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Daniel Bensa誰d

Elogio della politica profana


Futuro anteriore


Elogio della politica profana Daniel Bensa誰d

Traduzione di Alessandro Ciappa


Titolo originale: Eloge de la politique profane Prima edizione: @2008 èditions Albin Michel, Paris Per favorire la libera circolazione della cultura, è consentita la riproduzione di questo volume, parziale o totale, a uso personale dei lettori purché non a scopo commerciale. © 2013 Edizioni Alegre - Soc. cooperativa giornalistica Circonvallazione Casilina, 72/74 - 00176 Roma e-mail: redazione@edizionialegre.it sito: www.edizionialegre.it

Analisi, notizie e commenti www.ilmegafonoquotidiano.it


Indice

Introduzione 11 Capitolo uno 15 Secolarizzazione e desecolarizzazione del mondo Secoli di luce 20 La modernità politica 24 L’uomo e il cittadino 27 Diritto all’esistenza contro diritto di proprietà 33 Pesi e contrappesi 39 Disagio della modernità 42 La dislocazione dei parametri classici 45 Eclissi della ragione strategica 54 Capitolo due 63 Stato d’eccezione ordinario Le logiche dell’eccezione 65 L’eccezione e la regola 83 L’eccezione totalitaria 96 Profezie strategiche 108 Capitolo tre 113 La guerra permanente e illimitata La guerra nelle sue metamorfosi 118 La logica delle armi 135 Guerre senza limiti 141 Guerre fuori dalla legge 148 La morale contro il diritto? 162


Capitolo quattro 173 L’eclissi della politica Una crisi della storicità 176 Il grado zero della strategia 186 La teoria in frantumi 194 Capitolo cinque 201 Le utopie contemporanee Utopie neolibertarie 207 L’altermondialismo come utopia globale? 215 Le illusioni economiche 219 I misteri del “nuovo anticapitalismo” 220 Ridurre progressivamente i “diritti del capitale”? 223 Costruire una “economia partecipativa”? 234 Utopie keynesiane sdentate 238 “Utopia realista” versus “utopia chimerica” 238 Utopia amministrativa e parlamentare 243 Cambiare il mondo senza prendere il potere? 247 Capitolo sei 261 Nuovi spazi Il nuovo imperialismo è arrivato 263 Il nuovo ordine imperiale 275 Sovranità, nazioni e imperi 284 Discordanze e scala mobile degli spazi 294 Città alla deriva 302 Capitolo sette 311 Nuovi Attori Moltitudine versus popolo 312 Precariato versus proletariato 319 Nuovo impero, nuove plebi 324 Teologia dell’esodo e della povertà 331 Alla prova della strategia 338


Capitolo otto 349 Egemonia e democrazia radicale Alle origini dell’egemonia 350 Egemonia e dittatura 355 L’egemonia è solubile nel potage postmoderno? 359 Metamorfosi politiche degli attori sociali 364 La politica non è un fedele riflesso del sociale 369 Svolta linguistica e postmodernità 373 Pluralità del sociale o società in frantumi? 378 Epilogo 385 Elogio della politica profana come arte strategica


Elogio della politica profana


Introduzione

Che la nostra situazione sia nuova, che la nostra sfida sia nuova forse non sta a noi dirlo, ma alla fine chi non desidera che la nostra situazione sia nuova, che la nostra sfida sia nuova? Charles Péguy, Un nouveau théologien, 1911 Per scosse successive, come alla fine di un coma, scegliamo di dissipare le brume del già visto. Félix Guattari, Micropolitiques, 1982

Alle soglie degli anni Ottanta, Félix Guattari annunciava l’avvento di un nuovo regime planetario di accumulazione del capitale, un «capitalismo mondiale integrato». La società mondiale, sosteneva il filosofo, diventa «floscia, senza contorni, senza energia». Questo paradigma emergente sembrava così provenire dal grande riflusso, avvenuto verso la metà degli anni Settanta, dell’onda espansiva del dopoguerra. Iniziato con la crisi petrolifera del 1973-1974, tale paradigma avrebbe sancito la fine di un ciclo, quello della regolamentazione fordista e dello Stato sociale keynesiano, inaugurando l’entrata in una grande e prolungata crisi storica, la cui fine più volte annunciata sarebbe stata altrettante volte rimandata.1 1  Si veda Ernest Mandel, Le troisième Âge du Capitalism, Édition de la Passion, Parigi 1997; La Crise, Champs-Flammarion, Parigi 1978; Long Waves of Capitalism Development, Cambridge University Press, Cambridge 1980.

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Questa lunga transizione verso un capitalismo globale o totale non è il presunto risultato “naturale” della sola logica economica. Essa traduce e accelera i profondi cambiamenti all’interno dei rapporti di forza sociali e interstatali, gli effetti di una nuova ondata di innovazioni tecnologiche, la modificazione della divisione e dell’organizzazione del lavoro innescata dalla controffensiva liberale degli anni Ottanta. Fine della guerra fredda? Passaggio da un’egemonia condivisa, dopo gli accordi di Yalta e di Postdam, a un’egemonia imperiale esclusiva e a un dominio unilaterale? Michael Hardt e Toni Negri hanno tentato di comprendere questa grande mutazione designando, con il concetto di Impero, il potere assoluto e deterritorializzato di un capitale reticolare entro uno spazio senza limiti né luoghi. A questa forma inedita di sovranità non territoriale e non statale corrisponderebbero resistenze reticolari simboleggiate non più dalla talpa che ostinatamente scava le sue gallerie sotto le fortificazioni, ma dal serpente che s’insinua negli interstizi e nelle falle delle relazioni di potere. Un tale sconvolgimento obbligherebbe a pensare le condizioni dell’azione secondo le categorie di una «nuova modernità». Eppure, la crisi del concetto di politica non è nata ieri. A partire dalle guerre rivoluzionarie e napoleoniche essa è parte integrante di un continuo interrogarsi sulla sovranità, sulla legittimità, sulla cittadinanza, sulla rappresentazione e sullo statuto stesso della “nozione di politica”: «È la costellazione concettuale nella quale prende forma il concetto moderno di Stato ad essere strutturalmente in crisi».2 La questione della giustizia, la cui preclusione mira, a partire dalla filosofia hobbesiana dello Stato, a neutralizzare il conflitto, è in tal modo riaperta. Può la violazione della sovranità statale rispondere, come vogliono far credere i fautori del “diritto d’ingerenza”, alla violazione dei diritti dell’uomo? Se sì, significa che stiamo entrando nell’era della sovra-sovranità? E quali conclusioni bisognerà 2  Massimiliano Tomba, La “Vera Politica”. Kant e Benjamin: la possibilità della giustizia, Quodlibet, Macerata 2006.

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Introduzione

trarne sulla concezione del diritto internazionale e sull’emergere di una nuova semantica della rappresentazione?3 La crisi della concettualità politica è carica di interrogativi cruciali come questi. La dichiarazione di George W. Bush – all’indomani dell’11 settembre – di una guerra al terrorismo, senza limiti di tempo e di spazio, la diffusione dello stato di eccezione, i nuovi assalti della controriforma liberale contro le conquiste sociali del secolo scorso: oggi tutto ciò concorre a riportare in primo piano la questione politica e a rilanciare il dibattito sulla strategia. «Cambiare il mondo senza prendere il potere»? Oppure prendere il potere per cambiare il mondo? Ma come agire nelle condizioni del capitalismo globale? E come evitare la cancrena burocratica che ha eroso dall’interno i tentativi di emancipazione del passato? Le condizioni spaziali e temporali dell’azione politica cambiano per effetto della mondializzazione liberale. Tra “l’illusione politica”, che fa della democrazia di mercato l’orizzonte insuperabile di una storia allo stremo, e l’“illusione sociale” che pretende di preservare i movimenti d’emancipazione dalle impurità del potere, si apre una strada angusta. Per potere incamminarsi su questa via, la messa a punto di «un nuovo lessico politico diventa una posta in gioco essenziale».4 È intorno a questa posta in gioco che nasce il libro. Ma un «nuovo lessico» non s’inventa artificialmente come un esperanto. Non dipende da un potere di nominazione adamitico. Esso nasce dallo scambio conflittuale tra lingue reali, esperienze sociali e storiche fondatrici, dell’agone delle parole. Il capitale ha il suo vocabolario, quello della merce ventriloqua, e ha altresì un suo lessico spontaneo. In esso il salariato si scioglie nell’azionariato, lo sfruttamento nello spirito d’impresa, il lavoro nel tempo libero, le solidarietà collettive in traiettorie personalizzate. 3  Ibid., p. 109. 4  Antonio Negri, Giuseppe Cocco, Global. Biopotere e lotte in America latina, Manifesto libri, Roma 2006, p. 25: «Democrazia, rappresentanza, globalizzazione e impero, biopotere e biopolitica, nuova composizione tecnica e politica di classe, moltitudine, ecc., sono termini che si sovrappongono a dipendenza, nazione, classe operaia, debito, repressione, imperialismo, ecc.: talora li sostituiscono, talora li investono e li trasformano».

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Questo gergo postmoderno dell’occupabilità e dei flussi tesi (just in time), della net-economy, dell’e-business e degli hedgefunds, del burn-out e del workfare, della «gestione attraverso lo stress» (!) e del «coinvolgimento coatto» (!), della lean production e dei working poors overworked, della governance e della gestione manageriale, delle «famiglie dal reddito saltuario», questo gergo dell’eufemismo e della perifrasi viene prodotto e modificato giorno per giorno. Come le lotte di classe, anche le lotte di linguaggi sono asimmetriche. Il lessico dei dominati è subalterno a quello dei dominanti. Si può cominciare a difendersi solo in termini di attacco, ribaltando il senso delle parole, affermava Hannah Arendt. La battaglia del verbo è sicuramente più complessa, ma il discorso delle resistenze non può sfuggire al circolo vizioso della subalternità se non andando alla radice delle cose e attraversando le apparenze, per estrarre dalle esperienze pensate qualche barlume di verità.

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Capitolo uno

Secolarizzazione e desecolarizzazione del mondo Noi non trasformiamo le questioni profane in questioni teologiche. Trasformiamo le questioni teologiche in questioni profane. Karl Marx, La questione ebraica Caduta del muro di Berlino, disgregazione dell’Unione Sovietica, guerra dei Balcani e guerra del Golfo: con il xx secolo una sequenza storica si è conclusa. Ma quale? Alcuni storici parlano del “secolo breve” come di una parentesi che si è aperta con la Grande Guerra e la Rivoluzione russa e si è chiusa alla fine della Guerra Fredda con l’entrata irreversibile nell’eternità del mercato. Questo capitolo ormai chiuso consente ai sostenitori del neoliberalismo, messo definitivamente in soffitta Marx, di promuovere l’illusione di un ritorno alla filosofia politica classica di Hobbes, Locke e Tocqueville, cui viene generosamente accordata una nuova improbabile giovinezza. Il «secolo degli estremi» avrebbe pensato se stesso come un cominciamento assoluto e, allo stesso tempo, come l’annuncio di una decadenza; si sarebbe percepito come un secolo «eroico ed epico», militare e militante, posto interamente «sotto il paradigma della guerra» e di una «concezione combattente dell’esistenza».1 Rinunciando alle promesse di un radioso avvenire garantito dalla 1  «Detto in breve: il secolo, in preda alla passione del reale, instaura soggettivamente un faccia a faccia dialettico tra distruzione e fondazione, nel cui interesse, ponendone sia la totalità, sia il minimo dei frammenti sotto il segno dell’antagonismo, stabilisce che la cifra del reale sia il Due». Alain Badiou, Le siècle, Seuil, Parigi 2005 [trad. it.: Il secolo, Feltrinelli, Milano 2006, p. 53].

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meccanica del progresso, il xx secolo sarebbe stato «il secolo del compimento, del presente assoluto».2 Magari questa sequenza si è compiuta, ma c’è un periodo ancora più lungo che va esaurendosi sotto i colpi della globalizzazione liberale: quello del paradigma della modernità e delle categorie in base alle quali furono concepite, più di tre secoli fa, le strategie politiche antagoniste, e cioè il paradigma della razionalità classica elaborato a cavallo tra il xvi e il xvii secolo. Ma i rapporti sociali non procedono allo stesso ritmo. La coerenza di qualsiasi periodizzazione storica passa infatti attraverso l’articolazione dei ritmi e la combinazione dei tempi sociali, e dipende dai criteri prescelti.3 E la narrazione cambia a seconda della sequenza temporale considerata. Costruita a partire da un insieme di eventi incoerenti, ogni sequenza è un luogo di incontri determinati ma fortuiti, come «nella sala d’aspetto di una stazione». La sua fragile unità rischia sempre di disintegrarsi. Rompendo con le teologie dell’origine e della salvezza, ogni sequenza “instaura” in realtà un tempo proprio, più che stagliarsi su un tessuto temporale preesistente. Così, un periodo a noi familiare si disintegra sotto i nostri occhi in una paradossale tensione tra la continuità storica che esso rivela e le rotture che porta in seno. La storia dell’arte mostrerebbe altresì, «giustapposti nelle stesso momento, retaggi e anticipazioni, forme lente e tardive, insieme a forme ardite e rapide».4 Nelle sue note preliminari per una scrittura profana della storia, Marx sottolineava l’importanza dei «fenomeni di secondo e di terz’ordine», o ancora dei «rapporti di produzione derivati, trasmessi, non originari», incastrati nei rapporti dominanti di una formazione sociale 2  «Secolo di resistenze e di epopee, distruttore senza rimorsi, il secolo ha voluto forse nelle sue opere eguagliare quel reale di cui ha la passione», Ibid. Questa ispirazione epica attraversa l’iconografia rivoluzionaria: i treni degli insorti della rivoluzione messicana, il treno blindato di Trotsky durante la guerra civile, il corteo delle Brigate internazionali a Barcellona, la Lunga Marcia di Mao, il Che con i capelli al vento durante la battaglia di Santa Clara. 3  Vedi Siegfried Kracauer, L’Histoire. Des avant-dernières chose, Stock, Parigi 2005. 4  Henri Focillon, Vita delle forme, Einaudi, Torino 1990.

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1. Secolarizzazione e desecolarizzazione del mondo

storicamente determinata. Egli prende di mira «l’ineguale rapporto dello sviluppo della produzione materiale e, per esempio, quello della produzione artistica». Un ineguale rapporto dello stesso tipo potrebbe essere stabilito tra la produzione materiale e la produzione giuridica, tra il mantenimento di un’economia domestica e il tempo lungo dell’ecologia. È per questo che «determinati periodi di fioritura artistica non sono per nulla in rapporto con lo sviluppo generale della società, né, dunque, con la base materiale, con l’ossatura della sua organizzazione». Ma «la difficoltà non sta nell’intendere che l’arte e l’epos greco sono legati a certe forme dello sviluppo sociale», piuttosto risiede nel fatto che «essi continuano a suscitare in noi un sentimento estetico e costituiscono sotto un certo aspetto una norma e un modello inaccessibili». Un frammento d’universale si rivela così nel particolare, una scheggia d’eternità nel fuggire dell’istante, e da ciò deriva il sentimento di un’armonia perduta, legata alle condizioni sociali in cui questa arte poteva nascere e «che mai più potranno ritornare».5 La legittimità di un’“epoca”, in quanto articolazione di spazi differenziati e di durate diseguali, è legata al suo stesso concetto: solo l’epoca moderna, infatti, si è pensata come epoca.6 Tale termine chiama in causa la questione delle cesure: non è la storia in sé quanto piuttosto chi l’osserva a determinare il punto d’arresto. Heine, ad esempio, concepiva ogni epoca come una sfinge che precipita nell’abisso allorché viene risolto il suo enigma. Essa stabilirebbe dunque «un limite impercettibile che non è legato a nessuna data o evento determinante». Non esisterebbero quindi testimoni attendibili del cambiamento di un’epoca. Quando bisognerebbe datare la fine di 5  Karl Marx, Grundrisse der Kritik der politischen Ökonomie [trad. it.: Lineamenti fondamentali per una critica dell’economia politica (1957-1958), La nuova Italia, Firenze 1997, p. 39 e ssg]. 6  E cioè, in quanto sospensione di un movimento, parentesi, o individuazione di periodi storici come «unità complesse di eventi e di effetti che postulano la superiorità data alla situazionalità sulle azioni, alle configurazioni sulle figure». Hans Blumenberg, Die Legitimität der Neuzeit, Suhrkamp Verlag, Francoforte 1974, [trad. it.: Legittimità dell’età moderna, Marietti, Milano 1992, p. 495].

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questa: dalla caduta del muro di Berlino o dall’11 settembre 2001? La soglia, se esiste, si trova al di sotto della superficie cronologica degli eventi, perché l’uomo farà pure la storia, «ma non fa l’epoca».7 La datazione storica resta pertanto un esercizio necessariamente retrospettivo. Lungi dall’essere omogenea, la lunga sequenza evocata è scandita, anche al prezzo di approssimazioni cronologiche e di interminabili diverbi di datazione su ciò che per comodità definiamo “modernità”, da eventi e biforcazioni decisive: la Rivoluzione americana e quella francese, la mondializzazione d’epoca vittoriana e l’espansione dell’imperialismo coloniale, l’istituzionalizzazione parlamentare dei partiti politici e lo sviluppo del fenomeno burocratico, le guerre e le rivoluzioni del secolo trascorso. Ciascuna di queste cesure implica profondi rimaneggiamenti nei dispositivi di dominio e di rappresentazione. La Rivoluzione francese sconvolge il campo della rappresentazione politica su scala internazionale. Le rivoluzioni del 1848 «dividono in due la storia del mondo», facendo affiorare nuovi antagonismi sociali. Dalla mondializzazione vittoriana scaturisce un mondo istituzionalmente globalizzato, simboleggiato dalla conferenza di Washington del 1884 sulla definizione del meridiano zero e sull’unificazione del tempo mondiale, e dalla conferenza di Berlino sulla spartizione dell’Africa del 1885. Nondimeno, al di là di questi profondi cambiamenti, esisteva un referente concettuale relativamente coerente delle lotte politiche.8 Oggi, invece, viviamo una nuova mutazione in cui il confine tra ciò che muore e ciò che nasce rimane incerto. Il mercato globale è accompagnato da nuovi dispositivi istituzionali, i quali conferiscono al mondo nuove forme, comprimendone lo 7  Ibid., p. 515 e 519. 8  I corsi di Michel Foucault al Collège de France contribuiscono a isolare quegli elementi che si intrecciano e si combinano per dare forma all’episteme classica. Si veda in particolare il corso del 1977-1978 in Michel Foucault, Population, sécurité, territoire, Gallimard-Seuil, Parigi 2004 [trad. it.: Sicurezza, territorio, popolazione, Feltrinelli, Milano 2005].

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1. Secolarizzazione e desecolarizzazione del mondo

spazio-tempo. Essi globalizzano gli eventi, le guerre e le violenze, le lotte e le resistenze.9

9  È di Jens Badura il tentativo di pensare filosoficamente questa transizione paradigmatica: «Nella modernità mondiale comincia a stabilirsi una relazione col mondo sotto un nuovo paradigma nel quale vengono messe in discussione categorie come sapere, giustizia o normatività, e il loro consolidamento attraverso una struttura di riferimento (ovvero un terreno stabile, globale, permanente) si modifica profondamente in funzione delle aspettative attuali e della concettualizzazione della pratica di orientamento: e cioè quando il pensiero si trova di fronte a un cambiamento di paradigma in cui si passa da un paradigma di fondazione, il quale presuppone un mondo pensato in quanto costituito in modo definitivo nel senso della modernità mondiale, al gioco di alternanze della fondazione, defondazione e dell’esplorazione, in un mondo coscientemente pensato come contingente» (tesi di abilitazione a direttore di ricerca: «Philosophie de la modernité mondiale – une esquisse programmatique», Paris viii, dicembre 2006. Questa ricerca è una sintesi di numerosi lavori pubblicati in tedesco).

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Secoli di luce Preludio al secolo dei Lumi, il xvii secolo fu il secolo delle rivoluzioni scientifiche, filosofiche, estetiche nonché quello in cui nacque un nuovo ordine geopolitico europeo rappresentato dal trattato di Westfalia, dall’emergere degli Stati-nazione e dall’elaborazione di una visione conquistatrice del mondo.10 I nomi di Bacone e di Galileo, di Cartesio e di Newton ricordano le conquiste della fisica meccanica, il trionfo di uno «stile causale universale» e di una «oggettualità ideale», l’avvento di un tempo e di uno spazio “astratto, omogeneo, matematico”.11 Questi nomi evocano la fine di un «mondo chiuso», con i suoi misteri, i suoi miracoli e prodigi, e di contro l’avvento dell’«universo infinito», delle sue leggi immutabili, matematizzabili, accessibili all’analisi logica e alla descrizione classificatoria. Perfino il probabile diventa calcolabile.12 Si apriva così la strada alla matematizzazione del sociale e all’osservazione delle regolarità demografiche.13 La statistica, 10  Hobbes: «Se la popolazione povera ma vigorosa si accresce ulteriormente, bisogna trapiantarla in paesi scarsamente abitati; dove, nondimeno, non deve sterminare coloro che vi trova, bensì costringerli a vivere meno lontano uno dall’altro… E, quando il mondo fosse completamente sovraccarico di abitanti, allora l’estremo rimedio di tutto sarebbe la guerra, che provvederebbe a ciascun uomo con la vittoria o la morte». Thomas Hobbes, Leviathan (1651) [trad. it.: Leviatano, Laterza, Roma-Bari 2000, p. 282]. 11  La Royal Society viene fondata nel 1662, la Reale Accademia delle scienze nel 1666. «La difficoltà sta nel fatto che appunto quei plena materiali che integrano concretamente i momenti spazio-temporali delle forme del mondo corporeo – le “specifiche” qualità di senso – nella loro gradualità non possono venir trattati come le forme stesse […] noi disponiamo soltanto di una e non di una duplice geometria, disponiamo di una geometria delle forme e non di una geometria dei plena». Edmund Husserl, Die Krisis der Europäischen Wissenschaften und die Transzendentale Phänomenologie (1954) [trad. it.: La crisi delle scienze europee, Il Saggiatore, Milano 1997, pp. 62-63]. 12  Cfr. la corrispondenza tra Pascal e Fermat, l’applicazione da parte di Leibniz della teoria dei giochi ai problemi del diritto, il trattato Sui ragionamenti nel gioco dei dadi (De ratiociniis in ludo aleae) di C. Huygens. 13  La regolazione dell’esercizio del potere non avviene più in virtù della saggezza ma attraverso il calcolo. La statistica (e le probabilità) scoprono nei fenomeni della popolazione regolarità sue proprie (mortalità, nascite, morbilità). Cfr. Pour une histoire del la statistique, Insee, Parigi 1977. W. Petty (1623-1684) è considerato il fondatore della “aritmetica politica”. Si veda anche il calcolo razionale del caso secondo Pascal del 1654 (Catherine Chevalley, Pascal, contingence et probabilités).

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F u t u r o

a n t e r i o r e

«Dopo la Rivoluzione russa sono crollate molte certezze e credenze. Ma questo non è un buon motivo per dimenticare la lezione del passato. Coloro che vollero ignorare la questione del potere non vi sono comunque sfuggiti: non volevano prenderlo, ma ne sono stati catturati. Coloro che hanno cercato di aggirarlo, di circondarlo, di circuirlo senza provare a prenderlo ne sono stati stritolati: la forza in divenire della “defeticizzazione” non è mai bastata a salvarli. Abbiamo perduto le nostre certezze? Forse. Sicuramente dobbiamo imparare a farne a meno. Il risultato di una lotta è per definizione incerto. Una lotta non è mai vinta in anticipo. In essa si confrontano non vocazioni divine o certezze scientifiche, ma volontà e convinzioni, esposte alle sferzanti smentite della pratica. È il destino di tutta la storia profana: sì all’“apertura all’incerto”, no al grande salto nel vuoto strategico dell’evento mitico assoluto, separato da qualsiasi condizione storica in cui la teologia prevarrebbe nuovamente sulla politica. Il grido non fa la parola».


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