Skip to main content

GSA Igiene Urbana 02-26

Page 1


TRIMESTRALE DI GESTIONE, TECNOLOGIA, CULTURA AMBIENTALE

IGIENE URBANA

TERZA PAGINA

Centri raccolta rifiuti

TARI e TICSER

Decarbonizzazione

Mancanza di personale

GESTIONE

Il FVOE

Biocarburanti

Best practice

Economia circolare

SCENARI

40 anni di UNI

Regolamento imballaggi

Smaltimento rifiuti speciali

Takahashia Japonica

Crisi climatica

TECNOLOGIE

Multiutility virtuale

Il suolo

Raccolta rifiutiIgiene Urbana
Compattazione rifiuti
Trasporto rifiuti

KOMPOST CITY®

KOMPOST CITY è un marchio registrato della nostra azienda che costruisce, vende e manutiene i nostri sistemi tecnologici integrati per il compostaggio con capacità di trattamento del rifiuto organico da 11 a 3.000 tonnellate annue.

Uniamo esperienza, competenze e tecnologie all’avanguardia per la progettazione e la costruzione di soluzioni nel settore della raccolta e della trasformazione del rifiuto organico in compost.

KOMPOST CITY è un progetto brevettato che garantisce un prodotto unico nel mercto economicamente, tecnicamente e tecnologicamente funzionante. Supportato da un’assistenza rapida, qualificata e specializzata.

Pier Francesco Ferilli

Pier Francesco Ferilli

+39 345 9669775

+39 345 9669775

pierfrancesco.ferilli@city-net.it

pierfrancesco.ferilli@city-net.it

Francesco Ferilli 9669775

pierfrancesco.ferilli@city-net.it

CONTATTI

Pier Paolo Ferilli

+39 335 427373

Via Leonardo da Vinci n. 120

Saremo presenti a

Via Leonardo da Vinci n. 120

CAP 00015 Monterotondo Scalo (Roma) P.IVA 13922751006 - +39 06 9004096 commerciale@city-net.it - www.city-net.it

pierpaolo.ferilli@city-net.it

Pier Francesco Ferilli +39 345 9669775

pierfrancesco.ferilli@city-net.it

CONTATTI

CONTATTI

Pier Paolo Ferilli

Pier Paolo Ferilli

+39 335 427373

+39 335 427373

CONTATTI

pierpaolo.ferilli@city-net.it

pierpaolo.ferilli@city-net.it

Pier Paolo Ferilli

+39 335 427373

pierpaolo.ferilli@city-net.it

Pier Francesco Ferilli

+39 345 9669775

Pier Francesco Ferilli +39 345 9669775

pierfrancesco.ferilli@city-net.it

Pier Francesco Ferilli

+39 345 9669775

pierfrancesco.ferilli@city-net.it

Via Leonardo da Vinci n. 120 CAP 00015 Monterotondo Scalo (Roma) P.IVA 13922751006 - +39 06 9004096 commerciale@city-net.it - www.city-net.it Saremo presenti a Ecomondo

Saremo presenti a Ecomondo

Saremo presenti a Ecomondo

Saremo presenti a Ecomondo

CAP 00015 Monterotondo Scalo (Roma) P.IVA 13922751006 - +39 06 9004096 commerciale@city-net.it - www.city-net.it

Via Leonardo da Vinci n. 120

pierfrancesco.ferilli@city-net.it Via Leonardo da Vinci n. 120

11/10/24 16:54

Scalo (Roma)

SOMMARIO

TERZA PAGINA

22 Il Decreto 26 marzo 2026 tra chiarimenti operativi e nuove funzioni gestionali dei centri di raccolta dei rifiuti urbani (CCR) [di Veronica Gatto, Andrea Cappello, Katia Di Silvestro, Sebastiano Correggiari, Giorgio Ghiringhelli]

24 TARI e TICSER: la svolta verso la tariffa pentanomia [di Attilio Tornavacca]

26 Decarbonizzazione industriale: quattro linee guida per una transizione sostenibile e competitiva [di Michele Noera]

30 Chi raccoglierà i nostri rifiuti? [di Sergio Capelli]

GESTIONE

34 FVOE tra innovazione e criticità operative: le novità del sistema e le sfide ancora aperte [di Giuseppe Miccoli]

38 Biocarburanti di II generazione – XTL HVO – dal gasolio alla sostenibilità [di Simone Di Giacomo, Tiziano Suppa]

42 Umbria, trasparenza e controllo nel ciclo dei rifiuti: così cambiano monitoraggio e indicatori ambientali [di Sergio Capelli]

44 Economia Circolare: Italia efficiente ma vulnerabile [di Alessio Ciacci]

SCENARI

46 Uomini e norme in 40 anni di UNI [di Gianmaria Baiano]

50 Regolamento imballaggi: orientamenti della Commissione UE per una gestione più sostenibile e competitiva [dalla Redazione]

52 Dal rifiuto alla risorsa: il riciclo come leva strategica per la competitività industriale [di Francesco Rocco]

56 Takahashia Japonica: conoscerla per combatterla [di Dario Ferrari, Ruggero Colla, Massimo Bariselli]

58 Crisi climatica, il WWF dà voce ai cittadini: al via l’indagine sugli impatti degli eventi estremi [dalla Redazione]

TECNOLOGIE

60 Multiutility Virtuale: la via pragmatica alla gestione consociata dei rifiuti [di Pier Luigi Fedrizzi]

64 Suolo: viaggio nell’universo sotto i nostri piedi che stiamo distruggendo senza accorgercene [di Cristina Trevia, Mariagiusi Troisi]

DI GESTIONE DEI RIFIUTI

SOLUZIONI SOSTENIBILI E INNOVATIVE PER OGNI ESIGENZA

ANNO XXIX - NUMERO 2

Direzione, Amministrazione, Redazione e Pubblicità

EDICOM SRL

Sede legale: Via Zavanasco, 2 20084 Lacchiarella (MI)

Sede operativa: Via Alfonso Corti, 28 - 20133 Milano

Tel 02/70633694

Fax 02/70633429

Direttore Responsabile

GIOVANNA SERRANÒ

Coordinamento della redazione

SERGIO CAPELLI

Redazione

SIMONE FINOTTI, ANTONIA RISI

Sviluppo e pubblicità

Segreteria

BARBARA AMORUSO

info@gsanews.it - www.gsaigieneurbana.it

ANDREA LUCOTTI, MARCO VESCHETTI

“Ai sensi dell’art. 2 comma 2 del codice di deontologia relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica, si rende nota l’esistenza di una banca-dati personali di uso redazionale presso la sede di Via Alfonso Corti, 28 - Milano. Gli interessati potranno rivolgersi al responsabile del trattamento dei dati sig. ra Barbara Amoruso presso

Diffusione

GIOVANNI MASTRAPASQUA

Composizione, grafica e impaginazione

A&C STUDIO

Copia 2,58 Euro

Abbonamenti

italia annuo € 30,99

europa paesi extra europei € 103,29

c c p. 38498200

Fotolito e stampa

T&T STUDIO - MILANO

CENTRO POLIGRAFICO MILANO

ISSN: 19735332

Autorizzazione del tribunale di Milano n°787 del 12/12/2000. La pubblicità non supera il 45% del numero delle pagine di ciascun fascicolo della rivista. © Copyright EDICOM s.r.l. - Milano

la sede di Milano Via Alfonso Corti, 28 per esercitare i diritti previsti dalla legge n. 675/967” associato a:

Smart Waste I&S: ecosistema digitale per Silea SpA

Silea SpA, società pubblica partecipata da 91 Comuni soci del territorio lecchese e delle province limitrofe, è oggi tra i gestori più dinamici del settore: nel 2024 la raccolta differenziata nel bacino servito ha raggiunto il 78% e nel 2025 la società ha vinto il premio Top Utility Award 2025. Un risultato che corona un percorso di crescita all’interno del quale si inseriva anche la gara, indetta a inizio 2024, per dotarsi di una soluzione software integrata a supporto dell’igiene ambientale. L’obiettivo non era digitalizzare singole attività, ma costruire un ecosistema unico, capace di integrare progettazione del servizio, rapporto con i cittadini, monitoraggio operativo, attività di campo e rendicontazione in ottica ARERA. Una scelta ambiziosa, in un territorio articolato, con aree urbane, comuni lacustri, flussi turistici importanti e una gestione operativa con mezzi e operatori sia interni sia in subappalto. In questo scenario, la proposta basata sulla piattaforma tecnologica Smart Waste di I&S di Trento, si è distinta dal punto di vista tecnico divenendo, attraverso una serie di interventi progressivi, il sistema centrale oggi in uso.

Le fasi del progetto

anagrafica delle utenze, alimentata e aggiornata con un partner tecnologico locale. Un passaggio poco visibile, ma decisivo: senza un’anagrafica solida non esistono processi affidabili. Su questa base sono stati poi attivati i flussi di gestione delle relazioni con i cittadini: segnalazioni, richieste di servizio e mancate raccolte entrano oggi in un processo tracciato, condiviso e misurabile. Non solo ticket, ma informazioni utili per il miglioramento continuo del servizio.

Controllo del territorio

Dopo il kick-off iniziale e l’avvio dei SAL periodici, le prime attività hanno riguardato l’integrazione della base

Uno dei passaggi più significativi è stata la digitalizzazione delle attività di campo: il servizio non è più ricostruito a posteriori, ma osservato e misurato mentre accade.

In primis è stata implementata la localizzazione dell’intera flotta mez-

zi, grazie a sistemi GPS avanzati che permettono oggi di monitorare con precisione percorsi, chilometri e modalità di esecuzione dei servizi. Parallelamente, gli operatori sul campo sono stati dotati di un’app per il workforce management, Taski; uno strumento che consente alle squadre di gestire le attività quotidiane in modo strutturato, dalla ricezione degli incarichi, al supporto all’esecuzione fino alla rendicontazione puntuale.

Il futuro del progetto «Per noi è stato particolarmente importante ottenere un miglior controllo sui dati del servizio, per gestirlo più efficacemente e per rispondere in modo puntuale alle richieste dei cittadini e dell’Authority.

Le prossime implementazioni, dedicate alla rendicontazione automatica del servizio di spazzamento e alla gestione integrata della manutenzione del verde, rafforzeranno ulteriormente il sistema», racconta il direttore generale di Silea SpA, Pietro Antonio D’Alema. Il valore del percorso sta nella coerenza dell’architettura scelta: una piattaforma unica, dati condivisi, strumenti di campo e cruscotti di controllo integrati.

Smart Waste di I&S accompagna così Silea verso una gestione sempre più misurabile, tracciabile e governabile dei servizi ambientali.

www.ies.it

Futureco, la nuova frontiera

del noleggio per il waste management

Busi Group amplia il proprio ecosistema industriale con la nascita di Futureco, la nuova società dedicata al noleggio di veicoli per la raccolta e il trasporto dei rifiuti urbani, oltre che di attrezzature e sistemi container e soluzioni per la movimentazione dei materiali e rifiuti industriali.

La nuova realtà rappresenta un ulteriore passo nel percorso di crescita e diversificazione del gruppo, che negli anni ha costruito una posizione di riferimento nel settore dell’igiene urbana e del waste management grazie alle competenze sviluppate dai brand come BTE, MEC, OMB Technology, e BSA.

La gestione dei flussi turistici sempre più massicci che crea picchi anomali, la crescente attenzione alla sostenibilità e agli obiettivi di riciclo, l’evoluzione delle normative ambientali e la necessità di gestire flotte sempre più tecnologiche sono solo alcuni dei fattori che stanno spingendo municipalità e aziende pubbliche e private verso formule più flessibili per l’utilizzo dei mezzi e delle attrezzature operative per il waste management.

Futureco vuole rispondere alla crescita della domanda di noleggio e leasing per veicoli specializzati nella gestione rifiuti. Le aziende del settore ambientale devono infatti affrontare investimenti elevati, rapidi cambiamenti tecnologici e la necessità di adeguare le flotte alle esigenze operative sempre nuove e diverse; per questo motivo il noleggio sta diventando una soluzione pratica e strategica, capace di garantire continuità di servizio, controllo dei costi e maggiore flessibilità nella gestione

dei mezzi. Futureco offre al mercato soluzioni complete, con le migliori tecnologie di connettività smart, oltre al servizio di assistenza, manutenzione e supporto tecnico del Gruppo Busi.

Un pacchetto completo che è sempre più determinante in un mercato dove l’affidabilità dei mezzi incide direttamente sulla qualità del servizio e sui costi di gestione.

“La nascita di Futureco rappresenta una scelta che guarda al futuro. In un contesto in cui sostenibilità, efficienza e innovazione stanno ridefinendo il mercato dell’igiene urbana, la possibilità di accedere a veicoli e attrezzature attraverso formule di

noleggio dedicate costituisce un’opportunità concreta per migliorare le performance operative e ottimizzare gli investimenti”, hanno dichiarato i Fratelli Busi

Le prospettive di crescita del settore sono sostenute anche dall’evoluzione delle città verso modelli di gestione più efficienti e sostenibili che passano dalla digitalizzazione dei processi, l’ottimizzazione dei percorsi di raccolta e l’introduzione di veicoli a minore impatto ambientale.

I servizi Futureco sono già disponibili in tutt’Italia per noleggi di breve, medio o lungo termine.

www.busigroup.it

La filiera digitale che vince la complessità del rifiuto La svolta di Faenza Spurghi con Wecove

“Ogni intervento è una nuova situazione che parte da zero, bisogna capire qual è il problema e a volte inventarsi anche la soluzione. In ufficio, la fase più critica è gestire questa moltitudine”. Francesco Benelli, responsabile dell’area tecnico-commerciale e amministrativa, fotografa così l’estrema variabilità nel settore ambientale, dove ogni servizio richiede un mezzo specifico, un certo operatore, attrezzature dedicate e DPI. Per anni, l’azienda ha faticato a trovare un software unico così flessibile da assecondare la programmazione dell’ultimo minuto. La soluzione interna era una “filiera digitale costruita su carta”: moduli preimpostati che però, tra programmi giornalieri e archiviazioni per recuperare i dati, finivano per incagliarsi “nel mucchio dei fogli da cercare”. Logistica, ambientale e amministrazione operavano come liberi battitori.

Per superare l’ostacolo, l’azienda ha avviato un percorso di digitalizzazione progressivo scegliendo Cleve-app, la piattaforma di Wecove. Decisiva, per Francesco, è stata l’”eccezionale usabilità” della soluzione. Faenza Spurghi, realtà dal 1997 con 33 dipendenti e 19 mezzi tra autospurghi, bilici e veicoli at-

trezzati, gestisce il rifiuto a 360° come produttore, trasportatore e destinatario, per oltre 4000 clienti all’anno. L’obiettivo, ormai a portata, è unire l’intero flusso operativo dalla chiamata alla fattura. Cleve-app è entrata in flotta senza stravolgere il lavoro quotidiano degli operatori; con un’interfaccia intuitiva su camion e cloud, il personale ha tutto in un’unica app ed è stimolato a usarla spontaneamente. Questo passaggio al digitale sta riducendo il data entry manuale e dando finalmente “più aria” a tutte le aree dell’ufficio. Il progetto procede per tappe, unendo le richieste del RENTRI alle potenzialità del 4.0. “Ci ha permesso di avere la parte di scarico crono dei mezzi a distanza che prima avveniva direttamente dal mezzo, e per noi questo è un alleggerimento enorme”, spiega Benelli. “E contemporaneamente siamo riusciti a portare tutti i mezzi che non erano in 4.0 ad avere una gestio-

ne della commessa su chilometraggio svolto, ipotetici litri consumati, tempo effettivo del viaggio”. Integrando anche i dati degli allestimenti, il sistema punta a definire con esattezza il costo reale di ogni intervento. Il risultato è una gestione fluida e trasparente. “Oggi la logistica non si basa più su dieci telefonate per localizzare i camion”, spiega Benelli. “Abbiamo in autonomia il quadro in diretta di cosa stia facendo ogni mezzo e a che punto sia il lavoro”. I benefici si avvertono anche “a ritroso”: controllo dei costi e risposte immediate alle contestazioni, con report al cliente sugli orari di sosta al minuto. Alle domande di Faenza Spurghi, Wecove sta rispondendo con soluzioni messe a terra, e un sistema che “sta diventando un partner nella vita quotidiana”.

www.wecove.com

Gamma Jubilee: il cestino diventa uno strumento di efficienza

La gestione dei rifiuti negli spazi pubblici sta vivendo una fase di profonda evoluzione. Città, aziende, parchi e aree ad alta frequentazione sono chiamati a coniugare decoro urbano, sostenibilità ambientale e contenimento dei costi operativi. In questo scenario, anche un elemento apparentemente semplice come il cestino portarifiuti assume un ruolo sempre più strategico.

Le nuove esigenze richiedono infatti contenitori più capienti, resistenti e facilmente integrabili nei diversi contesti, senza rinunciare a un design capace di valorizzare lo spazio pubblico. È in questa direzione che si inserisce una novità assoluta: Jubilee City 100. Il primo ed unico cestino stradale dotato di contenitore carrellato estraibile omologato UNI EN 840, non affatica l’operatore perché utilizza l’alza-volta bidoni presente nel proprio veicolo. Con una capacità di 100 litri e un ingombro contenuto, il nuovo modello è stato progettato per rispondere alle esigenze delle aree urbane ad alta frequentazione, dove efficienza operativa, durata e qualità estetica devono convivere.

L’arrivo del Jubilee City 100 rafforza una famiglia di prodotti che negli anni si è affermata come punto di riferimento per l’arredo urbano e la raccolta differenziata esterna. La gamma Jubilee comprende infatti diverse soluzioni in grado di adattarsi a contesti e necessità differenti, dai classici cestini di arredo urbano ai modelli dedicati alla raccolta differenziata, fino alle versioni ad alta capacità come il Jubilee 240 e il recente Jubilee Duo 220, sviluppati per ridurre la frequenza degli svuotamenti nelle aree a maggiore affluenza. Se fino a pochi anni fa la separazione

dei rifiuti era prevalentemente associata agli ambienti interni, oggi cresce la richiesta di isole ecologiche per la raccolta differenziata all’esterno dei rifiuti da passeggio. Le versioni Jubilee Streamline e Jubilee Differenziata rispondono a questa esigenza attraverso configurazioni modulari, identificazione immediata delle diverse raccolte e materiali particolarmente resistenti agli agenti atmosferici e agli atti vandalici. A distinguere la gamma è soprattutto l’impiego del DURAPOL™, un polime-

ro ad alte prestazioni sviluppato per l’arredo urbano, che offre un’elevata resistenza agli urti, agli agenti atmosferici e all’usura quotidiana. Grazie alle sue caratteristiche, il materiale non si corrode, non richiede trattamenti e mantiene nel tempo il proprio aspetto originale, contribuendo a ridurre gli interventi di manutenzione e i costi di gestione. L’attenzione non riguarda soltanto la raccolta dei rifiuti, ma anche la capacità di favorire comportamenti virtuosi da parte dei cittadini. Un sistema ben progettato, riconoscibile e coerente dal punto di vista estetico contribuisce infatti a migliorare il conferimento corretto dei materiali e a ridurre il fenomeno dell’abbandono dei rifiuti. Per questo motivo sempre più amministrazioni e gestori di spazi pubblici considerano i cestini come parte integrante delle strategie di sostenibilità urbana.

Soluzioni come la gamma Jubilee rappresentano un esempio concreto di come innovazione, funzionalità e design possano convergere in un unico progetto.

www.spazioverde.com

UrbaPlusE: la nuova linea di contenitori ergonomici per la raccolta domiciliare

La famiglia dei contenitori ergonomici Sartori Ambiente si amplia con la nuova linea UrbaPlusE, disponibile nei litraggi da 30, 40 e 45 litri. Una gamma pensata per rispondere alle esigenze della raccolta domiciliare di diverse frazioni, come secco residuo, vetro, carta e imballaggi in plastica, offrendo una soluzione capace di coniugare capacità, praticità d’uso, resistenza ed ergonomia.

UrbaPlusE nasce all’interno di un percorso progettuale più ampio, avviato da Sartori Ambiente con lo sviluppo di UrbaE, il primo contenitore progettato secondo i principi dello Human Centered Design e certificato per le sue caratteristiche ergonomiche. Un lavoro che ha coinvolto competenze tecniche, analisi sul campo, studi sui movimenti degli operatori e test in laboratorio, con l’obiettivo di osservare in modo concreto le fasi quotidiane di utilizzo dei contenitori: sollevamento, trasporto, esposizione e svuotamento. Da questo processo è nata una nuova consapevolezza progettuale: un contenitore per la raccolta rifiuti non è soltanto un oggetto funzionale, ma uno strumento di lavoro e di interazione quotidiana. Per questo deve essere semplice da usare, intuitivo, sicuro e progettato per ridurre il più possibile posture scorrette, sforzi inutili e carichi fisici ripetuti. UrbaPlusE raccoglie questa esperienza e la applica a una linea di contenitori di maggiore capacità, mantenendo gli stessi principi che hanno guidato la progettazione di UrbaE.

I contenitori UrbaPlusE hanno infatti ottenuto le certificazioni di ergonomia già riconosciute a UrbaE,

confermando la validità del percorso intrapreso da Sartori Ambiente nella progettazione di soluzioni centrate sulle persone. La certificazione non rappresenta un semplice riconoscimento formale, ma il risultato di un metodo di sviluppo che mette al centro chi utilizza il prodotto: operatori della raccolta, cittadini, gestori e amministrazioni.

Ogni dettaglio è stato studiato per migliorare l’esperienza d’uso. Il sistema di presa favorisce un’interazione naturale con il contenitore, facilitando le operazioni di movimentazione e svuotamento. Le forme sono pensate per rendere più agevoli i movimenti, mentre la struttura del contenitore contribuisce a garantire stabilità, sicurezza e facilità di gestione anche nelle attività ripetitive. L’obiettivo è offrire uno strumento pratico per l’utente e, allo stesso tempo, più attento alle condizioni di lavoro degli operatori ecologici. La disponibilità in tre litraggi permette

di adattare UrbaPlusE a diversi modelli organizzativi e a differenti esigenze di raccolta. Il formato da 30 litri risponde alle necessità di contenimento più compatte; le versioni da 40 e 45 litri ampliano la capacità della linea, offrendo una soluzione particolarmente adatta alle frazioni che richiedono volumi maggiori o a contesti in cui è necessario ottimizzare l’esposizione dei rifiuti. Con UrbaPlusE, Sartori Ambiente consolida il proprio impegno nella progettazione di un vero e proprio ecosistema ergonomico per la raccolta differenziata, in cui ogni prodotto contribuisce a rendere il servizio più efficiente, accessibile e sostenibile. L’ergonomia diventa così parte integrante dell’innovazione ambientale: non solo un miglioramento del prodotto, ma un modo diverso di progettare la raccolta, mettendo al centro le persone, la qualità del lavoro e l’efficacia del servizio.

www.sartori-ambiente.com

L’ecosistema connesso VDO: convergenza tra ADAS, tachigrafo e data governance dall’autotrasporto ai servizi ambientali

Nell’attuale scenario della mobilità professionale e della logistica, i confini operativi tra i diversi comparti si stanno rapidamente dissolvendo. Che si tratti di autotrasporto merci su lunghe tratte, di flotte leggere per l’ultimo miglio (LCV) o di veicoli speciali per la gestione dei rifiuti e l’igiene urbana, le aziende si trovano ad affrontare le medesime macro-sfide: l’evoluzione tecnologica accelerata, la necessità di una sicurezza proattiva e l’adeguamento a quadri normativi sempre più stringenti.

In questo contesto di profonda transizione, VDO ha compiuto un’evoluzione

radicale, trasformandosi da storico produttore leader di hardware tachigrafico a sviluppatore di un ecosistema integrato di soluzioni connesse. L’obiettivo è fornire ai Fleet Manager un’unica piattaforma in cui l’intelligenza del tachigrafo, i sistemi ADAS aftermarket e la Business Intelligence dei dati convergano in un modello di gestione efficiente, sicuro e pienamente conforme.

1. Compliance normativa e tracciabilità: la rivoluzione del RENTRI e dei nuovi standard

La digitalizzazione dei flussi informativi non è più un’opzione, ma un prerequi-

sito di legalità e sostenibilità economica. Il mondo dei servizi ambientali e dell’autotrasporto si trova al centro di una duplice spinta normativa che richiede un’immediata evoluzione delle flotte:

■ piena operatività del RENTRI : l’entrata a pieno regime del Registro Elettronico Nazionale per la Tracciabilità dei Rifiuti impone la digitalizzazione obbligatoria dei documenti di trasporto. Attraverso l’architettura aperta di VDO Fleet l’utilizzo di moderne tecnologie Web Service (API), i dati di geolocalizzazione e di percorso fluiscono direttamente nei software gestionali

aziendali. Questa sinergia permette l’invio automatizzato dei dati e la stesura immediata del FIR (Formulario Identificazione Rifiuti) e di tutta la documentazione da trasmettere al portale RENTRI, prevenendo errori manuali e i rischi sanzionatori.

■ professionalizzazione della flotta leggera: la distinzione tra mezzi pesanti e veicoli commerciali leggeri (LCV) si assottiglia anche sul piano legale. L’estensione degli obblighi di controllo tachigrafico ai mezzi leggeri sopra le 2,5 tonnellate operanti in ambito internazionale introduce una nuova cultura del dato, standardizzando la gestione dei tempi di guida e dei carichi di lavoro anche nei contesti critici della distribuzione urbana.

2. VDO Fleet e VDO Link: il cuore dell’intelligence dati e dell’efficienza operativa Il valore distintivo della proposta VDO risiede nella capacità di trasformare la misurazione passiva in decisioni strategiche in tempo reale, superando il concetto di semplice tracciamento GPS.

VDO Link: la prima soluzione plug-andplay intelligente che si collega direttamente alla porta frontale del tachigrafo. Consente l’attivazione immediata e lo scarico automatico e remoto della memoria di massa del dispositivo e delle carte conducente (file DDD).

L’integrazione di questa tecnologia all’interno dell’ambiente software

VDO Fleet centralizza le informazioni sul cloud aziendale e genera vantaggi tangibili sul Total Cost of Ownership (TCO):

■ zero tempi morti: i dati vengono scaricati da remoto in tempo reale, eliminando la necessità per i mezzi di rientrare fisicamente in sede per le operazioni manuali, riducendo chilometri a vuoto e costi di gestione.

■ tracciabilità avanzata per certificazioni ambientali: il sistema associa i percorsi ai mezzi in modo univoco, generando lo storico cartografico necessario a supportare le certificazioni di conformità agli standard ambientali. I fleet manager possono monitorare la flotta in tempo reale, ottimizzando le rotte di raccolta o di consegna sul territorio per ridurre i tempi di percorrenza, l’usura dei mezzi e le emissioni di CO2

3. Sicurezza proattiva con AI aftermarket: protezione totale su ogni percorso

Dall’autoarticolato da 44 tonnellate al van da 3,5 tonnellate, fino al compattatore per la raccolta dei rifiuti, il rischio stradale rimane la variabile economica e reputazionale più critica. Le soluzioni ADAS aftermarket di VDO intervengono con precisione millimetrica grazie a sistemi di visione intelligente basati su Intelligenza Artificiale:

■ blind spot detection con AI: telecamere ad alta risoluzione e algoritmi di ultima generazione monitorano costantemente gli angoli ciechi del veicolo. Il sistema identifica in tempo reale la presenza di utenti vulnerabili (pedoni, ciclisti, monopattini), filtrando ed escludendo gli ostacoli statici (pali, cassonetti, barriere). In questo modo, l’autista riceve alert acustici e visivi mirati solo in caso di effettivo

pericolo, un aiuto fondamentale sia nelle manovre complesse di raccolta nei centri storici sia nei cambi di corsia autostradali.

■ driver attention monitor:un sensore a infrarossi avanzato analizza i segnali fisiologici di stanchezza, i colpi di sonno e le distrazioni attive del conducente (come l’utilizzo improprio dello smartphone). Il sistema avvisa l’operatore prima che la situazione diventi critica, adattandosi perfettamente sia alla monotonia delle lunghe tratte autostradali sia alla frenesia stop-and-go delle consegne e della raccolta urbana.

Conclusioni: una sinergia strategica proiettata al futuro

L’adozione dell’ecosistema integrato VDO non rappresenta un semplice adempimento a un obbligo di legge, ma una precisa e lungimirante scelta di business.

Scegliere di integrare l’hardware di bordo di ultima generazione con l’analisi software avanzata significa proteggere l’onorabilità aziendale, diminuire i costi assicurativi grazie alla riduzione della sinistrosità e ottimizzare l’efficienza operativa della flotta. In un mercato altamente competitivo, questo approccio sistemico diventa una leva fondamentale per migliorare il rating ESG (Environmental, Social, Governance) dell’impresa, costruendo una flotta resiliente, sicura e pronta a governare le sfide della transizione digitale ed ecologica.

www.fleet.vdo.it

DNA Ambiente: il contact center potenziato con un assistente intelligente e multilingue

Nel settore della gestione ambientale, l’efficacia del servizio passa sempre più dalla qualità della relazione con il cittadino. Eppure, proprio l’assistenza all’utenza è uno degli snodi più complessi, gestito ad oggi prevalentemente tramite siti web, numeri verdi o sportelli fisici, soggetti a tempi di attesa, orari limitati e difficoltà di accesso alle informazioni.

In questo contesto gli operatori si trovano spesso a dover gestire richieste ripetitive, con picchi legati alla stagionalità e una conoscenza aziendale frammentata tra fonti diverse, che allunga i tempi medi di gestione e aumenta il rischio di errore. A ciò si aggiunge il tema dell’inclusività linguistica: nei territori a forte vocazione turistica o con una significativa presenza di stranieri, garantire un supporto multilingue è ormai indispensabile.

Per rispondere a queste esigenze, DNA Ambiente ha sviluppato un ecosistema integrato di soluzioni digitali, capace di rendere più efficiente il rapporto con l’utenza grazie all’impiego di WISE, un software di intelligenza artificiale sviluppato ad hoc per i processi ambientali. A differenza di un chatbot generico, WISE viene addestrato solo sulla documentazione fornita dal Comune e dal Gestore, conserva i dati su server europei, per garantire la massima sicurezza informatica, ed è sviluppato per minimizzare il rischio di risposte plausibili ma errate. Con queste cautele, la piattaforma è in grado da un lato di supportare gli operatori del contact center e dall’altro di assistere gli utenti, interagendo con loro in linguaggio naturale 24/7 e in 27 lingue: tutti gli idiomi europei, più arabo, cinese e russo. Nel primo caso, WISE

ottimizza il modulo software “Contact Center”, disponibile all’interno della suite gestionale ECOS4UTILITY, fornendo un assistente personale che analizza le richieste ricevute, in qualsiasi lingua siano espresse, e suggerisce rapidamente le risposte, attingendo solo ai contenuti approvati. L’AI quindi non sostituisce, ma affianca gli operatori, che possono usare, modificare o ignorare i suggerimenti, riducendo il tempo medio di gestione delle richieste e garantendo standard di servizio più uniformi sull’intero team. L’ecosistema DNA Ambiente ha integrato WISE anche all’interno dell’app Junker, che in più di 3mila Comuni italiani rappresenta per

i cittadini il punto di accesso unico alle informazioni e ai servizi ambientali. Da questa integrazione è nato un nuovo servizio, Junker Assistant, che dà agli amministratori locali e ai Gestori interessati la possibilità di offrire un’assistenza inclusiva, sempre disponibile e personalizzata in base alle regole del territorio in cui l’utente si trova al momento della richiesta. In qualsiasi orario e in qualsiasi giorno della settimana, il cittadino o il turista può porre domande in modalità chat di testo o tramite audio, nella propria madrelingua, ottenendo risposte accurate e contestualizzate. In uno scenario normativo in cui trasparenza, efficienza operativa e soddisfazione dell’utenza sono sempre più centrali, è necessario innovare il rapporto col territorio. Senza l’adozione di strumenti adeguati, il rischio è lasciare senza risposta una parte importante della comunità, con inevitabili ricadute sulla qualità della raccolta e sulla soddisfazione del servizio.

www.dna-ambiente.it

KOMPOST CITY: tecnologie innovative per il compostaggio

KOMPOST CITY è un marchio registrato di City Net Ecologia & Ambiente Srl, azienda specializzata nella progettazione, distribuzione e gestione di sistemi avanzati per il compostaggio di comunità. Le soluzioni sviluppate consentono il trattamento della frazione organica per quantitativi compresi tra 11 e 3.000 tonnellate annue e sono destinate a:

■ comuni di piccole e medie dimensioni e territori insulari minori;

■ servizi collettivi come mense, istituti scolastici, imprese, basi militari e supermercati;

■ realtà produttive del comparto industriale e agroalimentare;

■ strutture turistico-ricettive, tra cui alberghi, villaggi vacanze e campeggi. Grazie a un consolidato know-how tecnico e a competenze ingegneristiche specialistiche, l’azienda sviluppa sistemi all’avanguardia per la raccolta e la valorizzazione della frazione organica. KOMPOST CITY propone soluzioni caratterizzate da elevata competitività sia sotto il profilo economico sia sotto quello tecnologico, supportate da un servizio di assistenza rapido e altamente qualificato.

L’azienda

City Net Ecologia & Ambiente Srl opera con le certificazioni SOA OS14, ISO 9001, ISO 14001 e ISO 45001 e ha strutturato la propria attività su tre aree strategiche complementari. La divisione progettazione e costruzione realizza impianti di compostaggio di prossimità, locale e di comunità per rispondere alle diverse esigenze del territorio.

L’area commerciale offre consulenza specializzata per la progettazione, la

fornitura e l’implementazione di soluzioni e tecnologie dedicate alla gestione avanzata dei rifiuti. Il settore manutentivo, supportato da una flotta di cinque officine mobili e da una sede operativa di 4.000 mq, garantisce assistenza tecnica, manutenzione e gestione delle compostiere elettromeccaniche, anche attraverso sistemi di controllo remoto.

I vantaggi della tecnologia

KOMPOST CITY

Uno degli elementi distintivi dei sistemi proposti è l’assenza della triturazione della frazione organica in ingresso. Questa scelta progettuale permette di limitare la dispersione dei materiali non idonei eventualmente presenti nel rifiuto e favorisce una migliore ossigenazione della massa durante il processo. Inoltre, contribuisce a prevenire fenomeni di compattamento che potrebbero generare fermentazioni anaerobiche e la formazione di gas indesiderati. Un altro punto di forza è rappresentato dall’eliminazione di organi meccanici rotanti all’interno della camera

di compostaggio. L’impiego di una camera cilindrica rotante priva di apparati interni in movimento semplifica la struttura dell’impianto e riduce il rischio di blocchi o guasti causati dalla presenza di corpi estranei. Particolare attenzione è stata dedicata anche al controllo del processo di compostaggio.

Il sistema brevettato di insufflazione automatica di aria calda all’interno del reattore consente di monitorare e regolare costantemente parametri fondamentali come temperatura, umidità e concentrazione di CO2, O2 e CH4, garantendo condizioni operative stabili e ottimizzate. I biocompostatori KCE sono infine progettati per operare in modo completamente automatizzato e richiedono esclusivamente il caricamento della frazione organica in ingresso.

L’elevata efficienza del processo consente di ridurre il volume del rifiuto trattato fino all’80%, con evidenti vantaggi dal punto di vista gestionale e logistico.

www.city-net.it

Le EcoIsole intelligenti: la rivoluzione tecnologica di ID&A nella

gestione dei rifiuti

L’abbandono dei rifiuti e le difficoltà nella raccolta differenziata rappresentano oggi una delle principali criticità ambientali e civiche delle città moderne. Per contrastare degrado urbano, inefficienze e bassi livelli di riciclo, le amministrazioni locali sono sempre più orientate verso soluzioni tecnologiche innovative. In questo scenario si distingue ID&A S.r.l. di Brescia, azienda specializzata nello sviluppo di sistemi avanzati per la gestione dei rifiuti, che propone EcoIsola-URBAN: una ecoisola informatizzata progettata per coniugare efficienza, sicurezza e integrazione urbana.

Pensata per contesti di pregio come centri storici, aree residenziali e zone turistiche, EcoIsola-URBAN unisce design moderno ed elevata robustezza. La struttura, interamente realizzata in acciaio inox, garantisce resistenza meccanica, igiene e protezione dagli agenti atmosferici. Le superfici prive di spigoli vivi e la piastra di conferimento inclinata a 30° assicurano ergonomia, sicurezza e una facile lettura dei sistemi elettronici integrati. Ogni modulo, dalle dimensioni compatte di 85 x 90 x 130 cm, ospita un carrellato standard da 360 litri. Il cuore tecnologico dell’impianto è il dispositivo HORUS-IDQS. Il sistema consente il riconoscimento dell’utente tramite tessera RFID o app dedicata; una volta autorizzato l’accesso, il flap di conferimento si sblocca automaticamente e si richiude con sistema soft closing dopo il deposito del rifiuto. L’interfaccia è intuitiva e universale:

un display OLED multilingua guida l’utente durante tutte le fasi del conferimento, mentre segnali luminosi e acustici forniscono un riscontro immediato. Il LED verde con bip singolo conferma l’operazione corretta; LED rosso e segnale multiplo indicano invece eventuali errori.

Le EcoIsole intelligenti permettono di contrastare concretamente l’abbandono dei rifiuti grazie alla tracciabilità degli accessi e all’identificazione dei conferitori fino a cinque livelli di utenza, rendendo possibile anche l’applicazione della tariffazione puntuale. Inoltre, il sistema ottimizza i flussi di raccolta attraverso dispositivi autonomi alimentati da batterie a lunga durata, dotati di GPS e trasmissione dati alla piattaforma gestionale. Inoltre, vengono inviati automaticamente avvisi relativi al

riempimento dei contenitori, anomalie termiche, incendi o batterie scariche, consentendo interventi tempestivi e una gestione più efficiente del servizio.

È presente anche la funzione “Santo Patrono”, che consente l’apertura libera senza tessera in occasione di eventi, festività o durante la fase iniziale di attivazione del servizio.

EcoIsola-URBAN rappresenta quindi una soluzione concreta e innovativa per migliorare la raccolta differenziata, ridurre il degrado urbano e promuovere comportamenti sostenibili. Grazie all’unione tra tecnologia, controllo e integrazione estetica nell’arredo urbano, ID&A S.r.l. offre una risposta efficace alle moderne sfide ambientali.

www.ideabs.com/it/

inSerTo T

IGIENE URBANA

TERZA PAGINA

Centri raccolta rifiuti

TARI e TICSER

Decarbonizzazione

Mancanza di personale

GESTIONE

Il FVOE

Biocarburanti

Best practice

Economia circolare

SCENARI

40 anni di UNI

Regolamento imballaggi

Smaltimento rifiuti speciali

Takahashia Japonica

Crisi climatica

TECNOLOGIE

Multiutility virtuale

Il suolo

Il Decreto 26 marzo 2026 tra chiarimenti operativi e nuove funzioni gestionali dei centri di raccolta dei rifiuti urbani (CCR)

Il nuovo Decreto sui CCR

Dopo un lungo periodo di applicazione della disciplina introdotta dal DM 8 aprile 2008, successivamente corretta e integrata dal DM 13 maggio 2009, il Decreto del Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica del 26 marzo 2026 (G.U. Serie Generale, n. 98 del 29 aprile 2026) “Disciplina dei centri di raccolta dei rifiuti urbani raccolti in modo differenziato” interviene a ridisegnare in modo organico la regolamentazione dei centri di raccolta comunali e intercomunali (CCR). Il Decreto conferma i CCR come presidio del conferimento differenziato, ma ne definisce con maggiore chiarezza gli elementi gestionali. Le molte novità non introducono in realtà nuove modalità, ma semmai forniscono copertura normativa a prassi operative già diffuse e consolidate. Questo comporterà che gli adeguamenti da attuare da parte dei Comuni – previsti entro massimo 12 mesi dall’entrata in vigore del Decreto – non potranno limitarsi a un aggiornamento formale degli atti, ma richiederanno anche una verifica complessiva di regolamenti, layout, procedure, personale, sistemi informativi, cartellonistica e rapporti con gli impianti di destino. È in questa prospettiva che la nuova disciplina si tradurrà in procedure più chiare di gestione e più coerenti con l’evoluzione del servizio pubblico di igiene urbana.

La nuova impostazione: flessibilità e modernità È già l’articolo 1 del Decreto a far intravedere il cambio di impostazione: nella definizione delle attività svolte all’interno del centro di raccolta non viene più riproposto l’avverbio “unicamente”, che nel DM 8 aprile 2008 aveva il compito di circoscrivere le attività svolgibili e il centro era descritto come area presidiata e allestita “ove si svolge unicamente attività di raccolta”. Il nuovo Decreto supera questa impostazione e riconduce espressamente alcune funzioni ormai consolidate nella pratica gestionale: le aree di trasbordo, disciplinate dall’art. 2, comma 9, e gli spazi dedicati al riutilizzo, alla prevenzione della produzione di rifiuti e al deposito preliminare dei rifiuti destinati alla preparazione per il riutilizzo, previsti dall’art. 7 che consente di prevedere, all’interno dei centri di raccolta, spazi per l’esposizione temporanea di beni usati e funzionanti destinati allo scambio tra privati, aree per la raccolta di beni da avviare al riutilizzo e zone separate per il deposito preliminare dei rifiuti destinati alla preparazione per il riutilizzo. La previsione non è del tutto innovativa ma si pone in continuità con il DM 7 aprile 2025 (aggiornamento dei Criteri Ambientali Minimi o CAM per l’affidamento del

servizio raccolta e trasporto dei rifiuti urbani e spazzamento stradale), che aveva già ammesso la collocazione di aree per la preparazione per il riutilizzo e di centri per il riuso all’interno o in adiacenza ai centri di raccolta, ove gli spazi lo consentissero. Un ulteriore punto di contatto con i CAM emer-

ge sul tema della localizzazione dei centri, che, nel solco della prevenzione del consumo di suolo, nel Decreto prevede come soluzione preferibile l’utilizzo di capannoni preesistenti e non utilizzati, nella disponibilità della Stazione Appaltante, per l’allestimento di nuovi centri di raccolta, centri di preparazione per il riutilizzo e centri del riuso. Un ulteriore elemento di aggiornamento riguarda il superamento del riferimento ai rifiuti “assimilati”, ancora presente nel DM 8 aprile 2008, con una definizione coerente con il quadro normativo, ridefinito dopo il D.Lgs. 116/2020, con una ricaduta operativa immediata: regolamenti, procedure di accesso e cartellonistica dovranno anch’essi essere aggiornati, abbandonando formule legate all’assimilazione e distinguendo con maggiore precisione utenze ammesse e rifiuti effettivamente conferibili.

Il ruolo degli EGATO e dei

Comuni: la centralità del Regolamento

Assume rilievo il ruolo degli EGATO o, in loro assenza, dei Comuni: il nuovo Decreto non si limita infatti a individuare, nell’Allegato 1, il perimetro delle tipologie di rifiuti conferibili, ma rimette alla regolazione locale la concreta organizzazione del centro, le modalità di accesso e la selezione dei rifiuti effettivamente ammessi. L’elenco nazionale non va quindi letto come obbligo generalizzato di ricevere tutte le frazioni indicate, ma come cornice entro la quale l’Ente competente deve operare una scelta coerente con le caratteristiche del sito, gli spazi disponibili, la capacità gestionale, i vincoli logistici e le esigenze dell’utenza servita. Il regolamento locale diventa, in questa prospettiva, uno snodo applicativo essenziale: è attraverso tale atto che EGATO o Comuni definiscono chi può accedere al centro,

quali rifiuti possono essere conferiti, entro quali limiti e secondo quali modalità di identificazione, registrazione e controllo.

Le altre novità: conferitori, personale, rifiuti abbandonati e rifiuti C&D

Nella stessa direzione di novità si inserisce l’ampliamento dei soggetti ammessi al conferimento: il Decreto consente l’accesso ai centri di raccolta anche alle Associazioni di protezione ambientale riconosciute, per i rifiuti raccolti in aree pubbliche nell’ambito di campagne volontarie di pulizia da esse promosse. La previsione è significativa perché collega il centro di raccolta non solo alla gestione ordinaria dei conferimenti, ma anche alle attività di cura del territorio e di recupero del decoro urbano. Il Decreto interviene poi sul tema del personale, confermando un obbligo già presente nella disciplina previgente, ma rafforzandone il contenuto: viene infatti richiesto un maggior grado di specializzazione, in particolare per la gestione dei RAEE rendendo più chiaro che il presidio del centro richiede competenze operative adeguate ai rischi e alle modalità di movimentazione dei diversi flussi. Tra le novità più concrete vi è anche la disciplina dei rifiuti abbandonati: il Decreto chiarisce che tali rifiuti possono essere conferiti al centro dal Gestore del servizio pubblico o da altro soggetto individuato dal Comune e incaricato della rimozione. La previsione è utile perché raccorda la gestione del centro con le attività di recupero dei rifiuti rinvenuti sul territorio, evitando incertezze sulla loro destinazione una volta rimossi ma affinché il conferimento non diventi indistinto serve sia accompagnato da corretta qualificazione del materiale, separazione delle frazioni e successivo avvio a recupero o smaltimento. Merita infine un passaggio specifico la disciplina dei rifiuti da costruzione e demolizione derivanti da piccoli interventi domestici.

Il nuovo decreto ne esplicita meglio l’ammissibilità, ma entro limiti precisi: resta escluso il conferimento di rifiuti prodotti da attività d’impresa e l’accesso è consentito solo nei centri dotati di spazi adeguati, senza pregiudicare il regolare funzionamento del servizio per i rifiuti urbani ordinariamente conferiti. Non meno rilevante è la previsione sulle modalità di deposito, con contenitori dotati di copertura impermeabile, al fine di proteggere i materiali dalle acque meteoriche e contenere la dispersione di polveri.

Deposito e tracciabilità

La maggiore attenzione alla gestione operativa emerge anche nella disciplina del deposito e della tracciabilità. Quanto al deposito, il Decreto 2026 conferma il limite ordinario dei tre mesi, già introdotto dal DM 13 maggio 2009, ma lo articola in modo più puntuale, prevedendo soglie volumetriche alternative e termini specifici per alcune frazioni. Il deposito non può superare i tre mesi indipendentemente dalla quantità, oppure i 30 metri cubi per i rifiuti non pericolosi e i 10 metri cubi per i rifiuti pericolosi, fermo restando il limite massimo annuale. Sono poi previsti termini più brevi per i rifiuti biodegradabili di cucine, mense e mercati, per l’indifferenziato, per i prodotti assorbenti per la persona e per i rifiuti biodegradabili di

parchi e giardini. Il Decreto 2026 non si limita a confermare un termine generale, ma introduce una regolazione più articolata per quantità e per tipologie di rifiuto. Anche sul piano documentale la tracciabilità non nasce con il Decreto 2026, perché il DM 2008/2009 prevedeva già schede e procedure di contabilizzazione dei flussi. La novità sta nella maggiore sistematicità della disciplina: il nuovo Decreto conferma il registro di carico e scarico per i soli rifiuti pericolosi, regola le schede per i conferimenti delle utenze non domestiche e per i rifiuti in uscita, e chiarisce il rapporto con il FIR. Particolarmente rilevante è la precisazione secondo cui la scheda dell’Allegato 3 è sostituita dal formulario solo quando il soggetto sia effettivamente tenuto alla sua compilazione evitando duplicazioni documentali e, al tempo stesso, si mantiene la tracciabilità dei flussi in uscita.

Un nodo irrisolto: la gestione delle acque

Un profilo che resta invece irrisolto riguarda la gestione delle acque meteoriche e delle acque provenienti dalle zone di raccolta dei rifiuti. Il riferimento agli “idonei sistemi di raccolta e gestione delle acque” compare, con formulazioni sostanzialmente analoghe, sia nella disciplina previgente sia nel nuovo Decreto. Tuttavia, a differenza di

altri aspetti oggi meglio chiariti, questo tema continua a lasciare un margine interpretativo significativo. Nella pratica, non si tratta di un dettaglio tecnico secondario. La corretta qualificazione delle acque, la distinzione tra acque di prima e seconda pioggia, acque potenzialmente contaminate e acque provenienti dalle aree di deposito può incidere in modo rilevante sulla progettazione, sull’autorizzazione e sulla gestione ordinaria del centro. Una lettura eccessivamente semplificata rischia di sottodimensionare i presidi ambientali; al contrario, un’interpretazione troppo estensiva può comportare richieste impiantistiche onerose o non proporzionate alla reale configurazione del centro. Il nodo resta quindi delicato: il nuovo Decreto conferma l’obbligo di dotarsi di “sistemi idonei”, ma non scioglie pienamente il tema di quali soluzioni debbano ritenersi adeguate nei diversi contesti operativi.

Conclusioni

Il nuovo provvedimento non si limita ad aggiornare singole prescrizioni tecniche, ma riorganizza l’intero impianto della disciplina, incidendo su profili centrali per la gestione del servizio: le condizioni di funzionamento dei centri, il ruolo degli Enti competenti e dei Gestori, il regime di realizzazione e adeguamento, le modalità di conferimento, la tracciabilità dei flussi e l’elenco delle tipologie di rifiuti ammesse. Ne deriva un quadro regolatorio più aderente all’attuale nozione di rifiuto urbano e all’evoluzione concreta dei servizi di raccolta differenziata, che porta a livello normativo modalità operative già ampiamente consolidate nella gestione dei centri di raccolta. Il vantaggio è evidente: attività e soluzioni organizzative fino ad oggi applicate nella pratica vengono ora ricondotte a una disciplina espressa, riducendo gli spazi di incertezza interpretativa e il rischio di letture difformi o eccessivamente restrittive della norma.

UN SOLO SOFTWARE PER UN LAVORO CHE NON È MAI UGUALE.

Basta carta in cabina e doppia digitazione in ufficio. Le commesse si autogenerano dal lavoro sul campo, pronte per la fatturazione.

Commessa e formulario nella stessa schermata.

L'operatore avvia e chiude entrambe le procedure da un unico strumento.

Normativa sotto controllo, anche se sei produttore, trasportatore e destinatario insieme.

Fatturazione collegata al lavoro reale, non ricostruita a fine mese da fogli sparsi e memoria.

Mezzi, operatori, manutenzioni e scadenze in un'unica regia, — niente più "liberi battitori".

NON SERVE CAMBIARE IL TUO SATELITTARE! Integrato con sistemi GPS di terze parti

TUTTA LA POTENZA DEL DIGITALE, SENZA ATTRITO PER CHI LAVORA SUL CAMPO.

COMMESSE AUTOGENERATE: nessun cambio di abitudini sul campo, fatturazione senza ricostruzioni a posteriori

NON SOLO VEICOLI E MACCHINE OPERATRICI!

TARI e TICSER: la svolta verso la tariffa pentanomia

diAttilioTornavacca,DGESPERSocietàBenefitedAlessioCiacci,Pres.ACSELedAUMinervaScarl

nel biennio 2026-2027 gli enti locali sono chiamati a prepararsi alla rivoluzione del TiCSer . Tra simulazioni, nuove componenti tariffarie e obblighi di misurazione puntuale, la riforma arera introduce criteri più equi, trasparenti e coerenti con l’economia circolare.

Con deliberazione 396/2025/R/ RIF del 5 agosto 2025, l’Autorità di Regolazione per energia Reti e Ambiente (ARERA) ha approvato il Testo Integrato Corrispettivi Servizio Gestione Rifiuti (TICSER). Si tratta di una vera e propria riforma nel settore dei rifiuti, strettamente connessa con il nuovo Metodo Tariffario Rifiuti (MTR-3), approvato con la deliberazione ARERA 397/2025/R/RIF del 5 agosto 2025, che regola il periodo 2026-2029. L’iniziativa vede la luce dopo un’intensa attività di riordino, intrapresa da ARERA per rispondere all’esigenza di allineare la tariffazione nazionale agli standard ambientali e di trasparenza dettati dall’Unione Europea.

Un cambio di paradigma

Per decenni, la tassa sui rifiuti è stata percepita come un tributo legato al possesso di un immobile. Adesso, si realiz-

za un cambio di paradigma: il corrispettivo da versare per il servizio di gestione integrata dei rifiuti si dovrà correlare al comportamento dell’utente, nonché alla destinazione finale dei rifiuti. Recependo il noto principio di matrice europea “chi inquina paga” – (art.14 della direttiva 2008/98/CE) – secondo cui i costi della gestione dei rifiuti sono sostenuti dal produttore iniziale o dai detentori del momento o dai detentori precedenti dei rifiuti, la tariffazione premia i comportamenti virtuosi e penalizza quelli meno rispettosi dell’ambiente.

Come è composto il nuovo TICSER

Con il TICSER, la piramide ambientale si trasforma in una piramide economica: più ci si allontana dalla base (smaltimento) e si sale verso la vetta (prevenzione), più il sistema diventa sostenibile sia per l’ambiente che per

i cittadini. Pertanto, la struttura della tariffazione, risentendo del ciclo della gestione dei rifiuti, si modifica e si articola in 5 componenti (struttura pentanomia), le cui voci sono:

∑ T(DEC) – è la componente tariffaria legata al servizio di “Decoro urbano”, che presenta caratteristiche riconducibili ai c.d. servizi indivisibili di godimento collettivo che non possono essere forniti e remunerati individualmente;

∑ T(ACS) – è la componente tariffaria di “Accesso al servizio”, messo potenzialmente a disposizione dell’utenza, in termini di mezzi, infrastrutture e organizzazione, consentendone l’effettivo utilizzo qualora ne manifesti l’esigenza;

∑ T(RAC) – è la componente tariffaria di “Raccolta e Trasporto dei rifiuti urbani” per lo svolgimento delle attività di raccolta e trasporto sia delle frazioni differenziate sia del rifiuto urbano residuo;

∑ T(REC) – è la componente tariffaria di “ Trattamento e Recupero ” relativa alle attività finalizzate al conferimento in impianti di riciclaggio per il recupero di materia, nonché, per il rifiuto residuo e gli scarti non riciclabili, in impianti di incenerimento con recupero energetico o presso impianti produttivi, quali cementifici o centrali termoelettriche, per l’utilizzo all’interno del ciclo produttivo in alternativa a combustibili, tenendo conto anche del contributo dei proventi della vendita di materiale ed energia derivante da rifiuti e dei ricavi derivanti dai corrispettivi riconosciuti dai sistemi collettivi di compliance agli obblighi di responsabilità estesa del produttore, come definiti ai sensi del metodo tariffario pro tempore vigente, incluse altresì eventuali componenti di ricavo diverse da quelle relative al servizio integrato

di gestione dei rifiuti urbani effettuato nell’ambito di affidamento e riconducibili ad altri servizi effettuati avvalendosi di asset e risorse del servizio del ciclo integrato, ai sensi del metodo tariffario pro tempore vigente;

∑ T(SMAL) – è la componente tariffaria di “Trattamento e Smaltimento” relativa alle attività volte all’operazione di smaltimento finale in discarica o in impianti di incenerimento senza recupero di energia.

Due delle suddette voci dovranno essere considerate quale quota fissa e le residue tre quale quota variabile.

• Le voci della tariffa di parte fissa riguardano il decoro urbano, per intenderci “la pulizia delle città” e l’accesso al servizio.

• Le tre componenti di parte variabile, invece, attengono alla raccolta e trasporto dei rifiuti urbani, al trattamento e recupero, al trattamento e allo smaltimento e sono direttamente collegate con l’applicazione della gerarchia dei rifiuti.

ARERA ha inquadrato il TICSER in una prospettiva strategica di lungo periodo, con obiettivi chiave:

• Trasparenza: le componenti consentono di mostrare in maniera chiara come vengono impiegate le risorse tariffarie.

• Equità: migliorare il bilanciamento della ripartizione tra utenze domestiche e non domestiche.

• Efficienza: riconoscimento dei soli costi efficienti, incentivando i gestori a contenere la spesa.

• Economia circolare: rafforzare le politiche di riduzione, differenziazione e recupero dei rifiuti.

• Tariffazione puntuale (pay-as-youthrow): spinta progressiva verso sistemi che commisurano la tariffa all’effettiva produzione di rifiuti. Attualmente, in Italia, il regime di TARI tributo presuntiva risulta predominante, l’82% in termini di popolazione servita, con la TARI tributo binomia quale forma di prelievo prevalente.

2028: obbligo di sistemi di misurazione puntuale del rifiuto urbano residuo

A partire dal 1° gennaio 2028 tutti i Comuni, indipendentemente dal regime di tariffazione applicato, avranno l’obbligo, nelle nuove procedure di affidamento del servizio di gestione dei rifiuti urbani, di prevedere l’integrazione di sistemi di misurazione/ contabilizzazione puntuale del rifiuto urbano residuo, secondo le modalità previste dall’art.6 del decreto del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare 20 aprile 2017.

Sebbene la riforma diventi quindi operativa a livello nazionale dal 2028, l’attività da sviluppare nel biennio 2026-2027 risulta particolarmente importante per facilitare la transizione all’applicazione della nuova tariffa pentanomia dal 2028, soprattutto per le categorie di utenze non domestiche che potrebbero altrimenti subire scostamenti molto elevati sia in aumento che in diminuzione da un anno all’altro. Il biennio 2026-27 andrebbe quindi utilizzato quale fase transitoria in cui le opportune variazioni dell’attuale articolazione della tariffa binomia (sia in aumento che in diminuzione) dovrebbero essere progressivamente attuate in base alla necessaria attività di simulazione applicativa al fine di governare e prevenire significativi squilibri e valutare gli effetti redistributivi. Per simulare l’applicazione del TICSER non esiste ancora un tool pubblico e unificato a disposizione delle pubbliche amministrazioni ed invece sarebbe assai opportuno che strumenti di questo tipo potessero essere messi a disposizioni degli Enti Territorialmente Competenti da parte di ARERA (eventualmente in collaborazione con IFEL, la fondazione di ANCI) al fine di valutare i futuri impatti sulle diverse categorie di utenza utilizzando i modelli di calcolo previsionali.

Decarbonizzazione industriale: quattro linee guida per una transizione sostenibile e competitiva

diMicheleNoera,Sustainability&EnergyTransitionManagerdiLucart

La decarbonizzazione dell’industria europea sta entrando in una fase decisiva. Dopo alcuni anni in cui l’attenzione si è concentrata sulla definizione di obiettivi climatici e impegni di riduzione delle emissioni, oggi la sfida riguarda soprattutto la loro attuazione concreta: trasformare strategie e target in investimenti, tecnologie e modelli produttivi capaci di coniugare sostenibilità ambientale e competitività industriale. In questo passaggio, il quadro normativo europeo – dal Green Deal ai pacchetti Fit for 55 e REPowerEU – svolge un ruolo sempre più prescrittivo, orientando in modo diretto le scelte industriali e i piani di investimento delle imprese.

Le complessità del sistema produttivo italiano

Per il sistema produttivo italiano questo percorso presenta alcune complessità specifiche. Il contesto energetico nazionale è infatti caratterizzato da costi dell’energia elettrica storicamente più elevati rispetto ad altri paesi europei, una condizione che negli ultimi decenni ha orientato molte imprese energivore verso soluzioni basate sulla cogenerazione a gas, capaci di garantire efficienza e stabilità dei costi.

Il cambiamento del quadro regolatorio

Questo assetto, nato in una fase in cui l’efficienza energetica rappresentava il principale obiettivo di policy, si confronta con un quadro regolatorio profondamente mutato, che incentiva la progressiva uscita dalle fonti fossili. Oggi, però, il rafforzamento delle politiche europee, a partire dall’evoluzione dell’Emission Trading System, rende inevitabile una progressiva riduzione della dipendenza dai combustibili fossili. L’aumento del prezzo della CO2, l’estensione dell’ETS a nuovi settori e l’introduzione di strumenti come il Carbon Border Adjustment Mechanism incidono direttamente sui costi industriali e sulle strategie di localizzazione delle produzioni, rendendo la decarbonizzazione una leva anche di competitività internazionale.

La dimensione geopolitica della transizione energetica

A questo quadro si aggiunge anche una crescente dimensione geopolitica della transizione energetica. Negli ultimi anni, le tensioni internazionali e le crisi che hanno interessato i mercati dell’energia, dalla guerra in Ucraina alla conseguente ridefinizione delle rotte di approvvigionamento del gas in Europa, hanno chiarito quanto la sicurezza energetica rappresenti un fattore strategico per la competitività industriale.

La volatilità dei prezzi energetici

La forte volatilità dei prezzi registrata negli ultimi anni ha infatti inciso in modo significativo sui costi di produzione di molte filiere energivore, mettendo in luce la vulnerabilità dei sistemi produttivi fortemente dipendenti dalle importazioni di combustibili fossili. In questo contesto, la decarbonizzazione assume una valenza che va oltre la dimensione climatica, diventando parte integrante delle strategie di autonomia, sicurezza e resilienza energetica dell’Unione europea.

La transizione europea

In diversi paesi europei questa trasformazione si sta traducendo in una crescente elettrificazione dei processi industriali, favorita da mercati dell’energia più competitivi e da una maggiore disponibilità di elettricità rinnovabile. Tecnologie come pompe di calore industriali, caldaie elettriche e sistemi di accumulo termico sono sempre più supportate da politiche pubbliche e meccanismi di incentivo che ne accelerano l’adozione.

La transizione italiana: una traiettoria più graduale

In Italia, la transizione tende invece ad assumere una configurazione più graduale. Per molte filiere produttive il percorso verso la neutralità climatica passerà attraverso una fase intermedia in cui il gas fossile verrà progressivamente sostituito da vettori energetici rinnovabili come biometano e idrogeno, tecnologie promettenti ma ancora non disponibili su larga scala.

Queste soluzioni, sostenute da specifici strumenti normativi e finanziari a livello europeo e nazionale, richiedono tuttavia tempi di sviluppo infrastrutturale e condizioni di mercato ancora in fase di definizione. In questo scenario, la decarbonizzazione dell’industria non può essere affrontata come un processo lineare o esclusivamente tecnologico. Richiede piuttosto una visione sistemica e alcune condizioni abilitanti che consentano alle imprese di pianificare investimenti industriali nel lungo periodo. Stabilità regolatoria, chiarezza sugli obiettivi di medio-lungo termine e coerenza tra politiche climatiche, industriali ed energetiche rappresentano fattori determinanti per ridurre il rischio degli investimenti.

Infrastrutture energetiche e integrazione dei mercati europei

Una prima dimensione riguarda il quadro energetico e infrastrutturale. Accelerare la transizione richiede investimenti significativi nelle reti elettriche, nello sviluppo delle fonti rinnovabili e nelle infrastrutture energetiche che sosterranno i sistemi produttivi dei prossimi decenni.

Una maggiore integrazione dei mercati europei dell’energia, supportata anche da strumenti digitali per la gestione intelligente delle reti, potrebbe dunque contribuire a ridurre le distorsioni di prezzo tra Paesi.

Efficienza energetica e digitalizzazione dei processi industriali

Un secondo ambito riguarda l’efficienza energetica e la gestione delle risorse. Nel breve periodo, una parte importante delle riduzioni di emissioni può continuare a derivare da interventi già ampiamente sperimentati: miglioramento dell’efficienza degli

impianti, riduzione degli sprechi energetici e maggiore ricorso all’autoproduzione da fonti rinnovabili.

In questo contesto, soluzioni digitali come sistemi di monitoraggio in tempo reale, digital twin degli impianti e applicazioni di intelligenza artificiale per l’ottimizzazione dei consumi stanno diventando leve sempre più rilevanti.

Misurazione delle emissioni e nuovi standard di trasparenza

Un terzo elemento riguarda la misurazione delle emissioni e la definizione di obiettivi climatici credibili. Iniziative come la Science Based Target Initiative stanno contribuendo a diffondere approcci sempre più rigorosi alla definizione dei target aziendali. A ciò si affiancano i nuovi obblighi di rendicontazione introdotti dalla Corporate Sustainability Reporting Directive, che rafforzano il ruolo dei dati, della tracciabilità e della trasparenza nei processi decisionali aziendali.

Il ruolo strategico delle filiere industriali

Infine, un ruolo decisivo è giocato dal coinvolgimento dell’intera filiera. Per molte realtà industriali, la quota più rilevante delle emissioni è legata alle attività della catena del valore. Strumenti digitali di tracciabilità, piattaforme di scambio dati e standard condivisi permettono di affrontare in modo più strutturato le emissioni indirette e di costruire obiettivi climatici comuni lungo la filiera.

Economia circolare e trasformazione dei modelli produttivi

In questa prospettiva, anche le scelte legate ai modelli produttivi e alle materie prime possono contribuire in modo significativo alla riduzione dell’impatto climatico. L’adozione di approcci basati sull’economia circolare – dalla valorizzazione delle materie seconde alla riduzione degli sprechi lungo il ciclo produttivo – rappresenta infatti una leva sempre più importante. La digitalizzazione dei flussi di materiali e l’analisi dei dati lungo il ciclo di vita dei prodotti consentono di amplificare gli effetti di queste strategie.L’esperienza di molte aziende dimostra come la decarbonizzazione sia oggi un processo che coinvolge persone, competenze e filiere produttive. Non si tratta soltanto di introdurre nuove tecnologie, ma di ripensare progressivamente modelli energetici e organizzativi in una prospettiva di lungo periodo. Competenze digitali, capacità di gestione del cambiamento e nuovi profili professionali diventano parte integrante della transizione. Se accompagnata da politiche energetiche coerenti, investimenti infrastrutturali e una crescente collaborazione tra imprese, la transizione verso un’economia a basse emissioni può diventare non solo una necessità ambientale, ma anche un fattore di innovazione e competitività per il sistema industriale europeo.

Chi raccoglierà i nostri rifiuti?

diSergioCapelli

il tema occupazionale è diventato centrale nel settore dell’igiene urbana. operatori sempre più anziani, malattie professionali e usura, scarse possibilità di turnover e scarsa appetibilità dell’impiego rappresentano alcuni dei problemi che emergono. ne parliamo con gli a mministratori di tre società pubbliche italiane.

Dalle società di gestione della raccolta rifiuti arriva un allarme: esiste un problema legato al personale attualmente in servizio e, in alcuni casi, una difficoltà nel reperirne di nuovo. L’età media degli addetti alla raccolta supera spesso i 50 anni, l’impatto di malattie professionali a carico dell’apparato muscolo scheletrico (si tratta di un lavoro ad alta intensità di manodopera e ripetitivo), il tasso di assenteismo per malattie brevi non legate all’attività rischiano spesso di mettere in pericolo l’efficacia del servizio. In alcune aree del Paese si registra anche una difficoltà nel reperire nuova forza lavoro che possa compensare le uscite, volontarie o legate a pensionamenti. Il quadro sembra dunque essere problematico.

Ne parliamo con gli amministratori unici di tre aziende “virtuose”: l’avv. Giovanni Giaretti (Medio Novarese Ambiente SpA); l’ing. Aldo Iacomelli (AAMPS Livorno) e l’avv. Roberto Toscano (SANB SpA, Servizi Ambientali Nord Barese).

Qual è la situazione attuale del personale?

Giovanni Giaretti: “In Medio Novarese Ambiente l’età media dei dipendenti è oggi di circa 53 anni. Si tratta di un dato significativo, che riflette una tendenza comune a molte aziende del settore. La raccolta dei rifiuti è un’attività caratterizzata da un forte impegno fisico: movimentazione di contenitori, salita e discesa continua dai mezzi, lavoro all’aperto in tutte le condizioni

climatiche e ritmi operativi particolarmente intensi. Con l’avanzare dell’età aumentano inevitabilmente le problematiche legate all’usura fisica e alla necessità di adattare le mansioni alle condizioni dei lavoratori. Questo non significa minore professionalità, anzi. I nostri operatori possiedono competenze ed esperienza che rappresentano un patrimonio fondamentale per l’azienda. Tuttavia, è evidente che il settore deve interrogarsi su come rendere queste attività maggiormente sostenibili nel lungo periodo. In questo contesto stanno assumendo particolare interesse le nuove tecnologie ergonomiche. In diverse realtà italiane si stanno sperimentando esoscheletri progettati per supportare la movimentazione dei carichi e ridurre l’affaticamento musco-

lare durante le operazioni di raccolta. Si tratta di strumenti che, insieme alla crescente automazione dei mezzi e all’innovazione organizzativa, potranno contribuire a migliorare la qualità del lavoro e la tutela della salute degli operatori”.

Aldo Iacomelli:” La nostra organizzazione conta attualmente circa 421 lavoratori, di cui la grande maggioranza – quasi 400 – impegnati direttamente nelle attività operative di igiene urbana, mentre una quota residuale è impiegata nei servizi cimiteriali e in attività specialistiche come disinfestazione e derattizzazione. Il dato più rilevante riguarda l’età media, che si attesta intorno ai 55 anni. Si tratta di un valore elevato, che riflette una struttura anagrafica ormai sbilanciata verso le fasce più mature della popolazione aziendale. Questa condizione si lega strettamente alla natura del lavoro, che è caratterizzato da elevata intensità fisica e significativa usura nel tempo. Le attività di raccolta porta a porta, che costituiscono il cuore del servizio, implicano cicli ripetitivi di salita e discesa dai mezzi, movimentazione di contenitori e sollevamento di carichi. Le principali riticità infortunistiche riguardano

le articolazioni degli arti inferiori, in particolare le caviglie, durante le fasi di movimentazione dei cassonetti, e l’articolazione scapolo-omerale e la zona lombare per le attività che richiedono sollevamenti sopra il livello delle spalle. Nel medio-lungo periodo, questa esposizione determina un’incidenza significativa di malattie professionali, con conseguenti situazioni di inidoneità parziale o totale alla mansione operativa. Il problema principale diventa quindi la gestione di una quota crescente di lavoratori che, pur essendo ancora in età lavorativa, non possono più essere impiegati nelle attività più gravose. Le possibilità di ricollocazione interna esistono, ad esempio nella guida dei mezzi o in attività meno impegnative, ma non sono sempre sufficienti, anche in considerazione del fatto che alcune mansioni richiedono qualifiche specifiche come le patenti professionali. Nel complesso, la combinazione di età elevata, usura fisica e limitate opportunità di riallocazione rappresenta oggi una delle principali criticità gestionali del settore”.

Roberto Toscano: “La società opera come realtà a totale controllo pubblico nell’ARO Bari 1, elemento che incide

direttamente sulla gestione delle risorse umane. Pur avendo natura giuridica privata, è soggetta a regole pubblicistiche, soprattutto in materia di reclutamento, che devono garantire trasparenza e imparzialità nelle assunzioni. L’organico conta circa 250 dipendenti. L’età media complessiva è di circa 52 anni, ma si riduce a 43 anni considerando esclusivamente il personale assunto tramite i più recenti concorsi. Questo dato evidenzia un progressivo ringiovanimento della forza lavoro, grazie a un’intensa attività di reclutamento. L’azienda ha puntato molto sulla valorizzazione del personale, non solo sotto il profilo tecnico, ma anche relazionale. L’obiettivo è rafforzare il ruolo degli operatori come veri e propri rappresentanti del servizio pubblico sul territorio. Sono stati introdotti percorsi formativi mirati a migliorare la capacità di comunicazione con i cittadini, inclusi stranieri e turisti, anche attraverso corsi di lingua di base. Permangono tuttavia alcune criticità. Si registrano fenomeni di assenteismo legati a malattie di breve durata e un utilizzo talvolta improprio di strumenti come i permessi assistenziali. L’azienda interviene sia con sistemi incentivanti legati alla

Giovanni Giaretti, Medio Novarese
Ambiente SpA
Aldo Iacomelli, AAMPS LivornoRoberto Toscano, SANB SpA, Servizi Ambientali Nord Barese

produttività, sia, nei casi più gravi, con provvedimenti disciplinari anche incisivi. Nel complesso, il sistema risulta strutturato, ma richiede una continua azione di presidio per garantire correttezza e affidabilità dei comportamenti”.

Turnover: è facile trovare nuovo personale? Quali sono le eventuali difficoltà?

Giovanni Giaretti: “No, ed è una difficoltà che riguarda ormai tutto il comparto ambientale. Nel corso del 2025 abbiamo registrato alcune dimissioni volontarie e nei prossimi anni dovremo affrontare il naturale turnover legato ai pensionamenti. Il problema non è soltanto quantitativo ma anche qualitativo. Per svolgere molte delle attività operative è infatti necessario possedere specifiche qualifiche professionali, a partire dalla patente C e dalla Carta di Qualificazione del Conducente (CQC), indispensabili per la conduzione di numerosi automezzi utilizzati nei servizi di raccolta. Ottenere queste abilitazioni richiede tempo, formazione e investimenti economici. Di conseguenza il mercato offre un numero sempre più limitato di candidati già qualificati e le aziende si trovano spesso a competere tra loro per reperire autisti e operatori specializzati”.

Aldo Iacomelli: “Il tema del turnover presenta dinamiche articolate e, nel nostro caso specifico, meno critiche rispetto ad altre realtà nazionali. Recentemente abbiamo avviato procedure pubbliche per la creazione di graduatorie sia per operatori semplici sia per operatori qualificati, registrando una partecipazione significativa: circa 180 candidature per i ruoli operativi di base e una cinquantina per le figure con patente C e CQC. Questo dato indica che esiste ancora una disponibilità di manodopera interessata, soprattutto per le mansioni meno specializzate. La forma contrattuale adottata, tipica delle aziende pubbliche e regolata dal contratto di settore, rappresenta un

elemento di forte attrattività: garantisce stabilità, tutele e un quadro normativo chiaro, aspetti particolarmente apprezzati da una parte della forza lavoro. Le criticità emergono invece sulle figure specialistiche. In particolare, la disponibilità di autisti in possesso di patente C e certificazione professionale è limitata. Questa difficoltà è legata sia alla ridotta offerta di lavoratori con tali requisiti, sia alla concorrenza di altri settori – come il trasporto merci o persone – che possono offrire condizioni economiche più competitive o percorsi professionali alternativi. Un ulteriore elemento da considerare è la non piena disponibilità dei candidati selezionati: spesso le graduatorie devono essere utilizzate a scorrimento perché una parte dei soggetti, nel frattempo, ha trovato altre occupazioni o non è immediatamente disponibile. Infine, incide la componente stagionale del servizio, soprattutto in territori a vocazione turistica, che richiede assunzioni temporanee per far fronte ai picchi estivi. Questo comporta una gestione continua del reclutamento e della formazione. In sintesi, il turnover non costituisce oggi un’emergenza generalizzata, ma presenta criticità specifiche legate alle competenze richieste e alla continuità della disponibilità lavorativa”. Roberto Toscano: “Nel nostro contesto, non emergono particolari difficoltà nel reperimento di nuovo personale. I dati relativi alle selezioni pubbliche sono indicativi: oltre 3.000 candidature nel primo concorso e tra 600 e 700 nel più recente. Si tratta di numeri che confermano una forte attrattività del lavoro. Questo interesse è legato principalmente alla natura pubblica dell’azienda e alla stabilità contrattuale offerta. Il rispetto rigoroso dei contratti collettivi e delle norme di sicurezza rappresenta un elemento distintivo in un mercato del lavoro spesso caratterizzato da minori tutele. Il lavoro viene quindi percepito come affidabile e strutturato. Un ulteriore fattore positivo

è stata la scelta di ridurre drasticamente il ricorso al lavoro somministrato, sostituito con assunzioni tramite concorso. Questo ha consentito di consolidare l’organico, limitando le forme di lavoro flessibile alle sole esigenze straordinarie o sostitutive. Le criticità non riguardano tanto la disponibilità di candidati, quanto la gestione dei comportamenti nel tempo. In particolare, fenomeni di assenteismo o utilizzo improprio di istituti contrattuali incidono sull’efficienza. L’azienda affronta queste situazioni attraverso un sistema misto di controlli, sanzioni e incentivi alla produttività. In sintesi, il turnover è gestibile sotto il profilo quantitativo, mentre resta centrale la dimensione qualitativa del personale”.

Il modello attuale è sostenibile nel lungo periodo?

Giovanni Giaretti: “Da un lato assistiamo all’invecchiamento della forza lavoro e alla crescente difficoltà di reperire personale qualificato. Dall’altro dobbiamo confrontarci con un importante aumento dei costi operativi. Il recente rinnovo del CCNL Utilitalia Ambiente ha introdotto miglioramenti economici e normativi per i lavoratori, pienamente condivisibili e doverosi, ma che comportano per le aziende un significativo incremento del costo del

lavoro. Per Medio Novarese Ambiente l’impatto del rinnovo contrattuale costituisce una cifra rilevante per una società che opera in un settore ad alta intensità di manodopera. Per garantire la sostenibilità del servizio occorre quindi agire su più fronti. Innanzitutto, favorendo il ricambio generazionale attraverso percorsi formativi che consentano ai giovani di acquisire le qualifiche professionali necessarie, comprese patente C e CQC. In secondo luogo, investendo nell’innovazione tecnologica, nella meccanizzazione dei servizi e negli strumenti che consentono di ridurre l’usura fisica del lavoro. Anche la digitalizzazione dei processi e l’ottimizzazione dei percorsi di raccolta possono contribuire a migliorare l’efficienza operativa senza incidere sulla qualità del servizio”.

Aldo Iacomelli : “Il modello operativo attuale, basato in larga misura sul porta a porta, rimane complessivamente efficace soprattutto in termini di decoro urbano e qualità della raccolta differenziata. Tuttavia, la sua sostenibilità deve essere valutata senza approcci ideologici, tenendo conto delle implicazioni organizzative, economiche e sociali. Si tratta infatti di un sistema ad alta intensità di lavoro, che comporta un forte impiego di risorse umane e,

di conseguenza, un’elevata incidenza dei costi del personale. A questo si aggiunge il tema dell’usura fisica e delle malattie professionali, che nel lungo periodo generano costi indiretti e riducono la disponibilità effettiva della forza lavoro. Allo stesso tempo, il porta a porta resta uno strumento efficace per contrastare il degrado urbano e migliorare le performance ambientali, soprattutto se accompagnato da adeguate politiche di comunicazione e da sistemi di controllo del territorio. Tuttavia, non può essere considerato isolatamente: la sostenibilità economica complessiva dipende anche dalla capacità di sviluppare le fasi successive della filiera, come la selezione e la valorizzazione dei materiali raccolti, che possono generare ricavi e ridurre l’impatto sui costi. Un elemento centrale riguarda anche il ruolo del soggetto gestore. Nel caso dei servizi pubblici locali, l’obiettivo non è la massimizzazione del profitto, ma la qualità del servizio e la sua utilità per la comunità. Questo implica un equilibrio tra efficienza gestionale, sostenibilità economica e coesione sociale, garantita anche attraverso occupazione stabile sul territorio. Per il futuro, sarà quindi necessario introdurre interventi mirati: innovazione tecnologica per ridurre lo sforzo fisico, percorsi di riqualificazione del personale, rafforzamento delle attività di controllo e maggiore integrazione con gli impianti di trattamento. Il modello è ancora sostenibile, ma solo a condizione di una sua evoluzione strutturale, capace di rispondere alle nuove esigenze operative e sociali del settore.

Roberto Toscano: “Il modello operativo adottato, basato sul porta a porta spinto, è riconosciuto come particolarmente efficace sotto il profilo ambientale, ma presenta elementi di criticità sotto il profilo della sostenibilità del lavoro. Si tratta infatti di un sistema intrinsecamente usurante, a causa della ripetitività delle operazioni, del-

lo sforzo fisico richiesto e del rischio di cali di attenzione, soprattutto nelle attività svolte in modo routinario. Per affrontare queste criticità, sono già in atto diverse azioni. In primo luogo, si interviene sulla formazione continua, anche per le mansioni apparentemente più standardizzate, come la guida dei mezzi, al fine di mantenere elevati livelli di attenzione e sicurezza. In secondo luogo, si introducono accorgimenti organizzativi ed ergonomici: limitazione dei carichi eccessivi, ottimizzazione dei cicli di raccolta, miglioramento delle attrezzature per ridurre lo sforzo fisico. Un ulteriore strumento è rappresentato dalla rotazione del personale, che consente di ridurre l’esposizione continuativa alle stesse attività. Tuttavia, questa soluzione non è sempre applicabile in modo sistematico, soprattutto in presenza di carenze di organico o di assenze frequenti. Accanto agli aspetti organizzativi, assume grande rilevanza il tema della motivazione: l’azienda punta a contrastare il rischio di stress e di demotivazione attraverso percorsi di crescita interna e progressioni professionali, offrendo ai lavoratori una prospettiva evolutiva del proprio ruolo. Guardando al medio-lungo periodo, si ritiene che il porta a porta, pur restando oggi uno dei modelli più efficaci, non rappresenti necessariamente il punto di arrivo definitivo. L’evoluzione del sistema potrebbe prevedere una maggiore integrazione con altre soluzioni, come le isole ecologiche di prossimità presidiate da operatori, che consentirebbero di ridurre l’intensità dei giri di raccolta mantenendo al contempo un elevato livello di servizio e di interazione con l’utenza. In conclusione, il modello è ancora sostenibile, ma richiede adattamenti continui. La sfida consiste nel trovare un equilibrio tra efficacia ambientale e tutela delle condizioni di lavoro, attraverso innovazione organizzativa, investimenti in formazione e una progressiva integrazione tra diverse modalità di raccolta”.

FVOE tra innovazione e criticità operative: le novità del sistema e le sfide ancora aperte

la digitalizzazione degli appalti pubblici entra in una fase matura con il FVoe , che trasforma i controlli da documentali a basati su dati interoperabili e accesso in tempo reale. Tra semplificazioni operative e criticità ancora aperte, emerge un nuovo modello di verifica più rapido, ma non privo di sfide.

La digitalizzazione degli appalti pubblici non è più una prospettiva futura, ma una realtà che sta incidendo concretamente sull’operatività delle stazioni appaltanti. Tra gli strumenti che stanno ridefinendo il sistema dei controlli, il Fascicolo Virtuale dell’Operatore Economico (FVOE) rappresenta uno degli elementi più innovativi introdotti dal nuovo Codice dei contratti. Per il settore dell’igiene urbana, caratterizzato da affidamenti complessi e spesso di lunga durata, questo strumento non si limita a semplificare le procedure, ma modifica in profondità il modo in cui la Pubblica Amministrazione verifica gli operatori economici. Con la Delibera n. 262 del 20 giugno 2023, l’ANAC, l’Autorità Nazionale Anticorruzione, ha definito in modo organico il funzionamento del Fascicolo Virtuale dell’Operatore Economico (FVOE), dando attuazione a quanto previsto dal nuovo Codice dei contratti pubblici. L’ANAC, quale ente pubblico indipendente italiano, ha il compito di vigilare sulla correttezza e trasparenza della Pubblica Ammi-

nistrazione, in particolare nel settore degli appalti pubblici. L’ANAC nasce nella sua forma attuale nel 2014, ma è il risultato di un percorso evolutivo istituzionale iniziato alcuni anni prima. Nel 2009 viene infatti istituita la CIVIT, la Commissione per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle amministrazioni pubbliche, con funzioni inizialmente orientate alla trasparenza e alla performance. Nel 2012 a questo organismo vengono attribuite anche competenze in materia di anticorruzione,ampliandone significativamente il ruolo. Il passaggio decisivo avviene nel 2014, quando, con il decreto-legge n. 90/2014, la CIVIT viene trasformata ufficialmente in ANAC e rafforzata nelle sue funzioni, incorporando anche le competenze dell’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici (AVCP). Da quel momento l’Autorità diventa il punto di riferimento nazionale per la prevenzione della corruzione, la promozione della trasparenza e il controllo del sistema degli appalti pubblici, assumendo il ruolo e le funzioni che ancora oggi la caratterizzano.

Dal documento al dato Il cambiamento più evidente riguarda il superamento del modello tradizionale basato sulla produzione e trasmissione di documenti. In passato, ogni procedura di gara richiedeva all’operatore economico di fornire certificazioni aggiornate, con tempi spesso lunghi e margini di incertezza legati alla verifica. A partire dal 1° gennaio 2024, il FVOE è divenuto lo strumento principale per la verifica dei requisiti degli operatori economici, Oggi, con il FVOE, il controllo si sposta su un piano completamente diverso, fondato sull’accesso diretto a dati certificati e resi disponibili attraverso sistemi interoperabili. Uno degli elementi centrali del sistema è l’integrazione con la Banca Dati Nazionale dei Contratti Pubblici (BDNCP) e con la Piattaforma Digitale Nazionale Dati (PDND). La stazione appaltante può così verificare in tempo reale l’assenza di cause di esclusione, la regolarità fiscale e contributiva, il possesso dei requisiti tecnico-organizzativi e la solidità economico-finanziaria dell’operatore, senza dover richiedere singolarmente ogni documento.

Il fascicolo in pratica

La portata di questa trasformazione emerge con chiarezza osservando come avviene oggi una verifica concreta. Nell’ambito di una procedura di affidamento, come una richiesta di offerta su piattaforma CONSIP per servizi legati alla gestione della TARI, viene creato un fascicolo virtuale associato all’operatore economico partecipante. All’interno di questo fascicolo sono immediatamente disponibili tutte le informazioni rilevanti per la verifica dei requisiti: dalle certificazioni antimafia ai certificati del casellario giudiziario, dalle informazioni sulle eventuali sanzioni amministrative alle certificazioni di regolarità fiscale, fino ai documenti relativi alla posizione contributiva e alla visura camerale. Ogni documento è tracciato, datato e aggiornato, consentendo alla stazione appaltante di effettuare una verifica puntuale, strutturata e soprattutto immediata. Il fascicolo diventa così il punto unico di accesso alle informazioni, sostituendo una molteplicità di richieste e passaggi amministrativi e trasformandosi in uno

strumento di controllo centralizzato. Il sistema prevede inoltre la creazione di una lista di operatori economici verificati, che può essere utilizzata come riferimento nelle successive procedure di affidamento, rafforzando ulteriormente l’efficienza del sistema.

Le nuove modalità di accesso

Con l’introduzione del FVOE 2.0, operativo dal 1° gennaio 2024, questo processo è stato ulteriormente semplificato e reso più efficace. È stato eliminato il sistema farraginoso del PassOE (FVOE 1.0), e l’accesso al fascicolo da parte della stazione appaltante avviene direttamente, senza passaggi intermedi. L’integrazione con la Piattaforma dei Contratti Pubblici e l’utilizzo obbligatorio di identità digitali garantiscono maggiore sicurezza e tracciabilità. Un passaggio particolarmente significativo è stato introdotto nel 2025, quando è stato previsto che l’accesso al fascicolo avvenga automaticamente nel momento in cui l’operatore economico partecipa alla gara, senza la necessità di autorizzazione preventiva. Questo elemento rafforza in modo concreto la capacità di controllo della Pubblica Amministrazione, introducendo un modello di verifica più rapido e automatico. Un ulteriore sviluppo riguarda la possibilità di effettuare verifiche preliminari, prima ancora dell’avvio della procedura di affidamento. La stazione appaltante può accedere ai fascicoli di operatori economici individuati e verificare in anticipo il possesso dei requisiti, previo consenso dell’interessato in questa fase. Si tratta di una funzione particolarmente rilevante per il settore dell’igiene urbana, dove la continuità del servizio e l’affidabilità degli operatori sono elementi essenziali.

Un nuovo modello di controllo

Alla base del funzionamento del FVOE vi è il principio dell’interoperabilità tra

le amministrazioni, in linea con quanto previsto dal Codice dell’Amministrazione Digitale.

I dati non vengono più trasmessi manualmente, ma acquisiti direttamente dagli enti certificanti, dalle piattaforme digitali di approvvigionamento o dagli operatori economici nei casi in cui le informazioni non siano disponibili altrove. Questo modello comporta una chiara distribuzione delle responsabilità, poiché ciascun soggetto è chiamato a garantire la correttezza e l’aggiornamento dei dati di propria competenza.

Assenza di notifiche automatiche: una criticità operativa del FVOE

Attualmente, le richieste di autorizzazione inviate dalla stazione appaltante all’operatore economico non vengono accompagnate da alcuna notifica automatica tramite e-mail o PEC, al contrario di quanto avviene ad esempio con il Mepa.

Questa mancanza comporta un rallentamento delle attività, poiché il funzionario o il dirigente della stazione appaltante è costretto a contattare telefonicamente l’operatore economico per segnalare l’avvenuto invio della richiesta. Tale modalità risulta inefficiente e non coerente con gli obiettivi di digitalizzazione e semplificazione del sistema, rendendo necessario l’introduzione di un meccanismo di notifica automatica che consenta agli operatori economici di essere tempestivamente informati e di intervenire senza ulteriori solleciti informali.

Nonostante i progressi, il sistema è ancora in fase di consolidamento e presenta alcune criticità legate all’integrazione delle banche dati e all’aggiornamento continuo delle informazioni. Tuttavia, la direzione è ormai chiara: il controllo pubblico si sta evolvendo verso un modello sempre più digitale, fondato sulla qualità e sulla disponibilità dei dati.

Biocarburanti di II generazione – XTL HVO – dal gasolio alla sostenibilità

diSimoneDiGiacomo,MScinBusinessManagement-Supplychainspecialist

Tiziano Suppa, PhD Coordinatore GTS Utilitalia Mezzi ed Attrezzature - Membro GL 8 Ambiente – UNI

VicePresidenteCommissioneMotoric/oordineIngegneridiRoma

Nuove sfide per la mobilità sostenibile

La transizione energetica nel comparto dei trasporti sta assumendo un ruolo sempre più strategico, sia per l’elevata incidenza delle emissioni prodotte dal settore - in Italia il settore è responsabile del 28% delle emissioni totali di gas serra - sia per la crescente pressione normativa che grava sulle imprese. Il quadro regolatorio europeo ha infatti introdotto obiettivi via via più ambiziosi in termini di utilizzo di energia rinnovabile nei trasporti, tra cui annovera l’obiettivo vincolante della RED III di conseguire entro il 2030 una quota di fonti rinnovabili nei trasporti pari

almeno al 29% sul consumo finale di energia nel settore. In questo scenario, la sfida non riguarda soltanto la disponibilità di carburanti alternativi, ma anche la capacità del mercato di adottarli in modo efficiente, riducendo gli attriti tecnici e amministrativi della transizione. Per questo motivo, le PMI (piccole e medie imprese) italiane risultano spesso le realtà più esposte, perché chiamate a sostenere costi rilevanti per l’adeguamento della flotta in dotazione e, al tempo stesso, a garantire la piena conformità alle regole europee. Per i fornitori di carburante diventa quindi sempre più importante accompagnare l’adozione volontaria di

queste nuove forme di alimentazione, aiutando il cliente business a trasformare un obbligo normativo in una leva di competitività. Tenendo conto di questa necessità, si può affermare che la transizione ecologica non riguarda solo auto elettriche, energie rinnovabili e nuove tecnologie di frontiera. Esiste anche una strada più immediata, concreta e già disponibile per ridurre le emissioni del trasporto su gomma: il biocarburante avanzato HVO, ad esempio, della gamma XTL (“all to liquid”), conforme alla normativa comunitaria EN 15940, il quale sta attirando crescente attenzione nel dibattito sulla sostenibilità.

Le caratteristiche dell’HVO

L’HVO, acronimo di Hydrotreated Vegetable Oil, è un biocarburante avanzato ottenuto da materie prime di scarto o seconde non in competizione con la filiera alimentare, come l’olio di cucina esausto. Questo aspetto è tutt’altro che secondario: significa valorizzare residui, che altrimenti avrebbero un impatto ambientale, trasformandoli in una risorsa utile alla decarbonizzazione. Sulla base di ricerche effettuate in laboratorio e di prove di omologazione su strada, utilizzando veicoli compatibili, tale combustibile può arrivare a ridurre in modo significativo le emissioni lungo il ciclo di vita rispetto ai carburanti fossili tradizionali. Un altro elemento chiave è la compatibilità con i motori diesel di recente generazione.

Questa caratteristica rende i biocarburanti di II generazione come l’HVO una soluzione particolarmente attrattiva per molte aziende, soprattutto per le PMI, che spesso non dispongono delle risorse necessarie per rinnovare rapidamente l’intera flotta. In altre parole, la sostenibilità diventa più accessibile quando non richiede interventi strutturali onerosi e immediati.

A livello nazionale, la produzione dell’HVO avviene principalmente nelle bioraffinerie di Eni ubicate a Porto Marghera e Gela, con una rete in espansione che include anche altri sviluppi previsti tra i quali quelli di Livorno, Sannazzaro e Priolo. Tra gli altri produttori europei troviamo, ad esempio, Total Energies in Francia, Repsol in Spagna e il colosso finlandese Neste, leader mondiale nella produzione.

Il processo produttivo prevede la trasformazione di materie prime seconde, appositamente selezionate a monte, in idrocarburi tramite una fase di “idrotrattamento” che porta alla rimozione dell’ossigeno, per poi passare alla fase di isomerizzazione e cracking per fornire agli idrocarburi le caratteristiche rispondenti agli standard europei de-

finiti dalla norma EN 15940, la quale disciplina i biocarburanti avanzati. Tale norma non deve essere confusa con la EN 590 che regola il gasolio tradizionale per autotrazione allo stato attuale dei fatti, commercialmente distribuito con biodiesel di tipo FAME (Fatty Acid Metil Ester) nella misura del 7% (B7) e già presente presso i distributori di rete stradale ed autostradale.

Questo processo permette di ottenere un biocarburante caratterizzato dalle seguenti proprietà:

• un elevato potere calorifico inferiore (PCI);

• un numero di cet ano molto elevato (compreso tra 70 e 80), rispetto al valore target di 51 del diesel tradizionale come da norma EN 590. Questa peculiarità riesce a garantire:

- un’accensione più ottimizzata e qualitativamente più efficiente dal punto di vista energetico,

- una combustione più “silenziosa” e regolare nelle camere di scoppio dei motopropulsori;

- una drastica riduzione del particolato soprattutto nelle condizioni di avviamento a freddo;

• l’assenza di composti impattanti dal punto di vista ambientale come: zolfo e idrocarburi aromatici essendo un carburante prodotto un selettivo processo atto a renderlo sintetico;

• scarsa esposizione alla contaminazione batterica dal momento che è costituito da una miscela di paraffine stabili, non igroscopica (assenza di ossigeno ed assenza di formazione di alghe e mucillagini vari nei serbatoi e nella linea di alimentazione). In aggiunta, rispetto al biodiesel tradizionale, il cui impiego è limitato a miscele con gasolio fossile entro percentuali definite dalle normative vigenti, i biocarburanti della famiglia HVO/XTL sono compatibili in forma pura con i veicoli esistenti, sono perfettamente miscibili, favoriscono il raggiungimento più rapido degli obblighi di riduzione progressiva della CO 2 richiesta dalla RED II in merito a vetture (M1), furgoni (N1), minibus (M1) e veicoli heavy-duty come autobus, camion e TIR (N3, M2, M3). Accanto alla compatibilità tecnica, un altro aspetto centrale è il valore ambientale misurabile lungo l’intera supply chain. L’utilizzo di HVO consente, infatti, una riduzione fino al 90% delle emissioni di CO 2 lungo tutto il ciclo well-to-wheel (lett. “dal pozzo alla ruota”), rendendo più trasparente e più credibile il beneficio ambientale ottenuto. Queste caratteristiche hanno consentito una rapida adozione del HVO da parte di grandi imprese in Italia come Itabus, PosteItaliane, Flixbus o FERCAM, le quali

hanno siglato accordi per la fornitura di HVO con cui alimentare le proprie flotte. Considerando i dati riportati da ISPRA riguardo il 2023, il settore dei trasporti produce circa 100 Mt CO2 eq. all’anno con il 33,5% delle emissioni rappresentato da veicoli commerciali pesanti (20,1%) e leggeri (10,7%) e da autobus (2,7%). Tra questi, la quota di veicoli alimentati a gasolio è prossima al 90%. Qualora pertanto si riuscisse a convertire la totalità delle flotte commerciali al rifornimento tramite biocarburante XTL/HVO, considerando un possibile risparmio del 90% di emissioni, avrebbe una riduzione delle emissioni globali pari a circa il 27% (27 Mt CO2 eq.). Un risultato incoraggiante che deve essere letto con prudenza, perché la reale efficacia dipende dalla capacità di trasformare il potenziale teorico dell’HVO in un’adozione diffusa e sostenibile lungo tutta la filiera.

Il nuovo ruolo del fornitore

Nonostante i vantaggi offerti dal biocarburante in questione per favorire l’adozione di soluzioni come quest’ultimo, non basta offrire un prodotto “verde”; emerge la necessità, infatti, di un nuovo modello di relazione con il cliente, capace di unire innovazione tecnica, supporto operativo e chiarezza documentale. Il fornitore non è più

soltanto un venditore di carburante, ma un partner della transizione, in grado di accompagnare le imprese nella gestione della compliance, della tracciabilità e della rendicontazione ambientale. Da questo punto di vista, il valore non è solo economico. Per un’azienda, poter dimostrare in modo affidabile la riduzione delle emissioni significa rafforzare la propria credibilità verso clienti, istituzioni, investitori e stakeholder. In questo senso, gli strumenti digitali e di servizio diventano parte integrante dell’offerta. Sistemi come le carte carburante smart, insieme alla documentazione certificata e alla possibilità di ottenere Certificati di Immissione in Consumo (CIC), semplificano la tracciabilità dei consumi, agevolano la rendicontazione e consentono all’azienda di comunicare in modo credibile i risultati ottenuti. In particolare, i CIC costituiscono dei titoli negoziabili che attestano l’immissione in consumo di biocarburanti sostenibili, e consentono di unire il vantaggio reputazionale a quello economico. In taluni casi, per alcune Società Energetiche Major di riferimento, è possibile, grazie all’adozione di tale tipologia di biocarburanti per le flotte aziendali, accedere alla possibilità di ottenere certificati bianchi utili per la rendicontazione del bilancio ESG aziendale

come potenziale attrattiva per nuovi investitori. Al fine di permettere al cliente business di cogliere tutti i vantaggi derivanti dalla transizione green, il rapporto con quest’ultimo non può più essere impersonale. La nuova frontiera è quella di un approccio diretto, consulenziale e costruito sulle specifiche esigenze operative delle imprese, in grado di accompagnarle lungo tutto il percorso di transizione energetica.

Conclusioni

In conclusione, il ruolo del fornitore di carburante deve essere ripensato: non è più un mero supplier, ma un vero e proprio sustainability partner che affianca l’impresa cliente nel percorso di decarbonizzazione. La tracciabilità dei consumi, delle certificazioni verificabili, lo sviluppo di reportistica adatta alla rendicontazione e il supporto consulenziale diventano elementi che incidono direttamente sulla soddisfazione dell’impresa cliente e anche sulla capacità di quest’ultima di utilizzare la sostenibilità come leva competitiva senza aggiungere troppi costi in bilancio. È qui che emerge il vero valore dell’offerta: la sostenibilità non resta un principio astratto, ma si traduce in un vantaggio competitivo concreto per il cliente business.

Il messaggio più forte che emerge dal caso trattato è chiaro: la transizione energetica nel trasporto pesante non dipende soltanto dalla tecnologia, ma anche dalla capacità di costruire fiducia, semplificare i processi e rendere il cambiamento compatibile con i vincoli delle imprese. In questo senso, i biocarburanti XTL/HVO non sono unicamente carburanti biologici avanzati tecnologicamente ma dei veri e propri strumenti di come l’innovazione possa trasformarsi in leva ambientale, industriale e reputazionale al tempo stesso senza la necessità di stravolgere le abitudini, le infrastrutture o la dotazione degli asset aziendali.

Tante richieste.

Un’unica Assistenza Intelligente

Scegli di cambiare.

Scopri come potenziare l’assistenza agli utenti

con l’Intelligenza Artificiale

Assistenza ai cittadini

Junker Assistant è il nuovo assistente virtuale in app che dialoga con gli utenti in linguaggio naturale, a voce o via chat, H24 e in 27 lingue

dna-ambiente.it

Assistenza agli operatori

Il software di AI Wise, integrato in ECOS4UTILITY, permette all’operatore del contact center di migliorare la qualità del lavoro e di diminuire i tempi di attesa

Umbria, trasparenza e controllo nel ciclo dei rifiuti: così cambiano monitoraggio e indicatori ambientali

diSergioCapelli

la regione umbria ha definito una metodologia organica per il calcolo dell’indice di riciclo (ir) e della quota di rifiuti urbani conferiti in discarica, con l’obiettivo di uniformare criteri, definizioni e sistemi di verifica ai parametri europei dell’economia circolare.

L’Umbria accelera sul fronte della misurazione delle performance ambientali e introduce un modello di monitoraggio destinato a fare scuola nel settore dei rifiuti urbani. Negli ultimi mesi, infatti, ARPA Umbria e Regione Umbria hanno definito una metodologia organica per il calcolo dell’Indice di Riciclo (IR) e della quota di rifiuti urbani conferiti in discarica, con l’obiettivo di uniformare criteri, definizioni e sistemi di verifica ai parametri europei dell’economia circolare. Il tema, rilanciato anche nel dibattito tra operatori e tecnici del settore rappresenta un passaggio rilevante: non si tratta soltanto di migliorare la raccolta dei dati, ma di costruire un sistema capace di misurare in modo omogeneo ed effettivamente confrontabile le prestazioni ambientali dei territori.

Un metodo unico per leggere il ciclo dei rifiuti

La metodologia approvata dalla Regione nel marzo 2026 introduce criteri puntuali per definire cosa possa essere considerato “rifiuto urbano riciclato” e quale quota debba invece essere attribuita allo smaltimento finale. L’Indice di Riciclo viene determinato mettendo in relazione i quantitativi effettivamente avviati a recupero con il totale dei rifiuti urbani prodotti, includendo sia le utenze domestiche sia quelle non domestiche assimilate, in coerenza con le direttive europee recepite nell’ordinamento italiano. Nel calcolo rientrano le principali frazioni merceologiche- organico, carta, vetro, plastica, metalli, legno e tessili - oltre alle frazioni minori, così da limitare possibili distorsioni statistiche e restituire una misura più aderente

alla realtà dei flussi di rifiuti. Uno degli aspetti più innovativi riguarda la contabilizzazione dei conferimenti in discarica. La metodologia umbra include infatti non solo i flussi destinati direttamente allo smaltimento, ma anche gli scarti derivanti dai trattamenti del rifiuto urbano residuo. Una scelta tecnica che consente di rappresentare l’intero ciclo dei rifiuti e di cogliere le inefficienze della filiera impiantistica, superando letture parziali basate sui soli conferimenti diretti.

Riciclo oltre i target UE, ma la discarica resta il nodo critico

I primi risultati elaborati secondo il nuovo modello, relativi al biennio 2023-2024, evidenziano un quadro articolato, fatto di progressi signifi -

cativi ma anche di criticità strutturali.

Sul fronte del riciclo, l’Umbria ha già superato il target europeo del 55% previsto per il 2025. Nel 2023 sono state riciclate oltre 243 mila tonnellate di rifiuti urbani, con un indice prossimo al 56%, mentre nel 2024 il valore ha raggiunto il 56,4%. Si tratta di un risultato che colloca la regione in linea, se non in anticipo, rispetto agli obiettivi normativi.

Alcune filiere mostrano performance particolarmente elevate, con percentuali di riciclo che in diversi casi superano il 65%, avvicinandosi agli standard europei più avanzati. Permangono tuttavia criticità nelle frazioni plastica e tessili, dove i livelli di recupero risultano ancora inferiori, a conferma della difficoltà di chiudere il ciclo su materiali complessi. Il principale elemento di criticità riguarda però il ricorso alla discarica.

Nel 2023 e nel 2024 la quota complessiva di rifiuti urbani conferita a smaltimento si è attestata intorno al 34%, includendo anche gli scarti dei processi di trattamento. Un valore ancora molto distante dal limite del 10% fissato dall’Unione Europea per il 2035, e che evidenzia come il sistema, pur performante nella raccolta, debba evolvere sul piano industriale.

Differenze territoriali e centralità del dato

L’analisi evidenzia inoltre marcate differenze tra i diversi sub-ambiti territoriali regionali. Alcune aree raggiungono livelli di riciclo prossimi al 60%, mentre altre restano attorno al 50%, segnalando un divario nella qualità dei servizi e delle infrastrutture. In questo contesto, la disponibilità di dati dettagliati fino alla scala comunale rappresenta uno degli elementi più avanzati del modello sviluppato da ARPA Umbria. L’agenzia ha infatti costruito nel tempo un sistema informativo completo, basato su report pubblici, indicatori aggiornati e stru-

menti di consultazione accessibili, che consentono di monitorare l’andamento del ciclo dei rifiuti con continuità e precisione. La qualità e la trasparenza del dato stanno diventando elementi sempre più centrali anche nella definizione delle politiche tariffarie, nella programmazione impiantistica e nella valutazione delle performance dei gestori, rafforzando il legame tra misurazione tecnica e scelte di policy.

Dalla raccolta differenziata all’economia circolare Il nuovo approccio segna anche un cambio di paradigma. Non basta più misurare la raccolta differenziata: ciò che conta è la quota di rifiuti effettivamente riciclata. Un sistema di calcolo più rigoroso consente di evitare sovrastime legate ai soli quantitativi raccolti e di valutare con maggiore precisione l’efficienza reale dei processi di selezione, trattamento e recupero. Questo è particolarmente rilevante per alcune filiere dove la qualità del materiale raccolto incide fortemente sulle possibilità di riciclo effettivo. In prospettiva, la sfida principale resta la riduzione strutturale del conferimento in discarica. Per raggiungere gli obiettivi euro -

pei sarà necessario intervenire non solo sulla qualità della raccolta, ma anche sul rafforzamento della dotazione impiantistica, sul trattamento delle frazioni più critiche e sul consolidamento del mercato delle materie prime seconde.

Un modello osservato anche fuori regione

L’esperienza umbra mostra come la standardizzazione dei criteri di calcolo possa diventare uno strumento strategico di governance ambientale. Definire indicatori omogenei, verificabili e territorialmente confrontabili significa infatti dotarsi di una base solida per orientare le politiche pubbliche e valutare l’efficacia degli interventi. In un contesto in cui l’economia circolare rappresenta una priorità a livello europeo, la capacità di misurare le performance in modo trasparente e rigoroso diventa un fattore decisivo. Il modello sviluppato da ARPA Umbria e Regione Umbria si propone così non solo come strumento tecnico, ma come riferimento per un’evoluzione più ampia delle politiche di gestione dei rifiuti, sempre più orientate alla chiusura del ciclo e alla sostenibilità complessiva del sistema.

Il quadro che emerge dall’ultimo Rapporto sull’economia circolare in Italia delinea un paese a due velocità: da un lato, un’efficienza industriale straordinaria nel recupero dei materiali; dall’altro, una vulnerabilità strutturale ed economica causata dalla dipendenza dai mercati esteri. Curata dal Circular Economy Network in collaborazione con l’ENEA, l’analisi fotografa lo stato di salute della transizione ecologica nazionale ed europea, mettendone in luce i punti di forza e le riforme non più rimandabili.

Indice di Circolarità: Italia al secondo posto in Europa

Un dato su tutti conferma la qualità del sistema italiano: nel panorama dei ventisette Paesi dell’Unione Europea, l’Italia consolida il secondo po-

Economia Circolare: Italia efficiente ma vulnerabile

il rapporto sull’economia Circolare di Circular economy network traccia un quadro contraddittorio di quanto avviene in italia: efficienza e performances buone, ma troppo esposte alla dipendenza dall’importazione delle materie prime. le dieci proposte per centrare gli obiettivi al 2030.

sto assoluto nell’Indice complessivo di circolarità. Con 65 punti, tallona la leadership dei Paesi Bassi e stacca in modo netto le altre grandi storiche potenze industriali del continente, come la Germania, la Francia e la Spagna.

Questa medaglia d’argento non è casuale, ma poggia su un modello di gestione dei rifiuti speciali e urbani tra i più avanzati al mondo. Nel nostro Paese viene avviato a riciclo ben l’85,6% del totale dei rifiuti trattati, contro una media europea che si ferma a un modesto 41,2%. In termini assoluti, significa che su 160 milioni di tonnellate di scarti gestiti, ben 137 milioni tornano a nuova vita, alimentando le filiere produttive nazionali, a partire da quella siderurgica che ci vede leader storici nella produzione di acciaio da forno elettrico.

Circolarità e PIL: +32% dal 2019

Accanto all’efficienza nel riciclo, l’Italia brilla per la produttività delle risorse: per ogni chilogrammo di materiale consumato, il nostro sistema economico è in grado di generare 4,7 euro di PIL. Si tratta di un balzo in avanti del 32% rispetto ai dati pre-pandemici del 2019 e di un valore nettamente superiore alla media UE, ferma a 3 euro. Questa capacità di fare di più con meno è la dimostrazione di come il tessuto manifatturiero italiano abbia saputo fare della necessità una virtù, ottimizzando i flussi fisici all’interno delle fabbriche.

In balìa delle importazioni di materie prime

Tuttavia, questa eccellenza nei processi di fine vita non basta a proteg-

diAlessioCiacci–Eco-manager

gere il Paese dalle turbolenze geopolitiche globali. Il vero tallone d’Achille dell’Italia risiede nella sua profonda dipendenza dalle importazioni di materie prime. Il tasso di dipendenza dall’estero per l’approvvigionamento dei materiali sfiora infatti il 46,6%, una quota che è più del doppio rispetto alla media europea. Su circa 766 milioni di tonnellate di risorse lavorate sul territorio nazionale, ben 294 milioni devono essere importate. Questa fragilità si traduce in un pesante costo economico: la spesa complessiva per le importazioni fisiche ha sfiorato i 600 miliardi di euro, segnando un rincaro di quasi il 25% rispetto a pochi anni fa, a parità di volumi. L’impennata dei prezzi ha colpito non solo i combustibili fossili, ma anche i metalli industriali e strategici come il rame, il nichel e la bauxite, essenziali per la transizione energetica e la digitalizzazione.

RSU: dati altalenanti e difficoltà evidenti

Sul fronte dei consumi domestici e dei rifiuti urbani, i trend mostrano invece un andamento altalenante. Se da un lato la produzione di imballaggi e di plastica pro capite fatica a diminuire – posizionando l’Italia ai vertici europei per generazione di rifiuti da packaging con 220 kg per abitante – dall’altro i consorzi di recupero dimostrano una reattività eccezionale. Il tasso di riciclo degli imballaggi ha superato il 75%, centrando in anticipo gli obiettivi europei. Anche la plastica ha superato la soglia critica del 50% di riciclo. Le note dolenti arrivano invece dai RAEE, i rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche: sebbene l’efficienza degli impianti di trattamento sia altissima, intercettando l’84% dei metalli preziosi contenuti nei dispositivi consegnati, il tasso di raccolta effettivo è fermo a un preoccupante 30%. Più della metà dei vecchi computer e

smartphone finisce dimenticata nei cassetti o, peggio, smaltita nei canali non ufficiali, privando l’industria di preziose materie prime critiche.

I ritardi dei “progetti faro”

A livello politico e infrastrutturale, il cammino nazionale si muove tra luci e ombre. La Strategia Nazionale per l’Economia Circolare ha raddoppiato i propri obiettivi operativi e punta sull’accelerazione della tracciabilità digitale tramite il sistema RENTRI, ma l’attuazione dei cantieri legati ai “progetti faro” del PNRR registra forti ritardi. La spesa effettiva per l’ammodernamento degli impianti di gestione dei rifiuti è ancora contenuta rispetto alle risorse stanziate e le recenti rimodulazioni del Piano hanno ridotto i fondi di oltre 330 milioni di euro.

Comuni, un ruolo strategico e cruciale

In questo scenario, il rapporto assegna un ruolo cruciale e strategico alle amministrazioni comunali. Con oltre il 91% della popolazione italiana che oggi vive nei centri urbani, le città sono diventate i veri laboratori della transizione. È qui che si concentra la stragrande maggioranza della do-

manda di beni, acqua ed energia, ed è qui che i comuni devono promuovere la simbiosi industriale, la sharing mobility e lo sviluppo di centri dedicati al riuso e alla riparazione. Le città devono inoltre fare i conti con l’emergenza del consumo di suolo: nell’ultimo anno sono stati cementificati ben 78,5 km² di territorio naturale, il dato più alto degli ultimi dodici anni. Questo fenomeno non solo cancella servizi ecosistemici vitali, ma aggrava il microclima urbano, creando isole di calore con picchi di temperatura superiori di 10°C rispetto alle aree rurali circostanti.

Le dieci proposte di Circular Economy Network

Per evitare che l’Europa fallisca l’obiettivo di raddoppiare il suo tasso di circolarità entro il 2030, il Circular Economy Network ha formalizzato dieci proposte destinate a confluire nel futuro Circular Economy Act. Tra queste spiccano la creazione di un vero mercato unico delle materie prime seconde tramite l’armonizzazione delle regole di End of Waste, l’introduzione di agevolazioni fiscali come l’IVA ridotta per i servizi di riparazione e l’uso strategico degli appalti pubblici verdi per stimolare la domanda di prodotti rigenerati.

La sfida del futuro, insomma, non si giocherà più soltanto sulla capacità di gestire i rifiuti una volta prodotti, ma sulla necessità di ripensare l’intera catena del valore. Il monitoraggio europeo si sta spostando verso indicatori legati alla durabilità dei beni e alla diffusione di modelli di business basati sul servizio anziché sulla proprietà. Per l’Italia, l’obiettivo strategico non è più solo riciclare con efficienza, ma integrare l’eco-progettazione a monte dei processi industriali, trasformando la circolarità da buona pratica ambientale a pilastro fondamentale della sicurezza economica nazionale.

UOMINI E NORME IN 40 ANNI DI UNI

a neddoti di eventi occorsi nel quarantennio di normazione ambientale in ambito Cen-uni

Il generale innalzamento del tenore di vita ed il mutamento delle abitudini di consumo ha prodotto, a partire dagli anni ‘50 del dopoguerra, un aumento progressivo dei pesi ed assai più dei volumi dei rifiuti urbani prodotti nelle abitazioni, che ne richiese il conferimento mediante contenitori rigidi molto più capienti dei sacchi e delle gerle usati in precedenza, o delle pattumiere metalliche eredi di quelle prescritte a Parigi dal prefetto E.R. Poubelle con ordinanza del 7 marzo 1884.

Preso atto della loro crescente diffusione e dell’eterogeneità delle offerte del mercato, non sempre tecnicamente adeguate, all’inizio degli anni ‘80 la

Commissione Studi della Federazione Italiana Servizi Pubblici Igiene Urbana (all’epoca FISPIU), che riuniva tutte le municipalizzate, predispose le ‘Istruzioni normalizzate per l’acquisto di cassonetti’ presentate nel 1981 in un convegno a Modena. Il tema era di grande attualità ed interesse per le amministrazioni locali ed inoltre il programma fu inviato non solo agli enti associati ma anche a tutti i Comuni d’Italia con almeno 20.000 abitanti, nonché a quelli dell’Emilia-Romagna a partire dai 10.000, e poi agli Assessorati all’Ambiente di tutte le Province e Regioni del Paese. Anche se erano previsti più partecipanti di quanti intervenissero di solito alle ini

ziative della Federazione, magari anche 150-200, l’Amministrazione comunale aveva messo a disposizione una sala eccessivamente grande del suo Centro Congressi; inoltre era stato stampato un gran numero di fascicoli con le Istruzioni, in vista di successive iniziative promozionali. Solo queste circostanze consentirono di fronteggiare il successo clamoroso di quella mattina: oltre 800 congressisti registrati! Per fortuna, della colazione conclusiva era stata incaricata un’importante cooperativa locale che, vista l’affluenza, in due ore fu in grado di quintuplicare la fornitura, perché a Modena il cibo è sempre una risorsa e mai un problema.

L’impegno dei servizi pubblici nel promuovere lo sviluppo tecnico del settore fu sintetizzato dalla dichiarazione ai costruttori del Direttore dell’Azienda di Padova, ing. Aulo Magagni “Vogliamo ciò che ci serve, non ciò che ci volete dare”

Visto l’interesse generale sul tema dei cassonetti, il cui utilizzo si andava diffondendo appunto in quegli anni, il dr Adelio Peroni, Direttore dell’Azienda di Modena, mi incoraggiò, malgrado le mie perplessità iniziali, a proporre ad UNI di costituire un Gruppo Cassonet per trasfondere in una norma ad hoc le indicazioni elaborate da FISPIU, e successivamente a proseguire ed ampliarne l’attività. Presso l’Ente trovai l’ottima collaborazione di un funzionario, il

geom. Marco Scanagatta, che supportò per molti anni l’attività del Gruppo, cui aderirono presto i costruttori di cassonetti e non solo, divenuto oggi il GL 8 Rifiuti della Commissione Ambiente, per sviluppare progressivamente molte norme di settore.

La misura dell’effervescenza degli sviluppi si registrò alla mostra-convegno di Taranto, ancora organizzata da F.I.S.P.I.U. nel 1983, la partecipazione di 17 espositori, circa il triplo dei produttori oggi presenti sul mercato italiano dopo le fusioni e le razionalizzazioni avvenute nel frattempo. Erano tempi eroici: p.es. la piccola area espositiva utilizzata era stata realizzata dalla locale Camera di Commercio in una struttura tensostatica, che all’epoca non era ancora stata accatastata, e quindi era formalmente un’opera abusiva...

Nel 1988 fu pubblicata la UNI 9260, prima norma italiana sui cassonetti dopo la DIN 30700 tedesca e quella francese di AFNOR: le uniche tre in Europa prima della loro decadenza in seguito all’adozione di quelle del CEN.

Il CEN TC 183 fu costituito a Berlino su proposta del DIN tedesco nel 1989l’anno della caduta del Muro - al Comitato Europeo Norme, per la gestione dei rifiuti in Europa, ed in particolare per la normazione delle attrezzature di raccolta. La nomina del coordinatore del primo gruppo di lavoro, il WG1, fu particolarmente combattuta per un in-

sanabile contrasto franco-tedesco, che causò un’impasse di oltre un giorno; infine fu scelta la soluzione provvisoria di affidare ‘temporaneamente’ l’incarico ad un funzionario pubblico che desse garanzie di imparzialità. Ma si constatò che il gruppo ne includeva solo due, e neppure in rappresentanza di Paesi che avevano caldeggiato la costituzione del Comitato: il Direttore del Forno di Copenhagen e quello dei servizi di I.U. di Genova, che ero io. Pertanto, sebbene sconosciuto a tutti, poiché certamente conoscevo le attrezzature ed i servizi operativi, fui nominato per un solo anno con qualche perplessità, confermato in quello successivo e poi non più rimesso in discussione ed ancor oggi insediato. La normazione dei contenitori ne prevedeva la standardizzazione e l’unificazione in pochissimi modelli, con pesan-

ti effetti su molti costruttori sia perché l’abbandono o la modificazione di talune misure comportava la sostituzione dei corrispondenti stampi per l’iniezione delle materie plastiche, ciascuno del costo di vari milioni di $, sia perché la mancata normazione di tipologie su cui alcune aziende avevano costruito il loro successo le poneva nella necessità di ‘reinventarsi’ o di uscire dal mercato. Quanto il clima fosse teso e talvolta avvelenato dai sospetti lo percepii quando, pochi anni dopo, nel solo intento di distendere l’atmosfera, la vigilia di una riunione del WG1 a Londra invitai i capi delle principali delegazioni a cena e l’inglese accettò solo dopo molte esitazioni perché - mi disse poi - ‘non voleva compromettersi’.

In ogni caso alla fine degli anni ‘90 le scelte più difficili erano state compiute e le norme fino a quel momento più discusse approvate; perciò, ritenendo adempiuta la nostra missione nelle sue linee essenziali, un TC fu convocato a Capri, appunto per festeggiare la ‘fine’ dei lavori: ma successivamente il numero delle norme, anche europee, è almeno raddoppiato e, considerata anche la loro periodica ‘manutenzione’, non è sempre agevole concludere il programma stabilito entro i termini programmati.

Furono comunque anni densi di eventi cui parteciparono tecnici di grande personalità e valore umano, oltre che pro-

fessionale: fra loro ricordo M. A.Geisert, per molto anni capo delegazione francese, che giovane ingegnere aveva diretto i lavori di costruzione di un lotto del Boulevard Périphérique di Parigi; il Presidente tedesco U.Frölingsdorf del CEN, che durante una conversazione lamentava la mancanza di belle auto nella produzione del suo Paese e che, alla mia menzione delle importanti presenze di Mercedes, Audi e BMW, le definì solo ‘buone’, mentre la sua Alfa Romeo era un’auto vera (guidava anche una moto AGUSTA…); il dirigente dell’ufficio della municipalità di Amburgo che si occupava di problemi ambientali e che, a corto di argomenti tecnici stringenti a sostegno di un suo rilievo, ci richiamò tutti alla nostra responsabilità morale circa l’effettiva tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori del settore e dei cittadini; il titolare Mr Shäffer dell’omonima ditta tedesca costruttrice di cassonetti che, ben prima della

caduta del Muro, si era innamorato di una ragazza cecoslovacca senza che lei potesse ottenere un visto per accedere alla RFT, ma vollero incontrarsi ancora dai due lati della sbarra alla frontiera con la Baviera e, colto l’istante favorevole, le ordinò di saltarla ed anche l’aiutò a passare, mentre le guardie di frontiera tedesche si interponevano per impedire che fosse ripresa, e la accolse con i soli abiti che indossava e la sposò e sì, vissero felici e contenti; il delegato irlandese che, in occasione della prima riunione del WG1 presso l’AMSA di Milano, accompagnai in mensa passando accanto ad un enorme cumulo di rifiuti urbani in attesa di conferimento in un momento di difficoltà delle discariche lombarde, popolato di gabbiani affamati: molto imbarazzato mi scusai ma fui rassicurato: - We too, Sir, but we have eagles!

Nel frattempo, erano comparsi e si stavano affermando in Italia i cosiddetti

‘contenitori a casetta’, movimentabili mediante compattatori laterali di nuova concezione; al riguardo si veniva elaborando una specifica norma, che tuttavia non avrebbe potuto essere adottata fino a che la OMB BRESCIA, titolare del relativo brevetto, non lo avesse liberalizzato, condizione indispensabile per includerli nella normazione. Dopo molte interlocuzioni rimaste senza esito, poco prima dell’inizio dei lavori di un WG1 convocato a Venezia per deliberare anche su questa questione, telefonai all’ing. Bragadina, neo Direttore Tecnico di OMB, che aveva da poco mutato la compagine societaria, per chiedergli un impegno preciso al riguardo, in difetto del quale questa tecnologia di conferimento sarebbe stata cancellata dalla normazione e probabilmente destinata all’oblio.

Non lo conoscevo ancora personalmente; mentre gli telefonavo alle 9 del mattino e mi presentavo,  per lui erano le 3 di notte a Chicago ove si trovava per lavoro e stava dormendo. Tuttavia, presa coscienza rapidamente della situazione, mi assicurò che avrebbe provveduto ad inviare entro breve la liberatoria richiesta. Così fece, facendo anche recedere la sua azienda dalle vertenze giudiziarie nel frattempo sorte. I cassonetti a casetta e poi i compattatori laterali entrarono quindi nella normazione europea, ove oggi sono diffusi in vari Paesi ed inoltre nell’America Meridionale, costituendo un grosso successo della nostra tecnologia.

Dopo il WG2 relativo ai compattatori, fu costituito il WG3 del CEN, dedicato all›informatizzazione dei sistemi di raccolta ed in particolare alla rilevazione dei quantitativi conferiti. Si dibatté a lungo se fosse preferibile basare le rilevazioni sulla misurazione dei pesi prelevati o sui volumi/numero di contenitori svuotati. La prima via era la più corretta, ma tecnologicamente impraticabile per le insormontabili difficoltà - anche oggidi effettuare pesature affidabili sui veicoli, e quindi si dovette optare per la

seconda. Nella scelta l’Italia svolse un ruolo molto attivo perché le delegazioni europee si recarono presso l’ASM BRESCIA per verificare le tecnologie già attive di identificazione dei trasponder, lettura automatica di codici a barre e georeferenziazione dei dati, cui il 14 e 15 giugno 1999 seguì un meeting presso l’UNI, con una comparazione di tutte le attrezzature operative in Europa, che condusse all’elaborazione della EN 14803 su cui si basa ancor oggi la gestione dati del settore.

In ambito CEN fu anche lanciato il progetto italiano di norma per la definizione dei contenuti contrattuali e l’accettazione/collaudo di tutti i servizi di igiene urbana. Dopo molti approfondimenti la prima parte della norma non superò l’enquiry perché mancarono 0,03 punti per raggiungere il quorum del 70% (ossia lo 0,04 %) e la ripetizione della votazione approfondì il divario. Perciò fu ritirata e poi rielaborata e riapprovata come norma nazionale italiana insieme alle altre parti: è rimasta unica in  Europa.

Presso il CEN fu ugualmente lanciato il progetto italiano molto innovativo di norma sui Waste Visual Elements, ossia sui contrassegni dei contenitori per raccolta differenziata che identificano le frazioni da immettervi. Bocciato in ambito europeo è stato riapprovato come norma italiana, informalmente utilizzata anche in vari paesi del nostro continente, dell’America Meridionale e del Medio Oriente.

In analoghe disavventure incorse anche il nostro progetto sulla meccatronica, ossia sulle modificazioni dei contenitori necessarie per renderli compatibili con l’installazione di tutti i dispositivi meccatronici per l’identificazione degli utenti e la rilevazione dei conferimenti: anch’essa rielaborata e recentemente approvata come UNI 12008, rimane unica in Europa, solo recentemente affiancata da una regolazione di minor respiro applicata nei paesi scandinavi e baltici.

Non solo per gli esempi citati l’Italia è storicamente il Paese più innovativo nella normazione del settore ed anche il più ‘pesante’ per il numero e la rilevanza dei contributi offerti.

A metà degli anni ‘10 del 2000 fu presentato un progetto di norma nazionale relativo agli interventi di manutenzione preventiva e di controllo dei mezzi per l’igiene urbana, necessari per assicurarne una gestione sicura ai fini della prevenzione degli infortuni, come regolamentata dall’art. 71 del D.Lgs n° 81 del 9 aprile 2008. Il testo, approvato come Specifica Tecnica UNI/TS 11586:2015 dal gruppetto dei proponenti, persino dubbiosi del buon esito dell’iniziativa, è

poi stato trasformato nella norma UNI 11680:2024 con il contributo di Man.Tra, l’associazione sviluppatasi in questi anni che riunisce i manutentori di attrezzature, operanti nei vari servizi di igiene urbana, ubiquitaria nel Paese. A partire dal 5.08.2022 è stata recepita fra i C.A.M adottati dal Ministro dell’Ambiente per i veicoli utilizzati per la raccolta dei rifiuti ed ha quindi valore di legge per tutti gli operatori dei servizi.

Lo sviluppo della normazione ambientale sembra attrarre i funzionari più dinamici per indole, più che per l’immagine del settore: per esempio uno di coloro che si sono alternati nella segreteria del GL 8 ha poi avuto l’incarico di Vicedirettore Generale dell’UNI.

Forse uno dei fattori di successo delle iniziative nazionali del Gruppo, ed internazionali del Mirror Group che esso costituisce nei confronti del CEN TC 183, risiede nella ‘longevità’ degli operatori coinvolti: a differenza di quanto avviene non raramente in altri Paesi, in cui le vicende aziendali o burocratiche rendono relativamente frequenti le sostituzioni dei tecnici operanti nel settore, in Italia chi conduce operativamente i servizi, o le imprese produttrici di attrezzature, o ne mantiene in efficienza i  mezzi, tende a restarvi per lunghi periodi e non di rado fino alla conclusione del periodo lavorativo. L’esperienza maturata, insieme alla curiosità professionale ed allo spirito di iniziativa che hanno propiziato le nomine iniziali, sembrano favorire la capacità di innovazione e di perfezionamento delle idee proposte. Per quanto riguarda lo sviluppo della normazione delle attrezzature e dei servizi di igiene urbana tutto ebbe inizio quella mattina del 1981 con il convegno di Modena. Ad oggi il complesso degli argomenti affrontati dal GL 8 è giunto ormai a comprendere 35 documenti fra cui 11 norme UNI, 22 norme CEN ed una di ISO, oltre a una Prassi di Riferimento, fra i quali 13 in materia di cassonetti. E altre novità ancora sono in corso di elaborazione.

Regolamento imballaggi: orientamenti della Commissione UE per una gestione più sostenibile e competitiva

la nuova regolamentazione europea sugli imballaggi, che entrerà in vigore il 12 agosto 2026, segna un cambio di paradigma verso modelli circolari.

Con orientamenti tecnici dedicati, la Commissione ue g uida operatori e territori nell’applicazione di norme più stringenti per riduzione, riuso e riciclo dei materiali.

Con l’avvio del nuovo regolamento europeo sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio (Packaging and Packaging Waste Regulation –PPWR, Regolamento UE 2025/40), l’Unione europea compie un passo decisivo verso la transizione a un’economia circolare più efficace e omogenea. Il provvedimento, che sostituisce progressivamente la precedente direttiva, introduce un quadro normativo direttamente applicabile in tutti gli Stati membri, con l’obiettivo di ridurre la produzione di rifiuti, migliorare la riciclabilità e rafforzare il

mercato europeo delle materie prime seconde. Il Regolamento, entrato in vigore l’11 febbraio 2025, diventerà operativo il 12 agosto 2026. Per accompagnare l’implementazione del regolamento, la Commissione europea ha recentemente pubblicato una serie di orientamenti tecnici destinati agli operatori del settore, alle autorità nazionali e agli enti locali. Si tratta di documenti fondamentali per chiarire gli obblighi, uniformare le interpretazioni e sostenere la transizione operativa lungo tutta la filiera degli imballaggi.

Le principali novità del regolamento

Il nuovo regolamento introduce cambiamenti significativi sia per i produttori sia per i sistemi di gestione dei rifiuti urbani. Tra gli elementi centrali vi è l’obiettivo vincolante di riduzione dei rifiuti di imballaggio pro capite, con target progressivi al 2030 (-5%) al 2035 (-10%) e al 2040 (-15%). Questo implica una revisione strutturale delle strategie produttive, in particolare nei settori del packaging monouso. Un altro pilastro è rappresentato dall’obbligo di progettazione eco-compatibile. Tutti

dalla Redazione

gli imballaggi immessi sul mercato UE dovranno essere riciclabili secondo criteri più stringenti, con specifiche tecniche che tengano conto delle reali capacità degli impianti di selezione e riciclo. Parallelamente, vengono introdotti requisiti minimi di contenuto di materiale riciclato, soprattutto per le plastiche, al fine di stimolare la domanda di materie seconde (range complessivo varia dal 10% al 35% a seconda dell’applicazione al 2030; dal 25% al 65% al 2040). Il regolamento rafforza inoltre i sistemi di responsabilità estesa del produttore (EPR), rendendo più stringenti gli obblighi finanziari e organizzativi. I produttori saranno chiamati a contribuire in modo proporzionale all’impatto ambientale dei loro imballaggi, incentivando scelte progettuali più sostenibili. Di particolare rilievo anche l’introduzione di sistemi di riutilizzo e deposito cauzionale (DRS) per specifiche tipologie di imballaggi, come bottiglie in plastica e lattine. Questi strumenti sono destinati a incrementare significativamente i tassi di raccolta, già oggi al centro delle strategie europee.

Impatti sulla gestione dei rifiuti urbani

Per il settore dell’igiene urbana, il regolamento rappresenta una sfida ma anche un’opportunità. Le nuove norme richiedono una maggiore integrazione tra le fasi di raccolta, selezione e riciclo, con standard più elevati in termini di qualità dei materiali raccolti. Gli enti locali dovranno adattare i sistemi di raccolta differenziata per rispondere alle nuove classificazioni e garantire il raggiungimento dei target. In parallelo, sarà necessario investire in infrastrutture e tecnologie per la selezione avanzata, in grado di trattare imballaggi sempre più complessi. Allo stesso tempo, la maggiore standardizzazione prevista dal regolamento potrà facilitare la comunicazione ai cittadini e migliorare la partecipazione ai sistemi di raccolta, riducendo gli errori di conferimento.

Gli orientamenti della Commissione europea

Gli orientamenti pubblicati dalla Commissione rappresentano uno strumento operativo essenziale per tradurre le disposizioni normative in pratiche concrete. Tra i temi affrontati vi sono la definizione di “imballaggio riciclabile”, i criteri per il calcolo del contenuto riciclato e le modalità di applicazione dei sistemi EPR. Un’attenzione particolare è dedicata all’armonizzazione delle etichettature ambientali. Le linee guida chiariscono come dovranno essere fornite le informazioni ai consumatori per facilitare la corretta separazione dei rifiuti, evitando frammentazioni tra Stati membri che in passato hanno generato confusione. La Commissione ha inoltre fornito indicazioni per lo sviluppo dei sistemi di riuso, evidenziando modelli organizzativi e best practice già adottate in alcuni Paesi. Questo aspetto è cruciale per favorire una transizione graduale ma efficace verso modelli di consumo meno orientati all’usa e getta. Infine, gli orientamenti affrontano le modalità di monitoraggio e rendicontazione, sottolineando l’importanza di dati affidabili e comparabili per valutare i progressi e correggere eventuali criticità.

Un percorso di transizione complesso

L’entrata in vigore del regolamento segna l’inizio di un percorso di trasformazione profondo per il settore degli imballaggi e per la gestione dei rifiuti urbani. La sfida principale sarà garantire un’applicazione uniforme delle norme all’interno dell’Unione, evitando disparità che potrebbero compromettere la competitività delle imprese e l’efficacia ambientale delle misure. In questo contesto, gli orientamenti della Commissione svolgono un ruolo chiave nel fornire certezza normativa e supporto tecnico agli operatori. Tuttavia, il successo della riforma dipenderà anche dalla capacità degli Stati membri di recepire rapidamente le indicazioni e di investire nelle infrastrutture necessarie. Per il comparto dell’igiene urbana si apre una fase di innovazione e adattamento, in cui la qualità della raccolta, la collaborazione con i produttori e l’educazione dei cittadini saranno determinanti. Il nuovo quadro normativo europeo, se correttamente implementato, potrà contribuire non solo a ridurre l’impatto ambientale degli imballaggi, ma anche a rafforzare la competitività del sistema europeo nel contesto globale della circular economy.

Dal rifiuto alla risorsa: il riciclo come leva strategica per la competitività industriale

la terza tappa di “impianti aperti on the road”, iniziativa promossa da assoambiente, ha portato istituzioni, operatori e stakeholder nello stabilimento rMB, tra le principali piattaforme europee per il recupero e lo smaltimento dei rifiuti speciali.

APolpenazze del Garda il rifiuto cambia volto e diventa materia prima strategica. È questo il messaggio emerso dalla terza tappa di “Impianti Aperti on the Road”, la campagna promossa da Assoambiente (l’Associazione che rappresenta le imprese che operano nel settore dell’igiene urbana, riciclo, recupero, economia circolare, smaltimento rifiuti e bonifiche) che il 23 maggio ha fatto tappa nello stabilimento RMB, una delle principali piattaforme europee per il recupero e lo smaltimento dei rifiuti speciali. Una giornata che ha riunito istituzioni, imprese, enti di controllo e operatori del settore per discutere di economia circolare, sicurezza delle materie prime e competitività industriale.

L’evento, patrocinato dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, da ISPRA SNPA e dal Comune di Polpenazze del Garda, si è articolato in due momenti: il talk pubblico “ Il rifiuto è risorsa: cambiamo veramente il paradigma” e la visita guidata agli impianti RMB, che si estendono su circa 100 mila metri quadrati.

ll rifiuto come risorsa strategica per l’industria Il tema centrale del confronto è stato chiaro fin dall’inizio: il rifiuto non può più essere considerato soltanto uno scarto da eliminare, ma una risorsa industriale strategica, decisiva per ridurre la dipendenza dell’Italia dalle materie prime estere e per rafforzare

la competitività del sistema produttivo nazionale in uno scenario geopolitico sempre più instabile.

La trasformazione di RMB: dalla gestione familiare all’innovazione industriale

Ad aprire i lavori è stato Andrea Goffi, titolare di RMB, che ha ripercorso la storia dell’azienda nata circa cinquant’anni fa come attività familiare di recupero manuale dei metalli, in un’epoca in cui ancora non esisteva una normativa ambientale strutturata.

Oggi RMB è una realtà industriale avanzata che fonda il proprio modello sulla tecnologia e sull’innovazione. «Soltanto tramite la tecnologia all’avanguardia è possibile fare un riciclo attuale e sostenibile», ha spiegato Goffi, sottolineando come il recupero industriale rappresenti una moderna “miniera urbana”. «Per far funzionare davvero l’economia circolare – ha aggiunto – serve l’allineamento di tutti gli attori della filiera: chi produce il rifiuto, chi lo ricicla e gli enti che controllano e vigilano».

“Impianti Aperti”: il riciclo come leva competitiva nazionale

A spiegare il senso della campagna “Impianti Aperti” è stata invece Elisabetta Perrotta, direttore di Assoambiente, che ha ribadito come: «Il riciclo oggi non è più soltanto una questione ambientale: è una leva industriale, competitiva e strategica per la sicurezza delle risorse e la decarbonizzazione del Paese. Chi solleva le imprese dal peso del rifiuto riporta valore al Paese». All’incontro hanno preso parte, tra gli altri, il vicepresidente della Provincia di Brescia Fabio Rolfi - Assessore regionale all’Ambiente, Adriano Paroli - membro della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sugli illeciti ambientali, Stefano Gallini - CEO di Heidelberg Materials

Italia, mentre il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin, è intervenuto con un videomessaggio, sottolineando il valore strategico del settore. «Il rifiuto non va più considerato come uno scarto da eliminare, ma una risorsa da recuperare e reimmettere nei cicli produttivi», ha detto, annunciando inoltre la definizione della programmazione 2026 dei regolamenti End of Waste, strumenti considerati essenziali per accelerare il mercato delle materie prime seconde.

I numeri di RMB: capacità di recupero e impatto ambientale

Particolarmente significativi i numeri illustrati dall’amministratore delegato di RMB Antonio Amato, che ha fotografato la dimensione industriale raggiunta dall’azienda. Nel solo sito di Polpenazze la capacità di recupero arriva a circa 780 mila tonnellate, con un coefficiente di recupero di materia superiore all’80%. «Significa risparmiare quasi una discarica all’anno», ha spiegato. Nel 2025 RMB ha sottratto alla discarica 590

mila tonnellate di rifiuti e assorbito 16 mila tonnellate di CO2 attraverso il trattamento delle ceneri pesanti. Complessivamente il gruppo conta oltre 400 addetti, ai quali si aggiungono circa 300 collaboratori nelle società controllate e collegate. Tra il 2016 e il 2025 l’azienda ha reimmesso sul mercato oltre 3 milioni di tonnellate di materie prime seconde: 1,6 milioni di tonnellate di metalli ferrosi, 551 mila tonnellate di metalli non ferrosi, 895 mila tonnellate di prodotti per infrastrutture e 242 mila tonnellate di prodotti destinati ai cementifici. Due terzi dei materiali recuperati sono stati assorbiti dall’industria metallurgica, mentre il restante 34% è stato destinato all’edilizia e all’ingegneria civile.

Il modello lombardo

Sul modello lombardo è intervenuto anche Fulvio Roncari , CEO di A2A Ambiente, che ha evidenziato come la Lombardia sia oggi una delle realtà europee più avanzate nella chiusura del ciclo dei rifiuti. «Meno dell’1% dei rifiuti urbani lombardi finisce in discarica, a fronte di un obiettivo europeo del 10% entro

il 2035», ha ricordato. Roncari ha inoltre sottolineato il superamento del “falso dilemma” tra recupero di materia e recupero energetico, definiti processi complementari e non alternativi.

Dentro gli impianti RMB: il cuore operativo del recupero industriale

Dopo il dibattito, i partecipanti hanno visitato gli impianti RMB entrando nel cuore operativo della filiera del recupero industriale. La visita ha dato la possibilità di vedere come un rifiuto può essere trasformato in nuova risorsa, attraverso impianti, tecnologie,

competenze e controlli che rendono possibile la filiera del recupero industriale. Durante il percorso si è potuto osservare da vicino il cuore della produzione, ossia impianti progettati internamente per massimizzare l’efficienza del riciclo, ridurre l’impatto ambientale e garantire un controllo rigoroso in ogni fase, dall’ingresso dei materiali fino alla produzione di End of Waste, cioè materie prime seconde pronte per essere reimmesse nei cicli produttivi.

La visita si è articolata lungo gli impianti e le linee di frantumazione, quelli di selezione e vagliatura, dove magneti, separatori magnetici, selet-

tori ottici e postazioni di cernita consentono il recupero di metalli ferrosi, non ferrosi e plastiche, e le sezioni di flottazione e lavaggio, nelle quali i materiali vengono separati in base al diverso peso specifico attraverso l’utilizzo di acqua di processo e soluzioni tecniche dedicate.

La visita ha consentito inoltre di conoscere gli impianti per la separazione delle leghe metalliche, che utilizzano tecnologie avanzate per distinguere i diversi metalli in base alla loro composizione, e le linee dedicate al recupero delle ceneri pesanti, dove magneti, vagli, separatori e mulini permettono di estrarre metalli di varie pezzature e separare la frazione minerale inerte destinata a ulteriore recupero. L’itinerario è proseguito con l’area degli aggregati legati, dove materiali derivanti dalle lavorazioni interne o da impianti terzi vengono riutilizzati per la produzione di conglomerati cementizi, misti cementati e aggregati sciolti non legati. Il percorso ha reso tangibile ciò che durante il talk è stato ribadito più volte: l’economia circolare non è più soltanto una prospettiva teorica o uno slogan ambientale, ma un’infrastruttura industriale strategica che può incidere sulla competitività del Paese, sulla sicurezza delle filiere produttive e sulla sostenibilità del sistema economico nazionale.

TAKAHASHIA JAPONICA: conoscerla per combatterla

a rrivata in italia probabilmente attraverso il commercio di piante infestate, Takahashia japonica è una cocciniglia asiatica segnalata per la prima volta nel 2017 nel Milanese. la sua rapida diffusione rende fondamentale conoscerne caratteristiche e modalità di propagazione per limitarne l’impatto sul verde urbano.

Takahashia japonica, conosciuta anche come cocciniglia dai filamenti cotonosi, è una specie fitofaga di origine asiatica, comparsa recentemente in Europa e in Italia. La prima segnalazione ufficiale risale al 2017, con rinvenimento iniziale effettuato nel comune di Cerro Maggiore (provincia di Milano), su alberature or-

namentali urbane. L’areale originario di T. japonica è nell’Estremo Oriente, con presenza accertata in Giappone, Cina, Corea del Sud e, secondo alcune fonti, anche nel subcontinente indiano. L’ipotesi più accreditata per l’arrivo in Italia è quella dell’introduzione accidentale tramite traffici commerciali o movimentazione di piante ornamentali o di materiale vivaistico infestato che costituiscono la principale via di diffusione per gli insetti coccidi; successivamente la dispersione locale è favorita da fattori come il vento e lo spostamento di ramaglie o residui di potatura

Biologia e ciclo vitale

Nell’Italia settentrionale T. japonica compie una generazione all’anno. In primavera, generalmente tra fine aprile e maggio, le femmine adulte producono vistosi ovisacchi cerosi di colore bianco-crema dalla tipica forma ad anello o cordone, lunghi fino a diversi centimetri, che contengono fino a migliaia di uova. La schiusa avviene tra fine maggio e giugno, quando emergono le neanidi di prima età che migrano verso le foglie, localizzandosi prevalentemente nella pagina inferiore. In questa fase si nutrono della linfa elaborata rimanendo sulle foglie per l’intero periodo estivo.

Con l’arrivo dell’autunno, le forme giovanili si spostano nuovamente sui rami, dove svernano continuando a nutrirsi e completando lo sviluppo fino allo stadio di adulto nella primavera successiva. L’elevata prolificità (con migliaia di uova per ovisacco) e l’assenza o scarsità di nemici naturali efficaci nei nuovi areali contribuiscono in maniera determinante al successo invasivo della specie. Takahashia japonica ha una elevata polifagia e può attaccare numerose specie arboree e arbustive, soprattutto latifoglie. L’EFSA ha identificato almeno 25 generi attaccati distribuiti in 17 famiglie botaniche fra cui Acer spp., Albizia julibrissin, Celtis australis, Cercis siliquastrum, Carpinus betulus, Liquidambar styraciflua, Morus alba e Morus nigra, nonché olmo e altre essenze ornamentali da viale. I danni causati da T. japonica derivano principalmente dall’attività trofica delle forme giovanili e dell’adulto, che sottraggono linfa alle piante ospiti. Questo comportamento determina una riduzione del vigore vegetativo e un progressivo indebolimento della pianta. I sintomi più comuni includono ingiallimento fogliare, crescita stentata e disseccamenti localizzati dei rami; in condizioni di infestazioni gravi si possono verificare disseccamenti

più estesi fino alla morte della pianta. Al danno diretto si aggiunge la produzione di abbondante melata, sostanza zuccherina che favorisce lo sviluppo di fumaggini, con conseguente riduzione dell’efficienza fotosintetica e peggioramento delle condizioni fitosanitarie complessive. Tuttavia, le osservazioni realizzate in Lombardia indicano che, allo stato attuale, le infestazioni provocano soprattutto danni estetici o deperimenti localizzati, sebbene il rischio di impatti più significativi rimanga elevato in presenza di popolazioni elevate o su piante particolarmente sensibili. Le conoscenze sulla biologia di questa specie esotica risultano ancora parziali ma sono sufficienti a delineare un quadro di elevato rischio fitosanitario soprattutto per il verde ornamentale urbano in cui è estremamente difficile mettere in atto provvedimenti di difesa.

Come combatterla

Un attento monitoraggio risulta fondamentale per individuare precocemente le infestazioni iniziali e attuare tempestivamente le opportune misure di gestione. Tale attività dovrebbe essere svolta nel periodo primaverile ed estivo, quando le forme dell’insetto sono più facilmente individuabili. Nei contesti urbani, la gestione può differire a seconda che si operi in ambito pubblico o privato; tuttavia, in presenza di bassi livelli di infestazione, l’approccio meccanico rappresenta generalmente la soluzione più efficace. Questo prevede l’isolamento, ove possibile (ad esempio per piante in vaso), oppure la limitazione dei contatti con vegetazione adiacente, oltre alla rimozione manuale degli insetti, eventualmente accompagnata da lavaggi, l’esecuzione di potature mirate volte a eliminare le parti irrimediabilmente compromesse. Nei casi più gravi può rendersi necessaria anche la rimozione completa della pianta. Per evitare la diffusione dell’insetto, particolare attenzione deve essere posta alla corretta gestione del

materiale infestato rimosso. Secondo la normativa vigente, gli sfalci e le potature urbane, sia pubbliche sia private, sono considerati rifiuti; il materiale infestato deve pertanto essere gestito garantendone il conferimento a un impianto autorizzato che ne assicuri il corretto trattamento e la distruzione, ad esempio tramite combustione. Per ridurre il rischio di dispersione dell’insetto, inoltre, si consiglia di confinare il materiale infestato all’interno di sacchi chiusi. Eventuali pratiche quali l’abbruciamento in loco o l’interramento dei residui, risultano in genere di difficile applicazione e devono essere valutate nel rispetto della normativa vigente e

delle disposizioni locali. Il ricorso ai trattamenti è limitato alle situazioni di forte infestazione, quando i metodi alternativi non risultano sufficienti e in presenza di piante di particolare pregio. Va comunque evidenziato che, in ambito urbano, e in particolare nelle aree pubbliche frequentate dalla popolazione, le limitazioni previste dal Piano d’Azione Nazionale per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari rendono, di fatto, non applicabile il ricorso alla difesa chimica. Eventuali interventi insetticidi possono pertanto essere effettuati solo in ambito privato, utilizzando esclusivamente formulati registrati per l’avversità e per la specie vegetale interessata, nel rispetto della normativa vigente. Se non si è in possesso dell’abilitazione all’uso professionale (il patentino), è consentito esclusivamente l’impiego di prodotti destinati all’uso non professionale, riconoscibili dalle specifiche diciture in etichetta (PFnPO o PFnPE). Va inoltre tenuto presente che l’efficacia dei trattamenti è spesso limitata anche dalla difficoltà di raggiungere uniformemente l’intera chioma, soprattutto su piante di grandi dimensioni. Attualmente non sono disponibili studi che dimostrino l’efficacia su T. japonica degli insetticidi attivi per il controllo delle altre cocciniglie, inclusi quelli di origine biologica. Tuttavia, è possibile che alcuni di questi prodotti (quali olio bianco, olio di neem e olio di arancio) possano fornire un contributo nel contenimento delle infestazioni. Sono inoltre in corso studi volti a verificare l’efficacia dell’impiego di antagonisti naturali, che possano contribuire a limitarne la diffusione. In ogni caso, visto che gli ovisacchi dell’insetto risultano poco sensibili ai trattamenti, eventuali interventi di difesa andrebbero realizzati sugli stadi giovanili nel periodo di migrazione, quando sono più esposti.

(1)SettoreFitosanitarioeDifesadelleproduzioni –RegioneEmilia-Romagna (2)ConsorzioFitosanitariodiParmaePiacenza

Crisi climatica, il WWF dà voce ai cittadini: al via l’indagine sugli impatti degli eventi estremi

il WWF, con il sostegno del Movimento laudato Si’, la collaborazione scientifica del CMCC e green & Blue come media partner, avvia l’indagine “la crisi climatica è già qui: cosa sta cambiando per te?”. l’iniziativa punta a raccogliere le testimonianze dei cittadini sugli impatti degli eventi climatici estremi e a valutare il livello di preparazione e resilienza dei territori di fronte alle sfide del cambiamento climatico.

In occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente, il WWF Italia ha lanciato il questionario nazionale “La crisi climatica è già qui: cosa sta cambiando per te?”. L’iniziativa, realizzata con il sostegno del Movimento Laudato Sì e altre realtà civiche, si avvale della partnership scientifica del CMCC (Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici) e della collaborazione di Green&Blue come principale media partner. La raccolta dei dati avviene attraverso un modulo online, per facilità di elaborazione, e rimarrà attiva fino a metà settembre 2026. L’iniziativa si concluderà con la redazione e la pubblicazione di un report ufficiale, all’interno del quale

verranno raccolte, elaborate e analizzate scientificamente tutte le risposte ricevute, offrendo una fotografia chiara e trasparente del quadro emerso.

Le domande riguardano soprattutto l’impatto degli eventi estremi, dalle piogge estreme alle ondate di calore, ma non tralasciano anche eventi più prolungati, come la siccità, tutti fenomeni ormai sempre più diffusi anche in Italia, con l’obiettivo di valutare la percezione da parte della popolazione degli effetti della crisi climatica sulla loro quotidianità, sullo stile di vita e sulle abitudini personali.

L’indagine verificherà inoltre le misure attive già prese dalla popolazione e dalle comunità per affrontare concretamente il rischio climatico nella propria realtà e sul proprio territorio oltre ai sistemi di tutela e protezione da parte di istituzioni e assicurazioni per supportare, proteggere e aiutare i cittadini nella gestione e nel recupero a seguito di queste emergen-

ze. I risultati della raccolta dati, validati scientificamente dal CMCC, saranno pubblicati a fine settembre 2026.

L’iniziativa parte in un momento cruciale: il mese di maggio 2026 ha infatti registrato forti ondate di calore in diverse regioni del Pianeta, una tuttora in corso in molte aree dell’Europa occidentale, tra cui l’Italia: si sono registrate temperature molto superiori alla media stagionale, arrivando agli incredibili 35°C del Regno Unito (a Heathrow e Kew Gardens). Un nuovo studio di attribuzione di ClimaMeter pubblicato in questi giorni ha concluso che:

• Le alte temperature che hanno causato l’ondata di caldo dell’Europa occidentale del maggio 2026 sono da attribuire al cambiamento climatico causato dall’uomo, mentre la variabilità climatica naturale ha probabilmente svolto un ruolo minore.

• Le condizioni di caldo più estreme, aggravate dal cambiamento climatico,

dalla Redazione

hanno messo a rischio circa 124 milioni di persone e un’attività economica pari a 5.885 miliardi di dollari.

• Questo evento è stato associato a condizioni meteorologiche rare che, in passato, si verificavano principalmente in autunno, ma che ora stanno emergendo anche in primavera. Nella tarda primavera, tuttavia, possono favorire lo sviluppo di una cupola di calore, amplificando condizioni già calde.

La crisi climatica procede a ritmi molto più rapidi rispetto alla reale capacità di risposta e protezione della cittadinanza e dei territori. Il mondo naturale come lo conosciamo è sconvolto dagli impatti del cambiamento climatico, la sua distruzione rischia di amplificarne gli effetti: eppure, con il suo ripristino, costituisce un alleato decisivo.

I dati relativi all’Italia dell’ultimo periodo evidenziano la gravità della situazione:

• Mesi totali con eventi estremi: saliti da 30-31 (anni ‘80-’90) a 69 (2021-2025).

• Ondate di calore: mesi interessati cresciuti dal 13% (2001-2010) al 38% (20112020), fino al 53% nel 2021-2025 (6,5 mesi l’anno).

• Temperature massime estreme: 7 mesi sopra la norma nell’anno idrologico 2024-2025, con picco massimo a giugno 2025.

• Freddo estremo: mesi con gelo scesi dal 7% al 2%; 11 mesi su 12 privi di anomalie fredde nell’ultimo anno.

• Precipitazioni estreme: mesi interessati quadruplicati, dal 3% al 12% tra i primi due decenni del secolo.

• Incendi boschivi: frequenza mensile salita fino al 14% nel periodo 2021-2025.

• Venti di forte intensità: incidenza salita fino al 10% dei mesi.

In media in Italia nel 2025 sono state rilevate 17 ondate di calore (+5,5 rispetto al 2010), 14 picchi di caldo estremo (che arrivano a 18 nelle città del Centro, quasi dieci eventi in più rispetto al 2010) e circa 80 notti tropicali (23 in più rispetto a quindici anni fa). Tra il 1980 e il 2023, i danni complessivi provocati in Italia da eventi climatici estremi hanno superato i 135

miliardi di euro, posizionando il nostro Paese al secondo posto in Europa per perdite economiche complessive legate al clima. A ciò si aggiunga, come evidenziato nel report del WWF “Tackling the Insurance Protection Gap: leveraging climate and nature to increase resilience”, che il divario di protezione assicurativa italiano è tra i più alti in Europa. Appena il 20% delle perdite da eventi estremi è coperto da polizze, mentre il restante 80% grava interamente sulle finanze di famiglie, imprese e finanze pubbliche, minando la stabilità economica generale e rendendo le comunità sempre meno assicurabili. Poiché gli assicuratori reagiscono aumentando i premi, limitando la copertura o ritirandosi dalle aree ad alto rischio, sempre più persone e imprese rimangono esposte. A confermare la vulnerabilità sociale interviene anche l’ultimo rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (AEA) e di Eurofound, intitolato “Overheated and underprepared: Europeans’ experiences of living with climate change”. L’indagine mette in luce una forte asimmetria tra la percezione del rischio e la reale preparazione: ben l’80% dei cittadini europei (4 su 5) dichiara di aver già subito un forte disagio legato al clima negli ultimi 5 anni, ma nonostante i riscontri diretti dei danni, oltre il 22% delle famiglie europee non ha adottato alcuna misura di protezione o adattamento nella propria abitazione, palesando una grave impreparazione

strutturale. Il questionario del WWF nasce dunque dall’esigenza di capire in che modo la popolazione italiana stia rispondendo a queste sfide e come stia affrontando l’impatto della crisi nella vita di ogni giorno. L’obiettivo è raccogliere dati preziosi per comprendere la distanza tra i rischi climatici effettivi e le reali difese di cui le persone dispongono, analizzando sia il livello di preparazione individuale sia le tutele fornite dalle istituzioni locali.

Grazie alla Citizen science, la cittadinanza diventa la vera protagonista del monitoraggio nazionale, segnalando in prima persona:

• Frequenza e gravità dei danni e dei disagi subiti a livello locale.

• Livello di tutela percepito rispetto alle politiche climatiche attuate dalle autorità.

• Specifiche politiche di adattamento e mitigazione realmente applicate sul proprio territorio.

• Conoscenza ed effettivo utilizzo di strumenti assicurativi (pubblici e privati) contro i danni climatici.

Questa mappatura dal basso permetterà di far emergere le priorità d’azione necessarie per colmare il divario di protezione attuale e rafforzare la sicurezza delle comunità di fronte alla crisi climatica. Per partecipare attivamente alla compilazione del questionario, mettendo a disposizione la propria esperienza compila il modulo disponibile su wwf.it/questionarioclima

MULTIUTILITY VIRTUALE: la via pragmatica alla gestione consociata dei rifiuti

Premessa

Nel settore della raccolta differenziata a tariffa, sostenuta in Italia da norme e indirizzi ormai chiari, permane una forte disomogeneità territoriale. Le aspettative dei cittadini, però, non sono molto diverse dal Brennero a Pantelleria: servizio efficiente, regole comprensibili e costi percepiti come equi. A frenare la diffusione della Tariffa Puntuale o PAYT (pay as you throw), non sono tanto la mancanza di principi o di tecnologie, quanto il permanere di resistenze culturali, organizzative e istituzionali.

I numeri riportati da ISPRA e ripresi da IFEL (vedere tabella 1) mostrano con sufficiente chiarezza dove si misura davvero e dove, invece, si con-

tinua a parlare di tariffa senza possedere ancora i presupposti minimi per applicarla in modo credibile. Il punto centrale dell’articolo è proprio questo: la TARIP non si improvvisa, perché senza misura non c’è corrispettività e senza organizzazione non c’è misura.

La centralità della misura

La tariffa può dirsi davvero corrispettiva solo se rispetta in modo oggettivo il principio sinallagmatico, lo stesso che regola altri servizi pubblici misurati come acqua, gas ed energia elettrica. Il riquadro rosso nella tabella evidenzia che in realtà solo il 50% dei Comuni che dichiara di applicare la Tariffa, lo fa in modo rigoroso come previsto dal

DM TARIP del 2017. Misurare significa tracciare e monitorare quantità e qualità del servizio. Da questo passaggio non si può prescindere ed il 50% sopra evidenziato è molto significativo. Dal 2018 a oggi, l’elemento che più ha inciso sul settore è l’ingresso pieno di ARERA nel mondo dei rifiuti, dopo l’esperienza già consolidata nei settori energia, gas e acqua. L’applicazione della TARIP potrà anche non essere obbligatoria in ogni contesto, ma le regole ARERA sulla qualità del servizio e sulla necessità di misurare e rendicontare, sì. Esiste quindi un doppio livello di vincolo. Da un lato, misurare è indispensabile per rispondere agli obblighi di qualità e tracciabilità introdotti da ARERA. Dall’altro, se si misura è d’obbligo rispettare il DM TARIP del 20 aprile 2017, che definisce il come misurare.

Questa combinazione consente/spinge ad uscire dal campo tributario e ad applicare la tariffa puntuale corrispettiva. Fatta la misura corretta, passare alla Tariffa diventa facile e naturale.

Chi e come misurare

La questione, quindi, non è solo se misurare, ma chi debba farlo e con quale assetto organizzativo. L’esperienza italiana dimostra che la diffusione della tariffa al Nord è legata alla presenza storica di SpA pubbliche e gestioni inhouse che amministrano il ciclo dei rifiuti in modo unitario per gruppi di Comuni. Dove il servizio funziona da

Tabella 1

anni, sono frequenti realtà aggregative di dimensioni intermedie, con un bacino tipicamente dell’ordine di 250300 mila abitanti e una città principale che, di norma, non supera i 100 mila abitanti.

In questo quadro rientrano, con caratteristiche diverse, sia esperienze consolidate come Contarina SpA di Treviso, sia realtà più recenti come Ecoambiente SpA di Rovigo, che ha dimostrato come il passaggio da TARI a TARIP possa essere affrontato in tempi relativamente brevi quando esistono governance, strumenti e responsabilità chiare. Il dato di fondo resta però invariato: la tariffa a misura funziona dove esiste una struttura capace di governare insieme dati, organizzazione del servizio, controlli e bollettazione.

Nord e Sud

La gestione consociata più diffusa al Nord, sotto la guida di una Multiutility, resta la soluzione più realistica per superare la persistente frammentazione che caratterizza molti territori del Sud. La tabella e le immagini della figura 2 rappresentano visivamente la situazione aggiornata con relativi valori (fonte ISPRA). Il divario appena descritto non è facilmente colmabile in tempi brevi sul piano politico-burocratico, ma oggi esistono condizioni tecnologiche e organizzative che consentono di muoversi comunque nella direzione corretta. Le piattaforme cloud permettono infatti di condividere dati, processi e controlli all’interno di un sistema collaborativo che mantiene la necessaria territorialità operativa, ma introduce una regia unitaria e coordinata. È qui che si colloca il concetto di Multiutility Virtuale: un modello nel quale soggetti pubblici, privati e cittadini operano all’interno di un ecosistema comune, governato in modo strutturato, pur senza essere necessariamente concentrati in

un’unica sede o in un’unica società già pienamente formata.

Non si tratta di una forzatura teorica. È l’applicazione pratica di quella che in altri contesti viene definita innovazione combinatoria: utilizzare tecnologie mature, già disponibili e collaudate, combinandole in modo nuovo per risolvere problemi complessi con tempi e costi sostenibili. La diffusione del cloud, la familiarità acquisita con il lavoro distribuito, l’uso quotidiano di strumenti di collaborazione remota e la crescente accettazione di modelli web-oriented (il cosiddetto “cloud” auspicato anche dalle norme PNRR) hanno reso possibile ciò che solo pochi anni fa sarebbe stato difficile anche solo immaginare.

Cos’è una Multiutility Virtuale

Una multiutility tradizionale è un’azienda pubblica organizzata per gestire servizi complessi con logiche industriali, pur nel rispetto delle norme pubbliche. La Multiutility Virtuale

non ne nega il valore, ma ne anticipa la sostanza organizzativa in contesti dove quella struttura non esiste ancora o richiede tempi troppo lunghi per essere costruita.

Perché il modello funzioni e per sfruttarne appieno i vantaggi servono però alcuni ingredienti minimi:

• un gruppo di Comuni limitrofi che condivida l’obiettivo

• un progetto realistico costruito da professionalità adeguate

• un orizzonte di investimento almeno triennale

• una massa critica iniziale di almeno

3 Comuni e almeno 50mila abitanti. In questo schema, le principali funzioni tipiche di una utility possono anche restare distribuite territorialmente, purché operino su una base dati comune (database in Cloud), con regole condivise e con un coordinamento effettivo. Il vincolo vero resta il presidio del territorio, non la compresenza fisica di tutti gli attori nella stessa sede.

La premessa, tuttavia, è molto concreta: senza chi svolge il servizio, nulla può essere misurato; senza misura,

nulla può essere controllato; senza controllo, nulla può essere addebitato in modo corretto. Per questo la Multiutility Virtuale non coincide con un semplice software, ma con una filiera organizzativa in cui appaltante, gestore, operatori, RUP, DEC e soggetti incaricati della riscossione lavorano su processi coerenti con CAM, TQRIF, registri di qualità e capitolati costruiti per produrre i dati necessari.

Il caso SRR Catania Città Metropolitana

Quanto descritto non è più soltanto un’ipotesi teorica. Un esempio concreto è rappresentato dalla SRR Catania Città Metropolitana, Ente Territorialmente Competente che ha avviato un percorso orientato proprio alla costruzione di un modello di Multiutility Virtuale. L’elemento qualificante del progetto è la scelta di dotarsi di una piattaforma centralizzata da mettere a disposizione dei Comuni appartenenti alla SRR, così da iniziare a costruire una base dati condivisa e processi omogenei propedeutici alla TARIP. Il valore dell’iniziativa non sta solo nella componente informatica. La decisione

è rilevante perché affronta il problema con il giusto approccio: prima ancora della tariffa, occorre creare le condizioni per misurare, controllare, certificare e poi attivare la Tariffa Corrispettiva con i vantaggi che ne derivano. In un territorio frammentato, questo significa standardizzare almeno le informazioni essenziali, rendere coerenti i flussi tra Comuni, gestori e soggetti operativi, e predisporre un ambiente comune per anagrafiche, contratti, dotazioni, misurazioni e rendicontazioni. In altri termini, si crea la sostanza operativa della multiutility prima ancora della sua eventuale formalizzazione societaria completa. Per la Sicilia e più in generale per molti contesti del Sud, questo approccio può rappresentare un passaggio decisivo. Consente infatti di avviare un percorso di aggregazione e collaborazione reale senza attendere che tutti i livelli istituzionali e societari siano già perfettamente allineati. Il tema, non a caso, ha trovato spazio di confronto tecnico anche nell’ambito di ECOMED, Green Expo del Mediterraneo, all’interno delle Giornate dell’Acqua e dei Rifiuti promosse dalla Regione Siciliana.

Conclusioni

L’idea di una Multiutility Virtuale può sembrare, a prima vista, una formula di passaggio.

In realtà è un modo concreto per affrontare con strumenti attuali un problema reale: come portare organizzazione industriale, misurazione e controllo in territori dove la gestione singola del servizio non è più adeguata e la multiutility tradizionale non è ancora pronta. Anche le Multiutility tradizionali del Nord applicano parzialmente questo modello come evoluzione ed ottimizzazione del modello tradizionale.

Le tecnologie abilitanti esistono, le esperienze da cui apprendere non mancano e i modelli organizzativi sono ormai sufficientemente chiari. La sfida non è più dimostrare che si può fare, ma creare le condizioni minime per farlo bene. In questo senso, la Multiutility Virtuale non è un’utopia, ma un modello operativo intermedio, serio e replicabile, capace di accompagnare il passaggio verso una gestione aggregata, misurabile e coerente con l’obiettivo della TARIP.

Suolo:

viaggio nell’universo sotto i nostri piedi che stiamo distruggendo

senza accorgercene

La parola Homo ha la stessa radice indoeuropea di Humus. Adamo fu plasmato dall’argilla del suolo. Il nostro pianeta si chiama Terra. Eppure, come annotava Leonardo da Vinci - e la frase suona vera ancora oggi - “sappiamo più del movimento dei corpi celesti che del terreno sotto i nostri piedi” C’è qualcosa di vertiginoso in questa distanza: siamo figli del suolo, lo portiamo nel nome della specie, e continuiamo a trattarlo come una superficie vuota su cui appoggiare cose. Come un pavimento. Come niente.

Un universo sotto i piedi

Il suolo non è uno strato inerte. È un ecosistema tra i più complessi e densi di vita che esistano sul pianeta, un universo verticale che si svolge nei pochi decimetri tra la suola delle nostre scarpe e la roccia madre. In un cucchiaino da caffè di terra buona - grassa, umida, scura- sono presenti fino a nove miliardi di unità di vita: batteri, funghi, alghe, protozoi, nematodi. Nove miliardi in un cucchiaino. Per confronto, in

Micelio: la rete fungina che cuce insieme gli apparati radicali delle piante, in un enorme sistema di scambio di sostanze e informazioni | ©greemstyle.com

La cementificazione come sinonimo di progresso - Expo Milano, 1999-2015 | ©altraeconomia

un campione analogo di suolo urbano compresso sotto decenni di asfalto bollente, quel numero scende di diecimila, anche centomila volte. Viviamo in un mondo sottosopra: perché si costruisce sopra, ma si costruisce anche sotto. Tra gli abitanti del sottosuolo, i funghi costruiscono alcune delle architetture più straordinarie del mondo vivente. In una foresta, il micelio di un singolo fungo può distendersi per diversi chilometri quadrati, cucendo insieme migliaia di piante in una rete sotterranea di scambi e segnali. Quello che vediamo in superficie - il fungo, il cappello, il gambo - è solo il frutto: il corpo vero è invisibile, è un intreccio di filamenti sottilissimi chiamati ife, che si insinuano dove le radici non arrivano, estraendo minerali e umidità dalla roccia tramite acidi ed enzimi. In cambio, le piante li nutrono con carboidrati e lipidi prodotti dalla fotosintesi. Una relazione antica quanto la vita stessa: si ritiene che questa simbiosi risalga a quando le alghe non avevano ancora radici, e si affidarono ai funghi per muoversi sulla terraferma. Ma il micelio non è solo un canale di nutrimento. Possiede una memoria direzionale, sa orientarsi nei labirinti del sottosuolo e trasmettere messaggi chimici su lunghe distanze, modificando le reazioni di piante lontane dal punto in cui ha ricevuto lo stimolo. Se una pianta della foresta ha bisogno di aiuto, la rete

lo sa. Poi ci sono i batteri. Quando le radici di una nuova pianta penetrano nel terreno, emettono segnali chimici e zuccheri - una parte consistente di tutto ciò che producono con la fotosintesi, dall’undici al quaranta per cento- allo scopo preciso di attrarre i microrganismi e costruire comunità intorno a sé.

Questi batteri scompongono composti organici complessi, trasformano l’azoto inerte dell’aria in nitrati e ammonio utilizzabili, producono ormoni della crescita, difendono la pianta dai patogeni. Sono, in un senso molto concreto, il suo intestino esterno. E quando la pianta muore, lascia in eredità il suo microbioma al terreno, per le piante che verranno dopo di lei. I lombrichi, infine: Darwin li studiò a lungo e li ri-

Giardino pubblico realizzato con la collettività per Manifesta 12, tema “Diventare giardino”. Un modo per riappropriarsi degli spazi e tornare a curare il suolo e i luoghi dell’abitare - Coloco con Gilles Clément, Groundaction, Scuola del Terzo Luogo - Quartiere Zen, Palermo, 2018 | ©coloco

Omaggio a Robert Smithson - Stalker Rundown - Ex cava di selce, via Laurentina, Roma, 1996 | ©Articiviche, Francesco Careri

conobbe come indicatori di fertilità. Scavano fino a ottomila chilometri di cunicoli per ettaro, cunicoli che vengono tramandati alle generazioni successive e percorsi per decenni. Questi tunnel dimezzano l’erosione del suolo, favoriscono l’aerazione, raddoppiano in dieci anni il tasso di infiltrazione delle precipitazioni. Mangiano foglie cadute, le digeriscono con l’aiuto dei batteri nel loro intestino, restituiscono al terreno materia trasformata e fertile. Dove vivono i lombrichi, la biomassa vegetale e animale è in media superiore del venti per cento rispetto ai suoli dove sono assenti. Tutto questo - funghi, batteri, lombrichi, ma anche nematodi, insetti, alghe - è solo una parte di ciò che abita il suolo. Non ne conosciamo ancora tutti i tasselli. Ma sappiamo che senza di essi non esisterebbero boschi, né campi coltivati, né acqua pulita, né ossigeno. Sappiamo che tutto parte da qui, da quello strato sottile e buio che calpestiamo ogni giorno senza pensarci.

La risorsa che non conta

Per generare due centimetri e mezzo di suolo fertile occorrono cinquecento anni. È un numero che dovrebbe fermarci. Invece non lo fa, perché per la maggior parte del Novecento il suolo non è stato nemmeno contabilizzato: non esisteva una questione di “consumo di suolo”, perché il suolo stesso non veniva riconosciuto come risorsa. Era una piattaforma. Una superficie vuota

che acquisisce valore solo quando ci si costruisce sopra. Questa visione ha avuto conseguenze enormi. Il consumo di suolo è il primo responsabile dei disastri idrogeologici che devastano periodicamente il nostro Paese: non è una tesi ambientalista, ma una conclusione della Corte dei Conti, risalente al 2019. Eppure, ancora manca una legge nazionale che fermi il consumo, che riconosca al suolo uno statuto giuridico

adeguato - nonostante la Costituzione, all’articolo 117, affidi allo Stato la tutela dell’ambiente e dell’ecosistema. Il suolo è entrambe le cose. La cementificazione ha nel nostro immaginario collettivo un significato profondo e resistente: vuol dire sviluppo, crescita, modernità. Il cemento amplia le città, organizza, crea lavoro, rassicura. Pablo Georgieff, cofondatore del collettivo di paesaggisti Coloco, definisce la nostra società “asfaltomane”, ossessionata dalla pulizia di un mondo che vorrebbe perfettamente spolverato e diserbato, totalmente indifferente alla natura e alla biodiversità. Per noi, suolo e asfalto sono diventati quasi sinonimi. Entrambi solidi, gestibili, controllabili. Questa cecità porta a paradossi come quello del cosiddetto “bilancio ecologico”: l’idea che la desigillazione di un’area asfaltata compensi la contemporanea copertura di un suolo libero, azzerando di fatto il consumo netto. Solo chi non conosce l’ecologia potrebbe sostenerlo. Un suolo che ha vissuto decenni sotto l’asfalto non è semplicemente “dormiente”: è distrutto. Nel caso ce lo fossimo dimenticato: per generare due centimetri e mezzo di suolo fertile occorrono cinquecento anni. Riportarlo alla vita richie-

Analisi aerea comparativa di un distretto industriale nella Pianura Padana, che evidenza lo sviluppo urbano nel tempo e la graduale impermeabilizzazione del suolo | ©sostenibilitaequitasolidarieta

Asphalt rundown 40 anni dopo - 2011 | @UrsulaNistrup
Asphalt Rundown - Robert Smithson - Cava di Selce a Roma, 1969 | © Holt/Smithson Foundation

derebbe generazioni, ammesso che sia possibile. Equipararlo a un suolo vivo e integro è come equiparare un deserto a una foresta pluviale solo perché entrambi occupano superficie.

L’asfalto come paesaggio, e il paesaggio che torna

Nel 1969, l’artista Robert Smithson realizzò a Roma la performance

Asphalt Rundown: quindici quintali di asfalto bollente riversati da un camion sul ciglio di una cava di selce abbandonata, una colata nera che scorreva lenta giù per il pendio. Una denuncia viscerale al consumo dissennato del suolo, bruciante e ironica nella sua forma. Ventisette anni dopo, nel 1996, il collettivo - fondato da Francesco Careri e Lorenzo Romito - si recò nella stessa cava a rendere omaggio a quell’opera. Cercarono la colata di Smithson. La trovarono addomesticata: la vegetazione vi cresceva dentro, vi si era intrecciata, l’aveva fatta propria. La cava era viva: tritoni nelle depressioni colme d’acqua, colonie di uccelli, tracce ovunque di una natura che aveva ripreso possesso di ciò che l’uomo aveva abbandonato. Stalker lanciò allora una domanda: esiste forse un processo inverso all’entropia, in quei passi inconsapevoli, in quel gioco che dispone la terra a nuova vita? E si rotolarono giù dalla collina, sul corpo antico dell’opera di Smithson, in un gesto libero e infantile e profondamente vero. I luoghi abbandonati dagli esseri umani diventano spesso paradisi naturali. La natura non aspetta il permesso per ricominciare.

Guardare in basso, per cambiare direzione Ci sono giardinieri, paesaggisti e agricoltori che hanno già cambiato prospettiva. André Grelin, nel 1963, brevettò la grelinette, uno strumento che permette di aerare il terreno senza capovolgerlo - perché invertire gli strati significa condannare a morte i microrganismi aerobici della superficie

Ritratto di Darwin con al suo fianco un libro su “La dieta dei vermi” - Punch’s fancy portraits, 1881 | © Wikipedia

Competizione Nazionale tra Atenei sul Rilevamento Pedologico, tenuta dall’Università del Wisconsin: studenti intenti a studiare gli orizzonti che compongono il suolo. Gli strati più scuri e superficiali sono quelli più ricchi di biodiversità | @Amital Shaver , University of Minnesota Soil Judging Team

Stratificazione del suolo su una pianura alluvionale | @Amital Shaver , University of Minnesota Soil Judging Team

e quelli anaerobici del profondo, scambiandoli di posto. Negli anni Cinquanta era nata negli Stati Uniti la tecnica della pacciamatura, che ricopre il suolo con materiali organici per imitare ciò che la natura fa da sola - foglie cadute, detriti vegetali - proteggendo l’umidità, limitando l’evaporazione, nutrendo lentamente il suolo. Annick Bertrand e Yves Gillen, nel loro giardino del Marais in Bretagna, coltivano senza vangare, senza trattamenti chimici, senza fertilizzanti sintetici, dal 1975. Il suolo è sempre coperto da una spessa lettiera di foglie. I microrganismi fanno il loro lavoro. Il giardino li nutre, loro nutrono il giardino. “Devo dare al giardino qualcosa, prima di ricevere” - questa frase contiene una filosofia intera. Il suolo non ha bisogno di essere difeso come un’astrazione. Ha bisogno di essere visto per quello che è: un universo vivo, irriproducibile, millenario, che ci sostiene silenziosamente da quando esiste la vita su questo pianeta. Non una superficie da occupare, ma uno spazio da abitare con rispetto, come si abita una casa altrui, sapendo di essere ospiti. Abbiamo già abbastanza suolo consumato. Spianate di parcheggi, case e capannoni vuoti, nodi ferroviari, aree dismesse che aspettano di tornare a respirare. La nota di speranza non è utopica: è concreta, è sotto i nostri piedi. Basta smettere di coprirla, e iniziare a guardarla.

UNI&AMBIENTE

notiziario ambientale di attività normative: dicembre ‘25 - aprile ‘26

Commissione Centrale Tecnica

Il 1° dicembre 2025 si è riunita la Commissione Centrale Tecnica dell’UNI in cui sono stai riferiti gli Aggiornamenti sull’utilizzo del sistema OSD - Online Standards Development per lo sviluppo delle norme CEN e ISO, in corso di revisione.

Nell’ulteriore riunione del 3 febbraio 2026 è stata presentata e discussa la prima bozza di revisione del Regolamento per le attività di sviluppo delle Prassi di Riferimento, la cui conclusione e pubblicazione sono previste all’inizio dell’estate.

GL 08 “Attrezzature e macchine per la raccolta dei rifiuti”

Riunione del GL il 22 gennaio ‘26 a Milano in cui:

■ è proseguita la discussione del Progetto di norma sui Requisiti generali e di sicurezza relativi alle attrezzature per la movimentazione di contenitori scarrabili con sollevamento a gancio unico centrale, con previsione nei mesi a venire di varie riunioni informali dei tecnici coinvolti, per lo sviluppo del progetto, alquanto complesso.

■ è proseguita la discussione sulla trasformazione in norma UNI della UNI/PdR 50:201 Oli e grassi vegetali ed animali esausti - Linee guida per la raccolta ed il recupero, Riunione del GL il 9 aprile ‘26 a

Milano in cui:

■ è stata presentata e discussa la prima bozza di ACISM relativa all’Interoperabilità dei sistemi di misurazione dei rifiuti raccolti: sono stati richiesti ulteriori approfondimenti e commenti da discutere nella prossima riunione.

■ esaminato e discusso il pur ampio documento predisposto sulle attrezzature per la movimentazione di scarrabili si è ritenuto necessario ampliarne la portata avviando invece 4 nuovi progetti relativi a: (1 ) Sistemi per la movimentazione degli scarrabili; (2) Cassoni e presse; (3) Requisiti prestazionali e metodi di prova; (4) Requisiti di sicurezza e igiene , in cui confluirà anche il materiale già predisposto.

La prossima riunione del GL è prevista il 22 giugno ‘26 a Milano

CEN/TC 183 “Waste Management” / WG 1

Waste Containers

Riunione del Gruppo di Lavoro 1 (WG1) del CEN/TC 183 a Madrid il 10-11 febbraio scorso, in cui:

■ è stato comunicato l’avvio dell’enquiry per la EN 15132, (‘Ricoveri’ per i contenitori dei rifiuti urbani, anche con ottimizzazione dei volumi): conclusione prevista il 19.06.26.

■ è proseguita la discussione sulla revisione del testo della EN 13071-1,2,3 che definisce i Contenitori stazionari fino a

5.000 l, sollevati dall’alto e svuotati dal basso (Requisiti generali - Ulteriori requisiti generali per sistemi interrati o parzialmente interrati - Sistemi di sollevamento raccomandati ), integrata con una Parte 4: Requisiti aggiuntivi per la raccolta robotizzata. Le riunioni informali dei tecnici per accelerare la revisione dei testi - il 20 marzo, aprile e maggio - consentiranno di approvare la bozza finale a fine giugno per l’enquiry.

■ è st ato approvato un ballotcome chiesto dal nostro mirror group - circa la revisione della EN 12574, in particolare la parte 2 su cui l’Italia propone modifiche alla prove sui coperchi, ritenute inadeguate. La prossima riunione del TC 183/ WG1 è prevista il 30 giugno 2026 a Delft (NL).

Libro La normazione delle attrezzature e dei servizi di igiene ambientale

UNI e la Fondazione Rubes Triva, con la collaborazione di ASSOAMBENTE, ID&A Brescia S.r.l., ManTra e UTILITALIA hanno pubblicato da EPC S.r.l. questo libro, che presenta i risultati di oltre 40 anni di normazione dei servizi di igiene ambientale in Italia, riportando anche ampi stralci dei 35 documenti oggi in vigore, fra cui 11 norme UNI, 22 norme CEN ed una ISO, oltre ad una Prassi di Riferimento.

a MS porta il Bl 1 in Spagna: debutto ufficiale a T eCM a Madrid 2026

Prosegue il percorso di crescita internazionale di AMS con l’avvio della commercializzazione del nuovo caricatore bilaterale BL1 anche sul mercato spagnolo. Il veicolo è stato presentato ufficialmente a Madrid in occasione di TECMA 2026, la principale manifestazione spagnola dedicata all’ambiente e ai servizi urbani. L’arrivo del BL1 in Spagna rappresenta un passaggio strategico particolarmente importante per AMS, marchio ormai ampiamente conosciuto e apprezzato nel mercato iberico grazie alle numerose forniture realizzate negli ultimi anni e alla crescente presenza nel

settore della raccolta automatizzata dei rifiuti. Il nuovo BL1 nasce come progetto innovativo pensato per offrire elevata produttività, compattezza operativa ed efficienza nei cicli di raccolta, rispondendo alle nuove esigenze delle municipalità europee orientate verso sistemi sempre più automatizzati e sostenibili. La decisione di introdurre il modello sul mercato spagnolo arriva inoltre dopo gli ottimi riscontri internazionali ottenuti durante la recente edizione di IFAT, la più importante fiera mondiale del settore ambientale, dove il BL1 era esposto presso lo stand AMS e ha suscitato

DALLE ASSOCIAZIONI

forte interesse da parte di operatori e clienti provenienti da numerosi Paesi. Le premesse commerciali appaiono quindi estremamente positive. La partecipazione a TECMA ha consentito di presentare dal vivo il nuovo prodotto a mu-

nicipalità, aziende pubbliche e operatori privati spagnoli, in un mercato che mostra crescente attenzione verso tecnologie evolute e soluzioni ad alta efficienza per la raccolta dei rifiuti.

www.amsspa.com

Giornata Mondiale dell’Ambiente, campagna “Impianti Aperti”: in 7 anni visite guidate in oltre 70 impianti di gestione rifiuti

Oltre 70 impianti di gestione e trattamento dei rifiuti aperti al pubblico, migliaia di visitatori coinvolti e sette anni di attività per raccontare da vicino il valore concreto dell’economia circolare. È questo il bilancio di “Impianti Aperti on the Road”, la campagna promossa da ASSOAMBIENTE che, in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente 2026, celebra il suo settimo anniversario.

L’iniziativa, avviata il 5 giugno 2019 e negli anni patrocinata anche dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, è nata con l’obiettivo di

aprire le porte degli impianti di gestione dei rifiuti a cittadini, istituzioni, scuole e media per mostrare concretamente come gli scarti possano trasformarsi in nuove materie prime ed energia, contribuendo alla sostenibilità ambientale e allo sviluppo economico dei territori. L’anniversario arriva all’indomani della quarta tappa dell’edizione 2026, ospitata presso l’impianto Ecosystem di Pomezia, una delle realtà più avanzate del settore nel Lazio.

“ Superare pregiudizi e stereotipi è fondamentale per costruire una vi-

sione di lungo periodo sulla gestione dei rifiuti”, ha dichiarato Elisabetta Perrotta, Direttore di ASSOAMBIENTE. “Fare economia circolare significa poter contare su una rete impiantistica adeguat a, moderna ed efficiente. È necessario promuovere una cultura che valorizzi innovazione, sostenibilità e occupazione, evidenziando il contributo concreto che il settore offre ai territori. Con “Impianti Aperti” continuiamo a raccontare queste eccellenze industriali che restituiscono valore ai materiali di scarto, trasformandoli in nuove risorse o energia”.

ASSOAMBIENTE

r adici storiche, visione globale: il percorso di Baron 1854

Da storica realtà italiana a player internazionale nel settore dell’ecologia: è questo il percorso di crescita di Baron Srl, azienda vicentina fondata nel 1854, oggi presente sul mercato sotto la guida della quinta generazione. Con l’avvento dell’elettronica, la quarta generazione della famiglia Baron ha investito nella divisione dedicata alla pesatura a bordo automezzo, orientandosi al settore dell’ecologia e della raccolta rifiuti. Nel tempo, l’offerta si è ampliata con sistemi RFID, cassonetti intelligenti e software per la gestione dati, contribuendo all’innovazione dei servizi ambientali.

Negli ultimi quindici anni, con l’ingresso in azienda della quinta generazione, BARON ha intrapreso un importante percorso di evoluzione e strutturazio-

DALLE ASSOCIAZIONI

ne, triplicando il fatturato grazie a due leve strategiche: industrializzazione e internazionalizzazione. Una crescita che ha portato l’export dallo 0% del 2010 all’attuale 50% del fatturato aziendale.

Oggi non si parla più di una sola azienda ma del gruppo Baron1854, che comprende cinque società: due

aziende produttive specializzate, una holding e due consociate estere in Spagna, Francia e Svizzera, dedicate alla commercializzazione e al servizio post-vendita. La presenza internazionale si è consolidata attraverso partnership con rivenditori locali e una rete commerciale che raggiunge Europa centro-orientale, Medio Oriente, Sud-Est asiatico e Sud America.

Da oltre 170 anni Baron si distingue per qualità, affidabilità e capacità di offrire soluzioni su misura a costruttori di compattatori, aziende di servizi e pubbliche amministrazioni, confermando come una PMI familiare italiana possa diventare un riferimento internazionale nel proprio settore.

www.baron1854.com

CISAMBIENTE

Cisambiente verso il decennale: una storia di crescita per il settore Ambiente

Con oltre 1500 aziende associate e tanti obiettivi centrati - tra i più recenti il rinnovo del CCNL dei servizi ambientali e l’approvazione del disegno di legge volto a semplificare l’utilizzo del CSS - Cisambiente Confindustria si avvia alla conclusione del primo semestre del 2026, e soprattutto ai festeggiamenti, il prossimo 29 settembre, per i suoi primi 10 anni di attività, carica di entusiasmo e pronta per nuove sfide.

L’Associazione rappresenta industrie protagoniste del settore ambientale che coprono l’intero ciclo di gestione integrata del rifiuto: dalla raccolta al trattamento per il riciclo dei materiali, fino alla produzione di energia. Il comparto energetico, d’altronde, ha avuto grande sviluppo in Cisambiente, non solo grazie all’impegno di tanti associati nella produzione di energia da rifiuti, ma anche attraverso l’istituzione del dipartimento

biogas e combustibili strategici e il recente ingresso delle CER nel sistema associativo.

Dalla ricerca di nuove soluzioni, per esempio per il recupero dei RAEE o del tessile, al potenziamento di aree già consolidate, come il risanamento dei territori o il riciclo di carta, plastica, vetro e il trattamento dell’organico, Cisambiente punta su scelte strategiche per l’Ambiente e per l’Industria.

eS a presenta le proprie novità

È appena terminata la 60ma edizione di IFAT dove ESAEcologia Soluzione Ambiente S.p.A. ha presentato le proprie soluzioni smart per la gestione dei rifiuti, che integrano innovazione tecnologica, sostenibilità e sicurezza urbana. Ha fatto seguito TECMA, a Madrid; in entrambe le occasioni è stato registrato interesse da parte dei più qualificati operatori del settore che hanno apprezzato lo sviluppo dei prodotti. Al centro dell’esposizione ESA ha presentato il consolidato 2AS – Two Automatic System, il sistema robotizzato progettato per la raccolta verticale e bilaterale dei rifiuti anche

in contesti urbani complessi arricchito da una maggiore estensibilità e nuova pinza Kinshofer 3.0; l’attrezzatura di sollevamento dei contenitori era nella configurazione a cinque sfili, particolarmente apprezzata nei mercati internazionali che consente di raggiungere contenitori fino a 7,5 metri di distanza, ampliando il raggio operativo del sistema. Novità presentata è una soluzione per una raccolta rifiuti ancora più rapida, efficiente e flessibile con il modello 3AS, sempre con attrezzatura robotizzata per la raccolta laterale e bilaterale, mono operatore per contenitori DIN 2400/3200lt a ca-

rico laterale. Tecnologia più veloce grazie alla cinematica a tre rotori, maggiore portata grazie all’ottimizzazione degli ingombri del braccio robotizzato e maggiore flessibilità grazie alla modularit à delle pinze, laterale, F90 e Kinshofer. A completamento dell’offerta legata al sistema 2AS, ESA ha proposto una gamma articolata di soluzioni per la

Smart isola: tecnologia e valore per il territorio

La trasformazione digitale dell’igiene urbana non riguarda solo efficienza operativa e compliance normativa. Oggi le nuove tecnologie sono chiamate a contribuire anche alla qualità degli spazi pubblici e alla valorizzazione del territorio.

In questa visione si inserisce SmartIsola, la linea di isole ecologiche intelligenti sviluppata da Qualitambiente, brand di Mediacom Lab, società del Gruppo Mediacom, specializzata in soluzioni digitali per utilities, ambiente e pubblica amministrazione. SmartIsola supporta gestori e amministrazioni che vogliono coniugare innovazione, sostenibilità e decoro urbano.

Le strutture consentono di digitalizzare il conferimento dei rifiuti attraverso controllo accessi, monitoraggio in tempo reale e raccolta dei dati, migliorando l’efficienza del

servizio e la tracciabilità delle attività. L’innovazione non è però solo tecnologica. SmartIsola è progettata per integrarsi nei contesti urbani e paesaggistici, trasformando un’infrastruttura funzionale in un elemento di riqualificazione.

raccolta dei rifiuti urbani. Tra queste i contenitori in HDPE realizzati con plastica riciclata e riciclabile, progettati per garantire robustezza, lunga durata e conformità ai Criteri Ambientali Minimi (CAM) dotati di illuminazione per garantire maggiore funzionalità e sicurezza.

www.esa-italy.com

Ne è un esempio il progetto realizzato presso il porto di Capodimonte (VT): un’isola ecologica modello Duster, realizzata con tecnologia Light Steel Frame e finiture effetto legno, dotata di controllo accessi, sensoristica per il monitoraggio del riempimento, sistema antiodori a biodegradazione naturale e videosorveglianza.

Un progetto che dimostra come la gestione dei rifiuti possa diventare un’opportunità per generare valore per cittadini, amministrazioni e territorio, unendo tecnologia, sostenibilità e qualità degli spazi urbani.

www.qualitambiente.com

a rredo urbano e tecnologia: la nuova estetica della raccolta di nord engineering

Nord Engineering progetta i propri contenitori smart come veri elementi di arredo urbano: linee ricercate, design distintivo e innovative soluzioni di piegatura e assemblaggio che richiamano le sinuose carrozzerie delle auto sportive. Soluzioni progettate non solo per integrarsi in qualsiasi contesto urbano, ma per accompagnare l’evoluzione delle città verso un modello più moderno, sostenibile e intelligente. È questo concept a renderli la scelta ideale per i contesti più esigenti in oltre 500 città nel mondo: davanti ad antiche chiese in Sud America, accanto a castelli e palazzi di pregio in Nord Europa, nelle piazze storiche delle capitali e lungo le promenade più fotografate del Mediterraneo. La gamma - fuori terra, semi-

DALLE ASSOCIAZIONI

interrata e interrata - si adatta a qualsiasi contesto urbano grazie alle diverse configurazioni disponibili e alle ampie possibilità di personalizzazione: colori, bocche di conferimento, grafiche e persino rivestimenti su misura, pensati per dialogare con l’identità di ogni luogo. Un esempio è il progetto sviluppato per Saint-Raphaël, tra le più affascinanti mete della Costa Azzurra. Qui i contenitori si inte-

grano nelle passeggiate e nei lungomari più suggestivi grazie a rivestimenti in pietra perfettamente armonizzati con il paesaggio. Gli spazi attorno alle isole ecologiche diventano così luoghi vissuti ogni giorno dai cittadini, dove sedersi e godere del mare e dell’ombra degli alberi. Sotto la superficie, isolamento idrico, ottimizzazione acustica e riduzione degli odori garantiscono comfort urbano

Sostenibilità: italiani esposti alle notizie ambientali, ma si fidano poco dei canali più utilizzati

Il 22 aprile, in occasione della Giornata mondiale della Terra, la prima conferenza nazionale “Sostenibilità e giornalismo responsabile” a Milano è stata occasione per presentare i dati dell’Osservatorio SCELTA - Sviluppare la Circular Economy facendo Leva sulle Tendenze d’Acquisto: è l’osservatorio promosso da CONAI in collaborazione con la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, con l’obiettivo di comprendere i fattori che influenzano i comportamenti di

consumo e il rapporto tra informazione, fiducia e sostenibilità.Circa un italiano su due dichiara infatti di informarsi “spesso” o “sempre” su questi temi attraverso media giornalistici (il 55% dei rispondenti) e social network (50%), che risultano essere i canali più utilizzati. Ma sono proprio i social media a raccogliere i livelli più bassi di fiducia. Le fonti istituzionali e scientifiche, che occupano le ultime posizioni in termini di utilizzo (il 29% le consulta spesso

e igiene. Al momento della raccolta, il sistema Easy assicura lo svuotamento bilaterale automatizzato da un unico operatore, in totale sicurezza e ordine. Tutta la gamma è predisposta per sensori di riempimento, identificazione dell’utenza e IoT: tecnologia invisibile che alimenta la gestione intelligente del servizio. Belli fuori, smart dentro.

www.nordengineering.com

o sempre), sono invece percepite come più autorevoli e credibili: il 69% le ha molta o piena fiducia in loro. «Questi dati ci restituiscono un quadro molto chiaro: l’interesse verso i temi ambientali è alto, con circa un italiano su due che si informa con regolarità, soprattutto attraverso media e social» commenta Simona Fontana. «Il punto è che proprio questi canali, pur essendo i più utilizzati, sono anche quelli che raccolgono meno fiducia».

raVo e2 e r 2: l’evoluzione

della pulizia urbana

Le spazzatrici RAVO E2 e R2 si distinguono per efficienza, innovazione e sostenibilità, rispondendo alle esigenze delle moderne città con prestazioni elevate e massima versatilità. La RAVO E2, 100% elettrica e a zero emissioni, dotata di motore da 75 kW e batterie da 64 kWh, garantisce l’autonomia necessaria per un’intera giornata di lavoro.

Il sistema intelligente di gestione dell’energia, insieme all’avvio e arresto automatico di spazzole ed erogazione dell’acqua, ottimizza i consumi e prolunga

la durata della batteria. Le prestazioni sono paragonabili a quelle della versione diesel, con il vantaggio delle emissioni zero e della possibilità di utilizzare batterie intercambiabili per estendere l’operatività.

La RAVO R2 combina potenza e agilità grazie al tubo di aspirazione rettilineo da 250 mm e alla turbina da 13.000 m³/h, che assicurano una raccolta efficace dei detriti.

Il design compatto e il sistema sterzante a 2 o 4 ruote la rendono ideale per centri storici, aree pedonali e viabilità urbana. Le moda-

lità EcoMode e BoostMode permettono di adattare consumi e prestazioni alle diverse esigenze operative. Entrambi i modelli offrono cabine ergonomiche, comandi intuitivi, visibilità ottimale e sistemi telematici avanzati per la gestione

CM pl X di Busigroup: il nuovo compattatore a carico laterale con tecnologia Swing

Busigroup presenta il nuovo sistema per la raccolta e compattazione dei rifiuti urbani a carico laterale, il CMPL X dotato dell’innovativa funzione Swing. CMPL X rivoluziona la raccolta automatizzata, presentandosi come un’assoluta novità nel panorama dei compattatori a carico laterale e un assoluto gioiello dell’offerta di OMB Technology, in particolare grazie all’optional “Swing” che permette di effettuare la presa del contenitore anche in posizione non parallela al veicolo, evitando così di dover riallineare il cassonetto prima delle operazioni.

Grazie alla rotazione del gruppo combinata con la traslazione dei bracci, il sistema Swing vanta una tolleranza di centraggio di 100 mm, recuperando i disallineamenti e riposizionando ogni cassonetto con pre -

cisione nella propria sede stradale. Le innovazioni del CMPL X però coinvolgono anche il sistema standard, in cui i bracci scorrono su steli cromati per ridurre l’usura, mentre le geometrie ottimizzate permettono di

della flotta. Grazie ai numerosi accessori, garantiscono la massima versatilità in ogni contesto urbano e climatico. Con RAVO E2 e R2, il futuro della pulizia urbana è già realtà.

www.ravospa.com

operare agevolmente anche a ridosso dei muri. La riprogettazione del gruppo ha eliminato il rotocilindro a favore di una meccanica lineare: il ribaltamento in tramoggia avviene tramite doppi cilindri fino a 65°, assicurando lo svuotamento completo di tutti i contenitori, inclusi quelli a presa stretta. L’ottimizzazione complessiva riduce infine le pressioni di esercizio e i consumi del motore, garantendo a Busigroup la capacità di offrire un prodotto sostenibile, efficiente e progettato per durare nel tempo.

www.busigroup.it

WillShare: il noleggio dei veicoli ecologici entra in una nuova era

Il settore dell’igiene urbana è chiamato a una svolta: flotte più verdi, emissioni ridotte, costi sotto controllo. WillShare risponde con un’offerta di noleggio full service per i veicoli speciali della raccolta rifiuti.

La recente consegna di un Fuso e-Canter elettrico con allestimento Novarini ad Alea Ambiente, gestore rifiuti del territorio di Forlì, presso la sede di Piolanti Truck, secondo Marcello Giglio, CEO di WillShare, rappresenta il consolidamento del marchio nel settore ed il segnale di nuovi programmi di espansione.

La flotta WillShare copre

ogni esigenza operativa: vasche, mini-costipatori, compattatori, spazzatrici, scarrabili ed elettrici, tutti di nuova o recentissima immatricolazione.

Manutenzione, assicurazione e assistenza sono incluse nel canone, con una rete di officine specializzate su tutto il territorio per interventi rapidi su qualsiasi veicolo. Angelo Piolanti si è detto orgoglioso della consegna, definendola un contributo concreto alla transizione ecologica di Forlì e dimostrazione che la mobilità sostenibile è già realtà tangibile.

Con WillShare noleggiare

non è solo una scelta economicamente efficiente: è scegliere un partner affidabile per la gestione sostenibile del territorio per un futuro dell’igiene urbana all’altezza delle sfide climatiche.

La cerimonia di consegna del Fuso e-Canter elettrico presso Piolanti Truck –presenti i team di WillShare, Piolanti e Alea Ambiente.

www.willshare.it

a ngelo Brillante nominato Direttore generale di emz tecnologie ambientali

Novità ai vertici di emz tecnologie ambientali, divisione Waste Business del gruppo tedesco emz. Dal 1° giugno 2026 Angelo Brillante (nella foto accanto) ha assunto l’incarico di direttore generale della filiale italiana, riportando direttamente ad Andreas Weidmüller, Chief Financial Officer dell’azienda.

Nel nuovo ruolo guiderà un team di circa 25 professionisti e avrà la responsabilità dell’intero business italiano dedicato alla gestione dei rifiuti, coordinando vendite e marketing, gare d’appalto, realizzazione dei progetti, assistenza e attività amministrative.

Dagli albori dei sistemi di controllo accessi alle nuove frontiere della digitalizzazione dei servizi ambientali: il percorso professionale di Angelo

Brillante racconta l’evoluzione tecnologica del settore. Con una formazione nello sviluppo

software e una lunga esperienza nel waste management, ha seguito in prima persona il passaggio dalle prime soluzioni di identificazione degli utenti alle moderne piattaforme integrate per la gestione dei conferimenti e della tariffazione puntuale. Entrato in emz nel 2018 come responsabile delle vendite per il mercato italiano, dopo una precedente collaborazione con l’azienda, porta oggi alla guida della filiale una profonda conoscenza delle tecnologie e delle esigenze dei gestori. Una competenza strategica in una fase in cui il futuro del controllo accessi punta sempre più su dati, interoperabilità e servizi intelligenti a supporto dell’economia circolare.

www.emz-ta.com

Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook