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Yves Citton

Storytelling e immaginario di sinistra

Prefazione di

Wu Ming 1


Futuro anteriore


Mitocrazia

Storytelling e immaginario di sinistra

Yves Citton Prefazione di

Wu Ming 1 Postafazione di

Enrico Manera Traduzione di

Giulia Boggio Marzet Tremoloso


Titolo originale: Mythocratie. Storytelling et imaginaire de gauche Prima edizione: © 2010 éditions Amsterdam, Paris Per favorire la libera circolazione della cultura, è consentita la riproduzione di questo volume, parziale o totale, a uso personale dei lettori purché non a scopo commerciale. © 2013 Edizioni Alegre - Soc. cooperativa giornalistica Circonvallazione Casilina, 72/74 - 00176 Roma e-mail: redazione@edizionialegre.it sito: www.edizionialegre.it

Analisi, notizie e commenti www.ilmegafonoquotidiano.it


Indice

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Prefazione di Wu Ming 1 Introduzione

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Capitolo uno Riformulare il nostro immaginario del potere La dissoluzione dei poteri L’economia dell’attenzione L’economia degli affetti I varchi facilitatori e il pubblico Un mondo dall’inedita plasticità

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Capitolo due Per un modello della circolazione del potere Una circolazione dei flussi di desideri e di convinzioni La percolazione della potenza nel potere Le istituzioni come istanze di mediazione con effetto moltiplicatore Il potere, una meta-condotta che condiziona le condotte “libere” La vita sociale come intreccio di strategie La verticalità dell’immanenza

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Capitolo tre L’attività di scenarizzazione L’onnipresenza dei racconti (di destra) Natura e potenza dei racconti Rifigurazione e ri-concatenazione Pericoli della ritenzione terziaria e virtù degli arredi scenici [props] Dalla narrazione alla scenarizzazione I miti: parole incantatrici

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Intermezzo illustrativo 115 Scenarizzazione dall’alto Capitolo quattro Gli attrattori e l’infrapolitica Agganci e plot Plot “ri-conduttori” e rifiguranti Investimenti affettivi e rielaborazione dei valori Scenarizzazione dal basso e potenza dell’equità Mitocrazia infrapolitica

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Capitolo cinque Nuove rivendicazioni di uguaglianza La produzione sociale del carisma Disuguaglianze infrastrutturali e viscosità simboliche Regolamentazioni e disintermediazioni Congegnare le scenarizzazioni dal basso

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169 176 182 186

Intermezzo letterario 195 Dal mito interrotto all’epopea in cantiere Capitolo sei 209 Rinnovare l’immaginario di sinistra La breve fiaba della fata Maldestra 210 Interrompere il mito della Regina-Crescita 212 Breve storia dell’espressione della sinistra 217 Sun Ra e la mitocrazia del virtuale tizio qualunque 223 Essere goffo e mal-destro 230 A quando la svolta verso Saturno? 236 Postfazione di Enrico Manera

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Bibliografia

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Indice dei nomi

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Prefazione

L’incontro del salmone e degli asparagi sulla tavola del narratologo Wu Ming 1

Verso la fine degli anni Zero ci colse il sospetto che in Francia la riflessione “da sinistra” su miti e narrazioni stesse prendendo una brutta piega. Il libro Storytelling di Christian Salmon, improvvisamente e improvvidamente à la page, stava imponendo un approccio semplicistico e consolatorio al problema. Salmon descriveva un grande e maligno complotto finalizzato a imporre un Nuovo Ordine Narrativo (Non) per mezzo di un’arma di distrazione di massa chiamata – appunto – storytelling. In inglese il vocabolo non designa altro che l’atto basilare e primevo di raccontare storie, ma nella neolingua salmoniana si zavorrava di connotazioni sinistre: raccontare equivaleva tout court a ingannare, abbindolare, irretire, manipolare; le storie erano strumenti del dominio capitalistico in mano a pubblicitari e markettari; lo storytelling era il male. Leggemmo quel libro prima ancora che fosse tradotto in italiano, lo trovammo decisamente raffazzonato ed esprimemmo il nostro giudizio fuori dai denti. Al fondo, c’era un’incomprensione del rapporto tra esseri umani e storie, ovvero l’idea che i primi possano fare a meno delle seconde. In quell’occasione, ricapitolammo quelle che per noi sono “banalità di base”: Non c’è mai stata un’età del mondo in cui la comunicazione fosse sganciata dal racconto e dalle mitologie depositate nel linguaggio. La narrazione non occupa un campo specifico (di mero

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Mitocrazia

intrattenimento), e non esiste un discorso logico-razionale “puro”. Leibniz sperava che un giorno qualunque disputa si sarebbe potuta risolvere con un calcolo, ma per fortuna quell’alba non è mai sorta. Il positivismo ha sognato che la scienza potesse emanciparsi una volta per tutte dai suoi trascorsi filosofici e letterari, ma i maestri del sospetto – Marx, Nietzsche e Freud – hanno rinvenuto tre cariche esplosive alle fondamenta dell’oggettività scientifica: gli interessi economici, la volontà di potenza e l’inconscio. Quest’ultimo è molto più vasto di quel che si credesse fino a trent’anni fa: non comprende solo istinti e desideri repressi. La scienza cognitiva ha scoperto che il pensiero lavora per lo più in maniera inconscia e che buona parte di questi meccanismi neurali nascosti richiamano strutture narrative. Scheletri di miti e leggende sono tatuati sui nostri cervelli con un inchiostro elettrico. Le storie ci sono indispensabili per capire la realtà, per dare un senso ai fatti, per raccontarci chi siamo. Abbiamo bisogno di scenari e le narrazioni ce li forniscono, spesso con un vantaggio importante rispetto alle cosiddette analisi razionali: le storie ci fanno emozionare e le emozioni, lungi dal contagiarla, sono invece un ingrediente essenziale della ragione. Senza rabbia, passione, tristezza e speranza non saremmo in grado di ponderare la più piccola scelta. [...] Non sorprende allora che il potere si sia sempre appoggiato a miti e leggende. E forse, per tutta risposta, basterebbe continuare a fare quel che abbiamo sempre fatto: sgonfiare le favole dei potenti, raccontare altre storie.

Per Salmon, invece, il capitalismo aveva imposto andamenti e schemi narrativi a porzioni di realtà in precedenza esterne alle narrazioni (?), finendo per “inflazionare” e corrompere irreparabilmente l’atto di raccontare. Atto che andava – non si capiva bene come – disertato. L’autore lesse la nostra critica e se ne ebbe a male, ma che potevamo farci? È malsano voler piacere a tutti, e mica ce l’avevamo con lui personalmente. In ogni caso, non gli arrecammo nessun danno. Il suo libro, tradotto in varie lingue, continuò ad avere successo. Le geremiadi funzionano sempre. Quella narrazione capziosa mascherata da critica del narrare capzioso ebbe tale e tanta presa sull’intellighenzia che tra gli scrittori d’Oltralpe si diffuse come un senso di vergogna: “Che 10


Prefazione

senso ha il nostro lavoro se raccontare storie è il modo più banale di fare il gioco del Potere?”. Vergogna non del tutto sincera né priva di pulsione narcisistica: lo scrittore che si denuda e flagella in pubblico è un cliché dei più retrivi: “Guardatemi, me tapino! Quel che faccio è inutile, anzi, scrivere si ritorce contro di me! Ciò che volevo liberante è cagione di schiavitù! Oh, quanto mi dilania quest’eterogenesi dei fini!”. L’indignazione contro lo storytelling, insomma, fornì ad alcuni nostri colleghi l’ennesima occasione di navigarsi l’ombelico. L’onta esibita e la sfiducia affettata, preincanalate nei varchi di un certo postmodernismo stagionato, diedero luogo a metanarrazioni; lo scrittore raccontava della propria sfiducia nei confronti del raccontare: “Mi piacerebbe scrivere un romanzo, ma il romanzo è un’arma del potere, e allora scrivo sì un romanzo, ma ogni due pagine mi intrometto per ribadire che il romanzo è un’arma del potere e nemmeno questo sfugge... Anzi, un po’ sfugge, perché proprio grazie a queste mie intromissioni non è davvero un romanzo ma un romanzo che si nega come tale etc.”. Tutto questo per inseguire quella che Salmon, vagamente e senza fornire alcun ragguaglio, chiamava “contronarrazione”. Si capiva soltanto che doveva tendere allo “sfuocare” lo sguardo del narratore, per “sfumare” la potenza seduttiva delle storie. Tante pagine di sacro furore per concludere che il vino annacquato ubriaca di meno. Lungi dal fornire al lettore utili strumenti di decodifica e demistificazione, simili estenuanti “aggiunte” finirono per debilitare opere altrimenti potenti. L’esempio più eclatante lo avemmo leggendo HHhH di Laurence Binet, ricostruzione dell’attentato partigiano in cui morì il caporione nazista Reinhard Heydrich (Praga, 4 giugno 1942). Grazie a quel libro ci accorgemmo dell’influenza perniciosa delle teorie antinarrative di Salmon. Recensendo HHhH, Wu Ming 2 scrisse: Qui c’è una contraddizione di fondo che finisce per rendere comici gli sforzi di Binet (che infatti non di rado ci scherza su

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Mitocrazia

volentieri). Egli è talmente affascinato dalla letteratura, da trasformare sé stesso in personaggio: un personaggio che quando apre bocca, sputa sugli elementi chiave della letteratura stessa. A me ricorda mio figlio quando assaggia gli asparagi e dice: “Buoni. Però un po’ cattivi”. Ma voi mio figlio non lo conoscete, quindi vi faccio un altro esempio. Avete presente il protagonista di In & Out, quando per convincersi di essere macho, si mette ad ascoltare I Will Survive a tutto volume, cercando disperatamente di non sculettare a ritmo di musica? Oppure ancora quei ragazzini che vorrebbero tanto fare un gioco infantile, ma lo rifiutano per dimostrarsi “grandi”? [...] Voialtri siete troppo intelligenti per giocare con noi, giusto? Siete troppo sgamati. E bisogna a tutti costi che ce lo dimostriate, mettendovi in un angolino a fumare Camel, mentre noi ci divertiamo come cretini. [...] Ho come l’impressione che in Francia il problema delle “tossine narrative” sia stato posto in maniera sbagliata. Invece di interrogarsi su quali figure retoriche o bias cognitivi portano un narratore a manipolare il suo pubblico e a nascondere la realtà, si è deciso che raccontare storie equivale a spacciare frottole, sempre e comunque, salvo poi rincorrere un’incomprensibile contro-narrazione, come fa Salmon, o inchinarsi di fronte al “potere imponderabile e nefasto” della letteratura, come fa Binet. Ma un conto è criticare i clichés di tanti romanzi storici, un altro è negare che l’invenzione letteraria può essere una forma di indagine della Storia, e non soltanto un ingranaggio pretenzioso e ridicolo per rimodellarla. Mentre Hayden White ha mostrato come le strutture narrative sono uno strumento legittimo dell’analisi storica, Laurent Binet vorrebbe ripulire la letteratura da ogni artificio retorico: e meno male per lui che non ci riesce affatto.

Mitocrazia non partecipa di quest’equivoco. È un libro spinoziano fino al midollo, quindi ha tutti gli anticorpi per non ammalarsi d’apocalisse e passioni tristi. Di più: Yves Citton prende – seppure amabilmente – per i fondelli l’approccio di Salmon e dei suoi epigoni (che descrive come produttori di «pastiches dall’esito incerto», quasi sicuramente pensando alle estenuanti elucubrazioni di Binet): Il grande Impero... si apprestava a lanciare delle incursioni nella terra di Gallia – questa fiera nazione di cittadini druidi e di

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Prefazione

irriducibili intellettuali – quando ad un tratto un intrepido cavaliere Christian soffiò nel suo olifante... Il suo richiamo alla crociata attirò i prodi al di là di ogni aspettativa...

Si può dire che Mitocrazia sia stato scritto per “disincagliare” il dibattito, per portarlo oltre le secche nelle quali Christian Salmon l’aveva condotto e abbandonato. Il sottotitolo è una dichiarazione d’intenti in nominalstil: «Storytelling e immaginario di sinistra», e l’enfasi cade sul secondo elemento. Citton non è un Savonarola, non si accontenta di denunciare, di gridare che il capitalismo ci rincretinisce raccontandoci storie seducenti, ma tiene sempre presente la dimensione del “che fare”: come raccontare “da sinistra”? Come si svolge un racconto “di sinistra”? Cosa lo distingue dai racconti “di destra” che sentiamo ogni giorno? Per rispondere a queste domande, Citton fa alcuni passi indietro nella storia del pensiero filosofico: ricorre all’ariosa catalogazione di affetti e passioni proposta da Spinoza; rilegge con la lente d’ingrandimento il romanzo filosofico di Denis Diderot (il più spinoziano degli illuministi) Jacques il fatalista e il suo padrone; soprattutto, riparte dalle fondamentali riflessioni di Michel Foucault sulle relazioni di potere. A determinare e muovere queste ultime è una costante attività di “scenarizzazione”, predisposizione di ruoli all’interno di cornici narrative (frame) che, una volta attivate, permettono di «condurre le condotte» degli esseri umani. Citton tira fuori dalla cassetta svariati concetti-utensili – attrattori, agganci, plot, infrapolitica... – e spiega con dovizia di esempi come funziona la scenarizzazione. Nel farlo, si guarda bene dal proporre rigide antinomie tra scenarizzazioni “buone” e “cattive”: anche la cornice narrativa più “malintenzionata” può produrre effetti impredicibili, anche la narrazione più malevolmente ideologica (il mito più intenzionalmente “tecnicizzato”, direbbe Furio Jesi) può spingere all’attenzione una singola scena, un passaggio, una frase che si aggancia a un ricordo e innesca una reazione inattesa, avviando un percorso emotivo e riflessivo divergente da quello preventivato. 13


Mitocrazia

Anche su questa consapevolezza si fonda la proposta – derivata da Jean-Luc Nancy – di “interrompere il mito”. Narrazioni egualitarie possono sorgere dal basso per spezzare e deviare l’andamento in apparenza ineluttabile delle narrazioni dominanti, di quelle che in Italia vengono spacciate per “memorie condivise” e sono tanto più artificiose quanto più si presentano come naturali emanazioni della comunità. Qui la ricognizione è per forza di cose sommaria, ma non è per nulla “sfuocata”, il profilo delle “contronarrazioni” che Citton ha in mente è nitido, gli esempi ispiranti. Fanno capolino – forse un po’... ingigantiti dalla distanza – anche gli autori di questa prefazione, cosa che ci ha fatto tentennare: “Se introduciamo il libro, siamo o non siamo in conflitto d’interessi?”. Dopo attento rimuginare, abbiamo deciso che valeva la pena introdurlo. I maligni maligneranno, e allora? Nihil novi sub sole. Noi ci fermiamo qui. La parola a Citton. Altre cose, ben più approfondite sotto l’aspetto filosofico, le scrive Enrico Manera nella postfazione. Prima del congedo, non resta che ringraziare lui (Manera) e Maurizio Vito, per averci, praticamente in simultanea, fatto conoscere Mitocrazia. Da cosa nasce cosa nasce cosa, e adesso – per opera di Alegre – il libro esiste in italiano. Buona lettura.

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Mitocrazia


A Philip Watts in amichevole condivisione dei nostri miti comuni

E con discorsi che incanteranno, troveremo i mezzi per liberarti del tutto dai tuoi travagli. Eschilo, Eumenidi, vv. 81-83 Dico alla gente che ha già provato tutto, ma che ora è tempo di provare la mitocrazia. Hanno avuto la democrazia, la teocrazia. La mitocrazia è ciò che non siete mai diventati di quello che dovreste essere. Sun Ra


Introduzione

“Soft power” e scenarizzazione

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Nessuno è ancora riuscito a stabilire cosa può un racconto. Alcuni di noi si sentono urtati dai “miti” con cui veniamo cullati, altri denunciano le “storie” che ci vengono raccontate; ad altri ancora piace credere che sia sufficiente trovare una buona “story” per portare gli asini alle urne, le pecore al supermercato e le formiche al lavoro. Quest’opera, piuttosto che offrire facili ricette o denunciare, invita a esplorare i poteri propri del racconto; parallelamente, propone un racconto della natura mitica del potere: la mito-crazia. Per far ciò, affronteremo tre campi di riflessione, ma, poiché sarebbe troppo ambizioso analizzarli separatamente, cercheremo di coglierli seguendo ciò che attraversa tutti e tre. 1  Del termine utilizzato da Yves Citton, “scénarisation”, non è possibile riscontrare una traduzione codificata. Esso non può esser tradotto come “sceneggiatura” (in francese “scénario”) nella misura in cui – a differenza di questo termine – la scénarisation valorizza la dimesione strategica e progettuale dell’elaborazione di un piano rispetto al livello della redazione. Il termine “sceneggiatura” peraltro si riferisce a un ambito semanticamente circoscritto, quello della composizione teatrale e cinematografica, mentre il termine scénarisation è utilizzato comunemente sia in ambito didattico-pedagogico, sia per quanto riguarda delle pratiche prettamente strategiche. Nonostante non figuri nei grandi Vocabolari della lingua, è possibile riscontrare numerose occorrenze del termine “scenarizzazione”, di cui l’Università di Studi Interdisciplinari per l’Economia Sostenibile Carlo Cattaneo fornisce la seguente definizione: «elaborazione di differenti prospettive future (scenari), create sulla base dei risultati dell’analisi e della valutazione complessiva; delineamento dei probabili panorami in cui potrebbe essere inserita la realtà analizzata; individuazione dello scenario ottimale e plausibile (lo scenario di riferimento)». http://www.liuc.it/cmgenerale/default.asp?ssito=13&codice=31. Si è scelto quindi di adottare questo termine. [n.d.t.].

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Mitocrazia

In primo luogo proveremo a fare il punto sull’immaginario del potere, seguendo gli sviluppi recenti di una riflessione che ha segnato un certo pensiero politico, riconducibile alla fortuna di Spinoza, Gabriel Tarde, Michel Foucault e Gilles Deleuze. Si cercherà quindi di munirsi degli strumenti per individuare e comprendere il funzionamento di un potere apparentemente “soft” (soft power), quel potere che si insinua, suggerisce, stimola, più di quanto non vieti, ordini o costringa – un potere che orienta i comportamenti “conduce le condotte”, situandosi al livello del flusso di desideri e di convinzioni canalizzato dalla rete di comunicazione mediatica. Inoltre, per quanto riguarda le pratiche della narrazione e dello storytelling, ci sforzeremo di fare le debite distinzioni al fine di identificare quanto ci sia di realtà, quanto di proiezione e quanto di potenziale emancipatorio. Per tentare di comprendere in che modo la strutturazione narrativa costituisca una precondizione necessaria dell’agire umano, nonché un orizzonte all’interno del quale assemblare e integrare i nostri singoli gesti quotidiani, faremo ricorso a diverse discipline (all’incrocio tra antropologia, sociologia, narratologia e semiotica). Sarà l’occasione per chiedersi come e perché le risorse dello stoytelling siano state monopolizzate dalle ideologie reazionarie (“di destra”), e quali siano le condizioni in cui delle politiche emancipatrici (“di sinistra”) potrebbero riappropriarsene. Cercheremo infine, nel punto d’incontro tra pratiche della narrazione e dispositivi del potere, di offrire una definizione di un tipo di attività particolare, la scenarizzazione. Raccontare una storia a qualcuno non implica solo articolare determinate rappresentazioni d’azione seguendo una specifica successione, ma anche “condurre le condotte” di chi ascolta, a seconda dell’inclinazione conferita alle articolazioni e alle concatenazioni. Mettendo in scena le trame dei personaggi (fittizi) del mio racconto, contribuisco – in maniera più o meno efficace, più o meno incisiva – a scenarizzare il comportamento delle persone (reali) cui rivolgo il mio racconto. Quest’attività 20


Introduzione

di scenarizzazione va analizzata sia dal punto di vista delle sue caratteristiche intrinseche, legate alla natura del racconto narrativo, sia per quello che riguarda le sue ripercussioni all’interno dei nostri dispositivi mediatici. Passare dalla problematica della narrazione a quella della scenarizzazione significa chiedersi in che modo – attraverso quali strutture della comunicazione e con quali effetti possibili – una storia possa coinvolgere un pubblico e orientarne i futuri comportamenti. Le intuizioni generali che concernono questo potere della scenarizzazione che l’opera cerca di analizzare sono invero molto comuni. Tutti percepiamo che la sua distribuzione non corrisponde, se non in misura parziale, con la distribuzione dei poteri politico, giudiziario ed economico. Tutti noi sappiamo che le decisioni dei direttori dei telegiornali di includere o meno una determinata notizia, o un argomento di dibattito, o un interlocutore nel proprio notiziario, svolgono un ruolo determinante nel funzionamento quotidiano e negli orientamenti generali delle nostre democrazie mediatiche. Tutti noi percepiamo che ciò che è detto (e ciò che è pensato) all’interno dei nostri dibattiti politici, ciò che è comprato nei nostri supermercati, ciò che ci incentiva a lavorare, a obbedire, ad accettare, a resistere o a inventare un altro mondo possibile, non dipende solo da quanto vediamo e capiamo del mondo che ci circonda, ma anche dai diversi modi in cui ciò che giunge a noi è messo in scena, allestito e scenarizzato. Quali sono i nodi attorno a cui si costruisce il potere di scenarizzazione? Con quali agganci [accroche] attira la nostra attenzione? Quali sono i punti su cui fa leva? Quali disuguaglianze strutturano la sua distribuzione? Quali ostacoli precludono ai più l’accesso ai suoi effetti moltiplicatori? Quali potrebbero essere le rivendicazioni di uguaglianza, tali da far saltare le preclusioni determinate dall’immaginario comune del potere e far sì che si prenda in considerazione il potere della scenarizzazione? In che modo delle politiche di emancipazione (“di sinistra”) possono riappropriarsene senza cinismo e senza falsi pudori? Come definire “la sinistra” a partire dal modo in cui “enuncia”, 21


Mitocrazia

allo stesso modo in cui la si definisce in base al contenuto delle sue rivendicazioni? Queste sono le domande che verranno poste nei sei capitoli di questo libro. Nel corso di questa trattazione, in un intermezzo letterario si affronterà la questione delle forme di scrittura contemplabili da un immaginario “di sinistra”, mentre attraverso un intermezzo illustrativo si evocherà qualche episodio di Jacques le fataliste et son maître, il romanzo di Denis Diderot pubblicato tra il 1778 e il 1780, per mettere in luce, in una situazione concreta, le diverse risorse, i diversi meccanismi e la posta in gioco del potere di scenarizzazione. In effetti, i personaggi di Mme de La Pommeraye, di Jacques e del narratore mettono già immediatamente in atto e in parole le sottili manipolazioni deliziosamente congeniate della scenarizzazione, con molta più grazia, leggerezza, precisione e virtuosismo di quanto non riescano a fare i nostri pesantissimi discorsi teorici. Tanto vale dire subito che il potere della scenarizzazione descritto nelle pagine seguenti non ha niente di nuovo. Lo si può facilmente ricondurre alle messe in scena del potere reale di Luigi XIV o alla scenografia dei Trionfi degli imperatori romani. Gli umani si sono “messi in scena” da quando hanno cominciato a parlarsi, a sedursi, a battersi e a raccontarsi delle storie. Ma, se il potere di scenarizzazione è vecchio quanto il mondo, le sue condizioni di esercizio, i suoi canali di diffusione, il suo grado di concentrazione, l’intensità e la precisione, con i quali può sperare di influenzare i comportamenti umani, evolvono invece costantemente. Mai, infatti, con la stessa intensità del giorno d’oggi, i modi di regolazione sociale si sono fondati sul potere di scenarizzazione. In questo senso lo studio dei fenomeni di scenarizzazione si impone oggi con inedita urgenza, nonostante la loro identificazione possa essere illustrata grazie a un racconto vecchio più di due secoli. A margine di una tale riflessione, vale comunque la pena di precisare che – ovviamente – non tutto il potere è diventato “soft”. I capitoli che seguono potrebbero certo legittimamente esser tacciati di ingenuità o di idealismo, se si avesse la pretesa di presentare in queste pagine la teoria del potere. Dire “il” potere, 22


F u t u r o

a n t e r i o r e

ÂŤLe storie ci fanno emozionare e le emozioni, lungi dal contagiarla, sono invece un ingrediente essenziale della ragione. Senza rabbia, passione, tristezza e speranza non saremmo in grado di ponderare la piĂš piccola scelta. [...] Non sorprende allora che il potere si sia sempre appoggiato a miti e leggende. E forse, per tutta risposta, basterebbe continuare a fare quel che abbiamo sempre fatto: sgonfiare le favole dei potenti, raccontare altre storieÂť. Dalla prefazione di Wu Ming 1


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