta che batto le mani, un bambino in Africa muore». Dal pubblico si alzò una voce: «Be’, allora smetti di farlo, cazzo!».5 Simili prese in giro sono molto diffuse in Irlanda, ma rare nei media irlandesi, dove gli amici degli U2 sono numerosi ed esercitano una forte influenza. Senza dubbio, la considerazione di cui gode Bono nel suo paese natale è complicata dalla particolare concezione irlandese del “rancore” [begrudgery], presunta tendenza nazionale ad abbattere chi ha successo. Questa tendenza, quando si manifesta, nasce da un salutare (forse post-coloniale) sospetto che il mondo sia meno meritocratico di quanto dia a vedere, o che il successo spesso si raggiunga a spese della moralità. Purtroppo, il risentimento viene 3  “Give Us the Money”, Why Poverty?, Bbc Four, 25 Novembre 2012. 4  Marina Hyde, “Bono: The Celebrity Who Just Keeps Giving”, The Guardian, 23 Settembre 2010; Jane Bussmann, “Kony2012 Made up for the Flaws of Bono, Geldof and Co”, The Guardian, 3 Aprile 2012. 5  Eamonn McCann, “Make Bono Pay Tax”, CounterPunch, 26 Febbraio 2009, in counterpunch.org.

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più spesso deplorato che espresso: «Si fottano i rancorosi» è la versione irlandese – antica, veneranda, ricorrente – dell’adagio «Chi ti odia ti odierà comunque». Che del risentimento ci sia è poco ma sicuro; gran parte dei dublinesi ha probabilmente detto o sentito la seguente frase: «Oggi ho visto Bono in centro, ma ho fatto finta di non riconoscerlo, non volevo dargli soddisfazione». Va detto, però, che negli anni Novanta e Duemila, in Irlanda di rancorosi ce n’erano pochi. Erano gli anni del boom della Tigre Celtica, quando finanzieri, proprietari di titoli, politici, giornalisti, agenti immobiliari e persino rock star andavano gonfiando una bolla speculativa pazzesca che, una volta scoppiata, avrebbe decimato l’economia del paese. Questo libro, ad ogni modo, non ha nulla a che fare con l’invidia né mette in dubbio le basi del successo di Bono – l’industria musicale è probabilmente un po’ più meritocratica delle altre; piuttosto, mette in discussione l’uso politico del suo successo. I modi diversi di vedere Bono nei vari paesi pongono un dilemma a chi scrive, soprattutto se scrive per un pubblico internazionale. Quanto seriamente si può trattare un personaggio che viene così spesso messo in ridicolo, nei contesti più disparati e per le ragioni più diverse? Inoltre, è difficile dare una definizione di Bono come personaggio pubblico, dato che opera in ambiti molto variegati, anche secondo gli standard della nostra liquida e trasversale cultura della celebrità: un giorno, si legge, incontra i leader del G8, il giorno dopo denuncia il suo ex-stilista per recuperare un cappello; la mattina ti vende un iPod, la sera ti vende la sua versione del processo di pace in Irlanda del Nord. Alla fine, ho cercato di prenderlo sul serio come sembra fare lui, il che vuol dire parecchio, benché faccia frequenti sforzi per sembrare autocritico e autoironico. Il mio partire da un approccio serio non dipende tanto dal rispetto dovuto ad ogni persona – anche se troppe delle battutacce su Bono sono stupide e infondate – quanto dal fatto che a prenderlo sul serio sono le persone più potenti del mondo: le sue organizzazioni ricevono fondi, lui riceve inviti su palchi prestigiosi. Capire perché questo 14


Introduzione

accade implica innalzarsi al di sopra dei semplici attacchi, almeno ogni volta che sarà possibile. Adotto questo tono relativamente elevato con un po’ di rammarico: man mano che si scende la scala sociale l’antipatia per Bono si fa più forte; se dalla parte dell’amore si trova Tony Blair, all’estremo opposto ci sono i graffitari dei quartieri poveri del centro di Dublino, e mi dispiacerebbe tralasciare del tutto i loro sentimenti. Ma in un mondo in cui il New York Times tratta Bono quasi sempre come un guru, mentre diversi giornalisti del Guardian lo ritengono un buffone; un mondo in cui innumerevoli europei lo considerano un grande artista, mentre gli autori satirici dell’americano South Park lo rappresentano letteralmente come un pezzo di merda; un mondo in cui nel 2008 la Bbc produce un documentario per la Tv che almeno si pone qualche domanda, intitolato I milioni di Bono, e l’anno dopo dedica un’intera giornata di programmazione radiofonica al lancio di un nuovo album degli U2; dove un amico che incontro al pub mi chiede perché voglio criticare Bono, e un altro che incrocio per strada considera il mio compito decisamente troppo facile e lungi dall’essere una grande sfida... In un mondo così, non esiste un approccio ottimale per scrivere questo libro. Spero che il modo che ho scelto renda più probabile che alcuni dei numerosi fan e ammiratori di Bono si confrontino con le mie argomentazioni. Personalmente, non mi considero né un grande fan, né uno zelante detrattore della musica degli U2. The frontman considera Bono essenzialmente un personaggio attivo in politica, non un produttore di cultura. Lo stesso Bono, ormai molti anni fa, disse che vedeva i due ruoli come separati, e la musica come un veicolo sostanzialmente inutile per il cambiamento politico. Quindi, questo libro non si porrà la questione se Achtung Baby sia davvero migliore di War. Ma, persino entro questi limiti, sarebbe sciatto non occuparsi, per esempio, di cosa Sunday Bloody Sunday può dirci sulle pose pubbliche di Bono di fronte alla situazione politica irlandese, o se il passaggio degli U2, nei primi anni Novanta, da una prospettiva e da un’estetica musicale americana a una europea abbia avuto una qualche corrispondenza 15


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in politica. Nella misura in cui il business, la politica e la musica sono intrecciati, è importante renderne conto, come anche tentare di districare tali rapporti. Questa non è, per forza di cose, una biografia convenzionale; non è nemmeno il tentativo di delineare un profilo psicologico di un personaggio. Anche se mi soffermerò su speculazioni occasionali riguardo ai suoi pensieri e opinioni, purtroppo non sarà possibile penetrare quelle lenti da sole avvolgenti e riuscire a capire quale miscela di idealismo e cinismo abbia prodotto una figura come Bono. Giudico malvolentieri le motivazioni di un’altra persona, ma non sarebbe nemmeno corretto concludere semplicemente, a dispetto di ciò che mi hanno detto molti che lo hanno conosciuto, che nel suo lavoro politico o umanitario Bono sia “in buona fede”. The frontman non si concentra sull’analisi delle motivazioni che spingono Bono a fare ciò che fa, ma sulla sua retorica, sulle sue azioni e sulle loro conseguenze. Da quasi tre decenni, e soprattutto nel nuovo secolo, Bono ha quasi sempre fatto da megafono ai discorsi dell’élite, difeso soluzioni inefficaci, parlato dei poveri in modo paternalistico e leccato i culi dei ricchi e dei potenti. Ha generato e riprodotto modi di vedere il mondo in via di sviluppo, soprattutto l’Africa, che sono solo uno scaltro mix di tradizionale colonialismo missionario e commerciale, in cui il mondo dei poveri esiste solo come un’impresa che il mondo dei ricchi deve compiere. Con gesti grandi e piccoli ha rivolto la sua attenzione verso un pianeta di ingiustizia selvaggia, diseguaglianza e sfruttamento, e non è irragionevole sostenere che, per certi versi, abbia contribuito a renderlo peggiore. Ha anche contribuito a renderlo migliore? Non c’è dubbio che alcune delle campagne e il lavoro delle organizzazioni che Bono sostiene abbiano migliorato la vita, la salute e il benessere di molte persone in Africa. Sarebbe sciocco sostenere il contrario. E sarebbe estremamente presuntuoso sostenere che questo o qualunque altro libro possa inventariare e pesare i risultati negativi e positivi per emettere un verdetto definitivo e obiettivo. Mi sono sforzato di riconoscere i meriti di Bono quando pensavo ne avesse, ma non pretendo di essere un arbitro neutrale. 16


Introduzione

Potrei costruire e tappezzare un vespasiano con le centinaia di libri e articoli che dicono: “Bono Makes It Better” sono facilmente reperibili online e nella libreria più vicina. Questo libro vuole dimostrare la tesi opposta. Lo stesso Bono non è timido quando si tratta di accaparrarsi quanto più credito possibile. Recentemente ha definito le sue campagne «un movimento che ha cambiato il mondo».6 Nel bel mezzo dell’era di George W. Bush disse: «La gente mi ha riso in faccia quando ho detto che questa amministrazione avrebbe distribuito farmaci antiretrovirali in Africa. Mi hanno detto “sei un idiota fuori di testa”. Adesso ci sono duecentomila africani che devono la vita all’America».7 La struttura di questa frase rende impossibile resistere alla tentazione di sostituire la parola “America” con la parola “me”. L’idea che Bono Makes It Worse, qualcuno potrebbe sensatamente obiettare, non è altro che un’opinione politica – basata su quella che ritengo un’analisi chiara e ben documentata, ma pur sempre un’opinione. Altri autori hanno analizzato la stessa carriera e gli stessi fatti, e tratto conclusioni opposte alla mia. Invito i lettori a giudicare da soli. Tuttavia, il linguaggio spoliticizzato dell’umanitarismo, l’immagine che Bono dà di sé come persona al di fuori, al di sopra e al di là della politica, ha spesso reso difficile esprimere opinioni politiche semplicemente diverse dalle sue. Perciò, che siate o meno d’accordo sul fatto che Bono Makes It Worse, il senso di questo libro consiste nel posizionare saldamente il personaggio e, per estensione, l’umanitarismo delle celebrità nel campo della politica e quindi delle differenze in politica. Fare questo significa sottolineare alcuni fatti incontestabili, e cioè: Bono rappresenta un particolare tipo di discorsi, valori e forze materiali all’interno di un esteso dibattito sulla povertà globale, sullo sviluppo e sulla giustizia; questi discorsi, valori e forze, sebbene spesso espressi in modo vago 6  “Give Us the Money”. 7  Daniel Schorn, “Bono And The Christian Right”, CBS News, 20 Novembre 2005, in cbsnews.com.

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e fuorviante, possono essere complessivamente caratterizzati come conservatori, occidente-centrici e filo-capitalisti; sono ritenuti sostanzialmente innocui dalle élites che hanno mandato in rovina il mondo; possono essere contestati e criticati fortemente in linea di principio e in termini di efficacia. In altre parole, dopo aver letto questo libro, forse crederete ancora che Bono abbia ragione, ma forse non crederete più che la sua ragione sia autoevidente e al di sopra di ogni obiezione. Si pensi o meno che Bono abbia ragione, spero che dopo la lettura di questo libro risulti difficile a chiunque considerarlo “di sinistra”. Anzi, a partire dal 2005 lui e le sue organizzazioni hanno spesso deriso posizioni che consideravano di sinistra. «Sarebbe […] veramente sbagliato suonare una specie di tamburo di sinistra, facendo il solito discorso da progressista col cuore che sanguina»: ecco una tipica affermazione di Bono che chiarisce dove colloca le sue iniziative politiche.8 Naturalmente, nell’improbabile caso gli venisse chiesto, direbbe che non è nemmeno di destra. È proprio l’idea che l’approccio da “problem-solving” tecnocratico difeso da Bono sia in qualche modo apolitico quella da contestare. A partire dai tardi anni Novanta, l’ascesa di Bono come attivista politico è legata ai più grandi e inquietanti sviluppi nella governance transnazionale, mediante i quali gli Stati più grandi, le multinazionali, le fondazioni e le istituzioni multilaterali hanno minato la responsabilità democratica e la sovranità ovunque nel mondo, spesso in nome dell’umanitarismo. Bono ha un ruolo relativamente piccolo (benché non proprio insignificante) in questo progetto, e esaminare quest’ultimo nella sua totalità è al di là degli obiettivi di questo libro. Quando, verso la fine di questo testo, si prenderanno in considerazione gli stretti legami fra Bono e la Bill and Melinda Gates Foundation e i suoi piani per lo sviluppo dell’Africa, forse i lettori saranno spinti ad approfondire. Ma prima di arrivare a quel punto, è bene dire che The frontman è diviso in tre filoni tematici in parte tratti dalla cronologia e 8 

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Ibid.


Introduzione

geografia della storia personale di Bono. Il capitolo 1, “Irlanda”, esamina, tra le altre cose, i miti e la realtà delle origini dublinesi di Bono; la posizione sua e degli U2 rispetto ai Disordini nordirlandesi; l’emergere degli U2 come simboli nazionali di fiducia e rinnovamento e successivamente come importanti investitori nella finanza e nell’edilizia, prima e dopo il collasso dell’economia del paese. Il capitolo 2, “Africa”, analizza la costruzione dell’Africa nell’operato politico di Bono e come lui sia riuscito a rubare la scena al Live Aid del 1985, spodestando il suo predecessore Bob Geldof come principale difensore dell’Africa nella politica occidentale e nello show business, intento a promuovere soluzioni neoliberiste per i problemi del continente. Il capitolo 3, “Il mondo”, prende in esame gli interessi economici multinazionali di Bono e il suo ruolo in eventi come i vertici del G8, come è entrato nelle simpatie di figuri come Jesse Helms e Paul O’Neill, come ha riabilitato criminali di guerra responsabili dell’invasione dell’Iraq quali Tony Blair e Paul Wolfowitz, come ha fatto da spalla a Jeffrey Sachs, sostenitore della shock economy. Sono del tutto assenti alcuni aspetti importanti, ma non politici, della sua carriera; alcuni degli eventi e aspetti politici più importanti sono trattati in due o anche tre capitoli, ogni volta da una prospettiva leggermente diversa. La grande genialità e la grande pericolosità di Bono sta nel fatto che – in modo non dissimile dall’“organizzatore di comunità” Barack Obama – fornisce l’imitazione plausibile di un attivista. Nei suoi discorsi riecheggiano forti e familiari invocazioni di giustizia e alcuni di noi ci cascano, perché sentono nella sua voce i nostri desideri: in fondo, è un cantante professionista. Il giornalista inglese George Monbiot, dopo il vertice del G8 nel 2005, in cui Bono giocò un ruolo abile e vergognoso, scrisse: I leader del G8 e gli interessi economici che il loro vertice promuove possono assorbire le nostre richieste di aiuti, riduzione del debito, persino di condizioni di mercato leggermente più eque, senza perdere nulla. Possono vestire i nostri colori, parlare la nostra lingua, affermare di sostenere i nostri obiettivi e scoprire

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The Frontman

nella nostra protesta non nuove limitazioni, ma nuove opportunità per fabbricare il consenso. La giustizia, dicono all’unanimità, può essere realizzata senza combattere il potere.9

Bono viene a noi in nome di quel potere, assicurandoci che se facciamo pace con esso – «facendo campagne», certo, ma solo nei suoi termini – tutto andrà per il meglio. Quel potere, coerentemente con la sua immagine ingannevole da datore di lavoro che offre le stesse opportunità a tutti, è ben felice di assumere una loquace rock star irlandese in pantaloni di pelle e occhiali firmati per portare questo messaggio, se è ciò che serve. Niente di personale, Bono, ma temo che uno dei primi passi per chi cerca la vera giustizia, sia smettere di comprare il messaggio che vendi.

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George Monbiot, “Africa’s New Best Friends”, The Guardian, 5 Luglio 2005.


Irlanda


Capitolo uno - Irlanda

«Che emozione per quattro ragazzi irlandesi del Northside di Dublino!» Le origini

Bono è ricco: indossa abiti firmati, vola su jet privati, guida cinque diverse automobili di lusso, adora i cibi e i vini più raffinati. Il suo patrimonio netto è stato stimato superiore al mezzo miliardo di dollari. Bono è famoso: è il leader del gruppo musicale più stabilmente popolare degli ultimi trent’anni, ha milioni di fan, è l’interprete di alcune delle canzoni più conosciute della nostra epoca. Indossa occhiali da sole che attirano l’attenzione su di lui anziché ripararlo dagli sguardi. Bono è potente: la sua opinione è ricercata, ascoltata e apprezzata ai più alti livelli governativi nazionali e internazionali. Per dirla con i Ramones, è amico del presidente, amico del papa. Ma Bono vuole farvi sapere che non ha dimenticato da dove viene. Mentre migliaia di persone si radunavano sul National Mall di Washington nel gennaio del 2009 e milioni lo seguivano in televisione, lui disse all’uomo che due giorni dopo sarebbe stato proclamato presidente degli Stati Uniti: «Che emozione per quattro ragazzi della zona nord di Dublino poterla onorare, signore». Quando Bono, lisciandosi le piume per Obama e per il mondo intero fuori del Lincoln Memorial, scelse queste parole di finta modestia per esprimere la grandiosa e affascinante presenza degli U2, stava indulgendo in un miscuglio di significanti, tipico di chi costruisce accuratamente la propria immagine. Ad un primo livello, il discorso «Che emozione per...» non era 23


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che un adattamento dei clichés da American Dream che, in quei giorni di adorazione per Obama, scorrevano particolarmente densi: «Siamo solo quattro ragazzi irlandesi», è quello che voleva intendere, «e guardateci adesso!». Per molti statunitensi, “irlandese” non indica necessariamente una nazionalità straniera, quanto piuttosto un certo tipo di americani, o anche solo un attacco di cattivo umore. Tuttavia, Bono infilò nella frase qualche parola in più per precisare la provenienza geografica: «della zona nord di Dublino», e nel contesto si era portati a pensarla come il regno della classe operaia, la parte peggiore della città. E probabilmente non fa male il fatto che “nord” e “irlandese” possano anche evocare certi ricordi televisivi, immagini di bombe e filo spinato. All’improvviso, con gli occhi della mente vediamo Bono, Adam, Larry e The Edge come ragazzi di strada scampati al fuoco incrociato dei Disordini irlandesi e sopravvissuti per cantarli. Ehi, non avevano forse intitolato due dei loro primi tre album Boy e War? Parlando della costruzione del mito delle origini, non voglio semplicemente suggerire che Bono e il suo gruppo siano in qualche modo inautentici (anche se è vero che il concetto di ‘’autenticità’’ e le sue contraddizioni hanno tormentato la carriera degli U2). Non intendo nemmeno suscitare la domanda discutibile e razzista: «Quanto sono davvero irlandesi gli U2?», molto apprezzata da certi opinionisti ostili alla band, quelli che fanno notare che il nome «Paul David Hewson» non reca alcuna traccia di origini gaeliche – ma si può dire lo stesso dei nomi di milioni di persone dalle indubbie origini irlandesi. Quel che voglio fare è districare i fatti della vita di Bono dalla sua retorica. A Dublino, Northside e Southside (con le iniziali maiuscole) sono tanto stati della mente quanto luoghi geografici, e sono a tal punto significanti di un’appartenenza di classe che, per esempio, i Liberties, quartieri operai a sud del fiume Liffey, sono spesso definiti «non proprio Southside». Analogamente, Clontarf e Malahide, sobborghi residenziali sul litorale, sono abbastanza eleganti da essere retoricamente esclusi dal Northside con cui confinano. Alla Mount Temple Comprehensive School 24


1. Irlanda

di Clontarf, Bono conobbe gli altri futuri membri della band. A Malahide vissero da bambini Adam e The Edge. A voler essere corretti, non abbiamo idea se nella mente di Bono la parola «northside», quando la biascicò fuori dal Lincoln Memorial, avesse o meno la maiuscola. Ma non ci sono dubbi che così la sentirono in Irlanda: l’Irish Times, quotidiano che più del Southside non si potrebbe, dedicò all’episodio un editoriale, in cui si criticava ferocemente la pretesa di Bono di appartenere al Northside. Per inciso, uno degli aspetti ironici della divisione geografica e di classe di Dublino è che solitamente sono quelli del Southside ad avere l’atteggiamento di maggiore tutela per le etichette Northside e Real Dub (“Vera Dublino”), a trattarle come Denominazioni di Origine Protette, come fossero vini pregiati, e a denunciare qualunque borghese, non importa di quale provenienza geografica, sia sospettato di sfoggiarle per darsi una credibilità di strada. A quanto pare Bono, col suo accento panatlantico e non-Dub e la sua villa sovrastante la più-che-maiSouthside Baia di Killiney, deve sempre essere biasimato quando fa riferimento al fatto di essere cresciuto – cosa peraltro vera – nella parte nord di Dublino. Quell’editorialista dell’Irish Times fece notare: «Non mi sembra che la maggior parte degli amici di Bono siano morti o in galera. L’ultima volta che ho controllato, stavano componendo colonne sonore e riempiendo stadi».1 Questa spiazzante «ridimensionata al contrario» ci dice forse più di quanto fosse nelle intenzioni del modo in cui l’Irish Times vede l’essenza dell’identità Northside: «morti o in galera», come le sbruffonate di certi rapper sulle loro implausibili origini di strada. Ma la battuta aiuta anche ad afferrare quanto Bono fosse stato fuorviante, o perlomeno approssimativo, nel definire sinteticamente gli U2 «quattro ragazzi irlandesi del Northside di Dublino», definizione che (implicasse o meno vera povertà e privazione), in quella circostanza e di fronte a un pubblico di varie sensibilità ha sicuramente evocato origini distanti e marginali rispetto ai 1 

Hegarty, “The Sad Ballad of Bruce and Bono”, Irish Times, 24 Gennaio 2009.

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«The Frontman non si limita a smascherare il luccicante principe del chiagni e fotti Bono Vox, ma sfascia l’intera narrazione tossica sui nababbi buoni, i miliardari impegnati, i Live Aid per smacchiare la coscienza, i turlupinatori che parlano di fame in Africa e sono culo e camicia con le multinazionali che devastano l’Africa e il mondo. Diffidate dei ricchi & famosi che si proclamano “in guerra contro la povertà”. Si avrà una vera guerra alla povertà quando i poveri insorgeranno contro i ricchi. E se mai verrà quel giorno, non sarà un buon giorno per Bono». Wu Ming 1


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