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Matteo Miavaldi

I due Marò

Tutto quello che non vi hanno detto


Tempi moderni


I due Marò

Tutto quello che non vi hanno detto

Matteo Miavaldi


Per favorire la libera circolazione della cultura, è consentita la riproduzione di questo volume, parziale o totale, a uso personale dei lettori purchÊ non a scopo commerciale. Š 2013 Edizioni Alegre - Soc. cooperativa giornalistica Circonvallazione Casilina, 72/74 - 00176 Roma e-mail: redazione@edizionialegre.it sito: www.edizionialegre.it

Analisi, notizie e commenti www.ilmegafonoquotidiano.it


Indice

Prefazione Introduzione I due marò e i Duemarò

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Capitolo uno 17 L’incidente 1.1 Pirati immaginari 17 1.2 La prima impressione è quella che conta 20 Capitolo due Chi ha mandato i marò sull’Enrica Lexie 2.1 Il business dei pirati 2.2 Contractors all’italiana

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Capitolo tre Le loro prigioni 3.1 Detenuti a cinque stelle 3.2 Natale con i tuoi

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Capitolo quattro L’iter legale 4.1 La zona contigua 4.2 Telefono senza fili 4.3 In acque diversamente internazionali

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Capitolo cinque La narrazione tossica 5.1 Italiani brava gente 5.2 Spezzeremo le reni alla Grecia 5.3 Le confessioni del buon Firoz 5.4 La pista dello Sri Lanka 5.5 La costruzione degli eroi 5.6 Spingitori di periti 5.7 La perizia di Di Stefano: fantasia al potere 5.8 Chi di tranello ferisce... 5.9 Gegno

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Capitolo sei Le gesta della diplomazia italiana 6.1 Mr Wolf italo-svedese 6.2 Sonia l’italiana 6.3 Sagrestie e beneficenza 6.4 Lanciare il sasso e nascondere la mano

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Capitolo sette Dal “non ritorno� alle dimissioni di Terzi 7.1 Promesse da marinai 7.2 Italia ingrata 7.3 Contrordine compagni! 7.4 Quando il gioco si fa duro 7.5 Resa dei conti alla Camera

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Conclusioni Prima che cali il sipario

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Prefazione

Il libro che avete tra le mani è ricco di informazioni che dovreste già sapere. Si occupa della vicenda dei due marò italiani al momento in attesa di processo in India, accusati di aver ucciso due pescatori indiani, ma in realtà dice molto anche sul mondo del giornalismo italiano, su come gli strilli e i titoli dei quotidiani e dei media on line, influenzino il dibattito politico e finiscano addirittura per inserirsi in rapporti diplomatici internazionali (e determinare le carriere politiche). Dovreste già sapere cosa è scritto in questo libro perché il lavoro svolto in queste pagine è frutto di ascolto, letture e del tentativo di sentire tutte le voci possibili, per dare le informazioni necessarie a capire un fatto accaduto a migliaia di chilometri dall’Italia. Nei giorni che hanno preceduto la stampa del presente volume, la vicenda dei marò ha toccato dei punti di non ritorno del giornalismo italiano che hanno completamente sfumato nella memoria breve della stampa nostrana, un fatto di cui si sono perse le origini e la radice. I marò hanno ucciso due pescatori indiani, ormai più di un anno fa. Nel via vai dei titoli sui giornali, dei pezzi “acchiappaclic” on line, ormai la sorgente di tutto si è quasi persa. Come spesso accade in Italia il fatto in sé è diventato un’arena nella quale spendersi. Pro e contro. Ma pro e contro cosa? Nei fatti che Miavaldi racconta nel libro c’è poco da essere di parte. Sono eventi che si sarebbero dovuti raccontare con dovizia di particolari, perché avvenuti in un paese che – piaccia o meno nelle redazioni italiane – costituisce uno dei 9


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nuovi motori dell’economia mondiale, una potenza al pari di tanti altri paesi lontani da noi e che costituisce – e potrebbe e dovrebbe costituire – una risorsa anche per la nostra economia in crisi. E invece, fin da subito, la narrazione è diventata tossica, come hanno specificato i Wu Ming sul loro blog Giap. Ovvero complici meccanismi sensazionalistici, la stampa di destra – Il Giornale e Libero su tutti – ha segnato il passo del resto dei media, puntando subito sul rischio che i due marinai italiani (senza che fosse minimamente specificata la modalità della loro presenza a bordo di una nave privata) venissero giudicati da una corte indiana. Sacrilegio, per un Paese avanzato come quello italiano (sic), porsi alla mercé degli indiani. Nei giorni che hanno preceduto il primo ritorno in Italia dei due fucilieri del San Marco, la notizia sulla loro vicenda era spesso affiancata dalla notizia degli stupri in India. In quel periodo, una sera mi sono ritrovato in una rosticceria romana, in coda ad aspettare il mio turno. La piccola stanza dove mi trovavo era colma di gente, era una sabato sera che precedeva un anticipo calcistico di campionato della Roma e in molti avevano scelto pollo allo spiedo e supplì come accompagnamento al calcio. Disimpegno e fame. Nella rosticceria accompagnava i desideri culinari uno schermo televisivo posto su una delle pareti. In fila, aspettando, tutte le teste guardavano lassù. Un telegiornale aveva appena trasmesso un servizio sulla vicenda dei marò, pronti ad essere giudicati da un tribunale indiano. Il servizio successivo offriva immagini e parole circa gli stupri di minorenni, in India. Nella fila, in attesa di pizza al taglio e supplì, quindi in un momento di grande dibattito culturale, si è alzata la voce sonora della “gente”: “che vergogna – ha esclamato più di uno dei presenti – e queste bestie dovrebbero giudicare due italiani!”. Poi dopo questa sonora presa di posizione, via di corsa che Totti e compagni stavano per entrare in campo. Razzismo indotto, ignoranza coltivata da anni di “boxini morbosi”, titoli fuorvianti, con il retroterra di una narrazione in cui quasi sembra rimpiangersi il passato coloniale italiano, quando andavamo a sistemare reni e schiene di greci, abissini e via 10


Prefazione

discorrendo. E dire che in India siamo stati preceduti dagli inglesi, sennò sai che lezioni di democrazia! La stampa di destra è riuscita nell’operazione di egemonizzare culturalmente un fatto come quello dei marò. E ci sta. Era meno prevedibile che i media mainstream tutti, agenzie, quotidiani, siti on line, andassero incontro a questa “narrazione” senza chiedersi minimamente se le cose raccontate in quel modo corrispondessero al vero. O se almeno ci fossero dei contorni più sfumati all’interno dei quali fare ricadere una riflessione. Addirittura, come leggerete nel libro, si è presa per buona e scientificamente valida una perizia tecnica effettuata da uno pseudo ingegnere vicino a Casa Pound, senza neanche chiedersi chi fosse, come avesse fatto la perizia, dove avesse preso i dati. Niente di tutto questo: peraltro sarebbero domande che probabilmente insegnano nei primi dieci minuti di un qualsiasi corso di giornalismo. Dove, come, quando, chi, perché. E la stessa perizia, portata in carrozza dalla stampa italiana è addirittura arrivata in Parlamento. Come cantava Jannacci: l’ha detto il telegiornale! Quindi mi dirai mica che si tratta di falsità? Il problema è che spesso questo tipo di narrazione tossica, non è né vera né falsa. Si muove su quel terreno della “plausibilità”, della “verosimiglianza” che mette insieme pancia e cervello, luoghi comuni e piccole forme di razzismo quasi innate nella popolazione italiana, dando così il la ad una presentazione dei fatti che diventa difficile decostruire lì per lì, perché ad ogni debunking, ad ogni risposta, segue una nuova narrazione tossica, che osserva imperterrita il suo percorso, facendo completamente finta di niente circa la possibilità che esista un’altra narrazione, più complicata, più complessa, più faticosa alla fine dei conti, perché richiede domande, telefonate, letture da altre lingue, analisi di trattati e convenzioni internazionali. Insomma richiederebbe il lavoro del giornalista. E questo accade spesso e – senza allargare il campo di interesse dato che noi ci occupiamo di Asia – con l’Oriente in generale. Notizie in bilico tra l’esotico e lo “strano ma vero” o articoli spesso scontati che fanno largo uso di immagini ruffiane, capaci di essere comprese all’istante, senza che però quasi mai scendano 11


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nella reale profondità dalla quale trovano ispirazione. La Cina e l’India, per non allargarsi alla Malesia, Birmania, Filippine, Tailandia, sono spesso rappresentate in un modo completamente traviato dall’immagine occidentale che abbiamo di questi Paesi. Un’immagine che corrisponde peraltro a secoli fa ormai, concezioni superate da spostamenti globali degli equilibri economici. Il giornalismo su queste aree è diventato un fast food di quello che “gli italiani si aspettano di leggere”, anziché un modo per raccontare qualcosa di nuovo, di difficoltoso talvolta ad essere compreso, ma sicuramente più veritiero e soprattutto inserito in contesti “globali” di cui spesso si riempiono le pagine senza poi capire che non è una metafora giornalistica. È davvero così: ormai quanto si muove in India e in Cina finisce – davvero! – per influenzare quanto accade anche in Europa, Italia compresa. Questo modo di fare giornalismo è tanto più deleterio per un Paese che è in crisi profonda come l’emisfero culturale ed economico all’interno del quale da tempo è inserito. Se in Italia c’è una profonda crisi economica, una crisi della rappresentanza politica, un distacco sempre più netto tra politica e società, compito del giornalismo dovrebbe essere quello di raccontare, capire, indagare quello che sta oltre il proprio cortile. Raccontare altri mondi, altri Paesi cercando di trovare le affinità e gli aspetti di contrasto, di contraddizione, lasciando la possibilità a chi legge di comprendere l’altro per provare a trasformare se stessi. L’India, la Cina, quante possibilità potrebbero offrire al nostro paese, ad esempio, per uscire da una situazione economica stagnante, paludosa, ferma? Molte, ma a patto che l’eventuale operatore, facciamo un esempio: l’imprenditore, possa capire in quale paese può fare affari, trattare e come, con la controparte. E offrire titoli ad effetto anche sul web, dove ci sarebbe lo spazio per approfondire, puntualizzare, precisare, raccontare, non aiuta nessuno. Alla fine, nemmeno i giornalisti. Simone Pieranni *, marzo 2013, Pechino * Fondatore nel 2009 di China Files, agenzia editoriale con sede a Pechino, collabora con media italiani con reportage e articoli sulla Cina.

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I due Marò

Tutto quello che non vi hanno detto


Introduzione

I due marò e i Duemarò

Ci sono storie che cominciano staccate e poi, quasi senza che ce ne accorgiamo, si attaccano. Non si tratta di due storie diverse, di due vicende che non c’entrano niente l’una con l’altra, ma il passaggio dalla storia staccata a quella attaccata è più una metamorfosi, è la forma di una storia che, mentre la si racconta, cambia e diventa qualcos’altro. Proviamo a fare qualche esempio. La vicenda del delitto di Cogne, dopo alcuni giorni, si è trasformata nel Delittodicogne. Stesso fenomeno ha tramutato Sarah Scazzi in Sarahscazzi, il morbo della mucca pazza nella Muccapazza, l’attentato dell’11 settembre 2001 ne Lundicisettembre. I fatti, gli eventi che hanno caratterizzato queste storie, nella mutazione non sono cambiati, ma è semplicemente cambiato il modo di raccontarli, con la conseguenza di estremizzare sensazioni – panico, indignazione, paura, rabbia – che portano con sé altri fatti: boicottaggio delle macellerie, turismo del macabro, teorie cospirazioniste. Il caso dei due marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone fa parte di questo gruppo di storie. Il passaggio dalla vicenda dei due marò alla tragedia dei Duemarò, sui media italiani, è avvenuto in modo quasi impercettibile: un giorno leggiamo la notizia di un incidente avvenuto in acque lontane, in India, e un anno dopo ci ritroviamo alle prese con difensori dell’onor patrio, minacce contro la popolazione indiana in Italia, schiere di colpevolisti ed innocentisti per 15


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partito preso, accuse di incapacità in parlamento, trame politiche, “gli indiani non rispettano le leggi internazionali”. Si parte con degli spari contro un peschereccio indiano e si arriva a perizie tecniche “super partes” stilate da dirigenti di Casapound, accuse contro la Marina civile greca e la Marina militare dello Sri Lanka, fratture nel governo dimissionario di Monti, i marò li rimandiamo in India, anzi no, anzi sì. La vicenda dell’Enrica Lexie, un complicato caso internazionale che ha coinvolto i due fucilieri del reggimento San Marco Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, è stato maneggiato, plasmato e filtrato dai mezzi d’informazione italiani, facendo arrivare al pubblico italiano una storia completamente travisata, a solleticare la parte più sciovinista del Paese. L’operazione di lifting dal caso dei due marò allo scandalo dei Duemarò ha dei precisi responsabili: un pugno di giornalisti di quotidiani di destra (Libero e Il Giornale), giornalisti vicini alla destra parlamentare e non, l’assenza di una vera controinformazione e, soprattutto, la letargia delle grandi testate italiane nel fare un lavoro di approfondimento e reporting puntuale di una vicenda politicamente rischiosa. Un caso che, lasciato per lunghi mesi all’esclusiva narrazione di destra, ha dato vita a uno degli episodi di distrazione di massa più eclatanti degli ultimi anni, rischiando di sbriciolare i rapporti bilaterali con l’India sotto il peso delle pressioni di cittadini convinti di aver a che fare con uno Stato canaglia, non con una democrazia. Mentre il caso dei due marò necessitava di lunghe e faticose spiegazioni della realtà indiana, delle peculiarità del suo ordinamento giuridico, approfondimenti sulle leggi locali e le Convenzioni internazionali, lo scandalo dei Duemarò si è alimentato di accuse infamanti, giornalismo urlato, razzismo, mistificazioni e una maniacale selezione delle notizie per poter far quadrare i conti, per difendere a volte l’indifendibile e strizzare l’occhiolino a un certo elettorato. In questo libro proveremo a raccontare entrambe le storie, il caso dei marò e lo scandalo dei Duemarò. Vedremo chi e come ha raccontato la vicenda in Italia e come lo zampino 16


Introduzione

fascisteggiante abbia dirottato la percezione dell’incidente utilizzando stratagemmi retorici e giochi di prestigio giornalistici per scandalizzare e sollecitare i propri lettori, svelando i meccanismi di creazione dello sdegno, della mobilitazione virtuale indotta, con i quali si può far nascere e gestire la rabbia, per poi incanalarla a fini elettorali. Vedremo come un giornalismo approssimativo e una politica doppiogiochista sono riusciti a manipolare, fin dai primi giorni, tutto il racconto del caso Enrica Lexie e come tutto questo, coi problemi in politica interna ed estera che ha comportato, poteva essere evitato. La nostra storia ha inizio al largo delle coste del Kerala, India meridionale. E inizia con un grande malinteso.

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Capitolo uno

L’incidente

1.1 Pirati immaginari Il 15 febbraio 2012 la petroliera Enrica Lexie, di proprietà della compagnia di trasporto marittimo italiana Fratelli d’Amato, viaggia al largo della costa dell’India sud occidentale, nei pressi dello Stato meridionale del Kerala, sulla rotta che da Singapore deve portarla fino in Egitto. A bordo ci sono 34 persone, tra cui sei fucilieri del Reggimento San Marco. Il nucleo di protezione ha il compito di proteggere la petroliera e il suo carico dagli assalti dei pirati: un rischio concreto lungo un tracciato che, presto, condurrà l’Enrica Lexie vicino alle acque del Golfo di Aden, braccio di mare stretto tra lo Yemen e la Somalia celebre per gli attacchi dei corsari somali. Poco lontano si trova il peschereccio St. Antony con il proprio equipaggio: undici pescatori indiani. Intorno alle 16.30 locali si verifica “l’incidente”: il St. Antony, per ragioni ancora non chiarite, si avvicina alla Enrica Lexie. Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, in quel momento responsabili della sicurezza della nave – è il loro turno di guardia sul ponte – vedono avvicinarsi un’imbarcazione “sospetta” e, come da protocollo, iniziano a fare segnali verso l’equipaggio del peschereccio. Sul rapporto inviato da Latorre alle autorità italiane, pochi giorni dopo i fatti, ripreso in Italia da diverse testate giornalistiche, si legge che i due marò hanno sparato una serie di warning shots mano a mano che il St. Antony si avvicinava. Prima a 500 yard, 19


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poi a 300, infine a 100. Tutte raffiche di proiettili, sottolinea il fuciliere nel documento trasmesso alla procura di Roma, sparate verso l’acqua. Il St. Antony lancia però l’allarme alla guardia costiera indiana, dicendo che due membri dell’equipaggio, Ajesh Binki (25 anni) e Valentine Jelastine (45), sono stati uccisi da raffiche di proiettili provenienti da una nave “nera e rossa”. Al centro di controllo della guardia costiera partono subito le ricerche: vengono incrociati i dati dei radar che provano a restringere il cerchio delle navi “nere e rosse” vicine al St. Antony alle 16.30 del 15 febbraio. Dopo due ore e mezza dall’incidente vengono contattate via radio le quattro imbarcazioni sospettate di essere coinvolte in quello che al momento sembra essere stato un attacco pirata: l’Enrica Lexie, la Kamome Victoria, la Giovanni e la Ocean Breeze. Delle quattro l’unica a rispondere affermativamente è l’Enrica Lexie. Il capitano Umberto Vitielli ammette che il nucleo di protezione a bordo della petroliera italiana ha «respinto un attacco pirata» con successo. Ma, aggiunge, ora è tutto sotto controllo, il peggio è passato. E infatti l’Enrica Lexie sta avanzando lungo la rotta prestabilita. In due ore e mezza la petroliera si è allontanata di ben 70 km dalla “scena del delitto”. Così, alla chetichella. Le autorità indiane intimano al capitano Vitielli di invertire la rotta e tornare al porto di Kochi, nel Kerala meridionale, per chiarire tutta la faccenda, adducendo la scusa di un «riconoscimento dell’imbarcazione». L’invito deve essere stato abbastanza risoluto poiché, oltre al monito verbale, dalla costa indiana salpano i due pattugliatori Shamar e Lakshmi Bhai e decolla l’aereo di sorveglianza marittima Dornier Do 228, per assicurarsi che l’Enrica Lexie torni ad attraccare in territorio indiano. La Marina italiana, interpellata via radio, indica ad Umberto Vitelli di non dirigersi verso il porto e di non far scendere a terra i militari italiani. Il capitano invece, che è un civile e risponde agli ordini del proprio datore di lavoro – l’armatore sono i Fratelli d’Amato – e non della Marina, asseconda le richieste delle autorità indiane. I corpi di Binki e Jelastine vengono sottoposti ad autopsia la notte del 15 febbraio. La mattina del 17 entrambi 20


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«I marò hanno ucciso due pescatori indiani, ormai più di un anno fa. Nel via vai dei titoli sui giornali, dei pezzi “acchiappaclic” on line, ormai la sorgente di tutto si è quasi persa. Come spesso accade in Italia il fatto in sé è diventato un’arena nella quale spendersi. Pro e contro. Ma pro e contro cosa? Nei fatti che Miavaldi racconta nel libro c’è poco da essere di parte. Sono eventi che si sarebbero dovuti raccontare con dovizia di particolari, perché avvenuti in un paese che – piaccia o meno nelle redazioni italiane – costituisce uno dei nuovi motori dell’economia mondiale […]. E invece, fin da subito, la narrazione è diventata tossica, come hanno specificato i Wu Ming sul loro blog Giap». Simone Pieranni, dalla prefazione 22

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