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TERRITORIO FRA RECUPERO E RIQUALIFICAZIONE DEL COSTRUITO
ilProgettoSostenibile
Semestrale anno XII n° 34-35 dicembre 2014 Euro 40,00 Registrazione Trib. Gorizia n. 5/03 del 9.9.2003 Poste italiane S.p.A. Spedizione in a.p. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 1 NE/UD
ISSN 1974-3327
34-35
EdicomEdizioni
ilProgettoSostenibile 34-35 ricerca e tecnologie per l’ambiente costruito
TERRITORIO FRA RECUPERO E RIQUALIFICAZIONE DEL COSTRUITO Consumo di suolo nell’area centrale veneta Integrabilità dei sistemi leggeri nella riqualificazione dell’esistente: ostacoli e potenzialità Patrimonio industriale. Conservazione, patrimonializzazione, trasformazione sostenibile La conoscenza come strumento per un progetto di recupero sostenibile La qualità nei processi di recupero: aperture interdisciplinari e innovazione tecnologica Zone umide diffuse per la riqualificazione ambientale dell’Agro Pontino
34. ilProgettoSostenibile 35. territorio fra recupero e riqualificazione del costruito
4.
La città senza sprechi Adriano Paolella
Progetti
68. 10.
FoCuS
Le case eoliane di Filicudi: un esempio di architettura spontanea sostenibile
Consumo di suolo nell’area centrale veneta
The Aeolian houses of Filicudi: an example of spontaneous sustainable architecture
Land use in the central area of Veneto
Vincenzo Sapienza
Laura Fregolent
18.
78.
Abusivismo edilizio a roma. una valutazione dei processi insediativi per una politica di rigenerazione urbana
Knowledge of the building as a tool for sustainable recovery. The church of Santa Maria della Carità (Ascoli Piceno)
llegal buildings in Rome. An assessment of the settlement processes for an urban regeneration policy
Enrico Quagliarini, Stefano Lenci, Francesco Monni, Sara Vallucci
Carlo Cellamare, Dario Colozza
30.
edifici di valore storico-architettonico. Strumenti operativi di supporto alla progettazione d’interventi di recupero Buildings of architectural and historical value. Operational tools to support the design of interventions recovery
La conoscenza della fabbrica come strumento di recupero sostenibile. La chiesa di S. M. della Carità (Ascoli Piceno)
86.
La sostenibilità nell’edificare: l’esempio del CQ2 di Carbonia Sustainability in building: the example of CQ2 in Carbonia
Giuseppe Desogus, Lorenza Di Pilla, Claudio Lancioni, Salvatore Mura
Edino Valcovich, Raul Berto, Carlo Antonio Stival
40.
integrabilità dei sistemi leggeri nella riqualificazione dell’esistente: ostacoli e potenzialità Preassembled dry construction elements in energy retrofitting actions: barriers and potentialities
Ernesto Antonini, Andrea Boeri, Jacopo Gaspari, Valentina Gianfrate, Danila Longo
50.
Patrimonio industriale. Conservazione, patrimonializzazione, trasformazione sostenibile Industrial heritage. Conservation, patrimonialisation, sustainable transformation
Rossella Maspoli
62.
i piani energetici ambientali regionali. Apliccabilità degli indicatori proposti a scala nazionale (iSPrA) ed europea (euroStA) Regional environmental energy plans. Applicability of the proposed indicators on a national (ISPRA) and European (EUROSTA) scale
Gianfranco Rizzo, Luana Filogamo
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ilProgettoSostenibile Ricerca e tecnologie per l’ambiente costruito Rivista semestrale Anno XII – n° 34-35 dicembre 2014 – ISSN 1974-3327 Registrazione Trib. Gorizia n. 5/03 del 9.9.2003 – numero di iscrizione ROC: 8147 Direttore responsabile: Ferdinando Gottard Coordinamento editoriale: Anna Raspar Redazione: Lara Bassi, Lara Gariup Progetto grafico: Marco Klobas Editore: EdicomEdizioni, via I Maggio 117 – 34074 Monfalcone – Gorizia tel. 0481.484488, e-mail: redazione@edicomedizioni.com Stampa: Press Up – Roma Stampato interamente su carta riciclata da fibre selezionate Prezzo di vendita: euro 40,00 (numero doppio) Abbonamenti: Italia: euro 40,00 – Estero: euro 80,00 La direzione lascia agli autori piena responsabilità degli articoli firmati. È vietata la riproduzione, anche parziale, di articoli, disegni e foto se non espressamente autorizzata dall’editore.
SUDI E RICERCHE
96.
La qualità nei processi di recupero: aperture interdisciplinari e innovazione tecnologica The quality in the recovery processes: interdisciplinary openings and technological innovation
Giovanna Franco
102.
Zone umide diffuse per la riqualificazione ambientale dell’Agro Pontino Spread wetlands for the environmental rehabilitation of Agro Pontino
Maurizio Sibilla
114.
Ergonomia degli spazi urbani: sperimentazione di un sistema multicriteriale per la valutazione Ergonomics of urban areas: testing a system for multi-criteria evaluation
Letizia Appolloni, Daniela D’alessandro, Carlo Cecere, Carlo Patrizio
120.
Criteri e modalità per il restauro di pareti rivestite in listelli di cotto. Un palazzo residenziale del secondo novecento a Bologna Criteria and procedures for the restoration of walls covered with terracotta strips. A residential palace of the late 20th century, in Bologna
Riccardo Gulli, Luca Venturi
130.
L’istallazione dei vigneti: un’occasione per la riqualificazione del paesaggio The installation of the vineyards: an opportunity for the redevelopment of the landscape
Francesca Muzzillo, Fosca Tortorelli
136.
Comitato scientifico Carlo Cecere Stefano Della Torre Marco Filippi Dora Francese Riccardo Gulli Gianfranco Rizzo Marco Sala Antonello Sanna Matheos Santamouris
Roma “La Sapienza” Politecnico Milano Politecnico di Torino Napoli “Federico II” Università di Bologna Università di Palermo Università di Firenze Università di Cagliari Università di Atene
Referenti comitato scientifico sedi universitarie Gabriele Bellingeri Roma 3 Carlo Cellamare Roma “La Sapienza” Enrico De Angelis Politecnico di Milano Enrico Fabrizio Università di Torino Rossella Franchino Seconda Università di Napoli Anna Frangipane Università di Udine Paola Gallo Università di Firenze Jacopo Gaspari Università di Bologna Maria Luisa Germanà Università di Palermo Mario Grosso Politecnico di Torino Adriano Magliocco Università di Genova Alessandra Marin Università di Trieste Francesco Martellotta Politecnico di Bari Costanzo Di Perna Politecnica delle Marche Fabrizio Tucci Roma “La Sapienza” Comitato Peer Review Ernesto Antonini Fabio Armillotta Francesco Asdrubali Arianna Astolfi Sara Basso Alessandra Battisti Andrea Boeri Marco Bragadin Carlo Cellamare Vincenzo Corrado Edoardo Currà Corrado Curti Enrico De Angelis Milena De Matteis Davide Di Fabio Costanzo Di Perna Annarita Ferrante Paola Gallo Jacopo Gaspari Maria Luisa Germanà Mario Grosso Luca Guardigli Francesco Martellotta Giovanni Mochi Simonetta Pagliolico Carlo Patrizio Anna Pellegrino Enrico Quagliarini Piercarlo Romagnoni Rosa Romano Giovanni Semprini Valentina Serra Cinzia Talamo Fabrizio Tucci
Università di Bologna C.A.Sa. Università di Perugia Politecnico di Torino Università di Trieste Roma “La Sapienza” Università di Bologna Università di Bologna Roma “La Sapienza” Politecnico di Torino Roma “La Sapienza” Politecnico di Torino Politecnico di Milano IUAV Studio Di Fabio Leoni Associati Politecnica delle Marche Università di Bologna Università di Firenze Università di Bologna Università di Palermo Politecnico di Torino Università di Bologna Politecnico di Bari Università di Bologna Politecnico di Torino Roma “La Sapienza” Politecnico di Torino Università Politecnica delle Marche IUAV Università di Firenze Università di Bologna Politecnico di Torino Politecnico di Milano Roma “La Sapienza”
ICAR 10 ICAR 19 ING-IND 11 ICAR 12 ICAR 10 ING-IND 11 ICAR 12 ICAR 10
ICAR 12 ICAR 20 ICAR 10 AGR 10 ICAR 12 ICAR 10 ICAR 12 ICAR 12 ICAR 12 ICAR 12 ICAR 12 ICAR 21 ING-IND 11 ING-IND 11 ICAR 12
ICAR 12 ING-IND 11 ING-IND 11 ICAR 21 ICAR 12 ICAR 12 ICAR 11 ICAR 20 ING-IND 11 ICAR 10 ICAR 10 ICAR 10 ICAR 21 ING-IND 11 ICAR 10 ICAR 12 ICAR 12 ICAR 12 ICAR 12 ICAR 10 ING-IND 11 ICAR 10 ING-IND 22 ICAR 10 ING-IND 11 ICAR 10 ING-IND 11 ICAR 12 ING-IND 11 ING-IND 11 ICAR 12 ICAR 12
Efficienza energetica degli edifici e utilizzo di fonti rinnovabili nelle aree urbane. Il progetto TeCNaRE Buildings’ energy efficiency and usage of renewable sources in urban areas: the TeCNaRE project
Erminia Attaianese
86
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4 FoCuS
La cittĂ senza sprechi
ilProgettoSostenibile
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Adriano Paolella Architetto ad.paolella@gmail.com
Le due facce del fenomeno
La città decresce negli sprechi
Il consumo di suolo per insediamenti e infrastrutture è impressionante. In Europa è stimato in circa 1.000 kmq/anno ma in realtà è molto più elevato in quanto il sistema di ricognizione usato non individua, e quindi non contabilizza, i piccoli nuclei, le case sparse e la quasi totalità delle infrastrutture lineari. In Italia si consumano 75 ha di suolo al giorno e in 50 anni la superficie urbanizzata è aumentata di 3,5 volte (600.000 ha) mentre la popolazione del 17%. L’enorme richiesta di suoli non accenna a diminuire sostenuta dall’aumento delle superfici medie insediative pro-capite e dai processi di inurbamento della popolazione (nel 2020 in Europa è previsto che nelle città risiederà l’80% della popolazione totale). Contemporaneamente a questo fenomeno una altrettanta imponente quantità di edifici, aree infrastrutturate e manufatti in genere viene abbandonata o sottoutilizzata. In Italia decine di migliaia sono i capannoni abbandonati, milioni gli ettari di aree industriali non più utilizzati, milioni di ettari e decine di migliaia di metri cubi di edifici del demanio militare in attesa di riuso. Nella sola Milano ci sono 3,7 mln di mq di aree dismesse, 1,0 mln di mq di scali ferroviari abbandonati, 1,0 mln di mq di caserme, 50 cascine abbandonate, un centinaio di edifici vuoti in città, migliaia di appartamenti e 885.000 mq di uffici sfitti, per un totale di 3,5 mln di metri cubi di volumi abbandonati. Il modello di produzione e l’assetto sociale del nostro paese è cambiato profondamente negli ultimi decenni, le produzioni sono state trasferite, l’apparato produttivo dismesso. Nuovi iniziative sono attivate, iniziative che richiedono nuove spazialità in nuovi territori. Inoltre, si è permesso che gli edifici residenziali divenissero lo strumento più sicuro per accumulare fondi e quindi tutti gli insediamenti sono pieni di unità abitative non occupate, non immesse nel mercato, che hanno il solo obiettivo di garantire il mantenimento di capitali. Le città si ampliano non per rispondere a una necessità abitativa ma a una richiesta speculativa generata sia dai grandi investitori sia dai singoli cittadini che cercano sicurezze per i loro risparmi. La coesistenza dei due fenomeni, la costruzione di manufatti su suoli liberi e l’abbandono di manufatti potenzialmente funzionanti, evidenziano tutta l’insostenibilità del modello praticato.
È questo un atteggiamento proprio della società dei consumi che ha nel nuovo, nell’iperproduzione, nel non necessario, nella dismissione anticipata il principale propulsore per mantenere elevati i consumi di merci. I manufatti e le aree, come tutte le merci della società dei consumi, non sono riparati, adeguati, modificati alle nuove esigenze ma dimenticati fin quando non si concretizzino possibilità di guadagno. La sensazione che consumando suoli si metta a repentaglio l’intera esistenza dell’umanità e la consapevolezza dell’erroneità del modello prescelto ha però aperto un dibattito su come fare a contenere il consumo dei suoli. La città contemporanea è il luogo del massimo disequilibrio tra disponibilità (minima) e consumi (massimi) di risorse; essa è un oggetto in continua esponenziale, squilibrata, espansione che fagocita e trasforma enormi quantità di territorio. La limitazione del consumo di suoli se non inserita all’interno di un cambiamento complessivo dei criteri insediativi può portare a due criticità. La prima l’innalzamento dell’altezza degli edifici che consente un aumento della densità e al contempo lascia libere ampi superficie di terreno. Questa è una “non soluzione”, su cui però confluiscono i pareri favorevoli di diversi interessi, in quanto modifica la densità solo in alcune aree limitate delle città, solitamente centrali, ove sussistono prezzi al metro quadrato tali da garantire profitti significativi nonostante gli elevati costi della costruzione1. La seconda è che la limitazione del rapporto tra insediamenti e territorio agricolo e naturale (ad esempio, la città di Dresda ha limitato al 40% del totale della superficie del comune quella dedicata all’edilizia) se non accompagnata da una azione sociale di controllo fa levitare i prezzi dei suoli, esalta i processi speculativi e facilita la sostituzione degli edifici. La scelta non è tra città alta o città estesa; ma è quella di praticare soluzioni che creino condizioni di benessere per i cittadini considerando i costi energetici della costruzione e gestione degli edifici, la mobilità, l’inquinamento e il piacere dei luoghi. Per questo la soluzione si colloca principalmente nel recupero degli sprechi (terreni interclusi, edifici non utilizzati, parcheggi, piazzali, case isolate da trasformare in aggregazioni) che costituiscono un enorme ambito di miglioramento nella ottimale
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utilizzazione degli spazi. Tra la città che cresce in altezza e quella che cresce in superficie vi è una soluzione facilmente praticabile: la città che decresce negli sprechi.
Contenitori di energia L’economia dell’industrializzazione, dei consumi, della continua crescita materiale, l’uso incondizionato della risorsa suolo per insediamenti produttivi, infrastrutturali, residenziali, di servizio ha prodotto una grande quantità di manufatti di temporanea utilizzazione, di scadente qualità tecnica e formale, sovradimensionati. Perseguendo un modello di sviluppo che non ha neanche permesso il raggiungimento dell’auspicato e duraturo benessere si è degradato il paesaggio, alterato e distrutto ecosistemi, perso biodiversità, minato il funzionamento dei processi naturali, sottratto risorse alle comunità. Così oggi, al termine di una fase di trasformazione che sicuramente avrebbe potuto essere meno impattante, la risultante è un territorio pieno di manufatti non più consoni alle nuove esigenze produttive e commerciali e quindi abbandonati o sottoutilizzati. L’energia servita alla costruzione è accumulata all’interno dei manufatti dismessi e costituisce un enorme deposito che può essere riutilizzato per non consumare ulteriormente, per utilizzare e non sprecare quanto fatto.
il problema del recupero In un quadro di risorse limitate appare del tutto insostenibile, oltre che illogico, non tentare di usare un capitale di tale entità; un comportamento energeticamente, ambientalmente, eticamente più corretto potrebbe avviare un recupero diffuso che metterebbe a disposizione di chi ne ha necessità le costruzioni non utilizzate e rimuoverebbe il non riutilizzabile rinaturalizzando così le aree degradate. Date le dimensioni e la diffusione del problema sembra difficile ipotizzare che l’intervento pubblico abbia la disponibilità economica di sostenere l’investimento richiesto e che l’investimento imprenditoriale privato possa interessarsi di manufatti il cui recupero ha scarse possibilità di produrre profitti. Per non ridurre l’ambito a un ridotto numero di interventi puntuali e per evitare che edifici e aree rimangano per decenni abbandonate in attesa che si concretizzino le condizioni che producono il massimo vantaggio economico, è necessario ampliare la partecipazione e superare le modalità operative che hanno generato l’attuale situazione. Avviare un grande progetto di carattere culturale, economico, sociale e ambientale soste-
nuto da un sentire comune, da quella ricerca di qualità della vita desiderata dall’intera comunità. Una vera rivoluzione che riporti al centro dell’attenzione valori – la riqualificazione dell’ambiente e del paesaggio, l’eliminazione degli sprechi, la conservazione della natura, il perseguimento del benessere – che in passato sono stati volutamente ignorati per permettere l’ottenimento di discutibili risultati economici e sociali.
economia e fantasia In un Paese dove il contesto estetico culturale non è un plusvalore ma una condizione fondante dell’esistenza, un qualsiasi progetto che miri al recupero delle parti compromesse e degradate non è solo un progetto ambientale ma anche economico. Operare sull’esistente, recuperare l’energia grigia, eliminare manufatti degradanti, ripristinare aree, ridare alla produzione edifici e parti di territorio è un progetto economico perché in tale maniera restituisce alla comunità un patrimonio attualmente indisponibile e sostiene un settore, quello edile, che non può e non deve operare solo sulle nuove costruzioni e ricostruzioni. Mettere a disposizione di chi ne ha bisogno i manufatti non utilizzati riduce il peso dell’handicap, costituito dal costo degli spazi in cui svolgere le attività e abitare, che grava su imprenditori e cittadini e che, a esclusione della rimozione dell’insostenibile e incongruo diritto di ottenere il massimo profitto dall’alienazione di un bene che è solo concesso, potrebbe non penalizzare i proprietari. Alla stessa maniera milioni gli ettari di proprietà pubblica e privata non utilizzati, se non posseggono una particolare qualità naturale, possono essere recuperati all’agricoltura con affitti sociali, così come le centinaia di migliaia di unità abitative non in uso potrebbero essere immesse nel mercato. Tutto ciò indirizza gli investimenti non sugli immobili e le infrastrutture, al centro delle politiche economiche da decenni, ma sulle attività facilitando il mantenimento e l’avvio di attività produttive, sostenendo il settore edile nella sua trasformazione e nel contempo riduce il consumo di suolo e alleggerisce il “peso” degli insediamenti. Ma si può fare anche di più. Ad esempio chi impedisce, quando non vi siano obiettivi speculativi, che caserme divengano abitazioni, che capannoni divengano negozi, ambiti di artigianato, atelier di moda o artistici o qualunque altra cosa se promosse da comunità e individui al fine di rispondere a necessità o desideri. La primavera scorsa è stato privatizzato un piccolo tratto di costa della Sardegna. Non sarebbe stato meglio darla in gestione a una cooperativa di giovani che promuovesse il turismo con tutte le attenzioni per l’ambiente che la qualità della natura dei luoghi richiede? Sicuramente, per quanto piccoli, i vantaggi
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sarebbero stati immensamente superiori ai novantamila euro che lo Stato ha incassato da questa cartolarizzazione. È necessaria fantasia per trovare nuove soluzioni; una fantasia che questo modello non ha alcuna capacità di esprimere perché segue gli stessi percorsi che ne hanno evidenziato i limiti: cercare profitti rapidi, enormi, individuali e non soddisfare gli interessi comuni se essi non rispondono a tali requisiti.
il ruolo delle comunità Il nostro Paese ha già dimostrato di essere capace di attivare un progetto di conservazione/riqualificazione diffuso. Pur tra mille contraddizioni, ha attuato e attua il più grande progetto di conservazione e restauro di centri storici del Pianeta. L’idea vincente fu quella di allargare l’ambito di partecipazione attiva dal ristretto gruppo di tecnici, ricercatori, amministratori direttamente interessati promuovendo una sensibilizzazione culturale e sociale di tutta la società. Nel tempo questa azione culturale ha fatto si che gli abitanti si siano identificati con i contesti storico-ambientali dei loro territori, abbiamo acquisito consapevolezza dell’eccezionalità del patrimonio disponibile e di quanto e come la conservazione dei beni garantisca occupazione. In tale maniera è stata creata una cultura comune con la condivisione valori alla cui difesa e promozione opera l’intera comunità. Gli abitanti, infatti, con i comportamenti e le scelte individuali e comuni, sono gli artefici della qualità del territorio e del paesaggio; questo ruolo attivo per troppo tempo è stato interpretato come espressione esclusiva dell’interesse privato, della speculazione individuale, troppo spesso è stato forzato e ricondotto dentro logiche coercitive i cui risultati aberranti sono visibili. Le comunità debbono acquisire la consapevolezza di potere essere il principale soggetto per una riqualificazione estesa e un crescente numero di sperimentazioni in atto sono la dimostrazione di quanto tale consapevolezza sia più diffusa di quanto si pensi.
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in un organismo comune, non malata di gigantismo, connessa con la produzione alimentare, orti e campagna, a ridotta mobilità in un nuovo territorio dove c’è più natura, più qualità, più agricoltura, una gestione oculata e conservativa delle risorse è contemporaneamente esito e genesi di comunità autonome, responsabili, consapevoli dei limiti, in grado, forse, di gestire direttamente il proprio futuro. Per soddisfare questa necessità è inalienabile la disponibilità di spazio: lo spazio per raccogliere le acque piovane, per avere un orto, per fare il compostaggio, per posizionare i propri impianti energetici, lo spazio individuale, semicolletivo, comune, delle aree agricole prossime. Il modello insediativo che risponde a questi requisiti è composto da aggregazioni che hanno all’interno i servizi utili alla quotidianità, in cui si sviluppa una significativa quantità di relazioni tra gli individui, che permette una vicinanza tra residente e luoghi di lavoro, che rende possibile l’accesso individuale e collettivo alle risorse, che riduce per questo la mobilità degli individui e delle merci, che ha una dimensione tale da collocarsi in un territorio senza farne perdere riconoscibilità. Operando in questa direzione si possono frazionare i macroinsediamenti, aumentandone la densità (senza ricorrere all’abnorme aumento dell’altezza), si recuperano le aree e gli edifici dismessi e abbandonati, si aumenta la capacità produttiva, di energia e di alimenti, degli abitanti, si creano delle relazioni dirette tra le attività e i servizi sia tecnici sia culturali, svolti da ciascuno. È possibile passare dalla urbanizzazione diffusa e indifferenziata in cui una possente e capillare rete stradale, e la faraonica mobilità a essa connessa, è l’unico strumento che mantiene insieme l’”urban sprawl”, alla definizione di insediamenti configurati e indipendenti. Vicinanza, identità, mobilità ridotta, prossimità con i luoghi di produzione, spazi relazionali (i luoghi dell’abitare i luoghi dell’operatività umana) queste sono le forme aggregative delle comunità quando non subiscono la potenza disgregativa della speculazione della pianificazione/progettazione up-down, dell’interesse privato.
Abitare Il modello economico e il modello insediativo sono strettamente connessi. Se le grandi aggregazioni urbane, le infinite periferie disorganiche e dequalificate, il territorio destrutturato, il paesaggio decaratterizzato sono gli esiti formali del consumismo, del mercato globale, della deregolamentazione cambiando i criteri di riferimento si cambia la configurazione spaziale degli insediamenti. Una nuova forma di insediare il territorio partecipata, piacevole, senza sprechi, in cui le necessità individuali siano contemplate
La costruzione della città Si lasci configurare alle comunità il proprio territorio, fuori dalla speculazione, fuori dal mercato; dal nuovo tessuto di relazioni scaturiscono i nuovi insediamenti, non gerarchici (centro-periferia) ma organici. Non si impedisca attraverso tecnitalità demagogiche lo sviluppo di un fenomeno sociale che già caratterizza il lavoro di molte comunità, non ingabbiamo, in norme e procedure, le potenzialità di modificazione che tale spinta possiede; si affianchino inve-
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ce a essa altre azioni che possano integrare e supportare sostenendo così l’azione autonomamente svolta dalle comunità. Il nuovo modo di costruire l’insediamento si fonda sul nuovo modo di abitare e parte dalla casa fino ad arrivare alla città; esso rende organiche le tante aspirazioni individuali, non attraverso le grandi trasformazioni e zonizzazioni ma rispondendo alle necessità e richieste delle comunità. Esattamente il contrario di quanto fino a ora si è operato, dove alle esigenze e alle azioni individuali era sovrapposto un disegno del territorio, molto spesso esito di un compromesso tra idee astratte e concreti interessi speculativi. Partire del basso per definire un modo di abitare che sia finalizzato al benessere; e il benessere si raggiunge con il soddisfacimento di condizioni di qualità locali (anche attraverso la rimozione delle fonti di alterazione remote). Le comunità costruiscono per prossimità, adattando e adattandosi ai luoghi, mantenendo un tessuto relazionale qualificato e
dimensionando gli spazi e le relazioni alla loro capacità di utilizzazione e di interlocuzione. Per questo nelle loro spontanee aggregazioni si riduce la mobilità, si concentrano le attività, si stringe un legame intenso con i luoghi, si ricerca una autonomia funzionale. In questo contesto si inserisce il progetto; questi sono i caratteri che portano alla composizione di insediamenti in cui l’abitazione, gli spazi comuni, la qualità percepibile costituiscono un habitat finalizzato al benessere dei cittadini e della comunità. Note 1 - Ad esempio quelli degli investitori e quelli degli architetti che vedono nei rinnovamenti urbani rispettivamente la possibilità di grandi speculazioni e di lasciare il proprio segno. Adriano Paolella – Responsabile scientifico della campagna “Disponibile!” di CittadinanzAttiva. Docente DASTEC Università “Mediterranea” di Reggio Calabria e componente gruppo lavoro Ricerca PRIN Re-Cycle Italy.
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disponibile! La partecipazione della cittadinanza attiva al recupero degli sprechi di edifici e aree abbandonate
CittadinanzAttiva ha avviato una campagna contro lo spreco: “SpreKO Una lotta senza esclusioni di colpi. Un impegno concreto per mettere al tappeto lo spreco” ritenendo che esso sia una “presenza ingombrante, nella quotidianità come nel dibattito pubblico, troppo spesso affrontata per singoli ambiti di intervento. Per noi lo spreco è una questione assai più ampia, che attraversa tutti gli aspetti del vivere e dell’agire quotidiano, e che va affrontata in maniera trasversale: risorse economiche e umane, paesaggio, cibo, ambiente, salute sono beni comuni che consumiamo senza la necessaria consapevolezza”. Partendo da questa impostazione, CittadinanzAttiva promuove modalità di riduzione dello spreco e sostiene la mobilitazione dei cittadini in tale direzione. Nell’ambito della riduzione degli sprechi CittadinanzAttiva ha individuato nell’abbandono degli edifici e degli spazi infrastrutturali o agricoli peri-urbani uno dei capitoli più evidenti di comportamenti errati e dannosi. In Italia, come del resto in gran parte dei paesi di non recente industrializzazione, vi sono una enorme quantità di edifici e di aree non utilizzate. Nel nostro Paese tale questione è ancora più significativa per le profonde modificazioni delle strategie produttive, per la consistenza degli interventi pubblici incongrui attuati in passato a supporto del settore secondario, per la quantità di edifici che già al momento della costruzione erano inutili o sovradimensionati. La densità abitativa, l’esponenziale aumento dei metri quadri pro capite (sono tra i più alti di Europa), la consistenza delle proprietà afferenti al demanio (nelle diverse tipologie) completano il quadro. Tra i beni abbandonati v’è di tutto: centrali elettriche, campi da polo, stadi, teatri, cinema, centri studi, biblioteche, scuole, casali, stalle, alberghi, complessi sportivi alberghieri, porti, ferrovie, stazioni ferroviarie, dighe, case cantoniere, stazioni alta velocità, aeroporti, planetari, pontili, impianti sportivi, reti irrigue, torri dell’acqua, gasometri, parcheggi, ospedali, centri di calcolo, viadotti, palasport, case di cura, cimiteri, uffici, abitazioni, svincoli, industrie, capannoni, aree industriali. E tutto in grandi quantità. Tale gigantesca quantità di edifici e aree abbandonate pare non costituisca alcun problema per gli amministratori del Paese: non vi è stato alcun dibattito, alcuna scelta, né, tantomeno, la predisposizione di una politica a riguardo Ma questa condizione di abbandono diviene estremamente grave quando al contempo si continua a costruire, a occupare terreni fertili, negandone l’uso agricolo, consumando suolo, riducendo le biopotenzialità; ed è ancora più grave in presenza di tantissimi operatori che avrebbero un significativo vantaggio nello svolgere le loro attività produttive se avessero degli spazi
a loro disposizione. Rendere “Disponibili!” i manufatti abbandonati toglierebbe un handicap pesantissimo, libererebbe desideri ed energie, sosterrebbe quelle capacità creative che sono alla base di una qualunque società e della sua economia. L’azione di adattamento dei manufatti premessa al riuso, inoltre, orienterebbe il settore edile e le sue piccole e medie aziende verso una azione di recupero-restauro-riqualificazione che potrebbe ben utilizzare le capacità del settore per un obiettivo sostenibile distraendolo dalla ripetizione dello stesso modello di crescita, fondato sulle nuove costruzioni, che ha così negativamente pesato sul territorio e sull’ambiente del Paese. Il progetto proposto è perciò etico, ambientale, energetico, economico ma anche culturale perché mantenere bene il proprio patrimonio è un segno di cultura, perché adeguare le strutture esistenti all’obiettivo di qualificazione del paesaggio è cultura e, infine, perché gli edifici recuperati, come le molte esperienza nazionali e internazionali indicano, possono essere gestiti come laboratori culturali. C’è bisogno di percorrere strade differenti da quella percorsa, strade in cui la capacità degli individui sia di nuovo esaltata, non a danno (o nell’indifferenza) di altri, per portare benessere a tutti: in una economia in cui il denaro è sempre meno diffuso, si tratta di aiutarsi con quello che si ha, dando spazio a quelle azioni di recupero direttamente promosse dai cittadini, stimolare le amministrazioni, mettendo a reddito i beni comuni. Il programma “Disponibile!” di CittadinanzAttiva, fondato sulla tesi che i cittadini debbano essere al centro dell’azione di recupero, prevede che essa svolga un ruolo propulsore nei confronti delle amministrazione e dei cittadini attraverso il proprio volontariato e che contribuisca a incrementare il livello di collegamento tra le diverse realtà operanti sia a livello attuativo che di elaborazione culturale e tecnica. CittadinanzAttiva si propone di contribuire a promuovere il recupero dei beni abbandonati al fine di renderli utilizzabili per le attività di altri soggetti, divenendo il facilitatore delle relazioni tra coloro i quali posseggono o gestiscono dei beni ma che non hanno la possibilità/capacità/interesse di utilizzarli e coloro i quali cercano spazi per svolgere le proprie attività. CittadinanzAttiva tende attraverso questa iniziativa ad accrescere tra i cittadini la consapevolezza dell’importanza dei beni comuni, dell’operare insieme, della creatività di ciascuno come elementi fondamentali e inalienabili per la costruzione del benessere e per la configurazione di un futuro ambientalmente e socialmente qualificato.
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Consumo di suolo nell’area centrale veneta Il saggio restituisce l’evoluzione, le trasformazioni e la progressiva urbanizzazione a bassa densità edilizia di un’area, individuata come area centrale veneta. L’analisi fatta alle diverse soglie storiche consente di evidenziare le fasi di crescita del costruito che restituiscono un quadro di intensa urbanizzazione dispersa e a bassa densità edilizia dovuta a intensi processi di carattere socio-economico dispersione urbana – consumo di suolo – paesaggio – conflitti
Laura Fregolent Professore Associato di Tecnica e pianificazione urbanistica presso l’Università Iuav di Venezia, svolge attività di ricerca in particolare sulle dinamiche di trasformazione legate a processi di dispersione insediativa. Co-dirige la rivista Archivio di Studi urbani e regionali. laura.fregolent.@iuav.it
Articolo sottoposto a Peer review.
Le trasformazioni dell’area studio L’ambito di studio individuato nell’area centrale veneta, compresa tra i capoluoghi di provincia di Treviso, Venezia, Padova e Vicenza, presenta caratteri di grande interesse e peculiarità studiati con particolare attenzione in una sua porzione centrale nota come città diffusa (Indovina, 1990; Secchi, 1996; Indovina et al., 2004; Tosi, Munarin, 2004; Fregolent, 2005; Indovina, 2009) le cui caratteristiche distintive e trasformazioni in atto sono state appunto individuate in un territorio più ampio, anche se con intensità e in fasi temporali diverse, all’interno dell’intera area centrale veneta. A partire dagli anni ‘70 l’ambito di studio si presenta inizialmente come la dilatazione di un sistema policentrico e manifesta una stretta integrazione funzionale tra centri di media e di piccola dimensione; si caratterizza per una spiccata vocazione residenziale, in particolare a bassa densità edilizia, ma anche una distribuzione consistente, omogenea e indifferenziata di attività produttive di piccola e
media dimensione, e aree commerciali, localizzate lungo gli assi di collegamento principale e a ridosso dei nodi di collegamento, ben servite e facilmente accessibili. Sull’area studio sono state condotte diverse elaborazioni con l’utilizzo di tecniche e strumenti di analisi diverse (Fregolent, 2005; Fregolent et al., 2012) che hanno consentito di osservare il fenomeno e misurato i trend di crescita dispersa, descrivendo un processo di urbanizzazione costante e un progressivo consumo di suolo dovuto a un’attività edilizia che nel corso degli anni ‘70 e ‘80 si manifesta con una certa intensità e che prosegue nei decenni successivi anche se con dinamiche e intensità in parte diverse (figg. 1, 2, 3 e 4). Si assiste, infatti, a una crescita continua e sostenuta per tutti gli anni ‘80 fino al ‘90 quando si registrano forme di addensamento intorno ai poli più consolidati seppur ancora in presenza di fenomeni di frammentazione dell’edificato e di crescita dispersa: gli anni ‘80 sono anni di grande trasformazione, di sviluppo e crescita del tessuto economico della regione che si specializza nei settori del
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1. uscita autostrada Padova est (foto di Laura Fregolent).
made in Italy e delle costruzioni (Callegaro et al., 2010); anni in cui assistiamo a intensi fenomeni di costruzione edilizia e di frammentazione dell’urbano (Indovina, Savino, 1999), crescita che prosegue anche nel decennio successivo anche se con
un’intensità molto più contenuta (fig. 5 e tab. 1)1. A partire dalla metà degli anni ‘80 alcuni comuni registrano significativi incrementi della loro superficie edificata e per l’intero arco di osservazione, cioè dal 1970 al 2007, notiamo come
1. Costruito al 1970.
2. Costruito al 1998.
3. Costruito al 2004.
4. Costruito al 2007.
12 FoCuS
Ambito Comuni della Provincia di Vicenza (n. 40) Comuni della Provincia di Treviso (n. 39) Comuni della Provincia di Venezia (n. 19) Comuni della Provincia di Padova (n. 47) Ambito complessivo dei 145 comuni
Sup.
1970
1998
2004
2007
68.202,1 98.945,5 91.629,1 95.940,9 354.717,7
5.234,8 8.096,4 6.791,2 8.765,4 28.887,8
13.554,1 17.833,7 14.728,6 20.506,3 66.622,7
13.937,1 18.384,2 15.202,0 21.158,2 68.681,6
14.818,5 19.798,9 15.941,9 22.503,9 73.063,1
tabella 1. Costruito ai diversi anni (ha) – Fonte: Fregolent, Martinucci.
5. Andamento nel costruito in diverse soglie storiche (1970, 1998, 2004, 2007).
Aree urbanizzate
Anno
l’intera area studio registri un incremento del costruito per oltre il 100% (fig. 6 e tab. 2) mentre la popolazione complessiva aumenta solo del 17%. Questa media significa però che abbiamo comuni la cui superficie costruita aumenta per valori prossimi al 50% e altri per oltre il 150 e 200%. Il processo è sostenuto dagli strumenti urbanistici comunali approntati in quegli anni e in parallelo dalle politiche regionali la cui priorità è lo sviluppo economico che andrà manifestandosi attraverso la crescita della piccola e media impresa. Nel corso degli anni ‘80, infatti, si assiste a un intensificarsi dell’urbanizzazione dispersa, che corrisponde a un parallelo processo di sviluppo economico della piccola e media impresa che ha interessato il Veneto e il Nordest più in generale e che registra proprio in questi anni una crescita molto sostenuta proprio delle imprese minori, soprattutto quelle con meno di 20 addetti (Corò, 1998, p. 234) e che ha portato la regione a essere estremamente competitiva e trainante nell’economia italiana (Anastasia, 1989; Corò, Rullani, 1998; Anastasia, Corò, 1996; Feltrin, Tattara, 2009). In questa fase, l’intervento pubblico per le grandi opere infrastrutturali è assolutamente contenuto se si escludono la Tangenziale di Mestre (1972) o i tracciati delle “tangenziali padovane”, la Valdastico Nord (A31 nota come Pi-Ru-Bi, 19721976) o il tracciato della Sp 111 Gasparona (Vicenza). Gli interventi cioè sono principalmente legati al completamento delle tratte autostradali e a servizio del traffico nazionale e internazionale di attraversamento (Fregolent, Savino, 2011) mentre il potenziamento del sistema infrastrutturale secondario che diventa centrale in questa fase di trasformazione territoriale è legato soprattutto a forme di “incrementalismo infrastrutturale” (Secchi, 1996) che contraddistinguono le politiche locali e comunali: opere di urbanizzazione funzionali all’espansione edilizia e alla dotazione di servizi che una popolazione sempre più dispersa sul territorio richiede. Si assiste, infatti, a una progressiva perdita di popolazione da parte delle città principali, popolazione che si riversa sui comuni della prima e seconda cintura andando proprio ad alimentare e costruire quel sistema disperso e a bassa densità edilizia. Le ragioni di tali “migrazioni” sono ovviamente legate a nuove domande abitative, a una maggiore accessibilità del territorio, a una sempre più diffusa motorizzazione, a una crescente offerta di lavoro prossima alla residenza,
2006 2004 2002 2000 1998 1996 1994 1992 1990 1988 1986 1984 1982 1980 1978 1976 1974 1972 1970 28.888,849
37.734,877
2.058,905
Incremento superficie urbanizzata (ha)
6. Costruito ai diversi anni (1970, 1998, 2004, 2007).
4.381,587
ilProgettoSostenibile
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Ambito
Sup. (ha)
1970-1998
1998-2004
2004-2007
1970-2007
Comuni della Provincia di Vicenza (n. 40) Comuni della Provincia di Treviso (n. 39) Comuni della Provincia di Venezia (n. 19) Comuni della Provincia di Padova (n. 47) Ambito complessivo dei 145 comuni
68.202,1 98.945,5 91.629,1 95.940,9 354.717,7
158,93 120,27 116,88 133,95 130,63
2,83 3,09 3,21 3,18 3,09
6,32 7,69 4,87 6,36 6,38
183,08 144,54 134,74 156,74 152,92
tabella 2. incremento ai diversi anni (%). Fonte: Fregolent, Martinucci.
ad una domanda di stili di vita in parte nuovi; la popolazione in “fuga” dalla città trova nel “diffuso” una modalità del vivere che risponde maggiormente alle esigenze quotidiane del vivere e di carattere economico. Nel corso degli anni ‘90 si assiste a un consolidamento e un addensamento intorno alle città ma anche intorno ai nuclei di media e piccola dimensione attraverso processi di inspessimento della trama urbana che va progressivamente assumendo una forma più consolidata e compatta, anche se permangono evidenti fenomeni di frammentazione e crescita dispersa. Inoltre, gli anni ‘90 sono interessati dalla realizzazione di numerose aree produttive lungo gli assi principali di viabilità: alla forma disgregata e dispersa del tessuto produttivo subentra una pianificazione alla scala locale che tenta di trasferire le industrie esistenti
ma non più compatibili con l’urbano in aree congrue, ma anche di dare spazio a nuove attività produttive che si vogliono insediare nell’area. Nel corso degli anni 2000, il processo di addensamento continua intorno ai nuclei urbani principali e lungo le principali vie di comunicazione. L’area si presenta complessivamente più compatta: i “filamenti” urbani riconoscibili distintamente nelle precedenti soglie storiche analizzate hanno assunto uno spessore maggiore e in molti casi la dimensione dell’aggregato; i nuclei compatti si sono ampliati e densificati inglobando porzioni urbane in precedenza isolate; l’edificazione minuta, frammentata e sparsa non è più la componente principale della crescita del costruito. Inoltre, ai processi di compattazione e di addensamento si affianca una nuova fase di crescita caratterizzata da
14 FoCuS
insediamenti di grande dimensione e ad alto impatto e dalla realizzazione delle “grandi opere infrastrutturali” (Savino, 2006; cfr. Cacciaguerra, 2012) la cui mancata realizzazione è stata denunciata dagli operatori economici come una delle cause della perdita di efficienza del sistema produttivo veneto. La loro realizzazione ora diventa strategica per la Regione che preme per il completamento della terza corsia della Venezia-Padova, della Padova-Brescia e in un secondo momento della VeneziaTrieste, per il Passante di Mestre (Lalli, 2010), la progettazione del Grande Raccordo Anulare di Padova, della Superstrada Pedemontana Veneta, della nuova Romea commerciale, della Camionabile sull’Idrovia Padova-Venezia e del completamento della A31 Valdastico Sud. Sono in prevalenza strade di grande comunicazione, che tendono a servire il traffico di lunga percorrenza e di attraversamento, che creano un miglioramento delle condizioni di mobilità e di collegamento, ma senza riuscire a sgravare significativamente la rete “secondaria” dai problemi di traffico e congestione. La rete secondaria non registra significativi miglioramenti se non la realizzazione di rotonde, sottopassi ferroviari, nuovi raccordi o ampliamento dei tracciati esistenti; le scelte operate non sembrano favorire né un’ottimizzazione della mobilità dell’area, né un controllo della motorizzazione privata che continua a rappresentare il mezzo principale di mobilità delle popolazioni insediate. A questo proposito va detto che gli investimenti pubblici poco si concentrano sulla mobilità collettiva e soprattutto ferroviaria ma sono destinati prevalentemente alla realizzazione dell’Alta velocità, mentre l’attivazione del Sistema Ferroviario Metropolitano Regionale solo in parte contribuisce agli spostamenti sistematici della popolazione, legati cioè al lavoro e allo studio, poiché per gli spostamenti erratici e legati al loisir il mezzo privato continua a essere l’unico mezzo utilizzato. I limiti del SFMR non sono legati solo al numero e alla frequenza dei treni ma anche ai tracciati della rete che non riescono a servire un territorio così frammentato e con una popolazione sparpagliata che esprime domande di mobilità differenziate alle quali è estremamente difficile dare una risposta efficace e dai costi contenuti. Il sistema ferroviario appare, quindi, poco strategico e le sue potenzialità appaiono legate alla realizzazione di un sistema di interscambio efficiente e in grado di garantire concretamente un contenimento dei costi di spostamento e soprattutto una significativa riduzione dei tempi di percorrenza. Questo però e soprattutto all’oggi – in una situazione di uso intensivo del territorio, di dispersione urbana che impone costi pubblici elevati legati alla gestione di un sistema territoriale a bassa densità edilizia –, mette in evidenza come le strategie di sviluppo non abbiano preso in considerazione la possibilità di incidere in qualche modo sulle preferenze localizzative di abi-
tanti e imprese, di introdurre qualche elemento di razionalizzazione più che di contenimento dei processi di urbanizzazione e soprattutto di riduzione dei consumi di suolo che questo modello insediativo impone. La costruzione di nuove infrastrutture provoca un aumento della domanda di spostamento e diventa l’occasione per nuove opportunità insediative quasi sempre con conseguente utilizzo di suolo non antropizzato.
La fase recente di urbanizzazione e consumo di suolo Nella fase di urbanizzazione più recente (a partire dagli anni 2000), come già detto, assistiamo a forme di “riempimento” e di compattazione che avvengono per espansione di nuovi quartieri residenziali o aree specializzate e per effetto della costruzione di nuovi assi stradali. Lungo il tracciato del Passante di Mestre, ad esempio, sono stati realizzati interventi che hanno trasformato profondamente i caratteri dell’area e sono state previste trasformazioni d’uso del suolo da agricolo a edificabile per circa 2.000.000 mq, o l’intervento sulla rete stradale esistente con opere di riqualificazione e adeguamento. Ma una caratteristica evidente è la presenza di interventi e progetti di una certa dimensione che hanno peculiarità comuni e che si riscontrano anche tra interventi molto diversi. Sono progetti promossi con il coinvolgimento di grandi investimenti privati realizzati sia in aree private che pubbliche, spesso attraverso specifiche convenzioni o strumenti giuridici come la finanza di progetto (Basso, Borghelot, 2013). Gli esempi sono diversi: alcuni dei progetti strategici della Regione e confermati nei documenti di piano delle Province, si snodano lungo l’asse Padova-Venezia – il cosiddetto “bilanciere” –, dove proposte di nuove polarità di servizi, residenza, direzionale, terziario in genere si alternano a opere infrastrutturali di una certa consistenza: sono la Città della Moda, Veneto city, il Quadrante di Tessera, la nuova Romea commerciale, qualche casello autostradale, i progetti sull’Idrovia Padova-Venezia, ecc. Progetti che restituiscono questo nuovo processo in atto nel Veneto che non ripropone le dinamiche di crescita che hanno caratterizzato la prima fase di sviluppo a partire dagli anni ‘70 fino al 2000, attraversate da intensi processi di frammentazione e dispersione dell’urbanizzato, ma che evidenzia nuovi caratteri e condizioni di crescita. Lungo la direttrice Venezia-Padova, le tre grandi espansioni previste presentano solo in parte caratteri diversi ma rispondono alla stessa logica: Veneto City2 occupa la superficie di circa 750.000 mq dei comuni di Dolo e Pianiga con una destinazione d’uso principalmente terziaria alla quale si aggiungono strutture alberghiere, strutture sanitarie specializzate, un polo universitario, un polo culturale con auditorium e museo.
ilProgettoSostenibile
A qualche chilometro in linea d’aria, anche se più lontana dal corridoio infrastrutturale, nel territorio comunale di Fiesso D’Artico è previsto il progetto della Città della Moda (meglio conosciuta come «Verve»). Il Progetto Verve prevede la costruzione di un quartiere residenziale, un centro commerciale con 70 negozi d’alta moda, uffici, hotel, ristoranti, centro congressi, un museo, un teatro, un parco a tema e l’attracco sul Naviglio per imbarcazioni: 115.000 mq complessivi di cui 45.000 mq interessati dal progetto3, infine, spostandoci all’altra estremità del “bilanciere”, troviamo il progetto per il Quadrante di Tessera4 nell’area aeroportuale dove sono previsti 350.000 mq per attività commerciali, 110.000 mq per attività turistico alberghiere e 50.000 per attività produttive (Boato, 2011). Il nuovo Piano di Assetto del Territorio adottato a fine dicembre 2012 conferma e ribadisce l’importanza del Quadrante come area strategica (con stadio, casinò, zone sportive e costruzioni connesse) mentre esclude, però (ma forse solo per il momento), la seconda pista aeroportuale in precedenza prevista. Questa tendenza, non riguarda solo la Riviera del Brenta e l’ambito in precedenza descritto nelle sue dinamiche di crescita e trasformazione, ma l’intero territorio regionale interessato da
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progetti che generano – così come quelli sopra citati – proteste da parte di comitati e cittadini. Un esempio ulteriore è costituito dall’Autodromo del Veneto (in provincia di Verona) individuato nel “Piano d’Area Quadrante Europa” (10/1999) che definisce una porzione di 100 ettari tra Vigasio e Trevenzuolo come area adatta a ospitare il circuito dell’Autodromo del Veneto e le relative infrastrutture, ma contemporaneamente tutela la maggior parte del territorio tra i due comuni perché ambito di interesse paesistico-ambientale e destinato al futuro parco fluviale della pianura veronese. Non meno rilevanti sono i nuovi progetti infrastrutturali previsti o il completamento di progetti già in corso quali: il sistema delle Tangenziali venete, il Prolungamento A31 Valdastico Nord, la Nuova Valsugana, il Grande Raccordo Anulare di Padova, la Nuova Romea-Autostrada Orte-Mestre, l’autostrada Nogaramare, il Prolungamento della A27 e la Cimpello-Sequals (in attesa di approvazione); la Terza corsia A22 Verona-Modena e l’Autostrada del mare Meolo-Jesolo (in progettazione); la Superstrada Pedemontana Veneta, l’Autostrada A31 Valdastico Sud, la Terza corsia A4 Trieste-Venezia e Raccordo VillesseGorizia (in costruzione)5.
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Piani, pianificazione e consumo di suolo La costruzione del modello diffuso veneto, ha avuto un forte sostegno da parte delle amministrazioni pubbliche, in primis la regione Veneto che ha promosso, attraverso politiche urbanistiche e di sostegno all’economia della piccola e media impresa, la costruzione di un modello disperso e a bassa densità insediativa. Parallelamente alla scala locale la redazione di piani urbanistici a maglie molto larghe ha contribuito a realizzare e a dare forma a una città a bassa densità insediativa. Nella fase recente le politiche urbanistiche sembrano voler segnare una discontinuità rispetto al passato e al consumo di risorse naturali che il forte processo di urbanizzazione ha comportato. In particolare, il “nuovo” Piano Territoriale Regionale di Coordinamento6 definisce alcuni obiettivi come: la riorganizzazione funzionale della rete dei centri urbani, il potenziamento del sistema di trasporto pubblico, la riqualificazione del sistema produttivo e il contenimento della realizzazione di nuove aree produttive; dichiarando un’attenzione specifica nei confronti delle risorse paesaggistiche e la volontà di contenere il consumo di suolo7. Anche gli obiettivi contenuti nel Documento preliminare per la variante parziale si concentrano sulla valorizzazione della risorsa suolo attraverso il contenimento dell’impermeabilizzazione e la valorizzazione dello spazio rurale e del paesaggio agrario per la tutela della biodiversità. Secondo quanto si legge nel Documento, la risorsa suolo va salvaguardata e l’urbanizzazione contenuta non solo per la tutela dei valori paesaggistici ma anche per gli evidenti effetti sulla fragilità del sistema idrogeologico evidenziato da emergenze sempre più frequenti di esondazioni e vere proprie alluvioni. I trend di crescita del costruito registrati negli ultimi decenni, i grandi interventi infrastrutturali e i progetti in corso concorrono però al mantenimento di un modello insediativo ad alto impatto ambientale, che impone crescenti costi sociali ed economici (Fregolent, Tonin, 2011; Fregolent et al. 2012) e che genera tensioni e proteste da parte dei cittadini8, e le spinte espansive contenute nei Piani di Assetto del Territorio (PAT) adottati o in fase di redazione, molti dei quali sovradimensionati in termini di popolazione prevista e di superfici trasformabili. Alla scala locale, infatti, gli esempi sono molteplici: a Verona, il PAT adottato nel 2006 e approvato l’anno successivo stima per il 2016, 293.100 abitanti complessivi ma al gennaio 2012 i residenti totali sono 251.842 e per i comuni del veronese le valutazioni sono analoghe poiché in quasi tutti i comuni si registra un inaspettato e inspiegabile boom demografico, con picchi significativi in alcuni comuni montani dove, per altro, negli ultimi vent’anni si sono sempre registrati trend negativi. Altro esem-
pio: il Piano di Assetto Territoriale Intercomunale (PATI) di Padova, molto contestato da alcuni comitati e associazioni ambientaliste9, prevede un incremento di nuova superficie edificabile in assenza di un progetto unitario di salvaguardia e riqualificazione ambientale. Dalle analisi condotte risulta, infatti, che nel territorio metropolitano di Padova esistono oltre 3.000.000 mq di aree ancora inutilizzate ma destinate dai PRG dei diversi Comuni ad attività produttive, commerciali e direzionali, che il PATI conferma e aumenta prevedendo 1.446.315 mq di nuove aree di trasformazione. Una valutazione sulla riduzione della superficie agricola rileva che tra il 1970 e il 2010 la Superficie Agricola Totale della regione (SAT) è diminuita di 385.588 ha (-27% rispetto al 1970), mentre la SAU è diminuita di 179.824 ha pari al 18,1% della superficie censita nel 1970. A partire dagli anni ‘80 si registra un’accelerazione: -2.300 ha/anno di SAT negli anni ‘80, -9.700 ha/anno negli anni ‘90, e -18.200 ha/anno negli anni 2000. Già la Lr 11/2004 per il governo del territorio sembrava voler porre un limite al consumo di suolo agricolo, stabilendo un indice di trasformabilità della SA ma, alla prova dei fatti, questo non è avvenuto e l’interesse e l’attenzione alla risorsa suolo appaiono solo dichiarati. Possiamo affermare che esiste, almeno all’apparenza, un’attenzione crescente alle questioni legate al consumo di suolo da parte di cittadini e associazioni, di istituzioni e rappresentanti del mondo economico; un interesse condiviso sulla necessità di un intervento volto a contenere l’erosione di suolo agricolo e non antropizzato ma per dargli traduzione concreta è necessaria un’inversione di tendenza, un nuovo “patto” tra cittadini e istituzioni che (cfr. Bonora, 2013) porti a un cambiamento significativo a una revisione della relazione tra ambiente e sviluppo per una riqualificazione dei luoghi e una qualificazione del vivere.
riferimenti bibliografici Anastasia B. (1989), “La periferia opulenta. Note per un bilancio dell’economia veneta negli anni ‘80, in Oltre il Ponte, n. 27, pp. 29-97. Anastasia B., Corò G. (1996), Evoluzione di un’economia regionale. Il nord-est dopo il successo, Nuova dimensione, Portogruaro. Basso M., Borghelot G. (2013), “Trasformazioni a mezzo di accordi e conflitti territoriali”, in Archivio di studi urbani e regionali, n. 106, pp. 79-100. Boato S. (2011), Tessera city, Corte del Fontego Editore, Venezia. Bonora P. (a cura di) (2013), Atlante del consumo di suolo. Per un progetto di città metropolitana, Baskerville, Bologna. Cacciaguerra S. (a cura di) (2012), Il Li.Me.S Padano-Veneto a Nord-Est, Gangemi, Roma. Corò G. (1998), “Morfologia economica e sociale del Nordest”, in Diamanti I. (a cura di), Idee del Nordest. Mappe, rappresentazioni, progetti, Edizioni Fondazione Giovanni Agnelli, Torino, pp. 221-292. Corò G., Rullani E. (a cura di) (1998), Percorsi locali di globalizzazione, compe-
ilProgettoSostenibile
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Note 1 - Le immagini sono state elaborate da Davide Martinucci. 2 - Il masterplan – redatto da Mario Cucinella Architects e Studio Land – per Veneto Green City è stato presentato a inizio 2013. 3 - Si veda a questo proposito il sito dei Comitati ambiente e territorio della Riviera del Brenta: http://www.infocat.it/?page_id=75. 4 - Come descritto nella Relazione di progetto del Piano di Assetto del Territorio di Venezia, il Quadrante di Tessera “costituisce, assieme alla scelta di confermare il ruolo industriale per Porto-Marghera, la previsione di svi-
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luppo, di valenza metropolitana, più strategica tra quelle considerate dal PAT. Tale scelta nasce dall’interesse che il Comune ha espresso di unificare l’obiettivo di dotare la città di un nuovo moderno stadio, a quello di ampliare e rendere più funzionale la sede di terraferma del Casinò Municipale, oggi collocata a Ca’ Noghera, prevedendo il suo spostamento e ampliamento nell’area di proprietà della Marco Polo S.r.l. adiacente all’area per il previsto Stadio nonché l’inserimento, in detto più ampio compendio, di altre attività destinate al tempo libero e attività varie connesse, definendo peraltro un progetto urbanistico e funzionale coerente, comprendente anche una adeguata soluzione ai problemi di sostenibilità ambientale, modalità pubblica di accesso, traffico, sicurezza, standard collettivi e corretta pianificazione urbanistica che, alla luce del potenziale ruolo sovra regionale della previsione di attrezzature e funzioni rare collegate con la principale rete stradale e ferroviaria nonché con l’aeroporto, permetta: a) una definizione localizzativa, più baricentrica tra il polo intermodale di Tessera e i sistemi ambientali costituiti dalla cintura verde di Favaro e il fiume Dese; b) la previsione della realizzazione di una vasta area a bosco e verde urbano attrezzato a compensazione ambientale dell’incidenza dell’intervento; c) l’organizzazione un sistema viario primario che preveda la realizzazione: - della viabilità di collegamento tra la bretella autostradale e l’aeroporto Marco Polo […]; - del conseguente spostamento, più a Nord, della prevista fermata Stadio del SFMR […]” (Relazione di progetto, 2012, p. 45). 5 - Dall’Osservatorio territoriale infrastrutture della Fondazione Nordest: http://www.otinordest.it/it-it/. 6 - Piano adottato dalla Giunta regionale il 17 feb. 2009 e il 6 apr. 2012 sono stati adottati il Documento Preliminare e il Rapporto Ambientale Preliminare per la Variante Parziale n. 1 al PTRC con attribuzione di valenza paesaggistica. La variante è stata adottata con deliberazione di Giunta regionale n. 427 il 10 apr. 2013. 7 - La Regione è impegnata anche nella redazione di un disegno di legge su: Disposizioni per il contenimento del consumo di suolo, la rigenerazione urbana e il miglioramento della qualità insediativa. 8 - A questo proposito si veda il sito frutto del lavoro di ricognizione delle proteste generate da trasformazioni territoriali in regione Veneto: http://mapserver.iuav.it/website/AtlanteMalessereTerritoriale/AtlanteMaless ereTerritoriale.html. 9 - Si veda: Legambiente Padova (2009), Osservazioni al Piano di Assetto Territoriale Intercomunale (PATI) della Comunità metropolitana di Padova, adottato con delibera di C.C. n. 129 del 22 dic. 2008.
Land use in the central area of Veneto The paper describes the evolutions, transformations and the progressive low-density urbanization in the central area of the Veneto region. The analysis is done on different thresholds and it allows to highlight the different phases of growth due to intense socioeconomic development dynamics. The tools of planning and the urban policies have not limited these transformations. In the most recent phase we observe a process of progressive densification around the main urban areas and of large urban transformation. Land use policies at different levels (regional and local) announce the principles of sustainable development and the containment of land consumption but in practice much remains to be done.
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Abusivismo edilizio a roma. una valutazione dei processi insediativi per una politica di rigenerazione urbana Gli insediamenti abusivi di Roma hanno importanti effetti sociali e ambientali, sulla diffusione urbana, sui costi urbani della gestione della città. Una politica di rigenerazione urbana non può prescindere da una valutazione complessiva del peso e del condizionamento che essi hanno sulla qualità e sull’organizzazione della città. processi insediativi – abusivismo – consumo di suolo – qualità urbana
Carlo Cellamare Docente di urbanistica presso l’Università “La Sapienza” di Roma, responsabile scientifico di diverse ricerche, nazionali e internazionali. Si occupa del rapporto tra urbanistica e vita quotidiana e dei processi di progettazione ambientale e territoriale. carlo.cellamare@uniroma1.it dario Colozza Ingegnere ambientale, ha partecipato come esperto di Sistemi Informativi Territoriali in diversi progetti di analisi e valutazioni ambientali e urbanistiche. Attualmente, impegnato come consulente direzionale, collabora all’implementazione dei sistemi GIS in Enel Green Power. dario.colozza@gmail.com
Articolo sottoposto a Peer review.
introduzione
evoluzione dei processi di abusivismo
Il fenomeno dell’abusivismo è un fenomeno ben noto e ben riconoscibile in gran parte del centro-sud Italia. A Roma, in particolare, ha avuto un ruolo determinante nello sviluppo insediativo della città. Sviluppatosi originariamente già tra le due guerre, ha avuto una forte accelerazione – se non un’esplosione – a partire dal secondo dopoguerra; ma non si è mai arrestato e tuttora contribuisce significativamente alla crescita della città. Il presente contributo1 intende valutarne la portata e il suo contributo al consumo di suolo, nonché alla dispersione e alla diffusione urbana, così fortemente caratterizzanti la situazione romana2, evidenziandone l’insostenibilità, e permettendo qualche ragionamento sulla sua gestione e sulle politiche da mettere in campo. Non esistono studi recenti e sistematici che abbiano sviluppato tali valutazioni, sebbene il tema sia tuttora scottante e veda l’amministrazione capitolina particolarmente impegnata3.
Per valutare il fenomeno e i suoi effetti sul consumo di suolo si è fatto strettamente riferimento all’abusivismo per quanto registrato dai piani regolatori, ovvero come processo insediativo complessivo e come forma di urbanizzazione. Non si prendono in considerazione gli abusi edilizi sull’edificato già esistente e tante altre forme di abuso edilizio, poi per lo più condonate dalle tre leggi sul “condono edilizio” (Berdini, 2010). In ragione delle vicende storiche e dei processi insediativi, delle successive forme di pianificazione e di gestione che le hanno trattate, dei condoni e delle più recenti politiche, le aree abusive hanno origini e caratteri diversi e hanno subito successivi processi di recupero, riqualificazione, inglobamento nella città strutturata e consolidata. Sono state soggette a profonde trasformazioni e molte di queste sono oggi inserite anche nei PRINT (programmi integrati), programmi di riqualificazione urbana previsti dal PRG del 2008. Si tratta quindi di brani di città che si possono anche
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1. i caratteri insediativi in un “toponimo”: Valle Borghesiana (foto Antonella Perin). 2. i caratteri insediativi in una “zona F1”: Borgata Finocchio (foto Carlo Cellamare).
essere profondamente trasformati nel tempo, risultando inseriti oggi in parti di città di diversa natura. Nelle zone F1 e O, ad esempio, dal momento in cui sono state “regolarizzate”, si è edificato in maniera “regolare”. Si tratta però di aree evidentemente comunque condizionate nell’assetto dalla loro origine e che quindi ne subiscono le conseguenze anche negli sviluppi che vi sono avvenuti successivamente. Lo studio si è quindi dovuto limitare a individuare quelle parti di città che sono nate originariamente come aree abusive e che hanno condizionato (e condizionano tuttora) lo sviluppo successivo della città. Per questo si preferisce parlare di “aree di origine abusiva”4. Si sono prese in considerazione, quindi, ai fini della ricerca: • Le zone F1 come perimetrate dal PRG del 1962-65 (“ristrutturazione urbanistica – aree parzialmente edificate”). All’interno dello stesso piano regolatore venivano indicate anche le zone F2, “ristrutturazione urbanistica – aree di completamento”, ma queste non sono mai state veramente utilizzate a questo scopo (di esse è stata calcolata l’estensione totale, ma non sono state cumulate nel conteggio delle “aree di origine abusiva”). Le zone F1 sono quelle che hanno subito più profonde trasformazioni e ora fanno parte per lo più della città consolidata. I perimetri delle zone F1 e F2 sono stati ripresi dalle tavole del PRG del 1962-65; • Le zone O (“recupero urbanistico”) come perimetrate dalla Variante al PRG adottata nel 1978 e approvata nel 1983 (ultimi atti deliberativi approvati nel 1988) e che hanno dato origine a una successiva fase estremamente complicata e non ancora definitivamente conclusa di piani e interventi di recupero (i perimetri delle zone O sono stati forniti dal Comune di Roma in formato digitale); • I “toponimi”. Come noto si tratta di aree il cui perimetro è
indicato in prima istanza nel piano regolatore del 2008, rimandando all’approvazione del piano recupero l’individuazione esatta della perimetrazione definitiva (in ragione del fatto che aree ulteriori potrebbero essere ricomprese all’interno del perimetro per realizzare servizi, attrezzature e standard urbanistici altrimenti difficili da realizzare). La manovra dei “toponimi” è una vicenda molto complessa5. Attualmente
non è stato approvato alcun piano, ma ne sono in fase di elaborazione e adozione un numero molto significativo. I perimetri dei “toponimi” ex PRG 2008 sono stati ripresi direttamente dalle tavole del piano regolatore, mentre i perimetri dei “toponimi” così come attualmente in fase di elaborazione sono stati forniti dal Comune di Roma in formato digitale. È chiaro che finché non saranno approvati non saranno perimetri “ufficiali”. Le nuove perimetrazioni sono comunque più ampie di quelle indicate nel PRG. Ai fini del calcolo dell’estensione delle aree sono state presi in considerazione i nuovi perimetri in discussione. Lo sviluppo insediativo abusivo ha contribuito in maniera significativa al più complessivo sviluppo insediativo romano, con le sue componenti di consumo di suolo, di impermeabilizzazione,
20 FoCuS
di diffusione insediativa e di sprawl urbano, su cui la fotografia di ISPRA ci mostra dati veramente preoccupanti (Norero, Munafò, 2009; Munafò et al., 2011, 2013); sviluppo insediativo che ha avuto un imponente incremento proprio negli ultimi venti anni (Berdini, 2008, 2009).
Metodologia e percorso di lavoro Le elaborazioni sono state effettuate attraverso la costruzione di uno specifico progetto GIS6, con lo scopo di raccogliere, editare, sovrapporre, intersecare e poter infine effettuare le opportune valutazioni relativamente alle diverse cartografie (disponibili o
elaborate). Successivamente è stato utilizzato Excel per le elaborazioni numeriche. Il primo passaggio è stato quello di uniformare le cartografie raccolte e utilizzate, molto diverse tra loro, riferite ad anni differenti e che utilizzano scale e formati di file diversi. Le cartografie utilizzate sono state: • PRG di Roma 2008 – Sistemi e Regole in formato raster (che costituisce anche la base cartografica del progetto): è stata elaborata un’unica immagine, assemblando tutti i fogli dell’intero territorio comunale. • Corine Land Cover (CLC) – 2006, relativa all’uso del suolo, in formato vettoriale shapefile, scala 1:100.000 (ne è stata rita-
3. Perimetrazione delle “aree di origine abusiva” nel Comune di roma (zone F1, zone o e “toponimi”).
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gliata la parte relativa al solo Comune di Roma). Urban Atlas – 2006 in formato vettoriale shapefile, scala 1:10.000, relativa all’uso del suolo, elaborata dall’Agenzia Europea dell’Ambiente (ne è stata ritagliata la parte relativa al solo Comune di Roma). • Sezioni di Censimento ISTAT 2001, in formato vettoriale shapefile (ne è stata ritagliata la parte relativa al solo Comune di Roma). • Per l’individuazione delle aree F1 e F2, sono state digitalizzate le corrispondenti aree indicate nel PRG del 1965 disponibili in formato raster. • Per le Zone O è stato importato lo specifico file dwg e convertito in shapefile. Anche per i Toponimi sono state digitalizzate le corrispondenti aree indicate nel PRG 2008 – Sistemi e Regole, e successivamente per verifica e confronto è stato importato lo specifico file dwg e convertito in shapefile. Tutta la cartografia è stata georeferenziata utilizzando il sistema di riferimento WGS 1984 UTM Zone 32N rendendo sovrapponibili e uniformate le diverse cartografie. È stata prestata una notevole attenzione a minimizzare l’errore di georeferenziazione fra i diversi layer in modo da permettere successivamente una corretta sovrapposizione.
•
Sono state poi aggregate le voci della cartografia del Consumo di Suolo – Urban Atlas (che presenta un dettaglio maggiore rispetto a Corine Land Cover ed è stato quindi privilegiato), in due macro categorie (“Artificializzato”, con le due sottocategorie “Tessuto Urbano” e “Non Tessuto Urbano”, e “Agricolo e naturale”). In seguito alla differenziazione delle voci del consumo di suolo
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è stato possibile intersecare tali categorie con le diverse tipologie di zone abusive F1, Zone O e Toponimi, per poter ottenere dei risultati maggiormente aggregati e confrontabili. Per quanto riguarda le sezioni di censimento contenenti le informazioni numeriche sulla popolazione residente, sono state effettuate valutazioni in base alla densità e all’estensione per verificare quali sezioni fosse pertinente considerare, contenendo la maggior parte dell’informazione. Si è preferito non ritagliare le sezioni di censimento sui perimetri delle aree abusive (per poi riproporzionare l’informazione della popolazione residente), poichè nelle aree più densamente popolate le sezioni d censimento perimetravano in maniera abbastanza corretta tali aree. Una volta giunti all’elaborazione desiderata, i dati numerici d’interesse, sono stati esportati in Excel7, per poter così sviluppare tutti i calcoli e le valutazioni necessarie, fino a giungere ai risultati finali presentati nei successivi capitoli del presente lavoro. Si ricorda che l’area del Comune di Roma è pari a 1284,693418 kmq. L’area “artificializzata”, cioè interessata da interventi antropici insediativi o infrastrutturali, è pari al 39% (497,10 kmq), mentre le superfici a carattere prevalentemente agricolo o naturale sono il 61% (787,59 kmq). Nell’ambito delle aree “artificializzate” il 17% del totale del Comune di Roma è interessato da “tessuti urbani” (220,86 kmq), vale a dire il 43,6% delle aree artificializzate8.
Le dimensioni e alcuni caratteri degli insediamenti abusivi a roma Le “dimensioni” dell’abusivismo romano non sono definite univocamente; la loro valutazione dipende dagli aspetti che vengono presi in considerazione e dalle fonti informative utilizzate
4. Confronto tra le carte di uso del suolo da urban Atlas e da Corine Land Cover (stralci). Si può notare la differenza di dettaglio e di definizione.
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urban Atlas Voci della legenda
“Artificializzato”
Agricultural + Semi-natural areas + Wetlands Airports Construction sites Continuous Urban Fabric (S.L. 80%) Discontinuous Dense Urban Fabric (S.L.: 50% – 80%) Discontinuous Medium Density Urban Fabric (S.L.: 30% – 50%) Discontinuous Low Density Urban Fabric (S.L.: 10% – 30%) Discontinuous Very Low Density Urban Fabric (S.L. 10%) Fast transit roads and associated land Forests Green urban areas Industrial, commercial, public, military and private units Isolated Structures Land without current use Mineral extraction and dump sites Other roads and associated land Railways and associated land Sports and leisure facilities Water bodies
di cui “tessuto urbano”
di cui “Artificializzato non tessuto urbano”
“Agricolo e naturale” X
X X X X X X X X X X X X X X X X X
X X X X X X X X X X X X X X X X X X
tabella 1. dettaglio voci legenda urban Atlas e aggregazioni.
(Urban Atlas e CLC) che – come abbiamo visto – possono determinare differenze significative (v. nota 8). Per quanto riguarda l’estensione degli insediamenti abusivi, sia in assoluto sia in rapporto all’estensione del Comune di Roma e alle superfici urbanizzate, bisogna distinguere tra ciò che consideriamo interessato da tessuti urbani prevalentemente residenziali e ciò che consideriamo “artificializzato” a causa di diversi interventi antropici (comprendente quindi anche le infrastrutture, grandi strutture commerciali e di servizio, aree industriali, aree estrattive, aeroporti, ecc.), distinzione rilevante perché le aree di origine abusiva sono prevalentemente residenziali, sebbene a bassa densità. Un prospetto sintetico della valutazione quantitativa di tutte queste aree è nella tabella 2. A valle di queste premesse, le elaborazione sviluppate permettono di affermare che: 1. le “aree di origine abusiva” totali costituiscono il 10% dell’intero Comune di Roma; 2. le “aree di origine abusiva” totali costituiscono il 31% delle aree “artificializzate” totali secondo il CLC e il 25% secondo Urban Atlas (la differenza è ovviamente dovuta al fatto che le aree “artificializzate” sono maggiori secondo Urban Atlas rispetto a CLC); 3. le “aree di origine abusiva” totali costituiscono il 41% delle aree interessate da tessuti urbani secondo CLC e il 56% se si prende in considerazione Urban Atlas (tali differenze sono legate ai motivi di cui alle note precedenti). Dal punto di vista della correttezza delle valutazioni è preferibile prendere in considerazione le quantità definite al punto 2 in quanto stiamo considerando le “aree di origine abusiva” tout court, e quindi comprendendo tutte le superfici a diverso titolo artificializzate, anche se – come si è già detto – le aree ex-abusive sono prevalentemente caratterizzate da tessuti urbani residenziali.
tipologia “aree di origine abusiva” Area Zone F1 Area Zone F2 (non tenute in considerazione nel totale delle “aree di origine abusiva” e nei successivi calcoli) Area Zone O Area Toponimi TOTALE “AREE DI ORIGINE ABUSIVA”
estensione (km2)
48,33412 10,44319 57,07554 18,37736 123,79
tabella 2. estensione delle “aree di origine abusiva”.
Si tratta comunque di valori estremamente elevati che collocano l’urbanizzazione di origine abusiva tra 1/4 e 1/3 dell’urbanizzazione dell’intero Comune di Roma. Il fatto, però, che le “aree di origine abusiva” sono prevalentemente costituite da tessuti urbani residenziali, e che per sviluppare le percentuali precedentemente indicate (che ci forniscono un valore sintetico “macro” particolarmente significativo) abbiamo preso in considerazione da una parte le aree ex-abusive tout court (senza distinzioni interne), mentre dall’altra abbiamo fatto alcune distinzioni rispetto agli usi dei suoli considerati, ci spingono a raffinare le nostre valutazioni, e in particolare a sviluppare alcune distinzioni sulla base degli usi dei suoli all’interno delle diverse “aree di origine abusiva”. Per sviluppare queste valutazioni prenderemo in considerazione la sola base informativa di Urban Atlas, dato il suo grado di maggiore definizione. Le valutazioni che ne deriveranno non saranno meno preoccupanti di quelle appena riportate, anzi daranno qualche motivo di preoccupazione in più. Rimandiamo per una disamina dell’articolazione degli usi dei suoli all’interno delle “aree di origine abusiva” al paragrafo successivo, mentre qui anticipiamo le valutazioni che se ne possono trarre.
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5. urban Atlas – raggruppamenti degli usi dei suoli nelle tre categorie: “tessuti urbani”, “Artificializzato non tessuti urbani”, “Agricolo e naturale”.
6. Perimetri delle “aree di origine abusiva” e raggruppamenti degli usi dei suoli da urban Atlas (mappa complessiva relativa al Comune di roma).
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totale “aree di origine abusiva” (toponimi + Zone o + F1)
Percentuali
Percentuale “Artificializzato non tessuto urbano” del Totale “Aree di origine abusiva” su “Artificializzato non tessuto urbano” totale da Urban Atlas Percentuale “Tessuto urbano” del Totale “Aree di origine abusiva” su “Tessuto urbano” totale nel Comune di Roma secondo Urban Atlas Percentuale “Artificializzato” complessivo del Totale “Aree di origine abusiva” su “Artificializzato” complessivo totale nel Comune di Roma secondo Urban Atlas Percentuale “Agricolo e naturale” del Totale “Aree di origine abusiva” su “Agricolo e naturale” totale nel Comune di Roma secondo Urban Atlas
6% 37% 20% 3%
tabella 3. Percentuali delle aree “artificializzate”, di tessuto urbano e di agricolo e naturale nelle “aree di origine abusiva” rispetto alle aree corrispondenti dell’intero territorio del Comune di roma.
I dati riportati in tabella chiariscono che, se prendiamo in considerazione le sole aree corrispondenti a tessuti urbani (prevalentemente residenziali), il rapporto tra le “aree di origine abusiva” (o, meglio, le aree di tessuti urbani ricadenti in “aree di origine abusiva”) e le aree urbanizzate totali del Comune di Roma (o, meglio, le aree totali di tessuti urbani del Comune di Roma) sale significativamente al 37%; un valore veramente notevole in assoluto, quasi clamoroso, che testimonia la particolare rilevanza del fenomeno: ben più di un 1/3 dei tessuti urbani residenziali di Roma è “di origine abusiva”. Viceversa le aree “artificializzate” non corrispondenti a tessuti urbani e ricadenti all’interno di “aree di origine abusiva” rappresentano solo il 6% del totale. Mancano evidentemente (o sono estremamente carenti) all’interno di queste aree tutti gli elementi tipici dell’urbanizzazione primaria e secondaria, nonché le infrastrutture, le attrezzature e i servizi di livello superiore (tutto quello che tradizionalmente costituisce una città consolidata attrezzata e avanzata). Un livello quindi di “urbanizzazione” che può essere definito “inferiore”, a conferma (ma il valore rappresenta una conferma particolarmente pesante) di quanto ovviamente già noto, dalla semplice osservazione sul campo. Se ci è permessa la semplificazione, a fronte di un 37% di aree destinate a urbanizzazione residenziale c’è solo un 6% delle strutture che fanno tradizionalmente “città attrezzata”: una “città incompleta” o “sottodotata”. Prendendo in considerazione il valore complessivo delle aree “artificializzate”, la percentuale rispetto alle aree “artificializzate” dell’intero Comune di Roma scende al 20%, inferiore al valore del 25% indicato precedentemente come rapporto tra le “aree di origine abusiva” totali e il totale dell’”artificializzato” a Roma. La tabella 4 indica il dettaglio di tali percentuali con riferimento alle diverse tipologie di aree ex-abusive. Un altro aspetto particolarmente rilevante da prendere in considerazione è relativo alla popolazione residente all’interno delle “aree di origine abusiva” (e le relative percentuali rispetto al totale dei residenti nel Comune di Roma). Si è preso a riferimento i dati del Censimento ISTAT del 2001, in quanto quelli del Censimento 2011 non sono ancora disponibili. Probabilmente la popolazione complessiva è diminuita, ma c’è da ritenere che non sia diminuita quella residente all’interno delle aree ex-abusive. Si tratta infatti di aree dove prevale la proprietà privata e la
conduzione familiare. Inoltre, è aumentata – anche se più lentamente – l’edificazione abusiva (o all’interno delle aree ex-abusive) in quanto appunto il fenomeno non si è ancora fermato. L’esito atteso è quindi che il rapporto tra la popolazione residente in aree di origine abusiva e la popolazione totale del Comune di Roma possa essere aumentata. In questo caso non è necessario sviluppare subarticolazioni delle aree ex-abusive in quanto il riferimento per il dato relativo alla popolazione sono le sezioni di censimento e, quindi, si è considerato l’insieme delle sezioni di censimento ricadente all’interno delle aree ex-abusive prese nel complesso.
toponimi Percentuale Totale Area Toponimi su Totale Area da Urban Atlas Percentuale Artificializzato non tessuto urbano dei Toponimi su Artificializzato non tessuto urbano Totale da Urban Atlas Percentuale Tessuto urbano dei Toponimi su Tessuto urbano totale da Urban Atlas Percentuale agricolo e naturale dei Toponimi su agricolo e naturale totale da Urban Atlas
Percentuali 1,43% 0,99%
5,45% 0,46%
Percentuali Zone o 4,4% Percentuale Totale Area Zona O su Totale Area da Urban Atlas 0,2% Percentuale Artificializzato non tessuto urbano delle Zone O su Artificializzato non tessuto urbano Totale da Urban Atlas 16,5% Percentuale Tessuto urbano delle Zone O su Tessuto urbano totale da Urban Atlas 2,5% Percentuale agricolo e naturale delle Zone O su agricolo e naturale totale da Urban Atlas Percentuali F1 3,8% Percentuale Totale Area F1 su Totale Area da Urban Atlas 4,5% Percentuale Artificializzato non tessuto urbano delle F1 su Artificializzato non tessuto urbano Totale da Urban Atlas 14,8% Percentuale Tessuto urbano delle F1 su Tessuto urbano totale da Urban Atlas 0,4% Percentuale agricolo e naturale delle F1 su agricolo e naturale totale da Urban Atlas tabella 4. Percentuali delle aree “artificializzate”, di tessuto urbano e di agricolo e naturale con riferimento alle diverse tipologie di “aree di origine abusiva”.
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7. Perimetri delle “aree di origine abusiva” e raggruppamenti degli usi dei suoli da urban Atlas (stralcio relativo all’area est del Comune di roma).
8. Perimetri delle “aree di origine abusiva” e raggruppamenti degli usi dei suoli da urban Atlas (stralcio relativo all’area sud-ovest del Comune di roma).
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tipologia “Aree di origine abusiva” – tessuti urbani
Area (km2)
Abitanti (ab)
densità (ab/Km2)
% abitanti residenti in “aree di origine abusiva” rispetto al totale abitanti intero comune di roma
Zone F1 Zone O Toponimi
32,74 36,34 12,04
642.325 247.895 55.975
19.616 6.821 4.648
25% 10% 2%
Totale “Aree di origine abusiva”
81.13
946.195
11.663
41%
tabella 5. Popolazione residente in “aree di origine abusiva” (2001).
Nel 2001 la popolazione residente totale nel Comune di Roma era di 2.546.804 abitanti e il totale della popolazione residente in “aree di origine abusiva” era ben di 946.195 abitanti, con un rapporto quindi del 41%. La tabella successiva specifica poi il numero di abitanti residenti nelle diverse tipologie di aree exabusive, con le rispettive percentuali rispetto al totale della popolazione residente nel Comune di Roma. Si tratta anche in questo caso – come per l’estensione delle aree interessate dal fenomeno – di quantità veramente molto rilevanti e preoccupanti. Inaspettatamente la percentuale di popolazione residente in aree di origine abusiva sembra essere superiore al corrispondente rapporto relativo all’estensione delle aree ex-abusive prese nel complesso. La percentuale sulla popolazione, però, è paragonabile alla percentuale relativa all’estensione delle aree se si prende in considerazione il dato riferito ai tessuti urbani (prevalentemente residenziali) fornito da Urban Atlas. La tabella 5 riporta anche le densità abitative, ovviamente più alte nelle zone F1 che oggi vanno a costituire parti di città consolidata e densamente abitata, mentre scende notevolmente nelle zone O e, ancor più, nei toponimi. Si tenga conto che la densità abitativa media dei “tessuti urbani” in tutto il Comune di Roma è di 11.445 ab/kmq, un valore quindi complessivamente non particolarmente alto. Paradossalmente, ma anche molto significativamente è pressoché coincidente col valore medio delle “aree di origine abusiva”, a segnalare il loro ruolo costitutivo nello sviluppo complessivo della città. D’altronde le aree corrispondenti alle zone F1, che ormai costituiscono città consolidata, hanno densità maggiori, mentre le zone O e i “toponimi” hanno densità medie significativamente più basse, sottolineando il contributo determinante dei più recenti sviluppi insediativi abusivi alla diffusione urbana e al consumo di suolo.
Caratteri dell’uso del suolo nelle aree ex-abusive Alcune brevi considerazioni possono essere qui sviluppate, riprendendo quanto lasciato precedentemente in sospeso per quanto riguarda gli usi dei suoli che caratterizzano le aree di origine abusiva. La tabella 6 mostra come si distribuiscono i tre principali raggruppamenti di usi del suolo (“tessuto urbano” corrisponde ai tessuti urbani prevalentemente residenziali, “artificializzato non urbano” corrisponde alle altre aree artificializzate, “agricolo e naturale” corrisponde a caratteri prevalentemente agricoli e naturali) rispetto alle diverse tipologie di aree di origine abusiva e ai loro totali complessivi. Si può notare che, come d’altronde ci si poteva aspettare e l’osservazione sul campo ci ha sempre illustrato, prevalgono decisamente i “tessuti urbani prevalentemente residenziali” che costituiscono, in media, il 66% delle aree ex-abusive. I toponimi sono in linea con questa media, le zone O hanno una media un po’ inferiore, mentre per le zone F1 è un po’ superiore. Maggiore variabilità l’abbiamo per le altre categorie. Possiamo farne una lettura complessiva. Le zone F1 si caratterizzano per un carattere insediativo ormai fortemente consolidato, con una forte riduzione delle aree libere (agricole o naturali; quasi un quarto rispetto alla media) e una presenza significativa di altre aree artificializzate (quasi il doppio della media), segno della presenza di una serie di dotazioni urbane (strade, attrezzature, servizi, ecc.) che le avvicinano ai caratteri insediativi prevalenti nella città consolidata. Per i toponimi e le zone O invece la presenza di aree a prevalente carattere agricolo o naturale è ancora molto significativa, mentre veramente scarse sono le altre aree artificializzate,
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9. Perimetri delle “aree di origine abusiva”, perimetri delle sezioni di censimento e densità della popolazione nel Comune di roma (fonte istat, 2001).
estensione (km2)
Percentuale di ripartizione
Totale Artificializzato non tessuto urbano Tessuto urbano Agricolo e naturale
18,38 2,73 12,04 3,60
100% 15% 66% 20%
Zone o Totale Artificializzato non tessuto urbano Tessuto urbano Agricolo e naturale
estensione (km2) 57,08 0,68 36,34 20,05
Percentuale di ripartizione 100% 1% 64% 35%
F1 Totale Artificializzato non tessuto urbano Tessuto urbano Agricolo e naturale
estensione (km2) 48,33 12,55 32,74 3,04
Percentuale di ripartizione 100% 26% 68% 6%
totale zone abusive toponimi + Zone o + F1 Totale Artificializzato non tessuto urbano Tessuto urbano Agricolo e naturale
estensione (km2) 123.79 15.97 81.13 26.69
Percentuale di ripartizione 100% 13% 66% 22%
toponimi
tabella 6. ripartizione delle aggregazioni di usi del suolo nelle diverse “aree di origine abusiva”.
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segno di un contesto ancora allo stato “nascente”, non completato e non consolidato, e con i caratteri dell’insediamento disperso a prevalente carattere residenziale con intercluse aree libere e territori agricoli o naturali. Tra i toponimi e le zone O si registrano significative differenze, inverse a quelle che potrebbero essere le aspettative (ovvero le zone O maggiormente con caratteri di città consolidata rispetto ai toponimi) in quanto le zone O sono temporalmente nate prima dei toponimi. Invece risulta che nelle zone O la presenza di aree a caratteri agricoli e naturali è maggiore che non nei toponimi (35% contro il 20%), mentre questa situazione si inverte significativamente con riferimento alle altre aree artificializzate (1% contro il 15%). Questa differenza è probabilmente dovuta al tipo di perimetrazioni che hanno interessato le diverse categorie di aree: più estese per le zone O e che vanno a ricomprendere anche aree non urbanizzate. L’estensione delle zone O è addirittura maggiore di quella delle zone F1. Questi valori mettono un po’ in discussione la tradizionale considerazione che le aree abusive comprendano forti componenti di ruralità (anche come tipo di modello insediativo). Se questo era molto probabile all’origine del fenomeno (anche per un bisogno di sussistenza e non solo di cultura di provenienza), oggi non è più completamente vero. Alcune aree (come le zone F1) sono state progressivamente ricomprese nel consolidamento e nella strutturazione della città, altre hanno forti caratteri di edilizia intensiva e non solo di bassa densità, altre (ad esempio quelle più recenti, come quelle ricadenti nei toponimi) hanno caratteri di bassa densità ma anche sono prevalentemente (se non esclusivamente) residenziali e rispondono a una domanda abitativa di chi già vive in città. Per esempio, alcuni abitanti provengono da altri quartieri (dove vivevano in affitto, o dove la situazione era di alta densità edilizia e abitativa) e hanno realizzato qui la proprio casa privata in proprietà con una serie di esigenze legate alla qualità edilizia e architettonica privata (piscine comprese). È chiaro che considerazioni più complete potrebbero essere sviluppate solo in connessione con un maggior grado di approfondimento dell’indagine, ad esempio considerando anche le altezze degli edifici e quindi le volumetrie. Tra l’altro, questo mostrerebbe un elevato grado di differenziazione tra le diverse aree prese in considerazione.
Conclusioni L’abusivismo si configura come uno dei processi fondamentali di costruzione della città e, di conseguenza, anche come uno
dei principali sistemi socio-economici che caratterizzano la Capitale. Se si tiene conto del ruolo che hanno assunto i Consorzi di Autorecupero nella gestione di queste aree (Cellamare, 2010; Coppola, 2013), in questi contesti si gioca una delle partite fondamentali per le politiche urbane e per il governo della città. Le aree abusive costituiscono una parte significativa della periferia e ormai non più soltanto della cosiddetta “periferia”, mettendo in discussione il concetto stesso di “periferia”, in una città peraltro così dispersa come Roma: sono – per molti versi – “la città” di Roma oggi. Le aree abusive fanno pensare a cosa viene considerato “città” oggi a Roma, accettando da una parte la soluzione del problema abitativo nelle sue componenti essenziali e per lo più “particolari” e privatistiche (la casa singola e privata) e rinunciando dall’altra a tutto ciò che fa dell’abitare e della città una realtà più ricca e complessa (spazi pubblici e vita in comune, servizi e attrezzature, aree verdi, ecc.; ma anche il problema delle distanze dalla città consolidata, il problema dei trasporti, il problema della periferizzazione, ecc.). Lo studio presentato ha mostrato quindi non solo il contributo determinante delle “aree di origine abusiva” al consumo di suolo e alla dispersione urbana a Roma, ma anche un rapporto estremamente problematico tra forme dell’urbanizzazione e qualità dell’abitare, evidenziando una (peraltro ben nota) insostenibilità non solo dal punto di vista ambientale, ma anche dal punto di vista dell’organizzazione complessiva della città e della sua vivibilità (organizzazione e costi dei trasporti e delle infrastrutture, organizzazione e costi dei servizi, delle attrezzature e delle aree verdi, condizioni della socialità, organizzazione e tempi della vita quotidiana degli abitanti, ecc.), problemi che rimangono ancora una volta ineludibili per il governo della città. Note 1 - La ricerca, di cui si presentano alcuni risultati, è stata finanziata dalla Sapienza Università di Roma, responsabile scientifico prof. Carlo Cellamare. Le elaborazioni grafiche e numeriche sono dell’ing. Dario Colozza. Del presente contributo Carlo Cellamare ha redatto il primo, secondo, quarto e sesto paragrafo, Dario Colozza il terzo paragrafo. 2 - Non si svilupperà quindi una trattazione complessiva della questione dell’abusivismo a Roma. Si rimanda a Cellamare C. (2010), anche per l’ampia bibliografia sull’argomento. 3 - Si ringrazia, in particolare, l’arch. Mauro Zanini del Comune di Roma per il grande sostegno e per il supporto informativo fornito e per le diverse occasioni di scambio e confronto. 4 - Per una illustrazione articolata dell’evoluzione dei processi di abusivismo, delle politiche e degli strumenti di pianificazione si rimanda a Rossi
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(2000) e a Cellamare (2010). 5 - Si rimanda a Cellamare (2010) e a Cellamare, Perin (2010) per un ampio approfondimento sulla vicenda dei “toponimi”. 6 - Software ArcMap 10 di ESRI. 7 - Utilizzando l’estensione del file .dbf presente all’interno dello shapefile. 8 - Si noti che Urban Atlas e Corine Land Cover esprimono valori diversi. Urban Atlas, da un lato, risulta di maggiore definizione e dettaglio, ma, dall’altra, prende in considerazione un maggior numero di classi e di forme di artificializzazione del suolo. La conseguenza è che le aree “artificializzate” secondo Urban Atlas (39%) sono maggiori di quelle registrate da Corine Land Cover (31%), mentre – di queste – le aree corrispondenti a “tessuti urbani” secondo Urban Atlas (17% dell’area totale del Comune di Roma) sono minori di quelle individuate da Corine Land Cover (23% dell’area totale del Comune di Roma).
riferimenti bibliografici Berdini P. (2008), La città in vendita. Centri storici e mercato senza regole, Donzelli editore, Roma. Berdini P. (2009), “Il consumo di suolo in Italia: 1995-2006”, in Democrazia e diritto, n. 1/2009, Franco Angeli, Milano. Berdini P. (2010), Breve storia dell’abuso edilizio in Italia. Dal ventennio fascista
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al prossimo futuro, Donzelli editore, Roma. Cellamare C. (2010), “Politiche e processi dell’abitare nella città abusiva/informale romana”, Archivio di Studi Urbani e Regionali, vol. 97-98; pp. 145-167. Cellamare C., Perin A. (2010), “Consorciando os habitantes: as experiências das “zonas O” e dos “topónimos” em Roma”, Revista Crítica de Ciências Sociais, vol. 91, Dezembro 2010, pp. 237-254. Coppola A. (2013), “Vetero-liberismo di borgata. Urbanistica e attivazione degli abitanti nella “città da ristrutturare”. I casi delle borgate Morena e Centroni”, in Centro per la Riforma dello Stato (2013), Le Forme della periferia, Rapporto finale della ricerca “La periferia metropolitana come bene comune”, Roma. Leone A. M. (a cura di), Il recupero degli insediamenti abusivi, USPR Socumenti 1, Comune di Roma, Roma, 1981. Munafò M. et al. (2011), “Il consumo di suolo”, in ISPRA (2011), Qualità dell’Ambiente Urbano. VII Rapporto, Roma. Munafò M. et al. (2013), “Forme di urbanizzazione e tipologia insediativa”, in ISPRA (2013), Qualità dell’Ambiente Urbano. IX Rapporto, Roma. Norero C. e M. Munafò (2009), “Evoluzione del consumo di suolo nell’area metropolitana romana (1949-2006)” in ISPRA (2009), Qualità dell’ambiente urbano. V Rapporto, Roma, pagg. 85-88. Rossi P. O. (2000), Roma. Guida all’architettura moderna 1909-2000, Laterza, Roma-Bari.
llegal buildings in Rome. An assessment of the settlement processes for an urban regeneration policy The paper’s main aim is to show and to evaluate the dimensions and characters of the development of “illegal” settlements in Roma, underlining both its contribution to land consumption (so relevant in the Capital) and its fundamental role in the urban growth of the city. A specific GIS project has been developed to work out several maps and quantitative evaluations that give us, for the first time, an original and systematic frame of the phenomenon. Here are specified extensions, people involved, land uses, settlement characteristics, following the different typologies of areas, at the beginning born as “illegal” zones and then transformed through time in stabilized parts of the city. The research results sound very impressive, indeed. The paper shows the relevant weight of such “illegal” urban development on the whole process of city building and on its organization, so that it can be considered one of the main processes of Roman urban development and a fundamental socio-economic system, as well. Such urban development have had important and huge negative effects, from the point of view both of the environmental sustainability and of the urban quality (and the quality of city life, as well). It remains one of the big problems to solve for the public administration and its policies.
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edifici di valore storico-architettonico. Strumenti operativi di supporto alla progettazione d’interventi di recupero La progettazione e la valutazione della sostenibilità degli interventi di riqualificazione degli edifici storici attraverso tre diverse esperienze operative: Linee Guida A.T.T.E.S.S., Protocollo GBC Historic Building, Progetto SECHURBA. edifici storici – sostenibilità – efficienza energetica – strumenti di valutazione – metodologia progettuale
edino Valcovich Professore Ordinario di Architettura Tecnica all’Università degli Studi di Trieste, Dipartimento di Ingegneria ed Architettura. valcovic@units.it raul Berto Dottorando della Scuola di Dottorato in Scienze dell’Ingegneria dell’Università di Trieste. In quest’ambito sta affrontando il tema della sostenibilità energetica e ambientale degli edifici, con particolare riferimento alla metodologia LCA. raul.berto@phd.units.it Carlo Antonio Stival Dottore di Ricerca in Scienze e Tecniche dell’Ingegneria Civile. Si occupa di sistemi di valutazione delle prestazioni di sostenibilità ambientale ed efficienza energetica presso il DIA, Università degli Studi di Trieste. c.stival@units.it Articolo sottoposto a Peer review.
introduzione Gli interventi di recupero, siano questi riferiti a edifici di valenza storico-architettonica sia a quelli di minor pregio, rappresentano di per sé una declinazione operativa propria del concetto di sostenibilità. L’attuale necessità di integrare i requisiti di efficienza energetica e salvaguardia ambientale con i principi operativi del recupero architettonico richiede una molteplicità di competenze e un’inevitabile interazione tra differenti ambiti disciplinari, che comportano conseguentemente diverse difficoltà operative. Ancor di più il problema operativo assume un livello di maggior complessità nel caso in cui ci si occupi di interventi di restauro su edifici di particolare valore storico-architettonico, laddove i limiti e la qualità degli interventi si misurano strettamente con i vincoli determinati dalla salvaguardia dei valori più sopra ricordati. Per queste ragioni la possibilità di riferirsi a schemi consolidati che supportino ogni fase progettuale di un intervento di recupero / restauro è un aspetto importante sotto molti
punti di vista. In tal senso sono stati sviluppati o sono in fase di elaborazione diversi strumenti, tra i quali citiamo il Progetto A.T.T.E.S.S.1, il protocollo GBC Historic Building™, il Progetto SECHURBA2. Si propone infine una sintetica comparazione tra queste sperimentazioni, al fine di riconoscervi i diversi approcci al tema del recupero del patrimonio storico.
il Progetto A.t.t.e.S.S. nella regione Veneto L’accordo stretto nel giugno 2010 tra Regione Veneto, Metadistretti della Bioedilizia e dei Beni culturali e Direzione per i Beni Culturali e Paesaggistici, noto come Progetto A.T.T.E.S.S., si propone come obiettivo primario la costituzione di buone pratiche che possano costituire utili riferimenti operativi per gli interventi sull’edilizia storica, al fine di incrementare le prestazioni energetiche e ambientali complessive implementando i principi fondamentali del restauro. La premessa al progetto è che i magisteri costruttivi impiegati nel recupero del patrimo-
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1. Struttura logica per l’analisi dello stato di fatto proposta nel Progetto A.t.t.e.S.S.
co) non è solo un obbligo normativo ma componente essenzianio edilizio storico presentano caratteri tipici di un approccio le della sua valorizzazione e quindi della necessità che ha portaprogettuale “bioclimatico”, in quanto imperniati su tecniche to alla sua tutela. costruttive – funzionamento energetico passivo dell’edificio, Tale approccio prestazionale alle disposizioni normative non salubrità dei materiali da costruzione, uso consapevole delle deve avvenire adottando misure di natura prescrittiva (come risorse naturali – prive degli apporti attivi di impianti tecnici di d’altronde previsto nella Direttiva 2002/91/CE, art. 4, comma 3) climatizzazione e relativo controllo delle condizioni termiche e ma permette di dimostrare complessivamente l’adeguatezza igrometriche dell’aria indoor. Proprio la concezione sinergica tra delle scelte compiute; questa il microclima esterno e gli visione, peraltro, è già propria ambienti confinati dell’edificio della normativa antincendio costituisce la base della proFase metaprogettuale • caratteristiche storiche e stilistiche dell’edificio • possibilità di recepimento delle disposizioni normative (esigenze (concetto di “sicurezza equivagettazione degli interventi sul • destinazione d’uso compatibile con le esigenze dell’utenza/ dell’utenza vincoli posti lente” alla base del procedipatrimonio stesso. • stime economiche sulla fattibilità degli interventi dal contesto) mento di deroga3) e della norInoltre, una prassi progettuale basata su dati stabiliti a priori mativa per la sicurezza in zona • ricerca storica e documentaria sull’edificio e sul tessuto per materiali, componenti, sismica (“miglioramento strutcircostante comprendente le fasi storiche e le variazioni intervenute; Analisi dello • recupero di dati relativi alla costruzione fisica (involucro localizzazione, caratteristiche turale”4). La riduzione dei conopaco, serramenti, orizzontamenti, ponti termici) e alla stato di fatto localizzazione dell’edificio (orientamento, esposizione degli impianti tecnici, non è sumi energetici non deve, non dell’edificio agli agenti atmosferici, etc.); e Programmazione • individuazione e classificazione delle superfici di pregio, applicabile all’edilizia storica in può, essere perseguita rispetdelle manutenzioni diagnostica sui materiali costruttivi e sulla statica del manufatto; quanto non si possono attritando i requisiti minimi impo• relazione con gli impianti esistenti, con particolare riferimento alle reti di distribuzione. buire ai materiali riscontrabili sti dalle disposizioni normatiin tale patrimonio le caratterive, ma assumendo invece questiche note dei materiali attualmente disponibili sul mercato. sti stessi valori come livelli ottimali a cui tendere, compatibilQualunque scelta progettuale inerente la trasformazione o mente con le esigenze di tutela degli immobili e con la fattibilil’adeguamento energetico degli edifici storici non può quindi tà di interventi mirati. prescindere da studi che portino a una conoscenza approfondi- Alla valutazione energetica di un edificio si affianca la valutaziota dell’edificio, anche nell’ottica di un programma manutentivo ne della sua qualità ambientale secondo le basi poste da recenti di interventi mirati. Perseguire l’obiettivo di una maggiore effisistemi di certificazione degli edifici (si citano in tale contesto cienza nell’utilizzo delle risorse energetiche, oltre all’effettivo LEED®, DGNB®, SBTool), che permettono l’analisi delle pertinenti risparmio che ne può derivare, permette una riduzione degli prestazioni di un edificio ristrutturato secondo criteri di sostenioneri manutentivi, assumendo così un proprio valore intrinseco. bilità ambientale nell’intero ciclo di vita. Le scelte operative progettuali devono quindi considerare quale Il Metadistretto Veneto della Bioedilizia ha proposto lo strumensia la performance massima che l’edificio può offrire senza snato di valutazione delle prestazioni energetico-ambientali BIOturarne il profilo storico e culturale, ed è quindi necessario indivi- VER2, mutuato dalla procedura di valutazione per la concessioduare un range di valori prestazionali ottimali raggiungibili, che ne di incentivi ai sensi della L.R. Veneto 14/2009 e s.m.i.; il permettano di programmare interventi di modifica e suggerisca- Protocollo ITACA 2009 ne costituisce la base, in quanto applicano regole d’uso capaci di incrementare le prestazioni compatibil- bile a interventi di recupero edilizio ma privo di criteri specifici mente con la condizione e le potenzialità dell’edificio storico. per l’edilizia storica. Nell’ambito del Progetto A.T.T.E.S.S. si sono La riqualificazione energetica e ambientale dell’edilizia storica considerate le seguenti aree tematiche: interpreta il consueto approccio prestazionale per abbracciare • qualità ambientale degli spazi esterni; una valutazione degli aspetti propri dell’edilizia sostenibile. La • risparmio delle risorse ambientali (energia, acqua, materiali); fruizione di un bene culturale nelle condizioni idonee di com• carico ambientale (emissioni gas serra, rifiuti solidi e liquidi, fort e sicurezza (per i fruitori, l’immobile, il suo contenuto storipermeabilità aree esterne);
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•
qualità dell’ambiente interno (illuminazione naturale, temperatura, rumore, qualità dell’aria); • qualità del servizio e della gestione. Nelle tabelle 1-9 viene esaminata ciascuna area di valutazione per esaminare le possibili implicazioni nella valutazione ambientale di interventi di recupero e manutenzione dell’edilizia storica, specificando il significato assunto da ciascuna area nel caso specifico in cui l’oggetto di analisi/verifica sia un intervento condotto su un contesto storico. Emergono due principali contributi dall’analisi del Progetto A.T.T.E.S.S.: • la verifica dei rapporti intercorrenti tra le azioni di recupero dell’edilizia storica, l’inquadramento legislativo nazionale e regionale, i recenti sviluppi e le tecniche propri dell’efficienza energetica; • le correlazioni individuate tra le aree di valutazione del Protocollo ITACA e i riferimenti legislativi nazionali che disciplinano gli interventi sull’edilizia storica (D. Lgs. 42/2004 e D.P.R. 380/2001).
Il grado crescente di trasformazione del patrimonio (manutenzione ordinaria e straordinaria, risanamento conservativo, ristrutturazione edilizia) definisce categorie d’intervento connesse al livello di conservazione dell’edificio e al suo stato di degrado. Il progetto A.T.T.E.S.S. ha quindi individuato i rapporti tra gli interventi edilizi attuabili sul patrimonio storico e le aree tematiche/criteri di sostenibilità considerati nel Protocollo ITACA, anche in relazione al fatto che l’ambito di applicazione del D. Lgs. 192/2005 non comprende gli edifici storici di valenza culturale, e analogamente nelle direttive 2002/91/CE e 2010/31/UE. In particolare, emerge la necessità di considerare ampiamente la qualità della gestione dell’edificio prima e dopo l’intervento, sebbene questa area tematica non sia riscontrabile nel quadro normativo vigente, in quanto sono proprio gli interventi di manutenzione ad avere le più significative ricadute sulla sostenibilità dell’edificio.
Area qualità del sito e degli spazi esterni di pertinenza
Analisi del contesto paesaggistico
Area consumo delle risorse ambientali– risorsa idrica
Aspetti significativi e ambito di tutela
Elementi caratterizzanti
Obiettivo Interventi
In edificio storico
In edificio storico vincolato
Riduzione consumo acqua potabile
Installazione di opportuni elementi tecnologici nella distribuzione
Sempre attuabile
Sempre attuabile
Raccolta e recupero acqua piovana / acque grigie
Proponibile in relazione ai caratteri dell’edificio e del contesto
Applicabile dopo la valutazione specifica del caso
Delimitazione del territorio storico Sistemi naturalistici, biotopi, naturale / agrario oggetto di salvaguardia riserve naturali e parchi Individuazione di coni visuali e vedute panoramiche
Percorsi e punti panoramici
Individuazione degli elementi detrattori del paesaggio e delle misure migliorative
Sistemi insediativi storici, centri storici Tipologie edilizie fortemente presenti nel territorio
Individuazione dei vincoli paesaggistici e di eventuali infrastrutture in progetto
Ambiti di forte connotazione storica e simbolica
tabella 1. Area di valutazione Qualità del sito (Fonte: Progetto A.t.t.e.S.S.).
tabella 3. Area di valutazione Consumo delle risorse ambientali, risorsa idrica (Fonte: Progetto A.t.t.e.S.S.).
Area consumo delle risorse ambientali – energia e fonti rinnovabili Obiettivo
Interventi
In edificio storico
Contenimento consumi energetici
Coibentazione elementi d’involucro
Ammissibile nelle diverse categorie tecnico Ammissibile in casi limitati, giuridiche d’intervento con l’utilizzo di materiali specifici
Recupero e valorizzazione delle caratteristiche Praticabile considerando il funzionamento Impiego di passivo in raffrescamento sistemi solari passivi tecniche e spaziali dell’edificio
In edificio storico vincolato
Praticabile se già previsto nella tipologia storica
Energia termica da fonti rinnovabili
Realizzazione di impianti solari termici e altri
Proponibile in relazione ai caratteri dell’edificio e del contesto
Applicabile dopo la valutazione specifica del caso
Energia elettrica da fonti rinnovabili
Introduzione di dispositivi di controllo per ridurre i consumi e incrementare l’efficienza d’impianto
Attuabile
Attuabile sfruttando opportune caratteristiche dell’edificio (es. tracce preesistenti, cavedi)
Realizzazione di impianti solari fotovoltaici e altri
Proponibile in relazione ai caratteri dell’edificio e del contesto
Applicabile dopo la valutazione specifica del caso
tabella 2. Area di valutazione Consumo delle risorse ambientali, energia e fonti rinnovabili (Fonte: Progetto A.t.t.e.S.S.).
ilProgettoSostenibile
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Area consumo delle risorse ambientali – materiali da costruzione Obiettivo
In edificio storico
In edificio storico vincolato
Recupero e riutilizzo dei materiali Impiego di materiali di recupero edili riducendo l’energia grigia e la e di materiali locali quantità dei materiali impiegati
Sempre attuabile
Sempre attuabile
Riciclabilità dei materiali edili Impiego di materiali privi per ridurre il consumo di materie di sostanze nocive derivati da processi a basso consumo prime e i rifiuti da demolizione energetico
Sempre attuabile
Sempre attuabile
Riutilizzo di strutture esistenti
Interventi
Utilizzo di tecniche afferenti alla demolizione selettiva
Proponibile in accordo alle Proponibile in accordo alle priorità di recupero priorità di recupero individuate individuate e alle caratteristiche del cantiere
Predisposizione di un piano di demolizione
Proponibile se presenti spazi Proponibile se presenti spazi adeguati adeguati per lo stoccaggio per lo stoccaggio dei materiali dei materiali
Interventi di recupero non distruttivi per consolidamento e aggiunta
Finalità delle azioni di recupero / restauro
Finalità delle azioni di recupero / restauro
tabella 4. Area di valutazione Consumo delle risorse ambientali, materiali da costruzione (Fonte: Progetto A.t.t.e.S.S.).
Area qualità ambientale indoor – percezione e comfort visivo Obiettivo
Interventi:
In edificio storico
In edificio storico vincolato
Miglioramento dell’illuminazione naturale
Orientamento e disposizione dell’edificio
Non possibile, eccetto la rimozione di eventuali volumi non congrui
Non possibile, eventuale rimozione di volumi incongrui
Incremento della superficie vetrata
Non possibile, eccetto il ripristino di fori tamponati
Non possibile, eccetto il ripristino di fori tamponati se compatibile con le scelte di restauro
Impiego di colori di finitura interni
Proponibile
Proponibile in relazione ai caratteri dell’edificio e delle finiture interne
Impiego di lampade aventi spettro prossimo a quello della luce naturale
Proponibile
Proponibile in relazione ai caratteri dell’edificio e delle finiture interne
Miglioramento dell’illuminazione artificiale
tabella 5. Area di valutazione Qualità ambientale indoor, qualità visiva (Fonte: Progetto A.t.t.e.S.S.).
Area qualità ambientale indoor – comfort acustico Obiettivo
Interventi
In edificio storico
In edificio storico vincolato
Riduzione del livello di rumore proveniente dall’esterno
Inserimento di ostacoli naturali o artificiali
Proponibile in relazione al contesto
Proponibile in relazione al contesto
Distribuzione interna degli ambienti
Proponibile
Interventi sull’involucro opaco e trasparente
Proponibile
Incremento del potere fonoisolante dei divisori interni
Proponibile, da valutarsi caso per caso Proponibile, da valutarsi caso per caso
Posizionamento di controsoffitti appesi
Proponibile, da valutarsi caso per caso
Proponibile ma di complessa attuazione Proponibile, da valutarsi caso per caso
Riduzione della propagazione del rumore interno
Proponibile, da valutarsi caso per caso
tabella 6. Area di valutazione Qualità ambientale indoor, comfort acustico (Fonte: Progetto A.t.t.e.S.S.).
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Area qualità ambientale indoor – comfort termico Obiettivo
Interventi
In edificio storico
In edificio storico vincolato
Conferimento adeguata inerzia termica alle pareti
Impiego di murature massive
Spesso non necessario
Spesso non necessario
Isolamento termico dell’involucro
Proponibile in relazione ai caratteri dell’edificio
Proponibile in relazione ai caratteri dell’edificio
Controllo della temperatura dell’aria interna
Impiego di cronotermostati ambiente, valvole termostatiche, telecontrollo
Proponibile
Proponibile
Impiego di sistemi domotici
Proponibile
Proponibile
tabella 7. Area di valutazione Qualità ambientale indoor, comfort termico (Fonte: Progetto A.t.t.e.S.S.).
Area qualità ambientale indoor – qualità dell’aria indoor Obiettivo
Interventi
In edificio storico
In edificio storico vincolato
Controllo dell’umidità dell’involucro
Rimozione delle cause (umidità da risalita)
Proponibile
Proponibile
Proponibile in relazione ai caratteri dell’edificio
Proponibile in relazione ai caratteri dell’edificio
Ripristino degli elementi tecnici di ventilazione non impiegati
Auspicabile / finalità delle azioni di recupero / restauro
Auspicabile / finalità delle azioni di recupero / restauro
Inserimento di bocchette di ventilazione nei serramenti
Proponibile in relazione ai caratteri dell’edificio
Proponibile in relazione ai caratteri dell’edificio
Realizzazione di impianti VMC
Proponibile ma spesso invasivo
Proponibile ma spesso invasivo
Incremento della qualità Posa di intonaco termoisolante della ventilazione o deumidificante
tabella 8. Area di valutazione Qualità ambientale indoor, qualità dell’aria (Fonte: Progetto A.t.t.e.S.S.).
il Protocollo gBC historic Building La versione del Protocollo oggetto della trattazione non è ancora definitiva, per cui tutte le riflessioni proposte possono essere considerate come pareri per possibili implementazioni di un lavoro in fase di sviluppo. Il Protocollo GBC Historic Building considerato è quello pubblicato in Versione Short – Parte 1, v.0.2 il 15/11/2013 ed è relativo alla prima fase di sviluppo concernente la verifica di possibili interazioni con LEED®2009 Italia Nuove Costruzioni e Ristrutturazioni. La seconda fase di sviluppo prevede lo studio delle possibili interazioni con il protocollo GBC Home, per garantire l’applicabilità alle diverse, possibili, destinazioni
d’uso degli edifici storici. Il GBC Historic Building contiene le stesse aree tematiche degli altri Protocolli di valutazione GBC/LEED®alle quali si aggiunge l’area Valenza storica, specifica per l’ambito del recupero architettonico. In questo senso, il GBC HB rappresenta uno strumento che si basa sul confronto e sull’unione di diversi ambiti culturali: i principi di sostenibilità riconducibili allo standard LEED® e i principi operativi del restauro. I pesi delle singole aree tematiche e quindi i relativi punteggi, non ancora definitivi, sono riportati nella tabella seguente. Questa area è caratterizzata da una serie di crediti che, nell’ottica del rispetto dei principi operativi del restauro e attraverso l’individuazione di specifici metodi d’indagine, hanno la finalità
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Area qualità del servizio In edificio storico
In edificio storico vincolato
Durabilità delle soluzioni Ripristino di materiali propri impiegate della tradizione costruttiva locale
Auspicabile / finalità delle azioni di recupero / restauro
Auspicabile / finalità delle azioni di recupero / restauro
Impiego di materiali facilmente manutenibili
Impiego di materiali e tecnologie innovative
Proponibile in relazione ai caratteri dell’edificio
Proponibile in relazione ai caratteri dell’edificio
Manutenzione continua degli elementi edilizi e degli impianti
Predisposizione del Manuale di Manutenzione
Proponibile
Proponibile
Predisposizione del Manuale d’uso
Proponibile
Proponibile
Predisposizione del Programma delle Manutenzioni
Proponibile
Proponibile
Obiettivo
Interventi
tabella 9. Area di valutazione Qualità del servizio (Fonte: Progetto A.t.t.e.S.S.).
di preservare le caratteristiche di storicità, valore artistico e culturale dell’edificio oggetto della valutazione. I crediti dell’area tematica in questione sono stati strutturati in modo tale da considerare con la medesima importanza tutte le fasi dell’intervento di restauro, a partire dalla fase conoscitiva preliminare, passando per la fase progettuale e la fase del cantiere. Centrali nell’area di valutazione sono le indagini conoscitive preliminari, volte a stabilire l’evoluzione storica dell’edificio, la sua concezione strutturale, l’individuazione di superfici pregiate e la diagnosi del dissesto: l’elaborazione di tali contenuti costituisce prerequisito obbligatorio per l’accesso alla certificazione. Si vuole porre l’attenzione su un credito molto importante presente nell’area di valutazione Valenza storica, il VS CR 2 – piano di manutenzione programmata. La manutenzione programmata, già importante nei casi di progettazione di nuovi edifici, diventa ancor più significativa nei casi di interventi su edifici storici. Infatti, le attività di controllo successive all’arco temporale in cui viene realizzato l’intervento, devono essere intese come verifiche continue e costanti della persistenza delle prestazioni previste in fase progettuale, al fine di mantenere nel tempo le prestazioni prestabilite in termini di funzionalità, qualità dell’intervento, efficienza energetica e valore economico, storico e culturale. Le azioni previste dal piano di manutenzione programmata permettono di affrontare, attraverso modesti interventi, situazioni non considerate in fase progettuale, evitando azioni di notevole portata e quindi invasive, meno sostenibili e più difficilmente gestibili. Inoltre, nel caso di efficientamento energetico degli edifici storici, le dinamiche post-intervento sono complesse e ancora poco conosciute per cui risulta fondamentale la
Area tematica
Punti
Peso dell’area rispetto al protocollo
Valenza storica Sostenibilità del sito Gestione delle acque Energia e atmosfera Materiali e risorse Qualità ambientale interna Innovazione nella progettazione Priorità regionale
18 16 10 31 12 13 6 4
16,4% 14,5% 9,1% 28,2% 10,9% 11,8% 5,5% 3,6%
tabella 10. distribuzione punteggio e peso delle aree di valutazione protocollo GBC HB (Fonte: gBC historic Building versione short – Parte 1, v.0.2, 15/11/2013).
manutenzione programmata attuata con l’intento di poter riportare gli esiti dei controlli all’interno di una base di conoscenze utili per la progettazione e la previsione di futuri interventi su edifici e aree storiche5.
il Progetto SeChurBA Il progetto SECHURBA, che coinvolge un consorzio di 13 organizzazioni di 7 paesi europei (Bulgaria, Danimarca, Grecia, Ungheria, Italia, Spagna, Regno Unito), si pone come obiettivo principale la dimostrazione e la divulgazione delle opportunità e delle potenzialità offerte dagli interventi energeticamente sostenibili realizzati sugli edifici di aree urbane storiche, esplicitando i risultati dei casi studio in modo da favorire lo sviluppo
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Caratteristiche
Vantaggio bioclimatico
Soffitti molto alti/volumi grandi.
Raffrescamento efficiente.
Incremento della massa termica dovuto allo spessore delle pareti (pareti non isolate).
Controllo della temperatura interna, piccole oscillazioni termiche, buone prestazione dell’involucro per il raffrescamento.
Controllo degli elementi trasparenti (il rapporto chiusure trasparenti-chiusure opache è minore del 20%) incontrasto con la progettazione contemporanea orientata verso la luce e la trasparenza.
Controllo del riscaldamento solare.
Chiusure verticali trasparenti poste in posizione arretrata.
Ombreggiature e controllo del surriscaldamento.
Elementi aggettanti, cortili, terrazzi, alberature, chiostri, lucernai, camini solari e di ventilazione.
Miglioramento del raffrescamento e della ventilazione dell’involucro.
Colori chiari dell’involucro opaco.
Adattamento all’ambiente e al clima.
Illuminazione naturale e ventilazione.
Qualità ambientale indoor.
tabella 11. Corrispondenza tra caratteristiche degli edifici storici e caratteristiche bioclimatiche (fonte: progetto Sechurba).
di tali azioni nelle future politiche energetiche e nei programmi locali. I casi studio coinvolgono circa trenta edifici con diverse destinazioni d’uso (gallerie d’arte, musei, chiese, residenze, uffici, …), situati nelle diverse aree di studio, nei quali sono stati effettuati audit energetici al fine di quantificare l’energia potenzialmente risparmiabile attraverso interventi di efficientamento energetico, nel rispetto delle legislazioni nazionali. Tra i principali obiettivi specifici del progetto vi è quello di sviluppare interventi sostenibili con l’intento di ridurre le emissioni di CO2 e l’utilizzo di energia del 40% per almeno 5 edifici di riferimento per ogni centro storico e in almeno 3 comunità urbane, al di là delle richieste legislative europee. Tra gli altri obiettivi specifici del progetto rientrano anche quelli di carattere sociale, politico e finanziario, di indubbia importanza e valore. Tuttavia, in coerenza con la linea generale dell’articolo, verranno affrontati i soli temi di carattere tecnologico-operativo, utili per una riflessione globale in armonia con gli spunti derivanti dagli altri studi e ricerche proposti nella trattazione. Il progetto è stato sviluppato in cooperazione tra diversi attori provenienti da sette paesi europei (Bulgaria, Danimarca, Grecia, Ungheria, Italia, Spagna e Regno Unito), caratterizzati da diverse condizioni sociali, economiche e ambientali, ma accomunati dai vincoli imposti dalla legislazione e dalle politiche nazionali. Infatti, tutti gli indirizzi di legge che sono volti alla preservazione dei caratteri tipici degli edifici storici, costituiscono un ostacolo all’implementazione in termini operativi
e pratici del concetto di sostenibilità. Nell’ambito del progetto, sono stati effettuati audit energetici su trenta edifici dai quali è stato possibile ipotizzare il potenziale risparmio energetico derivante dagli interventi di efficientamento definiti secondo un approccio olistico che tenga conto dei diversi aspetti economico, architettonico ed energetico. Il primo passo è stato quello di identificare quali sono le caratteristiche tipiche degli edifici storici che possono corrispondere a un diretto beneficio in termini energetici. In secondo luogo è stata individuata una serie di interventi distinti per categoria, validi per la maggioranza degli edifici esaminati. Tali interventi sono concepiti nel pieno rispetto dei tratti storico-architettonici tipici e della legislazione esistente. Il terzo e ultimo passaggio ha riguardato la verifica in termini di percentuale di energia risparmiata a valle degli interventi previsti per gli edifici storici. I risultati riportati hanno confermato le aspettative: in sintesi, il potenziale risparmio energetico per tutti gli edifici esaminati è compreso tra il 21 e l’80%, con una media del 46%. Tale oscillazione è attribuibile soprattutto alla varietà di destinazione d’uso degli edifici, e quindi alle diverse attività in essi svolte, che non è la medesima per tutti i casi studio. Inoltre, così come specificato nel documento di presentazione del Progetto Sechurba, il livello di manutenzione e gli interventi di restauro realizzati durante la vita dell’edificio influiscono significativamente sul loro profilo energetico e sul relativo potenziale di risparmio di energia.
ilProgettoSostenibile
interventi sull’involucro
interventi interni
Sostituzione o riparazione degli infissi.
Pannelli riflettenti posti dietro i corpi scaldanti installati sulle pareti perimetrali.
Miglioramento della tenuta degli infissi.
Tende pesanti e persiane per ridurre le dispersioni.
Isolamento termico delle chiusure orizzontali superiori e inferiori.
Utilizzo di camini per la ventilazione.
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Isolamento termico delle partizioni interne verso ambienti non climatizzati. Installazione di ventole per camini. Riuso di verande e lucernai.
Verande interne per il miglioramento del microclima
Riqualificazione funzionale delle soffitte. Illuminazione naturale e ventilazione. interventi sugli impianti
integrazione di energie rinnovabili
Efficientamento dei sistemi di illuminazione.
Solare termico per la produzione di acqua calda sanitaria installato in copertura.
Sistemi geotermici per la climatizzazione invernale ed estiva. Sistemi fotovoltaici installati in copertura e sulle pareti inclinate. Sistemi fotovoltaici trasparenti a film installati sulle chiusure trasparenti. Uso di biomasse tabella 12. interventi corretti per edifici gli storici identificati (fonte: Progetto Sechurba).
definizione dell’oggetto Analisi delle caratteristiche del sito e dell’edificio, diagnosi energetica che individui le criticità, proposta di suggerimenti per la riqualificazione energetica
definizione di criteri e sottocriteri Definizione e strutturazione dei criteri secondo un ordine gerarchico che individui l’obiettivo principale e i sotto-obiettivi ciascuno dei quali caratterizzato da una serie di criteri che misurino l’ottenimento degli obiettivi stessi
pesatura dei criteri Pesatura dei criteri utilizzando il metodo del confronto a due a due (pairwise comparison)
pesatura delle alternative Pesatura delle alternative utilizzando il metodo del confronto a due a due (pairwise comparison)
Controllo dei risultati Controllo dei risultati e scelta della soluzione 2. Metodologia adottata dall’ieAtool (Fonte: Progetto Sechurba).
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Oltre al valore dei risultati ottenuti, il prodotto più interessante di questo progetto, ai fini della presente trattazione, è il modello di analisi e valutazione multicriteria sviluppato dall’Istituto Tecnologie Applicate ai Beni Culturali (ITABC) del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Italia), utile quale supporto per i decisori nella scelta degli interventi da effettuare. Tale modello si basa su due livelli di azione: il primo identifica le alternative di risparmio energetico considerando le caratteristiche fisiche e ambientali proprie dell’edificio; il secondo individua le alternative possibili di efficientamento energetico tramite l’implementazione di una metodologia di analisi multicriteria (MCA) secondo caratteristiche quali l’impatto visivo, la rispondenza ai tratti fisici e all’importanza storica dell’organismo edilizio, all’efficienza energetica, etc. L’impostazione metodologica di tale strumento permette di valutare una serie di alternative secondo un approccio olistico che contempla non solo gli aspetti relativi all’efficientamento energetico ma anche, e soprattutto, gli aspetti relativi alla valenza storica dell’organismo edilizio oggetto dell’intervento quali, ad esempio, i caratteri tipologici, storici e morfologici dello stesso. I principi chiave di questo modello sono i seguenti: • reversibilità delle modifiche effettuate senza danno all’esistente; • attenzione ai nuovi materiali e alle tecnologie innovative volte al risparmio energetico; • inalterabilità dei caratteri storico, morfologico e tipologico dell’edificio e o del complesso edilizio. Tali principi fondamentali hanno portato allo sviluppo di uno strumento basato sul metodo di analisi multicriteria AHP (Analytic Hierarchy Process)6, integrato con l’approccio expert based (cioè con la consulenza di esperti) di carattere multidisciplinare (fig. 2). La definizione dei criteri è stata fatta analizzando la normativa e la documentazione disponibile in materia di restauro ed efficienza energetica degli edifici. Sono stati definiti quattro criteri di valutazione fondamentali: 1. rispondenza ai principi e alle convenzioni internazionali sul restauro: reversibilità, compatibilità tra antico e nuovo, minimo intervento, leggibilità dei nuovi interventi; 2. efficienza energetica, per massimizzare le prestazioni energetiche degli edifici; 3. sostenibilità ambientale: minimo impatto e inquinamento ambientale e massimo utilizzo delle risorse rinnovabili; 4. fattibilità economica: ammortizzare i costi di intervento e gestione dell’edificio, risparmio economico derivante dalla gestione dell’impianto. In definitiva si può affermare che il progetto in analisi rappre-
senta un importante lavoro che affronta in modo innovativo e con risultati dal risvolto operativo il tema fondamentale della riqualificazione sostenibile degli edifici e delle aree storiche. Inoltre, il coinvolgimento di diversi paesi europei, con i rispettivi casi studio, offre la possibilità di poter esportare i risultati grazie all’armonizzazione della metodologia di valutazione proposta e questo rappresenta un aspetto di notevole importanza. Da un’attenta analisi dei documenti prodotti dal gruppo di lavoro, emerge un dato che merita una riflessione specifica: i criteri relativi alla rispondenza ai principi e alle convenzioni internazionali sul restauro sono quelli che hanno un peso maggiore nella decisione finale. A tale proposito, è interessante osservare che l’approccio utilizzato dal progetto Sechurba ben si colloca nell’ambito dei principi generali caratterizzanti il concetto di sostenibilità che considerano fondamentale la riqualificazione del patrimonio edilizio storico; questa procedura risulta quindi uno strumento operativo di interesse certo per gli interventi su tale patrimonio.
Conclusioni Dopo aver analizzato diversi strumenti per la valutazione della sostenibilità energetica e ambientale degli interventi di recupero degli edifici storici, si propone una riflessione sulla base del confronto tra questi, al fine di verificare la coerenza tra gli stessi, in particolar modo per quel che riguarda le tematiche relative alla conservazione del patrimonio edilizio storico. In tale contesto, il Progetto A.T.T.E.S.S., implementando uno strumento di valutazione della sostenibilità del costruito già applicato in diverse Regioni italiane, ha individuato gli interventi applicabili all’edilizia storica collocandoli nelle categorie dei codici dell’edilizia e valutandone l’effetto sulle prestazioni ambientali ed energetiche di tale patrimonio, senza però prevedere un raggruppamento di criteri specifici per l’analisi dello stato di fatto. Tuttavia, da quanto si è potuto apprendere, si evince che i criteri propri della sostenibilità debbano essere applicati al fine di certificare il rispetto di condizioni e prestazioni tali da garantire la corretta salvaguardia del bene architettonico e la sua corretta manutenibilità, più che il rispetto di limiti normativi o delle ambizioni della committenza. In altro modo, il Protocollo GBC Historic Building prevede l’inserimento dell’area tematica Valenza storica, con la quale ci si approccia ai temi della riqualificazione degli edifici storici nel rispetto dei principi operativi del restauro. Proprio con questo primo confronto si nota una differenza metodologica rispetto alla proposta A.T.T.E.S.S. sui temi della conservazione del patrimonio edilizio storico: quest’ultima, un’applicazione consapevole di un sistema di valutazione energetico-ambientale, un siste-
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ma modificato specificatamente per gli edifici storici e dotato di una struttura ben determinata il GBC Historic Bulding. Per quel che riguarda il Progetto Sechurba, il criterio Rispondenza ai principi e alle convenzioni internazionali sul restauro dell’IEATool si pone la finalità di valorizzare e preservare il valore storico-culturale dell’edificio oggetto di studio. Dai test effettuati dagli attori del Progetto7, relativi all’applicazione dello strumento Intelligent Energy Application Tool, risulta che il peso attribuito a tale criterio sia maggiore rispetto agli altri criteri considerati. Nel caso del Protocollo GBC Historic Building, invece, all’area Valenza storica viene attribuito un peso (16,4%) nettamente inferiore all’area Energia ed atmosfera (28,2%). Si ricorda che le priorità dei criteri dell’Intelligent Energy Application Tool vengono definite di volta in volta per ogni oggetto dell’intervento, attraverso il coinvolgimento di figure afferenti alle diverse discipline interessate. In questo modo, i pesi di ciascun criterio sono calibrati in funzione dell’oggetto storico trattato permettendo quindi una valutazione ad hoc delle alternative d’intervento, operando le opportune distinzioni. Al contrario, il Protocollo GBC Historic Building definisce una scala di pesi per ciascuna area di valutazione che rimane fissa e invariabile per ciascun oggetto valutato secondo il medesimo protocollo. Questa caratteristica deriva dalla struttura tipica dei protocolli di valutazione GBC e non è stata modificata. La discordanza evidenziata riguarda un aspetto chiave nell’ambito
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dei temi trattati, ovvero l’importanza dell’organismo edilizio storico in quanto portatore di valori artistici e culturali e quindi il rispetto verso tali valori. In definitiva, si ritiene che l’organismo edilizio storico abbia delle caratteristiche proprie e specifiche che non possono non essere considerate in quanto tali nell’ambito della valutazione della sostenibilità di un intervento di recupero edilizio. Note 1 - Azioni di trasferimento tecnologico per il miglioramento delle prestazioni energetico ambientali dell’edilizia storica secondo i criteri dell’edilizia sostenibile” e Linee Guida “La qualità delle prestazioni energetico-ambientali nella manutenzione dell’architettura storica – Edilizia storica e sostenibilità ambientale” Regione Veneto. 2 - Progetto europeo SECHURBA – una guida per la sostenibilità energetica in edifici e centri storici. 3 - D.P.R. 1° agosto 2011, n. 151, art. 7, e D.M. 7 agosto 2012, art. 6. 4 - Norme tecniche per le costruzioni di cui al D.M. 14 gennaio 2008, par. 8.4. 5 - Secondo quanto previsto da EuropeanCommission, Project Cycle Management Guidelines, 2004 6 - Il metodo AHP (Analytic Hierarchy Process) fa parte della disciplina cosiddetta MCDA (Multi Criteria Decision Analysis) che ha lo scopo di supportare il decisore nella scelta tra numerose e conflittuali opzioni, permettendo l’individuazione di una soluzione di compromesso. 7 - Oggetti dei test: Copenhagen City Hall, CapelaXeraldasAnimas, Santiago de Compostela.
Buildings of architectural and historical value. Operational tools to support the design of interventions recovery Refurbishmentoperations, referred to both high historical and architectural value buildings and to lower level ones, representa practical expression of sustainability. The current need to integrate energy efficiency requirements and environmental protection operating in architectural recovery context requires a variety of skills and interaction between different disciplines, which show consequently different operational problems. Complexity grows to a greater level working on buildings characterized by high historical value, where the quality of recovery actionsdepend on constraints determined by issues mentioned above. For these reasons, the possibility of referring to established patterns that support each stage of a project intervention in the recovery and restoration is an important aspect in this subject. In this directionsome remarkable experience has been developed (or are developing): we mention Guidelines ATTESS, GBC Historical Building Protocol™, Project SECHURBA. Project ATTESS (Regione Veneto) implements an existing tool for sustainability assessment to identifyactions reliable to historic building and to provide forgroups of specific criteria for the analysis of the status quo. GBC Historic Building Protocol provides for the inclusion of a newevaluation area “ValenzaStorica”, to approach the themes of historic buildings’ redevelopment in compliance with the operating principles of the restoration. Regarding the project SECHURBA, IEATool’s criterion “Compliance with the principles and international conventions on the restoration” raises the purposes of enhancing and preserving the cultural and historical value of the building under study.
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integrabilità dei sistemi leggeri nella riqualificazione dell’esistente: ostacoli e potenzialità Il paper si propone di sintetizzare i principali vantaggi derivanti dalla razionalizzazione del processo indotta dall’utilizzo di tecnologie a secco, nella riqualificazione dell’esistente, evidenziando anche i principali ostacoli all’applicazione su vasta scala di tali soluzioni tecnologiche nelle operazioni di recupero. ernesto Antonini Professore Associato, Dipartimento di Architettura, Università di Bologna. ernesto.antonini@unibo.it Andrea Boeri Professore Ordinario, Dipartimento di Architettura, Università di Bologna. andrea.boeri@unibo.it Jacopo gaspari Ricercatore, Dipartimento di Architettura, Università di Bologna. jacopo.gaspari@unibo.it Valentina gianfrate Architetto, Dottore di Ricerca in Tecnologia dell’Architettura. Assegnista Dipartimento di Architettura, Università di Bologna. valentina.gianfrate@unibo.it danila Longo Professore Associato, Dipartimento di Architettura, Università di Bologna. danila.longo@unibo.it
Articolo sottoposto a Peer review.
introduzione Alla luce di quanto indicato nelle Direttive Europee (2010/31/EU e 2012/27/EU), e del relativo recepimento a livello nazionale (Regolamento UE N. 305/2011) gli interventi di recupero e riqualificazione dell’esistente stanno assumendo e assumeranno sempre più in futuro un ruolo strategico per il contenimento della domanda energetica. Tali interventi sono chiamati, al tempo stesso, a confrontarsi con stringenti vincoli economici e operativi che rendono cruciali, nella scelta del ventaglio di possibili soluzioni da adottare, alcuni fattori quali la velocità di attuazione, la sicurezza in fase di produzione dei componenti e di installazione/esecuzione delle opere, il peso dei componenti o degli elementi tecnologici e le modalità di applicazione. Negli interventi volti a incrementare l’efficienza energetica e a contrastare l’obsolescenza fisica e materica, normativa e tecnologica del costruito, si assiste con frequenza al ricorso a “soluzioni costruttive leggere” – dicitura che nella sua ambiguità tende a essere associata
al modesto peso dei componenti, ma soprattutto al limitato impatto esecutivo delle stesse – nel cui insieme sono in realtà raccolte numerose caratteristiche connesse in modo significativo al processo attuativo. Le principali possono essere sintetizzate come segue: • incremento delle prestazioni dell’involucro per la riduzione dei consumi energetici negli interventi, attraverso l’utilizzo di sistemi e componenti innovativi compositi o multistratificati; • miglioramento del sistema edificio/impianto, attraverso l’integrazione di soluzioni impiantistiche per lo sfruttamento delle energie rinnovabili; • ottimizzazione dei sistemi di giunzione nuovo/esistente, con l’utilizzo di sistemi di connessione a secco per la realizzazione dei nodi tra struttura portante e sistemi di chiusura e per l’applicazione di strati funzionali e dispositivi aggiuntivi; • integrazione architettonica degli elementi sostituiti o aggiunti; • demolizione selettiva e riciclaggio degli elementi da sostituire; incremento del-
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l’utilizzo di materiali ecocompatibili e di prodotti di riciclo. Si tratta di elementi chiave del processo, attraverso i quali la riqualificazione energetica del costruito può trainare il mercato delle costruzioni verso l’adozione di soluzioni innovative, favorendo la diffusione di buone pratiche in materia di efficienza energetica, ma allargando lo sguardo a tutte le fasi del ciclo di vita dell’edificio e dei suoi componenti.
Le situazione italiana nel settore costruzioni Il parco edilizio esistente sul territorio nazionale è riconducibile nella maggior parte dei casi a sistemi costruttivi a umido che, nelle diverse configurazioni, vedono sostanzialmente prevalere l’utilizzo di telai o strutture in calcestruzzo armato combinati a cortine in laterizio di varia tipologia1. Le ragioni di questa tendenza, radicata tanto nella pratica 1. tecnologia a umido e processi delle imprese edili quanto nelle richieste delle committen- impiantistica. ze, sono molteplici e frutto di un processo di stratificazione nel tempo. In primo luogo, si registra la diffusa convinzione che assemblaggi irreversibili e una massa elevata siano garanzia di durabilità, senza considerare che tale prestazione – per essere efficacemente valutata – deve essere posta in relazione con le modalità, i tempi e i costi di manutenzione, nonché con la capacità del sistema di dimostrarsi sufficientemente flessibile da adattarsi ai possibili cambiamenti dei modi d’uso (dettati da nuove esigenze o da altri fattori) nel ciclo di vita. In secondo luogo, tale assetto vede prevalere un modello organizzativo frammentato, con sequenze esecutive scarsamente integrate e inevitabili ricadute negative sulla gestione e sulle tempistiche dei processi edilizi. In terzo luogo, la strutturale resistenza del settore al recepimento dell’innovazione rallenta l’adozione tempestiva di adeguati strumenti di controllo tecnico-normativo.
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Infine, si deve considerare il fattore culturale: persiste infatti il pregiudizio che la soluzione innovativa sia più costosa rispetto a quella tradizionale che, invece, è garanzia di una prassi collaudata, rassicurante e a basso rischio. Allo stato attuale, questo quadro evidenzia una serie di criticità che si manifestano in forme rese via via più acute dal rapido affermarsi in altri contesti europei di “soluzioni costruttive leggere” e assemblate a secco, che combinano nuovi materiali e tecnologie ricavandone significativi vantaggi nei tempi di costruzione, nella qualità e nella precisione degli assemblaggi e nel conseguimento di più elevati livelli di prestazione. I sistemi costruttivi tradizionali applicati negli edifici oggetto di riqualificazione, presentano alcune rilevanti criticità, che acutizzano problematiche almeno in parte riscontrabili anche nell’utilizzo delle stesse tecnologie nella nuova costruzione: di demolizione per l’integrazione • il comportamento acustico e termico presenta vulnerabilità causate da discontinuità dovute alla configurazione geometrica e materica degli elementi, con frequenti variazioni di spessore dello strato isolante; • le difficoltà di integrazione dell’impiantistica – che generalmente viene realizzata con l’edificio al grezzo mediante tracce e demolizioni – comporta un’ulteriore fase di ripristino delle superfici post-installazione e spesso aggrava le problematiche termoacustiche; • molti materiali “tradizionali” presentano profili ambientali non favorevoli, a causa delle emissioni inquinanti e del consumo di risorse non rinnovabili legati sia alla loro produzione che alla dismissione finale a fine ciclo; • le condizioni produttive molto variabili, le tecnologie arretrate e il ricorso a lavoro dequalificato portano a bassi indici di produttività, livelli di qualità fortemente esposti a imprevisti e approssimazioni, difficoltà nella previsione puntuale di tempi e costi;
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2. Sistema struttura/rivestimento.
la manutenzione, sostituzione di componenti, demolizione finale e reimpiego dei prodotti della dismissione risultano spesso sottovalutate, a vantaggio della sola ottimizzazione del processo di costruzione; • i magisteri artigianali da cui dipende buona parte della qualità delle realizzazioni sono sempre meno presenti; la prolungata e progressivamente accentuata crisi strutturale del settore causa una caduta di professionalità sia nell’imprenditoria e sia nella manodopera; • la necessità di migliorare le prestazioni, soprattutto energetiche, ha indotto la complessificazione delle soluzioni costruttive, che combinano tecniche e materiali profondamente diversi, applicati secondo processi di sovrapposizione, con il rischio di incongruenze e potenziale innesco accelerato di patologie anche rilevanti. I fenomeni di obsolescenza investono il sistema edilizio secondo tre modalità tipiche, che in molti casi si presentano congiuntamente2. 1. Obsolescenza fisica e materica, che si manifesta attraverso il decadimento prestazionale e il degrado di singoli componenti e materiali. Nelle zone di contatto tra elementi di diversa natura e comportamento, le patologie tendono a manifestarsi più frequentemente a causa di compatibilità non risolte o di sistemi di connessione approssimativi o inadeguati3. 2. Obsolescenza normativa e tecnologica, correlata da un lato all’introduzione di nuove regolamentazioni, che impongono livelli di comfort e standard di sicurezza più elevati rispetto al passato, dall’altro, alla disponibilità di nuovi materiali, maggiormente performanti rispetto a quelli installati4. 3. Obsolescenza funzionale, dovuta alla perdita della capacità di assicurare le funzioni previste da parte del componente, nonostante interventi di adeguamento o sostituzione di parti. A questa modalità è riferibile anche l’obsolescenza tipologica, che si manifesta con l’inadeguatezza delle dotazioni e della distribuzione degli spazi interni rispetto alle esigenze attuali degli utenti.
L’evoluzione verso nuovi paradigmi costruttivi
3. dettaglio moduli standardizzati e interfaccia con le bucature in facciata.
Il progressivo superamento delle soluzioni costruttive convenzionali fa leva da un lato sulla necessità dei progettisti di rispondere a requisiti più severi, dall’altro sulle potenzialità di rivitalizzazione del mercato che queste innovazioni possono fornire, contrastando una fase di lunga e pronunciata flessione. Per effetto di vincoli normativi più stringenti – soprattutto in materia di risparmio energetico e miglioramento del benessere e della sicurezza degli utenti – e di maggiori dotazioni e prestazioni richieste dai committenti, le tecnologie costruttive si trovano a fronteggiare un rilevante aumento della complessità dei prodotti. Non solo in termini di qualità funzionale (isolamento termico, acustico, ecc.), ma anche di qualità operativa (assemblabilità, ispezionabilità, manutenibilità, ecc.)5. Per implementare questi livelli di standard, le soluzioni costruttive tradizionali sono costrette a procedere per addizione di nuove prestazioni, sotto forma di strati aggiuntivi o di dispositivi complementari innestati sul sistema base. Oltre all’aumento delle problematiche di interfaccia e di compatibilità, ciò produce un aumento dei costi spesso più che proporzionale rispetto
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all’aumento delle prestazioni. Per questo, oltre ad aumentare la loro penetrazione nel mercato della nuova costruzione, i nuovi procedimenti costruttivi fondati sull’assemblaggio a secco di componenti e sub-sistemi si vanno progressivamente affermando anche nel recupero dell’esistente.6 Questa dinamica appare destinata a un’ulteriore intensificazione nel prossimo futuro, alimentata dall’aumento della domanda di sostenibilità ambientale, con un prevedibile incremento del processo di stratificazione e di parallela integrazione nei componenti di materiali adattivi e dispositivi “smart”, per configurare “sistemi tecnologici leggeri e intelligenti”.
Potenzialità di applicazione negli interventi di recupero e riqualificazione Il principio su cui si basano i sistemi costruttivi leggeri stratificati – già teorizzato da Wachsmann intorno alla metà del XX secolo7 – è che ciascun componente, pur possedendo una propria specificità dal punto di vista delle prestazioni termiche, acustiche, meccaniche, sia parte integrante di un universo più complesso e articolato, in cui la collaborazione di ogni elemento con gli strati adiacenti contribuisce a produrre una prestazione complessiva predeterminata e controllata, superiore alla semplice sommatoria di quelle garantita dai singoli elementi. A partire dagli anni ‘90 del XX secolo, i sistemi basati sull’impiego di tecnologie stratificate a secco sono stati oggetto di numerosi studi e sperimentazioni, che ne hanno esplorato le interessanti potenzialità di impiego8. Queste tecnologie oggi trovano ampie possibilità di applicazione anche negli interventi di riqualificazione, grazie ad alcune fondamentali caratteristiche quali la reversibilità, l’adattabilità, la flessibilità, oltre al peso contenuto. Un aspetto, quest’ultimo, che diventa cruciale nel caso di intervento sull’esistente, poiché essendo le strutture e le fondazioni dimensionate in funzione dei carichi originari, risulta spesso molto vantaggioso ridurre il peso proprio dei nuovi elementi. Un sistema a secco concepito secondo la logica struttura/rivestimento pesa circa 1/8 di un sistema tradizionale “a umido” in laterizio e c.a.9; inoltre la predisposizione di involucri interni o esterni con cavità e intercapedini consente di stendere le reti impiantistiche senza la necessità di ricorrere a tracce. Modalità di intervento più semplici ed efficaci consentono di introdurre consistenti modificazioni morfologiche dell’edificio e di riconfigurarne più liberamente gli spazi e le funzioni, facendogli acquisire nuovi valori prestazionali ed economici che migliorano la redditività dell’investimento in recupero. La progettazione accurata delle configurazioni e la definizione precisa delle quantità e delle fasi operative, tipiche dei sistemi a secco e preassemblati, offrono un ulteriore vantaggio in termini di semplificazione della logistica di cantiere, che negli interventi su manufatti esistenti, spesso localizzati in un contesti urbani in cui insistono vincoli di vario tipo, presenta acute criticità. Limitare lo stoccaggio in cantiere di materiali e componenti e semplificare le operazioni di installazione agevola l’operatività delle maestranze, con ricadute positive anche sugli aspetti legati alla sicurezza. Un management avanzato sia in fase di progetto che di costruzione costituisce la condizione per il successo di questo approccio, che implica un’accurata organizzazione delle sequenze ope-
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rative e degli appalti in modo che non ci siano interruzioni e la velocità e la produttività del cantiere divengano parametri incidenti per l’economia globale della costruzione. I principali vantaggi dell’applicazione di sistemi costruttivi stratificati leggeri agli interventi di recupero possono essere sintetizzati come segue: • le parti costituenti l’edificio sono vincolate in modo non irreversibile. Questo permette eventuali future integrazioni e modifiche; • l’assemblaggio a secco mediante connessioni meccaniche non comporta tempi di attesa per la presa, la maturazione o l’asciugatura (come invece avviene per le malte o il c.a.). Inoltre l’assenza di leganti comporta una discretizzazione delle connessioni mediante un numero finito di giunzioni, più controllabile sia in fase costruttiva che durante il ciclo di vita dell’edificio; • i materiali utilizzabili e presenti sul mercato sono molteplici e sempre più spesso sono “low processing materials” che implicano basso impatto ambientale e lavorazioni semplici10; • la razionalizzazione dei processi costruttivi, la velocità dei tempi di montaggio e di messa in opera implica un’ottimizzazione dei costi che coinvolge tutte le fasi, dall’approvvigionamento allo smaltimento; • le attività di preassemblaggio condotte in stabilimento sono standardizzate e settate su una qualità globale elevata; • le variabili legate alla lavorazione dei componenti in cantiere possono essere drasticamente limitate attraverso l’applicazione scrupolosa degli accorgimenti tecnici indicati dalle aziende produttrici; • questo tipo di tecnologie induce il ricorso a manodopera formata e specializzata, che partecipa in modo consapevole e attivo al conseguimento dei livelli prestazionali prefissati; • le attività di manutenzione possono essere programmate già in fase di progettazione in modo da poter operare sul singolo componente o sub-sistema riducendo i costi e gli impatti; • la semplificazione delle operazioni di integrazione impiantistica consente una maggiore flessibilità e diverse configurazioni
4. Montaggio modulo abitativo in legno preassemblato.
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5. Partizione interna realizzata con moduli preassemblati: sistemi di aggancio a solai esistenti.
6. Sopraelevazione con struttura prefabbricata in legno (M.tribus, Bolzano).
7. Sopraelevazione con struttura metallica e chiusure in vetro o elementi opachi stratificati.
di rete (diramazioni in orizzontale e in verticale) oltre che la possibile integrazione con interventi successivi; l’ispezionabilità degli impianti durante il ciclo di vita del fabbricato rende possibile l’eventuale sostituzione dei componenti senza la necessità di demolizioni degli elementi circostanti; l’ampia gamma di prodotti disponibili permette di allestire in fase di progettazione pacchetti che, seppur basati sulla stessa stratificazione, si differenziano sensibilmente per le caratteristiche dei materiali impiegati e in funzione dei contesti e delle condizioni climatiche; la possibilità di smontaggio dell’edificio in modo selettivo è finalizzata a destinare ogni componente al riuso, riciclaggio o smaltimento controllato, per ridurre l’impatto ambientale.
Le barriere tecnologiche e non tecnologiche La diffusione della tecnologia dei sistemi leggeri presenta tuttavia una serie di barriere di natura tecnica e non tecnica, che ne rallentano la penetrazione nel mercato e l’applicabilità. Tali barriere si riferiscono soprattutto alla compatibilità tra l’alta industrializzazione e standardizzazione dei sistemi leggeri prefabbricati e preassemblati e la specificità degli interventi di recupero, che richiedono soluzioni ad hoc e ogni volta differenti. Le principali barrire riguardano: • Vincoli normativi restrittivi. Attraverso i due decreti legislativi (Dlg 115/2008 e Dlg 57/2010) di recepimento della Direttiva 2006/32/CE l’Italia sancisce che non sia conteggiato il maggior volume e la maggior altezza dovuta sia all’esecuzione del cappotto termico esterno, sia alla coibentazione termica dei solai e della copertura di un edificio. Dai suddetti decreti emerge inoltre che l’incremento dell’involucro esterno di un fabbricato, dovuto al cappotto termico, non è tenuto a rispettare le distanze dagli edifici e dai confini. Tuttavia, nelle operazioni di recupero dell’edilizia storica (che caratterizza buona parte del parco edilizio nei centri urbani), vincoli sovraordinati spesso impongono il mantenimento dei caratteri, dei materiali e delle finiture, sia interne sia esterne, di un manufatto edilizio, limitando le possibili opzioni dimensionali e tecnologiche. La conseguenza di questa limitazione è una ricaduta negativa sull’effettivo miglioramento delle prestazioni energetiche finali del manufatto. La mancanza di un coordinamento efficace delle normative nazionali e locali impedisce l’attuazione uniforme delle politiche di efficienza energetica, e agisce come freno all’ammodernamento delle soluzioni costruttive applicabili. Il ritardo nell’attuazione di alcuni indirizzi comunitari, delle linee guida, etc., è la prima causa di ritardi a catena nello sviluppo di azioni a favore dell’efficienza energetica nelle costruzioni. • Difficoltà nell’adattabilità delle dimensioni standard dei pro-
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8. Progetto di recupero e riqualificazione di un edificio nel porto di rotterdam con sistemi preassemblati a matrice lignea.
9. esploso assonometrico di un intervento di recupero con sistema stratificato.
dotti industrializzati alle particolarità dello stock edilizio esistente, che impone la realizzazione di configurazioni “personalizzate” con incrementi dei costi e dei tempi di posa in opera. • Limitata modificabilità delle preesistenze: le operazioni di adeguamento impiantistico rappresentano un rischio maggiore di interferenza con gli edifici da riqualificare: apertura di canali e tracce per cavi e tubazioni, apertura di vani in solai, possono avere effetti negativi sia sulle performance energetiche sia sul comportamento strutturale dell’edificio, soprattutto se realizzato in muratura portante (cfr. tab. 1). Le caratteristiche storico-architettoniche spesso impediscono di soddisfare le nuove esigenze di comfort adottando le soluzioni impiantistiche più efficienti, e richiedono configurazioni dedicate e apparecchiature più complesse. Oltre alle barriere di tipo tecnologico ed economico, in alcuni casi si manifestano anche ostacoli di altra natura, quali: • Scarsa sensibilità e conoscenza. Le soluzioni leggere per il retrofitting energetico presentano spesso un contenuto tecnico rilevante, che le rende non immediatamente comprensibili a un pubblico di non addetti ai lavori. La scarsa conoscenza penalizza queste soluzioni a vantaggio di quelle concorrenti più convenzionali, e limita i benefici potenzialmente ottenibili dalla loro utilizzazione. Se il cliente non è in grado di comprenderne caratteristiche, prestazioni e vantaggi, la disponibilità di tecnologie efficienti non basta a favorirne la diffusione11. Le agevolazioni fiscali o parafiscali a sostegno dell’adozione di
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determinati prodotti e soluzioni in più di un caso si sono rivelate un mezzo efficace per superare le barriere di natura culturale. Un’altra soluzione che ha dato qualche esito interessante è l’offerta combinata tecnologia di retrofitting energetico e di servizi di manutenzione. Nella tabella 2 sono messe in evidenza le opportunità di interventi di riqualificazione energetica attuabili durante normali operazioni di manutenzione. Professionalità degli operatori. Per ottenere i massimi benefici, l’interfaccia delle tecnologie leggere con il sistema esistente richiede una corretta progettazione, installazione e gestione. La crisi che ha investito il comparto edile dal 2008, e che ancora continua, non favorisce tali condizioni: la carenza di lavoratori qualificati in molte imprese, la scarsa immissione di maestranze giovani, l’ulteriore contrazione della già limitata capacità di innovazione e il fenomeno del lavoro sommerso agisco-
11. il concept di ampliamento. Le piagge Firenze.
12. Smontaggio selettivo partizioni interne.
10. riqualificazione del quartiere Le Piagge a Firenze: Creazione di logge e vani tecnici in facciata assemblati a secco.
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no come altrettanti freni. Il ritardo è evidente anche sul lato della committenza, soprattutto pubblica, che solo molto occasionalmente riesce a esprimere una domanda capace di valorizzazione i prodotti/sistemi maggiormente conformi e che spesso utilizza invece specifiche tecniche e capitolati che ostacolano l’adozione delle soluzioni più efficaci e innovative.
Conclusioni La transizione verso città ed edifici low-carbon, basati su un uso efficiente delle risorse e a basse emissioni di carbonio, determinerà importanti cambiamenti strutturali nel settore delle costruzioni, che dovrà adattarsi e saper offrire le abilità e competenze richieste in questi ambiti, necessitando di manodopera preparata. Così come la diffusione di tecnologie abilitanti e il ricorso a pratiche flessibili di organizzazione del lavoro richiederanno una trasformazione delle competenze e delle qualifiche nel settore delle costruzioni. Uno degli obiettivi della Strategia Europea per la competitività sostenibile del settore delle Costruzioni12 prevede che per migliorare i risultati della catena del valore e adottare soluzioni innovative, in particolare per un’economia a basse emissioni di carbonio, è essenziale una solida base di capitale umano, formata attraverso l’individuazione e previsione, in un’ottica strategica, delle necessità di competenze e il conseguente adeguamento dei programmi di formazione e la definizione delle qualifiche. Un ulteriore strumento può essere la realizzazione di Piattaforme, già attive in molti stati membri, per individuare le future necessità, occupazionali e di abilità, che si ripercuotono indirettamente sul settore delle costruzioni. Ricerca e innovazione rappresentano un’opportunità di crescita per il settore delle costruzioni, perché implicano la necessità di un cambiamento del modello di business, dell’organizzazione della filiera produttiva e delle conoscenze delle risorse umane che partecipano al processo produttivo, con effetti evidentemente positivi sull’intero sistema nazionale. Note 1 - Degli 11, 7 milioni di edifici che costituiscono il parco residenziale italiano al 2011, il solo per cui esistano dati accurati di fonte ufficiale, il 59,6% è in muratura portante, il 26,8% ha struttura in c.a. e solo il restante 13,6% risulta dotato di “altro tipo di struttura portante”. ISTAT (2013); 15° Censimento generale della popolazione e delle abitazioni; Roma: ISTAT. 2 - Billington M. (2001); Defects in Buildings. Symptoms, Investigation, Diagnosis and Cure; London: HMSO. 3 - Socotec (1999); Les désordres dans le bâtiment; Paris: Le Moniteur (tr. it.: G. Paganin (a cura di), (2003); Danni e guasti dell’edificio – 270 soluzioni per evitarli). 4 - Gottfried A. (2003); La qualità edilizia nel tempo; Milano: Hoepli.
13. Parete preassemblata con blocco impianto idro-sanitario incorporato.
5 - UNI 10723/1998 Processo edilizio. 6 - Antonini E., Sinopoli N., Tatano V. (2007); “Territori dell’innovazione”; in: Conti C. (Ed.); Informazione e progetto. L’evoluzione dell’informazione tecnica e il settore delle costruzioni; Udine: Forum-Editrice Universitaria Udinese. 7 - Wachsmann K. (1959); The Turning Point of Building (trad.it: Una svolta nelle costruzioni; Milano: Il Saggiatore, 1960). 8 - Fra gli altri: Dubosc E. (1997); Petite Méthode de Construction. Logique de chantier, logique de mise en oeuvre; Paris: Carré éditeur; Claudi de Saint Mihiel C. (1999); Innovazione tecnologica e architettura. Logiche e metodologie dell’atelier Dubosc e Landowski; Lecce: Grifo Edizioni. 9 - Zambelli E., Vanoncini P., Imperadori M. (1999); Costruzione stratificata a secco. Tecnologie edilizie innovative e metodi per la gestione del progetto; Rimini: Maggioli. Gaspari J. (2010), Il progetto dell’involucro efficiente. Soluzioni e stratigrafie per la nuova costruzione e il recupero, EdicomEdizioni. 10 - Questa peculiarità risulta ancora più importante alla luce dei dati elaborati dalla Piattaforma Tecnologica Italiana delle Costruzioni, dai quali emerge che la produzione di materiali da costruzione incide per circa il 50% delle materie prime estratte dal pianeta. La loro produzione spesso richiede grandi quantità di energia termica ed elettrica (embodied energy fino al 20% del ciclo vita di un edificio) e la loro dismissione costituisce il 22% di tutti i rifiuti generati e solo una piccola parte viene riciclata. 11 - Howarth R.B., Andersson B., Market barriers to energy efficiency, in Energy Economics, October 1993. 12 - Strategia per la competitività sostenibile del settore delle costruzioni e delle sue imprese. Comunicazione della Commissione al Parlamento Europeo e a Consiglio {SWD(2012) 236 final}.
rinnovabili per elettrico
rinnovabili impianto per termico ventil.
impianto termico
involucro
48 FoCuS
Misura specifica
risparmio % di energia
interferenze durante l’installazione
Vita utile media (anni)
Cappotto esterno Cappotto interno Isolante su estradosso soletta superiore verso esterno Isolante su intradosso soletta superiore sottotetto Isolante su intradosso copertura a falde Sostituzione serramenti esistenti Isolante su estradosso soletta inferiore su locali non riscaldati
20-40% 20-30% 20% 20% 20-30% 20%
Rilevanti Discrete Minime Minime Discrete Rilevanti Minime
>30-40 >30-40 >40-50 >40-50 >40-50 >25 >30-40
Valvole termostatiche Valvole termostatiche + contabilizzazione di calore Cronotermostato con sonda esterna Tubazioni: isolamento Caldaia ad alta efficienza Pompa di calore su terreno
10-20% 5-15% 10-20% 3-5% 10-15% 12-20%
Minime Minime Nulle Nulle Discrete/Nulle Discrete/Minime
>20 >20 >20 >20 > 15 >15
Ventilazione meccanica con recupero calore
10-40%
Rilevanti
>20
Solare termico per ACS Solare termico per ACS e integrazione riscaldamento Caldaia a biomassa-pellet
10-35% 20-50% 20-30%
Discrete/minime Discrete/minime Discrete/minime
>15 >15 >15
Solare pv per copertura consumo abitazione Mini eolico per copertura consumi abitazione
100% 100%
Discrete/minime Discrete/minime
>25 >20
tabella 1. interferenze con l’esistente.
Bibliografia Wachsmann K., The Turning Point of Building,1959 (trad.it: Una svolta nelle costruzioni; Milano: Il Saggiatore, 1960). Antonini E., “Il nuovo che tarda in”: Costruire n. 121, giugno 1993 Baglioni A. (a cura di), Nuovi materiali leggeri per l’architettura, Progetto Leonardo, Bologna, 1993. Howarth R.B., Andersson B., Market barriers to energy efficiency, Energy Economics, October 1993. Dubosc E., Petite Méthode de Construction. Logique de chantier, logique de mise en oeuvre Carré éditeur, Paris, 1997. Manfron V., Siviero M., Manutenzione delle costruzioni: progetto e gestione / a cura di, UTET, Torino, 1998. Zambelli E., Vanoncini P.A., Imperadori M., Costruzione stratificata a secco, Maggioli, Rimini, 1998. Claudi de Saint Mihiel C., Innovazione tecnologica e architettura. Logiche e metodologie dell’atelier Dubosc e Landowski, Grifo Edizioni, Lecce, 1999. Billington M., Defects in Buildings. Symptoms, Investigation, Diagnosis and Cure; London: HMSO, 2001.
Imperadori M. (a cura di), Costruire sul costruito: tecnologie leggere nel recupero edilizio, Carocci, Roma 2001. Sinopoli, Nicola; Tatano Valeria (Edd.); Sulle tracce dell’innovazione; Franco Angeli, Milano, 2002. Socotec, Les désordres dans le bâtiment, Le Moniteur, 1999, Parigi (tr. it.: G. Paganin (a cura di), (2003); Danni e guasti dell’edificio – 270 soluzioni per evitarli). Gottfried A. (2003); La qualità edilizia nel tempo; Milano: Hoepli. Verdi L., Pesante/leggero, Modulo, n. 314, BE-MA, Milano, 2005, pp. 788-797. Antonini E., Sinopoli N., Tatano V., “Territori dell’innovazione”; in: Conti C. (Ed.); Informazione e progetto. L’evoluzione dell’informazione tecnica e il settore delle costruzioni; Forum-Editrice Universitaria Udinese, Udine, 2007. Gaspari J., Il progetto dell’involucro efficiente. Soluzioni e stratigrafie per la nuova costruzione e il recupero, 2010, EdicomEdizioni. Cresme, Il Mercato delle costruzioni 2013, novembre 2012. Tuominen, P., Klobuta, K., Tolmana, A., Adjeib, A. & de Best-Waldhoberc, J., “Energy savings potential in buildings and overcoming market barriers in member states of the European Union”. Energy and Buildings, 51, 48-55, 2012.
ilProgettoSostenibile
tipologia di intervento di recupero
opportunità di riqualificazione energetica
rifacimento degli intonaci in facciata
• •
inserimento di uno strato isolante “a cappotto” per la coibentazione e l’eliminazione di eventuali ponti termici uso di intonaci coibenti
Sostituzione del manto di copertura
• • • •
aumento dello spessore di isolante per ottenere un elevato isolamento realizzazione di copertura microventilata sfruttamento dell’effetto camino prodotto dal blocco scala e da eventuali lucernai introduzione di superfici captanti (solare termico o fotovoltaico) che permettano anche di ridurre l’irraggiamento diretto delle coperture
Sostituzione/recupero degli infissi
• • •
inserimento di vetrocamera o vetri basso-emissivi applicazione di pellicole a controllo solare correzione di eventuali ponti termici causati da un errato posizionamento dell’infisso
integrazione di nuove volumetrie in aderenza
• • • •
limitazione dell’irraggiamento delle facciate esposte a sud con aggetti e schermature predisposizione di strutture per elementi a celle fv realizzazione di parete a doppia pelle creazione di volumi tecnici per favorire ventilazione naturale e alloggiamento degli impianti
Modifiche del sistema di copertura
•
introduzione di superfici captanti (solare termico o FV) che possano anche ridurre l’irraggiamento diretto delle coperture creazione di un “tetto verde” per migliorare le prestazioni termiche delle coperture
• trasformazioni del piano tipo
• • •
49
aggiunta di volumi tecnici per la ventilazione e l’illuminazione naturale creazione di spazi aperti all’interno del volume dell’edificio con la funzione di regolatori climatici ottimizzazione della distribuzione degli alloggi rispetto all’orientamento dell’edificio
tabella 2. opportunità di retrofitting energetico in concomitanza di manutenzione sull’immobile.
Preassembled dry construction elements in energy retrofitting actions: barriers and potentialities The recent EU Directives (2010/31 and 2012/27) consider the building stock renovation as a strategic field of action in order to meet the expected energy saving targets. In energy retrofitting interventions to limit technological, normative and materials obsolescence of existing buildings, the adoption of dry construction systems represents a high performance and operational option. This paper highlights the main advantages deriving from preassembled dry construction systems application in renovation actions with particular reference to: • rationalization of construction process and planning procedures, considering also the impacts on the building site; • flexible performance able to meet different climatic contexts; • optimization of deliverables in terms of quality, costs and execution time; • planning in procurement management and during operative stages; Furthermore, this paper points out the main barriers for a large scale diffusion of dry construction technologies in the retrofitting marjket: • regulatory restrictions, especially for renovation action on historical buildings; • obstacles related to the adaptability of standard dimensions of industrialized products for the specific characteristics of existing buildings; • constraints related to the building sites accessibility and to the application of large-size preassembled elements.
50 FoCuS
Patrimonio industriale. Conservazione, patrimonializzazione, trasformazione sostenibile Il Codice dei Beni Culturali cita per la prima volta elementi del patrimonio di origine industriale fra i beni potenzialmente da conservare, segnando nuova sensibilità dei siti della produzione e prospettando un approccio multicriteriale. patrimonio industriale – riuso adattivo – sostenibilità – modello di valutazione
rossella Maspoli Rossella Maspoli Dipartimento di Architettura e Design (DAD), Politecnico di Torino rossella.maspoli@polito.it
Articolo sottoposto a Peer review.
Le motivazioni della conservazione del patrimonio industriale Il tema della conservazione fa riferimento a memorie che – ormai a quarant’anni dall’introduzione di studi sull’Archeologia industriale anche in Italia1 – non sempre sono riconosciute come valore, in quanto l’assunzione di un’identità del passato industriale ha, come precondizione, la condivisione di criteri per il suo riconoscimento. La fabbrica non era solo il luogo fisico del lavoro, ma il simbolo dell’identità e l’immagine di un epoca, lo studio storico e scientifico ha ruolo per ricostruire il significato dei vuoti industriali, per dare evidenza e indurre alla consapevolezza dei valori2. Il passaggio dalla concezione di archeologia industriale a quella di bene e patrimonio è significativo del superamento di un approccio pioneristico, verso lo sviluppo di strumenti metodologici per la patrimonializzazione3, intesa come attribuzione ai beni di valori simbolico-culturali ed economico-ambientali, in relazione al mutamento del ruolo funzionale.
Il processo non si esaurisce nel riconoscimento, ma comporta la valutazione in funzione delle scelte di valorizzazione, rigenerazione e risemantizzazione.4 Secondo la carta di Nizhny Tagil, il patrimonio industriale è costituito dai resti della cultura industriale che sono di valore storico, tecnologico, sociale, architettonico o scientifico. Quanto rimane consiste in edifici e macchinari, laboratori, mulini e fabbriche, miniere e siti per la lavorazione e raffinazione, magazzini e negozi, luoghi dove l’energia viene generata, trasmessa e usata, infrastrutture per il trasporto, così come locali utilizzati per l’attività sociale connessa all’industria come residenze, luoghi per il culto religioso o l’istruzione.5 In Italia, l’assunzione di valore ha riguardato emergenze architettoniche, si è tradotta in forme di vincolo diverse da parte delle Soprintendenze per i Beni Ambientali e Architettonici, promuovendo conservazioni a volte parziali di elementi decorativi, in altre di strutture complesse e avviando in alcuni casi un positiva concertazione con proprietari e progettisti6. Non si hanno linee guida nazio-
ilProgettoSostenibile
nali specifiche per la tutela di patrimoni industriali, né un sistema di schedatura specifica per il primo censimento e la catalogazione7. In una cultura di storica attenzione al patrimonio come quella inglese, i criteri per il riconoscimento – che sono precondizione per l’attribuzione di forme di vincolo di piano – assumono, invece, una prospettiva multicriteriale e di scala territoriale. L’approccio dell’English Heritage – che ha ruolo di consulenza interdisciplinare al governo, alle autorità locali e al pubblico – per il patrimonio industriale è volto sia alla diffusione della conoscenza che alla segnalazione per la pianificazione locale, nella prospettiva di messa in evidenza di potenzialità turistico-culturali e di orientamento alle forme di intervento8 (fig. 3), mentre il 2. massimo riconoscimento è l’iscrizione nella Tentative Lists nazionale per la nominazione nella World Heritage List Unesco (fig. 2). Questa concezione integrata di attenzione alla cultura industriale è coerente alla prospettiva del Codice dei Beni Culturali, di considerare insieme segni materiali e immateriali, dalle architetture agli elementi dei cicli produttivi, agli archivi.
Conservazione selettiva e riuso adattivo La straordinaria dimensione quantitativa della dismissione industriale a livello internazionale – dalle aree di prima cultura industriale come Europa e Nord America, a quelle di industrialesimo coloniale, come Asia, Sud America e Australia9 – ha posto attenzione a criteri per l’adaptive reuse, definito10 come conservazione di una costruzione, sito o recinto industriale nel mutamento della sua destinazione, in coerenza alla sua interpretazione e comprensione, accogliendo nuove funzioni, esplorando opzioni di intervento fra la demolizione e la museizzazione. L’approccio dell’Heritage Council of Victoria è al progetto di riuso come variazione leggibile e reversibile, parte della storia del sito,
51
senza cancellarne le stratificazioni precedenti, fornendo l’opportunità di mantenere tessuti e spazi che altrimenti rischiano di essere perduti, per renderli disponibili alle future generazioni. La conservazione selettiva riguarda le strutture e le configurazioni spaziali, il rapporto tra il sito e il suo contesto, le tracce di attività e processi, i segni di tecnologie e di flussi di materiali. La segnalazione del patrimonio è – nel modello australiano del Burra Charter Process11 – la prima fase di un processo sequenziale di analisi – decisione – azione in concertazione fra organismo di tutela e amministrazioni pubbliche, definito di “understand significance – develop policy – manage”. L’approccio prudente indirizza a “fare quanto necessario per la cura del luogo e per renderlo utilizzabile, ma mutandolo il meno possibile in modo che la sua significatività culturale venga mantenuta.” Gli obblighi che ne derivano sulle future progettazioni, riguardano: • fattori interni ed esterni di contesto (costruttivi, ambientali, economici, sociali); • esigenze e risorse del proprietario/gestore; • opzioni alternative di riuso, in funzione dell’attenzione alla memoria storica; • attuazione delle strategie attraverso un piano di gestione. Il conservation management plan è essenziale, in quanto indirizza a valutare ciò che conta e perché e come conservarlo e gestirlo, attraverso programmi di manutenzione, recupero e trasformazione.
La conoscenza tipologica e costruttiva per l’analisi di fattibilità La sostenibilità economica – privilegiando la fattibilità esecutiva e gestionale del riuso adattivo – è, in generale, coerente alla sostenibilità ambientale, in termini di risparmio di una risorsa scarsa come il suolo e di accrescimento del territorial brand. L’analisi economica considera la trasformazione e la gestione
52 FoCuS
del bene, mira a pianificare un nuovo ciclo di vita integrando strategie di property, asset e facility, ma l’efficacia della previsione dipende prioritariamente dalla capacità di quantificazione del rischio di insuccesso – economico e tecnico – in termini di: • vocazione al riuso, come coerenza dei sistemi tipologici e di impianto all’organizzazione funzionale e alla domanda spaziale di nuove attività • previsione delle opere di bonifica e/o di mitigazione del danno ambientale
•
conoscenza dei caratteri costruttivi, della consistenza materiale e del degrado dell’esistente, in funzione dell’adeguamento termico, acustico, illuminotecnico, adattivo e non invasivo. In questa prospettiva, si è definita una caratterizzazione non esaustiva della riusabilità del patrimonio, in relazione alla tipologia edilizia e alle tecniche costruttive prevalenti12, individuando casi definibili di buone pratiche. I casi di studio hanno evidenziato come l’alta variabilità dei
Criteri Per LA SegNALAZioNe e CoNSerVAZioNe deLLe Strutture iNduStriALi (Specific considerations when considering industrial structures for designation) CoNteSto iNduStriALe eSteSo Le strutture industriali devono essere considerate nel loro contesto territoriale, ambientale e produttivo. Prendendo l’esempio dell’industria del cotone della Greater Manchester, il contesto si estende a siti ed edifici di tutta la filiera produttiva: lo sbarco e lo stoccaggio di balle di cotone; il trasporto tramite canale o ferrovia alla fabbrica; le lavorazioni di cardatura, filatura e tessitura su siti integrati o separati; la finitura, la conservazione e il confezionamento delle merci; la distribuzione al consumo; il riciclaggio dei rifiuti. FAttori regioNALi La prospettiva regionale nella selezione di edifici e siti è di ottenere un campione rappresentativo di ciascun settore, identificando le specificità regionali e la potenziale continuità contemporanea della filiera, come nel caso della lavorazione dell’acciaio nell’area di Sheffield. Siti iNtegrAti Se il processo produttivo in un sito ha coinvolto differenti edifici e attrezzature, il problema della completezza testimoniale assume ruolo essenziale. L’incompletezza del sito non motiva la tutela se non per il valore di innovazione delle strutture o di qualità architettonica. L’eccezionale completezza giustifica la segnalazione di elementi ed edifici (come sistemi idrici, attrezzature di produzione) altrimenti trascurabili per il loro valore intrinseco. ArChitetturA e ProCeSSo L’impianto industriale tradizionale, normalmente riflette nella sua configurazione la specifica funzione cui doveva adempiere, dal ventesimo secolo l’architettura manifatturiera tende a perdere le connotazione tipologico-costruttiva funzionale dei processi che vi si svolgono, la segnalazione come bene patrimoniale è quindi in funzione del riconoscimento della qualità architettonica. Casi esemplificativi sono la Hoover Factory, a Londra su progetto di Wallis, Gilbert and Partners (1932-5) o il British Gas Research Station a Killingworth, North Tyneside, su progetto di Ryder – Yates (1965-7). MACChiNe Il particolare interesse di alcuni siti risiede nel macchinario. Alcune strutture, come gli avvolgitori Koepe o gli impianti di vagliatura, sono nel complesso macchine e devono sopravvivere relativamente intatte. Strutture edilizie emblematiche di un settore industriale possono essere eccezionalmente segnalate se strutturalmente incomplete e prive delle attrezzature di produzione. iNNoVAZioNe teCNoLogiCA Alcuni edifici ed infrastrutture sono stati il luogo di prima applicazione sperimentale di importanti processi, tecniche o sistemi di fabbricazione, quali la filatura meccanizzata del cotone, la forza vapore applicata al pompaggio dell’acqua, le opere di ingegneria ferroviaria. Il significato tecnologico può essere strettamente coerente alla struttura, all’uso dei materiali e delle tecniche costruttive, nel campo dell’architettura come dell’ingegneria, quale il caso ferroviario del Forth Bridge di Edimburgo (fig. 2). riCoStruZioNe e reCuPero Un elevato livello di ricostruzione può motivare una scelta di non segnalazione, ma va considerato come il rifacimento parziale e la ristrutturazione siano spesso legati all’evoluzione dei processi produttivi e forniscano testimonianza del cambiamento tecnologico, assumendo quindi un valore positivo. 3. elaborazione e traduzione da: english heritage, Listing Selection. guide industrial Structures, London.
ilProgettoSostenibile
caratteri del patrimonio richieda strumenti di analisi puntuale, a monte delle scelte funzionali e delle destinazioni d’uso, dal livello del piano esecutivo e del Documento Preliminare alla Progettazione (DPP). Nella rifunzionalizzazione in corso di un patrimonio a servizio assimibilabile a quello industriale, lo storico complesso carcerario “Le Nuove” di Torino, emerge già dal DDP la criticità di vocazione al riuso del sistema tipologico. La regolare maglia di metà ‘800 del Pollani si articola in vani-celle mediamente di 2,0 x 2,5
53
m, con setti murari portanti, longitudinali e trasversali, non coerenti al lay-out spaziale richiesto per la destinazione a Uffici Giudiziari, indicata dal piano di permute fra Città e Demanio. La forzatura tipologica si traduce in una ricostruzione del sistema strutturale, con la demolizione dei setti trasversali e la costruzione di un sistema puntuale a telai in cemento armato, determina non solo la perdita di riconoscibilità interna degli spazi, ma il raddoppio dei costi di intervento rispetto a un riuso adattivo, accrescendo il rischio di intervento in relazione anche alla parti-
tipologia edilizia
tecnica costruttiva
Adattabilità al riuso
Casi studio – benchmark
Edifici alti seriali prevalenti in unico corpo, protoindustriali
Sistemi portanti murari in laterizio e pietrame, con elementi portanti interni sovente in ghisa
Destinazioni prevalente a funzioni terziarie, culturali. Adattabilità condizionata dalla portanza dei solai.
Fabbrica della ruota, Pray, Biella Fabbrica alta, Schio (in progetto)
Contenitori a grandi navate o a sala ipostila, che sottende differenti direzioni di accesso.
Sistemi murari laterizi con intrepiani voltati. Strutture portanti metalliche, pareti perimetrali laterizie. Sistemi a telai e solai in cemento armato, pareti perimetrali laterizie.
Destinazioni prevalente a grandi funzioni terziarie, commerciali, formazione, cultura. Adattabilità condizionata da degrado delle strutture, in particolare metalliche.
Ex Cotonificio Cantoni, Castellanza – Università Carlo Cattaneo Ex zuccherificio Eridania, Parma – Auditorium Paganini Ex Savigliano, Torino – SNOS Ex SACM Società Alsaziana Costruzione Meccanica – Campus de La Fonderie
Tipo a elevata serialità interna, con maglia strutturale iterata, corpi multipli
Sistemi murari laterizi con copertura a shed Strutture portanti in cemento armato, pareti perimetrali laterizie/ prefabbricate cementizie.
Destinazione vincolata primariamente dalla dimensione della maglia funzionale/strutturale
Ex Vapor Aymerich Amat i Jover a Terrasa, Spagna – mNACTEC – Museu National de la Ciència i de la Tècnica de Catalunya EX Nihues & Duetting, Nordhorn, Lower Saxony, Germania – NiNo centro terziario – commerciale
Attrezzature articolate/isolate per infrastrutture di produzione (ponti, pensiline, passerelle, nastri trasportatori, gru, torri piezometriche e di raffreddamento, ciminiere, camini, silos, torri di estrazione …) in situ
Strutture di ingegneria metalliche, in prevalenza
Restauro e valorizzazione per il turismo industriale a scala territoriale. Messa in sicurezza e accompagnamento alla ruderizzazione.
Gasometro di Oberhausen, Western Ruhr Bio Towers di Lauchhammer, Lusatia Arsenale di Venezia, Gru Amstrong, Venezia Complesso per il lavaggio del carbone, Lavoir des Chavannes, Creusot Montceau, Borgogna
Attrezzature isolate per infrastrutture di produzione eccezionale, non in situ
Strutture e macchine di ingegneria metalliche
Restauro e monumentalizzazione per il turismo industriale a scala urbana/territoriale.
Maglio delle Acciaierie di Terni Maglio Marteau-Pilon della fabbrica Schneider, Le Creusot, Borgogna
Edifici articolati per produzioni particolari (centrali idroelettriche, fornaci, altiforni siderurgici, mulini)
Strutture di ingegneria metalliche con scatole murarie laterizie, cementizie
Restauro connesso alle attrezzature, con parziale / totale museificazione e ricostruzione del processo produttivo
Museo dell’energia idroelettrica Musil, Cedegolo, Brescia, Italia Magna Trust, Rotherham, Sheffield Oasthouses, Sandhurst, Kent
Attrezzature e segni produttivi a scala territoriale, parchi di archeologia industriale
Impianti e infrastrutture con sistemi di ingegneria Resti ruderizzati compresi in parchi
Accessibilità in relazione Ironbridge Gorge Museum, Inghilterra al livello di bonifica e messa Sistema costiero Trevithick Trust, Cornovaglia in sicurezza, mantenimento Parco Dora, Torino in funzione del livello di facility management
tabella 1. Schedatura di adattabilità al riuso.
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colare configurazione delle coperture, poggianti sul sistema di muri e volte. Il vincolo ha riguardato i muri perimetrali esterni, salvo che per la dimensione in altezza delle finestre – a garantire i rapporti areo-illuminanti –, conservando l’immagine esterna e l’unitarietà del bene, di cui una parte sarà mantenuta a uso museale. L’inserimento di strati con funzione isolante termica, deve quindi avvenire con il cosiddetto cappotto interno, che determina problemi significativi nella risoluzione dei ponti termici con le barriere orizzontali intermedie, ma permette alternative tecnologiche a controparete che consentono l’inserimento di canalizzazioni degli impianti aeraulici, migliorando i requisiti di attitudine manutentiva. L’adeguamento termico è stato infatti necessario malgrado l’elevata inerzia termica della stratigrafia muraria – mattoni listati con elementi lapidei, di spessore 65-83 cm – per il raggiungimento di livelli di trasmittanza secondo normativa (0,33 W/m²K). L’adattamento delle aperture a un cappotto isolante continuo ha comportato difficoltà di intervento per la modificazione della sagoma, del vano e della piattabanda, e l’aumento della mazzetta verso esterno per consentire la contiguità del sistema – telaio fisso del serramento – controtelaio – parete (fig. 8-11). Il lay-out funzionale iniziale risulta, infine, soddisfabile dal progetto esecutivo solo al 75%, proprio per l’incidenza sulla geometria complessiva dell’ingombro dato dalle masse murarie e dagli interventi di trasformazione strutturale e adeguamento termico. 4. Parco dora, torino, area ex ferriere Vitali (Foto: rossella Maspoli).
La fattibilità tecnico-economica della valorizzazione opposta alla demolizione è, inoltre, fortemente condizionata dal degrado che corrisponde alla dismissione e all’abbandono dei siti, che può perdurare per decenni. Favorire condizioni d’uso temporaneo è strategico per la conservazione, in quanto la continuità di soglie minime di gestione-manutenzione può permettere non solo di contrastare il degrado, ma di far conoscere e di promuovere nuovi destinazioni, in quanto l’attribuzione di funzioni provvisorie garantisce la messa in sicurezza e la manutenzione ordinaria. Un altro caso di approfondimento, la Società Anonima Ing. Virginio Tedeschi poi I.N.C.E.T. (Industria Nazionale Cavi Elettrici Torino), è un complesso sorto nell’ultimo decennio del XIX secolo e oggetto di rilevanti trasformazioni negli anni 1928-32 con demolizione di parte dell’edificato – in muratura portante, con coperture a shed – per la realizzazione di nuovi capannoni in cemento armato in tipologia a telai e pregevole disegno della copertura a travi reticolari sempre in cemento armato. L’I.N.C.E.T. è stata oggetto di abbandono dal termine della produzione alla fase di bonifica per quarant’anni, con la perdita, inoltre, dell’archivio tecnico aziendale e quindi delle tracce di silos e sottoservizi. La situazione di diffusa patologia e la predefinizione di una destinazione militare – che comportava sovraccarichi accidentali di 300 daN/mq per i solai – ha motivato la scelta di demolizione della fabbrica alta a sud-est del complesso, l’ultimo esempio locale di opificio in muratura portante perimetrale con sistema di pilastri interni in ghisa e travatura lignea e metallica. La ricostruzione tipologica è derivata dal rispetto del vincolo di Soprintendenza. Riguardo alle parti dei tardi anni ‘20, il progetto esecutivo indica la conservazione di
tutte le membrature strutturali, previa rimozione degli intonaci e asportazione dei solai ammalorati, ripristino delle sezioni del calcestruzzo con malte bi componenti e dei ferri con lamelle o tessuti in fibra di carbonio. A cantiere aperto, il livello di patologia e di instabilità strutturale causato dalle infiltrazioni d’acqua sulle membrature di copertura, in particolare del padiglione centrale ha determinato, invece, un intervento ben più oneroso di restauro ricostruttivo con specifiche dime e inserimento di tiranti metallici a vista. Nella fabbrica del ‘900 in cemento armato, in cui il sistema massivo è sostituito da pareti portate di tamponamento in laterizio a una o due teste, la sezione sottile della muratura e dei profilati delle chiusure vetrate rende più critico l’adeguamento termico13. Nel caso I.N.C.E.T. la completa sostituzione degli infissi esistenti è avvenuta a seguito della caratterizzazione dell’amianto per la presenza di contaminazione dei mastici, non essendo prospettabile in termini economici la bonifica per il mantenimento in opera dei ferro-finestra come elementi testimoniali, non adeguabili ai sistemi vetrari richiesti per il risparmio energetico (fig. 10-14). Il caso studio evidenzia il ruolo di previsione e controllo di processo attraverso check list di valutazione multicriteriale e, nel riscontro di criticità della conoscenza e della prediagnosi, la necessità di analisi in situ preventive e non in fase di cantiere, per indirizzare alle scelte progettuali.
ilProgettoSostenibile
5. Carcere Le Nuove. Polani g., Progetto di un Carcere giudiziario secondo il sistema di isolamento da costruirsi in torino. Sezione, 1860, in Comoli Mandracci V., Lupo g.M., Il carcere nella società del sette-ottocento, Centro Studi Piemontesi, torino, 1974.
7. Carcere Le Nuove. Città di torino, cit., Progetto esecutivo, 2009, Sezione.
55
6. Carcere Le Nuove. Città di torino, Vice direzione generale servizi tecnici, Progetto di rifunzionalizzazione dello storico complesso carcerario “Le Nuove” di torino, dPP, 2004. Schema sezione tipo d’intervento.
8. Carcere Le Nuove. Città di torino, cit., Progetto esecutivo, 2009, documentazione Fotografica, testata corrispondente alla sezione tipo (Foto: rossella Maspoli).
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Le prospettive di sostenibilità ambientale nell’intervento post-industriale Il sistema di indicatori di analisi deve permettere di controllare sia la complessità delle condizioni di contesto e di conservazione che l’accrescimento delle prestazioni tecnologico-ambientali: • accrescimento della permeabilità dei suoli condizionata dal riconoscimento delle 9. Area ex iNCet. Vista da sud del complesso, prima della demolizione del corpo est, 2009 passività ambientali (due (Foto: rossella Maspoli). diligence ambientale) e dalla definizione di zone di capping / tombatura degli inquinanti, limitando lo spostamento ex situ di residuati e terre contaminati; • disponibilità di tecnologie e materiali ecologici per il miglioramento delle performance acustiche e termiche, compatibili con il mantenimento di valenze del costruito; • gestione efficace della logistica di cantiere, controllo delle dispersioni aeree in 10. Area ex iNCet. Particolare di 11. Area ex iNCet. Particolare 12. Area ex iNCet. Particolare prospetto dopo la rimozione dei della capriata centrale all’inizio del solaio intermedio, 2012 corso d’opera, integrazione serramenti, 2012 (Foto: della fase di intervento, 2012 (Foto: Alessandro de Paoli). del riciclo; Alessandro de Paoli). (Foto: Alessandro de Paoli). • contenimento del consumo energetico con energie rinnovabili integrabili e cogenerazione; • controllo dell’uso delle risor(vernici, additivi, isolanti, impermeabilizzanti, rivestimenti), più se naturali e gestione delle acque meteoriche, in relazione inquinanti e meno separabili e riusabili. alla presenza residua di contaminanti. In termini di impronta ecologica, nella valutazione della superfiIn generale, l’approccio alla sostenibilità ambientale corrisponcie di ecosistemi produttivi necessaria per sostenere i consumi – de a un riuso adattivo, attento ai limiti dell’intervento. Riguardo al Life Cycle Assessment (LCA), la complessità di strati- adattata all’analisi di LCA, per territorio necessario a produrre i materiali da costruzione e energia per la climatizzazione – la ficazione e interazione dei sistemi costruttivi nel cantiere dell’esistente ne rende ancora difficoltosa l’applicazione: nell’anali- conversione in ettari globali tende comunque a favorire il recusi a monte per la difficoltà di definizione dei confini del sistema, pero rispetto alla ricostruzione14. e quindi delle unità di processo da includere, a valle per quella Nella valutazione della sostenibilità eco-ambientale, significatidi attribuzione dei flussi ai differenti prodotti. I confini del sisteve sono recenti applicazioni al patrimonio industriale di fine XIX ma sono sovente limitati alle fasi di controllo post-produzione in stabilimento e di inizio della catena di supply chan, il traspor- e inizio XX secolo della metodica LEED – Leadership in Energy & Environmental Design for Existing Building: Operation and to ai siti di stoccaggio. Maintenance. Gli edifici costruiti dagli anni ‘30 del ‘900 non sono più in preva- Il primo caso di valutazione (2009) è negli U.S.A. il “Butler Brothers Building” nel Warehouse District di Minneapolis, costruito nel lenza chimicamente inerti, il rischio nella rimozione/demolizio1906 e vincolato nel 1971 dal Registro Nazionale dei luoghi storici ne è legato ai residuati di produzione, agli impianti, ai serbatoi, per i paramenti esterni – in muratura portante, con struttura e anche ai materiali di origine inorganica nelle stratificazioni
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13. Città di torino, Vice direzione generale servizi tecnici. Area ex iNCet – ristrutturazione di edifici industriali collocati nell’isolato compreso tra le via Banfo, Vigevano, Cigna e Cervino. Progetto esecutivo, 2011. Sezione tipo. 14. Città di torino, cit. Progetto esecutivo, 2011. Particolare sezione strutturale consolidamento capriata centrale.
interna a telai in legno e un innovativo inghisaggio di staffe in ghisa –, oggetto di un attento intervento recuperativo già negli anni ‘70. La prestazionalità del complesso si basa sull’ottimizzazione dell’efficienza energetica con il mantenimento dell’involucro opaco già di alta qualità isolante, la sostituzione dei lucernari disperdenti e la risoluzione dei ponti termici dei serramenti senza sostituzione, la riconfigurazione della climatizzazione per un migliore utilizzo dell’energia a domanda. Altre misure riguardano la progressiva riduzione del consumo di acqua, il miglioramento dell’illuminazione diminuendo le emissioni di CO2 e del livello di mercurio nelle fonti di illuminazione, l’adozione di procedure di pulizia verde, infine la facilitazione delle modalità alternative di trasporto, dal pubblico ai servizi per i ciclisti. Il caso della Butler Properties è emblematico di un riuso adattivo e di un brand nello stesso tempo di cultura materiale e di cultura verde, nella prospettiva di miglioramento continuo delle performance di sostenibilità ambientale dopo la certificazione. Un caso in corso, in Italia, è quello della nuova sede torinese
della Lavazza s.p.a. L’obiettivo del progetto Nuvola – raggiungere la classe oro (60-79 punti) – riguarda sia le architetture di nuova costruzione che la preesistenza della ex Centrale Elettrica della Società Anonima Elettricità Alta Italia (1897), esempio di cattedrale produttiva a tre navate. I crediti considerati riguardano la positività legata al sito – pre-antropizzazione, bonifica, vicinanza ai servizi essenziali, dotazione per trasporti alternativi –, alla raccolta e stoccaggio delle acque meteoriche, alla riduzione dell’effetto isola di calore e dell’inquinamento luminoso, alla scelta di specie vegetali autoctone e non fitoestraenti, al riciclo dell’acqua di scarto dei gruppi frigoriferi e alla riduzione del consumo di acqua potabile (-20%), alla qualità ambientale interna con l’uso di materiali basso emissivi, al controllo delle fonti inquinanti, oltre all’ottimizzazione delle prestazioni energetiche (-20–28%) e all’adozione di un programma educational nella progettazione. L’azione di commissioning emerge come essenziale integrazione del system rating in un intervento su un sito complesso, sia per le verifiche termo-energetiche e acusti-
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che sull’edifico storico, sia per la gestione del cantiere e dell’inquinamento generato dalle attività – attraverso piani per il controllo dell’erosione e della sedimentazione, per la gestione dei rifiuti e la raccolta dei riciclabili – e prevedendo il monitoraggio post-occupancy delle condizioni di comfort e della gestione dei sistemi impiantistici, per meglio affrontare anche il rischio manutentivo.
struzione dell’identità dei luoghi, nelle prospettive di valorizzazione per il ri-sviluppo. In termini di sostenibilità e di patrimonializzazione, si sono considerati anche gli approcci dell’analisi di tipo estimativo riguardo all’equità sociale e all’integrità dell’ecosistema17 e i modelli di valutazione BOCR – Benefici – Opportunità – Costi – Rischi18.
La considerazione di un approccio olistico, tecnico – economico – culturale, al patrimonio industriale ha portato a definire un primo modello. I principali riferimenti tematici sono, oltre la Nizhny Tagil Charter (2003), il Documento AIPAI – Associazione italiana Patrimonio di Archeologia Industriale “Beni culturali e patrimonio industriale” (2007) per l’approccio al patrimonio, la “Carta AUDIS della Rigenerazione Urbana” (2008) e il sistema di certificazione LEED per gli aspetti ambientali15. Il fine è di fornire una valutazione quantitativa – qualitativa e permettere la confrontabilità di casi di intervento o progetti. Il modello è utilizzabile come strumento di controllo in diverse fasi, dalla prefattibilità di piano e di progetto per la decisione su destinazioni e interventi alternativi alle verifiche intermedie, alle previsioni gestionali, alla valutazione ex-post dei risultati. L’applicazione è indirizzata non solo agli studiosi, ma ai promotori pubblici e privati. La costruzione è articolata in tre aree tematiche: a) progetto di conoscenza, b) sostenibilità e qualità di contesto, c) processo e gestione, ciascuna suddivisa in classi e sottoclassi di indicatori cui sono attribuiti valori e pesi, sulla base della letteratura di settore e della messa a punto su casi studio16.
Gli indicatori di processo e gestione (peso indicatori 50%), nella prospettiva di valutazione post-intervento permettono, invece, di misurare qualità del processo decisionale – progettuale – esecutivo, qualità culturale – architettonica – paesaggistica – tecnologica e ambientale dei risultati, e continuità nella fase di gestione e manutenzione, con rilievo al ciclo di vita atteso. Le scelte che riguardano il patrimonio dismesso mettono in gioco l’incertezza sulla situazione al contesto e l’influenza di una complessa rete di interessi e di esigenze locali da soddisfare, che determinano tempi lunghi del processo19. Nel modello sono considerate le strategie giuridico-finanziarie, le tipologie di operatori e di capitale impiegato, le forme di concertazione degli interventi, l’efficacia del cronoprogramma dalla fase di ideazione a quella di esecuzione, che assumono rilievo nel benchmarking e nell’indirizzo di interventi futuri. Anche la qualità tecnico-disciplinare degli operatori autorizzativi – progettuali – esecutivi è considerata rilevante in funzione degli esiti; sono individuati come fattori positivi l’aggiudicazione attraverso forme di concorso, la formazione di organismi progettuali ad hoc e multidisciplinari, l’adozione di strumenti volontari di controllo di qualità. Infine, una caratteristica del modello proposto è la temporalità dell’esito valutativo e l’importanza di ripeterne l’applicazione per periodicità significative, per render conto sia degli esiti di processi urbani e territoriali più ampi, sia delle condizioni d’uso e affidabilità post-intervento.
Riguardo al progetto di conoscenza (peso indicatori 25%) si considera la metodologia di prediagnosi e la difficoltà di intervento, secondo una prospettiva culturale di cura e valorizzazione, in funzione delle fonti informative disponibili, dello stato conservativo e della vocazione al riuso, in relazione alla tipologia edilizia e alla morfologia insediativa. L’adattabilità al riuso è indicatore essenziale per la trasformazione, misura la flessibilità dei volumi edificati in funzione della dimensione, della morfologia, della tipologia edilizia, della regolarità della struttura, della tecnologia costruttiva atta agli inserimenti impiantistici, al miglioramento prestazionale, al completamento architettonico. I fattori relativi a sostenibilità e qualità di contesto (peso indicatori 25%) prospettano l’impatto territoriale e urbano dell’intervento in termini ambientali, sociali, economici, infrastrutturali e culturali, con attenzione all’interazione fra memorie fisiche e rico-
Le sperimentazioni del modello sono state condotte sia su singole architetture industriali che su insiemi territoriali20, la struttura multi-criteriale è infatti idonea a confrontare casi studio a scala non inferiore al singolo edificio e sua pertinenza. Emerge come il macrotema della sostenibilità ambientale debba considerare tempi e paesi dove la legislazione impone condizioni vincolanti e confrontabili, mentre altri criteri debbono essere ponderati secondo la riusabilità e funzionalità – dall’uso continuativo che richiede qualità ambientale indoor degli spazi, al recupero leggero per destinazioni museali21, al parco open air … – limitando i parametri da considerare. Nella modellizzazione adottata, risultati elevati – superiori a 75/100 – si ottengono, quindi, solo in casi positivi riguardo al processo di intervento oltre che alla conservazione e valorizzazione della memoria architettonica-industriale e alla sostenibilità complessiva.
Conclusioni. un modello di controllo di conoscenza, sostenibilità, processo e gestione
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ModeLLo di VALutAZioNe PAtriMoNio PoStiNduStriALe A) Progetto di CoNoSCeNZA classi di indicatori descrizione indicatori 1 CoNoSCeNZA e ViNCoLi
2 CoNSiSteNZA PAtriMoNio 3 PrediAgNoSi 4 CoMPAtiBiLitÀ AL riuSo
B) SoSteNiBiLitÀ e QuALitÀ di CoNteSto 5 SoSteNiBiLitÀ
6 QuALitÀ CuLturALe
C) Progetto e ProCeSSo di iNterVeNto 7 ProCeSSo 8 QuALitÀ di ProCeSSo 9 QuALitÀ di iNterVeNto
1.1 1.2 1.3 2.1 2.2 3.1 3.2 4.1
Fonti storiche Vincoli esistenti Estensione e caratterizzazione del vincolo Identificazione consistenze patrimonio immobile Identificazione consistenze patrimonio mobile Stato di conservazione Prediagnosi ambientale Caratteri dimensionali / volumetrici Organizzazione spaziale – prevalente in funzione della flessibilità d’uso 4.2 Accessibilità esterna 4.3 Accessibilità interna
5.1 5.2 5.3 5.4 5.5 6.1 6.2
7.1 8.1 9.1 9.3 9.4 9.5 10.1 10.2
Ambientale Economica Sociale Infrastrutturale Paesaggistica Conservazione delle memorie Integrazione e identità del luogo
Strategia di processo Qualificazione del sistema di progettazione Qualità tecnico – normativa degli edifici Qualità ambientale e paesaggistica Miglioramento eco – energetico Bonifica ambientale Divulgazione Facility management
tabella 2. Struttura del modello.
Industrial heritage. Conservation, patrimonialisation, sustainable transformation The abandonment of industrial sites has represented, since the 80s, a growing and globalised process. In the international context, we analyze the emergence of a perception of the historic and modern industrial architectures and infrastructures as common heritage, the consideration of the enhancement as environmental, social and economic process, the reappropriation of identity factors and the prospect of territorial brand, overcoming a purely archaeological and conservative approach. A sustainable redevelopment requires – as defined in Nizhny Tagil Charter (2003) – strategies of selective preservation and adaptive reuse, with the exception of high architectural, artistic and testimonial value structures – as identified in Taipei Declaration for Asian Industrial Heritage (2012). The analysis of recent construction cases brings out the special importance of knowledge in pre-design for adaptive reuse. With regard to intervention strategies, we consider the potential of methodological tools to support the different stages of the process in an integrated approach for designation, scheduling, typological and vocation of use analysis, risk assessment, economic feasibility, maintenance and facility post-intervention management.
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ModeLLo di VALutAZioNe PAtriMoNio PoStiNduStriALe B) SoSteNiBiLitÀ e QuALitÀ di CoNteSto 5 SoSteNiBiLitÀ
5.1 Ambientale
5.1.1 capacità di ospitare nuove destinazioni d’uso riducendo il consumo suolo 5.1.2 recupero di siti potenzialmente contaminati (pre-caratterizzazione) e da bonificare 5.1.3 favorire la costruzione di nuovi spazi a verde fruibili (parchi pubblici, giardini, viali)
5.2 Economica
5.2.1 valorizzazione immobiliare del sito e delle aree limitrofe 5.2.2 attrattore per nuovi investimenti, sviluppo dell’area 5.2.3 creazione di occupazione (presenza attività non residenziali)
5.3 Sociale
5.3.1 processo partecipato, risposta alle aspettative della comunità 5.3.2 miglioramento della qualità sociale, dell’integrazione 5.3.3 valorizzazione di interesse storico, testimoniale e architettonico
5.4 Infrastrutturale
5.4.1 condizioni infrastrutturali e gestionali atte a facilitare l’integrazione funzionale 5.4.2 capacità di favorire fruibilità e accessibilità ai trasporti sostenibili 5.4.3 miglioramento della dotazione di parcheggi nell’edificio o comparto
5.5 Paesaggistica
5.5.1 sinergia con altre trasformazioni in atto (piani attuativi pubblici e privati) 5.5.2 integrazione fisica con il contesto urbano 5.5.3 miglioramento della qualità complessiva del paesaggio culturale
6 QuALitÀ
6.1 Conservazione
6.1.1 aspetti simbolici, riconoscibilità del sito in quanto patrimonio industriale
CuLturALe
delle memorie 6.1.2 conservazione e recupero di macchinari superstiti, di tracce della cultura materiale 6.1.3 infrastrutture, elementi di architettura, macchine con ruolo di land-mark urbano 6.1.4 conservazione dell’archivio aziendale 6.1.5 presenza di un punto di “minima interpretazione” della cultura industriale preesistente 6.2 Integrazione
6.2.1 leggibilità delle strutture e dei materiali costruttivi e identità del luogo preesistenti all’intervento di recupero 6.2.2 comprensione delle destinazioni d’uso degli spazi preesistenti e del ciclo produttivo 6.2.3 demolizioni e trasformazioni sostanziali di parti del sito adeguatamente motivate 6.2.4 rapporto di coerenza / integrazione / dissonanza con interventi di completamento 6.2.5 rapporto di scala e volume fra edificio preesistente e nuova costruzione
tabella 3. Specifiche dell’area tematica B) del modello.
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Note 1 - In Italia l’interesse alle architetture dell’archeologia industriale emerge con il Convegno internazionale di Milano alla Rotonda della Besana del 1977, la mostra “Remains of a Revolution” curata dal British Council nel 1978, ha precedenti fra l’altro nel saggio “Arte e Rivoluzione Industriale” di Enrico Castelnuovo del 1969. Assume i caratteri di studio interdisciplinare a partire dal lavoro pioniere di un esperto di museologia come Massimo Negri (1978), e di storici dell’arte come Eugenio Battisti (che nel 1986 cura il catalogo e la mostra “Il luogo del lavoro” presso la Triennale di Milano), dell’economia come Renato Covino e dell’architettura come Aldo Castellano. 2 - Bergeron L., “Tra archeologia industriale e processo di patrimonializzazione”, in Ronchetta C., Triusciuoglio M., Progettare per il patrimonio industriale, Celid, Torino (2008), p. 8. 3 - Il tema e le sue criticità sono affrontate in Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico Industriale (AIPAI), Beni culturali e patrimonio industriale, Documento per l’assemblea congressuale, Terni 6 – 7 luglio 2007. 4 - Il tema del riuso in relazione ai processi di patrimonializzazione è trattato nell’editoriale di Roberto Parisi nella rivista Patrimonio Industriale n. 4, 2009. 5 - The International Committee for the Conservation of the Industrial Heritage (TICCIH), The Nizhny Tagil Charter for the Industrial Heritage, 2003, act. 6 - Il tema della tutela riguarda, quindi, da parte delle Soprintendenze, elementi di monumentalità più che di testimonialità culturale dell’età industriale, con una crescente attenzione a norme di consiglio più che a vincoli nella conservazione che richiede il restauro e il riuso. In generale, le scelte di intervento in Italia sono invece demandate alla normativa tecnica dei piani regolatori comunali o dei piani di governo del territorio, che fanno riferimento a strategie pianificatorie locali e quindi determinano una scarsa nomalizzazione e confrontabilità sia delle regolamentazioni che delle conoscenze, che avvengono attraverso diversi approfondimenti di schedatura, e attribuendo valori prevalentemente riferiti agli ambiti storico-architettonici e storico-artistici. Le procedure ordinarie si applicano al patrimonio industriale dimensionalmente minore o presente all’interno degli isolati urbani. Diverse considerazioni valgono per i grandi comparti produttivi, che in particolare dalla fine degli anni ‘90 sono oggetto di piani d’intesa tra pubblico e privato per la realizzazione di recuperi e trasformazioni – come PRUSST (Programmi di Riqualificazione Urbana e di Sviluppo Sostenibile del Territorio) e PRiU (Programma di Riqualificazione Urbana) – che sovente comportano difficili processi di concertazione, approvazione e attuazione, con esiti sia di riconversione di impianti dismessi e di risparmio nel consumo di suolo sia di prevalente cancellazione e ricostruzione, con limitate conservazioni. Solo una piccola parte della dismissione è interessata, inoltre, dalla perimetrazione nei “Siti di Interesse Nazionale”, ai sensi dell’art. 252 del D.Lgs. 152/06, o nei “Piani regionali di Bonifica”, mentre molto rilevante è la presenza localizzata di contaminazioni del suolo, delle acque e di strutture che devono essere oggetto di bonifica. L’assenza di reali condizioni di vincolo all’impresa che abbandona un’area riguardo alla bonifica e alla continuità manutentiva determina pesanti eredità ambientali, con conseguenze potenzialmente più gravi per zone urbane dense e manufatti di rilievo architettonico. 7 - Si fa riferimento alla schedatura per i beni mobili e immobili dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione (ICCD), al Guarini Archivi della Regione Piemonte, conformi agli International Standards of Archival Autority Records (ISAAR), al censimento e la catalogazione dell’Istituto per i
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beni artistici culturali e naturali dell’Emilia Romagna e ad altre esperienze regionali. Cfr.: Daniela Mazzotta, Per una banca dati nazionale dei siti e manufatti industriali, in “Patrimonio industriale” n° 4, Crace, Città di Castello, 2009. 8 - English Heritage, Listing Selection Guide Industrial Structures, London, 2011. 9 - Sul tema della valorizzazione dell’identità in relazione alla riqualificazione in diverse culture industriali: Cossons N., Industrial heritage: treasure or trash?, TICCIH The International Conservation for the Industrial Heritage, Congress 2012, Taipei, act. 10 - Lardner H., Parsons L., Sutherland G., Moloney D., Adaptive Reuse of Industrial Heritage: Opportunities & Challenges, Heritage Council of Victoria, Melbourne, 2013. 11 - Australia ICOMOS, The Burra Charter Process, from The Burra Charter: The Australia ICOMOS Charter for Places of Cultural Significance, Melbourne, 1999. 12 - Riguardo alle tipologie, un riferimento è in: Vitale A., “Il ruolo delle conoscenze tecniche nel progetto di recupero dell’edificio industriale”, in Patrimonio Industriale, n. 11, 2013, pp. 20-23. 13 - Maspoli R., “Riconoscimento, conservazione, manutenzione, sostituzione. Dal serramento storico al moderno”, in L’involucro edilizio. Una progettazione complessa, ARTEC, Ancona, 2007. 14 - Melià P. Dotelli G., Ruggieri G., Sabbadini S., “Il recupero edilizio nella prospettiva del ciclo di vita: il caso della ex filanda Gavazzi di Valmadrera”, in Il Progetto Sostenibile, n. 30, 2012. 15 - La prima sperimentazione del modello è illustrata in: Ramello M., Strumenti e metodi di valutazione nella riqualificazione sostenibile del patrimonio archeologico industriale, Tesi di dottorato xx ciclo, Dottorato in innovazione tecnologica per l’ambiente costruito, Politecnico di Torino, tutor Maspoli R. 16 - Il modello è stato testato, nella prima fase su casi di intervento di patrimonio industriale dalla scala di edificio a quella di comparto urbano e di sito di valenza territoriale, prima dell’area di Torino e poi di scala europea. 17 - Fusco Girard L., Nijkamp P., Le valutazioni per lo sviluppo sostenibile della città e del territorio, Franco Angeli, Milano, 1997. 18 - Saaty T. L., Vargas L. G., Decision Making with the Analytic Network Process, Springer Science, New York, 2006. 19 - Lo studio su Torino, condotto sul riuso di 128 aree dimesse al 1989, ne evidenziava il 2,3% ancora in attesa di intervento al 2012, con tempi medi superiori al decennio. Cfr.: Maspoli R., Spaziante A., Fabbriche, borghi e memorie. Processi di dismissione e riuso a Torino Nord, Alinea, Firenze, 2012. 20 - La valutazione post-intervento ha riguardato 22 casi, in Germania (Lusazia), Spagna (Catalonia), Inghilterra (area metropolitana di Londra) e Italia (nord-ovest), di cui 6 a scala territoriale o di parte urbana. 21 - Il caso della Fondazione Merz di Torino, dove alla positività degli indicatori delle scelte progettuali del recupero conservativo a funzione museale per l’arte contemporanea, con mantenimento di elementi infrastrutturali, e di riverberazione a scala locale risponde la negatività in termini energetici e di sostenibilità ambientale, data dalla non sostituzione dei complemento delle aperture e dalle scelte impiantistiche tradizionali. Biografia Architetto, ricercatore confermato di Tecnologia dell’Architettura e docente al Politecnico di Torino, autore di più di 100 pubblicazioni, svolge attività di ricerca e consulenza nel campo delle tecnologie, della manutenzione, dello spazio pubblico.
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i piani energetici ambientali regionali. Apliccabilità degli indicatori proposti a scala nazionale (iSPrA) ed europea (euroStA) Verifica, sul Piano Energetico ed Ambientale della Regione Siciliana, della diretta utilizzabilità degli indicatori di sostenibilità Eurostat, con riferimento alla Convenzione ISPRA/APPA/ARPA per le attività di monitoraggio del livello di implementazione dei piani regionali.
Prof. gianfranco rizzo Professore ordinario, Dipartimento dell’Energia, Ingegneria dell’Informazione e dei Modelli Matematici, Università di Palermo gfrizzo@unipa.it Arch. Luana Filogamo Dottoranda in Energia presso il Dipartimento di Energia Ingegneria dell’Informazione e Modelli Matematici luana.flogamo@unipa.it
Articolo sottoposto a Peer review.
Cenni allo schema normativo di politica di governo del territorio Come è noto, ogni piano/programma (P/P) agisce nell’ambito di un processo decisionale pubblico (COM, 2001), mentre l’evoluzione del territorio dipende dall’insieme degli effetti derivanti dalle scelte e dagli strumenti del processo decisionale. Le strategie di sviluppo sostenibile (Ministero dello Sviluppo Economico, 2007) da intraprendere diventano pertanto strumento di definizione, di coordinamento e di verifica dell’attuazione delle politiche che, attraverso un opportuno monitoraggio, assicurano la coerenza e la comparabilità alle diverse scale territoriali. Negli ultimi tempi l’Unione Europea (UE) ha integrato lo sviluppo sostenibile in un gran numero di politiche, assumendo un ruolo guida a livello mondiale per la lotta contro i cambiamenti climatici, impegnandosi così a promuovere un’economia a basse emissioni di carbonio. A riguardo, in Italia l’assetto normativo (D.lgs, 2006) si presenta ancora frammentario, con
ritardi nel recepimento delle direttive comunitarie e nella loro applicazione; la pianificazione di settore risulta carente e, in ordine alla gestione del territorio da parte delle regioni e degli enti locali, appare molto forte l’esigenza di coordinamento. A partire dalle linee di indirizzo tracciate dalle normative, nel quadro delle azioni strategiche identificate a livello regionale, risulta utile accostare agli obiettivi di efficienza/produttività, propri delle strutture regionali, anche obiettivi di governance per meglio interpretare la capacità di risposta ai problemi da parte delle strutture regionali stesse. Risulta fondamentale percorrere la strada dell’integrazione dei sistemi di indicatori per ciascun settore, in vista di una loro correlazione con i set di riferimento a scala nazionale ed europea: ciò rappresenta, infatti, la garanzia di una corretta descrizione delle trasformazioni e dei cambiamenti che le politiche intendono indurre. A partire dai data-base di indicatori oggi disponibili, allo scopo di pervenire a una migliore governance del territorio regionale, nel presente lavoro viene dunque verificata,
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1. Vista su dipartimento di Chimica – università degli Studi di Palermo. 2. impianto fotovoltaico vista su Palazzo dei Normanni. 3. Nomenclatura.
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APPA = Agenzia Provinciale per la Protezione Ambientale ARPA= Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale CE = Comunità Europea EUROSTAT = Ufficio Statistico dell’Unione Europea ISPRA = L’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale OCSE = Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico PEARS = Piano Energetico Ambientale Regione Siciliana P/P = Piano/Programma SSS = Strategia di Sviluppo Sostenibile VAS = Valutazione Ambientale Strategica UE = Unione Europea
sullo sfondo della normativa esistente, l’effettiva applicabilità dei set di indicatori disponibili, a diverse scale territoriali. Allo scopo, verrà verificata la diretta utilizzabilità degli indicatori di sostenibilità Eurostat (www.epp.eurostat.ec.europa.eu) alla scala regionale; si farà inoltre riferimento all’esperienza maturata nell’ambito della Convenzione ISPRA/APPA/ARPA, che ha sviluppato delle significative linee guida contenenti le attività di monitoraggio del livello di implementazione dei piani a scala regionale. Verrà, inoltre, presentata un’applicazione a un caso reale, costituito dal Piano Energetico ed Ambientale della Regione Siciliana, che ha richiesto l’utilizzo di un elevato numero di siffatti indicatori. Da questa lettura critica del metodo si trarrà delle considerazioni utili per la trasferibilità della procedura a una più estesa platea di Piani/Programmi (P/P).
gli indicatori di sostenibilità come strumento di gestione energetica ed ambientale A livello internazionale l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) e l’UE a oggi utilizzano i set di indicatori: • per il monitoraggio dei progressi verso lo sviluppo sostenibile; • come strumento di rendicontazione sullo stato dell’economia e sullo stato dell’ambiente; • per valutare le performance delle politiche; • per chiarire obiettivi e stabilire priorità di intervento. A livello europeo, Eurostat ha sviluppato un set di indicatori per il monitoraggio degli obiettivi e degli impegni espressi nella strategia europea per lo sviluppo sostenibile, adottata dalla Commissione Europea nel 2001 e rinnovata nel 2006 (Direttiva, 2001). A livello metodologico, il processo di selezione degli indicatori in ambito europeo segue una sequenza logica che prevede: 1. l’individuazione di un elenco iniziale di indicatori, basato su liste e studi internazionali di riferimento e sulle specifiche azioni della programmazione europea;
2. l’analisi della loro disponibilità; 3. la revisione periodica dell’elenco sulla base di rilevanza, comunicabilità, validità scientifica e applicabilità rispetto al contesto. Attualmente è prevista una revisione periodica del sistema di indicatori per la sostenibilità, focalizzata al reperimento dei dati di base, all’organizzazione di un sistema razionale e coerente di indicatori e allo sviluppo di indicatori finalizzati all’integrazione e al benchmarking.
gli indicatori di sviluppo sostenibile eurostat dell’unione europea (headlines) Eurostat insieme con gli Stati Membri, ha sviluppato una serie di 140 indicatori dello sviluppo sostenibile, declinati a loro volta in obiettivi operativi suddivisi in 10 temi, per consentire la valutazione continua del percorso comunitario sulla strada della sostenibilità. Pubblicati da Eurostat ogni due anni, essi vengono utilizzati per fornire un quadro generale dei progressi che l’UE stessa ha compiuto in termini di obiettivi e traguardi. Gli indicatori di sviluppo sostenibile sono organizzati in temi che riflettono le principali sfide della SSS, dal settore economico a quello sociale, alle dimensioni ambientali e istituzionali. Questi temi sono ulteriormente suddivisi in sottotemi che riflettono gli obiettivi operativi e le azioni della Strategia. L’insieme degli indicatori è flessibile: nuovi indicatori possono essere aggiunti in relazione a cambiamenti nelle priorità della Strategia, dal momento che nuovi problemi possono emergere di volta in volta. Esistono diversi livelli di indicatori di sostenibilità, che rispondono alle varie esigenze degli utenti per ciascun sottotema: a) Indicatori principali, per monitorare gli obiettivi generali relativi alle sfide chiave della SSS; b) Indicatori operativi, che sono legati agli obiettivi operativi della strategia; c) Indicatori esplicativi, che sono legati alle azioni descritte nella strategia;
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d) Indicatori contestuali, che fanno parte del set, ma non controllano direttamente un determinato obiettivo della strategia.
il metodo iSPrA di valutazione e monitoraggio dei Piani e dei Programmi e il suo sistema di indicatori Una prima applicazione di verifica della coerenza degli indicatori alle diverse scale territoriali è stata realizzata nell’ambito della Convenzione istituita nel 2009 tra ISPRA e le quindici Agenzie Ambientali. Essa si basa su uno schema metodologico che tende a facilitare l’uso dello strumento alle diverse scale territoriali e condividere la scelta e l’utilizzo degli indicatori. Essa mira, inoltre, a realizzare sistemi di monitoraggio i cui risultati siano confrontabili e aggregabili. Il catalogo e le schede dei metadati (ISPRA, 2009) sviluppati all’interno del gruppo di lavoro ISPRA/ARPA/APPA rappresentano una prima sperimentazione della costruzione di una base di conoscenza condivisa tra il livello nazionale e il livello regionale per il monitoraggio del contesto ambientale. In tale lavoro gli indicatori, alle diverse scale territoriali, sono stati popolati in relazione alle loro: • significatività, per la rappresentazione della questione ambientale che si sta considerando; • omogeneità e confrontabilità, per tutti i livelli territoriali; • capacità descrittiva, per fornire una informazione completa in relazione a tutte le loro caratteristiche. Nel caso in cui in una Regione non siano presenti i dati necessari a popolare alcuni degli indicatori del core set, sono stati utilizzati gli indicatori (variabili) che, riferiti a dati diversi, hanno comunque consentito di ottenere le informazioni in modo indiretto. La tabella 1 riporta la corrispondenza tra le tematiche strategiche europee e le componenti ambientali SPRA/ARPA/APPA: essa consente di individuare una corrispondenza molto stretta tra le tematiche proposte dall’UE e quelle previste dalla Convenzione ISPRA/ARPA/APPA per i core set. Questo primo livello di corrispondenza ci consente di proseguire la verifica delle correlazioni fino a giungere al livello dell’applicazione locale ai piani.
La replicabilità in Sicilia del metodo con riferimento al PeArS Sulla scorta di quanto illustrato in precedenza in relazione agli indicatori e alla loro utilizzabilità, appare utile effettuare una verifica della coerenza al caso della regione Siciliana e, in particolare, al Piano Energetico Ambientale Regionale, con riferimento al sistema di monitoraggio (Regione Siciliana, 2009b).
euroStAt
iSPrA/ArPA/APPA
Tematiche strategiche
Componenti e tematiche ambientali
Cambiamenti climatici ed energia pulita
1. Fattore clima ed energia 2. Certificazione ambientale
Conservazione e gestione delle risorse naturali
3. Risorse naturali non rinnovabili 4. Atmosfera e agenti fisici 5. Acqua 6. Suolo 7. Biodiversità flora e fauna
Consumo e produzione sostenibili
8. Rifiuti
Trasporti sostenibili
9. Trasporti
Salute pubblica
10. Salute
Risorse culturali e paesaggio
11. Patrimonio culturale architettonico archeologico e paesaggio
tabella 1. Corrispondenza individuata tra le tematiche proposte dall’ue e le componenti ambientali iSPrA/ArPA/APPA per la predisposizione del “core set”.
Incidentalmente, è utile rilevare che tale operazione è utile ai fini del percorso di valutazione ambientale strategica (VAS). Allo scopo di verificare la coerenza degli indicatori tra gli approcci di pianificazione a livello regionale e quelli a livello europeo e nazionale, è stato effettuato un primo confronto tra i temi UE, le tematiche ISPRA, e le componenti a livello regionale della Sicilia riferite al PEARS. La tabella 2 riporta la corrispondenza individuata tra i temi UE, ISPRA e locali del Piano. A partire da questa prima verifica di corrispondenza è stata effettuata un’analisi di coerenza fra gli obiettivi di sostenibilità ambientale esogeni, desunti dai documenti del quadro pianificatorio e programmatico, quelli endogeni, derivanti dall’analisi di contesto ambientale, e le finalità del PEARS (tabella 2). Questa verifica denota come i temi presenti sia a livello europeo che della metodologia ISPRA siano presenti anche in parte stesura nel processo di definizione del piano siciliano. È stata successivamente verificata l’applicabilità degli indicatori relativi ai temi UE, a livello locale, al caso specifico del monitoraggio del PEARS. Allo scopo di definire se e in che termini esiste tale applicabilità, sono stati individuati tre specifici livelli di corrispondenza. Sono state dunque ipotizzate: una “coerenza diretta” nel caso in cui ci sia una corrispondenza tra gli obiettivi del PEARS e i temi UE; una “coerenza indiretta” quando esiste soltanto una sinergia tra gli obiettivi del PEARS e i temi dell’UE;
ilProgettoSostenibile
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una situazione di “indifferenza” quando non è rintracciabile alcuna correlazione tra gli obiettivi del PEARS e i temi dell’UE. L’individuazione del livello di coerenza tra gli indicatori UE e quelli del PEARS è avvenuta a partire dalla definizione di ciascun indicatore fornita da Eurostat. In figura 4 e 5 si riportano
due esempi di corrispondenza tra gli obiettivi rispettivamente 5 e 7 del PEARS e gli indicatori Headlines dell’UE. Lo schema consente di esprimere una valutazione generale circa l’efficacia offerta dagli indicatori Eurostat nell’interpretare le esigenze degli obiettivi del PEARS.
4. Schema della relazione tra l’obiettivo 5 del PeArS e i temi dell’ue.
5. Schema della relazione tra l’obiettivo 7 del PeArS e i temi dell’ue.
euroStAt
iSPrA/ArPA/APPA
tSicilia (PeArS)
Temi della strategia a livello europeo
Componenti e tematiche ambientali
Componenti a livello regionale
Sviluppo socio-economico
n.c.
n.c.
Consumo e produzione sostenibili
8. Rifiuti
Rifiuti
Inclusione sociale
n.c.
n.c.
Cambiamento demografico
n.c.
n.c.
Salute pubblica
10. Salute
Popolazione e salute
Cambiamenti climatici ed energia pulita
1. Fattori climatici ed energia 2. Certificazione ambientale
Atmosfera
Trasporti sostenibili
9. Trasporti
Trasporti
Conservazione e gestione delle risorse naturali
3. Risorse naturali non rinnovabili 4. Atmosfera e agenti fisici 5. Acqua 6. Suolo 7. Biodiversità flora e fauna
Energia
Partnership globale
n.c.
n.c.
Buon governo
n.c.
n.c.
11. Patrimonio culturale architettonico archeologico e paesaggio
Paesaggio e patrimonio culturale architettonico e archeologico
tabella 2. Corrispondenza tra i temi ue, iSPrA e PeArS (n.c. = nessuna corrispondenza).
66 FoCuS
Conclusioni
Nella seconda fase si è poi proceduto alla verifica metodologica dell’applicabilità al PEARS degli indicatori Eurostat. Questo processo di verifica ha consentito di trarre alcune interessanti considerazioni sugli indicatori Headlines e sulla loro applicabilità per il monitoraggio dei piani. È emerso innanzitutto, come era lecito attendersi, di indicatori non direttamente caratterizzati rispetto alle specifiche del territorio, essendo stati concepiti per un ambito globale generale europeo. In altri termini, pur presentando una struttura che consente tecnicamente la loro utilizzabilità fino a un livello territoriale locale, in realtà essi non intercettano del tutto la specificità degli ambiti ai quali andrebbero applicati (Figura 1-10). Pertanto, nelle more di una più opportuna specificazione degli indicatori Eurostat, si ritiene che il processo di pianificazione, particolarmente quello di tipo energetico e ambientale, debba più utilmente procedere secondo uno schema bottom-up che consente di definire direttamente sul territorio gli indicatori da utilizzare. Approcciare infatti le tematiche tipiche dei piani con indicatori “deboli”, perché troppo generali, può condurre a sminuire l’importanza e l’efficacia del ruolo degli indicatori stessi nell’ambito di un’azione di governance del territorio. In definitiva si può affermare che, mentre appare confermata la piena validità dello schema di politica di governo del territorio per mezzo di una opportuna griglia di indicatori che si riferiscono a tematiche definite a livello europeo, occorre sottolineare come tali indicatori, almeno allo stato presente della loro definizione, non possano essere pedissequamente desunti da quelli proposti a livello centrale e necessitano invece di una forte verifica di coerenza al livello locale del piano in esame.
Il presente lavoro si è posto l’obiettivo della verifica dell’applicabilità degli indicatori del contesto normativo europeo, denominati Headlines, ai piani che operano a livello regionale. Questi indicatori svolgono infatti un ruolo essenziale nel controllo e nella verifica dello stato di avanzamento dei piani stessi. Ci si è qui riferiti alla metodologia nazionale per l’individuazione degli indicatori, proposta nella Convenzione ISPRA del 2009. Nello specifico, il processo di verifica è stato applicato al caso del Piano Energetico Ambientale della Regione Siciliana (PEARS). Il confronto, effettuato in due fasi, ha comportato la preliminare individuazione, per ciascun tema e sottotema UE, dei corrispondenti indicatori di sviluppo sostenibile (Eurostat) applicabili al PEARS. Nella prima fase, per rimarcare il processo top-down proposto dalla UE e da ISPRA, si è ritenuto utile effettuare un’analisi di corrispondenza tra i temi a cui fanno riferimento gli indicatori Headlines UE e le componenti/tematiche ambientali ISPRA. Ciò ha permesso di verificare che esiste una qualche corrispondenza per sei dei dieci temi UE (tabella 1).
Bibliografia Commission of the European Comunities (2001), “Comunication from the Commission. A sustainable Europe for the better world: A European Union Strategy for the sustainable development” – COM 2001 (264). Commission of the European Comunities (2009), “Comunication from the Commission to the European Parliament, the Council, the European economic and social committee and the committee of the region. Mainstreaming sustainable development into EU policies: 2009 Review of the European Union Strategy for Sustainable Development” – COM 2009 (400). Direttiva 2001/42/CE del 27 giugno 2001. Direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio concernente la valutazione degli effetti di determinati piani e programmi sull’ambiente. G.U.C.E. 21 luglio 2001, n. L 197. D.lgs del 3 aprile 2006, n°152, (2006) “Norme in materia ambientale”. D.lgs del 16 gennaio 2008, n° 4. Decreto legislativo concernente le “Ulteriori disposizioni correttive ed integrative del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, recante norme in materia ambientale”. D.lgs del 29 Giugno del 2010, n° 128. Decreto legislativo concernente le “Modifiche ed integrazioni al decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, recante norme in materia ambientale, a norma dell’articolo 12 della legge 18 giugno 2009, n. 69”.
6. impianto eolico vista sulla citta ̀ di Alcamo (Sicilia).
Come si nota, le corrispondenze dirette tra gli obiettivi del PEARS e le tematiche UE sono labili. Soltanto gli obiettivi 5 e 7 presentano un numero di corrispondenze rispettivamente pari a quattro e tre; la maggior parte degli obiettivi (1, 2, 4, 6, 8) presenta un numero di corrispondenze dirette pari a 2. È inoltre significativo osservare, considerando come tutti gli obiettivi si rapportano con i temi UE, che si hanno complessivamente ben trentacinque corrispondenze indirette e trentasei assenze di corrispondenze. Questo confronto consente di affermare che gli indicatori Eurostat non appaiono particolarmente efficaci nell’intercettare le esigenze degli obiettivi del Piano, dal momento che sembra prevalere ampiamente una bassa coerenza tra questi.
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ISPRA, ARPA, APPA (2009). “Rapporto finale sulle attività svolte nell’ambito della Convenzione per la definizione degli Indicatori Utili per l’attuazione della Valutazione Ambientale strategica (VAS). Il catalogo degli indicatori”. ISPRA, ARPA, APPA (2011) Delibera del Consiglio Federale, seduta del 25 maggio 2011 – doc. n° 07/11. “Prima ricognizione del quadro normativo sulla VAS, stato dell’arte dei ruoli e delle attività delle Agenzie e criticità riscontrate nelle applicazione della VAS”. ISPRA, ARPA, APPA (2011) Delibera del Consiglio Federale, seduta n°3,
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novembre 2011 – doc. n° 0914.2 “Linee di indirizzo per l’implementazione dell’attività di monitoraggio delle Agenzie Ambientali in riferimento ai processi di VAS – Allegato I”. Ministero dello sviluppo economico dipartimento per le politiche di sviluppo e di coesione, (2007), Quadro Strategico Nazionale per la politica regionale di sviluppo 2007-2013. Regione Siciliana, Giunta Regionale, (2009b), deliberazione n° 1 del 3 febbraio 2009. “Piano Energetico Ambientale Regionale Siciliano P.E.A.R.S. – Monitoraggio”.
7. Parco eolico Menfi.
Regional environmental energy plans. Applicability of the proposed indicators on a national (ISPRA) and European (EUROSTA) scale As it is well known, indicators represent effective tools in the aim of designing, monitoring and verifying energy and environmental Masterplans. At this regard, a large number of indicators do exist both at European and country Italian levels which designers can usefully apply to. Anyway, being such indicators released at a general European level, their actual verifiability should be properly checked when them are applied to the local level of a given territory. In the present work this issue is approached by referring to the Sicilian Energy and Environmental Masterplan (PEARS): on purpose, the themes proposed at European (Eurostat) and country Italian (ISPRA) levels have been compared with those utilized for the drawing of the PEARS. The tool here adopted for such comparison is given by indicators representing the Eurostat themes (Headlines), of which the actual applicability at the Sicilian regional level has been here checked. From this case-study a marginal applicability of the proposed top-down approach does emerge; insteada bottom-up approach is suggested for the definition of indicators that, in this way, can more effectively catch the specificity of the territory under examination.
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68 Progetti
Le case eoliane di Filicudi: un esempio di architettura spontanea sostenibile La sostenibilità energetica del nostro futuro è strettamente legata alle capacità di progettare e costruire edifici più virtuosi energivori dei loro predecessori. La casa eoliana, con un consumo energetico prossimo agli standard imposti per gli edifici passivi, costituisce un mirabile esempio da seguire. architettura tradizionale – bilancio energetico – edificio passivo – clima mediterrane
Vincenzo Sapienza Professore associato di Architettura Tecnica del Dipartimento di Ingegneria Civile e Architettura di Catania (DICAR). Conduce studi e ricerche scientifiche in due ambiti tematici: la sostenibilità energetica in edilizia e la storia della costruzione. vincenzo.sapienza@darc.unict.it
Articolo sottoposto a Peer review.
La sostenibilità energetica del nostro futuro è strettamente legata alle capacità di progettare e costruire edifici meno energivori dei loro predecessori, a parità di prestazioni. Su questo tema si impegna con continuità il legislatore europeo che ha emesso, nel tempo, un corpus di direttive a cui si uniformano gli Stati Membri. La legislazione in materia di risparmio energetico, discendendo dalla crisi petrolifera degli anni ‘70, è stata concepita con lo scopo di mitigare i consumi di combustibile per il riscaldamento invernale. Poco si è fatto finora per quanto attiene il periodo estivo in cui, vista l’esponenziale diffusione degli impianti di condizionamento domestici, si verificano i dispendi maggiori, almeno nei paesi con clima mediterraneo. Per contrastare questo aspetto le manovre di maggiore efficacia risultano essere quelle indirizzate all’involucro degli edifici, indicando gli accorgimenti da adottare in fase di progettazione architettonica. Così come non è necessario, si diceva, insistere sulla opportunità del risparmio energetico, probabilmente è altrettanto inutile dilungarsi
su come l’edificio “sciupone” sia figlio dell’International Style: il mito della scatola di vetro, le tamponature leggere, la copertura con tetto piano, la prefabbricazione delle componenti, etc. hanno condotto a immaginare l’edificio come un manufatto indifferente al clima, alle tradizioni costruttive e ai materiali del luogo. Volendo quindi cercare un modello di riferimento per una progettazione attenta al contesto è opportuno fissare l’attenzione agli ambiti extraurbani e marginali rispetto alla cultura architettonica dominante. In tal senso può essere ritenuta valida l’analisi della casa eoliana, un luogo dove le tecniche costruttive moderne non sono riuscite a penetrare, per lungo tempo, e dove il contesto urbano ha un incidenza assai limitata. L’arcipelago delle isole Eolie si trova di fronte alla costa nord orientale della Sicilia, a meno di 12 miglia nautiche da Capo Milazzo. È composto da sette isole di grande dimensione, alcuni isolotti e vari scogli affioranti. La più grande delle “sette sorelle” (così vengono chiamate le isole dagli abitanti del
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PriMAVerA
eStAte
AutuNNo
69
iNVerNo
iNtero ANNo
15 11 4
22,8 16,2
78 70
74-75 62
13 22 28 27
gg. 102 gg. 100 gg. 93 gg. 70
230 22
mm. 600 tot. 62
TEMPERATURA (°C) media delle massime media delle minime escursione media giorn.
22 15 7
30 22 8
24 17 7 UMIDITÀ RELATIVA (in °A)
media su 7 h media su 13 h
74 60
70 55
76 64 COPERTURA NUVOLOSA
sereno o quasi (0-1 /8) poco nuvoloso (2-3/8) nuvoloso variabile (4-6) coperto (7-8/8)
20 28 25 19
45 26 15 6
24 24 25 18 PRECIPITAZIONI
quantità giorni piovosi
mm. 130 16
30 6
210 18 VENTI PREVALENTI
Maestrale (nord-ovest) – Ponente (ovest) – Scirocco (sud-est) – Velocità media 2. 75 m/s tabella 1. Principali parametri climatici.
luogo) è Lipari, che ha assunto storicamente il ruolo di capoluogo dell’arcipelago. Trascurate per lungo tempo, le Eolie sono state riscoperte dal grande pubblico in epoca moderna anche grazie al celebre film “Stromboli” di Roberto Rossellini, interpretato da Ingrid Bergman nel 1949; in esso viene narrata una storia d’amore intensa e contrasta, nella cornice di un paesaggio dipinto con altrettanta decisione. Filicudi, collocata nel braccio occidentale della Y che forma l’arcipelago, è una delle isole marginali, insieme ad Alicudi, non
solo per la distanza dalla costa (Stromboli è più lontana) ma per il decentramento rispetto alla rotta Milazzo-Napoli, la più trafficata dalle navi mercantili (nel passato) e turistiche (oggi). Eppure tra le isole vanta una storia più lunga: la collinetta di Capo Graziano ospitò una fiorente comunità, dedita al commercio dell’ossidiana, dal Neolitico sino all’Età del Bronzo. Nell’arcipelago eoliano il rapporto tra l’uomo e l’ambiente naturale ha dato vita a uno straordinario paesaggio, frutto di un lavoro aspro e lunghissimo, riconosciuto dall’UNESCO che lo ha inserito nella World Heritage List, sin dal 2000. In particolare
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Assonometria del caso studio.
Particolare e riferimento dei dettagli.
dett. a.
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Filicudi è caratterizzata da due aspetti: la geomorfologia e il clima. La prima ha influito sulla conformazione delle infrastrutture territoriali, la seconda sull’architettura. Per poter coltivare in maniera efficace un territorio spiccatamente collinare nei secoli scorsi è stato realizzato uno spettacolare sistema di terrazzamenti, in opera ciclopica in pietra lavica, che interessa tutto il territorio. Oggi, a causa del minore interesse per l’agricoltura, esso soffre per carenza di manutenzione. Per quanto attiene al secondo aspetto, il clima locale è di tipo mediterraneo (mite d’inverno e caldo secco d’estate), ma i suoi caratteri qui sono particolarmente aspri. La temperatura estiva supera i 40° gradi per numerosi giorni e le precipitazioni sono limitate a 30 mm in tutta la stagione (il 5% del totale annuo). Inoltre, l’isola è battuta da un forte vento di ponente. Per difendersi da queste condizioni avverse i costruttori filicudari hanno messo a punto una perfetta “macchina per abitare”, un luogo confortevole e ospitale, con consumo energetico prossimo a zero.
L’apparecchio di fabbrica La casa filicudara si articola su due livelli, destinati in genere a due unità residenziali indipendenti, con accesso da una scala esterna. Le stanze sono ampie, regolari e reciprocamente passanti; esse sono disposte su due file parallele, in modo che complessivamente l’edificio sia costituito da un volume regolare, con due affacci contrapposti, in prevalenza sud e nord. Sul lato anteriore delle case si sviluppa una terrazza (il “bagghio”), mentre sul retro vi è un piccolo giardinetto. La terrazza anteriore nella casa tradizionale era destinata alle lavorazioni secondarie dei prodotti agricoli; essa è conclusa dal lato opposto alla casa, da una panca in muratura (il “bisolo”), la cui spalliera funge da parapetto della terrazza. In taluni casi il bagghio è
dett. b.
dett. c.
dett. d.
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coperto da un profondo porticato soretto da archi a tutto sesto, il cui calpestio costituisce una terrazza per il piano superiore. Per quanto attiene alla scatola muraria essa va letta in considerazione della natura sismica dei luoghi. In risposta a tale contingenza i costruttori locali hanno adottato una apparecchiatura di fabbrica costituita da elementi verticali solidi e robusti ed elementi orizzontali leggeri e flessibili. I primi sono murature realizzate in blocchi sbozzati di basalto lavico, la pietra locale. Gli spigoli sono apparecchiati con blocchi squadrati, più grandi e più compatti, per una maggiore robustezza. I muri hanno uno spessore di circa 60 cm, al piano terra, e 50 cm al livello superiore. I solai sono orditi con una teoria di travi in legno, a sezione circolare con diametro 15 cm e passo da 50 cm. Tali elementi sono inglobati nella muratura, per due terzi, dopo la calafatura della testa. Inferiormente a esse è collocato un’ulteriore asse ortogonale (25 cm di diametro), che funge da rompitratta. Le travi sono tronchi di albero stondati, per cui la sezione è rastremata. Dal lato superiore è posto un incannucciato, ordito tra le travi. Il calpestio è formato da un massetto in grassello di calce e pomici vulcaniche, energicamente battuto per renderlo impermeabile, con spessore di 15 cm. Non di rado il piano terra è coperto con una volta reale, realizzata con pietrame lavico. Per questo tipo di costruzione venivano selezionate le pietre con forma vagamente conica, queste venivano poste in opera con la punta verso il basso, su una cassaforma in legno continua, in modo da favorirne l’incastro reciproco. L’apparecchio veniva legato con un getto di malta di calce. La finitura delle pareti è costituita da un intonaco di calce e sabbia vulcanica, tinteggiato con il latte di a calce, in modo da avere una nuance di colore bianco. Le uniche note di tinta differente sono gli infissi e le cornici delle aperture, sagomate in intonaco, dipinti con colori molto vivi (predominano l’azzurro mare, il mattone e il verde). Visto l’elevato costo dei trasporti si prediligevano i materiali locali. Venivano importati soltanto la calce, da Napoli, e il legname e le canne dalla Calabria. La conformazione descritta, riscontrabile con piccole varianti anche nelle altre isole, configura un ambiente costruito piuttosto differente da quello presente nel resto della Sicilia; e questo perché gran parte degli immigrati che nei secoli integrarono la popolazione isolana, provenivano dalla Campania e portarono con sé soluzioni architettoniche e tradizioni costruttive del loro luogo di origine. Nell’architettura spontanea ogni elemento di fabbrica ha una giustificazione funzionale. Il suo valore estetico e la sua influenza sull’immagine dell’edificio sono sempre posti in secondo piano. Così accade pure per la casa eoliana, dove la preoccupa-
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zione principale era quella di ottenere un riparo dalle asprezze del clima, nella massima economia di risorse. I costruttori del passato, senza l’ausilio di modellazioni matematiche o dati sperimentali, hanno individuato i temi essenziali su cui fissare la propria attenzione: la corretta esposizione, la difesa dal calore diurno, la ventilazione e l’ombreggiatura, e li hanno posti al centro della loro attenzione progettuale.
La corretta esposizione L’energia solare nell’epoca preindustriale, quando sono nate le case eoliane, era la principale fonte di illuminazione e riscaldamento. Però, nelle regioni mediterranee, l’architettura era pensata anche per difendersi dall’eccessivo riscaldamento estivo,
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grazie al corretto orientamento degli edifici. Questo è uno dei caratteri fondanti del paesaggio locale, in quanto ha condizionato la scelta delle zone dell’isola in cui sviluppare gli agglomerati residenziali. Le case quindi sono inserite nei versanti collinari con esposizione più felice, orientate grossomodo lungo la stessa linea, alle varie quote. Il controllo eliotermico è decisamente prevalente rispetto ai fattori che usualmente condizionano l’affaccio: ossia il rapporto con lo spazio pubblico o con gli altri edifici e la fruizione del panorama. Peraltro, a Filicudi il concetto di “spazio pubblico” è sui generis, in quanto esso è costituito da una rete di mulattiere fittamente intricata, così ben integrata con i terreni di pertinenza alle abitazioni che spesso non è facile distinguere i limiti e i confini reciproci. Inoltre, la fruizione del panorama non costituisce un pro-
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blema poiché gli agglomerati abitati si sono sviluppati in prevalenza sui fianchi delle colline esposte a sud, per cui il fronte principale dell’abitazione, essendo rivolto a mezzogiorno, risulta altresì aperto verso il degradare del pendio, in genere verso il mare.
La difesa dal calore diurno La difesa dal calore diurno è ottenuta grazie alla natura massiva dell’involucro edilizio. Gli elementi che lo conformano, pareti e solai, hanno una massa superficiale piuttosto elevata in cui la radiazione solare si accumula durante il giorno e viene rilasciata con lentezza. Pertanto il picco delle temperature, all’interno degli ambienti, si ha con un certo ritardo, e segnatamente durante le ore serali, quando il calore può essere facilmente smaltito grazie al contemporaneo rinfrescarsi delle temperature esterne. A ciò si aggiunga la bassa percentuale della porzione trasparente dell’involucro verticale, che riduce la penetrazione dell’energia radiante.
dAti geNerALi area climatica (A-F) gradi giorno destinazione d’uso volume
m3
B 758 residenziale 954
rAFFreSCAMeNto energia necessaria per il raffresca mento dell’edificio superficie calpestabile giudizio qualitativo classe dell’involucro (I-IV) indice di energia primaria (EPe) tabella 1. Principali parametri climatici.
kWh m2
kWh/(m2 • y)
2818,141 159 ottimo Il 17,72
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La ventilazione La ventilazione delle case Filicudare è assicurata da un doppio sistema di aperture. Infatti, oltre alle portefinestre inserite normalmente nei prospetti, secondo la posizione e le dimensioni consuete, sono presenti varie aperture destinate esclusivamente alla ventilazione dei locali. Queste sono di dimensioni ridotte. La forma è quadrata, se sono collocate al di sopra degli infissi regolari (quali sopraluce), è invece circolare, se sono poste di fianco (quali oblò). La circolazione dell’aria è assicurata da bucature di riscontro nelle pareti interne, in genere con sagomatura a mezza-
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luna. Ovviamente la possibilità di sfruttare la ventilazione naturale ha una influenza anche nella disposizione delle unità residenziali. Infatti, la maggior parte dei nuclei abitati è localizzata in collina piuttosto che sulla costa e per di più a favore di brezza.
L’ombreggiatura L’ombreggiatura dovrebbe essere un elemento imprescindibile nella realizzazione di un edificio in clima mediterraneo. In una calda giornata assolata, nessuno sosta immotivatamente in uno spiazzo, senza cercare riparo, all’ombra di un albero o di una
SoLAio di CoPerturA
Spessore Massa superficiale Capacità termica Resistenza termica Trasmittanza termica Trasmittanza termica periodica Fattore di attenuazione Sfasamento
cm kg/m2 kJ/m2 • K m2 • K/W W/m2 • K W/m2 • K % h
26 380 77,82 1,425 0,702 0,116 0,165 -8,53
cm kg/m2 kJ/m2 • K m2 • K/W W/m2 • K W/m2 • K % h
70 1320 115,08 0,502 1,992 0,105 0,053 -15,25
mm cm W/m2 • K W/m2 • K W/m2 • K m2 • K/W m2 • K/W W/m2 • K
3 5 5,78 3,50 4,21 0,24 0,14 3,72
MurAturA eSterNA
Spessore Massa superficiale Capacità termica Resistenza termica Trasmittanza termica Trasmittanza termica periodica Fattore di attenuazione Sfasamento
iNFiSSo eSterNo
Spessore (vetro) Spessore (telaio) Trasmittanza termica del vetro Trasmittanza termica del telaio Trasmittanza termica infisso Resistenza termica infisso Resistenza termica (scuri) Trasmittanza termica globale tabella 2. Principali parametri climatici.
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è collocato uno sportellino (il travasatore) che, aperto, consente di scartare le prime acque della stagione piovosa. In questo modo la stessa pioggia provvederà a lavare i terrazzi dalla polvere accumulatasi nella stagione secca, senza che questa sporchi la cisterna.
Bilancio energetico
tenda. E così gli edifici non dovrebbero essere lasciati indifesi sotto il sole, senza elementi schermanti. Nella casa filicudara l’ombreggiatura è ottenuta tramite una elegante tettoia in canne, disposta lungo il fronte sud. Le travi in legno che la sostengono sono poggiate, da un lato, a ganci in ferro sporgenti dal muro della casa, dall’altro, a pilastroni in muratura a sezione circolare, piuttosto massicci, inglobati lungo il parapetto del bagghio, detti “puleri”. Un elemento ombreggiante così ampio produce un doppio effetto. In prima istanza deflette la radiazione solare incidente sulle bucature, secondariamente mantiene in ombra la facciata e il lastrico solare, riducendone le temperature superficiali. L’incannucciato è bloccato tramite due arcarecci, uno inferiore e uno superiore, e fissato alla struttura in legno. Di norma viene montato a giugno e smontato a settembre, in modo che la sua presenza non riduca l’afflusso di luce naturale, nella stagione invernale.
La raccolta delle acque piovane Le acque piovane costituiscono una risorsa preziosa a Filicudi, visto che non esistono corsi d’acqua regolari, come nel resto delle isole Eolie. Pertanto esse devono essere convogliate in una cisterna di raccolta, scavata nel sottosuolo. Usualmente essa si trova al di sotto del terrazzo e la sua copertura ne costituisce parte del pavimento. La bocca del pozzo è inglobata nel muro che la delimita. I pluviali sono in elementi in cotto, troncoconici, innestati gli uni negli altri. Negli interventi di manutenzione si preferisce spesso sostituirli con tubi in rame, più duraturi dei primi. Al piede del pluviale, prima che questo si inserisca al di sotto del piano di calpestio,
Dall’analisi sopra condotta appare evidente la perfetta rispondenza della casa eoliana con i dettami delle più recenti normative sul risparmio energetico, che si configura quindi come un edificio sostenibile ante litteram. L’esigenza di estendere l’attenzione alla fase estiva, la più penalizzante nelle regioni meridionali, è relativamente recente e non ancora maturata appieno. La dir. 2002/91/CE, nata per introdurre l’adozione dell’Energy Performance Certificate, raccomanda di tenere conto dei fattori di position and orientation of buildings (annex 1.f) e di natural ventilation (annex 1.h). Nel suo recepimento in Italia, avvenuto con il D. Lgs. 192/2005, emendato e integrato con il D. Lgs. 311/2006, il richiamo a questi fattori è maggiormente esplicito, come è giusto che sia, visto che gran parte del territorio nazionale ricade nelle zone climatiche più calde. La volontà del legislatore è chiara: intervenire nella prima fase del processo progettuale, quello dell’ideazione architettonica del manufatto, e non limitare il controllo alla sola fase di concezione degli impianti di climatizzazione. Tuttavia le indicazioni contenute restano qualitative e non vincolanti. Anche il recupero delle acque piovane fa parte del quadro normativo, essendo contemplato in vari criteri per la certificazione ambientale, tra cui il Protocollo Itaca (criteri B.4.3 e C.4.3); l’argomento figura ancora nel Decreto Assessoriale per gli interventi di bioedilizia emesso dalla Regione Siciliana nell’ambito del recepimento del Piano Casa (art. 2, Acqua – Area 2a), il cui rispetto da diritto a una premialità aggiuntiva. La qualità del comfort offerto dalla casa filicudara è riscontrabile in maniera così evidente che non sarebbe necessario effettuare un riscontro quantitativo. Durante la calda stagione estiva, vi si può sostare piacevolmente senza l’ausilio di impianti di condizionamento o altri ausili. Tuttavia è importante trasformare l’esperienza pratica in sapere esperto attraverso la quantificazione dei parametri termotecnici maggiormente significativi. Per la modellazione numerica è stato scelto, come caso studio, un edificio su due elevazioni sito in contrada Canale. Il calcolo è stato effettuato utilizzando il software Master Clima della Aermec, che opera in regime stazionario. Le caratteristiche dei materiali sono state desunte dalla banca dati contenuta nel medesimo programma informatico, ma i valori numerici sono stati rivisitati in base a quanto suggerito dall’esperienze maturata in altre ricerche condotte sugli edifici dell’areale.
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Il valore dell’indice di energia primaria, calcolato per uno specifico edificio sito in contrada Canale, scelto come caso studio, è pari a circa 17 KWh/m2·a, limitatamente alla stagione estiva. Quest’ultima limitazione è giustificata dal fatto che questo è il principale periodo in cui questo tipo di case vengono utilizzate. Pertanto il valore ottenuto è molto vicino allo standard della Passive House. In particolare si può fare riferimento al PassiveOn Project, sviluppato specificatamente per le aree mediterranee, che indica come valore soglia 15 KWh/m2·a. Il risultato così prossimo agli standard non deve sorprendere, infatti il consumo energetico è fortemente influenzato dai seguenti fattori: esposizione delle finestre; natura dell’involucro; presenza di sistemi di schermatura; sfruttamento della ventilazione naturale; tutti aspetti particolarmente curati nella costruzione della casa eoliana, come detto. Il controllo numerico può essere esteso anche allo sfasamento e l’attenuazione dei componenti che formano l’involucro edilizio. I valori riscontrati sono rispettivamente 15 ore e il 5%, per le murature, e 10 ore e il 15%, per i solai. Quindi ampiamente soddisfacenti. Ulteriori conferme potrebbero provenire da una analisi in regime dinamico, che darebbe maggiore contezza del mantenimento delle condizioni di comfort indoor. Tuttavia in questa sede si è preferito adottare una metodologia di calcolo più aderente alla pratica professionale corrente, in modo che i risultati ottenuti non fossero relegati all’ambito accademico, ma viceversa destinati ad ampio utilizzo e comprensione.
Conclusioni La qualità dell’involucro edilizio, sia dal punto di vista architettonico sia costruttivo, è il più importante requisito ai fini della ridu-
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zione del costo energetico; il vantaggio associato è maggiore durante la stagione estiva. Ciò posto appare evidente che le case di Filicudi potrebbero essere assunte come un valido modello per gli edifici stagionali (casa vacanze, resort, residence, …). Generalmente in questo tipo di edifici i caratteri bioclimatici vengono sacrificati alla ragione commerciale: l’esposizione è condizionata dalla panoramicità degli affacci; le soluzioni costruttive che consentono una maggiore leggerezza dell’involucro, sono preferite perché consentono di minimizzare i costi; la ventilazione forzata prevale su quella naturale per ridurre la superficie del fronte libero. I caratteri dell’edilizia tradizionale, e dell’architettura eoliana in particolare, possono fornire un valido spunto per trovare una soluzione diversa agli edifici di questo tipo. Per maggiori approfondimenti sull’argomento si consiglia: V. Sapienza e altri, (2013). “Energetic sustainability of the building substitution: the rewards and the facilitations of the Italian Piano Casa”. In Renewable Energy & Power Quality Journal, vol. 11, n. 514, ISSN: 2172-038X; V. Sapienza e altri (2013). “Thermal performance of existing buildings in Mediterranean climate area”. In Changing Needs, Adaptive Buildings, Smart Cities. vol. 1, p. 1017-1024, POLIScript, ISBN: 9788864930138, Milan (Italy); V. Sapienza (2012). “Spontaneous architecture and energetic sustainability: the Aeolian homes of Filicudi Isle”. In ZEMCH-12. p. 340-350, Glasgow: ZEMCH Network, ISBN: 978-0-9574189-0-5. Si ringraziano Fiorenza D’Urso, Aldo Siragusa, Walter Pettinato e Agatino Bonanno che hanno realizzato i disegni che accompagnano il testo, sotto la guida dell’autore, e l’ing. Maurizio De Tommaso, che ha fornito un prezioso aiuto nella modellazione termotecnica dell’edificio.
The Aeolian houses of Filicudi: an example of spontaneous sustainable architecture The sustainability of the architecture is one of the more pursued topics in recent times. In the past, this goal was not a achievement but a necessity, due to the scarcity of the available resources. Also it was obtained without the set of complex techniques that nowadays are used to improve and evaluate the energy saving levels. In the Aeolian Islands archipelago one can find one of the better example in this sense. Here a specific building type was developed, according to the climate condition and the necessity to use local building materials: the Aeolian Home. This kind of building is formed by square, simple volumes, built with rough castings of lava rock masonry, finished with lime plaster. It has a flat roof, to channel the rain-water to the underground cistern. It has a terrace in front covered by a cane roofing, placed only during the summer season. It has a double opening system: windows for illumination and holes (squared or circular) for ventilation. All elements have been modelled from the time and from the builders’ intelligence but appear imposed by law (see Dir. 2002/91/CE). In the article it has been verified trough a specific study case in Filicudi island, where the described characteristics are more diffuse and accentuated. It is clear that the Aeolian Home is very close to the Passive House standard, especially in the version studied for the Mediterranean climate conditions.
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La conoscenza della fabbrica come strumento di recupero sostenibile. La chiesa di S. M. della Carità (Ascoli Piceno) La chiesa è stata chiusa al pubblico a seguito degli eventi sismici dell’aprile 2009. Per una sua rapida riapertura si è approfondita la conoscenza della fabbrica che ha permesso di proporre interventi sostenibili e mirati abbattendo i costi d’intervento stimati di quasi la metà. vulnerabilità sismica – edifici storici – progetto sostenibile – minimo intervento
enrico Quagliarini Professore associato, Università Politecnica delle Marche e.quagliarini@univpm.it Stefano Lenci Professore ordinario di Scienza delle Costruzioni, Università Politecnica delle Marche s.lenci@univpm.it Francesco Monni Ingegnere e dottore di ricerca, amministratore di AhRTE srl monni.f.@gmail.com Sara Vallucci Ingegnere edile e dottore di ricerca sara.vallucci@tiscali.it
Articolo sottoposto a Peer review.
introduzione Gran parte del patrimonio culturale italiano è caratterizzato da edifici monumentali in muratura, che mostrano un’elevata vulnerabilità alle azioni sismiche. In particolare le Chiese, caratterizzate spesso da grandi aule, pareti snelle e assenza di collegamenti efficaci tra i vari elementi strutturali, sono tra i fabbricati più a rischio. Oggetto del presente lavoro è la Chiesa di S. M. della Carità di Ascoli Piceno, edificio di grande valore storico artistico, si distingue per essere uno dei più significativi esempi del barocco ascolano e per avere un notevole valore sociale, in quanto è una delle uniche due chiese marchigiane aperte al culto 24h su 24h. A seguito di varie trasformazioni avvenute negli anni, la Chiesa, caratterizzata da una struttura portante in pietra (travertino bianco, materiale che caratterizza la maggior parte degli edifici ascolani), oggi appare come una struttura a unica navata con abside rettangolare. La navata, separata dalla zona absidale da un arco trionfale, è coperta da una volta a
botte in mattoni pieni (così come la zona absidale); la volta si congiunge con i piedritti inseriti nelle pareti laterali mediante “lunette” sempre realizzate in mattoni pieni. A seguito degli eventi sismici dell’aprile del 2009 la Chiesa è stata oggetto di un provvedimento di interdizione al culto e chiusura al pubblico, per parziale inagibilità. Questo provvedimento ha reso necessaria un’urgente valutazione della sua vulnerabilità sismica in modo da individuare celermente le soluzioni di intervento al fine di ottenere una immediata riapertura, garantendo al contempo un miglioramento del comportamento sismico del manufatto, compatibilmente con le esigenze di conservazione del monumento in considerazione del suo elevato valore storico e dei pregevoli elementi decorativi custoditi al suo interno.
il percorso della conoscenza Dai primi rilievi, sono emerse le seguenti problematiche connesse alla risposta sismica del fabbricato:
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1. Fasi storiche della costruzione della Chiesa: 1306: primitiva struttura della Chiesa; 1381: presenza della Chiesa riscontrabile in una pianta apocrifa, della quale però non è attestata né l’esattezza né tanto meno la precisione (in questa illustrazione le dimensioni sono paragonabili a quelle dell’aula odierna, sono presenti cinque contrafforti per lato, coincidenti con la posizione attuale, l’abside non era ancora stato edificato e il campanile sembrerebbe localizzato nella posizione opposta a quella attuale); 1532: progetto della facciata; 1541: “interpretando” il precedente progetto del 1532 è stata realizzata la facciata; sono stati anche realizzati l’arco trionfale, la tribuna e la sua copertura; 1583: è stato completamento il timpano della facciata; 1585: sono state realizzate tre aperture sulla facciata ed è stata realizzata la volta a botte con “lunette” a copertura dell’aula principale; 1602: viene effettuato l’ampliamento del coro; 1700: viene costruito il campanile nella posizione attuale.
2. evoluzione storica attraverso immagini storiche e planimetrie del catasto gregoriano.
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1. lesioni ampie e profonde sulla parete che sovrasta l’arco trionfale con segni di evidente distacco tra alcuni conci di quest’ultimo. In particolare l’ampia lesione presente sopra l’arco trionfale sulla destra (fig. 5a) è stata la motivazione principale che ha determinato la chiusura della chiesa; 2. lesioni passanti in chiave nella porzione di volta della navata e dell’aula limitrofa all’arco trionfale, con distacco (e caduta di materiale pulverulento) all’attacco tra facciata e volta e all’attacco tra timpano/lunetta e parete terminale del presbiterio. Il tutto aggravato da una copertura spingente costituita da puntoni lignei (cavalletti) in evidente degrado fisico che gravavano puntualmente sulle costolature della volta e da infiltrazioni sulla parte
3. a) riproduzione in scala 1:5 di una porzione della volta a botte dell’aula principale della Chiesa; b) modellazione dei piedritti con indicazione della posizione delle cerniere.
3. c) Confronto tra le ispezioni all’intradosso e l’estradosso della volta reale e la riproduzione in scala.
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alta della parete laterale in prossimità della facciata principale. Mentre per il punto 2 la correlazione col sisma appariva chiara, difficilmente il quadro fessurativo sembrava sovrapponibile a schemi di meccanismi tipicamente ricorrenti per l’arco trionfale. Anzi quest’ultimo appariva più congruente con un cedimento verticale del piedritto sinistro dell’arco stesso1. Alla luce di queste considerazioni è emersa subito perciò la necessità di interpretare adeguatamente il quadro lesivo riscontrato, così da verificarne le effettive cause. Con l’intento di raccogliere tutte le informazioni necessarie a facilitare la diagnosi, si è così intrapreso un approfondito percorso di conoscenza svolto attraverso le seguenti attività2-4: • analisi storico-critica: attraverso tutte le fonti utili (ad esempio pubblicazioni, documentazioni d’archivio, immagini fotografiche e planimetrie catastali5, 6) si è tentato di ricostruire, per quanto possibile, il processo di realizzazione e le successive modificazioni subite nel tempo dal manufatto e dai fabbricati a esso adiacenti (Figg. 1, 2), nonché gli eventi traumatici che lo hanno interessato. Rilievo geometrico-architettonico, del quadro fessurativo e deformativo e del degrado: eseguito con strumenti fotogrammetrici e topografici, con lo scopo di restituire fedelmente la geometria strutturale del manufatto, e dare indicazioni su fenomeni di degrado e su fattori che possono aver ridotto l’efficienza strutturale (fuori piombo, inflessioni,…). • Rilievo materico e tecnologico-costruttivo: ha individuato l’apparecchiatura muraria, la tipologia e l’orditura della copertura, l’efficacia degli ammorsamenti murari. Per quanto riguarda le pareti è stata effettuata un’indagine endoscopica al fine di definirne la morfologia costruttiva, la stratigrafia e le caratteristiche dei materiali. Dall’indagine è emerso che i piedritti sono costituiti da una sezione piena in travertino. Nei riguardi della volta dell’aula, per avere una maggior consapevolezza di quanto la modalità costruttiva potesse influenzare la sua modellazione, è stata realizzata una riproduzione parziale in scala 1:5 di uno dei suoi punti più critici: l’aggancio al piedritto, dove confluiscono oltre alla lunetta i vari costoloni irrigidenti (fig. 3a), cercando di attenersi il più possibile ai riferimenti a nostra disposizione (ispezioni dell’estradosso e dell’intradosso, porzioni di intonaco distaccato che hanno assunto la funzione di “calchi” della tessitura muraria, fig. 3c). Da questo approfondimento è emerso come la geometria e le dimensioni degli elementi costituenti, vadano a creare una zona di grande rigidezza e un consistente aumento della sezione resistente rispetto al resto dello sviluppo della volta. Queste considerazioni sono state utili per definire, in fase di modellazione, la posizione delle cerniere che caratterizzano l’evolversi dei cinematismi di collasso analizzati (fig. 3b).
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4. Meccanismi locali pareti laterali e volta dell’aula. Le scelte della modellazione strutturale sono di seguito sintetizzate: • piedritto pieno+nicchie+fasi costruttive pareti laterali insieme indipendente di piedritti • arconi volta e lunette volta insieme di arconi indipendenti • costruzione volta+costolone+lunetta+costolone piccolo quota vincolo cerniera (30°) • influenza posizione orizzontamenti edifici adiacenti quota cerniera alla base
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Vulnerabilità sismica Esperienze nel campo della conservazione del patrimonio edilizio storico e monumentale7-9 hanno mostrato che alcune tipologie di costruzioni storiche in muratura (come le Chiese) non manifestano di fronte al sisma un chiaro comportamento d’insieme, ma
tendono a reagire come un insieme di sottosistemi (macroelementi) caratterizzati da una risposta strutturale autonoma. In questi casi la verifica su un modello globale non ha rispondenza rispetto alle effettive prestazioni in caso di sisma, è quindi preferibile procedere con valutazioni locali della sicurezza. Nel nostro caso sono stati identificati i seguenti macroelementi:
5. a) Prima e dopo la realizzazione dell’intervento di “scuci-cuci”; b) chiodature con barre di acciaio per stabilizzare i conci dell’arco trionfale.
6. Schema della trave reticolare sul piano delle falde di copertura (vista in pianta).
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7. disposizione del sistema “reticolare” sulle falde del tetto composto dalle seguenti componenti: • corrente superiore compresso: è costituito dagli elementi lignei disposti in corrispondenza del colmo tra i cavalletti lignei a sostegno della copertura (elementi di colore blu); • aste di parete compresse (puntoni): sono costituite dagli elementi inclinati nel piano delle falde in corrispondenza della facciata e della parete a essa speculare (elementi di colore blu) e dai cavalletti lignei a sostegno della copertura (elementi di colore verde); • aste di parete tese (tiranti): sono costituiti dalle bandelle metalliche inclinate disposte nel piano delle falde del tetto (elementi di colore rosso); • corrente inferiore teso: è costituito dal cordolo a traliccio in acciaio disposto lungo lo sviluppo longitudinale delle pareti dell’aula (elementi di colore rosa).
8. dettagli costruttivi: a) part. 1 – ancoraggio della trave di colmo alla facciata (e alla parete a essa speculare): b) part.2 – ancoraggio del puntone inclinato alla facciata (e alla parete a essa speculare); ben visibile la disposizione delle bandelle metalliche e dei puntoni lignei (le foto mostrano una vista dall’estradosso durante i lavori e una vista dall’intradosso a lavori ultimati); c) part.3 – ancoraggio dei cavalletti sulle pareti laterali; dalla foto è possibile notare la differenza tra l’appoggio originario e quello dei nuovi cavalletti.
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1. facciata principale; 2. pareti laterali e volta a copertura dell’aula principale; 3. arco trionfale; 4. presbiterio; 5. timpano/lunetta del presbiterio; 6. torre campanaria. Per i precedenti macroelementi sono stati analizzati tutti i meccanismi locali tipicamente riscontrabili in essi8, 9, mediante analisi cinematica lineare3, 4. Dall’analisi dei risultati emersi dal percorso di conoscenza, particolare attenzione è stata posta al macroelemento 2: le pareti laterali, infatti, risultano oggi inglobate all’interno dell’aggregato edilizio che comprende, oltre alla Chiesa, anche gli edifici che la fiancheggiano, come riportato in figura 4. La vulnerabilità sismica globale della Chiesa si può considerare assimilabile a quella del primo meccanismo che si innesca nell’intero corpo di fabbrica e cioè, in questo caso, quello di rotazione monolatera di un solo piedritto della volta dell’aula (fig. 4b).
interventi per il miglioramento sismico Sulla base della diagnosi delle vulnerabilità della Chiesa è stato possibile predisporre soluzioni di interventi mirate, volte a ridurre o eliminare tali vulnerabilità, sfruttando appieno tutte le risorse della fabbrica. Le maggiori criticità sono state riscontrate nei riguardi dei seguenti macroelementi: • arco trionfale: dopo aver accertato che il quadro fessurativo della parete fosse di fatto stabile nella conformazione raggiunta, è stato consigliato di ripristinare la continuità muraria con un intervento di scuci-cuci, attraverso la sostituzione degli elementi lapidei dissestati e/o mancanti (fig. 5a). Per garantire la stabilità dei conci, si è consigliato di agire dall’intradosso con perfori armati con barre in acciaio successivamente riempiti con opportune miscele leganti (fig. 5b). • Volta dell’aula e piedritti e facciata: dai risultati della valutazione della vulnerabilità sismica è emersa la necessità di intervenire al fine di eliminare/ridurre le spinte statiche che gravano sulle pareti laterali della Chiesa dovute alla copertura e alla volta dell’aula principale. A tal fine una prima ipotesi di intervento, rapida ed economica, proponeva l’inserimento di semplici catene in acciaio. Questa soluzione non era però percorribile per via delle esigenze di rispetto dell’autenticità della fabbrica e in considerazione del forte impatto visivo che la loro introduzione avrebbe inevitabilmente causato. Esisteva poi il problema del loro ancoraggio esterno alla Chiesa (interazione con gli edifici confinanti) o all’interno dei piedritti (affidabilità dell’aggancio chimico). Pertanto è stato necessario studiare una seconda soluzione non visibile dall’interno (fig. 6): sostanzialmente due grandi “travi
9. Schema del posizionamento dei tiranti inclinati nel piano della facciata.
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reticolari di falda”, permettono allo stesso tempo di: • scongiurare il ribaltamento della parete laterale, ma anche della facciata e del timpano; • riportare l’azione sismica di ribaltamento ai macroelementi perpendicolari (facciata), facendoli lavorare nel piano; • irrigidire nel piano di falda la copertura; • sfruttare i cavalletti di copertura in legno anche come “controventi”. Particolare attenzione è stata posta al vincolo della “trave reticolare di falda” con la facciata, per evitare punzonamenti durante un eventuale sisma (Figg. 6-8). Considerando che questa va a scaricare azioni orizzontali nel piano della facciata (in corrispondenza del timpano), per evitare la formazione di meccanismi di rottura a taglio nel piano è stato consigliato di porre in opera tiranti inclinati nel piano stesso (fig. 9).
Conclusioni In questo lavoro sono stati presentati i risultati delle valutazioni di vulnerabilità sismica della Chiesa di S. M. della Carità di Ascoli Piceno, chiusa al pubblico in seguito al sisma del 2009, e le soluzioni di intervento proposte e poi realizzate. La strada percorsa è stata quella di investire tempo e risorse in una approfondita conoscenza della fabbrica (dall’analisi delle trasformazioni succedutesi nella storia a un rilievo tecnologicocostruttivo e materico puntuale). Ciò ha permesso di confutare le motivazioni per cui era stato chiuso il monumento, e di effettuare una precisa diagnosi di vulnerabilità, proponendo così a valle una sostenibile risposta terapeutica mirata, salvaguardando tutto il portato di informazioni di cui la Chiesa è testimone: a fronte di un costo stimato inizialmente dall’Amministrazione di circa 500 mila euro, la soluzione proposta ha permesso di
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garantire lo stesso incremento di sicurezza abbattendo i costi di quasi la metà (circa 300 mila euro).
ringraziamenti Si ringrazia per la fattiva collaborazione l’ing. M. Curzi e l’arch. R. Terpolilli del Comune di Ascoli Piceno, l’ing. M. D’Emidio progettista incaricato e il parroco Don Angelo Ciancotti. Bibliografia 1 - Quagliarini E., Monni F., Lenci S., “Importance of building knowledge for a correct structural assessment. The case of S. M. della Carità church in Ascoli Piceno (Italy)”, Atti del “SAHC 2012 – 8th International Conference on Structural Analysis of Historical Constructions”, Wroclaw, Polonia, 15-17 ottobre 2012 – Vol. 1, pp. 341-350 – DWE – ISBN/ISSN: 9788371252174. 2 - DPCM 26.02.2011, Linee Guida per la valutazione e riduzione del rischio sismico del patrimonio culturale con riferimento alle norme tecniche per le costruzioni, G.U. 26.02. 2011 n. 47, Roma, 2011. 3 - D.M. 14.01.2008, Nuove norme tecniche per le costruzioni, G.U 4.02.2008, n. 29, Ministero delle Infrastrutture, dell’Interno e Dipartimento Protezione Civile, Roma, 2008. 4 - Circolare 2.02.2009, n. 617, Istruzioni per l’applicazione delle “Norme Tecniche per le Costruzioni” di cui al D.M. 14 gennaio 2008, Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, Roma, 2009. 5 - Archivio di Stato di Ascoli Piceno. 6 - Curia arcivescovile, Progetto per la riparazione della Chiesa di S. M. della Carità sita in piazza Roma, Relazione tecnica, allegato n. 1, 19 marzo 1966. 7 - Giuffrè A., Letture sulla meccanica delle murature storiche, Edizioni Kappa, Roma, 1991. 8 - Doglioni F., Moretti A., Petrini V., Le chiese e il terremoto, ed. LINT, Trieste, 1994. 9 - Doglioni F., Mazzotti P. (a cura di), Codice di pratica per gli interventi di miglioramento sismico nel restauro del patrimonio architettonico. Integrazione alla luce delle esperienze nella Regione Marche, Regione Marche P.F. “Beni Culturali e Programmi di Recupero”, Ancona, 2007.
Knowledge of the building as a tool for sustainable recovery. The church of Santa Maria della Carità (Ascoli Piceno) The Santa Maria della Carità church, in Ascoli Piceno (Italy), hit by L’Aquila’s earthquake of 2009 is one of the most important example of the Barocco age in the Marche region and contains many precious paintings of local artists. Moreover, it has also a great social value for the city of Ascoli Piceno, because it is the only one that is opened to the devotees 24 hours a day. After the seismic event, the church was closed because several cracks appeared, in particular, the triumphal arch was the element that appeared mainly damaged and presented the most serious and spread damaging. In order to avoid erroneous interventions and to save money, structural assessment and design of repairing and strengthening measures have been preceded by a deep knowledge process about the building history and its construction technique. This choice was revealed winning, allowing a better understanding of damage pattern and a quick and cheap structural rehabilitation through several, detailed interventions of consolidation.
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La sostenibilità nell’edificare: l’esempio del CQ2 di Carbonia L’attenzione al risparmio energetico e alla riduzione dell’uso delle risorse è declinata secondo le esigenze del contesto climatico mediterraneo in questo intervento di edilizia residenziale pubblica a Carbonia, città caratterizzata da un tessuto edificato di particolare interesse storico e paesaggistico. inserimento urbanistico – efficienza energetica – economicità e semplicità di uso e manutenzione
giuseppe desogus Dottore di Ricerca in Ingegneria Edile, DICAAR Cagliari gdesogus@unica.it Lorenza di Pilla Dottore di Ricerca in Architettura, DICAAR Cagliari loridip@unica.it Claudio Lancioni progettista architettonico libero professionista c.lancioni@alice.it Salvatore Mura progettista impianti-energetica, DICAAR Cagliari smura@unica.it
Articolo sottoposto a Peer review.
introduzione: focus sull’attuale quadro normativo Trascurando la Legge n° 373 del 1976 che, pur introducendo concetti utili al contenimento dei consumi energetici degli edifici, non ha inciso in modo determinante ai fini della risoluzione del problema, la vera svolta concettuale è da attribuirsi alla Legge n° 10 del 1991. Tale norma introdusse, all’art. 30, la Certificazione Energetica degli edifici e, all’art. 33, i controlli e le verifiche demandate ai Comuni. Nondimeno, l’assenza dei decreti attuativi della L. 10/91, il disinvolto comportamento delle amministrazioni periferiche e la forte pressione dei costruttori hanno condotto a un’edilizia tesa più al profitto che non alle prestazioni energetiche e alla compatibilità ambientale. Tutto ciò si è protratto sino all’emanazione del D.Lgs. 192/05 e del D.Lgs. 311/06. In tali decreti si è ripresa la necessità di stabilire valori minimi di prestazione energetica degli edifici, anche in riferimento alla loro certificazione energetica. Successivamente, con il D.M. 26/06/2009,
sono state licenziate le “Linee guida nazionali per la certificazione energetica degli edifici”. D’altra parte, fino a ora non si è avvertita nessuna iniziativa concreta che tenda a incidere sul profilo energetico degli utenti: solo i comportamenti consapevoli dei singoli – in simbiosi con un sistema involucro-impianto altamente performante e confortevole – rappresenta la vera chiave di volta per poter affrontare con coerenza il problema dell’uso dell’energia nel costruito. Da qui la necessità di pensare alla sostenibilità del costruire, ovvero alla progettazione di edifici a basso impatto ambientale, dotati di elevate caratteristiche di comfort, di salubrità e sicurezza, dai ridotti consumi energetici e che prevedano l’impiego di risorse locali ed energie rinnovabili. Il tutto correlato alla necessità di realizzare gli interventi nel rispetto delle realtà costruttive del luogo.
Area d’intervento e caso di studio Il presente articolo riporta un’esperienza maturata nella progettazione integrata di un
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1. Carbonia (Foto: Alex10 – Wikipedia – Licenza Creative Commons BY-SA 3.0 – http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/deed.it).
Committente: Comune di Carbonia Progetto architettonico: Arch. Claudio Lancioni Progetto energetico e impianti: Prof. Ing. Salvatore Mura responsabile monitoraggio: Ing. Giuseppe Desogus Numero alloggi: 25 unità Cubatura: 7.156 m3 Superficie utile: 1.571 m2 Classe energetica: A complesso di edilizia residenziale a canone sostenibile nel comune di Carbonia, in Sardegna. L’intervento si inserisce nell’ambito di un più ampio processo di riqualificazione edilizia, urbanistica e sociale ed è parte integrante di un contratto di quartiere del tipo CQ2, ovvero di un programma complesso che prevede, tra l’altro, la sperimentazione di interventi innovativi nel campo dell’edilizia e del sociale e che, come tale, è stato oggetto di monitoraggio. L’area di intervento è suddivisa in due lotti di cui il primo, denominato CER 1, ha previsto l’edificazione dei primi 25 alloggi, suddivisi in cinque palazzine (figg. 1-4).
1. Piano regolatore di Carbonia (g. Pulitzer, C. Valle e i. guidi) Anno 1937.
Proposta progettuale Parlare di edificio ecocompatibile significa pensare al risultato di un percorso progettuale diverso e complesso che vede i diversi attori apportare contestualmente le proprie competenze e maturare scelte progettuali condivise. Queste devono necessariamente partire dalla perfetta conoscenza del sito di edificazione, delle sue caratteristiche climatiche, morfologiche, ambientali, nonché dell’utenza che si insedierà negli edifici. L’ambiente deve essere concepito come una risorsa da utilizzare e non da consumare, distruggere o degradare; ciò in modo tale da creare un legame virtuoso tra uomo e ambiente costruito e tra questo e l’ambiente circostante. Nello specifico, l’intervento proposto si prefigge di raggiungere livelli di prestazione energetica del 30% superiori rispetto ai limiti minimi previsti dalla Normativa vigente. A tal fine sono state adottate delle opportune soluzioni progettuali – preferibilmente di tipo passivo e bioclimatico – finalizzate a contenere il fabbisogno di energia primaria annuo (per riscaldamento e produzione di acqua calda sanitaria) per metro quadro di superficie utile. D’altra parte, trattandosi di un intervento di edilizia residenziale pubblica, è stata attribuita una grande importanza agli aspetti legati alla durabilità, alla manutenibilità e alla semplicità d’uso. Lo schema progettuale in oggetto – incentrato come già accennato sui temi della bioarchitettura e della sostenibilità – risulta inoltre perfettamente integrato rispetto al contesto territoriale di riferimento, tutelando e valorizzando le peculiarità urbanistiche e i caratteri distintivi propri delle Città di Fondazione (di cui Carbonia rappresenta un interessante esempio). A tal riguardo si
2. rendering dell’intero programma di edificazione.
3. rendering del solo intervento Cer 1.
4. Fotoinserimento del progetto nell’area di sedime con in evidenza il Piano urbanistico di Montuori del 1940.
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5. Posizionamento dell’isolante termico.
6. Particolare cappotto murature esterne esposte a Nord, est e ovest.
7. Particolare nodo parete-solaio intermedio.
8. Piante edificio tipo.
osservi inoltre come, nella scelta dell’orientamento degli edifici, sia stato necessario confrontarsi con il piano di edificazione dell’intero quartiere, redatto nel 1940 dall’architetto Eugenio Montuori. Gli alloggi, suddivisi in 5 blocchi, si sviluppano su tre piani fuori terra (destinati alle abitazioni) e un piano seminterrato adibito a garage, riserve idriche e locale contatori. La configurazione di ogni blocco è identica e si articola secondo tre differenti tipologie abitative. Tutti gli edifici sono orientati verso sud, lato in cui si aprono le finestre delle camere da letto e le logge dei soggiorni; sul lato nord risultano invece ubicati i servizi igienici e le cucine. È inoltre previsto che tutti gli alloggi possano beneficiare, viste le caratteristiche di ventosità del luogo, di un sistema di ventilazione incrociata naturale. Un elemento chiave della strategia progettuale è rappresentato dal fatto di considerare a sistema l’insieme involucro-impianti: le due entità entrano in rapporto sinergico utilizzando le caratteristiche del primo al fine di ridurre l’intervento degli altri ai soli momenti di picco dei carichi. Tale approccio progettuale ha consentito la definizione di un sistema costruttivo altamente performante per l’involucro esterno, caratterizzato da un’elevata massa frontale, da un’elevata capacità termica ed elevata inerzia termica, nonché da una bassa conduttività. Inoltre, l’esecuzione del cappotto esterno nei soli lati est, ovest e nord, ha consentito l’ottimizzazione delle prestazioni dell’involucro, mentre un adeguato orientamento ha permesso di beneficiare dei guadagni solari e di fruire dei positivi effetti riconducibili alle serre solari. Nello specifico (per quanto attiene alle modalità costruttive globalmente adottate), le fondazioni degli edifici sono state realizzate in cemento armato con travi rovesce gettate in opera. Tutti i solai risultano in laterocemento, mentre le strutture in elevazione sono interamente costituite da muratura portante, a eccezione del piano seminterrato (realizzato in setti di cemento). Le murature esterne sono inoltre contraddistinte da due differenti tipologie: • quelle in corrispondenza delle logge – orientate a sud e che pertanto necessitano di una maggiore massa frontale in modo tale da poter accumulare la radiazione solare incidente – sono state realizzate in blocchi di laterizio porizzato dello spessore di 30 cm; • le murature rivolte a nord, a est e ovest risultano invece composte da più strati, sulla base del seguente criterio: la parte più interna (ovvero la porzione di muratura di tipo massivo) è costituita da blocchi di laterizio porizzato dello spessore di 30 cm; mentre, procedendo verso la parte esterna della muratura, è stata realizzata una coibentazione in lastre di polistirene estruso dello spessore di 5 cm e un’intonacatura esterna in malta cementizia a base calce. Tale schema costruttivo ha consentito di perseguire valori di trasmittanza pari a 0,28 W/m2K e pertanto pienamente rispettosi dei limiti di legge imposti per la zona climatica di riferimento (Zona C: 0,46 W/m2K – riferimento Allegato C del D.Lgs 311/2006 relativamente all’anno 2008) (figg. 5-7). Quanto sopra, per quel che concerne le superfici opache esterne (tinteggiate, nella parte interna, con pitture traspiranti e
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9. Piante edificio tipo.
10. edificio in fase di realizzazione – immagine di cantiere.
11. edificio in fase di realizzazione – immagine di cantiere.
89
all’esterno con pitture ai silicati). Per quanto riguarda invece le superfici trasparenti, queste risultano costituite da vetrocamera 4-12-4 mm (con intercapedine di gas inerte) e montate su profili di alluminio a taglio termico e colore naturale; il tutto per una trasmittanza termica complessiva dei serramenti pari a 1,91 W/ m2K (e pertanto inferiore di oltre il 30% rispetto ai limiti di legge vigenti al momento dell’autorizzazione a costruire). Va inoltre evidenziato come si sia fatto ricorso a sistemi di protezione dall’irraggiamento solare (tramite l’installazione di persiane in alluminio montate su binari scorrevoli) unicamente in corrispondenza delle finestre esposte a sud. È stata infine realizzata una copertura ventilata costituita da una struttura in travetti di legno lamellare e sormontata da un tavolato in legno lasciato a vista, previa applicazione di un idoneo trattamento impregnante. La sua coibentazione è garantita da un isolamento costituito da due lastre in polistirene estruso dello spessore di 5+5 cm. La ventilazione è invece consentita grazie alla realizzazione di una sovrastruttura in travetti di 6x10 cm, atti a permettere il passaggio dell’aria e sovrastati da una copertura in lamiera metallica. Nello specifico, la stratigrafia del tetto ventilato si configura come segue: 1- struttura in travetti di legno lamellare; 2- tavolato in abete maschiato dello spessore di 2,5 cm; 3- barriera al vapore; 4- strato coibente costituito da due strati in polistirene estruso (5 + 5 cm), della densità di 35 Kg/m3; 5- distanziatore in legno di abete; 6- tavolato in abete grezzo dello spessore di 2 cm; 7- telo impermeabile; 8- lamiera zincata. Un edificio realizzato con tali criteri soddisfa ampiamente i requisiti imposti dal D.L. 311/06 e, inoltre, in virtù dei risultati conseguiti, consente di inquadrare gli immobili in oggetto come ricadenti in classe A. Visto il contesto climatico di riferimento, è stato necessario attuare un attento controllo dell’irraggiamento solare sulle superfici vetrate esposte a sud, consentendo l’ingresso dei raggi nella stagione invernale al fine di accumulare energia da restituire in ambiente nelle ore più fredde e contrastando, invece, l’ingresso dei raggi del sole nella stagione estiva al fine di evitare il surriscaldamento degli ambienti. Tale obiettivo è stato perseguito realizzando delle schermature con pannelli solari termici sottovuoto a circolazione forzata i cui collettori, provvisti di una superficie captante pari a 3 m2 per singola unità, sono in grado di coprire oltre il 60% del carico termico riconducibile all’acqua calda sanitaria (figg. 8-14).
giustificazione delle scelte impiantistiche
12. edificio in fase di realizzazione.
Nella predisposizione degli elaborati progettuali relativi agli impianti si è tenuto conto dei seguenti obiettivi: • rispondenza degli stessi alle norme specifiche vigenti; • sicurezza funzionale e gestionale; • garanzia di comfort ambientale in riferimento alla destinazione d’uso dei locali; • affidabilità e semplicità funzionale;
90 Progetti
13. edifici in fase di realizzazione.
14. edifici ultimati.
• • • • • •
durabilità e facilità manutentiva dei componenti impiegati; flessibilità di esercizio; contenimento energetico e basso impatto ambientale durante il ciclo di vita stimato; economicità gestionale; utilizzo di energie rinnovabili; recupero delle risorse naturali.
In particolare, l’impiantistica a servizio delle unità abitative di cui sopra tiene conto delle caratteristiche peculiari dell’involucro edilizio, della volontà di ridurre fortemente i fabbisogni energetici e di incentivare l’impiego di fonti di energia rinnovabile, tutto ciò senza compromettere il perseguimento di livelli ottimali di comfort abitativo. Ogni unità immobiliare è infatti dotata di un proprio impianto solare per la produzione dell’acqua calda sanitaria in grado di garantire, da solo, oltre il 60% del fabbisogno annuale. Tale impianto risulta integrato da un camino caldaia – alimentato a pellet e dotato di recuperatore di calore per l’ACS – che costituisce l’elemento cardine dell’intero impianto di riscaldamento. La produzione di acqua calda sanitaria durante la stagione invernale viene pertanto ottenuta tramite il camino caldaia di cui sopra. Per le restanti stagioni, come già accennato, essa viene prodotta tramite i pannelli solari termici posizionati come frangisole di parete a protezione della serra solare (con esposizione sud) e da un accumulo di circa 150 litri a circolazione for-
zata. Al fine di garantire una sufficiente quantità di acqua calda di consumo anche in condizioni climatiche sfavorevoli, l’impianto è comunque dotato di una resistenza elettrica posta nella parte alta del boiler solare: tale accessorio risulta provvisto di termostato manuale al fine di consentire al singolo utente la gestione dell’intervento della resistenza elettrica in funzione delle proprie esigenze. Il riscaldamento degli ambienti viene garantito da radiatori in alluminio alimentati direttamente dal camino caldaia mediante un proprio circolatore. Inoltre, al fine di poter agevolmente regolare la temperatura ambiente, ciascun radiatore è dotato di una valvola termostatica tarabile. Tale sistema prevede comunque un regime costante di alimentazione del camino al fine di mantenere i singoli radiatori a una temperatura media di circa 57°C e con una temperatura ambiente di 20°C. Si evidenzia inoltre che, ai fini del rispetto delle norme di sicurezza, il sistema camino caldaia è dotato di apposito vaso di espansione, di valvole di sicurezza omologate e valvole di scarico termico. Tali scelte, che possono apparire non appropriate né adeguatamente contestualizzate, tengono in realtà conto dei concetti richiamati in precedenza, sia in termini di tradizioni locali e di economia gestionale, che in materia di sostenibilità ambientale. Il tutto non disgiunto dai risultati finali attesi in termini di comfort. Tali soluzioni progettuali hanno consentito, infatti, un dimensionamento responsabile e congruo della dotazione impiantistica da installare nei nuovi corpi di fabbrica. Sempre al fine di consentire l’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili, in ogni palazzina è stata realizzata una falda della copertura destinata ad accogliere i pannelli fotovoltaici in modo ottimale e integrato. L’intero complesso è stato dotato di un impianto fotovoltaico a servizio delle utenze condominiali. Tale impianto (realizzato con l’installazione di moduli in silicio policristallino) risulta connesso alla rete e, con una potenza di picco di circa 20 kWp, è in grado di coprire totalmente i carichi. Inoltre, lo stesso beneficia dei vantaggi offerti dal Conto Energia (impianto integrato) (figg. 15-21). Tutte le utenze sanitarie sono dotate di rete di raccolta e scarico delle acque usate e in particolare – avendo previsto la differenziazione tra acque nere e acque grigie – per ciascuna unità abitativa sono stati realizzati due allacci ad altrettante colonne di scarico che confluiscono nei rispettivi pozzetti. Pertanto le acque nere vengono direttamente scaricate nella rete fognaria, mentre le acque grigie risultano convogliate nel sistema di trattamento per un successivo recupero. In particolare, le reti di scarico sono state realizzate con tubazioni in PVC, serie pesante, con appositi pozzetti di ispezione. Ancora, a base colonna è stato previsto un sifone ispezionabile per le normali operazioni di manutenzione e pulizia. A completamento degli accorgimenti di bioedilizia, si segnala inoltre un sistema di raccolta e utilizzo delle acque meteoriche provenienti dalle coperture e delle acque grigie: entrambe vengono, infatti, convogliate in un’unica rete sino all’impianto di trattamento. Le acque trattate confluiscono poi in un serbatoio di accumulo e da questo, mediante un sistema di pompaggio e una rete in pressione, vengono ridistribuite per l’alimentazione delle cassette di scarico dei wc.
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15. impianto solare termico: schema di funzionamento.
16. Schermature esterne con impianto solare termico integrato.
17. Schermatura esterna con impianto solare termico integrato vista dalla serra solare.
18. Funzionamento serre solari durante la stagione invernale (completamente chiuse) ed estiva (completamente aperte).
19. rendering dell’integrazione degli impianti solari termici e fotovoltaici.
20. integrazione dell’impianto fotovoltaico.
91
92 Progetti
23. Sintesi delle scelte architettoniche e impiantistiche effettuate.
21. Persiane scorrevoli in alluminio.
Recupero acque meteoriche Cucina 30%
WC 30%
Docce Lavabi 30% Pulizia 10%
22. Sistema di raccolta e riutilizzo delle acque meteoriche.
Monitoraggio degli edifici Così come previsto dal programma CQ2, gli edifici sono stati sottoposti a una campagna di monitoraggio strumentale per verificare in situ le prestazioni dell’involucro. Sono state eseguite indagini termo-flussimetriche per la misura della trasmittanza in opera e indagini termografiche per la verifica della corretta esecuzione della coibentazione. Le prime consistono nella misura del flusso di calore attraversante un punto dell’involucro in funzione della differenza di temperatura registrata tra l’interfaccia esterna e interna della stessa parete. Le misure sono state eseguite seguendo le indicazioni della norma ISO 9869:1994, che attualmente rappresenta l’unico standard di riferimento, peraltro mai recepito a livello nazionale. Per l’applicazione degli strumenti e per l’esecuzione della prova, questa prescrive opportuni accorgimenti. Nel caso specifico è stato necessario verificare l’assenza di ponti termici nella zona di misura tramite una termografia preliminare e posizionare i sensori a una distanza da punti di discontinuità della parete pari ad almeno due volte lo spessore della stessa. Altra prescrizione da seguire è quella di evitare l’irraggiamento solare diretto sulla parete esterna. Questo, oltre a rallentare il flusso uscente dall’edificio, influenza la misura di temperatura superficiale esterna, scaldando i sensori. Per questo motivo, nel caso in esame, si è scelto di realizzare le misure sulla facciata nord. Sempre per lo stesso motivo i sensori di flusso devono
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24. Pianta con il posizionamento degli strumenti di misura ed evidenziazione dei punti di presa delle immagini termografiche.
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essere posizionati sulla superficie interna della parete. La durata minima della prova deve essere di almeno 72 ore e in questo intervallo di tempo deve essere garantito un flusso termico attraverso la parete il più costante possibile e il più vicino a quelle che sono le condizioni di esercizio dell’edificio. A questo proposito è bene ricordare che, sebbene non specificatamente prescritto dalla norma, alcuni manuali di utilizzo dei termo-flussimetri richiedono un salto termico tra ambiente interno ed esterno pari ad almeno 10°C1. Nelle zone climatiche più calde del territorio nazionale è pertanto molto limitato il tempo per eseguire le prove, dal momento che la temperatura media, anche nei mesi invernali, può essere di 9°C. Nel caso in oggetto (il comune di Carbonia è in zona climatica C) è stato necessario valutare con attenzione le previsioni meteorologiche per individuare il momento opportuno per effettuare le misure ed è stato necessario mantenere gli impianti di riscaldamento in funzione per l’intero periodo della misura. Sono stati posizionati, inoltre, dei sensori di temperatura interna per verificarne il corretto esercizio. Il posizionamento degli strumenti è desumibile dalla figura 24. Il grafico con i risultati del metodo delle medie progressive, suggerito dalla norma citata e applicato ai dati di temperatura superficiale e flusso rilevati, è riportato in figura 27. Da questo si rileva come il valore, dopo un certo numero di giorni, si attesti intorno a 0,3 W/m²K, che al netto delle incertezze di misura è in linea con il valore di progetto. Se la misura termo-flussimetrica è in grado di dare un valore molto preciso della trasmittanza in opera, questo però è necessariamente valido solo nel punto di posizionamento dei sensori. Per verificare l’omogeneità del comportamento termico dell’involucro è necessario realizzare delle termografie, che, sebbene abbiano incertezze maggiori, consentono di avere una visione d’insieme dell’edificio. Anche la termografia, come la termo-flussimetria, necessita di un piccolo progetto di misura tramite il quale stabilire, per esempio, il momento in cui eseguire le riprese. Nel caso in oggetto, volendosi individuare eventuali problemi nella coibentazione, l’indagine è stata realizzata con gli impianti in funzione e nelle primissime ore del mattino per massimizzare il flusso termico uscente dall’involucro. I risultati sono evidenziati nelle figure 28 e 29, in cui si nota una completa uniformità della temperatura superficiale, indice della corretta posa del cappotto esterno (figg. 24-29).
Conclusioni 25. Strumenti per la misura della trasmittanza: sensori di temperatura superficiale esterna.
La scelta dei materiali, il posizionamento degli edifici in oggetto rispetto all’asse eliotermico, nonché la loro dotazione impianti-
94 Progetti
26. Strumenti per la misura della trasmittanza: sensori di temperatura superficiale interna e flusso termico.
27. Andamento della trasmittanza termica misurata sulla parete nord dell’edificio 2 (media ultime 24h: 0,32 W/m²K).
28. Composizione immagini termografiche dell’edificio 2 – lato est.
29. Composizione immagini termografiche dell’edificio 2 – lato Nord.
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stica, consentono di considerare tale intervento pienamente in linea con i criteri della bioedilizia. Consapevoli del fatto che un utilizzo scorretto dell’energia – teso unicamente al conseguimento del comfort nell’ambito del costruito – può comportare alterazioni climatiche difficilmente contrastabili (se non addirittura irreversibili), occorre ripensare il modo di progettare e costruire gli edifici, ricordando che a errori di valutazione iniziali conseguiranno, nel lungo periodo, inevitabili e negative ripercussioni. È pertanto giunto il momento di attuare delle scelte opportune e responsabili, anche consci del fatto che, almeno in larga misura, si è in possesso di tutte le conoscenze necessarie per poter realizzare le adeguate azioni correttive. Il caso di studio qui
riportato testimonia come si possano perseguire livelli di comfort e di efficienza energetica ottimali – frutto di determinazioni consapevoli e condivise – anche in virtù della conoscenza delle caratteristiche e delle tradizioni dei luoghi di edificazione. Queste, unitamente ad appropriate previsioni circa le future esigenze degli utenti, possono essere considerate come elementi cardine sulla base dei quali maturare opportune e proficue scelte progettuali. Note 1 - Cfr Desogus G., Mura S., Ricciu R., “Comparing different approaches to in situ measurement of building components thermal resistance”, Energy and Buildings, vol. 43 (2011), pp. 2613-2620.
impianto – orientamento Sud – inclinazione 30°
Per 20 anni di produzione
Potenza (a) kWp produzione stimata kWh/anno
(b) Tariffa C.E. €/kwh
(c=a*b) Ricavo annuo €
(d) (e=a*d) (f=c+e) (g) (h=f*20) Tariffa ENEL Risparmio € Totale annuo € Costo impianto € Ricavo €/kwh €
20,00
0,44
13.200
0,18
30.000
95
5.400
18.600
130.000
(h-g) (g/f) Guadagno € (PBT) Rientro anni
372.000 242.000
~ 7,0
tabella 1. Prestazioni dell’impianto fotovoltaico.
trASMittANZe terMiChe ASSoCiAte ALL’iNVoLuCro degLi ediFiCi vs. LiMiti di Legge – u [W/m2K] VALORI DI PROGETTO
LIMITI DI LEGGE
LIMITI DI LEGGE RIDOTTI DEL 30%
TRASMITTANZA TERMICA SUPERFICI OPACHE VERTICALI
0,28
0,46
0,32
TRASMITTANZA TERMICA COPERTURA
0,21
0,42
0,29
TRASMITTANZA TERMICA PAVIMENTO
0,34
0,49
0,34
TRASMITTANZA TERMICA SERRAMENTI
1,91
3,00
2,10
tabella 2. Prestazioni termiche dell’involucro: confronto tra i valori delle trasmittanze di progetto e i limiti di legge in vigore al momento dell’autorizzazione a costruire (anno 2008).
Sustainability in building: the example of CQ2 in Carbonia The paper describes an integrated planning project carried out in the city of Carbonia (in Sardinia) and is referred to a public housing building complex. Such a project was developed within a wider requalification plan – involving both the social and urban planning sectors – with the final goal of achieving high energy performance levels (in this case 30% higher than the current law limits). At this purpose, on the one hand opportune energy saving measures were adopted (such as bioclimatic and passive strategies), and on the other hand – recalling the public and social features of this project – a low maintenance demand and an easy operating level were attained.
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96 Studi e riCerChe
The quality in the recovery processes: interdisciplinary openings and technological innovation The management of the process of intervention on historical heritage has obvious differences compared to new construction. These depend on the complexity of the objects, the need for continuous in-depth knowledge, the randomness of the choices, the difficulties that arise during the implementation of technical operations, the lack of preparation in maintenance and management activities after renovation works. These facts often reflect in bad quality of the whole process. In this context lies the research presented, aimed at better management of the intervention process on historical complex, through the construction of a tool that can be assumed as operational support, usable for: the acquisition and management of knowledge in the early stages of design and construction and in each other stage of the process. Overcoming existing information systems, aim of the research is the contruction of a BIM meta-model (Building Information Modelling), based on the consistency of spatial artifacts and parametric relationships between their constituent parts.
La qualità nei processi di recupero: aperture interdisciplinari e innovazione tecnologica La gestione del processo d’intervento sul patrimonio costruito presenta evidenti differenze e difficoltà rispetto alla nuova edificazione per la complessità degli oggetti su cui si interviene e la necessità di costanti approfondimenti. gestione dei processi di recupero – valorizzazione –complessità – BiM – iCt
giovanna Franco Professore associato di Tecnologia dell’Architettura, dottore di ricerca in Recupero Edilizio e Ambientale, Università di Genova. francog@arch.unige.it
Articolo sottoposto a Peer review.
A più di trent’anni dalle prime sperimentazioni e “teorizzazioni” intorno alla tematica del recupero edilizio che allora, nelle università italiane, andava nascendo con un proprio ambito disciplinare, la comunità scientifica ha ampiamente approfondito i problemi legati alla conoscenza, all’impostazione dei progetti, alla compatibilità del riuso, alle tecniche di intervento. Dal tessuto edilizio, fino ad allora considerato “minore” rispetto a un patrimonio storico tutelato, i campi di interesse si sono ampliati verso le costruzioni del passato recente (l’edilizia novecentesca), le specificità locali, le comunità rurali, il paesaggio, fino ad allargarsi all’intero ambiente costruito. Il rinnovato interesse verso la sostenibilità delle costruzioni, l’ambiente e l’attenzione all’impronta ecologica hanno portato anche quella parte di comunità scientifica tradizionalmente lontana da questi temi a riscoprire alcuni valori dell’edilizia tradizionale, fornendo nuovi impulsi alla ricerca applicata e alle pratiche del recupero. Il problema e la tematica del recupero si aprono oggi a nuove e inesplorate frontiere di
ricerca, allargando la visuale verso orizzonti inediti, con un approccio davvero inter- e forse trans-disciplinare, unendo al primario obiettivo di salvaguardia e di tutela di un patrimonio costruito, fonte innanzitutto di cultura materiale, le sfide “sociali” a cui la cultura contemporanea è chiamata a dare risposta.
La qualità nei processi di recupero e il problema della loro gestione efficiente ed efficace La gestione del processo d’intervento sul patrimonio costruito presenta evidenti differenze e difficoltà rispetto alla nuova edificazione. Sono difficoltà che investono le fasi conoscitive, le procedure di appalto, la gestione del cantiere e il successivo ciclo di vita dei manufatti. Nonostante da decenni il recupero edilizio costituisca campo di prevalente interesse del settore delle costruzioni in Italia, la cultura edilizia nazionale non è preparata a gestire, in modi efficienti ed efficaci, complesse operazioni di recupero e riuso di grandi complessi architettonici. Ciò non pone
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1. inquadramento urbano del complesso dell’Albergo dei Poveri di genova.
in discussione le competenze dei singoli “tecnici” coinvolti nel processo, ma riflette alcune peculiarità che incidono negativamente sui suoi esiti. Le maggiori difficoltà dipendono da: • frammentazione di conoscenze e di saperi, tematicamente separati tra loro e che intervengono, nel processo edilizio, in momenti e a scale differenti; • incapacità di gestire le informazioni e la loro variabilità in un processo temporale in evoluzione, per cui ogni aggiornamento (se esiste e quando esiste) è un nuovo “strato” informativo indipendente da quello precedente. Eppure i nessi tra informazioni (ad es. topologiche) sono fondamentali per comprendere l’edificio, il suo stato, le ragioni del suo degrado e, ancor più, per la fase di progetto e di cantiere; • molteplicità di attori coinvolti, mossi da interessi spesso contrastanti e conflittuali; • impiego di strumenti e metodi di rappresentazione tendenzialmente bidimensionali che non facilitano la connessione tra informazioni; Tali fattori, con altri, contribuiscono spesso a vanificare gli obiettivi di qualità degli interventi, dilatandone i tempi di esecuzione, incrementandone i costi e inficiandone gli esiti.
In questo quadro, irrompono ora le nuove tecnologie informatiche che offrono indubbi vantaggi per la gestione di informazioni e dati di varia natura, ma soffrono anche di evidenti limiti, spesso insiti nella costruzione di modelli difficilmente in grado di recepire e restituire realtà complesse. Per migliorare la qualità nella gestione di processi di recupero complessi, infatti, si avverte la necessità di: • gestire numerose informazioni, di varia origine e natura; • organizzare tali informazioni e la loro variabilità, in fase di studio, di progettazione, in cantiere e nella gestione successiva del bene; • porre in corretta relazione reciproca le diverse tipologie di informazioni e riferirle ai luoghi, registrando le variazioni che il progetto e il cantiere inducono in essi; • rendere utilizzabili tali informazioni nei processi decisionali, aperti e non predeterminabili, di ogni cantiere, riducendo quindi i tempi e i costi delle operazioni durante la vita dei manufatti; • ridurre i rischi e minimizzare gli imprevisti connaturati a ogni progetto sull’esistente; • evitare eccessivi e insostenibili gradi di discrezionalità delle scelte, non solo in fase di progettazione e realizzazione, ma
2. L’Albergo dei Poveri di genova è tuttora legato allo spazio verde della valletta del rio Carbonara. il progetto di recupero sarà legato a una complessiva rivitalizzazione dello spazio verde.
3. La raffigurazione storica: censimento dei terreni annessi all’Albergo dei Poveri, 24 luglio 1872.
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anche di autorizzazione da parte degli Enti preposti alla tutela; • programmare la manutenzione preventiva necessaria dopo l’intervento. Con questi obiettivi, è stata di recente avviata un’attività di ricerca a livello nazionale1 che intende esplorare la possibilità di trasferire, adattandoli alla complessità del patrimonio storico, monumentale e non, strumenti nati per la gestione del processo edilizio delle nuove costruzioni, quali i Building Information Modelling (BIM), utilizzando innovativi modelli 3D, 4D, n-D per gestire diverse famiglie di informazioni, statiche e dinamiche, ancorate alla “spazialità tridimensionale” dei manufatti e non solo alle loro superfici. Si tratta di strumenti poco presenti in Italia ma assai diffusi nei paesi anglosassoni del nord-Europa e negli Stati Uniti, anche per la gestione del patrimonio storico tutelato. Il BIM consente di realizzare un efficace coordinamento tra gli operatori del processo edilizio, una migliore consequenzialità tra le sue fasi, un effettivo risparmio (in termini di tempi e costi). Se efficacemente costruiti e utilizzati, essi potrebbero inoltre incidere positivamente sulla qualità degli interventi, eliminando rischiosi margini di discrezionalità o d’invasività per la tutela dei manufatti. I “Green BIM” introducono poi, nella gestione del processo edilizio, parametri legati alla sostenibilità dell’intero ciclo di vita dei manufatti e alla certificazione ambientale, al comportamento energetico e alle azioni legate a suo possibile miglioramento, temi ancora non percepiti come cruciali, nel campo del recupero dell’edilizia tradizionale e, ancora di più, del patrimonio tutelato. Esso, infatti, è stato finora escluso da ogni specifica riflessione su tali aspetti o da sperimentazioni attente alle loro conseguenze sui manufatti e sul loro intorno. La situazione è resa evidente persino dalla Direttiva Europea in materia di risparmio energetico che ha “stralciato” tale patrimonio dall’obbligo di adeguamento agli adempimenti normativi in essa previsti, sia per problemi di compatibilità, di rispetto e d’interesse storicoculturale, sia per la distanza che la comunità scientifica, coinvolta nella sua conservazione e nel suo recupero, solitamente esprime per l’innovazione tecnologica. Con il lavoro integrato di esperti di diverse discipline, guidati da interessi e obiettivi comuni (anzitutto la tutela e la corretta gestione dei processi di recupero), può emergere un innovativo percorso di ricerca. Esso tende a creare uno specifico BIM per il patrimonio storico, ricco di dati, informazioni e valutazioni legate alla storia e alla consistenza del costruito, oltre che alla sostenibilità di ogni intervento su di esso, in termini di risparmio di risorse e di impatti sull’ambiente, durante l’intero ciclo edilizio, compresa la fase di dismissione di materiali e componenti in cantiere.
4. ricostruzione 3d della valle del rio Carbonara e del complesso monumentale. elaborazione arch. elena Macchioni.
recupero e riuso dell’Albergo dei Poveri di genova. un’occasione di ricerca La ricerca si avvale di un importante caso studio per l’acquisizione di risultati specifici e la costruzione di un modello “virtuale” di gestione delle informazioni, utili anche a scala più generale e con riferimento a manufatti e luoghi diversi. Esso è costituito dall’Albergo dei Poveri di Genova, vasto complesso “assistenziale” costruito fuori le mura urbane modificando radicalmente una valle naturale. Seguendo la volontà di creare un luogo di carità universale in grado di assorbire anche i reclusori sparsi per la città di Genova, nei primi decenni del XVII secolo fu decisa la fondazione di un nuovo reclusorio basato sulla segregazione dei ricoverati secondo il sesso, l’età, la condizione sociale e fisica. L’Albergo dei Poveri fu così il primo edificio a essere costruito appositamente per accogliere i poveri e i bisognosi della città; il suo aspetto architettonico e la sua struttura organizzativa rispecchiano le idee della politica assistenzialista genovese e principalmente quelle di Emanuele Brignole, che, a partire dalla data del 27 agosto 1656, giorno in cui concluse il contratto per la nuova costruzione, dedicò la sua intera vita e il suo capitale alla realizzazione del reclusorio. La scelta del sito ricadde sulla valle di Carbonara, che si rivelò il sito ideale: era ubicata tra le vecchie e le nuove mura (quindi non in città ma non lontano da essa), morfologicamente si presentava molto scoscesa e quindi poco appetibile per la specula-
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5. La facciata principale, rivolta a sud, in una fotografia d’epoca.
6. ricostruzione 3d del complesso architettonico. elaborazione arch. elena Macchioni.
zione immobiliare, dotata di acqua (per la presenza del Rio Carbonara, che sfociava in porto) e di aria salubre; non per ultimo, il terreno era costituito da terra rocciosa dalla quale si poteva ricavare materiale da costruzione, riducendo sensibilmente i costi di costruzione. Alla realizzazione del progetto dell’Albergo parteciparono i capimastri e gli architetti più esperti e attivi a Genova, come era tradizione del modo di costruire tra il cinquecento e il seicento. Le decisioni più influenti dal punto di vista “estetico” erano prese però dalla committenza che, influenzata soprattutto dai modelli di Gian Galezzo Alessi e dalle proposte di Bartolomeo Bianco per la realizzazione dei palazzi della famiglia Balbi, guidava e controllava le scelte progettuali. Il complesso monumentale, che occupa una superficie totale di circa 60.000 mq, presenta un impianto e una volumetria in parte difformi rispetto al primo progetto; esso fu terminato nel 1832 in modo incompleto rispetto al programma originario per una serie di problemi economici, gestionali e tecnico-operativi, anche dovuti alle difficoltà sorte dal necessario sbancamento di un costone roccioso sul lato occidentale. In ogni caso, il primo impianto planimetrico, che ha guidato comunque la realizzazione dell’opera, prevedeva la costruzione di una pianta quadrangolare divisa simmetricamente in quattro quadranti, incentrati sulla zona della chiesa a croce greca (condizionata dalla tradizione quattro-cinquecentesca degli edifici a carattere assistenziale), posta all’incrocio dei due assi del quadrato di base. L’altare della Chiesa, posto al centro dei due assi,
favoriva il controllo visivo di tutte le corsie e, allo stesso tempo, permetteva ai ricoverati di assistere alle funzioni religiose. Il complesso fu poi inglobato nell’espansione della città moderna e ha ormai perso il ruolo assistenziale durato più di tre secoli. L’Albergo dei Poveri, tuttora di proprietà dell’Azienda Servizi alla Persona “Emanuele Brignole-Sale”, è stato affidato in comodato (per 50 anni) all’Università che ne ha in carico la gestione e che sta sviluppando il progetto per il suo completo riuso come sede del “polo umanistico”. Nonostante il parziale nuovo utilizzo, manca un’esatta conoscenza dello stato fisico del complesso e una condivisa previsione sui tipi, i modi e le forme del suo uso futuro. Per questi motivi, l’Area Sviluppo Edilizio dell’Ateneo genovese ha siglato un accordo quadro con la Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e per il Paesaggio, per costruire un quadro conoscitivo affidabile, aggiornato e aggiornabile, del complesso. La ricerca in corso costituisce dunque un valore aggiunto per le attività in previsione e consente di costruire una “piattaforma” BIM per gestire numerose informazioni complesse, in continuo incremento e mutazione, costruita intorno a un modello 3D del complesso utile anche per la sua gestione futura, assicurandone l’adeguamento alle complesse normative esistenti (sicurezza sismica, sicurezza al rischio incendi, comfort, accessibilità universale, ecc.), prevedendo fasi e modi di attuazione degli interventi scaglionati nel tempo, con procedure di appalto “sostenibili” e corretti metodi di manutenzione programmata successiva.
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dall’edificio reale al modello virtuale
8. Fotoraddrizzamento del prospetto principale del ramo nord, a cura del laboratorio MArSC (Metodiche Analitiche per il restauro e la Storia del Costruito), università di genova.
9. Fotoradrizzamento del fronte est del corpo di accesso alla Chiesa, denominato ante-Chiesa. elaborazione a cura della Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio, università di genova.
10. rappresentazione 3d del rilievo laser scanner sullo scalone di ingresso e atrio monumentale al piano nobile. elaborazione arch. daniele di Martino.
Il modello informativo raccoglie un’elevata densità ed eterogeneità di elementi informativi, quali: 1. Gli esiti del rilievo geometrico, con applicazione di varie tecniche per valutarne l’efficacia e misurarne i gradi di affidabilità. Sono state eseguite campagne di: rilievo topografico di controllo delle geometrie generali del complesso; restituzione mista di rilievo con integrazione di strumenti topografici e fotogrammetrici (fotoraddrizzamento rigoroso e sistema ZScan); rilievo Laser Scanner. 2. Rappresentazioni bi-e tridimensionali in restituzione dei dati del rilievo in ambiente parametrico, in relazione a: tipo di tecniche mensorie utilizzate anche in modi integrati; livello di precisione perseguibile nella restituzione di geometrie complesse e irregolari; selezione di “famiglie di oggetti” parametrizzabili (quali per esempio gli elementi costruttivi); creazione di specifiche famiglie di “oggetti” caricabili. 3. Raccolta e catalogazione di informazioni su materiali ed elementi costruttivi e loro relazione con il modello tridimensionale. 4. Analisi dello stato di conservazione dell’edificio in termini “dinamici” (evoluzione, cause, aggravanti…) e loro relazione con i dati sui materiali; inserimento nel modello tridimensionale. 5. Informazioni di tipo storico archivistico, da incrociare con la lettura del manufatto. 6. Tracce stratigrafiche su elementi costruttivi integrate con informazioni su materiali, tecniche costruttive, degrado. 7. Rilevazione delle reti impiantistiche, ormai dismesse, per registrare tracce e passaggi nelle strutture murarie e nei sistemi voltati. 8. Analisi del comportamento “energetico” del complesso, individuazione delle caratteristiche termiche delle parti costruttive, delle dispersioni energetiche, per la successiva individuazione di interventi appropriati al miglioramento del suo comportamento. 9. Individuazione dei fabbisogni di energia termica, elettrica e di refrigerazione, in relazione ai nuovi usi proposti e proponibili2, anche per valutare i sistemi più efficienti di produzione energetica, con particolare riferimento alle energie rinnovabili. Il passaggio dall’edificio al modello BIM richiede di valutare di volta in volta guadagni e perdite, per non creare un modello avulso dall’edificio reale. Accanto a possibili guadagni in termini di semplificazione della gestione delle informazioni, eliminazione di eccessivi margini di discrezionalità, possibilità di ulteriori elaborazioni, simulazioni, sono infatti presenti rischi e possibili conflitti. Essi posso riguardare: la reale possibilità di far convive-
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re nel modello informazioni con diversi gradi di affidabilità e dettaglio, l’eventualità di dover scegliere alcune informazioni da “sacrificare” a favore di altre, la necessità di creare più modelli per non perdere troppe informazioni, e dunque provocare nuova dispersione dei dati con possibile perdita di informazioni essenziali a definire l’identità e unicità dei singoli elementi e del manufatto nel complesso.
11. Pianta del piano primo, a cui appartengono gli spazi monumentali del complesso; al centro della croce greca è localizzata la Chiesa di S. Maria immacolata. elaborazione arch. elena Macchioni.
Note 1 - Si fa riferimento al Progetto di ricerca di Rilevante Interesse Nazionale PRIN 2010 dal titolo “Modellazione e gestione delle informazioni per il patrimonio edilizio esistente – Built Heritage Information Modelling/Management BHIMM” coordinato dal prof. Stefano Della Torre, Dipartimento ABC, Politecnico di Milano. L’Autore appartiene all’unità di ricerca dell’Università di Genova, il cui responsabile scientifico è il prof. Stefano F. Musso. Le altre unità di ricerca fanno capo alle università di Brescia e Roma La Sapienza, al Politecnico di Torino, al CNR. 2 - Le attività di ricerca relative ai punti 7, 8 e 9 fanno specifico riferimento a un finanziamento di ricerca sul Fondo Sociale Europeo Regione Liguria 2007-2013 Asse IV “Capitale Umano” obiettivo specifico l/6, per il progetto intitolato “Smart grid: la gestione intelligente del patrimonio storico monumentale” con il supporto tecnico di un partner industriale, Ansaldo Energia, sotto la responsabilità scientifica dell’Autore, ricercatore Marco Guerrini.
12. rappresentazione 3d dello schema strutturale e degli elementi portanti principali della copertura del ramo nord, uno degli esempi superstiti di copertura originaria. elaborazione architetti Simonetta Acacia e Marta Casanova.
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Spread wetlands for the environmental rehabilitation of Agro Pontino The author explains the project Rewetland, Widespread introduction of constructed wetlands for a wastewater treatment of Agro Pontino, funded by the European Commission under the Life Plus 2008, now in the implementation phase of the pilot interventions. Rewetland is a demonstrative and experimental project, which provides for the establishment of an Integrated Environmental Regeneration, on a large scale, through the application of widespread phytoremediation techniques. The project operationally addresses the theme of conservation and management of natural resources, in the specificity of water resources, with the aim of contributing to the needs of qualities, which have evolved within the framework of European environmental policy, by outlining the potential developments, with important repercussions on the “rules” of the technological project for a stronger convergence of multiple disciplinary contributions and in the direction of a tight integration between different scales, themes and methods of intervention1.
Zone umide diffuse per la riqualificazione ambientale dell’Agro Pontino Rewetland è un progetto dimostrativo e sperimentale, che prevede la predisposizione di un programma integrato di riqualificazione ambientale, a scala vasta, attraverso l’applicazione di tecniche di fitodepurazione diffusa. Progetti Pilota – riqualificazione Ambientale – risorse idriche – Zone umide
Maurizio Sibilla Architetto, dottore di ricerca in progettazione ambientale mauriziosibilla@libero.it
Articolo sottoposto a Peer review.
La matrice agricola della Pianura Pontina: caratteri dell’area di studio
gestione della risorsa idrica: quadro normativo ed esperienze internazionali
L’Agro Pontino è il risultato di una drastica opera di trasformazione del paesaggio, realizzata dalla ‘Grande Bonifica’ negli anni ‘20 del ‘900 (fig. 1). Sebbene la matrice agricola, permeata dal reticolo idrografico dei canali di bonifica caratterizzi ancora il paesaggio locale, uno sviluppo urbano irrazionale e la progressiva intensivizzazione e industrializzazione dell’agricoltura hanno provocato una diffusa perdita di riconoscibilità, naturalità e biodiversità dell’ecosistema nel suo complesso. L’Agro Pontino rappresenta, sotto il profilo della naturalità, un “punto di minimo” rispetto al contesto regionale, con le due eccezioni del Parco Nazionale del Circeo e della Riserva Forestale di Nettuno. Le condizioni di degrado ambientale, riscontrate nella zona, sono riconosciute tra le più critiche a livello regionale, in particolare per quanto riguarda l’inquinamento dei corpi idrici superficiali 2 (fig. 2).
Il tema della gestione sostenibile delle risorse idriche è una priorità della politica ambientale comunitaria. La riforma del quadro normativo di riferimento, sia a livello europeo che nazionale, determinata dalla Direttiva quadro sulle acque (2000/60/CE, emendata dalla 2008/32/CE), ha rappresentato un passo fondamentale per l’avvio di strategie integrate di lungo termine. Gli stati membri dovranno identificare le ‘zone idrografiche’ e avviare dei ‘piani di gestione integrata’ per i diversi bacini e dei programmi di intervento su tutto il ciclo dell’acqua, raggiungendo un ‘buono stato ambientale’, entro il 2015. Oltremodo, conformemente al principio ‘chi inquina paga’, i costi ambientali saranno integrati nel prezzo dell’acqua, in funzione dei vari usi (agricolo, industriale, domestico). Con tale direttiva, gli ecosistemi acquatici e l’uso delle risorse idriche sono stati strettamente legati fra loro nell’ambito di un unico ambizioso obiettivo di sostenibilità3.
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In questo scenario di politica ambientale, la letteratura scientifica ha riconosciuto le zone umide tra le risorse ambientali più importanti e più minacciate del mondo. Dal dibattito emerge che la conservazione di questi ecosistemi deriva, in primo luogo, dal riconoscimento dell’alto valore, dei beni e dei servizi, che questi forniscono alla società. Ma a fronte di questo riconoscimento diverse sono le difficoltà: da un lato, una carenza di dati analitici, necessaria per fornire una quadro conoscitivo esaustivo sullo stato del funzionamento del servizio eco sistemico, così da utilizzare opportune tecniche e tempistiche di intervento; dall’altro, la carenza di strumenti integrati, in grado di
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risolvere conflitti decisionali, dovuti alla sovrapposizione di interessi e soggetti diversi. Criticità che rendono difficile e farraginosa l’attuazione di programmi di riqualificazione4. Nell’arco temporale degli ultimi 10 anni, una serie di programmi sperimentali distribuiti nell’areale europeo, hanno contribuito a perfezionare metodi e strumenti per colmare inefficienze, di processo e di tecniche di intervento. In particolare, il progetto Econet (Life 1999-2003) ha maturato un’esperienza sul tema della costruzione di reti ecologiche nell’ambito della riqualificazione dei corsi d’acqua. Il progetto Smurf (Sustainable Mangement of Urban Rivers and Floodplains, Life 2002-2005), esperienza
1. evoluzione storica e paesaggistica dell’Agro Pontino: in alto, 1678, Cornelio Meyer; 1693 giacomo Ameti romano; al centro 1685: giovanni girolamo Caccia; 1759; Angelo Sani; fonte, Lazio Pontificio tra terra e mare. Storie e immagini dell’archivio di Stato di roma, a cura di M. g. Branchetti e d. Sinisi, gangemi editore, roma, 2005. in basso Planimetria dell’Agro Pontino a seguito della bonifica; fonte: Consorzio di Bonifica dell’Agro Pontino.
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incentrata sulla comunicazione e condivisione delle informazioni tra i soggetti partecipanti. Il progetto Sellustra (Life 20002004), in cui la ricerca sperimentale ruota attorno all’identificazione di opportuni indicatori per il bio-monitoraggio e la con-
seguente appropriatezza tecnica d’ intervento. Nonostante gli importanti sviluppi degli apparati metodologici operativi, rappresentati dalle sperimentazioni pregresse, il tema del progetto integrato finalizzato a una gestione sosteni-
2. estratto Piano regionale di tutela delle Acque, tav.6: Stato di qualità. A seguire, serie di vedute aeree: in alto Pianura Laghi costieri; in basso area in prossimità del Parco Nazionale del Circeo; Canale Colmata, Marina di Latina; foto C. Perrotto, archivio Provincia di Latina.
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bile delle risorse ambientali, rimane una sfida aperta. In tal senso, il programma Rewetland rappresenta un contributo specifico alle istanze di qualità rispetto al quadro di sviluppo delle politiche ambientali, fornendo un avanzamento alle metodologie operative per processi di trasformazione integrata in chiave ecologica, finalizzata alla conservazione e valorizzazione del suolo.
Struttura e profili di innovazione del Programma Rewetland Il programma Rewetland prevede la predisposizione di azioni integrate, costruite attorno all’obiettivo di riqualificazione ambientale del reticolo idrico dell’Agro Pontino, attraverso impianti di fitodepurazione diffusa (fig. 3). Il programma è strutturato in tre fasi, sotto articolate: 1. Fase preparatoria (mesi 1-9): a. relazione sullo stato dell’ambiente: fase tesa a individuare, organizzare e presentare le informazioni sullo stato dell’ambiente dell’intero bacino idrografico della Pianura Pontina; b. redazione degli studi di fattibilità per i potenziali progetti pilota: si delineano scenari fornendo un’analisi approfondita delle condizioni esterne per gli ambiti di progetto selezionati. 2. Fase operativa (mesi 6-33):
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a. analisi ambientali di dettaglio: costituiscono gli approfondimenti tecnici e non tecnici, necessari alla redazione del programma di riqualificazione ambientale; b. preparazione della banca dati geografica; uniformazione in un unica banca dati, specifica per il programma, dei dati e informazioni di natura e provenienza differente; c. definizione del Programma di Riqualificazione Ambientale, comprensiva di attività partecipativa e Valutazione Ambientale Strategica (VAS): prevede la redazione di un action plan, cui seguono una serie di scenari e linee guida per i vari interventi da realizzarsi nel tempo; d. realizzazione dei progetti pilota: interventi di fitodepurazione diffusa che vanno a coinvolgere diversi ambiti della pianura pontina: aree e corsi d’acqua naturali, canali di bonifica, area agricole e urbane. 3. Fase di monitoraggio (mesi 33-42): attualmente in atto, è finalizzata attraverso il potenziamento della rete delle stazioni esistenti a perfezionare gli indicatori ed esplicitare le performance degli impianti sperimentati nei diversi ambiti. Le azioni del programma sono ricche di feedback che sviluppano diversi profili innovativi. In primo luogo, l’ispessimento e il riordino di un quadro conoscitivo, troppo spesso frammentato e superficiale, in un quadro unitario e condiviso, aggiornabile nel tempo; in secondo luogo, un’apertura al dialogo tra gli enti e le comunità locali, attivando strumenti, reali e virtuali, di par-
3. Struttura del Programma di riqualificazione Ambientale Rewetland. Fonte, u-Space srl.
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4a. Analisi SWot, gruppo 1 – Attori del settore ambientale: rete ecologica, aree protette, qualità delle acque e tutela delle zone costiere. Fonte, u-Space srl.
4b. Analisi SWot, gruppo 2 – Attori dell’ambito urbano: gestione dell’ambito urbano-progetto Marina di Latina. Fonte, u-Space srl.
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4c. Analisi SWot, gruppo 3 – Attori dell’ambito agricolo: attività agricola, tutela delle acque attraverso buone pratiche. Fonte, u-Space srl.
tecipazione e concertazione; sul piano tecnologico, le tecniche di fitodepurazione, vengono inserite in un processo di valutazione comparativa, al fine di esplicitare indicatori in grado di esprimere l’eco-efficienza nei diversi ambiti territoriali di applicazione. Infine, l’applicazione della direttiva VAS, atta a consentire un trasferimento tecnologico procedurale dell’esperienza. Il programma Rewetland ha richiesto l’attivazione di un processo di co-pianificazione, con il coordinamento e la partecipazione di enti pubblici e di interessi privati, con competenze diverse. Cosi il programma è attivato con la costituzione di un consorzio e l’avvio di una serie di tavoli di lavoro tematici. Al consorzio hanno aderito: il Parco Nazionale del Circeo, interessato agli ecosistema filtro in area parco; il consorzio di Bonifica dell’Agro Pontino, con particolare competenze per gli interventi delle fasce tampone lungo i canali di bonifica; il Comune di Latina, territorio ospitante la sperimentazione integrata all’intervento del parco naturalistico lineare della Marina di Latina. La modalità di gestione di questa operazione su vasta scala è organizzata attorno all’amministrazione provinciale, capofila del progetto, nel rispetto del principio di sussidiarietà. Infine, la società di ingegneria U-Space Srl per l’affiancamento allo sviluppo dell’attività tecnica-gestionale del programma.
un processo per la valorizzazione tecnica e sociale della risorsa idrica Con la chiusura della fase preparatoria e la raccolta dei dati di avvio per la fase operativa è stato possibile modellare i punti di forza, debolezza, opportunità e minacce, in relazione alle informazioni emerse da tavoli di lavoro. Le informazioni sono organizzate per i tre gruppi di attori connessi a specificità territoriali: gruppo 1, attori del settore ambientale; gruppo 2, attori del settore urbano; gruppo 3, attori del settore agricolo (figg. 4a, 4b, 4c). Dall’analisi SWOT sono derivate indicazioni strategiche rilevanti e condivise tra i vari gruppi di lavoro: • la principale forza della Pianura Pontina è il suo ambiente naturale, l’elevata disponibilità d’acqua, fertilità dei suoli, mitezza del clima. L’eredità storica e culturale della bonifica, e le sue potenzialità ancora inespresse emergono come un importante complemento; • i principali punti di debolezza sono legati all’uso e alla percezione dell’ambiente stesso: l’eccessivo sfruttamento delle risorse naturali, la scarsa sensibilità ambientale, un crescente abusivismo, un ambito agricolo fortemente resistente all’innovazione e alla ri-organizzazione produttiva; • come opportunità risaltano lo sviluppo del turismo, legato al
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5. individuazione spaziale delle area in cui sono sviluppati i progetti pilota. Fonte, u-Space srl.
6. Quadri sinottici riassuntivi. in alto, Condizioni di carico medio annuo gravante sul territorio in percentuale per tipo di carico. Le analisi effettuate hanno preso in esame 4 indicatori: N-azoto, P-fosforo, Bod-,Cod, rispettivamente Biochimical e Chimical Oxygen Demand. Accanto, Principali azioni previste nel progetto Rewetland e individuazione di azioni ed effetti dell’applicazione. Sotto, intensità di applicazione delle principali azioni previste. Accanto, Composizione delle azioni contemplate negli scenari di valutazione, (vedi figg. 10a, 10b). Fonte, u-Space srl.
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7a. Progetto pilota, realizzazione ecosistema filtro in aree parco: intervento tra il Fosso Cicerchia e il Lago di Fogliano. L’intervento è finalizzato a intercettare e depurare “biologicamente” il flusso idrico proveniente dal canale prima dell’eventuale immissione nel lago. Sono presenti tre unità, fascia di siepe (1A) con funzione di rinaturalizzazione e di schermo visivo; area di canneto e prati umidi che costituisce la vera e propria area filtro (1B); un ampia prateria utilizzata per il pascolo e soggetta a parziale allagamento invernale (1C).
7b. Progetto pilota, realizzazione ecosistema filtro in aree parco: Villa Fogliano. intervento specifico per il trattamento delle acque reflue della Villa caratterizzato dalla presenza di 3 bacini, A,B,C. il primo suddiviso in due ambienti palustri, per l’affinamento della qualità delle acque del canale rio-martino e del canale allacciante; il bacino B, specifico per il trattamento delle acque reflue di Villa Fogliano; il bacino C, lagunaggio degli affluenti A e B e recapito finale in falda o verso il canale allacciante. in alto la modellazione morfologica dei bacini.
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8. Progetto pilota, Marina di Latina: sezioni tipo del bacino a deflusso orizzontale utilizzato nell’area di progetto. L’intervento interesserà un’area di circa 2 km di lunghezza, saranno utilizzati terreni di proprietà pubblica o comunque già destinati a verde pubblico dagli strumenti di pianificazione urbanistica comunale. Saranno effettuati: il rimodellamento morfologico del terreno, la messa a dimora di specie vegetali arboree, arbustive ed erbacee di ambiente ripariale, l’inserimento di attrezzature minime per la fruizione, inclusi pannelli didattici e tracciamento di percorsi di visita.
9. il progetto Pilota delle fasce tampone lungo i canali di bonifica sarà realizzato dal Consorzio di Bonifica dell’Agro Pontino e interesserà 4 aree sperimentali. Saranno effettuati il ri-sezionamento dei canali, ove necessario, la messa a dimora di specie vegetali arboree, arbustive ed erbacee di ambiente ripariale, saranno curati gli aspetti dell’ombreggiamento per limitare la proliferazione delle alghe superficiali, e studiate nel dettaglio le specie vegetali da impiegare in funzione delle sostanze inquinanti presenti. Vedute di alcuni canali della bonifica oggetto di intervento, foto C. Perrotto, archivio Provincia di Latina.
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10a. Analisi dello stato di fatto in relazione agli indicatori analizzati. elaborazione u-Space srl su dati della Provincia di Latina.
10b. Valutazione dello scenario 5: applicazioni simultanee di tutte le azioni. elaborazione u-Space srl su dati della Provincia di Latina.
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miglioramento ambientale e alla navigabilità dei canali, la riconversione agricola in senso ecosostenibile, con l’introduzione di un maggior riuso delle biomasse e una maggiore promozione dell’agricoltura orientata all’eccellenza e alla naturalità; • i maggiori rischi sono legati all’alterazione ambientale provocata dall’eccessivo uso delle risorse, all’impossibilità di conciliare i diversi usi del suolo (residenziale, agricolo turistico), con il rischio di una progressiva urbanizzazione della pianura e la conseguente perdita della sua identità culturale agricola. La percezione delle problematiche da parte di portatori di interesse, unita all’elaborazione analitica di dati quanti-qualitativi della risorsa idrica, hanno portato all’identificazione spaziale di priorità di intervento (fig. 5). I progetti pilota propongono azioni a breve termine, che riguardano l’applicazione di sistemi di fitodepurazione in ambiti funzionalmente differenziati e interessati
dai maggiori carichi di inquinanti e stress ambientale. Parallelamente sul medio lungo periodo, si vengono a configurare potenziali azioni e scenari, in cui la risorsa idrica costituisce l’elemento trasversale a evoluzioni sociali, economiche e ambientali del territorio (fig. 6). Tra i progetti pilota, gli ecosistemi filtro in area parco che prevedono la realizzazione, presso il Parco Nazionale del Circeo, di unità paranaturali, in grado di affinare il carico inquinante, costituite da unità ecosistemiche differenti (unità palustri, unità di prato, ecc.). Tali unità sono organizzate per forma e dimensioni, secondo mosaici funzionali in grado di sviluppare capacità auto depurative elevate. L’obiettivo è quello di sperimentare l’efficacia di questa tecnica nell’ambito di aree protette (figg. 7a e 7b). Il secondo progetto pilota è rappresentato dal Parco naturalistico lineare Marina di Latina. L’intervento riguarda la rinaturalizzazione, del Canale Colmata che scorre parallelo alla linea di
11. Potenziali sviluppi a scala locale: reticolo idrico e identificazione dei frammenti di naturalità residua (formazioni ripariali) e degli elementi identitari vegetali (fasce frangivento) presenti sul territorio comunale di Latina, quale potenziale matrice di sviluppo del programma Rewetland; elaborazione, M.Sibilla, architetto, A. Barbati agronoma forestale, S.Verde, botanica paesaggista.
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costa, in prossimità di una zona fortemente antropizzata. Alla validazione dell’efficacia dei sistemi di fitodepurazione in ambito urbano, l’intervento si pone come asse portante per la costruzione del parco a fruizione pubblica a scopo ricreativo e didattico (fig. 8). Le Fasce tampone lungo i canali di bonifica rappresentano il terzo progetto pilota. L’intervento è finalizzato alla formazione di una fascia di vegetazione ripariale, che separi i coltivi dai canali e contribuisca a depurare “biologicamente” le acque di ruscellamento, provenienti dai campi, da eventuali sostanze inquinanti derivate da fitofarmaci e fertilizzanti. Oltre alle evidenti ricadute sul potenziamento della rete ecologica e sulla qualità del paesaggio agricolo, l’intervento attiva rapporti tra pubblico e privato, in particolare per quelle aree cedute all’ente gestore in usufrutto da parte degli agricoltori sulla base di accordi negoziali (fig. 9). Infine, il progetto pilota per le Buone pratiche per la gestione dell’acqua nell’azienda agricola, applicate all’azienda vinicola Casal del Giglio, costituirà un esempio pioniere per l’innovazione della gestione idrica per le imprese del territorio. All’avvio dei progetti pilota, seguirà la fase di monitoraggio con la quale sarà possibile avere delle prime proiezioni reali con gli indirizzi di scenario costruiti in fase di progetto, validando l’ipotesi sulla necessità di interventi integrati per il raggiungimento di risultati strutturali (figg. 10a e 10b).
Conclusioni (parziali) e aperture future Nel programma Rewetland, il progetto tecnologico ambientale si pone come anello di giunzione tra diverse sfere del sapere, distinte nella fase conoscitiva, interconnesse in quella operativa. Il programma sperimentale attraverso il proprio apparato metodologico-operativo, rappresenta un contributo alla definizione dei caratteri del progetto integrato, evitando determinismi tecnologici nella risoluzione delle tematiche che ruotano attorno la gestione delle risorse ambientali. Rewteland presenta la tecnologia della fitodepurazione in una scala diversa, proiettando tali tecniche in un ottica infrastrutturale. Una visione che, attraverso la tecnica, mira a rivitalizzare relazioni tra soggetti interessati e connessi alla conservazione e valorizzazione del paesaggio. In tal senso, la buona riuscita dei progetti pilota costituirà un banco di prova per codificare nuove regole di infrastrutturazione del territorio dell’Agro Pontino. Un modello, quello sperimentato, ripetibile in contesti analoghi, non rari, all’interno dell’Unione Europea e in particolare nel Bacino del Mediterraneo. L’approccio configurato apre alla visione di una nuova matrice infrastrutturale in grado di diffondere, anche in situazioni fortemente lacerate da un intensa artificializzazione
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del suolo, la ricostruzione e il potenziamento di elementi di naturalità, indispensabili al funzionamento del servizio eco sistemico, ivi compresa l’identità e la riconoscibilità del luogo, che potrà evolversi attraverso una scala di osservazione di maggior dettaglio (fig. 11). In conclusione, attraverso l’integrazione di diverse azioni, in passato attivate separatamente, Rewetand ha organizzato un programma di riqualificazione ambientale codificando strategie integrate e condivise sul lungo periodo, con risvolti importanti sul piano del riconoscimento, da parte della società, del servizio eco sistemico svolto dalla risorsa idrica.
Scheda tecnica caso di studio Località: Tipologia: Durata: Consorzio:
Budget:
Italia, provincia di Latina, Agro Pontino Programma Europeo Life+ Ambiente 2008 01.01.2010-30.06.2013 Provincia di Latina (capofila); Comune di Latina; Parco Nazionale del Circeo; Consorzio di Bonifica dell’Agro Pontino; U-Space s.r.l. Importo totale 3.706.632 € cofinanziamento UE: 1.450.566€
Bibliografia 1 - Schiaffonati, F., Mussinelli, E., Il tema dell’acqua nella progettazione ambientale, Maggioli editore, Santarcangelo di Romagna, 2008. 2 - Gazzetti, C., Loy, A., Perotto, C., Rossi, S., Sarandrea, P., Valle, N., Origine dei carichi inquinanti e stato di eutrofizzazione delle acque interne della provincia di Latina, Gangemi Editore, Roma, 2010. 3 - Boscolo, E., Le politiche idriche nella stagione della scarsità, Giuffè Editore, Milano, 2012. 4 - Maltby, E., “Wetland management goals: wise use and conservation”, Landscape and Urban Planning Volume 20, Issues 1-3, 1991, Pages 9-18.
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Ergonomics of urban areas: testing a system for multi-criteria evaluation The experimenting multi-criteria system is able to assess the urban spaces’ ergonomics level. For a correct representation of reality it is necessary to identify the variables that affect the dynamic relationship between people and built environment. Variables determination is required for the construction of an interpretive model (Bayesian network) about urban spaces ergonomics, that is based on a process of phenomenon’s decomposition. The network allows to maintain coherence in probability distributions of the different nodes: if a probability value of a variable is changed, the network propagates the effects to all the other nodes. Assigning different weights to the variables, the model processes data related to each of them, whose result provides the ergonomics level of urban space.
ergonomia degli spazi urbani: sperimentazione di un sistema multicriteriale per la valutazione Lo strumento di valutazione consente di misurare le relazioni che intercorrono tra forma / caratteristiche fisiche degli spazi urbani e il comportamento/stile di vita degli abitanti. rete causale – Spazi urbani – Pedoni – Attività fisica – ergonomia – Ambiente costruito
Letizia Appolloni Architetto, PhD student, Dipartimento Ingegneria Civile Edile e Ambientale, Sapienza Università di Roma letizia.appolloni@uniroma1.it daniela d’alessandro Professore ordinario, Dipartimento di Ingegneria Civile Edile ed Ambientale – D.I.C.E.A., Sapienza Università di Roma daniela.dalessandro@uniroma1.it Carlo Cecere Professore Ordinario, Direttore del CRITEVAT – Centro di ricerche di Ingegneria per la Tutela e la Valorizzazione dell’Ambiente e del Territorio, Sapienza Università di Roma carlo.cecere@uniroma1.it Carlo Patrizio Professore a contratto Dipartimento di Ingegneria Civile Edile ed Ambientale – D.I.C.E.A., Sapienza Università di Roma carlo.patrizio@uniroma1.it Articolo sottoposto a Peer review.
Le città rappresentano i luoghi delle opportunità e, in quanto tali, sono destinate a sostenere anche gli effetti negativi dell’inurbamento. Oltre il 75% della popolazione vive in ambiente urbano: nel 1950 le megalopoli erano 2, attualmente sono 19 e nel 2025, si prevede, saranno 27. La crescita della popolazione mondiale e la sua concentrazione nelle città produce, tra l’altro, un aumento della congestione del traffico urbano i cui effetti sugli stili di vita, sull’ambiente e sulla salute sono devastanti. Laddove l’uomo concentra le proprie attività, consolida le proprie abitudini, sceglie i propri spazi, si vive l’eterno contrasto tra sviluppo, finitezza delle risorse e inquinamento ambientale. Culturalmente, e sin dalla sua nascita, la città moderna deve fare i conti con l’efficienza e la velocità: a ciò consegue un uso improprio dei suoi elementi strutturalmente costitutivi (strade, piazze) oltre alla nascita di entità che definiscono un nuovo paesaggio e una nuova forma urbana. Cambiano i modelli di vita, mentre è sempre più difficile garantire quelle condizioni di equilibrio con l’ambiente naturale capaci di
assicurare il massimo potenziale di salute. Si pone, allora, un problema di riappropriazione degli spazi da parte degli abitanti in modo tale da rispondere compiutamente alle loro esigenze: in definitiva è necessario individuare una visione ergonomica del sistema degli spazi che costituiscono la città. Le sfide da affrontare sono molteplici: dal controllo del traffico a un trasporto pubblico intelligente, dalla realizzazione di vie per veicoli non motorizzati alla creazione di ambienti urbani salubri e alla promozione convinta di stili di vita capaci di prevenire e controllare le malattie croniche, il cui peso – va ricordato – si traduce in una perdita dell’1% del PIL dell’UE (oltre 100 mld di euro). Per le patologie cronico-degenerative non sono disponibili armi farmacologiche decisive, mentre strumenti di contrasto molto efficaci sono rappresentati da una attività fisica regolare, una sana alimentazione, dalla lotta al fumo e all’abuso di alcolici. La promozione di stili di vita funzionali al benessere dipende dalla motivazione del singolo a modificare i propri comportamenti e
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dai determinanti ambientali della salute: per questo occorre pensare a una nuova cultura delle trasformazioni territoriali e a modifiche fisiche dell’assetto cittadino che vadano verso una riqualificazione del tessuto urbano esistente. L’atteggiamento individuale e il processo decisionale, così come la natura del contesto socio-ambientale in cui si verificano, hanno un ruolo strategico nel processo di miglioramento della salute pubblica (Evans & Stoddart, 1990; Sallis & Owen, 2002): occorre identificare e comprendere gli ambienti salutogeni come luoghi stabili che supportano comportamenti sani. In questa ottica è crescente l’interesse per il rapporto tra le caratteristiche fisiche del quartiere, la salute dei residenti e il loro benessere, riaffermando la centralità dell’uomo nel sistema complesso in cui vive. Parlare, allora, di ergonomia degli spazi urbani è un’utile digressione per spiegare la necessità di trattare l’argomento in maniera complessa: in definitiva il ruolo dell’ergonomia, secondo un approccio olistico, è quello di conoscere e capire l’articolato sistema d’interazioni che coinvolgono l’uomo contribuendo, poi, al miglioramento della qualità di vita, in tutte le attività del quotidiano.
Stato dell’arte I modelli concettuali che supportano le ricerche sul rapporto fra ambiente costruito e comportamento degli abitanti dimostrano quanto il contesto fisico influenzi le attività umane. Le relazioni
dinamiche esistenti tra le caratteristiche degli spazi outdoor e lo stile di vita delle persone possono essere, in qualche modo, valutate: tali valutazioni sono, fin qui e nella maggior parte dei casi, di carattere qualitativo. L’ambiente costruito è rappresentato dai modelli d’uso del territorio, dal costruito su grande e piccola scala e dai caratteri dell’ambiente naturale. Generalmente vengono utilizzate tre categorie di dati che, opportunamente armonizzati, provano a misurare la qualità dell’ambiente costruito. Attraverso interviste e questionari autosomministrati, si analizzano le modalità con cui gli individui percepiscono l’ambiente circostante (Poortinga – 2006), l’accesso e le barriere relative a strutture ricreative, l’uso del suolo, i trasporti, gli elementi naturali. Altri utilizzano osservazioni sistematiche (audit) tese a quantificare gli attributi dell’ambiente costruito: gli strumenti di audit affrontano separatamente gli ambiti di interesse (città, quartieri, parchi) e variano in maniera significativa nel dettaglio con cui vengono misurate le proprietà dell’ambiente costruito. La maggior parte di tali strumenti prevedono una o più misure relative alle componenti fisiche del territorio, riservando invece poco spazio ad altre proprietà dell’ambiente costruito come la valutazione dei livelli di rumore o le misure di promozione della salute. Altro approccio per la valutazione dell’ambiente costruito fa riferimento a misure derivanti da set di dati di archivio che spes-
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so sono rielaborati con il GIS. I sistemi di informazione geografica, capaci di fornire dati obiettivi, sono molto utilizzati per misurare, anche in termini di salute pubblica, gli effetti dell’ambiente costruito sull’attività fisica. Alcuni indicatori multipli, combinati in indici compositi, sono stati pensati per raggruppare l’interrelazione delle molteplici proprietà dell’ambiente costruito e facilitare la comunicazione dei risultati (per es. “walkability index” – WI, Frank et altri, 2005; “Walk Opportunities Index”, Kuzmyak et altri, 2005). I limiti delle misurazioni e delle tecniche descritte (interviste e questionari, audit, dati di archivio GIS) dipendono, per lo più, dalla difficoltà di reperire dati affidabili che rappresentino la realtà, dal tempo impiegato per l’operazione di raccolta e dalla dimensione delle aree di indagine prese come riferimento (nelle grandi dimensioni, la misurazione può nascondere variazioni all’interno dell’area stessa). In letteratura sono disponibili misure di diverse variabili ricavate da differenti modalità di valutazione: un approccio scientifico più rigoroso impone la necessità di parametrare le relazioni tra comportamento degli abitanti e le caratteristiche fisiche dell’ambiente costruito proprio assegnando pesi diversi a una variabile rispetto all’altra.
Per una proposta metodologica
tabella 1.
L’approccio ergonomico alla riqualificazione e alla progettazione degli spazi urbani, basato cioè sull’esigenza degli utenti, può essere affrontato proprio attraverso il metodo esigenzial-prestazionale, largamente utilizzato in Italia. In questo senso tutte le proprietà dell’ambiente costruito che influenzano uno stile di vita attivo dovranno essere scelte, analizzate e organizzate in modo tale da rendere possibile una connotazione e una valutazione dell’ergonomia degli spazi urbani. Tale metodica è piuttosto recente e non ancora consolidata. In letteratura esistono vari approcci alla raccolta dei dati necessari per la misurazione delle variabili: la prassi utilizzata cambia in funzione degli obiettivi della ricerca. In seguito alle risultanze dello studio della letteratura in materia, si è via via configurato un approccio metodologico fondato sul sistema esigenze/requisiti/prestazioni proposto in ambito edilizio dalla UNI. La UNI 10838 del 1999 definisce • l’esigenza come “ciò che di necessità si richiede per il corretto svolgimento di un’attività dell’utente o di una funzione tecnologica”; • il requisito come “traduzione di un’esigenza in fattori atti a individuarne le condizioni di soddisfacimento da parte di un organismo edilizio o di sue parti spaziali o tecniche, in determinate condizioni d’uso e/o di sollecitazione”;
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•
2.
la prestazione come “comportamento reale dell’organismo edilizio e/o delle sue parti nelle effettive condizioni d’uso e di sollecitazione”. Ritenute valide le suddette definizioni, è possibile adattare la norma al nostro ragionamento avendo cura di precisare che laddove essa si riferisce a un elemento, è da intendere riferita a un sistema di elementi. Questo sistema di classificazione, peraltro, è stato esteso dalla scala edilizia al sistema ambientale degli spazi aperti circostanziando l’analisi alle sole classi esigenziali di maggiore interesse per il tema trattato: ergonomia negli spazi urbani è sinonimo principalmente di fruibilità, di benessere e di sicurezza. La fruibilità, intesa come classe esigenziale, può essere definita come “l’attitudine del sistema urbano ad essere adeguatamente usato dagli utenti nello svolgimento delle attività”. Il benessere può essere definito come l’insieme delle condizioni relative a stati del sistema degli spazi urbani aperti adeguati alla vita, alla salute e allo svolgimento delle attività degli abitanti. Infine, la sicurezza rappresenta l’insieme delle condizioni relative all’incolumità degli utenti, nonché alla difesa e alla prevenzione di danni dipendenti da fattori accidentali, nell’esercizio del sistema degli spazi urbani outdoor. Le classi esigenziali così selezionate sono state articolate nei requisiti e prestazioni della tabella 1.
Strumenti d’indagine
3.
Per la determinazione di un nuovo modello interpretativo e valutativo delle prestazioni del sistema e quindi delle variabili ora descritte, in relazione all’ergonomia degli spazi urbani, si è pensato allora di utilizzare il modello della rete causale, basato su un processo di scomposizione del fenomeno: attraverso l’analisi delle influenze si evidenzia la struttura causale dei processi reali. La topologia della rete stabilisce, quindi, tutte le relazioni funzionali del fenomeno in esame. David Niemeijer e Rudolf S. de Groot (2006) hanno elaborato un’implementazione del modello DPSIR per la selezione di indicatori ambientali, enhanced DPSIR (eDPSIR), che non considera le singole catene causali ma, ispirato dal pensiero sistemico, affronta la complessità del mondo reale utilizzando le reti causali (fig. 2), dove più catene interagiscono e sono tra loro interconnesse. Per la selezione di indicatori specifici, secondo gli autori, è necessario elaborare una rete causale organizzata secondo il modello DPSIR (fig. 3) in modo tale da fornire un migliore orientamento concettuale. Definito il modello, è necessario localizzare e identificare i nodi chiave della rete causale che rappresentano anche i punti di controllo per monitorarla e gestirla. Dopo aver
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Si vuole procedere alla riqualificazione di una piazza all’interno di un quartiere residenziale intervenendo con un progetto sul verde. Raccolti i valori per ogni singolo indicatore e immessi nel rete bayesiana i dati relativi alle variabili rilevate nello spazio di progetto, il sistema ne fornirà immediatamente il grado di ergonomia. Modificando la variabile relativa al verde, la rete propaga gli effetti del cambiamento a tutte le altre variabili in funzione delle relazioni che le collegano: ciò comporta una variazione dei pesi delle variabili del sistema e la conseguente mutazione delle priorità di intervento. In fase progettuale lo strumento permette di ricercare il valore ottimale della variabile relativa al verde rimodulando così il piano degli interventi che interesserà l’intera opera.
identificato i nodi chiave, rappresentati dagli indicatori astratti a essi associati, è necessario individuare i migliori indicatori concreti per i nodi considerati. È a questo punto che possono essere applicati tutti i classici criteri di selezione degli indicatori menzionati dalla letteratura in materia. La rete causale non fornisce informazioni quantitative circa le relazioni tra le variabili, ma identifica quali sono i fattori di interesse per uno specifico nodo e quali sono i passaggi intermedi tra le variabili stesse. Una rete causale è quindi in grado di catturare più efficacemente tutta una serie di cause ed effetti le cui interrelazioni tipicamente coinvolgono un gran numero di variabili e attraversano i confini dei singoli problemi ambientali. Essa considera relazioni complesse e mette in evidenza la natura trasversale delle tematiche ambientali, studia le relazioni causa-effetto che intercorrono tra tutte le variabili e non solo quelle che si trovano lungo un unico percorso di catena causale. Il concetto di rete causale, di per sé, non è nuovo: le reti causali sono state già largamente utilizzate in matematica e nei campi della medicina e dell’ambiente. Il grado di completezza della rete e il grado di dettaglio dipenderà dalla specifica applicazione per cui è stata realizzata: non esiste una rete causale specifica centrata su un problema particolare e non esistono reti causali universalmente utili. Quando si lavora con le reti ci si può servire anche di processi matematici (modelli probabilistici) per quantificare le relazioni.
sia della comprensione che l’uomo può avere di tale realtà, e considero le relazioni probabilistiche come nient’altro che il fenomeno di superficie del macchinario causale sottostante che guida la nostra comprensione del mondo». Utilizzare un modello probabilistico come le reti bayesiane consente di predisporre analisi di scenario e di quantificare la probabilità del rischio: il tutto è associato a una maggiore flessibilità rispetto ad altri modelli probabilistici, perché permette di integrare dati disomogenei e processi decisionali volti alla mitigazione dello stesso (Giretti, Minnucci). Semplificando: costruita la rete di influenze, cioè avendo chiarito le interrelazioni tra le variabili intrinseche del sistema analizzato, è necessario fissare le distribuzioni di probabilità condizionate a ogni nodo per definire il modello probabilistico del fenomeno.
È interessante l’affermazione di Pearl (2000): «…ritengo che le relazioni causali siano le basi fondamentali sia della realtà fisica,
Le variabili individuate che descrivono l’ambiente esterno, misurabili attraverso l’uso di strumenti di misura o valutabili attraverso metodi statistici, rappresentano propriamente degli indicatori, secondo la stessa definizione dell’OCSE, per cui si tratta di “parametri, o valori derivati da parametri, che forniscono informazioni sintetiche su un determinato fenomeno”, cioè su un sistema complesso di difficile interpretazione. La rete, dal punto di vista computazionale, permette di mantenere la coerenza delle distribuzioni di probabilità dei vari nodi, in funzione delle distribuzioni di probabilità condizionata espresse dalle relazioni (Giretti, Minnucci). Se un valore di probabilità di una variabile viene cambiato, la rete propaga gli effetti del cambiamento a tutti gli altri nodi in funzione delle relazioni che li collegano. L’applicazione della rete bayesiana, quindi, oltre a garantire la rappresentazione di fenomeni reali,
4.
5.
Sviluppi della ricerca
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riesce anche a fornire altri tipi di informazioni, a seconda del tipo di processo logico che rappresenta (osservazione, deduzione, diagnosi). Assegnati pesi diversi alle variabili, il modello elabora il dato riferito a ciascuna di esse, la cui risultante fornisce il grado di ergonomia dello spazio urbano. Lo strumento così elaborato sarà sottoposto alle verifiche sul campo per testarne l’impiego e validarne i risultati; essendo il modello teorico di analisi ora descritto un modello astratto, esso può essere applicato indifferentemente a qualunque scala di intervento. La scelta del quartiere come scala di indagine e di riferimento deriva quindi dalla necessità di garantire una valutazione più puntuale del contesto: la qualità di quest’ultimo va riferita all’ottimale organizzazione dello spazio urbano e della mobilità e alle caratteristiche dell’ambiente costruito in grado di favorire stili di vita e comportamenti capaci di migliorare la vivibilità e la salute. La finalità della metodologia di indagine proposta possono tradursi in un protocollo che serva ai tecnici delle Amministrazioni pubbliche e ai progettisti, nella valutazione dello stato attuale dei quartieri, alla ricerca dei fattori in grado di incidere sulla riqualificazione e sulla progettazione degli spazi urbani, attività, questa, propedeutica al miglioramento delle loro performance. Il sistema di valutazione, proprio per la sua specificità, potrebbe essere utile per implementare strumenti di valutazione e certificazione già esistenti. Bibliografia Barp A. – Bolla D., 2009, Spazi per camminare. Camminare fa bene alla salute, Marsilio Editori s.p.a., Venezia. Benzi M., 2007, Scoprire le cause. Reti causali, contesti probabilità, Franco Angeli, Milano.
6.
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Brownson R.C., Hoehner C.M., Day C., Forsyth A., Sallis J.F., Measuring the built environment for physical activity. State of the Science, 2009, in American Journal of preventive Medicine. Frank, L., Schmid, T., Sallis, J., Chapman, J., Saelens, B., 2005. Linking objectively measured physical activity with objectively measured urban form: findings from SMARTRAQ, in American Journal of Preventive Medicine. Gebel K., Bauman A.E., Petticrew M., 2007, The Physical Environment and Physical Activity. A Critical Appraisal of Review Articles, in American Journal of Preventive Medicine. Gehl J., 1987, Life between buildings, using public space, VNB, New York. Giles-Corti B., Broomhall M.H., Knuiman M., Collins C., Douglas K., Ng K., Lange A., Donovan R.J., 2005, Increasing Walking. How Important Is Distance To, Attractiveness, and Size of Public Open Space?, in American Journal of Preventive Medicine. Giretti A., Minnucci P., La gestione del rischio nei progetti complessi: l’approccio bayesiano, Istituto di Architettura Tecnica e Produzione Edilizia, Facoltà di Ingegneria – Università Politecnica delle Marche. Kevin Manaugh, Ahmed El-Geneidy, 2011, Validating walkability indices: How do different households respond to the walkability of their neighborhood?, McGill University, Montreal, QC, Canada, in Transportation Research. Koohsari M.J., Kaczynski A.T., Giles-Corti B., Karakiewicz J.A., 2013, Effects of access to public open spaces on walking: Is proximity enough?, in Landscape and Urban Planning. Kuzmyak, J.R., Baber, C., Savory, D., 2005. Use of walk opportunities index to quantify local accessibility, in Journal of the Transportation. Leslie E., Coffee N., Frank L., Owen N., Bauman A., Hugo G., 2005, Walkability of local communities: Using geographic information systems to objectively assess relevant environmental attributes, in Health & Place. Meyar-Naimin H., S.Vaez-Zadeh, Sustainable development based energy policy making frameworks, a critical review, 2012, School of Electrical and Computer Engineering, University of Tehran, in Energy Policy. Monteiro F.B., Campos V.B.G., 2012, A proposal of indicators for evaluation of the urban space for pedestrians and cyclists in access to mass transit station, Instituto Militar de Engenharia, Praia Vermelha, Rio de Janeiro, in Procedia – Social and Behavioral Sciences. Niemeijer D., Rudolf S. de Groot, A conceptual framework for selecting environmental indicator sets, 2006, in Ecological Indicators. Peggy E. – Agis Tsouros, 2007, Promuovere l’attività fisica e una vita attiva negli ambienti urbani. Il ruolo delle amministrazioni locali, Armando Editore, Roma. Pikora T.J., Bull F.C.L., Jamrozik K, Knuiman M., Giles-Corti B., Donovan R.J., 2002, Developing a Reliable Audit Instrument to Measure the Physical Environment for Physical Activity, in Journal of Preventive Medicine. Poortinga W., 2006, Perceptions of the environment, physical activity, and obesity, in Social Science & Medicine. Sallis J.F., Saelens B.E., Frank L.D. Conwey T.L., Slymen D.J., Cain K.L., Chapman J.E., Kerr J., 2009, Neighborhood built environment and income: Examining multiple health outcome, in Social Science & Medicine. VanDyck D., Cardon G., Deforche B., DeBourdeaudhuij I., 2011, Do adults like living in high-walkable neighborhoods? Associations of walkability parameters with neighborhood satisfaction and possible mediators, in Health & Place.
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Criteria and procedures for the restoration of walls covered with terracotta strips. A residential palace of the late 20th century, in Bologna The italian post-war buildings are often characterized by a reinforced concrete frame structure and wall covering tiles. The article outlines the issues of the restoration maintenance practice of the terracotta strips coating in a residential building from the ‘60 in Bologna. In the article, are explained design criteria, methods techniques and adopted yard procedures. The consolidating treatment, with ethyl silicate, was effective both for the protection of the existing architectural features and material, both in terms of economic and technical feasibility. This procedure, therefore, can be a useful solution to a very common disease in the context of the recent housing stock that will require the adoption of tools and criteria that combine instances of conservation with the innovation of products and components.
Criteri e modalità per il restauro di pareti rivestite in listelli di cotto. un palazzo residenziale del secondo novecento a Bologna Le problematiche manutentive dei rivestimenti in cotto sono gli aspetti su cui è incentrato lo studio per l’intervento su un palazzo degli anni sessanta a Bologna, occasione per la verifica di una metodica manutentiva con silicato d’etile. Manutenzione conservativa – consolidamento – silicato d’etile
riccardo gulli Professore Straordinario di Architettura Tecnica, Facolta ̀ di Ingegneria, Università di Bologna riccardo.gulli@unibo.it Luca Venturi Professore a contratto Scuola di Ingegneria e Architettura, Università di Bologna luca.venturi6@unibo.it
Articolo sottoposto a Peer review.
1.Caratteri e specificità del sistema nell’edilizia italiana del dopoguerra Il processo che connota la progressiva centralità del sistema intelaiato in cemento armato nella pratica della costruzione italiana del Novecento, si accompagna, di riflesso, con una graduale trasformazione dei caratteri figurativi e materici delle pareti dell’involucro. Diversamente da quanto avvenuto fuori dai confini nazionali, la vicenda italiana risulta infatti caratterizzata, soprattutto a cavallo fra le due guerre, dal peculiare impiego della tecnologia del cemento armato in combinazione con l’ossatura muraria portante; la figurazione dell’edificio pubblico di regime rappresenta la più chiara esplicitazione di tale compresenza, poiché media le istanze della tradizione, la cortina di mattoni faccia vista, con quelle della modernità, con una migliore organizzazione della spazialità interna garantita dallo scheletro strutturale puntiforme (figg. 1-4). L’accelerazione impressa dalle istanze della ricostruzione postbellica solleciterà poi, già a partire dalla metà degli anni cinquanta, a
modificare l’intero processo edilizio con una sostanziale uniformazione delle pratiche cantieristiche e tecniche. In questo quadro prende avvio la diffusione del sistema intelaiato in cemento armato con tamponamenti leggeri in laterizio variamente conformati, che può essere considerato come la matrice dominante dell’edilizia italiana, soprattutto residenziale, del secondo Novecento. Se dunque l’obiettivo posto dal progressivo alleggerimento della costruzione può essere assunto come la più diretta conseguenza di una ottimizzazione dei costi, tale opzione pone invece nuovi dubbi sulla possibilità di formulare soluzioni tecniche rispondenti a procedimenti costruttivi sperimentati o con le stesse performance prestazionali della costruzione muraria tradizionale. Tali dubbi costituiscono oggi una delle motivazioni che alimentano una precipua attenzione al tema del recupero del patrimonio edilizio recente, ovvero quello confinato temporalmente fra il secondo dopoguerra e gli anni ottanta, sia in termini manutentivi, sia riguardo ai requisiti prestazionali per l’effi-
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cientamento energetico. La carenze e le patologie che informano gran parte del patrimonio edilizio esistente di questi anni sono, infatti, espressione diretta di criteri progettuali, procedimenti tecnici e pratiche esecutive che hanno segnato un modus operandi condiviso e diffuso in gran parte del territorio nazionale (figg. 5-8). In particolare, restringendo la lettura alle soluzioni costruttive dell’involucro, uno dei caratteri ricorrenti nella risoluzione figurativa del prospetto del palazzo residenziale degli anni sessanta e settanta, è spesso rappresentato dalla trama regolare del telaio in cemento armato a faccia vista che contiene campiture di pareti rivestite in listelli di cotto. Sul piano della resa architettonica, l’impiego del listello paramano diviene la soluzione che consente di modulare meglio l’integrazione con i caratteri linguistici e materici dell’edificato esistente, soprattutto all’interno dei centri urbani, anche con valenza storica. Sotto il profilo dell’efficacia tecnica ed esecutiva, tale scelta è invece idonea a garantire una migliore protezione della facciata dagli agenti esterni in combinazione con un incremento minimo dello spessore complessivo del tamponamento in laterizio forato. Di contro, come noto, l’esibizione del
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telaio strutturale a vista conserva in nuce un vizio prestazionale per l’insorgenza dei ponti termici che inficiano in maniera significativa i livelli di efficienza energetica dell’involucro. Il lavoro che viene qui presentato è incentrato sul primo aspetto, ovvero sulle problematiche inerenti la pratica manutentiva riferita al restauro dei rivestimenti in listelli di cotto attraverso l’esposizione dei criteri progettuali, delle metodiche tecniche e della procedure cantieristiche adottate in un palazzo residenziale degli anni sessanta ubicato a Bologna centro. L’obiettivo primario fissato dalla metodologia di intervento è quello del rispetto dei caratteri figurativi e materici della facciata; ciò indipendentemente dall’assenza di vincoli di tutela che ne prescrivano la conservazione, poiché tale valenza è comunque riconoscibile nell’integrazione oramai consolidata dell’edifico nell’intorno urbano in cui è inserito, in un lasso temporale di circa mezzo secolo. In questo aspetto è rintracciabile un punto di tangenza con le pratiche del restauro, intese come attenzione specifica alle metodiche di indagine e di intervento atte a garantire una preservazione dei connotati linguistici dell’opera e al contempo capaci di formulare soluzioni innovative per l’eliminazione delle patologie dovute al degrado chimico-fisico dei materiali originari.
1 e 2. M. ridolfi, Palazzo delle Poste di piazza Bologna, roma,1933-35.
3 e 4. M. Paniconi, g. Pediconi, palazzo dell’economia Corporativa, Pesaro, 1933-35.
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5-8. Caratteri specifici de i fronti del palazzo residenziale italiano degli anni sessanta.
9-10. immagine di un fronte edilizio e dettaglio del saggio eseguito per la caratterizzazione costruttiva e materica della parete.
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L’interesse assegnato al tema del patrimonio edilizio recente acquista, secondo tale prospettiva, un significato che supera e confina le istanze poste dal rinnovato quadro esigenziale al quale tale patrimonio è oggi chiamato ad adeguarsi, poiché, allargando l’orizzonte della riflessione alla dimensione urbana della città italiana del novecento, tale presenza, nelle diverse declinazione, è quella che spesso ne ha decretato la sua reale fisionomia e che oggi chiede necessariamente di essere rivisitata sia sotto il profilo tecnico che sul piano storiografico.
probabile provenienza locale a cui sono stati aggiunti microframmenti e polveri di Pozzolana rossa e bruna (circa l’8%). Gli inerti della sabbia (Quarzo, Calcari e Dolomie, Feldspati, Porfidi, Arenarie, Selce e Serpentino) hanno granulometria perlopiù media (0.500.25 mm). La porosità è elevata, l’impasto appare completamente staccato dal cotto e lo stato di conservazione è insufficiente. Il rapporto carica-legante si attesta su valori prossimi a 3.5-4.0/1. Relativamente all’analisi dei sali solubili, una certa quantità di malta è stata posta in acqua distillata, sotto agitazione, per tre
2. Analisi dello stato conservativo L’edificio oggetto dell’intervento è situato nei quartieri residenziali realizzati nel secondo dopoguerra ai confini del centro storico di Bologna. La costruzione risale al 1961 e si sviluppa su sei livelli con una struttura puntiforme in calcestruzzo cementizio armato e tamponamenti “a cassetta” in laterizio (12-8-12) con rivestimento in listelli di cotto dello spessore di 1 cm allettato su circa 4 cm di malta cementizia. Lo sviluppo complessivo dei fronti su cui si è attuato il restauro del paramento esterno è di circa 3100 mq e l’apparecchio impiegato prevede giunti verticali di 0,3 cm e 0,7 cm orizzontali (figg. 9-13). L’obiettivo primario dell’intervento era di duplice natura: la messa in sicurezza del rivestimento sulle facciate attraverso il “fissaggio” dei listelli che si presentava in avanzato stato di degrado o completamente distaccato; la salvaguardia dell’immagine architettonica originaria sia in termini figurativi che materici (figg. 14.-19). L’analisi sullo stato conservativo è stata accompagnata da una verifica puntuale tramite battitura di tutte le facciate al fine di individuare l’estensione e la consistenza dei fenomeni di degrado. Tale indagine è stata effettuata su tutte le facciate dell’edificio e i risultati, espressi in percentuale, sono riportati nella tabella 1. Conseguentemente le soluzioni d’intervento potevano essere ricondotte entro la categoria della manutenzione straordinaria, ovvero essere orientate verso la demolizione e ricostruzione totale del rivestimento con eventuale applicazione a cappotto di pannelli termo isolanti, oppure attivare procedure intese alla salvaguardia della figurazione originaria mediante il recupero e la conservazione degli attuali listelli, ovvero perseguendo la strada della manutenzione conservativa. Tale scelta, oltre a valutazioni di ordine culturale, è stata tarata anche su una valutazione “costi - benefici” a favore della committenza e che viene riassunta nella tabella 2. Per tale finalità si è quindi provveduto a effettuare un’analisi di laboratorio su di un campione (listello) già distaccato al fine di individuare non solo le più probabili cause del degrado, ma di identificare e classificare la tipologia di malta utilizzata per l’applicazione dei listelli delle pareti (caratterizzazione della malta e verifica della presenza di sali solubili). Le metodiche analitiche adottate si sono sviluppate mediante: • studio al microscopio polarizzatore in luce trasmessa su un preparato in Sezione Sottile su campione RPAB-1, • analisi dei sali solubili (anioni) mediante cromatografia ionica HPLC su campione RPAB-1. Dai risultati di laboratorio è emerso che la malta analizzata è di colore chiaro ed è stata realizzata mescolando calce aerea e cemento con una sabbia fluviale di natura silicatico-carbonatica, di
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11-12. Spessori di posa in opera dei listelli.
13. Apparecchio di posa in opera dei listelli.
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14-17. Porzioni del rivestimento soggetto a distacco.
18-19. Porzioni di rivestimento oggetto di un precedente intervento di tassellatura.
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accordo, tra l’altro, con valori estremamente bassi di tenacità e compattezza. b. Le analisi cromatografie condotte sul campione di malta hanno rilevato la presenza di tracce di Cloruri e di esigue percentuali di Solfati (0.26%). c. La quasi totale assenza di specie ioniche conferma pertanto che l’avanzato stato di degrado della malta è imputabile alla sola acqua (da infiltrazione) che, lentamente ma inesorabilmente, provoca un degrado delle malte anche di tipo cementizio.
giorni, allo scopo di estrarre i sali solubili eventualmente presenti. Gli anioni sono stati successivamente analizzati mediante cromatografia ionica e i risultati sono riportati nella tabella 3. Le risultanze delle analisi svolte sul campione sono quindi riassumibili nei seguenti aspetti caratteristici: a. L’impasto evidenzia una porosità, di origine primaria ma anche secondaria (dovuta cioè agli agenti del degrado, prima fra tutti l’acqua) molto elevata (prossima al 40%) e si trova in uno stato di conservazione decisamente insufficiente, in
Prospetto intetressato
Verifiche risultate positive (%)
Verifiche risultate negative (%)
Lato rampa
50
50
Via Milazzo (fronte)
65
35
Via Milazzo (laterali)
30
70
Via Amendola
70
30
(parte bassa + parte laterale verso la Stazione) 20. esemplificazione grafica di una facciata soggetta a verifica tramite battitura istituita con un confronto con precedenti campagne diagnostiche.
tabella 1. Corrispondenza tra caratteristiche degli edifici storici e caratteristiche bioclimatiche (fonte: progetto Sechurba).
21. Campione rPAB-1. tessera in cotto con malta chiara.
22. Sezione sottile del campione: particolare ingrandito dell’interfaccia cotto-malta. Si noti l’evidente fessura presente tra mattone e malta, indicativa di un imminente distacco di quest’ultima.
Soluzione
Vantaggi
Svantaggi
tipologia di intervento deducibilità
Ripristino listelli
Costi minori
Ricerca e realizzazione di listelli analoghi agli esistenti demoliti in precedenza
Manutenzione ordinaria
36% in 10 anni (a oggi solo per pagamenti effettuati entro il 31/12/09)
Manutenzione straordinaria
55% in 5 anni (a oggi solo per pagamenti effettuati entro il 31/12/09)
Tempi più lughi di messa in opera Inserimento cappotto
Intervento più rapido Costi maggiori Eliminazione di tutti i ponti termici
tabella 2. Valutazioni effettuate nell’anno 2010 secondo la normativa vigente al tempo a attualmente non più in vigore perché soggette ai dettami del dL 63/2013 (g.u. N* 130 del 5.6.2013).
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Sigla del campione
Cl
No2
No3
So4
RPAB-1 malta
% 0.006
% –
%
% 0.26
tabella 3. indicatori in percentuali della tipologia di sali solubili presenti.
3. una tecnica per la manutenzione conservativa
23-25. esecuzione fori e inserimento delle siringhe.
Sulla scorta delle analisi svolte la scelta operata in accordo con la committenza è stata quella di adottare una metodologia di intervento che garantisse la salvaguardia dell’aspetto figurativo originario e che al contempo, oltre alle finalità del restauro dell’esistente, consentisse di scongiurare l’innesco della stesse patologie nel tempo. Si è quindi ricercata una procedura tecnica che permettesse di incrementare le caratteristiche fisico-meccaniche del supporto (malta) senza l’ausilio di connettori. La scelta è ricaduta sul silicato d’etile, generalmente impiegato per restauri di materiali lapidei di natura silicatica e carbonatica, di mattoni, di terracotta e di intonaci, che in ragione della formulazione e delle minime dimensioni del monomero, consente di penetrare fino al nucleo sano della pietra. Come noto il silicato di etile consente di creare legami di tipo elettrostatico tra i reticoli dei materiali e porta a una reazione di consolidamento tra di essi: si idrolizza mediante l’azione di un catalizzatore neutro e, nella seconda fase, si polimerizza formando un gel di silice che, agganciandosi alla pietra, consolida la struttura decoesa. La componente chimica di silice pone questa categoria fra i consolidanti misti, ovvero parzialmente organici e parzialmente inorganici1. Il prodotto finale però è completamente inorganico e privo di capacità idrorepellente. Le principali problematiche legate all’utilizzo, sono riconducibili ai seguenti aspetti: a. le reazioni non avvengono in assenza di acqua, i climi secchi non sono quindi idonei; b. l’eccesso di umidità crea rapide deposizioni di SiO2 amorfa e sbiancamenti; c. la presenza di residui di pulitura possono creare acidità o basicità al supporto e accelerare la reazione con conseguente sbiancamento; d. la presenza di sali idrosolubili può portare a fenomeni di cristallizzazione sotto la superficie trattata. Le conseguenti operazioni di messa in opera sono state svolte secondo le seguenti modalità: 1. realizzazione di forometrie sulle pareti in cotto; 2. inserimento del consolidante attraverso il posizionamento di siringhe sulle facciate, e assorbimento del silicato mediante imbibizione; 3. pulizia dei listelli e chiusura dei giunti (stuccatura); 4. trattamento di facciata con prodotto traspirante e idrorepellente (silossani). Le facciate interessate dall’intervento sono state mappate per quantità e cicli applicativi, come rappresentato in figura 25. Tale quadro evidenzia le zone in cui la patologia del distacco dei listelli non consentiva di agire con tale tecnica e pertanto si è dovuto procedere alla rimozione dei listelli presenti, al rifacimento dell’intonaco e al successivo inserimento di nuovi, analoghi a quelli esistenti per forma e dimensione, mediante incollaggio alla parete.
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Mentre nelle zone non soggette a completo distacco del paramento, ma comunque in uno stato di degrado tale per cui la sola iniezione di silicato non avrebbe potuto garantire la tenuta nel tempo (per cui non si è ritenuto sufficiente il solo consolidamento di natura chimica), si è provveduto a integrare il ciclo di silicato di etile con alcuni consolidamenti di natura meccanica mediante l’inserimento di tasselli a espansione, poi occultarli alla vista con la successiva operazione di stilatura. L’operazione di stuccatura dei giunti è stata effettuata con leganti idraulici e calci, opportunamente addittivati per garantire caratteristiche impermeabili all’acqua e permeabili al vapore. L’applicazione del prodotto è stata effettuata mediante cazzuola o spatola premendo in corrispondenza dei giunti e successivamente rimuo-
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26. elaborato di controllo cronologico e di mappatura dell’intervento su una facciata.
27-30. Stilatura commessure, stuccatura, lavaggio e finitura delle superfici con silossani.
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vendo l’eccedenza mediante lavaggio con spugne. Le istanze di salvaguardia citate in precedenza nel rispetto dei caratteri figurativi dell’intorno urbano hanno indotto a effettuare una campionatura della stuccatura sia per colore che per granulometria2. Dove l’inserimento dei nuovi listelli risultava particolarmente evidente sotto il profilo cromatico, si è provveduto alla realizzazione in opera del colore mediante una velatura costituita da pittura a calce, ossidi, acqua e resina acrilica. Infine è stato effettuato un trattamento protettivo idrorepellente mediante l’impiego di impregnante incolore a base di resine silossaniche.
4. Verifiche Allo scopo di verificare l’efficacia del trattamento si è nuovamente effettuata l’analisi di laboratorio su campioni di parete trattati con il silicato d’etile, come indicato in tabella 4. Con riferimento al campione RPAB’-0, prelevato su parte della facciata non trattata, sono state effettuate delle osservazioni al microscopio elettronico a scansione (SEM). Le indagini sono state eseguite a diversi ingrandimenti e, per i campioni 1 e 2, su frammenti di intonaco prelevati dalla carota a tre profondità: a diretto contatto con il mattone (prelievi siglati A), a circa 1 cm di profondità (prelievi siglati B) e a circa 3 cm di profondità (prelievi siglati C). Le osservazioni al SEM della superficie del campione
Camp. RPAB’-0
Frammento di maltina di incollaggio disgregata, non trattata, a contatto con il laterizio Punto di prelievo: facciata, via Amendola
Camp. RPAB’-1
Frammento di carota lunga all’incirca 4 cm comprendente mattone esterno, maltina, incollaggio e supporto murario (campione trattato con silicato d’etile) Punto di prelievo: facciata via Milazzo, quarto piano
RPAB’-0, evidenziano l’irregolarità e l’elevata porosità dell’impasto. Le rientranze e le cavità sono infatti numerose e piuttosto profonde. La zona indagata ha un aspetto per lo più polverulento, caratteristico di un impasto molto friabile. I cristalli della carica e il legante appaiono spesso decoesi e privi di continuità. Zona di prelievo del campione RPAB’-2: Facciata su via Milazzo, terzo piano. Frammento di carota lunga all’incirca 3 cm comprendente mattone esterno, maltina di incollaggio (campione trattato con silicato d’etile). Osservazioni al SEM della superficie del campione RPAB’-2A (frammento di maltina a diretto contatto con il laterizio): la superficie appare compatta e uniforme, con cavità lievi e poco profonde. La porosità, di conseguenza, si è molto attenuata. Il silicato è presente sotto forma di una sostanza amorfa che maschera quasi completamente gli inerti della malta, confondendone i contorni. Il prodotto consolidante è presente ed è distribuito uniformemente. Osservazioni al SEM della superficie del campione RPAB’-2B, frammento di maltina a 1 cm di profondità: le riprese eseguite sul frammento di maltina prelevato a 1 cm di profondità (RPAB’-2B) rivelano che le cavità e le discontinuità sono discretamente attenuate, e che i granuli della carica e del legante sono privi di spigoli vivi, in quanto permeati da una sostanza resinosa, di aspetto amorfo. Il Silicato d’etile è quindi presente e molto ben visibile anche a questa profondità. La distribuzione è omogenea e la quantità è tale da assicurare un buon effetto consolidante. Osservazioni al SEM della superficie del campione RPAB’-2C, frammento di maltina a 3 cm di profondità: Anche a 3 cm di profondità (campione RPAB’-2C) la zona indagata risulta piuttosto compatta; il silicato d’etile, infatti, ricopre quasi completamente i cristalli, mascherandone spesso i contorni, riempie inoltre le crepe e le fessure, riducendo notevolmente la porosità dell’impasto. Il silicato è chiaramente visibile come una massa amorfa che ricopre e vela i frammenti minerali.
Camp. RPAB’-2 Frammento di carota lunga all’incirca 3 cm comprendente mattone esterno e mailtina di incollaggio (campione trattato con silicato d’etile) Punto di prelievo: facciata via Milazzo, terzo piano tabella 4. tipologia e localizzazione campioni post-intervento.
31 e 32. Prelevamento campione post-trattamento.
5. Conclusioni Sulla base dei risultati analitici è possibile trarre le seguenti conclusioni riassuntive. Le osservazioni al SEM effettuate, a diversi ingrandimenti, su un frammento di maltina di incollaggio
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33. Confronto fra il campione non trattato e il campione rPAB’-2 con ripresa a 500 ingrandimenti. Nel primo caso la superficie appare irregolare, polverosa e si osservano numerosi vuoti mentre nel secondo il consolidante è ben visibile in questo punto e ricopre, compattandoli, i granuli costituenti la maltina e il silicato d’etile appare come una massa di aspetto colloforme e resinoso.
disgregata, non trattata (campione RPAB’-0), hanno messo in evidenza una superficie molto irregolare, granulosa e polverulenta, ricca di vuoti e discontinuità, indicativa di uno stato di conservazione dell’impasto decisamente precario. Le riprese eseguite sui prelievi RPAB’-1 e 2, dopo consolidamento, rivelano che il consolidante è presente nelle maltine sia a diretto contatto con il mattone ma anche fino a 3 cm di profondità. Il silicato d’etile appare come una massa amorfa, di aspetto colloforme, che “vela” abbastanza omogeneamente sia i granuli della carica che quelli del legante, saldandoli tra loro e mascherandone la reale morfologia: i contorni dei cristalli appaiono infatti perlopiù sfumati, quasi arrotondati. Le superfici risultano perciò più compatte e regolari, con cavità lievi e poco profonde. La porosità, di conseguenza, è molto attenuata. Il silicato d’etile appare distribuito in modo uniforme. In base a tali considerazioni è possibile concludere che il trattamento consolidante realizzato con silicato d’etile è stato ben eseguito, ha comportato una notevole riduzione della porosità degli impasti e ha saldato i granuli della carica legandoli sia tra di loro che alla matrice. Le proprietà fisico meccaniche delle maltine di incollaggio risultano perciò notevolmente migliorate. Sotto il profilo qualitativo l’intervento ha dimostrato la sua efficacia sia in merito alla salvaguardia dei caratteri architettonici e materici dell’esistente, sia per quanto riguarda il rendimento economico e la fattibilità tecnica. Si crede che tale procedura rappresenti pertanto una utile soluzione per una patologia alquanto diffusa nell’ambito del patrimonio edilizio recente e che richiederà necessariamente, in ragion della sua consistenza numerica, l’adozione di strumenti e criteri che sappiano coniugare le istanze della conservazione dei significati con quelle proprie dell’innovazione di prodotti e componenti.
Note 1 - Le caratteristiche generali del prodotto, sono così riassumibili: liquido trasparente, punto ebollizione 169 °C, densità 0,94 Kg/dm3 a 25 °C; possiede un basso peso molecolare che se diluito con soluzioni in solvente a bassa viscosità gli permette una buona penetrazione all’interno dei pori; nella reazione si ha il passaggio da sol a gel;
34 e 35. Viste dei fronti dopo il restauro.
il sistema non è reversibile (caratteristica inutile per un consolidante); la temperatura di utilizzo deve essere compresa tra i 5 e 25 °C, temperature più elevate fanno evaporare troppo presto il solvente lasciando le superfici più dure, sotto i 5°C la cinetica della reazione viene molto rallentata, l’acqua per la reazione può venire dall’umidità atmosferica o quella contenuta nei materiali. 2 - La malta in opera è stata realizzata mediante la seguente composizione: 1 parte di coccio pesto; 1,5 parti di nero ebano; 1 parte di sabbia calcarea; 1 parte di calce; Acqua; Addittivo per malte da stuccatura (Resina acrilica Primal B 60 A, Acrill 33: consolidante, protettivo, fissativo).
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The installation of the vineyards: an opportunity for the redevelopment of the landscape Particularly relevant is the appropriate agricultural land settlement. In recent times the widespread use of farm mechanization has had a terrible impact on the territory (elimination of borders and trees; the trend to have parallel to steep slope lines plough furrows), in particular, the transformation from the use of forest estates to the vine cultivation. The article illustrates three recent cases of Italian vineyards accommodation, where it was intended to overcome the critical impact on the environment. In a vineyard within the archaeological site of Pompei, Roman ancient vines have been replanted following scientific criteria through an analysis of the moulds of soil in the historical layout root. In the second case, the focus is put on the appropriateness of the criteria of perceptual vineyards accommodation. Finally, we observe a renovation project in which it is pursued on a more respectful asset of the local environmental conditions.
L’istallazione dei vigneti: un’occasione per la riqualificazione del paesaggio La sistemazione del suolo incide non solo sull’aspetto percettivo del paesaggio ma anche sulla qualità dei prodotti coltivati. Tre casi mostrano come una sistemazione agricola adeguata contribuisca anche alla ricostruzione dell’identità dei luoghi. paesaggio - suolo - recupero ambientale - vigneti
Francesca Muzzillo Architetto, insegna Progettazione Ambientale e Tecnologia dell’Architettura, Dipartimento di Architettura Luigi Vanvitelli, Seconda Università degli Studi di Napoli francesca.muzzillo@unina2.it Fosca tortorelli Architetto, dottore di ricerca in Tecnologia dell’Architettura, assegnista Dipartimento di Architettura Luigi Vanvitelli, Seconda Università degli Studi di Napoli archfo@gmail.com
Articolo sottoposto a Peer review.
il Progetto del suolo nei vigneti1 Il progetto di risistemazione del suolo è un elemento essenziale per il recupero dell’integrità di un paesaggio e assume ulteriore rilevanza in particolare nei vigneti dove, oltre ai vitigni e ai filari, anche la qualità del prodotto è legata in maniera univoca alla sistemazione spaziale del terreno di impianto. L’idea che ogni porzione di luogo, anche minima, sia caratterizzata da relazioni univoche risale in qualche modo ai fondamenti della filosofia dell’etica ambientale: “la terra, dice Aldo Leopold, non è solo il terreno; è una fonte di energie che fluisce all’interno di un circuito fatto di terra, di piante, di animali”.2 I tre casi di risistemazione di vigneti di seguito riportati sembrano, in maniera diversa, riprendere una relazione primordiale fra il terreno e l’assetto degli impianti, recuperando tutti l’eredità di società rurali tradizionali, in un processo che l’uomo sperimentava da sempre con le proprie mani. Si tratta di vigneti posti all’interno dell’area archeologica di Pompei con il reimpianto di antichi vitigni
Romani, del contenimento dei terreni attraverso soluzioni appropriate per la stabilizzare dei pendii in Irpinia, della configurazione dei filari del vigneto biologico pugliese progettato da Fernando Caruncho, la cui struttura geometrica ha un segno percettivo riconoscibile anche da lontano. L’idea astratta che accomuna tutti e tre i casi è quella di una ricomposizione di una “spaccatura” che si era creata nel terreno: a seguito della storica eruzione a Pompei, dell’intervento umano di coltivazione in Irpinia e, all’opposto, dell’abbandono della coltivazione in Puglia. E nel complesso si comprende come una sistemazione agricola adeguata possa costituire un passaggio essenziale nella ricostruzione dell’identità dei luoghi all’interno di un sistema organico di componenti morfologiche, bioclimatiche e percettive. Il primo principio che guida gli esempi proposti è quello di quanto sia importante preservare al contempo l’organizzazione del paesaggio e la qualità dei prodotti: l’identità del luogo e del terroir specifico, rifiutando qualsiasi omogeneità. D’altro canto è proprio nel mondo del vino che il
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riferimento al terroir ribadisce il principio di singolarità, tenden- un importante nodo commerciale tra Roma e le province romado a individuare tratti caratteristici strettamente connessi ai ne. Vigneti e cantine abbondavano nella città e nelle zone limiluoghi e non estensibili indifferentemente in maniera globale. Il trofe come fornitori principali di ottimo vino, che svolgeva un principio va ribadito nel progetto, nel promuovere relazioni tra ruolo fondamentale nella cultura pompeiana. Ed è così che, le parti fatte di interruzioni e connessioni, inserendo delle barvisto il suo indiscutibile fascino, si è avviato un progetto di recuriere e aprendo al contrario percorsi direzionati, guidando chi si pero all’interno di questa antica realtà, grazie alla solida parmuove in un contesto a fruire con variegata modalità e tempi tnership tra la Soprintendenza per i Beni Archeologici di differenti delle parti. Si scopriPompei e l’Azienda Vinicola rebbe così una serialità di conMastroberardino. La nessioni per un recupero Soprintendenza ha richiesto ambientale e paesaggistico di all’azienda un lavoro scientifiluoghi eccezionali nell’inconco preliminare d’indagine e tro di bellezza e qualità dei delle ricerche in un laboratorio prodotti, per una “nuova ruraa cielo aperto. L’obiettivo inilità” da sperimentare come ziale era quello di indagare e presa di coscienza culturale. riscoprire le varietà di uva Proprio in tali contesti la ricerusate nell’area di Pompei antica di un riscatto, di una nuova ca e le tecniche di produzione cultura, dovrebbe, allora, del vino esplorandone le ripartire dalla connessione potenzialità odierne. In seguiricordata da Remo Bodei tra i to, attraverso la lettura degli due termini “cultura” e “coltuscritti di Plinio il Giovane e ra”, quel dare senso alto al ter- 1. Planimetria dell’area archeologica di Pompei con i vigneti. degli affreschi5 ritrovati sulle mine contadino di “coltura”, pareti, sono state individuate “altrimenti saremmo solo fatti di sterpi e rovi”.3 le varietà specifiche mentre, tramite diverse indagini botaniche e l’analisi di alcuni calchi dei pali di supporto e delle radici delle Gli esempi hanno mostrato il suolo come elemento di continuità, un mezzo attraverso cui passare dalla cultura del passato a viti, si è capito il come e il dove venivano coltivate le viti. Da quella del presente. E, in modi diversi, l’innovazione si sta evolqueste testimonianze iconografiche e dal rilevamento dei calchi vendo nei vigneti, sempre connettendo la memoria locale alla delle radici delle viti e dei relativi paletti di sostegno sono state produzione. verificate le tipologie di vitigni presenti all’epoca in quel territorio e, studiando i frammenti del legno di vite, si è stati in grado tre esperienze di recupero del paesaggio vitivinicolo4 di conoscere anche il sistema di orientamento dei filari (fig. 2). Nello specifico del vigneto denominato “Foro Boario” (il più Il paesaggio va letto come sinonimo di cultura, storia, natura, pro- ampio), situato vicino alla palestra grande e al cui interno si prio perché ha in sé un potere di attrazione che è dato dalla fisici- trova l’antica cella vinaria, ossia la zona destinata alla trasformatà delle forme; per cui la diversità dei paesaggi viticoli è legata al zione e lavorazione delle uve, ritroviamo la ricostruzione delconcetto di variabilità spaziale, data dal variare dei siti e dalla l’antico torchio e le canalette originarie che portavano il succo variabilità temporale. Scegliendo un criterio di ordine cronologinei dieci otri (dolia) interrati, che erano utilizzati per la raccolta co, esaminiamo il primo caso studio che si riferisce ai vigneti predel mosto. Un dato rilevante è rappresentato non solo dal posisenti all’interno dell’area archeologica di Pompei Scavi. zionamento originario delle piante, ma anche dalla ricostruzioL’antica Pompei (fig. 1) è senza dubbio paragonabile a una ne della distanza dei filari, ottenuta sempre attraverso i calchi, e metropoli di cultura, attività, mercanti e commercio; infatti era dall’individuazione del metodo di allevamento utilizzato in que-
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sto vigneto, che era ed è quello delle viti sorrette da pali di legno di castagno. Infatti, attraverso gli studi effettuati, si è scoperto che i principali sistemi di allevamento erano cinque, così suddivisi: Vite legata al palo di castagno (utilizzata prevalentemente per le colture di scaiscinoso e piedirosso); la Pergola romana; l’Alberello (utilizzato prevalentemente per l’aglianico); a Giogo; Alberata aversana. Le prime tre colture erano utilizzate all’interno della città, le altre due esternamente.
2. i filari all’interno del vigneto del Foro Boario.
3. Vista dei vigneti di aglianico a Pompei.
4. Planimetria del progetto Amastuola.
Avendo riscontrato il buon esito di tale accordo, nel 2009 la Soprintendenza Archeologica ha ampliato le aree (fig. 3) in concessione, passando dalle cinque iniziali alle dodici attuali. In questi ultimi vigneti è evidente il sistema di allevamento ad alberello; tra essi va menzionato quello dell’”Orto dei Fuggiaschi”, dotato anch’esso di un triclinio estivo con letti in muratura. La ricerca ha dato comunque vita a un prodotto unico chiamato Villa dei Misteri; una sorta di omaggio a uno dei siti dell’area archeologica di Pompei, per rappresentare, ma soprattutto valorizzare, la difesa del nostro territorio, della nostra storia e della nostra cultura. Pur se diverso l’approccio, l’analisi del secondo caso studio ci fa riscontrare l’importanza del legame tra Percezione/Storia/ Paesaggio. Più volte si è detto che il paesaggio viticolo si compone di scenografie diverse e di colori, dove proprio questi piccoli dettagli del vigneto possono rievocare paesaggi lontani, con segni di continuità o nascosti; nel prescelto caso dell’azienda Amastuola, (fig. 4) il paesaggio va vissuto in maniera concreta, in modo da consentire a uno spettatore attento di notare le differenze percepibili con il passare delle stagioni, e di subire il fascino dell’intima vitalità della vite. La masseria Amastuola si trova all’interno dell’agro di Crispiano in Puglia, zona storicamente agricola, che è stata caratterizzata sin dall’antichità dalla coltivazione della vite, tanto che sono stati trovati i segni anche durante gli scavi archeologici, da cui sono emersi sia vinaccioli sia anfore vinarie di produzione greca. Si distingue come un caso unico di armonia fra produzione ed estetica. I filari di viti sono stati impiantati sulla base del disegno pensato dal paesaggista Fernando Caruncho, il quale li ha disposti a spalliere disegnando onde parallele che si susseguono per circa tre km, definite dallo stesso autore “onde del tempo che attraversano fin dall’antichità questo luogo”. Inoltre, molti degli ulivi secolari, recuperati come elementi storicomonumentali, sono stati risistemati in isole organicamente posizionate su tutta la superficie del vigneto e lungo le strade storiche della Masseria, caratterizzando il progetto con il contrasto tra il verde argento dell’ulivo e il verde intenso delle onde delle viti. Fernando Caruncho ha disegnato per la prima volta l’intero
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5-7. il vigneto Amastuola progettato da Fernando Caruncho prima e dopo l’intervento.
paesaggio agricolo come se fosse un giardino. Nel suo lavoro Spazio e Tempo sono due parametri distintivi, che sono espressi in modo significativo dalla geometria (figg. 5-7), la quale fa da tramite tra l’architettura, il paesaggio e il cielo, e diventa la grammatica stessa del giardino. Salendo verso la masseria, progressivamente si schiude la prospettiva completa sulle onde di vigneto che paiono muoversi man mano che si avanza, formando giochi di chiaro-scuro con
gli ulivi e assumendo, a tratti, l’aspetto d’un velluto pettinato, specie quando sono toccate dal vento e dal sole radente del tramonto. Le finalità di questo progetto mirano a stimolare, promuovere e indurre una diversa concezione di paesaggio, che recuperi in toto il suo valore e la sua potenzialità nel proporre gli ambienti e il settore viticolo nazionale. L’ultimo progetto, curato dall’ingegnere Giovanni Giusti, è quello in cui emerge più un approccio tecnico/ingegneristico, ma non per questo distante dai concetti finora espressi di
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8. Mappa del sito dell’intervento in località Camigliano.
9. Fase di getto della soletta collaborante in località Camigliano.
Storia, Natura e Cultura. Nell’intervento di recupero in Irpinia (fig. 8), che è da considerarsi esemplare, il passaggio della vite dall’assetto a tendone a quello a filare ha costituito il fattore predisponente per l’attivazione dei processi erosivi e dei movimenti franosi. Un tema di particolare rilevanza oggi in Italia è rappresentato dalla messa in sicurezza di territori deteriorati, da restituire all’uso agricolo. Va sottolineata come motivazioni del dissesto la meccanizzazione delle coltivazioni agricole, che ha avuto un impatto fortissimo sul territorio. Tre elementi visivamente percepibili lo testimoniano: l’eliminazione delle bordure e delle alberature, al fine di rendere più vasta la superficie lavorabile con il trattore, l’andamento delle arature, divenute ovunque parallele alle linee di massima pendenza, la costruzione di vasche di accumulo al piede dei pendii. In particolare, la trasformazione di poderi dall’uso boschivo alla coltivazione della vite ha avuto l’effetto di attivare frane quiescenti. Il progetto è quindi preventivamente partito da una scrupolosa analisi di tutti gli elementi geologici, pedologici, geotecnici, idraulici e architettonici, che sono stati confrontati dando luogo a soluzioni interessanti che hanno raggiunto l’obiettivo di stabilizzare i pendii, attuare procedimenti di coltivazione efficaci, a basso impatto chimico e riconfigurare i territori. In questo progetto sono state privilegiate opere fatte con la terra, con l’obiettivo che della terra divenissero parte organica in breve tempo. Il recupero della vasta area (fig. 9), di proprietà dell’Azienda Feudi di San Gregorio, situata in località Camigliano, ubicata nei comuni di Tufo e Santa Paolina dell’areale avellinese, è stato effettuato
con l’obiettivo di consentire un nuovo avvio della coltivazione della vite attraverso un’organizzazione industriale, che allo stesso tempo conservasse tutti i valori di un territorio dove la qualità paesaggistica, la tradizione del vino e l’importante significato economico a essi collegato sono particolarmente elevati. È stato fondamentale ricorrere a tecniche di basso impatto, che consentissero l’impiego del terreno in sito come materiale di costruzione. L’individuazione dei metodi, delle tecniche e delle tecnologie (fig. 10) deve confrontarsi con l’altro obiettivo che è la coltivazione industriale della vite. In essa convivono nuovi sistemi che ottimizzano i processi di coltivazione, la tenuta della terra, che è conservazione degli ambienti, degli habitat, dei paesaggi, della storia dei luoghi, dell’immagine: che, sommati tra loro, rappresentano il prodotto vino. Inoltre, è importante non perdere di vista altri importanti elementi: il criterio di ottimizzazione costi-benefici, l’uso di materiali poveri e la chiusura del ciclo della costruzione. L’individuazione dei metodi, delle tecniche e delle tecnologie deve a ogni modo confrontarsi con l’altro obiettivo, ossia con la coltivazione innovativa della vite. In essa convivono nuovi sistemi che ottimizzano, sempre in maniera sostenibile, i processi di coltivazione, la tenuta della terra, la conservazione degli habitat, dei luoghi, della storia, dei paesaggi. Riguardo l’intervento di stabilizzazione del fondo alveo, il progetto ha fatto ricorso ai metodi tradizionali: formare un nuovo profilo introducendo salti, tali da ridurre la pendenza tra i salti e dissipare l’energia di posizione mediante urto. I salti sono stati
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10. il versante prima dell’intervento in località Camigliano.
11. il versante dopo l’intervento in località Camigliano.
ottenuti mediante rilevati in terra rinforzata con geosintetici in poliestere. La necessità di impiegare minori volumi possibili di terreno ha determinato la forma in pianta, inoltre è stato possibile dare tale forma visto il profilo originario delle pendici, privo di rotture di pendenza.
più tradizionali, dove l’energia spesa assume il ruolo di parametro di misura e di confronto. Dall’analisi dei tre casi prescelti, si desume l’importanza del suolo come concetto chiave che, in maniera diversa, assume il ruolo di risorsa vitale e assicura una serie di funzioni a livello ambientale, storico, sociale ed economico. Nel primo caso, attraverso l’indagine scientifica, il suolo assume il ruolo di “paesaggio storico” del luogo; nel secondo caso, attraverso l’indagine morfologica, riveste l’aspetto dell’assetto e della percezione del luogo mentre, nel terzo esempio, attraverso un corretto uso dei sistemi tecnologici, il suolo assume la funzione di componente tecnologica del luogo. Va inoltre sottolineato come la sistemazione del terreno incida, non solo sull’aspetto percettivo del paesaggio, ma anche – in maniera diretta – sulla qualità dei prodotti coltivati.
Per quanto concerne l’aspetto che si riferisce alla coltivazione della vite, è importante tener conto dell’esigenza di far attraversare i filari da piste che consentano ai diversi mezzi di poter girare alla fine di ognuno di essi, nelle diverse fasi di trattamento antiparassitario, concimazione, taglio, triturazione delle erbe e di raccolta (fig. 11). Va rilevato che la scelta di utilizzare la tecnica della terra rinforzata ha dato come risultato la realizzazione di un intervento che la vegetazione ha subito nascosto; i processi di occupazione dei terreni rimossi, da parte degli organismi vegetali, si sono innescati immediatamente, aspetto che mostra l’efficacia delle opere. Infatti, il loro corretto funzionamento come opere idrauliche è stato verificato, visto che hanno resistito già a due alluvioni, hanno innescato il processo vegetativo, hanno riconsegnato a coltivazione molti ettari di terreno, valorizzando un habitat e rilevandosi stabili. Riguardo invece l’aspetto più specifico e tecnico, va senza dubbio sottolineata la versatilità della tecnica delle terre rinforzate con geosintetici, che consente l’utilizzazione di materiali con caratteristiche meccaniche povere. Una linea di ricerca, che si rivela un ulteriore strumento di riflessione sui risultati, può essere il confronto con le tecniche
Note 1 - Paragrafo scritto da Francesca Muzzillo. 2 - John A. Passmore, La nostra responsabilità per la natura, tit. or. Man’s Responsability for Nature (1974), Feltrinelli, Milano 1986, p. 184. 3 - Remo Bodei in un’intervista, http://www.palazzoducale.genova.it/naviga.asp?pagina=659 4 - Paragrafo scritto da Fosca Tortorelli. 5 - L’affresco detto degli Amorini vendemmianti, ad esempio mostra due putti: uno, rappresentato su una scala, taglia i grappoli da un tralcio che pende dal festone superiore, mentre l’altro, a braccia tese, è pronto a raccogliere i frutti per collocarli in un cesto posato al suolo.
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Buildings’ energy efficiency and usage of renewable sources in urban areas. The TeCNaRE project Increasing of energy demand and saving needs make evident the potential of hybrid systems in order to optimize natural energetic sources available and to overcome limitations due to single one use. Particular attention is paid to integration problems of different systems or to their efficiency in terms of energy production. In this framework, questions related either to installation of these energy systems in existing or traditional buildings, either to their impact on natural environment and landscape are still open, resulting in a lack of practical guidance for professionals. Funded by Italian Environment Ministry to Architecture Department of University of Naples Federico II, in partnership with private companies, the research project TeCNaRE is aimed at developing an integrated system which, using soil thermal inertia associated with wind energy, tests the combined exploitation of these two renewable energetic sources for powering HVAC systems. The system prototype, released in a pilot installation, is a modular and scalable solution.
efficienza energetica degli edifici e utilizzo di fonti rinnovabili nelle aree urbane. il progetto teCNare Nell’ambito del progetto di ricerca TeCNaRE, finanziato dal Ministero dell’Ambiente e sviluppato dal Dipartimento DiARC dell’Università Federico II di Napoli, è stato realizzato un sistema integrato che sfrutta la combinazione di geotermico e microeolico per la climatizzazione degli ambienti. sistemi ibridi – riqualificazione energetica – microeolico – geotermico
erminia Attaianese Architetto, dottore di ricerca, Ricercatore Confermato di Tecnologia dell’Architettura, Dipartimento di Architettura, Università di Napoli Federico II. erminia.attaianese@unina.it
Articolo sottoposto a Peer review.
È ormai ampiamente dimostrato che la climatizzazione incide in maniera rilevante sul consumo di risorse energetiche primarie per consumo diretto, e concorre notevolmente anche all’alterazione climatica del sistema ambientale a causa delle emissioni inquinanti che essa produce. L’elevata domanda di energia, insieme con le crescenti esigenze di risparmio, hanno reso necessario, negli ultimi anni, lo sviluppo di sistemi cosiddetti ibridi che, sfruttando la combinazione di più fonti energetiche e integrando tra loro sistemi diversi di produzione energetica e termoregolazione ambientale, possono ottimizzare l’impiego delle risorse disponibili, superando le limitazioni che caratterizzano ciascuna fonte. Nel caso del recupero di manufatti ubicati in aree urbane, specie nei centri storici, l’utilizzo di tecnologie che impiegano componenti solari, come per esempio il fotovoltaico, è ritenuto fortemente impattante e dunque risulta precluso, nel rispetto delle norme vigenti in materia di tutela dei beni architettonici, paesistici e ambientali.
Si impone quindi la necessità di mettere a punto, specie negli interventi di retrofit, strumenti e tecniche per la climatizzazione degli edifici che a parità di prestazioni energetiche erogate, siano efficienti ma poco invasivi, in modo da essere, per questo, maggiormente diffondibili e utilizzabili nei contesti urbani e nelle aree vincolate. Ed è in questo solco che si muove il progetto di ricerca TeCNaRE, finanziato dal Ministero dell’Ambiente MATTM e sviluppato dal Dipartimento DiARC dell’Università Federico II di Napoli, in partnership con le società NHP s.r.l. e Agricola Villanova s.r.l. Finalizzato all’implementazione di sistemi di climatizzazione, basati sull’integrazione della componente geotermica con apparati microeolici, nei progetti di retrofit in aree urbane e di interesse paesaggistico, il progetto ha condotto alla sperimentazione, a scala edilizia, di un sistema integrato che, sfruttando le capacità del suolo in termini di inerzia termica, e l’energia prodotta dalla captazione eolica, utilizza due fonti energetiche rinnovabili finora poco impiegate in maniera combinata, per l’alimentazione di
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La sperimentazione del sistema integrato è stata condotta attraverso la realizzazione di un prototipo, che è stato installato su un edificio dimostratore situato sulla collina di Posillipo, area tra quelle di maggior pregio della città di Napoli e per questo interessata da vincoli ambientali e paesaggistici (fig. 1-2). In particolare l’edificio, una costruzione monopiano in tufo, costituita da un ambiente unico di dimensioni contenute (circa 100 mq), originariamente destinato ad annesso agricolo e oggi trasformato in centro socio-sanitario, fa parte di un ampio fondo, ubicato a una quota costante di 140-150 metri s.l.m, tra Via Petrarca e Via Manzoni, le cui coltivazioni sono in corso di conversione in orti terapeutici da parte della proprietà, partner del consorzio TeCNaRE. Questa nuova destinazione rende l’edificio particolarmente significativo per sperimentare le prestazioni del sistema integrato poiché la sua fruizione, prevista da parte di più categorie di soggetti, che svolgono differenti attività, durante l’intero arco diurno, offre una ampia casistica di bisogni e condizioni dell’utenza al quale il prototipo deve adeguatamente rispondere (fig. 3). Trattandosi di un fondo agricolo, nell’area era già disponibile un pozzo attivo, dal quale viene tutt’ora estratta acqua di falda per l’irrigazione dei terreni. Questa preesistenza è stata utilizzata nell’impianto realizzato, in rapporto alla componente geotermica, e ha orientato le scelte di progetto verso l’adozione, per il prototipo, di un sistema definito a “bassissima entalpia” a circuito aperto, nel quale l’acqua di falda, pompata dal sottosuolo attraverso il pozzo, è utilizzata come sorgente di calore, per poi essere reimmessa nello stesso acquifero o rilasciata in superficie
dopo l’uso. Oltre al pozzo, che dista dall’edificio da servire circa 20÷30 metri, è stata utilizzata anche una tubazione di mandata già presente in loco per l’estrazione dell’acqua di falda, di diametro pari a circa 5 cm, e una pompa sommersa, che consentono di estrarre l’acqua e trasportarla fino allo scambiatore di calore (pompa di calore), per poi scaricarla di nuovo nella medesima falda (fig. 4). I fluidi geotermici a bassa e bassissima temperatura, circolanti nella tubazione di ritorno e in parte della tubazione di mandata, sono utilizzati per il recupero del calore attraverso la pompa di calore condensata ad acqua, allocata in un apposito locale tecnico interno all’edificio da climatizzare. La componente elettrica, che consente il funzionamento della pompa di calore e della pompa sommersa per l’estrazione dell’acqua di falda, viene per buona parte fornita dal sistema microeolico. A orientare la scelta della componente microeolica del sistema integrato, non potendo disporre di misure anemometriche dettagliate, sono stati i dati forniti dall’atlante eolico, secondo cui l’area geografica in questione è caratterizzata da un valore di velocità media annua del vento pari a 5 m/s a 70 m s.l.m. Dal momento che uno dei principali requisiti del sistema è la replicabilità del prototipo e la sua adattabilità a diversi contesti urbanistici, anche in mancanza di informazioni anemometriche accurate, si è scelto di impiegare un sistema con turbine ad asse verticale. Queste, infatti, hanno un funzionamento indipendente dalla direzione del vento, risultano adatte a condizioni anemometriche anche turbolente e sono caratterizzate da una bassa velocità di inizio funzionamento (“cut-in”) e dalla capacità di sfruttare venti deboli. Una particolare attenzione si è resa necessaria riguardo alle caratteristiche di installazione. L’impiego di un sistema microeolico “tradizionale” a turbine verticali prevede, infatti, il montaggio su un palo di sostegno. Questa condizione, dal punto di vista urbanistico e di impatto paesaggistico, è particolarmente vincolante, e dunque più complessa sia in termini esecutivi, per le questioni poste dalla statica del palo, che in rapporto alle problematiche connesse al rilascio delle necessarie autorizzazioni urbanistiche. Per superare questi limiti, e consentire una ampia adattabilità di installazione del sistema integrato, è stato necessario ricorrere alla individuazione di modelli alternativi, che non prevedessero la predisposizione di pali e che avessero il requisito della semplice removibilità. Il sistema prescelto, costituito dai microgeneratori eolici Turbomill, è formato da un set di elementi microeolici di ridotte dimensioni che non richiedono l’istallazione su pali e che risultano
1. inquadramento dell’area urbana dell’intervento.
2. Veduta dell’area dall’edificio.
un impianto di climatizzazione a pompa di calore. Per giungere alla definizione di un sistema integrato con caratteristiche proprie, a partire da due sistemi tecnicamente autonomi, l’impianto geotermico e quello microeolico, e tale da sfruttare, ed eventualmente massimizzare, le principali peculiarità di ognuno delle due componenti, sono stati definiti, a monte, una serie di requisiti quali: • efficienza, • alimentazione da fonte energetica rinnovabile e inesauribile, • adattabilità a diversi contesti urbanistici, • replicabilità, • minimo ingombro, • semplicità di gestione, • facilità di manutenzione, • costo contenuto.
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3. edificio dimostratore.
5. installazione delle turbine.
4. Progetto del sistema integrato.
adatti alla installazione sugli edifici o al livello del suolo (figg. 5 e 6). Gli elementi sono removibili e modulari, e possono quindi essere facilmente integrati e adattati nel corso del tempo. I moduli base sono costituiti da 3 microturbine verticali le cui dimensioni sono: lunghezza 1460 mm; larghezza 850 mm; altezza 1430 mm; peso 51,26 kg. In termini esecutivi è stato effettuato un dimensionamento che prevede l’impiego di 6 moduli base, la cui potenza complessiva installata, pari a 3 kW, è considerata adeguata alle caratteristiche dell’edificio dimostratore (fig. 7). Concepita per essere installata semplicemente posandola al suolo, su una base piana, senza che sia necessaria alcuna autorizzazione, la microturbina risulta completamente removibile, e ciò rende il sistema integrato assolutamente replicabile e facilmente adattabile a diversi contesti urbanistici. Non necessitan-
do di pali, essa non richiede la realizzazione di strutture di fondazione, e quindi non determina la necessità di realizzare scavi o opere edili particolari, anche in ragione delle sue ridotte dimensioni che ne determinano un ingombro minimo. Presenta una evidente semplicità di gestione e una facile manutenibilità, dal momento che non necessita di particolari manovre per il suo funzionamento ed è accessibile dall’operatore. In termini di efficienza, per minimizzare le perdite elettriche, la turbina ad asse verticale selezionata ha una modalità di funzionamento con valori di tensione pari a 48 V e tutte le altre componenti elettriche, di conseguenza, sono state scelte per lavorare alla stessa tensione. Il sistema integrato, inoltre, ha richiesto l’installazione della componentistica accessoria necessaria al suo corretto funziona-
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6. Batteria delle turbine microeoliche installate.
7. Batteria delle turbine microeoliche installate.
8. Apparati per il monitoraggio della produzione di energia elettrica.
9. Centralina meteo installata sulla copertura per il monitoraggio climatico.
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9. Struttura del progetto di ricerca http://progettotecnare.wordpress.com.
mento quali un raddrizzatore/regolatore di carica, un pacco batterie di accumulo, un carica batterie intelligente, un inverter. Secondo le ipotesi fatte riguardo l’autonomia da garantire al sistema, e analizzando il caso più gravoso, rappresentato dal funzionamento in regime invernale, in quanto a esso corrisponde un assorbimento elettrico maggiore della pompa di calore, il fabbisogno elettrico annuo stimato risulta pari a 1584 kWh/anno. Tale valore, ricondotto a un bilancio annuale, si dovrebbe attestare su una quota energetica pari a 2000 kWh/anno di producibilità della microturbina stimati dal costruttore, nell’ipotesi in cui questa sia investita da una corrente d’aria di velocità pari 5 m/s costante durante tutto l’anno (figg. 8 e 9). Dal monitoraggio del sistema fin a oggi effettuato, ma non ancora completato, per condizioni di vento con una velocità pari a 1-2 m/s, quindi in condizioni di vento praticamente nulle, si rileva un risparmio energetico pari al 10% della quota energetica ipotizzata. Per ottenere un sistema completamente scollegato dalla rete elettrica, e da essa del tutto indipendente, si potrebbe dimensionare il sistema eolico in modo tale da fornire tutta l’energia necessaria per alimentare i carichi assorbiti dalla pompa di calore, ottenendo alla fine un sistema di tipo “stand-alone”. Ciò comporterebbe, però, oltre a elevati costi per materiali e gestione, anche problemi di tipo autorizzativo, soprattutto in zone urbane e vincolate, per via del forte impatto ambientale conseguente all’installazione di un sistema molto ingombrante in quanto costituito da un elevato numero di elementi. All’elevato impatto dal punto vista ambientale che deriverebbe da un siffatto sistema, si aggiungono l’impossibilità di conoscere e gestire preventivamente il comportamento della risorsa primaria rappresentata dall’energia eolica, e la necessità di garantire il funzionamento del sistema finale anche e soprattutto quando la risorsa vento risulti insufficiente o assente per periodi prolungati, così come i dati di monitoraggio finora raccolti sembrano confermare nella sperimentazione in corso. Per tutte queste considerazioni si comprende la convenienza di avere anche un collegamento alla rete elettrica (fig. 10). Sito del progetto TeCNaRE: http://progettotecnare.wordpress.com Comunicato stampa del progetto TeCNaRE: http://progettotecnare.files.wordpress.com/2014/05/tecnarecomunicato-stampa.pdf
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