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scritture Resistenti


L’amore degli insorti


Questa è un’opera di fantasia, a esclusione, ovviamente, di alcuni noti contesti storici citati. Ogni riferimento a fatti e persone reali è puramente casuale. © 2005 Stefano Tassinari tramite Nabu International Literary Agency © 2013 Edizioni Alegre Società cooperativa giornalistica Circonvallazione Casilina, 72/74 - 00176 Roma redazione@edizionialegre.it www.edizionialegre.it Progetto grafico: Alessio Melandri

Analisi, notizie e commenti www.ilmegafonoquotidiano.it

Per favorire la libera circolazione della cultura, è consentita la riproduzione di questo volume, parziale o totale, a uso personale dei lettori purché non a scopo commerciale.


L’amore degli insorti Stefano Tassinari


In ricordo di Dario Berveglieri, che di sicuro sta fotografando il cielo.


Capitolo uno

Stanno stringendo il cerchio. Una frase fatta, che di solito non appartiene al mio linguaggio. Eppure è questo il pensiero che accompagna i miei passi lungo le strade quasi sconosciute della zona San Ruffillo, periferia sud di Bologna. Ci sono arrivato a bordo di un filobus semivuoto, segnato da un numero portafortuna. Sono le sette e trenta del mattino e a quest’ora – un’ora anomala per me, che di notte do il meglio di me stesso e di giorno sopravvivo – la maggioranza della gente si muove in senso contrario. Va verso il centro, costretta a farlo e senza porsi troppe domande. Stanno stringendo il cerchio, anche se non capisco il perché. A chi può interessare, più di vent’anni dopo, scavare nel passato di un uomo di mezz’età, il cui viso di allora sembra quello di un’altra persona? Un uomo in regola con tutto, che ha imparato a tacere anche quando vorrebbe parlare, per paura che una frase pronunciata d’istinto lo possa tradire. Un padre di famiglia, con una moglie e due figli tenuti all’oscuro per scelta, o pudore, o imbarazzo, o mancanza di coraggio, ché tanto il risultato è lo stesso. Non un 13


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uomo falso, no… direi reticente, uno che racconta solo una parte di sé, lasciando il resto chiuso a chiave, come si fa con certi ricordi impigliati sotto pelle. È una domanda alla quale non so rispondere. Davvero. So solo che da ieri la mia vita è in quarantena, sospesa tra una memoria intima e un futuro da inventare. Colpa di una lettera inquietante, di quelle che chiunque può ricevere senza farci troppo caso, indeciso se buttarle via con una smorfia o riderci sopra. Molestie e nulla più, come succede a tanti nel corso della propria esistenza. Un pazzo, una vecchia amante rancorosa, un vicino di casa un po’ perverso… Gente anonima e travagliata, che prima o poi si stanca di cacciare o cambia preda. Il fatto è che io non sono chiunque, almeno sotto un certo profilo, e la mittente non è anonima, anche se in mano ho soltanto un nome di battesimo, magari falso. Si firma Sonia, un nome da trentenne o poco più, forse preso a prestito da quella bella attrice brasiliana che avrà incantato anche sua madre. Non è molto per risalire al personaggio, ma è già qualcosa. E poi c’è il linguaggio a connotare la sua età: lontano dallo slang giovanile, ma anche dai codici espressivi della mia generazione, e questo mi rassicura. Lei non usa forme tipo “nella misura in cui” – che noi avevamo attinto dai testi di Marcuse – e nemmeno intercalari quali “in qualche modo”, versione più moderna del nostro non sapere come andare avanti. No, lei è concreta, direi quasi pragmatica, in linea con lo spirito specialistico degli anni Ottanta e Novanta. Insomma, è una che sa quello che vuole. Sono io a non sapere che cosa vuole da me! Per la verità qualche elemento me l’ha dato, tanto per giustificare la sua richiesta d’incontrarmi, ma io non mi fido per niente. Ufficialmente vuole scrivere un libro su “quelli che l’hanno fatta 14


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franca come te”, che già mi sembra un modo per intimidire e dimostrare un certo disprezzo. E poi cosa significa “farla franca”? Che ne sa lei di quello che mi porto dentro? Degli anni passati a camminare a testa bassa per non incrociare gli sguardi di qualche vecchio amico, di quelli che s’incontrano per caso quando meno te l’aspetti? Delle storie inventate per riempire i vuoti temporali della mia vita? In teoria non ne dovrebbe avere idea, in pratica temo ne sappia più di quanto io possa immaginare. E da ieri, a distanza, mi martella le tempie, fino a farmi sentire in paranoia come “all’epoca dei fatti”, e l’espressione è sua. L’ha adoperata in una frase che mi è rimasta impressa: Ero molto giovane all’epoca dei fatti, anzi ero piccola, ma avevo intorno una persona che tu conoscevi bene, ed è anche di lei che ti vorrei parlare.

Quel “lei” si riferisce a una donna o alla parola indefinita “persona”? È da quando sono sveglio che me lo chiedo, perché da un punto dovrò pur partire per iniziare a capirci qualcosa. L’unico dato sicuro è che mi sta controllando da vicino, altrimenti non potrebbe avere certe informazioni. La lettera, infatti, comincia così: Caro Paolo (o preferisci Emilio, come ti fai chiamare adesso?)

Emilio è il mio secondo nome, mai utilizzato da nessuno prima che mi trasferissi qui, dove, in compenso, lo usano tutti quelli che frequento, compresa mia moglie Rita. Una precauzione banale ma i primi tempi mi dava tranquillità e adesso mi ci sono abituato. D’altronde Paolo 15


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Emilio non mi è mai piaciuto, perché era lo stesso nome di un famoso ministro democristiano e io i democristiani non li ho mai sopportati. Stavo dall’altra parte, e a modo mio ci sto anche adesso, solo che mi sembra tutto molto strano, perché nessun partito si chiama più come si chiamava allora, e nemmeno io, appunto. Ho pensato mille volte a questa specie di tabula rasa e alla gente che prima, quando la tavola era imbandita, vi si sedeva intorno, col tovagliolo al collo e la risata incontinente. Non ho provato alcuna pena, ci mancherebbe, ma mentre annegavano non mi sono neanche seduto sulla riva ad applaudire. Non so perché, ma è andata così, benché per anni abbia sognato di farli fuori uno dopo l’altro, prendendo la mira dai tetti di un palazzo, o facendoli saltare in aria a bordo delle loro auto blu, come capitò a Carrero Blanco in una strada di Madrid. Bel gesto, quella volta, con la macchina che vola e s’incastra in un balcone a molti metri d’altezza, e giù di sotto i suoi a guardare in alto, increduli, e a domandarsi “come hanno fatto?” se tutti i giorni cambiava strada ed era l’uomo più protetto del regime, e noi, a casa, a rivedere quella scena alla tv con i bicchieri alzati e un groppo in gola dalla gioia per un colpo andato a segno, dopo i tanti sparati a vuoto dalla nostra fantasia. Il fatto è che là sono riusciti di persona, mentre da noi c’è voluto il vento delle toghe a spazzare l’aria dai detriti, ed ecco il perché del mio restarmene freddo di fronte a quella tavola svanita in un istante. Oltre tutto mi pare sia riapparsa in fretta, di nuovo apparecchiata come un tempo, e dunque ho fatto bene a non gonfiarmi il petto e a starmene in disparte un altro po’. E anche di questi sentimenti da vecchio adolescente lei ha avuto modo di sapere, se è vero che tre righe sotto l’attacco su Paolo Emilio ha scritto: 16


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Di te so molte cose, anche di quando eri un ragazzino. So, per esempio, che hai brindato all’assassinio del commissario Calabresi: chissà, forse oggi te ne vergogni un po’ e comunque non credo che l’andresti a raccontare in giro, a meno di garantirti l’anonimato, come ti propongo io.

Intanto, se me la trovassi davanti, le risponderei che sono già anonimo, senza bisogno di alcuna concessione. Non lo sono per lei, ma per tutti gli altri sì. E poi perché mi dovrei vergognare di aver bevuto un calice di vino alla memoria di Pinelli? O di aver creduto, e continuo a farlo, che in qualche modo fosse stata fatta giustizia, più o meno “proletaria”? Dico “più o meno” perché mi sa che i nostri, con quella storia, non c’entrassero un bel niente, tanto meno quelli incastrati con la precisa volontà di farlo. Per me non ha alcuna importanza sapere chi, e per quale ragione, abbia sparato quel mattino a Milano. Per me ha importanza solo il risultato: uno a uno e palla al centro, e al diavolo le accuse di cinismo, gli inviti a chiedere perdono e il pietismo di trent’anni dopo, quando tutti fingono di essersi scordati il clima di quegli anni. I morti sono morti, i nostri e i loro, e per di più non siamo stati noi a cominciare. Ho voglia di fare colazione, più che altro per potermi accendere una sigaretta, visto che non riesco a fumare a stomaco vuoto. È l’unica macchia nel mio limpido curriculum di fumatore militante. Entro in un bar e mi accosto al banco. Dietro c’è una ragazza piuttosto bella, fasciata in una specie di divisa d’ordinanza – gonna corta, calze scure, camicetta stretta e bianca – che stride con un piercing all’ombelico e un orrendo tatuaggio lungo un braccio. Rifletto sul contrasto e mi sento vecchio, non riuscendo a capire perché i giovani debbano torturarsi il corpo in quella 17


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maniera. Nel chiederle un caffè le sorrido, ma lei resta sulle sue. È assonnata e pensa ai fatti propri, con l’aria di una che sta passando di lì per andare altrove, anche se non sa dove. Un po’ come me in questo momento, trascinato in un giro senza meta dal semplice timore di rifare i conti con me stesso. La abbandono al resto della sua giornata ed esco, dirigendomi verso il ponte sul torrente Savena. L’acqua mi ha sempre attirato, a parte quella ferma dei laghi. Sento che la pausa è servita a ridarmi un po’ di sicurezza, ma non ancora tranquillità. In fondo ho avuto fortuna: siamo a metà giugno e mia moglie Rita è appena partita per il mare con i nostri due figli, così non devo rendere conto a nessuno del mio stato d’animo e del fatto di essere uscito di casa poco dopo l’alba. Se anche dovessero chiamarmi non si stupirebbero di trovare la segreteria in funzione in entrambi i telefoni: sanno che fino a una certa ora dormo e non voglio rotture di scatole. Con loro ho un buon rapporto, direi da famiglia borghese illuminata e un po’ radical, ma non chic. Rita insegna geografia politica all’università e fa un po’ quello che vuole. Viaggia molto per motivi di lavoro e in questo periodo si permette, da sempre, una vacanza al mare di almeno due settimane, lasciando le incombenze a ricercatori ed assistenti. Ogni tanto scrive articoli di approfondimento sul Manifesto, specie quando succede qualcosa in paesi piccoli e un po’ strani, di cui solo lei sa snocciolare a memoria vita, morte e miracoli. È stimata, socievole e si porta benissimo i suoi quarantacinque anni, appena velati da qualche ruga. Tempo fa ha avuto una breve relazione con un suo collega, nata durante un soggiorno di studio in Angola. Quando è finita mi ha raccontato tutto e mi ha chiesto scusa, come si fa tra ragazzini. Non ho fatto drammi ma ne ho 18


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sofferto, e per un po’ è stato difficile proseguire facendo finta di niente. Sono lontani i tempi delle comuni e delle teorie di Reich, le ho detto. Poi ho deciso di sollevarla dai sensi di colpa andando a letto con una sua amica, che con me ci provava dal giorno del nostro matrimonio. Sei un cretino, mi ha detto, ma subito dopo abbiamo ritrovato l’equilibrio. Il bello è che sono rimaste amiche, e magari si saranno messe a commentare insieme i dettagli più intimi, come solo le donne riescono a fare. In effetti sono stato un cretino, se non altro per la scelta, ma ormai è andata così e basta. Con i figli va a momenti, anche se il bilancio mi sembra positivo. La femmina ha diciassette anni e il maschio quattordici. Si chiamano Giulia ed Ernesto. La nostra generazione ha messo al mondo un sacco di Giulia ed Ernesto. Giulia in onore del personaggio interpretato da una splendida Vanessa Redgrave – la compagna trotskista Vanessa Redgrave! – nell’omonimo e straordinario film di Fred Zinnemann. Ernesto, invece, va da sé. D’altronde, ogni generazione di sognatori ha lasciato una traccia nei nomi dei figli, tant’è che qui a Bologna molti anziani si chiamano Lenin, Uliano, Libero e, in qualche caso, addirittura Dinamite. Purtroppo ci sono anche i figli del disimpegno, messi al mondo da certi miei coetanei sordi, muti e ciechi: mentre intorno a loro andava tutto a fuoco non s’accorgevano di niente e s’ammalavano di una qualche febbre del sabato sera. Così quei ragazzi si chiamano Christian, Deborah, Samantha, Manuel, Erika – tutti nomi da cubiste o da calciatori, destinati da subito a essere ridotti a Debby, Sammy, Manu, Chicca… Sto divagando, ma è il solo modo per riprendere fiato e congelare, per un istante, l’embrione di un pensiero irriverente. Mentre cammino sento il bisogno di voltarmi 19


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indietro per guardarmi le spalle, o di salire su un autobus all’improvviso, come facevo un tempo, per tutto il tempo, tutti i giorni. Cerco di resistere alla tentazione, o alle vecchie abitudini, ma l’istinto di protezione è più forte del timore di rivedermi com’ero. A una fermata del 13 appoggio la schiena al muro, così da osservare la strada per intero. Lungo i marciapiedi ci sono almeno tre donne della presunta età di Sonia, per non parlare di quelle sedute nelle macchine ferme ai semafori. Troppe per imprimere i loro volti nella mente. E se Sonia fosse solo un nome di copertura? Se dietro di lei ci fosse un lui, o magari un gruppo di lui? Eppure la scrittura mi sembra femminile, sia per la grafia sia per il modo di esprimersi. E poi, se qualcuno – uomo, donna, una banda, chiunque – avesse deciso di farmi fuori l’avrebbe già fatto senza perdere tempo a scrivermi. In queste ore ho pensato al peggio, è vero, ma conviene sempre partire dalle ipotesi più negative, magari per poterle scartare. Sto sudando, e non solo per il caldo. Il fatto è che non mi capitava da anni di sentirmi braccato e non è una bella sensazione. Anche allora lo sopportavo con fatica, ma almeno ero motivato. Adesso no. Adesso vorrei essere a diecimila chilometri di distanza da queste strade controllate a vista, diventate in un sol colpo estranee al mio modo indifferente di solcarle, lo stesso che fino a ieri me le rendeva sconosciute e prive di valore. Vorrei essere in un luogo in cui il passato non conta e la vita ricomincia da capo ogni mattina, senza mostrare i documenti. E vorrei essere a ogni frontiera, a osservare chi entra senza passaporto e chi esce senza memoria. Lì mi ricaverei una nicchia, abbastanza nascosta da farmi scomparire al mondo intero, come se non avessi un nome e non fossi mai esistito. D’altra parte, il sogno di vivere sul confine delle cose l’ho sempre coltivato, 20


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sapendo che un giorno quel confine l’avrei varcato, ma senza perdere il gusto di sfidarlo, rimanendo in equilibrio sul solo piede d’appoggio. Mentre quest’immagine mi passa davanti penso che sia una metafora del nostro modo di essere, quello di persone attratte anche dal gesto in sé, e non solo dalle sue conseguenze. Oggi mi costa ammetterlo, proprio perché è uno dei nervi scoperti da Sonia nella sua lettera. Se non sbaglio la chiamavate “mistica dell’atto”, o qualcosa del genere. Una definizione colta e un po’ astrusa per dare spessore a un semplice bisogno di violenza. Mi piacerebbe sentirti parlare di cosa provavi in certi momenti: della paura, se ne avevi, o di un appagato senso di giustizia, da portarti dentro fino all’azione successiva, magari sentendoti invincibile. Perché era così che ti sentivi, o no?

No, non mi sono mai sentito invincibile. Altri forse, ma io no di sicuro, e mi dà fastidio questo tono supponente in una donna che gioca a fare la psicologa senza mostrare alcun coinvolgimento emotivo nella mia storia. Per me aveva ragione il vecchio Laing, l’antipsichiatra inglese che fece piazza pulita di tutti i ruoli. Pazienti e terapeuti dovevano stare sullo stesso piano, condividere lo stesso ambiente, dialogare tra loro come se per entrambi fosse necessario un supporto. Era il suo modo di essere “anti”, e mai un prefisso si è rivelato più affascinante di questo. Antipatici antipodi cantava Claudio Lolli, cogliendo nel segno molto più di chi, seppur con onestà, ci raccontava in musica di fiere dell’est o di re di cioccolato. E vorrei spiegarlo a questa fantomatica Sonia, se solo non mi vedessi già alle corde all’idea di accettare qualcosa di troppo simile a un ricatto, a 21


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