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Biosfera290111

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Una pianta per volare

a pag. 3

Ecologia dell’oltretomba a pag. 5

Silicio in porto a pag. 7

Lungo la via degli Dei

Banane da salvare

a pag. 8 a pag. 11

San “Bio” Valentino a pag. 13

Spiagge senza sabbia

a pag. 15

Sedotti dalla natura

redazione.biosfera@edititalia.it

Se partire è un po’ morire, arri-

l’ambiente. Camminare, dunque, per

gerimento ai provetti pellegrini che in-

in Adriatico, silicio da recuperare sul

vare è sempre un po’ rinascere,

spostarsi senza inquinare e godere

tendono godere delle opportunità of-

fondo portuale e addirittura eco-bare

reinventarsi

ricontestualizzarsi.

del ritmo lento della natura, come av-

ferte dagli innumerevoli sentieri, noti

per funerali rispettosi dell’ambiente.

Camminare su profumi nuovi. Annu-

e

viene nella seconda e ultima parte del

e meno noti, di casa nostra. Fra gli

Non potevamo dimenticarci della festa

sare aria diversa. E fa sempre bene,

nostro racconto di viaggio lungo la Via

argomenti di questo mese troveremo

di San Valentino e di come, anche in

soprattutto se il viaggio ha messo in

degli Dei, da Bologna a Firenze. Ultima

aerei a carburante ecologico, bucce

questa occasione, si possano mettere

moto gambe e cervello lungo antichi

parte ma non ultima delle avventu-

di banane in grado di purificare l’ac-

in atto comportamenti corretti in osse-

sentieri che permettono un contat-

re ’appiedate’ che Biosfera proporrà

qua inquinata, un report sull’erosione

quio al nostro ecosistema. Per sedurre

to con la storia e, direttamente, con

anche nei prossimi numeri, come sug-

delle spiagge e sul rischio tsunami

e lasciarsi sedurre dalla natura.


Olio vegetale a reazione Da una pianta la Jatropha Curcas il combustibile per gli aerei del futuro Domenico Modugno cantava “Volare nel blu dipinto di blu, felice di stare lassù” e qualcuno si comincia a chiedere per quanto ancora il cielo in cui voliamo sarà blu, che cosa si possa fare per abbattere la quantità di gas di scarico e i costi dei voli dovuti all’esorbitante prezzo del petrolio. Stando alla cronaca, la questione è stata affrontata in maniera pratica dalle grandi compagnie aeree. In prima linea Air New Zealand in collaborazione con Boeing che, nel 2007, cominciarono a progettare aeromobili alimentati a olio combustibile estratto da un alga che vive negli stagni. Controindicazione alla produzione del carburante di alga è che per ridurre sensibilmente le emissioni di gas di scarico nell’aria bisognerebbe “coltivare” 34.000 chilometri quadrati di stagni e modificare i motori dell’intero parco aereo…una mission impossible! Appariva più pratica l’idea della Virgin Airlines, che nel febbraio del 2008 fece volare un Boeing 747 senza passeggeri da Londra ad Amsterdam, alimentando uno dei quattro motori del velivolo con una miscela composta da un

80% di normale kerosene e un 20% di biocarburante a base di olio di palma, senza apportare alcuna modifica alle macchine. Mentre l’opinione pubblica plaudeva al coraggioso gesto di Sir Richard Branson, fondatore della Virgin, gli ambientalisti obiettarono che le piantagioni di palma necessitano di grandi quantità di acqua pulita e spazio coltivabile che vengono sottratti alle popolazioni locali, e dunque che l’uso di olii provenienti da piante alimentari non può essere una soluzione. Nel frattempo Boing e Air New Zeland avevano trovato un altro olio combustibile adatto ai motori già in uso e che non poneva questioni sulla sostenibilità delle piantagioni: l’olio di Jatropha Curcas, una pianta che cresce in ambienti caldi e secchi, non necessita di acqua pulita, si accontenta di precipitazioni scarse e non ha bisogno di fertilizzanti e diserbanti. I fattori interessanti nella coltivazione sono due: innanzitutto, la pianta vive in ambienti che non sarebbero altrimenti utilizzabili nelle coltivazioni foraggere o da piante alimentari e in secondo luogo il contenuto in olio estratto dai semi varia dal 28% al 38%, per cui un ettaro di piantagione può produrre fino a 1.6 tonnellate di olio combustibile per uso domestico. Questo, sottoposto a trans-esterificazione, diventa biodiesel e può essere utilizzato in tutti i motori, compresi quelli degli aerei.

Sperimentato il biokerosene

su un Airbus

brasiliano

A mettere in pratica i buon propositi dei neozelandesi è stata però la Tam Airlines, giovane compagnia brasiliana, che lo scorso novembre ha fatto volare per 45 minuti sullo spazio aereo brasiliano sull’Oceano Atlantico un Airbus A320 con motori Cfm56 alimentati al 50% da bio-kerosene a base di olio di Pinhão manso - il nome della Jatropha in Brasile - e al 50% da kerosene tradizionale. Secondo gli studi della Tam, l’utilizzo di questo biocombustibile su larga scala La compagnia aerea Ryan ridurrebbe l’emissione di anidride carAir è famosa per le ”trovate” bonica dell’80% e spingerebbe la creirriverenti. Ultima dell’elenco: i azione un ciclo virtuoso di produzione distributori di sigarette sui voli. di olio combustibile strategico per lo Rispondendo alle dichiarazioni sviluppo energetico del paese. La dodi ben 24.000 “fumatori volanti” manda sorge spontanea: che il futuro green del nostro sistema economiche si sentirebbero più rilassati se co stia nei paesi solitamente definiti potessero fumare durante i viaggi, “in via di sviluppo”? Un dato è certo: la compagnia ha messo in vendita l’India ha incluso la Jatropha nel pro- le sigarette elettroniche a marchio gramma per l’indipendenza energetiRyan Air che, al modico costo di ca entro il 2012 e il Madagascar ha circa 6 euro per un pacchetto da stipulato accordi con società italiane 10 pezzi, permettono ai più incalliti per coltivare 100.000 ettari di terrefan delle “bionde” di simulare no a Jatropha che dovrebbero fornire boccate di fumo senza produrne 300.000 tonnellate di olio vegetale l’anno. affatto.

Volare e fumare


Il funerale che non inquina Esequie all’insegna dell’ambiente con eco-bare e cimiteri sostenibili Ecologisti in tutto e per tutto, vita natural durante. E anche oltre. Perché se vi stanno a cuore le sorti dell’ambiente, non potete trascurare il fatto che ogni funerale rappresenta una vera e propria minaccia per Madre Natura: bare costruite con legni pregiati e vernici tossiche; cimiteri che necessitano di costose manutenzioni e dell’utilizzo di un grande quantitativo di pesticidi per conservare freschi e intatti gli addobbi floreali; carri dei cortei funebri che, a causa della ridotta velocità di marcia, consumano molto carburante inquinante. L’alternativa a tutto questo c’è e si chiama funerale ecologico. L’epicentro della rivoluzione sono gli Stati Uniti: il sito web del Green Burial Council, una fra le più importanti associazioni di sostenitori delle esequie eco-solidali, riceve circa 120mila visite

al mese, ma nonostante l’interesse sempre maggiore, il funerale “verde” è consentito al momento solo in nove stati americani. Qui gli affari delle ditte che offrono il servizio vanno a gonfie vele: aumenti del fatturato del 30% all’anno, mentre una recente ricerca stima che un quarto degli americani preferirebbe avere per sé o per i propri cari un funerale ecologico. “Consente alle famiglie di fare qualcosa di un po’ più significativo della cerimonia. Sempre più persone nel corso degli anni, qui e in Canada, hanno rifiutato i funerali tradizionali”, è la spiegazione di Darren Crouch, presidente di una delle aziende del settore con sede nel New Mexico. L’obiettivo esplicito è fare del funerale il momento in cui l’uomo torna a far parte integrante della natura da cui ha avuto origine. I sostenitori del “nuovo” in campo di onoranze funebri sottolineano che troverebbero soluzione due problemi: l’ingombro dei cimiteri e l’inquinamento dei terreni cimiteriali. Tutto grazie all’eliminazione dallo spiacevole evento degli orpelli decorativi che non sono bio-

Onoranze con materiali

biodegradabili

degradabili, ad esempio i conservanti per il defunto e quelli usati per far durare più a lungo il legno delle casse. Il cimitero, non utilizzando diserbanti o altri agenti chimici, tornerà presto ad uno stato naturale, con piante, alberi al posto delle lapidi e uccelli, mentre la sepoltura tornerà ad essere così come doveva essere anticamente, perfettamente riciclata e integrata all’ambiente circostante. Esempi concreti se ne registrano a bizzeffe e arrivano anche dall’Europa. In Danimarca, per esempio, il designer Bendt Stov ha lanciato DanCof, una innovativa gamma di eco-bare e urne realizzate solo con materiali biodegradabili, come la carta riciclata, che consente tra l’altro di modellare la bara in forme più eleganti e simili al comune feretro. In Inghilterra il primo cimitero ecosostenibile ha aperto i battenti a Blackley, vicino Manchester. Qui lapidi di marmo sono sostituite da una pietra grezza o da un albero, su cui viene incisa una cifra, in modo che i resti terreni

dei nostri amati siano univocamente rintracciabili. Inoltre, il carro funebre è elettrico e non c’è bisogno di giardinieri: “Puntiamo sulla natura e su una manutenzione il più possibile ridotta – spiega Barrie Jones, ideatore e responsabile del progetto –. Le persone possono lasciare fiori solo per la prima settimana, poi preferiamo lasciar crescere quelli spontanei e l’erba”. A Taiwan, invece, il servizio comunale per i funerali di Taipei ha investito qualche centinaia di migliaia di dollari in tecnologie per la trasformazione del calore derivato dalla cremazione in elettricità, utilizzata a sua volta per alimentare l’impianto di condizionamento dei locali. E in Italia? Lo sanno finora in pochissimi, ma le eco-bare sono legali in Italia già dal 2007 e vengono prodotte da un’azienda piemontese specializzata nella realizzazione di ornamenti sacri in plastica di mais, materiale completamente amico dell’ambiente. Che sia il trampolino di lancio dalle nostre parti per una sensibilità ecologica anche dopo la morte?

La sensibilità

ecologica

va oltre

la morte


A pesca di silicio Un progetto per produrre il minerale dai sedimenti dalle attività di dragaggio “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si… Recupera” potremmo dire, parafrasando la legge della conservazione della massa di Lavoisier, nel descrivere l’attività di SediPortSil. Avanzato a fine 2009 dal gruppo Med Ingegneria s.r.l., nel quadro dell’invito dell’Unione Europea a presentare proposte per il programma “Life+” (strumento finanziario europeo per l’ambiente con una dotazione complessiva di 2.143 miliardi di euro nel periodo 2007-2013), SediPortSil è un innovativo progetto d i ricerca per il recupero di sedimenti derivanti dalle attività di dragaggio portuale con relativa produzione di silicio. Dopo la comunicazione, arrivata nell’estate dello scorso anno, dell’avvenuto finanziamento del progetto da parte del fondo europeo Life+, in dicembre SediPortSil è stato presentato ufficialmente presso la sede dell’Autorità portuale di Ravenna nel corso di un seminario a cui hanno preso parte anche gli altri partners del progetto: le Università di Bologna e Ferrara, Diemme Srl, Ispra (Istituto superiore per la protezione

e la ricerca ambientale), GeoEcoMar – Romania e il Parco del Delta del Po. Il progetto – come è scritto nella scheda di presentazione – mira a realizzare un “approccio integrato alla gestione sostenibile dei sedimenti dragati dai porti fornendo prova dell’efficienza delle tecnologie di trattamento tradizionali unite a tecniche innovative per riciclare e sfruttare i sedimenti dragati dai porti, considerandoli non solo rifiuti pericolosi, ma anche risorse”. “Crediamo che questo progetto approvato dal ministero dell’Ambiente, finanziato dalla Comunità economica europea, cofinanziato dall’Autorità portuale di Ravenna – ha detto Alessandro Bertoni, geologo di Med Ingegneria, in una intervista apparsa sul sito di ravennawebtv - sia assolutamente innovativo nel campo del trattamento e del recupero dei sedimenti portuali”. “I sedimenti – spiega Bertoni - sono considerati un rifiuto; noi vogliamo trasformare questo rifiuto in una risorsa che abbia un valore e c o nomico e rendere il nostro progetto un progetto auto

Recupero e trattamento rifiuti

sul fondo portuale

sostenibile”. l silicio, o i minerali silicei, estraibili dai sedimenti, infatti – come sostenuto dal geologo nel corso del seminario di presentazione - hanno

un valore commerciale che potrebbe essere compreso fra i 1000 e i 2000 euro a tonnellata. “La maggior parte dei problemi fino ad oggi riscontrati sui progetti presentati, in campo nazionale, sulla gestione di sedimenti – ha dichiarato Bertoni ai microfoni di ravennawebtv - è quello della sostenibilità economica. In un momento di scarsità di risorse destinate all’ambiente e alle infrastrutture portuali – ha continuato il geologo - considerando gli elevatissimi costi che nascono dalle attività di dragaggio e successivamente di gestione e trattamento dei sedimenti si capisce perché molti di questi progetti siano rimasti solo sulla carta. Noi crediamo – ha detto Bertoni - di poter dimostrare una sostenibilità economica del progetto e quindi crediamo nella possibilità di trasformare questo progetto in realtà.” Il geologo di Med Ingegneria ha inoltre spiegato che il progetto si divide sostanzialmente in due parti: la prima prevede il trattamento dei sedimenti attraverso il recupero delle sabbie per scopi “nobili” come i ripascimenti e la difesa costiera, mentre la seconda concerne la produzione ed estrazione di silicio sulla parte più fine dei sedimenti che risulta essere anche quella più problematica e inquinata e in quantità maggiore rispetto alla percentuale totale dei sedimenti. “Abbiamo scelto il Porto di Ravenna – ha spiegato Bertoni - non solo perché è fra i più importanti su scala nazionale, ma anche perché, per rimanere competitivo sullo scenario internazionale, dovrà affrontare grandi interventi infrastrutturali che comporteranno – ha detto il geologo - grandi quantitativi di dragaggio che corrisponderanno a grandi quantitativi di materiali messi in movimentazione”.

Vasco testimonial del Delta “L’Ape Regina del Parco del Delta del Po E-R” ovvero cento secondi di poesia e immagini per descrivere una delle più suggestive e importanti aree naturalistiche d’Italia: il Parco del Delta del Po dell'Emilia-Romagna. Regista della videoinstallazione è il bolognese Stefano Salvati; autore del testo, Luca Rossi. Si, proprio lui, il figlio del grande Vasco. E di chi poteva essere la voce narrante se non dello stesso rocker emiliano. Il video, presentato in anteprima il 10 dicembre dello scorso anno, sarà visibile fino a tutto gennaio 2011 presso la Manifattura Marinati di Comacchio. Un minuto e quaranta secondi per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza di salvaguardare la biodiversità del nostro pianeta attraverso il volo di un’ape che ci mostra tutta la bellezza e la fragilità del variegato e difficile territorio del delta del Po. Così, come negli anni novanta Sting divenne l’icona della lotta per la salvezza della foresta amazzonica, oggi, per il presidente del Parco del Delta Massimo Medri, Vasco Rossi potrebbe diventare promotore della battaglia mondiale per la salvezza della biodiversità nel nostro pianeta.


In cammino verso Firenze Quattro giorni a piedi attraverso i boschi dell’Appennino (II parte) Il nostro risveglio al Passo della Futa è accompagnato dall’aria fredda di montagna, malgrado splenda un bel sole. Nonostante sia agosto fuori dalla nostra roulotte durante la notte la temperatura era sicuramente inferiore ai 10 gradi. Ci viene a salutare Andrea, il proprietario del campeggio con cui la sera prima avevamo dato vita a un’improvvisata e divertente partita a calcino. Ci lasciamo con la promessa di rivederci presto per tornare a mangiare un’ottima fiorentina. Crediamo che non si scorderà in fretta di tre pellegrini alquanto scapestrati a cui ha fornito un rifugio di fortuna. Ci apprestiamo quindi a riprendere il cammino verso Firenze, constatando

che anche questa tappa taglia subito le gambe. Il primo obiettivo è la vetta del monte Gazzaro. Lo si vede già in lontananza, al termine di un percorso che prevede alcuni sali e scendi e un ultimo strappo in salita. La cima è sormontata da una croce in ferro. Sul terrapieno che la sostiene un involucro di metallo contiene il libro dove i pellegrini possono lasciare le testimonianze di viaggio. E noi, fieri della nostra avventura, non ci sottraiamo. Iniziamo a scendere un sentiero inizialmente molto scosceso fino al passo dell’Osteria Bruciata. La leggenda narra che in epoca antica un’osteria situata in questo posto sia stata data alle fiamme perché il padrone era solito derubare i viandanti e dopo averli uccisi serviva le loro carni come cibo. Lasciata alle spalle questa macabra vicenda ci godiamo per un paio d’ore la dolce ombra dei boschi che ci porta a scendere dai 1100 ai 340 metri di Sant’Agata. Ci sorprende qualche

goccia nel momento in cui iniziamo un lungo tratto di asfalto. Ma il panorama delle campagne fiorentine ci premia ancora: da una parte la Vallata del Mugello, dall’altro i contrafforti dell’Appennino. Cesare ci invita a girarci di scatto: nei prati a lato sgambetta un capriolo. Siamo quasi a sera, gli ultimi pesanti chilometri prima di San Piero a Sieve cominciano a tingersi di viola: svariate bandiere spuntano agli angoli delle strade e su molti davanzali. “Qua son tutti malati per la Fiorentina” azzarda Ciccio. Vero, visto che ci avviciniamo al capoluogo, ma l’intensificarsi dei vessilli trova presto una ragione più precisa. A lato dell’albergo dove abbiamo deciso di dormire ci sono i campi del ritiro estivo della Fiorentina. Mentre stiamo per completare la tappa i calciatori stanno bruciando gli ultimi scatti prima di guadagnare gli spogliatoi. Pur con le dovute proporzioni, dopo i nostri 25 km di salite

e discese, ci sentiamo pure noi degli sportivi che han fatto la loro parte per questa giornata. Con un misto di dispiacere per l’epilogo ma anche con una punta di orgoglio per l’imminente completamento del nostro originale percorso, ripartiamo per l’ultimo quarto di viaggio. Malediciamo la carrareccia per Montecacioli perché siamo assaliti da sciami di moscerini che non ci vogliono lasciare. Superiamo una maestosa abbazia abbandonata chiamata Badia del Buonsollazzo. Cesare non può esimersi dal fare una battuta, alludendo a chissà quali trame dei suoi frequentatori abbia portato a dare quel nome a un posto virtualmente sacro. L’allegria lascia il posto alla fatica quando dobbiamo affrontare i circa seicento metri di dislivello in salita per il monte Senario, dove trova collocazione un convento molto caro ai fiorentini, meta di pellegrinaggi e gite domenicali. Dal cortile medieva-


APPUNTAMENTI Al via a Reggio Emilia il corso per guardie giurate ecologiche volontarie le della chiesa scorgiamo l’agglomerato urbano di Firenze, ancora lontana ma vagamente visibile. Dopo il nostro panino al sacco siamo pronti per la volata finale. Affrontiamo altri punti panoramici che di fatto allungano il cammino, ma offrono scorci di rara bellezza. Il più impegnativo è Poggio Pratone. Il tempo non ci è molto amico: la salita è resa più complicata dalla pioggia. Cesare è stremato, il peso dello zaino lo tormenta parecchio, mentre Ciccio è già ricorso a qualche anti dolorifico per il ginocchio. Io non ho una gran allenamento, quindi devo tirare parecchio il fiato. Ma soffriamo tutti in silenzio fino al punto più alto: in vetta crolliamo sul prato per 10 minuti. Il tempo di riprenderci, con la consapevolezza che il grosso è fatto, mentre il sole torna a fare capo-

lino, gettando raggi sulla città. Ormai manca poco, infatti dopo l’ennesima curva spunta il cartello “Fiesole”. Sul panorama dall’antico borgo si staglia meravigliosamente il cupolone di Brunelleschi. Giunti a Firenze lasciamo gli zaini al deposito della stazione, per gustarci la nostra meta, al netto dei 108 km camminati metro dopo metro. Tornati in strada chiediamo a una signora quanto dista piazza della Signoria. “In bus ci si impiega poco, ma a piedi è lontano, sarà quasi una mezzora” ci avvisa. “Signora - rispondiamo più o meno in coro – veniamo da Bologna a piedi, ormai cosa vuole che sia una mezzora in più”. La sua faccia tra l’attonito e l’incredulo ci regala l’ennesimo sorriso di un’avventura che ha meritato di essere vissuta. Leonardo Rosa

Dal Passo della Futa

alla città

dei Medici

15 febbraio 2011

Reggio Emilia, Protezione Civile, via della Croce Rossa 3 Al via a Reggio Emilia il corso di formazione gratuito per guardie giurate ecologiche volontarie. Obiettivo, preparare volontari in grado di informare e sensibilizzare sulle problematiche ambientali, intervenire nelle opere di soccorso in caso di calamità ed emergenze ecologiche. Per informazioni e iscrizioni: tel. 0522.431166/Massimo, tel. 348.7419763 mail massimo@legambientereggioemilia.it.

“100% Rinnovabili. La sfida per le energie verdi entro il 2050” 16 febbraio 2011

Roma, Sala della Protomoteca del Campidoglio, ore 9,30 “100% Rinnovabili. La sfida per le energie verdi entro il 2050” è il titolo del convegno annuale del Kyoto Club, organizzato in occasione del sesto anniversario dell’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto. Per informazioni e iscrizioni: mail i.pinardi@kyotoclub.org.

Terza edizione della Conferenza dell’Industria Solare

24 e 25 febbraio 2011

Roma, Sheraton Roma Golf Parco de’ Medici, viale S. Rebecchini 39

Due giorni a Roma per tentare di capire dove stia andando il mercato dell’industria fotovoltaica. Tra i temi al centro dell’attenzione, il settore fotovoltaico: in programma un’analisi dei principali mercati europei (con un focus sull’Italia), il dibattito sul giusto livello di incentivazione per il Conto Energia, il confronto tra diversi studi di mercato e prospettive a breve e medio termine, la valutazione dell’efficacia tecnico-economica del monitoraggio in remoto e della manutenzione, una panoramica sui meccanismi finanziari e sugli aspetti contrattuali, la presentazione delle più recenti iniziative industriali e delle esperienze di riciclaggio dei materiali, lo sviluppo dei sistemi di certificazione degli installatori, il punto sulla “grid parity” e sulle barriere amministrative, l’esposizione di diversi progetti di grande taglia, la valutazione dell’integrazione nella rete elettrica e delle “smart grids”, il futuro del comparto.

Sulle tracce del lupo nel Parco del Frignano 26 e 27 febbraio 2011

Pievepelago (Mo), sede Parco del Frignano, via Tamburù 8, ore 16

Nell’ambito del ciclo di iniziative “L’inverno nel parco 2011”, il Parco del Frignano organizza “Sulle tracce del lupo”, due giorni (sabato 26 e domenica 27 febbraio) alla scoperta del re dei predatori appenninici. Accompagnati dai ricercatori del Parco, i partecipanti saranno protagonisti di un briefing formativo per imparare a riconoscere le tracce degli animali (e del lupo in particolare). Domenica 27, “snow-tracking” all’interno dello scenario della Strada Ducale. Per informazioni e prenotazioni: Valli del Cimone tel. 0536.325586 mail info@vallidelcimone.it.


Sulla buccia non si scivola più Dalle cucine alle università, la banana sbanca ma è in via di estinzione Cruda, frullata o flambè. Al forno, al cartoccio o fritta. Ma anche alla griglia. Sono solo alcuni dei modi in cui possiamo portare la banana sulle nostre tavole. Banana split, banana bread, torta di banana. Muffins alla banana, daiquiri, pesce spada alla banana. E queste sono solo alcune delle innumerevoli ricette che si trovano navigando rapidamente sul web. Come dimenticarne i fiori? Le cucine bengalesi ne sfornano come da tradizione, mentre le foglie divengono ecologici tapperware, pronte all’uso, come ombrelli, in caso di pioggia. Alla creatività degli chef non c’è limite, si sa, ma probabilmente siamo giunti al punto in cui gli scienziati vogliono togliere loro questo primato: da oggi la banana si sposa anche con l’acqua. Lo sostiene Milena Boniolo, studiosa di chimica all’Università Federale di Sao Carlos, non lontano da Sao Paulo. La ricercatrice ha presentato qualche tempo fa un progetto rivoluzionario, che in questi giorni sta facendo letteralmente il giro del mondo. Prima considerazione. Della banana, secondo Boniolo, non si butta via niente. Nemmeno la buccia. Ma non sta in questa stravagante possibilità che la scienza supererebbe la gastronomia. I gourmet indiani, già da tempo, propongono bucce di banana, rigorosamente bio, fritte in padella con ci-

polla, sale, pepe, curry e peperoncino. E un bicchiere di birra. I bongustai più trasgressivi sicuramente arricciano il naso di fronte a coloro che le “sprecano” per lucidare le scarpe o le foglie delle loro piante domestiche. Gridano “all’ingrediente perduto”, davanti alle nonne che alleviano le punture e le sbucciature dei loro imprudenti nipotini. Ma che dire di chi, avventatamente, getta le preziose bucce nel compost o, stolto!, nel cassonetto dell’indifferenziato? Ecco, ora gli amanti della cucina d’avventura si imbattono nella scoperta di Boniolo e non possono che tacere. Perché Boniolo ha inventato una ricetta davvero sopra le righe a cui è difficile replicare: lascia basiti. La chimica brasiliana illustra in cinque semplici fasi la procedura per ottenere...la sua bevanda. Primo. Prendere una buccia di banana. Secondo. Farla essiccare. Terzo. Macinarla, riducendola in polvere. Quarto. Unirla ad acqua. Dolce? No, chiaro. Rigorosamente inquinata. Attendere con pazienza: gli ingredienti giungono chimicamente al risultato. Le innumerevoli molecole cariche negativamente contenute nella buccia, attirano la pesante carica positiva dei metalli presenti nell’acq u a in-

quinata, decontaminandola. Boniolo stima che ogni buccia polverizzata purifichi il 65% dell’acqua. Occorre allora ripetere “la ricetta” qualche volta e l’acqua sarà... potabile. Ai più scettici esperti “bananofili”, potrebbe balenare l’idea che la ricercatrice abbia fatto un uso “stupefacente” delle bucce prima di scrivere la sua tesi di dottorato...Ma questa è solo un’ipotesi punk, tanto più che sarebbe fondata su una leggenda metropolitana, come assicura Wikipedia. Ma l’idea che lancia Boniolo, che sarebbe nata dalla constatazione che circa quattro milioni di tonnellate di bucce vanno a finire tra i rifiuti di Sao Paulo ogni settimana, accomuna altri studiosi che hanno a cuore lo smaltimento degli scarti alimentari. Ne è un esempio Joel Chaney, dottorando dell’University di Nottingham, che sostiene come le bucce, oltre alle foglie di banano, possano essere un utile carburante. Basterebbe mischiarle a segatura: la poltiglia così ottenuta andrebbe compressa a forma di mattoncino e quindi cotta al forno o lasciata seccare al sole.

Dall’Inghilterra all’Uganda. Nel Paese africano, le bucce di banana rappresenterebbero il 70% della spazzatura. Pertanto dal 2007 è partito è un progetto, elaborato da un gruppo di studiosi locali e promosso dal Ministero dell’Agricoltura, dal Programma di Allerta ambientale, da ricercatori e organizzazioni ambientaliste, per recuperare le bucce ottenendone mangime per animali, dai polli ai maiali. Le bucce, essiccate e trattate secondo una rigida procedura, secondo gli studiosi dell’Università di Makerere rappresenterebbe un più economico sostituto del mais, nonché un ottimo alimento, poiché ricco di fosforo, proteine e calcio, e privo di cromo, cadmio, piombo e mercurio. La banana quindi sostituirà il mais, ma chi sostituirà la banana? Entro il prossimo decennio, sostengono alcuni ricercatori, la specie Cavedish, quella appunto commestibile, che si mangia in tutto il mondo, è destinata a estinguersi. Peccherebbe di scarsa diversità genetica e ciò la renderebbe estremamente vulnerabile a vere e proprie pesti, come la terribile epidemia di funghi terricoli, conosciuti sotto il nome di ‘malattia di Panama’ che, negli anni Cinquanta, spazzò via una delle prime varietà di banana commestibile che venne coltivata, la Gros Michel. La banana che depura, lucida, allevia, dona gioie ai nostri palati e ingrassa i nostri maiali, sembra quindi avere, ineluttabilmente, i giorni contati.

Frutto dai mille usi

divenuto

vulnerabile


San Valentino ama Madre Natura Soluzioni ecologiche per trascorrere la festa degli innamorati Riposti, da poco meno di un mese, albero e presepe e sospiri di sollievo per essere riusciti in quell’arduo compito di fare, anche all’ultimo minuto, il regalo giusto a tutti i nostri cari credete forse di potervi rilassare? Pensate che nei supermercati, tolte le piramidi di pandori, spumanti e panettoni, ora ci sia spazio a sufficienza per spingere tranquilli il carrello almeno fino a Pasqua? Bene, probabilmente dimenticate che tra pochi giorni è San Valentino. Pronti quindi a trovarvi nuovamente sommersi, nei negozi s’intende, da cuoricini e cioccolatini e di nuovo, ma solo gli innamorati stavolta, in ansia da regalo. Se proprio non riuscite a fare a meno di sottrarvi alla vecchia e romantica tradizione di festeggiare il 14

febbraio forse potete decidere di limitarne un po’ la routine consumistica dei soliti fiori, cioccolatini e bigliettini d’auguri e pensare che, nel giorno dedicato all’amore, oltre alla nostra dolce metà, c’è anche qualcun altro che ci ama e che noi invece, a torto, maltrattiamo: è l’ambiente. Perciò perché non dedicare a lui il prossimo San Valentino? Se siete d’accordo vi suggeriamo qualche idea che, anche se non troppo originale, può essere concretizzata con facilità e sotto un unico motto: inquinare il meno possibile. I festeggiamenti di San Valentino, infatti, sono un grosso business e come tali hanno un impatto considerevole sull’ambiente. Il nostro obiettivo dovrà essere quello di festeggiare riducendo questo impatto. Come? Approfittando della tecnologia, per esempio, potremmo cominciare col boicottare i bigliettini d’auguri in carta o cartone e spedire alla nostra metà una

Dalla bio cena ai

regali

ecosostenibili

simpatica e molto più performante ecard (cartolina elettronica da spedire via e-mail). Per incartare il regalo possiamo utilizzare carta riciclata e sempre per evitare di inquinare ulteriormente andremo a scegliere un regalo eco-sostenibile come cioccolatini e prodotti del commercio equo e solidale; per chi ama regalare fiori o piante l’ideale sarebbe acquistarli dai coltivatori locali. Per chi desidera sorprendere con un gioiello l’eco-suggerimento è quello di acquistare, ove possibile, da gioiellieri che certificano la fornitura dei preziosi come ecologicamente e socialmente responsabile. Un’altra idea romantica e, al tempo stesso, rispettosa dell’ambiente potrebbe essere quella di regalare una giornata alle terme o, ancora meglio, di progettare un’escursione in una riserva o in un parco naturale. Per chi non sa rinunciare alla classi-

ca e intima cenetta tête-à-tête con la comodità del servizio al tavolo allora il consiglio è di scegliere un locale specializzato in prodotti biologici o coltivati localmente. La meta perfetta potrebbe essere il ristorante di un agriturismo che proponga cucina tipica a chilometro zero; in questo modo contribuirete ad abbatte le emissioni dovute alla circolazione di prodotti da una parte all’altra del mondo. Se invece non vi dispiace l’idea di restare in casa allora la bio-cenetta a lume di candela (anche quest’ultima rigorosamente ecologica, ovvero senza paraffina) la potrete preparare voi utilizzando ingredienti di produzione locale e sorseggiando un buon vino biologico. Buon San Valentino, quindi, e non dimenticate di mettere in pratica le buone abitudini nel rispetto dell’ambiente anche dopo il 14 febbraio.

Amare l’ambiente per amarsi di più


Spiagge che scompaiono Ecco come l’Emilia Romagna affronta l’emergenza erosione e il rischio tsunami Al largo onde alte diversi metri, a terra danni agli argini invernali realizzati sulle spiagge e allagamenti di alcuni stabilimenti balneari. E’ stata una vigilia di Natale terribile sulla costa adriatica, colpita da una mareggiata di forte rilevanza. Giusta cosa gli interventi urgenti in ampi tratti del litorale per ripristinare la dune di protezione, la domanda però si pone: quanto siamo preparati, a livello istituzionale, a fronteggiare il rischio tsunami? “Va premesso che il nostro litorale è un ambiente dinamico, il cui equilibrio dipende dall’interazione tra vari fattori – dice l’assessore regionale alla Difesa del suolo e della costa, Paola Gazzolo –. L’unico approccio possibile è quello proposto dalle Linee guida per la gestione integrata delle zone costiere (Gizc): non esiste un’unica soluzione, ma una gamma di interventi e azioni che devono essere messi in pratica in maniera coordinata e in coerenza tra loro. Quindi difese rigide come le barriere, ma anche un sistema che consenta maggiore flessibilità, che possa meglio consentire il raggiungimento dell’equilibrio e il mantenimento della linea di costa”.

Sulla vulnerabilità complessiva pesa il fenomeno della grande crescita urbana e demografica delle zone costiere. Da una trentina d’anni circa, la Regione ha ricercato nuove tecniche di difesa: oggi il metodo più utilizzato è il ripascimento, più o meno protetto, con sabbie di varia provenienza. “Il primo piano per la gestione costiera – segnala Piermario Bonotto, responsabile Servizio Difesa del suolo, della costa e della bonifica - risale infatti al 1981, cui ne è seguito un altro nel 1996. Il primo intervento con sabbie sottomarine realizzato nel 2002 ha previsto il prelievo di 800 mila metri cubi di sabbie che attraverso un sistema di tubazioni sono stati portati su otto spiagge. Un intervento di dimensioni analoghe è stato realizzato nel 2007. Il Piano della costa 2010-2019 prevede tre grandi rinascimenti: a disposizione ci sono le riserve di sabbia di ben sette giacimenti sotto-

marini individuati al largo della costa, per un totale di 300 milioni di metri cubi di sabbia”. Quanto al rischio tsunami, va detto che in Adriatico non è elevato, pur non essendo da sottovalutare la ricorrenza di mareggiate con acqua alta straordinaria che possono intensificarsi per effetto del previsto innalzamento del mare. In Emilia-Romagna si sta sperimentando un prototipo per la previsione ed il monitoraggio delle grandi mareggiate, grazie al progetto comunitario Micore: la raccolta di informazioni stanno fornendo le conoscenze necessarie per la messa a punto di una procedura sperimentale di pre-allerta, che avrà come punto di riferimento la sala multirischio della Protezione civile regionale. Un altro obiettivo di questi studi è la realizzazione di mappe probabilistiche dell’impatto degli eventi meteo-marini estremi, che si baseranno anche sulle carte della vulnerabilità della costa emiliano-romagnola già sviluppate.

Si sperimenta una procedura di pre-allerta

Onda su onda

Nella notte fra il 23 ed il 24 dicembre, l’intero litorale regionale è stato colpito da una mareggiata di forte rilevanza per quanto riguarda, in particolar modo, quote di acqua alta cui era associato moto ondoso consistente per vento proveniente prevalentemente dal quadrante di sud-est, con onde al largo di altezza compresa fra i tre metri di Venezia e i sette metri di Ancona. Sotto costa si sono registrate altezze d’onda superiori al metro. Le mareggiate sono proseguite fino al 26 dicembre, con venti che hanno girato prima da est e successivamente da nord-est (bora). Si sono formate onde stimate anche oltre due metri. L’effetto delle mareggiate ha causato danni agli argini invernali realizzati sulle spiagge e poste a difesa delle infrastrutture. Vi sono stati allagamenti di alcuni bagni, danni alle strutture ricettive e asportazione di materiale sabbioso con relativo scalzamento e formazione di falesie di erosione su tutto l’arenile interessato.


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