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legnoarchitettura incontri Martin Rajniš progetti Leoš Válka Martin Rajniš David Kubík Marià Castelló Studio Tecne 2000 Atelier LAVIT Pezo von Ellrichshausen LOVE architecture and urbanism aMDL - Michele De Lucchi design El taller del los sueños strutture la copertura del Keukenhof topic Hello Wood 2018
EdicomEdizioni
ISSN 2039-0858
Trimestrale anno IX n° 33 ottobre 2018 Euro 15,00 Registrazione Trib. Gorizia n. 4 del 23.07.2010 Poste italiane S.p.A. Spedizione in a.p. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n.46) art. 1, comma 1 NE/UD
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legnoarchitettura legnoarchitettura rivista trimestrale anno IX – n. 33, ottobre 2018 ISSN 2039-0858 Numero di iscrizione al ROC: 8147 direttore responsabile Ferdinando Gottard
incontri
Martin Rajniš
redazione Lara Bassi, Lara Gariup editore EdicomEdizioni, Monfalcone (GO)
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redazione e amministrazione via 1° Maggio 117 34074 Monfalcone - Gorizia tel. 0481.484488, fax 0481.485721 www.legnoarchitettura.com
design 83 El taller del los sueños la realizzazione dei desideri
progetto grafico Lara Bassi, Lara Gariup stampa Grafiche Manzanesi, Manzano (UD) Stampato interamente su carta con alto contenuto di fibre riciclate selezionate prezzo di copertina 15,00 euro abbonamento 4 numeri Italia: 50,00 euro - Estero: 100,00 euro Gli abbonamenti possono iniziare, salvo diversa indicazione, dal primo numero raggiungibile in qualsiasi periodo dell’anno
strutture un tetto a cascata la copertura del Keukenhof
topic
distribuzione in libreria Joo Distribuzione Via F. Argelati 35 – Milano copertina Bosc d’en Pep Ferrer, Marià Castelló Foto: Marià Castelló Martínez
Hello Wood 2018
È vietata la riproduzione, anche parziale, di articoli, disegni e foto se non espressamente autorizzata dall’editore Foto: Stefano Muti
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Foto: Petr Kralik
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Foto: Tom Vack, con Ester Pirotta
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Gulliver Leoš Válka, Martin Rajniš, David Kubík
Bosc d’en Pep Ferrer Marià Castelló Bar Reef Sansone Studio Tecne 2000 GCP wood cabins Hotel Atelier LAVIT
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Centro Guida Sicura aMDL - Michele De Lucchi
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Foto: Jasmine Schuller
Wilder Mann LOVE architecture and urbanism
Foto: Pezo von Ellrichshausen
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Foto: Marià Castelló Martínez
Rode House Pezo von Ellrichshausen
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Foto: Marco Lavit
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Martin Rajniš
Ridefinire il naturale approccio all’architettura, alla pianificazione urbana e al design sono gli obiettivi dello studio ceco HAMR, Hut’ Architektury Martin Rajniš. In questo incontro con l’arch. Rajniš parliamo di cosa significa progettare con il legno che ci regala forme e colori sempre diversi da cui far scaturire un’idea architettonica, un’architettura che nasce da continui viaggi e incontri con popolazioni e persone sempre diverse e che porta a pensare e creare anche nuovi sistemi costruttivi.
A lato, la Torre di Dubravka, realizzata nel 2014.
Foto: Ales Jungmann
Nella pagina accanto, la torre di Bara, completata nel 2009, è stata realizzata in legno di larice (struttura) e di quercia (scala).
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Legnoarchitettura è una rivista che si occupa prin-
Come si è avvicinato all’architettura e al design in
cipalmente di edifici e strutture in legno: se dovesse
legno?
dare una nuova definizione alla parola e al materiale
Ho iniziato a progettare con il legno dopo che il mio
“legno”, come lo descriverebbe?
amico, uno dei migliori fotografi del paese, Pavel Šte-
Una materia vivente. Lo descriverei come una pianta
cha, a cui era stato diagnosticato un cancro alla co-
a metà strada del suo viaggio verso la fossilizzazione.
lonna vertebrale, mi ha chiesto di disegnare una casa
A parte i cani, il migliore amico di un essere umano in
per lui, chiedendomi specificatamente di pensarla in
natura. Il genere umano sulla via della mummifica-
legno. In ceco, c’è una parola molto specifica che
zione. Il sistema caotico più amato. Il diario della vita
Pavel ha usato e che descrive la proprietà garantita a
di un albero. La struttura di una torre chiamata albero.
un agricoltore in pensione una volta che avanza la ge-
incontri
Foto: Radka Ciglerova
In queste pagine, due immagini del Panorama Golf Resort Club House di Kácov (2016) dove legno, metallo e vetro si uniscono per confondersi con il paessaggio.
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nerazione più giovane. Avevo fatto esperienza con
di legno erano ciò che lo teneva in vita. Io sospetto che
legno del Canada, quando, in tempi di rigoroso bol-
siano state le 16 diverse riviste che hanno deciso di
scevismo interno, organizzavamo mostre e costrui-
pubblicare questo progetto e questa esperienza è ciò
vamo padiglioni e proprio in quel periodo mi sono
che mi ha legato al legno come architetto.
imbattuto nel sistema “2x4” (two-by-four, un sistema costruttivo in legno nato in Nord America ed esportato
Quanto è diffusa questa pratica costruttiva in Ce-
in tutto il mondo, in cui si usano tavole di legno stan-
chia?
dard con dimensioni nominali identificate appunto da
Per quanto riguarda la progettazione con il legno in
2 e 4 - spessore e larghezza, ndr) e ho imparato
Cechia è sì diffusa, ma sfortunatamente – per ora –
quanto può essere bello costruire con il legno. L’am-
solo in misura moderata. L’area della Repubblica Ceca
pliamento pensato per Pavel era costituito da una pic-
è coperta per il 35% dai boschi, l’offerta è sufficiente
cola struttura aperta a sud su una terrazza con una
e quindi sarebbe possibile costruire in legno come è
bella e ampia vista. I medici avevano dato a Pavel cin-
pratica comune in Scandinavia o in Canada. Ma l’idea
que mesi di vita, eppure ha vissuto altri cinque anni.
che il legno sia solo per i costruttori “poveri” è di gran
Molte volte in quegli anni mi ha confidato che i bei pa-
lunga antiquata e molti edifici prestigiosi (soprattutto i
norami e le belle sensazioni che aveva in quella casa
nostri) sono costruiti al di fuori da questo ambito.
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infinito spettro di forme, di sistemi e di possibilità che sono la sua vetrina. Meno raffiniamo il legno (meglio se non del tutto), più siamo vicini alla fonte delle variazioni di forma che sono parzialmente ordinate e parzialmente caotiche. L’equilibrio tra i due principi è la base del comportamento naturale in architettura, che è uno dei più alti valori architettonici per me. Come è giunto a sviluppare il sistema SSBS Super Scafolding Building System, che abbiamo presentato sul nr. 31 di questa rivista contemporaneamente alla pubblicazione del suo progetto Post Office a Sněžka? Dopo il ritorno dai miei viaggi in tutto il mondo, ero convinto delle alte qualità dei metodi di costruzione utilizzati dai nativi della Nuova Guinea, della foresta pluviale amazzonica o delle Isole del Pacifico meridionale. Nella maggior parte dei casi si trattava – tecnicamente parlando – di un sistema di ponteggi utilizzato per vari tipi di strutture permanenti. Così ho ricercato un sistema che mi permettesse di usare gli scarti di una segheria allo stesso modo in cui i nativi usano la giungla. Leggerezza e reversibilità caratterizzano i suoi lavori: tutti gli edifici dovrebbero essere contraddistinti da queste caratteristiche o sono solamente due peculiarità delle strutture in legno? Chiamiamo la nostra architettura “l’architettura naturale”. Il suo sistema e i suoi principi sono descritti in un libro che ho scritto; quindi, riassumendo, non solo leggerezza e reversibilità, ma anche un intero ambito di caratteristiche che si applica alla nostra architettura in cui utilizziamo altri materiali, non il solo legno, come la pietra, il vetro e la ceramica. Foto: Ales Jungmann
Definito da uno dei giurati “esploratore”, nel 2014 ha vinto il Global Award for Sustainable Architecture: in che cosa consiste il suo essere esploratore in
Da molti anni lavora con il legno realizzando strutture con differenti destinazioni d’uso – case, padiglioni, torri, ecc. – sperimentandone le potenzialità: secondo lei cosa dà in più il legno a un’opera architettonica? Penso che il vantaggio più grande del legno è che sembra familiare agli umani. Un edificio costruito in legno sembra molto più invitante dello stesso costruito in acciaio o cemento: le persone provano un’affinità con il legno. Un altro vantaggio significativo è il suo basso prezzo; una capriata fatta di acciaio è circa 3 volte più costosa, nel caso del calcestruzzo 2,5 volte. È incredibilmente piacevole costruire in legno e breve risposta. In architettura, il legno apre una porta che sta alla base di tutte le forme. Un accesso alla natura e al suo
Foto: Ales Jungmann
l’elenco dei suoi vantaggi supera di gran lunga questa
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architettura e che valore ha la sostenibilità oggi? Chiunque sia come me, ovvero nato alla fine della seconda guerra mondiale e che dopo poco si è ritrovato nel mezzo del bolscevismo aggressivo, ma che è anche, allo stesso tempo, figlio unico, un convertito di sinistra, un discepolo e un paziente disgrafico con un QI di circa 160, è destinato a condurre l’esistenza di un esploratore, a essere un anarchico e a vivere un’evoluzione rivoluzionaria a causa di molteplici ostacoli incontrati sulla propria strada sotto forma di istituzioni ufficiali, posizioni e pratiche consolidate. In realtà, non è possibile qualsiasi altro stato mentale, è necessario esplorare. Per quanto riguarda la “sostenibilità”, la parola, per me, rappresenta un termine un po’ banale, che prevedo presto non sarà più utilizzato. Appartiene alla categoria delle etichette vaghe come ad esempio “carattere del paesaggio”, “amore eterno” e “coro angelico”. Ma il fatto di aver ricevuto un premio con questo attributo in realtà non mi infastidisce. Al contrario, ne sono molto contento! In Italia, a eccezione delle aree alpine o boschive, fino a un qualche decennio fa non si costruiva in legno, mentre oggi è un settore in continua crescita: che consigli darebbe a un progettista che si avvicina per la prima volta a un progetto in legno? Consiglierei loro di iniziare prendendo una sega, un’ascia e altri strumenti e insieme agli amici testare il legno con le proprie mani; molti corsi organizzati Quindi suggerirei loro di viaggiare per il mondo e di osFoto: Radka Ciglerova
In questa pagina, due immagini del padiglione della Cechia alla Biennale di Architettura di Venezia del 2010.
hanno dimostrato che questo è un buon metodo. servare da vicino i nativi, principalmente in aree come l’Africa, la foresta pluviale, le Isole del Pacifico, e di pensare attentamente a ciò che vedono. Poi direi loro di farsi chiudere in un monastero Zen a Kyoto. Vorrei anche dire loro di cercare i giunti di carpenteria tradizionali e di studiare i manuali del sistema 2x4 (two-byfour system), meglio se in Canada. Vorrei dire loro di guidare attraverso la costa occidentale del Canada, così come quella degli Stati Uniti e in qualche modo entrare nelle incredibili case di Bill Gates e George Lucas. Quando avranno fatto tutto questo, avranno effettuato i primi passi verso l’architettura in legno. Potrebbero anche dare un’occhiata allo studio di Renzo Piano, a Genova, e vedere alcuni dei nostri edifici qui nella Repubblica Ceca. E questo è solo un antipasto. Per chiudere questo incontro: lei afferma che “… l’andare in barca a vela e i viaggi sono forse più importanti di case e libri...” Può spiegarci cosa intende
Foto: Radka Ciglerova
con questa frase?
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incontri
Sono sicuro che conoscerete il libro “Zen and the Art of Motorcycle Maintenance” di Robert M. Pirsig (Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta,
Foto: Andrea Thiel Lhotakova
Asilo nido e training café per persone disabili a Krč (2013). L’edificio ha una struttura in legno a telaio ed è costruito su micropali d’acciaio.
libro in cui l’autore narra del viaggio che compie con
sione Zen, pur non conoscendo nulla delle cerimonie
il figlio attraverso gli Stati Uniti d’America e che diventa
del tè o del tiro con un arco asimmetrico (Kyudo); per-
l’occasione per la ricerca del proprio io primitivo, svi-
tanto con quella mia frase raccomando la paziente re-
luppando i primi elementi di ciò che Pirsig definirà in
sistenza alle difficoltà del viaggio.
Sotto, abitazione privata a Železná (2012) con struttura balloon-frame.
seguito “Metafisica della Qualità”, ndr). Allo stesso modo durante i miei viaggi in barca, tra pesci volanti Per approfondimenti: www.hutarchitektury.cz
Foto: David Kubik
nel mezzo dell’Atlantico, stavo entrando nella dimen-
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Foto: Petr Kralik
Leoš Válka, Martin Rajniš, David Kubík
Gulliver Praga (CZ)
_1 L’accesso a Gulliver avviene grazie a una scala in acciaio che conduce a una porta protetta dal foglio di EFTE, il quale riveste anche la parte superiore della struttura in legno.
Foto: Petr Kralik
_2 Da sotto si notano la gondola che sporge dal corpo del dirigibile, le due strutture metalliche che lo sorreggono e che si ancorano a due facciate dell’edificio esistente e la copertura, che ripara il legno dalle intemperie, in EFTE (Etilene Tetra Fluoro Etilene, un polimero contenente fluoro che si presenta come una plastica leggera, trasparente come il vetro ma meno pesante e piÚ economico).
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progetti
Foto: Petr Kralik
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Ubicazione: Praga (CZ) Progetto: Leoš Válka, Martin Rajniš, David Kubík, Praga (CZ) Collaboratori: Zbyněk Šrůtek, Pavel Kocourek, Eva Fajkusová, Dvořák & partneři Appaltatore generale: STYLBAU s.r.o, Hradec Králové (CZ) Appaltatore struttura legno: TIMBER DESIGN s.r.o., Česká Skalice (CZ) Fine lavori: 2016 Superficie struttura portante in legno: 322 m2 Area calpestabile: 161 m2
Fotografie di cantiere: David Kubík; René Volfík; Zbyněk Šrůtek; Petr Králík
Gulliver si è fermato a Praga Ispirata alla forme iconiche dei dirigibili che solcavano il cielo nei primi decenni del 20° secolo, un’imponente struttura in legno e acciaio è adagiata sui tetti del DOX, il Centro per l’Architettura Contemporanea di Praga, quasi fosse ancorata a un pilone di ormeggio pronta per un nuovo viaggio. La storia di questo intervento inizia nel 2008 quando il direttore del DOX, Leoš Válka assieme ai suoi soci, riconverte un’ex fabbrica in uno spazio multifunzionale, dando vita in tal modo a un luogo di ricerca, di esposizione e di confronto sulle più importanti tematiche sociali. Tuttavia, per trasmettere il messaggio che in un mondo globalizzato ogni cosa non deve essere standardizzata bensì può essere vista e realizzata sempre in modo diverso, al DOX mancava un elemento organico che rompesse, per volumetria e colore, la sua rigorosa composizione. Per questo motivo nel 2013 Válka invita l’arch. Martin Rajniš a lavorare assieme per creare una struttura “parassita” che con la sua sagoma potesse invadere l’architettura severa in cemento e vetro del Centro. Per più di due anni i due hanno collaborato con tecnici e progettisti specializzati nel costruire con il legno e con l’acciaio per poter concretizzare un “sogno di ragazzini”, come viene definito da Válka, ossia un elemento lungo 42 m e largo 10 m che volutamente imita i famosi aeromobili di inizio Novecento. La forma è ovviamente simbolica; come gli zeppelin hanno rappresentato gli ideali ottimistici di un’epoca di progressi tecnologici senza precedenti incarnando l’eterno desiderio dell’uomo di volare, così il nuovo organismo costituisce uno spazio dove la condizione umana contemporanea viene indagata attraverso l’analisi di opere letterarie – narrativa, poesia e scrittura critica – e dove l’arte incoraggia una nuova visione della realtà odierna. Gulliver – il nome di questa nuova aggiunta richiama ovviamente uno dei personaggi più famosi della lettura utopica – è realizzato con una intelaiatura in acciaio che sostiene tralicci circolari in legno i quali, a loro volta, forgiano il profilo a sigaro di questo dirigibile di oggi, protetto superiormente dalle intemperie da un elemento trasparente. Pannelli radianti a infrarossi riscaldano la struttura che può quindi essere utilizzata durante tutto l’anno grazie anche alle attrezzature multimediali di cui è dotata.
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pianta
I disegni in queste due pagine consentono di capire meglio come è stata realizzata la struttura; nelle due sezioni longitudinali, in pianta e in alzato, è infatti possibile notare i 14 tralicci in legno e l’intelaiatura in metallo, bene evidenziata anche nella sezione trasversale. In quest’ultima, in particolare, si osservano anche la forma del traliccio ligneo e il ponte metallico reticolare il quale funge inoltre come supporto alla soprastante pavimentazione.
sezione trasversale
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progetti
Foto: Petr Kralik
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_3 Dall’alto sembra quasi che Gulliver stia per appoggiarsi alle coperture del DOX, librandosi nell’aria come un vero e proprio dirigibile. A destra, il puntone e i tiranti assicurano la stabilità del manufatto.
sezione trasversale
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Sotto, dettaglio dell’interno della struttura in corrispondenza di una delle due estremità , dove tiranti in acciaio connessi all’intelaiatura metallica rendono salda e resistente l’ossatura in legno.
Foto: Petr Kralik
pianta di una delle travi circolari
Foto: Petr Kralik
I tiranti in acciaio ancorano stabilmente tra di loro le travi circolari in legno e gli elementi longitudinali, sempre in legno. Una struttura secondaria, anch’essa circolare, sorregge il rivestimento esterno in sottili doghe di legno.
_sistema costruttivo________ Lunghezza 42,2 m, diametro massimo 9,35 m, punto più alto del corpo della struttura 24,35 m. Sono queste le dimensioni di Gulliver, la cui intelaiatura è costituita da 14 tralicci in legno di larice incollato, disposti a una distanza di 2,2-3 m l’uno dall’altro e connessi tra di loro mediante elementi longitudinali in legno. Il complesso delle parti in legno è completato da tiranti in acciaio, che ne assicurano la stabilità, ed è sospeso e ancorato a un ponte reticolare inclinato in acciaio che costituisce anche il supporto per il pavimento interno, sempre in legno. Due colonne in acciaio accoppiate, montate su fondazioni appositamente realizzate, scorrono lungo le facciate rivolte verso il cortile interno dell’edificio, fungendo da supporto allo scheletro metallico, mentre un puntone e tiranti stabilizzano in direzione orizzontale la parte a sbalzo dell’architettura su una delle due coperture. L’ossatura in legno del dirigibile è rivestita con lamelle di larice ed è protetta superiormente da un foglio di ETFE a membrana trasparente monostrato. A completamento della forma iconica a guisa di aeromobile, è stata realizzata una gondola – destinata nei dirigibili ad accogliere l’equipaggio e il carico – collegata alla costruzione e accessibile dal ponte/sala soprastante mediante una piccola scala.
struttura di rinforzo in acciaio
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Foto: Petr Kralik
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_4 Lo scheletro metallico a supporto della protezione in EFTE segue il ritmo dei tralicci in legno.
Foto: Petr Kralik
_5 Un puntone e tiranti in acciaio ancorano solidamente la porzione a sbalzo della struttura sulla copertura.
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progetti
A sinistra, realizzazione delle travi circolari in legno in laboratorio, suddivise successivamente in piĂš tronconi per facilitarne il montaggio in cantiere. A destra, il ponte metallico su cui sono state installate tutte le parti lignee di Gulliver.
A sinistra, assemblaggio dei tralicci in legno sull’intelaiatura metallica. A destra, fase di installazione dell’ossatura in legno.
A sinistra, fissaggio dei tiranti e della controventatura in corrispondenza delle travi circolari in legno. A destra, tralicci circolari ed elementi longitudinali in legno hanno formato l’intelaiatura lignea principale della struttura.
Fissaggio del rivestimento in doghe di legno e della struttura metallica a supporto della protezione in EFTE.
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Foto: Marià Castelló Martínez
Marià Castelló
Bosc d’en Pep Ferrer Formentera (E)
_1 Le tre scatole di legno che formano il livello superiore dell’abitazione si affacciano a sud verso il mare, su un orizzonte interrotto solamente dalla torre settecentesca di Pi des Català. I fronti rivolti a nord, che qui vediamo, sono completamente chiusi.
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Foto: Marià Castelló Martínez
Foto: Marià Castelló Martínez
_2 I volumi in legno poggiano solamente in due punti, sulle murature che danno regolarità alle pareti interrate scavate nella roccia. Anche sui prospetti laterali i parallelepipedi non presentano aperture visibili.
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progetti
Ubicazione: Playa de Migjorn, Formentera (E) Progetto: Marià Castelló, Formentera (E) Collaboratori: Marga Ferrer, Natàlia Castellà, Lorena Ruzafa e Elena Vinyarskaya Strutture: Miguel Rodríguez Nevado (E) / Ferran Juan (E) Appaltatori: Motas Proyectos e Interiorismo S.L., Ibiza (E) / Luis Tulcanazo Castro (E) / Antonio Serra Requena, Formentera (E) / Foreva S.L., Formentera (E) Lavori: novembre-marzo 2017 Superficie: 243,59 m2 al piano terra + 71,73 m2 nel seminterrato
Respect! Il rispetto per la natura e per le sue risorse, l’attenzione all’architettura tradizionale locale e la rilettura di alcuni archetipi sintetizzano l’essenziale e chiaro programma progettuale di questa abitazione, straordinariamente semplice, che sorge sulla costa sud di Formentera. Tre parallelepipedi di legno cross-lam all’apparenza fluttuanti, che ricordano per forma e finitura esterna le capanne dei pescatori, si inseriscono infatti con armonia e delicatezza in un appezzamento di terreno che viene chiamato con il toponimo Bosc d’en Pep Ferrer dagli abitanti della più piccola delle isole Pitiuse e che è caratterizzato da un denso boschetto di pini digradante verso la spiaggia di Migjorn a sud e da un’area brulla e rocciosa a nord. I tre moduli minimizzano la loro impronta sul suolo, a cui sono legati solo in due punti, e godono appieno del panorama onirico della costa e dell’orizzonte, interrotto solo a sud-ovest dalla silhouette rastremata della torre Pi des Català risalente al 1713. L’arch. Marià Castelló Martínez ha plasmato questo edificio secondo un continuo dualismo che vede contrapposti la densità della roccia e la leggerezza del legno, la solidità della terra e la levità dell’aria, le abili lavorazioni artigianali e le possibilità, quasi infinite, della tecnologia costruttiva odierna. I tre corpi lignei, ad esempio, separati l’uno dall’altro ma uniti da passerelle vetrate, generano un’alternanza di pieni e vuoti che viene riproposta anche all’interrato, dove una successione di cortili aperti e spazi chiusi si rincorrono longitudinalmente. O ancora: all’agile struttura in legno fa da contraltare la cavità interrata, le cui pareti – che ricordano le marès, le cave di arenaria dell’isola – sono costituite dalla roccia scavata; esse sono regolate superiormente da una struttura in cemento a formare un cordolo continuo su cui poggiano i volumi in legno. Una dicotomia ininterrotta dunque, ma controllata da un preciso equilibrio e dalla grande cura con cui ogni dettaglio è stato pensato: tutto è stato ideato in funzione del vivere quotidiano e del rispetto dell’ambiente.
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Nella pianta del piano interrato, cosÏ come nelle sezioni presenti in queste due pagine, è stata inserita anche la sagoma della grotta naturale, scoperta proprio in fase di cantiere.
pianta piano interrato
pianta piano terra
sezione AA
sezione BB
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sezione CC
progetti
Foto: Marià Castelló Martínez
_materiali e ambiente________ La progettazione è stata guidata da criteri di bioedilizia che quindi ha visto l’uso di materiali naturali o provenienti dallo stesso sito, basti pensare solamente alla roccia estratta, ridotta a ghiaia e riutilizzata nei patii. Il legno di pino e di abete non è stato trattato superficialmente, le parti intonacate hanno previsto l’uso di pitture ai silicati ad alta permeabilità e le pareti e le coperture sono state isolate con pannelli di cotone riciclato. Tutto ciò ha prodotto un involucro igroscopico, permeabile al vapore acqueo a garanzia di un ambiente interno sano e piacevole e di un edificio efficiente energeticamente.
Piccole finestre sono riconoscibili sui lunghi prospetti laterali solo all’imbrunire, quando l’illuminazione artificiale interna permette di scorgerne il profilo, ombreggiato dal rivestimento esterno di fitti listelli di legno verticali.
sezione DD
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Foto: Marià Castelló Martínez
Il livello interrato della casa è stato letteralmente scavato nella roccia la quale, lasciata a vista, diviene parete. La foto della pagina, scattata in prossimità dell’ingresso, evidenzia alcune dualità del progetto quali la densità della roccia che si contrappone alla leggerezza del legno o l’apparente opacità del rivestimento ligneo che contrasta con la trasparenza del vetro.
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Foto: MariĂ CastellĂł MartĂnez
In corrispondenza di una delle due passerelle vetrate sospese che collegano i tre corpi in legno soprastanti si apre la grotta che, emersa durante la realizzazione delle fondazioni, è diventata parte integrante dello spazio abitativo.
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sezione prospettica AA
_sistema costruttivo________
Foto: Marià Castelló Martínez
La dualità progettuale descritta nel testo introduttivo si riscontra anche nel sistema costruttivo scelto, leggero e pesante. Il sistema leggero, a secco, è fuori terra, dove infatti si incontrano i tre volumi realizzati in pannelli di cross-lam, prefabbricati con macchine a controllo numerico, e le travi di lamellare per la copertura; tutto l’involucro è stato opportunamente coibentato e reso a tenuta d’aria. Pesante è invece la muratura continua che emerge appena dal livello del suolo e su cui poggiano solo in due punti le “scatole” di legno; essa è stata costruita per regolare ciò che non si vede ovvero le pareti in roccia della lunga cavità (45 m) orizzontale interrata. Quest’ultima è stata ottenuta per “sottrazione”, togliendo cioè materiale roccioso dal lotto e infine livellandola, quasi fosse una scultura. L’alternanza di pieni e vuoti pensati dal progettista a livello compositivo è stata inoltre amplificata durante i lavori di scavo e di fondazione, quando un piccolo crollo al basamento dell’interrato ha portato alla luce una grotta naturale nei pressi dell’ingresso principale dell’abitazione; la grotta è stata integrata in corso d’opera nel progetto ed ora è parte integrante della casa.
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Qui sotto, tre fasi di realizzazione dell’abitazione; da sinistra, posa dei pannelli prefabbricati sui cordoli, delle travi in lamellare della copertura e del telo di tenuta all’aria e all’acqua, sopra cui sono stati fissati i listelli verticali e orizzontali a sostegno del rivestimento esterno. Nella pagina accanto, una splendida veduta della casa immersa nella macchia mediterranea e affacciata sulla spiaggia di Migjorn.
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Foto: Marià Castelló Martínez
L’interno del volume centrale accoglie la zona giorno della casa; il legno è ancora protagonista dell’abitazione, essendo lasciato a vista nelle partizioni orizzontali (soffitto e pavimentazioni) e usato per l’arredo.
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_l‘autosufficienza di Formentera________ L’autosufficienza è una caratteristica fondamentale dell’architettura popolare dell’isola, non solo in termini di materiali, ma anche di energia. È stata quindi accuratamente studiata la topografia del sito per individuare il luogo migliore dove interrare la cisterna per stoccare l’acqua piovana da 250 tonnellate, quantità questa più che sufficiente per coprire le esigenze idriche della casa. Allo stesso modo, per far fronte alle necessità elettriche, si è optato per un sistema fotovoltaico installando i moduli sulla copertura del volume collocato a est; l’acqua calda sanitaria è prodotta da collettori solari collocati sul tetto del volume centrale. Vista infine la sua comprovata efficacia nel clima mite delle Baleari, la ventilazione della casa viene effettuata tramite sistemi passivi, sfruttando le brezze provenienti dal mare.
Foto: Marià Castelló Martínez
Dall’accesso principale della casa, posto al livello interrato, si notano lo scorcio di una passerella a sinistra, la rampa dell’ingresso carrabile al centro e la scaletta che consente l’accesso alla grotta a destra. Tutto è dominato dal colore caldo della roccia e del legno, che quasi si confondono, e dal bianco dell’intonaco, tonalità caratteristiche dell’architettura vernacolare dell’isola.
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progetti
La successione di immagini mostra alcune fasi di costruzione della casa. Da notare, nella seconda foto dall’alto, la grotta naturale apparsa in seguito ai lavori di scavo e alla costruzione delle fondazioni. I successivi scatti fanno vedere la posa degli elementi di legno, la tenuta all’aria e all’acqua e la realizzazione del rivestimento.
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Foto: Stefano Muti
Studio Tecne 2000
Bar Reef Sansone Portoferraio
_1 Il locale tecnico e i bagni a servizio dei clienti sono ospitati al livello inferiore della struttura. _2 Il bar si integra perfettamente nell’ambiente circostante grazie anche ai materiali di finitura: il legno, materiale principale, è utilizzato sia per la struttura che per il rivestimento di pareti e solai, ed è interrotto solamente da puntuali pareti inverdite.
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Foto: CSC S.r.l. Arredamenti
Foto: CSC S.r.l. Arredamenti
_3 Veduta di una delle due terrazze del ristorante al piano principale del bar.
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Foto: CSC S.r.l. Arredamenti
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Ubicazione: Loc. San Sansone, Portoferraio (LI) Progetto e D.L.: arch. Massimiliano Pardi – Studio Associato Tecne 2000, Portoferraio (LI) Strutture civile: ing. Elvio Bolano, Portoferraio (LI); ing. Lorenzo Mellini, Bibbiena (AR) Progettista energetico e FV: ing. Alessandra Rando, Capoliveri (LI) Progettista impianto elettrico: p.i. Francesco D’Errico, Portoferraio (LI) Progettista Verde: agr. Alessandra Puccini, Capoliveri (LI) Certificatore energetico: arch. Alessandra Moncini, Portoferraio (LI) Appaltatore: Lam Ambiente S.r.l., Chiusi della Verna - Corsalone (AR) Fine lavori: luglio 2017 Superficie: 71,68 m2
Bar con vista Realizzare un’opera a servizio di una delle spiagge più belle d’Italia può non essere semplice, soprattutto se il fabbricato si inserisce in un contesto sottoposto a tutela naturalistica. Questo è ciò che accade con il nuovo bar-ristorante Reef Sansone che si colloca su un promontorio affacciato sulla spiaggia all’interno della Costa Bianca di Portoferraio, nel Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano. Il progetto nasce dalle peculiarità dell’area protetta e dalla volontà di relazionarsi con essa secondo un processo che si ispira alla morfologia del luogo, ai suoi colori e ai suoi materiali, indirizzando pertanto le scelte progettuali verso l’integrazione tra l’ambiente e il costruito. In questo modo, i nuovi volumi e gli spazi privilegiano una struttura a secco, materiali naturali e ampie zone verdi. Nel dettaglio, l’ossatura a telaio a secco in legno e ferro, che non ha richiesto lavori di scavo, non impatta sul terreno su cui poggia e i solai di calpestio sono sollevati da terra per non modificare il profilo originario del sito. La salvaguardia dell’area ha richiesto l’uso di materiali non inquinanti come, ad esempio, fibra di legno e lana di pecora che, al disassemblaggio dell’edificio, lasceranno il luogo nelle condizioni iniziali e, infine, il verde pensato per disegnare aree relax ombreggiate che consentono alla macchia mediterranea di penetrare nel fabbricato e di riaffermare la dimensione naturale del programma progettuale. L’edificio, che si compone di tre livelli con i locali tecnici e i servizi igienici al piano rialzato, la cucina, l’area bar e due terrazze esterne al secondo e la terrazza belvedere con il giardino pensile all’ultimo, è rivestito esternamente con doghe in legno naturale il cui colore richiama quello dei tronchi di leccio che circondano la struttura. La facciata è inoltre ricoperta in gran parte da due orti verticali che si contraddistinguono per la presenza di erbe aromatiche che crescono spontaneamente in questi luoghi. Un giardino pensile sulla terrazza superiore racchiude in sé alcune piante della macchia mediterranea per ritrovare e far riconoscere la vegetazione tipica dell’area.
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Il Reef Sansone - Bar Ristorante ha recentemente vinto due premi del concorso internazionale Green Solutions Awards 2018, il primo lo “User’s choice” (il caso più votato della piattaforma italiana), il secondo votato dalla giuria nazionale come il miglior progetto ricadente nella categoria “Bassa emissione di CO2”; grazie a questi riconoscimenti la struttura accede direttamente alla selezione della giuria internazionale per la valutazione dei migliori casi di tutti i Paesi aderenti a Construction21, piattaforma collaborativa dedicata a tutti i professionisti attivi nel settore dell’edilizia sostenibile.
pianta livello inferiore
prospetto est
prospetto nord
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pianta piano terra
Foto: Stefano Muti
Dettaglio di una delle terrazze: la disposizione orizzontale e verticale delle doghe di rivestimento e le pareti inverdite danno movimento alle superfici e consentono al bar di diventare parte integrante dell’ambiente naturale che lo circonda.
_ambiente sostenibile________ Lo studio dell’orientamento dell’edificio, dell’isolamento, della trasmittanza periodica degli elementi opachi orizzontali e verticali, della ventilazione naturale, della illuminazione naturale e del tipo di attività correlata hanno consentito di scegliere e di dimensionare adeguatamente le pompe di calore per il raffrescamento del fabbricato così da assicurare il massimo confort termo-igrometrico. Nonostante il bar-ristorante sia infatti raffrescato prevalentemente mediante ventilazione naturale durante l’estate, un impianto di condizionamento con pompa di calore aria/aria alimenta gli split a parete nelle giornate in cui il caldo è particolarmente accentuato. Anche l’ACS è prodotta da sistema, separato, in pompa di calore aria/acqua. Un impianto fotovoltaico, non connesso alla rete, soddisfa la richiesta elettrica del fabbricato. L’integrazione con l’ambiente è attuata anche mediante il recupero delle acque meteoriche che vengono raccolte in un’apposita cisterna, posizionata fuori terra, evitando così opere di sbancamento necessarie per la sua posa. Le acque vengono reimpiegate per le pulizie e l’innaffiamento dei giardini.
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Foto: Massimiliano Pardi
Realizzazione del solaio interpiano con travi primarie e secondarie di legno lamellare.
1 piastra (10 mm) per appoggio trave con fazzoletti verticali (10 mm) saldati a colonna 2 piastra per appoggio trave (160x100x10 mm) con fazzoletto verticale (10 mm) saldati a colonna 3 travetti in legno GL24 (sez. 160x200 mm) a sostegno dell’assito (30 mm) e del pannello di OSB/3 (15 mm) 4 travi secondarie in legno GL24 (sez. 160x200 mm) 5 travi secondarie in legno GL24 (sez. 160x320 mm) 6 pannello sandwich (60 mm)
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sezione longitudinale
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Foto: Massimiliano Pardi
La copertura, anch’essa costruita con elementi di lamellare, è sostenuta da un’intelaiatura in acciaio. Tutto l’edificio è fabbricato a secco, così da poter essere facilmente dismesso in futuro.
_sistema costruttivo________ La struttura a telaio del manufatto è realizzata completamente a secco con sistema misto in acciaio e legno; essa propone un concetto di parete non troppo distante dal “Plat-form” in legno, ma permette una maggiore elasticità progettuale architettonica, visto che le strutture portanti verticali in acciaio sono puntuali. Materiali naturali non inquinanti e pareti ventilate, che poggiano sulle putrelle dei solai, assicurano un efficace isolamento dell’edificio. La struttura è completamente sollevata da terra per non impattare sul terreno e per eliminare la possibilità del subentro del gas Radon all’interno degli ambienti confinati.
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Foto: Stefano Muti
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_4 La vista dall’alto consente di individuare facilmente la disposizione planimetrica del bar con le sue tre terrazze che si aprono a lato del corpo principale e sul tetto.
Foto: Stefano Muti
_5 Gli spazi esterni sono sfalsati in altezza, così da offrire viste diverse della baia e dell’entroterra dell’isola.
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A lato, due momenti della posa della struttura a secco portante in acciaio e legno.
A sinistra, le pareti di tamponamento in legno del fabbricato. A destra, la tenuta all’aria della struttura opportunamente nastrata in corrispondenza delle giunzioni.
Due fasi della realizzazione del rivestimento esterno in doghe di legno orizzontali; a sinistra ben si individua la sottostruttura in listelli verticali.
A sinistra, fissaggio delle travi portanti del solaio. A destra, posa dello schermo barriera al vapore riflettente e del pacchetto coibente del solaio.
Le fotografie di questa pagina sono state scattate dall’arch. Massimiliano Pardi.
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Foto: Marco Lavit
Atelier LAVIT
GCP wood cabins Hotel Lac de La Lionne (F)
_1_2 Due viste della stessa cabane flottante con terrazza quadrata, collegata a terra tramite una passerella. _3 In primo piano, una cabane flottante con terrazza circolare. Sullo sfondo, a sinistra, se ne intravede un’altra.
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Foto: Marco Lavit
Foto: Marco Lavit
Durante il giorno, l’esperienza all’interno della suite è un gioco di luci e ombre con il sole che filtra attraverso la schermatura, proiettando motivi sempre in movimento sul pavimento. I vuoti casuali forniscono immagini astratte di vegetazione, lago e cielo. Dopo il tramonto l’effetto è invertito: immersa nell’oscurità e illuminata solo dalla luna, la cabane evoca una lanterna, irradiando all’esterno la luce dorata interna tra le doghe di legno.
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Foto: Marco Lavit
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Ubicazione: Lac de la Lionne, Sorgues (F) Progetto: Marco Lavit - Atelier LAVIT, Paris (F) Strutture in legno: Nid Perché - SARL, Sainte Sabine (F) Appaltatore: Nid Perché, Sainte Sabine (F) Lavori: 2017-2020 Superficie utile delle singole cabanes: tra 23 e 32 m2
Un albergo diffuso sulle acque Situato in una riserva di pesca sul lago di La Lionne, a pochi chilometri da Avignone, l’Ecohotel di Cabanes Nature et Spa è costituito da 14 suite, semplici ma sofisticate, che si mimetizzano nell’ambiente naturale inserendosi in esso in modo delicato e non invadente. Ricordano quasi delle costruzioni primitive, sorgenti dalle canne del lago: galleggiano sull’acqua come zattere, si ergono su pilotis lungo le rive come delle palafitte o diventano quasi ipogee. L’architettura di queste capanne dialoga perfettamente con il tranquillo ambiente lacustre, riprendendo nel rivestimento esterno – che diventa vera e propria schermatura – il movimento verticale ed elegante suggerito dalle canne, razionalizzando all’occorrenza la propria disposizione e filtrando la vista diretta sulle terrazze. Questi elementi verticali, infatti, disposti con passi differenti, permettono di ripararsi dal sole e dal vento garantendo al contempo una certa privacy, poiché la capanna rimane nascosta dal “filtro” in legno. Dal punto di vista prettamente architettonico, si tratta di piccole costruzioni tra i 23 e i 32 m2 di superficie utile con una struttura in telaio di legno data da elementi prefabbricati, nelle quali è sempre presente una camera da letto matrimoniale, un piccolo bagno, una zona living e, all’esterno, una vasca idromassaggio. La planimetria delle capanne alterna modelli a uno o a due ambienti separati (ma sempre pensati per un massimo di due persone), di forma quadrangolare. Esse possono spingersi come zattere all’interno del lago per una decina di metri, avere una terrazza che le circonda da tutti lati di forma quadrata o circolare ed essere collegate alla terra ferma tramite una passerella, oppure essere ancorate alla riva ma sollevate dal terreno tramite pilastri o, ancora, nascondersi nel terreno per i ¾ e uscire all’esterno solo da un lato con una generosa terrazza. Per semplificare il processo di costruzione, l’atelier LAVIT ha progettato le suite in modo che le strutture in telaio di legno potessero essere prefabbricate prima di essere trasportate al lago. I componenti sono stati quindi numerati, smontati e ricostruiti in soli tre mesi, un sistema che ha ridotto i costi durante l’installazione e diminuito l’impatto sul paesaggio.
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L’Eco-hotel è situato in una riserva di pesca ad Avignone, nel sud della Francia. Le 14 suite finora realizzate – che raggiungeranno il numero di 19 entro il 2020 – evocano edifici primitivi sulla riva del lago, galleggiando sull’acqua come zattere o ergendosi presso la riva su pilotis, come palafitte. L’architettura si abbina perfettamente alla flora locale, caratterizzata soprattutto da canne, dalle quali riprende e razionalizza l’elegante spinta verticale. Le diverse distanze a cui sono stati posati gli schermi verticali in legno intorno alla capanna, realizzati con legno di Douglasia non trattato, garantiscono la privacy dei clienti, oltre a ripararli parzialmente dal sole e dal vento.
Foto: Marco Lavit
planimetria generale dell’Eco-hotel
Nelle stagioni più rigogliose, l’architettura delle capanne si integra con il paesaggio in una perfetta mimetizzazione. In inverno, invece, quando la terra dorme sotto una coltre di neve, le linee verticali delle stecche si riflettono sull’acqua.
sezione e pianta del tipo flottante quadrato
sezione e pianta del tipo a palafitta
sezione e pianta del tipo flottante tondo
sezione e pianta del tipo ipogeo
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1 rivestimento in legno massiccio di Douglasia (30 mm) 2 lamelle in legno massiccio di Douglasia (27 mm) 3 tavole di supporto per travetti (30 mm) 4 pannello OSB (27 mm) 5 membrana isolante in EPDM 6 lana di vetro (50 mm) 7 trave in legno massiccio di pino (100x150 mm) 8 travetto in legno massiccio di pino (80x200 mm) 9 listelli in pioppo (16 mm) 10 oscurante 11 doppi vetri 12 rivestimento in multistrato di Douglasia
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Foto: Marco Lavit
Tutto quello che si può vedere all’esterno della tipologia ipogea: la terrazza antistante che guarda verso il lago.
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Foto: Marco Lavit
Foto: Marco Lavit
Gli interni delle cabanes sono altrettanto spartani quanto gli esterni, demandando al solo legno la volontà di narrarne l’architettura. Gli ospiti accedono alle unità tramite passerelle di legno che si estendono dalle rive del lago. Le camere contengono un’area per dormire (a volte due camere, più spesso una sola matrimoniale), una zona living, un piccolo bagno e una vasca idromassaggio posizionata all’esterno e ben nascosta dal rivestimento di doghe verticali. Le cabanes sono dotate di un riscaldamento di tipo elettrico e abitabili anche durante i mesi meno caldi.
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Foto: Marco Lavit
Sopra, l’affaccio sull’acqua di una cabane a palafitta. Non visibile nella fotografia, ma evidente in pianta, sulla terrazza è presente un rettangolo di rete che guarda nell’acqua del lago. A seconda del periodo dell’anno, questa cabane può sembrare costruita parzialmente nell’acqua o totalmente sulla terra ferma, come si può vedere nella fotografia della pagina a fianco (in basso), realizzata durante la fase di costruzione.
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progetti
Alcune immagini delle diverse cabanes che caratterizzano l’Eco-hotel sul lago de La Lionne in varie fasi di cantiere.
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Pezo von Ellrichshausen
Rode House Chonchi (RCH)
Foto: Pezo von Ellrichshausen
_1 Il tetto spiovente di Rode House protegge il cortile interno su cui si affacciano tutti gli spazi abitativi della casa. _2 L’edificio di presenta con un affaccio principale completamente rivestito di doghe di legno orizzontali e quasi chiuso a fronteggiare i venti che spirano dall’oceano. Solo piccole aperture trasparenti punteggiano il prospetto.
Foto: Pezo von Ellrichshausen
Foto: Pezo von Ellrichshausen
_3 Immersa nella natura incontaminata dell’isola di Chiloè, l’abitazione è un continuo intersecarsi di forme solide e figure piane che ne plasmano i volumi e le superfici.
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Foto: Pezo von Ellrichshausen
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Ubicazione: Chonchi, Archipelago di Chiloe (RCH) Progetto: Mauricio Pezo, Sofia von Ellrichshausen – Pezo von Ellrichshausen, Conception (RCH) Collaboratori: Diego Perez, Findlay Barge, Caitlyn Flowers, Victoria Bodevin Strutture: Luis Mendieta, Conception (RCH) Appaltatore: Ricardo Ballesta, Conception (RCH) Lavori: 2016-2017 Superficie lotto: 48.500 m2 Superficie edificio: 200 m2
L’innovazione tradizionale Sull’isola di Chiloè è stata completata da poco più di un anno una residenza a forma di mezza luna completamente realizzata in legno. Rode House, questo il nome della casa, sorge in cima a una prato verde che si affaccia sul mare interno dell’arcipelago cileno e modella gli spazi del vivere attraverso sovrapposizioni di volumi solidi e sottrazioni di figure piane. Il fabbricato è infatti il risultato di un incontro interrotto tra un cono e un cilindro alla cui risultante configurazione un rettangolo sottrae superficie, creando una sequenza di stanze speculari. All’esterno l’edificio si presenta con due affacci principali molto diversi: da un lato esso si erge su due livelli con pochissime e piccole aperture vetrate per fronteggiare i venti che in quest’area d’inverno soffiano intensamente, quasi una fortezza massiccia ed ermetica. Dall’altro invece, un tetto spiovente, che sembra non essere sostenuto da alcun elemento verticale, protegge il cortile interno attorno a cui si organizzano i tre spazi abitativi principali. Il più grande di essi è l’area living che ospita la cucina, la sala da pranzo e, sistemata attorno a un camino, la zona giorno; accanto, ma diametralmente opposte, due stanze fungono da posti letto. Le pareti portanti interne, che omaggiano le tradizioni della falegnameria della regione, sono solo all’apparenza molto spesse poiché anch’esse subiscono una sottrazione di volumi che lasciano spazio all’inserimento di tutto ciò che è necessario in un’abitazione, dalle attrezzature della cucina agli arredi fissi, dai bagni ai locali di servizio. Non scostandosi dall’abituale tecnica costruttiva locale che vede il legno materiale principe nella costruzione di edifici – ricordiamo che le chiese lignee di Chiloè sono patrimonio dell’UNESCO dal 2000 – e nella fabbricazione di barche, anche Rode House è interamente realizzata in legno. La struttura della casa vede un susseguirsi di telai rigidi, 45 per la precisione, che si dispongono radialmente a dar vita alla forma a mezza luna della casa. Mentre pareti e soffitti presentano un rivestimento in tavole di legno, la copertura adotta invece una finitura in scandole.
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A B pianta piano terra
Foto: Pezo von Ellrichshausen
La foto accanto permette di osservare come ogni stanza sia dotata di uno sbocco sul cortile interno, protetto dal tetto a unica falda, sottolineando la funzione piĂš privata del patio interno.
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pianta copertura
C
sezione A
sezione B
sezione C
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pianta struttura
trave della struttura di copertura di tipo A
trave della struttura di copertura di tipo B
_struttura________ Come già accennato, la casa è realizzata completamente in legno con un sistema a telaio tradizionale. Sono infatti 45 gli elementi rigidi in legno che costituiscono l’ossatura primaria dell’abitazione e che, al fine di creare la forma a mezzaluna, sono posti radialmente ogni 78,1 cm a partire dal punto zero, corrispondente al centro del semicerchio da cui si origina la pianta. Le pareti sono costituite da una gabbia di montanti e traversi molto stretta con i montanti distanziati tra di loro in misura differente a seconda delle necessità statiche. La copertura è realizzata con travi reticolari di tre tipologie (796,4 cm lunghezza e 80 cm altezza) e costituite da elementi in legno di 2,54x15,24 cm connessi con chiodi e viti zincate.
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Foto: Pezo von Ellrichshausen
Dettaglio del cortile interno. La ripida falda è sorretta anche da colonne di legno rastremate alla base e in sommità . In contrasto con il prospetto esterno chiuso, sulla facciata interna le doghe lignee di rivestimento sono poste con assetto verticale.
schema della struttura portante in legno in elevazione
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Foto: Pezo von Ellrichshausen
Foto: Pezo von Ellrichshausen
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_4 Uno sguardo all’area living interna. _5 Lo spazio giorno è riscaldato unicamente da una stufa a legna.
assonometria con vista della pianta dal basso
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Alcune fasi di realizzazione di Rode House. Come si può notare tutta la struttura è stata realizzata in opera, conservando la tradizione costruttiva e sfruttando l’abilità dei carpentieri locali. L’accurata posa in opera di ogni singolo componente in legno è stata preceduta da una progettazione molto dettagliata dei 45 telai rigidi che costituiscono lo scheletro portante dell’abitazione, posti radialmente ogni 78,1 cm. Nelle fotografie si nota anche la fitta maglia di montanti e traversi delle pareti.
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LOVE architecture and urbanism
Wilder Mann
Foto: Jasmine Schuller
Graz (A)
_1 Uno scorcio degli ultimi due piani verso ovest, con la torretta di inizio Novecento. La generosa disposizione delle terrazze parzialmente coperte riesce a creare un’atmosfera intima sui tetti della città, anche attraverso l’uso del legno di larice come rivestimento per le terrazze. _2 Vista della sopraelevazione da sud, a livello dei tetti circostanti.
Foto: Jasmine Schuller
Il paesaggio creato dal tetto “oscilla” sulla struttura, adattandosi ai tetti vicini in dimensione e inclinazione. L’oggetto è diviso in un’ala che si affaccia sulla strada, con un tetto spiovente, e un’ala verso il cortile con un tetto pressoché piano. L’edificio ha quattro piani verso il cortile (a sud) e cinque piani sulla Jakoministrasse.
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progetti
Foto: Jasmine Schuller
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Ubicazione: Graz (A) Progetto: LOVE architecture and urbanism ZT GmbH, Graz (A) Strutture: Petschnigg ZT GmbH, Premstätten (A) Struttura in legno: Graf-Holztechnik GmbH, Loosdorf (A) Appaltatore: Lederer Bau GmbH, Graz (A) Lavori: luglio 2015-marzo 2017 Superficie utile di tutto l’edificio: 2.578 m2
Un tetto su Graz Una storia complessa ma con un lieto fine quella dell’edificio “Wilder Mann” di Graz, costruito alla fine dell’Ottocento e sopravvissuto alle vicissitudini degli ultimi 100 anni. Una posizione privilegiata, in centro città, vicino a una delle piazze più importanti, rendeva l’”Uomo Selvaggio” affacciantesi sulla Jakoministraße un manufatto dalle molte potenzialità ma, proprio per la sua stessa posizione, anche dalle molte problematiche logistiche che non ne hanno tuttavia impedito la trasformazione da locanda-birreria-albergo-sede di diverse istituzioni in un edificio a uso misto, con uffici e appartamenti di diverse metrature e livello nonché costo. Dopo un grande intervento di ristrutturazione della preesistenza in muratura, che ha cercato di non cancellare ma di valorizzare tutti gli interventi architettonici precedenti, non da ultimo quelli risalenti agli anni ‘60 del secolo scorso, l’aspetto caratterizzante il Wilder Mann è visibile volgendo lo sguardo all’insù, dove 3 nuovi piani sono stati realizzati con elementi prefabbricati in X-lam, creando una sorta di copertura che “avvolge” la sommità dell’edificio come un nastro, dialogando anche con i tetti degli edifici vicini nell’adeguarsi alle loro altezze. Nella fascia sommitale in legno sono sorti otto attici e altri quattro appartamenti con ampie terrazze su tre livelli. Oltre al grande lavoro progettuale eseguito dagli architetti dello studio LOVE architecture and urbanism – che ha trasferito la sua sede proprio nel Wilder Mann – in sinergia con gli altri soggetti coinvolti, in primis il costruttore della parte in legno, le peculiarità che caratterizzano la sopraelevazione riguardano le sue vicissitudini costruttive, strettamente legate alla sfavorevole posizione e la particolare attenzione posta nell’esecuzione dei dettagli architettonici, al fine di non gravare staticamente sull’edificio originario garantendo però al contempo un ottimo comfort interno, soprattutto acustico. Il periodo di assemblaggio della sopraelevazione in legno è stato di circa 8 settimane. Dei 500 m3 di pannelli X-lam posati, quasi tutti erano pezzi unici. Per soddisfare gli esigenti requisiti architettonici dal punto di vista geometrico e statico, sono state aggiunte travi in acciaio ai livelli dei solai e del tetto mentre tutte le parti di legno sono state nascoste con opportuni rivestimenti, per adempiere alle normative antincendio in vigore al momento della deposizione del progetto.
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Il nuovo concetto architettonico era di lasciare l’esistente nelle sue parti originali, specialmente le vecchie scale e le sale ai piani inferiori. L’aspetto del tetto, invece, è stato completamente rinnovato. A quel livello si è creato lo spazio necessario per rendere redditizio il progetto, questione che aveva rimandato l’avvio della ristrutturazione, data l’importanza dell’investimento. In termini numerici in pratica l’area calpestabile era raddoppiata, anche se i soffitti alti sei metri rimanevano.
planimetria con la collocazione all’interno dell’impianto urbano di Graz
Foto: Jasmine Schuller
La copertura del Wilder Mann sui tetti di Graz. Il tetto ripiegato “avvolge” otto appartamenti tra i 32 e i 124 m².
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terzo piano
quarto piano
_Struttura________ Dal punto di vista strutturale, i nuovi piani sono stati posizionati dopo la rimozione dell’attico preesistente sul vecchio edificio e, vista la possibile deformazione, è stato necessario tenere strettamente sotto controllo il peso dei componenti. Per tale motivo, gli strutturisti della ditta costruttrice, Graf-Holztechnik GmbH, hanno progettato elementi, sia verticali che orizzontali, il più snelli possibili. Gli spessori dei soffitti, variabili, non hanno solo consentito di risparmiare peso ma anche di massimizzarne l’altezza. In fase di elaborazione del progetto, le dimensioni dei singoli pannelli sono state modificate più volte poiché si doveva considerare la struttura sottostante e la relativa capacità portante, tanto che in alcuni casi è stato necessario inserire elementi in acciaio. Questo impegnativo lavoro di calcolo ha portato alla realizzazione di pannelli X-lam che sono praticamente quasi tutti dei pezzi unici. Non solo la statica, ma anche l’acustica ha richiesto molto ai progettisti. Particolare attenzione è stata quindi dedicata a questo aspetto tramite l’interposizione di cuscinetti disaccoppianti che interrompono la trasmissione del suono tra i componenti.
quinto piano
sezione longitudinale
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Credits: Graf-holztechnik gmbh-Holztechnik
In queste pagine, due assonometrie della struttura della sopraelevazione, che mette in evidenza gli elementi strutturali: i pannelli X-lam di diverse dimensioni e gli elementi in acciaio. Il “Wilder Mann” è un progetto che combina le funzioni della residenza e quelle del lavoro. A causa della difficile situazione cantieristica e dei requisiti statici richiesti dalla costruzione esistente, l’alto grado di prefabbricazione e il peso relativamente basso del materiale legno hanno avuto un ruolo fondamentale nella scelta di quest’ultimo per la realizzazione degli ultimi 3 piani. JA KO
MI NIS T
RA S
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progetti
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Legenda degli elementi strutturali: MARRONE: pannelli X-lam BLU: elementi in acciaio VERDE: rappresentazione schematica del rivestimento ROSSO: elementi massicci in c.a. e/o in laterizio
JA KO MI NI ST RA SS E
Credits: Graf-holztechnik gmbh-Holztechnik
CORTILE A NORD
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1 uffici 2 appartamenti in affitto a basso costo 3 appartamenti di proprietà a prezzo intermedio 4 appartamenti “di lusso” realizzati come sopraelevazione in X-lam
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_cantiere________ Un cantiere in centro città e il passaggio del tram proprio davanti alla porta hanno creato fin dall’inizio una situazione logistica, soprattutto per il costruttore, di non facile soluzione e che ha inciso molto sulle tempistiche di realizzazione (8 settimane). Oltre al fatto di essere in centro città, l’accesso al cantiere era reso difficoltoso dal fatto che questo era collocato nella stretta Jakoministrasse, dove passano anche i binari del tram e le relative linee aeree, che dovevano essere spente prima della consegna del materiale. Ciò ha significato per il costruttore consegnare solo di notte (tra la 1 e le 4 e 30 del mattino) e sempre solo la quantità di materiale che doveva essere utilizzato il giorno successivo, dal momento che non c’erano aree di stoccaggio nel cortile interno, nel quale è stato possibile collocare solo la gru che sollevava gli elementi in posizione. Tutto ciò ha reso l’assemblaggio piuttosto complicato e la situazione logistica un fattore di costo non indifferente. Il periodo di montaggio è stato di circa otto settimane per un totale di 500 m3 di pannelli CLT posati, dei quali quasi ognuno era un pezzo unico. In una fase più avanzata del cantiere, sono stati consegnati e installati ancora circa 600 m2 di pavimentazione in legno di larice per le terrazze esterne.
Foto: Jasmine Schuller
La terrazza del terzo piano, sul quale è stato realizzato il primo livello di appartamenti con struttura in X-lam.
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Alcune immagini del periodo in cui sono stati assemblati i pannelli X-lam. La complessitĂ degli spazi spiega la diversitĂ delle forme dei pannelli.
Il piano direttamente sovrastante la struttura originaria, ancora riconoscibile sullo sfondo.
Nelle immagini a lato si intravede il telaio metallico di supporto della copertura.
Le immagini di cantiere sono di Iulius Popa.
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aMDL - Michele De Lucchi
Centro Guida Sicura Lainate
Foto: Tom Vack, con Ester Pirotta
_1 Un’immagine notturna del Centro Guida Sicura visto da ovest. _2 Il “ponte” di collegamento tra i due edifici. _3 L’edificio più grande del Centro visto da sud.
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Foto: Tom Vack, con Ester Pirotta
Foto: Tom Vack, con Ester Pirotta
I due edifici, chiamati anche “I Sassi”, rappresentano il cuore del Centro Guida Sicura di Lainate e si inseriscono nel più ampio progetto di riperimetrazione e reindustrializzazione dell’area “ex-FIAT Alfa Romeo”.
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progetti
Foto: Tom Vack, con Ester Pirotta
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Ubicazione: area Ex Alfa Romeo Lainate (MI) Progetto architettonico: aMDL - Michele De Lucchi, Milano Team di progetto: Angelo Micheli, Alessandra De Leonardis, Silvia Figini, Alessandro Ghiringhelli Progetto strutturale: ing. Giovanni Spatti – Wood Beton SpA, Iseo (BS); Camuna Prefabbricati Srl, Pisogne (BS) Strutture in legno: Wood Beton SpA, Iseo (BS) Strutture in calcestruzzo: Camuna Prefabbricati Srl, Pisogne (BS) Appaltatore generale: Camuna Prefabbricati Srl, Pisogne (BS) Lavori: dicembre 2014-aprile 2015 Superficie fondiaria: 6.000 m2
La sicurezza del legno Il complesso dell’area ex Alfa Romeo di Lainate, che occupava in origine circa 200 ettari, situati all’incrocio di quattro confini territoriali, è stato dismesso a partire dal 1997 lasciando numerosi capannoni e una pista automobilistica di prova per le autovetture, a sua volta dismessa in seguito alla chiusura definitiva dell’azienda nel 2002. Tuttavia, già dalla fine del secolo scorso, la storia della riqualificazione e reindustrializzazione della zona ha visto l’avvicendamento di svariate proposte e cambiamenti che hanno coinvolto molti soggetti tra cui Comuni, Provincia, Regione, ma anche sindacati, lavoratori, cittadini e imprenditori. Un lungo e controverso iter che ha portato alla trasformazione dell’ex area industriale in un’area commerciale. Un luogo che, riportato di recente – e in parte - alla sua funzione originaria, è oggi utilizzato per presentare automobili e organizzare corsi di guida sicura. Nei pressi della vecchia pista di collaudo, per esempio, ne è stata realizzata una nuova impiegata per corsi, appunto, di guida sicura, vicino alla quale sorge una nuova struttura composta da due edifici denominati “I Sassi”, così definiti per la loro particolare conformazione con pianta irregolare, a forma trapezoidale e angoli smussati, che ricorda i ciottoli di un fiume. Essi ospitano uffici, aree per la didattica, un’officina meccanica e saloni per l’organizzazione di mostre ed eventi legati al mondo delle autovetture autovetture. Entrambi sono composti da un corpo centrale prefabbricato in calcestruzzo e da una struttura perimetrale in legno lamellare dalla forma rotondeggiante rivestita da pannelli in vetro e metallo posti a scacchiera. Lo scheletro in legno prosegue oltre le facciate andando a formare un porticato che copre terrazze panoramiche da cui si possono ammirare il paesaggio circostante e la pista e che rende i due manufatti facenti parte di uno stesso ensamble. Un ponte coperto collega i due edifici e segna il passaggio tra la piazza di accoglienza e la pista automobilistica.
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Entrambi gli edifici del Centro sono costituiti da tre piani fuori terra e sono dotati di un nucleo di collegamento verticale interamente realizzato con pannelli portanti prefabbricati e rampe prefabbricate in cemento armato vibrato e composto da scala, ascensore e montauto a servizio di tutti e tre i livelli. Il corpo piÚ piccolo ospita al piano terra gli uffici amministrativi del complesso, una zona ristorazione e una piccola officina per gli autoveicoli, mentre al piano primo sono situate le aule corsi. Il corpo piÚ grande è invece destinato, per entrambi i livelli, agli spazi espositivi per lo svolgimento di mostre e manifestazioni in ambito automobilistico. Al terzo livello di ambedue le costruzioni si trovano le terrazze coperte utilizzate per ospitare eventi, con una copertura in legno lamellare e manto in lastre di alluminio che si affacciano sul circuito di gara e sulla piazza posta tra i due fabbricati.
pianta piano terra
pianta piano primo
sezione AA
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sezione CC
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Foto: Tom Vack, con Ester Pirotta
_sistema costruttivo________ Il sistema costruttivo del Centro Guida Sicura di Lainate è di tipo misto, poiché sono stati impiegati un telaio prefabbricato in c.a. per il nucleo centrale dei padiglioni, letteralmente avvolti da una struttura in legno lamellare e con una soluzione mista legno-cemento. Nella costruzione dei due edifici sono stati impiegati pilastri in calcestruzzo armato vibrato a sezione circolare, mensole a capitello circolari, e travi a T rovescio, sia nel primo che nel secondo impalcato, a testa convessa, in modo da assecondare al meglio le forme curve del disegno architettonico. Completano gli impalcati del primo e secondo livello i tegoli TT di calcestruzzo armato prefabbricato. Per le fasce laterali sono stati impiegati pilastri a sezione rettangolare di legno lamellare, disposti lungo tutto il perimetro dei due fabbricati, scandendo il passo delle facciate. I solai del primo e del secondo piano, realizzati mediante l’impiego di elementi prefabbricati a struttura mista di legno e calcestruzzo, poggiano su travi il legno lamellare che, vincolate sia ai pilastri in legno, sia alle colonne circolari in cemento armato vibrato, rendono il corpo monolitico. Per la copertura sono stati utilizzati pannelli di legno tipo X-Lam, sostenuti da travi in legno lamellare ad andamento planimetrico curvo, che assecondano la geometria dei “Sassi”. La copertura è raccordata al secondo livello mediante archi di legno lamellare disposti fra la sommità dei pilastri di legno di facciata e la trave perimetrale della copertura. Al piano terra gli edifici sono chiusi perimetralmente da una vetrina realizzata con profili da facciata continua a montante e traverso H=320 cm circa, con passo dei montanti pari a circa 1 m e vetrocamera isolante trasparente. I tamponamenti dei piani superiori sono costituiti da una facciata in alluminio appesa alle travi perimetrali, su cui sono stati installati, con disposizione a scacchiera, dal lato interno, i serramenti fissi e apribili in alluminio con vetrocamera isolante. Gli altri rettangoli della scacchiera sono invece ciechi, costituiti da pannelli compositi in alluminio dal lato esterno, compresi i risvolti sul rettangolo sfondato dove è installato il serramento: ciò conferisce all’intera struttura il caratteristico aspetto della bandiera sventolata sui circuiti automobilistici. Tale tamponamento a scacchiera prosegue fino al secondo piano, diventando un parapetto per la terrazza. Il manto di copertura è composto da lastre di alluminio preverniciato connesse con giunti drenanti a tenuta completa e senza giunzioni trasversali: tali lastre sono posizionate su listoni di legno, previa interposizione di una membrana bituminosa stesa sui pannelli X-Lam.
Sopra, una vista della terrazza con la struttura in legno lamellare della copertura. Grazie all’elevato livello di industrializzazione, è stato possibile realizzare l’intera struttura in meno di cinque mesi, “tutto incluso”. Gli edifici del Centro Guida Sicura, infatti, sono stati un lavoro chiavi in mano, che ha comportato non solo la realizzazione della parte strutturale, ma anche di tutte le finiture e degli impianti.
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Sotto, posa della finitura esterna a scacchiera in elementi di alluminio. PiĂš in basso, posa degli elementi vetrati al piano terra.
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Foto: Wood Beton SpA
1 canale in alluminio preverniciato 2 carter in alluminio preverniciato a copertura del pluviale 3 frangisole in tavole di larice (200x60 mm) impregnato con prodotto protettivo ai raggi UV e agenti atmosferici 4 copertina in alluminio preverniciato 5 pannello sandwich in doppia lamiera liscia con interposto poliuretano (30 mm) 6 canaletta in cls polimerico (130x110 mm) con sovrastante griglia in acciaio zincato 7 vetro camera isolante (vetro temperato 8 mm; camera d’aria 15 mm con gas Argon 90%)
Foto: Tom Vack, con Ester Pirotta
Solaio secondo piano, dall’estradosso: - pavimento in gres (14 mm + adesivo) - massetto di pendenza armato con rete (ø 2, maglia 50x50 mm), da 148 mm a 98 mm - materassino fonoassorbente (5 mm min.) - strato impermeabilizzante in PVC (2 mm) - geotessuto in fibra di propilene (400 gr/m2) - isolamento (120 mm) - getto integrativo (60 mm) - isolamento - tavolato di finitura a vista - travi in legno
Foto: Wood Beton SpA
Copertura, dall’estradosso: - lastra di copertura in alluminio (0,7 m) - listone in abete grezzo (50x50 mm) - membrana al vapore traspirante - solaio X-lam
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La struttura portante del nucleo di uno dei due edifici, in cemento armato vibrato prefabbricato.
Foto: Wood Beton SpA
La prefabbricazione in stabilimento ha consentito di ridurre in maniera consistente le lavorazioni in cantiere, offrendo una maggiore qualità del prodotto.
Foto: Wood Beton SpA
Foto: Wood Beton SpA
Due fasi di avanzamento dei lavori della costruzione in legno lamellare della parte più esterna degli edifici.
Foto: Wood Beton SpA
Foto: Wood Beton SpA
Il “ponte” di legno che collega i due edifici è stato realizzato interamente con elementi lamellari curvi.
I lavori hanno avuto inizio a dicembre 2014, con le opere di palificazione e di fondazione, seguite dall’assemblaggio degli elementi in calcestruzzo. A febbraio 2015 si è proceduto con la realizzazione delle fasce perimetrali in legno, mentre a marzo sono state posizionate le vetrine del piano terra e la facciata in alluminio “a scacchiera”. Nel mese di aprile 2015 i lavori sono stati terminati e l’edificio è stato inaugurato prima dell’apertura di Expo2015.
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El taller del los sueños “El taller del los sueños” è un progetto promosso dalla Scuola di Architettura e di Design di Madrid e dall’American Hardwood Export Council, nell’ambito dell’Hay Festival, tenutosi a Segovia nel 2016. Personalità della scena culturale e culinaria spagnola e architetti e designer di risonanza internazionale, suddivisi in quattro team, hanno realizzato l’oggetto di un desiderio o di un sogno, legato alla loro vita privata o alla loro professione. La continua collaborazione tra ispiratore e progettista per concretizzare tali idee ha portato infine alla fabbricazione di quattro manufatti differenti per destinazione d’uso e per utilizzo del legno, ognuno dei quali tuttavia fedele specchio delle necessità e delle fantasie di committenti e ideatori. Un vero e proprio “Laboratorio dei sogni” che ha tenuto conto anche del significato ambientale di ciascun “desiderio divenuto realtà” attraverso un’attenta analisi dell’intero ciclo di vita delle varie specie legnose adoperate.
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AHEC
El taller del los sueños La realizzazione dei desideri
AHEC (American Hartwood Export Council) Associazione che da oltre 25 anni svolge un ruolo di primo piano nella promozione del legno di latifoglie americane sul piano internazionale. Il programma di iniziative globali sostenuto da AHEC incoraggia l’impiego dei legni di latifoglia americana, attestando le prestazioni e il potenziale estetico di questi materiali sostenibili e fornendo al tempo stesso consulenza tecnica e idee di utilizzo innovative.
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Nel 1987 a Hay-on-Wye, un piccolo paese del Galles che all’epoca ospitava poco più di 1500 persone e due dozzine di librerie (oggi sono una quarantina), Peter Florence e suo padre Norman decisero di organizzare un weekend letterario. Da quella data Hay è cresciuto, diventando uno dei più importanti e frequentati – vede la partecipazione di centinaia di migliaia di persone – festival letterari al mondo. Oggi si organizzano Hay Festivals in tutta Europa e in Centro e Sud America, mettendo assieme una pluralità di voci del mondo della letteratura, dell’arte, della filosofia e dell’economia che si incontrano, parlano e si scambiano opinioni e idee. Ma qual è il nesso tra una manifestazione che promuove la letteratura e il legno? È presto detto. Nel 2016 Hay Festival è stato ospitato a Segovia, dove su iniziativa della IE School of Architecture and Design di Madrid e dell’American Hardwood Export Council (AHEC), illustri committenti e progettisti architettonici e designer sono stati suddivisi in quattro squadre per tramutare un sogno, un desiderio in un oggetto in legno. I team erano composti da: Martha Thorne, Preside della School of Architecture and Design di Madrid, e Benedetta Tagliabue, architetto e direttrice dello studio Miralles Tagliabue EMBT; Javier Cercas, scrittore spagnolo, e RCR Arquitectos, insigniti del Pritzker Architecture Prize nel 2017; Juan Luis Arsuaga, paleontologo, e Jacob Benbunan, CEO di Saffron Consultants; Juan Mari e Elena Arzak, chef, e Izaskun Chinchilla, architetto e direttrice dello studio Izaskun Chinchilla Architects. Tutto il processo progettuale di questo Laboratorio dei sogni nasce dal ripensare e riconsiderare l’abituale rapporto che si instaura tra committente e progettista, dove il primo elenca una serie di esigenze e di bisogni che il secondo tramuterà in qualcosa di tangibile, sia esso un piccolo oggetto o un edificio complesso. E se invece
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committente e progettista collaborano per raggiungere il medesimo obiettivo? Ecco allora che i ruoli del cliente e del professionista si intrecciano, creatori e ispiratori lavorano assieme per definire traguardi e cercare soluzioni, partendo da un mero foglio bianco essi afferrano i sogni. Il primo e naturale passo è conoscersi: designer e ispiratore devono comprendersi per aiutarsi e spingersi a vicenda a superare le barriere personali e per analizzare nuove idee, cosicché il risultato finale non è solo il desiderio del committente ma rappresenta anche la sfida del progettista che ha creato un oggetto, una forma o un design completamente nuovi o che ha avuto l’opportunità di realizzare anche i propri pensieri. I lavori risultanti sono altresì la rappresentazione del potere dei sogni che ha consentito di esplorare nuovi usi e nuovi modi di lavorare il materiale naturale per eccellenza, il legno: El taller del los sueños è realtà! La valutazione ambientale L’American Hardwood Export Council promuove uno studio ambientale del ciclo di vita ogni qualvolta è coinvolto in progetti internazionali di particolare rilevanza. Un’analisi dell’LCA di un oggetto – piccolo o grande - consente di dimostrare in modo scientifico quanto diossido di carbonio sia stato assorbito e immagazzinato dagli alberi da cui si ricavano le essenze di legno e quale sia stata l’influenza che il taglio, il trasporto, la lavorazione e la trasformazione del legname ha sull’ecosistema. Oltre a pesare l’effetto ambientale derivante da ogni pezzo realizzato nell’ambito dell’iniziativa El taller del los sueños, come ad esempio l’impronta di carbonio, l’acidificazione e il potenziale di riscaldamento globale, l’indagine LCA mostra l’analisi qualitativa di altri impatti più complessi come quelli sulla biodiversità e sull’uso
del suolo. Da questo esame si possono estrapolare due elementi chiave, ovvero la quantità di anidride carbonica immagazzinata nell’oggetto e il tempo impiegato dalle foreste americane a sostituire la massa di legno usata per la fabbricazione degli oggetti. L’ammontare di CO2 inglobata viene calcolata tenendo conto del volume di legno utilizzato e delle caratteristiche di crescita dell’albero da cui esso è ricavato come quantità equivalente di CO2 assorbita dall’albero durante il suo sviluppo. Il riposizionamento del materiale nelle foreste individua invece il lasso di tempo, abbastanza specifico per ciascun legno, in cui la pianta rigenera i metri cubi adoperati. Nelle foreste di latifoglie degli Stati Uniti gli alberi sono selezionati in modo tale che quando uno di essi viene tagliato, in pochi secondi viene sostituito da uno nuovo. Il servizio di inventario forestale degli USA (FIA) indica la velocità con cui ogni specie di latifoglie cresce, rendendo così possibile il calcolo della sostituzione del legno adoperato negli oggetti creati. Ci si può avvalere di un ulteriore elemento per valutare l’impatto ambientale degli oggetti prodotti, l’impronta del prodotto finale, per il cui computo sono necessari due tipi di informazioni. La prima riguarda l’entità di carbonio emessa in atmosfera nelle fasi di realizzazione di ciascun oggetto, che annovera le emissioni di carbonio durante l’abbattimento, l’essiccazione, il trasporto e la lavorazione del materiale; la seconda è, invece, chiamata carbon offset, e rappresenta la quantità emessa di carbonio che si eviterebbe se il legno usato per la costruzione dell’oggetto fosse utilizzata come combustibile al posto di combustibili fossili dannosi per l’ambiente. Questi due elementi determinano l’impronta di carbonio di ciascuno degli oggetti.
Due immagini dell’Hay Festival del 2016, ospitato a Segovia, dove su iniziativa della IE School of Architecture and Design di Madrid e dell’American Hardwood Export Council (AHEC), sono stati presentati i “sogni” in legno di 4 illustri committenti accompagnati da 4 illustri progettisti.
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Martha Thorne Preside della IE School of Architecture and Design di Madrid ed Executive Director del Pritzker Architecture Prize, vanta molteplici esperienze internazionali tra le quali si annoverano il suo ruolo di vice curatrice presso il Dipartimento di Architettura presso l’Art Institute di Chicago (19962005) e di membro del consiglio di amministrazione dell’International Archive of Women in Architecture.
Una “Famiglia di tavolini” Martha Thorne e Benedetta Tagliabue All’inizio del processo progettuale Martha Thorne non aveva un’idea chiara di quale oggetto potesse rappresentarla appieno o incarnasse un suo desiderio. Tuttavia, parlando con Benedetta Tagliabue, giunse alla conclusione che ciò che apprezzava di più era il tempo trascorso con gli amici perché, anche se limitato, esso rappresentava la condivisione di idee e di esperienze quotidiane in un ambiente confortevole. Per sintetizzare queste caratteristiche, la scelta è ricaduta sul tavolino da caffè, reputato il miglior oggetto dove condividere del cibo, una bevanda, un libro o un momento piacevole.
Benedetta Tagliabue Direttrice dello studio di architettura Miralles Tagliabue EMBT, fondato con Enric Miralles nel 1994 e con sede a Barcellona e Shanghai, tra i cui progetti si annoverano il nuovo Parlamento di Edimburgo e il Padiglione spagnolo dell’Expo di Shanghai (2010), è stata premiata con premi internazionali, tra cui il RIBA Stirling Prize 2015. Affianca il suo lavoro di architetto con l’insegnamento nelle scuole di architettura di tutto il mondo (Harvard, Columbia University, ETSAB9, ...). Dirige anche la fondazione Enric Miralles che si prefigge lo scopo di promuovere la sperimentazione e l’esplorazione dell’architettura contemporanea. Essenze legnose utilizzate: tulipier americano, quercia rossa americana, noce americana e storace americano
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La difficoltà è stata dunque nel dare forma all’idea; l’arch. Tagliabue e il suo team hanno approfondito con cura lo stile, i metodi costruttivi e l’abilità degli artigiani che nel corso degli anni hanno caratterizzato la storia dello stato di New York, di cui Martha Throne è originaria, soffermandosi anche sui progetti e sugli oggetti realizzati dagli Shakers, comunità religiosa la cui dedizione al lavoro e alla perfezione ha creato una gamma unica di architetture e mobili. Tale ricerca ha dato vita al desiderio mediante la realizzazione di un set di tavolini composto essenzialmente da due modelli: uno curvilineo, denominato Nastri – che ricorda l’architettura di EMBT – e il secondo – Profiles – che schematizza, intelligentemente, i profili di Martha e Benedetta, creando oggetti dalla forte personalità. I piccoli nastri del modello curvilineo sono realizzati a partire da fogli di legno di 0,4 mm incollati fino a raggiungere lo spessore di 10 mm come richiesto dal progetto e poi messi nelle forme o in stampi appositamente creati prima dell’indurimento dell’adesivo. Nel caso di Profiles invece i diversi pezzi verticali che compongono il mobile sono stati ricavati direttamente con macchine a controllo numerico (CNC) per poi assemblarli mediante incollaggio in un secondo momento. Per la fabbricazione del set di quattro pezzi che realizzano il sogno di Martha Thorpe è stato usato circa 1 m3 di legno duro americano che nelle foreste degli USA ricresce in meno di tre secondi. Questi sono oggetti progettati per durare nel tempo e ciò comporta un duplice vantaggio ambientale: quanto meno si sostituisce un prodotto, tanto minori saranno gli impatti associati alla sua fabbricazione e, inoltre, essendo in legno, i tavoli inglobano al loro interno l’anidride carbonica che l’albero ha immagazzinato durante la sua crescita e che, nel caso dei quattro tavolini, è stata calcolata essere di 1,6 tonnellate.
Juan Mari ed Elena Arzak Juan Mari, padre della cucina spagnola contemporanea nonché creatore e alma mater del movimento noto come New Basque Cuisine negli anni ‘70, ha svolto un ruolo fondamentale sia a livello gastronomico che sociale. Chef pluristellato e pluripremiato, lavora nel suo ristorante, punto di ritrovo per gli amanti della cucina contemporanea, assieme alla figlia Elena, la quale dopo gli studi dedicati, ha proseguito l’attività anche all’esterno, conseguendo nel 2012 il premio per la migliore chef donna al mondo.
Una “Finestra sull’universo Arzak” Juan Mari, Elena Arzak e Izaskun Chinchilla Divertirsi cucinando. Può essere riassunto solo con queste due parole l’oggetto che Juan Mari ed Elena Arzk e Izaskun Chinchilla hanno prodotto condividendo idee e sogni e che nasce dalla riflessione dei due cuochi sugli utensili che si utilizzano in cucina e su come essi possano essere usati anche in modo creativo. Ed è proprio la condivisione del lavoro con l’arch. Chinchilla in primis e con il commensale poi il punto di partenza di questo manufatto, una sorta di carrello-scultura portatile dove tutti gli oggetti e gli strumenti per cucinare sono a portata di mano cosicché l’utente finale possa vedere come nasce un grande piatto. La ”Finestra sull’universo Arzak” è una intersezione di piani orizzontali liberi e verticali, i primi pensati per lavorare e mangiare, i secondi per ospitare strumenti e attrezzature necessarie alla preparazione; il tutto racchiuso all’interno di due grandi finestre corredate da tapparelle che possono essere aperte aprendo uno sguardo sul mondo culinario e gastronomico dei due chef stellati. Le imposte e i piani rastrellati verticali avvolgono cucchiai, colini, setacci, pinze; bracci articolati sostengono frullatori e tutti gli oggetti di maggiore dimensione. Il commensale avrà a disposizione tablet e strumenti multimediali che visualizzeranno informazioni relativi alle pietanze che qui vengono preparate. Dal punto di vista realizzativo, il manufatto è stato relativamente semplice da costruire, in quanto il progetto fornito dall’architetto era completo; solo la scomposizione in parti dell’oggetto è stata più laboriosa. Nella scelta delle essenze lignee da utilizzare ha prevalso il tema della sostenibilità, molto caro all’arch. Chinchilla, che ha valutato assieme al suo team quali fossero le specie più abbondanti, quercia rossa e Tulipier utilizzati per realizzare gli elementi più grandi dell’oggetto, e quali meno, ontano e ciliegio usati invece per i pezzi
più piccoli. In questo modo, pur essendo ben sei i tipi di legno utilizzati, il processo di fabbricazione è stato molto semplice. Le specie di latifoglie usate per questo manufatto sono una risorsa in espansione e il loro taglio controllato migliora la biodiversità e potenzia la funzione della foresta di deposito di carbonio. Inoltre la quantità di legno usata per la fabbricazione viene sostituita nelle foreste di latifoglie americane in circa 8 secondi e i rifiuti derivati dalla lavorazione hanno prodotto energia sostituendo i combustibili fossili e neutralizzando parzialmente le emissioni di anidride carbonica legate alla produzione di questo “carrello da cucina”.
Izaskun Chinchilla Architetto, da sempre affianca l’attività di progettazione con quella dell’insegnamento che svolge e ha svolto nelle più prestigiose scuole di architettura al mondo, Bartlett a Londra, Columbia a New York, Princeton nel New Jersey, solo per citarne alcune; il suo lavoro è stato incluso in differenti mostre, come alcune edizioni della Biennale di Venezia. Nel progetto cerca l’innovazione e l’intersciplinarietà, oltrepassando il semplice stilismo con la riflessione della complessità della vita contemporanea. Essenze legnose utilizzate: quercia rossa americana, acero americano morbido, acero duro americano, tulipier americano, ciliegio americano, ontano americano
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Javier Cercas Con un dottorato in filologia ispanica, dopo l’insegnamento come professore di letteratura spagnola all’Università dell’Illinois e a Girona e la pubblicazione nel 2001 di Soldados de Salamina, si è dedicato esclusivamente alla scrittura, occupando un ruolo di primo piano nel panorama narrativo del Paese iberico. Collaboratore di El País, esplora i limiti tra realtà e finzione con lo scopo di indagare sul presente e sul futuro del genere umano. RCR Arquitectos Premiati con il Pritzker Architecture nel 2017, Rafael Aranda, Carme Pigem e Ramon Vilalta fondano lo studio RCR Arquitectos nel 1988. Vincitori di molteplici concorsi internazionali e di numerosissimi premi in patria e all’estero, sono membri onorari dell’American Institute of Architecture (AIA) dal 2010, del Royal Institute of British Architects (RIBA) dal 2012 e medaglia d’oro dell’Académie d’Architecture Française, operando in tutto il mondo. Tra i loro lavori: l’Estudio e il Mas Miró a Mont-Roig del Camp, il Parque del Camino Condal a Barcellona, la Mediateca Waalsekrook in Belgio, il Soulages Museum in Francia, il Crematorio di Hofheide in Belgio e The Edge Business Bay a Dubai.
Il “Territorio di Cercas” Javier Cercas e RCR Arquitectes Si è sentito molto speciale Javier Cercas, quando gli è stato chiesto quale fosse un oggetto sognato che lo rappresentasse, e rammaricato che con lui in quell’istante non ci fosse la moglie, la persona che “ … sa cosa voglio meglio di me stesso”. Tuttavia Cercas decise che il suo sogno era quello di avere una sedia comoda su cui poter svolgere le due attività che occupano la maggior parte del suo tempo, ovvero leggere e scrivere. Dal confronto con gli architetti di RCR Arquitectos nasce un oggetto più complesso, non solo una semplice seduta, bensì un manufatto che consente il passaggio da uno stato di relax o di meditazione, alla lettura, alla riflessione, un pezzo che permette di creare l’atmosfera adatta per scrivere. Il desiderio di Cercas si è evoluto attraverso la visione degli architetti che hanno fuso metodi tecnologici con semplici forme tecnologiche per ottenere un prodotto interessante non solo alla vista ma che stimolasse anche gli altri sensi. Le apparentemente lineari strutture di microrganismi, petali ed elementi naturali si uniscono per dar vita a una sedia ergonomica e personalizzata con un elevata qualità estetica e sensoriale. Il pezzo è decisamente taylor made, visto che una delle tecnologie utilizzate è stata la scansione del corpo dello scrittore che si rispecchia nella forma dell’oggetto. Il “Territorio di Cercas” è stato realizzato con macchine a controllo numerico (CNC), secondo un processo che ha trasformato e meccanizzato l’immagine digitale tridimensionale progettata da RCR Arquitectos attraverso un sistema di coordinate che hanno determinato i movimenti della macchina da taglio. Per i carpentieri la parte più delicata della fabbricazione del manufatto è stata – evidentemente – calcolare e decidere come suddividere in sezioni il modello della sedia. Incollati i pezzi,
Essenza legnosa utilizzata: ciliegio americano
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gli artigiani hanno effettuato una serie di levigature e finiture manuali per ottenere trame diverse al fine di raggiungere l’obiettivo degli architetti, ovvero una esperienza sensoriale non solo per gli occhi, ma anche – e soprattutto – per il tatto. Il ciliegio americano, non molto usato negli ultimi anni, rappresenta il 2,9% (402 milioni di m3) del volume totale delle latifoglie che crescono negli USA. Pur crescendo di 11,72 milioni di m3 all’anno, vengono raccolti e quindi registrati solamente 4,33 milioni di m3 in un anno; conseguentemente la foresta americana di ciliegi cresce 7,39 milioni di m3. Nel caso specifico dell’oggetto “Territorio di Cercas”, il legno di ciliegio usato ricresce in soli 11 secondi.
Juan Luis Arsuaga Paleoantropologo e professore presso la facoltà di Scienze Geologiche dell’Università Complutense di Madrid e all’University College di Londra, dal 2013 è direttore scientifico del Museo dell’evoluzione umana di Burgos. È stato docente presso le Università di Londra, Cambridge, Zurigo, Roma, Arizona, Filadelfia, Berkeley, New York e Tel Aviv e redattore e autore di numerosi articoli (Nature, Journal of Human Evolution, Journal of Archaeological Science e American Journal of Physical Anthropology) e libri.
Un “Fattore limitante” Juan Luis Arsuaga e Jacob Benbunan “Un fattore limitante è un elemento o una condizione che determina e limita lo sviluppo e l’evoluzione di un processo e senza il quale la vita di un essere umano non sarebbe possibile in determinate circostante”. Da questa definizione di Juan Luis Arsuaga che riassume i bisogni dell’uomo per vivere in armonia con la natura e ritornare all’essenzialità della vita scaturisce il suo sogno, il suo desiderio, una capanna mobile di legno dotata delle cose necessarie (fattori limitanti) per vivere al di fuori della globalizzazione del mondo contemporaneo. L’idea è quella di abbandonare i giganteschi edifici in calcestruzzo per lasciare spazio a rifugi atti a essere trasportati, abbandonati e integrati con la natura al fine di porre al centro dell’attenzione nuovamente l’uomo. È uno spazio abitativo minimale che chiuso possiede le dimensioni di un piccolo armadio su ruote, mentre quando viene utilizzato di trasforma una piccola capanna che durante la notte protegge l’occupante con una serie di cupole che delimitano lo spazio, un guscio che si chiude e si apre come un ventaglio. Il manufatto
è stato realizzato con legno di Tulipier, che non si torce, non si piega ed è resistente alle sollecitazioni esterne, nonostante la sua leggerezza. Questa caratteristica è fondamentale per “Fattore limitante” il quale, pur essendo abbastanza voluminoso, è facilmente trasportabile; infine, il Tulipier ha un aspetto quasi marmoreo, con un colore che va dal crema al verde oliva, che ne corso del tempo tende a ingrigire e quindi ad adattarsi alla natura secondo quanto richiesto da Arsuaga. La relativa semplicità del design e l’accurata progettazione consente al materiale di avere una lucentezza propria, evitando processi e finiture elaborate che ne comprometterebbero il suo profilo ambientale. Il tulipier americano rappresenta il 7% del volume di legno duro delle foreste statunitensi, pari a 1019 milioni di m3, a cui si aggiungono ogni anno 32,45 milioni di m3. Di questi solo 12,8 milioni di m3 sono effettivamente usati ogni anno, e ogni anno, dopo i tagli selettivi programmati, il volume di legno tulipier nei boschi aumenta di 19,65 milioni di m3.
Jacob Benbunan Cofondatore e CEO di Saffron Consultants, studio di branding per aziende come A1 Telekom Austria, Vueling, Raiffeisen, ha sostenuto l’approccio globale, multiculturale e di squadra fin dall’inizio dell’attività di consulenza. Prima di Saffron, ha fatto parte del team che ha creato Orange nel 1995 e Repsol in Spagna, squadra guidata da Wolff Olins, con cui da allora condivide l’amicizia e la relazione professionale. È spesso invitato a parlare e commentare questioni e problematiche relative ai media e al loro legame con il marchio e l’identità di un’azienda. Essenza legnosa utilizzata: tulipier americano
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un tetto a cascata I 100 metri di lunghezza per 30 di profondità del tetto sono la parte più sorprendente della nuova struttura d’ingresso del Keukenhof, nella cittadina di Lisse, un parco olandese noto soprattutto per le sue spettacolari fioriture primaverili. Da quasi 70 anni, infatti, l’ampia area apre le porte al pubblico da marzo a maggio, per 8 settimane, e presenta i prodotti dei floricoltori nazionali. Un’enorme struttura in legno lamellare e vetrata, composta da 5 “gradoni” e con un pattern triangolare, frutto di considerazioni statiche e dagli interessanti esiti luminosi, ricopre l’area d’ingresso che accoglie i visitatori, appoggiandosi su due edifici realizzati ex novo per accogliere le funzioni del parco. Un elemento architettonico nato dalla stretta collaborazione tra lo studio Mecanoo e gli ingegneri strutturisti, sviluppato in modo ottimale nel rispetto dei presupposti estetici.
strutture
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La copertura del Keukenhof
Sotto, l’entrata al Keukenhof vista dal parco.
Un intreccio studiato di travi primarie in legno lamellare e secondarie – di tipo scatolare – fa sì che queste non gravino sulla struttura con il proprio peso, permettendo al contempo la posa di elementi vetrati che consentono il passaggio della luce. Laddove i triangoli non si vedono è perché, per motivi di budget, si è deciso di chiudere la copertura con controsoffitti in legno.
Nella cittadina di Lisse, 40 km a sud di Amsterdam, si trova il Keukenhof, un parco che si estende su una superficie di 32 ettari, molto popolare tra gli amanti del giardinaggio di tutto il mondo grazie all’impressionante selezione e varietà di fiori. Circa sette milioni di bulbi vengono infatti piantati ogni anno, tanto che il parco è talvolta soprannominato anche “il giardino d’Europa”. La sua storia risale al XV secolo, quando la zona serviva come orto per il vicino castello di Teylingen prima ancora di prendere il nome dal Castello di Keukenhof, costruito verso la metà del XVII secolo. Dopo diverse vicissitudini, è solo nel 1949 che un gruppo di 20 persone, tra coltivatori ed esportatori di bulbi da fiore, proposero di utilizzare la tenuta per esporre i propri prodotti durante la fioritura primaverile, segnando quindi la nascita del Keukenhof così come è conosciuto oggi e trasformandolo in un’attrazione mondiale. Il parco deve essere in grado di ricevere circa 1,2 milioni di visitatori in un periodo di sole 8 settimane circa (tra marzo e maggio), toccando anche punte di 60.000 visitatori in un solo giorno, cosa che richiede una logistica ottimale, che non lasci nulla al caso; motivo per cui negli ultimi anni si è lavorato ai parcheggi e alla realizzazione delle varie piazze del parco, all’edificio dell’ingresso. In quest’ultimo, nello specifico, doveva essere sistemato un gran numero di funzioni in modo adeguato, come i servizi igienici sul lato del parcheggio o quelli sul lato del parco, il pronto soccorso, il ristorante, il negozio di fiori e quello di souvenir, le casse, gli uffici ecc. Nel 2008 sono iniziati i lavori da parte dello studio Mecanoo di Delft per progettare una “porta”, nel senso più ampio del termine, che collegasse il mondo dei fiori al mondo esterno, realizzando due edifici e creando al contempo una nuova immagine per il parco stesso. L’entrata del Keukenhof è costituita dunque da 3 elementi essenziali: due edifici di differente altezza e un grande tetto (quasi) piano – vero protagonista dell’intero complesso – che si configura come una sorta di scalinata digradante dall’edificio più alto a quello più basso, composta da 5 enormi gradoni, con la chiara funzione di collegare e unire tutti gli elementi in un unico ensamble. L’ampio passaggio intermedio senza colonne e la forma
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Nella pagina a fianco, in basso, l’entrata vista dalla parte del parcheggio a sud. Nella pagina a fianco, in alto, l’atrio interno a doppia altezza dell’edificio a nord, che ospita gli uffici.
Ubicazione: Lisse (NL) Progetto: Mecanoo, Delft (NL) Strutture: IMd Raadgevende Ingenieurs BV, Rotterdam (NL) Appaltatore: Frans de Brabander, Poeldijk (NL) Lavori: 2015-2016 Superficie utile: 3.200 m2 Superficie verde: 1,35 ettari
_L’edificio___
favorire il comfort interno, è stato posato uno strato isolante anche tra il pavimento e gli spazi sottostanti. In generale, nella progettazione dell’edificio, si è fatto largo uso di materiali a bassa manutenzione e sostenibili. Ad esempio, tutta l’illuminazione è a LED e non esiste il collegamento al gas e la generazione di calore avviene per entrambe le ali dell’edificio mediante una pompa di calore, che viene utilizzata per alimentare il riscaldamento a pavimento. Negli uffici, questo è integrato con convettori a pavimento mentre il ristorante funziona con il sistema di riscaldamento all-Air. Sul tetto dell’edificio ci sono inoltre 178 pannelli fotovoltaici, con i quali è possibile coprire gran parte del fabbisogno energetico.
Foto: Mecanoo architecten
Foto: Mecanoo architecten
Tutte le funzioni pubbliche sono situate al piano terra dei due edifici mentre al primo piano dell’edificio a nord si collocano gli uffici del parco e la reception VIP. La costruzione a pattern triangolare del tetto in legno rimane visibile non solo nella parte centrale d’ingresso ma anche in altre aree interne agli edifici, tramite lucernari in vetro isolante resistente al sole, organizzati in modo che ogni triangolo di legno sia diviso a sua volta in quattro superfici trasparenti. Altre porzioni di tetto sono state invece chiuse con un controsoffitto a doghe di quercia, posato tra le travi portanti. Nell’edificio a un piano, la costruzione del tetto poggia su colonne d’acciaio, in quello a due piani su un telaio in c.a., tipologia costruttiva scelta non solo per questioni statiche (le colonne devono sorreggere un intero piano e la copertura) ma anche per la capacità del calcestruzzo di accumulare calore. Qui si trovano infatti gli uffici, occupati durante tutto l’anno, a differenza di altri parti utilizzate solo nel periodo di apertura primaverile, e qui, proprio per
Foto: Mecanoo architecten
obliqua dei due edifici laterali invita i visitatori a entrare nel parco, promuovendo così sia la visione estetica del manufatto che il flusso delle persone. La trasparenza della costruzione del tetto, e con essa quindi la quantità di luce naturale, rinforza ancora di più l’immagine data dall’intreccio di travi primarie e secondarie che formano una griglia di triangoli isosceli.
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copertura a gradoni
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pianta piano terra
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pianta primo piano
sezione longitudinale
Foto: Siebe Swart
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copertura a gradoni
Foto: Mecanoo architecten
Per poter assorbire le forze del vento, l’intera superficie del tetto è progettata come un piastra rigida, la quale scarica le forze sugli elementi sottostanti. Tale piastra è realizzata con travi di abete rosso laminate poste a formare dei triangoli (il triangolo è teoricamente indeformabile) e, dove non ci sono triangoli, attraverso elementi scatolari in legno. Nell’edificio a un piano le forze orizzontali vengono trasferite alle strutture metalliche (portali) delle facciate e al controventamento presente nel mezzo dell’edificio, nascosto nella muratura. Gli elementi di stabilità sono posizionati in modo tale che la quasi totalità dello spazio può essere liberamente suddivisa. Lo stesso vale per l’edificio a due piani. Il tetto in legno, le cui travi primarie sono alte 1,2 m, è dunque posato come un enorme solaio a gradoni sopra i due edifici, con aggetti che arrivano fino a 10 metri nel loro punto più ampio. Travi lamellari a doppia altezza sono state posizionate invece nei punti in cui si passa da una “gradinata” a un’altra. La grande altezza di queste travi “di passaggio” ha dato agli strutturisti l’opportunità di ottimizzare l’intera costruzione in legno senza utilizzare colonne di supporto nella zona centrale dell’entrata, dove il tetto si estende per 21,6 metri, appoggiandolo alle travi lamellari a doppia altezza e alle facciate dei due edifici. In questi punti, un ulteriore problema era dato dal fatto che la trave a doppia altezza non aveva un adeguato supporto sul lato dell’edificio a due piani, dal quale fuoriesce anzi a sbalzo. La soluzione è stata quella di rinforzare la parte sporgente con profili in acciaio.
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La scelta del principio di costruzione con elementi puntuali si adatta all’utilizzo dell’edificio e ai carichi che si creano per ogni componente dell’insieme: l’edificio a un piano consiste di colonne d’acciaio sottili, che devono sostenere solo il tetto; l’edificio a due piani è stato realizzato con colonne di c.a., che devono sorreggere il primo piano e il tetto.
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Legenda ambienti piante a fianco: 1 casse 2 negozi 3 ristorante 4 uffici 5 sala impianti nascosta
Foto: Mecanoo architecten
assonometria strutturale con le travi principali
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scatolari
Credits: IMd Raadgevende Ingenieurs BV
L’ottimizzazione di struttura e materiale ha portato alla creazione di una opera ibrida, in base al calcolo dei carichi, per cui gli elementi primari sono travi in legno lamellare mentre quelle secondarie sono travi scatolari. Queste si configurano come scatole vuote, formate da elementi lignei superiori e inferiori collegati a elementi lignei laterali tramite ancoraggi metallici nascosti con la conseguenza che il legno si trova lì dove è necessario dal punto di vista costruttivo, risparmiando non solo sul materiale – e quindi sui costi – ma anche sul peso. Nella realizzazione delle travi scatolari è stata prestata molta attenzione all’ingegnerizzazione e all’ideazione di una tipologia di connessione invisibile e al posizionamento dei supporti che collegano travi principali e travi secondarie tanto che, alla fine, non è quasi possibile distinguere tra travi principali in legno lamellare e travi scatolari secondarie. Prima di scegliere la versione definitiva delle travi e della loro tipologia, sono state esaminate diverse varianti. I ragionamenti dello studio di architettura, assieme al team degli strutturisti, avevano portato inizialmente all’impiego di travi lamellari nel senso classico del termine, cosa che tuttavia avrebbe comportato un tetto molto pesante. Inoltre, strutturalmente, non tutte le travi necessitavano dell’altezza standard di 1,2 m; per questo motivo, gli ingegneri hanno esaminato varianti che prendessero in considerazione un risparmio di peso, giungendo alla soluzione che poi è stata effettivamente utilizzata per la copertura del Keukenhof. Le travi scatolari sono state realizzate con elementi Kerto e sono composte da una guida inferiore e da una superiore in legno lamellare, unite da due pannelli laterali di 19 mm di spessore. In questo modo, non solo si è potuto mantenere l’aspetto unitario voluto dagli architetti, ma la costruzione del tetto sarebbe diventata molto più leggera, fornendo quindi un vantaggio – in termini di carichi – per la costruzione sottostante e le fondazioni. Inoltre, nelle travi scatolari così create, è stato possibile integrare l’isolamento, l’illuminazione e le varie cablature e tubazioni, realizzando alla fine anche una riduzione dei costi di costruzione, oltre che un mero risparmio sul materiale.
Credits: IMd Raadgevende Ingenieurs BV
Qui sopra, lo schema statico delle travi del tetto: ROSSO: travi primarie in legno lamellare (spess. 240 mm) VERDE: travi secondarie scatolari cave (spess. 240 mm) BLU: travi secondarie scatolari cave (spess. 320 mm) In basso, la posa in cantiere degli elementi triangolari dotati di vetro, con le scanalature per l’incastro con gli altri elementi. Tutte le parti del tetto in vetro sono state realizzate calpestabili, per la riparazione e la manutenzione. Le grondaie, inoltre, sono state collocate “a scomparsa” tra gli elementi triangolari. L’intera copertura conta circa 140 telai in legno, nei quali sono inclusi 478 vetri singoli.
Foto: Mecanoo architecten
Foto: Mecanoo architecten
nodo di congiunzione tra le travi e, a destra, una trave scatolare in sezione
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Keukenhof_costruzione Un’altra grande sfida costruttiva è stata la realizzazione della copertura senza colonne nella parte centrale dell’entrata. A tale scopo sono state realizzate campate fino a 21,6 m e a sbalzo fino a 10 m. Gli elementi portanti più lunghi sono dati da travi in abete lamellare con dimensioni di 240x1.200 mm (per una lunghezza fino a 3,6 m). Tra queste si trovano le travi scatolari, realizzate con le stesse dimensioni e lo stesso aspetto di quelle principali, che completano il pattern a triangoli nel tetto. Le travi lamellari supportano il loro peso nel punto di passaggio da una “gradonata” all’altra. Sfruttando strutturalmente l’altezza di questi “salti del tetto” è stato possibile realizzare grandi sbalzi fino a un massimo di 10 m, attuando quindi un’efficace sinergia tra costruzione ed estetica. La struttura in legno della copertura è stata quasi totalmente prefabbricata e poi montata in cantiere.
Le travi doppie presenti nel punto di passaggio da un gradone a un altro hanno una sezione totale di 240x2.800 mm e aggetti su entrambi i lati dell’edificio. Era quindi necessario portarle alla stessa lunghezza di 30 m; ciò significa che, con un’altezza di 2,8 m, non era possibile trasportarle già pronte e che dovevano perlomeno essere divise in due parti; pertanto sono state consegnate e posizionate in cantiere, mediante accoppiamento meccanico e incollaggio. Dal punto di vista costruttivo, la sfida è stata ancora maggiore, perché le colonne su cui poggiano le travi lamellari a doppia altezza si trovano, nell’edificio a due piani, sulla parte a sbalzo sopra le casse, dove non si desiderava posizionare nessuna colonna di appoggio. Anche queste travi doppie dovevano essere quindi supportate da travi a sbalzo nell’altra direzione del tetto, travi che, data la limitata altezza disponibile e le grandi forze in gioco, sono state realizzate in acciaio.
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Foto: Mecanoo architecten
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Il ristorante, nell’edificio a un piano. Al centro è ben visibile una delle colonne in acciaio, così come rimane visibile, anche se non vetrato, il pattern triangolare della copertura.
dettaglio della gronda a scomparsa
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5 9 dettaglio della trave di bordo con la finitura in rame
10 1 lattoneria in alluminio 2 grondaia, con membrana impermeabile o in alluminio 3 stratigrafia della facciata, dall’esterno: • rame (0,7 mm) con aggraffatura (300 mm) • strato di separazione • listellatura (22 mm) • controlistellatura (50 mm) • membrana impermeabile • telaio in legno (140x38m mm)
4 trave scatolare 5 elemento di chiusura in rame 6 elemento di ancoraggio per la manutenzione del tetto 7 rivestimento 8 piastra di fissaggio 9 lucernario in alluminio con barriera UV e vetro strutturale 10 grondaia in EPDM
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Sulla facciata dell’edificio non è possibile vedere grondaie o scarichi per le acque meteoriche e nemmeno sistemi di troppo pieno. In linea di principio, l’acqua piovana viene scaricata all’interno per uscire di nuovo all’esterno attraverso il vespaio, nella parte inferiore della facciata. Gli overflow di emergenza sono inclusi nel bordo del tetto, non visibile all’esterno. Secondo il progetto, la superficie del tetto in vetro sopra l’ingresso si deve svuotare completamente sul tetto inferiore adiacente. Per mantenere tuttavia la pendenza limitata, sono state installate due grondaie su questa superficie del tetto che seguono la linea dei triangoli sul bordo, poste all’interno di una riduzione nelle travi lamellari di legno.
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Foto: Mecanoo architecten
Nel progetto sono stati utilizzati 850 m3 di legname (tra pannelli laminati, Kerto, Novatop). Ciò significa che sono stati catturati 527.819 kg di CO2. Questo compensa le emissioni di scarico di un’auto di classe media per 3.518.793 km o il consumo annuo di elettricità di 586 famiglie.
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Hello Wood 2018 L’edizione 2018 di Hello Wood International Summer University and Festival – campus che ogni anno consente a studenti di architettura e di design e ad architetti affermati di sviluppare e costruire installazioni in legno legate a una particolare tematica – ha visto la realizzazione di sette piccole abitazioni, le cosiddette Tiny Houses. Quale propaggine europea del Tiny Houses Movement che incoraggia la costruzione di Cabins per consentire agli abitanti delle città di rifugiarsi nel verde e di allontanarsi dalla frenetica vita contemporanea, Hello Wood ha cercato di capire come queste piccole residenze possano trasformarsi in vere e proprie dimore fisse, esplorando le potenzialità del legno nella fabbricazione di questi edifici che stanno diventando una presenza costante nelle aree non urbanizzate anche in Europa. Delle sette case realizzate, ne approfondiremo cinque, lasciando a voi lettori la possibilità di scoprire le altre due.
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Foto: Tamás Bujnovszky
Grand Cabin Club Hello Wood
È possibile creare uno spazio in cui ospitare molte persone restando fedeli al concetto di cabin o di tiny house? Una casa che possa però essere anche un rifugio ZEN? Le domande sono ovviamente retoriche e le risposte naturalmente affermative. Con l’obiettivo infatti di alloggiare pochi o molti individui in una limitata superficie, il prototipo Grand Cabin Club ha adottato una soluzione che ha rivisitato la tipica architettura delle case alpine in legno della Cechia, caratterizzate fondamentalmente da una struttura portante realizzata con telai in legno ad A. La novità consiste nel riconsiderare la zona living della casa, non prevedendo in questo specifico fabbricato pareti divisorie o partizioni, cosicché lo spazio ottenuto, dotato di ogni attrezzatura ed equipaggiamento, possa adeguarsi
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facilmente ad accogliere solamente 8 persone oppure 20 persone nel caso, ad esempio, di una festa. Tale soluzione è stata possibile grazie anche alla particolare collocazione delle camere da letto e del bagno i quali, pur avendo l’accesso dall’interno, sono costituiti da piccoli volumi che sembrano essere spinti al di fuori della struttura principale ad A e che da quest’ultima sono indipendenti; con la loro presenza essi danno movimento alla forma generale della casa che così non rappresenta più solo un archetipo. Nonostante dunque il richiamo nostalgico alle baite alpine che gli abitanti dell’Europa centrale conoscono bene, Grand Cabin compensa la staticità classica di questi edifici mediante l’inserimento di ampie vetrate che offrono viste magnifiche sui dintorni, diventando
Foto: Tamás Bujnovszky
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inoltre un prodotto riproducibile a qualsiasi scala. Oltre alla prefabbricazione dei pannelli di legno per ridurre i tempi di costruzione, uno dei concetti base del progetto è stata la modularità del fabbricato e la sua adattabilità al territorio e alle esigenze dei committenti; togliendo o aggiungendo telai ad A e i volumi esterni delle camere e del bagno, il semplice e leggero sistema strutturale coibentato crea configurazioni volumetriche sempre diverse, adeguate alle necessità del vivere contemporaneo.
Capi progetto: Dávid Ráday, András Huszár, Nóra Fekete, Ádám Bajtai Squadra: Martin Varvas, Ogulcan Aksoy, Simona Rusnačková, Lucia Pum, Milan Voorhorst, Maria Gracia Latorre, Matteo Rossetti, Filip Cerha, Miriam Rieke, Nolwen Major Francès, Csaba Rittling 103
Foto: Tamás Bujnovszky
Vertical Cabin H3T architekti
La chiave di lettura per comprendere questo edificio e per spiegare la presenza di due ruote su una sua facciata sta nel concetto di mobilità, poiché questa struttura è stata pensata e costruita per essere trasportata ovunque gli utenti desiderino, sperimentando il ritorno alla natura dove la vita è semplice e non necessita di oggetti o di dotazioni sofisticate. È un progetto insolito che è stato fabbricato con materiali già presenti sul sito, rimasti dalle precedenti edizioni dei campus di Hello Wood e qui recuperati e riutilizzati. Vertical cabin, contrariamente al suo nome, non è stata costruita in verticale, bensì realizzata per gradi a terra e poi eretta; essa è per l’appunto composta da tre moduli o piani residenziali che ospitano funzioni differenti e che sono stati impilati l’uno sull’altro. Comin-
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ciando dalla parte inferiore, la più massiccia, troviamo lo spazio giorno con una stufa e posti a sedere, una zona notte al livello superiore con panche pieghevoli e infine una terrazza all’ultimo piano che può essere adibito anche ad area per il riposo all’aperto durante l’estate; i tre livelli sono collegati da una scala interna. I lati dotati di ruote sono costituiti da una struttura portante in legno a traliccio e il livello più basso, ben isolato, è rivestito all’interno e all’esterno con pannelli di legno o di altri prodotti riciclati, cosicché la facciata appare come un collage di diversi colori e materiali. Il modulo centrale, qui cieco, è stato progettato anche per essere trasparente mediante l’uso di elementi in policarbonato, mentre il belvedere può essere munito di una vela per ombreggiare la superficie sottostante
Foto: Tamás Bujnovszky
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Foto: Tamás Bujnovszky
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Capi progetto: Karel Harazim, Tomáš Madro, Marek Barjak Squadra: Michaela Vatral’ová, Lauren Fashokun, Danny Martin, Chloe Jakharia, Carl Harris, Karolina Lazar, Josef Vild, Maria Walker, Katie Hay, Lesley Cheung, Moldovan Bianca-Claudia, Sabrah Islam
nelle ore più calde della giornata. La fase più importante del processo costruttivo è stata senza dubbio l’innalzamento verticale della struttura, avvenuto grazie a funi e scale che fanno parte della dotazione della cabin e che vengono utilizzate per i successivi smontaggi e riassemblaggi; le scale sono impiegate come elementi di supporto e le corde servono per sollevare la torre verticalmente. In considerazione della mobilità dell’edificio tutti i mobili sono fissati alle pareti e ai pavimenti.
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Cabin modules iR arquitectura
Per questa Tiny House il punto di partenza è da ricercarsi nella definizione che il team di progettazione ha dato al termine “casa”, ovvero un “luogo definito dalle varie esigenze degli utenti”. A partire dunque da questo concetto sono state chiarite le destinazioni di base di un’abitazione che possa essere sia temporanea che fissa, quali la cucina, le camere da letto, le aree comuni e di conservazione del cibo e delle attrezzature e il bagno; tutte le funzioni sono racchiuse in moduli singoli che sono comodamente trasportabili, possono essere utilizzati singolarmente o possono essere composti all’interno di una pelle esterna secondo combinazioni che rispecchiano le necessità di coloro che vivranno in questa cabin. Ogni elemento è stato progettato mediante specifici software e realizzato in situ;
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tuttavia il processo di ideazione ha previsto che ogni componente potrà essere anche prefabbricato, lasciando all’abilità artigianale del costruttore solo l’assemblaggio. Cabin Modules è inoltre un edificio altamente efficiente dal punto di vista energetico. Ispirato dal progetto Plug-In Social realizzato nell’edizione argentina di Hello Wood, i moduli del fabbricato sono isolati termicamente, impermeabilizzati per resistere all’acqua e all’aria e incorporano tecnologie impiantistiche adatte al loro funzionamento. La casa ha un sistema di riscaldamento attivo, alimentato da pannelli solari, e uno passivo, un muro di Trombe che assorbe e immagazzina calore per immetterlo in seguito nella zona giorno mediante prese d’aria apposite; è inoltre corre-
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Capi progetto: Karel Harazim, Tomáš Madro, Marek Barjak Squadra: Michaela Vatral’ová, Lauren Fashokun, Danny Martin, Chloe Jakharia, Carl Harris, Karolina Lazar, Josef Vild, Maria Walker, Katie Hay, Lesley Cheung, Moldovan Bianca-Claudia, Sabrah Islam
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data da lampade solari Moser che garantiscono un’ottima illuminazione interna. Oltre a ciò, l’energia del Sole viene utilizzata nella cottura del cibo nella cucina solare dove le lenti di Fresnel consentono di raccogliere il calore dai raggi. L’area comune al centro della cabin è coperta da un tetto in policarbonato trasparente, al di sotto del quale si possono persino coltivare delle piante, come in una serra.
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I am a monument Josep Garriga + OfficeShophouse
Sembra librarsi nel paesaggio circostante questa tiny house posta su una struttura leggera a guisa di palafitta, che ridà vita a un progetto abbandonato da una precedente edizione di Hello Wood. Progettisti e costruttori hanno migliorato la struttura esistente pur mantenendo intatte le caratteristiche architettoniche originarie, secondo il principio che una casa non è mai finita, ma si trasforma sempre nel tempo a seconda delle esigenze di chi la utilizza. Nell’edizione del Festival del 2018 sui pilastri già costruiti è dunque stata realizzata una vera e propria cabin che si estende verso l’alto, garantendo così la minor interferenza possibile del costruito con la natura al fine di lasciare meno tracce possibili al suolo. Anche in questo caso si tratta di un fabbricato che può essere smontato e
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rimontato molto agevolmente in altri luoghi, dando l’opportunità agli utenti di avvicinarsi di nuovo all’ambiente non urbanizzato. Tre sono i livelli che I am a monument consente di sfruttare: a partire dal livello del suolo dove si possono svolgere le faccende quotidiane all’aperto ma all’ombra, prodotta dal piano superiore che ospita invece lo spazio più privato e dedicato al riposo. Ultimo, non meno importante, è il livello del tetto/terrazza da cui godere di splendide viste. Il legno è usato per costruire l’ossatura portante, definito come una pila di elementi lineari che sono collegati tra di loro artigianalmente da giunzioni tradizionali, mentre tecniche e materiali vernacolari determinano la pelle e il design dell’arredo. Il rivestimento in partico-
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lare è concepito come una serie di elementi sperimentali che si adattano di volta in volta al ritmo della struttura e che fungono da protezione per lo spazio interno. L’adattabilità degli elementi si ritrova anche nella tipologia dei materiali di cui si compone il fabbricato, da cercarsi, secondo quanto stabilito in fase progettuale, sul territorio e tali da adattarsi e resistere alle condizioni climatiche in cui questa cabin viene costruita.
Capi progetto: Josep Garriga, Patxi Martin, Natalia Vera Vigaray Squadra: Aloutsanidis Vasilis, Lance Macadangdang, Rogier Tamminga, Hena Wang, Darya Moatazed-Keivani, Berta Ballestin, Lara Gonzalez, Pyeori JUng, Charlotte Cocking, Zhao Zhou, Fábián Villányi, Ruairidh Murdock, Gabrielle Sanchez 109
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Ziggurat Delivery ZarCola
La “Ziggurat Delivery” è stata progettata con l’idea che vivere in una piccola casa enfatizzi la relazione con l’esterno circostante. Per questo, e per motivi di trasportabilità, la tiny house del duo ZarCola è suddivisa in due volumi strutturalmente indipendenti, collocati l’uno sull’altro; l’intera struttura è stabilizzata poi con l’uso di contrafforti esterni. Il volume open space al piano terra, in gran parte vetrato, più freddo e più aperto verso l’esterno, dà spazio alle attività comuni e permette di vivere intorno all’eventuale camino/stufa centrale. Il volume superiore, che ospita la zona notte, è più isolato e intimo, riduce al minimo l’uso dello spazio e sfrutta il calore proveniente dal basso. Il comportamento di una cabin con uno spazio minimo come questa riduce il comfort
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necessario alle funzioni di base e adatta lo spazio alle diverse condizioni climatiche e alle diverse esigenze di vita. L’intero edificio è rivestito con Airium, un materiale isolante termico minerale che ricorda il cemento espanso. Il volume dedicato agli spazi living si presenta come una struttura esteticamente più leggera ed è più aperto verso l’esterno, fungendo da filtro tra questo e l’ambiente più chiuso della zona notte, al piano superiore. Esso modifica il suo comportamento a seconda della stagione. Ad esempio, nei periodi freddi sarà più accogliente e raccolto attorno al camino/stufa mentre in quelli più caldi sarà maggiormente aperto e ventilato, favorendo così le attività all’aria aperta.
Foto: Tamás Bujnovszky
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Capi progetto: Edoardo Giancola, Federico Zarattini Squadra: Martin Kral, Amy Hickery, Jagoda Borkowska, Barış Doğa Çam, Kartikai Majithia, Šárka Malošíková, Nikolaj Srdić Kranjc, Asli Candan, Linda Sze-To, Karoline Marken Smenes, Eda Ünal, Didem Güneş Yilmaz, Zoltán Sóvári
Il volume dedicato al riposo è, invece, più isolato e più piccolo, più intimo e protettivo; collocato al livello superiore, vi si accede tramite una doppia scala a pioli e sfrutta il calore fornito dal corpo scaldante al piano terra, al centro del modulo. L’intera struttura è costituita da un telaio in legno, realizzato con la ripetizione di elementi simili, dati da travi di dimensioni 10x5 cm, e con l’impiego di misure e nodi semplici per velocizzare la costruzione riducendone il costo.
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Foto: © Benoît Wehrlé
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Foto: Jin Weiqi
Patch22 Lemniskade Cabin Sjusjøen Aslak Haanshuus Arkitekter AS Shanping Village restoration 3andwich Design / He Wei Studio Lucien Cornil Student Residence A+Architecture
Foto: Courtesy of Aslak Haanshuus Arkitekter
Foto: Luuk Kramer
Villa Capucchiera Gaetano Marzani