Glenn Stromberg Roberto Belingheri
GLENN C’È SOLO UN CAPITANO
Volume realizzato anche grazie al contributo di:
LAZZARINI DISTRIBUZIONE DOLCIUMI
IL CONSORZIO FIDI CONFARTIGIANATO BERGAMO - è convenzionato con 30 banche; - agevola l'accesso al credito con garanzia dal 50 all'80%; - garantisce i prestiti a tassi particolarmente convenienti con finanziamenti agevolati - predispone e inoltra domande per la partecipazione ai bandi regionali, italiani ed europei; - dà consulenza gratuita per riqualificare il rapporto tra banca e impresa.;
GLENN C’è solo un capitano
GLENN C’è SOLO UN CAPITANO Glenn Stromberg Roberto Belingheri Supplemento al numero odierno de “L’Eco di Bergamo” Direttore Giorgio Gandola Grafica e impaginazione Moma Comunicazione - Bergamo Stampa Litostampa Istituto Grafico - Bergamo Copyright © 2014 Sesaab La riproduzione è vietata, tutti i diritti sono riservati.
L’editore si dichiara disponibile a riconoscere i diritti dell’immagine di copertina a chi ne sia legalmente in possesso.
Glenn Stromberg Roberto Belingheri
GLENN C’è solo un capitano
Stromberg l’Atalanta e Bergamo
Storia di trent’anni insieme
INDICE Tre passi e un’idea di Roberto Belingheri
p.
7
La dedica di Glenn ai bergamaschi
9
Il nostro grande Glenn di Elio Corbani
11
1 | Glenn e i presidenti 15 L’arrivo con Cesare, l’addio con Percassi 2 | Glenn e gli allenatori Quattro uomini, tutti diversi
31
3 | Glenn e i compagni Tutti i retroscena dello spogliatoio
53
4 | Glenn e il dietro le quinte I volti meno noti nel mondo del capitano
77
5 | Glenn e gli avversari L’avventura in una galassia di stelle
91
6 | Glenn e Bergamo «Il cuore della città è il mio trofeo»
107
7 | L’album di Glenn Otto anni in 50 foto: una storia infinita
121
I nostri partner
137
Tre passi e un’ idea di Roberto Belingheri
L’idea di questo libro nasce in tre momenti. Fine estate 1984, a metà anni ’90, una sera d’inizio 2012. Parto dalla fine, dall’episodio forse decisivo. Inverno, lunedì sera, ristorante. Glenn Stromberg, io, altre tre, quattro persone. Cena allegra, dopo una trasmissione tv. Non ricordo la scintilla, ma Glenn parte a raffica. Racconta uno, due, tre, dieci aneddoti. Lui e i compagni di squadra. Lui e gli allenatori. Lui e i presidenti. Sullo sfondo, il suo modo di essere capitano. I suoi princìpi. Glenn è un grande narratore. Attorno a lui, tutti zitti. Finita la cena, spunta l’idea. Quei risvolti di un capitano unico, che così tanto gusto avevano suscitato tra il secondo e il dolce, valeva la pena raccontarli. Celebrando così trent’anni di compagnia reciproca, fra Glenn e i bergamaschi. L’idea pian piano è diventata un desiderio, poi si è aggiunta la voglia di buttarsi nel progetto, di inseguire Glenn per riuscire a proporglielo, fino al suo sì. Metà anni ’90. Glenn è collaboratore de L’Eco di Bergamo e di Bergamo Tv. Per il giornale scrive un commento dopo ogni partita. Un commento seguitissimo, mai banale, spesso un passo avanti. Dico “scrive”, non a caso. Funzionava così. Un giornalista telefonava a Glenn, che dettava 7
il suo articolo. Il nostro compito, che fu molto spesso mio fino a creare una buona intesa, era solo quello di trascrivere il suo pensiero, e magari arrivare con l’italiano laddove Glenn aveva qualche ovvio inciampo. Questo è il metodo che di fatto abbiamo seguito anche per questo libro. Dialoghi di ore e ore (in tutto quasi 15), tutti registrati e poi «messi in bella». Su ogni riga c’ è il sigillo, scrupoloso come all’epoca, di Glenn. Fine estate 1984. C’era un ragazzino, a Bergamo, di dieci anni. Pochi mesi prima insieme all’amico Andrea e ai due papà aveva visto dalla curva sud la sua prima partita allo stadio, Atalanta-Sambenedettese: la festa per il ritorno in serie A con Sonetti e i gol di Pacione. Amore a prima vista e grande curiosità per gli stranieri in arrivo. Così a fine estate il papà scarta un regalo inatteso: avventurosa gita in bicicletta e un intero pomeriggio a Zingonia, a vedere Stromberg. L’avete capito: quello lì ero io. E lì c’era lui. Era l’ultimo arrivato, ma tutti gli occhi puntavano lì. Trent’anni dopo, tocca ancora a Glenn essere protagonista. E questo è il suo racconto.
Si ringraziano: Cristina Rampoldi, Elio Corbani, Stefano Corsi, Pier Carlo Capozzi 8
LA dedica di glenn ai bergamaschi
IL NOSTRO GRANDE GLENN di Elio Corbani
Centrocampista completo, dotato di chiara visione di gioco, generoso e autoritario, esemplare per la sua correttezza, grande personalità, personaggio carismatico dentro e fuori dal campo. Questo in estrema sintesi è il calciatore Glenn Stromberg. Arriva a Bergamo accolto da numerosi appassionati che già conoscono la sua storia, perché si è imposto a livello internazionale con il Göteborg e il Benfica. Il suo impatto con il calcio di casa nostra non è fortunato perché nella prima gara ufficiale, a Taranto in Coppa Italia, si frattura un braccio. Sonetti, che ha riportato in A l’Atalanta, gli affida la maglia numero 7 ma lo utilizza in diverse posizioni, arrivando a chiedergli in alcune gare di fare la prima punta. Per conoscere a fondo le sue qualità ricordo di essermi recato a San Siro per assistere al confronto Italia-Svezia ed essere rimasto colpito dalla sua prestazione autoritaria, dalla continuità del suo rendimento a tutto campo. Nell’Atalanta è un punto di riferimento per giovani emergenti come Roberto Donadoni, Marino Magrin, Marco Pacione, Roberto Soldà. Il pressing esasperato che vorrebbe Sonetti non lo mette a suo agio. 11
Quando al termine di ogni allenamento il tecnico lo mantiene in campo chiedendogli di intervenire di testa sui lunghi rilanci di quaranta metri per quello che dovrebbe essere “l’attacco al portiere”, Glenn si adegua ma non gradisce. Nel gioco aereo, nonostante l’elevata statura, si fa apprezzare in fase difensiva, non altrettanto in fase offensiva. Non molti i gol realizzati (25 in otto stagioni), il più importante, che ha fatto sognare i bergamaschi, sul campo del Malines. Nell’ultima stagione della gestione Sonetti è più volte chiamato a sostituire Cantarutti nel ruolo di centravanti. Anche lui finisce nel mirino della critica, accusato di non riuscire a guidare il gioco della squadra. Ricordo di aver detto scherzosamente (ma non tanto) a Cesare Bortolotti: «Se confermi Stromberg, perdi un sostenitore». Un errore che io stesso ho ammesso in un incontro televisivo con Glenn. Mondonico per favorire il suo recupero non solo gli conferma la maglia numero 7 ma lo utilizza come tornante di destra. L’esperimento dura un paio di gare, poi il tecnico di Rivolta d’Adda intuisce che può dare molto di più. Lo riporta in mezzo al campo affidandogli il timone del gioco nerazzurro. Stromberg è sempre più leader anche nello spogliatoio, stigmatizzando qualche comportamento dei compagni. Ad esempio non risparmia il suo rimprovero a Caniggia per aver evidenziato platealmente il suo dissenso per una sostituzione. Nel segreto degli spogliatoi gli dice: «Con il tuo comportamento hai creato disagio al tuo sostituto». Ha saputo dialogare con gli arbitri subendo due sole espulsioni: una assurda a Mosca in Uefa dal suo connazionale Karlsson, una a Cremona immeritata. Si è “auto espulso” quando il Milan a Bergamo ha sfruttato un suo gesto di correttezza per realizzare il gol che ha eliminato l’Atalanta dalla Coppa Italia. Gli allenatori sanno di avere in lui un uomo vero. Li difende anche nei momenti difficili, solidarizzando ad esempio con Frosio, quando viene esonerato all’inizio del girone di ritorno dopo aver guidato la squadra con buoni risultati in Coppa Uefa. Con il suo sostituto Giorgi instaura subito un buon rapporto. Il nuovo tecnico gli affida la regia difensiva 12
nel ruolo di libero. Stromberg si impone anche lì, facendo valere tutte le sue qualità. Siamo tutti convinti che per anni sarà il regista arretrato dei nerazzurri, ma improvvisamente Glenn decide di lasciare il calcio. Ha solo 32 anni. Bergamo lo saluta nell’indimenticabile serata del Trofeo Cesare Bortolotti con l’indimenticabile abbraccio con papà Achille. Sono orgoglioso di averlo convinto ad assumere il ruolo di opinionista a Bergamo TV, dove si è inventato la sua “moviola”, con la quale ogni lunedì non evidenziava gli errori arbitrali, ma impartiva vere e proprie lezioni di calcio. L’ho avuto al mio fianco come opinionista in molte radiocronache su Radio Alta: esemplari i suoi giudizi. Stromberg arriva a Bergamo trent’anni fa. Sembra ieri. In mezzo c’ è una storia lunga e affascinante. C’ è dentro lo Stromberg bergamasco, ma soprattutto nerazzurro. Non ci resta che leggerla. GLENN E L’ATALANTA STAGIONE
CATEGORIA
PRESENZE
GOL
1984/85
SERIE A
27
2
1986/87
SERIE A
1985/86
1987/88
30
SERIE B
34
3
4° (prom.)
SERIE A
28
1
7°
SERIE A
29
1988/89
SERIE A
1990/91
SERIE A
1898/90 1991/92
10°
SERIE A
26 25
20
5
CLASSIFICA FINALE
4 1 2 2
8°
15° (retr.) 6°
10° 10°
Presenze in campionato: 219 Gol in campionato: 20 Presenze in Coppa Italia: 38 Gol in Coppa Italia: 4 Presenze nelle competizioni internazionali: 16 Gol nelle competizione internazionali: 1 Presenze: 273 Gol: 25 13
3 | GLENN E I COMPAGNI
L’Eco di Bergamo 4 luglio 1984: dopo la trattativa e la firma con Cesare Bortolotti, Stromberg arriva a Bergamo, accolto da una folla in delirio.
1
GLENN
E I PRESIDENTI L’arrivo con Cesare, l’addio con Percassi
G
lenn Peter Stromberg è uno di noi. Alto, biondo, svedesissimo. Ma bergamasco. Bergamasco da trent’anni, ormai. E se è stato qui, e se è ancora qui tra noi, dobbiamo dire tre grazie piuttosto imprevedibili. A Vidar Davidsen. A Sven Goran Eriksson. E agli spaghetti al pomodoro. Direte: grazie, ma si capisce niente. Appunto: è il bello di certe storie. Loro, le storie, si fanno avanti piano. Mettono lì personaggi, compongono mosaici, percorrono sentieri. In questa storia c’ è un uomo, Glenn Peter Stromberg. C’ è una maglia, quella dell’Atalanta. E c’ è una città, Bergamo, con la sua gente dal cuore nerazzurro. Tre lati che formano un triangolo perfetto, non più scomponibile, dal 1984. La storia comincia un giorno di maggio, a Göteborg, la città di Stromberg. Che in quegli anni gioca in Portogallo. Benfica, squadrone fresco di scudetto portoghese. Duemiladuecento chilometri più a Est, ci sono una squadra e una città ubriache di gioia per il ritorno in serie A. Dopo il purgatorio della serie C, il ritorno nel campionato più bello del mondo vale altro che uno scudetto. È così che comincia la caccia 15
1 | GLENN E i presidenti
allo straniero, ed è lì, a Göteborg, che s’incrociano per la prima volta le storie dell’Atalanta e di Glenn Stromberg. Che però non lo sa. «Avevo appena vinto lo scudetto - racconta Glenn - e di tutto avrei avuto voglia meno che di giocare una partita. Avevo voglia di vacanza, di stare con gli amici. Ma era la Nazionale, si giocava nella mia città, e in più era il derby con la Norvegia. Dovevo esserci, e dovevo anche fare una grande partita». Glenn non sa che c’ è un’altra persona che doveva esserci. Si chiama Nedo Sonetti, il toscanaccio allenatore dell’Atalanta, in missione segreta per vedere da vicino questo lungagnone biondo di cui si dicono mirabilie. Glenn gioca, e si trova davanti un centrocampista norvegese piccolino, che non la prende mai. Vidar Davidsen. «Facevo il matto, in quella partita. Destra, sinistra, andavo avanti e indietro. Poverino, non l’ha mai presa e mi ha fatto fare un figurone». Al punto che Passirani («che accompagnava Sonetti ed era felicissimo perché in quei giorni in Svezia dormiva con la finestra aperta e si lasciava abbronzare dal sole che non tramontava mai») e Nedo, in Svezia con Previtali, dopo la partita incontrano Glenn in gran segreto in un albergo di Göteborg, una birra e un caffè in un quarto d’ora, giusto per dirsi «piacere, siamo l’Atalanta» e «grazie per la visita, ma dovete contattare il Benfica». I due tornano in Italia con un’idea fissa: bisogna battere la concorrenza del Como, e portarsi a casa il biondone. Al quale, qualche giorno prima, Eriksson aveva fatto una confidenza: «Guarda che io lascio il Benfica, nella prossima stagione allenerò in Italia, alla Roma. È il campionato migliore, tutti i più forti giocatori del mondo adesso sono là». Arrivavano Maradona, Zico, Platini, Socrates. Una costellazione di fuoriclasse. Di mezzo c’ è il «Midsommarafton», il Ferragosto di lassù, la festa che fa impazzire gli svedesi per un giorno e una notte, tutti in strada per celebrare il sole che non tramonta mai. È giugno inoltrato. E Glenn, che si trova lì, non può rinunciarci. Va a nanna in hotel quando le lancette hanno scavalcato allegramente le 6. «Bum, bum, bum, bum». «Alle 8, sembra che mi stanno buttando giù la porta. – dice – C’ è un disperato che bussa. Ma lascio perdere, non ho né forza né voglia di trascinarmi 16
1 | GLENN e i presidenti
alla porta. Passa un minuto, mi riaddormento. Bum, bum, bum, bum. Prendo coraggio, mi trascino e apro. Trovo un dipendente dell’hotel, trafelatissimo. “Stromberg, scenda subito alla hall, c’ è il suo manager al telefono, è importante”. Devo vestirmi, scendere. Cedo e vado. È Börje Lantz, un tipo deciso: alto 1,60, sempre con un sigaro che sarà stato mezzo metro. Era stato anche il manager di Pelè, per dire». È la telefonata che mette Glenn di fronte al lancio della monetina. Testa vado, croce rimango. Voce stentorea, dall’altra parte. «Glenn, non abbiamo tempo da perdere. Vestiti, trova un aereo e vieni qui subito a Cascais. L’Italia è qua. Abbiamo due squadre: Atalanta e Como». «Strappai un giorno di tempo perché in quelle condizioni non riuscivo a immaginare un viaggio, e lo trascorsi pensando che la mia vita era di nuovo di fronte a un cambiamento enorme. Dalla Svezia al Portogallo e dal Portogallo, magari, all’Italia. Il giorno dopo arrivo lì, a Cascais, posto di ville splendide al punto che pensavo già di prendermi quella che Eriksson avrebbe lasciato libera. “Abbiamo sia il Como che l’Atalanta, ma è l’Atalanta che insiste di più”, mi dice Lantz. Dopo un giorno di trattative, si capisce che è l’Atalanta la mossa giusta. Vedo cose che mi fanno capire che qui mi sarei potuto sentire più facilmente a casa, dove già tanti svedesi avevano fatto bene». Arriva sera. Tutti invitati a casa del manager. Tutti in una stanza, Glenn nell’altra. Passano le ore. «Loro dentro a trattare, io con la moglie e i bambini di Lantz. Passa mezzanotte, e vado a dormire. Alle 2 di notte, di nuovo: bum, bum, bum». Spunta l’uomo col sigaro. «“Vestiti e vieni dentro, ci siamo”. Entro in quella stanza: c’erano Cesare Bortolotti, Previtali, lui col sigaro. Tutti avevano fumato sempre. Mai visto tanto fumo in vita mia. E vedo Franco Morotti, che aveva fatto i salti mortali per organizzare la trasferta portoghese in un baleno, in giorni in cui era impossibile trovare biglietti aerei, alla macchina per scrivere, pronto per ribattere il contratto, con due occhi così. Mi guarda, e dal suo sguardo leggo l’implorazione: ti prego, firma alla svelta e salvami da questo posto. Mi spiegano le condizioni, capisco che il contratto è buonissimo. 17
1 | GLENN E i presidenti
Tanti soldi, circa il doppio di quello che prendevo al Benfica. L’Atalanta proponeva un accordo per 3 anni». Ecco la monetina da tirare. A fermarla a mezz’aria, prima che ricaschi nella mente di Glenn, interviene Cesare Bortolotti, la mano che piomba sul braccio di Glenn, ferma come una tenaglia. «Stromberg, sei contento?» «Sì, sì, sì che sono contento». A Cesare non basta. Stringe la morsa sul braccio. «Guardami negli occhi, Stromberg, sei contento? Guarda che noi siamo una grande squadra e siamo orgogliosi di quello che siamo. Sei contento?» «Sì, ero contento. Non vedevo nemmeno Cesare, per quanto fumo c’era in quella stanza, ma ero contento. In fondo a due giorni sconvolgenti, la vita cambiava ancora. E queste persone le conoscevo pochissimo, eppure mi piacevano». Glenn sfrutta le vacanze svedesi per metabolizzare quella scelta. «Sapevo che la vita sarebbe cambiata ancora, ma mi sentivo meno preoccupato. Avevo conosciuto buone persone, sentivo che la scelta era giusta per la mia crescita di persona e di calciatore». Fino all’atterraggio a Bergamo. «Arrivo, vado subito a Sarnico, incontro Achille per la prima volta. Grandissima autorità, lo guardavi e capivi che aveva fatto tanta strada nella vita. Arrivo, mi abbraccia forte. Io tremavo, e non è per dire: tenevo i bicchieri con due mani per non far vedere. Poi Achille nota che io ero arrivato con poca roba. Un completo e poco più, per la presentazione ufficiale, perché poi tornavo in Svezia subito, per le vacanze. Il giorno dopo, Achille mi prende da parte. “Glenn, ti servono vestiti italiani, un po’ belli. Vai a prenderli giù in centro, prendi quello che vuoi per questi giorni”. Non mi lascia nemmeno rispondere, alza il telefono e chiama: “Dopo arriva Glenn, dategli tutto quello che vuole”. Non capivo, sembrava che tutta Sarnico fosse di Achille. Andai giù in centro, in questo negozio. Presi due pantaloni, per non esagerare. Costavano cari e non volevo sembrare uno che appena arriva già si mette a fare lo scroccone. 18
1 | GLENN e i presidenti
Ma in quel negozio, dopo l’avviso di Bortolotti, mi riempirono di roba. “Vuoi anche questo? Prendi anche quest’altro”. Tornavo in albergo con queste due borse di abiti, e mi sentivo un professionista, uno vero. Ero pieno d’orgoglio». Il corredino per la prima uscita di Glenn a Bergamo era fatto. Ecco il grande giorno. «Mi sentivo a casa. Mangiavo, dormivo, giri in barca sul lago. Ma mi aspettava il secondo choc. Dovevamo firmare il contratto, perché a Lisbona si era fatto tutto meno le ultime formalità, ma fuori dalla sede, sopra il bar dello stadio, c’era pieno, pieno di gente così, che gridava il mio nome. I dirigenti volevano che salutassi i tifosi. Io mi affaccio, da svedese freddo: non mi era mai capitata una situazione così. Insomma, stavo lì alla finestra un po’ impalato, mentre sotto, in strada, era il delirio. “Salutali, Glenn”. Li saluto, cantavano, c’era un vero boato per me. “Ma quanto devo stare?”. “Salutali, salutali”. Io salutavo, ma mi sentivo imbranato. Però in quei minuti alla finestra avevo capito cos’era l’Atalanta a Bergamo. E pensare che credevo fosse un posto tranquillo». Chiuse le finestre, si firmano i contratti. È lì che Glenn scopre che le cifre per i calciatori, in Italia, sono al netto delle tasse, il che non fa certo dispiacere. «Esco. Tutti mi toccavano, mi mettevano sciarpe addosso. Motorini ovunque, davanti e dietro la macchina, guidata dall’ex autista di Gustavsson, che parlava un po’ svedese. Io salutavo, salutavo dal finestrino. Ma eravamo bloccati. Non fosse stato per la polizia, che metteva le auto di traverso per bloccare i motorini e farci passare, non saremmo mai riusciti a sgattaiolare in Città Alta, e da lì a raggiungere l’autostrada per Sarnico. Arrivato, dormii fino alle 10 del mattino dopo». L’avventura è ufficialmente cominciata, e quel rapporto con Cesare e Achille Bortolotti sembra già cementato da anni. Glenn è appena arrivato, ma questa famiglia così speciale lo fa sentire a casa, uno di loro. E prende sempre più confidenza con questo mondo, «con Franco Previtali, in particolare. Uomo di calcio buono, buono, buono. Lo 19
1 | GLENN E i presidenti
capii già nei primi giorni del primo ritiro, a Roncegno. Previtali era incredibile. Piccole cose, ma si facevano notare. Ricordo al mattino, c’era un percorso da fare di corsa. Salita, giro, discesa. In cima c’era Sonetti. In fondo, c’era il signor Franco, seduto a una panchina con la sigaretta. Il percorso prevedeva di girare attorno alla panchina di Previtali, come fosse una boa. Ma tutti tagliavano cento metri prima. E io, da svedese preciso, un po’ poliziotto dentro, mi chiedevo come mai quel signore non andasse su ad avvisare l’allenatore che tutti tagliavano, meno Perico, io e pochi altri, per correre un pezzetto di meno. Io avrei anche tagliato quel pezzetto ma Eugenio Perico era inflessibile. “Tu, Donadoni, Magrin, siete giovani, si corre fino in fondo”». Sonetti ovviamente sapeva. E Previtali comunque taceva. L’inizio in serie A fu tosto. Scoppole tremende, le famose sconfitte da cinque pappine con Juve e Fiorentina. «In particolare quella di Firenze mi insegnò una cosa importante. Nell’intervallo eravamo sotto 1-0, ma per tutto il tempo eravamo stati sulla difensiva. Eppure, vedevo i compagni tranquilli. Anzi, sentivo dire che andava tutto bene. Io invece volevo che si cambiasse atteggiamento, che si andasse avanti. Tanto, perdi 1-0 o 4-0, è lo stesso. Ma almeno ci hai provato. Sulle scale per rientrare in campo, Gentile mi avvicina e mi chiede di andare avanti ma con prudenza, cercando sì il pareggio, ma evitando il rischio di un’altra batosta. Alla fine invece abbiamo perso 5-0, nella squadra fu fatta la rivoluzione, via i portieri, tante modifiche. E ho capito cosa significava, in Italia, la differenza tra perdere la partita e perdere la faccia. C’era differenza, per me contavano solo i punti, il resto pazienza. Qui no. C’era la società che doveva stare tranquilla, c’era la settimana da impostare con armonia, c’erano i tifosi che soffrivano quando si perdeva. Capire tutto questo rapidamente è stato fondamentale, anche per il rapporto con i dirigenti». E magari anche quella sconfitta fu utile. Perché poi l’Atalanta di Sonetti ingranò la marcia giusta sulla strada per la salvezza. Ma il mosaico di Glenn bergamasco non era ancora completo. Mancava una tesserina, 20
1 | GLENN e i presidenti
solo apparentemente di poco peso. «Mancava solo che mangiassi la pasta come loro, ma per me per un anno intero è stato impossibile». Per capire, bisogna fare passi indietro, a Glenn ragazzino. «Mangiavo sempre il risotto, perché per due volte a scuola mi diedero una pasta orrenda, che sembrava la gommapiuma dei materassi. Mandavo giù, e tornava su. Non potevo più mangiare la pasta. Sempre, anche qui. O risotto, o il secondo. Persino i giocatori mi prendevano in giro. Mimmo Gentile e Gianpaolo Rossi non se ne facevano una ragione: “Oh, spilungone, mangia la pasta, oh”. Così, a fine campionato, andammo tutti contenti a festeggiare la salvezza al Cantiere, e io avevo deciso che era ora di riprovarci. “Risotto, Glenn?” No, stavolta non potevo. Non potevo vivere qua senza mangiare la pasta. Dovevo essere come gli altri, e questo mi avrebbe fatto sentire un po’ meno straniero in mezzo a loro. “No, mangio la pasta”». Boato, dal tavolo. «Arrivano gli spaghetti al pomodoro, ne assaggio un filo. Ricordo come fosse oggi. Mastico, i compagni mi guardano col fiato sospeso, in attesa del verdetto. Capisco che stavolta non sarebbe tornata su, e sorrido con un sorriso grande così. Questa pasta, che avevo visto come un nemico per tanti anni, era buonissima e io ero felice come un bambino. Ero passato dalla paura alla curiosità di riprovarla, dall’angoscia che mi facesse stare di nuovo male alla soddisfazione per il coraggio di riprovarci. In fondo, una grande, grandissima gioia. Sentivo che ero arrivato, che cominciavo a essere italiano». Glenn gioca, Glenn si integra, Glenn sta sempre dalla parte dell’Atalanta. Questo Cesare e Achille Bortolotti lo capiscono bene. Capiscono che quella notte a Lisbona trascorsa a respirare più fumo che ossigeno non è stata una notte immolata sull’altare del tabacco. «Sentivo che la loro fiducia cresceva. Potevo giocare bene, potevo anche giocare male. Ma loro sapevano che dove andava la società andavo io, che remavo sempre dalla stessa parte, per il bene della squadra. Sapevano che ci si poteva fidare, che io c’ero. Che se necessario andavo fuori ruolo, che magari mi beccavo più critiche degli altri e poi stavo zitto. Quante 21
1 | GLENN E i presidenti
volte ne ho parlato da Vittorio, dove mi portavano Previtali e Cesare, dal secondo anno in poi. Si andava lì, si parlava di calcio in un modo tutto nostro. Cesare amava vedere il futuro della squadra, capire cosa mancava per renderla ancora più forte, più sicura in serie A. A tavola si costruiva l’Atalanta del futuro con il burro al posto del terzino, il pepe stopper, il sale terzino dall’altra parte. Il coltello a centrocampo. A Cesare brillavano gli occhi, sembrava che fissando quella tovaglia già vedesse il futuro realizzato. E mi chiedeva, se pensava che servisse un intervento, dove poter trovare in giro per l’Europa il giocatore giusto. Si parlava di calcio in un modo meraviglioso. Cesare aveva una passione infinita. Voleva parlare per capire e imparare. Parlavo con lui di calcio come con Morotti, Randazzo o Enzo Sensi, di come gestivano una società. Loro mi hanno preso quasi come un figlio, certo un figlio che doveva giocare a pallone, ma anche questo atteggiamento di profondo rispetto per la mia esperienza internazionale, dei Bortolotti e degli altri, è stato determinante per la mia scelta di restare a Bergamo, anche dopo la retrocessione del 1987». Già, perché gli anni volano veloci quasi come le parole, e alla terza stagione di serie A con Sonetti, l’Atalanta, di colpo, inciampa. Si torna in serie B, Stromberg al centro di mille voci, mille critiche. «Lo straniero prende più elogi del dovuto quando le cose vanno bene e più critiche del dovuto quando le cose vanno male. Questa è sempre stata la regola, e l’ho sempre accettata senza fare storie. È bello quando ti dipingono come il migliore, e devi essere forte quando sei il primo a essere accusato». Sì, ma si tratta di capire cosa fare, con lo spettro della serie B davanti. «Perché le proteste contro di me erano forti, fortissime. Faceva niente se avevo giocato mezzo campionato in un ruolo completamente nuovo: per la gente era colpa mia e basta. Cesare durante la stagione fu straordinario e comprensivo, si offrì anche di darmi una mano, di dire pubblicamente, anche sui giornali se serviva, che c’era fiducia piena in me. Ma rifiutai, me la volevo risolvere da solo. Cesare insisteva, e lì, un 22
1 | GLENN e i presidenti
giorno a Sarnico, fu decisivo ancora una volta l’intervento di Achille. “Ha detto che se la risolve da solo, e basta”». Poche parole, nello stile dell’uomo. «Ma non mi aspettavo che dopo il caffè tirassero fuori un tema delicato. “Vogliamo che tu rimani qua, Glenn”. Io pensavo che dopo la retrocessione a Bergamo ci fosse la paralisi, lo sciopero, lo choc totale. Avevo imparato bene quanto l’umore della gente fosse legato ai nostri risultati. Invece, dopo due giorni dal nostro rientro da Firenze, dalla partita fatale, vidi che questa città stava andando avanti, e capii che per questa gente la serie B non era un dramma perché non era una novità. Questa gente l’aveva già vissuta la serie B, e sapeva quale grande gioia sarebbe stata tornare in serie A. C’erano richieste per me dall’Europa, ma la sfida di restare per dimostrare chi era Glenn, mi stuzzicava. Anche se sapevo che se in serie A non ero come Maradona che poteva vincere una partita da solo, in serie B avrei dovuto fare la differenza, per forza». Ed eccoli lì, Cesare, Achille, Glenn. Attorno a un tavolo di Sarnico, a parlare del futuro. «Mi disse Cesare: “Faremo una squadra per andare in A, Glenn. Stai qua, nella Coppa delle Coppe (dove l’Atalanta ha giocato nel 1987/88 grazie alla finale raggiunta in Coppa Italia col Napoli, che vinse il trofeo ma andò a giocare in Coppa dei Campioni per via della vittoria dello scudetto, ndr) fai il capitano, sarai il faro della squadra perché hai esperienza internazionale. Stai qua”». Bum. Bergamo e Atalanta, ancora. Glenn era preparato. Aveva già studiato la mossa da avanzare ai Bortolotti. «Ma li spiazzai scegliendo di proporre un anno solo di contratto. Per vedere, per lasciare la società libera, in caso di una nuova stagione negativa, di cambiare idea, di non confermarmi. Vediamo come va – dissi loro – io voglio mettermi alla prova, fra un anno saremo tutti liberi di decidere cosa fare». Un anno solo, col coltello alla gola. «Ad Achille piaceva che io mi sfidassi così, e io pensavo che stavolta sarebbe stato bello tornare in Svezia, alla festa di Midsommarafton, senza che nessuno venisse a bussarmi alla porta all’alba per parlare 23
1 | GLENN E i presidenti
col manager». Ma si doveva stringere, mettersi d’accordo, firmare. E la serie B non è la serie A. «Introiti dimezzati, mi dicono i Bortolotti, vuol dire che bisogna dimezzare lo stipendio». Lì per lì restai di sale. Ma poi pensai che il ragionamento non era sbagliato. Ero lì, e pensavo che avessero ragione. Un anno così, poi, tornati in A, sarebbe tornato il contratto precedente. Dopo uno o due giorni, dico di sì. Abbracci coi compagni, iniziavo a sentire che la società voleva tornare in serie A, che i compagni mi volevano con loro. “Bravo, Glenn, resti qui”, mi dicevano. “Ma torniamo subito in A, perché non è bello che qui adesso giochiamo con metà stipendio”, risposi. Vidi facce stupite. “Hai tolto la metà dello stipendio? Tu sei matto”. Restai perplesso: ero l’unico che si era dimezzato i compensi. Gli altri, quelli che avevano un contratto ancora in corso, mantenevano lo stipendio precedente. Ma né io né i dirigenti potevamo immaginare quanto positiva fosse stata quella scelta. Una scelta felice, fatta insieme. Perché quando un paio d’anni dopo questo dettaglio è diventato pubblico, la gente di Bergamo mi ha messo davvero sul piedistallo. Ho perso dei soldi, d’accordo. Ma con quel gesto ho guadagnato il rispetto e la credibilità delle persone più che con mille partite. Ancora oggi è quasi un fatto unico: dimezzarsi lo stipendio dopo una retrocessione». Dietro il calciatore, Bergamo scoprì l’uomo, capace di tagliarsi circa 150 milioni di lire (del 1987…). «E fu quella l’unica trattativa un poco complessa, con i Bortolotti. Tornati in serie A, fu tutto sempre facilissimo. Con Previtali, con Achille, Cesare e anche Umberto Bortolotti, con Randazzo, con Morotti. Loro sapevano sempre che io c’ero. Sempre a disposizione per un parere su tutto, ma senza mai compromettere le decisioni della società. Questo è sempre stato il mio stile nei rapporti con la società, che negli anni mi ha coinvolto in tante cose. E a quell’Atalanta è sempre piaciuta la mia disponibilità di opinione, il mio modo di stare con loro restando comunque al mio posto, senza condizionarli troppo nella scelta finale. Perché il calcio non funziona così, con i calciatori che decidono chi resta e chi va. Un parere si può chiedere, ma poi ognuno al 24
1 | GLENN e i presidenti
proprio posto, rispettando sempre le decisioni della società. Andò così anche con Prytz: mi chiesero com’era, risposi che era un grandissimo, che qui giocando con me avrebbe fatto benissimo perché stando insieme in Nazionale ci conoscevamo come il giorno e la notte. Ma mai avrei fatto pressione perché lo prendessero davvero». Un uomo, insomma, che i Bortolotti imparano a conoscere. Imparano ad aggrapparsi alla sua personalità quando serve «farsi sentire», alla sua caratura internazionale per avere uno sguardo più lungo sul calcio oltreconfine, al suo savoir faire nei momenti più delicati. È anche così che nasce capitan Stromberg. Anche se la fascia non è ancora un’esclusiva di Glenn, il suo peso dentro lo spogliatoio è sempre più determinante. «Loro mi chiedevano di fare delle cose. Mi davano incarichi, che io ovviamente potevo rifiutare quando non ero d’accordo. Poteva trattarsi di prendere da parte un giocatore un po’ giù, sentire il suo punto di vista sul momento, dare un parere. Non che poi andassi a raccontare alla società, ma solo si cercava di capire cosa non andava, sempre nell’ottica di dare una mano alla squadra. Oppure quando arrivavano personaggi, o rappresentanti di grosse squadre che volevano vedere un giocatore… mille cose. “Glenn, puoi andare tu a cena con questi, per capire cosa vogliono, con l’inglese te la cavi meglio di tutti…”. E io andavo. Ma dovevo anche pensare che ero ancora calciatore, e ogni domenica dovevo essere il più bravo. Non era facile fare tutto, e a volte bisognava che durante la settimana pensassi solo a me stesso, per migliorare, per dare tutto. Così capitava anche di dire dei no, nonostante l’orgoglio e la gioia che mi dava la fiducia della società, ma a volte per il bene della squadra bisognava concentrarsi solo sugli impegni. Altrimenti arrivava il sabato e dovevo svegliarmi perché c’era la partita». Un personaggio stava nascendo. Quando la società chiede e richiede a Glenn, sa che agli occhi dei compagni sta costruendo un leader. «La fiducia della società mi ha di certo aiutato nel mio ruolo nella squadra. I compagni sapevano che io potevo lottare per noi, perché se io dicevo una certa cosa alla società, una cosa che serviva alla squadra, 25
1 | GLENN E i presidenti
sapevano che qualcosa si poteva ottenere». Trattative con i presidenti se ne facevano, eccome. Glenn le ricorda come fosse oggi, circostanze e frasi stampate nella memoria, incancellabili. «Si trattava tante volte sui premi. Però lì non era Glenn che parlava con Cesare e Previtali. Lì era il capitano che parlava con i dirigenti. La squadra da una parte, la società dall’altra. E qualche volta le discussioni sono state forti. Durante il campionato, a seconda degli obiettivi che si potevano raggiungere, ci si trovava. Un anno abbiamo fatto tanti incontri, anche io singolarmente con i presidenti, ed eravamo proprio divisi. La squadra aveva un’idea, io la condividevo, e non si raggiungeva un’intesa. Ci furono momenti di grande tensione. Cesare un giorno si arrabbiò davvero: “Non voglio più parlare con te, Glenn, o con pochi altri. Voglio parlare con tutti”. E fece trenta minuti di sfuriata indimenticabile. Era strano per uno come lui, di solito molto calmo. Alla fine è stata dura, ma la società ci è venuta incontro e siamo stati tutti contenti». Ma mai così dura come l’epilogo di questo strano, intenso, unico rapporto tra un calciatore e la sua società. Quel signore che un giorno di giugno, in una casa di Cascais, aveva chiesto a Glenn Stromberg se fosse contento di arrivare a Bergamo, quel signore che si chiamava Cesare Bortolotti, muore. Lascia la sua famiglia, lascia l’Atalanta, lascia Bergamo. Nessuno ci può credere. Il racconto di Glenn è faticoso, le immagini s’accavallano alle emozioni che tornano a bussare nel suo cuore, come l’addetto dell’hotel di Göteborg. Non sembrano passati quasi 24 anni da quel 7 giugno 1990, da quello schianto terribile e fatale. Glenn non è a Bergamo, ma a Genova. Si giocano i Mondiali, la Svezia ha lì la sede del suo ritiro. «Sentii la notizia e mi chiamò Achille, implorandomi di raggiungerlo a Sarnico, ma io non potevo muovermi subito da lì, perché era l’esordio del Mondiale. Così dopo la partita col Brasile, il 10 giugno, avevamo sei giorni prima della successiva con la Scozia, che si giocava il 16. Chiesi all’allenatore e alla Federazione il permesso di andare via da Genova. Presi una macchina e andai a Sarnico. Ricordo come fosse oggi. È stato 26
1 | GLENN e i presidenti
uno dei momenti in assoluto più brutti e difficili della mia vita. Entro nel suo ufficio, sul cui muro esterno Cesare aveva sbattuto con la macchina. Trovo la segretaria che mi annuncia al papà. Apro la porta come altre mille volte avevo fatto, e mi trovo davanti un Achille che non aveva più niente della forza e dell’autorità che ero abituato a vedere in lui. Lo trovo distrutto; quando mi vede scoppia in lacrime, mi viene davanti e mi abbraccia fortissimo. Iniziamo a piangere tutti e due. Passano alcuni lunghi minuti. Poi: “Spetta, Glenn, devi parlare con la mamma”. Chiama, e mi passa il telefono senza che io possa fermarlo. Non sapevo che fare, che dire. Non mi veniva niente, uno strazio. Dovevo parlare, ma in quella situazione mi sentivo assolutamente impotente, nullo. Cosa potevo dire per aiutare? Cosa potevo fare? Dissi cose di circostanza. Mettiamo giù il telefono e Achille mi dice parole che non posso dimenticare: “Questo, Glenn, non doveva succedere mai. Io sono vecchio e io dovevo morire, e i miei figli dovevano venire al mio funerale. Io invece vado al funerale dei miei figli. Ma cosa sta succedendo, cosa sta succedendo?”». Glenn abbassa la voce. Per pochi, lunghi attimi, il racconto è solo silenzio. Achille e la signora Ester non dimenticano quell’episodio, quella “fuga” di Glenn dal ritiro mondiale per raggiungerlo, e condividere un dolore infinito. «La mamma di Cesare mi scrisse una bellissima lettera, un mese dopo. Per dirmi che io per Cesare ero come un figlio, che mi aveva voluto bene davvero. Nella tragedia, una cosa bellissima. E anni dopo, il rapporto con la famiglia Bortolotti è ancora vivo, con Umberto. Certo, non ci si vede spesso per gli impegni di tutti. Ma quel legame non si è mai spezzato con loro, come con Franco Morotti e i suoi figli, che mi hanno sempre aiutato nelle mie attività private, senza mai chiedere niente. Così come Randazzo, su cui so di poter sempre contare per ogni possibile necessità. Il fatto che tutti questi dirigenti mi siano sempre rimasti vicini è una grandissima soddisfazione. Previtali, per esempio, mi portava nella sua azienda tessile e mi riempiva di cose, specie quando sapeva che per le mie vicende personali stavo vivendo da solo. Certo, Previtali e Morotti da soli 27
1 | GLENN E i presidenti
meriterebbero un libro. Franco, per esempio, andava a farsi radere da un barbiere nella galleria di Passaggio Canonici Lateranensi. E cominciai ad andarci anche io, tagliavo i capelli il martedì mattina, perché era il giorno in cui eravamo liberi. Vado la prima volta, e lo trovo lì. Vado la seconda, e lo trovo lì. “Franco, anche tu qui?”. “Eh sì, sai, la barba…” e sorrideva. Poi ho capito: si faceva avvisare dal barbiere, “Glenn sta venendo qui”. E si precipitava anche lui, stava lì un’ora, chiacchierava con me. Il nostro era un rapporto fuori dal normale. Oggi è impensabile che un calciatore vada a tagliarsi i capelli e il suo dirigente si sieda lì e chiacchieri per un’ora di tutto. Ma non solo di calcio, noi parlavamo proprio di tutto. Ma non perché Previtali usasse quelle conversazioni dal barbiere per indagare su di me, per capire cosa pensassi di Tizio o Caio: gli faceva piacere, semplicemente». La morte di Cesare Bortolotti riporta forzatamente Achille al comando dell’Atalanta. Ma non poteva essere una soluzione definitiva, e il vecchio presidente, piegato dalla fatica del dolore, si mette alla ricerca di buone mani alle quali affidare la società. Settimane d’incertezza, di voci, di nomi che si rincorrevano, con Nicola Trussardi che arrivò a un passo dall’accordo e Ivan Ruggeri che già premeva per conquistarsi un ruolo di primissimo piano. Fino alla notizia: Antonio Percassi era vicinissimo all’acquisto della maggioranza della società. «Achille me lo descrisse con entusiasmo. “È abile, ha giocato qua, ha grande voglia di fare. Se riusciamo a chiudere con lui, va bene”». E l’Atalanta passò di mano. «Con Percassi mi trovai benissimo subito. Aveva grandi visioni, lui “vedeva” cose che io vedevo già in Europa, quando giravo con la Nazionale. Vedevo club che avevano già iniziato con il marketing, con gli store. Cose che in Italia facevano solo le grandi squadre, le piccole ancora no. A me Percassi ha dato tutto l’aiuto che poteva. Lui è sempre stato vicino alla squadra. Certo, avevamo anni felici, la squadra andava benissimo. Un rapporto eccezionale con Percassi. Anche quando ho deciso di smettere. Gli dissi che volevo smettere nel pieno della forma, 28
1 | GLENN e i presidenti
dopo un bel campionato. Mi trovavo nella situazione ideale, non volevo rischiare altri infortuni gravi. Lo dissi prima alla squadra che a tutti gli altri, allenatore e presidente inclusi. Chiamai Percassi dopo l’allenamento. Lui la prese con grande rispetto. “Sei stato uno splendido capitano, rispetto la tua scelta. Ricordati che questa porta sarà sempre aperta per te. Anzi, spalancata. Aprila quando vuoi, senza dover bussare”. Furono molto belle le parole di Percassi». Ma c’era un’altra storia da chiudere. Il ritiro di Glenn segnava anche l’addio ai Bortolotti. «E il modo migliore per salutare tutti era per forza il Trofeo Bortolotti, con Juventus e Borussia Dortmund. Maurizio Bucarelli, all’epoca team manager, quella sera mi avvisò: “Dopo 30 minuti esci dal campo, poi succede qualcosa di speciale”. Siccome Bucarelli dava sempre buoni consigli decisi che anche quella volta valeva la pena ascoltarlo. Prima della partita incontrai Achille. Mi diede un orologio. Era il regalo della società. Ma lui sapeva che mi piacciono gli orologi, e sapeva che da sempre mi piaceva un suo orologio che aveva monete antiche greche nel cinturino. “Secondo me, Glenn, questo ti è sempre piaciuto. E lo devi avere te”. Fu un regalo speciale, simbolico, di quell’uomo straordinario. Io avevo già deciso di dare a lui la mia ultima maglietta, un regalo altrettanto simbolico. Salii in tribuna, gli diedi la maglietta. Lui mi alzò il braccio, nervoso, di forza. Sulla faccia gli si leggeva tutta la tensione del momento. Non ci si poteva trattenere, proprio no, e quella è stata l’ultima volta che abbiamo pianto insieme, io e Achille Bortolotti».
29
L’Eco di Bergamo 11 agosto 1987: l’Atalanta è retrocessa e passa dalle mani di Sonetti a quelle di Emiliano Mondonico. Dopo una prima parte di preparazione, “Mondo” incorona Glenn pubblicamente: “Sarà lui il nostro leader”.
2
GLENN
E GLI ALLENATORI Quattro uomini, tutti diversi
I
l mister. Per i calciatori può essere il trampolino di lancio questa parola. O il ciglio del burrone. «Come ti vede il mister»: è lì il bivio. Ti vede bene e giochi sempre, anche con mezza gamba rotta. Ti vede male, e allora giochi un po’ sì un po’ no, o magari giochi fuori ruolo e collezioni figuracce. Non ti vede proprio, e allora tanti saluti. Il mister. Glenn Stromberg abbandona il Benfica, dove «mister» significava l’approccio british di Sven Goran Eriksson. Mai un tono sopra le righe, modi e carattere da maggiordomo del secolo scorso. Due ore di volo, arriva a Bergamo e trova Nedo Sonetti: mai un tono sotto le righe, modi e carattere da autentico caterpillar. «Il primo incontro a Bergamo con Sonetti fu in una casa vicino allo stadio, al Monterosso. Era la vigilia della presentazione ufficiale. Io non sapevo cosa volesse dire incontrare un toscano, per giunta un toscano di Piombino. Però ricordo che la prima impressione fu quella di un allenatore che dava sicurezza. Insomma, uno che in qualsiasi campo difficile saremmo andati ci avrebbe protetto col suo modo di 31
2 | GLENN e GLI ALLENATORI
fare. Guardavi Sonetti e vedevi uno che non avrebbe avuto paura di sfidare la Juventus, il Milan, l’Inter, il Napoli di Maradona. Personalità, grande carattere, forza: era sicuro di quel che faceva, senza dubbi. La prima impressione fu buona, insomma: uno forte serve, quando arrivi in un ambiente nuovo». L’approccio di Sonetti con Glenn è quello del buon padre di famiglia. «Mi prese come un giovanotto normale, che arrivava all’Atalanta. “Lungagnone, qui c’ è da lottare, da sgobbare. E io so che tu non hai paura della fatica. Ti ho visto”. Mi disse qualcosa del genere. E mi piaceva questo approccio familiare, non troppo formale. Non come adesso che è tutto molto più ufficiale, anche tra giocatori e allenatori. Con Sonetti troppe formalità erano impossibili. Lui cercò di creare subito un clima da spogliatoio, facendomi capire quel che già avevo intuito di questa realtà: il lavoro prima di tutto». La profonda diversità tra Eriksson e Sonetti non mette dunque a disagio il giovane Glenn, «perché per quanto diversi, Eriksson e Sonetti sono due persone vere. E quando io sento che ho davanti persone così, sto tranquillo». Di certo Sonetti non perde occasione per far capire a Stromberg di che pasta è fatto un toscano di Piombino. L’assist glielo fornisce proprio Glenn, il giorno della presentazione ufficiale. Tante domande, microfoni, taccuini. «A Lisbona non c’era tanta pressione sui giocatori, anche da parte della stampa. Arrivo qui, primo giorno, i giornalisti volevano sapere tutto, tutto. Compreso chi mi piacesse di più in Italia, in quel momento. Risposi che mi piaceva molto Antognoni. E i giornali ovviamente titolarono qualcosa come “Stromberg, l’Antognoni di Bergamo”». Il giorno dopo Sonetti, con un assist così, non può certo tirare indietro la gamba. «Appena mi vede, mi punta e davanti ad altri giocatori mi fa secco: “Oh, Antognoni, adesso sono cazzi tuoi. Adesso fai vedere chi sei”. Inutile spiegargli che io non avevo detto quella cosa lì, che ne avevo 32
2 | GLENN e GLI ALLENATORI
detta un’altra, che avevo solo risposto a una domanda sul mio giocatore preferito. Per lui ero Antognoni e basta, e adesso erano fatti miei. Ero preoccupato anche degli altri giocatori, che non pensassero che chissà chi mi credevo di essere. Fu un piccolo choc, ma pensandoci adesso mi scappa da ridere». Con Sonetti, Glenn fa anche un’altra scoperta. Il ritiro estivo in montagna. Novità assoluta per lui, che arriva dalle pianure svedesi e dal Benfica, che svolgeva una normalissima preparazione in sede. «In ritiro si creava un’atmosfera che Nedo amava tantissimo, questo lo capii subito. Aveva un “suo” gruppo di giocatori, e lui era il comandante. Arrivava ogni mattina e chiedeva a tutti, uno per uno, come stavamo. Spiegava le attività della giornata, sempre pieno di energia. E tutte le sere faceva il giro delle camere, prima che ci addormentassimo. Può sembrare un clima da caserma, ma non ci si sentiva così. Eravamo semplicemente in ritiro: allenarsi, riposare, dormire, allenarsi. E basta». Ma il bello venne il primo giorno di allenamento, col test di Cooper. Non tutti sanno cos’ è. Spiegato in due parole: si corre, si corre a perdifiato per dodici minuti. Misurando la distanza percorsa, si stabiliscono le condizioni fisiche di un atleta. Sonetti lo fa il primo giorno: tasta il polso al gruppo. «Allora succede questa cosa che adesso mi fa tanto ridere. Si comincia a correre, ogni giro circa 300 metri. All’inizio a me sembrava che il gruppo quasi camminasse, quindi aumento un po’ la velocità. Da dietro mi richiamavano: “Svedese, lungagnone, calma”. Ma io niente, andavo. Solo con Magrin, che teneva il mio passo. A un certo punto, dopo sei o sette minuti, eravamo circa 150 metri avanti. Diciamo che il passo non era male. Ma passa un minuto, mi giro e il gruppo si era avvicinato. Allora aumento la velocità. Mi giro, e si avvicinavano ancora. Aumento di nuovo. Ma loro si avvicinavano sempre, e io cominciavo a sentirmi stanco, proprio stanco. Ma io li tenevo d’occhio, e mi accorgevo che il gruppo non faceva il giro completo, girando attorno ai coni che Sonetti aveva messo per delimitare gli angoli del campo. Loro giravano prima, 33
2 | GLENN e GLI ALLENATORI
e facevano meno strada. Ecco perché io aumentavo la velocità e loro si avvicinavano lo stesso. Così, sono arrivato alla fine del test insieme agli altri, e completamente scoppiato. Proprio distrutto. Ho cercato di trovare una scusa, perché non è che potessi dire a Sonetti che gli altri avevano imbrogliato. Forse un po’ è stata anche colpa dell’altitudine: io non avevo mai corso in montagna. Mi sentivo distrutto e anche un po’ un fallito, non me ne davo pace. La sera arrivò Sonetti da me, e tornai sul tema, parlando dell’altitudine. Lui mi guardava, sornione, e gli bastarono poche parole: “Stromberg, va benissimo così”. Capii che aveva capito tutto, che il mio comportamento gli era piaciuto, e andai a letto rassicurato». Il ritiro serve a Glenn per muovere i primi passi in Italia. Per mettere insieme le prime parole di italiano, per conoscere e conoscersi. «Nedo in ritiro metteva le basi del campionato, gli piaceva, era bravissimo a creare il clima giusto. Io conoscevo i magazzinieri, i massaggiatori, nel weekend arrivava una colonna di tifosi da Bergamo: tutto questo serviva a farmi capire cos’era l’Atalanta, e quanto fosse amata e seguita questa squadra». Per Glenn è quasi tutto una novità. Comprese le amichevoli estive. Per la prima, ecco un superclassico: la rappresentativa della valle. «Ovviamente sapevo che eravamo più forti, ma immaginavo che essendo una selezione lì ci fosse il meglio. Invece dopo dieci minuti 3-0, dopo venti 6-0, alla fine 20-0. E i giornali ci esaltavano: grande partenza di qua, grande risultato di là. Io non capivo: come faceva a essere indicativo un risultato così. Però capivo che Nedo era contento, si parlava bene dell’Atalanta, tutto serviva. Lui era il comandante del ritiro: se si faceva tutto quello che lui voleva, ah, tutto andava liscio. Se uno sgarrava di un millimetro, Sonetti non mollava niente. Insomma: lui in ritiro metteva il confine, dava la linea. Sotto una certa linea, la sua, non si poteva mai scendere. La stabiliva lì perché valesse per tutta la stagione. Ma attenzione: avevo l’impressione che per Nedo fosse quasi meglio che in ritiro qualcuno sgarrasse, proprio perché quello sgarro, 34
2 | GLENN e GLI ALLENATORI
magari uno scherzo notturno, gli serviva per far capire a tutti, durante quel mese, quali erano le regole. Per dire subito questo sì, questo no». Settimane utili anche per capire il calcio di Sonetti, che a quei tempi è l’uomo del pressing. «Diceva di averlo visto fare dall’Argentina, che faceva pressing già con gli attaccanti. Aveva idee che già si muovevano verso il calcio europeo, mentre in Italia imperava ancora la marcatura a uomo. Ma io già da 6 anni giocavo a zona, con Eriksson. Sonetti qualcosa stava introducendo. Non ancora così avanti come il calcio del Benfica, ma Nedo era aperto, non era il catenacciaro italiano. Un paio di volte durante gli anni di Sonetti abbiamo parlato della zona. A me sarebbe piaciuto dire la mia, perché conoscevo a perfezione i meccanismi della zona. Lui non è che accettasse tanto che io, davanti agli altri, parlassi di zona. Però insomma si sapeva che a me piaceva di più quel calcio rispetto a quello che facevamo in Italia. Così una volta mi ha presentato il conto». Qui il racconto fa un salto nel tempo, all’ottobre 1984. Ma sgorga spontaneo dalla memoria di Glenn, e così lo riportiamo. Glenn parte per una partita della Nazionale, in casa della Germania. È l’inizio delle qualificazioni ai Mondiali messicani del 1986. Svezia sconfitta 2-0, con un gol incassato per un «equivoco tattico». «Avevamo giocato bene, io in campo con un piede malconcio. A centrocampo arriva uno con la palla, io vado a pressare, i difensori chiudono male, il tedesco parte, va dentro e fa gol. Il giorno dopo torno, e l’Atalanta doveva andare a fare la solita partitella del giovedì in un campo della provincia, stavolta era su per le valli. Io arrivo e mi presento, non ho mai chiesto un permesso dopo gli impegni della Nazionale. Questo me l’ha sempre riconosciuto anche Nedo». Ma non quel giorno. Quel giorno, di battuta in battuta, si arriva allo scontro. «Ero andato a letto un po’ tardi, poi il viaggio. Arrivo, pensavo magari di fare un po’ di corsa. Entro negli spogliatoi, mi siedo. Lui arriva, mi fissa: “Eh, Stromberg, la zona eh?” Cosa, la zona? Avevo un po’ i cavoli 35
2 | GLENN e GLI ALLENATORI
miei, insomma avevamo perso, non c’era tanta voglia di discuterne. Invece Sonetti va alla lavagna. “Guardate qua tutti, quello che sa la zona”. E spiega a modo suo il gol che avevamo subito. “Se Stromberg lo seguiva, il gol la Svezia non lo prendeva”. Allora mi sono alzato, sono andato alla stessa lavagna. “No, no. La zona si gioca così. Io avevo il compito di pressare questo qua, non di inseguire quello che va senza palla, ma pressare quello con la palla e impedirgli di lanciarla in avanti. Se non riesco a impedirgli di lanciarla, tocca ai difensori intervenire su quello che parte senza palla. Io in quel momento dovevo pressare, correre dietro a uno è il gioco a uomo, il gioco a zona è un’altra cosa”». Oggi, Glenn ammette che contraddire sulla tattica l’allenatore davanti alla squadra non è mai il massimo. Ma quel giorno, di fronte a Sonetti, non può tenerla giù. «Smetto di parlare, lo guardo e vedo il volto di una belva. Aveva da sempre un grosso orologio d’argento. Lo toglie dal polso e – pam! – lo sbatte contro la lavagna. La lavagna, in pezzi. Mi disse poi Cividini che quella lavagna resisteva allo stadio da quaranta, cinquant’anni, da quando c’era ancora suo papà. Sonetti l’ha frantumata con un colpo di orologio, che si è ovviamente distrutto. E Nedo per questo si è imbufalito ancora di più. I giocatori mi invitavano a calmarmi, perché poi la partitella, con Nedo infuriato, sarebbe diventata un inferno. Mi costrinse a fare il viaggio in bus con la squadra, a star seduto tutto il tempo, a tornare a Bergamo che era quasi sera. Ancora oggi, quando lo vedo, ricordiamo quello scontro. Ma lui era così, davanti agli altri specialmente, doveva comandare lui». Già che il tema delle sfuriate è aperto, lo si completa. Oggetto: il colpo di testa di Glenn, una vera ossessione per Sonetti, che non si capacita del fatto che questo svedesone, alto e fisicato, non abbia nel colpo di testa uno dei suoi punti di forza. «Lui, invece, era bravo. Tante volte nelle partitelle giocava da attaccante, e di testa faceva gol. Aveva forza, la testa era bella grossa, ci sapeva fare. E non si rassegnava. “Glenn, così di testa, così. Fuori le 36
2 | GLENN e GLI ALLENATORI
mani e colpisci”. Io invece quando saltavo mi sentivo il collo moscio come quello di un avvoltoio. Io andavo bene se c’era da difendere, ma male quando c’era da attaccare. Ero un disastro. Ho fatto gol a Genova cercando di passarla a Garlini. Colpivo chiudendo gli occhi e non facevo mai gol. Infatti poi Nedo mi ha messo a fare le spizzicate sul primo palo. Insomma arriva un giorno, allenamento allo stadio. La partita precedente, persa. Quindi sapevamo che lui sarebbe stato un vulcano, porte sbattute, prendeva quell’orologio e lo picchiava sul tavolo. Mentre parlava si rimetteva l’orologio, poi lo toglieva. È durato tanto, fino alla tragica fine contro la lavagna. Lui era così: intrattabile quando era infuriato, una persona meravigliosa quando era contento. Teneva banco, durante gli allenamenti ti dava entusiasmo. Era sempre al centro, con la sua intensità. Comunque, arriva questo giovedì e aveva deciso che il problema era il mio colpo di testa. “Abbiamo questo qui che è alto due metri e mezzo e non colpisce di testa. Così, Glenn, così! Fuori le mani e colpisci. Oggi ti faccio vedere io come si fa”. Poi finita la partitella chiama Magrin: “Prendi la palla e crossala”. Nel frattempo pioveva e i palloni diventavano pesanti come il piombo. Marino crossava, io da solo in area e un portiere. Trenta minuti così, un cross dietro l’altro. Le prime due le prende Nedo e – bum – dava certe botte pazzesche. Io invece ogni volta che colpivo mi sembrava di sentire un treno che rimbombava in testa. Così pensavo più a quello che a far gol. Sentivo male e Nedo gridava. Forse è stato l’allenamento più brutto di tutta la mia vita. “Così si parte, così si colpisce, hai capito adesso?”. Io non capivo più niente, rimbambito da tutti quei colpi». Sonetti è così: un personaggio sempre al centro della scena. Come quando a Zingonia arrivano strani signori in giacca, cravatta e chioma bionda. «Capitava che più o meno una volta al mese arrivassero persone dalla Svezia. Allenatori, tecnici, dirigenti. Stavano qualche giorno, vedevano gli allenamenti, guardavano la partita e ripartivano. Sonetti adorava quei venerdì. Li vedeva arrivare, capiva che erano persone della 37
2 | GLENN e GLI ALLENATORI
Svezia. E mi chiedeva: “Stromberg, li conosci te questi?” E poi, quando aveva conferma, si scatenava. Pochi minuti di partitella, poi con quel suo maledetto fischietto ci massacrava. Dieci metri di scatto, poi giù di petto sul prato, poi giù seduti, poi a destra, poi a sinistra. E lui fischiava e gridava, ci voleva con la faccia nelle pozzanghere. Finivamo quegli allenamenti completamente infangati. Quando non c’era nessuno, i venerdì erano più tranquilli. Quando qualcuno osservava, scatenava il fischietto, come il capo di una squadra di marines. I miei compagni mi maledicevano, mi imploravano di non dirgli la verità. Poi ho imparato: quando mi chiedeva, dicevo sempre che non conoscevo nessuno. Altrimenti finivamo tutti con la faccia nelle pozzanghere». Fine dei teatrini. La memoria di Glenn riavvolge il nastro, e ci si ritrova di colpo a fine estate 1984. Parte il campionato di serie A. Il pareggio con l’Inter, quelle scoppole tremende con Juve e Fiorentina, dieci gol in due partite. Chissà se Sonetti faceva il capo dei marines anche dopo quelle valanghe di gol. «Lui non tentennava mai, non aveva mai paura. Sonetti era il primo guerriero che l’Atalanta aveva in campo la domenica. La partita cominciava durante la settimana, era un grande motivatore. Certo, all’inizio dovette correggere alcune cose. Aveva capito per esempio che Pacione e Larsson insieme non potevano giocare, che forse era meglio se giocavo un po’ libero dietro Pacione, anche se per me quella era una posizione un po’ nuova. Però non mi dispiaceva, mi lasciava libertà. Certo non ero una seconda punta, ma tenermi lì davanti gli permetteva di dare compiti più precisi ai compagni di centrocampo. E poi lui aveva visto con piacere che io non avevo nessuna pretesa di continuare a giocare come avevo fatto con il Benfica: io ho sempre avuto l’idea di giocare a testa bassa dove mi metteva l’allenatore, di giocare per la squadra. Chiaro che giocare in un ruolo nuovo forse mi ha frenato e magari il primo anno avrei anche potuto dare di più, ma devo essere grato a Nedo per la libertà che mi ha dato, mettendomi a mio agio. Alla fine il rendimento di tutti è stato valutato bene, anche perché ci siamo salvati tranquillamente». 38
2 | GLENN e GLI ALLENATORI
Secondo anno. Sonetti conferma la posizione di Glenn come centrocampista avanzato, anche se l’esplosione di Donadoni cambia un po’ le carte in tavola. L’anno è certamente più tranquillo. Difesa tosta, davanti Cantarutti garantisce gol, si vive l’exploit con l’Inter grazie ai gol di Simonini. Glenn fa centro cinque volte. «Eravamo una squadra cementata, ormai. Tanto che abbiamo finito dodici partite senza prendere gol. Sapevamo il fatto nostro, batterci era difficile e comunque potevamo vincere con chiunque». E i risultati mantengono anche l’umore di Sonetti sopra il livello di guardia. Nessun altro orologio finisce contro altre lavagne. È l’anno in cui il rapporto tra Glenn e il toscano di Piombino raggiunge la maturità. «Lui ormai aveva capito che giocatore ero, sapeva cosa potevo rendere e che in campo davo tutto». Arriva il terzo anno, quello del crac, quello in cui le carte volano dal tavolo e cambia tutto. L’Atalanta prende Francis, perché Sonetti vuole una punta nonostante abbia in organico Cantarutti, Piovanelli, Simonini. «Certo non cominciammo bene, con tre sconfitte, e due vittorie nelle prime undici giornate. Poi ci fu il giro di boa della partita con la Fiorentina, rinviata per neve e rigiocata il lunedì. Quella vittoria sembrava poter cambiare il campionato. Ma facevamo pochi, pochi gol. In più si fece male Cantarutti». Insomma, Sonetti non sa più dove sbattere la testa, e la sbatte dalle parti di Stromberg, che da centrocampista diventa centravanti. «Sonetti venne da me e ne parlammo: “Ho bisogno di un centravanti di movimento, ho intenzione di farti giocare lì. Domani proviamo nella partitella”. Perché prima della Fiorentina c’era la solita partitella, e provammo quel movimento verso l’esterno, per prendere le palle servite da Magrin. Era un meccanismo che funzionava bene, perché per andare negli spazi ho sempre avuto un ottimo timing. Così Sonetti decise. Non era il mio mestiere, ma secondo me anche i numeri dicono che il mio rendimento in quel ruolo non è stato così negativo, al di là dei gol segnati. Tredici punti in sedici partite, e in tutto l’anno ne abbiamo fatti 39
2 | GLENN e GLI ALLENATORI
ventuno. Perché non era il mio ruolo, ma essendo alto e grosso potevo tenere palla, far respirare la squadra. Nedo era contento, anche se sapeva che dentro l’area non avrei mai potuto rubare il gol come un attaccante vero. Voleva quel tipo di lavoro da me, e io lo facevo. E comunque ho fatto quattro gol in sedici partite, e avevo preso anche tre rigori per falli subiti. Aveva visto bene, diciamo. Ma sui colpi di testa non era bastata quella lezione sotto la pioggia, e comunque non ci si poteva aspettare da me un gol di rapina. Ero un centravanti di movimento, e alla squadra forse mancava un centravanti che garantiva gol. Alla fine mi presi anche un po’ di colpe sulla retrocessione, perché la gente pensava “cosa ci fa quello lì a fare il centravanti, non combina niente”. Invece i numeri dicono che non sono stato così male». Poi la sfortuna di quell’anno. I famosi quattordici pali. «Sono due gli episodi in particolare. Dopo la vittoria con la Fiorentina e quella con la Samp, il campionato per noi poteva cambiare. Andiamo a Roma, andiamo in svantaggio ma io faccio due gol. Siamo in vantaggio, ma nel secondo tempo Progna sbaglia un intervento in difesa e prendiamo il gol del 2-2. Quanto si è arrabbiato Nedo. Voleva che Progna buttasse giù il romanista invece di provare l’intervento elegante. “Buttalo giù, buttalo giù”. Ma povero, Progna non aveva nelle sue caratteristiche quella di buttar giù gli avversari, era uno che giocava la palla. E dico peccato, perché se avessimo fatto punti in quella partita avremmo davvero girato la barca e magari ci saremmo anche potuti salvare. Invece abbiamo perso e siamo tornati nel tunnel: sette partite prima di tornare alla vittoria». Ma nella memoria dei bergamaschi c’ è Fiorentina-Atalanta. La partita del «tutti a Firenze», l’ultima speranza. «La ricordo come fosse ieri. La Fiorentina non aveva niente da chiedere alla partita, l’Empoli andava a Como che era già salvo. Se avessimo vinto tutte e due ci sarebbe stato lo spareggio. La partita era nostra, avevamo grandissime occasioni. Ma era un’annata così, storta per forza. Ma io mi sento ancora in colpa oggi per quella partita. Nessuno ricorda che ho sbagliato un gol grande così quel giorno, sempre per quel maledetto 40
2 | GLENN e GLI ALLENATORI
colpo di testa che mi perseguitava. Arriva un cross dalla sinistra, io mi ritrovo a un metro dalla porta. Sono convinto, sicurissimo che – pum – la prendo e la metto dentro. Invece la sfioro soltanto, praticamente non la prendo. La palla prosegue, arriva a Marino che calcia alto di poco. Poi Magrin prende anche un palo su punizione. La gente ricorda la sfortuna di quell’ennesimo legno, ma io so che prima dovevo farlo io il gol. Dopo quella stagione mi hanno contestato per tante cose ma non per quel gol sbagliato, che io invece sento ancora oggi come un peso. Perché fu una lotta durissima per salvarsi, la salvezza era quasi un’ossessione. Invece siamo retrocessi in B, e spiaceva anche che Nedo chiudesse così la sua esperienza all’Atalanta. Si sapeva che comunque sarebbe andato via, ma che andasse via con una retrocessione era brutto. Non gli avevamo regalato quel buon finale che avrebbe meritato. Ci sentivamo sconfitti tutti. Fu un addio nel momento più brutto. Gli addii migliori sono quelli che si fanno col sorriso». Passano i mesi, Glenn decide di restare a Bergamo. E cambia il mondo. Anzi, cambia il Mondo. Sonetti va per la sua strada, e a Zingonia arriva l’Emiliano, che l’anno prima ha salvato il Como. «Una persona diversa, completamente. Voleva che restassi a Bergamo, e mi diede subito grande sicurezza, facendomi capire che ero importantissimo per tornare in serie A. Tatticamente leggeva la partita molto molto bene, anche prima, ma soprattutto durante. La vedeva quasi come una partita a scacchi, e ogni volta sapeva trovare la mossa a sorpresa. Sotto questo aspetto è stato l’allenatore più bravo che ho avuto. Plasmava la sua squadra sulla base delle caratteristiche degli avversari. Con Mondonico non ho quasi più sentito le critiche. Certo, dal campo arrivavano i fischi ogni tanto, ma il fatto che avesse totale fiducia in me mi aiutava tantissimo. Era una grande spinta. La gente fischiava? Io sapevo che c’era lui dalla mia parte, e mi bastava. L’ha dimostrato tante volte, anche parlando con i tifosi che contestavano, non solo chiedendo di lasciarmi in pace, spiegando anche che l’Atalanta aveva bisogno di me, perché con me saremmo tornati in serie A. Ha calmato le acque e 41
2 | GLENN e GLI ALLENATORI
mi ha aiutato a ritrovare piano piano la piena fiducia in me stesso che poi è stata fondamentale durante la stagione. E riguardandomi indietro posso dire che quel passaggio è stato fondamentale, perché da quel momento ho costruito le stagioni migliori della mia carriera». Cambia il mister, cambia anche la posizione. Perché la retrocessione rivoluziona la squadra, specie a centrocampo dove arrivano due gioielli: Nicolini e Fortunato. «Con me e quei due, Mondonico riusciva a creare una squadra camaleonte. Fortunato stava al centro, e io e Nicolini avevamo libertà di stare esterni ma anche di accentrarci. Penso che sia stata una mossa intelligente quella di Mondonico di mettermi un po’ largo all’inizio, diceva che era una posizione un po’ tranquilla, e in effetti, all’inizio di quella stagione, avevo bisogno di tranquillità, perché la gente non aveva ancora digerito la retrocessione e qualche tifoso mi fischiava. “Poi ti accentri quando vuoi”, mi diceva. Aveva ragione, serviva tranquillità, perché aveva capito che la squadra aveva bisogno di tempo. L’inizio in serie B fu difficile, stentammo parecchio. Poi strada facendo cominciai a giocare veramente come volevo. Io, Nicolini e l’anno dopo anche Prytz, eravamo intercambiabili, e da lì sono cominciati i miei migliori anni». Subito con Sonetti si è aperto il baule dei ricordi più «rumorosi». Lo stesso si cerca di fare anche con Mondonico. Ma la memoria di Glenn non trova grande materiale. «Con Mondonico era diverso. Lui era furbo sulle piccole cose. Gentile era ancora capitano, a me la fascia fu data nelle partite di Coppa delle Coppe. Ho sempre sentito una grande fiducia da parte sua, lasciava fare, ascoltava, diceva di sì. Ricordo pochissimi rimproveri, era quasi più il contrario, quasi quasi era a me che era permesso di alzare la voce, anche se poi non lo facevo. C’erano altri personaggi di peso, come Mimmo, Osti, Cantarutti e Prandelli – che già si vedeva dove sarebbe arrivato – lo stesso Gianpaolo Rossi aveva grande carattere. Con questo atteggiamento Mondonico mi fece capire che potevo dire liberamente quel che pensavo, anche le cose che magari a Sonetti potevo dire solo 42
2 | GLENN e GLI ALLENATORI
urlando: con lui mi sentivo libero. Sorrideva sotto i baffi, diceva i suoi famosi “Va be’, va be’, va be’, se lo dice lui, va be’, va be’”. Alla fine sono cresciuto, e grazie a questo atteggiamento di Mondonico ho guadagnato responsabilità nello spogliatoio. Attenzione: non è che si facesse mettere sotto da nessuno. Lui sapeva cosa ottenere, da chi, sempre con furbizia. A volte ti faceva arrabbiare per spronarti: tanto più era ingiusta la sua osservazione, tanto meglio ci allenavamo. Perché era quello che voleva. Ci tirava fuori la rabbia con una sola parolina, e quella rabbia sapeva che non l’avremmo espressa buttando giù le porte, ma allenandoci fino alla morte. Non gli piacevano i giocatori che non reagivano. Lui aveva una chiave diversa per ognuno di noi. Ricordo che durante le partitelle spesso mi diceva: “Oh, mancano 5 minuti e perdi anche oggi, Glenn”. Poi la partita andava avanti anche 15 o 20 minuti, perché sapeva che non volevo lasciare un solo allenamento da perdente e sapeva che in quei 15 minuti sarebbe venuto fuori il massimo della qualità. A un certo punto i miei compagni iniziarono a far presente a Mondonico che le partitelle andavano avanti “finché non vinceva Glenn”, e lui sorrideva sotto i baffi. Tante volte ho pensato di aver “usato” il mister in quegli anni, ma adesso, a distanza di anni mi viene da pensare che sia stato il contrario, tanto era furbo». I due, insomma, si annusano, si studiano, si piacciono. Uno tira la corda una volta, l’altro la molla la volta successiva. È il Glenn capitano che si forma in quei frangenti, e dimostra anche di saper tirar fuori gli artigli, se serve. Anche su piccole cose, o apparentemente piccole, come le ore dedicate alle carte durante le trasferte. Glenn si anima ancora adesso, nel raccontare questi episodi. Come se di fronte avesse ancora il Mondo che mette il suo limite al gioco. «Si andava a Firenze, per esempio: tre ore e mezzo di bus. Se le cose non andavano bene, Mondonico ci vietava le carte. Per me era assurdo: non si perde la partita perché si gioca a carte. Allora Mondonico proponeva un’ora di riposo, un’ora di gioco, un’ora di riposo. Mi pareva di essere a scuola, e protestavo». Mondo aveva fatto i conti senza il 43
2 | GLENN e GLI ALLENATORI
capitano. «Alla fine ho proposto: un’ora di gioco, un’ora di riposo, un’ora di gioco. Prendere o lasciare». E il Mondo a sorpresa cedeva. «Mica si poteva perdere per quello che si faceva sul pullman. Pensare questo era sbagliato. Partivamo il giorno prima, si arrivava, si mangiava, si dormiva. Cosa c’entrava non giocare? Così non mollavo, e tutti guardavano in silenzio». Mondonico poi, non si sa quanto premeditatamente, cede. «“Se lo dice Glenn, vuol dire che è la cosa migliore per noi. Facciamo così”. Io sono rimasto basito. I giocatori mi guardavano. Ma non era successa una cosa assurda: era una strategia, era la sua furbizia. Sapeva che se dava un po’ di potere a me, o a Prandelli che giocava poco per problemi fisici, ma era un leader nato, poi i giocatori lo avrebbero seguito ancora di più. E sapeva che dandomi responsabilità di fronte a tutti, di fatto dava a tutti l’indicazione di seguirmi. Se la squadra mi avesse seguito, pensava lui, alla fine sarebbe diventato più facile anche il suo lavoro, perché avremmo remato dalla stessa parte». L’avventura di Mondonico è indissolubilmente legata a quella della Coppa delle Coppe. Merthyr Tydfil, Ofi Creta, Sporting Lisbona, Malines. «Strada facendo abbiamo capito che avremmo potuto fare bene. Fino al secondo turno l’avevamo presa un po’ così: contava di più andare in A che questa cosa delle Coppe. Poi, con lo Sporting, ci siamo ritrovati nei quarti di finale. E già la parola ti fa capire che sei finito in qualcosa di importante. Certo, il sorteggio dei primi due turni ci ha aiutato. La vera avventura è cominciata con lo Sporting, in casa. Grandissima partita e vittoria. Il Mondo aveva preparato il ritorno perfettamente, ma io nel frattempo ero finito in ospedale per la mia solita, maledetta influenza. A Lisbona pensavano che la mia malattia fosse finta, Mondonico sorrideva sentendoli ipotizzare che sarei arrivato in elicottero prima della partita. La verità è che mi avevano dimesso proprio il giorno della partita, e l’ho vista davanti alla tv, mezzo sfebbrato. L’atmosfera internazionale che c’era attorno all’Atalanta in quel momento era meravigliosa. La gente che aspettava la squadra all’aeroporto come capita alle grandissime 44
2 | GLENN e GLI ALLENATORI
squadre, tutte le tv che parlavano di noi. Io ero lì, sul divano, con un sorriso grande e mi godevo tutto questo». Solo che nel frattempo bisognava anche tornare in A, e l’Atalanta non era attrezzata a lottare su due fronti. «Alla fine eravamo cotti, proprio cotti. Ma era valsa la pena, se il premio era arrivare alla sfida col Malines. Mondonico in questo era straordinario: sapeva che eravamo cotti, spremeva ogni goccia di energia, senza esagerare. Se non serviva, lasciava che non ci allenassimo. L’importante era avere gli 11 che voleva, pronti per giocare la domenica. Specie verso la fine del campionato, ci sono state partite in cui eravamo veramente sfiniti. Come quella di Brescia, finita 1-1 dopo esserci difesi per 90 minuti. Giocavamo solo con la testa, perché le gambe non c’erano più. D’altra parte, dopo il Malines, portammo a casa solo due vittorie in nove partite. Mondonico programmava come prendere il massimo col minimo sforzo, perché non eravamo più in grado di dominare il gioco». Ma il Mondo non sbatte le porte, non frantuma lavagne a colpi di orologio. «Capivi quando era nervoso da come faceva roteare quel suo fischietto attorno all’indice. Roteava in un senso, poi nell’altro, poi di nuovo. Poi con una parola infilava il coltello dove voleva, e otteneva la reazione. Non ci furono grandi scontri, forse solo dopo il 7-2 incassato a San Siro contro l’Inter, quando lui e la società decisero di portarci in ritiro nonostante avessimo già un piede in Coppa Uefa. Lì ho protestato, ma non mi ha dato ragione. E siamo andati in ritiro. La logica era quella che ho già spiegato: quando non solo si perde la partita, ma anche la faccia, bisogna far qualcosa per far capire alla gente che la squadra ha capito, e che si scusa. Con Mondonico avevamo una squadra che migliorava anno dopo anno, e alla fine tutte le grandi potevano rischiare contro di noi. Il gioco di Mondonico rompeva le scatole a tutti, noi andavamo in ogni campo e potevamo vincere sempre. Era una squadra importante, forte. Forse ancora oggi non ci rendiamo davvero conto di quanto bella e forte fosse quella Atalanta. Da una squadra più di contrasto come era 45
2 | GLENN e GLI ALLENATORI
quella di Sonetti, l’Atalanta ora giocava a pallone. Avevamo il nostro gioco, non ci sentivamo mai inferiori o sottomessi, contro nessuno. Posso dire che Mondonico mi ha ricreato come calciatore, e per questo gli devo tantissimo. Sento e spero di averlo ripagato di tanta fiducia». Mondonico lega se stesso a un’Atalanta che ha un rendimento elevatissimo. Due qualificazioni consecutive in Coppa Uefa. La prima, nel 1989, se la gioca direttamente Emiliano, ma arriva l’eliminazione al primo turno contro lo Spartak Mosca, ai tempi una signora squadra. L’anno dopo, il Mondo lascia in eredità una seconda qualificazione a chi viene dopo di lui: Pierluigi Frosio. «Lo scelse Cesare Bortolotti, e purtroppo per lui è arrivato a Bergamo nel momento sbagliato. Un uomo dritto, chiaro, onesto. Ho parlato tantissimo con lui, aveva esattamente le mie idee sul calcio. Aveva dentro la filosofia di Sacchi: tutta zona, allenamenti nuovi. Durante il ritiro, ci si divertiva tanto con i suoi esercizi, con i suoi metodi nuovi. Si stava bene con lui, era una bella persona. Forse gli mancava un’unica cosa: la capacità di alzare la voce, di mettere da parte il suo carattere buono quando serviva. Però ognuno è se stesso, non puoi recitare una parte che non è la tua. Siamo stati noi, semmai, a non dare abbastanza per evitare che alla fine fosse esonerato. Il problema è che quella squadra era un po’ appagata. Avevamo vissuto anni fantastici con Mondonico in serie A e nelle Coppe, eravamo noi a doverci rendere conto che se volevamo che Frosio non rischiasse, dovevamo fare di più. Io stesso dentro lo spogliatoio avrei dovuto spronare di più i compagni. Ma probabilmente anche io ero abbastanza appagato. Per questo, quando la società ha deciso di esonerarlo, sono andato a dire ai dirigenti che non era colpa sua, che era colpa nostra. La società aveva capito che quella era la situazione, comunque avevamo bisogno di una sferzata, di un bel calcio in quel posto, per svegliarci. Temevano la B. Presero la decisione che i risultati hanno poi dimostrato essere giusta. Dentro però mi è sempre rimasto il dispiacere, non sono contento di quello che ho dato a Frosio. Da me e dalla squadra meritava di più, per come si era comportato. E 46
2 | GLENN e GLI ALLENATORI
mi spiace anche il fatto che quell’esonero segnò in parte la sua carriera di allenatore. Lo dissi ai miei compagni: “Questo allenatore l’abbiamo mandato via noi, non la società”. Frosio comunque non me ne ha mai fatta una colpa, perché sapeva che non avevo potuto dare tutto, per via dell’infortunio al collo». Un incubo, più che un infortunio. «Un sabato, nella partitella. Arriva una palla alta, vado su per prenderla di testa. Mi allungo ma è troppo alta. Mi allungo un altro pezzettino, più che posso. In quel momento arriva uno da dietro e mi prende in pieno. Una botta pazzesca. Cado, mi rialzo, sento un dolore tremendo al collo. Impossibile muovere niente. Andiamo a mangiare, alle cinque del pomeriggio bisogna partire per Firenze. Io sono dubbioso, non voglio partire. Invece mi fanno delle trazioni, mi mettono un collarino con cui devo persino dormire. Chiedo pastiglie a Cividini in continuazione. Un dolore continuo, non posso nemmeno stare sdraiato. Ma vogliono che giochi a tutti i costi. Non sto in piedi, mi arrabbio. Si arrabbia persino Previtali, che mi mette nella sua Golf GTI e mi porta a casa. Penso che sarebbe stato meglio giocare quella partita piuttosto che fare il viaggio Firenze-Bergamo con Previtali, che guidava quella Golf come pochi. Franco andava veloce in macchina, certe frenate all’ultimo momento… Comunque mi portò a casa e iniziò l’incubo. Cercai di tornare in campo, giocai quella dopo con l’Inter, poi con il Lecce e lì dovetti smettere con le punture, giocavo male, senza poter saltare, con un braccio mezzo immobilizzato. Ero stufo di prendere dosi massicce di cortisone e andai in Svezia a curarmi. Alla fine ho perso circa mezzo campionato e giustamente va detto che Frosio per tutto quel tempo non mi ha avuto al meglio della condizione; secondo lui influì negativamente anche sui suoi risultati». Via Frosio, arriva Bruno Giorgi. Dal calcio del futuro a un vecchio colonnello del calcio. «Era l’opposto di Frosio, ma in quel momento era la persona giusta. Lui era della “scuola italiana”, era un uomo puntiglioso, preciso su tutti 47
2 | GLENN e GLI ALLENATORI
i dettagli delle partite e degli allenamenti, che si facevano come una volta. La palla medica, l’elastico, gli scatti in salita. Eliminati i pesi. Era un uomo che scherzava poco, che stava sulle sue. Ma aveva un suo umorismo che tirava fuori nel momento giusto. Col gruppo stava bene, e ti trasmetteva quel senso di “vita o morte” attorno alle partite; in quel momento era quello che serviva all’Atalanta. Infatti ci salvammo con dieci punti sulla zona retrocessione. Infilammo addirittura cinque vittorie di fila, due volte segnando 4 gol, a Lazio e Bologna. Era il record storico di vittorie di fila in serie A fino a poche settimane fa, quando la grande Atalanta di questa stagione ce l’ha battuto. Giorgi era attentissimo a non sbagliare la fase difensiva, ogni giocatore aveva un preciso compito contro il suo avversario». Questo il quadro generale. Ma Giorgi arriva all’Atalanta e trova un capitano importante, che si chiama Glenn Stromberg. «Al primo allenamento venne a parlare con me per trenta minuti. E quel colloquio servì per capire di che pasta eravamo fatti entrambi. Mi disse: “Adesso sono qua io, Stromberg. So che tu hai un forte peso in questo spogliatoio e so che volete bene all’allenatore che è stato esonerato. Capisco, ammiro e accetto questo sentimento. Ma se vedo tristezze, nervosismi, nostalgie per il passato, con me non va. Adesso ci sono io e devo girare questa barca. Se tu stai con me, va benissimo. Altrimenti faremo diversamente. Non voglio nessuno che abbia rammarico o nostalgie”. Porco cane, mi piaceva questo signore. Parlava chiaro, diritto. Allora io gli risposi che chi gli aveva detto che avevo apprezzato Frosio aveva raccontato il giusto, e che per tutta la vita avrei parlato bene di Frosio. Però, gli dissi: “Se pensi che per questo non darò il cento per cento da oggi in avanti, sbagli di brutto. Adesso ci sei tu, ci sono io, c’ è l’Atalanta da salvare”. Capì subito che il problema non c’era. Era uno che percepiva tutto benissimo, era attentissimo alle singole parole, quindi sapeva che il mio pensiero era sincero. Non voleva problemi attorno alla squadra, anche per questo era così meticoloso nei rapporti coi giornali, pesava ogni riga. Rimise in campo i vecchi metodi, ma aveva ragione 48
2 | GLENN e GLI ALLENATORI
lui. I risultati lo dicono: ci serviva quello, e Giorgi ce lo dava». E quella vecchia volpe di Giorgi aveva anche capito che l’ultimo capitolo della carriera di Glenn sarebbe stato scritto da una prospettiva diversa. Non più centrocampista offensivo, non più mattatore del centrocampo, non più centravanti di movimento. Giorgi aveva bisogno di un libero, e pensò a Glenn. È la sera prima di un Genoa-Atalanta, bussano alla porta della camera di Stromberg. «È Giorgi. Mi chiede: “Mi puoi dare una mano, domani?” Certo, rispondo. Cosa devo fare? “Voglio che giochi da libero”. Libero? Ma Bruno, provo a obiettare, non ho mai giocato libero in vita mia e me lo chiedi il giorno prima di una trasferta di serie A? Hai Bigliardi, hai Porrini. “Non se la sentono, vogliono avere un avversario da marcare. Glenn, sai che durante gli allenamenti ogni tanto giochi anche dietro e si vede che ti diverti stando lì a leggere le traiettorie. Guarda che farai una bellissima figura per il resto della carriera”. Quella sera facemmo una scelta felicissima, perché lui me la stava proponendo per quella partita, ma già lasciava intendere che aveva un progetto a lungo termine». Va anche detto il perché, di quel progetto. L’Atalanta aveva comprato un giovane libero dal Barletta, Stefano Sottili. Ragazzo promettente, che aveva già vestito la maglia dell’Under 21. Ma era forse ancora troppo giovane, e Giorgi aveva bisogno di un’alternativa, di una sicurezza. Aveva provato Bigliardi, Porrini, persino Minaudo. Ma invano. Troppo delicato il ruolo, in quel calcio, per rischiare ancora. E quindi puntò su Stromberg. «Io avrei detto di sì a prescindere, perché questo è sempre stato il mio modo di intendere il calcio. Ma il suo modo di proporlo fu convincente, e avere nuove geometrie, nuovi problemi da risolvere era stimolante. Certo, nei primi 15 minuti sembrava tutto strano, come vedere la partita da uno schermo sfuocato. Le distanze erano diverse, e questa necessità di adattarmi a una posizione nuova mi creava curiosità. Oh, sulle palle alte avevo un avversario che si chiamava Skuhravy, vincevo tutti i duelli aerei. Non era solo il fatto di star lì a leggere il gioco: persino come stopper mi sentivo forte. L’anno andò benissimo, 49
2 | GLENN e GLI ALLENATORI
mi divertii proprio. Alla fine riuscii a finire otto partite senza subire gol. La posizione era abbastanza comoda, e dentro di me mi dicevo che avendo Pasciullo a sinistra, Porrini e Bigliardi davanti, tutto sommato il ruolo mi avrebbe garantito tante belle figure, perché la lettura del gioco mi è sempre venuta bene in campo. Dopo quell’anno, ho sempre pensato che quei giocatori che avevano fatto il libero per tutta la carriera e che avevo valutato come grandi campioni… be’, avevo tolto loro un po’ di considerazione, perché il ruolo non era così difficile, nemmeno paragonabile al compito di chi doveva fare gol. E quella posizione così redditizia creò la situazione che da piccolo avevo sempre pensato fosse il momento ideale per smettere: ero al meglio delle forze». Perché in quel momento a Bergamo tutti pensavano: da libero, Glenn gioca ancora due, tre stagioni. Vai a pensare che invece dentro quel gigante biondo c’era un calciatore che fin da ragazzino sperava di poter smettere in un momento di piena forma. «Smetti quando lo dici tu, Glenn, non quando cominciano a dirtelo gli altri». Così diceva quel ragazzino davanti allo specchio, e così comincia a pensare Stromberg quando le prestazioni perfette da libero si aggiungono una dopo l’altra. «Con Percassi avrei potuto firmare un contratto a occhi chiusi, e mi sarei messo in cassaforte da solo, a prescindere dal rendimento, dagli infortuni, dall’età. E vedendo somme, possibilità, durata dei possibili contratti, dire no non era facile. Ma il fatto che Giorgi se ne sarebbe andato mi faceva pensare che l’allenatore che sarebbe arrivato (Lippi, ndr) non mi avrebbe più confermato da libero. Alla fine decisi che ero contento così, e che era il momento giusto di smettere. E col senno di poi, è stata una grande decisione».
50
L’Eco di Bergamo 17 aprile 1988: la semifinale di Coppa delle Coppe contro il Malines è il punto più alto raggiunto da Glenn con i suoi compagni. Mancano due giorni, e Stromberg ne parla in un’intervista a Giancarlo Gnecchi per L’Eco di Bergamo.
3
GLENN
E I COMPAGNI Tutti i retroscena dello spogliatoio
Q
uello spogliatoio è stato come una stazione. In otto anni, facce che vanno, facce che vengono, facce che restano. La sua, quella di Glenn, è come scolpita sulle pareti. In mezzo, i compagni di squadra. Semplici colleghi, tanti. Grandi amici, alcuni. Tutti, comunque, fonte di ricordi. La memoria di Stromberg è come un pozzo profondo. Più cali il secchio in profondità, più porti alla luce ricordi limpidi, episodi, emozioni. Il primo compagno di squadra «vero», per Glenn, ha un nome e un cognome che più bergamaschi non si può. Eugenio Perico. La chioccia di Glenn. È a Perico che l’Atalanta affida il giovane Glenn, appena sbarcato dalla Svezia, via Lisbona. È lui che guida Glenn nei primi passi all’interno del mondo atalantino. «Il primo ritiro è stato una manna in questo senso. Perché mi ha permesso di conoscere lo staff, le persone, di cominciare a capire le caratteristiche di ognuno. Bastavano piccoli episodi, bastava osservare con attenzione e da tante cose capivo chi avevo di fronte, il loro carattere. Chi mi era più simile e chi era distante dal 53
3 | GLENN
e i compagni
mio modo di essere. Un bel punto di osservazione era il dopocena. Non tutti andavano fuori a prendere il caffè, e questo era già un segnale. Altri, invece, sempre fuori. Agostinelli, Fattori e Vella, sempre fuori, tre chiacchieroni incredibili. Estroversi. Una volta eravamo al bar io, Fattori, Agostinelli, Vella, Mimmo Gentile, Osti e Rossi. Osti, Rossi e Gentile erano tosti, difensori, tra i leader della squadra. Parlavano, sì. Ma niente in confronto agli altri tre. Forse proprio per questo con Osti, Rossi e Gentile mi trovai subito benissimo anche fuori dal campo. Mi invitavano spesso a cena con i loro amici, specie la domenica e il lunedì, per aiutarmi a conoscere l’ambiente fuori dal calcio. Soprattutto con Rossi e Gentile abbiamo sempre avuto un ottimo rapporto anche dopo l’addio al calcio». Gli altri, invece, fiumi di parole. «Ricordo che pensai: “Le parole che io dico in un mese, questi tre le dicono nel tempo di un caffè”. Erano incredibili, gran personaggi. Agostinelli in particolare era il primo “figlio” del gioco di Sonetti. Lui era un uomo chiave tatticamente per Sonetti, era tra i primi ad aver capito perfettamente il pressing di Nedo». Ma del campo si parlerà dopo. Torniamo con la memoria in quella camera d’albergo, estate 1984. Glenn Peter Stromberg ed Eugenio Perico. Così distanti per luogo di nascita, ma in fondo così simili. Uomini di principi, di poche parole, di regole di vita trasportate su un campo di calcio. «Perico nelle prime settimane è stato la mia ombra. Disponibilissimo fino all’inverosimile. A volte non mi capacitavo di come, pur stanchi che eravamo, lui si facesse in quattro per me. Qualsiasi cosa di cui avessi bisogno, c’era lui. La persona più disponibile che ho visto in vita mia. A volte mi chiedevo come potesse non mandarmi a quel paese. Sicuramente questo atteggiamento serviva anche a lui per farmi capire che tipo di persona era, che io all’Atalanta mi dovevo sentire accolto in un certo modo, sentirmi a casa per rendere subito al massimo». Quello che Achille e Cesare e Previtali facevano fuori dal campo, Perico faceva nello spogliatoio. Strategia chiarissima. Tra Glenn e «Genio» si crea un rapporto strano. «Parlavamo tanto», dice oggi Glenn. Sì, ma 54
3 | GLENN
e i compagni
che lingua? La domanda sorge spontanea, dal momento che Glenn è svedese, già all’epoca masticava un ottimo inglese, e a Lisbona aveva ben presto digerito il portoghese. E Perico? «Io cercavo perlopiù di parlare portoghese, Perico qualche parola d’inglese la metteva nei discorsi. Insomma, ne usciva questo miscuglio e in qualche modo riuscivamo a intenderci. Ma è rimasto mitico il mio modo di rispondergli. Perché Perico mi faceva mille domande: vuoi andare a prendere le cartoline da mandare a casa? Vuoi andare a vedere quel negozio? Vuoi uscire? E io rispondevo in portoghese: “Eh, sì, talvez”. Talvez in portoghese significa “forse”. Perico capiva che non era un sì e non era un no. Ma non capiva esattamente cosa significasse veramente talvez. Tante volte mi ha chiesto di spiegargli meglio il significato di alcune parole che usavo nei discorsi, ma di questo talvez, mai. Ma era chiaro che non capiva, anche se io nel parlare lo infilavo dentro abbastanza spesso. Insomma: sono passati penso sei mesi, io ormai sapevo dire anche forse in italiano, ma lo stesso continuavo a dire talvez. Così Perico è venuto da me, un giorno. “Glenn, è dal ritiro che usi questo benedetto talvez. Spiegami cosa è questo cavolo di talvez”. Povero Perico, chissà quante volte si sarà sentito in difficoltà nel cercare di aiutarmi senza capire bene le mie risposte. Perché magari il giorno dopo gli chiedevo di andare a prendere le cartoline, dunque lui pensava che talvez volesse dire sì. Oppure non gli dicevo più niente, e pensava che volesse dire no. Perico con me è stato davvero un grande». A Roncegno, in quelle prime settimane, Glenn scopre il biliardo. «Mai giocato prima, né con le mani né con la stecca. Fortunatamente giocavamo con le mani, così è stato più facile capire gli angoli, le traiettorie di quel tavolo che aveva tutte le sue strane pendenze che io sfruttavo. Gli altri si lamentavano, ma a me dava una mano usare le pendenze per giocare ed essere subito competitivo». Certo, non sono tutti come Perico. Una squadra è un campionario di varia umanità, e Glenn sorride quando, scorrendo le foto, rivede il volto di un «cavallo pazzo». Giorgio Magnocavallo. «Non riuscivo a 55
3 | GLENN
e i compagni
inquadrarlo, all’inizio. Nemmeno come calciatore. Mi domandavo come fosse possibile che uno così giocasse da terzino. Era destro di piede, due gambette così, non aveva niente del classico terzino sinistro. Poi l’ho visto giocare e ho capito che era il suo ruolo vero, naturale». Tra le doti naturali del «Magno» c’era anche quella di procurarsi i calci di rigore con tuffi inenarrabili. «Sì, era bravo. Due, tre rigori all’anno ce li procurava. Ma non è che si allenasse su questo: cascare su se stesso gli veniva proprio spontaneo. Ma i piedi migliori della squadra li avevo notati subito: il piccolo Donadoni, e Soldà. Raramente in Italia si trovavano difensori con i piedi buoni, e Soldà li usava al meglio nel suo ruolo di libero». Ma un altro piede buono che Glenn scopre subito è quello di Marino Magrin. «Le prime volte che lo vidi calciare le punizioni restai basito. Lui calciava in un modo che avevo visto fare solo da Zico, prima. E glielo dissi: guarda che tu con queste punizioni ci farai un sacco di gol. Lui non era timido, parlava, era una persona sempre molto alla mano ma di sicuro non era eccessivamente spavaldo, e diceva che insomma, la serie A è la serie A, non è facile fare gol. Invece ha fatto i suoi gol, e se devo pensare a un aspetto nel quale quel primo anno eravamo al top, al pari delle grandissime squadre, dico le punizioni di Magrin. In quello eravamo pericolosi come il Napoli di Maradona o l’Udinese di Zico, certamente». In quella squadra c’era anche un personaggio particolare. Maurizio Codogno. L’anticalciatore. L’antidivo. Marcatore centrale, quattro stagioni in panchina senza mai una polemica. Compagno di camera di Agostinelli: un silenzioso che compensava il diluvio di parole del biondo romano. «Di Codogno ho un ricordo piacevole, perché non aveva niente del calciatore classico. Lui aveva idee su tutto, molta passione politica, poi ci siamo anche ritrovati vicini di casa a Ponteranica, in una casa di Beppe Savoldi. Era bello parlare con Codogno perché si poteva lasciare da parte il calcio, ogni tanto. E ricordo di lui una partita contro la Juventus, che lui dovette giocare da titolare marcando nientedimeno che Paolo Rossi. Rossi quel giorno non ci fece gol, e penso che per Codogno sia 56
3 | GLENN
e i compagni
stata la partita della vita». Un personaggio simile a Codogno è Nello Malizia, che arriva a Zingonia quando l’Atalanta sceglie di liquidare Benevelli e Drago («Ci fu dispiacere anche tra noi per quella decisione, ma arrivò davvero una coppia di portieri straordinari») e cambia la coppia di portieri con Piotti e Malizia. «Era un personaggio particolare, ci siamo frequentati di più dopo il mio addio che durante gli anni insieme all’Atalanta. Stava per i fatti suoi, era difficile da decifrare, ma è una buona persona». E poi Piotti, l’uomo dei telefonini, l’uomo della borsa. «Io e lui avevamo cominciato prima di altri a interessarci di borsa, azioni, fondi. Abbiamo fatto tante discussioni su quel tema. Avevamo dei giganteschi telefonini Nokia». Glenn non arrivò solo, quell’estate. Attorno a lui grandi aspettative, certo. Ma altrettante se ne respiravano attorno alla figura di Lars Larsson. Attaccante giovane, svelto, potente. Con un però: comprato infortunato. «Lui è una persona molto timida. Era un attaccante dinamico. Nei primi passi era una scheggia, forse nemmeno Caniggia nello scatto era così veloce. Poi magari Caniggia sulla distanza era meglio, ma i primi passi di Larsson erano eccezionali. Però lui era timido, arrivò qui con la gamba ingessata. Fece tutto il ritiro senza giocare con i compagni, ovvio che per lui era difficile “entrare” nel gruppo. Io sudavo con gli altri, tiravo calci alla palla. Poi chiaramente quando il campionato è iniziato la punta era Pacione, io giocavo quasi da seconda punta, quindi era difficile per lui trovare spazio. Era quasi chiuso. Anche perché Pacione era giovane ma faceva la sua parte. Ebbe anche la sfortuna di non far gol in una partita di Mitropa Cup contro il Banik Ostrava: solo davanti alla porta, sbaglia. E la gente che rumoreggiava». Insomma la storia di Larsson all’Atalanta è nota: chiude l’anno con un solo gol, segnato proprio in Mitropa Cup contro l’Iskra Bugojno, la squadra bosniaca che poi vinse il trofeo. Larsson e l’Atalanta: un amore mai nato. «E infatti un giorno di fine inverno Larss venne da me. “Tu mi hai sempre detto che mi avresti dato una mano qui - mi disse -. Eh, puoi parlare tu con la società, perché io vorrei andare via ma non so come fare. Magari 57
3 | GLENN
e i compagni
possono trovare un accordo con il Malmoe per tornare in Svezia”. Voleva assolutamente tornare in Svezia. Così un giorno ho detto a Cesare e a Previtali le cose che mi aveva chiesto Larsson, e alla fine non è stato così difficile trovare un accordo, anche perché il Malmoe l’avrebbe ripreso volentieri, e lasciando andare Lars l’Atalanta avrebbe liberato un posto per prendere un nuovo straniero. Poi lassù è stato anche capocannoniere facendo un grandissimo campionato. È tornato a casa contento per due motivi: primo, perché tornava a casa. E secondo, perché qui ha preso la patente di guida. Non solo: nella scuola guida ha conosciuto una bella ragazza, Fedra, con la quale è stato a lungo sposato e ha avuto due figlie, Erika e Linda». L’anno dopo, la squadra cambia un po’ volto. Larsson ha preso il suo agognato volo di ritorno per la Svezia, Pacione è decollato verso la Juventus («Forse è andato alla Juve un po’ troppo giovane. Era un bravo ragazzo, spesso pensieroso quando le cose non andavano bene. Peccato quella partita col Real Madrid, con quei gol sbagliati che gli hanno forse segnato la carriera»). All’Atalanta arriva un olandese con un grande futuro dietro le spalle, Jan Peters, ormai a fine carriera, e arriva soprattutto Aldo Cantarutti. Quello che lo stesso Glenn definisce come il suo più grande amico in maglia atalantina. Amico ancora oggi, a distanza di tanti anni. «Lui prese la casa di Vella, che era andato via anche per quei problemi al cuore. Così ci ritrovammo vicini di casa, andavamo agli allenamenti insieme con Simonini e ci trovammo perfettamente. Piano piano siamo diventati amici. Lui friulano, io svedese, caratteri molto simili. È anche venuto in Svezia con me in vacanza, quando si fece male al tendine lo portai da un ortopedico svedese che seguiva anche la Nazionale. Con lui in assoluto ho avuto il legame più forte». «Arrivò anche Limido, generosissimo in campo ma tatticamente così così, e arrivò Prandelli, che bastava guardarlo per capire di che stoffa era fatto. Con Prandelli c’ è sempre stato un bel rapporto, con in comune la passione per i cani. Una volta, mi viene in mente adesso, l’ho trattato come non avrebbe meritato. Aveva quel maledetto ginocchio 58
3 | GLENN
e i compagni
malconcio, e a Zingonia giocavamo una partita cinque contro cinque. Io, ovviamente, la volevo vincere a tutti i costi. Il risultato era in parità, il tempo scaduto, quindi l’ultimo gol era quello decisivo. Prandelli ha la palla, bastava un passaggio e io avrei segnato. Ma non me la passa, giocava zoppicando. Ricordo che l’ho quasi aggredito: “Se non sei a posto cosa stai qui a fare a giocare, qui gioca solo chi sta bene”. Subito dopo, mi sono detto: “Glenn, cosa dici. Sta lottando di brutto con quel ginocchio malconcio, non merita parole così”. Lui giustamente se l’ è presa. Subito dopo stava facendo un massaggio e lui mi disse che da me non si sarebbe mai aspettato una frase del genere. Cercai di minimizzare, ma sapevo perfettamente di avere torto. Non dovevo reagire così, e la voglia di vincere quella partitella mi aveva fatto sbagliare. In quella squadra arrivarono anche tanti giovani forti davvero: Valoti, Compagno. Gente che poteva anche fare il titolare. Poi avevamo i due “ragionieri”, Consonni e Bortoluzzi, che però c’era già l’anno prima. Erano due grandi talenti di calcio. Sfortunati per gli infortuni, ma erano due che sarebbero potuti arrivare lontano. Poi Piovanelli, Simonini. Ricordo che Piovanelli arrivò da noi dalla serie D, in allenamento sembrava incredibilmente grezzo, però faceva gol. Ovvio che ha dovuto aspettare il suo turno, perché il titolare era Aldo, però poi Piovanelli con quel suo fiuto del gol si è fatto una bella carriera. Adesso ha un laboratorio di lavorazioni orafe, mi ha anche regalato un lingottino che tengo con affetto. Sapeva che mi piaceva un oggetto del genere, ma in giro non si trovava. Così l’ha fatto apposta per me». Insomma. Questi sono i nomi. Glenn non è più un volto nuovo a Bergamo, i rapporti piano piano si saldano. Anche grazie a una cosa semplice come un mazzo di carte. Una delle grandi passioni di Stromberg, che trova molto facilmente compagni di «tavolo». Rossi, Gentile, Cantarutti («Aveva una grandissima passione per le carte, proprio come me»), Simonini e Limido («Che secondo me era meno bravo…»). «Giocando a “teresina” dopo un allenamento avremmo potuto anche tirare sera senza accorgerci che era arrivata l’ora di cena. Ogni 59
3 | GLENN
e i compagni
squadra di calcio ha questo passatempo delle carte. Io mi divertivo tantissimo, anche giocando con i soldi. Era importante, certo, frenare al momento giusto, quando si alzavano troppo le cifre. Sì, è vero: in un certo periodo abbiamo esagerato, e si stavano alzando troppo. Ce ne siamo resi conto, e abbiamo affrontato il problema mettendo delle regole che non consentissero di rilanciare troppo. Doveva rimanere un gioco, i soldi servivano solo a metterci più pepe, a renderlo divertente. Ma non si doveva esagerare. Qualcuno arrivò in fondo a quell’anno senza pagare quel che aveva perso, ma lasciamo perdere. Ormai sono storie vecchie». L’anno dopo l’Atalanta diventa ancora più bergamasca. Due, in particolare, gli innesti orobici: Costanzio Barcella e Valter Bonacina. «Quando ho visto Barcella, ho pensato che fosse il difensore italiano perfetto. Alto, leggeva bene il gioco, attento, non scarso con i piedi come si diceva all’epoca. Immaginavo per lui una carriera migliore rispetto a quella, comunque buona, che è riuscito a ricavarsi. Al contrario del “piccolo Bonacina”: per lui immaginavo certamente una buona carriera, ma non così ad alti livelli come è poi riuscito a giocare. Ha ottenuto grandi risultati, una grandissima carriera. Due ragazzi simpaticissimi, che nello spogliatoio stavano davvero bene con tutti, giovani e vecchi. Bravi, attenti, sempre disponibili. Ma una parola di troppo, sempre al posto giusto. Meritavano la fortuna che poi il calcio ha regalato loro. Bonacina merita un racconto a parte. Perché capitan Stromberg va in soccorso del piccolo Bonacina, quando Bonacina tanto piccolo non è più. Alla porta del centrocampista bergamasco bussa nientedimeno che la Roma. E Bonacina è tormentato dai dubbi. Vado, e rischio un passo magari anche più lungo della gamba, in una realtà complessa e tanto diversa da Bergamo come Roma. Oppure resto nelle certezze di Bergamo, magari però col rimpianto di non aver tentato il grande salto, di non essere salito sul treno nel momento in cui passava? Bonacina non sa che fare, e fa appello alla saggezza di Stromberg. Uno che i treni, quando sono passati, ha sempre saputo affrontarli. «Un po’ di volte Bonacina è tornato a casa con me dagli allenamenti. Voleva chiacchierare, voleva 60
3 | GLENN
e i compagni
sapere la mia opinione. Che fu chiara: “Non ti dirò mai di andare a Roma, perché egoisticamente ti voglio qua. Sei di Bergamo, anche la gente di sicuro ti vuole ancora all’Atalanta. Però se hai voglia di provare una squadra grande come la Roma e non vai perché hai titubanze, hai paura della diversità dell’ambiente, allora ti dico di non farti frenare e di andare. Bergamo per te resterà sempre una porta aperta, l’Atalanta non scappa. Vai giù, fai un anno, due anni, capisci com’ è. Poi vedi. Se ti ambienti o no nella città, se trovi spazio o no nella squadra. Questo posto resta sempre qua, il pubblico e lo spogliatoio ti adorano, non ci saranno problemi per te. Se hai voglia di provare un’esperienza diversa, non frenarti: sono passi che nella vita vanno fatti”». Quanto fosse stata lungimirante la visione di Glenn, l’ha detto la storia: dopo cinque stagioni all’Atalanta, Bonacina passa alla Roma. Resta tre anni all’ombra del cupolone, poi nel ’94 torna nerazzurro per altre cinque stagioni. E la storia s’ è ripetuta per il Bonacina allenatore del vivaio, poi qualche esperienza nelle prime squadre, poi il rientro alla base, ancora nel vivaio. Diversamente da questi due, in quella squadra arriva un talento che non ha poi ottenuto tanto, dal calcio. Si chiamava Beppe Incocciati. «Piede buono, visione del gioco, buon tiro in porta. Ma non è riuscito a sfondare quanto il suo talento gli avrebbe permesso. A volte sembrava distaccato dal nostro mondo. Una volta gli ho anche buttato lì una battuta: “Sembri più interessato ai tuoi capelli, anche se ne aveva pochi, e alle tue scarpe che alla partita. Gliel’ho detto mille volte: sembra che te ne freghi se vinci o perdi. Sembra che per te la vita vada avanti allo stesso modo”. Io volevo vincere anche le partitelle, quasi mi ammazzavo pur di vincerle, per lui sembrava sempre fosse lo stesso. So che poi è diventato opinionista, che ha fatto anche qualcosa in politica, come assessore comunale a Fiuggi. Peccato, perché il suo talento era davvero notevole». In quella squadra piomba anche Luigino Pasciullo, che si stabilisce nella famosa casa di Savoldi a Ponteranica. «Amava, amava giocare a calcio. Divenne ben presto un idolo della curva perché era un gran lottatore e tirava la sua famosa “bomba”. Molto simpatico, sempre energico, parlava 61
3 | GLENN
e i compagni
e parlava che non la smetteva mai. Gran bel personaggio, come anche era Boldini. Un lottatore indomabile, con una voce così roca e profonda che pareva un americano che si era fumato centinaia di sigari cubani». Sono calciatori in fondo diversi da quelli di oggi. Gente anche più semplice: meno tatuaggi, meno pettinati, meno da copertina patinata. Persino meno attenti al macchinone. La prima Ferrari che arriva a Zingonia è quella di Glenn. Ma dura due giorni: rubata subito fuori da un ristorante di Milano. Un sogno infranto in rodaggio, che Glenn racconterà fra un po’ di pagine. Milano, meta frequentata spesso in quella stagione anche grazie all’arrivo di Trevor Francis. Come Peters, un grande futuro dietro le spalle. Giocatore di tecnica sopraffina, ma ormai ben avviato su viale del tramonto: in quella stagione, trascorsa per molto tempo in infermeria, solo 21 presenze e 1 gol. Ma Francis è inglese, e in valigia si porta anche parecchi «agganci» con il mondo del grande rock. «E questo piaceva tantissimo soprattutto a me e Aldo. Ogni volta quando c’era un grande artista a Milano Francis sapeva dove e come trovare i biglietti, e partecipavamo anche alle feste che seguivano i concerti. Ricordo Phil Collins, Sting, Eric Clapton. Concerti e feste bellissime. Francis conosceva tutti, ricordiamo quei concerti e quelle feste anche adesso quando ci incontriamo negli stadi, perché lui lavora per Sky e anche per Al Jazeera. Purtroppo per lui è arrivato già infortunato e non ha avuto grande fortuna qui all’Atalanta. È per l’infortunio di Cantarutti e quelli di Francis che poi io mi sono dovuto trasformare in attaccante». Anche perché nei mesi estivi l’Atalanta ha messo i fiocchi su un’operazione di mercato rimasta nella storia: Roberto Donadoni al Milan, lo strappo con la Juventus e fino ad allora era la destinazione quasi naturale dei talenti nerazzurri che spiccavano il grande salto. «Perico a me ha dato una grande mano, ma Donadoni l’ha quasi avuto come un papà calcistico. E tra tutti quelli che dall’Atalanta in quegli anni sono riusciti ad andare in una grande squadra, devo dire che Donadoni era quello che se la poteva giocare meglio di tutti. Anche Soldà, anche Magrin 62
3 | GLENN
e i compagni
hanno fatto discrete carriere, ma Donadoni si è davvero affermato per il grande talento calcistico che era. Una sola cosa Donadoni e Perico non sono riusciti a fare sempre: trovare una chiesa la domenica mattina. A loro veniva concesso di lasciare il ritiro la domenica mattina per andare in chiesa. In casa era facile, ma fuori casa dovevano trovare una chiesa non troppo lontana. Ma non si arrendevano alla distanza. Qualche volta sono andato anche io con loro, perché pur non essendo cattolico volevo vedere anche questo aspetto della vita in Italia, che si diceva basata su “calcio e chiesa”. Certe volte mi hanno fatto fare scarpinate infinite per raggiungere la chiesa. Era bello questo loro modo così intenso di vivere la religione e la fede». La memoria di Glenn scorre le partite stagione dopo stagione, e un nome gli fa brillare gli occhi. Andrea Salvadori. Terzino sinistro toscano, un po’ «elettrico», arrivato nel mercato di ottobre 1987, versione anticipata del mercato di riparazione che ora tiene banco a gennaio. Resta a Bergamo sei mesi, giusto il tempo di godersi la cavalcata di Coppa delle Coppe e di giocare contro il Malines. È lui, Salvadori, l’oggetto della più furiosa litigata di Glenn in otto anni di Atalanta. Stromberg è come un vulcano col tappo. Se ne sta buono magari per anni, ma quando il tappo salta, salta col botto. E c’ è da scappare. Salvadori non fece in tempo a scappare. Scenario: partitella del venerdì, prima di una partita importante. Scaramanzia: se il venerdì Glenn non vince la partitella, porta male. E Mondonico è molto, molto scaramantico. «Stavamo giocando sta benedetta partitella sul campo secondario di Zingonia, quello che confina con la strada. E io stavo perdendo. Mondonico comincia a punzecchiarmi: “Ahi ahi ahi, porta male quando il venerdì Glenn non vince la partita, porta male…”. Questo Salvadori era una belva, piccolino ma reattivo, con un fisico giusto, forte. Non si faceva scrupoli se doveva fare un’entrata decisa, anche nelle partitelle. Quel giorno era indiavolato, mangiava l’erba. Pam, entrata su Nicolini. Pam, entrata su un altro. Comincio a protestare con Mondonico, che però lascia fare: “Gioca, gioca, fa niente le botte, gioca…”. E Salvadori insisteva: pam, 63
3 | GLENN
e i compagni
un’altra entrata durissima. Scatenato. Allora sono intervenuto, alzando la voce. Ero proprio incazzato: “Salvadori, adesso basta. Qui finisce che spacchi qualcuno se continui così”. Però lui ha sbagliato i toni della risposta: “Ma stai zitto, rompic…”. Non ci ho visto più. Sono andato, l’ho preso per il collo, l’ho spinto dentro la rete che alla fine era persino impigliato dentro. I giocatori poi se la sono raccontata per anni, perché non era usuale vedermi così, affatto. Poi già dentro lo spogliatoio mi sono pentito, “ma cosa ho fatto?”. I giocatori ridevano, finché uno mi ha detto: “Senza tabacco non va bene, eh Glenn?”. Qui va fatto un passo indietro. Da sempre Glenn «usa» il tabacco. Un tabacco particolare, che in Svezia si chiama «snus», che si posiziona tra la gengiva e il labbro superiore. Lo si lascia lì e il tabacco fa il suo effetto. «In quei giorni in effetti avevo calcolato male la quantità necessaria. Quel tabacco lo trovavo solo in Svezia, e ne ero rimasto senza. Così ho cominciato a chiedere in giro, perché mi avevano detto che tanti anni fa si usava un tipo di tabacco svedese anche qua, ma era quello che si “sniffava” col naso. Infatti ne trovai anche ma non era la stessa cosa. Finii in un bar vicino alla Rotonda dei Mille, dove un tizio pareva che avesse il tabacco. Vado a vedere, e trovo della roba che veniva conservata forse da trent’anni. Era un sasso, inutilizzabile, completamente diverso dal tabacco “moderno” che usavo io. Allora in quei giorni ho provato con le caramelle forti, con le gomme da masticare, soprattutto per sentire comunque qualcosa sotto il labbro che mi desse la sensazione fisica del tabacco. Ma non c’era niente da fare, non funzionava. E comunque il tabacco che uso io non contiene catrame come le sigarette, ma la nicotina sì. E allora forse è dovuto anche alla mancanza di tabacco se quella volta ho tirato su Salvadori e l’ho infilato nella porta. È l’ultima volta che mi è capitato di perdere la calma in quella maniera: mi sarà successo cinque volte in vita mia. Poi ovviamente con Salvadori si è tutto chiarito. Lui sbagliava picchiando così in allenamento, io avevo sbagliato reagendo male. Quegli ultimi quindici minuti di partitella sembrava la finale di Coppa dei Campioni». Il tabacco snus è un compagno di vita di Glenn. 64
3 | GLENN
e i compagni
Anche in partita. «Ma dipendeva dalle partite, quanto lo tenevo in bocca. Perché il tabacco alza le pulsazioni di circa 10 battiti al minuto, e se le partite cominciavano con grandi ritmi, allora andava buttato via subito. Altrimenti potevo tenerlo anche per tanto tempo, specie l’ultimo anno quando giocavo come libero. Avendo Pasciullo, Porrini e Bigliardi lì davanti a volte non arrivava quasi nessuno dalle mie parti, e capitava che finisse il primo tempo senza rendermi conto di avere ancora il tabacco». Il tabacco non manca mai nelle tasche di Glenn. Al punto che alcuni compagni se ne sono anche incuriositi. Dopo mesi trascorsi a vedere Stromberg armeggiare con quella strana “roba”, è logico anche voler provare l’effetto di un tabacco tanto diverso dalle sigarette. Così, un giorno a cena poco prima di Natale si ritrovano, da Vittorio, Glenn, Incocciati, Icardi e Ivano Bonetti. «Mi dicono di voler provare, a tutti i costi. Tra l’altro non fumavano nemmeno, quindi li avvisai che ovviamente non essendo abituati sarebbero stati male, col rischio che non sapendolo trattenere sarebbe finito dritto nello stomaco e se la sarebbero vista brutta. Ma loro insistevano, proprio rompevano per avere questo benedetto tabacco. Insomma, ho ceduto. Dopo un po’, Icardi e Incocciati spariscono. Vado fuori e li trovo su una panchina. Accaldati, pallidi, insomma stavano male per l’effetto del tabacco assorbito immediatamente. E se la prendevano persino con me, perché gliel’avevo dato. Bonetti invece stava lì, seduto al ristorante, sereno e tranquillo. Mi veniva il dubbio che… e infatti non l’aveva preso. Me l’ha detto lui stesso: il tabacco l’ha preso e l’ha buttato in terra, e sotto il labbro s’era infilato la mollica del pane». D’altra parte Glenn sapeva quale fosse l’effetto del tabacco su un «principiante». Era successo al Benfica. «C’era un portiere giovane che parlava bene inglese, eravamo amici. Avevamo una partita fuori casa e lui prima di giocare insisteva per provare il tabacco. Insomma, gliel’ho dato. Prima uscita, non prende la palla. Seconda uscita, centra due difensori. Terza uscita, trancia due difensori e causa un rigore. Di solito quelle partite le vincevamo anche dieci a zero. Quella volta il risultato fu 9-4. Persino Eriksson il giorno 65
3 | GLENN
e i compagni
dopo mi chiese se fosse successo qualcosa prima della partita, perché il portiere gli era sembrato un po’ strano. Io negavo, ovviamente, secondo me ha capito ma non me l’ha fatta pesare. È bastato questo comunque perché io al Benfica non dessi più il tabacco a nessuno». Torniamo a Bergamo. È il 1987/88, l’anno della ricostruzione dopo la retrocessione, ricostruzione che passa anche dai piedi di Nicolini e Fortunato. «Due grandissimi acquisti, due giocatori dai piedi sopraffini, che non capivo come non avessero giocato a grandi livelli prima di arrivare all’Atalanta. Nicolini è uno dei giocatori più forti che ho incontrato all’Atalanta. E Fortunato era forte di testa, dicevano fosse lento ma non era così vero. Era saggio, sapeva sempre dove stare in campo. Certo, per me è stata una sorpresa vedere il rapporto di collaborazione che si è creato tra lui e Mondonico. Dico questo perché quando erano giocatore e allenatore non pareva che andassero molto d’accordo. Oddio, mai un vero litigio, ma nemmeno questo gran rapporto». Fortunato è anche il nuovo compagno di camera in ritiro di Stromberg. «Lui parlava poco, pochissimo. Insomma in quella camera c’era sempre tranquillità e silenzio. Anche quando qualcuno veniva a giocare a carte in camera, lui stava in disparte. Nessuno parlava mai all’improvviso. Infatti, ricordo un episodio particolare. Ero in bagno a lavarmi i denti, e lui di colpo ha spalancato la porta e ad alta voce ha esclamato “siamo in ritardo per mangiare”. Era vero, ma questo grido improvviso mi ha fatto prendere un colpo. Lo spazzolino è volato, ho sputato tutto sul pavimento e siamo scoppiati a ridere. Il ricordo ci fa divertire ancora oggi ». Fortunato arriva con Nicolini. E Nicolini, insieme a Porrini e Pasciullo, giocavano a carte. E in quella stagione feci conoscere al resto della squadra un gioco svedese, che si chiama “dam”. Si gioca con le carte da Scala 40, e ha regole complesse. Prima si deve prendere il più possibile, poi nella mano successiva si deve prendere il meno possibile. Nella terza mano si doveva prendere il più possibile con il colore che comandava il gioco come nella “briscola”. Nell’ultima mano era evitare di prendere l’ultima carta e la donna di picche. Era il più complicato. Io su questo 66
3 | GLENN
e i compagni
gioco avevo un grande vantaggio ovviamente, a loro piaceva tantissimo ma i miei anni di esperienza non erano recuperabili per loro. Vincevo sempre e loro s’arrabbiavano. Abbiamo giocato per anni, poi abbiamo ripreso con Teresina perché si erano stufati di perdere». Perdere a carte, ma vincere in campo. E quell’anno si vinceva grazie ai gol di Oliviero Garlini. «E non solo: con Garlini si vincevano anche le combattutissime partite di calcio-tennis a Zingonia. Erano partite da vita o morte, che spessissimo si decidevano grazie alle rovesciate che Garlini riusciva a fare. La rete non era alta come quella di pallavolo, ma quasi. Non era immaginabile che qualcuno riuscisse a fare rovesciate così, ma lui riusciva. Penso che in quel periodo fosse il miglior giocatore di calcio-tennis del mondo. Lo diceva anche il Mondo. Ci fosse stato un Mondiale di calcio-tennis sulle spiagge di Copacabana, avrei portato Oliviero e avremmo vinto». «Il bomber all’inizio non lo capivo affatto, parlava spesso in dialetto, anche mentre giocavamo a carte, perché anche lui era un grande appassionato. Ma capii ben presto che aveva qualità da grande attaccante, e ricordo che era impossibile non notare quanto fosse impeccabile nell’abbigliamento, sembrava un “Passirani 2”, perché anche Passirani è sempre perfetto. Però su Garlini il contrasto fra il suo simpatico dialetto e la perfezione dell’abbigliamento faceva uno strano effetto». Il salto di qualità arriva nel secondo anno di Mondonico: l’Atalanta dai piedi buoni s’arricchisce grazie a Vertova in difesa, Prytz e Madonna a centrocampo. «Vertova era un ragazzo d’oro, molto serio, su di lui si poteva sempre contare, e questo era importante perché la coppia titolare era formata da Barcella e Contratto, che era proprio forte, velocissimo e attento. Madonna, sulla fascia, ha dato tanto alla squadra. Aveva corsa, fantastici cross, segnava gol. Non a caso siamo arrivati così in alto in classifica. Un ragazzo semplice, tutti con lui, e io soprattutto, ci siamo sempre trovati benissimo. È una delle persone che incontro più volentieri anche adesso, perché capita di incrociarsi negli stessi ristoranti. Tante volte nelle squadre capita di stuzzicare un compagno per farlo 67
3 | GLENN
e i compagni
innervosire. è solo un gioco e non una cosa seria, lo si fa per divertirsi. Pochi ci riuscivano con me, ma Madonna e poi Minaudo erano bravi e sapevano stuzzicarmi al momento giusto con la parolina giusta». E c’era anche il brasiliano triste Evair, che diventa subito idolo del pubblico nonostante quel suo carattere così poco esuberante da sembrare tutto meno che brasiliano. «Su Prytz non avevo nessun dubbio che in Italia si sarebbe trovato bene. Lo conoscevo dai tempi della Nazionale, sapevo tutto di lui. Certo, durante tutti gli allenamenti lui era un rompiscatole esagerato. Amava il calcio alla follia, ma correre non gli piaceva, gli esercizi ancora meno. Non amava la fatica, mentre sarebbe stato una vita a tirare punizioni e rigori. C’era un portiere giovane che Prytz costringeva sempre a fermarsi per più di mezzora dopo gli allenamenti. Questo poverino restava in campo per Prytz, ma un giorno ha preso coraggio ed è venuto da me: “Capitano, per favore, puoi dire al tuo amico che io non posso sempre restare al campo, perché devo andare a mangiare e poi a scuola. Ma se mi fermo sempre, finisce che non arrivo in tempo”. Prytz sarebbe rimasto in campo mille ore a divertirsi, ancora oggi gioca quando può. Invece se c’era da faticare… Alla fine gli ho parlato e gli ho chiesto di non esagerare con quel portiere giovane». La storia di Prytz è nota. Gran campionato, ma la moglie non aveva perso la testa per Bergamo. La signora arrivava da Glasgow, dove Prytz aveva giocato prima di trasferirsi in Svizzera agli Young Boys e da lì in Germania al Bayer Uerdingen 05, da dove poi l’aveva preso l’Atalanta. «Verso fine stagione Prytz viene da me e mi dice che lui da Bergamo se ne sarebbe andato volentieri, per tornare in Svizzera. Allora parlai con la società, perché non c’era molto da fare. Però mi stupì, e veramente non ho mai capito com’ è andata, perché dopo le vacanze mi avvisarono che Prytz non era tornato in Svizzera, ma era andato al Verona. Era una sorpresa perché Verona non è tanto diversa da Bergamo, ma alla fine magari hanno trovato il compromesso giusto: lui restava in Italia con gli stipendi del calcio italiano, lei magari vivendo sul lago di Garda, in un contesto più internazionale, aveva trovato una situazione che le 68
3 | GLENN
e i compagni
piaceva di più». Il ricordo di Prytz fa comunque sorridere Glenn. Perché anche Prytz, come in precedenza Larsson, arriva in Italia senza ancora aver conseguito la patente di guida. Risultato: Glenn si trasforma in autista personale di Prytz, avanti e indré tra Bergamo e Zingonia. «Finché l’ho convinto a prendersi quella cavolo di patente». Ma Prytz vede la lingua italiana come il fumo negli occhi. Peccato che per la patente occorra studiare, e testi ed esami, persino per i calciatori, in Italia sono in italiano. Risultato: una commedia all’italiana. A chi si chiede aiuto, dunque? A Glenn. «Andavo con lui a tutte le lezioni teoriche di scuola guida. Loro spiegavano, io seguivo e traducevo a Prytz quel che dicevano. Immaginate il divertimento di quelle serate. Alla fine c’era un esame di teoria che era scritto, ma c’era anche una parte orale specifica sul motore, che forse fu fatta eccezionalmente per lui vista la difficoltà che aveva con l’italiano. In sostanza l’esaminatore faceva la domanda, io traducevo dall’italiano allo svedese, Prytz doveva rispondere in svedese e io tradurre in italiano. Solo che Prytz molto spesso mi rispondeva in svedese: “Glenn, di questa cosa non so niente. Non ci ho capito niente. Rispondi tu quello che vuoi”. E così dovevo rispondere cercando di ricordare qualcosa di sensato. Altre domande erano più facili, e allora non traducevo la domanda, ma dicevo a Prytz semplicemente “non ti preoccupare, questa la so. Dì qualcosa tu in svedese che sembra che stai rispondendo, poi faccio io in italiano»”. Alla fine Stromberg passa l’esame, e Prytz incassa la patente. Così Glenn smette di fare l’autista e Prytz arriva a Zingonia in autonomia. Peccato che poi quella patente l’abbia usata anche per andar via. Ma nell’operazione, a Bergamo, arriva un certo Claudio Paul Caniggia. Il figlio del vento. «Caniggia aveva un’apparenza che lo penalizzava. Per quel che l’ho conosciuto io, era più disordinato che tiratardi. Aveva orari strani per tutto, aveva anche una moglie particolare (nota l’infinita ricerca di una casa con il grande Umberto Stefanoni, che si sentì chiedere come casa ideale uno dei Propilei di Porta Nuova, ndr), ma lui in fondo non era 69
3 | GLENN
e i compagni
quello che si pensa. Un po’ viziato se si vuole, ma non nel senso dei vizi di cui si è poi saputo a Roma, perché in allenamento non amava faticare. Tu in allenamento non vedevi che Caniggia era il giocatore che poi vedevi la domenica. Perché la domenica era devastante per gli avversari, perché lui per noi era un’arma micidiale: faceva gol di testa e coi piedi, e soprattutto sapevamo che con la palla giusta data a Claudio in qualsiasi momento, anche quando eravamo in difficoltà, si sarebbe potuta risolvere la partita. E gli avversari lo temevano. Evair era il contrario: quanto era forte, ed era fortissimo, uno degli attaccanti in assoluto più forti con cui ho giocato, lo vedevi anche in allenamento. Caniggia no, bravo ragazzo anche se un po’ pigro. Certamente non lazzarone, ma a volte non aveva voglia, forse il fatto di essere finito presto sotto l’ala protettiva di Maradona in Nazionale lo faceva sentire già un personaggio. Ma non si sentiva un divo del calcio. E infatti va detta una cosa insospettabile: Caniggia era un timido, tendeva ad autoproteggersi. E io insistevo con lui: “Caniggia, tu hai una dote che la natura ti ha regalato, la velocità. Sullo scatto sei tra i più forti al mondo. Quindi anche se non hai voglia di allenarti, sulla velocità curati, non ti risparmiare mai e allenati seriamente”. In allenamento era così, e la domenica sembrava, all’inizio, soprattutto un giocatore da lanciare. Certo poi ha imparato anche a segnare, e i suoi gol li ha sempre fatti anche all’Atalanta. Quando è andato a Roma gli ho consigliato di pensarci bene, perché conoscendolo immaginavo che Roma l’avrebbe potuto mettere alla prova duramente. È una città in cui si vive 24 ore al giorno. Non immaginavo certo i problemi che ha poi avuto, perché qui, magari contrariamente a quel che si possa pensare, non aveva mai dato preoccupazioni di nessun tipo. Ma Roma, insomma, per lui era un test importante non solo calcisticamente, ma anche per la capacità personale di reggere l’urto con una città così. Lui sognava, e noi lo si prendeva anche un po’ in giro: “Guarda che a quel contratto importante ti ci abbiamo portati tutti”. E lui mi promise, conoscendo la mia passione per gli orologi, che se mai avesse firmato quel contratto con la Roma mi avrebbe regalato un orologio Cartier che qualche tempo 70
3 | GLENN
e i compagni
prima gli avevo fatto vedere su un giornale, nello spogliatoio. Magari adesso ricorderà quella mezza promessa… io lo sto ancora aspettando…». Diverso, completamente diverso, era Paulino Aparecido Evair. «Lui bastava che mettesse un piede in un campo di calcio e ne vedevi la classe. Evair era così. Un grandissimo calciatore. Calciava perfettamente di interno, di collo, di piatto. Era forte di testa, sapeva calciare le punizioni, tatticamente era più europeo che brasiliano, sapeva tener palla. E qui ha dimostrato tutte le sue qualità, con 25 gol in tre stagioni. L’unica cosa che l’ha frenato è che sentiva sempre il peso della “saudade”, la malinconia per la lontananza da casa. Non prende tutti i brasiliani, ma Evair l’ha avuta dal primo giorno che è arrivato qui. Adesso infatti è là, nella sua terra, vive nella natura, ha addirittura aperto una sua fattoria per stare nell’ambiente che preferisce. Con lui ho avuto anche un problema, un mezzo litigio. Lui era per natura diffidente nei confronti di tutti. Era arrivato, aveva percepito che io insomma dentro lo spogliatoio comandavo abbastanza. Fatto sta che dopo una partita, un lunedì, cade un fulmine dal cielo. Mondonico entra nello spogliatoio e chiede a tutti, uno per uno, “Come stai? Come stai? Come stai? Arriva da Evair e lui alza il dito: “Ho una cosa da dire”. Restammo tutti di sasso: Evair non parlava mai, se chiedeva di parlare significava che era successo qualcosa di grave. Insomma, cala il silenzio e lui, mezzo in portoghese e mezzo in italiano, dice che non si trovava tanto bene perché “i due svedesi non mi passano mai la palla, o la giocano tra di loro o anche se mi vedono libero la danno da un’altra parte”. Prytz aveva capito niente perché non sapeva l’italiano. Lui capiva solo “Prytz”, e magari pensava che Evair stesse dicendo che “Prytz” era bravo. Ma io altroché se avevo capito. E non gliel’ho fatta passare, perché quell’accusa proprio non stava né in cielo né in terra, per come la vedevo io. Prima mi sono arrabbiato, gli ho risposto che quel modo di giocare non faceva parte del mio modo di essere, assolutamente. Gli dissi che era fuori di testa, che se lui non era contento non doveva scaricare eventuali colpe sugli altri. Inizialmente l’ho preso così, proprio male. Forse però avrei dovuto capire che quell’uscita 71
3 | GLENN
e i compagni
così strana era un segnale di disagio che lui mandava, che aveva bisogno di più fiducia, o di più aiuto dai compagni. E magari accusare me era proprio un modo per chiedermi aiuto. Certo, l’uscita fu sbagliata e la mia reazione fu conseguente. Poi le cose sono andate meglio. Lui faceva gol, cresceva, dentro la squadra è diventato un punto di riferimento importante. E non poteva andare che così, perché ripeto: Evair era forte, forte, forte. Alla fine avevamo un rapporto ottimo, e intervenni anche con la società perché durante un periodo di infortunio lo lasciasse andare in Brasile, come voleva lui contrariamente ai dirigenti. Lui aveva sempre questo desiderio del Brasile, ma lo teneva sempre per sé, non ne parlava. E mi spiace perché adesso capisco che da capitano, insieme coi compagni, avremmo potuto coinvolgerlo di più. Lui difficilmente usciva la sera, ricordo quasi mai che sia successo. Ma ora mi domando se magari facendo qualcosa in più non avremmo potuto attenuare questo suo disagio. Fatto sta che un’estate è andato in Brasile e poi non è più tornato. Al posto di Evair è arrivato Bianchezi, l’opposto di Evair». Sì, Carlos Alberto Bianchezi, detto Careca terzo. Attaccante leggero, tecnico, in fondo anche bravino. Ma all’Atalanta fu una felice meteora: otto gol in 29 partite. «Era un vulcano, sempre euforico. La sua specialità era animare le trasferte in pullman imitando i telecronisti brasiliani. Prendeva il microfono e attaccava: “goooooollassssooooooo”. E andava avanti per cinque minuti. Ma era uguale, uguale. Quanto ci ha fatto ridere. Come giocatore era irruente, dribbling e tiro. Evair era più metodico, questo invece faceva quello che gli saltava in mente. Non aveva un gran fisico ed era molto sensibile alle critiche del pubblico. Aveva anche un’eredità difficile come quella di Evair. Mi ha fatto piacere, una volta, che in un’intervista abbia detto che con me aveva avuto un ottimo capitano, che l’ho difeso, che l’ho aiutato. Quelle parole sono state un bel regalo per me». La stazione di Zingonia è un grande via vai. Glenn resta, gli altri alla fine passano. E la sua memoria vaga di stagione in stagione. Ricorda Sergio Porrini («forte fisicamente e di piedi»), Minaudo («Era pappa 72
3 | GLENN
e i compagni
e ciccia con Porrini, e riusciva sempre a stuzzicarmi con una parolina tagliente. In una squadra capitano situazioni di questo tipo: ci si provoca per suscitare la reazione giusta. Lui sapeva quando e come doveva stuzzicarmi, e arrivava sempre al momento giusto. Io cercavo sempre di nascondere la mia reazione, ma non sempre riuscivo. Era proprio bravo, e in fondo anche divertente»), Ferron («Bravo, serio, metodico. Bravo, serio, metodico. Uno dei migliori portieri italiani anche grazie a quella persona straordinaria che era il preparatore Zaccaria Cometti. Bravo, sempre allegro. E quanto mangiava…»), Bordin («Era piccolo ma gran lottatore e colpitore di testa. Aveva anche un bel caratterino»). E poi Tebaldo Bigliardi e Marco Monti. Bigliardi, basta la parola e tutti lo ricordano. Uomo del sud, grande e guascone. Monti, va ricordato. Monzese, lo chiamavano «il piccolo lord», magrissimo, sempre elegante come, appunto, un lord. «Loro erano incredibili, un rapporto di odio e amore insieme. Non so quante volte Bigliardi riusciva a far incavolare Monti. Sembrava un teatrino: Bigliardi provocava, Monti rispondeva, a volte ridevano, a volte s’infuriavano. Bigliardi è un personaggio incredibile, molto più profondo di quel che potesse sembrare. È la persona che in tutti gli anni all’Atalanta mi ha fatto ridere di più». Fu Glenn invece a far ridere i compagni, e di gran gusto, il 15 dicembre 1990, quando il suo cavallo, Bix Bay, fu invitato nientedimeno che a correre il derby d’Europa, all’ippodromo di Tor di Valle. «Correvano cavalli di quattro anni provenienti da otto Paesi, e dalla Svezia ne venivano due. Una corsa importante ma nuova, e stranamente più facile rispetto alle corse che c’erano in Svezia. Il mio si era qualificato. Il concorrente svedese era forte, ci aveva già battuti anche in Svezia. Il cavallo italiano era forte, gli altri, svizzeri, francesi e tedeschi, non erano particolarmente quotati. Erano otto cavalli, in teoria non sarebbe stata una corsa così difficile. L’italiano era favorito, e nelle scommesse il mio cavallo veniva pagato quattro volte. Così dentro lo spogliatoio è nata una scommessa collettiva, mettendo una bella somma, sul mio cavallo. Ricordo che stavamo andando in trasferta a Parma e ci siamo fermati per vedere quella corsa in diretta televisiva. Io ero al cellulare 73
3 | GLENN
e i compagni
con quelli che erano a Roma a curare il mio cavallo. La corsa comincia e un cavallo nemmeno parte. Un altro quasi si ferma, o torna indietro. Alla fine erano in corsa solo quattro, cinque cavalli. Insomma, un’ottima occasione. Il mio sull’interno, dietro il battistrada. Era bloccato. Ultimo giro, cercava il modo per uscire e superare l’italiano, perché restando esterno ogni curva sono sedici metri in più da correre. Noi eravamo lì a guardare, tutti mi dicevano che eravamo secondi, io mi disperavo perché Bix Bay non riusciva a uscire. Invece esce a 50 metri dall’arrivo, ma sembrava non avesse spazio sufficiente per sorpassare. Invece, un fulmine. Ha vinto con tre, quattro metri di vantaggio. Eravamo sotto un viadotto a esultare. Tutti messi insieme avevamo giocato circa un milione a testa, poi avevamo messo qualcosa anche per i magazzinieri. Alla fine la giocata era stata di circa 25 milioni, per cui la vincita di un centinaio di milioni». Per la cronaca, il fantino Enksson fu premiato nientemeno che dal presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Che appare nelle foto dell’epoca ben felice di premiare lo svedese vincente. Chissà, magari la quota favorevole aveva convinto anche lui. «Fatto sta che dovevo andare a prendere i soldi in un’agenzia vicino ai Carabinieri di Bergamo Bassa. Arrivo, entro e vedo facce non troppo raccomandabili. Gente che mi saluta, ma decido di non tirar fuori niente. Due frasi di circostanza e me ne sono andato. Alla fine la società mi diede una mano, incaricarono una persona fidata che andò con due guardie e recuperò i soldi, li mise nella cassaforte dell’Atalanta e poi il giorno dopo li distribuii ai giocatori, a magazzinieri e ai massaggiatori. Erano tutti contenti». Un sistema di “redistribuzione” che Glenn non adotta solo coi proventi delle scommesse, ma anche all’interno dello spogliatoio. “Ricordo per esempio un massaggiatore, un signore che in settimana aiutava il grandissimo Cividini. A un certo punto gli fu chiesto di cominciare a seguire la squadra anche la domenica. Venne da me. “Glenn, adesso che faccio anche tutte le trasferte durante il campionato, vorrei chiedere qualcosina in più, ma come faccio? Puoi vedere tu cosa si può fare con la società?”. Vado. Per me, svedese, era normale. Qui, invece, si considerava 74
3 | GLENN
e i compagni
che ognuno aveva già il suo stipendio giusto, e che si fosse cominciato a metter mano al portafogli, poi tutti avrebbero chiesto di più. Io provavo, chiedevo per loro, senza, come sempre, che dovessi decidere io. Però poi trovai una soluzione che faceva contenti tutti. Quando si prendeva qualcosa extra, specialmente dopo vittorie particolarmente importanti, io andavo a prendere i soldi per tutti e toglievo il 20 percento a ogni giocatore. Così riuscivamo a darli ai massaggiatori, e a un po’ di dipendenti di Zingonia. Così tutti a Natale e a fine stagione avevano uno stipendio un più, che veniva da noi. Ricordo che dopo il mio ritiro, tornai a Zingonia e Luigi Crotti, il magazziniere dell’epoca, che aiutammo perché potesse sottoporsi a un intervento chirurgico all’estero, ogni volta che lo vedevo ancora mi ringraziava: “Adesso non è più come una volta”. Certo, qualcuno nello spogliatoio brontolava: “Sono soldi nostri, quanto hai tenuto stavolta?”. Discutevano, ma alla fine accettavano. “Per loro, era tanto. Mentre noi non ci saremmo accorti nemmeno della differenza”. Il racconto di Glenn sfiora anche un nome che ormai lega Bergamo, l’Atalanta e gli sportivi a un senso d’infinita tristezza: Federico Pisani. Chicco entra in prima squadra nel 1991/92, l’ultimo anno di Glenn, che lo ricorda così. «Era giovanissimo in quella stagione, ma si vedeva che aveva il calcio nelle vene. Veloce, tecnico, mai che si desse arie particolari». Con i giovani Glenn ha un rapporto particolare, da capitano. «Quando le cose non andavano bene, io tornavo sempre ai miei vecchi insegnamenti: fare le cose semplici. Specialmente nelle partite più difficili, come l’esordio in uno stadio difficile come magari poteva essere San Siro, San Paolo, l’Olimpico. Io dicevo ai giovani: godetevela, tanto può solo andar male. Ma cominciate facendo le cose semplici, e se vanno bene quelle rischiate qualcosa di più. Se invece cominciate subito a sbagliare, allora diventano difficili anche le cose semplici». È lo stile di Glenn: fare bene le cose semplici, è così che poi riescono le più difficili. Toglietela da un campo di calcio, questa regoletta, e vedrete: funziona anche nella vita. 75
L’Eco di Bergamo 6 febbraio 1992: Glenn rompe gli indugi e annuncia l’addio, e insieme la scelta di restare a vivere a Bergamo. Qui ha trovato compagni, amici e l’affetto della gente. Ma anche tante persone meno note che l’hanno fatto sentire come a casa.
4
GLENN
E IL DIETRO LE QUINTE I volti meno noti nel mondo del capitano
U
n calciatore è gol, è titoli sui giornali, interviste tv. Fama, tanti soldi. Tutto quel che l’immaginario collettivo appiccica addosso a questi ragazzi non è inventato dal nulla: c’ è. Ma poi c’ è anche la vita di tutti i giorni, fatta di piccole e grandi amicizie, conoscenze, episodi. La vita di Glenn a Bergamo è, ovviamente, così: divisa tra la ribalta e la voglia di stare in un angolo, lontano dagli occhi di tutti. Sapendo comunque che l’essere calciatore, e per giunta una delle stelle della squadra, è come un badge che apre mille porte. Insomma, facilita la vita. «Prima di raccontare però devo fare una premessa: sicuramente mi scorderò qualcuno, perché sono passati tanti anni. Quindi chiedo scusa in anticipo». Tipico dell’uomo. Fatta la premessa, il racconto può cominciare. «La cosa che più mi è piaciuta quando sono arrivato a Bergamo, magari si è già intuito dai capitoli precedenti, è che all’Atalanta si stava bene. Era una società di serie A, guidata da una famiglia importante come i Bortolotti, una squadra che era competitiva nel campionato più bello e 77
4 | GLENN E
il dietro le quinte
difficile del mondo… insomma qui eravamo al top. Nonostante questo, c’era un clima familiare. Certo, ognuno aveva il suo posto e il suo spazio ben definito, perché la realtà era giustamente professionistica e c’erano gerarchie precise. Penso che sia stato uno degli ultimi esempi di calcio ad alto livello gestito in quella maniera. Anche per questo i calciatori venivano così volentieri a Bergamo e magari si fermavano qui anche alla fine della carriera. Qui c’erano persone buone, a ogni livello. Sapete com’ è: nessun mezzo si può muovere bene su tre ruote. Serve anche la quarta. E qui all’Atalanta erano straordinariamente appassionati anche quelli che spingevano la quarta. Sempre disponibili, sempre pronti a farsi in quattro perché all’Atalanta i calciatori dovevano stare bene. Il rapporto tra la squadra e i massaggiatori, i magazzinieri, gli addetti della società, era sempre il più possibile rispettoso. Non facevamo i divi di serie A che si fanno servire perché tutto è dovuto. Specialmente all’inizio io avevo rapporti con Gianni Perico, che mi ha aiutato tanto a inserirmi nella città. Arrivi in un Paese straniero e non capisci facilmente come funziona tutto. Trovi la banca giusta, o banalmente una lavanderia. Ecco, Gianni Perico era fondamentale per me: partiva con la sua Vespa, tornava con un foglio da firmare, ripartiva. Mi è stato tanto utile specie i primi tempi. Erano piccoli aiuti, nei quali era bravissima anche la “storica” segretaria della società, Carla Marra. Non che si pretendesse chissà cosa. Adesso magari chiederebbero la lavanderia più bella della città. All’epoca a me bastava che me ne trovassero una, poi mi arrangiavo. E così con gli alloggi, non che volessimo ville stratosferiche: vivevamo tutti in appartamenti normalissimi. Su queste cose furono molto importanti anche Franco Morotti e Franco Previtali. Sono rapporti rimasti anche quando ho smesso di giocare. Anche oggi, per esempio con Carla, basta una chiamata, ed è sempre disponibile per un consiglio, un piccolo aiuto. Direi che sono persone amiche, nel vero senso della parola, ecco. E loro sono stati una componente fondamentale quando ho scelto di rimanere a Bergamo. Una volta sì, c’ è stato un approccio con la Roma di Eriksson, e in un’altra stagione con il Genoa. In entrambi i casi già 78
4 | GLENN E
il dietro le quinte
a gennaio sapevo che volevo rimanere, non volevo perdere tutto questo, che c’ è anche adesso. Persone che magari non sento spesso, ma sono rapporti talmente saldi e forti che anche oggi basta una chiamata e sono tutti disponibili. Insomma, era solo apparentemente l’ultima ruota del carro: funzionava tutto talmente bene che alla fine anche i giocatori erano molto ben disposti nei confronti di tutti loro». Dentro l’Atalanta erano tante le ruote che giravano negli ingranaggi. E Glenn ha una parola per tutti. I fisioterapisti e i preparatori, per esempio. «Feliciano Di Blasi era preciso, bravo. Ha fatto una buona carriera. Poi arrivò Arnaldo Longaretti, un ragazzo con tantissime idee, molto moderne. Con lui abbiamo fatto un passo avanti anche rispetto a quel che facevo prima in Svezia e in Portogallo, dove l’allenatore si occupava pure della parte atletica. Qui invece questi personaggi avevano una grande importanza, perché essere preparati nella maniera giusta è fondamentale. Oltretutto, poveretti, da noi giocatori ne sentivano di tutti i colori. La loro parte di allenamento è quella faticosa, e non tutti hanno sempre voglia di farla come si deve, anzi. Soprattutto il lunedì, quando arrivi dopo la partita e devi scaricare la fatica con la corsa leggera, lo stretching. Voglia, zero. Questi preparatori si sentivano mandati a quel paese, ma dovevano avere pazienza perché il loro obiettivo era riuscire a farci fare il lavoro programmato. Quindi si tappavano le orecchie, e buonanotte». Poi tocca per due stagioni a Giorgio Parretti, che anche oggi è protagonista nel mondo del calcio nelle vesti di apprezzato agente Fifa. «Anche lui era molto molto preparato, tutti facevano alla perfezione il loro lavoro. Io odiavo fare stretching, ma da professionista lo dovevo fare, anche per trascinare i compagni che magari erano più propensi a sorvolare su certi esercizi. Questo è l’unico aspetto su cui Parretti mi stuzzicava: il lunedì mattina, quando c’era da fare stretching, non mi vedeva molto professionale perché poche ore dopo la partita pensavo solo alla sconfitta o alla vittoria, e non volevo sentir parlare di stretching. Comunque ci sentiamo spesso anche adesso, e per fortuna non parliamo di stretching, ma discutiamo di altri aspetti di lavoro». 79
4 | GLENN E
il dietro le quinte
Poi un anno con Ferretto Ferretti e nel 1991 arriva Marco Rota, il figlio del grande Titta. «Con lui ho legato davvero tanto, anche per via delle sue palestre. L’anno che avevo l’infortunio al collo, Marco Rota è stato fondamentale per me. Avevo perso l’80% della forza muscolare, allora d’estate sono rimasto a Bergamo e ho lavorato con lui tutti i giorni. Mi ha spronato a mettercela tutta, perché dovevo risvegliare tutte le parti del braccio destro e del collo che erano rimaste ferme per via dell’infortunio, senza sapere se sarei riuscito a tornare in campo. Non mi volevo ritirare da infortunato, e abbiamo lavorato per tantissime ore, con un caldo insopportabile. Anche per via di quel periodo lui è diventato un punto di riferimento fondamentale per me. Vado sempre da lui quando ho problemi fisici, anche perché lui ormai conosce a memoria la “mappa” di tutti i miei acciacchi». E poi i massaggiatori. Uno su tutti, un mito: Renzo Cividini. «A Renzo Cividini ho sempre voluto un gran bene, e lui ne ha sempre voluto a me. Quella sera dell’ultima partita, piansi con Achille Bortolotti. Ma non erano quelle le ultime lacrime, per me. Scesi negli spogliatoi, per la doccia. Incontrai Renzo, per l’ultimo massaggio. “Eh Renzo - gli dissi - quante volte hai fatto queste gambe? E poi ti ricordi, che hai imparato a fare taping?”. Loro avevano qui soltanto le fasciature di stoffa, con un po’ di colla. Io all’inizio lo facevo da solo, al Benfica me le faceva Eriksson. Lui mi guardava e io negli anni insegnai a Cividini a fare quelle fasciature diverse. Gli dissi: “Adesso non lo devi più fare, il taping. Oggi è stata l’ultima volta”. E giù lacrime, di entrambi. Però erano lacrime anche di gioia. Per avere fatto una carriera come la volevo io, per essere stato in campo l’uomo che volevo essere, per aver smesso come volevo io, nel pieno della forma, con una scelta che era solo mia e non di altri che cominciano a dire che sei vecchio, che è ora che smetti. Ho smesso io, quando e come ho voluto». Un elemento fondamentale all’interno della società porta il camice bianco. Il dottore. «Il responsabile dello staff medico era il professor Tagliabue, ma sul campo c’era Attilio Riva. Poi sono arrivati Amedeo 80
4 | GLENN E
il dietro le quinte
Amadeo e Aristide Cobelli. Il lavoro del dottore è molto importante in una società di calcio, ma qui c’era con loro un rapporto speciale. Tra giocatori e medici c’era totale integrazione, e non è sempre così nelle squadre. Riva mi piaceva moltissimo per la sua calma. Sembrava sempre tranquillo, e questo dava sicurezza. Lo prendevo in giro: “Ma se uno si fa male in campo, quanto ci metti ad arrivare?”. Lui sorrideva, gli piaceva che si notasse questo suo atteggiamento così sereno. Quante cene a casa sua, con la sua famiglia». Poi Amadeo. «Un simpaticone, raccontava mille barzellette, in una giornata parlava il doppio di una persona normale. Anche con lui scherzavo: gli dicevo sempre che non sembrava proprio il classico medico». Infine Cobelli. «A lui, per via degli infortuni, ho dato più lavoro che ai suoi predecessori. Anche dopo il calcio è sempre stato disponibile, come Marco Rota, per aiutarmi a risolvere i guai fisici. Gli anni passano, ma il suo aiuto no. Anche con lui c’era uno scherzo: gli chiedevo come si chiamasse il tal giocatore, o quell’altro. Non ne azzecca mai uno. Mentre Riva e Amadeo erano grandi appassionati di calcio, Cobelli era più distaccato. Gli piaceva stare con noi, era attentissimo al suo lavoro, ma non mangiava pane e calcio». L’album dei ricordi di Glenn adesso approda sulle sponde del lago d’Iseo. Perché è anche lì che Glenn va a sistemare il fisico, quando sente qualche scricchiolio di troppo. «Lì c’ è la sauna Sarni, di Samuele e di sua moglie Laura. È un massaggiatore che ho conosciuto durante il primo ritiro. Lui era stato aggregato alla squadra per dare una mano ai massaggiatori “titolari”. Era bravissimo, tanto che massaggiava persino il grande ballerino Rudolf Nureyev. Una persona sempre molto disponibile, che lavora con i sistemi tradizionali. Un ragazzo sveglissimo e che non ti nasconde niente. Già in quegli anni mi ha parlato chiaro sulla situazione della mia schiena, e grazie a lui abbiamo sistemato alcuni problemi, dovuti al fatto che nell’adolescenza ero cresciuto venti centimetri in un solo anno e che erano destinati a peggiorare». A Sarnico è legato anche il ricordo di Roby Lavelli. «Era un amico inseparabile di Cesare Bortolotti, una persona disponibilissima, sempre pronta ad aiutarmi in 81
4 | GLENN E
il dietro le quinte
tantissime situazioni. Lo ricordo con tantissima gratitudine». I calciatori, si sa, hanno i loro punti di riferimento. Piccoli recinti rassicuranti, anche per la vita fuori dal campo. Glenn non sfugge a questa regola, anche per l’alimentazione. «Un ristorante che frequentavo molto spesso era “Le Stagioni” di Orio al Serio. La famiglia Zanchi al completo è sempre stata meravigliosa con me. Stefania e Gianmaria, i figli Diego e Cristiano. Potevo sempre appoggiarmi a loro, anche con orari strani. Specie all’inizio. In Svezia si cena alle cinque del pomeriggio e ogni tanto arrivavo da loro anche prima delle sette di sera, quando avevano appena aperto. Oppure se arrivavo con venti persone all’ultimo momento… potevo entrare e uscire come volevo, tante volte ho mangiato con loro, prima che cominciassero a lavorare. Certo, sono sicuro che ho ripagato Gianmaria di tanta amicizia, perché l’ho convinto a provare il golf, e non avrei mai pensato che avrebbe imparato. Invece adesso ha grande passione, ed è diventato più bravo di me». Da Orio a Città Alta. Una manciata di chilometri, ma la stessa amicizia Stromberg la crea con la famiglia Panattoni. Per tutti, la famiglia della Marianna e del Pianone. Enrico, Mirko, Marzio, e Fabrizio, che tutti chiamano Popi. «Lui è il primo che ho conosciuto. Io adoravo Città Alta, e trovavo questo posto così accogliente. I loro ristoranti sono finiti anche nei miei libri di ricette italiane che ho pubblicato in Svezia. Anche da loro ho sempre portato gruppi, troupe televisive, sempre con la massima disponibilità, una disponibilità che ho trovato anche alla Pizzeria San Vigilio, sempre pronti a venirmi incontro su tutto». Poi Vittorio, con la sua famiglia: la signora Bruna, i figli Francesco, Enrico, Roberto, Barbara e Rossella. Vittorio: a Bergamo, basta la parola. «Siamo stati lì con alcuni amici un anno nei giorni attorno a Natale. Invece di tornare io in Svezia, erano venuti loro in Italia. Quel giorno nevicava di brutto, e usciamo da casa a Ponteranica per andare a mangiare da Vittorio. Parto con la Giulietta che avevo all’epoca, era già mezza scassata e non sarebbe stato grave darle una botta in più. Volevano andare lì perché in Svezia c’ è questo salmone fantastico, appena affumicato 82
4 | GLENN E
il dietro le quinte
in questi forni antichi. Tutti a Bergamo volevano questo salmone, così avevo promesso a Vittorio che glielo avrei portato, perché era curioso di provarlo. Partiamo con questi amici, giro la curva al palazzetto dello sport, e arrivo da Vittorio. “Dove sono i salmoni?”, chiedo agli amici. Ne avevamo almeno due o tre chili. Nessuno aveva questi salmoni, ma io ero sicuro che li avevo portati fuori da casa. Insomma: uno dei miei amici mentre apriva la macchina aveva appoggiato i salmoni sul tetto, che era pieno di neve. Esco, ma sul tetto della Giulietta non c’era niente. Così torno indietro. Arrivo alla rotonda del parco Suardi, e in mezzo alla neve vedo che spunta qualcosa. Probabilmente lì la neve sul tetto ha ceduto e i salmoni sono caduti. Infatti quella che spuntava era la busta con i famosi tre chili di salmone, e Vittorio ha potuto prepararci quella benedetta cena». «Il giorno dopo, sarà stato il 26 dicembre, dopo pranzo decidiamo di fare un giro in Città Alta. Arriviamo su, e troviamo ovviamente tutto chiuso. Passiamo davanti al Sole, dove sono stato tantissime volte grazie all’amicizia della famiglia Di Pilato. Vedo le luci accese e dentro una grande tavolata con venti persone che festeggiavano e mangiavano. Allora bussiamo. “È aperto?”. “Te set mat, Glenn? È Natale, questa è la festa della nostra famiglia. Non siamo aperti”. Mi hanno risposto così. “È che siamo in giro, è tutto chiuso…”. Allora succede questa cosa bellissima: “E allora venite dentro con noi”. Ai miei amici pareva troppo strano che ci invitassero a partecipare a una festa di famiglia, non sapevano se fosse il caso di “invadere” una situazione così privata, ma allo stesso tempo erano anche molto contenti dell’invito. E così siamo entrati e siamo andati via che era ormai sera tardi, siamo rimasti per tutta la cena mangiando e cantando. Prima le canzoni italiane di Natale, poi quelle svedesi. Quando sono finite le canzoni di Natale, abbiamo attaccato altre canzoni, tanto nessuno capiva il significato delle parole. È stata una giornata stupenda, che fa capire come questa città mi abbia fatto sentire parte di una grande, grande famiglia». Quei giorni di Natale sono tosti, per lo stomaco di Glenn. Perché 83
4 | GLENN E
il dietro le quinte
un paio di giorni dopo, la truppa svedese torna in Città Alta, stavolta a pranzo da Marzio Panattoni, al Pianone. «Prima abbiamo pranzato nella grande sala, con una bellissima giornata e una gran vista, come al solito. Ma avevo già visto in precedenza che sotto avevano una bellissima cantina, antica, dove loro tenevano vini di grande qualità. Adesso c’ è una bella e comoda scala, ma all’epoca si scendeva da una botola. Insomma, volevo far vedere ai miei amici questa cantina. Scendiamo giù alle tre del pomeriggio, più o meno. E cominciano subito a farci assaggiare un vino, poi un altro, poi arrivano formaggi, salumi, grappe. Siamo risaliti da quella cantina alle nove, e ci siamo fermati a cena di nuovo al Pianone. E per fortuna che prima di riprendere gli allenamenti avevo qualche giorno di relax, altrimenti sarebbe stata durissima…». Altri punti di riferimento di Glenn, sempre in Città Alta, erano prima di tutto il Bar dell’Angelo (appuntamento fisso del lunedì sera) e poi il Caffè del Tasso e anche il bar Botticelli, che all’epoca era gestito da Simone Vigani. «Andavamo lì di sera e allora per non far torto a nessuno stavamo un’ora da una parte e un’ora dall’altra, per poi fermarci dove c’era più gente, o dove c’erano più ragazze…». Il cibo, come s’intuisce, è una grande passione di Glenn. Non a caso in Svezia non ha mai pubblicato una vera biografia, ma due libri in cui racconta i suoi anni in l’Italia: il calcio e la cucina. Due grandissimi successi. E tra le sue cucine preferite a Bergamo c’ è anche quella di Ettore Agazzi. Una volta padrone di casa dei “4 Piantoni”, divenuto poi il “grande capo” dell’Osteria degli Assonica. «Andavo lì spessissimo con la famiglia, anche in occasione delle feste. Lui una volta mi è stato di grande, grande aiuto. Era l’ultimo dell’anno, ma eravamo tutti ammalati. Era impossibile mettersi a cucinare per il cenone, ma in casa sarebbero arrivate venti persone. Ho chiamato lui, disperato. Ed Ettore è stato fantastico, mi ha preparato una serie di teglie piene di cibo buonissimo, perfetto, che abbiamo poi servito al cenone di san Silvestro». Glenn è svedese, ma gusta molto la cucina bergamasca. «Quando avevo voglia di casoncelli, polenta ovviamente taragna, e brasato, il mio punto di 84
4 | GLENN E
il dietro le quinte
riferimento era “Ornella”, in Città Alta, perché ero amico di Chicco Midali e di suo fratello Alberto». Ma negli anni di Glenn a Bergamo ci sono due storie meravigliose, i cui protagonisti sono anonimi. Non perché Glenn non voglia svelarne il nome, ma proprio perché il nome è ignoto. In entrambi i casi c’entrano le automobili. La prima è una Ferrari 208 GTS rossa fiammante. Glenn la acquista nel 1985 a Cormano, nei pressi di Milano, dopo che Previtali aveva organizzato tutto. Con lui c’ è Donadoni e tornano a Bergamo insieme. Poi, il giorno dopo, va a Milano a cena. Chilometri percorsi complessivamente: poco più di cento. Velocità massima raggiunta: non più di 130 orari, per via del rodaggio che consigliava prudenza sul pedale. Brividi provati: zero, avendo lasciato a riposo gran parte dei cavalli custoditi sotto il cofano. Macchina da un’ottantina di milioni di lire dell’epoca. «Quel weekend era arrivato un mio amico dalla Svezia, che lavorava per IBM e aveva una conferenza a Milano. Così lo accompagno. Solo che lui aveva una valigia Samsonite enorme, che nel bagagliaio della Ferrari non ci stava. Così abbiamo dovuto smontare il tetto, e lui ha viaggiato con questa valigia sulle gambe. Fermi a un semaforo di Ponteranica, ci affianca un autobus pieno di giapponesi. Scarica di flash, ci hanno fotografati tutti. Comunque, arriviamo a Milano, allo Sheraton Hotel. C’era un garage sotterraneo, ma stavano facendo dei lavori e non mi sembrava particolarmente sicuro. Così ho parcheggiato questa Ferrari proprio davanti all’albergo. C’erano due portieri che subito mi avevano avvisato: “Qui non si può parcheggiare la macchina”. Ma insomma, io di metterla là sotto proprio non avevo intenzione. Così ho detto loro che ero lì per una conferenza e li ho convinti a chiudere un occhio. Facciamo questa conferenza, andiamo fuori a mangiare e torniamo. Arrivo lì, la Ferrari non c’ è più. Guardo sull’altro lato, magari ricordavo male. Non c’ è. Torno dal mio amico, pensando che mi avesse organizzato uno scherzo e fatto spostare la Ferrari. Niente. Vado dai due addetti dell’albergo. “La macchina… era qui, l’ho parcheggiata qui… ricordate no? Stromberg…”. Uno dice: “Ah, io non c’ero”. L’altro 85
4 | GLENN E
il dietro le quinte
ricordava ma insomma nessuno dei due aveva visto niente. Vado alla polizia, non ricordavo nemmeno la targa. E il poliziotto mi dice: “Se la troviamo stasera bene, altrimenti non la rivedrà più questa Ferrari”. La mia risposta fu molto ingenua: “Non si preoccupi se non la trova già stanotte, so bene che è difficile, va bene anche in settimana”. Lui sorride: “Se uno l’ha presa per fare un giro la troviamo stasera, ma non è molto probabile. Altrimenti non la troviamo più”. E infatti, passano le settimane, e della 208 GTS rossa fiammante non si hanno più notizie. Glenn, con tutta la squadra, va un pomeriggio al carcere di via Gleno, per una di quelle partitelle con i detenuti che ogni tanto coinvolgevano l’Atalanta. «Io ero infortunato, quindi non potevo giocare e mi ero seduto sulla piccola tribunetta, in mezzo ai detenuti che non partecipavano alla partita. Parlavo con loro, raccontavo tutte le cose del calcio e uno di questi, dopo un po’, mi dice: “Guarda che adesso faccio un paio di telefonate, per vedere se la tua è ancora in Italia. Vediamo se riusciamo a fermarla”. All’inizio non ho capito. “Eh? Cosa? Fermare cosa?”. “Tu sei Stromberg, ti hanno rubato la Ferrari no?”. “Sì, e allora?”. “Ti chiamo io, domani o dopodomani”. Dentro di me non ci ho nemmeno più pensato. Sta di fatto che una mattina mi squilla il telefono di casa, il cui numero era praticamente segreto. Ce l’avevano soltanto i miei familiari e pochissimi amici, tant’ è che quando suonava quel telefono quasi quasi c’era da preoccuparsi che non fosse successo qualcosa di negativo. Insomma, suona e rispondo. “Sono io, abbiamo parlato l’altro giorno in carcere. Volevo dirti che ho sentito, ma a Genova ci sono ferme due Ferrari nere e una gialla, ma la tua è già in America. E purtroppo non c’ è niente da fare”. Ero stupito e gli ho chiesto come avesse fatto ad avere questo numero che non aveva nessuno. Mi ha risposto che lui era in carcere, che ne aveva fatte di tutti i colori, si era infiltrato a destra e a sinistra e che a lui bastava un niente per trovare un numero di telefono». Passa qualche anno, e la Ferrari rispunta. «Un giorno mi chiama un’assicurazione americana, dicendomi che nel New Jersey, vicino a New 86
4 | GLENN E
il dietro le quinte
York, era stata trovata in un garage una Ferrari rossa, e che dalle targhe risultava che era appartenuta a me prima di passare all’assicurazione che mi aveva rimborsato per il furto. Insomma, io però avevo il primo diritto di opzione per riacquistarla. Ma non mi interessava più, avevo già riacquistato una Porsche, e non avevo più voglia di avere una Ferrari. Però l’hanno trovata lì, con poco più di mille chilometri percorsi. Significa che avevano avuto problemi a rivenderla». L’anonimo detenuto aveva visto giusto: la Ferrari di Glenn era partita da Milano e aveva scavalcato l’Atlantico. Altro giro, altra storia. Altro anonimo e altra macchina. Succede nella pausa pasquale del 1985. Glenn resta a Bergamo, e di nuovo arrivano tre amici dalla Svezia. Bergamo semideserta, mentre a tre ore di macchina a sud, a Montecarlo, si gioca la finale del torneo internazionale di tennis. E in campo c’ è un amico di Glenn, Mats Wilander, contro una leggenda del tennis: Ivan Lendl. «Andiamo? Andiamo. Ma mi serviva una macchina, perché in quel periodo avevo una Porsche, e non era il caso di usarla per un viaggio così in quattro, e la vecchia Giulietta che non era in buone condizioni. Così siamo andati a cercare un autonoleggio dove ho trovato solo una Ritmo. Prima di partire andiamo in questo ristorante di Santa Caterina, “La dispensa degli zii” che noi chiamavamo “Gli zii”. I miei amici si fanno una, due, tre birre. Dopo un po’ entra un signore, che vedevo spesso in quel ristorante, che mi saluta. Io sapevo solo che era un manager del ciclismo e non avevo idea di come si chiamasse. Parliamo un po’, e gli racconto che stavamo per partire per Montecarlo con questa Ritmo, che ci sembrava un po’ una macchina del cavolo, però avevamo trovato solo quella. E lui, senza pensarci un attimo: “Guarda, io ho quel Bmw nuovissimo, grande, automatico. Vado a farti il pieno di benzina e te lo lascio. Me la ridai quando tornate”. Io ero perplesso: non sapevo nemmeno chi fosse. Ma i miei amici erano entusiasti: l’idea di viaggiare su quella macchina stupenda anziché sul trabiccolo noleggiato li esaltava, e insistevano perché accettassi. Così, insomma, prendiamo questa Bmw e partiamo per Montecarlo». Montecarlo è una parola grossa, perché il viaggio si trasforma in una 87
4 | GLENN E
il dietro le quinte
sorta di epopea infinita. «Succede che quando arriviamo a Milano, uno degli amici s’inventa che voleva fermarsi a Linate per cambiare l’orario del suo volo di rientro perché aveva un esame. Gli altri non volevano fermarsi, ma col fatto che io conoscevo qualche addetta degli uffici della Scandinavian Airlines, potevamo fare tutto abbastanza rapidamente. Insomma, ci fermiamo ed entriamo solo io e l’amico che doveva cambiare il biglietto. Fuori, in maglietta e calzoncini perché per gli svedesi il clima che c’ è qui in primavera è già caldissimo, sono rimasti i miei due amici. Portiere spalancate, birra in mano, qualche vestito di ricambio buttato in una borsa della spesa. Torno, e trovo tre carabinieri attorno alla macchina, che mi chiedono chi fosse il responsabile della Bmw, perché avevano già chiesto agli altri, ma non parlavano italiano. “Sono io il responsabile… è mia la macchina”, azzardai la risposta. “Ah, ci dia il libretto”. Allora ho dovuto subito precisare: “Sì, sì. Però non è mia la macchina. È di un mio amico che me l’ha data perché dobbiamo andare giù a Montecarlo…”. “Ah. E come si chiama questo amico?”. “Eh… non lo so. È strano, però non lo so”. “Cioè – mi dice il carabiniere – lei ha un amico che le presta una macchina come questa per andare a Montecarlo, ma non sa come si chiama questo amico?”. “Eh, non lo so come si chiama”. Insomma, andiamo dentro l’ufficio. Consegno la patente, ma era un guaio perché non sapendo chi fosse il proprietario non potevo nemmeno immaginare come raggiungerlo al telefono. Allora dico: “Guardate, gioco a calcio nell’Atalanta, se mi fate chiamare in sede di sicuro c’ è qualcuno che può spiegare e garantire per me”. Allora chiamo, per fortuna trovo Randazzo, spiego questa storia assurda, e dopo la rassicurazione di Randazzo i carabinieri si fidano. Ma mi chiedono il passaporto, che avevo dimenticato a casa. “Come fai a passare la frontiera senza il passaporto?”. Niente, via da Linate torniamo a Bergamo a prendere questo benedetto passaporto, poi ripartiamo per Montecarlo. Arriviamo che era tarda sera e cerchiamo un albergo per la notte, ma era tutto strapieno. Dopo un po’, decido di chiamare Wilander per chiedere aiuto, e lui mi dice di andare nel 88
4 | GLENN E
il dietro le quinte
suo albergo, dove, ma solo perché lo chiedeva Mats, ci concedono di dormire sui divani. Poi però a Wilander viene l’idea di chiedere a uno degli organizzatori del torneo, che doveva consegnargli un premio per il fair play, e questo organizzatore a mezzanotte riesce a far saltar fuori due camere. Così andiamo in quest’altro albergo fantastico di Montecarlo la sera prima della finale, “raccomandati” da Wilander. Entriamo, e questi sgranano gli occhi quando vedono i miei amici vestiti sì bene, perché nel frattempo si erano cambiati, ma col bagaglio fatto con la borsa della spesa. Una figura imbarazzante, che Wilander più volte si è divertito a ricordarmi. Comunque, dormiamo e vediamo la finale, che Mats perde contro Lendl. Dopo la finale però dovevo pagare il conto dell’albergo, che era già stato saldato da Wilander. Quindi dovevo a lui la cifra, e per non fare troppo tardi col rientro sono sceso subito negli spogliatoi con un pass che mi ha dato il suo allenatore, per dargli questi soldi. Insomma, arrivo in questo corridoio stretto, e sento la voce di Lendl che sta litigando con qualcuno dell’organizzazione. Tra l’altro in quella finale aveva mezzo rubato alcuni punti a Wilander, che non si lamentava mai. Tutte le palle dubbie di quella partita erano finite a favore di Lendl. Che non era proprio simpatico. Entro nel corridoio, e mi ritrovo Lendl che mi viene incontro, camminando come una furia. Veniva via persino senza aver fatto la doccia. Insomma nel corridoio tutti e due non potevamo passare, ma io continuavo a camminare, facendo finta di non vederlo. Lendl arriva, pensando che io gli avrei dato spazio. Invece io faccio finta di non vederlo, non mi fermo né mi scosto e pam! Una spallata talmente forte che gli ho scaraventato in terra il borsone con tutte le racchette. Lendl mi ha fulminato con lo sguardo, io ho balbettato un “scusa, scusa non ti ho visto” e ho tirato dritto verso lo spogliatoio di Wilander. Ma gli stava bene, io ero arrabbiato per come si era comportato in campo. Poi siamo rientrati con un viaggio assurdo nella nebbia e ho riconsegnato la macchina al proprietario il giorno dopo». Bmw salva, proprietario anonimo e ignaro di tutto. Se ha letto e ricorda, adesso sa. Cosa ci vuol fare, caro lei: sono ragazzi. 89
L’Eco di Bergamo 24 gennaio 1990: lo sgarbo del Milan in Coppa Italia genera il piÚ forte scontro di Glenn con gli avversari. Dopo il fattaccio abbandona il campo, mandando a quel paese tutti, arbitro compreso.
5
GLENN
E GLI AVVERSARI L’avventura in una galassia di stelle
R
ossi, Platini, Boniek. Solo nella Juventus. Passarella e Socrates nella Fiorentina. Rummenigge e Altobelli nell’Inter. Dirceu nel piccolo Ascoli. E ancora: Zico nell’Udinese, Laudrup nella Lazio, Wilkins e Hateley nel Milan, Junior nel Torino, Briegel ed Elkjaer nel Verona. E poi lui, il più grande di tutti: Diego Armando Maradona. Glenn Stromberg arriva in Italia e non trova un campionato, trova una galassia di stelle. Una concentrazione di fuoriclasse oggi impensabile per qualsiasi competizione, per un solo motivo, facile facile: nel 1984-85, i più forti erano tutti qui, in serie A. Il-cam-pio-na-to-più-bel-lo-delmon-do. Lo dicevano tutti, ed era così, indiscutibilmente. Basta scorrere le formazioni dell’epoca per trovare piedi sopraffini e grandi talenti in quasi tutte le formazioni. Persino due delle retrocesse, Ascoli e Lazio, schieravano elementi di un altro livello. «Sono arrivato in Italia e mi sono ritrovato davanti tutti questi “mostri” del calcio. I giornali parlavano solo di loro, le televisioni parlavano solo di loro. Tutti i riflettori erano puntati lì. Sembravano 91
5 | GLENN E GLI AVVERSARI
ostacoli insormontabili, gente di un livello per noi irraggiungibile. Poi però stando lì, sul campo, affrontandoli da vicino, mi sono accorto che non era poi così impossibile confrontarsi. Mi sono reso conto che, insomma, la distanza non era così incolmabile come pareva vivendo il calcio dall’esterno. Certo, alcuni sono stati super giocatori, ma per otto anni sono riuscito a stare in mezzo a loro. Tanti erano più bravi e più talentuosi di me, comunque la differenza sembrava molto più ampia da quanto appariva dai media che in campo. Chiaramente Maradona, Platini e gli altri avevano pagine e pagine sui giornali, e di noi si parlava poco. Però era bello leggere quei titoloni e pensare, dentro di me: “Dai, poi ci vediamo in campo e vediamo come va a finire, perché lì non ci sono giornali e tv a far gol”». Il racconto di Glenn parte dall’inizio. E i primi avversari in Italia non sono Platini, Maradona o Socrates. Sentite che musica: Paese; Parpiglia, Frappampina; Tortorici, Scoppa, Bordin; Frigerio, Biondi, Chimenti, Bizzotto, Traini. Allenatore: Pinna. Insomma, una squadra di sconosciuti. È il Taranto, che l’Atalanta affronta il 22 agosto nel primo turno di Coppa Italia. Dieci minuti, e Glenn fa gol. Una rete che dovrebbe fruttargli un premio speciale di 100 bottiglie di vino messe in palio da uno sponsor per il primo gol di tutta la Coppa Italia di quell’anno: «Forse era Caniggia lo sponsor, visto che, come il suo orologio, quel vino lo sto ancora aspettando». «C’era molto molto caldo, loro erano in serie B e non erano forti, tanto che quell’anno sono anche retrocessi. Ma per noi non fu affatto facile, infatti la partita è finita 2-2. Lì ho capito subito una cosa: in Italia giocare in casa è diverso che altrove, e l’atmosfera casalinga dà alle squadre una forza in più, che permette di ridurre le distanze dagli avversari più forti. Per me questa era una piccola novità, perché in Svezia l’atteggiamento delle squadre non cambiava molto giocando in casa o fuori, e anche perché il pubblico non era mai così numeroso. Diciamo che non esisteva il famoso dodicesimo uomo in campo. E questa differenza non si avvertiva così forte al Benfica, che vinceva facilmente in casa e 92
5 | GLENN E GLI AVVERSARI
non aveva particolari problemi anche a vincere fuori». Quell’esordio non fu traumatico per l’approccio col calcio italiano e i campi del sud: il problema è che Glenn si ruppe un braccio. «Ho anche provato a restare in campo, niente da fare. Così sono uscito all’inizio del secondo tempo ed è arrivata l’ambulanza di Taranto. Salgo, avevo veramente tanto male, e arriva questo infermiere che con una voce cavernosa mi dice: “Stromberg, calma, calma. Ho un fratello che fa il pugile, fai vedere a me che capisco cos’hai”». Che poi avere un fratello pugile non è esattamente il titolo richiesto per intervenire d’urgenza sulle fratture alle braccia. «Io, piccolo svedese, non sapevo cosa dire. Però pensavo che, insomma, prima di dire cosa avesse il mio braccio bisognava magari vedere delle lastre. Invece questo non aspetta niente, me lo prende e me lo tira. Avessi avuto libero l’altro braccio, penso che avrei abbattuto l’infermiere con un pugno sul muso, tanto era forte il dolore. Gridavo talmente che l’infermiere si è spaventato e ha mollato tutto di colpo: “Eh, forse è rotto, forse è rotto”». Casomai non fosse stato completamente rotto, l’energumeno dell’ambulanza aveva completato l’opera. «Poi siamo andati in ospedale, e lì mi hanno messo il gesso. Quel ricordo resterà incancellabile nella mia memoria: il primo avversario che mi ha fatto veramente male in Italia non è stato un calciatore ma quell’infermiere col fratello pugile». Dal piccolo ma battagliero Taranto, all’Inter in casa. Una squadra di mostri, con il Comunale trasformato in un muro di 43.426 tifosi. Un record rimasto imbattuto. «L’Inter era una squadra che io sognavo di incontrare già prima di venire in Italia, ma avevo questo braccio rotto e non ero così sicuro che sarei riuscito a scendere in campo. Alla fine fu possibile, grazie a una cosa che non avevo mai visto prima. Una specie di fasciatura in cuoio, molto molto forte, con gli elastici che la tenevano ferma. Dentro la fasciatura, per tener fermo il braccio, dovevano esserci anche due stecche di ferro. Solo che per giocare con quell’armatura serviva l’ok dell’arbitro. Io ci stavo andando con tutto quanto. “Sei matto?”, mi fermarono. “Togli il ferro”. Altrimenti non mi avrebbe lasciato andare 93
5 | GLENN E GLI AVVERSARI
in campo». Tanto più che a dirigere quella gara non c’era un signor nessuno, ma un certo Carlo Longhi, uno dei principi del fischietto. «Le stecche le ho messe dopo il giretto dall’arbitro. Comunque, nella gioia di giocare una partita così, davanti a così tanta gente, quasi mi scordai di aver il braccio in quelle condizioni. Così andai a prendere un fallo laterale dopo una decina di minuti, scordandomi di non poter muovere quel cavolo di braccio. Sentii un dolore fortissimo. Alla fine quell’1-1 mi ha confermato l’impressione di Taranto: in Italia una squadra anche se è tanto più debole dell’avversaria, la può far soffrire. E così come il Taranto ci aveva fermati sul 2-2, noi abbiamo fermato sull’1-1 l’Inter, piena di campioni». L’occhio di Glenn scorre le partite, una dopo l’altra. Ogni nome, un ricordo. C’ è un Napoli-Atalanta che fluttua nella memoria. Difficile incastrarlo al posto giusto, nel grande fiume del tempo che scorre. Il fatto inciso nella memoria di Stromberg non è avvenuto in campo, dove tutto viene “registrato” con grande precisione dalle menti dei giocatori ma sotto il campo. Negli enormi, infiniti sotterranei del San Paolo. «Io facevo sempre un piccolo riscaldamento da solo prima di farlo con il resto della squadra, e quella volta mi misi in un angolo dei sotterranei del San Paolo che sembrano un po’ delle catacombe rivestite d’argilla. Avevo imparato a fare un piccolo gioco, palleggiando con la testa, poi con una spalla, poi ancora con la testa. Niente di speciale, ma mi divertiva farlo. Anche perché là sotto è difficile trovare uno spazio lungo almeno trenta metri, dove mettersi a correre. Insomma, sono lì che faccio questa cosa e mi passa a fianco proprio lui, Maradona. Ci salutiamo, senza troppa confidenza perché dopo poco c’era la partita. E si dirige verso una colonna. Questa colonna sembrava rotta, nel senso che arrivava su vicino al soffitto, ma tra la sommità della colonna e il soffitto c’era uno spazio di circa un metro. Non so se si era rotta, o se l’avevano fatta così. Fatto sta che c’era. Lui si mette lì vicino e inizia a palleggiare. Poi colpisce la palla con l’esterno. La palla va su, la parabola è così perfetta che permette alla palla di infilarsi nello spazio tra colonna e soffitto e di 94
5 | GLENN E GLI AVVERSARI
ricadere dall’altra parte. Io stavo lì, a 15 metri, e mi sono fermato a vedere cosa faceva. Pensavo: adesso la ferma. Invece no: Diego guarda la palla come una foca del circo e la colpisce di nuovo, stavolta con l’interno. A me fa male il ginocchio solo immaginando un movimento del genere. Incredibile: la palla cambia il suo senso di rotazione, e percorre la sua parabola al contrario. Passa ancora, perfettamente, tra la colonna e il soffitto. Giuro: mentre la palla fa il suo percorso, Diego si gira e chiede una bottiglietta d’acqua al suo massaggiatore Carmando, quello che poi divenne famoso per la monetina di Alemao, qui a Bergamo. Non mi pareva vero: tracannava questa acqua mentre la palla gli tornava giù e a forza di roteare non sembrava più nemmeno rotonda. La ferma? No: la colpisce ancora una volta, di nuovo d’esterno per invertire ancora il senso di rotazione, e la rimanda su, tra colonna e soffitto. All’inizio stavo lì a guardare un po’ così, distante. Ma la terza volta, giuro, ho pensato di aver visto una cosa che fino a quel momento non avrei creduto fosse possibile. Allora ho preso la mia palla, l’ho buttata in un angolo e mi sono messo a fare stretching. Dopo quel numero di Maradona, non potevo certamente continuare a palleggiare con la testa e la spalla. Arrivarono poi i miei compagni e si stupirono di vedermi fare stretching. Mi giustificai con una piccola bugia: “Oggi mi sento un po’ tutto tirato, ho bisogno”». Però ha ragione Glenn. Un conto è saper fare i numeri, un conto sono titoloni e grande fama. Sul campo va sempre giocata fino in fondo. «E infatti ricordo bene che quella partita l’abbiamo pareggiata. Prima della partita avevo visto una cosa cui ancora oggi ringrazio Dio di avere assistito. Perché la prima parabola, va be’, ci poteva stare. Ma la seconda, e poi la terza… no, non potevo credere ai miei occhi. Veniva da pensare: adesso con questo non riusciremo mai a non perdere. Poi in campo, con il cuore, i muscoli e il cervello, potevi lottare anche con questi fuoriclasse. Non sempre ovviamente riuscivamo a cavarcela, ma quella volta sono sicuro di sì». Diego Armando Maradona. Il più grande di tutti. Glenn l’ha visto da vicino, l’ha incontrato, l’ha ammirato. «Ho avuto anche la fortuna 95
5 | GLENN E GLI AVVERSARI
di averlo al fianco in una partita di beneficienza qui a Bergamo. C’era molto scetticismo sul suo possibile arrivo, invece venne. In campo era molto bravo. Certo, qualche volta si arrabbiava. Prendeva botte dappertutto. In campo era un fenomeno, unico. Aveva un gran gusto nel giocare a pallone. Era a suo modo un personaggio, certamente. Ma in campo sapeva anche fare giudizio, non agitava mai i compagni contro gli avversari, l’ho visto protestare con gli arbitri, comunque secondo me non era eccessivamente rompiscatole. E guardate che botte ne prendeva, e tante. E poi ricordo quella volta che abbiamo giocato insieme, la partita di beneficienza. Perché un conto è giocarci da avversario, e un conto è giocare nella stessa squadra. Vedi le cose diversamente. Capii ancora di più quanto fosse bravo. A me piaceva andare spesso in profondità, e lui con la sua visione di gioco ti faceva sempre arrivare la palla perfetta. Mai un po’ prima, mai un po’ dopo. Bastava partire e lui ti spediva la palla tra i piedi. Straordinario. Era veramente unico. Non solo a Napoli o in Italia: lo vedevi da tante cose che era il numero 1 al mondo. Dalla gente che attirava attorno a sé, da quanti giornalisti lo seguivano ovunque. Solo ai veri numeri 1 succede così». Diversa, diversissima l’altra stella di quegli anni: Michel Platini. «Mentre Maradona bastava guardarlo per capire tutto, Platini era un’altra cosa. Forse è anche cresciuto gradualmente, anche in campo dava meno la sensazione di essere un grande fuoriclasse. Di sicuro, rispetto a Diego, parlava di più con gli arbitri. Senza alzare la voce, o attaccar briga, si faceva comunque sentire col carisma. In ogni caso quando incontravi Maradona sapevi che ti poteva battere da solo, mentre Platini questo timore lo incuteva di meno. Poi in campo erano assolutamente differenti: Maradona stava soprattutto davanti, mentre Platini me lo ritrovavo anche vicino, perché giocava a volte da centrocampista, tendeva facilmente a rientrare per recuperar palla. Comunque, aveva una grande personalità, proprio come Diego. In quella Juve c’erano tanti campioni straordinari, e lui emergeva comunque, si vedeva che era il più forte». Certo, quella stagione era davvero incredibile per quantità di campioni. 96
5 | GLENN E GLI AVVERSARI
Come Socrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira, per gli amici Socrates, il dottore. «Lui sì che si muoveva, in campo e fuori, quasi come un mito vivente. Aveva una specie di aura attorno a sé. Era forte, lo vedevi che aveva idee molto precise in testa. Però alla fine in Italia non è che abbia poi combinato granché: una stagione alla Fiorentina (25 partite, 6 gol, ndr) , poi il ritorno in Brasile». Un altro nome di quelli che basta la parola per farti venire i brividi è Arthur Antunes Coimbra. Zico. «Il primo pensiero che avevo era quanto fosse incredibile trovarmi uno come Zico, uno dei più forti calciatori al mondo, in una squadra che come noi avrebbe poi lottato per salvarsi, e anzi alla fine arrivarono dietro di noi. Questo mi fece capire quanto fosse bello e unico il fatto di essere venuto a giocare in Italia, in un campionato così pieno di stelle come mai era successo prima, e come mai più potrà succedere in nessun altro posto del mondo». Glenn non va a cercare facili “amicizie” con gli avversari. Nemmeno con quelli di grido. «Io ho sempre cercato di mantenere un profilo il più possibile professionale, di restare al mio posto. In campo mi sono sempre piaciuti gli avversari leali, quelli che dopo un fallo ti chiedono scusa. Ce n’erano. Ma c’erano anche un sacco di str… troppo cattivi, ecco. Non posso dimenticare quante botte ho preso da Salvatore Bagni. Ti picchiava se ti affrontava in un contrasto. Ma ti picchiava anche a palla lontana. Arrivava la palla da un lancio? Tu ti preparavi e lui ti tirava i capelli. Parlava sempre, era un provocatore insopportabile. Ricordo una volta Donadoni. L’avevo avvisato. “Roby, stavolta spero che Bagni mi faccia davvero arrabbiare. Perché così vado a prenderlo e gliela faccio pagare”. Donadoni voleva dissuadermi: “Lascialo stare, Glenn, perché tanto è una battaglia persa. Tu non sei come lui, lascia stare”. Eppure mi dicevano che fuori dal campo era una persona eccezionale. Adesso, in questi ultimi periodi, lo sto incontrando spesso in giro per i campi d’Europa, perché lui va a seguire un po’ di giocatori. Ricordo bene la sua faccia, la prima volta che mi sono avvicinato per salutarlo. Deve aver pensato: “Adesso viene qui e me la fa pagare”. Invece no, ovviamente. 97
5 | GLENN E GLI AVVERSARI
E ho trovato il Bagni che mi avevano descritto: un’ottima persona, simpaticissimo, facilissimo stare con lui. Certo, gliel’ho detto: “In campo eri terribile”. E lui ha glissato: “Sì sì sì…” ma non ne ha voluto parlare». Un altro tosto, nonostante fosse piccolino, era Passarella. Il suo carattere si è visto anche dopo, quando imponeva ai giocatori della Nazionale di presentarsi con i capelli corti. «Spesso mi marcava sui calci d’angolo. Ma era un pezzo più piccolo di me (1,73 contro 1,90, ndr). Allora lui aveva questa tattica: ti si piazzava davanti, e appena dal corner partiva la palla, bum, ti pestava un piede. Ma forte! Così tu, preso il colpo, perdevi di vista la palla, e addio calcio d’angolo. Poi in campo era uno che piaceva, perché non si lamentava, ed era forte. Ma aveva tanti piccoli trucchi per provocare». Tutto l’opposto di Dirceu, il brasiliano dell’Ascoli morto a soli 43 anni per un assurdo incidente stradale a Rio de Janeiro: travolto sotto casa da un’auto che stava correndo una gara clandestina. Glenn lo ricorda così: «In campo sempre allegro, corretto, forte. Mai una provocazione. Era un calciatore esemplare. Come Tempestilli, un difensore che non tirava mai indietro la gamba, ci mancherebbe. Era simpatico, un chiacchierone inesauribile». Alla fine si parla sempre più dei “cattivi” che dei “buoni”, ma a Glenn piace ricordare, evidentemente, quelli più simili a lui. «Wilkins era un altro ottimo giocatore, corretto, era facile parlare con lui». E poi, due italiani i cui nomi restano scolpiti nella storia del nostro calcio: «Scirea e Maldini avevano dentro una sportività fuori dal comune. E restando al Milan, anche Gullit e Van Basten pensavano più a giocare che a rompere le scatole agli avversari. Come Baggio, che era una superstar, ma pensava solo a giocare bene a calcio». E un ricordo lo dedica anche a Gianluca Signorini, il capitano del Genoa. «Un vero capitano, corretto. Una gran persona. Anche lui ha avuto una vita sfortunata», dice Glenn ricordando la sua morte, a soli 42 anni, per la Sla. Dalla galleria dei personaggi si passa alle squadre. E agli stadi. «Ricordo la soggezione che mi provocò San Siro, la prima volta. Anche 98
5 | GLENN E GLI AVVERSARI
solo lo spazio esterno, è incredibilmente grande e ti mette a disagio. Quando poi ho messo piede dentro lo stadio, mi sembrava che noi fossimo i gladiatori e che da un momento all’altro sarebbero arrivati i leoni a sbranarci. E mi ha sempre dato quella sensazione lì, a maggior ragione dal 1990 in poi, quando per i Mondiali allo stadio fu aggiunto il terzo anello. Sono pochi gli stadi che danno quel brivido, in cui ti sembra che quando entri, tutta la storia che è successa lì ti si stia raccontando da sola. All’esordio portammo a casa un bel punto, e in quella rimonta dal 2-0 al 2-2 feci anche gol. Certo non era il Milan migliore quello, perché poi è arrivato il Milan di Sacchi, che con i tre olandesi è in assoluto la squadra più forte che abbia incontrato. Rijkaard, Gullit e Van Basten erano differenti tra loro per carattere e caratteristiche tecniche, e soprattutto Van Basten è forse il giocatore più elegante e bravo che abbia visto, per la statura che aveva. Nessuno al mondo, in quel periodo, sapeva coniugare così talento e tecnica, con una statura così importante. Purtroppo ha dovuto interrompere troppo presto la sua carriera per via degli infortuni. Quel Milan comandava sempre, giocava a occhi chiusi, tu cominciavi la partita e sapevi che saresti impazzito, correndo, correndo, e probabilmente facendo una brutta figura. La loro difesa era perfetta, facevano un pressing impressionante, tutti partecipavano al gioco. Una grande, grandissima squadra». Che però l’Atalanta riesce a sconfiggere a San Siro il 13 novembre 1988. Prima l’autogol di Baresi e, tre minuti dopo, il pareggio di Rijkaard. «A quel punto ricordo benissimo che ho chiesto alla panchina quanti minuti mancassero. Ne mancavano dodici e tutti pensammo: “Non ce la faremo mai, perdiamo di sicuro”». Invece al 90’ in punto, Nicolini batte una punizione, la difesa del Milan si prende una vacanza e Bonacina, con quel tuffo indimenticabile, la butta dentro di testa. È il gol che, tra l’altro, consente a tre misteriosi vincitori di portarsi a casa un 13 al Totocalcio da 4.361.350.475 lire. «Ricordo che cercai anche io di arrivare su quella palla di Nicolini. Cercai persino di prenderla con la mano, perché concedendo una punizione al Milan avremmo perso una manciata di secondi e magari saremmo arrivati alla 99
5 | GLENN E GLI AVVERSARI
fine sull’1-1. Invece non l’ho presa con la mano, e la palla è arrivata a Bonacina. Nella mia memoria questa è la partita che ho vinto, ma nella quale mi sono sentito davvero inferiore. Sotto per 90 minuti, e alla fine vinci. Incredibile». Milan-Stromberg. Il collegamento viene spontaneo, inevitabile. La memoria non può non andare a quella giornataccia di Coppa Italia. 24 gennaio 1990, stadio Comunale di Bergamo. «La prassi di buttare fuori la palla quando qualcuno si faceva male era solo all’inizio. Borgonovo era a terra in area, Ferron mi dà la palla e io la butto fuori. Ma non la calcio lontano, la butto lì a due passi da me. Qualcuno sui giornali mi ha poi accusato di non averla calciata più lontano. Balle. Quella palla doveva solo tornare a noi, anche se era lì vicino all’area. Dopo i soccorsi a Borgonovo, il Milan rimette la palla. Rijkaard la dà a Massaro, nessuno di noi va a pressarli perché pensavamo che ce la restituissero. Invece Massaro, secondo me ancora in buona fede perché non si era ancora creata un’abitudine su come la palla andasse restituita, la butta in area. Magari pensando che sarebbe finita a Ferron. Borgonovo a quel punto deve aver pensato che si fosse deciso di giocare per davvero, e si butta sulla palla. Barcella era lì vicino a lui, ovviamente stupito. Forse prese anche paura, perché Borgonovo l’aveva stoppata e si stava girando verso la porta. Insomma, lo aggancia e Borgonovo va a terra. A quel punto l’arbitro è costretto a dare rigore. Certo, avrebbero potuto ributtarla in fallo laterale. Ma non penso che fosse stato fatto tutto in malafede: credo che Borgonovo, visto il cross, abbia pensato che si stesse giocando. Siamo andati dall’arbitro. E lui ci ha risposto che lui doveva fischiare il fallo, per forza. Allora ho fatto tutto il giro, sono andato da Franco Baresi. “Adesso lo devi tirare fuori. Sei il capitano del Milan, siete una grande squadra, adesso lo devi tirare fuori”. Baresi balbettava: “Eh, ma come faccio, i tifosi, non lo so…”. “Sei il capitano, chiedi all’allenatore”. Allora guardano verso Sacchi, chiedono cosa fare. Guardavano anche verso la tribuna, sembrava che nessuno si volesse prendere la responsabilità. “Cosa avete deciso?”, chiedo a Baresi. “Io lo tiro”, mi risponde. E fa gol. 100
5 | GLENN E GLI AVVERSARI
Ho vissuto tanti momenti brutti, tante arrabbiature, tante amarezze. Ma nemmeno la retrocessione in serie B mi ha fatto arrabbiare così tanto. Anche perché potevano facilmente rimediarla. Mancavano pochi minuti, la palla è tornata al centro e io l’ho calciata per buttare il pallone fuori dal campo. Non ci sono riuscito, e poi sono uscito, per andare dritto nello spogliatoio. L’arbitro (era Arcangelo Pezzella di Frattamaggiore, ndr) mi rincorre: “Dove vai tu?”. “Vado via”. “No, tu non puoi andare via senza il mio permesso”. “Mi frega un cazzo del tuo permesso”, e sono andato via. Per questo poi non so bene cosa sia successo negli spogliatoi dopo la partita (Mondonico ha parlato di calci nel sedere, ndr), perché ero già sotto la doccia». Poi si parlò di partita riparatoria, ma non se ne fece nulla. Sempre Mondonico ha raccontato di un intervento diretto di Berlusconi per chiedere la ripetizione – ovviamente impossibile – della partita. Il Berlusca se la cavò “concedendo” Porrini all’Atalanta nel mercato successivo. Ma la macchia resta, indelebile. «Poi di recente ho incontrato tanti milanisti di quella partita, a San Siro, dove ero per commentare una partita di Champions. Ho dovuto rifare il racconto, e la troupe aveva però radunato lì anche Maldini, Sacchi, Baresi. “Allora, adesso, dopo tanti anni chiedete scusa?” E si sono scusati. Ma in privato, subito dopo la partita, non arrivò nessun messaggio». Si scusò anche Borgonovo, in occasione del ventesimo anniversario del misfatto: «Bergamo, scusaci, scrisse durante gli anni terribili della sua malattia. Come disse Maldini negli spogliatoi, che figura di merda abbiamo fatto!». Un altro storico “incidente” con gli avversari si era verificato solo pochi mesi prima, il 27 settembre 1989. Strano, più che storico. Siamo a Mosca, match di ritorno del primo turno di Coppa Uefa alla quale l’Atalanta si è qualificata nella stagione precedente, grazie a un fantastico sesto posto in classifica. La prima avversaria non è affatto semplice: lo Spartak, che nell’andata di Bergamo se la cava con uno 0-0. L’episodio avviene nei minuti finali, quando ormai lo Spartak, andato in vantaggio alla mezzora, aveva in tasca mezza qualificazione. «Queste avventure in Coppa ci piacevano, e lì tornavano in Europa dopo la cavalcata di Coppa 101
5 | GLENN E GLI AVVERSARI
delle Coppe. A un certo punto, nel secondo tempo, vedo che uno di loro rifila un destro in faccia a Bonacina. Non ricordo neanche la faccia di questo russo. Così sono andato lì in mezzo per calmare gli animi, anche se, certo, avendo visto tutto di sicuro ero un po’ vivace anche io mentre spostavo Tizio e spingevo Caio. Non sono andato a picchiare nessuno ma posso aver dato quell’impressione. Poi arrivano in campo altre persone, insomma la rissa si allarga e mi sento un funzionario che mi tiene fermo. E vedo che il guardalinee è fermo con la bandierina alzata. Allora vado dall’arbitro, che era svedese (Karlsson, ndr) e gli dico: “Andiamo dal guardalinee, perché lui ha sicuramente visto tutto, ha visto com’ è partita la rissa e il pugno a Bonacina”. Così io, l’arbitro e l’altro capitano siamo andati dal guardalinee. Io ero tranquillissimo, tra l’altro la terna era svedese e anche prima della partita pensavamo che questo potesse essere un piccolo vantaggio per noi, in un campo difficile come quello di Mosca. Dunque arriviamo lì e io parlo al guardalinee: “Oh, hai visto bene il destro che ha preso Bonacina?”. E lui dice all’arbitro: “Stromberg, rosso a Stromberg”. Per qualche secondo non ho capito, sono rimasto lì come stordito. E non c’ è stato niente da fare, probabilmente il guardalinee deve aver pensato che essendomi infilato in mezzo alla rissa mi ero messo a picchiare tutti. Invece non avevo picchiato nessuno, volevo solo difendere Bonacina». Glenn si agita ancora oggi ricordando anche l’espulsione di Cremona. Quello, evidentemente, era il periodo delle espulsioni. Accade il 28 gennaio 1990. «Parto, in corsa verso la porta, e un difensore alto, un lungagnone proprio, era Gualco, mi trattiene per la maglia. Me la tirava talmente forte che mi faceva persino male alla gola, perché il colletto stringeva. Dopo una ventina di metri, la maglia di colpo cede e si strappa. Allora per il contraccolpo dello strappo anche io finisco un po’ sopra di lui, anche perché cerco di liberarmi. Non gli faccio proprio niente, ma di certo il mio braccio non è fermo. L’arbitro fischia, e penso ammonisca almeno Gualco. Invece arriva da me e mi espelle. Avevo tutta la maglia strappata, e ho detto all’arbitro (Baldas, ndr): “Ma come fai a dare il 102
5 | GLENN E GLI AVVERSARI
rosso a me che ho la maglia tutta rotta per quanto l’ha tirata?”. Ma niente, sono finito fuori io. Un’espulsione ridicola». In generale, Glenn da capitano non ha avuto un cattivo rapporto con gli arbitri. «Di sicuro preferivo quelli che sapevano dialogare con i giocatori, non quelli che in campo si comportavano da dittatori, che non accettavano nemmeno di spiegare i perché di una decisione, che ti affrontavano semplicemente dicendo “È così e basta”. Con questi anche io ho avuto forti discussioni, quel tipo di atteggiamento mi faceva saltare i nervi e in qualche partita mi sono comportato male. Mi piacevano invece Agnolin, Casarin, Baldas, Pairetto. Di sicuro non Lo Bello, specialmente quando lo trovavamo a Napoli. Longhi, così così. Invece Agnolin e Casarin capivano le situazioni, quando chiedevi, ti rispondevano con calma, spiegando. Una volta sono andato a Roma con tutti i capitani, a una riunione con gli arbitri. E Casarin, nel suo intervento, mi aveva indicato come un esempio. Secondo lui i capitani dovevano controllare il resto della squadra, specie nelle situazioni in cui potevano scaturire delle proteste. Casarin chiedeva che andasse sempre solo uno a protestare o a parlare con l’arbitro. Ovviamente doveva essere il capitano. Io dissi che ero disposto a farlo con la mia squadra, ma dissi anche che una cosa del genere non è facile, e che l’impegno doveva essere tassativo per tutti. Perché che senso aveva che lo facessimo noi, e poi magari le altre squadre andavano avanti a protestare come si era sempre fatto? Se poi io non ottenevo niente perché mi comportavo correttamente, e chi continuava a protestare alla lunga otteneva qualcosa, alla fine non proteggevo la mia squadra. Ed ero sicuro che sarebbe andata così. Perciò dissi a Casarin che non ero disposto a prendere nessun impegno finché non l’avessero preso tutti i capitani. Comunque, parlare con gli arbitri mi è sempre piaciuto quando era possibile, perché la squadra si calmava, e alla fine migliorava anche lo spettacolo. Gli arbitri vanno aiutati, non è facile ritrovarsi migliaia di persone che urlano, tanti giocatori che protestano… non è facile per loro. Certo, le grandi squadre hanno sempre avuto qualcosa in più, è 103
5 | GLENN E GLI AVVERSARI
stato sempre così e sarà di sicuro così anche in futuro. In ogni caso, in campo io mi sono sempre sentito abbastanza garantito dagli arbitri, anche contro le grandissime squadre. Il loro potere dentro un campo di calcio era comunque più limitato: era sempre una squadra contro l’altra e poteva anche capitare di vincere. Diversamente, affrontare certi potenti, per esempio in un tribunale nella vita normale, sarebbe stato impossibile. Lì il piccolo perde sempre contro il più forte. E poi bisogna pensare che è impossibile avere un arbitro che non sbaglia, che poi diventa un argomento utile per chi non capisce troppo di calcio. Discutere dopo una partita di un fuorigioco di pochi centimetri non ha senso: sai che è un errore che può capitare a tuo favore o contro di te. Chi ama il calcio dovrebbe discutere meno degli arbitri, e più di calcio». Nel calcio, si sa, le partite a volte sono “strane”. C’ è magari chi si deve giocare la partita della vita, e chi ha già la testa su qualche spiaggia tropicale. Così succede che si chiacchieri di qualche risultato. Glenn rovista nella memoria, ma non ricorda situazioni esplicite di qualche collega che abbia bussato alla sua porta per chiedere un favore. «Non ricordo, no, episodi del genere. Richieste proprio di risultati regalati. Ma è chiara una cosa: quando una squadra si gioca tutto, e l’altra ha già raggiunto i suoi obiettivi, le motivazioni sono talmente diverse che è altamente probabile che venga fuori il risultato che serve a chi ne ha bisogno. Perché le motivazioni sono fondamentali, e chi non ha niente da chiedere alla partita alla fine non avrà mai la stessa voglia di correre, di fare, di lottare. Non c’ è niente da fare, dopo un anno intenso, con tante pressioni, alla fine, se la partita per te non conta niente un po’ molli. Tirare fuori le motivazioni giuste è troppo difficile». Poi certo, alcune partite si “respirano” anche prima. «Quando capivo non che c’era un accordo, ma che insomma si sentiva dall’atmosfera un po’ rilassata che un punto sarebbe andato bene a tutte e due, allora mettevo il termometro sul calorifero, oppure dicevo che sentivo un dolore, e non giocavo. Sarà successo un paio di volte». Piccoli trofei anche questi. Fa niente se non si possono ammirare nella bacheca di casa. 104
L’Eco di Bergamo 17 maggio 1992: L’ultima partita, contro il Torino di Mondonico, Glenn non la gioca per l’influenza. Ma i suoi tifosi, la sua Bergamo, gli dedicano una scenografia memorabile. Pur con una febbre da cavallo, il capitano arriva allo stadio e saluta il pubblico. Un giorno indimenticabile per tutti.
6
GLENN
E BERGAMO «Il cuore della città è il mio trofeo»
I
n fondo a tutto questo, alle partite, alle vittorie come alle sconfitte, alle gioie come ai grandi dolori, ci sono un calciatore e i suoi tifosi, un uomo e una città. Quella che lo ha accolto portandolo in trionfo, quella che non subito l’ha capito, quella che l’ha persino contestato. Salvo poi amarlo di un amore vero, profondo. Fatto di rispetto, anzitutto. Di ammirazione e gratitudine. Su Glenn Stromberg, a Bergamo, siamo tutti d’accordo. Unico, anche in questo. Ma non è sempre stato così. Bergamo e i bergamaschi sono noti per la loro diffidenza, verso chiunque. Mai uno slancio di troppo. «Anche se devo dire che quando sono arrivato mi sono sentito subito a mio agio. Sapevo io, e sapevano anche i bergamaschi, che qui tanti svedesi avevano già fatto bene in passato. È un po’ come se mi avessero aperto la strada e facilitato il compito di arrivare, conoscervi, ambientarmi. E poi comunque diciamo che arrivavo a Bergamo con un curriculum discreto: l’anno prima col Benfica avevamo fatto la finale di Coppa Uefa contro l’Anderlecht; nell’ultima stagione, i quarti di finale della Coppa dei Campioni con il Liverpool. Qui trovavo l’Atalanta, una squadra che 107
6 | GLENN E Bergamo
comunque partiva per salvarsi e sapevo che le aspettative sarebbero state alte su di me. Ma sapevo anche che trovavo una squadra che aveva la lotta, il cuore, i polmoni, insomma l’essere professionista sempre, nel suo DNA. E questo mi tranquillizzava nel rapporto con l’ambiente: non sapevo cosa si aspettassero veramente da me. Magari qualcuno pensava che fossi uno tipo Maradona, che vinceva le partite da solo dribblando tutti. Io sapevo di non essere quel tipo di giocatore, ma ero tranquillo perché avrei “compensato” stando sempre dalla parte della squadra, dando tutto. Io sapevo che ero “salvabile” dando il massimo di me stesso, anche quando magari non giocavo benissimo. Volevo che la gente capisse presto che Stromberg era uno che si allenava bene, che giocava col cuore, che si spremeva». Glenn, insomma, da uomo fine, capisce i bergamaschi ben prima che i bergamaschi capiscano lui. E si mette in sintonia. I bergamaschi sono grandi lavoratori? Lui lavorerà. I bergamaschi vogliono la maglia sudata? Lui suderà. «E comunque c’è affinità di carattere tra gli scandinavi e i bergamaschi. Questo mi ha aiutato nell’inserirmi e nel farmi accettare». Tutto facile? Tutto bello? Tutto allegro? Finché l’Atalanta di Sonetti stupisce e nei primi due anni si conferma regina delle provinciali nel massimo campionato, diciamo di sì. Glenn piace, gioca, convince. Tra lui e i bergamaschi non c’ è ancora amore incondizionato, insieme si sta comunque bene. Solo che poi arriva l’anno fatidico. Quello che per gli allenatori nerazzurri storicamente ha significato il tracollo: il quarto. Va così anche per Sonetti. Porta l’Atalanta dalla B alla A, due salvezze in carrozza e poi crac: qualcosa si rompe. «Quel passaggio lì fu particolare. Ero il primo degli imputati, anche se in verità, come abbiamo già detto e dimostrato con i numeri, non era stata una stagione così disastrosa per me, e qualcosa di buono ero comunque riuscito a fare. Ricordo che addirittura un giornale nazionale, dopo una partita di fine stagione, riuscì a mettermi “senza voto” in pagella, anche se avevo giocato per novanta minuti. Una cosa che non avevo mai visto prima, e che non ho mai rivisto dopo. Però rende l’idea: avevo giocato ma per qualcuno era come se fossi stato assente dalla partita. Insomma anche a Bergamo 108
6 | GLENN E Bergamo
si diceva che, sì questo svedese, insomma, magari era anche il caso di liberarsene e di ricostruire su qualcun altro il tentativo di tornare subito in serie A. C’era attorno a me un clima negativo, che proseguì anche dopo l’inizio dell’anno della B, perché non si digeriva la mia conferma». Glenn pesca nella memoria un episodio che spiega meglio di mille parole il clima che si respirava attorno alla sua chioma bionda. «Dopo sette, otto partite ero squalificato. E ovviamente vidi la partita dalla tribuna. Un giornalista scrisse: “Ecco, hanno trovato il posto giusto per Stromberg, la tribuna”. Ma questo non fece altro che aumentare in me quel senso di sfida che mi aveva portato ad accettare, in una situazione complicata, di rimanere qui, per giunta con lo stipendio dimezzato. Quando c’ è stata una scommessa da vincere, io ho sempre tirato fuori il meglio di me stesso e ciò mi ha fatto guadagnare sempre la stima di compagni e allenatori. Sentire dire che “Glenn c’ è sempre”, che di me ci si può fidare, è stato utilissimo per superare quella fase complicata in campo, e dunque risollevare i rapporti con la città, con la gente. Anche se su di me c’era il peso di una responsabilità in più: mentre in serie A potevo in qualche maniera rimanere nell’ombra dei grandi campioni, in serie B dovevo essere io a fare la differenza, dovevo tirare fuori qualcosa in più, quel qualcosa, evidentemente, su cui la società puntava nel momento in cui mi aveva chiesto di rimanere, in un momento in cui se avessi deciso di andare via, nessuno probabilmente si sarebbe messo a piangere: né io, né Bergamo». Ma ci sono leggi non scritte che dicono cose sacrosante: è quando raggiungi il punto più basso che cominci a risalire. Quasi sempre. Glenn e Bergamo il punto più basso lo usano per capirsi, accettarsi una volta per tutte. È lì che scocca la scintilla, definitiva. È lì che Glenn diventa non solo un giocatore dell’Atalanta, ma uno di noi. «In quell’anno mi hanno aiutato anche piccole cose. C’erano le Coppe Europee, io le avevo giocate, le avevo anche vinte. Lì ho cominciato a fare il capitano, a sentirmi capitano di questa squadra. Ricordo per esempio la sfida con il Merthyr. Noi eravamo nettamente più forti, ma là c’era un tifo incredibile per questa squadra che non era nemmeno 109
6 | GLENN E Bergamo
professionistica e che si ritrovava ad affrontare una squadra che veniva dall’Italia. Insomma, alla fine non giochiamo granché bene, e loro vincono 2-1. Ma io alla fine ero tranquillissimo. Bastava 1-0 in casa, non avrebbero avuto scampo. Lì mi sono fatto sentire da capitano: gli altri erano spaventati, pensavano che quella sconfitta fosse un disastro. Io sapevo che sarebbe andata bene, al Comunale non ci sarebbero stati problemi. La scintilla tra me e Bergamo è nata senza nessun dubbio lì, in quei mesi. Un campionato lunghissimo in serie B, quella Coppa così bella, in quella serata magica con il Malines, che lo ripeterò sempre: è la partita più bella che ho giocato. Solo una serata di grande sport, di amicizia con i tifosi del Malines, solo tifo, solo voglia di spingere, solo voglia di vincere. Le sensazioni di quella partita sono uniche, e sono sensazioni che noi, io e i bergamaschi, abbiamo in comune. E la cosa straordinaria è che tutte queste sensazioni incredibili e belle coincidono con una sconfitta, forse la più amara della nostra storia. Avevamo perso ed eravamo contenti. La gente aveva perso ma noi sentivamo solo gioia. È adesso, semmai, che se ci penso mi arrabbio ferocemente. Eravamo vicinissimi a prenderci quella finale, con quel difensore che segna un gol che mai avrebbe segnato nella sua carriera, nemmeno in allenamento. È questo che mi fa arrabbiare ripensandoci, il palo di Fortunato, quel rigore gigantesco che c’era su di me, che era un metro dentro l’area. Anche perché se poi la finale va com’ è andata, con l’Ajax che resta in 10… insomma ce la saremmo giocata e chissà come sarebbe andata a finire… magari sarebbe successo quello che non è mai successo a questa squadra e a questa città. Non c’ è Mondiale, non c’ è un’altra partita che ho sentito dentro di me come questa. E credo che lo stesso sentano i bergamaschi». È un anno da sogno, ma anche di grande ansia. Perché dietro le quinte di una possibile finale con l’Ajax, c’ è Catanzaro. Partita quasi decisiva per il ritorno in serie A. «Noi eravamo cotti. Io stesso ho fatto tante partite verso la fine di quell’anno facendo quasi solo presenza in campo, perché proprio non ce n’era più. Troviamo un ambiente impossibile, ostile. Riscaldamento pre-partita in un microscopico parcheggio, con i 110
6 | GLENN E Bergamo
cani della polizia che giravano liberi e ringhiavano a pochi centimetri: alla fine abbiamo fatto solo un po’ di stretching nello spogliatoio. In campo, un vento assurdo. C’era Palanca, non me lo scorderò mai, che tirava da 50 metri. Alla fine perdiamo di netto, 2-0». E si arriva allo scontro decisivo col Messina. Decisivo non solo per la stagione, per non buttare a mare il lavoro di un anno e perdere la serie A. Decisiva per vincere la scommessa, la sfida lanciata quasi un anno prima. Resto, resto anche in serie B, e Bergamo scoprirà chi sono. Chi è Glenn Stromberg. Andiamo in vantaggio con il gol di Garlini, e tutto sembra tranquillo. La partita sembrava incanalata su un binario positivo per noi». Ma basta un niente per far svanire tutto, per passare dal sogno all’incubo, dal paradiso all’inferno. Chi c’era ricorda quell’atmosfera incredibile, quegli ultimi minuti passati a bordo campo, con Mondonico, lo si vede ancora in alcuni video, stravolto dalla tensione. C’ è un calcio d’angolo per il Messina. «È uno dei momenti più nitidi che ho nella mia memoria calcistica. Mi vedo ancora quel pallone che precipita in area, che rimbalza verso il limite, e vedo questo qui del Messina, non ricordo proprio chi fosse, che arriva in corsa, pronto a calciare. Io ero lì vicino, ma non vicinissimo. Guardavo quella palla e vedevo un anno intero. Ho visto la Coppa, ho visto la serie B, ho visto come abbiamo lottato per un anno. Ho sentito il panico. Non so cosa mi sia preso. So che in quella frazione di secondo io, Glenn Stromberg, ho volato, mi sono tuffato con tutto me stesso e ho bloccato quel tiro. Davvero non so come abbia fatto ad arrivarci, ma ci sono arrivato e siamo andati in serie A». È forse l’azione che simboleggia meglio la sfida vinta da Glenn. Resterò qui, darò tutto, torneremo in serie A. «Sì, sfida vinta che, insieme con la magica avventura europea, ha fatto sì che nascesse quel rapporto così straordinario con la città, e che in futuro decidessi di restare anche qui a vivere. Perché mentre giocavo avevo intenzione, una volta smesso, di provare a vivere in tutti i posti in cui ero stato. Un anno in Svezia, un anno in Portogallo, un anno in Italia. Per sentire quale fosse il posto più giusto per me. Perché quando sei via dalla Svezia pensi che starai 111
6 | GLENN E Bergamo
meglio fuori. Però è una cosa che puoi capire davvero solo se ci torni a vivere stabilmente. Solo se recuperi certe abitudini puoi capire se davvero non fanno più per te. O magari scopri che ti mancavano e non lo sapevi, e allora scegli di restare. Invece la vita ha fatto sì che mi formassi una famiglia qui, e allora è stato facile scegliere di restare a Bergamo dopo la fine della carriera. Perché Bergamo aveva accettato non solo l’uomo Glenn, ma aveva apprezzato anche il calciatore. Certo, i risultati negli anni di Mondonico hanno aiutato, capitava anche di battere le grandi squadre. E forse pensandoci oggi non avevamo capito fino in fondo quanto forte fosse l’Atalanta di quegli anni. Avevamo una formazione forte davvero, e oggi col senno di poi possiamo capire perché le cose in quegli anni andavano così bene. Ci fossimo sentiti forti davvero com’eravamo, forse le cose sarebbero andate addirittura meglio. Io questo l’ho capito dopo, e anche la città». Città che Glenn, nei suoi anni di piena attività calcistica, ha frequentato poco. Non era il calciatore “da locale”, da gran vita notturna. Troppo geloso della sua libertà, per esporsi troppo. «Sono stato in città bassa forse due volte, in otto anni». Ma aveva i suoi rifugi di svago e quiete allo stesso tempo. «Come ho già spiegato, ero sempre su in Città Alta. Vedevo sempre le stesse persone. Incontrare troppa gente era una di quelle situazioni che a noi svedesi non piacciono troppo: la pressione, il chiasso. Lassù invece potevo respirare, tutti erano abituati a vedermi lì, si parlava di calcio, certo, erano tutti atalantini. Ma in libertà, senza dover spiegare perché, magari, il giorno prima in campo non avevi reso come si deve». Temi che invece erano all’ordine del giorno sulla stampa, che è parte fondamentale della vita di una città, e che a Bergamo, e con l’Atalanta, ha un legame tutto particolare. Ovvio che questi rapporti si siano intersecati anche con la vita di Glenn. «All’inizio un calciatore non ha mai grande fiducia nella stampa. C’ è sempre un po’ di diffidenza. Ti domandi cosa vogliano sapere da te, come faranno a tirarti fuori un titolo… pensi sempre che lavorino un po’ così. E poi qui, rispetto alla mia provenienza nordica, c’ è sempre la voglia e la tentazione di trovare 112
6 | GLENN E Bergamo
il titolo che vende. Anche se poi con la mia esperienza di commentatore ho lavorato insieme a tanti giornalisti che veramente studiano, si documentano, approfondiscono. Non c’ è solo la voglia di scoop. Questo ho imparato a capirlo anche a Bergamo, col tempo. Specie quando ho incontrato persone che non volevano soltanto parlare dei 90 minuti, o del gol, o del rigore, ma volevano parlare con me, di me, per sapere cosa pensassi di tante cose. Cose un po’ più profonde, ecco. Questo tipo di interviste, fidandomi degli interlocutori, le ho sempre fatte molto volentieri. Le preferivo rispetto a quelle quattro parole che si possono dire alla fine di una partita, più o meno sempre le stesse, a seconda del risultato, perché non puoi mai dire una parola “rischiosa”, che poi ti si ritorce contro. In questo sono sempre stato molto attento. Mai dire qualcosa che potesse essere interpretato come una critica nei confronti di un compagno, perché avrebbe guastato la settimana seguente. E quando cominciano i litigi l’armonia dentro una squadra è fatalmente rovinata. Questa cosa io tendevo a proteggerla, a prescindere. Perché proteggere la squadra significa avere più possibilità di fare risultati, e i risultati rendevano allegra la gente. Sembra incredibile, e sembrava incredibile anche a me, ma mi resi conto che i risultati dell’Atalanta influivano sull’umore dei bergamaschi anche nei giorni seguenti. In questo ho sentito molto il ruolo di capitano. Certo, non ero il capitano di Milan, Inter o Napoli, ma noi eravamo la più importante squadra tra le piccole, lottavamo contro tutti, ed esserne il capitano era il mio orgoglio. Avevamo un’identità, e bisognava difenderla in tutti i modi». Facile parlare così adesso, manciate di anni dopo. Ma anche a questo signore tutta flemma ed educazione sarà capitato di perdere la pazienza di fronte a un giudizio, davanti a una critica ritenuta ingiusta. «Certo, ma non ho mai reagito platealmente. Non ho mai alzato il telefono per farmi sentire. Ho accettato il massimo degli elogi e il massimo delle critiche, prendendo più merito del dovuto quando si andava bene e più demeriti del giusto quando andavamo male. Sì, non ho mai reagito. Nemmeno di fronte a qualche crudeltà gratuita, perché non volevo dare 113
6 | GLENN E Bergamo
la soddisfazione a chi mi aveva voluto stuzzicare. Andavo avanti per la mia strada, semplicemente. Anche da capitano, non sono mai andato a parlare con i giornalisti che puntavano qualche compagno. Piuttosto, parlavo con i compagni. Sia con quelli che venivano coperti di elogi, perché non si montassero la testa e mantenessero alto il rendimento, sia con quelli che venivano più criticati, perché reagissero sul campo. L’ho fatto con Caniggia, quando non era al top lo spronavo a lavorare sulla velocità, a puntare tutto sulla sua dote che era unica al mondo. Brontolava, ma ascoltava, altroché se ascoltava». In fondo a tutto, è così: una squadra di calcio ha senso se si porta dietro la passione della gente. Senza quella, non esisterebbero maglie, bandiere, gioie, dispiaceri. Passa tutto da lì: dal cuore, dalla passione. Glenn ne sa qualcosa. Perché un calciatore sente il cuore di una città, ma i battiti che gli sono più vicini sono quelli dei tifosi, della parte calda, quella ancora oggi, o forse ancor di più oggi, vive in simbiosi con l’Atalanta. «Dei primi due anni abbiamo detto. Ma per me l’anno difficile è stato quello della serie B. Mi spiego. Tu sei in campo, devi concentrarti sulle cose che fai. Ti arriva una palla, corri in piena velocità, hai un difensore dietro. Sai, mentre la palla ti sta per arrivare, che il tuo controllo deve essere perfetto. Se la tocchi male, la palla va e buonanotte. Mentre la palla arriva, la senti, la gente. Io la sentivo. Un mugugno come di diffidenza. E se sbagliavo, un boato. Come a dire: visto? Avevamo ragione noi. Non la sapevi controllare quella palla. Erano momenti duri, oggi nessuno ricorda le contestazioni che ho subito. Tre, quattro mesi del terzo anno in serie A e i primi quattro mesi della serie B. Mi sono aiutato da solo ricordando anche quel che mi diceva Eriksson, quando ho cominciato con lui a Göteborg. Ricordo un allenamento. Vedo il mio migliore amico dall’altra parte del campo, che gioca contro di me a centrocampo. E vedo altri tre con la casacca da titolari. Non capivo: ero tra le riserve. Allora il mio migliore amico mi dà la casacca da titolare, pensando a un errore del mister. Invece no. Eriksson aveva deciso così, perché anche se avevo solo 19 anni aveva visto che cominciavo a fare le cose troppo 114
6 | GLENN E Bergamo
difficili, poi sbagliavo e ci riprovavo, poi perdevo fiducia. Così mi rimise tra le riserve, per tornare a fare le cose semplici. Questo pensavo mentre la gente contestava: tornare a fare le cose semplici. Trovare le posizioni migliori, anticipare i movimenti, sbagliare di meno. Mi sono aggrappato a questo per far spegnere quei mugugni, perché quando sei un po’ giù devi fare così: cose semplici, corsa, lotta, muscoli. Mi dicevo: “La gente non può non vedere che dai tutto, Glenn”». Certo, per ricomporre certi cocci non basta alzare la percentuale dei passaggi azzeccati, o sudare tutto il sudore del mondo. A volte occorre anche qualche sano faccia a faccia. «Una volta sono venuti sotto casa mia, a mezzanotte. Erano una ventina. Non sapevo bene cosa fare. Gridavano di uscire, di scendere. Da qualche settimana, magari la gente non lo sa, avevo dei pezzi di legno al posto delle finestre del balcone, perché me le rompevano coi sassi. Per carità, non li ho mai visti lanciare il sasso, quindi potevano anche essere tifosi di altre squadre. O mi capitava di arrivare tardi all’allenamento perché trovavo le gomme dell’auto tagliate. Un paio di mesi sono stati proprio duri, mentre si retrocedeva dalla A alla B. Alla fine ho cercato sempre di risolvermela. Come ho detto, Cesare e Achille si offrirono di darmi una mano, ma me la sbrigai da me. Quella sera scesi in strada. Volarono parole grosse all’inizio, dopo un po’ videro che non avevo alcuna intenzione di andare via, che volevo fare di tutto per risolvere la situazione, per tornare in serie A. Non penso che volessero costringermi ad andarmene: volevano però rimarcare quanto secondo loro fossi rimasto al di sotto delle aspettative. Un po’ capirono che contestare così non serviva. Alla fine, vennero da me all’ultimo allenamento, quando sapevano che mi sarei ritirato. «“Eravamo noi quelli delle contestazioni”, mi dissero. “Allora pensavamo che fosse giusto, ma adesso vogliamo chiedere scusa, perché non avevamo capito che eri uno che giocava davvero con il cuore”. Accettai le scuse, ovviamente. Ma dovevo sottolineare una cosa fondamentale: “Non dimentico quello che mi avete fatto anche dal punto di vista personale, perché secondo me non lo meritavo”. “A Zingonia è invece legato il ricordo di una persona, una tifosa speciale 115
6 | GLENN E Bergamo
che veniva spessissimo a vedere i nostri allenamenti: è Lara Patelli. Tutti noi le volevamo tantissimo bene. è davvero una persona straordinaria, rimasta amica anche a distanza di tanti anni”». Il conto con la curva, in qualche modo, si salda definitivamente quando, alla fine del campionato 2010/2011, la curva nord fa la sua personale vetrina dei capitani nerazzurri. E mette lui, Glenn Stromberg, al centro della curva. Capitano tra i capitani, unico straniero. Un’incoronazione in piena regola, urbi et orbi. «Ero in Inghilterra, quel giorno. In uno stadio per la mia attività di commentatore tv per i network svedesi. Ero in sala stampa, circondato dai più importanti giornalisti di calcio inglesi. Mia figlia mi manda le foto sul telefono. Non sapevo più trattenermi. Giravo per la sala stampa mostrando il telefono a tutti, e mi guardavano straniti. Di solito mi faccio i fatti miei, anche con i calciatori. Io arrivo, commento la partita e vado via. Sanno che sono così. Quel giorno ero come un bambino, mostravo quella maglia di 40 metri con tanto, tanto orgoglio. Dopo più di vent’anni, questa gente ancora considera quello che ho fatto in questo modo. Era fantastico, era fantastico». Lo si vede ancora oggi. Glenn gira per la stanza dove registriamo le conversazioni col telefonino, mostrandolo alle pareti come fossero i colleghi inglesi. Rivive quei momenti con la gioia negli occhi. E poi dicono che gli svedesi sono freddi. Il passato di Glenn a Bergamo è questo. Certo, in molti, negli anni, si son domandati come fosse possibile che un signore tanto amato, e così profondo conoscitore del calcio (i bergamaschi hanno imparato a capirlo seguendo le sue straordinarie moviole a TuttoAtalanta, in cui non si discuteva di centimetri, ma di gioco del calcio), non fosse mai tornato all’Atalanta. Come allenatore, come direttore sportivo. Mettetecela voi, la qualifica. Basterebbe avere Stromberg dentro l’Atalanta, per sentirci tutti più ricchi. C’ è mai stata concretamente, questa possibilità? «Percassi me lo disse subito: “Questa porta per te sarà sempre spalancata”. Ma io, chiuso col calcio giocato, volevo staccare. Volevo diventare una persona normale. Avevo preso una casa nuova e dovevo fare tutti gli adempimenti. Allacciare la luce, il gas. Da calciatore sei nel 116
6 | GLENN E Bergamo
castello fatato, tutti fanno tutto per te. Adesso quelle cose le volevo fare io. Andare a fare la coda alla posta, alla banca, a pagare il gas. Trenta minuti di coda per il gas mi sembravano meravigliosi. Quel modo di staccare è stato importante, era una voglia più grande rispetto a quella di restare. E mi sono fatto sei, sette anni da pensionato mentre ero giovane. Le giornate erano come volevo io, senza lo stress soffocante che avrei vissuto, ttornando nel calcio da dirigente o in chissà quale ruolo. Poi, anni dopo, c’ è stata una possibilità con Ivan Ruggeri. Mi chiamarono perché stavano trattando un difensore svedese, Petter Hansson, che giocava in Francia nel Rennais. Io parlai con Hansson, la trattativa era a un ottimo punto. E finì che per cinque volte andai su da Ruggeri, a casa sua, e saltò fuori la possibilità di rientrare in società. Ma già all’epoca facevo il commentatore con la tv svedese, quindi dovendo lasciare quel ruolo volevo che dentro l’Atalanta avessi un incarico vero, un lavoro vero. Ivan insisteva tanto, e riuscì a farmi saltare mentalmente l’ostacolo che mi impediva di considerare l’idea. Solo che nel frattempo il network televisivo per cui lavoravo, ViaSat, mi offrì di commentare anche la Premier League e la Champions League, che è il sogno di ognuno che commenta le partite in tv, e offriva un contratto di quattro anni. A questo si aggiungevano le partite della Nazionale per la tv di stato. Un ruolo che nessun ex calciatore svedese aveva mai avuto prima di me. C’era in questo anche un po’ d’orgoglio, e lasciare quell’attività non era affatto semplice perché tutto si andava incastrando perfettamente, portandomi sempre in giro per l’Europa a vedere il calcio migliore, negli stadi in cui tutti vorrebbero essere. Alla fine con Ruggeri non c’ è stato un “no” secco, ma la trattativa si è spenta poco a poco e non se ne è più fatto niente». E adesso, Glenn? «Ho firmato da poco un contratto con ViaSat fino al 2016, e con la tv di stato fino al 2022. Ho 54 anni, mi diverto, il futuro un pochino è già programmato, è un lavoro che mi dà grande soddisfazione». Certo, adesso alla guida dell’Atalanta c’ è di nuovo Antonio Percassi, quello della porta spalancata. Che mesi fa se l’ è lasciata scappare: «A Glenn lascerei anche la presidenza». 117
6 | GLENN E Bergamo
«L’ha detto più scherzando che seriamente, ma certo… stuzzica. Stromberg presidente, mamma mia. Arrivare da giovane, giocare otto anni, diventare capitano, finire da presidente…». Non l’ha detto, ma se un giorno arrivasse un certo sms vedremmo questo gigante svedese vacillare. Sicuro. Alti e bassi, ma soprattutto alti. La storia di Glenn e Bergamo è tutta qui. Di qua una città fiera di sé e della sua squadra, di là un uomo a testa alta, che affronta i fatti della vita - in campo e fuori - poggiando sui suoi principi. E non resta che tirare le somme. «Guardandomi indietro, forse avrei potuto vincere di più. Se mi fossi rimesso in viaggio, se avessi cambiato squadra, magari avrei una bacheca più ricca. Ma appunto guardandomi indietro, mi accorgo di essere stato una delle poche ultime “bandiere” del calcio. Perché poi il mondo è cambiato, oggi i giocatori si trasferiscono in continuazione, non c’ è più quel tipo di legame. Io ho scelto di rimanere qui, di tenermi stretta questa maglia, e alla fine anche se non abbiamo vinto grandi trofei, io ho conquistato una città, la sua stima, i suoi pensieri buoni su di me. E questo è il trofeo più bello, più alto, più importante che un calciatore possa vincere. Meglio questo trofeo, che dura nel tempo, che cinque Champions con cinque squadre diverse. Le Champions sono emozioni che possono anche passare. A me invece restano le grandi gioie che mi regalano i bergamaschi quando mi incontrano per la strada. I nonni che mi indicano ai nipotini, le persone che non ho mai ma visto prima, ma mi salutano al supermercato. Che spiegano chi sono a chi non mi conosce. Non lo fanno, credo, solo per salutare il calciatore famoso. È per me una gioia sottile, è sublime. Quasi sempre è solo un saluto: “Ciao Glenn, come va?”. Nemmeno si fermano, non vogliono sapere da me perché l’Atalanta va bene o male, perché quel giocatore va forte o va piano, chi vincerà la Champions. No, è solo un saluto, di gente che non ho mai visto in vita mia. È quasi come se salutandomi volessero restituirmi qualcosa di quel che io ho dato loro quando giocavo. È un modo per dirmi “tu sei nostro amico”. Io lo sento così, e quello è il trofeo più bello, più alto che un calciatore possa vincere con la sua gente. Io lo posso dire: l’ho vinto». 118
6 | GLENN E Bergamo
L’Eco di Bergamo 26 maggio 1992: è il Trofeo Bortolotti con cui Glenn saluta Bergamo. Sale in tribuna, regala la sua ultima maglia ad Achille Bortolotti. Quante lacrime, quella sera, al Comunale.
7 L’ALBUM DI
GLENN
Otto anni in 50 foto: una storia infinita
Prima dell’Atalanta 2
1
1. Nei primi anni dell’infanzia, in Svezia. 2. Adolescente, in una prima selezione giovanile della regione Halland. 3. Il bacio alla Coppa Uefa, vinta con il Goteborg nel 1981/82. 4. Con Sven Goran Eriksson, suo allenatore prima al Goteborg poi al Benfica. Lo stesso Eriksson cercherà poi di portarlo dall’Atalanta alla Roma.
3
4 121
1984-1985
1
1. L’arrivo a Bergamo il 22 luglio 1984, giorno della partenza per il ritiro di Roncegno. Tremila tifosi accolgono la squadra allo stadio. 2. I primi giorni di ritiro a Roncegno. Da sinistra: Nedo Sonetti, Glenn Stromberg, il massaggiatore Renzo Cividini e il dottor Attilio Riva, medico sociale. 3. A tavola durante il ritiro. Da sinistra Glenn Stromberg, Maurizio Codogno e Lars Larsson.
2 3
122
4. Una delle grandi passioni di Stromberg, le carte da gioco. Qui è con Roberto Donadoni nella sala d’aspetto di un aeroporto, con Eugenio Perico nel ruolo di attento spettatore. 5. Atalanta-Avellino 3-3 è una partita indimenticabile per gli atalantini: qui Stromberg segna il gol del 3-0, primo gol a Bergamo. è il 25 novembre 1984.
4
6. Partita benefica organizzata a Bergamo il 10 marzo 1985. Nella formazione bianca, da sinistra in piedi Bordoni, Guerrini, Stromberg, Filisetti, Zandonà. In basso, da sinistra, Hernandez, Bertoni, Maradona, Juary, Podavini, Tesser.
5
6 123
1985-1986
1 2
1. Inizio stagione con i dirigenti e un nuovo compagno. Da sinistra l’olandese Jan Peters, Cesare Bortolotti, Enzo Sensi, Franco Previtali e Franco Morotti. 2. Ritiro estivo, Glenn davanti a tutti nei test atletici. Si riconoscono Perico, Osti, Bortoluzzi e Piovanelli.
124
3. Un duello con un giovanissimo Paolo Maldini, in Atalanta-Milan 1-1 del 22 dicembre 1985.
3
5
4. Glenn e Roberto Donadoni discutono a fine partita. Tra loro nascerà una grande amicizia. 5. Maurizio Codogno, silenzioso e umile difensore, consola Glenn dopo una sconfitta. 4
6. Il gol del 2-0 all’Avellino, segnato da Glenn il 6 aprile 1986. Il n° 4 è Nando de Napoli.
6 125
1986-1987
1 2
1. Un’intensa partita a boccette in ritiro. Da sinistra si riconoscono Morotti, Stromberg, Sonetti, Cantarutti, Pasciullo e Giulio Ceruti. 2. è l’anno in cui Sonetti inventa Glenn centravanti: qui è in campo con il 9 contro la Fiorentina, contro la quale, nel match di ritorno, s’infrangeranno le speranze atalantine di salvezza. 3. Glenn centravanti qualche gol lo segna. Qui è contro l’Udinese, nel 4-2 del 26 aprile 1987. Gol di testa, dopo gli allenamenti massacranti di Sonetti sui cross di Magrin. 4. L’esultanza di Stromberg sotto la curva nord per il gol all’Udinese. 5. Un fallo da rigore di Filippo Galli su Glenn in Atalanta-Milan 1-2 dell’8 febbraio 1987.
126
3
4
5 127
1
1987-1988 2
1. Prima della partenza per il ritiro davanti al bus. Da sinistra: Garlini, Nicolini, Mondonico, Fortunato, Stromberg, Incocciati. 2. Glenn per la prima volta capitano dell’Atalanta: succede nella sfida d’esordio in Coppa delle Coppe contro i gallesi del Merthyr Tydfil, il 16 settembre 1987. Finisce 2-1 per i padroni di casa. 3. Di nuovo le carte, con nuovi compagni di gioco. Qui Glenn è con Pasciullo e Cantarutti, con Mondonico divertito spettatore. 3
128
5
4. Fortunato si complimenta con Stromberg dopo il gol segnato in Arezzo-Atalanta 1-1. Era il 25 ottobre 1987. 5. Glenn in campo al Comunale contro il Malines: è la partita che chiude l’avventura nerazzurra nella Coppa delle Coppe, dopo l’eliminazione di Merthyr, Ofi Creta e Sporting Lisbona.
4
6.Stromberg nel match decisivo per la promozione in A: Atalanta-Messina del 19 giugno 1988. Il n° 6 del Messina è Da Mommio.
6 129
1988-1989
1
1 3
2
1. Il raduno al Comunale con il nuovo svedese nerazzurro, Robert Prytz. Mondonico, sornione, osserva. Dietro, da sinistra Sensi, Progna, Fortunato e Bonacina. 2. Gli allenamenti in ritiro tra Prytz e Stromberg.
130
3. Una bella esultanza di Pasciullo e Stromberg. Sul braccio di Glenn compare la fascia di capitano, anche in campionato.
3
5
5
4. Stromberg in un duello fisico con Alemao (futuro atalantino), in Napoli-Atalanta 1-0 del 9 ottobre 1988. 4
4
5. Evair e Glenn esultano in Atalanta-Verona 2-2 del 16 ottobre 1988. 6. La gioia sfrenata di Stromberg in Atalanta-Roma 2-2 del 12 febbraio 1989: Madonna ha appena segnato un gol straordinario, agguantando il pareggio a un minuto dalla fine.
6 131
1989-1990
1
2
3 132
1. 24 gennaio 1990: il furto di Coppa Italia del Milan a Bergamo, con la rimessa laterale non restituita. Glenn abbandona il campo prima del fischio finale in segno di indignazione. Giovanni Galli tenta di dare spiegazioni, ma gli occhi di Stromberg dicono tutto. 2. E pochi giorni dopo, il 28 gennaio 1990, avviene una rarità: Stromberg espulso. Succede a Cremona, per una presunta gomitata a Gualco al 32’ pt. L’arbitro è Baldas di trieste. 3. Curiosa scena in Atalanta-Fiorentina 0-0 del 30 dicembre 1989: Stromberg parla con Caniggia e l’arbitro Baldas, se la ride.
4
4. Glenn porta palla durante Atalanta-Cesena 1-0 del 1 ottobre 1989. 5. Un passaggio in precario equilibrio in Atalanta-Bologna 0-0 del 4 marzo 1990. 6. Contro la Juventus, che vince a Bergamo 2-1 il 18 febbraio 1990. Il n. 10 bianconero è Marocchi.
5
6 133
1990-1991 1
1. Raduno allo stadio con il nuovo allenatore, Pierluigi Frosio e camicia hawaiana. 2. Glenn tiene banco nello spogliatoio, ascoltato da De Patre, Evair, il massaggiatore Giulio Ceruti e Bonacina. Davanti alla porta, mister Frosio. 3. Un’immagine inconsueta: Glenn protesta con l’arbitro, insieme a Evair e Bonacina. Ma Pairetto non sembra dell’idea di ascoltare le ragioni atalantine.
2
4. E sulla panchina nerazzurra arriva un indimenticabile allenatore: Bruno Giorgi. Alla sua destra, in panchina, Maurizio Bucarelli. 5. Il Torino passa a Bergamo il 20 gennaio 1991: qui la sfida tra i capitani, Cravero e Stromberg. La settimana successiva, dopo il pesante ko di Bari (4-1), Frosio verrà esonerato. 6. Glenn circondato da interisti nel match del 24 febbraio 1991: il n. 4 è Stringara, il n. 5 è Paganin. In quella partita Glenn segna il gol del vantaggio atalantino al 24’ pt. 3
134
4
5
6 135
1991-1992
1
3
2
1. L’ultimo raduno di Glenn, circondato dai tifosi. 2. Giorgi inventa Stromberg libero: qui è in Atalanta-Parma 0-1 del 1 dicembre 1991. 3. Ma Glenn non perde il vizio del gol: qui esulta con Bordin per la sua ultima rete in maglia atalantina, segnata alla Lazio nella vittoria per 1-0 del 9 febbraio 1992.
4 136
4. 24 maggio 1992, Atalanta-Torino 2-5. Glenn non gioca per l’influenza, ma prima della partita va in campo per un indimenticabile abbraccio al popolo atalantino.
I NOSTRI PARTNER
SEGUI SUBARU SU SUBARU CONSIGLIA
Concessionaria STORICA per Bergamo e provincia
® BERGAMO - Via Campagnola, 40 • Tel. 035.5098042 - www.autorota.it
IL CONSORZIO FIDI CONFARTIGIANATO BERGAMO - è convenzionato con 30 banche; - agevola l'accesso al credito con garanzia dal 50 all'80%; - garantisce i prestiti a tassi particolarmente convenienti con finanziamenti agevolati; - predispone e inoltra domande per la partecipazione ai bandi regionali, italiani ed europei; - dà consulenza gratuita per riqualificare il rapporto tra banca e impresa.
Bergamo - Via Torretta, 12 - tel. 035-223442/fax 035-230397 e-mail: credito@artigianibg.com
X4 4 E H C N A
30/06/2014.
Concessionaria STORICA per Bergamo e provincia
® BERGAMO - Via Campagnola, 40 • Tel. 035.5098042 - www.autorota.it
Finito di stampare nel mese di aprile 2014 da Litostampa Istituto Grafico srl - Bergamo
Glenn Peter Stromberg è nato a Göteborg il 5 gennaio 1960. Ha iniziato la carriera da calciatore nella piccola squadra del Lerkils, poi Göteborg, Benfica e Atalanta. Appese le scarpe al chiodo nel 1992, ha intrapreso numerose attività, tra le quali quella di commentatore televisivo prima per Bergamo Tv, poi Svt (la tv di stato svedese), per la quale commenta le partite della Nazionale svedese, Olimpiadi, Europei e Mondiali, e per la privata ViaSat, dove commenta Premier League e Champions League. Stromberg è attivissimo anche in campo alimentare, con una sua linea di prodotti italiani importati in Svezia (www.glennstrombergcollection.se) che hanno dato origine anche a due vendutissimi libri: “Med smak för Italien - mat minnen och möten” (“Un assaggio di Italia – Cibo, ricordi e incontri”), e “Mitt Italien” (“La mia Italia”).
Roberto Belingheri è nato a Bergamo l’8 luglio 1974. Sposato con Elisa Giorgianni, vive nel Milanese. Ha iniziato l’attività giornalistica a L’Eco di Bergamo nel 1993 ed è professionista dal 2003, anno in cui è passato dalla redazione della Cronaca cittadina allo Sport. Dall’aprile 2011 è caposervizio della redazione sportiva. “Glenn – C’è solo un capitano” è il suo primo libro.
La prima biografia di Stromberg....etc
ISBN 978-88-903088-9-5
E 6,70