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1. Il default dell’economia a debito

Come si esce dalla crisi

Per una nuova finanza pubblica e sociale Andrea Baranes Marco Bersani Marco Bertorello Danilo Corradi Roberto Errico Francesco Gesualdi Vittorio Lovera Gigi Malabarba Damien Millet Stefano Risso ĂŠric Toussaint Antonio Tricarico Guido Viale

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Come si esce dalla crisi

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Futuro anteriore


Come si esce dalla crisi Per una nuova finanza pubblica e sociale Andrea Baranes Marco Bersani Marco Bertorello Danilo Corradi Roberto Errico Francesco Gesualdi Vittorio Lovera Gigi Malabarba Damien Millet Stefano Risso ĂŠric Toussaint Antonio Tricarico Guido Viale


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Indice

Introduzione Capitolo uno Il default dell’economia a debito di Marco Bertorello e Danilo Corradi Indebitarsi per vivere sopra le proprie possibilità? Il paradigma dell’economia a debito Il fuorviante errore di Reinhart&Rogoff Debito pubblico o privato? La trappola del debito: fallire o ristrutturare? Crescita debito pubblico 2007-2012 Chi guadagna sul debito pubblico Per una ristrutturazione selettiva e democratica Audit e movimenti, l’alternativa è possibile e necessaria

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Capitolo due 51 La Lunga Marcia verso l’Equità Fiscale Da dove veniamo di Vittorio Lovera 51 Dove vogliamo andare di Andrea Baranes 77 Capitolo tre 97 Il sistema bancario dopo la crisi e le alternative possibili La privatizzazione delle banche di Stefano Risso 97 Il sistema bancario dopo la crisi di Roberto Errico 116


Capitolo quattro 137 Riconversione ecologica del lavoro e della società L’autogestione conflittuale del lavoro di Gigi Malabarba 137 Sostenibilità ambientale come nuovo paradigma di Guido Viale 155 Capitolo cinque 179 Andare oltre Keynes: riappropriarsi della ricchezza sociale Organizzare l’economia pubblica di Francesco Gesualdi 179 Keynes non basta, lo ammetterebbe anche lui di fronte alla crisi di oggi di Antonio Tricarico 197 Riappropriarsi di Cassa depositi e prestiti di Marco Bersani 211 Capitolo sei 231 Europa: un programma d’urgenza per affrontare la crisi di Damien Millet e éric Toussaint Bibliografia

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Sitografia

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Biografie degli autori

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Come si esce dalla crisi


Introduzione di Vittorio Lovera

Da quando è iniziata la crisi sentiamo ogni anno ripetere che, a partire dall’anno successivo, si potrà intravedere una ripresa, iniziare ad uscire dal tunnel. Naturalmente a patto che si seguano, come soldatini obbedienti e rassegnati, le ricette monetariste e le politiche di austerità dettate dalla Troika (Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale), che i governi nazionali continuano ad applicare senza soluzione di continuità e a dispetto di ogni evidenza sui fallimentari risultati. Questa grande crisi è in realtà frutto di più squilibri, che ne determinano la natura sistemica e tutt’altro che passeggera: è una crisi finanziaria, economica, sociale, ambientale e democratica, ed è ormai prossima al punto di non ritorno. Se nell’ultimo periodo il focus della crisi sembrava orientato soprattutto sull’Europa e in particolare su quella del Sud – con estensione in termini geopolitici e sociali a tutto il bacino del Mediterraneo – nell’autunno del 2013 sono stati nuovamente gli Stati Uniti d’America, padri del doping monetarista del quantitative easing, a rischiare un reale e clamoroso default, per ora posticipato con nuovi trucchi da finanza creativa. In buona sostanza, a oltre sette anni dallo scoppio della bolla dei sub-prime negli Usa, la crisi bancaria, sintomo della finanziarizzazione strutturale dell’economia e della società attuata negli ultimi decenni, è stata trasferita agli Stati e trasformata in crisi del debito pubblico, con l’obiettivo di scaricarne i costi sui 11


Come si esce dalla crisi

cittadini, attraverso politiche di austerità, deregolamentazione dei diritti del lavoro, svendita del patrimonio pubblico e nuove privatizzazioni. Il tutto accompagnato da un’accelerazione della crisi democratica, con risvolti evidenti soprattutto in Italia dove l’imposizione di un governo di “larghe intese” dopo quello tecnocratico di Monti è stato più che apprezzato dai nuovi sovrani del nostro tempo: i mercati finanziari. Ed è proprio a questo livello che si gioca la partita più drammatica. In Europa la perdita di sovranità degli Stati nazionali, rispetto a istituzioni a-democratiche continentali, è sotto gli occhi di tutti: è la Commissione Europea a decidere se le leggi finanziarie dei singoli Stati siano in linea con gli indirizzi a loro unilateralmente imposti; così come l’avvenuto inserimento del pareggio di bilancio nella nostra Costituzione significa aver di fatto costituzionalizzato le ricette neoliberali. Insomma, un capitalismo in evidente difficoltà sta costruendo la sua ultima trincea: quella della limitazione massima dei diritti e degli spazi di democrazia diretta (il vulnus degli esiti dei referendum nazionali sull’acqua e di quello della città di Bologna contro i finanziamenti alle scuole private lo esplicita in maniera incontrovertibile) fino alla ricerca della propria legittimazione non più nel consenso popolare, per quanto formale, bensì attraverso riforme istituzionali ispirate ad una svolta autoritaria. Ma proprio quando i poteri forti si esprimono con la maggior ferocia, trincerandosi in un “palazzo” totalmente impermeabile all’esterno, evidenziano la loro intrinseca debolezza. Le argomentazioni tecniche, le riflessioni d’orizzonte, il percorso tratteggiato e le proposte concrete contenute in questo libro, nella loro scientifica semplicità, compiono l’attentato più deflagrante alla narrazione neoliberale: ne smascherano l’ideologia evidenziando le false argomentazioni e la manipolazione dei fatti concreti, e costringono chiunque legga ad affermare, senz’ombra di dubbio, che “il re è nudo”. Ma gli autori non si limitano a questo pur fondamentale compito e provano collettivamente a delineare una nuova rotta, 12


Introduzione

capace di modificare il presente e ridare un senso all’idea di futuro, con la convinzione che proprio intorno alla questione della finanza ruoti la possibilità di una rinascita sociale e politica e di una nuova democrazia dei diritti e dei beni comuni. D’altronde, la genesi di questo libro è in un lungo percorso collettivo di ascolto e confronto, compiuto in oltre due anni di dibattiti pubblici che hanno attraversato il Paese in un reticolare, interessante e piacevole percorso di reciproca formazione orientata all’azione, con un costante arricchimento personale e collettivo capace di generare riflessioni da tradurre in proposte concrete. Da questo percorso formativo e da una successiva serie di assemblee pubbliche (a Roma, Milano e Firenze) ha preso l’abbrivio il Forum per una Nuova Finanza Pubblica e Sociale, un luogo plurale e inclusivo, orizzontale e ricettivo di molteplici vertenzialità, pensato per costruire assieme una battaglia per la riappropriazione sociale della ricchezza collettiva, attraverso il rifiuto della trappola del debito, la predisposizione di una reale equità fiscale e la socializzazione delle risorse, a partire da quelle del risparmio postale gestite da Cassa Depositi e Prestiti. Questo libro è un primo contributo per divulgare le coordinate teorico-operative di questo percorso. In esso, gli autori, nelle loro disamine e proposte, sono consapevoli di interpretare una ben più vasta area, senz’altro culturalmente maggioritaria nel Paese sebbene minoritaria dentro le istituzioni elettive: l’esito referendario sull’acqua (12-13 giugno 2011) se da un lato, con il suo tentativo di scippo bipartisan, dimostra la completa egemonia delle lobby economico-finanziarie sulla politica, dall’altra sancisce in maniera incontrovertibile come 27 milioni di cittadini abbiano compreso e appoggiato la narrazione innescata dall’acqua e dai beni comuni verso la riappropriazione di una nuova democrazia e di un futuro dignitoso per tutti. Proprio per questo, l’intenzione degli autori è quella di proporre al variegato universo dei movimenti e dei conflitti sociali – tanto attivo nel Paese quanto frammentato nelle sue esperienze 13


Come si esce dalla crisi

e pratiche concrete – nuovi nessi e possibili obiettivi comuni: la costruzione di una strada maestra per uscire dalla crisi, in modo celere, efficace, democratico e partecipativo, e di una via possibile per ridare prospettiva al futuro di intere generazioni precarizzate e marginalizzate. E tale costruzione passa proprio dalla capacità di definire collettivamente nuove regole per una finanza pubblica e sociale, gestita territorialmente e capace di una visione mutualistica e solidale; in grado di recepire tutte le positività delle filiere corte introdotte dalle buone pratiche e dalle oramai trentennali esperienze di finanza etica; nonché di dare risposte ai problemi sociali con una forte innovazione, in termini di riconversione ecologica della produzione e di nuovi diritti sociali, a partire dal reddito garantito e da meccanismi di partecipazione e controllo popolare degli stessi siti produttivi. Obiettivi che necessitano di un percorso lungo e condiviso e di una premessa irrinunciabile: è un’illusione pensare che sia possibile uscire dalla crisi senza una drastica inversione di rotta che rivoluzioni il sistema vigente. Per questo i capitoli di questo libro analizzano e smontano le teorie del debito pubblico fuori controllo, propongono meccanismi di controllo partecipativo attraverso la pratica dell’auditoria del debito, identificano i passaggi essenziali per determinare una reale equità fiscale – che parte dalla tassazione reale della finanza speculativa e da una completa e radicale rivisitazione di scopi e finalità del sistema bancario, per giungere alla lotta senza quartiere ai paradisi fiscali e alla “finanza ombra” – ragionano su nuove pratiche autorganizzate di lavoro e di riconversione ecologica della società, e giungono a proporre un’innovativa forma di finanza pubblica e sociale che, con la socializzazione della Cassa Depositi e Prestiti, possa garantire la possibilità di finanziare gli enti locali e di strutturare piani per nuove forme di economia sociale territoriale, di tutela dei beni comuni. Insomma, un vero e proprio modello sociale alternativo per il Paese, arricchito dello stimolante contributo finale sugli scenari europei e internazionali. Sfogliando le pagine di questo libro ci si accorgerà di come le cose non siano mai state come ce le hanno raccontate: 14


Introduzione

quarant’anni di fondamentalismo neoliberista hanno generato il massimo delle diseguaglianze sociali e la crisi profonda del capitalismo ha squadernato tutti i suoi errori sistemici in campo economico, finanziario, sociale, ambientale e climatico, rendendola difficilmente reversibile. Per interrompere questo ciclo devastante di politiche di austerità depressive, svendita del patrimonio pubblico, messa sul mercato dei beni comuni ad esclusivo vantaggio di pochi interessi privati, salvataggi a vuoto di banche e Stati in difficoltà, nonché illusorie politiche di ripresa economica e sociale, è necessario prendere il toro per le corna ed affrontare due questioni chiave: 1. emanciparsi dalla dittatura dei mercati finanziari, riducendone il volume e fermando la continua ricerca da parte dei capitali di beni patrimoniali altamente profittevoli su cui investire; 2. riappropriarsi di nuove forme e strumenti di governo della finanza pubblica per uscire dalla crisi promuovendo un altro modello di economia e di società, con un nuovo intervento pubblico partecipativo che subordini gli interessi privati a quelli collettivi. 
Per fare questo è necessario un progetto politico di rilancio e ridefinizione della finanza pubblica che affronti alla radice tre questioni centrali: il debito pubblico, il sistema bancario, e le politiche fiscali. Questo libro offre una cassetta degli attrezzi per procedere concretamente su questa rotta che immagina il suo approdo in una nuova grande e duratura trasformazione sociale. Poiché, in fondo, si tratta semplicemente di riprenderci ciò che ci appartiene.

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Capitolo uno

Il default dell’economia a debito di Marco Bertorello e Danilo Corradi

Indebitarsi per vivere sopra le proprie possibilità? Il debito è il sottoprodotto di una incontenibile voglia di consumo di massa, il risultato di una sfrenata ambizione a vivere al di sopra delle nostre possibilità, oppure risponde a esigenze congenite dell’attuale meccanismo economico? È un fenomeno accidentale e inevitabile oppure strutturale? Cioè, in definitiva, è il risultato di scelte operate spontaneamente dal basso della società oppure preordinate dall’alto delle classi dirigenti? La propaganda prevalente spinge verso la prima interpretazione, come se fosse la risultante di un difetto insito nel genere umano, una tendenza socialmente trasversale e diffusa che ha condotto verso il baratro. Una smania tesa al perseguimento dell’iper-consumo individuale. Un problema di ordine personale dunque e in una certa misura astorico. Le ragioni dell’indebitamento invece sono da ricercare nelle dinamiche economiche affermatesi negli ultimi decenni su scala internazionale, a partire dalla fine dei cosiddetti Trente gloriouse, cioè dalla andata in crisi del sistema keynesiano-fordista. Condividiamo a tal proposito il giudizio di Piero Bevilacqua Oggi appare evidente a non pochi studiosi che è fallito un grandioso tentativo, da parte del capitale, di uscire da una lunga fase di stagnazione che parte almeno dagli anni Settanta. Si è cioè esaurito, in uno scacco, lo sforzo strategico con cui il capitale ha tentato di superare un suo lungo, inaggirabile imballo sistemico.1 1  Bevilacqua P., Elogio della radicalità, edizioni Laterza, Roma-Bari 2012, pp.29

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Come si esce dalla crisi

La crescita del secondo dopoguerra fu una combinazione di fattori positivi che andò esaurendosi a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, con l’affermarsi di una elevata inflazione e una crescita dei salari, che produssero una erosione dei profitti. Ne seguì un progressivo ingolfamento della crescita, dovuta a una tendenziale saturazione dei mercati e al prevalere di merci di sostituzione piuttosto che al diffondersi di nuovi prodotti. La controffensiva liberista ha trovato in tali processi il proprio fondamento. Risultato: uno scontro durissimo tra capitale e lavoro (a tutto vantaggio del primo), riduzione di salari e diritti, recupero del comando sulla macchina produttiva. Il tutto coadiuvato da una progressiva innovazione tecnologica. Sul versante monetario inizialmente si affermò un rigido controllo nell’offerta di moneta, facendo schizzare verso l’alto i tassi d’interesse per porre un freno al crescere dei prezzi. Durante questi primi anni guidati da Thatcher e Reagan la sconfitta politica del lavoro produsse l’avvio dello smantellamento dello Stato sociale e delle sue tutele. A questo punto il capitalismo cambiava i propri connotati, lo Stato arretrava nella sua agibilità socio-economica e gli assetti e le istituzioni andavano privatizzandosi. Gli elevati tassi di interesse producevano la crescita dei debiti pubblici e i governi, in considerazione del mutare dello statuto delle rispettive banche centrali, erano obbligati a finanziarsi sui mercati anziché direttamente dalle autorità monetarie centrali. La grande trasformazione del sistema ristabilisce antichi ordini gerarchici, ma allo stesso tempo dà vita a nuovi squilibri da fronteggiare. La depressione salariale e la riduzione degli investimenti devono essere sostituiti da nuovi meccanismi che favoriscano consumi e produzioni. Si afferma in questo quadro l’economia del debito, che diventa il vero motore economico degli ultimi decenni. In altre parole si persegue la crescita con mezzi non convenzionali, si avvia un imponente e crescente processo di indebitamento dei consumatori e delle imprese anche in assenza, anzi potremmo dire in sostituzione, dei fattori che tradizionalmente consentono il realizzarsi di una fase ascendente dell’economia: salari e profitti elevati. I primi così potranno ristagnare, e addirittura contrarsi, mentre i secondi potranno tornare ad aumentare. 18


1. Il default dell’economia a debito

La finanziarizzazione diventa l’impalcatura della nuova economia a debito: il lavoro, come sottolinea Riccardo Bellofiore, viene «sussunto alla finanza», si creano nuovo consenso e subalternità, si realizzano consumi autonomi, nel senso di indipendenti da redditi e salari.2 Tale modello risulta inedito sia sul versante finanziario sia su quello delle politiche pubbliche, le quali non scompaiono, ma perdono autonomia dal quadro economico, privatizzandosi sempre più. Lo Stato non diventa vittima passiva di questi processi, ma ne è protagonista attivo e per molti versi decisivo nella capacità di dispiegare nuova forza verso il capitale, attraverso da un lato una sua auto-soppressione e dall’altro una crescente subalternità alle logiche del profitto. Possiamo allora concludere che, per quanto si giochi sulle pieghe della natura umana, il nuovo sistema fondato sul debito risponde in larga parte a esigenze intrinseche al sistema stesso, persino alla sua necessità di sopravvivenza.

Il paradigma dell’economia a debito Il debito, considerata la sua inedita consistenza, diventa dispositivo di governo della società, non costituisce tanto una modalità per fornire finanziamenti agli investimenti, quanto uno strumento con il quale continuare a far funzionare la sfera economica nel suo complesso, rinviando i problemi di natura sistemica che incombono in un modello che non riesce a risollevarsi stabilmente. La società di consulenza Mc Kinsey3, in uno studio di medio periodo effettuato su scala mondiale, fornisce dati significativi sull’entità del fenomeno. I debiti complessivi globali, cioè quelli degli Stati, delle famiglie, delle imprese e delle imprese finanziarie, sono passati nel periodo dal 2000 al 2010 da 77mila miliardi a 158mila miliardi di dollari. Un aumento in dieci anni del 103%. Mentre il 2  Bellofiore R., L’eccezione esemplare: il caso italiano nella crisi globale ed europea, in “Critica Marxista”, n. 2, marzo-aprile 2013. 3  Sugli andamenti del debito aggregato globale si vedano i rapporti del McKinsey Global institute su www.mckinsey.com

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Come si esce dalla crisi

rapporto indebitamento su Pil è passato dal 218 al 266%. Questo rapporto è però decisamente superiore alla media nei dieci paesi più sviluppati (Giappone, UK, Spagna, Francia, Italia, Corea del Sud, Usa, Germania, Australia e Canada) con il 348%, mentre nei principali paesi emergenti è al di sotto della media con il 184%. Il debito complessivo è aumentato in questi anni, ma secondo la logica dei vasi comunicanti che tanto ci dice sulla natura del debito stesso: a partire dal 2008 ha visto ridursi quello privato e aumentare quello pubblico. Dal 2008 al 2012 il debito pubblico è aumentato in Giappone del 39%, Francia del 35%, Spagna 26%, UK 20%, Italia 12%. Il debito privato invece è cresciuto nel periodo antecedente la crisi in maniera vigorosa. Dal 1999 al 2007 è aumentato del 31% in Italia, 24% in Francia, 52% in Grecia, per arrivare al 98% in Spagna e Irlanda. Ma la finanziarizzazione non si esaurisce nei cosiddetti paesi sviluppati. In Cina, ad esempio, i livelli di debito privato sono cresciuti così velocemente da raggiungere i livelli giapponesi e statunitensi, cioè il 166% del Pil.4 Questi dati descrivono una macro-tendenza particolarmente significativa, a cui ogni paese corrisponderà con le proprie specificità, ma pur sempre dentro questo processo generale. Il debito diventa la cifra dell’economia contemporanea, senza la pervasività di questo espediente di natura finanziaria e contabile non è data la tenuta del sistema. La stessa economia reale non è un polo alternativo a quella finanziaria, ma una sua appendice. L’interdipendenza tra queste due sfere è dimostrata nei bilanci dal crescente impegno dell’impresa tradizionale nella sfera finanziaria, anzi dal suo prediligere e dipendere da tali attività rispetto al mondo della produzione consueto. Lo schema della degenerazione dell’economia reale verso quella finanziaria rischia di essere una lettura che non fa i conti con l’interdipendenza consolidata di questi due poli e che propone un ritorno al passato pervaso da un certo moralismo, senza considerare le ragioni profonde di questi processi. Si tratta invece di provare a mettere in campo 4  Longo M., Le quattro incognite che peseranno sui listini, in “Il Sole 24 ore”, 30 giugno 2013.

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1. Il default dell’economia a debito

una critica radicale, nel senso proprio del termine, cioè una critica che cerca di andare alla radice dei problemi. Se intreccio profondo tra sfera economica e finanziaria esiste, allora risulta poco interessante risalire alle cause prime della crisi del 2007-08. L’incapacità di lungo periodo di risollevarsi dell’economia reale, coniugata con l’esplosione delle bolle sul quel versante finanziario che aveva fornito ossigeno per tutta una fase, manda in sovra-capacità produttiva l’intero assetto. A distanza di cinque anni i problemi sono ancora presenti. L’economia produttiva non riparte, se non al prezzo di stimoli e agevolazioni fiscali, i paesi occidentali vivono una sostanziale depressione interna nei consumi e una costante riduzione degli investimenti, alimentando un deciso rallentamento della crescita dei paesi emergenti. Tra questi il caso cinese resta il più significativo. Il paese che meno di tutti aveva risentito della crisi globale è costretto nel tempo a fare fronte al rallentamento mondiale. Il 2013 dovrebbe vedere il più basso tasso di crescita degli ultimi vent’anni, tra il 7 e 7.5%. Un dato che per la prima volta sarebbe addirittura inferiore alle attese ufficiali. Per quanto tale rallentamento non preoccupi oltremodo il partito comunista, che lo considera anche il prodotto di scelte che provano a riorientare l’economia sul versante interno, riducendo la dipendenza da export e investimenti, ciò non può celare le difficoltà del più popoloso paese al mondo finora completamente sbilanciato sul lato del commercio internazionale. L’operazione di riorientamento non sarà semplice e soprattutto non sarà breve, ma quello che è certo è che tale ambizione a ricentrare sulla Cina il motore dello sviluppo attraverso significative importazioni non coinciderà temporalmente con la possibilità dell’Impero Celeste di essere la locomotiva della ripresa globale e dunque un urgente soccorso per le economie occidentali. Il medesimo discorso vale per gli altri paesi ormai ex emergenti, in special modo Brasile e Russia, che risentono della crisi globale e non riescono a trovare strade stabili per la loro crescita. Per questi paesi ci sono state performance modeste nel 2012, rispettivamente con tassi di crescita pari a 0.9% e 3.4%, e le stesse previsioni governative sono costantemente rivedute al ribasso per il 2013. 21


Come si esce dalla crisi

F u t u r o

a n t e r i o r e

«L’attuale recessione non è legata al fatto che non ci sono soldi. I soldi ci sono, e sono pure troppi. È che stanno tutti dalla parte sbagliata»

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