Supplemento al numero odierno de L’Eco di Bergamo - Direttore responsabile Alberto Ceresoli
We are the Champions
L'ECO DI BERGAMO GIOVEDÌ 30 MAGGIO 2019
L'INDICE
L’indice
p5
p37
p69-71
L’editoriale del direttore di Alberto Ceresoli
Il vivaio, punto di forza di Giulio Ghidotti
Corner, gli approfondimenti tecnici di Gianluca Besana
p6
p39
p73-75
Gli editoriali di Pietro Serina e Andrea Benigni
Il Club Amici sempre in cammino di Arturo Zambaldo
Corner, scrive il Capitano di Glenn Stromberg
p7
p40-41
p77-79
L’intervista ad Elio Corbani di Paolo Vavassori
La Coppa Italia, sogno triste di Matteo Spini
Corner, i colpi di tacco di Dino Nikpalj
p9
p42-55
p81-83
L’inizio triste, a Copenaghen di Matteo Spini
Il fotofilm del campionato di Paolo Vavassori
Corner, gli approfondimenti statistici di Carlo Canavesi
p10-11
p57
p85-87
L’analisi della stagione di Pietro Serina
L’Atalanta raccontata su Corner di Roberto Belingheri
Corner, il museo virtuale
p13
p59
p89-91
Gomez, sempre più leader di Luca Bonzanni
Corner, la comunità di Facebook di Carlo Canavesi
Corner, la macchina del tempo di Isaia Invernizzi
p15
p61-63
p93-94
L’esplosione di Ilicic di Carlo Canavesi
Corner, le match analysis di Gianluca Besana
Corner, i racconti di Caudano di Stefano Corsi
p16
p65-67
Rigoni, che dispiacere di Luca Persico
Corner, le presentazioni tattiche di Gianluca Besana
p17 Berisha, annata no di Paolo Vavassori
p18-21 Il pagellone del campionato di Pietro Serina
p23 Gasp anno terzo, la rivoluzione di Luca Bonzanni
p24-25 Gli scenari di mercato di Matteo Spini
p27 Gollini, ora la porta è tua di Carlo Canavesi
p29 Zapata, il re del gol di Luca Persico
p30-31 Conti in ordine, prima vittoria di Giovanni Cortinovis
p33 Le trasferte, altro record di Giovanni Cortinovis
p34-35 L’Atalanta, regina delle nerazzurre di Luca Persico
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L'ECO DI BERGAMO GIOVEDÌ 30 MAGGIO 2019
IL DIRETTORE
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LA GENTE FELICE È LA GRANDE VITTORIA DELL’ATALANTA IL QUARTO POSTO DI DUE ANNI FA SEMBRAVA IRRIPETIBILE, INVECE E’ STATO MIGLIORATO. IN PIÙ LA CHAMPIONS, E LA FINALE DI COPPA ITALIA TRAGUARDI CHE ANCORA DI PIÙ HANNO FATTO INNAMORARE I BERGAMASCHI DELLA LORO SQUADRA. PER TUTTO QUESTO, DOBBIAMO UN ENORME GRAZIE Alberto Ceresoli
i vorrà del tempo. Ce n’era voluto due anni fa, per realizzare cosa avesse fatto davvero l’Atalanta. Quarta in classifica, davanti alle due milanesi per la prima volta nella storia. La piccola Atalanta, le aveva messe in fila quasi tutte. Juve, Roma e Napoli davanti, poi la squadra di Bergamo. E sembrava un evento irripetibile, unico in 110 anni di storia nerazzurra. E invece no, non era irripetibile. E anche stavolta, servirà
talità di questa squadra: giocarsela sempre e con tutti. C’è una partita simbolo, che ci è rimasta impressa: quella di Napoli, che precedette la semifinale di ritorno di Coppa Italia contro la Fiorentina. Molti invocavano il turnover, l’Atalanta invece se l’è giocata al massimo, a testa bassa, e ha vinto in casa della seconda in classifica. E dato che vittoria porta vittoria, subito dopo ha conquistato la finale di Coppa Italia. Ora, di tutto questo dobbiamo immensa gratitudine a tutti coloro che l’hanno reso possibile. Dal presi-
TRA I PRIMI ABBIAMO CREDUTO ALLA POSSIBILE QUALIFICAZIONE IN CHAMPIONS: PERSINO I TIFOSI CI CHIEDEVANO DI TIRARE IL FRENO
MA IL NOSTRO NON ERA ECCESSO DI OTTIMISMO O DI TIFO, MA PURA FIDUCIA NELLE CAPACITÀ DI SQUADRA, STAFF E SOCIETÀ
tempo per realizzare cosa ha fatto l’Atalanta in questa stagione. Lo abbiamoraccontatominutoperminuto, giorno per giorno. Lo abbiamo spiegato su L’Eco, a Radio Alta e a Bergamo Tv, sul sito del giornale e con la novità di quest’anno, gli approfondimenti di Corner. Alla possibilità che l’Atalanta si qualificasseperlaChampionsabbiamo creduto tra i primi. Non per eccesso di ottimismo o di tifo, ma per puro apprezzamento delle capacità della squadra, dello staff, della società. Sembravamo visionari, al punto che anche i tifosi, davanti ai titoli sulla Champions, ci hanno a volte chiesto di frenare, di non esagerare, di non chiedere troppo ai giocatori. Ma la nostra, ripetiamo, era «solo» stima, era fiducia totale nella men-
dente Antonio Percassi in giù. Percassi che non perde occasione – giustamente – per ricordare a tutti che la salvezza viene prima di tutto. Perché i piedi per terra sono il presupposto fondamentale per non perdere il dna bergamasco, anche se magari vedremo l’Atalanta al Bernabeu, al Nou Camp o in qualche «tempio» inglese del calcio. Quarto posto, poi il settimo, l’Europa, Dortmund, la finale di Coppa Italia, il terzo posto. E la Champions che verrà. Tutto per l’Atalanta. Fannoimpressione,tuttiquestitraguardi, messi in fila. Ma sono tutti veri, e hanno fatto felici migliaia e migliaia di bergamaschi. E di questo, da bergamaschi prima che tifosi, non possiamo che dire un enorme grazie.
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Il presidente dell’Atalanta, Antonio Percassi, in trionfo a Reggio Emilia
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I PARERI
UN CICLO MEMORABILE CALMA E PROGRAMMI IL SEGRETO È BERGAMO IN A DA 8 ANNI: RECORD NEL CALCIO DELLE SPA E PER 3 ANNI DI FILA IN EUROPA: MAI SUCCESSO RISULTATI POSSIBILI PERCHÉ QUI VINCE LA MISURA MEGLIO PAZIENZA, LUNGIMIRANZA, TONI BASSI Pietro Serina
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e parole chiave del fenomeno Atalanta sono quanto di meno gradito il mondo del calcio vuol sentire: pazienza, programmazione, lungimiranza, toni bassi. In un contestocheormaihafattodel«tutto e subito» il suo credo e da lì non si muove - nonostante ogni anno ci siano tragedie sportive - Bergamo è una sfavillante anomalia che (per nostra fortuna) non fa scuola. L’Atalanta non è più e non è solo la città piccola città (58 campionati di A, nessuno di più in provincia) che quest’anno precede le due squadre di Milano, le due di Roma, neppure parliamo delle due di Genova, la seconda di Torino, Firenze, Bologna. L’Atalanta è anche il club che va al contrario: tutti assommano
DIETRO BERGAMO CI SONO MILANO, ROMA, GENOVA, METÀ TORINO, FIRENZE, BOLOGNA perdite, qui sono maturati 50 milioni di utili netti negli ultimi due bilanci. Tutti ogni anno rifanno la squadra per arrivare dieci mesi dopo allo scudetto o quasi, qui dieci mesi prima si inseriscono giocatori dietro i big per farli crescere e poter poi cedere i titolari. Tutti passano dal trionfo per due vittorie al baratro per due sconfitte. Qui quando la squadra era quartultima a +1 sulla B i commenti erano da choc: ma nessuna rivale gioca meglio, si tratta solo di risolvere il
UNA SCATOLA MAGICA CHE PUÒ RIVELARE ALTRE SORPRESE L’ATALANTA DI GASP STUPISCE OGNI ANNO HA RAGIONE SACCHI: DIVERTE, HA CORAGGIO E IDEE, HA STRA MERITATO LA CHAMPIONS ORA RINFORZI A PROVA DI STRAORDINARI Andrea Benigni
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rrigo Sacchi, uno che di Champions se ne intende, e ancor più di bel calcio – il suo primo Milan, 1987/91 (l’era di Gullit e van Basten, per intenderci) è stato definito la squadra più forte di tutti i tempi – l’aveva detto: tra Atalanta, Inter, Milan e Roma quella bergamasca merita più di tutte di partecipare alla massima competizione europea per club. Perché l’Atalanta gioca meglio delle altre. In tutte le interviste, anche al nostro giornale, il tecnico di Fusignano ha spiegato semplicemente i pregi dei nerazzurri: vederli giocare è un divertimento, per il coraggio, la qualità e le idee che esprimono. Le idee di Gasperini. Sacchi, da allenatore, vede con piacere la mano
LA SQUADRA 2019/20 NON PUÒ PRESCINDERE DAL TECNICO PIEMONTESE del collega nel capolavoro bergamasco. È vero che poi in campo vanno i giocatori ma se il tecnico apparecchia la partita come si deve metà dell’opera è già fatta. E quei giocatori, nel caso degli atalantini, sono stati così bravi a seguire il maestro Gasp e a maturare una mentalità di fiducia e consapevolezza, che poi, uniti – osserva ancora Sacchi – arrivano a formare un gruppo di «eroi». Miglior benedizione l’Atalanta non poteva immaginarla. Un giocatto-
problema del gol. E i tifosi sempre «slow», con la prudenza delle certezze più granitiche preferita ai voli pindarici figli di ogni singolo momento. Questo è uno stile, la pazienza se Gasp parte perdendo quattro gare su cinque (autunno 2016) poi paga, credere che i gol arriveranno dopo averne segnati solo due in 7 partite poi di porta a farne 103 in stagione (49 gare). E, ampliando l’orizzonte, ecco che l’Atalanta dal ritorno della famiglia Percassi ora è arrivata a otto stagioni consecutive in serie A, record nei 52 anni del calcio dei capitali (1967: nascono le spa). E le ultime tre chiuse con la conquista dell’Europa: 4° posto e gironi di Europa League, 7° posto e preliminar idi EUL, 3° posto e Champions League. E questi due sono traguardi raggiunti per la prima volta di sempre. Qui un altro vantaggio, per il futuro: dato che da queste parti prevalgono programmazione, pazienza e lungimiranza, nessuno farà tragedie se tra un anno dovremo commentare un 10° posto senza Europa. Critiche sì, dipenderà dagli eventi. Ma l’Atalanta che si autofinanzia guidata da un suo ex calciatore abile ad anticipare le tendenze avrà comunque sempre il consenso della sua gente. Altrove non succede. E i risultati sono lì da vedere. lo che, un anno dopo l’altro, rivela sempre delle sorprese, come quelle scatole magiche piene di cassettini e aperture segrete. Un giocattolo che alla terza Europa consecutiva siamo sicuri saprà dare il meglio. A patto di non smontarlo o, comunque, di trovare i pezzi giusti se ci si vuole mettere mano. Siccome a campionato finito, il calciomercato entra nel vivo in men che non si dica, stiamo parlando della squadra che verrà. Ossatura da salvaguardare, con qualche innesto all’altezza di una stagione che si annuncia impegnativa e faticosa come sempre quando ci si batte su tre fronti: coppa europea, serie A e Coppa Italia. L’asticella si è alzata ancora, di conseguenza serviranno fisico e doti tecniche e caratteriali: testa e gambe da Atalanta internazionale. Il calcio contemporaneo è uno stress, il rischio di infortuni è aumentato ma, sotto questo profilo, a Zingonia c’è uno staff che ha dato prova di capacità non comuni, dal momento che la squadra in tre anni ha lamentato ben poche defezioni. Intanto, come invocano altre voci nelle pagine che seguono, le fondamenta dell’Atalanta 2019/20 partono dalla conferma di Gasperini, mai tanto corteggiato da club più blasonati. Il suo clone purtroppo non esiste.
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CORBANI: «DA PERCASSI LO SLANCIO AL CLUB E TENIAMOCI GASPERINI» DIETRO IL SUCCESSO DI QUESTA ATALANTA C’È LA COMPETENZA DEL PRESIDENTE CHE SCEGLIE LE PERSONE GIUSTE, COME SARTORI Paolo Vavassori
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l presente è oro che luccica. Ma il futuro è ancora più radioso. Per la passione che avvolge la squadra, per i solidi programmi societari, per la validità dei progetti, lo stadio, il vivaio, l’Europa. Elio Corbani alza lo sguardo e vede solo un pieno di fiducia e di ottimismo. I ventimila di Roma? «Beh, sono il segno della componente principale: la passione per l’Atalanta. Un entusiasmo che c’è sempre stato per i colori nerazzurri. Ma che ora, con la famiglia Percassi, ha avuto uno slancio ulteriore. Il presidente ha grossi meriti». Me ne dica un paio?
«Anzitutto sa di calcio. Ai suoi tempi era un difensore arcigno
«RISTRUTTURARE LO STADIO ALTRA SPLENDIDA INTUIZIONE: È UN REGALO A TUTTA LA CITTÀ» che usava spesso le maniere forti. Da presidente invece ha costruito un gioiello di squadra che ottiene i risultati attraverso il bel gioco. Lui programma e raggiunge gli obiettivi prefissati. E poi ha avuto la brillante capacità di circondarsi di persone molto competenti. Prendete Sartori: fiuta talenti in giro per il mondo. E li acquista solo dopo averli visionati più volte anche di persona: è un lavoro di intuizione e di competenza che porta grandi risultati». E poi la scelta di Gasperini: quanto è importante tenerlo a Bergamo?
«Credo sia importantissimo, fondamentale. Gasperini ha dato gioco, identità, risultati, mentalità all’Atalanta. Ha una sua idea di calcio e la applica con successo. E valorizza i giovani. Per prima cosa bisogna blindare il tecnico: è indispensabile per il futuro». C’è un giocatore che vorrebbe rimanesse a Bergamo a tutti i costi?
«Vien facile dire Ilicic per la caratura tecnica e la capacità di fare la differenza. Ma non riesco a dirne uno in particolare. La società e Gasperini hanno costruito un gruppo eccezionale. Prendete i due centrocampisti Freuler e de Roon: se ne parla poco a volte, ma sono due pedine decisive, due grandissimi giocatori. Con le fondamenta di questa Atalanta e qualche piccolo cambiamento fisiologico si può andare lontano». Veniamo all’Europa: si dice che la sconfitta con il Copenaghen abbia permesso all’Atalanta di preparare meglio il campionato e volare in classifica.
«Non sono molto d’accordo. Il ko nel turno finale dei preliminari di Europa League ha abbattuto squadra, società, ambiente, tifosi. È stata una sconfitta immeritata e questo ha influito sul morale e sui risultati successivi. C’è stato un contraccolpo, abbiamo perso punti e c’è voluto un po’ di tempo per rianimarsi. Anche in questo frangente Gasperini è stato bravissimo a gestire il momento ispirando la rimonta». Un inciso doveroso sulla finale di Coppa. Passata la delusione?
«Il rammarico è forte per un motivo molto semplice: l’Atalanta meritava di portarsi a casa la Coppa Italia. E ripenso anche all’episodio del rigore non concesso: un doppio errore dell’arbitro e del Var, ma soprattutto del Var che avrebbe dovuto controllare bene e richiamare l’attenzione dell’arbitro. Però l’Atalanta ha rialzato subito la testa con orgoglio». La Champions lenisce le ferite di Coppa Italia, no?
«Sarebbe stato un successo enorme l’Europa League, figurarsi la Champions. E conquistata con merito, attraverso il bel gioco: è un punto in più a nostro favore». Ultima cosa, Percassi sta pensando anche alla cornice del futuro.
«Altra splendida intuizione nel segno della lungimiranza. E non solo per l’Atalanta: uno stadio ristrutturato, bello e moderno è un regalo per tutta la città».
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L'INIZIO DELLA STORIA
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TUTTO COMINCIÒ CON LE LACRIME DI COPENAGHEN IL 30 AGOSTO LA COCENTE DELUSIONE NEI PRELIMINARI DI EUROPA LEAGUE. NEL RITORNO DELL’ULTIMO ATTO LA SCONFITTA AI RIGORI A COPENAGHEN SANCÌ L’ELIMINAZIONE PREMATURA DALLA COMPETIZIONE CONTINENTALE. DA QUEL KO È NATA UNA CAVALCATA DA SOGNO IN CAMPIONATO Matteo Spini
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areva tanto la fine, è stato solo l’inizio. Il 30 agosto 2018, l’Atalanta ha perso la sua Europa prima ancora di acchiapparla: la triste serata di Copenaghen, nell’immaginario collettivo dei tifosi nerazzurri, non può che essere ricordata come un evento nefasto. Però, oggi, col senno di poi, può anche assumere una valenza opposta: con un esito diverso, Gomez e compagni sarebbero arrivati in fondo alla stagione a giocarsi addirittura la Champions? Facile pensare che, con l’Europa di mezzo, il campionato non sarebbe stato così esaltante: qualche punto sarebbe probabilmente stato perso qua e là, sacrificato sull’altare del doppio (anzi, triplo) impegno, come del resto era successo un anno prima. Ecco, quindi, che le immagini di quella sera, riviste oggi, appaiono del tutto diverse: il bianco e nero diventa colore, le lacrime si asciugano, la delusione scivola via. Il Copenaghen, a questo punto, non assomiglia più al Malines: da chimera è diventato trampolino. Certo, lo sconforto, allora, fu enorme. Due partite e duecentodieci minuti non servirono all’Atalanta per catturare la miseria di un gol, i danesi resistettero e, senza rubare nulla, portarono la partita di ritorno ai rigori. Estraendo dal cilindro, in pratica, la kryptonite atalantina: gli undici metri, negli ultimi anni, si sono trasformati in tabù. Ecco dunque che, quel giovedì sera di fine estate, in tarda serata, regalò l’amarezza più grande: Gomez che calcia sulla traversa, la lotteria che continua, l’ex Cornelius che completa la frittata, qualche ora prima di chiude-
LA SERATA DANESE FU UNO CHOC. MA DOPO UN MESE E MEZZO DIFFICILE, I NERAZZURRI HANNO INIZIATO UNA RISALITA TRAVOLGENTE
re le valigie e salutare la truppa. E l’Europa League che finisce in mano (o nelle pinne) della Sirenetta. Semplicemente uno choc. Che l’Atalanta ha dovuto fronteggiare per settimane, se non mesi: settembre e ottobre a rincorrere se stessa e le vecchie certezze perdute, un avvio di campionato orribile che sembrava avere mandato a gambe all’aria ogni proposito di Europa-ter. Otto giornate di serie
A e sei punti, quartultimo posto, gol col contagocce: niente di riconducibile a quella che sarebbe diventata squadra d’alta classifica, con un attacco da tripla cifra. Poi arrivò il 21 ottobre, ChievoAtalanta 1-5, e iniziò una nuova storia: tutta in rincorsa, capace di regalare sogni e soddisfazioni. In grado di cancellare gli spettri di quella serata danese: non più così terribile, a ben pensarci.
Pierluigi Gollini atterrito a Copenaghen dopo la beffa dell’eliminazione ai rigori dall’Europa League FOTO AFB
10 L'ANALISI
TERZI E IN CHAMPIONS IL PAPU TREQUARTISTA UN TRIONFO POPOLARE L’ATALANTA È CAMBIATA QUANDO GASPERINI HA ARRETRATO GOMEZ RISALITA MEMORABILE FINO A RISULTATI MAI VISTI, CON 103 GOL SEGNATI LA FINALE DI COPPA ITALIA NELLA STORIA PER I 22 MILA SUGLI SPALTI Pietro Serina
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all’esclusione dai gironi di Europa League alla conquista della Champions. Passando dal quartultimo posto a +1 sulla retrocessione dopo otto giornate al 3° posto finale in classifica. Che «dal letame nascono i fior” (Via del Campo, Fabrizio De Andrè, 1967) l’Atalanta l’aveva capito nella primavera 2017, quando dall’umiliante 1-7 di San Siro con l’Inter era partita la serie finale di 10 gare utili capace di portarla al 4° posto finale, quindi ai gironi di Europa League. Ma che l’evento si potesse ripetere solo due anni dopo, e così enormemente amplificato, non era immaginabile. E invece eccoci qui, a ricordare un’estate 2018 cominciata con la beffa del Milan prima escluso (irregolarità di bilancio) e poi riammesso in Europa League a una settimana dall’avvio dei preliminari, nei quali di conseguenza è finita l’Atalanta (come da verdetto del campo). Quei preliminari (dal 26 luglio: 2-2 a Reggio con il Sarajevo) sono poi diventati il veleno d’agosto (eliminazione ai rigori con il Copenaghen, dopo due 0-0 con 37 tiri nerazzurri nello specchio della porta in 210 minuti…) e il cammino verso il baratro del non-gol (2 in 7 partite), E ancora, durante la sosta di metà ottobre, l’intuizione da cui è partita la rinascita che domenica è diventata consacrazione. Gomez trequartista (poi «tuttocampista» nel 3-4-1-2, con Ilicic e Zapata davanti. E lì è cambiato tutto. I tre davanti: 52 reti e 39 assist
Dal quartultimo posto con 6 punti in 8 gare (+1 sull’Empoli terzultimo e in zona B) ai 69 di fine stagione. Cioè 63 punti in 30 gare, e nel parziale solo la Juventus ha fatto
DOPO OTTO TURNI LA SQUADRA ERA QUARTULTIMA A +1 SULLA SERIE B CON 6 PUNTI IN 8 GARE. POI LA RIMONTA meglio (66). Dietro i 63 dell’Atalanta il Napoli a 61, poi il baratro fino ai 56 del Milan. Tutto per un terzo posto finale che per la classifica sopra proposta vale il secondo, la seconda serie positiva di tutta la stagione (13 gare per 31 punti), il secondo posto tra i cannonieri per Zapata. Il centravanti colombiano – partito per migliorare il suo record di 11 reti in Italia, è arrivato a raddoppiarlo: 23 gol (e 9 assist). In serie A sarebbe primo senza rigori: Zapata 22 reti, Piatek 20, Milik e Quagliarella 17, Cristiano Ronaldo 16. Ancora: i gol segnati da Duván diventano 28 (con 12 assist) in stagione, e lui diventa il simbolo di un altro record a cui nessuno a Bergamo aveva mai neppure pensato: 103 gol segnati in stagione, come in un torneo di ragazzini del Csi. E, fiore all’occhiello, 77 reti in A (miglior attacco), con 15 giocatori andati a segno (17 in stagione). E con i tre davanti arrivati a numeri spaventosi: 52 reti (Zapata 28, Ilicic 13, Gomez 11) e 39 tra assist (rigori procurati, eccetera): Gomez 16, Zapata 12, Ilicic 11). Quello storico 3-0 alla Juventus
Che questo sia stato il tema di tutto l’anno – si comincia a giocare, l’Atalanta si mette a produrre calcio, gioca per vincere, attacca e tendenzialmente segna (di media più di due gol a partita) – lo conferma anche un altro dato sor-
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prendente: i nerazzurri da luglio hanno conquistato 32 punti partendo da situazione di svantaggio, recuperando 15 volte il risultato in 14 gare diverse: 13 volte in 12 sfide di A(26 punti), ad Haifa nel preliminari di Europa League, con la Fiorentina in Coppa Italia. Sì, in Coppa Italia. Altro fiore al-
l’occhiello di questa stagione memorabile: l’Atalanta ha conquistato la quarta finale del torneo di tutta la sua storia, la seconda in gara l’unica. È successo 56 anni dopo la precedente, vinta 3-1 con il Torino nel 1963 (erano 56 anni dopo la fondazione:1907). Ma quel trofeo del
1963 è rimasto l’unico in bacheca, questa volta ha prevalso la Lazio (2-0) dopo una gara più di calci che di calcio. A segnarla l’eccessiva tolleranza dell’arbitro di campo Banti (a fine carriera) e un grave errore dell’arbitro al Var Calvarese, che sullo 0-0 non ha visto (e non ha segnalato all’arbitro di campo) un fallo di mano di Bastos (difensore della Lazio): c’erano rigore ed espulsione, palla sul dischetto e avversari in dieci dopo 26’ di gioco. La vittoria del pubblico
Ma l’Atalanta in quella notte del 15 maggio all’Olimpico ha comunque vinto la sua partita, esattamente un secondo dopo che il fischio finale aveva sancito la bef-
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fa sul campo. Perché la Lazio, Banti e la cerimonia di premiazione (ritardata per quel che stava succedendo in campo) sono stati sovrastati dal momento regalato a tutto lo sport dal popolo nerazzurro.
L’ESODO DEL TIFO BERGAMASCO FINO ALL’OLIMPICO È DIVENTATO LA PIETRA MILIARE SU CUI LA SOCIETÀ POTRÀ COSTRUIRE IL SUO FUTURO Sì perché in tribuna all’Olimpico, a casa della Lazio, c’erano 22 mila tifosi dell’Atalanta, che da quel momento si sono profusi in un infinito applauso alla squadra che in campo piangeva, e ad un allenatore acclamato senza sosta dopo una beffa. Ma non poteva essere altrimenti dopo il cammino nel torneo: vittoria 2-0 a Cagliari in gara unica, soprattutto clamoroso 3-0 alla Juve a fine gennaio, a Bergamo, sempre in gara unica. E quella è stata la prima sconfitta dei campioni contro un’italiana, l’unico ko subito dai bianconeri a stagione ancora «viva». E poi il dominio (con rimonta nel ritorno) contro la Fiorentina in semifinale. Ecco perché la finale non poteva che chiudersi con quel trionfo finale di una squadra tributata a prescindere dal campo – dai grandi riconoscimenti dei 22 mila arrivati all’Olimpico. E quell’esodo nerazzurro fino alla Capitale (1.200 km tra andata e ritorno…) anzitutto è entrato nella storia come il più grande di sempre, nonostante i 15 mila andati a Genova per lo spareggio promozione dalla B del 1977 vinto 2-1 con Cagliari (col presidente Antonio Percassi in campo...) sembrassero irraggiungibili. E poi quell’esodo è diventato la pietra miliare sulla quale ricostruire il futuro. Che meno di due settimane dopo è partito dai 16.000 disposti a trasferirsi da Bergamo a Reggio Emilia per guadagnarsi la Champions. Per il preludio a una nuova stagione che diventerà testimonianza dell’attaccamento di una terra a una delle sue espressioni più amate. Perché dalla ripresa di fine agosto la testa andrà a Messi e Neymar, al Real Madrid e al Manchester City. Sono le prossime tappe di questa storia infinita che Bergamo ha il privilegio di vivere.
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IL PROTAGONISTA/TOP 13
GOMEZ, NUOVO RUOLO SEMPRE PROTAGONISTA E ANCOR PIÙ LEADER L’ATALANTA HA CAMBIATO MARCIA QUANDO GASPERINI HA INVENTATO IL «PAPU» IN UNA POSIZIONE DIVERSA PIÙ LONTANA DALLA PORTA. L’ARGENTINO HA RIPRESO IN MANO LA SQUADRA CONFERMANDOSI DECISIVO COME TREQUARTISTA O GUASTATORE DIETRO LE PUNTE Luca Bonzanni
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l sipario s’era alzato una sera d’agosto, spalancando sogni e ambizioni dopo i primi assaggi preliminari di Europa. Due reti e due assist per lasciare il segno alla prima di campionato, questo aveva fatto Alejandro Gomez. Certo di fronte c’era il Frosinone e non il Real Madrid, ma quella notte sì, sembrava l’incipit di un anno d’oro. L’estate era stata un tormentone senza poi troppe scorie: le voci di mercato, il corteggiamento della Lazio, la voglia di giocare finalmente la Champions League, tutto risolto nella certezza della permanenza a Bergamo. Poi nella sceneggiatura s’è infilato infingardo il colpo di scena, per l’Atalanta e per il Papu: la doccia ghiacciata di Copenaghen, il contraccolpo, tutto che andava storto. Ne ha risentito pure lui, che dell’Atalanta è capitano e ormai simbolo. Ma dalle difficoltà s’è però giunti alla soluzione, ingegnosa come solo certe invenzioni possono esserlo. La seconda vita di Gomez – che è un po’ la seconda vita dell’Atalanta in questa stagione – è iniziata a ottobre a Verona, in quella vittoria per 5 a 1 sul Chievo in cui paradossalmente Papu non ha partecipato all’abbuffata del gol. Però lì s’è intuita la rivoluzione, decisiva. Il problema, in quel frangente di stagione, era trovare il gol; per farlo, Gian Piero Gasperini ha fatto il contrario di ciò che la logica suggerirebbe e ha avuto ragione: ha preso Gomez, colui che due anni prima aveva firmato 16 gol, e lo ha allontanato dalla porta. Trequartista, guastatore dietro le punte, persino mediano in certi frangenti di gara. Così ha
Alejandro «Papu» Gomez, 31 anni, cinque stagioni a Bergamo FOTO AFB
GIOCANDO PIÙ LONTANO DALLA PORTA IL «PAPU» HA FATTO MENO GOL, MA I SUOI COMPAGNI HANNO SEGNATO A RAFFICA
RENDIMENTO DA TRASCINATORE. LA CONFERMA ARRIVA DAI NUMERI STAGIONALI FRA ASSIST, FALLI SUBITI, TIRI EFFETTUATI E LEGNI COLPITI
iniziato a segnare tutta la squadra. Non sarà forse più il Papu dei tempi d’oro, s’arrovella perplesso il tifoso passando alla moviola l’annata appena conclusa. Forse è il solo dato dei gol che abbaglia (ma alcuni, anche spettacolari come quello nel 4-1 sull’Inter, brillano di estetica), spingendo verso giudizi un po’ tagliati a fette. C’è però dell’altro, nel raccontare un anno del Papu, e lo si scorge guardando alle prestazioni nel complesso e ad altre statistiche: il capitano nerazzurro è stato ai vertici della A per assist e falli subiti (dunque fa sempre paura agli avversari, pure se ora sgomita a metà campo e non in area), è tra i top per tiri fatti e pure i legni centrati (un po’ come nella stagione passata). Il fisico quest’anno poi lo ha aiutato, dopo la scorsa annata tormentata: e quando per un acciacchino non ha giocato, come a febbraio in casa del Torino (appena prima della semifinale d’andata di Coppa Italia con la Fiorentina, quindi il riposo era strategico), guarda caso l’Atalanta ha perso. A gennaio, puntuali come in ogni sessione di mercato, erano arrivate le voci dall’Arabia; più dei soldi, però, contano i sogni. Quello di sollevare un trofeo – la Coppa Italia – è sfumato, e la prestazione sottotono nella notte dell’Olimpico, nel momento decisivo, nella partita della storia atalantina, probabilmente è un cruccio che Gomez si porterà addosso per un po’. Resta però l’Europa, ancora una volta. Perché il sogno di giocare nel grande calcio continentale, ormai, si può rincorrere anche a Bergamo. E il Papu, che a 31 anni sboccia in una seconda giovinezza da tuttocampista, come può aver voglia di fermarsi?
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VALERIA MARTINI
MATTEO ROSA
MONICA SUCCI
Laurea in Odontoiatria Specialista in Chirurgia Orale
Laurea in Odontoiatria Perfezionato in Endodonzia
Laurea in Odontoiatria Specialista in Ortodonzia
Laurea in Igiene Dentale
Laurea in Igiene Dentale
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L'ECO DI BERGAMO GIOVEDÌ 30 MAGGIO 2019
IL PROTAGONISTA/TOP 15
ILICIC INCOSTANTE? OGGI È UN «SUPEREROE» BERGAMO PAZZA DI LUI LA DISCONTINUITÀ ERA IL SUO NEO, MA HA TROVATO UNA SQUADRA CHE CI CREDE E – DISSE IL GASP – «ORA CI CREDE ANCHE JOSIP» SECONDA STAGIONE IN DOPPIA CIFRA, CON IL PALLONE TRA I PIEDI SEMBRA DANZARE. ED È IMPRENDIBILE: PER FERMARLO È TRA I PIÙ PICCHIATI Carlo Canavesi
L
a principale critica nei confronti di Ilicic, nel corso della sua lunga carriera nel calcio italiano, è sempre stata la stessa: «Fortissimo, ma troppo discontinuo». Qualcosa che, oggi, sembra una barzelletta. Perché lo sloveno è diventato un vero e proprio trascinatore da quando è sbarcato sotto le Mura di Città Alta. La miglior metafora per descrivere questa metamorfosi l’ha trovata Gasperini (e chi se no?), ospite circa un anno fa al Club di Sky Sport: «Qui ha trovato un gruppo che ci crede, quindi ci crede anche lui. Da vagone è diventato locomotiva». Locomotiva del treno europeo dell’Atalanta, che non vuole fermarsi a nessuna stazione, ma continuare ad inseguire i propri sogni. Per Ilicic è arrivata la seconda stagione consecutiva in doppia cifra: non gli era mai successo in carriera. Sintomo che a Bergamo è scattato qualcosa di diverso, un feeling speciale con il suo pubblico. «La nonna», è soprannominato nello spogliatoio nerazzurro. «Dice sempre che sta male», sorride Gasperini. Ma va bene così, a lui è tutto concesso, viste le gioie regalate ai tifosi dell’Atalanta in queste prime due stagioni in nerazzurro. Con il pallone tra i piedi danza e sembra imprendibile, non a caso è uno dei giocatori con più falli subiti di tutto il campionato, fermarlo legalmente sembra diventato impossibile. Basti pensare al primo tempo della semifinale di andata di Coppa Italia, due assist splendidi, una miriade di giocate spettacolari, impossibili ai comuni mortali. Perché Ilicic sembra diventato un supereroe durante questa stagio-
PECCATO I GUAI DI SALUTE A INIZIO STAGIONE: I TIFOSI NON SMETTONO DI CHIEDERSI COME SAREBBE ANDATA COL COPENAGHEN CON LUI IN CAMPO
ne, risorto alla grande dopo i problemi di salute estiva, che lo hanno costretto a saltare praticamente tutta la preparazione. Quante volte i tifosi dell’Atalanta si sono chiesti come sarebbe finita a Copenaghen se lo sloveno fosse stato in campo. Il destino ha voluto questo e la grande rivincita è arrivata, anche grazie a Ilicic. Le sirene di mercato ci sono, inevitabili quando si parla di un giocatore
con questa caratura. Ma Bergamo è innamorata del suo fantasista mancino, impossibile che lui non contraccambi. Si è creato un legame indelebile, con un giocatore che sta riscrivendo per sempre la storia dell’Atalanta, con gol, assist, semplici giocate a centrocampo che nei novanta minuti fanno la differenza. Sempre e comunque danzando con il pallone tra i piedi.
Tecnica da fuoriclasse: Josip Ilicic, 31 anni, attaccante sloveno alla seconda stagione con l’Atalanta FOTO AFB
16 IL PROTAGONISTA/FLOP
L'ECO DI BERGAMO GIOVEDÌ 30 MAGGIO 2019
RIGONI, SUBITO I BOTTI POI L’INATTESA ECLISSI E IL RITORNO IN RUSSIA È STATA UNA TOCCATA E FUGA QUELLA DELL’ARGENTINO A BERGAMO IL FANTASISTA, CERCATO ANCHE DALLA JUVE, AL DEBUTTO HA SEGNATO DUE GOL ALLA ROMA. E TRE SETTIMANE DOPO UNO AL MILAN. POI SI È PERSO MA, RIENTRATO ALLO ZENIT, SI È «CONSOLATO» VINCENDO LO SCUDETTO Luca Persico
A
ltro che Shakespeare, il «sogno di una notte di mezza estate» è stato quello di Emiliano Rigoni. Un lampo nel cielo, una stella cadente nel firmamento atalantino, ecco cosa è stata l’avventura italiana del 26enne fantasista argentino. Dal 22 agosto (giorno del suo arrivo con presentazione ufficiale sul sito della società) al 23 dicembre (data dell’ultima apparizione ufficiale), in mezzo quattro mesi e un eclissamento che sembrava inimmaginabile considerate le premesse. Un po’ perché quella tra Rigoni e l’Atalanta era stata un’unione consumatasi dopo un lungo corteggiamento durato almeno un anno e mezzo e tre sessioni di mercato. Soprattutto perché il primo approccio era stato da applausi: doppietta alla prima da titolare in campionato sul campo della Roma (3 a 3), con tanto di palma di migliore del match; gol pesante anche tre settimane dopo, in casa del Milan (2 a 2), dispensando dribbling e lampi di genio (specie con il piede mancino) alla Scala del calcio. Poi, progressivamente, Rigoni (numero 24 sulla schiena, 1,80 per 74 kg) è finito ai margini, giocando titolare solo tre dei match in calendario sino al termine del girone d’andata. In tutto solamente 362 minuti spalmati su 13 presenze, prima di fare ritorno a metà gennaio allo Zenit di San Pietroburgo (col quale ha poi vinto il titolo di Russia), la società da cui l’Atalanta l’aveva prelevato in estate con la formula del prestito oneroso con diritto di riscatto (fissato a 15 milioni di euro). Come in certi matrimoni che finiscono dopo essere iniziati tra i fuochi d’artificio, le colpe non
Emiliano Rigoni, 26 anni, era arrivato dallo Zenit San Pietroburgo FOTO AFB
CORTEGGIATO PER UN ANNO E MEZZO, ALL’ATALANTA HA FATTO TANTA PANCHINA E SOLO 362 MINUTI SPALMATI SU 13 PRESENZE
MA TATTICAMENTE HA FORSE RISENTITO DEL RIENTRO DI ILICIC E DELLA TRASFORMAZIONE DI GOMEZ IN «TUTTOCAMPISTA»
sono mai solo da una parte sola. Forse il sudamericano (talento indiscutibile, due anni fa aveva esordito nell’Albiceleste di Messi) è finito preda di un equivoco tattico: il rientro di Ilicic dopo l’infortunio e la trasformazione del Papu Gomez in «tuttocampista», l’hanno progressivamente portato fuori dai radar, lui che ha sempre dato il meglio di sé partendo dall’esterno. Lui, certamente, non ha fatto troppo per aiutarsi, vedi l’ultima apparizione con il Genoa (l’antivigilia di Natale, ko per 3 a 1) decisamente rivedibile per garra e voglia di ribaltare le gerarchie. Ha liberato l’armadietto di Zingonia dopo due mancate convocazioni per scelta tecnica con Juventus e Sassuolo, cederlo senza rimpiazzarlo sembrava un azzardo, e invece, girone di ritorno alla mano, anche questa si è rivelata una scommessa vinta da società e allenatore (che non ama le rose numerose). Anche Rigoni, parzialmente, ha contribuito alle statistiche di un attacco da primato, ma la sua storia con Bergamo è stata una toccata e fuga, una parabola discendente all’insegna del rimpianto. E dire che si era presentato dicendo che l’aveva mandato un certo German Denis e confessando che per vestirsi di nerazzurro aveva detto di no alla corte delle Vecchia Signora (sì, proprio la Juventus). E pensare che tra gli argentini e l’Atalanta il feeling non era mai mancato, vedi le magie di Maxi Moralez, giusto per fare il nome di un predecessore dalle caratteristiche simili. Invece, nel suo caso, è stato diverso, e forse non era semplicemente destino. Ci sono storie calcistiche destinate ad andare un po’ così: citando Shakespeare, come sogni di una notte di mezza estate.
L'ECO DI BERGAMO GIOVEDÌ 30 MAGGIO 2019
IL PROTAGONISTA/FLOP 17
IL MURO E LE SUE CREPE BERISHA SI È SMARRITO NELLA PORTA GIREVOLE L’ESTREMO DIFENSORE ALBANESE, GRANDE PROTAGONISTA DEL QUARTO POSTO NELLA STAGIONE 2016/2017, È STATO A LUNGO IN BALLOTTAGGIO CON GOLLINI, ALLA FINE PROMOSSO TITOLARE IN PIANTA STABILE. NESSUN ERRORE CLAMOROSO, MA QUALCHE INCERTEZZA CHE HA PESATO IN MODO DECISIVO Paolo Vavassori
E’
stata un’annata di ballottaggi e porte girevoli per l’Atalanta. Berisha o Gollini, Gollini o Berisha? Il dubbio ha cominciato a frullare nella testa di Gasperini sin dall’uscita dai blocchi della stagione. Una staffetta tra i due portieri che si è accesa subito nei preliminari d’Europa. Contro il Sarajevo ha giocato Berisha, poi è toccato a Gollini difendere i pali contro Hapoel Haifa e Copenaghen. E in campionato prima Gollini titolare nelle prime due partite, poi di nuovo tra i pali il portiere albanese contro il Cagliari, Gollini nelle due gare successive, Berisha contro il Torino e Gollini per un altro tris di gare. Contro il Parma rispunta Berisha. Un continuo avvicendamento, figlio dell’incertezza, dell’equilibrio nei valori, ma probabilmente anche della percezione che nessuno dei due stava convincendo totalmente. Gollini magari per inesperienza e Berisha perché non riusciva ad essere il muro paratutto della prima stagione in nerazzurro, due anni fa, quella del quarto posto e del riscatto meritatissimo pagato alla Lazio. A un certo punto sembra comunque il flemmatico Etrit, ragazzo elegante, educato e perbene, il prescelto per il resto del campionato. Da Parma in poi, infatti, Berisha infila 16 partite di serie A consecutive, con qualche prodezza, come la manata in tuffo decisiva su Palacio a Bologna e altre prestazioni che invece lasciano dubbi e ripensamenti. Nei giudizi tecnici affiorano perplessità e valutazioni contrastanti sul tempismo nelle uscite. Non commette errori plateali Berisha, ma la critica, talvolta, gli rimprovera un senso di incertezza. Fosse stato il Berisha reattivo e prodigioso del
DECISIVE LE SCONFITTE IN CAMPIONATO CON MILAN E TORINO E IL 3-3 DI FIRENZE NELL’ANDATA DELLA SEMIFINALE DI COPPA ITALIA
2016/2017, il posto di titolare sarebbe stato blindato e mai in discussione. L’Atalanta con Berisha, perde contro il Milan in casa e a Torino, due partite in cui il numero uno albanese non convince. Poi pareggia a Firenze 3-3 in Coppa e Gasperini, alla vigilia del match di campionato con i viola, rilancia di nuovo Gollini. La scelta definitiva è compiuta perché Gollini, gioca, para e convince
del tutto, alzando questa volta il livello rispetto al portiere albanese. «Ho due portieri affidabili e non è escluso che, prima o poi, tocchi ancora a Berisha», dirà Gasp. Di fatto, però, Etrit non sarà più titolare. Paga una stagione troppo in chiaroscuro, senza grossi errori, ma comunque lontana per qualità e continuità dalle sole luci del 2016/2017. Il duello tra i pali, alla fine, lo vince Gollini.
Etrit Berisha, classe 1989, è a Bergamo dal 2016. L’anno dopo l’Atalanta l’ha riscattato dalla Lazio FOTO AFB
18 PROMOSSI&BOCCIATI
PAGELLE: ZAPATA, PAPU E ILICIC. E GLI OLANDESI ETRIT BERISHA
di Pietro Serina
6,5
ALTI E BASSI. PERDE IL POSTO Parte titolare nei preliminari, il possibile mercato estivo lo disturba, perde il posto, rientra a fine ottobre perché Gollini non brilla, gioca per quattro mesi, esce dopo i ko con Milan e Toro e non rientra più. Sembra sempre tranquillo ma in realtà patisce la concorrenza, o fa grandi parate o prende gol che lasciano basiti. L’ANNO DEI DUBBI IN CAMPIONATO: 18 presenze (1.716 minuti). La migliore: ATA-Lazio 1-0. IN STAGIONE (49 gare): 21 presenze (2.097 min.).
PIERLUIGI GOLLINI
7
RIVELAZIONE DI PRIMAVERA L’alternanza iniziale con Berisha è un problema per tutti, e in campo si vede. C’è lui a Copenaghen nel ko ai rigori, le incertezze con Fiorentina e Chievo lo riportano in panchina, da marzo torna titolare e regala una primavera clamorosa, con una serie di parate decisive che fruttano punti. Bravo con i piedi, adesso è davanti. CI FIDIAMO? IN CAMPIONATO: 20 presenze (1.911 minuti). La migliore: Napoli-ATA 1-2. IN STAGIONE (49 gare): 27 presenze (2.612 min.).
BERAT DJIMSITI
8
E ORA È VIETATO CEDERLO Salito in ritiro solo per l’infortunio di Varnier, diventa un esempio di dedizione, crescita e apprendimento. Difensore centrale con un fisico enorme, migliora a vista d’occhio, gioca freddo e spietato in marcatura, è forte di testa, e a fine stagione fa anche il vice Toloi. Ma bravo. UNA CRESCITA ENORME IN CAMPIONATO: 23 presenze (1.938 minuti); 1 rete e 2 assist. La migliore: ATA-Inter 4-1. IN STAGIONE (49 gare): 29 presenze (2.418 min.); 1 rete e 2 assist.
Duván Zapata, colombiano, 28 anni, simbolo della stagione nerazzurra: 27 gol e 12 assist FOTO AFB
ROGER IBAÑEZ
GIANLUCA MANCINI
sv
DISINVOLTURA DISARMANTE Arrivato a gennaio, ha vent’anni e tutta la carriera da costruire. Difensore centrale brasiliano destro di piede, bravo a giocar palla e forte di testa, per 4 mesi ha lavorato imparando da Toloi (del quale sarà l’erede). Ha giocato solo 5’ col Genoa, mostrando una grande sicurezza. PERSONALITÀ DI BUON AUSPICIO IN CAMPIONATO (su 17 gare): 1 presenza (5 minuti). L’esordio: ATA-Genoa 2-1. IN STAGIONE (20 gare): 1 presenza (5 minuti).
8,5
SE IL GOL VIENE DA DIETRO Il ragazzo di Toscana è arrivato in Nazionale, e crescerà ancora. Difensore che ama giocare aggressivo, nei tre gioca a destra o a sinistra senza problemi. All’andata diventa la rivelazione per il fiuto del gol (segna in 3 gare di fila). Dei 5 centrali è quello che ha giocato di più. ADRENALINICO. E CHE GOL IN CAMPIONATO: 31 presenze (2.464 minuti); 5 reti e 2 assist. La migliore: Samp-ATA 1-2. IN STAGIONE (49 gare): 35 presenze (2.868 min.); 6 reti e 2 assist.
ANDREA MASIELLO
8
LEADER, E FINALE DECISIVO È uno dei leader del gruppo, ma un avvio di stagione meno brillante rispetto al rendimento abituale, l’alto livello della concorrenza e un infortunio muscolare gli fanno perdere il posto. A primavera torna e pare solo turnover, ma il suo rendimento, simile a quello dei due anni precedenti, lo rende di nuovo intoccabile. Eterno. SU E GIÙ IN CAMP.: 24 presenze (1.944 minuti); 2 assist. La migliore: Samp-ATA 1-2. IN STAGIONE (49 gare): 33 presenze (2.747 min.); 2 assist.
L'ECO DI BERGAMO GIOVEDÌ 30 MAGGIO 2019
TIMOTHY CASTAGNE
19
8,5
CORSA, CRESCITA CONTINUA Più presenze, più gol, più assist, un contributo di corsa notevole per continuità e intensità. L’esterno destro belga che gioca bene anche a sinistra vive l’andata dietro Gosens, poi a un passo dalla cessione entra e non esce più. GOL DA ESTERNO A ESTERNO IN CAMPIONATO: 28 presenze (2.138 minuti); 4 reti e 3 assist. La migliore: ATA -Juventus 2-2. IN STAGIONE (49 gare): 36 presenze (2.844 min.); 5 reti e 5 assist.
ROBIN GOSENS
7,5
A SINISTRA? FUTURO SICURO Il tedesco più amato di Bergamo è un motorino mancino con un’esplosività da scudetto. Il piede non è da funambolo, ma Robin corre e combatte. In fascia preferisce giocare solo e rende di più dalla parte di Gasp (che lo guida). RE DEL LAVORO, TESTA OROBICA IN CAMPIONATO: 28 presenze (2.060 minuti); 3 reti e 3 assist. La migliore: ATA-Inter 4-1. IN STAGIONE (49 gare): 36 presenze (2.636 min.); 3 reti e 3 assist.
HANS HATEBOER Stagione 2018/19: i voti ZAPATA
ILICIC
HATEBOER
DE ROON
8,5
FREULER
CASTAGNE
MANCINI
8
DJIMSITI
MASIELLO
TOLOI
7,5
GOSENS
7
GOLLINI
PASALIC
6,5
BERISHA
RIGONI
6
BARROW
PESSINA
IBANEZ
RECA
9,5 9
s.v.
I lampi s.v. (Ali Adnan, Bettella, Valzania, D’Alessandro, Tumminello) 9 Gasperini
9 I Percassi
GOMEZ
PALOMINO
ARKADIUSZ RECA VALZANIA
I giovani s.v. (Kulusevski, Piccoli, Rossi) 9 La società
9 A Bergamo L’olandese Marten de Roon, 28 anni
JOSÉ LUIS PALOMINO
8,5
IMBATTIBILE IN MARCATURA Da difensore centrale nei tre diventa insuperabile quando sta bene fisicamente, ha il senso dell’anticipo, è duro come pochi nel contrasto. Meno a suo agio come esterno (pur essendo l’unico mancino), a gennaio ha rinunciato al Boca per restare e andare in Champions. LEONE D’AREA, LUI NON MOLLA IN CAMPIONATO: 30 presenze (2.402 minuti); 1 rete e 1 assist. La migliore: Bologna-ATA 1-2. IN STAGIONE (49 gare): 38 presenze (3.210 min.); 2 reti e 1 assist.
9
È POTENZA E RENDIMENTO Titolare inamovibile in fascia destra (e se serve marcatore), sarà l’uomo mercato. Calcisticamente sfrontato, con un fisico potente che si esalta nella corsa, s’impone superando i disagi storici in fase realizzativa: 5 gol e 6 assist. È ESPLOSO. EFFICACISSIMO IN CAMPIONATO: 35 presenze (3.140 minuti); 5 reti e 6 assist. La migliore: ATA-Inter 4-1. IN STAGIONE (49 gare): 42 presenze (3.901 min.); 6 reti e 7 assist.
RAFAEL TOLOI
8
UOMO IN PIÙ. SFORTUNATO Difensore centrale di destra che sale diventando un centrocampista aggiunto, poi da lì diventa il trascinatore del gruppo. Vive la stagione della consacrazione, ma un infortunio gli fa perdere 4 mesi a fine torneo, condizionando il giudizio complessivo. Certezza per il futuro. TRA I SEGRETI DI GASPERINI IN CAMPIONATO: 21 presenze (1.850 minuti); 1 rete e 3 assist. La migliore: Udinese-ATA 1-3. IN STAGIONE (49 gare): 28 presenze (2.625 min.); 2 reti e 5 assist.
sv
12 MESI DI APPRENDISTATO Ha giocato un’ora in tutto il campionato, eppure l’ultimA delle tre presenze ha portato buone indicazioni. Il mancino di fascia che gioca titolare nella Polonia ha qualità, attacca con grande corsa e mette buoni palloni, ma deve migliore in difesa pr trovare spazio. Crescerà. UN NAZIONALE IN ATTESA IN CAMPIONATO: 3 presenze (61 min.). La migliore: Parma-ATA 1-3. IN STAGIONE (49 gare): 5 presenze (166 min.).
MARTEN DE ROON
9
MIGLIOR MEDIANO DI SERIE A Il livello di rendimento è altissimo per continuità ed efficacia, è il mediano tattico che garantisce copertura a chiunque si inserisca. Leader quotidiano nel gruppo, a centrocampo si completa perfettamente con Freuler, formando una coppia formidabile. Il migliore in A nel ruolo. INTELLIGENZA E GRAN LAVORO IN CAMPIONATO: 35 presenze (3.157 minuti); 2 reti e 3 assist. La migliore: ATA-Inter 4-1. IN STAGIONE (49 gare): 43 presenze (3.995 min.); 3 reti e 3 assist.
20 PROMOSSI&BOCCIATI REMO FREULER
8,5
IL CALCIO? TESTA & QUALITA’ È Il prototipo del centrocampista moderno, corre e fa calcio, difende aggredendo e attacca costruendo. Lo svizzero non muore mai, in stagione è primo nella corsa e si specializza in assist. La nostra fortuna sarà riuscire a tenerlo qui. POCHI FORTI QUANTO LUI IN CAMPIONATO: 35 presenze (3.189 minuti); 2 reti e 6 assist. La migliore: ATA -Inter 4-1. IN STAGIONE (49 gare): 44 presenze (3.980 min.); 2 reti e 8 assist.
MARIO PASALIC
7
ALLA FINE, NUMERI DI LUSSO Parte pagando il passo compassato in una squadra che lo vorrebbe trequartista, ruolo che non è suo. All’inizio impara, nel ritorno cresce, fa bene da mediano, rende da «tuttocampista». Dalla sua ha un utilissimo senso del gol. SEGNA IN TUTTI I TORNEI IN CAMPIONATO: 33 presenze (1.732 minuti); 5 reti e 3 assist. La migliore: Cagliari-ATA 0-1. IN STAGIONE (49 gare): 40 presenze (2.137 min.); 8 reti e 5 assist.
MATTEO PESSINA
6
PREZIOSO SENZA GIOCARE Giovane, sveglio, positivo. Quarto centrocampista in una squadra nella quale i due titolari giocano sempre, vive la stagione da apprendista. È un esempio nel lavoro, aspetta il suo turno e cerca di sfruttare le opportunità che capitano. Alla fine le presenze ci sono, i minuti meno. PAZIENTE IN CAMP.: 12 presenze (275 minuti); un assist. La migliore: Roma-ATA 3-3. IN STAGIONE (49 gare): 19 presenze (752 min.); un assist.
MUSA BARROW
6
UNA RETE SALVA-STAGIONE? La speranza della primavera 2018 (3 gol in 12 apparizioni) è partito con una tripletta a Sarajevo, poi gol in Israele e il blackout, pur partendo spesso titolare. Musa s’è perso, poi gol al 36° turno, al Genoa. Ma è un anno sprecato. CON IL RICORDO DI SARAJEVO IN CAMPIONATO: 22 presenze (674 minuti); 1 rete e 2 assist. La migliore: ATA-Genoa 2-1. IN STAGIONE (49 gare): 29 presenze (1.080 min.); 5 reti e 4 assist.
I simboli della tecnica al servizio dell’Atalanta: il «Papu» Gomez e Josip Ilicic dopo un gol FOTO AFB
ALEJANDRO «PAPU» GOMEZ
JOSIP ILICIC
9,5
CAMPIONE A CENTROCAMPO Parte punta, ma non lo è più, Gasperini lo inventa trequartista, lui accetta, prova, si scopre forte e si diverte. La sua qualità porta superiorità numerica, il senso del gioco lo aiuta a muoversi lontano dagli avversari. Segna meno, ma regala assist deliziosi e diventa l’uomo in più. QUALITA’ INDISPENSABILE IN CAMPIONATO: 35 presenze (3.038 minuti); 7 reti e 14 assist. La migliore: ATA-Roma 3-3. IN STAGIONE (49 gare): 45 presenze (4.085 min.); 11 reti e 16 assist.
9,5
DECISIVO, SPETTACOLO PURO Perde l’estate per l’infezione causato dal dentista, si prende le responsabilità del caso e guida la squadra fino all’alta classifica. Il suo mancino regala giocate deliziose, si dimostra il più forte di A nell’uno contro uno. Segna due triplette, sono storici i suoi primi 15’ col Bologna. VALE IL PREZZO DEL BIGLIETTO IN CAMP.: 31 presenze (2.264 minuti); 12 reti e 9 assist. La migliore: ATA-Bologna 4-1. IN STAGIONE (49 gare): 35 presenze (2.709 min.); 13 reti e 11 assist.
EMILIANO RIGONI
6,5
QUALITA’, MA SENZA GRINTA Arriva dallo Zenit San Pietroburgo e si perde i preliminari in Europa (sarebbe servito), poi all’esordio in A ecco una memorabile doppietta dalla Roma. Ma col tempo si perde perché ha qualità indubbie, ma poca adrenalina per il calcio italiano. Usa bene i due piedi, vede la porta. UN TALENTO... TROPPO PACIFICO IN CAMPIONATO (su 18 gare): 12 presenze (561 minuti); 3 reti. La migliore: Roma-ATA 3-3. IN STAGIONE (su 18 gare): 12 presenze (561 min.); 3 reti.
L'ECO DI BERGAMO GIOVEDÌ 30 MAGGIO 2019
I RAGAZZI DEL VIVAIO
21
s.v.
LE RISPOSTE? LE SA IL TEMPO Dal vivaio sono saliti prima il trequartista Kulusevski (2000) e poi il centravanti Piccoli (2001), bergamasco doc. Entrambi regalano speranze, ma è presto per sapere. Rossi è il 3° portiere: viene dal vivaio, è utile, fa la regola. I FIGLI DI ZINGONIA IN SINTESI: KULUSEVSKI: 3 presenze (campionato, 112 minuti); PICCOLI: 2 presenze (campionato, 55 minuti); ROSSI (terzo portiere): 1 presenza (campionato, 5 minuti).
GIAN PIERO GASPERINI
9
COL PAPU IN REGIA. GENIALE Dall’eliminazione ai rigori nei preliminari di Copenaghen e dai 2 gol in 7 gare che avevano portato al quartultimo posto, è uscito con la genialata del Papu trequartista. Da lì ha portato l’Atalanta in Champions, al 3° posto, in finale di Coppa Italia, a 103 gol. È lui il segreto. LA STAGIONE PIU’ BELLA I CAPOLAVORI: ATAInter 4-1, ATA-Juve 2-2, ATA- Juve 3-0 (Cp. Italia), Parma-ATA 1-3, Napoli-ATA 1-2, Lazio-ATA 1-3. Hans Hateboer e Robin Gosens esultano dopo un gol «da esterno a esterno», specialità della casa
LA FAMIGLIA PERCASSI
9
PASSIONE E LUNGIMIRANZA La loro passione in nove anni ha portato l’Atalanta dalla serie B alla Champions, lo stadio di proprietà e la ristrutturazione avviata, 50 milioni di utili negli ultimi due bilanci, la sede del vivaio a Zingonia, il coinvolgimento dell’imprenditoria bergamasca nel progetto Atalanta. TANTI FATTI. SENZA TANTE PAROLE I LORO CAPOLAVORI: ingaggiare Zapata; non perdere l’equilibrio e non cercare la ribalta. Tenere Gasp.
LA GESTIONE DELLA SOCIETÀ
9
Il tecnico Gian Piero Gasperini e il presidente Antonio Percassi, senza di loro l’Atalanta sarebbe altro
RISULTATI OK, MA CHE BRAVI La forza del club è non apparire, non finire nel tritatutto mediatico, gestire le diverse situazioni con efficienza e senza creare problemi. Coordinati da Luca Percassi (a.d.), complimenti a Giovanni Sartori (d.t.), Umberto Marino (d.g.), Roberto Spagnolo (d.o.), Lele Zamagna (d.s.), Maurizio Costanzi (resp. vivaio) e Marco Semprini (segretario): sono i referenti di un’organizzazione che viaggia come un orologio svizzero.
DUVÁN ZAPATA
IL CONTRIBUTO DI BERGAMO
9,5
CHE BOMBER. È IL MIGLIORE Il più prolifico dopo Inzaghi, segna 4 gol a Frosinone e 3 a Udine, va a segno per 8 gare consecutive (14 gol) tra dicembre e gennaio. Ma oltre che un bomber straordinario – 28 reti e 12 assist in stagione - è fondamentale per il gioco della squadra: sa fare la prima punta come pochi. SIMBOLO DELLA STAGIONE IN CAMPION.: 37 presenze (3.064 minuti); 23 reti e 9 assist. La migliore: Frosinone-ATA 0-5. IN STAGIONE (49 gare): 47 presenze (3.853 min.); 28 reti e 12 assist.
I TANTI LAMPI DELL’ANNATA
s.v.
SONO METEORE O RIMPANTI Cinque storie diverse senza fortuna, dal primo asiatico a Bettella mai in campo. LA CAMPIONS CAMBIA I PIANI PER TUTTI NEL DETTAGLIO: ALI ADNAN: 4 presenze (3 in campionato, 1 nei preliminari EUL: 403 minuti), BETTELLA: nessuna presenza; D’ALESSANDRO: 1 presenza (nei preliminari EUL: 56 minuti); TUMMINELLO: 3 presenze (2 in campionato, 1 nei preliminari EUL: 33 minuti; VALZANIA: 4 presenze (2 in campionato, 2 nei preliminari EUL, 104 minuti).
9
TIFOSI E AMBIENTE, INSIEME Nessun giocatore vince da solo, e nessun allenatore, nessuna squadra, nessuna società. Nel calcio si cresce e si fanno i risultati se tutto l’ambiente è compatto: città, tifosi, media. I Percassi e Gasperini hanno fatto crescere anche la città, perché il bello aiuta. E Bergamo ha capito. SEMPRE FEDELI I CAPOLAVORI: applausi alla squadra quartultima dopo Atalanta-Samp 0-1; in 22 mila a Roma per la finale di Coppa Italia; in 16 mila a Reggio Emilia per Atalanta-Sassuolo 3-1.
L'ECO DI BERGAMO GIOVEDÌ 30 MAGGIO 2019
I PROTAGONISTI/TOP 23
RIVOLUZIONE GASP LA STORIA RISCRITTA AL DI LÀ DEI TRAGUARDI LA SQUADRA DEI GIOVANI IL PRIMO ANNO, CRISTANTE BOMBER IL SECONDO, IL «PAPU» TUTTOCAMPISTA IL TERZO. A OGNI CAMPIONATO IL TECNICO HA ESTRATTO DAL CILINDRO INVENZIONI CHE OLTRE A PORTARE GRANDI RISULTATI HANNO CAMBIATO IL MODO DI PENSARE DELLA SQUADRA E DELLA CITTÀ Luca Bonzanni
C’
era un film nelle sale cinematografiche fino a qualche settimana fa. «Il professore e il pazzo», questo il titolo della pellicola, racconta una storia vera, quella di sir James Murray (interpretato da Mel Gibson), cioè il professore, colui che a cavallo tra Otto e Novecento compì l’impresa titanica di comporre l’Oxford English Dictionary, un tomo immenso che tiene dentro tutta la lingua inglese, antica e moderna. Ecco. Gian Piero Gasperini, in fondo, in quest’ultimo anno soprattutto, ha fatto più o meno una cosa del genere: dare a Bergamo un nuovo vocabolario, mettendo per iscritto parole finora impronunciabili. Coppa Italia, Champions League, rivoluzione. Gasperson, quel nomignolo un po’ british che si porta appresso dai tempi della Genova rossoblù, ha inciso nella storia nerazzurra qualcosa che nessuno aveva mai fatto. E forse conta davvero poco il finale, sia esso negativo o positivo, quanto invece il viaggio. È retorica, però per Bergamo è stato davvero così, perché le emozioni – rabbia e orgoglio – non si cancellano, si portano dentro, mentre i risultati, brutti e persino belli, spesso si dimenticano o si confondono, ingarbugliati dal tempo. In tre anni nerazzurri, ogni volta ne ha inventata una. La squadra dei giovani al primo anno, il Cristantebomber al secondo. Poi il Gasp ne ha fatta ancora un’altra, tatticamente parlando, per scuotere una squadra che dopo il fiele di Copenaghen – il mancato accesso ai gironi di Europa League – non ritrovava più se stessa. A inizio ottobre, dopo Atalanta-Sampdo-
Gian Piero Gasperini, 61 anni, a Bergamo dall’estate 2016
NEL 2016 DISSE: «OBIETTIVO SALVEZZA, MA QUI C’È TUTTO PER UNA CRESCITA CHE PORTI A COMPETERE PER ALTRI OBIETTIVI»
IL CAPOLAVORO DOPO LA BRUCIANTE ELIMINAZIONE DI COPENAGHEN, CON LA SQUADRA QUARTULTIMA E IN CRISI D’IDENTITÀ
ria 0-1, l’Atalanta era quartultima, avanti di appena una lunghezza sulla terzultima, cioè sulla zona retrocessione, sui vecchi obiettivi di sussistenza provinciale. Come il dottor House, altro paragone che pesca dalla finzione, carattere fumantino (le espulsioni, la rabbia dopo la finale persa con la Lazio) e risultati eccelsi (i record messi in fila quest’anno, a partire dal rendimento offensivo), Gasperini ha vergato la sua diagnosi, ha capito ciò che non andava e ha inventato la cura. Tanto efficace quanto geniale e imprevedibile: prendere Gomez – una vita da ala o «attaccante aggiunto», uno che alla prima stagione col Gasp aveva fatto 16 gol in campionato – e trasformarlo in tuttocampista. Dietro le punte sì, ma capace di tornare indietro sino alla mediana, fantasista di lotta e di governo, di botte prese e di palloni recuperati. Ne ha giovato una squadra rinata, capace di esaltare come prima e più di prima un popolo che per un anno s’è portato addosso quella bellissima febbre da sogni. «Obiettivo salvezza, ma c’è modo e modo di salvarsi. E aggiungo che qui tra proprietà, società e strutture c’è tutto per pensare a una crescita che in futuro possa portare a competere per altri traguardi», diceva a metà giugno del 2016, nella conferenza stampa con cui si presentò a Bergamo. È andata proprio così. Perché la rivoluzione è nella tattica e nella mente, è negli schemi e nella psiche. E non riguarda solo i giocatori, ma è contagiosa, è l’epidemia nerazzurra: l’asticella l’hanno alzata la società e la città. Giocarsi fino all’ultimo un trofeo e un posto nel calcio europeo dei più grandi. È il nuovo vocabolario atalantino, lo ha scritto Gian Piero Gasperini.
24 SCENARI DI MERCATO
UN’ESTATE CALDISSIMA SERVONO RINFORZI ANCHE SE I BIG RESTANO ECCO L’ANALISI REPARTO PER REPARTO DEGLI SCENARI DI MERCATO BERISHA E MANCINI PRINCIPALI CANDIDATI ALLA PARTENZA, MA OCCHIO ANCHE AD HATEBOER E RECA. CENTROCAMPO E ATTACCO DA INFOLTIRE
Duvan Zapata, pagato 26 milioni dall’Atalanta, ora sul mercato ne varrebbe anche 40. Ma con la Champions non dovrebbe andare via
Matteo Spini
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he estate sarà? Le previsioni del mondo del calcio non parlano di caldo torrido nè tirano in ballo l’anticiclone delle Azzorre: il «meteo» dell’Atalanta è tutto incentrato su ciò che sarà in fase di calciomercato. Finito il campionato, l’attenzione si sposterà sulle trattative sotto l’ombrellone: ufficialmente, si viaggia dal primo luglio al 2 settembre, ma concretamente tutto inizierà molto prima. Anzi, è già iniziato. Big blindati con la Champions È il mercato che determina il mercato. Quindi, è molto complicato prevedere cosa succederà, perché ogni singolo tassello può provocare un effetto domino, sia che cada a Bergamo, che in qualsiasi altro luogo. Chiaro è che la qualificazione Champions dell’Atalanta disegna scenari ben definiti: con ogni probabilità, i big, come del resto Gasperini, non si muoveranno. Le
LA CERTEZZA DELLA CHAMPIONS HA FERMATO LE VOCI SUL POSSIBILE ADDIO DI GASPERINI, ILICIC E ZAPATA. MA NON POTRANNO RESTARE «SOLI» sirene che coinvolgono i vari Ilicic e Zapata, con l’Europa più bella in saccoccia, verranno silenziate da Percassi, a meno di discorsi da fantacalcio. Viceversa, è plausibile immaginare una campagna di potenziamento, per rinforzare la squadra in vista dell’impegno più duro. Si parla di qualità ma anche di quantità: anche se Gasperini ama le rose ristrette, non sarebbe immaginabile affrontare campionato e Champions con il mini-roster che ha caratterizzato la seconda parte del-
Il Napoli corteggia Josip Ilicic, ma l'Atalanta sta facendo muro
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l’ultima stagione. Iniziamo ad analizzare la situazione ruolo per ruolo: chi può partire, chi può arrivare, dove urgono rinforzi. Ovviamente, considerando il 3-4-1-2 come modulo base e Gasperini come allenatore: se poi il tecnico di Grugliasco dovesse accasarsi altrove, allora cambierebbe molto. Portieri, Berisha via? Durante la stagione, soprattutto nella seconda parte, Gollini ha pietrificato le gerarchie: il titolare ora è lui, mentre Berisha è la riserva. L’albanese, a questo punto, potrebbe accasarsi altrove alla ricerca di una maglia da titolare: nel caso, arriverebbe un nuovo secondo. Rossi, terzo cresciuto nel vivaio,
teboer è quello che ha più mercato (Napoli?). Nel caso, si comprerebbero due esterni, altrimenti uno, perché Reca non ha convinto e potrebbe salutare: l’empolese Di Lorenzo è una bella suggestione, Lazzari della Spal un pallino sempre vivo, ma per entrambi la concorrenza è altissima. L’Udinese riscatterà D’Alessandro. Centrocampisti, dubbio Pasalic de Roon e Freuler sono le certezze, Pasalic il dubbio: qualche mese fa, sembrava impossibile il riscatto dal Chelsea, ora non è più esattamente così, anche se un addio resta probabile. Pessina come unica seconda riserva non basta più: con la Champions, uno o due nuovi cen-
trali (in base a Pasalic) sono obbligatori. Da valutare la situazione dello stesso Pessina, Valzania e Melegoni: potrebbero spostarsi in prestito. Attaccanti, servono rinforzi Con la Champions, Zapata e Ilicic restano, nonostante la corte serrata di vari club. Per Duvan, comunque, la quotazione sarebbe altissima: l’Atalanta l’ha pagato sborsando in tutto 26 milioni alla Sampdoria, dunque non se ne sarebbe mai andato per meno di 40. Vista l’età, il prezzo di Ilicic sarebbe molto più basso: il Napoli (con cui ci potrebbero essere varie operazioni) ci pensa e ha trovato anche l’accordo con il giocatore, ma l’Atalanta da
L’EX PORTIERE TITOLARE, «SCALZATO» DA GOLLINI, POTREBBE CERCARSI UNA SQUADRA DOVE NON FARE PANCHINA. LA DIFESA IL REPARTO PIÙ COMPLETO non si muove. Difensori, Mancini in bilico A livello numerico, non ci sarebbe bisogno di rinforzi. Visto che quest’anno Varnier è stato al palo dall’inizio alla fine e che Ibanez è arrivato in itinere senza mai entrare nelle rotazioni, l’Atalanta ha già sette difensori centrali per tre posti. Si ritrova, dunque, con due nuovi acquisti in casa: grandi le speranze riposte sull’ex Cittadella, che meriterebbe di dimenticare la sfortuna di quest’anno, ma occhio al brasiliano che spera di ripercorrere le orme di Hateboer e degli stranieri arrivati a gennaio e poi esplosi nel campionato successivo. Toloi e Palomino non sono in discussione, Djimsiti vuole confermarsi da outsider, Masiello resta ma ha un anno in più sulla carta d’identità: diverso il caso di Mancini, che ha richiamato l’attenzione di diverse big e non è indispensabile. Per 25 milioni, potrebbe partire pure con la Champions, anche se la Roma post-Monchi non sembra più una pista così calda: nel caso, potrebbe esserci un nuovo acquisto. Esterni, Hateboer ha mercato Hateboer, Castagne, Gosens: l’Atalanta, quest’anno, ha avuto tre titolari per due posti. In estate, uno di loro potrebbe anche partire: Ha-
La Champions dovrebbe trattenere Gasperini a Bergamo
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Champions non lo lascerà andare e, per tenerlo, è pronta ad aumentare l’ingaggio e aggiustare un contratto appena rinnovato. Resterà capitan Gomez, ma potrebbero arrivare alternative e rinforzi, nel ruolo di vice di lusso che un anno fa ha visto il taglio in itinere di Rigoni: piace il napoletano Verdi. Con la Champions, arriverà probabilmente anche un centravanti in grado di dare il cambio a Zapata: Barrow non basta più. Occhio ad un altro giocatore del Napoli, Inglese (già bloccato a gennaio), e al brasiliano Pedro del Fluminense. Cornelius e Tumminello torneranno, ma non sono destinati a restare e anche Vido potrebbe essere nuovamente prestato.
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I PROTAGONISTI/TOP 27
GIOCARE COI PIEDI NON E’ UN DIFETTO PAROLA DI GOLLINI GLI ERRORI DI BERISHA HANNO CONVINTO LO STAFF A PUNTARE SUL PORTIERE DI FERRARA, CHE È DIVENTATO UNA GARANZIA ANCHE PER IL SUO MODO MODERNO DI INTENDERE IL RUOLO. USCITE, «LETTURE» DEL GIOCO, ABILITÀ NON SOLO CON LE MANI: ECCO PERCHÉ PUÒ DAVVERO DIVENTARE UN «BIG» Carlo Canavesi
L’
acquisto di Gollini dall’Aston Villa ha aperto la strada ad un nuovo tipo di calciomercato da parte dell’Atalanta: acquistare giovani italiani, forti. Non è un caso che dopo di lui siano arrivati Pessina, Bettella, Carraro e altri ancora. Ma per il portiere cresciuto nel Manchester United l’approccio con il mondo Gasperini non è stato semplice. Arrivato a gennaio 2017, ha centrato solo 4 presenze nei primi sei mesi in nerazzurro, poi 8 nella stagione successiva. Poi, in questa stagione, finalmente è scattata la scintilla. Qualche errore di troppo commesso da Berisha ha convinto lo staff tecnico nerazzurro a puntare sul giovane portiere nato e cresciuto a Ferrara. Una scelta azzeccata, col senno di poi, ma sul momento non dev’essere stato semplice. Erano i primi giorni di marzo, l’Atalanta arrivava dalle due sconfitte consecutive con Milan e Torino, che rischiavano di trascinare i nerazzurri fuori dalla corsa per le coppe europee. Da quel momento in poi Gollini è diventato il portiere titolare dell’Atalanta e i risultati sono sorprendenti: media-gol subiti dimezzata, punti per partita praticamente raddoppiati. Certo, non può essere solo merito del portiere. Ma fa la differenza. Uno degli aspetti che potrebbe aver condizionato questa scelta è l’utilizzo dei piedi: Gasperini lo ripete spesso, «la prossima rivoluzione nel calcio sarà il portiere che imposta l’azione, sulla linea dei difensori». Gollini non sarà certo il primo, ma le sue abilità con la palla tra i piedi sono decisamente superiori a quelle di Berisha, finito in panchina per tutto il girone
PAROLA DI GASP: «LA PROSSIMA RIVOLUZIONE NEL CALCIO SARÀ IL PORTIERE CHE IMPOSTA L’AZIONE, SULLA LINEA DEI DIFENSORI»
di ritorno. Un portiere giovane, che non ha paura di nulla: spesso si trasforma in superman, con uscite magari anche avventate, che fanno poi la differenza. Soprattutto fuori dall’area, perché il portiere nerazzurro non ha paura di avventurarsi fuori dalla porta in caso di contropiede avversario. In poche parole il prototipo del portiere moderno, quello giusto per una squadra moderna com’è l’Atalanta di Gasperi-
ni. Piccola nota a margine: ora la stagione è finita e arriverà anche la sua seconda canzone dopo «Rapper coi guanti», pubblicata praticamente un anno fa. Calcio, musica e amici. Le tre parole chiave nella vita di Gollorius, il suo nome d’arte, da cantante. Sperando non venga anche lui coinvolto nelle sirene di calciomercato e possa continuare a scrivere la storia con i colori nerazzurri dentro al petto.
Pierluigi Gollini è «esploso» nella seconda parte della stagione: ora il titolare è lui
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I PROTAGONISTI/TOP 29
ZAPATA È NELLA STORIA DEI BOMBER ATALANTINI E NON HA AVUTO FRETTA LE PRIME DIECI PARTITE A DIGIUNO AVEVANO SUSCITATO PERPLESSITÀ MA, DOPO LA SVOLTA DI BOLOGNA, IL PANTERON COLOMBIANO HA CASTIGATO QUASI TUTTI, JUVE COMPRESA. PER LA GIOIA DEI TIFOSI E DELLA SOCIETÀ CHE PER AVERLO AVEVA SPESO COME MAI PRIMA: 26 MILIONI Luca Persico
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a za(p)pata a za(m)pata due mesi e rotti e un po’ d’ambientamento. Quando Duván Zapata ha ingranato non si è più fermato, scrivendo a suon di gol primati destinati a rimanere a lungo negli annali del club. È suo quello delle reti realizzate in una stagione (sommando campionato e coppe). C’è la sua firma sulla serie d’oro più lunga (14 in 8 partite consecutive di campionato, che salgono a 16 in 10 incontri tenendo conto della Coppa Italia). E se 65 anni dopo Jeppson e Rasmussen, un atalantino è tornato a realizzare un poker in serie A (Frosinone-Atalanta, 20 gennaio, 0 a 5 il risultato finale), poco ci è mancato che tornasse sul trono dei marcatori un quarto di secolo dopo sua maestà Pippo Inzaghi. I numeri dicono molto, ma non tutto, dell’exploit di questo gigante d’ebano nato 28 anni fa in Colombia, rivelatosi perfetto ingranaggio nella macchina da gol gasperiniana: oltre che terminale offensivo, è stato d’aiuto alla manovra, abbinando qualità in zona gol a una mole di lavoro fondamentale per la squadra. La sua avventura nerazzurra era iniziata in un afoso pomeriggio di metà luglio a Clusone, quando 1500 bergamaschi avevano preferito osservare dal vivo il suo esordio con gol ( 6 a 1 in amichevole agli svizzeri del Chiasso) che gustarsi in tv la finale dei Mondiali tra Francia e Croazia: «Finalmente sei qui da noi, non ci farai più gol», rideva il patron Antonio Percassi rifacendosi ai precedenti, mentre l’ambiente si chiedeva: riuscirà, Zapata, a reggere il peso di essere l’investimento più importante della storia nerazzurra? (26 milioni il co-
Duván Zapata, 28 anni, attaccante colombiano alla 1ª stagione nerazzurra
HA ANCHE FIRMATO LA SERIE DI RETI PIÙ LUNGA NELLA VITA DEL CLUB: 14 IN 8 PARTITE DI FILA IN A (16 IN 10 GARE CON LA COPPA ITALIA)
DUVÁN NON È SOLO UNA PUNTA IMPLACABILE, MA HA MESSO LA SUA QUALITÀ AL SERVIZIO DELLA MANOVRA DELLA SQUADRA
sto complessivo dell’operazione imbastita con la Sampdoria). Sarà davvero lui, lo Zapatone, l’uomo in grado di dare quel killer instinct aggiuntivo in zona gol che mancava con Petagna? Nel tempo, i punti di domanda sono diventati punti esclamativi (alla voce gol e prestazioni), portandolo a livelli inimmaginabili. Alla fine il numero 91 atalantino (scelto in onore dell’anno di nascita) ha raddoppiato il bottino di 11 gol realizzati nella sua migliore italiana di sempre, quella datata 2017/18, con un repertorio da attaccante che più completo non si può: gol di destro, di mancino, di testa, mostrando abilità nello stretto e in progressione. E dire che l’inizio aveva fatto storcere il naso un po’ a tutti: astinenza da gol nelle prime 10 partite di campionato, con annessa sensazione di essere ancora in ritardo di condizione e di apprendimento di un certo tipo di automatismi. La svolta con il primo centro messo a segno il 4 novembre a Bologna (vittoria per 2-1), prima pagina di una storia fatta di reti gonfiate e gemme: la rete del momentaneo 1 a 1 con la Juventus nel match d’andata (diagonale mancino dopo controllo orientato per superare Bonucci) è roba da proporre nelle scuole calcio. Timida ed educata fuori dal campo, guerriera sul tappeto verde, la pantera nera (come è stato soprannominato) è stata uno dei segreti di una squadra che per la terza volta consecutiva ha centrato l’obiettivo dell’Europa. L’Atalanta ci ha messo 112 anni per riuscirci, più o meno come i suoi giorni di apprendistato. Nel calcio e nella vita, non sempre è tutto pronto. Da zappata a zampata balla una sola consonante, ma serve tempo: lo insegna la metamorfosi di Duván.
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GESTIONE ECONOMICA E RISULTATI A BERGAMO VANNO D’ACCORDO LA SQUADRA IN CAMPO VOLA, I BILANCI SONO IN ATTIVO DA TRE ANNI. SONO POCHE LE SOCIETÀ CHE SANNO ABBINARE LE DUE COSE. NEL 2018 UTILE DI QUASI 24 MILIONI. CON I DIRITTI TV ENTRATE DA 48 MILIONI Giovanni Cortinovis
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i sono club che conquistano coppe e campionati ma hanno i bilanci in rosso, altri che hanno invece i conti in ordine ma lamentano risultati sportivi insoddisfacenti e altri ancora che falliscono in entrambi i campi. E poi c’è l’Atalanta che riesce a combinare prestazioni calcistiche senza precedenti ad una gestione economica redditizia. Per il terzo anno di fila infatti la società nerazzurra ha chiuso il bilancio in utile dopo che nel 2014 e 2015 aveva lamentato perdite per rispettivamente 1,9 milioni e 2,8 milioni di euro. Nel 2016 però aveva invertito la rotta registrando un utile di 256.916 euro, il migliore dal 2012. L’anno seguente, con la costituzione di una nuova società per la ristrutturazione dello stadio, nacque il Gruppo Atalanta: ne fanno parte la Capogruppo Atalanta B.C. S.p.A. e Stadio Atalanta S.r.l. Il bilancio consolidato del gruppo Atalanta ha visto un utile di 26.682.658 euro nel 2017 e di 23.958.355 euro nel 2018. Nell’ultimo biennio quindi il club bergamasco è riuscito a guadagnare oltre 50 milioni di euro. Un risultato incredibile per un club italiano, come dimostrano le cifre delle altre società: la Juventus ha chiuso il bilancio 2017/18 con una perdita di 19,2 milioni e anche per l’esercizio in corso è prevista un’ulteriore perdita. Molto peggio i conti delle due milanesi, entrambe in perdita da anni: l’Inter è reduce da un’annata con 17,7 milioni di perdita e da una precedente di 24,5 milioni, mentre il Milan ha inanellato prima un rosso di 73 milioni poi uno di 126 milioni sotto la gestione Yonghong Li. Eppure tutte e tre go-
CRESCONO MOLTE VOCI: BIGLIETTI, HOSPITALITY, RICAVI DA OPERAZIONI DI MERCATO, STORE. DOPO L’EXPLOIT DEL 2017, INVECE, LE PLUSVALENZE SONO IN CALO dono di ricavi stellari, specie se rapportati a quelli atalantini, anche se poi si ritrovano a spendere ancora di più. Naturalmente il risultato al lordo delle imposte dell’Atalanta è ancora più alto: 34.622.859 euro nel 2018 e 40.249.712 euro nel 2017 ma a questi vanno tolti rispettivamente 10.664.504 euro e 13.567.054 per imposte correnti, passate ed anticipate. Anche i ricavi del Gruppo Atalanta sono in continua crescita: il valore della produzione è passato dai 147.696.647 euro del 2017 ai 155.740.626 euro del 2018. Una delle componenti di queste voce riguarda l’attività di biglietteria, l’hospitality e la vendita di prodotti a marchio Atalanta presso lo Store di Bergamo. L’anno scorso il club nerazzurro ha intascato da questa componente più di 8 milioni di euro con un incremento rispetto all’anno precedente di oltre 700 mila euro, cioè del 9,68 per cento. L’impennata degli abbonamenti venduti da un anno all’altro (da 14.041 a 15.674) si è tradotta in una crescita dei relativi incassi: da 2.813.857 euro a 3.031.395 euro. Anche i ricavi dalla vendita dei biglietti sono cresciuti: 1.230.842 euro per il campionato, 917.377 per l’Europa League
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(il ritorno dei sedicesimi con il Borussia Dortmund e le gare dei preliminari con Sarajevo, Hapoel Haifa e Copenaghen) e 811.548 per la Coppa Italia (la semifinale persa un anno e mezzo fa con la Juventus). A questi vanno aggiunti 228.024 euro per le amichevoli casalinghe della prima
squadra e per Egitto-Colomba ospitata a Bergamo. Ammontano invece a 1.185.430 i ricavi per la vendita delle merci presso il negozio monomarca e a 605.592 euro quelli per i servizi hospitality e analoghi allo stadio. La parte del leone la fanno però i proventi televisivi: 47.723.494
euro nel 2018, in crescita di 3,2 milioni di euro rispetto all’anno prima. Sono invece quasi triplicati i ricavi vari derivanti da operazioni di mercato: 6.950.000 euro riguardano i premi di rendimento (3,5 milioni per Gagliardini, un milione l’uno per Kessie e Cristante, 750 mila per Rizzo, mezzo milione per Paloschi e 200 mila per Kurtic), 5 milioni sono per la valorizzazione di Bastoni, altri 15 milioni per la risoluzione anticipata del prestito di quest’ultimo e 3.706.250 per l’esercizio della contropzione da parte della Juventus su Spinazzola. Quest’incremento ha quasi compensato il calo delle plusvalenze da compravendita dei calciatori, scese in dodici mesi da 46.685.266 eu-
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ro a 24.231.467 euro. D’altro canto nell’anno solare 2018 l’Atalanta ha imputato a bilancio solo 3 cessioni: 20.400.217 per Gagliardini, 3.706.250 per Kurtic e 125.000 per De Luca.
JUVE, INTER E MILAN HANNO RICAVI MOLTO SUPERIORI, MA ANCHE SPESE DECISAMENTE PIÙ ALTE. IL RISULTATO È UN BILANCIO IN ROSSO Ci sono poi 14.958.661 euro per le sponsorizzazioni e 6.163.352 di premi Uefa per la partecipazione all’Europa League. Il prestito di calciatori ad altre squadre professionistiche ha fruttato 13.476.965 euro: più della metà (7 milioni e mezzo) per Kessie, 2 milioni e mezzo per Cristante, 925.000 per Paloschi, 800.000 per Petagna, 554.000 per Cornelius, 500.000 per Mattiello, 350.000 per D’Alessandro, 316.667 per Sportiello, 22.727 per Radunovic e 8.571 per la meteora ecuadoriana Cabezas. La dirigenza atalantina è inoltre riuscita a diminuire i costi per salari e stipendi, passati da 44.164.744 euro a 42.881.429 euro: l’esborso per i compensi contrattuali dei calciatori è di 34.497.907 euro, quello per gli allenatori e i tecnici di 5.315.209, ma entrambe le voci contengono una componente di premi individuali che per tutti i tesserati ammontano a 6.265.092 euro. Sono invece stati di 30.658.632 gli ammortamenti dei costi dei cartellini dei giocatori, di 2.646.982 euro l’ammortamento dei costi capitalizzati del vivaio e di 3.090.870 i premi di valorizzazione pagati (2 milioni dei quali per Zapata, 910.870 per giocatori del settore giovanile ceduti in prestito in Serie B e Lega Pro e 180.000 per Emmanuello). In calo anche le ammende e le multe pagate alla Lega Calcio e alla Uefa: dai 150 mila euro del 2017 ai 141 mila euro del 2018. Al presidente Antonio Percassi, all’amministratore delegato Luca Percassi e agli altri 7 amministratori del Gruppo Atalanta sono stati attributi compensi per complessivi 1.010.000 euro. Una somma ampiamente meritata, sia per i risultati sportivi che per quelli economico-finanziari.
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IL PRIMATO 33
L’ATALANTA DA EXPORT MERITA UN 10 E LODE STAGIONE DA RECORD DIECI SUCCESSI E 34 PUNTI IN TRASFERTA: NERAZZURRI MAI COSÌ BENE. IN QUESTA STAGIONE SOLO LE PRIME DUE HANNO FATTO MEGLIO. UN’IMPRESA CHE NEGLI ULTIMI 7 CAMPIONATI È RIUSCITA SOLO A SEI CLUB: OLTRE AI BERGAMASCHI, JUVE, NAPOLI, LAZIO, FIORENTINA E ROMA Giovanni Cortinovis
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e 10 vittorie esterne ottenute quest’anno in campionato dall’Atalanta rappresentano non solo il record di tutti i tempi del club bergamasco ma anche la miglior prestazione di una formazione lombarda nelle ultime sette stagioni. Dal torneo 2012/13, infatti, nemmeno una volta Inter e Milan sono riuscite a conquistare almeno dieci successi fuori casa in un campionato. Quest’anno in doppia cifra in questa voce sono arrivati solo Juventus, Napoli e Atalanta mentre l’Inter si è fermata a nove e il Milan ancora più in basso. E pensare che la Dea aveva iniziato malissimo il campionato lontano dalle mura amiche: 3-3 a Roma, 0-2 con la Spal, 2-2 con il Milan e un altro 0-2 a Firenze. Poi però ha vinto a Verona con il Chievo (5-1) e si è ripetuta a Bologna (2-1). Sembrava potesse farcela anche ad Empoli e invece ha perso 3-2 (dopo essere stata avanti di due gol) ma si è riscattata dominando ad Udine (3-1). Tre giorni prima di Natale c’è stata la battuta d’arresto a Marassi con il Genoa (1-3) seguita da tre successi esterni, con Sassuolo (6-2), Frosinone (5-0) e Cagliari (1-0). L’ultima sconfitta fuori casa è del 23 febbraio, 0-2 con il Torino. Nelle ultime sei trasferte l’Atalanta ha ottenuto quattro vittorie, con Sampdoria (2-1), Parma (3-1), Napoli (2-1) e Lazio (3-1), e due pareggi con Inter (0-0) e Juventus (1-1). Il bilancio esterno è quindi di 10 vittorie, 4 pareggi e 5 sconfitte, per un bottino di 34 punti, migliore del precedente record di 32 punti stabilito nel 2016/17. Per di più sei di queste dieci vittorie fuori casa l’Atalanta le ha ottenute con almeno due gol di scarto e solo in una
occasione per 1-0. Nelle ultime 7 stagioni sono solo sei i club che sono riusciti a chiudere almeno un’annata con 10 o più vittorie esterne in campionato: la Juventus ce l’ha fatta tutte e 7 le volte e non a caso ha sempre vinto lo scudetto. Napoli e Roma ci sono riusciti 4 volte a testa: i partenopei nelle ultime tre annate e nel 2013/14, la Roma nel penultimo, terzultimo e quartultimo campionato, più anch’essa nel 2013/14. In quel campionato pure la Fiorentina di Vincenzo Montella arrivò a 10 vittorie esterne. La Lazio ha invece collezionato 12 vittorie fuori casa nel campionato 2017/18: i biancocelesti aprirono la stagione vincendo le prime sei gare in trasferta, inclusa la partita con la Juventus. A Bergamo però furono fermati sul 3-3 dalla doppietta di Josip Ilicic e dal gol in apertura di Mattia Caldara. L’ultima ad unirsi alla compagnia è stata l’Atalanta che ci era già andata vicina due anni fa, quando finì la stagione con nove vittorie esterne: l’anno scorso erano state sette mentre dal 2012/13 al 2015/16 non aveva mai superato quota cinque, fermandosi a tre in un paio di campionati. Il Milan ha invece conquistato per l’ultima volta dieci o più vittorie fuori casa nel campionato 2011/12: quell’anno, con Massimiliano Allegri in panchina, contese il titolo alla Juventus fino alla fine (lo perse di 4 punti), grazie a 12 vittorie esterne. Ancora più lunga la serie negativa dell’Inter che non arriva a dieci successi fuori casa dal 2008/09: con José Mourinho ottenne 11 vittorie lontano da San Siro e si laureò campione d’Italia. Nell’ultimo settennio quindi a tenere alto il nome del calcio lombardo ci ha pensato l’Atalanta. L’avreste mai detto?
Masiello festeggia Castagne dopo il gol del 2-1 alla Lazio: 10° colpo esterno
34 LA CURIOSITÀ
SORELLE NERAZZURRE E’ L’ANNO FORTUNATO PER LE NATE NEL 1907 SUGLI SCUDI NON SOLTANTO L’ATALANTA, MA ANCHE IL PADERBORN 07, TEDESCA CHE HA RICONQUISTATO UN POSTO NELLA BUNDESLIGA ESCALDES BEFFATO: TERZO IN ANDORRA, MA NIENTE POSTO IN EUROPA IN SVEZIA UN’ALTRA «COSCRITTA» ATALANTINA, L’IK SIRIUS: È DODICESIMA Giovanni Cortinovis
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odice 058: era quello con cui erano identificati gli omini del Subbuteo con la maglia nerazzurra e quindi il più amato da chi volesse difendere i colori dell’Atalanta, dell’Inter, del Pisa o dell’Imperia. In Europa esistono però molti altri club che utilizzano come prima divisa da gioco strisce che alternano il nero e l’azzurro. E curiosamente almeno un paio sono stati fondati nel 1907, lo stesso anno dell’Atalanta. Il Paderborn 07 è una società della regione della Renania Settentrionale-Vestfalia che è giunta seconda nell’ultima serie B tedesca e quindi l’anno prossimo giocherà in Bundesliga. Nella massima serie tedesca aveva esordito nel 2014/15 ma chiuse al 18° ed ultimo posto. L’anno dopo pensò di affidarsi all’ex viola Stefan Effenberg, poi esonerato, e finì ancora ultimo retrocedendo per il secondo anno di fila. Schivò la terza discesa consecutiva per il rotto della cuffia nel 2016/17, stagione in cui chiuse terz’ultimo. Ma poi ingaggiò come allenatore Steffen Baumgart che l’ha condotto a due promozioni di fila. Del 1907 è anche l’IK Sirius, club svedese che fatica a tenersi lontano dalla zona retrocessione: nel 2018 (nei paesi nordici il campionato segue l’anno solare) finì 13° con 30 punti in 30 giornate mentre quest’anno è 12° con 10 punti nei primi 10 turni. A centrocampo schiera Stefano Vecchia Holmqvist, padre italiano e mamma svedese, e l’ex promessa delle giovanili del Manchester City Abdul Razak: con il Blues
A destra Kebba Ceesay, difensore dell’Ik Sirius, club svedese
UNA NERAZZURRA ANCHE IN FINLANDIA: È L’INTER TORKU, PARTITO BENE NELLA NUOVA STAGIONE SCANDINAVA
l’ivoriano raccolse però solo 5 apparizioni in Prima Squadra prima di iniziare un tour d’Europa (5 diversi club inglesi, uno russo e uno greco). Solo lo scorso 27 aprile Razak ha segnato il suo primo gol da professionista. Nella massima serie svedese ha gli stessi colori anche il Djurgardens che vanta 128 anni di storia. Tra le sue fila è cresciuto Hans Jeppson che nel 1951 l’Atalanta
comprò dal Charlton Athletic. In un’unica stagione a Bergamo mise a segno 22 gol in 27 partite che ingolosirono il Napoli, tanto da sborsare 105 milioni di lire dell’epoca, primo giocatore a varcare quota 100 milioni. A luglio il Djurgardens ha giocato il secondo turno preliminare di Europa League venendo eliminato ai supplementari dagli ucraini del Mariupol. E sempre nell’extra ti-
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La curva tutta nerazzurra del SV Waldhof Mannheim, squadra tedesca che ha vinto la terza divisione
me è uscito dalla semifinale della coppa nazionale, contro il BK Hacken. In campionato è invece 4° con 18 punti in 10 giornate. Molto buona è stata la stagione del Bruges: ha iniziato vincendo a luglio la Supercoppa belga contro lo Standard Liegi poi ha proseguito ottenendo 8 vittorie e un pareggio nelle prime 9 gare di campionato. Nel frattempo ha giocato anche in Champions League collezionando 6 punti in un girone con Atletico Madrid, Borussia Dortmund e Monaco: una roboante vittoria nel Principato per 4-0 e tre pareggi. Scivolato in Europa League si è però fatto eliminare nei sedicesimi dal Salisburgo. E ha perso il campionato per soli 2 punti, nonostante nella seconda fase (girone a 6 squadre) abbia raccolto 22 punti in 10 partite, contro i 20 del Genk che però era uscito dalla stagione regolare con 4 punti di vantaggio. Il 2° posto gli permette di partire dal 3° turno preliminare di Champions League dove però potrebbe vedersela con il Porto o il Lione. Malgrado il 3° posto nel campionato di Andorra non giocherà le coppe l’Inter Club d’Escaldes perché l’Uefa riserva alle squadre di questo Paese pirenaico solo 3 posti: le prime 2 del campionato e la vincitrice della coppa nazionale nella quale l’Inter Club d’Escaldes è uscito al primo turno. Al torneo della massima serie andorrana partecipano 8 squadre ma dopo 21 giornate le prime 4 accedono ad un girone per l’assegnazione del titolo: l’Inter Club d’Escaldes è giunto 3° sia nella prima fase che nella seconda, un piazzamento che non otteneva da 18 anni.
Il bellissimo stemma del Bruges, società nerazzurra del Belgio
L’Inter Turku (Finlandia) è invece reduce dal 7° posto nel campionato che si è chiuso ad ottobre mentre in quello iniziato ad aprile è partito bene con 16 punti in 9 giornate. Merito anche dei 6 gol messi a segno dallo sloveno Filip Valencic che proviene dallo Stabaek, altra formazione nerazzurra. Settimo a 2 giornate dalla fine è anche il KS Luftëtari nel campio-
nato albanese a cui partecipano però solo 10 squadre. L’estate scorsa ha esordito nelle coppe europee, facendo però una pessima figura: sconfitta per 5-0 in Lettonia al primo turno preliminare di Europa League e pareggio per 3-3 in casa, davanti a 270 spettatori. Il suo bomber, per modo di dire, è il gigante keniano Ismael Dunga: 7 gol in campionato e 2 nella coppa nazionale.
L’EB/Streymur società nata nel 1993 in un paesino (Strymnes) delle Far Oer di soli 199 abitanti dalla fusione delle due squadre omonime sta cercando di raddrizzare una situazione che pareva disperata: nel campionato iniziato il 10 marzo aveva perso le prime 4 partite, ma poi ha vinto due volte ed ora è ottavo su 10 (retrocedono le ultime due) con 7 punti. Per il rotto della cuffia si è invece salvato lo Stabaek: 15° su 16 e quindi virtualmente retrocesso ad una gara dal termine del campionato norvegese, è riuscito a pareggiare l’ultima partita. Con il punto conquistato ha eguagliato lo Start, sopravanzandolo per la migliore differenza reti. Così mentre lo Start è finito in B, lo Stabaek ha giocato e vinto gli spareggi (1-0 in casa e 1-1 fuori) contro l’Aalesund che era uscito dai playoff del torneo cadetto. Conservato il posto in Eliteserien, lo Stabaek non sta facendo molto per dimostrare di meritarselo: dopo 8 giornate è penultimo con 7 punti. Ma tutto questo è nulla in confronto al declino della seconda squadra di Francoforte, l’FSV: dopo 8 stagioni consecutive nella serie B tedesca, nel 2016 è retrocesso in terza serie e l’anno seguente nella quarta, la Regionaliga Sudwest. Nel 2017/18 ha evitato la terza retrocessione di fila, in Oberliga, solo grazie ai 9 punti di penalizzazione dell’Hessen Kassel mentre nell’ultimo anno è finito 12° su 18 nel campionato vinto dall’SV Waldhof Mannheim. Che indovinate un po’ gioca con la maglia nerazzurra a strisce verticali ed è stato fondato nel 1907.
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IL VIVAIO 37
PRIMAVERA LEADER IL SOGNO SCUDETTO È PRONTO A SBOCCIARE IL TRICOLORE MANCA ALLA BACHECA DEL VIVAIO ATALANTINO DAL 1997-1998: LA SQUADRA DI BRAMBILLA SEMBRA VERAMENTE IN GRADO DI TRIONFARE NUOVAMENTE. MA NON SOLO: SONO TANTE LE FORMAZIONI CHE POSSONO PRIMEGGIARE ALLE FASI FINALI Giulio Ghidotti
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egina del campionato. Così si è incoronata la Primavera, per il secondo anno consecutivo dall’avvento del nuovo format del «Primavera 1 (Elite)», e stavolta anche la prima inseguitrice (ancora l’Inter…) è stata ben distanziata. Ora viene il bello: conquistato il volo «diretto» per le finali scudetto di metà giugno, sarà l’anno buono per riportare a Zingonia il tricolore Primavera? Manca dal 1997-1998. Nella regular season, la squadra di mister Massimo Brambilla (seconda stagione sulla panchina della Primavera bergamasca) ha sempre avuto la leadership (di classifica e identità di gioco) e, nelle individualità, si sono affermati in particolare i giocatori più giovani del gruppo. Come il centravanti bergamasco Roberto Piccoli (classe 2001), con la sua fisicità e fiuto del gol un po’ a ricordare un giovane Bobo Vieri. O come Amad Traore (2002) talento e guizzo letale in area di rigore. Una leva, quella dei 2001 nerazzurri, sicuramentetralepiùrigogliosetantoche il gruppo partecipante al campionato Berretti ha letteralmente dominato il proprio girone, mentre i due pareggi (0-0 col Torino e 2-2 col Sassuolo) nel girone triangolare della «semifinale scudetto» non hanno permesso ai nerazzurrini guidati da Stefano Lorenzi di ottenere anche la finalissima (per le squadre di A e B). In chiaroscuro le altre Under Nazionali. Ok l’Under 17 di mister Bosi: ottenuto il secondo posto, il 2 giugno fasi finali scudetto al via con prima tappa i quarti di finale. Proprio del gruppo dei 2002, i nazionali azzurri Simone Panada e Matteo Ruggeri sono arrivati con l’Italia U17 in finale agli Europei. Dove si è distinto, giocando sottoetà,
IN CRESCITA ANCHE IL MOVIMENTO FEMMINILE: SONO 93 LE RAGAZZE NERAZZURRE. E L’UNDER 15 GIOCA I PLAYOFF SCUDETTO
il centrocampista Samuel Giovane (2003) uno dei tanti «Azzurrini» dell’Under 16 atalantina del tecnico Marco Zanchi: squadra che, dopo due turni playoff superati (tappa dovuta al terzo posto in campionato), ha interrotto la rincorsa tricolore nel quarto di finale con la Juve. Avventura scudetto a cui non parteciperà l’Under 15 allenata da Andrea Di Cintio che, dopo due vittorie nelle prime due giornate, si è arenata
Massimo Brambilla, allenatore della Primavera dell’Atalanta
per un lungo periodo: vana (sesto posto finale) la rimonta innescatasi a febbraio. Intanto in crescita anche il movimento femminile del vivaio, con la stagione in archivio che ha visto coinvolte 93 ragazze in divisa nerazzurra (nate fra dal 2003 al 2007), di cui 32 della fascia agonistica fra le squadre Under 17 e Under 15, quest’ultima pure in corsa nella fase interregionale dei playoff scudetto.
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I TIFOSI 39
IL «CLUB AMICI» DA 53 ANNI AL FIANCO DELL’ATALANTA FONDATO DAL GIORNALISTA ELIO CORBANI E DALL’ALLORA DIRETTORE DE «L’ECO DI BERGAMO» DON ANDREA SPADA, SOSTIENE LA SQUADRA ALLO STADIO E NELLE TRASFERTE MA ANCHE DALLE SEZIONI NATE ALL’ESTERO E ORGANIZZA LA «CAMMINATA NERAZZURRA»: APPUNTAMENTO AL 2 GIUGNO Arturo Zambaldo
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i «medaglie» il Club Amici dell’Atalanta ne ha collezionate a valanga nei 53 anni consecutivi di certificata attività. La più significativa, naturalmente, è il puntuale sostegno alla squadra dagli spalti dello stadio di casa e nella maggior parte delle trasferte. Non da meno, comunque, la gran mole di presenze nel sociale e nella beneficenza portate avanti dai circa 5 mila iscritti delle oltre 80 sezioni collocate in città e in provincia. Da evidenziare pure il centinaio di addetti ai vari servizi allo stadio di Bergamo in occasione delle gare di campionato. Lodevole, la dedizione nei confronti dei disabili per facilitarne l’accesso, sempre all’impianto di viale Giulio Cesare, per assistere alle prestazioni della squadra del cuore. Ma non è tutto visto che in prossimità delle feste natalizie il Club Amici ospita al Centro congressi Papa Giovanni XXIII giocatori, staff tecnico e l’intera dirigenza (presidente compreso) affinché si trascorra la serata augurale insieme ai rappresentanti dei vari club. Che dire delle frequenti visite alle sezioni da parte dei giocatori, soliti intrattenersi affabilmente con i supporter concedendosi per i rituali autografi e le foto di rito? Da tredici anni, inoltre, l’ennesimo fiore all’occhiello è rappresentato dalla Camminata nerazzurra: il 2 giugno l’edizione 2019, quando dal Sentierone partirà il tradizionale serpentone dei 15 mila tifosi (o giù di lì) e simpatizzanti nerazzurri. E, questa volta, le migliaia di concorrenti indosseranno nientemeno che
La Camminata Nerazzurra ogni anno richiama migliaia di partecipanti
L’ASSOCIAZIONE, CHE CONTA CINQUEMILA ISCRITTI E 80 SEZIONI, È ANCHE IMPEGNATA NEL SOCIALE E NELLA BENEFICENZA
IL PRESIDENTE LAZZARINI E IL VICE SELINI LANCIANO UN APPELLO AD ANTONIO PERCASSI: «FACCIA L’IMPOSSIBILE PER BLINDARE GASP»
la maglietta (divenuta ormai da preziosa collezione) autografata dal Papu Gomez. Insomma, una mole di iniziative il cui copione si rinnova puntualmente con una freschezza sbalorditiva. Tanto di cappello, dunque, all’esercito di volontari con la “V” maiuscola che consente all’associazione di non sbiadire in ogni suo aspetto. Da ricordare con indelebile orgoglio che gli «Amici» vennero costituiti con evidente lungimiranza dal giornalista Elio Corbani (autentica storia dell’Atalanta) e dall’allora direttore de L’Eco monsignor Andrea Spada: lo stesso quotidiano patrocina la longeva associazione e su nomina del direttore responsabile colloca due giornalisti nel consiglio. Al pari l’Atalanta spa designa un paio di propri appartenenti. Sostengono a viva voce il presidente Marino Lazzarini e il vice Roberto Selini (entrambi anche consiglieri di amministrazione dell’Atalanta stessa e inseriti da più lustri nel «governo» del Centro di coordinamento del circolo dei supporter): «E motivo di orgoglio ricoprire questi ruoli. Sì, di lavoro ce n’è parecchio ma raccogliamo tante soddisfazioni. Da tre stagioni sportive gli straordinari risultati della squadra non hanno prezzo. Ci contattano spesso e volentieri dall’estero i parecchi bergamaschi là residenti per lavoro interessati a formare un club: per noi è motivo di immensa gioia fornire le indicazioni del caso. I ripetuti ringraziamenti di Antonio Percassi per il nostro operato ci inorgogliscono in maniera incredibile. Una richiesta al presidente? Fare l’impossibile per blindare a Bergamo Gian Piero Gasperini».
40 L'ALTRA COMPETIZIONE
LA COPPA ITALIA L’ALTRO SOGNO DIVENTATO INCUBO L’ENTUSIASMANTE CORSA FINO ALLA FINALE, IL MIRAGGIO DEL SECONDO TROFEO DELLA STORIA ATALANTINA. LA TRASFERTA DI 22MILA TIFOSI E QUELLA MALEDETTA PARTITA, CHIUSA CON LE VIBRANTI PROTESTE PER IL RIGORE NON CONCESSO DAL VAR. E LA LAZIO HA ALZATO LA COPPA Matteo Spini
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a seconda Lazio è stata diversa. Il mondo nerazzurro sperava che assomigliasse a quella accartocciata una decina di giorni prima in campionato: stando in tema Coppa Italia, il sogno era che si tramutasse nel Torino del ’63, steso da una tripletta di Domenghini. Ma non è stato così. La seconda finale unica di coppa della storia atalantina è andata a finire come le doppie sfide degli anni ’80 e ’90, con Napoli e Fiorentina: niente lieto fine, tanto rammarico, sogno infranto sul più bello.
SOTTO ACCUSA ARBITRO E ADDETTI ALLA «MOVIOLA IN CAMPO», CHE NON HANNO INDICATO IL FALLO DI MANO COMMESSO DA BASTOS
rampicati all’ultimo atto con le proprie armi migliori: gioco, grinta, entusiasmo. E qualche non trascurabile scalpo sul comodino. La vittoria in extremis a Cagliari negli ottavi, il capolavoro del 3-0 sulla Juventus, poi la doppia semifinale con la Fiorentina, sofferta al punto giusto: tre turni e quattro partite per arrivare fino in fondo, grazie alla formula short di una coppa che oggi aiuta le big, quin-
Alla pari Una delle più belle versioni di sempre dell’Atalanta, così, si è ritrovata a mani vuote, nel senso che non è riuscita ad alzare un trofeo, pur consolandosi abbondantemente con un campionato oltre ogni previsione. La coppa, però, è rimasta una chimera, una speranza divenuta rimpianto: da più di mezzo secolo è così. E dire che questa sembrava la volta buona: perché, in passato, i nerazzurri si erano presentati alle tre antiche finali con i galloni dell’outsider, visto che il Napoli di Maradona, la Fiorentina di Batistuta e anche lo stesso Torino sconfitto a San Siro abitavano ad un piano superiore. Stavolta, invece, l’Atalanta non partiva battuta sulla carta: mai c’era stato così equilibrio nei pronostici, nonostante si giocasse fuori casa (d’Olimpico non è esattamente un campo neutro, contro la Lazio), nonostante di fronte ci fossero giocatori di maggiore esperienza a certi livelli. Dal Cagliari alla Lazio Gomez e compagni si sono ar-
La delusione di Papu Gomez al termine della finale di Coppa Italia
di anche l’Atalanta, che da tre anni è abituata a chiudere il campionato tra le prime otto. Poi si sono presentati lì, all’Olimpico, con un bagaglio di speranze, costruite e indotte: più di ventimila bergamaschi sugli spalti, per azzerare il gap del tifo e rinverdire una tradizione che si sta consolidando sempre di più, quella di una squadra seguita un po’ ovunque dal suo popolo, che si giochi
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a Reggio Emilia, in qualche angolo d’Europa, oppure a Roma, per inseguire una coppa. Gente in pullman e in aereo, proveniente da Bergamo o da chissà dove: qualcuno c’era già ai tempi di Domenghini, altri hanno dovuto farsi raccontare Batistuta. Tifosi estremi ma pure moderati, tutti presenti all’appuntamento con la storia, che gli almanacchi crudelmente dicono che è stato disertato.
Il trofeo della Coppa Italia, sogno atalantino tramontato in favore della Lazio
Rigore, rabbia, Var Perché l’Atalanta ha perso. Forse perché meno abituata alla pressione, forse perché incapace –proprio quella volta- di essere se stessa, la squadra impavida e orgogliosa che ha fatto impazzire un po’ tutti in questa stagione, forse perché i big hanno steccato. Ciò che resta, il giorno dopo, è l’amarezza, la sensazione che la squadra non sia riuscita ad esprimersi ai suoi livelli: d’altronde, una finale è una finale e, spesso, sa declinare storie e disegnare traiettorie diverse da quelle che ci si può aspettare. La partita è stata tesa, tirata, brutta: poche occasioni, con la Lazio a sfruttare le sue due, proprio nell’ultimo spicchio che precedeva l’overtime. L’Atalanta una grande pallagol se l’è costruita, al 25’ del primo tempo, quando de Roon ha fatto tremare il palo e quando la cronaca ha registrato l’episodio più discusso: quello che, alla fine, ha trasformato la delusione di molti in frustrazione, persino in rabbia. Il tiro dell’olandese è stato toccato dalla mano di Bastos, peraltro già ammonito: nessuno se n’era accorto in diretta, né sul campo né probabilmente davanti alla tv. Un rigore non certo colossale: sarebbe stata una polemichetta, fino a un paio di anni fa. Ora, però, c’è il Var ed è diventata una polemicona: perché la moviola in campo non ha corretto la scelta di Banti? Gasperini e Percassi si sono fatti sentire nelle interviste del post, mentre sui social è divampato il caso (o caos): dal possibile errore arbitrale si è scivolati rapidamente verso la teoria del complotto, con il sorgere di ipotesi di malefiche congiure di palazzo. E così si è andati a sezionare l’episodio incriminato e ogni singola scelta dell’arbitro, compresa la non-espulsione di Masiello, piatto forte della fazione opposta. Roba da bar, ma anche da Var. Nulla che, in fondo, possa fare traslocare la coppa. Ma, in tutto ciò, presto o tardi, la collera se ne andrà e tornerà la prima sensazione: delusione, sì, ma accarezzata da un vento di orgoglio.
42 TUTTE LE PARTITE
UNA PARTITA, UN FLASH TUTTO IL CAMPIONATO NEL NOSTRO FOTOFILM DALLA PARTENZA DIFFICILE DOPO L’ELIMINAZIONE COL COPENAGHEN ALLA RISALITA A SUON DI GOL: ECCO, MATCH DOPO MATCH, LE IMMAGINI DI UNA STAGIONE CHE L’ATALANTA HA TRASFORMATO IN MEMORABILE
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na partenza sull’altalena tra i pareggi dell’Olimpico contro la Roma e di san Siro contro il Milan e i crolli inattesi contro Cagliari e Spal, le delusioni contro Samp e Fiorentina e il tris vincente contro Chievo, Parma e Bologna e poi ancora l’energia dirompente della prestazione più esaltante dell’anno, contro l’Inter, annichilito da gioco, furia agonistica e da un poker di gol e la scivolata sorprendente di Empoli. L’Atalanta, in avvio di cam-
pionato, ha faticato a trovare una sua dimensione. Grandi imprese e punti buttati via hanno segnato il passo nerazzurro confermando comunque la «vocazione europea» della banda di Gasp che ha sempre dato la sensazione di poter entrare nel «settebello » della serie A. La sterzata definitiva verso l’alto si è materializzata dopo un ko. Il 23 febbraio a Torino, l’Atalanta, con la semifinale di Coppa Italia a Firenze che incombeva, è finita al tappeto
20 agosto 2018, 1ª giornata: Atalanta-Frosinone 4-0 (gol di Hateboer)
sotto i colpi granata di Izzo e Iago Falque.Madalìinpoi,nonsolo,non ha più perso, ma ha quasi sempre vinto. Un reazione rabbiosa e prolungata che ha permesso di seminare le concorrenti di Europa League arrampicandosi verso l’asticella della Champions. Nelle ultime 13 partite la cavalcata trionfale, con l’exploit del San Paolo contro il Napoli di Ancelotti che, di fatto, ha incoronato l’Atalanta come candidata autorevole per un posto tra le
prime quattro. L’ennesima rimonta all’Olimpico contro la Lazio ha trasformato la candidatura in certezza assoluta. E il punto di Torino contro la Juve ha certificato l’aggancio all’Inter. La continuità impressionante del rush finale nerazzurro, in mezzo aicrolliealchiaroscuropermanente delle altre duellanti, ha fatto la differenza, consegnando il sogno di un terzo posto mai raggiunto nella storia. Paolo Vavassori
27 agosto 2018, 2ª giornata: Roma-Atalanta 3-3 (gol di Rigoni)
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2 settembre 2018, 3ª giornata: Atalanta-Cagliari 0-1 (gol di Barella)
17 settembre 2018, 4ª giornata: Spal-Atalanta 2-0 (gol di Petagna)
23 settembre 2018, 5ª giornata: Milan-Atalanta 2-2 (gol di Gomez)
26 settembre 2018, 6ª giornata: Atalanta-Torino 0-0 (occasione di Rigoni)
30 settembre 2018, 7ª giornata, Fiorentina-Atalanta 2-0 (gol Veretout)
7 ottobre 2018, 8ª giornata: Atalanta-Sampdoria 0-1 (gol Tonelli)
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TUTTE LE PARTITE 45
21 ottobre 2018, 9ª giornata: Chievo-Atalanta 1-5 (gol Ilicic)
27 ottobre 2018, 10ª giornata: Atalanta-Parma 3-0 (gol Palomino)
4 novembre 2018, 11ª giornata: Bologna-Atalanta 1-2 (gol Zapata)
11 novembre 2018, 12ª giornata: Atalanta-Inter 4-1 (gol Mancini)
25 novembre 2018, 13ª giornata: Empoli-Atalanta 3-2 (gol Silvestre)
3 dicembre 2018, 14ª giornata, Atalanta-Napoli 1-2 (gol Milik)
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TUTTE LE PARTITE 47
9 dicembre 2018, 15ª giornata: Udinese-Atalanta 1-3 (gol Zapata)
17 dicembre 2018, 16ª giornata: Atalanta-Lazio 1-0 (gol Zapata)
22 dicembre 2018, 17ª giornata: Genoa-Atalanta 3-1 (autogol Toloi)
26 dicembre 2018, 18ª giornata: Atalanta-Juventus 2-2 (gol Zapata)
29 dicembre 2018, 19ª giornata: Sassuolo-Atalanta 2-6 (gol Ilicic)
20 gennaio 2019, 20ª giornata: Frosinone-Atalanta 0-5 (Zapata 4 gol)
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TUTTE LE PARTITE 51
27 gennaio 2019, 21ª giornata: Atalanta-Roma 3-3 (gol Castagne)
4 febbraio 2019, 22ª giornata: Cagliari-Atalanta 0-1 (gol Hateboer)
10 febbraio 2019, 23ª giornata: Atalanta-Spal 2-1 (gol Zapata)
16 febbraio 2019, 24ª giornata: Atalanta-Milan 1-3 (Piatek)
23 febbraio 2019, 25ª giornata, Torino-Atalanta 2-0 (gol Izzo)
3 marzo 2019, 26ª giornata: Atalanta-Fiorentina 3-1 (gol Gomez)
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TUTTE LE PARTITE 53
10 marzo 2019, 27ª giornata: Sampdoria-Atalanta 1-2 (gol Gosens)
17 marzo 2019, 28ª giornata: Atalanta-Chievo 1-1 (gol Ilicic)
31 marzo 2019, 29ª giornata: Parma-Atalanta 1-3 (gol Zapata)
4 aprile 2019, 30ª giornata: Atalanta-Bologna 4-1 (gol Ilicic)
7 aprile 2019, 31ª giornata: Inter-Atalanta 0-0
15 aprile 2019, 32ª giornata: Atalanta-Empoli 0-0 (esordio di Piccoli)
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TUTTE LE PARTITE 55
22 aprile 2019, 33ª giornata: Napoli-Atalanta 1-2 (gol Pasalic)
29 aprile 2019, 34ª giornata: Atalanta-Udinese 2-0 (gol de Roon)
5 maggio 2019, 35ª giornata: Lazio-Atalanta 1-3 (gol Castagne)
11 maggio 2019, 36ª giornata: Atalanta-Genoa 2-1 (gol Barrow)
19 maggio 2019, 37ª giornata: Juventus-Atalanta 1-1 (gol Ilicic)
26 maggio 2019, 38ª giornata: Atalanta-Sassuolo 3-1 (gol Pasalic)
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LA NOVITÀ DI CORNER COSÌ GLI ABBONATI STUDIANO L’ATALANTA DAL 12 DICEMBRE 2018 LA NUOVA SEZIONE DEL SITO DE L’ECO DI BERGAMO CHE OFFRE CONTENUTI «ESCLUSIVI» PER APPROFONDIRE LA CONOSCENZA SULL’ATALANTA. DALLA MATCH ANALYSIS ALLA TATTICA, DALLE STATISTICHE AGLI AMARCORD, GLENN E I RACCONTI. ORA LA TARIFFA DI 3,5 EURO AL MESE Roberto Belingheri
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embrava una follia, e forse, un po’, lo è. Aggiungere una voce al coro multicolore che ogni giorno racconta l’Atalanta, su ogni mezzo possibile, dai più tradizionali ai più innovativi. Aggiungerla da L’Eco di Bergamo, che ogni giorno dell’Atalanta dice tutto, dal 17 ottobre 1907. E per di più, aggiungerla su Internet, il «regno del gratuito», chiedendo di pagare per poter leggere i nostri contenuti. Corner ha cominciato le pubblicazioniil12dicembre2018.Sonopassati 169 giorni e quasi 500 servizi pubblicati. Tutti in esclusiva per gli abbonati, che passo dopo passo ci stanno dando la loro fiducia. Abbiamo posto l’accento soprattutto sull’analisi, sull’aggiungere comprensione, ribaltando il concetto che da anni sta alla base della comunicazione giornalistica: il web va veloce, con la notizia mordi e fuggi, e il giornale di carta la approfondisce. Noi abbiamo preso un altro sentiero: il web dà la notizia, la carta la racconta e per come può (dati i tempi di lavoro e i limiti di spazio) la approfondisce, il web di Corner la analizza, aggiunge comprensione. Conitempinecessari,anchemedio lunghi quando serve. Ci siamo dati un imperativo: pubblichiamo solo cose di qualità eccellente, in termini di accuratezza di scrittura ma anche (e soprattutto) di accuratezza dei numeri e delle conclusioni che traiamo.Questoperleanalisidellepartite, affidandoci a un esperto di primissimo livello come Gianluca Besana (per un periodo transitorio affiancato da Gianluca Savoldi). E poi i contributi di approfondimento di un giovane preparatissimo come Carlo Canavesi, e quelli di una firma «storica» de L’Eco di Bergamo, Gio-
vanni Cortinovis. Dalla redazione, preziosissimi i contributi di due centravanti della cronaca cittadina, Isaia Invernizzi e Dino Nikpalj. Il primo, ha ripercorso pezzi del passato atalantino attraverso «la macchina del tempo», mentre Dino ha pescato gli episodi più incredibili di alcune partite, nonché fornito stralci della sua competenza in materia di calcio internazionale. Qualcosa vedrete anche in estate, prendendo spunto da un servizio pubblicato dopo l’impresa del Liverpool in semifinale di Champions. E poi i racconti di Stefano Corsi, con il suo professor Caudano, tifosissimo atalantino, le corrispondenze europee di Glenn Stromberg, gli editoriali, il museo virtuale dei cimeli atalantini. Insomma, abbiamo cercato di fare tutto il possibile per fare approfondimento e intrattenimento di qualità, che giustifichi il prezzo che chiediamo: 45 euro per un anno (o 3,5 al mese) di letture e, in qualche caso, eventi dal vivo, come quello del prossimo 5 giugno. Accanto a tutto questo, c’è un vivissimo gruppo Facebook, i cui dettagli scoprite nella pagina seguente. Corner è ancora piccolo, un angolino dell’Atalanta. Ma sa farsi notare. Nelle pagine che seguono trovate un estratto (piccolo, ma significativo) dei servizi pubblicati da Corner in questi mesi di intenso lavoro.
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IL GRUPPO FACEBOOK NON SOLO «BLABLA» MA TANTA COMUNITÀ NATO L’11 DICEMBRE 2018, IL GRUPPO DI CORNER È CRESCIUTO FINO A SUPERARE I 2.000 ISCRITTI. VIGE LA LIBERTÀ DI PUBBLICARE, A PATTO DI UN RIGIDO RISPETTO DELLE REGOLE CHE VIETANO INSULTI E LITIGI COSÌ È NATO UNO SPAZIO IN CUI I PRIMI PROTAGONISTI SONO I LETTORI Carlo Canavesi
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os’è il gruppo Facebook di Corner? Semplice, una splendida comunità online dedicata ai tifosi dell’Atalanta. Certo, nasce con l’obiettivo di condividere con i lettori gli approfondimenti pubblicati, ma in poco tempo è diventato qualcosa di molto più grande. C’è grande libertà, di pensiero e di parola, con il rispetto di una regole base: l’educazione. Niente insulti o litigi, ma un sano confronto su temi che tutti i tifosi nerazzurri hanno a cuore. Il gruppo conta oltre 2.050 iscritti, 4700 post pubblicati, quasi 40mila commenti e 100mila reazioni. Tante, se si pensa che è stato aperto solo l’11 dicembre, a campionato già in corso. Come tutto ciò che riguarda il mondo Atalanta, il picco è arrivato il 15 maggio, giorno della (triste) finale di Coppa Italia: 159 post, 903 commenti, 3288 reazioni. In quel momento c’era tanta voglia di confrontarsi, di capire cos’è andato storto, ma anche solo condividere la gioia di aver assistito a una partita che - nonostante il risultato - resterà per sempre nella storia. È questo il bello del gruppo: ognuno può dar vita a una nuova conversazione, sul tema a cui è più legato. E ogni giorno nascono discussioni interessanti, come sulla scelta della formazione per la partita successiva o riguardo a possibili obiettivi di mercato. E poi non ha un luogo fisico, è tutto online, chiunque può partecipare. O anche solo leggere. La maggior parte degli utenti, chiaramente, proviene dall’Italia, ma non è assolutamente l’unico pae-
E DAL VIRTUALE SI PASSA ANCHE AL «REALE»: IL GRUPPO (MA NON SOLO) SI RITROVERÀ IL 5 GIUGNO ALL’EDONÉ DI REDONA
se rappresentato. Si trovano tifosi atalantini che scrivono e commentano dalla Svizzera, dalla Spagna, gli Stati Uniti, poi Germania, Danimarca, Francia, Brasile e… sì, anche dalla Thailandia. Una vera e propria comunità di cuori nerazzurri, che cresce giorno dopo giorno. Basta scorrere la home del gruppo per trovare sempre spunti interessanti, anche se ogni tanto - comprensibilmen-
La pagina del gruppo Facebook di Corner
te - scoppia qualche litigio: funziona così quando si parla di un argomento che sta particolarmente a cuore, com’è l’Atalanta per i suoi tifosi. Dal virtuale al reale: il 5 giugno, all’Edoné, gli iscritti del gruppo Facebook si troveranno all’Edoné di Redona, per una serata a tinte nerazzurre. Ma l’invito è esteso a tutti, tifosi e non. Nel frattempo, Corner vi aspetta online.
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episodi che condizioneranno la partita.
Ecco un esempio di «pass map», la mappa dei passaggi che disegna sul campo il gioco di una squadra
MATCH ANALYSIS IL NOSTRO CLOU LE PARTITE AI RAGGI X: GIANLUCA BESANA ANALIZZA OGNI ASPETTO TATTICO E STATISTICO, DANDO AI LETTORI LE SPIEGAZIONI CHE AIUTANO A COMPRENDERE DI PIÙ Gianluca Besana
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e partenze ad handicap non sembrano essere un problema in casa nerazzurra. Dopo 2 minuti e qualche secondo l’Atalanta subisce il gol di Parolo (uno dei giocatori più bravi e pericolosi dei biancocelesti). Ma ormai il gol subito ad inizio gara (che toglierebbe certezze a quasi tutte le squadre) viene assimilato dalla squadra con la consapevolezza di chi è sicuro dei propri mezzi e sa di poter ribaltare il risultato con il trascorrere dei minuti. Non cambia niente nel piano tattico dei bergamaschi, anche quando si subisce il gol si ricomincia come fanno le grandi squadre dalle proprie certezze, che anche nella gara dell’Olimpico passano dall’intensità, dalla manovra che si sviluppa sempre (o quasi) lateralmente, dall’astuzia sulla prima pressione (che vedremo meglio sotto), dall’attaccare in massa, e
MAPPE, GRAFICHE E FOTOGRAMMI SONO GLI STRUMENTI TIPICI DELL’ANALISI «SCIENTIFICA» CHE PROPONIAMO SULLE PARTITE
dalla continua aggressione dell’avversario. I moduli (quelli previsti) Visto che si parte dalle certezze, Gasperini propone il solito modulo iniziale 3-4-1-2, al quale Simone Inzaghi oppone un 3-5-2 dove la linea difensiva a 3 è formata da Acerbi (centrale), Bastos (a sinistra) e Wallace (a destra), con quest’ultimo che si renderà complice degli
La libertà di Wallace Una delle chiavi della vittoria dell’Atalanta all’Olimpico passa da quello che è mostrato nel fotogramma sopra. L’Atalanta nella fase di costruzione bassa della Lazio decide di lasciare libero e di far ricevere Wallace, marcando gli altri 2 difensori e coprendo Lucas Leiva che si abbassava per ricevere. Dopo la ricezione è Freuler che va a pressare il brasiliano, che nella maggior parte dei casi si affidava al lancio lungo per il centrale Caicedo (fotogramma sotto). Questa forzatura provocata nella fase di costruzione della Lazio da parte dell’Atalanta è dimostrata dal confronto tra le medie stagionali del difensore brasiliano che solitamente partecipa a 62 azioni ed effettua circa 40 passaggi a partita. Nella gara di domenica Wallace è stato chiamato in causa in 81 azioni ed ha eseguito 59 passaggi. Dei tre giocatori della linea difensiva biancazzurra il brasiliano è quello con le percentuali dei passaggi riusciti più bassa (86.4%) e probabilmente per questo motivo Gasperini ha deciso di «costringere» la Lazio a sviluppare il proprio gioco partendo proprio da lui. E poi subito in pressione I frutti di questa scelta si concretizzano al 58° minuto di gioco quando il brasiliano commette un errore in uscita bassa facendosi intercettare la palla da Gomez, con l’argentino che è bravissimo a rifinire per Castagne che porta in vantaggio per 2 a 1 la formazione nerazzurra. Prima di questo episodio, al gol (per alcuni aspetti) piuttosto fortunoso di Parolo dopo poco più di 2 minuti di gioco, aveva risposto l’Atalanta al 22° minuto con il gol di Zapata. Il fotogramma sopra mostra l’inizio dell’azione con Parolo che lascia Freuler per chiudere sull’incursione di Gomez. L’argentino tira debolmente e Wallace respinge. Lo svizzero, rimasto libero (fotogramma sotto) tira a sua volta debolmente e Zapata sfruttando la mancata risalita di Wallace ( il brasiliano nell’occasione manca di reattività) stoppa, si aggiusta la palla e batte Strakosha (incolpevole). Parolo è Freuler: così nasce l’1-1 La strategia sul corner del 3-1 Anche la terza rete merita di essere menzionata, perché l’Atalanta
Il fotogramma spiega la pressione esercitata dall’Atalanta
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La mappa dei tiri della partita
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La grafica sulla distribuzione offensiva
COSÌ GASPERINI HA VINTO 3-1 SEGUE DA PAGINA 61
torna alla marcatura sugli sviluppi di un calcio d’angolo. La segnatura è un’autorete di Wallace, comunque forzata dall’urto dei saltatori bergamaschi. I fotogrammi prodotti per questa match analysis mostrano come l’Atalanta con Gomez in battuta (sia dal lato destro che da quello sinistro) porti 3/4 saltatori in prossimità dell’angolo (lato cross) dell’area piccola, anticipando in questo modo la possibile uscita di Strakosha e rendendo ogni deviazione verso la porta estremamente pericolosa per la squadra in difesa. Altri due fotogrammi che spiegano al meglio le tattiche della partita
Passaggi e possesso sotto la media Prima del raddoppio dell’Atalanta, comunque la gara (come ricordato anche da Inzaghi) era stata equilibrata e molto fisica con i nerazzurri che dopo (la solita) partenza ad Handicap e una leggera imprecisione nei passaggi, hanno cominciato a guadagnare in precisione, rendendosi con il trascorrere dei minuti (grafica sotto), molto più pericolosi della Lazio. Il possesso palla (44% del totale) ed il numero dei passaggi tentati (446) sono sotto le medie solite dei nerazzurri, ad indicare comunque una certa difficoltà in fase di costruzione e sviluppo.
La mappa dei tiri di Lazio-Atalanta La mappa dei tiri riprodotta sopra, mostra le 17 conclusioni dell’Atalanta di cui ben 12 effettuate all’interno dell’area di rigore e 1,81 xG di produzione offensiva totale. Solo 8 le conclusioni della Lazio, di cui 1 sola (il gol) effettuata dall’interno dell’area di rigore. La piccola stellina azzurra mostra l’autorete di Wallace sugli sviluppi del corner battuto da Gomez al 75° minuto. I due cerchi con le dimensioni più grosse dei tiri Atalantini ( colore giallo), mostrano le conclusioni di Ilicic al minuto 28 (piede sinistro e xG 0,33) liberato in area da un perfetto filtrante di Gomez, ed il tiro di Ilicic ( piede destro e xG 0,31) effettuata al minuto 45 su assist di Freuler. La distribuzione offensiva delle due squadre Per chiudere, la grafica sopra mostra la distribuzione offensiva di entrambe le squadre che hanno preferito l’utilizzo delle fasce (seppur in modo diverso) rispetto al centro. Entrambe le squadre mostrano dati simili per quel che riguarda il baricentro in fase di possesso (58 metri circa), il baricentro in fase di non possesso (44 metri), Lunghezza media della squadra in fase di possesso (27 metri circa), lunghezza media in fase di non possesso (25 metri), evidenziando la differenza più marcata sullo sfruttamento dell’ampiezza in fase di possesso, con la Lazio molto «più larga» (oltre 43 metri), rispetto all’Atalanta che ha avuto una larghezza media di 39,93 metri.
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GLI AVVERSARI? NOI LI STUDIAMO COSÌ ECCO UN ESEMPIO DI PRESENTAZIONE TATTICA DELLE SQUADRE CHE L’ATALANTA AFFRONTA NELLA GIORNATA SUCCESSIVA: QUI L’ANALISI DEL NAPOLI DI ANCELOTTI, PRIMA DEL MATCH DI RITORNO Gianluca Besana
zioni, in parte lascito del passato «Sarrismo».
avversario del «monday night» dell’Atalanta è il Napoli di Carlo Ancelotti. Il tecnico di Reggiolo è sbarcato sulla panchina dei biancazzurri nell’estate scorsa. La sua chiamata ha colmato la partenza di un tecnico come Sarri, molto amato dalla piazza e capace di trasmettere un’identità ben precisa alla squadra, rivaleggiando nelle tre stagioni precedenti con la super potenza Juventus per il titolo di campione d’Italia. Il Napoli è una squadra molto forte, con giocatori che stuzzicano le fantasie dei top club europei (Koulibaly su tutti) ed è un avversario sicuramente tra i più difficili da affrontare, soprattutto con la ravvicinata semifinale di Coppa Italia, che si giocherà giovedì sera contro la Fiorentina.
Due tipi diversi di costruzione L’intensità della pressione dell’avversario di turno influisce sulla fase di costruzione della squadra di Ancelotti, che può optare per costruzioni dal basso o costruzioni più dirette. Nella situazione di rimessa dal fondo, il Napoli opta per la costruzione bassa, i 2 centrali difensivi si pongono esterni all’area di rigore all’altezza dell’area piccola mentre i terzini si alzano sulla propria trequarti. I 2 centrali di centrocampo si abbassano in prossimità dell’area di rigore. L’esterno di sinistra (solitamente Zielinski) si accentra mentre Callejon (esterno di destra) si alza sulla linea degli attaccanti. L’uscita con i terzini alti Nella partita contro il Chievo, i gialloblu non pressavano la rimessa bassa ed il Napoli si disponeva come mostrato nel fotogramma. Contro avversari che pressano alti ed ostacolano questo tipo di uscita, il Napoli può optare per una costruzione diretta che passa dai terzini. Nello sviluppo si passa al «2-5-3» In fase di sviluppo il Napoli si dispone con il 2-5-3 e l’ampiezza è garantita da Ghoulam a sinistra (con Zielinski come detto sopra che si accentra e posiziona dietro la seconda linea di pressione avversaria), e Callejon sulla fascia destra. Come ricordato sopra la manovra è composta in fase di sviluppo da una fitta rete di passaggi che sfruttano gli interscambi di posizione dei giocatori ed una disposizione tendente a costituire triangoli o rombi. In questa fase, Insigne si abbassa e partecipa alla manovra. Quando il Napoli impiega contemporaneamente i due «piccoletti» Mertens ed Insigne, i vantaggi che ottiene dal punto di vista della mobilità ed imprevedibilità è elevata, ma costringe la squadra ad una costruzione più
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La mappa dei passaggi del Napoli nella partita contro il Chievo
Ancelotti e il 4-4-2 «creativo» Il sistema di gioco utilizzato da Ancelotti è di base il 4-4-2. In fase di possesso il Napoli si trasforma in un 2-5-2-1, con i due terzini che si alzano sulla linea dei centrocampisti ed il polacco Piotr Zielinski che si accentra in zona di rifinitura. La mappa dei passaggi La mappa dei passaggi sopra mostra le dieci linee più utilizzate del Napoli nella gara contro il Chievo di domenica scorsa. I passaggi per la squadra partenopea sono stati 772 di cui ben 688 completati (indice di precisione dell’89% circa). Visibile dalla mappa la circolazione palla del Napoli che muove la palla in modo «avvolgente» con Fabian Ruiz a fungere da raccordo. Nella gara contro il Chievo, Ancelotti ha schierato contemporaneamente Insigne e Mertens alle spalle del polacco Milik, in una struttura che a molti ha ricordato una edizione rielaborata del suo «albero di Natale» (modulo 4-3-2-1).
L’uscita dei terzini «alti»
PRESA AD ESEMPIO LA PARTITA DEI PARTENOPEI CONTRO IL CHIEVO: ECCO LO STUDIO SULLA DIFESA, E LA COMPATTEZZA DELLE LINEE DI GIOCO DEGLI 11 DI ANCELOTTI
In fase di non possesso il Napoli si schiera con il 4-4-2, con le due linee da 4 molto compatte che fanno densità in zona centrale. Come l’Atalanta, il Napoli è una squadra che mira al possesso palla e ha un atteggiamento propositivo. Il numero dei passaggi mostrato dalla mappa sopra rivela una manovra che si basa su una fitta rete di passaggi e triangola-
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IL NAPOLI TRA SARRI E CARLETTO TUTTI I DATI POSSIBILI PER CAPIRE MEGLIO CHE TIPO DI SQUADRA DOVRÀ AFFRONTARE L’ATALANTA SEGUE DA PAGINA 65
manovrata e meno diretta. La fase di finalizzazione dei partenopei può contare su diverse opzioni, tra le quali è bene ricordare le sovrapposizioni dei terzini che portano a cross, oppure le rapide triangolazioni centrali. Pressione offensiva insistente In fase di non possesso il Napoli attua un buon sistema di pressione offensiva (indice di PPDA prossimo ad 11). Quando la squadra avversaria costruisce dal basso gli avanti Napoletani cercano di orientare lateralmente l’uscita della palla per poi procedere con un pressing organizzato con gli attaccanti che impediscono il cambio di lato, ed i restanti giocatori che chiudono scarichi ed appoggi. Due linee serratissime Come ricordato sopra, sotto palla il Napoli difende con le due linee da 4 serrate che creano densità in zona palla. In situazione di riconquista, in fase di
Le due linee molto ravvicinate del Napoli
transizione positiva il Napoli cerca come prima opzione la rapida giocata verticale, ma se questa non è possibile, si affida (come ben mostrato dalla mappa dei passaggi riprodotta sopra) ad una serie di passaggi miranti a consolidare il possesso palla. La difesa sui corner L’esempio a zona Il Napoli sui calci d’angolo a sfavore si dispone in modo differente a seconda dell’avversario che affronta. Nella partita contro il Chievo, come mostrato nel fotogramma il Napoli è disposto a zona. In altri casi (come ad esempio nella partita contro il Salisburgo di Europa League) ha adottato una zona mista. Il Napoli porta sempre tutti gli effettivi in area di rigore.
La difesa del Napoli si schiera a zona sui calci d’angolo
Carlo Ancelotti
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GLI APPROFONDIMENTI LA ROSA AI RAGGI X È UN «MUST» DI CORNER PERIODICAMENTE I NOSTRI ESPERTI PASSANO AL SETACCIO IL RENDIMENTO DELL’INTERA ROSA. ECCO UN ESEMPIO: L’ANALISI DEL CENTROCAMPO PUBBLICATA DURANTE LA SOSTA DI MARZO IL RISULTATO? UNO DEI SEGRETI DI GASP È CHE «SGOBBANO» TUTTI i partecipanti alla manovra (e non accentrato nei piedi di un solo uomo) le probabilità di successo aumentano notevolmente. Se si applica questa filosofia di ragionamento al centrocampo atalantino si può facilmente notare come il numero dei passaggi tentati nei 90 minuti dai componenti della mediana nerazzurra sia molto simile, soprattutto se si confronta il numero dei passaggi dei due interni più utilizzati (de Roon 61, Freuler 59) e dei 3 esterni (Gosens 48, Castagne 45, Hateboer 47).
Gianluca Besana
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opo aver analizzato i portieri e la difesa, ci concentreremo nelle righe che seguono sull’efficienza del centrocampo nerazzurro, sulle sue capacità di far progredire la manovra orobica, e sulle sue capacità di opporsi alla manovra avversaria, facendo da scudo alla difesa. Innanzitutto è giusto precisare che l’Atalanta è la prima squadra in serie A per possesso palla con il 58,5% di media nelle gare di campionato sin qui disputate, ed è ultima per il ricorso al lancio lungo con circa 37 lanci a partita. Questi due dati mostrano chiaramente la tendenza dei bergamaschi a far avanzare la palla sul campo con una manovra basata su una serie di conduzioni, passaggi e dribbling. I passaggi La lunghezza media dei passaggi della squadra orobica è di circa 18 metri, uno dei dati più bassi della Serie A. Questa misurazione fotografa bene come il possesso orobico tenda a privilegiare la soluzione corta. Le giocate lunghe che corrispondono a circa l’8% delle giocate totali della squadra, oltre ad attaccare lo spazio in verticale quando si presenta l’occasione, sono spesso usati per repentini cambi campo che hanno l’intento di trovare varchi nella mediana avversaria che in questo modo è costretta a «scivolare». Lo sviluppo della manovra dei bergamaschi si svolge quasi esclusivamente sulle corsie laterali (come mostrato dalle mappe dei passaggi proposte su Corner nelle varie gare di campionato), con alcuni giocatori (Freuler e de Ro-
La tabella dei minuti giocati dai centrocampisti
L’analisi dei passaggi effettuati
on sulla metà campo, Gomez e Ilicic più avanti) a fungere da raccordo tra i due lati del campo. Se si analizzano i passaggi per numero assoluto della squadra nerazzurra, nelle prime posizioni si trovano 3 centrocampisti: Freu-
ler, de Roon e Hateboer (che sono anche i giocatori del centrocampo orobico con il maggior minutaggio, come proposto dalla prima tabella). Nella nostra analisi torna utile uno studio del dottor Thomas Grund dell’University College di Dublino, il quale dimostrò (inventando l’indice di «decentramento») che nel calcio se l’impostazione del gioco è equamente suddivisa tra
I passaggi completati L’Atalanta, come specificato sopra, nel corso della gestione di Gasperini ha quindi sempre utilizzato i due centrali di centrocampo per facilitare la salita del pallone lungo le catene di fascia, ma in questa stagione (ed è giusto analizzarlo anche nel capitolo che riguarda il centrocampo) se ne è spesso occupato anche Gomez, che ha assunto spesso la posizione di playmaker, abbassandosi molto sul campo rispetto alle posizioni in cui si è abituato a vederlo. Per esempio, se si analizzano i suoi «scambi» nell’ultima partita contro il Chievo si può facilmente notare come delle 99 volte (somma dei passaggi ricevuti e passaggi tentati) in cui è stato parte dell’azione, il giocatore argentino abbia «scalato» il campo. Infatti sono 37 gli scambi con i difensori (Masiello 17, Djimsiti 12, Mancini 8) che rappresentano il 37 % circa del totale; 27 quelli con i centrali di centrocampo, prediligendo il lato sinistro (20 Freuler e 7 de Roon) 27% circa del totale; 13 quelli con gli esterni (Castagne CONTINUA A PAGINA 71
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6, Gosens 5, Hateboer 2) 13% circa del totale; 22 quelli con gli attaccanti o effettuati nella parte più alta del campo (Ilicic 11, Zapata 9, Barrow 1, Pasalic 1) 23% circa. La qualità dei passaggi La grafica spiega tutto La tabella riporta invece la qualità dei passaggi dei centrocampisti bergamaschi, riportate in colonne che rappresentano il valore percentuale di successo per ogni tipologia di passaggio. I dati più interessanti sono forniti dalle colonne che rappresentano i passaggi in avanti, con una precisione compresa tra l’82% e l’83% per quanto riguarda i centrali ed il 74% ed il 76% per quanto riguarda gli esterni che devono spesso effettuare questa tipologia di passaggio a ridosso della linea laterale o correndo in prossimità della stessa e quindi con una porzione di campo minore o minori linee di passaggio rispetto a chi gioca in centro. Le ultime 4 colonne invece, evidenziano capacità tecniche (quella ad esempio del lancio lungo) o particolarità dovute alla posizione assunta in campo dai giocatori, ad esempio, Freuler e de Roon hanno valori alti per quanto riguarda i passaggi nella trequarti, ma più bassi per quanto riguarda i passaggi in area, dovuto alla loro posizione sul terreno di gioco che rende quel tipo di passaggio più difficoltoso, oppure perché quando sono in parti più alte del campo, hanno sempre il bilanciamento e la copertura come priorità. Utile, proprio a questio proposito, ricordare nella lettura dei dati, che il passaggio filtrante (definito «killer pass» in inglese) è il passaggio in verticale, nello spazio e indirizzato verso la porta in grado di superare la linea avversaria. Palle perse/recuperate Tutti i numeri per capire Nella tabella palle perse recuperate, spiccano i circa 11 palloni recuperati a partita da de Roon, che con le 8 palle recuperate da Freuler, portano i due centrali bergamaschi a recuperare quasi 20 palloni di media a gara. Normale invece che gli esterni, nel loro compito di spinta perdano più palloni rispetto agli altri uomini del centrocampo. Per loro il dato delle palle perse, resta compreso tra le 12 di Gosens e le 9 di Hateboer. L’ultimo parametro della nostra
La statistica di palle perse e recuperate
Tutte le tipologie di passaggi dei centrocampisti
analisi riguarda i dribbling, ricordando che anche in questa specialità l’Atalanta è la prima squadra in Serie A per 1 contro 1 tentati. Castagne e Gosens (rispettivamente 4 e 3 dribbling tentati a
L’ANALISI DIMOSTRA COME IN MEZZO «SGOBBANO» TUTTI
partita) sono i centrocampisti (in questo caso esterni) a ricorrere maggiormente a questa specialità. Hateboer (per completare il pacchetto dei laterali) ne effettua circa 2 a gara. Per quanto riguarda i centrocampisti centrali, Freuler ne effettua circa 3 a gara, 2 per Pasalic e meno di 1 per de Roon che vi ricorre solo in rare occasioni.
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IL CAPITANO DI CORNER E’ GLENN STROMBERG LA BANDIERA NERAZZURRA PER ECCELLENZA È NELLA SQUADRA DELLE FIRME DI CORNER: OGNI SETTIMANA RACCONTA LE SUE «AVVENTURE» EUROPEE. QUI, ECCO IL SUO COMMENTO SULLE SEMIFINALI DI CHAMPIONS Glenn Stromberg
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apete già di cosa di parlerò: di queste due incredibili semifinali di Champions che hanno fatto parlare il mondo intero. Due partite che sono finite entrambe con tutti i tifosi increduli per il risultato. La prima, lo sapete, a Liverpool. Sì, tutti dicevano di crederci, i giocatori, i tifosi. Si sentiva anche in città che se fosse arrivato subito un gol, magari ce la si sarebbe potuta fare. Però era pur sempre 3-0 per il Barcellona il risultato di partenza. Il Liverpool ha trovato questo gol, molto bello, eppure il Barcellona nel primo tempo ha giocato anche meglio. Un po’ come il Liverpool all’andata: meglio del Barcellona, ma in svantaggio. E lì il Liverpool è stato bravissimo a non spingere subito per il 2-0, perché se fosse arrivato l’1-1 poi di fatto la partita sarebbe finita. E poi invece nel secondo tempo sono successe quelle cose che noi esperti fatichiamo tanto a inquadrare. Robertson si fa male e l’allenatore deve mettere Wijnaldum, che entra dalla panchina e fa due gol. E due gol fa anche Origi, che finora aveva giocato pochissimo. Il calcio è bello anche per questo. Comunque, devo aggiungere che mentre il Barcellona non aveva sofferto particolarmente il primo gol, il secondo e il terzo li hanno proprio abbattuti. E qui ci sta anche una piccola nota su Messi, che ha fatto troppo poco. In questo Ronaldo ha più di lui: è trascinatore sempre. Mentre Messi tende a trascinare quando le cose vanno bene, meno quando vanno male. Il Barcellona d’altra parte è abituato a comandare le partite, non a dover rincorrere, e sul 3-0 si è proprio vista la squadra perdere capacità di creare pericoli, di reagire. Alla fine, le scene che ho visto a Liverpool sono state incredibili. Negli occhi della gente c’era una gioia incredibile. Di più: c’era incredulità vera e propria. Fuori dallo stadio la gente saltava, e tutti, anche i tifosi più anziani, dicevano che in quaran-
Glenn Stromberg, grande capitano dell’Atalanta
Glenn Stromberg negli anni 80, con la maglia dell’Atalanta
LE GRANDI RIMONTE DEL LIVERPOOL SUL BARCELLONA E TOTTENHAM SULL’AJAX DEFINITE DA GLENN «LE PARTITE DELL’INCREDULITÀ»
t’anni di Liverpool quella era la sera che aveva regalato loro più gioia di tutte. Anfield d’altra parte è così: magari nelle partite normali si sente poco, ma in queste occasioni diventa uno stadio che trascina, una bolgia, un cuore solo che batte insieme alla squadra. La gioia dei giocatori del Liverpool Poi, siamo tornati a Manchester in macchina chiacchierando di questa
partita. La mattina sveglia prestissimo, volo per Amsterdam dove abbiamo commentato Ajax-Tottenham. Se vi ricordate, qui su Corner avevo detto che dopo l’andata questa sfida non era finita, e che il Tottenham, anche se stanco e fuori forma, trovando la sera giusta avrebbe potuto ribaltarla. E anche dopo l’1-0 per l’Ajax, tutto sommato il Tottenham non ha subito troppo. Diverso è il discorso dopo il 2-0: lì sì è cominciato a pensare che l’Ajax sarebbe andato in finale, perché a quel punto sarebbero serviti 3 gol in 45 minuti. Il 2-1 è arrivato con n’azione che ha contenuto tante cose belle, dal tunnel iniziale alla finalizzazione. Un gol fondamentale, perché se fosse passato un quarto d’ora senza segnare, le speranze e le motivazioni sarebbero venute meno. Ma al 2-2, invece, tutti si sono davvero svegliati e hanno cominciato a crederci. E credo che Ten Hag abbia sbagliato forse per la prima volta in questa Champions, spaventandosi e cambiando assetto alla sua squadra per provare a conservare il risultato. Così l’ha snaturata. Era meglio perdere “da Ajax”. Quando però il Tottenham ha preso una traversa a 3 minuti dalla fine, ho pensato persino che l’Ajax avrebbe trovato un contropiede per vincerla. Invece, no. Cos’è successo all’ultimo secondo di questa partita, al gol del 3-2, è indescrivibile. Nessuno capiva più niente. Increduli anche lì, come a Liverpool. Ma con un finale ancora più drammatico. Erano tutti in terra, chi piangendo di gioia, chi piangendo di disperazione. E’ il bello del calcio. Tra parentesi, vi racconto questo dettaglio. In genere prima di partite così importanti, nelle nostre dirette, si parla ovviamente della partita. Stavolta no: il mio network ha voluto che io parlassi solo dell’Atalanta, per uno speciale che manderanno in onda prima della finalissima Coppa Italia. Vedete, amici: l’Europa parla dell’Atalanta, sa che l’Atalanta adesso è a un passo da due traguardi storici.
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GLENN: VI RACCONTO IL MIO IVAN RUGGERI QUI L’ARTICOLO DI STROMBERG IN OCCASIONE DELL’ANNIVERSARIO DELLA MORTE DELL’EX PRESIDENTE ATALANTINO. «MI PIACEVA IL SUO CARATTERE, E PROVÒ A LUNGO A RIPORTARMI DENTRO LA SOCIETÀ» Glenn Stromberg
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ggi è l’anniversario della morte di Ivan Ruggeri, allora voglio dedicare a lui gran parte del mio nuovo articolo. Anche perché non tutti sanno quello che sto per raccontarvi, ma io lo voglio raccontare per dire quanto l’ho stimato, e quanto gli sono grato. Anzitutto, ricordo Ivan Ruggeri già quando era vicepresidente. Poi ha acquistato la società, dopo che io ho smesso di giocare, e di lui mi è sempre piaciuta la grinta, la capacità di lottare per le sue idee. Che fossero le grandi società, o i governanti del calcio, lui diceva quel che pensava a testa alta e petto in fuori. Quanto era vicepresidente non avevo avuto questa impressione, perché il ruolo non gli permetteva tanto spazio. Ma dopo, mi aveva impressionato la sua personalità. Forse anche per questo suo modo di essere così diretto aveva poi avuto tanti problemi con i tifosi. Ma era un personaggio forte, capace. Poi, c’è questa cosa che vi voglio raccontare: lui stava per riportarmi dentro l’Atalanta. Sì, ho avuto l’onore di sentirmi chiedere da Ivan Ruggeri di tornare a lavorare per l’Atalanta. Le cose andarono così. Penso fosse il 2003, o il 2004. In quegli anni lì c’era un giocatore svedese che l’Atalanta voleva. Era un difensore, si chiamava Petter Hansson. Giocava in Olanda, all’Heerenveen, e in Nazionale. L’Atalanta mi chiamò, chiedendomi, non in veste ufficiale, di parlare con questo ragazzo, di capire se sarebbe stato contento di venire a Bergamo. Allora sono andato dal giocatore, gli ho parlato, gli ho raccontato di Bergamo e dell’Atalanta. Lui sembrava molto ben disposto. Eravamo arrivati anche a parlare delle scuole, di dove abitare a Bergamo. Io parlavo col giocatore, poi di tanto in tanto salivo alla villa di Ruggeri e riferivo. Insomma, succede un giorno che però questa trattativa non va in porto, non ricordo esattamente quale fosse il pro-
blema. Fatto sta che ci ritroviamo a pranzo, io e Ruggeri, e prendiamo atto che non si può fare. Io pensavo che fosse tutto finito lì. Invece lui mi guarda dritto e mi dice: «Non abbiamo finito, puoi tornare qui domani. Hansson non si fa più, ma c’è un’altra cosa che devo dirti?». Allora il giorno dopo torno da lui, che mi guarda dritto negli occhi e mi dice: «Perché non vieni da noi a fare al 100% quello che hai fatto in queste settimane con Hansson?». Ovviamente ero rimasto colpito dalla proposta, perché dentro di me c’è sempre stato il desiderio, o quasi il destino, di tornare all’Atalanta prima o poi. Abbiamo parlato per due o tre mesi di questa proposta. Io, in quel periodo, avevo imboccato decisamente un’altra stra-
da. Avevo il mio impegno con Radio Alta e con Bergamo Tv, avevo cominciato a commentare anche per la tv statale svedese, la gente mi voleva bene, mi apprezzava tantissimo al punto che per anni sono stato votato come il miglior commentatore di calcio svedese. Mi cercavano altri canali, e sono l’unico in Svezia che ha il privilegio di poter commentare sia per la tv svedese che per un network privato. Insomma, la situazione era questa e io stavo proprio bene, oltre che guadagnare quel che volevo. Allora dissi così a Ruggeri, che quello che facevo mi piaceva e che lui doveva sapere che io una mano all’Atalanta l’avrei sempre data «da amico», come nell’occasione di Hansson. Ma lui insisteva, e a me questo «corteggiamento» fece perdere il sonno per diverse notti. Le discussioni però andarono avanti. Al di là dell’aspetto economico, parlammo tante tante volte di cosa si sarebbe
L’ex presidente dell’Atalanta, Ivan Ruggeri
potuto fare. Ero tentato, capirete Di sicuro non avrei voluto fare il direttore sportivo dietro la scrivania, con le carte. Io avrei voluto restare sul campo, dare una mano alla squadra, fare da «link» tra squadra e società, e al tempo stesso andare in giro a vedere giocatori, a studiare possibili soluzioni. So, ne sono sicuro, che una soluzione felice l’avremmo trovata. Ma io non riuscivo a decidermi, era difficile per me cambiare, non solo per il lavoro ma per l’affetto della gente. Però dall’altra parte c’è sempre stato il desiderio di lavorare con l’Atalanta. Alla fine ricordo un giorno di primavera, passeggiavamo nel giardino, abbiamo guardato le sue bellissime macchine, e ci senza dirci troppe parole ci siamo capiti, che quelle discussioni non mi avrebbero riportato all’Atalanta. Nonostante questo, però, negli anni ho sempre aiutato l’Atalanta ogni volta che ho potuto, e lo stesso ha fatto e fa la società nei miei confronti. Resta in ogni caso un grande ricordo per me, e un grande onore aver avuto da un uomo così una proposta così importante. Ivan Ruggeri è stato l’uomo che più di tutti è andato vicino a riportarmi nell’Atalanta: di questo gli devo grande gratitudine. Io però non posso chiudere qui, perché giovedì sera ho visto la partita. Cioè: ho visto i primi venti minuti, e l’Atalanta mi è sembrata un vulcano. Una cosa impressionante. Voglio dire una cosa: il gesto più bello che ho visto in assoluto è quello di Zapata. Riguardatelo: il primo tocco è sbagliato, troppo lungo. Questo fa pensare al difensore di poter arrivare primo sulla palla, invece Zapata insiste, corre, ci arriva. E in piena corsa fa quel gesto quasi di tacco, che ai miei tempi non si faceva, si ferma, controlla e fa gol. Quel gesto quasi di tacco da 0 a 10 in una scala di difficoltà arriva sicuramente a 10, ed è una delle cinque cose che io alla fine di una stagione conservo nei miei ricordi. Una cosa straordinaria. Dopo quel gol, avevo visto tutto, e sono andato a cena. A settimana prossima!
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I «COLPI DI TACCO» QUANDO MCENROE TIFÒ PER L’ATALANTA DINO NIKPALJ OGNI SETTIMANA RACCONTA EPISODI LEGATI ALLA PARTITA SEGUENTE. PER INTER-ATALANTA HA SCOVATO UN EPISODIO INCREDIBILE: NEL 1978 IL TENNISTA AMERICANO SI RITROVÒ A SAN SIRO, E PER «SBAGLIO» DECISE CHE I SUOI PREFERITI ERANO I BERGAMASCHI Dino Nikpalj
«Y
ou cannot be serious», come ringhiò feroce ad un giudice di sedia che gli chiamò out un servizio contro Tim Gullickson in quel di Wimbledon. E invece no, siamo serissimi se vi diciamo che John McEnroe si è ritrovato a San Siro a tifare Atalanta contro l’Inter. E pure ai tempi belli, quelli in cui l’enfant terrible, il super moccioso (super brat come l’aveva definito la stampa Usa) del tennis mondiale duellava punto su punto con mostri sacri come Bjorn Borg o «Jimbo» Connors, altro personaggino dal carattere che vi raccomandiamo… Ma McEnroe era un’altra cosa, qualcosa di mai visto su un campo da tennis: giovane, geniale, irascibile, spacca racchette, rognoso, rissoso, spettacolare e ribelle, come quei capelli tenuti insieme da una fascia. Un’icona anche di stile, al punto di essere tra i primi a firmare come testimonial della Sergio Tacchini. E alzi la mano chi, a cavallo tra anni ’70 e ’80, non aveva almeno una maglia o un gilet di quella griffa diventata di culto: soprattutto dopo la finale del 1980 persa al quinto set con Borg, ma nella mente di tutti ancora oggi per l’incredibile tiebreak 18-16 del quarto set dove l’americano annulla 7 match point allo svedese che cade al 7° set point. Ecco, il 26 novembre 1978 McEnroe è a Milano: da lì a pochi giorni deve giocare un quadrangolare con Borg, il nostro Adriano Panatta e l’americano Vitas Gerulaitis, il più grande playboy mai visto sulla terra rossa (e pure altre superfici). La domenica qualcuno però lo porta a San Siro, dove l’Atalanta di Titta Rota affronta
L’articolo dedicato da L’Eco alla presenza di McEnroe in tribuna
John McEnroe oggi
l’Inter di Eugenio Bersellini. I nerazzurri di casa sono terzi a tre punti dalla strana coppia MilanPerugia: a fine campionato saranno i rossoneri a vincere lo scudetto della stella. Quelli ospiti non hanno ancora vinto una partita: in 8 partite hanno racimolato la miseria di 4 punti e sono ultimi da inizio campionato insieme al Verona. Alla fine retrocederanno in B in compagnia degli scaligeri e del Lanerossi Vicenza di Pablito Rossi, passato nel giro di un campionato dalle stelle della Coppa Uefa alle stalle della bassa classifica. Sulla carta non c’è partita, ma in campo le cose vanno diversamente: passano 3 minuti, Garritano indovina un varco tra palo e portiere e porta in vantaggio l’Atalanta. La terza rete in stagione (alla fine saranno 5) dell’attaccante calabrese acquistato dal Torino: una grande promessa mai esplosa per colpa di una serie di infortuni e che negli anni dopo il ritiro ha dovuto affrontare una partita ben più impegnativa, quella contro la leucemia. E qui entra in campo lui, McEnroe. Un anonimo colonnino della pagina sportiva del lunedì de L’Eco di Bergamo rivela che il tennista (curiosamente chiamato Eric e non John…) «ha assistito alla partita davanti a noi dato che la pioggia battente non gli consentiva di osservare la partita insieme a Palmieri». Trattasi molto probabilmente di Sergio Palmieri, direttore degli internazionali d’Italia e dal 2016 presidente della Fit lombarda. CONTINUA A PAGINA 79
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John McEnroe, leggenda del tennis che per una volta, senza saperlo, tifò Atalanta SEGUE DA PAGINA 77
La ricostruzione diventa a tratti esilarante, anche perché con molte probabilità Super Mac di calcio sa poco o nulla: «McEnroe appena è iniziata la partita ha esultato al goal di Garritano dato che Palmieri gli aveva precedentemente detto che la squadra più forte era l’Inter e il tennista, ovviamente, è rimasto ingannato dalla partenza fulminea dei bergamaschi e ha individuato proprio in loro coloro per i
quali avrebbe dovuto fare il tifo». Solo che non passano nemmeno 10 minuti e «Spillo»» Altobelli pareggia: «Palmieri ha poi spiegato allo statunitense che in effetti i bianchi non erano i milanesi ma i bergamaschi e da quel momento McEnroe ha comin-
ciato a tifare, sia pure in modo più che composto per i ragazzi di Titta Rota» prosegue l’articolo. «Durante l’intervallo infatti a una nostra precisa domanda ha risposto Atalanta very, very good»». Peccato che all’inizio della ripresa, tempo un minuto, e l’Inter ribalta la partita: «Quando Altobelli ha segnato la seconda rete interista Mc Enroe si è girato allargando le braccia». A quel punto i nerazzurri giocano il tut-
to per tutto e assediano l’undici di Bersellini nella propria area: il terreno pesante non aiuta, ma ad un quarto d’ora dalla fine «Cico» Festa trova la rete del pari. E il nostro che fa? «E’ rimasto zitto zitto durante il pressing dell’Atalanta ed è letteralmente schizzato per aria allorquando Festa ha siglato definitivamente il risultato». Very, very good Super Mac! We are serious.
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COSÌ STUDIAMO IL CALCIO IL RAPPORTO TRA TERRITORI E RISULTATI SPORTIVI ECCO UN ESEMPIO DEGLI APPROFONDIMENTI CHE CORNER OGNI SETTIMANA PROPONE AI LETTORI Carlo Canavesi
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gni giorno, dal gruppo Facebook di Corner, arrivano spunti interessanti che meritano di essere approfonditi. Settimana scorsa, Diego Colombo lamentava il fatto che i media nazionali parlassero dell’Atalanta come «la squadra di una piccola città di provincia». Perché è vero, Bergamo è un comune di soli 120mila cittadini, ma non va dimenticato che i colori nerazzurri sono indossati da tutta la provincia, che conta oltre il milione di abitanti. Abbiamo quindi confrontato il numero di abitanti di ogni provincia con il numero di punti fatti da ogni squadra in serie A, partendo dalla stagione 20042005, la prima con il campionato a venti squadre. Il dato per quanto riguarda la popolazione rappresenta la media degli abitanti in ogni provincia dal 2004, considerando solo gli
L’ATALANTA STA RISALENDO LA CLASSIFICA: 0,5 PUNTI FATTI PER MILLE ABITANTI SECONDO IL NOSTRO «STUDIO»
anni in cui la squadra rappresentante quel territorio ha giocato in Serie A. Questo per capire quale legame ci sia tra popolazione e risultati sportivi. Trentotto squadre in 14 stagioni. Partiamo dicendo che al campionato italiano, nelle ultime quattordici stagioni, hanno partecipato ben trentotto squadre. Queste hanno rap-
presentato ben trenta province e due piccoli comuni (Empoli e Sassuolo). Un legame tra popolazione e risultati esiste, anche se spesso ci sono delle eccezioni, in positivo come in negativo. Il primo dato riguarda le cosiddette big: Juventus, Inter, Roma e Milan sono le quattro squadre ad aver conquistato più punti nelle ultime quattordici stagioni e rappresentano tre delle quattro province più popolose. C’è infatti Roma al primo posto, Milano al secondo e Torino al quarto posto. Tre città dove il tifo va poi diviso, perché ci sono anche la Lazio, sesta per punti, e il Torino, sedicesimo. Tutte queste squadre possiedono una media tra gli 0,3 e gli 0,5 punti fatti per mille abitanti. Le classifiche e le sorprese Il primo risultato sorprendente è quello della Fiorentina. La Provincia di Firenze conta una media di abitanti (nelle stagioni in cui i toscani han giocato in Serie A) poco sotto il milione, all’undicesimo posto nella graduatoria nazionale, mentre la squadra viola è al quinto posto per punti, per una media di 0,8 punti per ogni mille abitanti. Un altro esempio in positivo? L’Udinese. I friulani hanno avuto stagioni esaltanti negli ultimi anni, con svariate qualificazioni alle coppe europee. Questo permette ai bianconeri di trovarsi all’undicesimo posto per punti fatti, con una provincia che si ferma alla diciannovesima posizione. Quella dei bianconeri è la media più alta per quanto riguarda i capoluoghi di provincia, con 1,3 punti per ogni mille abitanti. Empoli e Sassuolo non hanno la provincia Sono poi solo quattro le squadre di un capoluogo che hanno una media punti per mille abitanti superiore ad uno: Udinese, Cagliari, Siena e Parma. Due esempi incredibili per il nostro calcio sono quelli di Empoli e Sassuolo, due squadre che addirittura non rappresentano province, ma piccoli comuni. Due squadre che si trovano rispettivamente al ventesimo e ventunesimo posto della classifica di punti
La classifica
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Le prime dieci posizioni
Le posizioni dall’11ª alla ventesima
PUNTI/ABITANTI TUTTI I NUMERI SEGUE DA PAGINA 81
fatti in Serie A dal 2004, mentre per quanto riguarda gli abitanti non raggiungono nemmeno le centinaia di migliaia: 47mila per Empoli, 40mila per Sassuolo. In questo caso, infatti, le medie sono altissime: i toscani arrivano a 5,6 punti raccolti per mille abitanti, mentre gli emiliani si fermano a 5,4. La situazione dell’Atalanta Arriviamo quindi all’Atalanta: i nerazzurri hanno giocato dodici delle ultime quattordici stagioni in Serie A, raggiungendo l’undicesimo posto nella classifica dei punti totalizzati. Un risultato importante, davanti a squadre come Genoa, Torino, Cagliari. Certo, l’arrivo di Gasperini nelle ultime due stagioni ha dato una grossa mano nell’incremento dei dati. La Provincia di Bergamo è invece all’ottavo posto nazionale per abitanti. È quindi vero che solo oggi, i risultati dei nerazzurri, rappresentano in modo congruo gli abitanti del proprio territorio, mentre negli anni passati i risultati sono stati in controtendenza. Per l’Atalanta la media è di 0,5 punti per mille abitanti, al dodicesimo posto nella graduatoria nazionale. Brescia e Bari, esempi negativi Ma c’è chi sta peggio. Come abbiamo visto esistono piazze poco popolose da cui sono
Le ultime posizioni della classifica
stati ottenuti grandi risultati, ma alcuni esempi possono essere fatti anche a parte invertite. Come Brescia, la sesta provincia italiana per numero di abitanti, ha una squadra di calcio che in Serie A - sempre negli ultimi quattordici campionati - si ferma al ventinovesimo posto. Questo, chiaramente, dovuto al fatto che nel periodo considerato le rondinelle hanno partecipato al massimo torneo nazionale solo due volte. La media è di 0,06 punti per mille abitanti, la stessa del Bari. Quella pugliese è addirittura la quinta provincia italiana - o città metropolitana - che però nel calcio non riesce a decollare: ventottesima posizione per punti fatti in Serie A. Anche questo dato è dovuto alla scarsa partecipazione al campionato e alle tante vicende societarie e giudiziari che hanno colpito i pugliesi negli ultimi anni, costretti a ripartire proprio quest’anno dalla Serie D. Le conclusioni sulla risalita nerazzurra Possiamo quindi affermare che un legame - anche piuttosto stretto - tra numero di abitanti in provincia e risultati sportivi esiste, anche se con delle eccezioni. E no, assolutamente, l’Atalanta non rappresenta una piccola cittadina di provincia, ma l’ottava per abitanti di tutta la penisola. E ora, con Gasperini, sta raggiungendo pian piano la posizione che merita. Sperando, a maggio, di sollevare un trofeo. La Coppa Italia, appunto. Per dare lustro alla squadra e sì, anche al suo territorio.
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IL SOGNO DI CORNER IL MUSEO VIRTUALE TANTI CONTRIBUTI PER LA NOSTRA INIZIATIVA DI RACCOGLIERE I «PEZZI» DELLA STORIA DELL’ATALANTA. ECCO «IL TESORO DEL MARESCIALLO»
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olto probabilmente, quasi certamente, è il più grande collezionista al mondo di «cimeli atalantini». Si chiama Natalino Lanzini, 52 anni di Palosco, maresciallo dei Carabinieri di stanza a Sacile, in Friuli. Quanti pezzi ha, non lo sa nemmeno lui. Ma sono talmente tanti che saranno necessarie alcune puntate, qui su Corner, per aprire lo scrigno di questa incredibile collezione – di fatto un museo della storia dell’Atalanta già pronto – e raccontare i pezzi più belli, emozionanti. Per ora, raccontiamo chi è questo carabiniere dal sangue nerazzurro, e vi mostriamo le prime perle. Per il resto, appuntamento ai prossimi giorni. Ricordandovi che potete mandare le foto dei vostri cimeli e raccontarne la storia con una semplice mail a corner@ecodibergamo.it. «Sono un carabiniere – racconta Lanzini – che ha messo la divisa per la prima volta nel 1986, a Zogno, per il servizio di Leva. Poi ho fatto la scuola sottufficiali a Velletri e Vicenza, e mi hanno destinato al Friuli. Da qui non mi sono più mosso. Ma questo non mi ha fatto cambiare idea sulla squadra di calcio: ero, sono, e resterò atalantino a vita». La passione per il collezionismo e quella per l’Atalanta sono andate quasi di pari passo. «Con le collezioni – spiega il maresciallo – ho cominciato come quasi tutti con francobolli e monete, saranno stati i primissimi anni 80. Poi, complici le prime partite viste dal vivo, ho cominciato a conservare i biglietti. Tutto questo grazie ai miei zii che erano abbonati e mi portavano allo stadio. Quando crescendo sono diventato autonomo, ho sempre messo nel cassetto i biglietti. Una prima evoluzione c’è stata cominciando ad andare in trasferta: nelle diverse città cercavo sempre una cartolina dello stadio, ed è stata la prima evoluzione anche del mio collezionismo calcistico».
Qui sotto, il maresciallo Natalino Lanzini, grande collezionista atalantino. Nella pagina, alcuni dei suoi pezzi
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L’ATALANTA ANNI ’50 NEI VERBALI INEDITI CORNER STA RACCONTANDO DA MESI IL CONTENUTO DI DOCUMENTI ORIGINALI: LÌ C’È LA STORIA DELL’ATALANTA DAL DOPOGUERRA AGLI ANNI 60
«I
l presidente Turani, sentiti i Consiglieri, decide che...». Quante meravigliose storie, nei verbali degli anni ’50 che Corner ha potuto consultare negli ultimi mesi. Un collezionista di cimeli atalantini, che ovviamente ha chiesto di rimanere anonimo data l’importanza del materiale che ci ha messo a disposizione, un giorno ha bussato alla porta della redazione con una busta. «Dato che su Corner volete realizzare il museo virtuale dei cimeli atalantini, forse queste cose che ho qui potrebbero interessarvi». Al primo sguardo, abbiamo fatto un salto sulla sedia: quello era materiale originale, uscito chissà come e chissà quando dalla sede dell’Atalanta. Sono tre libri, contenenti i verbali delle assemblee degli azionisti e soprattutto dei Consigli direttivi, dal dopoguerra agli anni ’60. Emozionante la lettera autografa - che i libri contengono in originale - che il presidente Daniele Turani indirizza ai consiglieri e agli azionisti nell’immediato Dopoguerra, per spiegare loro quali azioni sono state fatte per riportare in attività l’Atalanta dopo il fermo dovuto al conflitto bellico. «Di questa nostra gloriosa società - scriveva Turani - un anno fa esisteva soltanto il nome». La lettura si è fatta via via sempre più interessante. Quei verbali contengono tutti i retroscena degli esoneri e delle scelte degli allenatori, le liti in Consiglio direttivo con consiglieri che entrano ed escono, i dietro le quinte del calcio mercato, come l’accordo incredibile tra Turani e l’avvocato Agnelli per la cessione di Hansen: Agnelli arriva a Bergamo e piomba all’hotel Moderno, dove vince le resistenze di Turani. E insieme a questa, tantissime altre storie.
Ecco le immagini dei verbali originali che Corner sta consultando per raccontare l’Atalanta degli anni ’50
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MACCHINA DEL TEMPO LA MAGIA DEL VIAGGIO ISAIA INVERNIZZI GUIDA OGNI SETTIMANA I LETTORI ATTRAVERSO VICENDE DEL PASSATO, RICOSTRUENDO I DETTAGLI, PROPONENDO VIDEO E LE VECCHIE PAGINE DE L’ECO. QUI, TUTTA LA STORIA DI GOMEZ Isaia Invernizzi
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uando pensi di averle viste tutte compare il Papu Gomez con i pattini a rotelle nel corridoio di un negozio di articoli sportivi. La palette di colori della scena, soprattutto il discutibile marrone dei suoi pantaloni (Pantone 111 C o giù di lì), potrebbe ingannare: non è il set di un film di Wes Anderson. È solo un tranquillo pomeriggio di svago. Il Papu agita le braccia per trovare l’equilibrio, caracolla in bilico su quei mezzi di trasporto infernali mentre gli addetti trattengono il respiro pensando alla partita di sabato sera contro il Milan. Lui sghignazza di fronte allo smartphone della moglie Linda abituata alla simpatica follia del marito. Avvezzi a mitizzare i protagonisti delle domeniche pallonare, spesso si dimentica che sono solo ragazzi. A volte semplici, a volte no. E quant’è semplice il Papu Gomez, che oggi compie 31 anni? A prima vista, molto: pallone sempre tra i piedi, anche in mezzo ai divani di casa, una famiglia che più famiglia non si può, quasi da catalogo Ikea, un sorriso grande come il sole che splende nella bandiera argentina, mate e asado, perché le origini si riconoscono soprattutto dallo stomaco, fascia di capitano con la scritta “Capitano”, didascalica, messa in squadra con la bolla (qui spunta un po’ di bergamaschitudine) a fianco della maglietta con il diez. In realtà la strada che lo ha portato a Bergamo non è stata semplice per il Papu, come non può essere semplice la vita di qualsiasi calciatore che a 31 anni gioca ancora ad ottimi livelli nonostante la pressione, le sfighe e gli infortuni. Gomez nasce il 15 febbraio 1988. Alto 1 metro e 65 centimetri ora, figuriamoci da piccino: mamma lo chiama affettuosamente «Papuchi» (leggetelo come lo pronuncerebbe Federico Buffa, fa tutto un altro effetto), poi diventato Papu. Intraducibile, ma comunque chiaro. È il soprannome che lo accom-
Il Papu Gomez nello stadio dell’Arsenal de Sarandì, dove è cresciuto
pagna da sempre, tranne che per una breve parentesi all’inizio della carriera quando per tutti è il «piojo», come Claudio Lopez. Pidocchio, perché è piccolo, ma Papu è decisamente meglio. E così Papu sia. Passione, una sola: il pallone, che inizia a calciare fin da piccino come qualsiasi professionista che si rispetti. Da ragazzo inizia a fare sul serio all’Arsenal de Sarandì, con l’accento acuto sulla i, sobborgo di Avellaneda nella provincia di Buenos Aires. Maglia azzurra con una banda obliqua, che è la morte sua in Argentina. Estadio Julio Humberto Grondona detto «El Viaducto», anche se un vero viadotto non c’è. In tribuna si divorano tonnellate di “chinchulines”, carne alla brace tipo asado (crocantes y muy deliciosos). Negli anni del settore giovanile il Papu sfiora il volo verso Barcellona, quel Barcellona. L’Arsenal stringe un accordo con i blaugrana per far sbarcare qualche giovane alla Masia. L’alleanza però dura solo un anno e il giovane Gomez deve accontentarsi di scalare le categorie fino alla prima squadra. Convocato tra i “grandi”, un giorno sente un tifoso che lo chiama durante il riscaldamento prima di entrare in campo contro il Banfield: «Pibe,
¿qué hacés acá vos? ¡Volvé al colegio!». «Ragazzo, che ci fai qui? Torna a scuola!» E tutti giù a ridere. La carriera internazionale inizia con la sua nazionale nel mondiale Under 20 giocato in in Canada. L’albiceleste trionfa non grazie ai gol del Papu, ma a quelli di una vecchia conoscenza atalantina: Maxi Moralez, El Frasquito, autore di quattro gol di cui uno in semifinale contro il Cile. Nello stesso anno Gomez alza al cielo anche la Copa Sudamericana dopo la finale contro l’America de Cile. Segna un gol anche lui. E che gol: scatto clamoroso in area su un pallone vagante, anticipo secco sul difensore, pallonetto con un colpo di testa (sì, colpo di testa). Nel 2009 è tempo di andar via da casa, sempre rimanendo a Buenos Aires. La maglia è quella del Club Atlético San Lorenzo de Almagro, squadra di cui è tifoso anche Papa Francesco. In panchina trova Alberto Fanesi, che di tenere lo spogliatoio proprio non ne vuol sapere. Anzi, litiga con tutti i giocatori e non risparmia nemmeno sceneggiate, per la gioia dei cronisti pronti
a immortalare tutto. Il rapporto con il Papu è pessimo e basta un video per dimostrarlo. Durante una partita contro il Velez Gomez cade e viene richiamato platealmente dall’allenatore. Lui risponde per le rime: “Vendi fumo!”. A Bergamo direbbero «picinì, ma catif». Finalmente uno spiraglio: sulla panca del San Lorenzo in panca arriva il Cholo Simeone e cambia tutto, anche il ruolo di Gomez. È lui che indica al Papu la via verso l’Europa semplicemente adattando il suo gioco alle esigenze dei club europei: «Ho imparato tantissimo da lui soprattutto durante il mio periodo in Argentina - ha rivelato Gomez in un’intervista a l’Uefa durante l’Europa league dello scorso anno -. Mi faceva giocare in un ruolo che non era per me naturale e mi diceva che quando sarei andato in Europa mi avrebbero posizionato proprio lì, come esterno d’attacco. Mi ha insegnato questo ruolo». Lo vogliono in tanti, finisce a Catania dove conquista un’intera città. Si presenta così, recitando a memoria i consigli del Cholo: «Gioco sulla fascia, destra o sinistra non importa. Il 4-4-2 mi va a genio, spero di far bene subito». Pensa di rivoluzionare la sua vita cambiando continente, si ritrova in una squadra tutta Argentina: Izco, Alvarez, Ricchiuti, Ledesma, Silvestre, Carboni, Spolli, Maxi Lopez, Andujar. Sono anni splendidi, in cui il Catania è protagonista inaspettato della serie A. «Sotto il vulcano sono cresciuto come uomo - ha raccontato a «La Sicilia» il Papu -. Sono cresciuto grazie alla società che mi coccolava e mi sferzava quando serviva. Abbiamo firmato imprese che sembravano impossibili, come il 2-2 in casa della Juve al primo anno, durante la gestione Simeone – ha dichiarato il classe ’88 -. Al 70’ eravamo sotto di due gol. Accorciai io e Ciccio (Lodi, ndr) su punizione al 95 fece secco Buffon. L’anno dopo in città è nato mio figlio? Ed è stata una grande CONTINUA A PAGINA 90
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IL PAPU STORIA DI CALCIO DAGLI ESORDI ALLA GUERRA IN UCRAINA, DAL CATANIA ALL’ATALANTA: TUTTO SU GOMEZ Alejandro Papu Gomez, capitano dell’Atalanta SEGUE DA PAGINA 89
gioia. Vado fiero di questo particolare. Ricordo ancora la corsa all’ospedale Cannizzaro e la felicità della mia famiglia. Il primo gol in rossazzurro? L’ho firmato contro il Napoli. Assist di Ricchiuti con un cross da sinistra. Maxi Lopez che attacca il primo palo. Calciai di sinistro battendo De Sanctis. Il primo gol non si scorda mai. E, francamente, ogni tanto riguardo i video con i gol segnati con la maglia rossazzurra». Ma non si può sempre azzeccare tutto nella vita. L’annus horribilis del Papu è tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014. Lascia Catania, approda in Ucraina al Metalist. Destinazione ambiziosa ed economicamente ghiotta. La Sicilia è un ricordo che presto si trasforma in rimpianto. Con beffa immediata: il Metalist viene escluso dai playoff di Champions per una combine durante una sfida col Karpaty Lviv di sei anni prima. Poi ci si mette perfino la guerra. Il Futbol’nyj Klub Metalist è gestito dall’oligarga ucraino Oleksandr Yaroslavskiy, il decimo uomo più ricco della nazione e personaggio decisamente influente. Influente sì, ma non quando di mezzo ci sono i fucili. Nel bel mezzo della guerra civile Yaroslavskiy viene costretto a cedere la società al giovanissimo patron di Gas Ukraine, il 27enne Kurchenko. Nel frattempo anche nel paese è nel caos con la scissione tentata dai filorussi che sfocerà nella guerra del Donbass. Nella sessione estiva di calciomercato Gomez rilascia una dichiarazione che suona più come un appello: «Qui vedo gente girare con la mitraglietta in mano. Nel mio Paese non succede e non posso mettere a rischio la vita della mia famiglia». È il 31 agosto 2014, i tifosi dell’Atalanta sono troppo delusi dalla cessione di Jack Bonaventura al Milan
per accorgersi che la società si era appena assicurata il futuro. La foto della firma tra il giovane centrocampista nerazzurro e Adriano Galliani ruba spazio al sorriso del Papu, che arriva a Bergamo non certo in punta di piedi. Numero 10 e idee chiare: «Appena ho saputo dell’interesse dell’Atalanta, ho detto subito al mio procuratore di accettare - spiegò durante la presentazione ufficiale -. Era da tempo che avevo in testa di venire qui e sapevo che prima o poi sarei arrivato. Il mio procuratore, Leo Rodriguez, ha un buon rapporto con la società, ha giocato qui, ha portato Denis. Con lui spesso ho scherzato dicendo che avrei finito la carriera a Bergamo: ci arrivo ora che sono ancora giovane, quindi ancora meglio». Tutto bene quel che finisce bene? Sarebbe troppo semplice. La prima parte di stagione in nerazzurro è da dimenticare. Preparazione così così, un infortunio, la difficoltà ad entrare nei meccanismi. Ad aprile Gomez sta ancora inseguendo il primo gol e il primo assist: «Vengo da una stagione complicata: prima mancava la preparazione, poi l’infortunio muscolare, poi la difficoltà a trovare continuità. Adesso mi sento sempre meglio,punto a vivere un finale di stagione adeguato e non vedo l’ora di ricominciare a luglio per fare la preparazione con la squadra e mostrare il vero Papu. Lo sto aspettando anch’io il primo gol. E anche l’assist, normale. Ma non mi pongo obiettivi perché il gol e l’assist non devono diventare un cruccio. Preferisco concentrarmi sull’esito delle singole gare, in questa situazione ormai conta solo fare punti, quindi mi interessa solamente il risultato, ora è decisivo per
la squadra». Il sorriso (con tanto di apparecchio e pettinatura con crestina) arriva il 26 aprile 2015: progressione di Gomez, assist per Maxi Moralez che si inventa un passaggio filtrante a tagliare l’area, destro vincente del numero 10 e gioia incontenibile. Giusto un assaggino. La stagione 2015/2016 è quella della consapevolezza. Gomez segna gol pesanti in una squadra con un attacco da «Inglorious Bastards»: Pinilla, Diamanti, Borriello. Più Papu. Pareggi spettacolari, rovesciate, mattate, qualche impresa come contro il Milan o il 3-3 strappato alla Roma. Quel finale di campionato è stato davvero divertente, anche grazie alla Papu Dance nata nello spogliatoio di Zingonia con Borriello regista improvvisato. Decine di migliaia di like fanno intuire al capitano che lo strumento dei social va usato con attenzione. Ora è diventato un fenomeno anche lì. L’ultimo capitolo di questo mini romanzo di formazione in salsa calcistica inizia nella stagione 2016/2017 quando sulla panchina dell’Atalanta arriva Gian Piero Gasperini. Il Papu lo aspettava, Gasp aspettava il Papu, anche se l’inizio dell’avventura se lo ricordano tutti. L’esonero è a un passo prima della svolta arrivata il 2 ottobre 2016. Vedi Napoli e poi rinasci: 1-0, assist di Gomez, gol di Petagna. «Come si può decifrare, inquadrare una squadra che nell’arco di due settimane cambia pelle in modo così radicale? - scrive Marco Sanfilippo su L’Eco -. Impresentabile a Cagliari con una neopromossa peraltro di valore discreto, deficitaria e confusionaria in casa contro un Palermo che lotterà per non retrocedere e, dopo il riscatto contro un Crotone che però in pratica è una squadra di serie B, letteralmente stupefacente contro il Napoli, che non ave-
va mai perso, era ed è secondo e aveva combinato sfracelli in Champions League. Non si può, la risposta non c’è». Invece c’è e l’Atalanta la ripeterà fino a fine campionato, con una cavalcata memorabile grazie ai giovani del vivaio - Conti, Caldara, metà Gagliardini, Kessie, Grassi, più la scommessa Petagna - verso la qualificazione in Europa league. Il quarto posto finale, storico, è la ciliegina su un anno indimenticabile. Dopo aver sfiorato la maglia azzurra, negata da l’Uefa, Gomez si guadagna anche la convocazione con l’albiceleste. A 30 anni ha l’onore di rappresentare il suo paese nelle amichevoli contro Brasile e Singapore contro cui segna anche un gol. Si spalancano le porte dell’Europa e il Papu decide comunque di sfondarle con una bomba scagliata nella porta dell’Everton nella prima partita giocata al Mapei stadium di Reggio Emilia. Lancio preciso di Petagna per il numero dieci che stoppa, alza la testa e fa partire un missile imprendibile secondo gol nel 3-0 finale. Questo è l’esordio dell’Atalanta nell’avventura europea conclusa un anno fa nel doppio scontro contro il Borussia Dortmund. Esattamente 365 giorni fa si è giocata l’andata conclusa 3-2. Il ritorno, meglio non ricordarlo. Tutti sanno come è andata: inutile crucciarsi. A 31 anni Gomez è diventato capitano e bandiera attuale dell’Atalanta. Negli ultimi mesi è riuscito ancora una volta a stupire, spostando il suo gioco dall’attacco puro al centrocampo avanzato, nuovo ruolo ritagliato su misura per questa Atalanta. Che non smette di far impazzire di gioia tutti, in primis i tifosi. E che è riuscita, ancora una volta, a scrivere una storia che profuma d’Europa.
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LA PENNA SOPRAFFINA DI STEFANO CORSI LA FANTASIA E LO STILE AL SERVIZIO DI CORNER: ECCO UNO DEI TANTI RACCONTI CON PROTAGONISTA IL PROFESSOR CAUDANO: IN QUESTO, INVENTA UNA «DOLCE BUGIA» PER POTER ANDARE A ROMA, ALLA FINALE
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na felicità così, il professor Caudano non l’ha provata mai. Nel calcio ma forse anche fuori dal calcio, come può capitare a un timido che si sia messo ben presto, e forse inconsciamente, al riparo dalle grandi emozioni della vita, come per garantirsi una navigazione il più possibile lontana da rovesci e paure. Solo che non aveva messo in conto il Gasp, il Papu e tutta questa Atalanta 2018 / 2019. Di vincere all’Olimpico contro la Lazio con l’ennesima rimonta e la ormai consueta autorevolezza, non aveva osato proprio sperarlo. Era pronto a tutto, certo, perché Gasperini e i suoi a tutto lo hanno abituato, ma la partita è stata quasi perfetta, compreso il goal subito in apertura, una sorta di marchio di fabbrica. Caudano quasi non se ne capacitava. Da esteta, ha trovato bellissimo il secondo goal: che dietro a Freuler sia arrivato Castagne, gli è parsa la prova di un muoversi organico ed della squadra nel suo complesso: una sorta di orchestra filarmonica. Al triplice fischio, il professore non sapeva stare fermo, girava per casa, ha scritto al suo amico di Bergamo, Francesco, e all’avvocato di Rovereto conosciuto a Parma. Tutto un intrecciarsi di esultanze sintetiche ma incontenibili. La sola nota dolente è giunta quando, gettando lo sguardo in avanti, entrambi gli hanno chiesto della finale di Coppa Italia del 15. Verrai, Elvio? Elvio ha dovuto rispondere che, come ogni mattina, al giovedì ha la prima ora, e che in treno, ha controllato, rientrare entro le otto a Jesi è assolutamente impossibile. Ugualmente, ha scritto agli amici che è impensabile che chieda permessi o ferie alla preside: troppo tesi i loro rapporti recenti, troppo dure le sue ultime mail, di nitida e sincera contestazione ai criteri cui si ispira un po’ tutta la conduzione del «Leonardo da Vinci». Del che poco gli sarebbe importato - ha precisato anche questo, nelle mail - se la preside stessa non avesse istituito un fastidioso confronto fra i suoi voti e quelli di colleghi imbelli,
e se i genitori non lo avessero sostanzialmente calunniato in lettere contenenti accuse prive di fondamento. Insomma, di domandare favori non è proprio aria. Ma la vittoria di domenica ha trasformato l’Olimpico in una calamita irresistibile. I tre goal, la bella prova di tutti e le insistenze dei due amici hanno acceso nel professor Caudano un desiderio quasi struggente, che lunedì, quando arriva a scuola, non lo ha ancora lasciato. Anzi. Addirittura, mentre appende il soprabito in mezzo a quelli dei colleghi, Elvio ha un’idea: potrebbe contattare un autista di macchina privata di cui ogni tanto siservivasuamadreechiedergliche lo riporti da Roma a Jesi nella notte, costi quel che costi. Proprio in quel momento, però, la preside lo chiama dalla porta della presidenza. Stupore. Anche timore. L’ultimo scambio di mail, fra loro, risale a prima di Pasqua. Poi, è calato un silenzio che sa, quanto meno, di tregua armata. Ma la preside è un’incassatrice formidabile, e, quando vuole ottenere qualcosa, non sottilizza. Sicché, come niente fosse, accoglie Caudano sorridendo e gli dice: «Professore, avrei bisogno di una collaborazione che ritengo importante: vorrei istituire una commissione che rivedesse il curriculum di latino nel nostro liceo, ridefinendo gli obiettivi in uscita e i saperi indispensabili per fine biennio e fine triennio, e ho pensato a Lei. Siamo forse lontanissimi su altre cose, ma io la competenza la so riconoscere, e credo che Lei sia la persona migliore, per guidare un organismo simile. Sarebbe prezioso offrire a tutti i colleghi un knowhow imprescindibile…». La proposta della preside accende la speranza sulla fattibilità della trasferta per la finalissima Brivido lungo la schiena, doppio, per Elvio. Per l’espressione finale, certo, così come per la richiesta,
inaspettata. Passa un attimo di silenzio. Ma Caudano è un uomo buono. Quindi pensa sia una mano tesa, da parte della preside, più che un tentativo di sfruttarlo. Ed è un uomo ligio al dovere e alle gerarchie, cui, certo, si rivolge con franchezzaesincerità,macuimaiimmaginerebbe di disobbedire. Perciò, dopo quell’attimo di indugio, risponde affermativamente, e senza fronzoli. Solo con un lieve impaccio, chissà originato da che. Quindi, lascia la presidenza e si dirige verso la sua quarta, dove ha da far svolgere il tema in classe. Sicché ha tempo per ragionare. Medita sul senso della proposta ricevuta e su chi potrebbe coinvolgere dei colleghi, oltre alla sua diletta e affidabilissimaexallievaGuja;immaginaquali linee fondanti dare al lavoro; delinea i programmi che gli piacerebbe far passare, e poi… Poi, insopprimibile, gli torna alla mente la trasferta del 15. Ma in una luce diversa, meno cupa. E ci mette un attimo a realizzare perché. Ovviamente, perché tutto è cambiato: se lui farà un favore la preside, e se il gelo si è allentato, allora forse… Sorride, Caudano. Pesa e soppesa, ma, a fine mattinata, osa lui fermare la preside. E applica i dettami della retorica antica sull’esordio, che, per Cicerone, Quintiliano e molti altri, deve servire a rendere malleabile l’interlocutore, a captarne la benevolenza. Sicché, prima snocciola i nomi dei colleghi che avrebbe scelto di coinvolgere, poi aggiunge che ci ha ragionato e che crede che il lavoro potrà essere in effetti proficuo, e infine, cercando la disinvoltura che non possiede, azzarda: «Naturalmente, non è un baratto, ma, già che ci siamoparlatiecheperlacommissione spenderò diverse ore, volevo chiederLe se Le farebbe problema concedermi ferie la mattina di giovedì 16. Ho un problema di famiglia». «ho un problema di famiglia»: ecco la scusa che spalanca le porte del-
l’Olimpico al prof. Caudano La preside sa piuttosto bene che Caudano la famiglia non ce l’ha, ma al momento non ci bada, e, anche ci badasse, non potrebbe escludere l’esistenza in vita di vecchie zie o di lontani cugini. Inoltre, al suo schietto nemico Caudano, a quell’omoneumbratilecheglienescrive di ogni genere ma certamente è più sincero di tanti adulatori, magari non vuole bene, no; ma porta rispetto. E sa che non chiede mai nulla, che c’è sempre, che, anche se a modo suo, sgobba, e senza mai lamentarsi. Perciò, non le spiace accontentarlo, oltretutto dopo che lui si è mostrato ricettivo nei confronti della sua proposta, e con un cenno della testa, improvvisamente, gli rende raggiungibile l’Olimpico, la sera romana del 15 maggio e un viaggio indimenticabile. Caudano la ringrazia sobriamente, ma non sta più nella pelle. Appena fuori da scuola, scrive ai due amici. Sembra un bambino la mattina di Santa Lucia: corre a casa a prenotare biglietto, treno e albergo. Non gli pare vero. L’altra Coppa Italia i nerazzurri l’hanno vinta prima che lui nascesse. Il suo solo trofeo è la classifica cannonieri di Pippo Inzaghi. Poter essere presente a questa finale, guadagnata dall’Atalanta più bella di sempre e dal suo mister prediletto, con i suoi amici e fra tanti bergamaschi, gli sembra una gioia indicibile. Ma Caudano in fondo non ha detto una bugia: l’Atalanta è come una famiglia, e lui a Roma andrà per quella famiglia Lo pensa mentre rimira la stampata delle tre prenotazioni. Solo per un attimo lo sfiora il sospetto di essere stato inconsciamente gentile con la preside per poter poi avanzare la sua richiesta di ferie. Ma sa che non è vero. Infine, la sua kantiana coscienza prova a rimproverargli di avere invocato inesistenti «motivi famigliari», ma anche su questo il buon Elvio non capitola, perché dentrodiséneèsemprepiùconvinto: a portarlo a Roma, motivi famigliari, in effetti, sono.
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LA NORD LE ULTIME PAROLE ECCO L’INTERVISTA IMMAGINARIA ALLA CURVA PISANI A POCHI GIORNI DALL’INIZIO DEI LAVORI Stefano Corsi
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a curva Nord è stata abbattuta. Questa l’intervista immaginaria rilasciata dalla Curva a Stefano Corsi, poco prima dell’inizio dei lavori. Se mi siedo qui, in quello che alcuni tifosi chiamano il Corner, e che è l’angolo delle tribunette metalliche che confina con la vecchia Gradinata, posso rivolgerle qualche domanda?
«Purché non vada troppo per le lunghe, e anche non troppo nel personale...». D’accordo. Partiamo dalla fine: la preoccupa il destino che la attende?
«No, trasformarsi rimanendo e rimanere trasformandosi è l’unico modo per non soccombere al passare del tempo. Sarà doloroso, dovrò cambiare forma, ma rinascerò più bella, più funzionale, più adeguata ai tempi. Certo, dal punto di vista strutturale non sarò più la mitica Curva Nord, o Curva Pisani. Sarò anzi una sorta di muro a strapiombo sul campo, senza più un disegno curvilineo. Ma è un prezzo da pagare per non apparire superati, o addirittura vetusti». Nello stadio Comunale le curve e le «gradinate» sono state aggiunte nel 1949. Per chi ci crede, incombendo sul rettangolo di gioco, sarà ancor più decisiva, ancor più dodicesimo uomo...
«Come, per chi ci crede?! Mi pare un fatto incontestabile: lo riconoscono i giocatori atalantini e anche gli avversari. Il pubblico bergamasco è fattore se non determinante, certo importante, durante le partite. E il cuore del pubblico, l’anima del tifo, piaccia o no, siede sui miei gradoni».
Ricorda da chi venne l’attestazione di stima più netta?
«Certo, due anni fa, una domenica sera in tv, da Gianluca Vialli. La prima Atalanta di Gasperini, dopo l’Inter, aveva battuto la Roma attaccando e segnando le reti decisive nel secondo tempo propio qui sotto. E Vialli, uomo intelligente, la sera si disse stupito del fatto che le squadre avversarie fossero così ingenue da lasciare attaccare i nerazzurri da questa parte nella seconda frazione, quando le partite vanno incontro al loro momento nevralgico, e al risultato definitivo. Fu come un riconoscimento ufficiale del fatto che questa porta è soggetta ad attacchi più furibondi e meno sopportabili dell’altra. Con tutto il rispetto per la mia dirimpettaia e per chi la occupa...». Una sorta di vera e propria consacrazione...
«Sì, e, se posso aggiungere una cosa, devo dire che il meglio, secondo me, lo diamo quando si accendono i riflettori e il tempo è inclemente. Certi pomeriggi d’autunno o d’inverno, bui e magari vessati da pioggia e nubi basse, diventano lo scenario ideale per le imprese dei nostri. E, al proposito, potrei anche esprimere un rimpianto che mi sta sul gozzo da anni e anni». Temo di sapere quale...
«Sì, può averlo intuito: stia tranquillo che, se il famoso e famigerato spareggio del 2003 contro la Reggina lo avessimo disputato sotto la tregenda la sera prima, lo avremmo certamente vinto. Ricordo ancora certi miei ospiti
a torso nudo sotto il temporale, simbolo del coraggio che i giocatori non avrebbero potuto non avere. Purtroppo, il rinvio al giorno dopo, in un mite crepuscolo primaverile, ci fu fatale. Mi dia retta». Certo, se pesca nell’archivio della memoria di episodi ne ha da raccontare. Sia belli sia brutti, ovviamente...
«Posso tralasciare i brutti? La memoria è selettiva, e poi non ho voglia di alimentare polemiche. Non servirebbero a nulla e, in ogni caso, non spetta a me suscitare vespai. Io sono pietra e ferro, rete e vetro. Vedo, ascolto, registro, ma nulla posso. Se ci pensa, è il destino dei luoghi: essere teatro impersonale, impassibile, incolpevole. I giorni di tensione e di probabili eccessi non sono mancati, come da altre parti. E forse hanno subìto qualche lettura troppo severa, o giusta, anche, ma allora altrove la mano è stata troppo leggera. In ogni caso, lasciamo stare. Parliamo di cose belle...». Per esempio?
«Ho detto che non voglio andare per le lunghe, sicché mi limito a qualche esempio. Ma guardi che qui, nell’ordinario e nello straordinario, di storie belle se ne vivono. Pensi soltanto alle coreografie (termine improprio, lo so, ma è quello in uso...) di molte domeniche, al bandierone che a volte, in occasione di partite di rilievo, mi copre tutta, agli striscioni in rima, al ricordo per i tifosi che se ne vanno e al benvenuto che viene esposto per quelli che si affacciano alla vita. Oserei dire che, con i suoi limiti ma anche con i suoi pregi, qui abita una sorta di grande famiglia. E non parlo solo dei cosiddetti ultras: chiunque decida di abbonarsi alla Curva Pisani o comunque di venirci, in fondo opera una scelta ben precisa, decide di vivere in un certo modo lo stadio, di essere un tipo particolare di tifoso». Ma qualche momento non ha voglia di citarlo?
«Certo che posso citarlo, qualche episodio! Per esempio, quella serata di Coppa Italia del 1994 contro il Cagliari, quando da questi e dai gradoni di fronte scesero diversi ragazzi bergamaschi e sardi a spalare la neve, per consentire che il match venisse disputato. O l’addio a Stromberg, con le bandierine distribuite a tutti in modo da disegnare un’immensa bandiera svedese. L’applauso all’Atalanta di Delio Rossi, nel gior-
no della retrocessione, dopo la partita contro la Roma. O, ancora, nel 2012, a fine campionato, l’esposizione delle maglie giganti di Angeleri, Gardoni, Bertuzzo, Stromberg, Magrin, Bonacina e Bellini. Con sopra uno striscione che specificava che si celebravano gli uomini prima e più dei campioni. Sa che Bertuzzo ne fu onorato e commosso, e che, con la sua abituale modestia, disse di non meritare tanto affetto e tanta riconoscenza?. Infine, mi chiamo Curva Pisani non per caso. Ne sono fiera e non posso non ricordare quell’Atalanta - Vicenza successivo alla morte di Ale e Chicco, stravinto fra commozione, dolore e senso di appartenenza fortissimo». Anche la Curva Pisani ha un cuore, dunque...
«La Curva Pisani ha un grande cuore, sì! Scommettiamo che, se davvero venderanno a pezzetti i mei gradoni, l’incasso per un’iniziativa di beneficenza sarà ragguardevole? E, se accadrà, vorrà dire una cosa soltanto: che questo vecchio “santuario” del tifo atalantino, davvero, è nel cuore della gente». Quindi, l’idea della vendita per beneficenza di suoi frammenti le garba?
«Altro che! A parte che la raccolta fondi a scopo benefico dalle mie parti è un’abitudine piuttosto consolidata, ma, poi, vuole mettere? Guardi che prima di me, come manufatti venduti a pezzi, ci sono il Cavallo di Troia o il Muro di Berlino. Non so se mi spiego...». Torniamo a guardare avanti, allora: finalmente arriverà la nuova curva con la copertura!
«Era ora... Davvero, mi pareva folle che i tifosi più appassionati fossero esposti alle intemperie. Oltretutto, secondo me questo dettaglio ha condizionato le scelte dei tifosi stessi: tanti, appena invecchiavano un po’, se solo se lo potevano permettere, sceglievano altri settori, riparati. Era buon senso, più che imborghesimento. E ne so qualcosa anch’io, che pioggia e neve le prendo sempre, anche quando lo stadio è vuoto». Già, anche quando lo stadio è vuoto...
«In certe notti d’estate, è capitato che qualcuno saltasse dentro, e bevesse vino affettando un salame. E per me è sempre stata una gioia. Mi dava conferma che sono un luogo affettivamente importante, almeno per chi osa tanto».