Plastica, arma letale Guida al
sesso-bio
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Potere della MUSICA Occhio alle FRANE
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Canapa? Non solo fumo Ecoincentivi al verde
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Donne in carriera “bio”
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La sostenibile leggerezza del benessere
Sesso, droga e rock ‘n’ roll. Potrebbe essere questo, con un pizzico di ironia, il filone conduttore di questo ultimo numero di Biosfera. Ma cosa c’entra il grido libertario anni ’60 con il mondo bio-compatibile? Con un po’ di fantasia c’entra eccome. Basta sfogliare le pagine che seguono per leggere come i nuovi guru delle relazioni amorose dispensino consigli su come farlo sempre più
“ecosostenibile”. Oppure su come riutilizzare la canapa (non proprio quella indiana, ma questo è un altro discorso) in mille modi tutti all’insegna del riciclo di materiale. O ancora su come curare il proprio corpo e la propria mente con la musicoterapia. E allora, al ritmo di rock ‘n’ roll, magari senza stupefacenti e tenendoci una pausa successiva per soddisfare eventualmente il terzo ingrediente,
continuiamo a lasciarci incuriosire da questo inserto con le nuove professioni verdi (meglio approfondire, visto il momento di crisi…), gli ecoincentivi (altro argomento “hot”), le ricerche sui dissesti idrogeologici (senza entrare nel panico…). Non poteva mancare un occhio sul riciclo di materiali non biodegradabili, con un articolo sull’iniziativa “Porta la sporta” contro l’utilizzo di sacchet-
ti di plastica. E infine un riquadro dedicato all’Earth Day, la giornata mondiale che si tiene contemporaneamente in 170 paesi del mondo. La mobilitazione internazionale nasce nel 1970 dall’appello del senatore democratico Gaylord Nelson per difendere l’ambiente. Quest’anno le azioni verdi sono state milioni. E allora, che dire… buon compleanno Terra!
Plastica, la borsa o la vita? Ingenti i danni all’ambiente e alla fauna provocati dall’utilizzo di contenitori non biodegradabili La plastica dispersa nell’ambiente è una minaccia reale, sempre più grande, per tutto l’ecosistema. Circa un milione di uccelli marini muore, ogni anno, strozzato dall’ingestione di plastica proveniente da rifiuti urbani o reti da pesca abbandonate e più di cento mila tra mammiferi marini e tartarughe vanno incontro alla stessa sorte scambiando i sacchetti di plastica per meduse o uccelli marini. La plastica è dannosa perché, quando dispersa nell’ambiente, permane ed è praticamente indistruttibile. Gli oggetti di plastica non sono biodegradabili; non si dissolvono e, col passare del tempo, si frantumano molto lentamente in parti sempre più piccole fino a raggiungere formati così minuti da poter essere ingeriti da ogni organismo che abiti gli oceani e la terra. Il comune sacchetto per la spesa, spesso distribuito anche gratuitamente nei supermercati, è quello che più di frequente si trova disperso nell’ambiente. Viene usato per pochi minuti, raramente riutilizzato, troppo spesso gettato via
con noncuranza e disattenzione. In Italia, ogni anno, si consumano decine di miliardi di sportine di plastica monouso e una buona parte di esse finisce abbandonata nell’ambiente andando a formare quasi il 90% del rifiuto galleggiante in mare. Secondo i dati raccolti dal Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclaggio e il recupero dei rifiuti di imballaggi in plastica Corepla - ogni anno in Italia vengono prodotte 220mila tonnellate di buste di plastica ottenute utilizzando 450mila tonnellate di petrolio, con un’emissione in atmosfera di quasi 500mila tonnellate di anidride carbonica. A livello mondiale la produzione annuale di plastica assorbe l’8% della produzione di petrolio. In tutto il mondo, ogni anno, si producono 200 milioni di tonnellate di plastica e si consumano centinaia di miliardi di sporte. Dal primo gennaio 2011 – con un anno di ritardo, a causa del cosiddetto decreto mille proroghe, rispetto al termine fissato dall’Unione Europea – in Italia entrerà in vigore una direttiva europea che vieterà la produzione e la commercializzazione di tutti i sacchetti per la spesa che non siano biodegradabili. Molti supermercati stanno già distribuendo, ai propri clienti, sacchetti
Vietate dal 2011 le
sportine
per la spesa
non ecologiche
ecologici e nel nostro Paese cresce il numero delle iniziative per sensibilizzare i consumatori. Le alternative, soprattutto per quanto riguarda le sportine per la spesa, sono numerose: dall’uso di sacchetti in tela e cotone alle buste in carta riciclata capaci di sostenere anche un peso di 7 chilogrammi. Un’altra possibilità è offerta dalle cosiddette “eco-shopper”: sportine riciclabili al 100% e degradabili, realizzate con olio di girasole, amido di mais e polisaccaridi estratti dagli scarti purificati del pomodoro; tutte materie prime di origine agricola che tornano alla terra senza rilasciare sostanze inquinanti. Nel corso di questi ultimi anni, a Terni, lo stabilimento Novamont ha brevettato e commercializzato un tipo di bioplastica creato a partire proprio da componenti vegetali quali l’amido di mais, il grano e la patata. È il “Mater-Bi” con cui possono essere prodotti imballaggi, stoviglie e borse per la spesa in sostituzione dei tradizionali sacchetti in polietilene. In questo modo non solo la sporta per la spesa diventa biodegradabile ma anche la filiera produttiva strizza un occhio all’ambiente con più basse emissioni di gas ad effetto serra e un ridotto consumo di energia e risorse non rinnovabili come il petrolio.
Brevettati contenitori
con componenti
vegetali
Porta la Sporta Dal 17 al 24 aprile scorso, in tantissimi comuni d’Italia, si è svolta la settimana nazionale di sensibilizzazione all’abbandono del sacchetto monouso in polietilene, simbolo del consumismo e arma letale per l’ambiente. “Porta la Sporta”, questo il nome delle otto giornate, promosse dall’Associazione Comuni Virtuosi, dal Wwf, da Italia Nostra, dal Fai e da Adiconsum, ha avuto come obiettivo i consumatori, le aziende, i commercianti, le imprese, gli enti e le scuole. A Ferrara il Centro Idea del Comune, lo Sportello Ecoidea della Provincia ed Hera, hanno aderito all’iniziativa allestendo in città un infopoint dove la gente, oltre a ricevere informazioni e consigli, ha portato, come gesto simbolico di solidarietà alle tematiche ecologiche, la sportine di plastica che aveva in casa ricevendo in cambio una borsa di cotone da portare sempre con sé ed utilizzare per la spesa. Un titolo chiaro ed efficace - “Porta la Sporta” - per un’iniziativa che ha avuto lo scopo di rendere consapevoli i cittadini che l’abitudine all’uso di sacchetti di plastica, per la spesa di tutti i giorni, è strettamente legata a numerosi danni ambientali che vanno dall’inquinamento di acqua e terra – la plastica dura anche centinaia di anni – alla morte, ogni anno, di migliaia di animali che, per sbaglio, la ingeriscono. Sul sito internet omonimo dell’iniziativa – www. portalasporta. it - è possibile vedere un conteggio aggiornato del numero di sacchetti di plastica consumati, al secondo, in tutto il mondo e il contatore, per i primi 5 mesi di questo anno, ha già superato i 173 miliardi.
Sotto il vestito… verde Anche il sesso subisce l’influsso dell’ondata eco-compatibile È l’ultima frontiera per portare la propria routine quotidiana a spasso con i tempi. I moralisti arricceranno il naso; i più curiosi si sfregheranno già le mani; i più timidi alzeranno le sopracciglia a cercare di captare qualche informazione in più. Stiamo parlando dell’ecosesso. Nulla di vizioso, non preoccupatevi… è semplicemente un taglio green alla propria intimità consigliato dai nuovi guru delle relazioni amorose. Sulla rete i motori di ricerca raccolgono le prime pagine web dedicate alla voce in questione, ma sugli scaffali dei sexy shop – anche nelle librerie, chiaro - più all’avanguardia, trovano posto già due libri sul sesso ecologico, “Eco-sex” di Stefanie Iris Weiss e “Osez... le sexe écolo” di Marc Dannam. Come praticarlo? Semplice: gli accorgimenti suggeriti dagli autori sono davvero tanti, dalla scelta del partner al tipo di matrimonio. È così che si scopre che vale ancora il proverbio dei nostri nonni “moglie e buoi dei paesi tuoi”: mentre la globalizzazione estende i confini della comunicazione, il proprio amore è meglio cercarlo nel raggio di 100 km. Il vero ambientalista convinto – o colui che si finge tale, per avere una scusa finalmente originale per scaricare un partner sgradito - è dunque un “locasexual”: colui cioè che applica la logica del chilometro zero anche all’affetto, rifiutando flirt a lunga distanza. Ma se proprio al cuore non si riesce a comandare, e si decide di volarsene inaspettatamente ben oltre i confini da noi diligentemente stabiliti, conviene apprendere l’alfabeto informatico: le
nuove tecnologie annullano le distanze, offrendo relazioni a impatto zero. Perchè viaggiare – in particolare in aereo - ha un costo, non solo economico: è il pianeta che paga la percentuale più gravosa dei nostri viaggi romantici, naturalmente in termini di emissioni di gas serra. Viaggi a parte, al momento dell’atteso incontro illuminato dalla fatidica scintilla, se fosse vero quanto alcuni studiosi di psicologia sostengono - “basta uno sguardo per scegliere il proprio partner”, ritiene Dario Maestripieri dell’University of Chicago - allora è indubbio che anche come ci si veste è fondamentale per stabilire una relazione sentimentale: e la carta dell’ecosostenibilità magari aiuta proprio in questo senso. Per fare colpo a impatto zero, al bando allora tessuti sintetici, prodotti con derivati del petrolio e fabbricati prevedendo grandi emissioni di inquinanti nell’atmosfera: ora la lingerie più sciccosa, confortevole e sexy è del tutto ecofriendly: come gli slip in fibra di bambù, al posto del cotone – le cui coltivazioni si confermano le più inquinate da pesticidi ed erbicidi – tanto morbidi quanto, al tempo stesso, parecchio resistenti. Diverse aziende di abbigliamento intimo si stanno convertendo all’ecologico investendo sempre più su nuove fibre del tutto biodegradibili, come il lenpur, ottenuto dagli scarti della lavorazione del legno di pino. Mentre una nota azienda di intimo per uomo sta investendo anche su prodotti in tessuto tratto dalla corteccia dall’albero di quello che è cantato come il frutto dell’amor, la banana. Tra l’altro, molte di queste imprese di abbigliamento ecologico abbinano alla tutela dell’ambiente anche un’importante attenzione etica: il mercato equosolidale immette infatti capi – non solo
intimi – in soia e canapa, confezionati da persone del sud del mondo secondo condizioni di lavoro certificate come eticamente corrette. E se la scintilla è scattata e ci si vuole divertire sotto le lenzuola? Il Viagra suscita un lungo elenco di perplessità nei fan più convinti dei prodotti naturali e registra diversi effetti collaterali non sempre e non del tutto positivi. Ma in cucina esistono innumerevoli alternative verdi alla pillola blu. Dalle più famose, come il peperoncino, alle più antiche, come l’erbaccia di capra cornea. Dall’oriente provengono anche spezie a f ro d i s i a c h e come lo zafferano, il ginseng e lo zenzero, ma per i più raffinati non sono da sottovalutare gli effetti apportati dall’ormone androstenediolo, contenuto nel tartufo bianco, o dallo zinco che si trova nelle ostriche e, più in generale, nei crostacei. L’idea invece di basare una cena romantica su aglio e cipolla di tropea – ritenuti pregiati scrigni di ossido nitroso, che non è altro che il principio attivo del farmaco usato contro la disfunzione erettile - d’altra non convince proprio tutti: ma questa forse è, però, questione di puzza sotto al naso. L’utopia di invertire la rotta verso il disastro ambientale allora si può coniugare con le fantasie tra le lenzuola? Sembra di sì. Per esempio scegliendo giocattoli erotici ecostenibili, ovvero senza lattice – nonchè privi tanto di ftalatidi,
quanto di composti di origine animale -, e ovviamente non testati su animali. Anche perchè, spesso, per i sex toy più a buon mercato, viene usata plastica di dubbia composizione, la cui compatibilità con il corpo umano non è sempre dimostrata. Per quanto riguarda invece i lubrificanti, i sostenitori dell’ecosesso ripropongono la so- stanza naturale più tradizionale, la saliva, a km zero e di sicura compatibilità: la vaselina, al contrario, è infatti a base dei superinquinanti combustibili fossili. Si sfonda nel futurismo se si affronta invece il tema dell’ecocontraccezione: se gli ambientalisti più sfegatati scelgono di essere vegan, la caseina, ovvero la proteina del latte - usata per produrre i preservativi - deve essere assolutamente evitata. Arriva allora il microchip da inserire nell’apparato genitale maschile, per la precisione all’altezza dei vasi deferenti: al momento del coito, l’uomo preme il tasto “pausa” su un dispositivo connesso magneticamente al chip, che si espande - tramite onde acustiche bloccando l’afflusso di liquido seminale attraverso il medesimo dotto deferente. Non resta allora che spegnere la luce – per risparmiare energia elettrica, ovvio -, per poi insaponarsi finalmente insieme sotto la doccia: perchè l’acqua è un bene prezioso, che occorre assolutamente condividere.
C’è anche il
“locasexual” che rifiuta i flirt a lunga distanza
Suonare alla nostra salute I benefici della musicoterapia per il genere umano animale e vegetale Beatles o Rolling Stones? Meglio Mozart. Non si tratta della considerazione presuntuosa di un maestro di musica classica, ma di un efficace strumento della musicoterapia. Gli esiti di un famoso esperimento del 1993, pubblicati sulla rivista scientifica “Nature”, spiegavano infatti come ascoltare la musica del compositore tedesco migliorasse infatti la percezione spaziale e le capacità cognitive degli ascoltatori, indipendentemente dal loro giudizio consapevole. Ma che cos’è la “musicoterapia”? Si tratta di una parola composta, ma con questa si definisce una disciplina basata su un concetto semplice e già presente fin dall’antichità: i suoni sono fenomeni fisici che, al pari di altri, sono in grado di influenzare le cose con cui vengono in contatto. È su questa premessa che si fonda la tecnica musicoterapica, che viene applicata a diversi campi: da quello sanitario, come prevenzione, riabilitazione e sostegno, a quello connesso alla promozione di una migliore qualità della vita dal punto di vista fisico e psicologico. È così che sono sempre più numerose le esperienze che attestano l’utilità della musicoterapia con gli anziani, soprattutto se manifestano disagio psico-fisico o malattie degenerative come l’Alzheimer: la musica, sia essa declinata nel canto, nella produzione di musica strumentale o nell’ascolto “attiva le funzioni cerebrali – scrive Marco Trabucchi, presidente dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria - poiché è un’azione complessa che coinvolge non solo la componente affettiva, ma anche quella razionale. Cantare in coro, in particolare, oltre a stimolare la memoria – accelerando il recupero della parola negli afasici - e la socializzazione, esercita la respirazione, e induce spontaneamente a danzare, con tutti i relativi benefici. I processi degenerativi risultano quindi spesso rallentati, sostiene David Aldridge dell’Universit à
di Bradford. È inoltre attestato come la musicoterapia contribuisca inoltre a uscire da dipendenze da droghe o dal gioco d’azzardo, ad alleviare il dolore nei pazienti oncologici, ma viene anche spesso affiancata ai tradizionali corsi di preparazione al parto, poiché sembra riesca ad aiutare il rilassamento della gestante, favorendo la comunicazione tra mamma e bambino: si pensi alla funzione delle ninne-nanne. In Italia, la regione Emilia-Romagna rappresenta la culla di questa disciplina: Roberta Frison, che dirige l’istituto Meme - ente di formazione (accreditato presso la Regione per la formazione superiore, continua, permanente e a distanza), che dal 2006 ospita il centro europeo di musicoterapia -, ricorda: La data storica per la musicoterapia nel nostro Paese è il 1971, quando a Bologna, Carlo Cavallini, esperto di organizzazioni sanitarie, e Gian Paolo Guaraldi, direttore della clinica psichiatrica dell’Università di Modena, organizzarono il primo congresso di musicoterapia italiano: vennero relatori da varie parti d’Europa e questa occasione avviò le attività della prima associazione di musicoterapeuti, ponendo anche le basi per la fondazione di diverse scuole. La musicoterapia è usata soprattutto con persone che presentano deficit psicofisici, ma tutti ne potrebbero trarre giovamento. Isabelle Peretz dell’Università di Montreal ha registrato modificazioni indotte dalla musica su vari parametri psicologici: la pressione del sangue, la frequenza cardiaca e persino la conduzione elettrica della pelle. La musicoterapia ottiene successi, ma resta un velo di ama-
rezza negli operatori di questa disciplina. Frison esprime una speranza per quanto riguarda le prospettive della musicoterapia: “Le figure professionali dei musicoterapeuti dovrebbero ottenere un riconoscimento giuridico a livello nazionale, considerando - sostiene – che rientrano pienamente tra quelle professioni per le relazioni di aiuto alle persone, poiché il miglioramento della qualità della vita dei nostri utenti, si riscontra a occhio nudo, potenziando gli strumenti cognitivi e sinestetici che altrimenti resterebbero latenti”. Ma la musicoterapia non si applica solamente alle persone. Alcuni studi condotti dall’Università di Madison nel Wisconsin hanno dimostrato che la produzione di latte nelle mucche che ascoltano musica sinfonica aumenta del 7,5%, e predispone le mucche a riunirsi nella stalla, a patto che non sia trasmesso hard rock. Invece, per i nostri amici a quattro zampe, stanno nascendo web radio dagli Stati Uniti alla Tailandia, e non solo: fiorisce l’industria delle case discografiche che si dedicano ai clienti più pelosi. La musica trasmessa in radio per cani, gatti, pesci rossi o canarini servirebbe infatti a far sentire meno soli o insofferenti i nostri amici, nelle lunghe ore in cui siamo in ufficio: la Peta, l’organizzazione a sostegno dei diritti degli animali, ha assegnato a una di queste radio, la DogCatRadio, il premio “Wave of the future”. Mentre un violoncellista della National Symphony Orchestra, David Teie, insieme ad uno psicologo dell’Università del Wisconsin, Charles Snowden, ha recentemente realizzato il progetto “Music for cats” è inserito tra le top idea del 2009 dal New York Times -: un album composto da musiche registrate con strumenti tradizionali e voci umane che catturano l’interesse felino, dalle kitty ditties per gattini alle più rilassanti ballate. Dalle scimmie Tamarin ai gatti, le prossime composizioni di Teie saranno dedicate a cani e cavalli, coinvolgendo il team del National Zoo di Washington: l’obiettivo è approfondire il concetto di costruzione del senso del ritmo anche in questi animali, anche realizzando musica ad ultrasuoni - un cd, prodotto da un’associazione animalista, è già stato inciso in Nuova Zelanda (si intitola “A very silent night”) - percepibile solo a livello subliminale dalle persone, e influendo così sul rilassamento e sulle capacità creative degli ascoltatori umani.
Le piante preferiscono Mozart
Ma persino la crescita delle piante può essere influenzata dal tipo di musica che si fa loro “ascoltare”. E non stiamo parlando di alberi con le orecchie: se si parte dalla premessa che la musica si percepisce soprattutto tramite le sue vibrazioni, questo ragionamento sembra infatti coerente. Negli anni Sessanta, Cleve Backster dell’Fbi newyorkese, all’epoca massimo esperto della macchina della verità, decise di applicare gli elettrodi alla pianta presente nel suo ufficio, la Dracaena massangeana: sollecitata da un certo tipo di musica, registrava un preciso risultato elettrico. Successivi studi hanno poi confermato questa tesi, mostrando come l’heavy metal non sia apprezzato dalle verdi ascoltatrici – che si inclinano nella direzione opposta alla fonte sonora - mentre la musica classica le culla verso di essa: addirittura crescono più forti e rigogliose, dando persino frutti più dolci. A questo punto potrebbe forse essere sviluppato un giardiniere del tutto ecologico: a limitare la crescita delle piante infestanti potrebbe infatti pensarci il metal.
Frane, è sicuro il nostro La mappa dei dissesti idrogeologici in Emilia-Romagna Nonostante siano passati parecchi anni, era il 1998, in molti hanno ancora nitide nella memoria le immagini della montagna franata che ha inghiottito Sarno, nel salernitano; ed ancora più fresche le recentissime immagini dei video amatoriali del disastro a Giampilieri, nel messinese, costato 37 vite umane. Sempre in tema di dissesti naturali, sono anni che chi vive in zone rivierasche sente parlare di erosione della costa. Alla luce di questi eventi, quindi, ci si può chiedere qual è la situazione relativa al dissesto idrogeologico in Emilia Romagna. Questa domanda è stata girata all’organismo che in regione ha meglio di tutti la situazione sotto controllo: il Servizio Geologico, Sismico e dei Suoli. Una premessa terminologica fondamentale, appena posto il quesito, la fa il dottor Marco Pizziolo, geo-
logo responsabile del Piano Operativo “Sviluppo e integrazione delle banche dati geologiche” e della cartografia del dissesto: “Per dissesto idrogeologico intendiamo la condizione di parti del territorio dove processi naturali, quali le frane o le alluvioni o le mareggiate, o artificiali, quali un uso improprio del territorio, determinano condizioni di rischio per beni e persone”. In Regione tale fenomeno “è dovuto a una fragilità diffusa del territorio dovuta alla natura argillosa dell’Appennino, accompagnato da una presenza estesa di insediamenti, strade e infrastrutture che interessa la gran parte del territorio collinare e montano regionale”. L’Emilia Romagna è un territorio a rischio? “La Regione si colloca ai primi posti per numero e superficie delle frane, affiancata da Piemonte, Lombardia, Marche, Calabria, Campania e Sicilia. Le situazioni a rischio molto elevato sono leggermente inferiori a quelle di altre regioni, come la Sicilia o la Calabria, dove le regole di urba-
nizzazione sono state meno applicate e l’abusivismo è certamente molto più alto”. Da profani, dunque, è sbagliato affermare che siamo lontani a casi come quelli recenti della Sicilia? Il dottor Pizziolo non è assolutamente pessimista in merito, ma sottolinea come “non possiamo escludere di ritrovare in futuro anche in regione situazioni di dissesto che interessano interi paesi. Ad esempio nel 1996 la riattivazione di una frana storica colpì una zona artigianale e numerose abitazioni a Corniglio (Pr) provocando danni per oltre 30 milioni di euro”. E’ possibile tracciare una distinzione per zone in merito alla tipologia di dissesto? “La tipologia dei fenomeni franosi è abbastanza omogenea su tutto il territorio. Nella parte romagnola prevalgono fenomeni più grandi ma meno diffusi. La parte occidentale presenta viceversa una diffusione maggiore di frane di piccole dimensioni”. Per quanto riguarda le frane più recenti, quest’anno la più importante si è verificata in comune di
Santa Sofia (Fc) dove una frana storica si è riattivata con un fronte di 250 metri e una lunghezza di circa 1 Km, distruggendo una casa e interrompendo per un mese la viabilità provinciale della valle del Bidente quasi isolando la frazione di Corniolo. Le grandi nevicate del marzo scorso hanno comunque provocato centinaia di smottamenti , prevalentemente di piccole dimensioni su tutto il territorio regionale. Ad oggi c’è da temere per qualche zona in particolare? “Per quanto riguarda la parte collinare e montana le frane interessano il 20% circa del territorio appenninico. Il censimento regionale ne conta oltre 70mila. Di queste oltre 8mila interessano almeno un edificio mentre le frane che interessano oltre cento edifici sono circa un centinaio. La maggior parte di queste frane sono attualmente quiescenti anche se, con tali numeri ogni anno alcune di queste, anche di grandi dimensioni, si riattivano in seguito a periodi di forti piogge e provocano danni consistenti. Purtroppo allo stato attuale
territorio ? delle conoscenze non è possibile prevedere i movimenti futuri delle frane”. Tra i fenomeni monitorati dal Servizio un’altra componente del dissesto: l’acqua. “Per le alluvioni le zone a rischio di esondazione sono censite nei piani di assetto idrogeologico redatti dalle 4 autorità di bacino che si occupano del nostro territorio e ovviamente interessano con larghezze più o meno ampie tutti i fiumi, sulla base dei tempi di ritorno delle piene. Per sapere se si è in una zona a rischio è necessario consultare tali Piani; anche per la costa le condizioni di rischio puntuale sono abbastanza note e conosciute. Ci sono aree in forte erosione nella parte centro nord della costa, ma anche aree a sud, ad esempio Misano Adriatico (Rn) meno interessate dall’erosione, sono state in passato danneggiate per la presenza di edifici all’immediato ridosso della spiaggia. Anche l’acqua alta provoca danni: l’ ultima mareggiata ha interessato pesantemente Savio e Cesenatico”. Altra nota dolente, appunto, la costa, per cui sono già arrivati negli anni
specifici finanziamenti ministeriali per tamponare e prevenire l’erosione. Quali le cause? E i rischi a lungo termine? “Il vero problema del dissesto idrogeologico non sono tanto i fenomeni naturali, che sono sempre avvenuti e che in continuazione modificano e modellano il territorio, quanto la diffusione anche in aree notoriamente soggette a tali modificazioni di case, strade e infrastrutture e lo sfruttamento incontrollato delle risorse naturali, come ad esempio l’acqua che in pianura accelera il fenomeno, già naturale, della subsidenza. E’ inevitabile poi che le forze naturali impattino con questi manufatti. Sulla costa si aggiunge, più gravemente che altrove il problema dei cambiamenti climatici che possono provocare sia fenomeni meteo più intensi, come ad esempio le mareggiate, sia innalzare il livello del mare, che associato alla subsidenza della pianura, alla eliminazione artificiale delle dune fatta in passato per dare spazio alle case, aumenta il rischio di allagamenti di zone a ridosso della costa”.
QUARANT’ANNI IN DIFESA DEL PIANETA 22 aprile 1970.
Venti milioni di americani rispondono all’invito del senatore democratico del Wisconsin, Gaylord Nelson, e aderiscono alla prima storica manifestazione in difesa del pianeta, della sua atmosfera e del suo verde: è l’“Earth Day”.
22 aprile 2010.
L’“Earth Day” compie 40 anni dimostrando tutta la sua attualità come momento di mobilitazione mondiale e di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sui temi ambientali. “Adoperarsi per la tutela del pianeta” è la parola d’ordine soprattutto delle giovani generazioni che, anche quest’anno, si sono mobilitati attraverso il web lanciando numerose eco-iniziative: “Le buone pratiche personali per la riduzione della nostra impronta ecologica”, ad esempio, è stato il titolo del più grosso evento web 2010. “Miliardi di azioni verdi”, invece, è il nome che l’“Eart Day Network” - l’associazione che ha tenuto le fila di questa manifestazione mondiale ha dato alla campagna che ha coinvolto cittadini e organizzazioni in singoli impegni a favore dell’ambiente e, alla vigilia del 22 aprile scorso, di queste eco-azioni se ne erano già registrate 32 milioni. Alcuni esempi: prendere i mezzi pubblici, spostarsi a piedi o in bicicletta, piantare degli alberi, gestire bene il consumo idrico ed elettrico, montare pannelli solari, riciclare e riutilizzare gli oggetti di uso quotidiano, differenziare i rifiuti. L’“Earth Day” 2010 ha coinvolto circa 190 paesi per un totale di oltre mezzo miliardo di persone. “Una giornata – come si è appreso dai media e da tutti i siti internet legati all’iniziativa – a impatto zero”. Questo perché l’anidride carbonica emessa da tutti gli eventi che si sono svolti nel mondo - compreso il mega concerto gratuito di Roma, al Circo Massimo - sarà compensata dalla creazione di spazi verdi e di centinaia di migliaia di metri quadrati di nuove foreste in Madagascar. Il nostro pianeta non gode affatto di un buono stato di salute e quest’anno, in Messico, dal 29 novembre al 10 dicembre, si terrà il quinto summit sul’ambiente con il quale si tenterà di sottoscrivere un accordo che impegni tutti gli stati al rispetto di più stringenti norme ambientali.
Canapa, un sogno in fumo Fallisce il tentativo di rilanciarne la produzione, ma la fibra dai mille usi attende una rinascita Pianta esotica e al tempo stesso impressa nella memoria di tanti anziani dei paesi di campagna della nostra pianura, oggi viene spesso confusa con un’altra specie più discussa e al centro di normative proibizioniste: è la canapa tessile, il cui nome scientifico è Cannabis sativa. Questa pianta, che arriva fino a 5 metri d’altezza, affonda le sue radici nella storia contadina del nostro Paese e, in particolare, nella realtà agro-industriale della regione Emilia-Romagna, data l’abbondanza di acqua – necessaria per alimentare i maceri - nonchè di manodopera: nel 1910, si è calcolato vi fossero 45 mila ettari di terreno coltivati a canapa, soprattutto nel Ferrarese. Un dato ancora più rilevante, se si pensa che la superficie italiana dedicata a questa coltivazione ammontava ad appena 80 mila ettari complessivi. Un’antica e affascinante presenza verde, di cui viene data anche un’illustre testimonianza figurativa dal Guercino, in un dipinto ospitato nella pinacoteca di Cento (Ferrara), che ne raffigura la macerazione. Dall’India e dall’Iran, in Italia risulta fosse arrivata già intorno all’anno Mille: sono documentati diversi provvedimenti che Federico II emise per disciplinarne e incrementarne il commercio e l’industria, a partire dal 1194. E da subito, in gran parte della penisola, questa coltura registrò un grande successo, poichè dalla sua fibra si ottenevano tessuti resistenti e cordame: per cui fu molto legata all’espandersi delle repubbliche marinare, perchè era trasformata nelle corde e nelle vele delle flotte di guerra di queste città. Dal campo di battaglia alla tavola: presto si affermò anche la tradizione di utilizzarla per telerie ad uso domestico. Sono famose e tuttora apprezzate le tovaglie di canapa in Romagna, decorate con stampi di rame nei due classici colori ruggine e verde, oggetti di artigianato che continuano ad essere prodotti ancora oggi. La lavorazione di questa pianta fu fiorente quindi a partire dal Medioevo, fino a metà del Novecento. A fine anni Cinquanta , ricorda lo studioso
Fiorenzo Marino, fu infatti “soppiantata dall’immissione sul mercato delle fibre sintetiche e soffocata dalla non competitività del prodotto che, alla lunga – continua l’autore di “Verde ero e verde sono nata” (Il Ponte etrarte, 2003) - scontava, fra l’altro, il mancato ammodernamento delle tecniche e delle strutture”. La stessa industria di trasformazione del tiglio di canapa in filato e, quindi, in tessuto, ha una origine antica: lo attesta il fatto che il canapificio nazionale era una società quotata in borsa già nel 1876. L’ILLUSIONE DI UNA RINASCITA. Per attuare una operazione di recupero storico-culturale della lavorazione della canapa ferrarese, è stato recentemente avviato un tentativo di coltivazione di questa pianta “in un’ottica di riconquista – spiega Riccardo Casotti, vicedi- rettore di Coldiretti Ferrara di
quel ruolo da protagonista che ebbe riconosciuto da tutta l’Europa: persino la marina reale inglese - sottolinea - la utilizzava per il cordame delle navi da guerra di sua maestà”. Il vicedirettore di Coldiretti ricorda: “La canapa ferrarese aveva toccato circa mille ettari di coltura nel 2005 e la gamma dei prodotti ottenibili faceva ben sperarare. Si pensava anche di superare i problemi legati a normative sulla coltivazione (che prescrivono la segnalazione alla forza pubblica, per evitare coltivazioni di altri tipi simili di canapa, come la Cannabis indica, da cui si ricava l’hashish
e la marijuana): si producevano, così, beni che spaziavano dalla carta alla fibra, dal sapone sino all’olio”. Di pari passo erano stati avviati progetti che prevedevano la possibilità di veicolare i prodotti in canapa con marchi di qualità e di rispetto ambientale, dato che la coltura richiede un minimo ricorso alla chimica di sintesi, in collegamento con il Parco del Delta del Po e il biologico. Nonostante ciò, questa coltura tentata in provincia di Ferrara – e in altre zone italiane - è oggi “del tutto marginale, se non addirittura scomparsa” dichiara Casotti. “Non sono basta-
ti - si rammarica il vicedirettore – i consistenti contributi comunitari e regionali, né le idee innovative degli i m prenditori agricoli e dei potenziali utilizzatori, a far decollare realmente la seconda vita della canapa. La classica fibra – aggiunge - è utilizzabile per molti usi e per abbigliamento e, per questo, aveva recentemente trovato interesse da parte di un noto gruppo della moda made in Italy: i jeans Armani di canapa - ricorda sono stati per un certo periodo un must. Tuttavia questo rilancio non è risultato sufficiente per innescare realmente una filiera sostenibile”. Esaurite le risorse per la sperimentazione e per la messa a punto dei nuovi processi produttivi (che, ad esempio, non prevedono più la macerazione in acqua), impianti e strutture sono oggi “inutilizzati e la cooperativa che gestiva il tutto non lavora più”, evidenzia Casotti. A conti fatti, non si sono realizzate le condizioni economiche per la ripresa della coltivazione. “Oggi– conclude Casotti - siamo di nuovo nella condizione di mettere da parte una coltura interessante, poiché si scontra con un mercato che non le attribuisce un sufficiente valore economico per i produttori”. L’illusione di un ritorno alla lavorazione della canapa sembra essersi dissolta definitivamente in modo quasi teatrale: un doppio incendio a distanza di appena dieci giorni - l’ultimo, la scorsa domenica 16 maggio - ha devastato i capannoni della società cooperativa Sorgeva di via Capodistria a Comacchio (tanto da far pensare che il caso possa non essere l’unico responsabile): il rogo ha preso origine infatti presso il nuovo ponte di San Pietro, proprio da uno degli stabili di quella che era stata la fabbrica di canapa negli anni della recente sperimentazione avviata in regione. Le fiamme sono divampate rapidamente, alzandosi alte nella notte lagunare e riducendo così in cenere, nell’arco di poche ore, l’intera struttura. Non rimane ora che sperare, ancora per una volta, che, per la canapa ferrarese, si prospetti un prossimo futuro analogo al mito dell’araba fenice.
Ambiente scontato con gli ecoincentivi Sembrano funzionare i bonus statali per la salvaguardia dell’ecosistema Si direbbe che le iniziative del governo hanno funzionato. Nel corso del 2009, con l’entrata in vigore l’11 febbraio del decreto legge che ha introdotto, tra gli altri, nuovi ecoincentivi per il rinnovo del parco circolante con l’acquisto di veicoli ecologici, si è infatti registrato un notevole incremento delle immatricolazioni di nuovi veicoli cosiddetti “verdi”. Secondo i dati riportati dal sito “blog.panorama.it/autoemoto”, nel solo mese di settembre del 2009, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, si è passati da 177.467 a 189.476 autovetture nuove, con un incremento del 6,77% e se a queste percentuali – si legge ancora sul sito – si aggiungono quelle di giugno (+12,4%), luglio (+6,2%) e agosto (+8,54%), ecco che il quadro generale diventa più che positivo. La Fiat ad esempio – la fonte è sempre “blog. panorama.it/autoemoto” - grazie agli ecoincentivi ha fatto registrare, a settembre dello scorso anno, un confortante +9,4% di immatricolazioni e più in generale a trainare tutto il mercato sono state le sempre più richieste auto ecologiche, con una crescita complessi-
va del 244% e oltre 50mila unità vendute (26,8% del mercato). A conferma di questi ottimi risultati anche sul sito “alvolante.it” si legge che nel 2009, in Italia, un’auto su due, ovvero il 49% delle vetture vendute, è stata acquistata grazie agli incentivi. Sempre sullo stesso sito leggiamo che per l’Anfia – Associazione nazionale filiera industria automobilistica – nel 2009 sono state vendute 2.158.010 automobili e, secondo l’Aci – Automobile club d’Italia 1.059.504 di queste attraverso gli ecoincentivi. Inoltre, secondo l’Aci, il 90,29% delle auto comprate attraverso i bonus è stato acquistato rottamando una vettura più inquinante. Solo il 9,71% dei clienti ha dunque scelto vetture a Gpl, a metano o ibride, quelle cioè che godevano degli incentivi anche senza rottamare una vettura più vecchia. In italia, tra le regioni più virtuose che hanno comprato, rottamando, un maggior numero di auto “verdi” ci sarebbe proprio la nostra regione con il 18,9% delle immatricolazioni, seguita dal Piemonte (15,72%) e dalla Toscana (15,35%). Gli ecoincentivi statali del 2009, che ammontavano a più di 8 milioni di euro, non hanno riguardato solo le
I più utilizzati quelli per l’acquisto di
veicoli “verdi”
auto ma, più in generale, hanno avuto lo scopo di incentivare la diffusione di veicoli a basso impatto ambientale come motocicli, ciclomotori e biciclette. Per queste ultime, l’incentivo del 30% (fino a un massimo di 700 euro) è stato sfruttato dal cliente senza l’obbligo di rottamazione, a differenza dei due anni precedenti. Tuttavia proprio il settore biciclette è stato quello un po’ più sfortunato a causa dei problemi tecnici che ha avuto il sito “incentivimotocicli. it”, creato dal Ministero, nel caricare le domande. La campagna biciclette è stata di fatto interrotta prematuramente ma, dai dati pubblicati sul sito “lastefani.it” relativi all’Emilia Romagna, sappiamo che a Reggio Emilia ci sono state 161 persone che si sono assicurate lo sconto, a seguire Forlì-Cesena con 143, Parma con 114 e Piacenza con 110, mentre gli altri capoluoghi di provincia si collocano ben al di sotto del centinaio di richieste. Incentivare gli acquisti per riavviare l’economia, ma con un occhio puntato alla tutela dell’ambiente: tra auto, veicoli commerciali leggeri, motocicli, arredamento, elettrodomestici e altre categorie, al 14 dicembre dello scorso anno – fonte, questa volta, la Gazzetta Ufficiale – era stato utilizzato l’80% del totale degli incentivi messi a disposizione, la cui erogazione è terminata il 31 dicembre.
Riavviare l’economia con un occhio
responsabile
E quest’anno?
Con la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale n.71 del 26 marzo, è entrato in vigore il cosiddetto “Decreto incentivi” - D.L. n.40 del 25/03/10. Il Ministero dello Sviluppo Economico, insieme con il Ministero dell’Economia e delle Finanze ed il Ministero dell’Ambiente, ha stanziato 420 milioni di euro per gli incentivi al consumo - 300 milioni di euro per incentivare l’acquisto di alcune tipologie di prodotti e sgravi fiscali per 120 milioni di euro alle imprese del settore tessile e ai settori innovativi - che hanno preso il via il 15 aprile scorso. I principali settori che ne beneficiano sono: ciclomotori, cucine ed elettrodomestici, case ecosostenibili, abbonamenti a internet veloce per i giovani fino a 30 anni e prodotti industriali come inverter e motori elettrici, gru, rimorchi e macchine agricole, che aumenteranno la sicurezza sul lavoro. Scopo degli incentivi statali 2010: favorire l’acquisto di prodotti innovativi e a basso consumo energetico e migliorare la sicurezza del lavoro per agricoltori e imprese. Partner del Ministero dello Sviluppo Economico nella campagna per gli incentivi a sostegno dei consumi e della ripresa produttiva che gestirà anche l’intero processo di liquidazione del contributo è Poste Italiane, che ha anche attivato un call center informativo e di assistenza per i cittadini e le imprese: numero verde 800 123 450 da rete fissa; numero 199 123 450 da rete mobile. Come fare per accedere all’incentivo? Il consumatore dovrà rivolgersi direttamente al rivenditore il quale ne verificherà la disponibilità e, in caso affermativo, applicherà direttamente lo sconto al cliente. Saranno poi gli sportelli delle Poste, mensilmente, a “rimborsare” l’incentivo al rivenditore. Nel caso di incentivi legati all’acquisto di immobili occorrerà anche il rilascio della certificazione di efficienza energetica - una sorta di carta d’identità energetica dell’edificio che ne indica la maggiore o minore efficienza in relazione alla appartenenza ad alcune classi piuttosto che ad altre e il parere dell’Enea. Gli incentivi dureranno fino al 31 dicembre di quest’anno, ma lo stop alle richieste potrà intervenire anzitempo se le risorse stanziate per un determinato settore dovessero esaurirsi prima della data prevista.
Green jobs, assalto al mercato Sono sempre più ricercate le professioni verdi, dall’architetto del paesaggio all’artista del fiore Più per necessità che per scelta il mondo sta evolvendo verso la direzione green in numerosi settori: dall’economia al marketing all’ambiente. Inevitabilmente anche il mondo del lavoro ha dovuto estrarre dal cilindro nuove professioni. Sono le professioni “verdi”, green jobs per usare un inglesismo tanto in voga su statistiche e report. Ma il fatto curioso – che annichilisce secoli in cui il lavoro era “maschio” – è che questa svolta del mercato del lavoro è tinta di rosa. E soprattutto, in un periodo di crisi nera per chi è alla ricerca di un impiego o chi lo possiede già, il rapporto tra chi sceglie di acquisire una professionalità “bio” e gli occupati a breve termine è davvero allettante. In Italia nel 2008 l’indotto che ruotava direttamente o indirettamente attorno all’ambiente era di poco inferiore alle 400mila unità. Ma andiamo con ordine. Da dove è nata la necessità di creare posti di lavoro incentrati sulle necessità ambientali? Quali sono le ultime professioni verdi che il mercato del lavoro ha visto nascere? Infine, quale la fotografia offerta dal nostro Paese per questo settore? L’origine: il pacchetto 20-20-20. Al di là di tutte le considerazioni che si possono fare in merito al fatto che il pianeta deve dare un taglio netto alle abitudini del passato se vuole sopravvivere dignitosamente, e che in parte hanno anche funzionato da incentivo, l’acceleratore sui green jobs è stato premuto con il “Pacchetto clima-energia 20-20-20”, direttiva comunitaria del 2008 che impone inderogabil-
mente per il 2020 per i Paesi Membri la riduzione del 20% delle emissioni di C02 (parametro i dati del 1990), raggiungere il 20% del contributo energetico dato dalle fonti rinnovabili e abbassare del 20% i consumi di energia. Architetti e ingegneri della natura. A bruciapelo, alla domanda “quali sono le professioni verdi?”, in quanti di noi saprebbero rispondere? Un primo esempio concreto è l’architetto del paesaggio, professionista specializzato nella progettazione di quartieri e infrastrutture (autostrade, centri commerciali, ospedali etc.) che coniughi le esigenze del committente a quelle dell’ambiente circostante. E se un tempo era sulla bocca di tutti l’ingegneria genetica, ora l’evoluzione ci porta a scoprire l’ingegneria naturalistica, disciplina che si occupa di tutte quelle tecniche praticate per ridurre il rischio di erosione del terreno negli interventi di consolidamento di sponde dei fiumi, di cave ecc. prevedendo come materiale principale quello di origine naturale (semi, radici…) o biodegradabile (es. geojuta). E il floral designer e il tecnico del verde? Il primo è l’evoluzione del fiorista, oggi “artista del fiore”, di cui possiamo ben capire il ruolo inventivo e di comunicazione ad esempio nel caso di un matrimonio e degli addobbi – vere e proprie opere d’arte – per la chiesa, con tanto di software per l’elaborazione tridimensionale delle composizioni. Il secondo profilo riguarda un professionista capace di progettare nella sua completezza la struttura di spazi verdi come parchi e giardini, traducendo le esigenze funzionali ed estetiche di piante ed infrastrutture in soluzioni paesaggistiche realizzabili concretamente. Per non parlare di avvocati che si sono specializzati in cause di tipo ambientale, o
promoter finanziari dedicati ai fondi di investimento nell’ambito delle energie rinnovabili. E che dire della nuova frontiera della cucina e dei suoi ecochef? Lavoro verde, una sicurezza tinta di… rosa. Un’approfondita analisi firmata Isfol (Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale dei Lavoratori) traccia questa istantanea per l’anno 2008. Per quanto concerne l’occupazione, erano 11 milioni le persone nel mondo che svolgevano un lavoro in ambito ambientale, 3,4 milioni in Europa, numero che sale a 5milioni se consideriamo anche i posti di lavoro indirettamente legati al mondo verde. L’Italia proponeva complessivamente 19.700 occupati diretti tra fotovoltaico, solare ed eolico; globalmente, dal 1993 al 2008, il numero globale degli occupati nel settore ambientale rilevava un trend positivo (+41%) alla luce del passaggio dai 263.900 occupati del 1993 ai 372.100 del 2008. C’è un identikit ben preciso, nonostante la giovane età di tale professione, che emerge in maniera precisa dal dossier Isfol: due le caratteristiche che colpiscono specie se paragonate alla situazione che l’Italia sta
attraversando da un anno a questa parte. Innanzitutto il lavoro verde premia le donne; secondo, sei persone su dieci che scelgono di intraprendere un percorso formativo che ha come fine il lavoro in ambito ambientale riescono a coronare positivamente la loro aspirazione. Ma vediamoli alcuni di questi dati: ad un anno dal completamento del percorso formativo specifico, l’80,6% dei neo-esperti della tutela dell’ambiente trova lavoro. Ancora. Il 68% degli occupati ha trovato una collocazione rispondente all’indirizzo formativo portato a compimento; nel dettaglio, il 31% circa ha un lavoro nell’ambito delle professioni intellettuali, scientifiche e di elevata specializzazione, il 31,7% svolge professioni di tipo tecnico e il 5,2% è collocato nelle posizioni di legislatore, dirigente, imprenditore. Si diceva del successo in tale ambito del gentil sesso, che mostra maggior facilità nel fare carriera. Le donne “in verde” sono in crescita continua: si è passati dal 12,7% del 1993 al 25,5% del 2008. Di pari passo aumenta anche la qualità del livello occupazionale: il 57,8% siede su poltrone di livello medio-alto di tipo impiegatizio, quasi la metà (35,3%) quelle occupate dai uomini; discorso similare per le posizioni di livello medio-alto in professioni intermedie di tipo tecnico (donne 61,7%, uomini 32,2%). Forse anche perché le donne che vi si dedicano possiedono livelli di scolarità medioalti (87%) rispetto ai colleghi maschi (54,6%).